COMANDO TRASPORTI E MATERIALI DELL'ESERCITO
IMMAGINI ED EVOLUZIONE . DELCORPO AUTOMOBILISTICO
In copertina:
-il Verde della foresta a[rica11a; -il Bianco degli automezzi del btg. L. "Taurinense"; -il Rosso della pista [a11gosa; è il Tricolore al servizio delle Nazioni Unite.
COMANDO TRASPORTI E MATERIALI DELL'ESERCITO
IMMAGINI ED EVOLUZIONE DEL CORPO AUTOMOBILISTICO a cura di VALIDO CAPODARCA
VOLUME III (1945-1995) Roma 1995
Ed iz ione a cura del Comando Traspo rti e Materiali dell'Esercito Progetto grafico, v id eoimpaginnzione e fotolito: Linotypin Vncuna s.r.l. Via Monti di Pictralnta, 79 00157 Roma Stampa: Grafica Giorgctti s.r.l. Via di Cervara, IO 00155 Roma
Presentazione
L'enorme interesse suscita to dai due primi volumi dell'opera «Immagini ed evoluzioni del Corpo Automobilistico» non poteva non impegnarci a realizzare in tempi brevi la terza parte di una storia che è stata riscoperta e proposta nella sua intensità e nel suo più profondo significato. Il racconto parte dal1945, dai primi difficili momenti del dopoguerra, e passando attraverso tutti gli impegni più rilevanti del Corpo Automobilistico, sia negli interventi in occasione di calamità che nelle missioni nazionali ed internazionali, arriva fino al1995 . Un excursus di cinquant'anni, incredibilmente denso di episodi noti o poco conosciuti, rilevati nel corso di una complessa ed attenta ricerca da parte del Tenente Colonnello Valido CAPODARCA, con la spontanea e preziosa collaborazione di tanti appassionati e competenti amici del Corpo . L'evoluzione organica e le numerose trasformazioni dell'Esercito vedono, nel periodo tratta to, il Corpo Automobilistico sempre più inserito e più impegnato in tutte le attività logistiche, a sostegno delle unità operative chiamate ad agire con prontezza ed efficienza, spirito di sacrificio e grande abnegazione umana. Dalle alluvioni del Po al disastro del Vajont, dall'alluvione di Firenze ai terremoti del Friuli, dell'Irpinia e in Sicilia, dalla Va l di Stava alla Valtellina, all'alluvione in Piem.onte, gli Autieri sono presenti dappertutto, accanto a tutti gli altri soldati, per portare soccorso alle popolazioni, trasportando tonnellate di materiali e viveri dove necessario, alla guida di migliaia di veicoli, senza soste e senza riposo. Le missioni che hanno coinvolto unità organiche del Corpo Automobilistico, in particolare i Battaglioni Trasporti e i Battaglioni Logistici in Libano, Kurdistan, Albania, Somalia, Mozambico e sul territorio nazionale, hanno dato la misura della capacità e della professionalità, della volontà e dell'umiltà degli Autieri, confermandone il profondo sentimento di appartenenza alle fiamme neroazzurre e di attaccamento al dovere, che ne ha caratterizzato la storia dalle sue origini . E questo volume ne è testimonianza, resa viva dai ricordi e dai racconti degli uomini, con i loro sentimenti e le loro riflessioni . Il viaggio nel tempo, iniziato 97 anni fa, quando il primo autoveicolo veniva introdotto nell'Esercito, giunge al termine con queste pagine, ma la storia del Corpo Autom.obilistico, nella sua dinamica evoluzione, quale responsabile dei trasporti e della logistica della m.aggior parte dei materiali della Forza Armata, continua, nel ricordo delle origini e delle tradizioni, patrim.onio irrinunciabile per affrontare la realtà del presente e del futuro . IL CAPO DEL CORPO AUTOMOBILISTiCO
DELL':TO~Mn·~
3
INDICE
PRESENTAZIONE
pag.
3
RINGRAZIAMENTI
>>
5
INTRODUZIONE
»
6
Ca pito lo 1 - Evoluz ione organica d al1 945 a l1 995
»
9
Ca pi tolo 2- Il corpo automobilistico ne lle pubbliche ca lamità
»
18
Capitolo 3- Missioni internaziona li d i pace
»
116
Capitolo 4- Il corpo automobil istico in o rdine pubblico
»
238
Capitolo 5- L'organizzazione scolastico-addestrativa
»
269
Capito lo 6- Il museo s torico
»
276
Ca pito lo 7- A.N .A.I.
»
281
Capitolo 8- Il san to pa trono
»
292
Capitolo 9- Il corpo automobil istico nell'attua lità e nelle pros pettive
»
298
Appendice: Gli a utomezzi dell'Esercito Ita liano da l 1945 a l 1995
»
301
CONCLUSIONE
»
324
BIBLI OGRAFIA
»
325
na pagina sempre doverosa, ques ta dei ringrazia m e nti, ma mai come ques ta volta laboriosa . Al sentimento di gratitudine c he ci pervade nei confronti di quanti hanno contribuito con informazioni, d ocumenti, fotografie, alla realizzazione di questo ultimo vo lume, si aggiunge un sottile senso di inquietudine. Sembra quasi di vivere uno di quei momenti in cui, uscendo di casa, si avve rte la s piacevole e indefinibile sensazione di aver dimentica to qualcosa senza riuscire à focal izza re l'oggetto d e ll a nos tra dimentica nza . el nostro caso, tuttavia, si può individuare qual è il tarlo che rode la nos tra mente, senza pe raltro poter far nulla per scacciarlo: è la coscienza della incompletezza del lavoro compiuto, accompagnata però dalla consapevolezza di poter fare be n poco per porvi rimedio. Abbiamo cercato di raccogliere in questo volume le vicende che hanno coinvolto il Corpo Automobilistico negli ultimi cinqu a nt'anni. Chi aveva tentato l'impresa prima di noi se l'era cava ta con una ventina di pagine; noi ne abbiamo scritte trecento e ci sembrano poche. Ci rendiamo però conto che, se anche ampliassimo ogni capitolo fino a dargli dimensioni di volume, ciò non muterebbe la nostra convinzione di avere a ncora tante cose da dire. Mentre l'opera s ta andando in s tampa, continuano infatti a giungere s ulla nostra scriva nia appunti, note, precisazioni, aneddoti che potrebbero arricchire la narrazione. Perciò, al nostro «grazie» p er coloro che ci hanno aiutato, questa volta ci sentiamo in dovere di aggiungere uno «Scusa » a tutti coloro che si sentiranno trascurati. Le vicende oggetto di ques to libro sono recenti, i protagonis ti sono tutti vivi e chiunque le leggerà, potrà rimprovera rci di aver omesso d ei particolari di cui egli, ma non noi, era a conoscenza . Tra i tanti che vorremmo ringrazia-
U
re, ci sia consentito tuttavia di m e ttere al primo posto un amico scomparso da pochi mes i: il decano degli autieri d ' Italia, Cavaliere di Vittorio Veneto, commendator Sa ndro Cerri, di Piace nza. Se n'è a ndato, 101 enne, pochi mesi fa. Con la sua prodigiosa memoria che affon dava fino al secolo passato ci aveva accompagnato e assistito per tutta la durata della nostra storia, dai lontanissimi VCA, alla Prima Guerra Mondiale, al period o tra le due guerre, co nfe rmando o correggendo, per esperienza diretta, le notizie da noi raccolte da fonti scritte. Ci ha aiutato anche in quest' ultimo volume. Ci se mbra ancora di sentirlo, mentre ci racconta le alluvioni del Po di questo seco lo, sbottare stizzito contro i giornalis ti: «Tutti confrontano questa alluvione con quella del 1951; pe rché nessuno pa rla di quella del1907?». Al che, con indulgenza: «Commendatore- ci p e rmettiamo di fargli presente -lei a quel te mpo era già grande, ma quelli che oggi hanno 87 anni, allora non erano a ncora nati». Prosegue ndo nella d istribuzione dei nos tri «graz ie», ci teremo gli appartenenti al Corpo Automobilis tico che ci sono stati testimoni per le vicende dell'immediato dopoguerra. Per gli avvenimenti degli ultimi d ecenni e p e r l'a ttualità, ricorderemo la grande di s ponibilità di tutti i comandanti dei reparti presso i quali ci s iamo recati, che hanno aperto gli archivi dei loro Comandi, e ci hanno messo a disposizione, oltre a sé stessi e le proprie personali esperienze, anche quelle d egli ufficiali e sottufficiali ad essi sottoposti. Un grazie, ancora una volta, va alla Presidenza d ell' A.N .A.I. Tutti hanno recato un mattone per la realizzazione di questo edificio. A noi è rimasta la fatica d i raccoglierli e dare loro una d isposizione armo nica. Ci s iamo riusciti? Ai pos teri ... l'a rdua sentenza!
D INGDAZIAMC NTI ~ ~ L l
5
INI~ODUZIONc
50 ANNI DI PACE 'elldinmo 1111 qualsiasi libro di storia ed apriamolo n caso. Il11ostro sguardo, con ottanta probabilità su ce11to, cadrà su 1111n pngi11n di guerra. Se pure In sorte ce lo farà aprire su una di pace, vedremmo e/te tra In guerra precede11te e quella e/te seguirà 11011 corrono e/te poclti n1111i. Pre11dinmo in co11sidernzio11e l'ipotesi pitì favorevole. Sembra clte, dei quasi tremi/n n1111Ì di storia patria e/te si co/lOSCO/lo, il pitì lu11go periodo di pace- tn11fo dn essere defi 11 i to In «seconda età dell'oro» -sin stato quello che vide imperatore Ottnvin11o Augusto. Quaranta anni, o poco pitì, dalIn sua vittoria S II Antonio nd Azio n/In Juorte nvve11utn 1/e/14 dopo Cristo. U11 reg11o molto lu11go, se rapportato all'aspettativa della vita 11mnlln di allora. Dn questo esame pn11oramico, se è vero e/te In Storia è maestra di vita, possiamo trarre il primo illsegllnmellto: In pace 11011 è altro che 1111 intervallo pitì o me11o l1111go fra due guerre, e non In si apprezza se 11011 quando In si perde. Di q~t es to si saranno resi co11to i lettori dei precedenti d11e volumi di quest'opera. Il primo, che esplorava 1111 periodo di 41 fil/Ili, inco11travn ben 4 guerre lu11go il suo cnllllltino: quel/n !taio-turca (1911-12), In Prima Guerra Mondiale (1915-18), In Guerra Itnlo-etiopicn (1935-36) e quel/n di Spnglln (1936-39). Il secondo, poi, è stato fllfto e solo d i g11erra, In Seconda Guerra Mondiale. Co11 questi precedenti, ci affacciamo n scrutnre le vicende de/nostro Paese- e, iliseri te i11 esse, quelle del Corpo Alltomobilistico- degli 11/timi 50 muti. 50 anni di
P
6
pace; i11credibile! abbiamo battuto il record di tutta In storia itnlicn e 11011 ce 11e relldinmo conto. A dire il vero, in questi 50 anni l'Italia è stata i11 gue1:rn, una volta: per 41 giomi, quelli del/n Crisi del Golfo. Nessu11o dei 57 milio11i di ltnlin11i avrebbe voluto i11 quel momento ammetterlo e suscitnro11o 1111 brivido, nel w ore degli spettatori, le parole del gra11de statista algerino Altmnd Ben_ Bella nlmicrofollo di Ullllostro cronista: «E inutile e/te cere/tinte di nnscondervelo: in questo mome11fo il vostro Paese è in guerra colitro l'lraq!». La rivelnzio11e gettò sgomento 11ell'nn imodi molti: ma come? I'Jtnlin, In 110strn Ttnlin, sempre In prima ad accorrere quando si tratta di missioni umnnitnrie... l'ltnlin, e/te ltn abbracciato In pace come suo primo credo, ora è in guerra? In fin dei conti si tratta soltanto di una decina di aerei e 1111 modesto gr11ppo 11nvnle di supporto! e sono là soltn11to per liberare 1111 popolo vitt i mn d i w t' ngg ressione! Cinquanta n1111i di pace, dunque (se voglinmo,50 n1111i meno 41 giorni), ma In Storia è nnclte storia di pace. Anche se11zn il fragore dei bombardamenti e il crepitio delle armi, si posso1t0 riempire di fittissfme righe nere centinaia di fogli bianchi. E qIleilo c!te cercheremo di fn re i11 questo vol11me.
N ascita e sviluppo del v olum e Se i primi due vol11mi di quest'opera sono 11nti e si sono svil11ppnti attorno ad 1111 1111cleo costit11ito dal lavoro effettllnto dn altri autori e/te, in precedenza, si erano ci-
nuove unitiì . È anche, questa, una delle ramentnti nell'impresa, sul quale nucleo abbiamo innestato notevole dovizia di episo- gioni per le quali non abbiamo voluto racdi, testimonianze, osservazioni, questo ter- contare la storia del Corpo scrivendo quelzo ed ultimo è nato e cresciuto senza In preela delle singole unità . Abbiamo invece vosistenzn di un embrione. luto seguire un percorso trasversale: narFntfn eccezione per alcuni capitoli di rare le vicende della storia patria e in esse contorno (parte del primo capitolo, il Muinserire il racconto di ciò che i reparti alloseo Storico, l'A.N.A .l., il Santo Patrono), ra esiste n tiri uscirono n compiere. tuffo il resto è stato da noi costmito parUna certa perplessità è sorta in noi nel tendo dallo zero assoluto, uno zero dovuto narrare le vicende del Corpo relative agli anche n/ fatto che questa volta siamo stati anni da/1980 in poi. Se prima le unità auassai poco sorretti da/In documentazione · tomobilistiche erano assai ben individuaufficiale. L'assurdità di questa affennazio- bili, con l'adozione del/n «Logistica 'BO» e ne (se esistono documenti d'archivio per In costituzione dei Servizi Trasporti e Maepisodi lontanissimi come In Prima Guerferiali, le cose si sono fatte più complesse. ra Mondia le, n maggior ragione se ne doPerciò dobbiamo considerare patrimonio del VI'ebbero trovare per gli episodi recenti) è Corpo Automobilistico (o meglio, del nuosolo apparente. vo Corpo Tra sporti e Materiali) l'operato Esistono- ci è stato fatto osservare -le dei Battaglioni Logistici, dei Reggimenti «memorie storiche», quelle clze ogni reparLogistici e dei Battaglioni Tra sporti, pur to compi/n n/In fine di ogni anno. Le abbiasapendo che una parte del personale che in mo consultate, mn è sfata una fatica quasi essi svolge la su n attività appartiene ad altre nnn i e corpi. inutile: ben scarso apporto esse hanno fornito n/In consistenza di quest'opera e di quest'ultimo volume in particolare. Esse si sono rivelate utili per qualsiasi altro utiliz- Articolazione del libro zo, ma nonni fini di questo nostro lavoro e del taglio che ad esso abbiamo voluto con L'articolazione del volume ha subito metamorfosi e modifiche nel corso del/n steferire . Nelle ipotesi più favorevo li, vi nbbin- sura. L'idea iniziale era quella di narrare le vicende che hanno visto n/l'opera il Corpo 1110 trovato i dati di partecipazione, molto ben dettagliati: tot ufficiali, sottufficiali, Automobilistico seguendo lo schema di una militari di truppa; tot autovetture, AR, rigida sequenza cronologica, senza tener ACM, ACP; fot km percorsi-; tot tonnel- conto della tipologia degli interventi effetlate di materiali distribuiti. Vorremmo intuati. Questo proposito è stato abbandonavitare i lettori ad alzare una mano, per sco- to per una duplice ragione: mancanza di prire quanti sarebbero disposti n leggere, uniformità nella narrazione ed eccessi"vo da cima a fondo, 1111 libro di trecento pa- numero di capitoli che ne sarebbero derigine fatto solo di cifre e di dati statistici. vati. L'articolazione è stata perciò rivista a Per usare un paragone banale, mn calzante, favore di quel/n che sarebbe stata ln definitiva. ci è sembrato di trovnrci davanti n dei giorAbbiamo pertanto ritenuto opportuno nali sportiv i che riportano i risultati delle partite, magari con i nomi dei marcatoraggruppare le attività sulla base delle lori e il minuto esatto delle refi, ma che nulro analogie, dedicando ad ognuno dei tipi la raccontano sullo svolgimento delle par- di intervento un capitolo. Ne ll'ambito di tite stesse. ogni capitolo, poi, abbiamo ripartito in sotPer farci raccontare come queste «par- tocapitoli i singoli episodi. tite» si siano svolte, come le squadre abIl corpo de/libro, come si vedrà, sarà cobiano giocato, non ci è rimasta che una so- stituito dai capitoli 2°, 3° e 4°, che vedranno il Corpo Automobilistico all'opera rispetluzione: recarci n parlare con gli stessi giocatori, cioè con gli attori, i protagonisti e tivamen te in occasione di pubbliche calamità, di missioni internazionali di pace, di gli spettatori di tutte le vicende, reparto per reparto, integ rando, con questi rac- interventi per ordine pubblico. conti, gli aridi dati e le cifre delle memorie Sotto questo profilo, lo dichiariamo fin storiche. d'ora, il volume è necessariamente inIn questa ricerca, un forte ostacolo è stacompleto, venendo privilegiati, fra tutti to il fa tto che molte unitiì, dal dopoguerra gli intervwti, quelli che hanno visto imad oggi, sono state sciolte, molte hanno cam- pegnato un numero cospicuo di uomini e biato nome o sede, altre sono state fuse in d i reparti e che hanno avuto grande riso-
INTRODUZIONE
7
INTRODUZIONE
8
nanza in ambito nazionale o internazio- memorie storiche, ecc.) con le testimonianze dirette di alcuni protagonisti. nale. Fra le calamità naturali, ad esempio, La terza parte, l'appendice dal titolo saranno appena accennati i terremoti del Belice, della Valnerina, di Ancona; le al- «Ascoltando chi c'era», riporterà i racconluvioni nel Salernitano, del Bisenzio, del- ti di uno o più protagonisti i quali, parlando in prima persona, riferiranno la loro espel' Ombrone, dell'A/pone; le eruzioni dell' Etna, ecc. Tra le missioni internaziona- rienza in seno allo stesso episodio. In essi verranno riportati aneddoti, curiosità, imLi, non si parlerà di quelle nello Zaire, in Angola, nel Sinai, nella ex Jugoslavia, pressioni che sono patrimonio personale di quelle insomma che hanno visto parteci- ognuno. pazioni di singole persone o di unità molUna differenza formale tra questo vo.to ridotte. Lo stesso vale per gli interven- lume e i due precedenti va vista nel fatto ti per ordine pubblico. che, in quest'ultimo, i vari sottocapitoli nei Anche nell'ambi to degli stessi gran d i quali sono suddivisi il 2 °,3 ° e 4° capitolo interventi In trattazione delle attività svol- vengono trattati alla stregua di capitoli vete verrà limitata a quei reparti che hanno ri e propri: l'appendice «Ascoltando chi c'era » verrà riportata al/n fine di ogni sottopartecipato al completo, mentre verranno trascurati i semplici concorsi di uomini e capitolo, anziché nl termine del capitolo inmezzi. Questo, nell'ottica di privilegiare tero. /'aspetto narrativo della vicenda, senza eccessivo infnrcimento di dati tecnici o numerici. Prospe ttive Questa procedura, anche se ci è sembrata la più consona ai fini de/In compleChiudiamo, con questo volume, l'intetezza dell'i11formazione, non è andata tut- ra opera, cercando di presentar/a a/lettore tavia esen te da inconven ienti, il più evi- aggiornata à/ momento stesso in cui essa dente dei quali è la penalizzazione degli auuscirà dalla tipografia; mn sappiamo bene toreparti territoriali (successivamente bat- che, già il giorno dopo, essa non sarà più taglioni trasporti di Regione Militare) . attuale, perché mancherà una pagina, l'ulMentre infatti i battaglioni logistici, se- tima, ed ogni giomo che passerà sarà una guendo le grandi unità di appartenenza, nuova pagina che verrà a mancare. con esse vivevano l'intera vicenda di una Tra i fini che ci eravamo proposti, almomissione internazionale o di un intervenmento di intraprendere/'impresa, c'era quelto di protezione civile, gli autoreparti e i lo di continuare e aggiornare l'opera del battaglioni trasporti non potevano lascia- Pugnnni. Ci rendiamo ben conto, almore privo di supporto un ente statico quale mento di chiudere il nostro lavoro, di quanuna Regione Militare. Essi effettuarono perto profonde siano le differenze tra questa ciò quasi sempre trasporti anche di grossa opera e quella del nostro illustre predecesentità ma di breve durata: caricare, muo- sore: tecnica e professionale quella, narravere, scaricare e tornare subito in sede; epi- tiva e discorsiva La nostra; l'altra conclude sodi perciò frazionati e difficili da tradur- la sua relazione molti anni prima della stamre in u11 racconto organico. pa effettiva, mentre questa (quasi cronaca 'La tecnica adottata nella trattazione di giornalistica) si chiude in tempo reale. ogni argomento è quella che abbiamo defiTI vero storico esternerà la sua perplesnito «cinematografica», con il procedimen- sità, e a ragione, nel veder presentare come to di un progressivo restringimento del- «storia » ciò che è avvenuto l'altro ieri; ma l' immagine. noi non abbiamo La pretesa che ciò che abVerranno dapprima raccontati gli epi- . biamo riferito in quest'ultimo volume lo sodi in sé che abbiamo ricostru ito attin- sia. Questo volume vuoi solo fissare, su pagendo a specifiche pubblicazioni o a raccolte gine stampate, tanti episodi destinati aldi giornali dell'epoca. trimenti a sparire con la scomparsa di chi Il passo successivo, che costituirà il cor- li ha vissuti. Passeranno gli anni, i decenni; le emozioni e le passioni decanteranno, po della narrazione, riferirà tutto ciò che i depositandosi sul fondo del recipien te che reparti del Corpo Automobilistico hanno compiuto nell'ambito degli interventi re- le raccoglie. Qunlcun altro, fra cinquanta lativi allo stesso episodio. Questa parte è anni, riprenderà forse in mano questo nostata ricostruita amalgamando tra loro le stro lavoro, lo filtrerà di tutto il superfluo, notizie attinte da documenti scritti (pub - lo esaminerà con occhio disincantato e scriblicazioni, articoli di giornali, relaz ioni, verà, lui, la vera storia di questi anni.
CAPITOLO
l
EVOLUZIONE ORGANICA DAL 7945 AL 7995 -
..-
....... _ _ .::._
lla conclusione d el secondo conflitto mondiale seguì un periodo di tempo caratterizzato da profonde trasformazioni di ordinamenti sociali, d i mentalità, da rapido progresso nel campo della scienza e della tecnica. In tale evoluzio ne s i inserì una nuova dottrina militare che ebbe come conseguenza l'adozione di nuovi o rdinamenti, di nuovi metodi addestrativi, di nuovi m ezzi operativi e logis tici . Già nel 1942, in considerazion e dell'importanza e d ello sviluppo del Corpo Autom obilistico, dei s_uoi compiti e delle sue attribuzioni, il Minis tero della Guerra aveva istituito l' Is pettorato del Corpo, con fun zioni tecniche, ispettive e direttive quale organo più eleva to e rappresentativo dell'intero settore. L'Ispettorato ris ultò in effetti p erfettamente idoneo ai compiti affidatigli e s volse la propria attività nell'ambito d el Corpo Automobilistico con efficacia ed efficienza, s tudiandone e risolvendone i problemi vitali. Ne d erivò, per il settore, un nuovo impulso sia nel campo addestrativo che in quello tecnico, tanto che il Corpo, pur se di recente cos titu z ione, ra ggiunse una posizione di fondamentale importanza e prestigio. Peraltro, dopo il se ttembre 1943, mentre gli Ispettorati delle varie Armi potevano riprend ere s ubito e in pieno la propria attività, quello del Corpo Autom obilis tico non fu in grado di affronta re le esigenze d el momento che si presentavano di particolare importanza e urgenza, consid erato il recente profondo sconvo lgimento nel settore.
A
__
--
~
" - .-----,.,..-
....___~
...
"~'!'
J
.... ~
l principali problemi sul tappeto erano: - l'ordinamento, l'addes tramento e l' impiego del Corpo: problema complesso originato dalla necessi tà di riorganizzare le unità e connesso a l riassorbin"'ento d el personale da riassegnare, dopo lo sbandamento pos t-bellico, impiegando lo a seconda d ella specializzazione, d ella capacità e delle attitudini; - recupero d ei materia li automobilistici: problema la cu i soluzione richiedeva una vasta e complessa o rganizzazione per l'a ttività di recupero vera e propria e per la conseg uente attività di vigilanza; - ricostituzione e riattiva zione delle officine ai vari livelli: ques tione di vita le importanza e, al tempo stesso, di non facile soluzione per la sca rsa disponibilità dei materiali di ricambio, m a a n che per la limita ta produz io ne d ell' industria automobilistica, anch' essa alle prese con le difficoltà susseguenti al conflitto; - regolamentazione amminis trativa dell e comm esse e dei contratti a partire da l 1940. Questi, e altri problemi da portare a rapida soluzione, rendevano indispensabile l' istituzione di un ente centrale che raccogliesse nel prop rio ambito esigenze e attribuzioni della Direzione Sup eriore del Servizio Tecnico della Motorizzazione, d ell' Isp ettorato del Corpo Automobilistico e della Direzione Generale di Artig lieria (per alcuni compi ti da essa svo lti nel campo d et.la motorizzazione). Fu così che, nel marzo 1945, dalla ht-
9
CAPITOlO
l
sione dell'Ispettorato del Corpo Automobi listico, della Direzione Superiore del Servizio Tecnico della Motorizzazione e della Direzione Generale d' Artiglieria, venne istituita la Direzione Generale Artiglieria e Motorizzazione, nella quale era inserito un «Servizio Motorizzazione». Il nuovo ente cercò subito di fare fronte, con gli organi delle divisioni «Motorizzazione» e «Corpo Automobilistico», alle più impellenti necessità della fase di riorganizzazione del settore, rivolgendo maggior cura alle question i ritenute più importanti, quali: -addestramento e impiego del personale; - reclutantento degli ufficiali del Corpo; - specia lizzazione di ufficiali, sottufficiali e truppa; - assegnazione e ripartizione del materiale automobilistico. Non si può affermare, obiettivamente, che il nuovo ordinamento fosse del tutto funzionale in rapporto ai progressi compiuti nel settore automobilistico. La Divisione Corpo Automobilistico aveva assorbito le attribuzioni dell'ex Ispettorato del Corpo Automobilistico e avrebbe dovuto, per conseguenza, esercitarne anche le funzioni. In pratica però essa, essendo inserita nella Direzione Generale Artiglieria e Motorizzazione, che era un organo centrale amministrativo, non poteva esercitare le principali funzioni tecniche, ispettive e direttive proprie dell'ex Ispettorato con la necessaria autonomia. Con l'ordinamento in vigore, inoltre, il Corpo Automobilistico mancava di un suo vertice, in precedenza configurato nella persona dell'Ispettore, e mancava di un organo tecnico e direttivo·che avrebbe dovuto costituire l'elemento coordinatore, vitale per la sua organizzazione. Tale inconveniente appare in tutta la sua gravità se si considera che il Corpo Automobilistico rappresentava nel1945 una massa di 1200 ufficiali, 1600 sottufficiali e oltre 20 mila uomini di truppa in servizio presso le varie unità mobilitate e territoriali.
Riorganizzazione ordinata
10
1112 settembre 1945, il Ministero della Guerra ordinò lo scioglim ento dell'Officina Automobilistica Regio Esercito (O.A.R.E.). Al suo posto, il14 dello stesso mese, venne costituito il 6° Re-
parto Riparazioni Auto (R.R.A.) alle dipendenze dello stesso Ministero - Direz1one Generale Artiglieria e Motorizzazione. Il periodo di soppressione deiI'O.A.R.E. durò ben poco; infatti il 16 gennaio del 1946 il 6° R.R.A. cambiò la propria denominazione in O.A.R.E. che stava, questa volta, per Officina Automobilistica Riparazioni Esercito. Il Ministero della Guerra, nello stesso anno 1945, aveva nel frattempo determinato la scissione del servizio automobilistico in: -servizio trasporti automobilistici; -servizio riparazione automezzi. Il primo faceva capo all'Ufficio Servizi dello S.M.R.E., il secondo alla Divisione Tecnica Motorizzazione della Direzione Generale Artiglieria e Motorizzazione. Fra g li organi del servizio trasporti erano comprese le Compagnie Trasporti Amministrativi di Comando Territoriale, le Compagnie Trasporti Speciali, le Sezioni Ambulanze, i Posti Carburanti, i Parchi Autoveicoli Efficienti; mentre del servizio riparazioni faceva no parte le Direzioni Riparazioni Automobilistiche dei Comandi Territoriali, i Reparti Riparazioni, il Magazzino Centrale Ricambi di Roma, il Reparto Ausiliario Pesante di Terni, il Primo Parco Mobile Pesante in Sardegna, la 38a Officina Mobile Pesante di Macerata. Agli enti sopra elencati si aggiunsero i Depositi Autieri Territoriali. L'attuazione della nuova organizzazione tendeva a raggiungere i seguenti scopi: - scindere l'impiego degli automezzi dalla loro riparazione, in modo da consentire al servizio trasporti e a quello delle riparazioni di fare ciascuno capo ai competenti organi direttivi centrali e periferici e cioè: il servizio trasporti, agli Uffici Servizi dello S.M. R. E. e dei Comandi Militari Territoriali; il servizio delle riparazioni alla Direzione Generale Artiglieria e Motorizza_z ione e alle Direzioni Riparazioni Automobilistiche dei Comandi Militari Territoriali; - creare delle compagnie trasporti speciali, alle dirette dipendenze dell'Ufficio Servizi dello S.M.R.E., che potessero far fronte alle esigenze di carattere straordinario; -incrementare il servizio riparazioni, concedendogli autonomia; - creare un magazzino centrale ricambi per poter utilizzare in modo ottimale le scorte esistenti.
Un esame particolareggiato delle caratteristiche e dei compiti di ciascun organo del servizio trasporti e del servizio riparazioni può evidenziare meglio, comunque, come siano state poste in opera le funz ioni logistiche di rispettiva competenza. Le Compagnie Trasporti Ammini s trativi di Comando Territoriale ebbero il compito di provvedere alle esigenze di vita dei reparti dì ciascun CMT, ad eccezione dì quelli forniti di una propria dotazione di automezzi. Gli organ ici di queste compagnie furono bilanciati in base a quelli dei Comandi Territoriali in cui operavano ed in relazione ai compiti previsti; erano poste alle dirette dipendenze degli Uffici Servizi dei rispettivi CMT. Nel loro ambito si provvedeva, a mezzo di conduttori e meccanici del reparto, anche alle operazioni di manutenzione degli autoveicoli, che venivano svolte secondo le direttive contenute nell'istruzione «Ispezione, mantenimento e cura dei veicoli dell'Esercito» edita nel luglio del 1943 a cura del Ministero della Guerra. Le Compagnie Trasporti Speciali effettuavano servizi a carattere straordinario che non rientravano nelle possibilità e nei compiti delle Compagnie Trasporti Amministrativi. Dipendevano, per l' impiego, direttamente dall'Ufficio Servizi dello S.M.R.E. Provvedevano anch'esse, direttamente, alle operazioni di manutenzione degli autoveicoli secondo le modalità previste. Fruivano di amministrazione autonoma. Le Sezioni Ambulanze avevano in carico ed amministravano tutte le ambulanze e relativo personale esistenti nella zona di giurisdizione di ciascun CMT e, pur lasciandole distaccate presso gli enti che ne usufruivano, provvedevano alla loro sorveglianza tecnica e alla loro manutenzione. Dipendevano, disciplinarmente, dagli Uffici Servizi dei CMT e, per l'impiego, dalle Direzioni di Sanità. Fruivano di amm ini strazione autonoma. l Posti Carburanti provvedevano ad accantonare una riserva di carburanti e lubrificanti secondo le istruzioni che ricevevano di volta in volta dall'Ufficio Servizi di CMT. Avevano amministrazione autonoma. Le Direzioni Riparazioni Automobilistiche dei Comandi Territoriali (una per ogni CMT) erano organi direttivi dei CMT e, allo stesso tempo, organi periferici dell'amministrazione centrale. Si costitu irono per trasformazione del-
le Direzion i Automobilistiche di Corpo d'Armata. La loro attività preminente fu quella di dirigere il servizio delle riparazioni ma conservarono, seppur secondari, i compiti delle disciolte Direzioni Automobilistiche relativi a requisizione, rilascio di patentini, sorvegli anza delle gestioni del materiale auto, ecc. Furono poste alle dipendenze del Ministero della Guerra e della loro attività rispondevano direttamente alla Direzione Generale Artiglieria c Motorizzazionc - Divisione Motorizzazione. La loro azione si esplicava: -coordinando il servizio riparazioni nel territorio con un'equa ripartizione dei mezzi tra il reparto riparazioni e le eventuali altre officine militari esistenti (autofficine, parchi mobili, ecc.); -autorizzando l'acquisto diretto dal commercio di ricambi che non fossero reperibili presso i magazzini militari o i parchi autoguasti; -approvvigionando i materiali per il Magazzino Centrale Ricambi d i Roma; -controllando i reparti d'impiego allo scopo di evitare g iacenze dì automezzi inefficienti tra i reparti s tess i; -autorizza ndo le dichiarazioni fuori uso dei materiali automobilistici degradati e non suscettibili di riparaz ione. I Reparti Riparazioni erano organi esecutivi dell'amministrazione centrale cui rispond evano, tramite le Direzioni Riparazioni Territoriali, della loro attività c della loro produzione. Dipendevano disciplinarmente dai CMT di giurisdizione, ma non ne venivano considerati come facenti parte, in quanto era prevista la possibilità dì un loro spostamento presso un altro Territorio, qualora le necessità del momento lo avessero richiesto. Ad essi venne affidata la ripara zione degli automezzi inefficienti dei reparti dislocati nei territori di giurisdizione. Avevano amministrazione autonoma . Il Magazzino Centrale Ricambi Auto di Roma iniziò la sua attività con la ricezione e l'acca ntonamento dei ricambi e d elle coperture raccolti fra le giacenze disseminate nelle varie località della Penisola. Ebbe sede stanzia le presso il Reparto Riparazioni di CMT, dal quale dipendeva amministrativamente. Il Reparto Ausi liario Pesante dì Terni era un'officina per gra ndi riparazioni e venne costituito con gli elementi c le attrezzature del Parco di Mesagne.
EVOLUZIONE ORGANICA DAL 7945 AL l 995
11
CAPITOLO
l
Fu pos to alle dipend e nze dire tte del Minis tero della Guerra- Direzione Generale Artiglie ria e Motorizzazione Divis ione Motorizzazione, che indicava volta p er volta gli a utomezzi da riparare, traendo li dai pa rchi autoguasti. Aveva amminis trazione autonoma . Il 1° Parco Mobile Pesante era un' officina per gra ndi ripa razioni, des tinata a s postars i nelle zone in cui più numerosi erano gli autoveicoli d egradati; il pe rsonale p er la sua costituzione venne tratto dall'ex Parco d ' Arma ta della Sardegna. Fu posto alle dipendenze dirette del Minis tero d ella Gue rra - Direzione Gene rale Artig lieri a e Motorizzazione - Divisione Motorizzaz ione. Ave va ammini strazione autonoma. La 38a Officina Mobile Pesa nte, con sede iniziale a Macera ta, faceva parte d el l o Reparto Riparazioni, di cui si può considerare come elemento s taccato. Venne d en ominata, infatti, a nche «Dis taccamento del l o Reparto Riparazioni». I De positi Autieri Te rritoriali erano pos ti alle dipendenze a mministra tive e disciplinari d ei rispe ttivi CMT.
R iorganizzazione funziona le de l servtzi o riparazione automezzi
12
Il criterio fondame ntale cui s i is pirò nel1 945 la riorganizzazione fun zionale d el servizio riparazioni automezzi fu quello che i re parti utilizzatori avrebbero dovuto provved e re alla sola m anute nzione e che tutte le riparaz ioni avre bbero dovuto essere affidate esclus ivame nte alle officin e di nuova cos tituzione. Queste erano di tre tipi: - Officine leggere, che eseguivano solta nto le piccole ripa razioni (d e tte di P classe, nome poi muta to in «g rado» e infine in «categoria») che richiedevano~ al massimo, due g iornate la vorative. Dipendevano tecnicamente dal Rep arto Riparazioni più v icino, e nte cui inviava no le richieste di ricambi; - Officine medie, che si ide ntificavano con i Re pa rti Ripa razioni . Le loro s edi e rano qu elle d ei disci o lti Raggruppamenti Autieri; eseguiva no riparazioni medie (di 2a classe) che richied eva no, al massimo, sette gio rnate lavora tive; - Officine pesanti, mobili e fisse: erano il Re parto Ausilia rio Pesante di Te rni e il l o Parco Mobile Pesante. Eseguivano ogni tipo di ripa razione, comprese quelle di 2a classe non effe ttuabili e ntro i sette giorni e comprende nti revisioni comple te.
Rie ntravano in vece nella 4a classe g li autoveicoli degradati e giudicati d i nor conve niente riparazio ne. La s uddivi s ione in cl ass i e ra co mpito d evolut<. escl usivamente all' ufficiale ca po officina il quale, nel su o a mbito, e ra la sola pe rsona che potesse decide re delle riparazioni necess a rie ad un a utoveicolo. Presso tutte le officine, non appena ricove ra to, l'a utomezzo veniva sottop osto a un esa me tecnico e alla conseguente classificazione; quando la classe d i riparaz ione supe rava i limiti di pe rtine nza d e ll' officina s tessa, ne veniva data comunicazio ne alla Direzione Riparazioni del Te rritorio c he disponeva il trasferimento d ell'automezzo all'officina compe te nte per la classe o al pa rco autoguas ti più vicino, per la demolizione. L' a utoveicolo classificato di 13 classe veniva res titu ito, una volta ripa rato, al re pa rto di provenie nza; i m ezzi class ifica ti di una classe s uperiore o fu or i uso venivano persi definiti va me nte d i carico d a i _ris pe ttiv i re p a rti che provved e va no su ccessiva m ente a richiedere la lo ro sos tituzione a ll'Ufficio Serv izi d el C MT di g iurisdi zione.
Ricostituzione dell'Ispettorat o Genera le della Motorizzazione Subito d opo la costi tu zione della Direzione Gener a le Artiglieri a e Mo torizzazione, avvenuta nel 1945, s i sentì pera ltro la necessità di un orga no tecnico, con funz ioni dire tti ve, che p otesse op era re a utonoma mente n el ca mpo d ella motorizzazione milita re; un org ano ch e provvedesse a seguire, p otenzia re e ama lgama re i quadri del settore, curand o partico la rme nte la lo ro prepa razione tecnica onde assolvere i compiti d ' is tituto che s i facevano sempre più complessi. In una parola, s i sentiva l'esigenza di un Ispe ttorato d el Corpo Automobilistico, in a nalogia a quanto fa tto con le a ltre ar mi e sp ecialità . Ciò avve nne con Decreto n. 425 d el 21 novembre 1946, che dis poneva la so ppress io ne de lla Direzion e Ge ne rale d 'Artig lieria e Motorizzazione e la costituzione d ell' Ispettora to Gene rale d ella Mo torizzazione e d ella Direzione Gene ra le di Arti g lieria, separa ndo p e rtanto le due ma terie. L' ordiname nto d ell' Ispetto ra to Gene ra le della Mo tori zzazione fu il segu e nte: - Ufficio d ell' Is pe ttore Gene rale;
- Ufficio Ispez ioni; - Ufficio Studi; -Divisione Corpo Automobilistico; - Divisione Materiali; - Divisione Amministrativa; - alcuni uffici a carattere te mporaneo, con incarichi connessi con g li ultimi strascichi del conflitto. La nuova organizza z ione dell'Ispetto rato Generale preve d eva l'impiego di 40 ufficiali, 16 sottufficiali e 13 impiegati di ruolo.
Da Corpo a Servizio Il 20 gennaio del 1948, con decreto legislativo n. 45, il Corpo Automobilistico assunse la denomina z ione di Servizio Automobilistico. Ne conseguì un cambio di denominazione di vari Enti tra i quali i Reggimenti Autieri che diventarono «Centri Autieri». Poco dopo, con circolare n. 58, dis pensa 8 del G.M., vennero confermate le m ostrine del Servizio che praticame nte rimasero le stesse del Corpo Automobilistico, men tre al fregio venne tolto il nodo di Savoia. Con la costituzione dell'Is pe ttorato Gene rale della Motorizzazio ne, si era conferita maggiore autonomia al settore fino ad allora legato, anche a livello centrale, al Servizio di Artiglieria; i successivi provvedimenti, di tipo no rmativa e ordinativo, valsero a rendere sempre più funzionale il Servizio della Motorizzazione. Dopo il cambio di denominaz ione, il Ca po del Servizio Automobilistico (primo di essi il maggior genera le Ca rlo Leboffe) assunse le funz io ni di addetto all' Ispettorato della Motorizzazione (generale di divisione), parimenti al maggior generale Capo del Servizio Tecnico della Motorizzazione.
Organi centrali del Servizio Automobilistico La Divisione Corpo Automobilistico dell' Isp e ttorato cambiò d e nominazio ne in Divisione Servizio Automobilistico, ampliando sempre più i propri compiti. Essa si articolava su tre sezioni con s pecifiche attribuzio ni: - la P Sezione si occupava di problemi relativi al personale; - la 211 Sezione trattava d e ll' addestra mento; - la 3il Sezione era adde tta al traffico, ci rcolazione, infortunis tica.
Organi direttivi territoriali EVOLUZIONE
Nuova fis io no mia acquistarono anORGANICA che gli o rgani direttivi territoriali: - Direz io ni della Motorizzazion e DAL 7945 AL 1995 (una p er ogni CMT); - Uffici Autom obilistici (uno p e r ogni divis ione); -Sezioni Serviz i degli Uffici del l' Aiutante di C a mpo (per brigate alpine). Alle Direz io ni della Motorizzazione, re tte da un colonnello del Servizio Automobilistico, e rano affidati compiti relativi alla concessione delle patenti militari, alla ripa raz ione e alienazione del materiale automobilistico, all'esecuzione d e lle ispez ioni, alla requisizione e precettazione di automezzi civili . l dire ttori dipend evano dai risp ettivi CMT p e r le questioni disciplinari, dall' Isp e ttorato Generale della M o torizzazione per le questioni tecniche inerenti la riparazio ne e manutenzione d egli autoveicoli e il rifornimento, sgombero e a lienaz io ne dei materiali automobilistici. Agli Uffici Automobilistici delle divisioni erano affida ti gli stessi compiti, nell'ambito della rispettiva G.U. I Capi Ufficio Auto dipendevano disciplinarmente dal Comando di Div isione tramite l'Ufficio Servizi; dall' Ispettorato Genera le della Motorizzaz ione per le questioni tecniche. Nelle brigate alpine, i compiti esplicati dall'Ufficio Automobilistico nelle divisioni erano affidati alla Sezione Servizi dell'ufficio dell'aiutante di campo, con dipende nza, a tutti gli effetti, dal Comando di brigata.
Organi esecutivi del Servizio Automobilistico I Centri Autieri, uno per ogni CMT, avevano fun z ioni di deposito nei ri guardi d e l personale automobilistico degli enti del territorio. Era loro affidata la gestione amministrativa dei d epositi carburanti di media capacità e la funzion e di ufficio materiali per g li autore parti del Com iliter. Il coman dante del Centro Autieri, ufficiale superiore d e l Servizio Automobilistico, aveva anche funzioni di comandante di corpo nei confronti dell'autoreparto. I Depos iti carburanti di media capacità erano preposti alla conservazione dei carburan ti e lubrificanti, scorta
13
CAPITOLO
14
l
intangibile dei CMT e degli enti da esso dipendenti. Le Officine Riparazioni Automobilistiche (O. R.A.) erano una per ogni CMT, più una in Sardegna, ed avevano il compito di: -provvedere alle medie riparazioni (fino al 3° grado) a favore degli enti territpriali e delle divisioni e brigate eccedenti le possibilità di lavorazione delle rispettive officine medie; -riparare, attraverso officine civili convenzionate, autoveicoli, motori e complessivi eccedenti le capacità di lavorazione interna; -conservare nel dipendente Parco Veicoli Efficienti (P.V.E.) e distribuire, dietro disposizione dell'Ispettorato Generale della Motorizzazione, gli au toveicoli sottoposti a revis ione generale da parte delle officine civili; - rifornire gli enti territoriali dei ricambi auto e delle coperture; - intervenire in operazioni di recupero di automezzi incidentati. Gli organi esecutivi periferici presso le unità e i reparti di impiego erano: -i Parchi Mobili Divisionali e di brigata alpina (uno per ogni grande unità), con funzioni di rifornimento di materiali di artiglieria, genio, motorizzaz ione (comprese coperture, batterie, parti di ricambio, ecc.); -le Officine Mobili Divisionali e di brigata alpina, che riunivano in un solo organo il servizio riparazioni dei m ezzi, delle armi e dei materiali di collega mento. Le riparazioni non dovevano superare le 48 ore lavorative p er ogni autoveicolo (120 per i mezzi corazzati); - le Officine Leggere (una per ogni reggime nto o battaglione autonomo, con un carico di automezzi tra le 100 e le"300 unità), per le piccole riparazioni automobilistiche che non comportassero un impegno di lavoro superiore alle 24 ore; -i Pos ti di Riparazione (previsti per i reparti con un carico di veicoli tra le 50 e le 100 unità) per le piccole riparazioni e la messa a punto degli autoveicoli; - i Posti Manutenzione (previsti per i reparti in distaccamento aventi un carico tra le 25 e le 50 unità), anch'essi con compiti di manutenzione e messa a punto degli automezzi. 01 tre ai suddetti organismi, agi vano come organi esecutivi nell'ambito del Servizio Tecnico della Motorizzazione: il Centro Studi ed Esperienze (Roma), l'Ufficio Approvvigionamento Au-
toveicoli e Ricambi Esercito (U.A.A.R.E., a Torino), il 3° e 1'8° Magazzino Centrale Ricambi Auto (Ma.C.R.A., rispettivamente a Piacenza e Roma), il Magazz ino Centrale Ricambi Mezzi Cora zza ti (Ma.C.Ri.Co., a Caserta), l'Officina Automobilistica Riparazioni Esercito (O.A.R.E., a Bologna), l'Officina Riparazione Trattori Esercito (O.R.T.E ., a Piacenza), l'Officina Riparazione Mezzi Corazzati (O.R.Me.C., a Bologna) con distaccamento (D.O.R.Me.C.) a Vicenza, il Parco Veicoli Corazzati (P.V.C., a Caserta), i Depositi Carburanti di grande capacità.
Attribuzioni del Capo del Servizio Automobilistico Nell'ambito dei compiti affidati agli organi centrali e periferici del Servizio d ella Motorizzazione già riassunti, spiccano le attribuzioni del Tenente Generale Capo del Servizio Automobilistico: - funziani ispettive nei riguardi delle Direzioni della Motorizzazione e deg li e nti e reparti da queste dipendenti; -so rveglianza disciplinare, addestr a tiva e tecnica sulle Scuole della Motori zzazione; -cura dello sviluppo culturale e professionale degli ufficiali del Servizio Automobilistico e sorveglianza sullo s volgimento dei corsi superiori automobilistici e dei corsi di aggiornamento; -collabora zione con l'Ispettore Gene rale della Motorizzazione nelle attività riguardanti l'addestramento, le materie di studio e la compilazione dei programmi automobilistici degli enti addestrativi, l'organizzazione dei corsi, ecc.; -vigilanza s ul funzionamento del Servizio Ispezione Manutenzione e Autoveicoli e sulle predisposizioni relative alla precettazione e requisizione autoveicoli; -collaborazione con l'Ispettore Generale della Motorizzazione su tutte le questioni concernenti gli ufficiali, i sottufficiali, gli specialisti e i militari di truppa del Servizio Automobilistico (disciplina, reclutamento, avanzamento, tras ferimenti, ecc.); - mantenimento dei contatti con l' Automobil Club d'Italia (A.C.I.) per le precettazioni e le requisizioni degli autoveicoli e con l'Associazione Na zionale Autieri d'Italia (A.N.A.I.).
Scioglim ento dei Centri Autieri L' ordinamento in questione ebbe lunga stabilità, interrotto solo da un provvedimento dello SME che 1'11 ottobre 1964 dispose lo scioglimento dei Centri Autieri, a partire da l 31 dicembre dello stesso anno. Scomparvero così unità con tradizioni ormai consolidate che, prima come «Centri Automobilistici», poi come «Reggimenti» e infine come «Centri Autieri», avevano formato e inquadrato migliaia e migliaia di autieri e costituito centinaia di unità; che percorsero, in pace e in guerra, su automezzi di ogni tipo e portata, le s trade più impervie, superando le più impensate ed imprevedibili difficoltà, operando sempre silènziosamente e con alto senso del dovere.
Concessione dello Stem m a Araldico al Servizio Autom obilistico In data 11 ottobre 1965, con decreto del Presidente della Repubblica, venne concesso al Servizio Automobilistico lo Stemma Araldico. In esso sono rappresentate, in sintesi, le caratteristiche del Corpo e la gloria militare da esso conseguita. Composto da Scudo, Fregio, Ornamento e Motto, nei suoi simboli trovano compiuta collocazione gli ideali a cui il Corpo si è sempre ispira to . Lo scudo è diviso in due parti uguali tagliate in fascia, ottenendo così laripartizione detta «troncata». Per non sovraccaricare lo stemma di troppi elementi è stato utilizzato il linguaggio degli smalti e dei metalli, dei campi e delle figure nel rispetto delle migliori tradizioni e del gusto estetico propri dell'araldica italiana. Da questo cri terio si è giunti alla seguente distribuzione: - smalto azzurro, simbolo di nobiltà, di alti ideali e di generosità di imprese, collocato nella prima partizione dello scudo; - metallo d'oro nelle figure,per meglio sottolineare la preziosità dei servizi resi e dei riconoscimenti ottenuti; - metallo d'argento, simbolo di gioventù, di vigoroso impeto e di brillante inizio di un glorioso cammino, quale campo della seconda partizione dello scudo; - smalto azzurro ripetuto in due stelle poste nella seconda partizione, per
ribadire la nobiltà militare dell'impegno nello slancio giovanile; EVOLUZIONE - pezze onorevoli rappresen tate dalla banda rossa che a t tra versa la parte ORGANICA in argento dello scudo; è un elemento DAL 1945 simbolo della responsabilità di cui il AL 1995 Corpo si è fatto carico in tutte le vicende belliche nazionali; - pezze ara ldiche rappresentate dagli anelli intrecciati, simbolo di fede, d i perfezione geometrica e di attitud ine meccanica, di unione di sforzi e, per estensione, di movimento rota torio, ad indicare le strade percorse dalle ruote degli automezzi militari; - figure celesti rappresentate dalle stelle, simbolo di altezza raggiungibile soltanto percorrendo un cammino di perfezione additato dalla fede; - figure artificiali rappresentate da una frecc ia, simbolo di velocità e di scatto meccanico. Il fregio contenuto nello stemma è quello previsto dalla circolare n . 21P, G .M. dellO giugno 1950, sovrastato da un elmo di Marte in figura araldica, con in cima foglie di quercia in azzurro e nero. Gli ornamenti sono rappresentati da due nastri azzurri filettati d'argento (simboli delle Medaglie d'Argento ottenute dal Corpo), un nastro azzurro in tinta unita (simbolo della Medaglia di Bronzo) e quattro nastri azzurri con due filetti cen trali d'argento (simbol i delle Croci di Guerra); tutti, annodati nel fregio, scendono ai lati dello scudo. Il motto è quello ideato da Gabriele d'Annunzio «Fervent rotae, fervent a nimi», posto su lista d'argento in fascia con le estremità bifide di azzurro e di nero.
Costitu zione della Direzione Generale della Motori zza zione e dell'Ispettorato Logistico Il18 novembre 1965, per effetto dei d ecreti del Presidente della Repubblica n. 1477 e 1478, fu dato inizio alla ristrutturazione del vertice logistico. In particola re, nell'ambito d i tale ristrutturazione, venne soppresso l'Ispettorato Generale della Motorizzazione e, il 31 dicembre 1966, fu costituita la Direzione Generale della Motorizzazione e dei Combustibili, a livello interforze, alla quale vennero devolute gran parte delle attribuzioni del soppresso Ispettorato.
15
CAPITOLO
16
l
La nuova Direzione venne ordinata in: - Ufficio del Direttore Generale; - Ufficio per il Coordinamento Tecnico; -l o Reparto (studi e sviluppo tecnico); - 2° Reparto (approvvigionamento mezzi e materiali - lavorazioni); - 3° Reparto (approvvigionamento combustibili e lubrificanti); -4° Reparto (amministrazione e bilancio). Nel 1967, infine, la nuova organizzazione del vertice logistico venne pien amente realizzata con la costituzione dell'Ispe ttorato Logistico, espressamente previsto dall'art. 9 del DPR 1477 che ne fissava i compiti. L'organizzazione centrale logistica dell'Esercito risultò dunque articolata in due distinti complessi: -il IV Reparto dello SME che comprendeva l'Ufficio Serviz i, l'Ufficio Movimenti e Trasporti, l'Ufficio Infrastrutture e l'Ufficio Ricerche e Studi; - l' Ispettorato Logistico dell'Esercito che a sua volta comprendeva l'Ufficio Coordinamento dei Serv izi Logistici, gli Uffici Materiali e l'Ufficio Studi. Il Capo del Servizio Automobilistico dell'Esercito ebbe, nella nuova organizzazione, competenza autonoma nell'ambito dei compiti d'istituto, comprendenti la consulenza nei confronti del Capo di SME sull'attività ispettiva, la formazione del personale e il suo impiego, l'elaborazione della normativa tecnica sul funzionamento del Servizio. Egli dipendeva dall'Ispettore Logistic<? per la logistica dei materiali e dal Capo di Stato Maggiore per i compiti d'istituto. Questa duplice dipendenza non era espressamente prevista per legge, ma fu disposta con provvedimento interno di Forza Armata. In sintesi, l'attività logistica nel suo complesso, con la nuova organizzazione, venne espletata dunque su tre livelli: - SME - IV Reparto: politica dei materiali e relativa programmazione finanziaria; direttive sull' organizzazione e funzionamento dei servizi; -Ispettorato Logistico: gestione dei materia li e relativa programmazione delle spese funzionali; diretta responsabilità per l'organizzazione e il funzionamento dei servizi;
-Direzioni Generali interforze: approvvigionamenti ed alienazioni; riparaz ioni del massi mo livello. L'Ispettorato, come detto, fu praticamente costituito per enucleazionedei Capi dei serviz i logis tici e degli uffici gestione materiali - dalle prees istenti d irezioni di Forza Armata. Il provvedimento era stato preso per assicurare a ciascuna Forza Armata la disponibilità di un organismo in grado d i riuscire a coordinare tutti i settori logistici, compito in precedenza espletato singolarmente dalle Direzioni Generali, ora transitate nell'area interforze, ciascuna per il settore di competenza. Si ritenne allora che, collocando l'Ispettore Logistico al di fuori degli Sta ti Maggiori, si sarebbe alleggerita la loro attività e s i sarebbe resa più snella l'intera organizzazione logistica. La molteplicità delle s trutture, invece, provocò una certa difficoltà nel coordinamento delle attività, con qualche sovrapposizione fra quelle devolute allo SME- IV Reparto e quelle svolte dall'Ispettorato Logistico. L'impiego del personale rimase peraltro attribuzione specifica degli Uffici dei Capi dei Servizi che avevano veste di vero e proprio Comando, senza però averne il riconoscimento in campo normativo. L'analisi delle accennate difficoltà funzionali dell'organizzazione logistica portò alla conclusione che occorreva eliminare la prolissità di strutture, le bande di sovrapposizione tra uffici diversi, l' incerta su ddivis ione delle competenze, le difficoltà di coordinamento. Si pensò dunque a una nuova organizzazione del vertice logistico, capace di accentrare la programmazione degli approvvigionamenti ed il coordinamento funzionale delle attività di organizzazione, direzione, gestione e controllo, mediante il conferimento ai Capi dei Servizi ed ai relativi uffici della denominazione di Comando, in modo da sottolineare che a tali organi era devoluta la responsabilità completa del funzionamento di ciascun servizio.
La ris t rutt uraz ione de l 1975 Il 1975 rappresentò tappa fonda mentale nella storia evolutiva dell'Esercito Italiano e vide ovviamente coin-
volto, per la propria parte, anche il Corsere una delle quattro compagnie d el po Automobilistico. nuovo organismo. L' aspetto p iù vis toso della riorgaCon ques te qua ttro compagnie g ià nizzazione di Forza Armata fu la totapienamente operanti fin dal tempo di le scomparsa delle divisioni e quella, pace, venivano poste sotto le cure e la quasi tota le, dei reggimenti. La grande gestione del Comando dello stesso batunità elementare di base venne così ad taglione logis tico: essere la brigata, a sua volta articolata -il Reparto Sa nità di Brigata, quasi in battaglioni. sempre ridotto a quadro, ma in possesso Pur se il fine del provvedimento era di un efficiente ospedale d a campo riquello di portare ad un indubbio snelpiegato; limento delle attività addestrative ed . -un plotone s ussistenza. operative, esso venne accolto con noCome avremo m odo di esaminare e tevole amarezza e delusione d a parte scoprire nel prosieguo del volume, quedegli ufficiali e sottufficiali più anzia- ste due realtà s i sa rebbero rivelate ni che, avendo in gioventù partecipato tutt' altro che unità astratte: in tutte le alle va rie ca mpagne della Seconda circostanze che videro impegnate le briGuerra Mondial e, vedeva no ora can- gate di appartenenza, s iano s tate miscellati con un tratto di penna i nomi di sioni internazionali o interventi in ocunità che, pur nel dolore della sconfitcasione di pubbliche ca lamità, esse sata, si eran o coperte di g loria e che si rebbero divenute pienam ente operatichiamavano, appun to, divisioni e regve, assumendo ruoli di primissimo piagimenti. no e acquisendo meriti e riconoscimenti Nell'a mbito poi delle brigate, menche resteranno scritti con inchios tro intre la maggior parte dei reparti, pur condelebile nelle pagine di storia delle ritraendosi da reggimento a battaglione, spettive unità. conservavano il loro nome e numero, i repa rti automobilistici s ubi va no una sostanziale trasformazione che, con l'otIstituzione dei Servizi Trasporti tica del poi e alla luce dei ris ultati con- e Materiali seguiti, si sa re bbe rivelata oltremodo positiva: da quelli che erano gli elementi Agli inizi degli anni Ottanta, lo Stasfusi dei raggruppamenti s erv iz i, nato Maggiore d ell'Esercito riscontrò l'opsceva il battaglione logistico. portunità di procede re alla rev is ione Pur con lievi va rianti da una brigadei criteri logistici. ta all'altra dovute alle diverse caratteFu ritenuto, infatti, necessario inristiche delle s tesse, questa nuova unità, trodurre nuove tecniche di trasporto, nella sua costituzione base, nasceva dalprocedimenti gestionali informatizzala fusione d el Reparto RRR (Riparazioti e moderni procedimenti per le ripani, Rifornime nti, Recuperi, comanda to razioni, privilegiando soprattutto la mada un tene nte co lonnello / maggiore nutenzione preventiva. d'arma) e d ell'Autoreparto (già coSulla base di tali valutazioni fu avmandato da un capitano del Corpo Auviata una radicale ris truttura zione. Futomobilis tico). Nel d ettaglio: rono is tituiti, in tale quadro, i Servizi -la «compagnia comando e servizi» Trasporti e Materiali che assorbirono le (CCS) del Reparto RRR conservava la tradizionali branche d ei materiali d'arpropria denomina zione; mamento, dei tras p o rti e d ella moto-l' officina media dello stesso reparto rizzazione. RRR (in preced e nza diretta da un capiCon l' istituzione di questo nuovo ortano del Corpo Automobilistico) assuganismo, si verificava in m aniera inmeva la d enominazione di «compagnia conscia quasi un ritorno alle orig ini più mantenimento»; remote, a quel Corpo d ei Trasporti per - il parco (già agli ordini di un capivia ordinaria del 1745 che, come sotano d 'a rma) diveniva «compagnia stiene il generale Dino Panzera serifornimenti» e passava agli ordini di guito di studi approfonditi da lui s tesun capitano del Corpo Autom obilisti- so condotti (vds. vol. 2°, cap. VI) può co; essere considerato suo lontanissimo an-l'Autoreparto, già direttamente ditesignano. pendente dal Comando di divisioSiamo giunti così all'oggi, un oggi ne/ brigata, conservava la s tessa arti- che si proietta già n el domani, verso il colazione e lo stesso comandante, ma terzo millennio ormai dietro l'uscio. Vi mutava il proprio nome in quello di torneremo più avanti, a conclusione del«compagnia tras porti» e veniva ad esl'opera, nel Deci mo Ca pitolo.
EVOLUZIONE ORGANICA DAL 7945 AL 7995
a
17
CAPITOLO
2 IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUaBLICHE CALAMITA
C
18
he l'Esercito abbia il dovere di acad esso estranei, immediatamente tutte le difese si attivano: anticorpi, leucorrere in aiuto della collettività cociti, piastrine si precipitano in masqualora questa venga minacciata o colpita da una calamità naturale, è sa, tanto più numerosi e attivi quanto più devastante e dolorosa è la ferita, previsto dalla legge dello Stato italiano n. 382, emanata 1'11 luglio 1978, ognuno con una precisa funzione da assolvere. Insieme combattono la batta«Norme di principio sulla disciplina militare» la quale all'articolo 1 sanci- glia contro il comune nemico. sce, fra i compiti delle Forze Armate, Analogamente, quando una società anche quello di «concorrere al bene del- è colpita (ma questo non è prerogativa la collettività nazionale nei casi di pub- della sola s pecie umana), tutte le s ue bliche calamità». energie ancora sane si mobilitano e accorrono sul luogo del bisogno. La legge, al suo apparire, non faceL'Esercito fa parte di queste risorse va che codificare quanto di fatto già avveniva da sempre, forse da quando, con di cui la società dispone e fra tutte, se anche non fosse la più efficiente (non l'unità d'Italia, venne costituito il Regio Esercito. E non era certo in forza foss'altro per la sua mancanza di spedella costrizione di un regolamento che cializzazione nel settore), è quantomei soldati si er ano mossi dalle loro cano la più rapida per la sua caratteristiserme per soccorrere le popolazioni di ca di essere impiegabile con immediatezza. In particolare, la sua diffus ione Reggio Calabria, Messina, Avezzano colpite da terribili terremoti o, per porquasi capillare s ul territorio fa sì che, tarci ad epoche a noi più vicine, quelle ovunque una calamità si manifesti, vi del Polesine, del Vajon t, di Firenze alle sia disponibile nei pressi una unità prese con disastrose inondazioni. pronta ad intervenire. Non esis teva, all'epoca delle sciaL'Italia, oltretutto, è un paese molto gure sopra citate, una Protezione Ci- soggetto a calamità naturali. Non pasvile ufficialmente costituita e dotata di . sa quasi anno senza che se ne verifichi organi di comando e di coordinamenuna o più, differenziandosi l' una dalto. I militari accorrevano sul luogo dell'altra per il fattore che la determina, la disgrazia perché così vuole la legge per la vastità del territorio interessato, della natura, perché lì si sentivano chiaper il numero delle vittime. Fra le prinmati da un irrefrenabile impulso di alcipali tipologie si possono citare: terretruismo e di generosità del quale - famoti, inondazioni, fra ne, incendi, vacendo atto di modestia - l'Esercito non langhe, fughe di sostanze tossiche, inpuò tuttavia vantare l'esclusiva. vasioni di insetti nocivi, ecc. Una società si comporta con gli stesNelle pagine che seg uiranno, versi meccanismi di un singolo organismo ranno presi in esame alcuni dei princivivente. Quando in una qualsias i parpali disastri che hanno colpito il nostro te del nostro corpo si verifica una feriPaese dal dopog uerra ad oggi. Verrà ta o un'aggressione di microorganismi dapprima descritta la dinamica con la
1
quale si sono verificati, per passare subito dopo ad illustrare quale sia stata, nell'ambito degli interventi, l' attività dei reparti automobilistici. Racconteremo nel dettaglio, ovviamente, i maggiori . Forse non tutti condivideranno la nostra scelta, reputando magari altre calamità parimenti degne di interesse. Fra i terremoti, abbiamo scelto i due che hanno interessato un'area più estesa e causato il maggior numero di vit~ time: Friuli e Irpinia. Esigenze di spazio e di tempo ci consentono solo di ricordare i nomi di altre località colpite dalla stessa sciagura. Ci riferiamo, ad esempio, a quello del Belice, anno 1968, che distrusse quasi completamente comuni quali Salemi e Vita, causando più di 400 vittime; in soccorso alle popolazioni, nell'opera lenta e laboriosa del recupero delle salme e nello sgombero dei feriti e delle macerie, molto si adoperarono, insieme ad unità di altri corpi, 1' 11 o Autoreparto Misto di Manovra e la 11 a ORE di Palermo. Per tutta la durata dell'esigenza, gli autieri dell'11 o trasportarono materiali di ogni genere: viveri, vestiario, acqua, cucine da campo, tende, materassi, coperte; la ORE costituì un posto officina, supporto per tutti i reparti impegnati. Nel giugno del 1972 un altro sisma colpiva Ancona, dove intervennero il 7° Autoreparto Misto Territoriale di Firenze e 1'8° Autoreparto M.T. di Roma. Fu ancora il 7° Autoreparto ad effettuare un intervento in Valnerina, colpita dal terremoto del1979. Non si può neppure negare un cenno alle decine di militari del Battaglione Logistico «Aosta» di Messina, impegnati nell'ottobre del1984 e nel dicembre 1985 a soccorrere le popolazioni del catanese colpite dal terremoto, come quelle di Si racusa, offese dalla stessa sciagura nel 1990. Pur se di carattere locale, ugualmente gravosi furono gli interventi dello stesso Battaglione Logistico «Aosta» in occasione delle eruzioni dell'Etna, :he «diede spettacolo» anche televisivo al mondo intero nell'aprile del1981, nel marzo-maggio del 1983 e sopra ttutto nel primo semestre del1992 quando - tutti lo ricorderanno- il grande vulcano sembrò voler divorare il comune di Zafferana Etnea. Tra le frane, non v'è dubbio che il primato spetti al Vajont, cui dedicheremo apposite pagine, ma è anche cer-
to che meritino un racconto dettagliato le 269 vittime della Val di Stava. Fra le inondazioni, dedicheremo un corposo capitolo a quelle del Po, in particolare quelle del 1951 e del 1994 (anche se i protagonisti di quest' ultima furono soprattutto alcuni suoi affluenti). Parleremo di quella di Firenze del1966, per l'impatto che essa ebbe sul mondo intero per i danni provocati al patrimonio artistico, senza dimenticare che, nello stesso periodo, altri reparti automobilistici - come il V Autogruppo «Postumia» - erano alle prese con le alluvioni che colpivano numerose cittadine venete e friulane. Racconteremo infine dell'alluv.ione in Valtellina del 1987, per la sua particolare dinamica e la sua eccezionale durata (da ricordare il fatto che, nell'ambito dell'inondazione, le vittime furono tutte provocate da frane). Ugualmente dense d i angoscia, pur se di carattere locale, quelle del 27 novembre 1976 nella zona del torrente Alpone, che vide l'intervento del14° Autogruppo di Manovra «Flavia »; del Bisenzio e dell'Ombrone, rispettivamente del 1990 e del 1991 in Toscana, che videro l'impegno del7° Battaglione Trasporti «Monte Amiata» di Firenze; quella di Acireale del 1995 e quelle di Genova, talmente ricorrenti- queste ultime- da divenire ormai un fatto piuttosto abituale. Non diremo degli incendi che tuttavia -come vedremo - in qualche occasione interferirono con la loro azione sull'attività di alcuni reparti. Ci limiteremo a ricordare che, alloro verificarsi, l'Esercito non è attrezzato né addestrato per il loro spegnimento, cui sono preposti altri e meglio dotati organismi (Corpo Forestale, Vigili del Fuoco, V.A.B.). L'Esercito, quando è chiamato ad intervenire, avrà la so la funzione di vigilanza, ad incendio domato, affinché esso non si ravvivi. Preciseremo, da ultimo, che la nostra relazione sarà forzatamente incompleta: non potremo cioè mai raccontare «tutto» ciò che hanno fatto «tutti» i reparti automobilistici, in «tutte» le pubbliche calamità (non basterebbero venti volumi, altrimenti). Quello che verrà raccontato, sarà un «campionario» la cui scelta è stata condizionata da diversi fattori, non ultimo il diverso modo in cui sono state interpreta te le nostre richieste di notizie da parte dei comandanti delle stesse unità interessate.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
19
CAPITOLO
20
2 ALLUVIONI DEL PO Fra le varie tipologie di calamità naturali che investono il nostro Paese la maggior parte, per fortuna, sono occasionali ed episodiche. Alcune invece, purtroppo, assumono un carattere ricorrente, ciclico, anche se aperiodico. Le popolazioni che vi sono soggette conoscono quelle che sono già avvenute, sanno che prima o poi si ripeteranno e vivono in una quasi fatalistica attesa del giorno in cui ciò si verificherà. Per fare qualche esempio: l'acqua alta a Venezia, le eruzioni dell'Etna ... Ma il primato fra le calamità di questo tipo, per la grandiosità con cui il fenomeno si manifesta e per l'ampiezza dell'area che ne viene investita, va certamente assegnato alle alluvioni del Po. Ne parliamo, come si può notare, sotto un unico titolo, al plurale, proprio a sottolineare la loro ripetitività. Le ire cui il più grande fiume d'Italia è andato sogge tto sono state raccontate in numerosi libri, riviste, film. Non appena il suo livello comincia pericolosamente ad alzarsi, esso cattura subito le prime pagine dei quotidiani, dei giornali radio e dei telegiornali. Le cronache tramandano innumerevoli inondazioni del Po, avvenute nel corso dei secoli. La più antica di cui si conservino memorie scritte risale al589. Da questa si passa, ma solo per mancanza di documenti, al 1180. Di quella del 1239 si sa che valse a fermare l'avanzata di Federico Barbarossa. Da qui in poi le notizie si fanno via via più dettagliate, le date delle piene sempre meglio conosciute. Per la maggior parte furono causate da piogge violente e continue, ma ce ne furono altre dovute a copiose nevicate invernali seguite da un improvviso scioglimento primaverile. Nel1442 se ne ebbe una causata addirittura dal disgelo delle acque che erano state ricoperte da uno strato di ghiaccio così spesso da poterei passare sopra con carri e cava lli. Sovente, ad una inondazione, faceva seguito la carestia, per la totale perdita dei raccolti e, nei casi più gravi, anche la peste. Le distanze temporali tra una inondazione e la s uccessiva potevano essere le più varie. Talvolta correvano decine di anni, talaltra solo pochi giorni, come nei mesi di ottobre e novembre 1467, quando il Po straripò 12 volte, al termine delle quali giunse, dulcis in fundo, la peste. Nell'alluvione del1503 si
dice che il Po raggiungesse una portata mai ricordata a memoria d'uomo. Cinque allagamenti si contarono nel solo mese di settembre 1651. 111801 fu così piovoso che il fiume uscì quattro volte dagli argini. Nel secolo scorso le esondazioni presero a diradarsi per la realizzazione di grandiose opere di arginatura e contenimento, ma qualche volta il grande fiume sembrò volersi vendicare di questa irriguardosa costrizione, delegando in sua vece alcuni dei numerosi suoi affluenti. Dopo questa rapida carrellata attraverso i secoli, ci soffermeremo più dettagliatamente su quelle verifica tesi nel XX. La relativa ricchezza di notizie pervenute ci consente di fare anche qualche raffronto per stabilire quale potrebbe essere stata la maggiore, o la più catastrofica. Non sempre infatti è valida l'equazione: maggiore portata = maggiori danni, entrando in gioco anche fattori quali la diluizione nel tempo, l'efficacia delle difese, lo stato di ricettività del mare, ecc. Quella dell'ottobre 1907 viene raccontata con dovizia di particolari dalle cronache dell'epoca. L'idrometro di Piacenza segnava la sua punta massima alle ore 10 del 28 ottobre, con metri 8,76. Gli argini vennero rotti in più punti e vi furono diverse vittime, nella stessa città, travolte lungo le strade o annegate nelle loro abitazioni. Alla «Vittorino da Feltre» e alla «Nino Bixio» dovettero ormeggiare le battelline alle cime degli alberi più robusti. Un gran numero di manovali prestarono l'opera per rinforzare gli argini, coadiuvando i militari del Genio Pontieri. «Improvviso e spaventoso- riferiva il giornale "La Scure" -fu lo straripamento del1926. L'idrometro arrivò a m. 9,63 e saltarono gli argini a Piacenza e a Mortizza». Ad aiutarci a ricostruire la dinamica e le caratteristiche di questa alluvione, oltre ai documenti più o meno sinceri dell'epoca, contribuisce la prodigiosa e fedele memoria di un personaggio che già più volte è stato presente nel primo volume di questa stessa opera, il decano degli autieri d'Italia, il commendator Sandro Cerri, residente a Piacenza, che a quasi 101 anni è ancora in condizioni psichiche tali da riferire con precisione ogni particolare, almeno per
ciò che concerne gli avvenimenti relativi alla sua città. Il fenomeno - è il testimone stesso che lo conferma- fu improvviso, le acque crebbero subitamente di livello fino a che, sulla sponda sinistra, nel lodigiano, il Po ruppe gli argini a San Rocco al Porto, inondando tutta la campagna circostante e sommergendo le abitazioni fino ai primi piani. Sulla riva occidentale, dove si s tende la città, la situazione non fu altrettanto tragica. Yi furono tuttavia numerose infiltrazioni, di cui vennero trovate tracce anche a dis tanza di anni. Quando infatti vennero riesumate le bare di un cimitero attiguo al fiume, esse vennero trovate a ncora ricolme di acqua, con le ossa tutte sparse in disordine. Appena diramato l'allarme, partirono immediatamente i soccorsi per portare in salvo i sinistrati, ai quali lo stesso Cerri prese parte, con tutti i membri del Circolo Canottieri di cui egli era socio. Tuttavia, le imbarcazioni in dotazione all'associazione si rivelarono troppo leggere per la forza della corrente, e poco idonee per la loro ridotta capienza. Adatti allo scopo furono, invece, i barconi del Genio Pontieri, gli stessi che il reggimento usava per allestire i ponti di barche sul fiume. Le memorie storiche e gli archivi dell' epoca non tramandano, tuttavia, i nomi di altre unità militari che, oltre al Genio Pontieri, s iano intervenute nella circostanza. Quando i discorsi dei contempora-
nei si portano sull'argomento «Alluvione del Polesine», quella così chia- IL CORPO mata per antonomasia, si riferiscono a quella del novembre 1951. A lungo es- AUTOMOBILISTICO sa è rimasta- e lo è tuttora indelebile- NELLE PUBBLICHE nei ricordi di chi l'ha vissuta, di chi an- CALAMITÀ cora con terrore la racconta; è essa che viene presa come termine di paragone, ogni volta che il padre dei fiumi italiani torna a gonfiarsi minaccioso. Quello che in quei giorni avvenne è divenuto soggetto di film, ha fornito lo scenario di fondo per romanzi ed ha riempito pagine e pagine di cronaca. Ne ripercorriamo gli episodi salienti attraverso le pagine dei giornali dell'epoca; ci sia concessa, nel far ciò, la licenza g rammatica le di un repentino passaggio al presente storico, che meglio rende il drammatico incalzarsi e accavalÈ i/1926. Il Posi esibisce larsi degli avvenimenti. in uno dei più spettacolari straripamenti del secolo. 1113 novembre la grande ondata di piena è passata a Piacenza, faticosa - Le abitazioni di San Rocco al porto, piccolo centro mente contenuta da sacchetti di sabbia. lombardo dirimpettaio di Non altrettanto bene è andata sulla Piacenza, sono inondate e i sponda lombarda, dove invece le acque soci del Circolo Canottieri intervengono con le loro sono scivolate sulla sommità degli arimbarcazioni a portare in gini maestri, circondando le frazioni salvo gli abitanti della più prossime. Le squadre di soccorso borgata. In piedi, quasi al hanno cominciato l'opera di evacuacentro della barca, una zione. Nel mantovano le campane rin- nostra vecchia conoscenza: l'ex VCA ed autiere della toccano a martello. Il Po ha rotto a BrePrima Guerra Mondiale scello (il paese di don Camillo e PepSandra Cerri, deceduto pone) e a Viadana. Giungono, pur se in101enne il20 giugno 1995 certe, le prime notizie di vittime. (foto da «Bernardo Barbiel/ini Amidei · il Confusa tra le altre, la notizia di una fascista del dissenso» di piccola falla che, verso le 19, si è aperF. Molinari · Editrice ta dalle parti di Occhiobello, sulla sponQueriniana!T. E. P.). da veneta.
21
CAPITOLO
2
12 novembre 1951. Così si presenta a Piacenza la Nino Bixio, sede del Circolo Canottieri. Il peggio deve ancora venire (foto «Libertà• ).
22
Il14 novembre, a Pontelagoscuro, il Po ha superato di 4,30 metri il livello di guardia, altezza mai raggiunta da quando venne istituito il servizio di rilevamento. La portata del fiume (la cui media si aggira sui 1400 mc al secondo) viene ora valutata in 10 mila. Alle 19 e 30, improvviso, un boato, che si diffonde riecheggiando fino a chilometri di distanza, nel buio ormai fitto della notte. Lo sfondamento improvviso si è verificato in località Mercantone, nella zona di Occhiobello. Il buio impedisce di valutare l'entità del disastro, ma il fatto che all'idrometro di Pontelagoscuro il livello si sia abbassato di 2 metri dopo due ore, la dice lunga su quale sia la massa d'acqua che sta fuoriuscendo dalla falla. Scene apocalittiche: nel ruggito delle acque si confondono le grida di chi ha cercato scampo sui tetti delle case, sulla sommità del terrapieno dove corre la strada statale, sulle cime degli alberi, e il muggito disperato dei buoi. Lungo tutte le strade della bassa padana si formano lunghe colonne di profug_hi. E come il ripetersi di decine di Caporetto contemporanee e l'ira del Po fa più paura dell'esercito austriaco. Le vittime sono già decine. A Piacenza il fiu me ha toccato la punta massima di metri 10,25. Il 15 novembre, l'arrivo del giorno mostra in piena luce il dramma che si sta vivendo. Le falle aperte nella zona di Occhiobello sono tre, l'acqua che ne è fuoriuscita ha già sommerso 80 mila ettari di campagna, e continua ad usci-
re con una violenza indescrivibile: tremila mc al secondo. Là dove c'era l'argine, su quella che era la strada statale, si sta vivendo un terribile dramma. Su un isolotto creatosi tra due delle tre falle, un moncone residuo di argine di non più di cinquanta metri di lunghezza, sono rimasti in trappola una ventina di contadini con i loro buoi tratti via dalle stalle. Tutti li vedono e nessuno può far nulla per loro. Si tenta, inutilmente, con dei natanti e anche con un elicottero. Il fiume dà l'impressione che, solo se volesse, potrebbe fare un sol boccone dell'isolotto con i suoi venti naufraghi. Passa il giorno, il buio della notte lo ingoia; non resta che attendere l'alba per rivederlo, se ci sarà ancora. A Frassinelle, un autocarro con quaranta persone a bordo resta imprigio-. nato dalle acque entrate nello spinterogeno. Una lunghissima agonia, per tutti, con l'acqua che sale un centimetro dopo l'altro lungo l'automezzo, fino a sommergerlo del tutto. Tutti i passeggeri vengono ghermiti dalla corrente. Si conteranno alla fine 32 morti. èhi si sa lva per la fortuna di vedersi passare vicino un tronco d'albero, maledirà questa «fortuna», come i fratelli Mario e Giovanni Bellinello che vedono annientare in un istante le proprie famiglie, cioè le mogli e, rispettivamente, 3 e 5 bambini. 1116 novembre, coloro che tutti, anche la stampa, hanno ormai indicato come «i condannati di Occhiobello», sono ancora là, ma l'isolotto sta per consumarsi del tutto. Alle 9 e 40, quasi una favola a lieto fine, un'imbarcazione dei
vigili del fuoco di Ferrara riesce a raggiungerli e portarli in salvo. Intanto, lo sfogo che le acque hanno trovato ha fatto perdere alla piena gran parte del suo vigore. Ferrara, con tutta la sua provincia, è salva grazie al sacrificio di Rovigo e d el suo Polesine. Il grande lago formato dall'alluvione raggiunge Rovigo. Frenetica è l' opera di salvataggio. La definitiva salvezza è solo al di là dell' Adige, che in questa nuova Caporetto assume, nei confronti d el Po, le stesse funzioni assolte 34 anni prima dal Piave verso l' es e rei t o au striaco. Il 17 novembre tutta Rovigo è allagata e viene dato l'ordine di sgombero. Gli sfollati dovranno convergere verso Boara Pisani, dove sono già pronte colonne di automezzi che li porteranno a Padova. Il18, la superficie coperta dalle acque alluvionali raggiunge la sua massima estensione. Il più grande fiume italiano ha raggiunto quello che lo segue subito dietro in graduatoria, l'Adige, e la furia sembra finalmente placarsi: l'alveo del fratello minore appare sufficiente a convogliare al mare l'eccesso di acque del Po. La superficie sommersa viene valutata in 1500 kmq. I soccorsi sono già in pieno fervore: si calcola che almeno diecimila soldati vi siano impegnati, con molte migliaia di volontari di ogni categoria. Le autorità governative stanno adottando i primi provvedimenti, quale l'estensione alle popolazioni alluvionate delle provvidenze riservate ai profughi di guerra.
Ore 14 del 13 novembre I danni, ai primi di dicembre, non 1951. Il grande fiume sono ancora quantificabili. raggiunge a Piacenza il Intanto il «tam tam» delle invoca- livello massimo di m. 10,25; zioni ha fatto il giro del globo e da tutil debole filo di luce che to il mondo cominciano ad arrivare aiutrapela dalle arcate indica ti in denaro, anche dalla lontanissima che il Po ha quasi raggiunto le rotaie della ferrovia Australia, dall'Argentina, dai paesi ara(foto "Libertà»). bi. Alla fine si conteranno 62,5 miliardi di lire raccolti (dell'epoca). Piano piano, si stendono i primi consuntivi che danno, in fatto di vittime, un quantitativo di 273 morti e 34 feriti. Sono dati che inducono ad una considerazione: un'alluvione è più fatale di una guerra . In quest'ultima, il numero dei ~eriti è sempre superiore a quello dei morti; l'alluvione, quando colpisce, lo fa quasi solo per uccidere. Il totale degli sfollati, invece, sarebbe di quasi un milione e mezzo.
Anche il 1976 registrò una nuova alluvione, con fuoriuscita del Po dai suoi argini che costrinse ad un intervento d i reparti m ilitari, soprattutto per evacuazione di persone da cascinali allagati. Si rivelarono, nella circostanza, provvidenziali i lavori ese~ guiti alle arginature dopo l'alluvione del1951. «Piogge di straordinaria intensità su Piemonte e Liguria», annunciava il lettore delle previsioni del tempo, in televisione, la sera del 3 novembre 1994. Per oltre due giorni, sulle due regioni si abbatté una quantità d'acqua mai vista e mai ricordata a memoria d'uomo. In sessanta ore caddero 600 millimetri di pioggia. Per fornire un concreto termine di paragone, basterà ricordare che
23
CAPITOLO
24
2
nella disastrosa alluvione di Firenze del 1966 ne e rano caduti meno di 300 in quattro giorni. Sul versante ligure, per la brevità dei fiumi di quella regione, l'acqua trovò presto r iposo in mare; ma i primi due morti vennero contati proprio qui, nella valle del Roja. Ben diversamente andarono le cose sul versa n te settentr ionale dell' Appennino. Rapidamente tutti i corsi d'acqua si gonfiarono: il Po, le due Dore, la Sesia, il Ticino, la Scrivia, s i alzarono rapida m e nte di livello e in più punti u scirono dagli argini. Ma chi doveva assumere il ruolo di mattatore, questa volta, era il Tanaro, con tutta la sua corte di affluen ti e subaffluenti. Sui g iornali nazionali le notizie conquis tavano la prima pag ina, ma non i titoli di testa, il6 novembre. Solo il 7 s i cominciò a parlare di «ca tas trofiche alluvioni» con titoli a tutta pagina, fino all'11 . Ripercorriamo, dalle pagine dei quotidiani, le vicende, come in una radiocronaca «giorno p er giorno» (mutuando il titolo da una n o ta trasmissione sp ortiva).
anni, a Crescen tino: per sfuggire alla furia del Po, avevano trovato rifugio su un albero, e qui erano state ragg iunte dai vigili del fuoco; erano già s ul can o tto che le s tava portando in sa lvo, quando questo si è rovesciato, forse spero na to da un tronco; s otto gli occhi degli oramai impotenti soccorritori, le due povere giovani sono s ta te inghiottite dai vor tici. Molti i d ispersi, destinati ad increme nta re la conta delle vittime. Diluvia ancora. La furia d el Tanaro ha dev astato Asti e, poche ore dopo, Alessandria. I senzatetto sono g ià mig liaia. Le attività produttive d ella regione han no subito u n colpo mortale: la Ferrero, ad Alba, è sotto un m e tro e mezzo d'acqua e, come essa, sono s tate devastate tutte le fabb riche, i negozi, le case, gli ospedali. Verso est, l'alluvione si è estesa al piacentino, dove sono s traripati il Trebbia e il Nure. 7 novembre
Il malt~mpo concede un momentto di tregua, ma si prevede una recrud escenza. Ora s i tie ne sotto osservazione l' ondata di piena. 5 novembre La conta dei morti ha toccato quota I fiumi stanno straripando un po' ovunqu e, in Piemonte e in Liguria; si 53. Tante le strade interrotte, i ponti crollati; migliaia g li evacuati. I danni si vadiffondono le prime notizie di vittime e di un tre n_o deragliato per una frana; lutano in parecchie migliaia di miliardi. Alessandria è a terra, Asti è solcata altre fra ne ha nno bloccato d ei pullman di turisti. A Venaria è crollata un'ala di da voragini. Cuneo è la provincia che un pa lazzo, per fortuna già evacuato. lame nta più vittime (27) e Alba contiSi hanno notizie di ponti crollati e di nua a restare isolata e irraggiungibile, strade interrotte. sommersa da un mare di fango. I soccorsi sono g ià all'oper a, tanto A Piacenza l' idrometro ha segna to che due v ig ili, nel tenta ti vo di ragun livello massi mo di 9,88 m e tri, apgiungere 12 persone rimaste is olate, pena 37 cm. me no del 1951. Ora il pevengono trascinati via col loro canotto ricolo viaggia verso la foce. e trova no sa lvezza solta nto raggiunCol ritiro delle acque appaiono steg~ndo a nuoto la camera da letto di due ne allucinanti: migliaia di bovini anneanziani coniugi al secondo p iano di una ga ti nelle stalle, d is truzione nelle case casa . e nelle fabbriche; fango e fango ovunque, ma tutti sono già all'opera per ri6 novembre muoverlo. Migliaia di giovani volonCol trascorrere delle ore i contorni ta ri sono affluiti da tutto il Paese. I red ella tragedia si fann o più definiti. La · parti militari sono tutti mobilitati . conta delle vittime ha raggiunto quota 30. Dodici di esse sono state sepolte da 8 novembre una fra na che ha fatto crollare un ediLe cifre d ell'a lluvione si fanno più ficio a Varallo Sesia. Quattro morti a San precise: 60 le vittime già accertate, 6 miRaffaele Cimena sotto le m acerie di una la i senzatetto, 10 mila miliardi di lire i v illetta tra volta da uno smotta mento: da nni; gravissimi quelli al pa trimonio miracolosamente illesa, tra le braccia zootecnico e agricolo. Ancora numerodella m a mma che le aveva fatto s cudo, s i i comuni e le fra zioni isolati e privi verrà estra tta la piccola Le tizia Giraudi acqua e di elettricità. do, di ci nque m esi . Si a ppre ndono notizie spicc io le di Orribile la fine di due sorelle, Loredrammi dispersi, come quella di un uodana e Maria Te resa Ierinò, di 15 e 21 mo rimasto per otto ore su un albero fi-
• IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Dopo l'ondata di piena del novembre 1994, solo morte e rovine. Ponte crollato sul fiume Orco tra Foglizzo e San Benigno Canavese (foto A. Traini).
La rete viaria del Piemonte è fortementte compromessa: frana a Diano d'Alba (foto A. Traini).
no a che, cedendo allo sfinimento, è caduto ed è stato trascinato via dal Tanaro; o d ell'anziana donna travolta mentre cercava di mettersi in salvo s tringendo la borsetta con i risparmi di una vita; o dell'altra anziana che, atterrita dal fragore della pie na in arrivo, anziché rifugiarsi nei piani alti, era fuggita in strada, dove era stata ghermita dalla corrente.
9 novembre L'onda di piena viaggia a 3 km/h ed ha una lunghezza di 30 chilometri. Ha già superato il mantovano. Il timore più rico rrente è che l' a lta marea dell'Adriatico le imped isca il deflusso, con conseguenze imprevedibili. Il numero dei morti accertati è salito a 63. Un ponte è crollato sull'Adda, trascinando un furgone e i suoi occu pan-
25
CAPITOLO
2
ti, un fratello e una sorella, che sono riusciti a salvarsi. Dove le acque si sono ritirate, appaiono paesaggi irreali, nei quali spesso non si riconosce più nulla di ciò che c'era prima. 10 novembre L~ angoscia viaggia ora nel ferrarese: l'onda sta per transitare ed ha ricominciato a piovere. Il mare, per fortuna, riceve bene, ma basterebbe un po' di scirocco per frenare il deflusso. E poi ci sono i fontanazzi, incubo diffuso e costante. Si teme per la resistenza degli argini, sottoposti ad una pressione così prolungata. I morti sono saliti a 64 (che resterà il numero definitivo). Il ministro degli Interni promette: per Natale, tutti a casa.
Attività dei reparti automobilistici Riferire la portata degli interventi dei reparti del Corpo Automobilistico in occasione delle alluvioni più remote tra le cinque di cui abbiamo riportato la cronaca è ovviamente compito disperato, oltreché fatica priva di significato. In occasione dell'alluvione del1907, si può escludere la presenza, tra i soccorritori, di personale del Corpo, data la consistenza numerica dei reparti dell' epoca (in pratica, c'era la sola Sezione Automobilistica presso il genio ferrovieri di Roma). Le cronache del1926 parlano genericamente di interventi di militari frammisti alle schiere di soccorritori. Logicamente, la parte preponderante spetta ai componenti del genio pontieri di Piaçenza, i più adatti ad intervenire nello specifico tipo di calamità. Oltretutto, l'alluvione ebbe durata troppo breve per richiamare l'intervento di reparti automobilistici lontani. Pertanto, la nostra analisi si trasferirà direttamente alle alluvioni del dopoguerra. Alluvione del1951
26
Non esisteva, all'epoca, una Protezione Civile quale oggi viene concepita, ufficialmente organizzata e, almeno teoricamente, pronta a intervenire alle prime avvisaglie di una calamità. Anche a quel tempo, tuttavia, era ben radicata nella Forza Armata la coscienza dei propri doveri nei confronti della po-
polazione, qualunque fosse il pericolo incombente e il nemico da fronteggiare. A soccorrere le popolazioni disastrate del Poles ine furono chiamati ad intervenire pressoché tutti gli autoreparti presenti nella Regione Militare nord-est, ma il compito del coordinamento venne affidato al V 0 Autogruppo di Montorio Veronese, allora al comando del maggiore Agostino Sordi. I lettori ricorderanno quest'ufficiale già protagonista, col grado di capitano, nella campagna d'Albania e in quella di Russia, e che i testimoni definiscono con diversi aggettivi, quali «terribile, tremendo ... », tutti volti comunque a mettere in rilievo la sua estrema severità. Non è stato possibile, tuttavia, ricostruire i particolari relativi all'intervento. Le memorie storiche oggi giacenti presso i reparti automobilistici non comprendono quasi mai l'anno in questione, ma prendono il via a partire da una quindicina di anni più tardi e, in ogni caso, difficilmente riferirebbero quegli episodi che potrebbero fornire materiale per la stesura di buone pagine di documentazione. Quelle del Battaglione Logistico «Trieste», disciolto nel1991, parlano di un concorso di 1 sottufficiale e di 4 autieri, che intervennero con uno Spa Dovunque 41/50. A questi cinque personaggi, di cui non viene riportato il nome, venne consegnato un attestato di benemerenza da parte del VI CMT, attestato che si presume sia stato consegnato a tutti i militari dell'Emilia Romagna intervenuti. Una partecipazione di personale e mezzi che ci appare, invero, eccessivamente contenuta, ove si consideri che il reparto era stanziato in una delle regioni più direttamente colpite. Per fare un doveroso confronto, si pensi che in occasione dell' alluvione del novembre 1994 il Battaglione Logistico «Friuli», subentrato nella stessa sede al «Trieste», inviò un nucleo soccorso in Piemonte, e addirittura un'intera compagnia a Pontelagoscuro, pron. ta ad intervenire qualora il fiume avesse dato corso alla sua minaccia. Non è stato neppure facile reperire testimoni diretti. Rimandiamo pertanto all'appendice «Ascoltando chi c'era» per far conoscere, dalla viva voce del più valido di essi, la cronaca e le emozioni vissute da quanti vennero inviati a prestare i soccorsi alle popolazioni sinistra te. Per quanto riguarda l' alluvione del 1976, alcuni testimoni diretti assicura-
no che essa non ebbe nulla da invidiare alle altre, in fatto di violenza e quantità di acqua convogliata dal Po in piena. Tra gli interventi effettuati dai reparti automobilistici, citeremo quello del V Autogruppo di Corpo d ' Armata di Treviso il quale- riferisce il suo comandante dell'epoca, tenente colonnello Giannino Garbelotto - venne impiegato in località Cavanella. L'Autogruppo era appena rientrato dopo mesi di lavoro trascorsi a soccorrere i terremotati del Friuli, quando venne chiamato ad assolvere a questo nuovo e diverso impegno. Si cercò soltanto d i affidare l' inca rico a quei reparti che erano stati meno impiegati. L'opera dei militari fu rivolta all'evacuazione di persone, al recupero di carogne dalle stalle nelle quali dovettero entrare trascinandosi con il fango fino alla cintola, e al recu pero e trasporto di masserizie. Vennero effettuati più viaggi, da Treviso al Polesine e, nel corso di uno di questi, a causa delle strade interrotte che costrinsero a qualche deviazione, un automezzo precipitò in un canale: gli uomini si salvarono a nuoto, ma tutto il materiale trasportato andò perduto. Altre notizie relative a questo intervento vengono rinvenute sulle pagine delle memorie storiche del 14° Battaglione Trasporti «Flavia » di Montorio Veronese, dove si legge che il15luglio del1976l'allora 14° Autogruppo di Manovra «Flavia» sostituì la Compagnia Genio in quanto gli autieri vennero ritenuti più adatti d ei genieri, in caso di evacuazione. I militari (1 ufficiale, 1 sottufficia le, 20 militari di truppa) si prodigarono generosamente insieme agli uomini del Genio Civile nell'opera di consolidamento delle banchine marginali in procinto di cedere. Dopo queste notizie che - lo ammettiamo- peccano di approssimazione e stringatezza, passiamo a riferire nel dettaglio l'attività dei reparti automobilistici in occa sione dell'avvenimento più recente. Alluvione del1994
Le prime unità chiamate ad intervenire, fin dal primo profilarsi della minaccia, furono ovviamente quelle con sede nel territorio. Il Battaglione Logistico «Taurinense », di stanza a Rivoli, comandato dal tenente colonnello Rosilio Maggi, era stato allertato dal Comando della stessa
Brigata, che ha sede in Torino, caserma «Monte Grappa». Già nella mattinata del6, domenica, mentre ancora imperversava il nubifragio, un certo numero di mezzi partiva per recarsi a recuperare soldati d ella compagnia genio che a loro volta si erano mossi in precedenza per andare a fornire i loro mezzi speciali per le esigenze dell'alluvione. Il lunedì 7, altri automezzi partivano per recarsi a Roasio, presso il locale deposito di commissariato, a prelevare 6 cucine rotabili. Contemporaneamente, un'autobotte con acqua potabile veniva inviata ad Alba. Il Comando Brigata emanava successivamente l'ordine di tenere a disposizione, 24 ore su 24, 2 ufficiali, 2 sottufficiali e 50 militari di truppa. Il personale restò in attesa di ordini fino a tutto il giorno 9, mercoledì, senza mai lasciare la caserma. Soltanto la sera dello stesso giorno giunse l'ordine di recarsi, l'indomani, a prendere disposizioni presso il2° Reggimento Alpini, a Ceva; disposizioni che si concretizzarono nella fornitura di 2 ufficiali e 30 militari di truppa per le esigenze di due paesini del cuneese: Lisio e Viola, situati a circa 30 chilometri da Ceva. Divisi in due aliquote di pari entità, gli uomini si diressero verso le due località, tra loro contigue. Le strade, per fortuna, erano ancora transitabili; solo un breve tratto, lungo l'itinerario, era franato, ma non in misura tale da impedire il passaggio. Il torrente che aveva causato danni nella zona interessata era il Mongio, modesto subaffluente del Tanaro, abitualmente innocuo, ma che nella circostanza si era preso la soddisfazione di atteggiarsi a fiume di prima grandezza. Ora le acque si erano ritirate ed avevano lasciato uno spettacolo allucinante: alberi sradicati lungo tutto l'alveo, smottamenti ovunque; in un certo punto avevano fatto appena in tempo a spostare un palo della luce, prima che esso venisse trascinato via. A Lisio c'era un edificio addirittura spaccato a metà nel senso dell'altezza, con tutto l'interno in piena luce, còme si vede in certi modellini di casa per bambole. Gli uomini, giunti s ul posto, vennero messi a disposizione dei sindaci che subito rappresentarono le esigenze delle comunità da essi presiedute. Le operazioni presero immediato avvio, sotto la direzione di un brigadiere dei carabinieri e di un agente forestale.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
27
CAPITOLO
28
2
Si trattava di lavoro manuale, crudamente e brutamente manuale, non essendoci strade idonee a l transito delle macchine operatrici; ma l'autiere, quando occorre, lascia il volante e afferra il badile. A Viola, il pericolo maggiore era costituito da una frana che era scivolata verso il paese e la cui massa fangosa si era arrestata a ridosso delle pareti d i un albergo . Con lavori eseguiti tutti ed esclusivamente a mano, vennero scavati dei condotti nella massa di terra, d ove vennero infilati dei tubi con funzione di drenaggio dell'acqua che altrimenti avrebbe fatto scivolare ancora di più la frana, con aumento di pressione sull'edificio e conseguente rischio che esso venisse spazzato via. Il lavoro non si interrompeva neppure d i notte, essendovi necessità di continue ispezioni, tese ad esaminare l'evolvere della situazione. Ogni due o tre giorni passava un geologo a saggiare le condizioni del terreno. Il lavoro si sarebbe rivela to u tile e l'albergo venne salvato. A Lisio, il compito più gravoso fu invece quello di sgomberare dal fango una macelleria. Anche qui si trattò di un'operazione effettua t a tutta a forza di braccia. Alla fine il proprietario rivelò ai soldati la quantità di fango da essi sgomberato: 600 mc! Lo stesso macellaio aveva subito enor mi danni, con la perdita di un capannone del quale era rimasto soltanto il pavimento di cemento. Ammirevole, tuttavia, il comportamento tenuto da questa persona che, mentre tutto ciò accadeva, aveva avuto il sangue freddo di filmare l'intera scena con la propria telecamera. Il filmato sarebbe poi stato trasmesso in un servizio del t~legiornale di Canale 5. Le operazioni iniziavano tutti i giorni alle 7 e 30, ora alla quale il personale si recava sul posto di lavoro ad attendere l'arrivo del brigadiere e del forestale. Gli spostamenti avvenivano con gli stessi mezzi del battaglione; i con- · tatti con il campo base d i Ceva venivano tenuti a mezzo radio. Per l'alimentazione del personale veniva provveduto con prelevamento d i v iveri presso il campo base e confezionamento dei pasti presso un ristorante. Per riposare, si dormiva in sacchi a pelo nei locali del comune. Lo stop alle operazioni giornaliere veniva dato solo dal sopraggiungere del buio. L'impegno di tutti fu veramente encomiabile, poiché ognuno avvertiva la
necessità del proprio apporto e si sentiva gratificato dalla sensazione di fare qualcosa di veramente utile. Sintomatico l'episodio del salda t o che venne raggiunto dalla notizia della morte della nonna mentre era impegnato nei soccorsi: invitato a prendersi una breve licenza per partecipare ai funerali, egli vi rinunciò, per non far perdere il proprio contributo di fatica. Il personale rimase sul posto per 13 giorni ed andò via soltanto dopo esplicita dichiar azione dei sindaci di non aver più bisogno della collaborazione dei soldati. Anche il Battaglione Logistico «Cremona», con sede a Venaria (TO), comandato da l tenente colonnello Domenico Marfè, entrò immediatamente in azione a l manifestarsi dell' emergenza, svolgendo soprattutto quella che è stata da sempre l'attività precipua del Corpo, il trasporto. Un'autocolonna di 18 ACM venne subito inviata a prelevare materiale (in particolar..e brande e coperte) dai magazzini della Protezione Civile di Torino per recapitarli presso la Prefettura di Pavia, dove il Ticino stava suscitando serie apprensioni. Nella giornata di domenica 6 novembre, 2 cucine da campo con relativi automezzi e personale vennero inviati a Cerro Tanaro e Rocchetta Tanaro, dove rimasero per quasi un mese. Come abbiamo riferito in cronaca, numerosi comuni erano rimasti privi di energia elettrica; per conseguenza, tra le attrezzature più richieste vi furono i gruppi elettrogeni; il Battaglione ne fornì due: uno al comune di Forno C anavese e uno ad Alba. Cessata la prima emergenza, con la riattivazione delle linee elettriche, entrambi vennero ritirati . Un motosollevatore venne fornito al Centro Rifornimenti di Commissariato (Ce.Ri.Co.) di Alessandria, pesantemente disastrato. Giornalmente, inoltre, era un continuo viavai di automezzi che prelevavano dai Ce.Ri.Co. di Milano e di Candiolo materiali (stivali, guanti, uniformi da combattimento, impermeabili da campagna, ecc.) per recapitarli sia al personale dello stesso Battaglio ne impegnato nelle operazioni di risanamento, sia a quello di altri reparti o di associazioni di volontariato. L'attività di trasporto e di distribuzione si estese anche a materiale prelevato dal genio, anch'esso particolarmente prezioso nel-
la circosta nza: si trattava, oltre che di attrezza ture più complesse, delle solite pale, dei soliti picconi che, per quanto la tecnologia si spinga sempre verso più elevati livelli di sofisticazione, nelle circostanze più critiche si rivelano sempre i più preziosi, i più pratici, i più affidabili. La stessa sede del reparto venne interessata da pressanti incombenze direttamente connesse con l'emergenza. Presso i suoi locali venne ospitato, per un paio di gio rni, prima del suo smista mento verso le località di destinazione, il 32° Reggimento Carri «Ariete». A favore dello stesso Reggi mento, come pure dell'82° Rgt. Ftr. «Torino» e del 2° Bersaglieri «Governolo», il Battaglione effettuò rifornimenti a domicilio di carburanti e parti di ricambio per automezzi. Presso il 33 ° Reggimento Logistico «Ambrosiano» (comandante, il colonnello Mario Righele), che ha sede presso la caserma «Montello» in Milano, fin dalle prime notizie d iffuse dai telegiornali, tra la sera del6 e il mattino del 7 novembre, era stata allerta ta un' unità a livello plotone trasporti, pronta a partire in qualsiasi momento, su chiamata. L'attivazione giunse invece il giorno 11, verso le 14. D'istinto, può apparire paradossale che un reparto militare si muova soltanto a quattro giorni di distanza dal disastro; il sentimento vorrebbe infatti che esso si trovi sul posto già all'istante stesso del suo verificarsi. Razionalmente, si dovrà invece convenire che, sul momento, ben poco aiuto è possibile apportare. Spesso, anzi, l'afflusso massiccio e scoordinato di soccorritori contribuisce soltanto ad acuire i problemi. Nel caso dell'alluvione in questione, nelle prime ore g li unici strumenti utili erano forse le imbarcazioni dei vigili del fuoco. Diciamo «forse» perché ... chissà·se quelle d ue povere sorelle di Crescentino, già in certo qual modo al sicuro s u un albero, oggi sarebbero ancora vive se il loro recupero fosse avvenuto qualche ora più tardi, anziché nel momento di massima furia delle acque? Un reparto militare che ha nel trasporto la più importante delle sue fu nzioni d eve muoversi a ragion veduta e dopo un rapido ma attento esame delle necessità e delle difficoltà. Al33° era stato assegnato il compito di costituire un Centro Raccolta e
Smista mento Materiale di Soccorso della Croce Rossa, nella zona di Vercelli. Nello stesso pomeriggio del giorno 11 un elicottero si levò in volo con a bordo il vice comandante del Reggimento, tenente colonnello Garrisi, per individuare dall'alto la zona più adatta allo schieramento d el Centro, zona che venne individua ta nell'aeroporto Del Prete. Alle 20, un'autocolonna di 40 automezzi di vario tipo (ACM, ACP, AR, motosollevatori, ecc.) sfilava dalla porta carraia della «Montello». A bordo, 7 ufficiali, 1Osottufficiali, 11O militari di truppa. Comanda nte dell'aliquota, lo stesso tenente colonnello Garrisi. Verso mezzanotte Vercelli era raggiunta e gli uomini vennero accasermati in locali forniti dal 131 o Reggimento Artiglieria. L'indomani, 12 novembre, prendevano avvio le attività di tras porto. Si trattava, come detto, di materiali che affluivano alla Croce Rossa da tutto il territorio nazionale, su iniziativa di associazioni, di ditte, di singoli privati. Materiali di ogni genere, dalle coperte, ai capi di vestiario, ai viveri, all'acqua minerale, ai med icinali. La generosità d egli Italiani si manifestava ad ogni livello. Nella montagna degli aiuti, si riconoscevano a nche singoli e semplici sacchetti della spesa, con dentro un po' di tutto, acquistati da anonimi cittadini che intendevano in tal modo esprimere la loro solidarietà. Nel primo viaggio, 5 autocarri si recarono presso la sede della Croce Rossa di Lodi a prelevare materiale che venne scarica to a Vercelli. Dall'inizio, e fino al20 d icembre, il prelevamento sarebbe avvenuto sempre presso la stessa sede d i Lodi. L'aspetto più significativo e più rilevante della missione era tuttavia quello della distribuzione; il rapporto tra i mezzi destinati alla distribuzione e quelli inviati al prelevamento era infatti mediamente di 4 a l. Il motivo era semplice: l'afflusso degli aiuti avveniva per lo più con trasporto a carico d egli stessi donatori, la distribuzione era invece a carico dei soli mezzi del Reggimento. Solo in un'occasione gli automezzi 'm ilitari si recarono a prelevare alla sorgente. Una ditta d i Cesena aveva messo a disposizione 6 tonnellate di corn flakes, ma non aveva mezzi disponibili per il trasporto. Furono necessari ben 6 ACP; un numero apparentemente esagerato, se si considera che per sei tonnellate sarebbe sufficiente un solo autocarro; spiegabile invece, ove si con-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
29
CAPITOlO
30
2
sideri l'estrema leggerezza del tipo di tua ti dal Reggimento, va segnalato quelmerce trasportata e, per conseguenza, lo del materiale per la costruzione del l'enorme ingombro. ponte Bailey a Monesiglio, lo stesso La distribuzione avveniva attraverponte che fu per qualche giorno al censo un meccanismo molto semplice. La tro delle attenzioni della cronaca per un competenza dell'inventario degli aiuti episodio singolare. Ottenuto attraverin afflusso era della Croce Rossa, che so una azione incisiva del sindaco, che provvedeva ad assumerli in carico e ad era ricorso perfino allo sciopero della approntare la documentazione necesfame, era stato montato dai pontieri del saria. In attesa della distribuzione, il genio. Erano trascorsi pochi giorni e, materiale veniva immagazzinato denbenché fosse ben visibile al suo imboc_tro capannoni dell' ALE, integrati da 15 co il cartello indicante la portata, un catende di grandi dimensioni. mionista incauto vi transitava sopra con I sindaci dei comuni sinistra ti rivolun autotreno dieci volte più pesante del gevano le loro richieste alle prefetture consentito col risultato, logico, di farlo crollare. di competenza e queste le inoltravano alla C.R.I. Si trattava di richieste spesIl comportamento dei militari, per tutta la durata della missione, fu veraso diversificate da paese a paese; per esempio, ad Alba, che aveva subito un mente encomiabile: morale sempre algrave guasto all'acquedotto, venivano tissimo, nessuno pose mai limiti alla inviati 209 mila litri d'acqua minerale propria fatica e nessuno frappose mai al giorno. la minima obiezione all'assolvimento Ogni mattina partivano i condutto- dei compiti più gravosi. Tutto questo ri, con i loro automezzi carichi, per ragnon faceva che rinnovare la tradizione giungere le località loro indicate di vol- instaurata da quanti, prima di loro, indossarono la stessa divisa fregiandosi ta in volta dai rappresentanti della C.R.I. Sul posto, la consegna avveniva ai sindelle stesse· mostrine e che la stessa gedaci o ai rappresentanti della stessa Cronerosità dimostrarono in analoghe difce Rossa; sempre, comunque, ad orgaficili circostanze. ni istituzionali, mai a privati. Impegnato fin dai prill)issimi moDi regola, una sola giornata era sufmenti dell'alluvione fu invece il l o Batficiente per effettuare il viaggio di andata, scaricare e tornare in sede. La cotaglione Trasporti «Monviso », che ha sede presso la Caserma «Angelo Pugnasa non era fattibile con alcuni paesini ni» (glorioso nome nella storia del Cordell'Appennino cuneese. In questi capo Automobilistico) in Torino. si, personale e mezzi pernottavano presso la caserma più vicina, per rientrare Quasi tutti i suoi effettivi, in varia misura e a vari livelli, vennero direttail giorno. successivo. Dal 20 dicembre, cessarono i prelemente impiegati nel corso dell' emervamenti e continuarono le sole distrigenza, a cominciare dal suo comanbuzioni, con ritmi ovviamente sempre dante, il tenente colonnello Franco Petti. A due mesi dall' alluvione c' erano anpiù blandi, per il progressivo allontanamento dell'emergenza e la riduzio- cora suoi uomini distribuiti nei luoghi ne del flusso di aiuti. Particolarmente più duramente colpiti. ridotta fu l'attività a ridosso delle feIl giorno 6 novembre, dalla sala opestività natalizie. rativa della RMNO, giungeva la notiOgni giorno, tutta l'attività svolta zia che buona parte del territorio della veniva monitorizzata, viaggio per viagRegione Piemonte, e in particolare delgio, carico per carico. Alla fine le statile province di Torino, Asti e Alessanstiche parleranno di 1500 tonnellate tra- . dria, aveva subito danni da inondaziosportate, con una percorrenza di 120 ne. Le notizie immediatamente succesmila chilometri. Il tutto, e la cosa non è sive non facevano che creare un quadro di poco conto, senza il minimo inci- decisamente allarmante circa le consedente, nonostante lo stato delle strade. guenze che l'evento aveva prodotto e Ogni giorno, tuttavia, alla partenza del- che avrebbe potuto ulteriormente prole colonne, era per tutti un patema d'adurre sulla popolazione. nimo continuo, che si smorzava solo Immediatamente veniva costituita quando, la sera, al rientro, i vari conuna «cellula operativa » presso il Coduttori fornivano assicurazione che tutmando di Battaglione a diretto contatto, 24 ore su 24, con la sala operativa to era andato per il meglio; e questo avveniva tutti i giorni, per tutta la duradel Comando RM, dalla quale riceveva ta della missione. le attivazioni che di volta in volta si renFra i trasporti più significativi effetdevano necessarie.
Una delle prime attività di soccorso fu l'invio di autobotti per trasporto di acqua potabile nei comuni dove l'emergenza idrica era maggiormente sentita. Il tempo necessario a riempire le cisterne ed il mattino stesso del 6 novembre lasciavano il Battaglione l'F / 190 autobotte da 8000 litri ed una cisterna da 6000 litri caricata su autocarro che prendevano la via di Foglizzo (TO), Ceva (CN), San Giorgio Canavese (TO), Alba (CN). La prima grossa difficoltà, per il Comando del reparto, derivò dalla precarietà dei collegamenti telefonici, essendo estremamente difficile, nei primi giorni, ricevere notizie o trasmettere ordini agli equipaggi. Nello stesso pomeriggio del6 giungeva la notizia che la diga sita in località Pralormo minacciava di cedere e veniva richiesto l'invio sul posto di un nucleo di autocarri. La scelta dell'ufficiale cadde sul sottotenente Foccillo il quale, rintracciato presso la propria abitazione, rientrava in caserma e alle 18 si metteva alla testa di cinque autocarri e dieci militari, dirigendosi a Pralormo, non prima di aver ricevuto dal suo comandante adeguato indottrinamento circa la delicatezza e pericolosità della missione. L' impegno maggiore per il reparto,
in fatto di uomini e mezzi impiegati, venne richiesto il giorno successivo, quando giunse notizia che il l o Reparto Rifornimenti di Alessandria era stato completamente sommerso da circa tre metri di acqua e fan·go. Solo dopo due giorni tuttavia, cioè dopo che il livello dell'acqua era sceso in misuratale da rendere accessibile il comprensorio, fu possibile inviare 1 ufficiale, l sottufficiale e 32 uomini di truppa. Merita riportare nei dettagli gli interventi sopra accennati, attingendo i particolari dalle testimonianze dirette di alcuni protagonisti che, isolati o al comando di piccole unità, portarono il loro contributo al fiume dei soccorsi. Il sergente Andrea Traini, già alle 7 e 30 del mattino della domenica dell' alluvione, era stato allertato affinché preparasse l'Fl 190 autobotte e si tenesse in condizione di partire alla prima chiamata, la quale non si fece attendere. Alle l Oe 30 riceveva infatti l'ordine di portarsi a Foglizzo, nella stessa provincia, a nord-ovest di Torino, dove un guasto all'acquedotto aveva lasciato privi di acqua potabile tutti gli abitanti. Un calvario, arrivare sul posto. Il ponte con cui la statale superava il fiu me Orco era crollato, sì che fu necessario portarsi sull'autostrada. Saltando dall'autostrada alla statale e viceversa,
Sembra un paradosso eppure, nel pieno di un'emergenza originata da un eccesso d'acqua, il bene di primaria importanza diviene l'acqua stessa (quella potabile ovviamente). Un'autobotte del t• Battaglione Trasporti «Monviso" distribuisce acqua agli abitanti di Foglizzo (foto A. Traini).
31
CAPITOLO
32
2
ci vollero 4 ore per coprire i 30 chilometri che separano Foglizzo dal capoluogo regionale. Le autorità comunali- sindaco in testa e collaboratori- erano tutte in trepida e impa ziente attesa. Singolare come, nei momenti di maggior ansia, una battuta sia sufficiente a sd rammatizzare l'atmosfera e a riportare la serenità. Alla vista dell'automezzo militare: «Fermate tutto!- ordinò il sindaco- è arrivato l'Esercito!» (L' Esercito= 1 autobotte, 1 sergente, l soldato). Pur sotto l'imperversare del diluvio, la popolazione si mise in disciplinata attesa sulla piazza, a far la fila dietro l'autobotte, ognuno munito di un recipiente. E subito, la prima difficoltà. L'autobotte non era dotata di rubinetti e il getto del su o bocchettone di scarico era assolutamente sproporzionato al diametro della bocca dei contenitori. Sorto il problema, trovato il rimedio, il più arti giana le, rus tico, ma efficace possibile. Dal portellone superiore vennero calati dentro la cisterna numerosi tubi di plas tica, o di gomma, di quelli comunissimi usati per innaffiare i giardini; un'aspira ta a pieni polmoni come si usa quando si travasa il vino e ogni tubo prese a distribuire l'acqua con un getto proporzionato alla bisogna. Soddisfatte le prime necessità, nei giorni successivi l'autobotte continuò la distribuzione, sia direttamente alla popolazione col solito sistema del sifon e, s ia con il bocchettone d eli' automezzo quando si trattava di riempire co ntenitori di maggior dimensione, quali botti, serbatoi, ecc. L'acqua veniva prelevata presso il vicino comune di Montanaro e qui s tava una (apparente) assurdità. Questo secondo comune era stato completamen"te devasta to da un fiume di acqua e fango di un metro e mezzo di a ltezza (si era salvata soltanto la caserma dei carabinieri, posta in posizione sopraelevata), ma il suo acquedotto si era preservato intatto. Al contrario quello di Foglizzo che, essendo a maggior a ltitudine, era s ta ta del tutto risparmiata, era inutilizzabile: dai rubinetti usciva soltanto un liquido dal poco rassicurante color marrone. L'autobotte restò a Foglizzo per una settimana, fino a quando cioè la U.S.L. non diede il suo benestare al ritorno dell'acqu a alla potabilità. Per tutto questo periodo il personale del «Monviso» fu ospitato presso il comune, dove riposava su brandine nell'ufficio della guardia comunale, man-
giando in trattoria. L'ospitalità del paese, nei confronti dei due militari, fu eccezionale. Per tutta la settimana non riuscirono a spendere una lira. Venne perfino loro impedi to di consumare i panini che si erano portati al seguito dalla caserma, per fruire invece dei pasti caldi al ristorante e di colazioni gratuite al bar. Perfino il giornalaio della piazza offrì loro la lettura g ratuita di tutti i giornali e le riviste esposti in vendita. Tutti i g iorni, alle quindici, giungeva una signora a servire un caffè fumante. Già dal martedì, con la riapertura della viabilità, gli abitanti di Foglizzo poterono ricominciare e rifornirsi di acqua miner ale a Torino, mentre quella dell'autobotte veniva impiegata per altri usi domestici. Il paese era piccolo e un'autobotte era sufficiente per i bisogni di un'intera giornata. Dopo una settimana, l'autobotte venne s postata a Cortemiglia, nella prov incia di Cuneo. Area devastatissima, senza un paragone possibile con la precedente. Nell'uni tà di crisi, per l'Esercito opera va ·un capita no degli alpini, in coordinamento con Vigili del Fuoco, Polizia, Corpo Forestale. Una disgrazia funestò la squadra dei soccor ritori proprio in quei giorni: un opera io dell'ENEL, incautamente avventuratosi da solo su un palo, era rimasto folgorato ed era caduto al suolo, dove era rimasto per venti minuti prima che qualcuno si accorgesse- troppo tardi, purtroppo- dell'incidente. A Cortemiglia però l'autobotte venne poco utili zza ta in quanto, essendo franata una strada sotto il peso di un'autobotte dell'Aeronautica Militare, ·con grosse difficoltà per il suo recupero, il transito era possibile solo per i mezzi più legger i d el Cor po Forestale. Dopo qualche giorno il sergente venne inviato ad Alba, in quei giorni tanto affollata da soccorritori, specie volontari, che non vi era più posto negli alberghi. I problemi di questa cittadina erano di ordine diverso. Occorreva molta acqua anche q ui, ma soprattutto per ripulire le strad e e le case dal fango. Ogni mattina, quindici autobotti partivano per Monteu e Monticelli, alcune a caricare acqua potabile, altre acqua per il lavaggio. Il servizio del sottufficiale continuò per vari paes i del canavese, con spos tamenti da un comune all'altro a seconda di dove più veniva sentita la necessità, fino a l 10 dicembre, quando giunse l'ordine d i rientro.
II sergente m aggio re Lanfranco Ingrosso ci relaziona invece s ui soccorsi prestati da un consistente nu cleo del Battaglione, composto da l ufficiale, 2 sottu fficia li e 32 milita ri di truppa (tra cui una decina di conduttori), agli ordini del sottotenente Alessandro Russo, alla caserma «Arta le» sede del 1o Reparto Rifornimenti ad Alessandria, che era sta ta orribilmente disastrata. La corrente di un abitualmente modesto corso d'acqua che corre nei pressi aveva demolito e s pazzato via per centinaia di metri il muro di cinta e il fango era entrato ovunque, sfondando porte, svellend o finestre e trasci nando con sé tutto ciò che era conservato all' interno dei magazz m1. eppure un bombardamento, per quanto violento, sarebbe riuscito a provocare ta nta distruzione. Ormai, anche presso le a utori tà co n1petenti s i parlava apertamente di una soppressione dell'ente, g iudicato irrecuperabi le. Ciononostante tutti - dipendenti dello stabi limento e soccorritori- s i rimboccarono le ma niche. Gli autieri del Monviso misero subito mano alla delimita z ione d el perimetro dell' infrastruttura, sostituendo il muro crolla to con un rotolo di concertina, abbinata ad una rete d i plastica rossa. Operazione semplice, in a pparenza, eppure irta di trabocchetti e dì ins idie tanto che non
fu possibile effettuare lo stendimento lungo l' esatta linea prima seg uita dal muro. La corrente dell'alluvione, infatti, aveva provocato danni non solo in superficie, ma anche in profondità, generando delle bolle d'aria nel terreno dentro le quali si correva il serio rischio d i ven ir ris ucchiati. La concertina venne a ppli ca ta, con funzione antìsciacallaggio, anche attor no ad una casa adiacente. In quei giorni, con il ritorno d el torrente agli abituali livelli, riaffi o rò il cad avere di una d o nna. Era s ta ta trascinata via dalla corrente, dopo essere s tata s trappata dalle mani del frate llo che aveva inva no tentato di trattenerla, alcuni chilometri più a monte, ed il s uo corpo si era incagliato lì, a pochi passi d all a caserma. Era s u lla sponda opposta, d alla quale era però impossibile la discesa s ul greto del torrente, m entre da ques t'altra parte l'avvicinamento era ostacola to da uno s pesso, vischioso e ins idi osissimo s trato di fango. Si fentò con un M 113 che però r imase intrappo la to. Fu allora d is posta una passerella di tavole sopra il fango s tesso, attraverso la quale venne avvicinata una bara dove il cadavere venne chiuso, per esser poi condotto via su una AR. Terminato il lavoro di s tesura d ella concertina, s i pose mano allo sgombero dal fango di tutti g li uffici della Di-
Fra le caserme più disastrate va annoverata la «V. Arta/e», di Alessandria, sede de/1 • Reparto Rifornimenti. L'ondata di piena ha spazzato via il muro di cinta a partire dalla colonna che fa da stipite al cancello d'ingresso (foto L. Ingrosso).
33
CAPITOLO
2
Una spessa coltre di fango copre i piazzali e i cortili della Caserma «V. Arta/e" (foto L. Ingrosso).
34
rezione e al recupero di ordigni e materiale vario dai campi circostanti. Tutto ciò che la corrente aveva strappato dai magazzini era s tato disseminato parte nei dintorni e parte trascinato chissà dove, forse fino al Po, o fino al mare (chissà che un giorno qualche pescatore dell'Adriatico non possa ritrovare nella sua rete anche un cinturone o una maschera antigas) . Qualche contadino si era ritrovato delle bombe in mezzo ai campi, sì che si dovette cercare di recuperare quanti più ordigni possibile, tra il fango che avvinghiava, risucchiandoli, i piedi degli operatori ed entrava, da sopra, fin dentro gli stivali. Il materiale delle trasmissioni e quello NBC, una volta recuperato, venne accantonato presso la P SARE di Torino. Tutto il personale lavorò con una alacrità ed un impegno senza limiti, tutti i giorni, dalle prime ore del mattino fino alle 22, quando si recava a trascorrere alcune ore di riposo presso il 21 o Reggimento Fanteria «Cremona », in Alessandria, la cui caserma non era stata investita e che provvedeva anche al vettovaglia mento. Non esistevano più gradi che imponessero una ripartizione tra i diversi livelli di lavoro. Tutti facevano tutto, e al meglio delle proprie possibilità. Vi furono soldati che, pur avendo riportato abrasioni o pericolose punture di chiodi, rifiutarono di farsi ricoverare per timore di far perdere il proprio contributo.
La sola presenza dei soldati costituiva per se stessa anche una realtà rassicurante per la popolazione che durante il giorno doveva spostarsi per trasferirsi presso case di conoscenti: il sapere che, fino alle ventidue, essi erano lì, a disposizione, infondeva un senso di sicurezza contro ogni possibile pericolo. Ma era lo stesso atteggiamento della gente a fornire ai militari una ragione morale in più per dare tutto di se stessi. Passavano infatti le vecchine, con la borsa della spesa; si fermavano e scambiavano due chiacchiere con iragazzi dalle divise inzaccherate di fango. Piangevano, al vedere distrutto in un momento quanto avevano costruito e conservato per tutta una vita. «Eppure - dicevano, facendo coraggio a se stesse - bisogna andare avanti. La v ita deve continuare! ». Il trattamento economico per i militari impegnati nelle operazioni di soc_corso era quello di missione, ma tutti, consci della necessità di effettuare una stretta economia, cercarono per quanto possibile di appoggiarsi a caserme o struttu re pubbliche, per non gravare con rimborsi spese sul bilancio dell' amministrazione. Tra le esperie nze vissute d agli uomini del «Monviso» durante l'intera operazione di soccorso, una delle più avvincenti e più dense di pathos fu forse quella del sottotenente Francesco Foccillo. Non ne parleremo in questa sede, riservandoci di dedicare alla vi-
IL CORPO AUTOMOBJL/STICO N ELLE PUBBLICHE CA LAMITÀ
Il personale del 1• Battaglione Trasporti «Monviso" è all'opera per sgomberare dai detriti le infrastrutture della caserma "Arta/e" (foto L. Ingrosso).
cenda maggior spazio nella rubrica dedicata alle testimonianze. Le cifre del consuntivo finale per il 1° Battaglione Trasporti «Monviso»_parlano di 5 ufficiali, 7 sottufficiali e 158 militari di truppa impegnati nei soccorsi, anche se non contemporaneamente. Gli automezzi impiegati furono 79 (in gran parte autocarri), che coprirono una percorrenza di 60.210 chilometri. Nel disastro che investì il l o Reparto Rifornimenti venne direttamente coinvolta anche la Y ORE (mutata in CERIMANT il22 maggio 1995), con sede presso la caserma «A. Mercanti» di Milano. Presso la stessa caserma «Artale» era stanziato infatti un suo laboratorio che, analogamente a tutto il resto del comprensorio, venne inondato di fango, tanto che per diversi giorni non fu neppure possibile accedere all'interno delle sue stanze. Quando ciò fu possibile, sia da parte dei tre sottufficiali e dei tre impiegati civili della ORE ivi in servizio, sia da parte di squadre inviate in rinforzo, vennero estratte e portate a Milano attrezzature e dotazioni insieme ad una parte di quelle dello stesso Reparto Rifornimenti. Per il trasferimento di tutto il materiale furono necessari 18 autocarri inviati in tre mandate. Tutto venne accuratamente lavato, bonificato e sottoposto a revisione, anche mediante il concorso di ditte civili convenzionate. Nel giugno del1995, cioè sette me-
si dopo l'alluvione, l'intera operazione doveva ancora concludersi. Non solo i reparti stanziati nella regione prestarono i soccorsi nella drammatica circostanza. Aliquote di diversa entità e concorsi di uomini e mezzi vennero forniti anche da reparti più lontani. L'operato di alcuni fu addirittura oggetto di articoli di cronaca, seguiti da riconoscirn~nti da parte delle superiori autorità. E ciò che avvenne a due sottufficiali del soBattaglione Logistico di Manovra «Euganeo» di Treviso. Riportiarno, integrale, il testo del comunicato stampa n. 21 della città di Alba che sarebbe sta to riportato sulle pagine di cronaca di numerosi quotidiani. «Fra i tanti interventi che le Forze Armate compiono ogni giorno in Alba e nell'albese, a seguito dell'alluvione e delle conseguenti frane, ne segnaliamo uno particolarmente importante, accaduto a Treiso, venerdì 18 novembre alle 15 e 30, che ha salvato la vita a Da~ nilo Perna, un ragazzo di 15 anni di Treiso. La zona di Treiso è in questo periodo particolarmente franosa e la st"essa strada comunale è danneggiata in più punti e consente transiti difficili e pericolosi che solo i mezzi di soccorso percorrono. Nel pomeriggio di ieri una frana ulteriore si è staccata dalla collina e ha travolto il ragazzo che si è trovato immerso nella melma e stava sprofondando sino alle spalle.
35
CAPITOLO
2
Le suppellettili distrutte vengono a costituire enormi cataste di legno {foto L. Ingrosso).
36
Alle grida di aiuto del ragazzo e deldi costituire una base di assistenza per la mamma sono accorsi quattro militatutte le autocolonne in afflusso dalla ri ch e trans itavano in zona: il Serg. Regione Militare Nord-Est. Questa venne approntata presso la Stazione di SerMagg. Giuseppe Caroli, il Serg. Michele Capetti del Terzo Stornw dell'Aerovizio Autostradale di Monte Alto, tra nautica di Villafranca, il M.llo Capo Brescia e Verona. Era tale il flusso di auGiuseppe Zarbo e il M.llo Ord. Giutomezzi lungo l'a rteria autostradale, seppe Pasquali del 5° Battaglione Lo- che si rese necessario coordinare i movimenti per mezzo di un elicottero il gistico di Manovra «Euganeo» di Treviso. Raggiunto il luogo della disgrazia quale, sorvolando la zona dall'alto e tee resisi conto della grave situazione di nendosi in contatto radio con le varie pericolo, hanno fatto in tempo a imbraautocolonne, segnalava loro la necesgare il ragazzo con le attrezzature di cui sità di sostare presso una stazione predispongono i loro mezzi e hanno tentacedente, in attesa che quella di Monte to di sollevarlo; non riuscendovi, due Alto venisse resa libera. L'assistenza militari sono scesi nella frana che convenne replicata dopo il2 dicembre a favore delle autocolonne in rientro. tin uava a sprofon dare e risucchiare il ragazzo e i utilitari stessi. Scavando con le mani per allentare la presa della melNel mese di aprile 1995 i fiumi del ma, hanno facilitato l'opera di sollevaPiemonte, a seguito di ulteriori abbonmento del ragazzo che è stato tratto in danti piogge, con g li alvei ancora insalvo seminudo, in quanto gli abiti so- gombri dei residui della piena, diedeno stati inghiottiti dal fango. ro la sensazione d i voler concedere un a replica, tanto che vi furono dei suicidi Le condiz ioni del ragazzo sono buone, lamentando solo dolori nella zona di persone già moralmente ed econolombare dovuti alla tensione cui è stato micamente distrutte dall'alluvione di sottoposto per estrarlo dalla meh:na. I minovembre. La Protezione Civile dava litari che hanno partecipato alle opera- così avvio all'operazione «Castoro», cozioni di sa lvataggio, durate fortunata - sì denominata perché si proponeva di mente appena 15 minuti, hanno detto di · d isos truire i corsi d'acqua soprattutto aver avuto la sensazione, stando nella dai tronchi d'albero, per impedire che frana che inghiottiva tutto, di precipita- essi facessero da «tappo» per successire nel vuoto per incontrare la morte». ve piene. A questa insolita e provvida Ai quattro militari venne consegna- operazione vennero chiamati a contrito un riconoscimento da parte dello buire, con uomini e mezzi, anche i restesso comune di Alba. Ai due sottufparti automobilistici della regione. ficiali del Battaglione Logis tico, il Co«A voler essere precisi - commcn tamando del 5° Corpo d'Armata concesva sagacemente un ufficiale alpino se un encomio semplice. l'operazione avrebbe dovuto essere chiamata "scastoro", perché i castori le Al24 ° Reggimento Logistico << Dolomidighe le costruiscono, non le distrugti» di Merano venne affidato l' incarico gono» .
Tra i giovani autieri che prestarono i soccorsi alle popolazioni civile colpite dall'alluvione del Polesine nel 1951 , c' era l' alloro sottotenente del Corpo Automobilistico G iann ino Garbelotto, classe 1926, oggi Presi dente della attiva sezione A .N .A.I. di Trevi so. A ll'epoca, eg li prestava servizio quale sottotenente d i complemento, con le mansioni di Capo Sezione Officina, presso l' Autoreparto della Divisione «Mantova » a Udine, comandato allora dal capitano Aladi- . no March iori . L' un ità, dopo essere stata «Reparto Trasporti» del Gruppo Combattimento «Mantova», aveva da poco assunto la nuova denominazione . Così l' ufficiale racconta la propria esperienza.
«Do uno quindicina di giorni l'Autoreparto era stato allertato, con le analoghe unità stanziate nel Triveneto, in Lombardia, in Emilio Romagna. A Pontelogoscuro, nel ferrarese, c'ero, e c'è tuttora, l'ultimo delle stazioni di rilevamento idrometrico distribuite lungo il corso del Po, quella che praticamente /o vede nelle sue massime dimensioni, dopo che l'ultimo affluente ho versato il suo contributo al gronde fiume e primo che i bracci del delta comincino o frazionarne lo portato. Qui, da d iversi giorni, g li addetti a l rilevamento osservavano con sempre maggior inquietudine quell'acqua limaccioso che continuova o salire, dopo aver superato il livello di guardia, fino o che, o Occhiobello, si aprì lo squarcio sull'argine. Attraverso di esso, uno prepotente volongo d 'acqua avevo cominciato o riversarsi sulle compagne circostanti. Immediato, dallo stazione di rilevamento venne lanciato l'allarme o tutte le prefetture, allarme rimbalzato a cascato verso tutti i comandi civili e militari. Oggi, ogni volto che si verifico uno emergenza di origine naturale, è consuetudine lamentare lo scorso tempestività dei soccorsi, per quanto questi possono essere rapidi ed efficaci. Eppure oro c 'è uno Protezione Civile, esistono piani per far fronte alfe varie calamitò, vi è un certo coordinomento tra i vari organi preposti; esiste lo possibilità di realizzare collegamenti efficientissimi che forniscono notizie in tempo reale, periodicamente vengono effettuate esercitazioni congiunte e, soprattutto, è presente la televisione che, mostrando in diretto le immagini di uno calamitò, fornisce indicazioni per l'individuazione delle necessitò e dei possibili tipi di intervento. Alloro non esistevo nullo di tutto ciò: nessuno organizzazione precostituito; tutto ero affidato all'inventivo dei singoli organi. Non ricordo il giorno esatto; ricordo in-
vece l'oro: erano le 17, quando il Capo Ufficio Servizi dello Divisione, tenente colonnello Lo Bozzetto, ricevuto lo richiesto di intervento, diede l'ordine di partire. Dall'Autoreparto mossero 2 outosezioni di Bianchi <:Civis>> al completo. Erano, i nostri automezzi, tra i primi dotati di ovviamento o batterio anziché o inerzia. Con le due outosezioni mosse lo Sezione Officina, su 2 autocarri soccorso Commer B. B., un G .M .C. autofficina, un Dodge 3/4. In tutto, 52 automezzi, 104 autieri, più uno decina di operai civili dell'officina. Compito assegnato all'Autoreparto: costituire un posto di rifornimento mezzi; vale o dire che avremmo dovuto fornire automezzi o chiunque ne avesse bisogno, su richiesto delle competenti autorità. Il coordinatore dell'intervento era il maggiore Agostino Sordi, comandante anche del V Autogruppo della Regione Militare Nord-Est (alloro più propriamente chiamato V Comi/iter) , di stanza o Padova. A lui avremmo dovuto far capo per l'espletamento dei nostri servizi. Il viaggio da Udine o Rovigo fu un vero calvario, con uno nebbia do tagliarsi col coltello che non consentivo di vedere al di là del parabrezza. G ià alla partenza esso ci costrinse a perdere uno buono mezz'oro presso lo porto carraio dello caserma, nell'incertezza se avventurarsi o meno in quel more di ovatta. Nel volgere di poche ore fummo messi a terra. Uno delle caratteristiche dell'impianto elettrico del Bianchi Civis è infatti quello di non riuscire od effettuare lo ricorico dello batterio se il veicolo non raggiunge uno certo velocità. Poiché, o causo dello nebbia, questo velocità non venivo mai raggiunto, o metà percorso restammo senza fori. Mentre l'autista guidavo , il copomocchino dovevo collaborare attivamente, tenendo il capo fuori del parabrezza, riparandosi come potevo, per segnalare possibili ostacoli, ostacoli che spesso venivano avvistati solo perché si andavo o cozzarci contro: più di uno volto ci accorgemmo dell'esistenza di un pericolo so/o per aver travolto il cartello che lo segnalavo. Molte le strade interrotte che ci costringevano o problemotiche deviazioni. Nessun incidente, per fortuna, o fo'rse è meglio dire per abilità. L'aver infatti condotto o compimento un viaggio in simili condizioni la dice lungo sul livello di addestramento raggiunto do tutti i conduttori. Tra questi, ve n'erano diversi di classi anziane. Ne ricordo uno in particolare che ero della mio stesso classe: gli avevamo conferito i gradi di caporalmaggiore e, con lui, potevo vivere tra due guanciali; dotato di co-
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
37
CAPITOLO
38
2
risma naturale, sapeva farsi rispettare istintivamente, tanto che i dipendenti ascoltavano quasi più i suoi ordini che i miei. Giungemmo finalmente a Rovigo dove, come sede, ci venne assegnato il piazzale antistante la stazione ferroviaria. Il nostro servizio si sarebbe protratto per un paio di settimane, prima di venir avvicendati da altri reparti. Eravamo a disposizione della prefettura e del comune, ma tutto si svolgeva all'insegna dell'improvvisazione. Si viveva alla giornata, inviando macchine ed autisti ovunque ci veniva richiesto. Per dormire, quand'era possibile, avevamo gli stessi cassoni degli automezzi. La scena che si ripeteva ogni mattina, all'avvio dei servizi, ci faceva tornare in mente quelle che alcuni ex autieri di classi di poco più anziane della mia ci raccontavano a proposito della loro esperienza in Russia. La scarica rapida ricevuta dalle batterie a causa del viaggio, e l'impossibilità di provvedere a ricoricarle per le particolari condizioni operative facevano sì che al mattino l'unico automezzo in grado di avviarsi da solo fosse il G.M.C. Con esso potevamo mettere in moto, a traino, tutti gli altri. Quando invece si prevedeva di dover utilizzare con immediatezza alcuni automezzi, questi venivano lasciati in moto anche tutta la notte. Il paesaggio attorno era un immenso lago, dal quale emergevano le cime degli alberi e i tetti delle case. Sopra e dentro molte di queste c'erano ancora i rispettivi inquilini, in attesa dei soccorsi. Molte strade, che l'ondata aveva divelto, erano state approssimativamente rabberciate con terrapieni. l pompieri, dotati di natanti, si avventuravano nel fiume o sulla superficie della palude, aggirandosi da una casa all'altra per recuperare persone e masserizie e trasportar/e verso i nostri automezzi che attendevan"a all'asciutto. Effettuato il trasbordo, era nostra incombenza recapitare il carico dove ci veniva indicato. La gente aveva dimenticato colori e bandiere, e tutti indistintamente si prodigavano per soccorrere chiunque fosse in difficoltà. Nei giorni della nostra permanenza a Rovigo venne turata la falla di Occhiobello e ricostruito l'argine, ma i soccorsi andarono avanti ancora per molto tempo, fino al ristabilimento di una certa normalità. La situazione che si viene a creare in occasione di una pubblica calamità è peggiore di una guerra. In questa, almeno, c'è un nemico ben individuato da combattere; i militari sanno ciò che devono fare perché sono addestrati.
In una catastrofe naturale, invece, c e solo caos e incertezza. Molti sinistrati si abbandonano a piagnistei, nel tentativo di commuovere i soccorritori. Avviene così che qualcuno, che pur ha subito lievi danni, per il solo fatto di aver pianto più forte, riceva di più rispetto a un altro, magari maggiormente sinistrato, ma che nel frangente preferisce conservare una silenziosa dignità e rimboccarsi le maniche. Una cosa voglio puntualizzare, a proposito dell'autiere, del quale nessuno tesse le lodi quando opera in situazioni analoghe, almeno non quanto avviene per altri corpi, rispetto ai quali egli rivela una coscienza morale sicuramente non inferiore. Nelle calamità naturali egli diviene un «secchione» e con il suo automezzo andrebbe in capo al mondo. Il fatto stesso di disporre di una macchina lo fa sentire realizzato, infonde in lui determinazione e sicurezza nei confronti del compito che gli viene assegnato. Egli sa quel che deve fare, sa che è molto ciò che può fare e non si tira mai indietro. Non ritengo un luogo comune l'affermare che l' autiere,_responsabilizzato, diventi un «robot». Non guarda orari, non sente gli stimoli della fame, non teme il contatto con cadaveri, anche quelli incomposti. Lavora assiduamente stringendo i denti, più che mai convinto di fare e aver fatto il solo suo dovere . Nella specifica circostanza dell'alluvione del Polesine, pur con la febbre , i conduttori lavorarono ugualmente, dormendo nelle peggiori condizioni e al freddo. Questo si ripete in ogni circostanza, eppure l'autiere è quasi sempre, tra tutti i soldati, il più bistrattato». La nostra vettura, con la quale stiamo percorrendo in lungo e in largo il Paese alla ricerca dei protagonisti della storia recente del Corpo Automobilistico, arresta la sua corsa di fronte allo porto carraia della caserma di Torino dove ho sede il l o Battaglione Trosporti «Monviso» . Mentre attendiamo lo lento schiuso dei battenti, il nostro sguardo si poso sullo targa mormorea che identifico lo struttura militare e leggio. mo un nome o noi familiare: «Caserma Genera le Angelo Pugnoni». Pugnani , un nome i ll ustre nel campo dell' automobilismo con le stellette, specie per essere stato l'unico, fino ad oggi, a scrivere una Storia dello Motorizzozione Mi litore, fermandosi però sul finire degli anni Venti. E noi siamo qui proprio per continuare lo suo storia e portarla fino ai nostri giorni. Un bagliore di assurdo presunzione che si accende nella nostra mente ci sospinge verso un silenzioso, intimo sorriso: vuoi vedere che, fra cinquanta anni, quolcun a ltro
leggerò il nostro nome su una lapide di qualche a ltra caserma? Poco dopo, siamo al lavoro. Il giovane sottotenente Francesco Foccillo che il comandante del Battaglione, tenente colonnello Franco Petti , ci ha messo a d i sposizione, appare un po' disorientato, quasi colto alla sprovvista. Ricordi ed emozioni riaffiorano, tutti insieme, in un tumul to nel quale le une sembrano voler sopravanza re gli altri, anticipando di volta in volta quegli episodi che una rigida cronistoria vorrebbe colloca ti successivamente, tan to che · l'ufficiale è spesso costretto a riportare la propria memoria sui suoi passi a catturare avvenimenti via via sfuggiti. Nostro compito, quello di ricollocare ogni tessera del mosaico al suo giusto posto, per dare agl i episodi una sequenza temporale aderente al loro reale svolgimento. «Ero appena tornato da Falconara - prende a raccontare il sottotenente - dove ave-
vo trasportato un carico di aiuti umanitari destinati alfa Bosnia, ed ero a casa mia, a Torino. Fuori, il diluvio imperversava in tutta la sua furia. Ascoltavo i telegiornali, specie quelli regionali e focali, più ricchi di dettagli, e mi stavo chiedendo come mai non mi avessero ancora chiamato, quand'ecco, alle 16, lo squillo del telefono: «Corri subito in caserma!». Alfe 18, con 5 ACM ed una decina di militari, ero fuori. Il buio dell'ora già inoltrata per un mese come novembre era acuito dal muro d 'acqua e dallo sbarramento di nubi in cielo. Destinazione: Pralormo, dove dicevano che un gravissimo pericolo stesse minacciando il paese.
Mi avviai lungo la strada che la cartina indicava come la più ovvia, ma la trovai sbarrata. Tornai indietro, saggiando un'altra direzione, ma sembrava di camminare sul bagnasciuga del mare, con l'asfalto inghiottito dall'acqua fangosa . Tra quei canali d'acqua che avevano mutato Torino in una nuova Venezia in tempesta, i Vigili del Fuoco erano già all'opera, con i loro mezzi speciali, per portare in salvo la gente bloccata nelle case. Dopo aver vagato non so più quanto tempo, mi imbattei in una pattuglia di carabinieri, ai quali dichiarai l'obiettivo della mia missione pregando/i, se possibile, di farmi da scorta. Soltanto in questo modo, con i carabinieri davanti a far da staffetta, potei raggiungere la destinaz ione. C'era gente già all'opera e tutto lo scenario era illuminato a giorno dai riflettori azionati da gruppi elettrogeni. Pralormo è un paesino a circa 30 chilometri a sud-est di Torino, costituito da due borgate: una, la più antica, sospesa in alto, sulle pendici della collina, non correva alcun pericolo; l'altra, Pralormo bassa, era invece sovrastata alfe spalle dalla diga del Lago della Spina. Si trattava di una diga in terra, costruita con scopi irrigui non meno di 200 anni prima. Il bacino, alimentato da quella pioggia di indicibile violenz a e durata, aveva cominciato a tracimare dal sabato sera. Il bordo superiore della diga, da uno spessore largo quanto una buona strada provinciale che aveva in precedenza, aveva già subito una forte erosione e, in alcuni punti, si era ridotto ad una modesta passerella di meno di un metro di ampie zza. Il materia-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO N ELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Il sottotenente Francesco Foccillo con parte dell'aliquota di militari che hanno vissuto l'angosciosa avventura della diga di Pralormo (foto F. Foccillo).
39
CAPITOLO
2
/lago di Pralormo e, in primo piano, la diga che per tanti giorni tenne in apprensione, oltre agli stessi operatori, anche migliaia di piemontesi (foto F. Foccillo).
40
le ferroso di cui essa era costituita si stava sempre più impregnando, trasformandosi in una mossa di fango che rischiava di liquefarsi da un istante all'altro. l/lago, che le cartine ci mostravano come un insignificante schizzo azzurrino, quasi una macchiolina sfuggita alla penna del cartografo, appariva ai nostri occhi come un mostro immenso, sconfinato, pronto a squarciare la gabbia nella quale era stato rinchiuso per secoli, per avventarsi e sbranare tutto ciò che gli si fosse parato davanti. l tecnici avevano effettuato i loro calcoli: il bacino conteneva 2 milioni di metri cubi d'acqua che, ad una rottura improvvisa dell'argine, avrebbero provocato un'onda di 4 metri di altezza per due chilometri di ampiezza. A Pralormo bassa erano presenti i rappre$entanti di tutte le organizzazioni dello Stato: Esercito, Carabinieri, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale, Croce Rossa; c'erano lo stesso prefetto di Torino, funzionari della protezione civile, tecnici ed operai della SNAM. L'esplosione della diga avrebbe potuto essere improvvisa; perciò, il compito di primaria importanza era quello di evacuare e portare in salvo gli abitanti di Pralormo e la cosa non fu affatto facile. Nessuno voleva saperne di andarsene. Lì c'erano le loro case, tutti gli oggetti e le realtà che da sempre costituivano la loro stessa esistenza; c'erano soprattutto gli animali degli allevamenti che essi non intendevano abbandonare neppure a costo della propria vita. Vi furono delle reazioni molto violente, con bestemmie, improperi e ingiurie da parte di a/eu-
n i tanto che i carabinieri, per convincerli a salire sui nosJri mezzi, si videro costretti a minacciar/i di arresto. Alcuni furono portati al paese alto, altri in alberghi. Alcuni, però, continuarono a tornare, nei giorni successivi, per portar da mangiare ai loro animali. Avevo ricevuto, dal mio comandante, pieni poteri decisionali: di tornare in sede una volta completato lo sgombero o agire diversamente, valutando io stesso la situazione e le necessità. Ma come andarsene? Cosa rispondere poi, alla propria coscienza, davanti alla pusillanimità di una fuga dal pericolo? Decisi di restare, con la piena approvazione da parte dei miei soldati. Una volta adottata la decisione di rimanere, mi premurai di catechizzare adeguatamente i miei uomini: dissi loro che dovevano sentirsi orgogliosi per ciò che si apprestavano a compiere, che avrebbero vissuto giorni che il tempo non avrebbe mai più cancellato dalla loro memoria. Spiegai loro quali erano i limiti della nostra azione e li esortai a non superar/i mai, magari per · uno slancio di zelo e di altruismo. Da quel primo momento, non ci fermammo più, e non ci fu nulla che non fossimo chiamati a compiere. Furono giornate di estrema tensione e di grande emotività, per tutti. La gente per lo più riconosceva il valore e il significato della nostra presenza, ma non mancarono coloro che ci vedevano come degli intrusi ed invasori defloro territorio. Confesso che un paio di volte, davanti ad un atteggiamento di palese ingratitudine da parte di qualcuno, fui sul punto di mollar tutto e di andar-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Grandi teloni di plastica vengono adagiati sulla diga, per contrastare l'azione erosiva delle acque (foto F. Foccillo). mene . Mi resi però conto che molti degli abitanti e rano all'oscuro delle reali condizioni de llo diga, il cui accesso ero ormai interdetto a tutti. Mi limitai perciò od esprimere le mie rimostronze al sindaco, dicendogli che alcun i suoi concittadini erano uno vergogna per il suo paese .. O gni tonto si svolgevo un summit presso un ristorante che era stato scelto come quortier generale, per fa re il punto della situazione. L' unica soluzione pessibile al problema era lo svuotamento. de/lago. Una corso contro il tempo. Gli operai della SNAM collocarono al.l' inferno del bocino un grosso tubo che, aspirando l'acqua mediante una pompa, la versava al di là della diga . Nel frattempo , i tecnici giunti in elicottero da Roma verificavano in ogni momento qualsiasi spostamento e variazione nella diga . In breve, i sifoni di pompaggio divennero decine, cui si aggiunsero le motopompe dei Vigili del Fuoco e alcune idrovore di uno ditta di Torino montate al centro de/lago su alcuni zafferani metallici sostenuti da bidoni vuoti di plastica. Ma non bastava: occorreva, al tempo stesso, contrastare l'azione di erosione, per cui vennero adagiati dei grandi teloni di plastica ad avvolgere fa diga, in modo da ritardare sia il dilavamento che l'infiltrazione di acqua al suo interno. Qualcuno degli abitanti parlava, per averlo sentito d ire, dell'esistenza di un fantomatico canale il quale, attraversando le viscere della collina avrebbe potuto scofmare il /ago, ma l'idea di cercarlo non venne neppure presa in considerazione, data la vaghezza della diceria.
S i lavoravo senza sosta e senza riposo e in quei giorni i miei soldati fecero di tutto: lavorarono fianco a fianco dei Vigili del Fuoco per montare i sifoni, aiutarono i carabinieri a costituire posti di blocco, effettuarono il rifornimento di carburante ai trattori, ai gruppi elettrogeni e alfe motopompe, trasportarono senza interruzione tubi e materiali di ogni genere, furono sotto la diga a collocare i teloni col pericolo di essere travolti da un momento all'altro. Il cisternista, specialmente, non poté fruire di un solo momento di sonno; andavo avanti a caffè e acqua fredda in faccia , tanto che un giorno lo caricai con me in macchina. e lo riportai in caserma, tornando indietro con l'indispensabile sostituto. Un giorno ebbi un acceso diverbio con un maggiore dei Vigili del Fuoco. Si frattova di effettuare un 'operazione di estrema pericolosità ai piedi della diga e , al momento di decidere a chi toccasse l'incombenz a, quegli sentenziò: «Lo fa l'Esercito!» . «L'Esercito un corno! - ribattei risentito - Noi non ci tiriamo certo indietro. Ma andrete avanti voi che siete dei professionisti. Dietro di voi verrò io, e dietro di me i miei ragazzi!». E così fu fatto. Il momento di maggior panico, quello nel quale lo partita ·sembrò ormai persa, fu il lunedì sera. Un brigadiere dei carabinieri aveva annunciato che la diga stava per venire giù e ci aveva avvertiti di metterei in salvo. Sul bordo della diga c'erano due miei soldati in costante contatto radio con alcuni volontari della protez ione civile disloca-
41
CAPITOLO
2
ti o Poirino, il primo centro abitato dopo Pralormo che sarebbe stato spazzato via dall'ondata. Lo previsione, per fortuna , si rivelò errato. Cominciarono i giorni febbrili dell'atteso. Lo domando più ricorrente ero: quanto? e tutti sapevano bene coso esso intendesse: di quanti millimetri ero sceso il livello dellogo. /primi giorni furono uno stillicidio, uno continuo alternanza di speranze e delusioni: un millimetro, niente, mezzo. Poi, mon mano che i torrenti di pioggia immissari diminuivano lo loro portato, mon mano che lo superficie del lago si restringevo sempre più con il digradare delle sponde verso lo porte centrale del bacino, lo misuro conquistato si facevo sempre più cospicuo. Il dubbio che continuavo o lasciarci col fiato sospeso éro sempre quello: lo diminuzione dello pressione sullo parete del-
lo diga, compensavo il progressivo inforcimento dello stesso? Dopo 8 giorni di combattimento, finalmente, il nemico ero domato: lo superficie dell'aequo avevo raggiunto, sull'asta di riferimento montato al centro de/lago, lo misuro che i tecnici avevano dichiarato di sicurezza. Per andar via, attendemmo tuttovia lo dichiarazione dello fine dell'emergenza do porte del prefetto. Soltanto alloro, con un fiasco di vino regolato, brindammo allo villorio e ci salutammo, Ira abbracci generali. Mi sono ripromesso di tornare un giorno o riveder/o, il mostro domato. E come me, chissà quanti dei miei soldati, fra tonti anni, ripassando di là con lo foro famiglia, vorranno mostrare con orgoglio o mogli e figli il luogo dove essi vissero un momento così significativo dello loro giovinezza!».
DISASTRO DEL VAJONT La gola del Vajont da dove, alle 22 e 45 del 9 ottobre 1963, sì scatenò la morte per quasi duemila persone (foto V. Capodarca).
Chi qualche volta si fosse recato a visitare il pittoresco Lago di Scanno, in Abruzzo, avrà avuto modo di notare che esso è stato formato da una enorme frana precipitata giù dal monte adiacente, s ul versante sinistro della piccola valle: benché ormai ricoperto di ve-
getazione cui è frammista qualche costruzione, anche alla prima occhiata appare evidente che quel grande cumulo di detriti tempo fa si trovava su in alto e che dove ora c' è un lago, allora correva libero il torrente Tasso. Quand 'è avvenuta la frana ? No n
«milioni» di anni fa, com'è costume affermare, ma in piena epoca storica, coè 2200-2300 anni or son o, durante le Guerre Puniche. · Analogamente, ciò che avvenne nella valle di un piccolo affluente di sinistra del Piave, la sera del9 ottobre 1963, verrà raccontato a lungo dai testimoni scampati al disastro, fino a che l'ultimo di essi sarà in vita. Dopo, e per tanto tempo, saranno ancora le carte a parlare, ma soprattutto il paesaggio stesso. Fra altri duemila anni, se l'umanità sarà sopravvissuta a se stessa, ci sarà ancora qualcuno che, additando il lago o ciò che ne resterà, dirà: «Quello avvenne pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale». Quella notte, dunque, nella piccola valle, avvenne una delle più spaventose calamità naturali che abbiano mai colpito il nostro Paese. Da un fianco del monte Toc, sulla sinistra della s tessa valle, si staccò all'improvviso un'enorme frana che in pochi secondi precipitò nel sottostante bacino artificiale. Avvenne, in pratica, ciò che si verifica quando si getta un sasso in una pozza: tutto attorno l'acqua si solleva in spruzzi e si allarga in ondate concentriche che poi refluiscono alloro posto.
Moltiplichiamo quel sasso per miliardi di volte e gettiamolo in un lago: avremo l'effetto di quella stessa notte nel Vajont. Il movimento della montagna era temuto, addirittura previsto da tempo. Già mentre avveniva il riempimento dell'invaso, subito dopo l'ultimazione della diga, si erano cominciati a mani festare i primi smottamenti tanto che, per precauzione, il bacino non venne mai completamente riempito. La stessa popolazione era stata avvertita affinché si tenesse lontana dalle sponde del lago ed erano stati approntati dei piani di evacuazione delle case più prossime alle rive. Alle falde del monte erano stati piantati dei paletti di riferimento, continuamente illuminati, nella notte, da appositi riflettori. Improvvisamente, alle 22 e 45,.quei riflettori si spensero, mentre un boato da giudizio universale, accompagnato da un uragano di vento, si diffondeva per il Cadore continuando interminabile, riecheggiato in una serie di rimbombi, fino alle 2, per prolu ngarsi con brontoli i fino all'alba. Sotto l'immensa ondata, sollevata fino a 200 metri di altezza, e il suo sue-
Il monte Toc. Sullo sfondo, ammantata di neve, la parete dalla quale si staccò l'enorme frana visibile in primo piano (foto V. Capodarca).
43
Così appare il/ago del Vajont all'indomani del disastro: ben visibili, la massa franata e ciò che resta de/lago a ridosso della diga (foto Giacomelli).
44
cessivo riflusso, erano sparite tutte le frazioni rivierasche: San Martino, Frasen, Col di Spesse, Patata e il Cristo. Gravemente mutilate, Casso e Pineda; risparmiato, il capoluogo comunale Erto, defi lato dietro uno sperone roccioso. Al mattino, il profilo della vallata circostante il lago appariva totalmente mutato, come se un gigantesco rastrello vi fosse passato sopra più volte. Spariti case, ponti, strade, cantieri ... La massa di terra franata venne valutata in 60 milioni di metri cubi, caduti in un lago che ne conteneva 149 milioni di acqua. Il fronte della frana si stendeva su circa un chilometro. E per fortuna che, per misura precauzionale, il livello del lago era stato abbassato di una trentina di metri nei giorni immediatamente precedenti. Quello che si era appena concluso, era però soltanto il primo atto della tragedia. In risposta ai 60 milioni di metri cubi di terra precipitati, il lago ne aveva fatti schizzare altrettanti di acqua al di sopra della sommità della di-ga, con una forza tale da spazzare tutte le sov rastrutture e sgretolare tutto lo spigolo superiore della diga stessa. Questa, evidentemente costruita con
tecnica sopraffina e a regola d'arte dall'ingegner Semenza, aveva resistito all'immane urto. Quello che non era stato adeguatamente valutato- e questa fu l'accusa fin dai primi momenti- era la costituzione geologica della montagna e in quale misura l'acqua dell'invaso avrebbe potuto destabilizzarne le falde. A provocare la parte più cospicua della catastrofe fu proprio l'enorme massa d'acqua che, catapultata al di sopra della diga, era sta ta scaraventata· tutta insieme al di là della stretta gola. Per i paesi posti immediatamente a valle non vi fu scampo. In sei minuti, dell' intero abitato di Longarone, posto al di là del Piave in corrispondenza del punto di uscita della gola del Vajont su l fiume, erano rimaste in piedi appena 24 case, mentre non esisteva più nulla delle frazioni di Pirago, Rivolta, Malcolm, Villanova, Faè e della piccola borgata di Vajont. Le stime del primo momento valutarono in 2500 unità l'entità delle perdite umane. Alle prime luci del mattino, nello scenario allucinante che si era venuto a creare, schiere di soccorritori erano già all'opera. Vigili del fuoco, guardie fo-
restali, ma soprattutto soldati, insieme agli ipnotizzati sopravvissuti. IL CORPO · A fare che? tutto si era già compiuto. Pochi, i feriti : l'acqua, dove aveva AUTOMOBILISTICO colpito, aveva quasi soltanto e dovun- NELLE PUBBLICHE que ucciso; e con quale violenza si fos- CALAMITÀ se accanita contro le vittime, lo s i poteva arguire dal fatto che i cadaveri venivano ritrovati quasi tutti completamente nudi. Non era difficile tuttavia capire che gran parte di essi erano ancora sommersi sotto la grande massa di fango e detriti, dove non sarebbero mai stati ritrovati. La conta totale e definitiva avrebbe potuto essere stilata soltanto con l'appello finale dei sopravvissu ti. A Longarone, quasi irridente, erarimasto in piedi il municipio, un municipio senza quasi più popolazione comunale. Sulle pagine infangate dei registri dell'anagrafe si sarebbe potuto tirare una definitiva riga rossa: spariti tutti, dal sindaco, al parroco, al maresciallo dei carabinieri ... Non invidiabile era la sorte di coloro che erano sopravvissuti per una forvisione della valle tuita combinazione, per essersi maga- Spettrale del Piave con ciò che ri trovati a casa di amici a qualche cenrestava di Longarone al tinaio di metri, o per essersi recati pres- mattino deliO ottobre 1963 (foto Corriere della Sera). so un bar risparmiato, a vedere la par-
45
CAPITOLO
2
Veduta parziale del cimitero di Fortogna, dove sono conservati i resti di gran parte delle vittime (foto V. Capodarca).
46
tìta di Coppa dei Campioni Real Mati militari erano dirette dal generale Cidrid-Glasgow Rangers {4-0) che la TV glieri, comandante del V Corpo d' Arstava in quel momento trasmettendo. mata. Al primo intervento erano prePrecipitatisi verso casa, non avevasenti duemila soldati, passati subito a no rinvenuto più nulla, né di essa, né quattromila operanti in continuazione di chi vi era dentro, ritrovandosi in un di giorno, per ridursi a duemila nei turattimo soli al mondo. Si aggiravano con ni di notte. occhi spiritati nel mare di fango e, alEssi dovettero provvedere a tutto, a l'incontro con altri sventurati, s i fornicominciare dagli interventi di prima necessità, cioè il disseppellimento dei morvano reciproche notizie. «Quanti ne hai perduti? » «Io quattro, e tu?» «Tutti! » ti e il soccorso dei superstiti. Continuavano a manifestarsi periVennero quindi, a tambur battente, coli di vario genere, come quello deriripristinati i collegamenti, con la posa vante dall'avvelenamento del Piave, di ponti e una prima sommaria riattiper la presenza di parecchi barili di ciavazione delle s trade; dopo due giorni era infatti già riaperta la strada statale nuro trascinati via dalla corrente e fracassati contro le rocce. Alemagna e tornata in esercizio la direttissima Trieste-Bolzano, anche con A Belluno, 20 chilometri più a valle, era ancora buio quando la gente aveva la realizzazione di varianti a colpi di cominciato ad assieparsi lungo le rive mine. Erano state inoltre riallacciate le del. Piave, mentre il fiume stava già tralinee elettriche e telefoniche. sportando, in lugubre corteo, i cadaveParticolarmente delicata la situazione sanitaria, che i soldati risolsero ri denud ati provenienti da Longarone. Fra tanta morte, una notizia increcon un massacrante lavoro di recupero dibile: una donna aveva partorito; la vi- e disinfezione dei cadaveri. Questi, man ta si riprendeva la sua rivincita. mano che venivano recuperati, erano Si mobilitava la solidarietà interna- · portati a Fortogna, dove venne allestiziona le, sotto forma di messaggi e, soto un grande cimitero. Una maestosa prattutto, di offerte in denaro. Tornacroce, innalzata dai vigili del fuoco, rono perfino alcuni emigranti da paesi avrebbe vegliato su l riposo delle povelontanissimi. re v ittime. I primi reparti militari ad accorrere Nel frattempo, elicotteri militari furono naturalmente i più vicini, gli alrifornivano di viveri gli abitanti delle pini della Brigata «Cadore», allora agli popolazioni ancora isolate. Si provviordini del generale Cavanna. Già un'ode perfino all'istituzione di un servizio ra e mezza dopo il disastro era su l pofotografico che giornalmente rileva sse sto il Battaglione «Cadore» provenienlo stato della montagna, allo scopo di te da Pieve. studiare l'evolversi della situazione e Le operazioni di soccorso dei reparprevedere possibili altre frane.
Lo stesso Corpo degli Alpini era stato pesantemente colpito dalla tragedia: sotto il fango di Longarone, erano perite tre loro generazioni. Alcuni giorni dopo, un piccolo, toccante quadretto: qualcuno aveva rinvenuto tra il fango un berretto alpino e lo aveva deposto sulla sommità di un travetto metallico di un traliccio abbattuto e lì, sull' allucinante campo di quella nuova, inconsulta battaglia, esso sembrava rispondere ancora, come quasi cinquanta an- . ni prima: «Presente!». Un paio di giorni dopo, a visitare le località del disastro e a portare una parola di conforto ai sopravvissuti, giungeva il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, accompagnato da vari membri del governo. Tra questi ultimi, il ministro della Difesa Giulio Andreotti, il quale fece subito pervenire un messaggio di compiacimento ai reparti militari, dei quali venivano messi in risalto la generosità e lo spirito di sacrificio, abbinati ad un chiaro senso dell' organizzazione. Dopo quindici gionù, tutta la viabilità era già ripristinata e si cominciavano a formulare iniziative per la ripresa delle attività economiche.
generica asserzione relativa all'impegno da tutti profuso, il diario non fornisce altri elementi. Si rende perciò necessario, al fine di ricostruire la dinamica degli avvenimenti, rivolgersi ai diretti ricordi dei protagonisti, senza dubbio di totale affidabilità - nonostante i 32 anni trascorsi da quella terribile notte - per il violento impatto emotivo che non può non aver depositato una traccia indelebile nella loro memoria. Effettueremo, sulle loro dichiarazioni, una sorta di operazione di microchirurgia, cercando di dividere, mediante un ideale bisturi laser, quei particolari che possono essere considerati patrimonio dei reparti da quelli più specificamente personali, che riferiremo a parte nell'apposita appendice. Va ricordato, come già asserito per l'alluvione del Polesine del 1951, che anche nel 1963 non era in atto una or-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
L'eloquenza dell'immagine rende vano ogni tentativo di descrivere con parole la forza d'urto della massa d'acqua fuoriuscita da/lago del Vajont (foto Corriere della Sera).
Attività dei Reparti Automobilistici La già lamentata aridità-di contenuti che caratterizza i diari di quasi tutti i reparti non ci consente una descrizione dettagliata e organica delle vicende di cui furono protagoniste le unità automobilistiche impegnate nelle operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal disastro del Vajont. Da quelli oggi conservati presso il Battaglione Logistico «Cadore», che ha raccolto l'eredità dell'ex Reparto RRR e dell'Autoreparto della stessa brigata, è possibile conoscere soltanto la quantificazione di uomini e mezzi complessivamente impiegati. Entrambe le unità operavano allora nell'ambito del C.U.S. (Comando Unità Servizi) della Brigata. La prima vide impegnati 8 ufficiali, 26 sottufficiali e 103 militari di truppa ed effettuò riparazioni di vario grado su 163 veicoli per un totale di 2614 ore lavorative. L'Autoreparto, a sua volta, operò con 6 ufficiali, 5 sottufficiali, 117 militari di truppa, impiegando 436 automezzi, in massima parte ACM/ 52, che coprirono un totale di 48.539 chilometri. Al di là di queste nude cifre e ·di una
47
CAPITOLO
48
2
ganizzazione di protezione civile precostituita, con un organo preposto al coordinamento delle attività delle singole entità impegnate nei soccorsi. Per le Forze Armate, esisteva nell' occasione un centro di coordinamento dislocato sopra quello che era stato l'abitato di Longarone, presieduto dal com<mdante del V Corpo d'Armata. L'Autoreparto «Cadore» fu chiamato ad intervenire fin dai momenti immediatamente successivi alla disgrazia, r'na i soccorritori si trovarono nell'impossibilità di assumere iniziative di qualsiasi sorta, per tutta la prima interminabile notte, per la totale incertezza sulle cause, sulla dinamica e sulla portata della catastrofe. Soltanto al mattino, con le prime luci dell'alba e con l'agghiacciante visione dello scenario del tutto nuovo e diverso da quello familiare agli occhi dei soccorritori, si poté cominciare a fare qualcosa e a prestare i primi soccorsi (se si può u sa re questo termine, quando l'attività da esso indicata si riferisce soltanto alla conta dei morti). Cominciarono ad arrivare ruspe, ambulanze, automezzi vari da ogni parte del Paese, civili e militari, prima dai reparti più v icini, poi via via da quelli più lontani. Il lavoro dei soldati dell' Autoreparto e del Reparto RRR era quello comune a tutti gli altri reparti militari: scavare tra il fango e le rovine, raccogliere cadaveri e materiali. I primi, recuperati avvolgendoli in teli tenda e quindi lavati e disinfettati, venivano trasportati presso il centro di raccolta ericonoscimento, in attesa dell'arrivo di familiari o di chiunque fosse in grado di abbinare un nome a ciascuna vittima. Ad ogni corpo, avvolto in teli di nylon, veniva attribuito un numero, dopodiché esso veniva depositato in una bara. · Di molti cadaveri, tuttavia, non fu neppure possibile l'identificazione e molti vennero dichiarati deceduti per il semplice fatto di non risultare più tra i viventi (con termine più proprio, avrebbero dovuto essere dichiarati dispersi). Emblematico infatti, e da ricordare, il caso di quel tale che, dato per morto nella disgrazia, venne rintracciato dai suoi familiari oltre 31 anni dopo a Torino, dove aveva fatto perdere le proprie tracce. Nei primi giorni, i morti venivano trasportati presso i cimiteri dei vari comuni dei dintorni (Belluno, Cavarzano, Castion ... ) fino a che questi venne-
ro talmente saturati da non paterne più accogliere. Riferisce il maresciallo Bruno Patente -che nella circostanza aveva il poco invidia bile incarico di necroforo - di aver dovuto un giorno vagare vanamente da un cimitero all'altro fino a che, preso da fame, dovette fermarsi a consumare una pizza con il morto ancora dentro l'ambulanza. Fu allora che venne approntata una tettoia a Fortogna, dove poi sarebbe stato allestito il cimitero oggi esistente. Lì i Vigili del Fuoco eressero quella croce di legno che ancor oggi, abbracciata da una vite americana che l'avviluppa per tutta la s ua altezza, veglia sul sonno delle vittime. Dentro questo capannone-tettoia venivano allineate le bare, non sigillate, con dentro i morti in attesa di riconoscimento e di sepoltura. Inutile descrivere le scene strazianti che quotidianamente vi si susseguivano. Merita però riportare, per la sua singolarità e la sua triste tenerezza, un episodio riferito dallo stesso maresciallo Patente. Ad alcune decine di metri dalla tettoia, solevano trascorrere alcune ore di riposo notturno il sottufficia le e i 6 militari adibiti alla stessa dolorosa incombenza. Una notte, verso le tre, essi vennero destati da alcuni rumori secchi. Si posero in attenta e trepidante osservazione: dal capannone obitorio provenivano, in serie, dei «tac», accompagnati dal baluginio di una luce che poi si spegneva; un nuovo «toc» insieme alla luce, che poi spariva di nuovo; e così d i seguito, ad intermittenza, e sempre in quest'ordine. I militari si avvicinarono e, comprensibilmente timorosi e circospetti, aprirono la porta dell'obitorio, ottenendo così la risposta alloro angoscioso interrogativo: una vecchina, giunta di notte dalla lontana provincia di Teramo, cercava tra i cadaveri quello di suo figlio, emigrato dall'Abruzzo per ·lavoro. La donna recava in mano una candela accesa, l'origine del chiarore che si accendeva ad intervalli. La poveretta si avvicinava ad ogni bara, ne sollevava il coperchio e vi introduceva la candela per scrutare il volto del morto; fat to ciò, tirava fuori il lume e contemporaneamente lasciava ricadere il coperchio; da qui il «toc» e il riaccendersi della luce. Ancora dopo quaranta giorni si continuava a trovare cadaveri, ma ormai talmente gonfi e deformati che talvol-
ta si faceva fatica a distinguere se si trattava di una persona o di un animale. Dopo le prime notti trascorse all'addiaccio, sul posto, e con l'avvio di una certa organizzazione, il personale delJ' Autoreparto ritornò a far base presso la propria caserma, a Belluno, per portarsi ogni mattina, alle sette, sul posto di lavoro, permanendovi fino a notte. Un certo numero di conduttori venne adibito al trasporto quotidiano di al- . cuni reparti di fanteria dalla «Vena d'Oro» a Longarone. «Vena d'Oro» era il nome dato all'edificio di una colonia di Ponte nelle Alpi, comune situato tra Longarone e Belluno. Qui erano alloggiati militari provenienti da fuori area che ogni mattina venivano prelevati per essere ricondotti la sera al proprio accantonamento. Gli oggetti di valore recuperati venivano consegnati alla prefettura di Belluno nell'eventualità - il più delle vol te teorica data la scomparsa di interi nuclei familiari - che qualche sopravvissuto, riconoscendoli, ne reclamasse la restituzione. Altro lavoro compiuto dagli autieri fu il trasporto a valle delle carogne di animali che venivano bruciate con lanciafiamme o cloruro di calcio (in caso di bestie di piccola taglia) o seppellite (qualora si fosse trattato di mucche, maiali, cavalli).
Per i primi giorni, i militari si alimentarono con sacchetti di viveri poi, con l'impianto delle prime cucine da campo, i fanti cominciarono a consumare i loro pasti in gavetta mentre i conduttori, dal momento che non poteva mai essere messa in preventivo la loro localizzazione giorno per giorno, continuarono ad utilizzare i sacchetti. I soccorsi, favoriti da un eccezionale ottobre soleggiato, si protrassero a pieno ritmo per 40 giorni, per continuare, scemando, fino a 60. Dalla testimonianza del maresciallo Walter Romin, oggi in congedo, si ottiene invece una parziale ricostruzione dell'attività svolta nell'ambito delle operazioni di soccorso dall'allora Reparto RRR della Divisione di Fanteria «Folgore». Questo reparto, fond endosi con l'Autoreparto «Folgore», di stanza a San Giorgio di Nogaro, diede origine nel 1975 al Battaglione Logistico «Folgore», nome poi mutato in Battaglione Logis tico di Manovra «Folgore», fino all'attuale 5° Battaglione Logistico di Manovra «Euganeo» che ha la propria sede presso la caserma «Salsa» di Treviso. Dal sottufficiale, che aveva incarico di radiomontatore, veniamo a sapere che il Reparto RRR fu allertato al mattino dellO ottobre, quando la radio e la televisione avevano diramato le prime confuse notizie sulla disgrazia.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITA
l corpi delle vittime vengono pietosamente coperti, prima del riconoscimento e della inumazione (foto Corriere della Sera).
49
CAPITOLO
50
2
Alla guida di una AR/51 attrezzata con una radio AN l GRC9, il sottufficiale mosse da Treviso nella stessa mattinata, unitamente alla Sezione Sanità della Divisione. Presso il Lago di Santa Croce, lungo la strada che da Vittorio Veneto prende a declinare verso Ponte nelle Alpi, vennero radunati e fatti sostare numerosi reparti in afflusso, allo scopo di effettuare un'azione di coordinamento tra le varie unità. Solo il giorno 11, verso le 5 del mattino, l'aliquota del Reparto RRR, inquadrata nel C.U.S. della Divisione, giunse sul luogo del disastro. L' AR del sottufficiale avrebbe dovuto avere compiti di collegamento radio, ma alla fine sarebbe stata impiegata per tutt'altri usi. Unitamente a tutti i soccorritori, anche il personale della «Folgore» si diede a scavare, nel mare di fango e di distruzione. Venivano estratti cadaveri e recuperati gli oggetti preziosi. Tra ques ti ultimi, numerose erano delle tipiche scatole metalliche contenenti denaro, soprattutto marchi, anche scaduti. Il particolare merita una spiegazione. Una professione tipica degli abitanti di Longarone era, ed è, quella del gelataio. Numerosi erano coloro che, emigrati in Germania, avevano colà intrapreso la loro attività artigianale, inviando in patria, ai loro familiari, il frutto delle loro fatiche. Questi risparmi ed altri oggetti di valore rinvenibili fra le macerie, attiravano la cupidigia degli immancabili sciacalli. Mimetizzati tra le schiere dei volontari e fingendosi soccorritori essi stessi, esercitavano la loro repellente attività e diversi vennero colti sul fatto. La zona sinistrata era stata recintata per impedire l'accesso ai curiosi. Specie la domenica, questi affluivano particQlarmente numerosi, sì che fu necessario istituire dei posti di blocco (tanto, non c'era nulla e nessuno da salvare, la presenza di estranei sarebbe perciò stata soltanto di intralcio). Le operazioni di sgombero erano ra llentate anche da una certa disorganizzazione. I cadaveri venivano raccolti e caricati sui grossi ACL ambulanze, così com'erano, senza l'impiego di barelle, che peraltro non erano disponibili in numero sufficiente. Il personale del Reparto RRR «Folgore» e dell'Autoreparto della stessa divisione rimase distaccato in Val Zoldana per 28 giorni, prima di tornare a lle proprie caserme. Per tutto questo periodo lavorò senza orari, dormendo due o tre ore per notte, alimentandosi pri-
ma con razioni da combattimento, poi con panini o altri metodi di ripiego. L' AR / 51 del nostro testimone, come detto, venne utilizzata per tutt'altri impieghi che non quello cui era preposta. A due o tre giorni dal disastro essa risalì i tornanti che dalla valle del Piave portano sopra la diga per recare sul posto alcuni tecnici della S.A.D.E. incaricati di operazioni di rilevamento. Da sotto la nuova montagna che la frana aveva creato, lì dove prima c'era il lago del Vajont, si agitavano sinistri e cupi brontolii e gorgoglii di acque imprigionate che cercavano uno sfogo. Dall'orribile ferita apertasi sul monte Toc, una parete levigata di alcune centinaia di metri di altezza lungo la quale era slittata la massa di detriti, continuavano a scivolare e rotolare terra e sassi, ultimi sussulti dell'immensa frana. I materiali e i cadaveri strappati via da Longarone vennero ritrovati fino a San Donà di Piave, a decine di chilometri di distanza . La massa d'acqua sparata via dal lago aveva determinato fin laggiù una lunga onda di piena che alla mente dei più anziani richiamava, per la sua strettissima analogia, quella del giugno 1918; unica sostanziale differenza nei confronti di allora: i cadaveri non indossavano alcuna divisa, se non quella stessa con la quale erano venuti al mondo. Man mano che le ore e i giorni passavano, i soccorritori si facevano sempre più numerosi, con tempi di arrivo all'incirca proporzionali alla distanza che li separava dal luogo del disastro. Il Raggruppamento Servizi della Brigata Alpina «Tridentina» - è il racconto del maresciallo maggiore «aiutante» Gianfranco Caliari in servizio presso il Battaglione Logistico della stessa Brigata, con sede a El vas- era stato allertato alle prime ore del mattino del 10 ottobre dal proprio Comando Brigata. L' Autoreparto «Tridentina », che in. sieme al Reparto RRR e alla Compagnia Comando e Servizi costituiva il Raggruppamento Servizi, e nel quale il maresciallo, allora giovane sergente, aveva da poco assunto l'incarico di capo posto manutenzione, allestì seduta stante un'autocolonna. Su alcuni mezzi vennero caricati materiali disponibili nell'ambito dello stesso Raggruppamento, quali tende, viveri, materiali di casermaggio; altri vennero inviati presso un deposito materiali del genio a caricare elementi di ponte Bailey (erano sta-
te perciò già individuate quali sarebbero s tate le necessità) . L'autocolonna si componeva di circa 50 automezzi, p er la maggior parte ACM/52, da poco introdotti in esercizio; da alcuni già vetusti, lenti, ma robusti ACP l 48, preziosi nella circostanza in quanto, spogliati del telone, per la lunghezza del loro cassone erano i soli adatti a trasportare gli elementi lunghi dei ponti; infine, una a precedere ed una a chiudere la colonna, due AR/51. Giunto sul posto, l'Autoreparto trovava già all'opera i soldati della «Cadore». Dal mare di fango sul quale si muoveva il brulichio di piccoli uomini, emergeva la cuspide del campanile. Anche le case rimaste in piedi perché non direttamente investite dall'ondata erano ricoperte dal fango sollevato di rimbalzo dallo schianto dell'acqua sul terreno. Scaricato il materiale, venne allestita una base su uno spiazzo poco a monte del luogo del disastro. Si impiegò un intero giorno ad allestire l'attend amento. Terminato di scaricare, mentre gli altri soldati scavavano nel fango alla ricerca delle vittime e mentre il genio si dedicava al ripristino della viabilità, i conduttori davano avvio ad un inarrestabile carosello. Gli automezzi andarono per giorni e giorni, praticamente senza mai concedersi soste, se non quelle per caricare e scaricare. Se pure qualche conduttore, sfinito, si fermava aristorarsi con un paio d'ore di sonno, non
si fermavano gli automezzi, che venivano presi in consegna da altri conduttori che avevano appena fruito del breve intervallo di riposo. Ma ogni tanto anche i mezzi si fermavano per qualche guasto. L'Autoreparto inviava allora i suoi m eccanici. Se il guasto era riparabile sul posto, l'automezzo continuava il suo servizio, altrimenti veniva rimorchiato verso l'officina. Anche i rifornimenti erano ... volanti. Con preavviso via radio, l'autocisterna si faceva trovare all'appuntamento in un luogo prefissato, dove le autocolonne in transito effettuavano il pieno. Si andava dappertutto, a prelevare qualsiasi cosa gli organi di comando della Brigata individuassero come necessario o utile: dai viveri per tutti coloro che erano impegnati nei soccorsi, ai badili e picconi che venivano consegnati ai volontari che affluivano, alle parti di ricambio per gli automezzi ... Furono due settimane di lavoro intensissimo per tutti; non si guardava al:. l'orario, non si badava al grado, non si stava a considerare se un dato lavoro era di propria competenza o meno; tutti erano disponibili a fare tutto. Ad impedire l'avvicinarsi di curios i, c'erano posti di blocco costituiti da Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza. Anche le s trade di accesso, già insufficienti per il grande volume di traffico dei mezzi di soccorso, venivano interdette ai civili a notevole distanza dal luogo della disgrazia.
Gli alpini sono in azione nella pietosa opera del recupero delle vittime {foto Corriere della Sera).
51
CAPITOLO
2
Dopo due settimane, cessate leprime e più impellenti necessità, l'Autoreparto «Tridentina» tornò in sede. Sul posto rimasero i genieri, a continuare i lavori di ricostruzione. Gli automezzi dell'Autoreparto sarebbero poi tornati ad un anno di distanza, a recuperare i materiali che il geniq, terminati i lavori, aveva lasciato sul posto. Dalla testimonianza dell' allora tenente Giannino Garbelotto, comandante dell'autodrappello del Quartier Generale del V Corpo d'Armata, si può ricostruire parte dell'attività svolta dal V Autogruppo dello stesso Corpo d' Armata. L'autodrappello era allora di stanza a Vittorio Veneto e alle 9 circa del mattino successivo al disastro venne allertato dall'aiutante maggiore del V Autogruppo affinché fornisse supporto logistico a una sezione di 24 ambulanze provenienti dal 1o Autoreparto di Treviso. Gli automezzi erano al coma ndo del capitano Gianfranco Albertoni e del maresciallo Vincenzo Ramunno. Dopo aver fatto rifornimento agli automezzi e rifocillato i conduttori, la sezione riprese la marcia per Longarone. Alloro arrivo, uomini e mezzi vennero impiegati per lo sgombero d ei feriti sull'ospedale di Belluno e delle salme al cimitero di Fortogna. Il loro impiego durò tre mesi circa, facendo base logistica a Vittorio Veneto, nella caserma «E. Gotti». Qui venivano sostituiti i conduttori per il turno di riposo traendoli dagli autieri in forza alla sezione del1 ° Autoreparto d el V Autogruppo di C.A. distaccata a Vittorio Veneto. Nel frattempo venivano manutenzionati e riparati i mezzi sottoposti, co-
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
52
Ci stiamo recando, in auto, dallo caserma «Toigo» o Longarone, risalendo lo Strada Statale 51, lo stesso che in quello terribile notte del 9 ottobre 1963 il maresciallo maggiore «Aiutante» Sebastiano Querin, alloro giovane sergente in forzo olI' Autoreparto «Cadore», si trovò o percorrere nello stesso direzione. Le parole del sottufficiole riportano in vito, un fotogramma dopo l'altro, le immagini di quello stesso notte e dei giorni seguenti. «Avevamo ovulo tuffi la sensazione che fosse accaduto qualcosa di spaventoso, del
quale però nessuno era in grado di fornire una precisa spiegazione e descrizione . Un black-out totale avevo colpito Belluno per una decina di minuti e il tuono che si era
me gli uomini, a un lavoro massacrante. Si verificava perfino l'uso delle ambulanze come trattore per rimuovere blocchi di macerie pesantissimi per cercare se sotto s i trovasse qualche essere umano ancora in vita. A tutti coloro che presero parte alle operazioni di soccorso, il Ministero della Difesa conferì un attes tato di benemerenza, a firma dell'allora ministro Giulio Andreotti, con la s eguente dicitura: «Quando una immensa sciagura si era abbattuta s ulle popolazioni del Cadore i militari accorsero a portare l'aiuto che essi soli - in quelle circostanze- potevano dare. Prodigandosi in comunione di dolore oltre i limiti del dovere, rintracciarono e composero i morti, riapriro no le strade, gettarono i ponti, donarono ai superstiti il conforto di una assistenza fraterna fiorita d 'amore. Mentre i morti raggiungevano la pace, coloro che erano rimasti ritrovavano la spera nza, perché sentivano cheattraverso i s.uoi figli alle armi- tutto il popolo italiano era presente, con la decisa volontà di aiutarli a riprendere il cammino». L' A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini) attribuì invece a tutti i rappresentanti del Corpo una medaglia con le seguenti diciture. «In segno di riconoscenza. Diga del Vajont, 9 ottobre 1963» e, sul rovescio, «Vi chiamò il dovere- trovaste l' orrore- vi sostenne l'a more». Il 9 ottobre 1983, in occasione della ricorrenza del ventennale del disastro, il comune di Longarone concesse un attestato di riconoscenza a tutti i reparti che avevano offerto il loro contributo nel momento della disgrazia.
avvertito, proveniente dall'alta valle del Piove, il cui rimbombo continuava a rincorrersi, ci spingeva più a farci l'un l'altro do mande che non a darci risposte. L'opinione ·più corrente ero che fosse ero/loto lo diga del Vo;ont. Erano trascorse poche decine di minuti ed io ero già in commino verso il luogo dello disgrazia, insieme o gran parte dell'Autoreparto. Negli ultimi chilometri si dovette procedere o posso d'uomo. In molti trotti infatti la strada ero scomparsa sotto uno coltre di ocquo e fango, come se il Piove fosse stroripoto per una pieno improvvisa. Di tanto in tanfo, un «bong»: un codovere che, fluttuando trasportato do/la corrente, venivo a cozzare contro la fiancata della vettura.
Gli indizi ci confermavano nell'ipotesi inizio/e, cioè il crollo dello diga . Dopo Forfogno, non fu più possibile procedere. Un nebbione fittissimo e innaturale gravavo su tuffo lo volle, impedendoci anche di illuminare lo scena con i fori dei veicoli. Impotenti od assumere uno qualsiasi iniziativa, non ci restò che offendere lo luce del giorno. Quando i primi raggi del sole riuscirono o squarciare lo denso caligine, oi nostri occhi apparve uno spettacolo innaturale_ Longarone ero uno cittadino familiare per tutti noi; chissà quante volte ci eravamo recati là in libero uscito o vi eravamo transitati per andare ad effettuare le nostre esercitazioni nell'alto Cadore! Mo di tutto ciò che conoscevamo non esistevo più nullo: solo un coacervo di macerie sporse e sepolte sotto uno coltre di fango. Sembravo di essere in chissà quale altro posto, in un'altro porte del mondo, o forse o/ di fuori di esso. lnnofurole, in mezzo o tonfo rovino, il compon ile dello chiesa, scomparsa anch'esso insieme olio canonico». Mentre il sottufficiale racconto, siamo già o Longarone. A chi vi giunge per lo primo volto, non sembro mai accaduto nullo: l'ampio vallata è oro vivocizzoto do cose, tutte nuove e luccicanti, fra le qua li diverse fabbriche svolgono o pieno ritmo lo loro attività produttivo. Uno perlo ancoro più splendente, nel candore delle cose : lo nuovo chiesa di Longarone. Sporsi tra i giardini e lungo il greto del fiume, perfino alberi di uno certo mole, dei quali tuttavia non è difficile indovinare l'età: nessuno di essi può avere più di 32 anni . Al di là dello volle, lo stretto gola dallo quale si ero liberato e scatenato lo Morte; sul fondo, grigio e intatto, l'ormai inutile digo, silenzioso monumento di se stesso. «Molti sostennero - continuo il racconto del sottufficiole - che, pur nell'immensità
della sciagura, fosse sfata una fortuna il fatto che lo diga avesse resistito o/l'urto. Invece questo fu una concausa che contribuì ad elevare l'entità delle perdite. Se la diga fosse ero/loto, lo masso d'acqua si sarebbe incanalata lungo la gola, con tutta la violenza immaginabile, ma la strettoia che fa seguito ad esso avrebbe potuto costituire un certo freno ed è probabile che lo distruzione sarebbe sfata inferiore e il numero delle vittime più ridotto. Invece lo diga stessa funz ionò in un certo senso da trampolino di lancio che, catapultando milioni di metri cubi di acqua al di là di essa, li scaraventò su Longarone. Ma primo ancora dell'urto della massa d'acqua, molta parte dell'azione distruttiva venne effettuata dallo spostamento d'orio».
Lo serie di tornanti ci ha portato ormai in quota e, dopo alcune centinaio di metri d i una galleria tutta tra fo rata da aperture verso l'esterno, sopra la gola , siamo sul luogo della disgrazia . Apposite piazzole di sosta consentono ai visitatori di parcheggiore l' auto e d i osservare la scena da punti privilegiati . La diga è giù , con la suo sommità pochi metri sotto di noi, ma al suo interno non c'è più una goccia d'aequo. A fianco della strada, proprio sopra la diga, è stato eretto un grandioso monumento raffigura nte la diga stessa. Un cartellone esplicativo racconta nei dettagl i ciò che avvenne quella sera del 9 ottobre 1963. Davanti al nostro sguardo, lungo il proseguimento della valle, dove essa dovrebbe continuare, c' è invece uno gronde collina, già ammantata di vegetazione: è ... l'assassino! È come se il monte Toc si fosse spaccato o metà: la parte rimasta in piedi è ancora là e tu tto il suo fianco, per un'altezza di alcune centinaia di metri, è ogg i una superficie liscia , in quel momento celata dalla neve. La parte caduta è invece quella
La diga del Vajont oggi, inutile ma ancora integra; dietro, /'«assassino", vale a dire il pezzo di montagna franato (foto V. Capodarca).
53
La bella, nuova chiesa di Longarone, frutto del genio di Giovanni Michelucci (foto V. Capodarca).
54
grosso collino che ci copre lo sguardo e sullo quale lo strada continua a inerpicarsi. Alcune centinaio di metri più avanti, questo comincio a discendere e, in fondo, si vede l'inutile rimasuglio del lago, ricoperto da uno spesso lastra d i ghiaccio. L'enorme frano ho avuto perfino il potere di invertire l'idrografia della va lle, tanto che il torrente che un tempo alimentavo il lago, ora ha mutato senso di marcio e si dirige dallo porte opposto, costituendo uno dei rami sorgentizi del fiume Cellino. Il maresciallo continuo o raccontare e ci parlo delle fortuite circostanze che avevono determinato lo salvezza di alcuni, dello penoso opero del recupero delle salme, dello disperazione dei sopravvissuti.
«Il mio stesso suocero, Giovanni Dazzi, avrebbe dovuto morire, insieme ai suoi colleghi di lavoro addetti alla cura e manutenzione della diga. Soffriva però di un poco simpatico acciacco fisico: era rimasto completamente privo di denti sì ché, nan potendo masticare, mal si adattava al cibo disponibile sul posto di lavoro. Aveva perciò deciso di prendersi una settimana di ferie per recarsi a Farra d 'A/pago, presso una sua casa che aveva necessità di un rifacimento del camino; nel contempo, avrebbe potuto rifarsi con qualche buona mangiata di polenta. Fu per questa ragione che in quella notte egli era assente; di tutti i suoi compagni, i primi ad essere spazzati via,
sono rimasti soltanto i nomi, sovraimpressi su quella lapide. Lo stesso attuo/e sindaco di Longarone, Gioacchino Bratti, deve la propria salvezza al fatto che quella sera si trovava fuori paese; così pure il fratello Luciano, allora impegnato nel servizio militare. La disperazione della gente si rivelava in tanfi episodi. C'era chi, tornato do fuori ericonoscendo il luogo dov'era stata la sua casa, ci supplicava di continuare o scavare e, nell'assurda speranza di trovare qualcuno in vita, g iungeva ad asserire di aver udito delle grida di aiuto provenienti do sotto il fango. Si videro genitori che, riconosciuta lo tomba dov'era stato sepolto il proprio figlio, afferravano il piccone e si davano o scovare, per riportarne alla luce il corpo e recarlo via con loro». Il sottufficiole ci conduce o visitare lo nuova, bellissimo chiesa di Longarone. Nei suoi sotterranei sono ancora conservate, fra tonti cimeli, le compone della vecchio chiesa, alcune ridotte o frammenti. Mentre percorriamo i corridoi, i soliscendi, le gradinate del sacro edificio, cercando di corpire i misteri dello suo conformaz ione e delle sue linee di equilibrio, rivolgiamo un sincero apprezzamento rivolti al sottufficiole : - Dovevo essere uno bello mente, l' architetto che ho saputo concepire un capolavoro come questo! Ma subito, improvviso, lo folgorazione:
-Ma io so chi è l'architetto! È Giovanni Michelucci! E ricordiamo lo nostra serie di interviste al grande M aestro effettua te qua ttro anni prima, quando egli stavo per compiere cento anni. Riconosciamo le linee, lo stile incon fondibile, e do quel punto in poi, fino all'uscita , i nostri passi si muoveranno con soggezione, quasi nel timore d i profanare, con il loro peso e il loro rumore, l' opera e il ricordo del Genio.
Al cimitero di Fortogno si conclude lo visita. Quelle croci bianche, in gran porte senza nome e senza foto , allineate in bell'ordine nei due ampi settori separa ti da l violetto centrale, sonn o to nto di c imitero d i guerra . Tutto sembro nuovo, candido, lucente. Di vecchio, e brunito dal tempo, solo lo grande croce di legno, la stessa che i Vigili del Fuoco eressero proprio nei giorni dello tragedia .
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
ALLUVIONE DI FIRENZE 7966 La furia dell'Arno Quella targhetta marmorea che, s u un muro di Pia zza Santa Croce, a quasì tre m etri dal selciato, indicava il livello raggiunto dall'Arno il1 3 settembre 1557, era lì da secoli e nessu no vi poneva più attenzione. Una nota di colore per qualche turista dall' occhio assa i vigile e nulla più. essun fiorenti no avrebbe mai immaginato, neppu re la sera di quel 3 novembre 1966, che sta-
va per ma turare un dramma che av'rebbe determ inato l'appos izione di una nu ova targa, un buon sessa nta centim etri sopra quella. Certo, p ioveva ininterrottamente da tre g iorni: una pioggia greve, insis tente, uniforme su tutto il bacino d el fiume. Si sa rebb e poi sa puto che il p luviometro di Arcetri avre bbe registrato un livello di 266 millim etri: come dire l'acqua d i cinque mesi concentrata in tre g io rni.
L'Arno è già straripato. La piccola onda rettilinea che ancora si avverte in corrispondenza della linea dei lampioni, indica la spalletta del ponte, ormai inutile confine posto dall'uomo tra sé e il fiume (foto R. Fattorini).
55
CAPITOLO
56
2
Nella notte - una notte di concitatuzione dell'olio, dei filtri e di tutte le zione e di parossismo per tutti gli opeparti più esposte al danno. Essi rienratori (del comune, dell'Enel, dell' actrarono in esercizio, ma nessuno avrebquedotto, delle questure e prefetture)be avuto vita molto lunga. vennero aperte le dighe di Penna e di Le difficoltà temprano i caratteri e Levante, a monte di Firenze, ormai infondono coraggio e forza d'animo anschiacciate dalla gran massa d'acqua in che a chi non ne ha mai avuti. In uno afflusso. Voci di popolo attribuiranno slancio di commovente generosità, tutin seguito proprio a questa iniziativa la ti, fino all'ultimo soldato, mentre non causa prima del disastro: se anziché atavevano ancora terminato di porre al tendere l'ultimo momento- si sostensicuro se stessi, già partivano per porne- queste fossero state aperte prima, tare soccorso a chi ne aveva più biso·quando il fiume era ancora in grado di gno. ricevere, forse la tragedia sarebbe staSul momento, su ordine del Cota evitata. Ogni inchiesta in proposito, mando del VII Comiliter, quanti non condotta in seguito, non avrebbe coerano in condizione di operare vennemunque rilevato specifiche responsaro trasferì ti presso la v icina Caserma bilità da parte di nessuno, se non di .. . «Perotti», in zona Coverciano, la quaGiove Pluvio. le, oltre ad essere in posizione più eleAl chiuso della caserma «Predieri», vata rispetto alla caserma sorella, era nel rione di Rovezzano, proprio a rianche riparata dalla massicciata della dosso del segmento di fiume che segna ferrovia, contro la quale si erano infranti l'ingresso dell'Arno in città, tutti dorgli ultimi flutti. La ritirata fu però bremivano tranquilli e ignari di quanto stave e del tutto momentanea: il giorno dova accadendo. Vennero destati solo dal po erano già tutti di nuovo in sede, con fragore improvviso provocato dal crolle maniche rimbocca te, a disseppellire lo del muro di cinta che veniva abbatdal fango lg loro caserma disastrata. tuto dalla furia delle acque. In pochi seAltri invece, i piloti degli M 113, avecondi, l'Arno dilagava per i piazzali, i vano già avviato il motore, tirato giù le cortili, i vialetti, e saliva a vista d'ocparatie laterali, abbassato il pannello chio verso le camerate e nelle abitaziostabilizzatore e si erano lanciati là doni delle famiglie dei sottufficiali. ve più necessitava il loro aiuto. Grazie Tutti in piedi, militari e civili, si getalle proprietà di galleggiamen to del tarono frene ticamente a tentar di salmezzo cingolato, essi si spinsero ovunvare, oltre che se stessi e i propri famique, a salvare gente bloccata nei piani liari, anche quanto più era possibile del alti delle case, a portar viveri, a fare tutmateriale del proprio posto di lavoro. to ciò che non poteva essere compiuto I piloti e i conduttori del XIX Battacon i mezzi comuni. Nel corso della loglione Corazzato «M.O. Tumiati» fecero «navigazione», i piloti non erano naro a gara a portar via i carri - specie gli turalmente in grado di vedere dovevoM 113 - dal parcheggio, noto come «il gavano i loro cingoli; molte auto perFungo» per la sua forma tipica, e a tenciò, sepolte dall'acqua fangosa, siritare di allontanare quanti più mezz i trovarono seriamente danneggiate. Paspossibile dai capannoni. sata la buriana, già diversi proprietari Una piccola fortuna, nella drammastavano avanzando richieste di risarcitica situazione, fu la stessa conformamento danni, quando una generosa inizione della caserma la quale presentaziativa della Fiat per l' acquisto di nuove auto li convinse a desistere. va, e presenta tuttora, sul lato nord, opposto al fiume, proprio in corrisponIl famoso «spiritaccio» toscano, che denza dell'ingresso della palazzina cotrova la battuta specie nei momenti più mando e della porta carraia, un gradi- · drammatici, registra anche qui un suo no di circa tre metri che viene superariscontro. Nella ricca aneddotica che cato con una rampa che conduce all'eratterizzò la storia dell'alluvione, ansterno. Su questa salita vennero conche il XIX inserisce la sua . dotti gli M 113, parzialmente al riparo Tra gli incarichi affidati al reparto, dalle acque. Gli automezzi, nonostanc'era anche quello di tirar via gli anite il generoso prodigarsi di ognuno, rimali morti dalle stalle e seppellirli. Ora, masero quasi tutti so t t'acqua. Nei giorproprio in quei giorni era annunciato ni successivi, gli addetti all'officina legl'arrivo di un eminente politico dell' egera e al posto manutenzione avrebbepoca il quale, invece, annullò di punto ro avuto un bel daffare nelle operazioin bianco la visita. Sulle bocche dei mini di bonifica. Una volta liberati dal fanlitari circolò allora la voce che l'illustre go, i mezzi vennero risanati, con sostipersonaggio avesse rinunciato a farsi
vedere proprio per avere a ppreso che i carris ti. .. «seppellivano le carogne». A rendere il giusto merito all'attività e all'i mpegno profuso dai suoi uomini, il Minis tero degli Interni con feriva, al XIX Battaglione Corazzato, la Medaglia di Bronzo al Valor Civile. Dopo l'alluvione, il Comando della Briga ta «Friuli», affogato nella su a sede di v ia Tripoli, venne a stabilirs i alla «Pred ieri », nella palazzina sopraelevata già sede del Comando del Battaglio- . ne Corazzato. Il tam tam dei mezzi di informazione, frattan to, si era avvia to anche se, come più tardi verrà da tutti rimproverato, le au torità di governo furono le ultime a prendere coscienza della gravità di ciò che era avvenuto e della portata del disastro. Il Comando Militare Territoriale soltanto a lle 3 di notte aveva ricevuto le prime richieste di soccorso da parte della prefettura di Arezzo, e alle 4 dalla questura di Firenze, senza che nei giorni immediatamente precedenti v i fosse stato alcun tipo di preallarme. Tu tto ciò potrebbe oggi destar meravig lia visto che da quella volta, non appena l'Arno com incia a intorbidirs i, già le autorità cittadine aggrottano le ciglia; come l' onda comi ncia a inerpicarsi su per i muri di contenimento, scatta l'attenzione, cui segue via via tutta una serie di allertamenti. La paura, è ev id eRte, ha fatto scuola. Dal Comiliter, con il precipitare della situazione, partiva una serie d i ordini. Tra le altre iniziative prese sul momento, vi fu quella di far intervenire gli M 113 della Brigata «Trieste» di Bolog na, elementi del Genio Pion ieri con barchetti e della Brigata Paracadu tis ti «Folgore» con elicotteri. Sa lta te le linee telefoniche, venivano allesti ti collegamenti radio e mantenuto il ponte radio già in funzione, ma solo il giorno 6 si sa rebbe riu sciti a raggiungere un minimo di coordinamento nei soccorsi con le autorità civi-
del VII Com iliter, della 7a ORA, del Reparto RRR e d ell'Autoreparto della Brigata «Friuli», nonché del7° Autoreparto Misto Territoriale. Comandante d ella caserma era a llora il tenente colonnello Ludovico Zanotto. Erano le 6 circa e i primi sottufficiali facevano il loro ingresso in caserma. Benché fosse g iorn ata festiva, non d eve m eravigliare un così mattiniero avvio delle attivi tà. Il 4 novembre, come tutti sanno, cade l'Anniversario della Vittoria, festa naz ionale, e i repa rti di Firen ze, nella circos tanza, s i stavano apprestando all a cerimonia commemorativa. In piazza Duomo, il Reparto RRR «Friuli» aveva schierato due mezzi s peciali a scopo espositivo. Due sottufficiali, appena en trati in caserma, avevano appunto il compito di provvedere agli ultimi dettagli. Fu lì che squillò il telefono: era il Comando Brigata che, già con l'acqua in casa, chiedeva soccorso e dava disposizioni perché venissero recuperati e posti in salvo i mezzi da piazza d el Duomo. Pochi minuti e gli ACM/52 soccor-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITA
Escludendo dal computo la perdita di vite umane, i danni maggiori sono quelli sofferti dall'immenso patrimonio artistico. Qui le acque dell'Arno hanno raggiunto il Battistero e il Campanile di Giotto, fra i quali si intravede la basilica di Santa Maria del Fiore (foto R. Fattorini).
li.
Gli autieri all'opera Mentre tutto ciò avveniva alla «Predieri» e presso il Comando Regione, attività di vario genere, tutte legate all'emergenza, s i svolgevano presso la caserma «Perotti », a Coverciano, da sempre prettamente automobilistica, sede della Direzione della Motorizzazione
57
CAPITOlO
2
La corrente di fango ha ormai invaso le vie di Firenze: ognuno cerca scampo come può (foto R. Fattorini).
58
so, con i due sottufficiali com e conduttori, erano in ca mmino. Con l'acqua già all'altezza dei pianali, i due veicoli esposti veni vano agganciati e, attraverso percorsi tortuos i e su vie che non avevano più nulla da invid iare ai ca nali di Venezia, rientravano in Caserma. Per s trada, scene da apocalisse, con ge n~e che, profittando del passaggio deg li a utomezzi, vi saliva sopra per farsi portare fuori dai gorghi. Non tutti i mezzi vennero recuperati, fra quelli approntati per la fes ta: diverse ambulanze del Reparto Sanità della «Friuli», schierate in Pia zza Sa ntissima Annunziata, vennero m esta mente so mmerse. L'Autoreparto «Friuli » era allora com a t~d a to dal capitano Romano Fattorini. E g r az ie alla sua diretta tes timonianza, unita a quella di alcuni sottufficiali, in particolare il maresciallo Fernando Mastronicola, che s i riesce a ricostrui re l'attività del Repa rto, a rig uardo della quale i documenti ufficiali son o desolatamente aridi di particolari . In pratica l'ufficiale, qual e ex comandante del Reparto, è in grad o di riferire l'a ttività «interna»; il sottufficia-
le, più vici no alla parte esecutiva, relaziona sulle operazioni esterne. Il primo allertam ento era pervenuto, direttamente da l Comando Regione al comand ante dell'Autoreparto, verso le 2 e 30 del4 novembre. Mentre la mina ccia si faceva via via p iù concreta, veniva approntata un'autocolonna d i OM «Taurus» che, proprio mentre l'Arno cominciava a riversarsi in città, s i portava dalle parti di Ponte Vecchio, a raccogliere quanti abitavano i piani inferiori delle case sul Lunga rno e portarli in salvo nel parco di Villa Viviani, s ulle alture di Settignano. La sistemazione era, ovvia mente, di em ergenza, all'interno di tende allestite nella fretta imposta da l precipitare degli avvenimenti e di alcune s tanze m esse a disposizione dai proprietari della villa. Ins iem e a l riparo offerto dalle tende, si cercò di alleviare il disagio dei sinistrati forne ndo anche coperte e i primi viveri di conforto. el parco della villa vennero approntati anche un posto ristoro ed un posto d i medicazione, quest'ultimo affidato alle cure dell' ufficiale med ico della caserma «Perotti». Prima ancora che l'Arn o, scavalca n-
do le spallette dei ponti, tagliasse in due la città, l'Autoreparto era riusci to, transitando con alcuni automezzi sul ponte- allora in ferro - di Varlungo, a costituire un piccolo distaccamento di soccorsi anche sulla riva sinis tra, sul prato so ttostante Piazzale M ichelangelo, lo stesso oggi occupato da un camping. Non lontano, accanto alla chiesa di San Miniato Alto, venne allestita una seconda tendopoli. Una volta interrotte le vie di comu- . nicazione e prima che esse venissero riattivate, il rifornimento agli operatori della riva sinistra venne effe ttuato mediante traghettamento con alcuni M 113 del 19° Battaglione Corazzato. Dopo due o tre giorni, quando l' Arno si era ritirato lasciando dietro di sé solta nto cadaveri, rovine, detriti e fango, sotto Piazzale Michelangelo vennero sistemate alcune fotocellule, azionate da gruppi elettrogeni della Compagnia Genio Pionieri «Friuli » le quali, dirigendo i fasci dei loro rifle ttori verso Ponte Vecchio, consentirono a i soccorritori di operare anche di notte. Non fu certam ente agevole ancorare al s uolo le stesse fotocellule, a causa d el terreno ridotto ad una poltiglia di fango. Una fotocellula, con le s tesse finalità, venne installata in via Tornabuoni . Alla fase della prima e mergenza, tesa soprattutto al salvataggio di vite umane e al ristoro degli alluvionati, seguì, senza soluzione di conti nuità, quella dell'evacuazione. I militari dell' Au toreparto cominciarono a vuotare negozi e cantine, lavorando in s imbiosi con i militari del 40° Reggime nto Fanteria «Trieste», affluiti dopo due o tre giorni da Bologna e ospitati a nch'essi presso le s trutture dell'A utorepa rto. Questo, con l'arrivo di militari esterni, aveva assunto dimens ioni mastodontiche (un migliaio di uomini e trecento automezzi da gestire e amministrare), con conseguenti ingenti problemi di alloggiamento. In via Tornabuoni vennero rinvenute, a distanza d i qualche g iorno dall'alluvione, delle persone ancora vive, prese in trappola dal mare di acqua e fa ngo. Vennero recupera ti, purtroppo, anche diversi cadaveri g ià in fase di decom posizione. Anche nel sottopassaggio della s ta zione di Santa Maria Novella vennero trovati dei cadaveri e toccò proprio ai militari dell'Autoreparto la pie tosa opera del loro recupero e della s is temazione negli appositi sacchi. Alcuni profughi vennero recupera-
ti dai tetti d e lle case, dove avevano trovato scampo, facendoli salire sugli M 11 3 IL CORPO che li conducevano all'asciutto. Gli stessi ufficiali e sottufficiali del Comand o AUTOMOBILISTICO Regione, bloccati al terzo piano di Pa- NEL LE PUBBLICHE lazzo Santa Caterina, vennero evacuati CALAMITA dagli uffici del Comando per mezzo d i canotti, per essere poi cond otti, sem p re a mezzo d i M 113, nella zona di Por ta a Prato dov'era s tato costitu ito un centro di coordinamento di tutte le forze di soccorso che ma n mano affluivano. Anche a Peretola numerose fami g lie vennero recuperate dai tetti delle case e vennero sgomberate una cinquantina di carogne di mucche e cavalli che vennero seppellite in campagna, da lle parti di Quin to. O ltre ad esse, purtroppo, vennero recuperati anche i cadave ri di due vittime. Sempre a Peretola e ra s taLe insegne dei negozi, to costituito un posto di medicazione, lambite ormai dalle acque, supportato dalla C.R.I. d i Scandicci, da danno la misura de/livello dove coloro c he avevano necessità di raggiunto dalle acque lungo le vie e nelle piazze ricovero "enivano prelevati e condotti fiorentine; la corrente ha presso g li Ospedali Riuniti di Careggi rubato dalle abitazioni il in elicottero. gasolio del riscaldamento Altre vittime vennero rinvenute che ora galleggia in presso u na casa di riposo per a nzia ni, superficie e si insinua a Covercia no, e trasp ortate per le ese- ovunque (foto R. Fattorini).
59
CAPITOLO
2
Una foto di routine, se si trattasse di Venezia; ma siamo a Firenze. Con la corrente che arriva a sfiorare i balconi dei primi piani, qualcuno cerca scampo a nuoto (foto R. Fattorini).
60
quie presso la chiesa di via Centostelle. I superstiti, invece, vennero caricati su canotti e trainati all'asciutto sempre dagli M 113. All'interno della trattoria «Latini», nel centro storico, vennero salvati alcuni turisti tedeschi, rimasti bloccati sulla par te superiore delle scale. I.l materiale evacuato dalle cantine, caricato sugli automezzi, veniva consegnato ad una delegazione comunale e radunato presso un centro d i raccol"ta istituito dalle parti di Firenze Nord. Gli automezzi civili invece, man mano che venivano recuperati, venivano sgomberati p resso l'attuale prato dell'Ostello della Gioventù, ai piedi della collina di Fiesole. Il r Autoreparto Misto Territoriale, nel frattempo, non restava inoperoso. A poche centinaia di metri dalla Perotti c'era, e c'è tuttora, il deposito carburanti e lubrificanti di media capacità di Covercianino che, già da subito, si era intuito sarebbe stato pesantemente interessato alle operazioni di soccorso. Senonché l'Arno aveva ormai spezzato in d u e la città. La massa d'acqua transitata nel momento di massima piena venne valutata in 6000 metri cubi al secondo (va tenuto presente che la portata media del fiume è di circa 100 mc al secondo, mentre la m inima ha sfiorato, in
qualche stagione particolarmente s iccitosa, un solo metro cubo). Per dirla in immagini, sarebbe come se un fiume del calibro del Danubio fosse transitato in gita turistica per le vie di Firenze. Con questa situazione, chi abitava al di là dell'Arno era completamente tagliato fuori dal resto della città e viceversa. Proprio là, a Galluzzo, abitava il maresciallo Fornaciari, capo deposito. Toccò al personale dell'Autoreparto recarsi ad avviare l'attività del deposito stesso e, soprattutto, il gruppo elettrogeno, visto che nel frattempo era venuta anche a mancare l'erogazione di energia elettrica. Alla «Perotti» cominciavano intanto ad affluire, come sfollati, i soldati della «Predieri», seguiti, nei giorni successivi, da quelli dei reparti affluiti da fuori regione. Ma non furono soltanto i militari ad intervenire: organizzazioni umanitarie, studenti, volontari di ogni genere e provenienza, cominciavano ad accorrere, con nobile altruismo, a lenire le ferite della città, a portare aiuto ai sinistrati, a recuperare l' immenso patrimonio storico e artistico di Firenze. Furono quelli che poi i Fiorentini avrebbero ribattezzato «gli angeli del fango». Oltre ai militari di stanza nella regione, dal giorno 7 affluirono i raggruppamenti «Legnano», «Cremona», «Centauro». Tutto ciò comportava, ovviamente, anche seri problemi di ordine logistico. La «Perotti» era divenuta la più importante base dei soccorsi. Anche il 7° Autoreparto offrì le sue strutture, dove vennero ospitati 500 tra i militari affluiti e amministrati 200 automezzi. Presso le colonnine del suo deposito, come pure in quello del Reparto RRR, gli automezzi fecero la spola per giorni e giorni per rifornirs i di carburante. La 7° ORA mise a disposizione tutte le sue potenzialità per effettuare le riparazioni: alla fine dell'emergenza risultarono sottoposti a riparazione 972 · automezzi, sia militari che civili, impiegati nelle operazioni, per un totale di 12.685 ore lavorative, mentre 264 furono gli automezzi recuperati dal fa ngo, bonific~ti e ripristinati; dai suoi magazzini erano usci te oltre 31 tonnellate di ricambi e materie di consumo. La s tessa ORA ospitò, per tutta la durata dell'emergenza, ben 1000 Vigili del Fuoco accorsi da tutta Italia, che vennero alloggiati dentro la palestra, nella sala scherma e all'interno del vasto magazzino complessivi.
La presenza dei Vigili del Fuoco si sarebbe volta a vantaggio della ORA, in quanto essi realizzarono degli attacchi volanti da un vecchio pozzo artesiano esistente in caserma e mai utilizzato, sì che da allora all'ente non sarebbe mai più mancata l'acqua. Le maestranze civili lavorarono per tre domeniche consecutive, rinunciando a ogni retribuzione legata alla natura festiva della giornata; si trattava di personale specializzato, la cui assenza avrebbe seriamente pregiudicato la con- · tinuità delle operazioni. Per tutto il periodo, la cucina della «Perotti» venne tenuta a pieno regime, dovendo soddisfare le necessità di tanto personale che accedeva a rotazione. Il deposito carburanti e lubrificanti di Covercianino cedette circa 315 mila kg di benzina, tra avio, normale e super, 210 mila di gasolio e quasi 10 mila di lubrificanti. Le cifre complessive dell'impegno militare, in tutta l'operazione di soccorso, che si sarebbe protratta per oltre un mese, cioè almeno fino al 7 dicembre successivo, parlano della presenza di 8.525 uomini, 16 mezzi cingolati, 130 natanti, 14 elicotteri, 847 automezzi, 314 attrezzature varie del genio. Al personale che aveva fornito la propria opera nei soccorsi, il Ministero della Difesa-Esercito, con circolare nr.
00/0/30 del 6 febbraio 1967, concesse un attestato di benemerenza. IL CORPO Dopo circa un anno e mezzo dall'alluvione, presso il Palazzo dei Cinque- AUTOMOBILISTICO cento, ad ognuno dei partecipanti alle NELLE PUBBLICHE operazioni venne consegnato un ulte- CALAMITÀ riore attestato, firmato dalla Regina d'Inghilterra, insieme ad una medaglia ricordo. 114 novembre 1967, nell'anniversario dell'alluvione, sul quotidiano «La Nazione» si poteva leggere: «Abbiamo ancora davanti agli occhi le scene di disperazione e di panico di quei giorni, nonché le cupe immagini di quella città tanto cara al mondo ... Comandanti di autoreparti dislocati in una delle poche caserme risparmiate dalle acque (Autoreparto Friuli e 7° Autoreparto, N.d.A.), furono i primi ad accorrere costernati e impotenti di fronte al turbinio delle acque limacciose. Ma i soldati tennero duro, impegnandosi 24 ore su 24 (fino all'arrivo dei soccorsi organizzati) senza pensare un istante a loro stessi, dominati da un solo scopo: salvare vite umane.» Sempre sulla Nazione, Ottavio MatA parte la presenza delle teini così ricorda va: automobili, non molto diverso dovette apparire il «Le acque dell'Arno, ritirandosi, avemondo a Noè, al ritirarsi vano appena scoperto il volto detur- delle acque dopo il diluvio; pato e offeso di Firenze, che la città fu si possono cominciare a occupata da un esercito di giovani in fare le prime valutazioni dei danni (foto R. Fattorini). divisa e senza. L'alluvione dei soldati.
61
CAPITOLO
2
llungarni, al ritiro delle acque alluvionali, appaiono sommersi da una incredibile massa di detriti; numerosi automezzi, soprattutto militari, sono all'opera per sgomberar/i (foto R. Fattorini).
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
62
L'alluvione degli studenti, degli «angeli del fango». Ci rimasero settimane e anche mesi. Portarono nell'ora della tragedia un commovente slancio di dedizione. Ovunque la loro presenza suscitava speranza, simpatia, coraggio. Abbiamo davanti agli occhi l'eroico comportamento di cento soldatini gettati per 10 giorni a svuotare le celle frigorifere del mercato centrale di San Lorenzo dove c'erano duemilacinquecento quintali di pesce e duecento quintali di carne
putrefatta. Nonostante le maschere antigas, due rimasero intossicati dalle esalazioni ammoniacali e dai miasmi delle derrate andate a male ... Li rammentiamo quei ragazzi. Li vediamo ancora all'opera dentro i portoni, le cantine, nei musei e nelle gallerie, immersi nella mota, il volto trasformato in una maschera ... La seconda liberazione di Firenze, della Firenze distrutta dalla guerra dell' Arno, fu compiuta da questi uomini. Non li dimenticheremo mai».
Riceviamo e r iferiamo, dalla viva voce di due protagon isti, la testimonianza personale di un Ufficiale e di un sottufficiale, di due diversi Reparti (della stessa ca serma), che in funzione del loro grado rappresenta rono due modi diversi d i vivere e comba ttere la tragedia dell'alluvione. Il Generale Romano FATIORINI, allora ca p ita no, era i l Coma nda nte dell'Autoreparto «Friuli». Così eg li ricorda la suo esperienza d i comandante d i uomini in un momento di così elevata responsabil ità.
Gavinana, le acque dell'Armo avevano iniziato a fuoriuscire dagli argini e ad infiltrarsi nella sua abitaz ione, a piano terra. Cedendo ad un moto di umana comprensione e solidarietà, vista la relativa vicinanza dalla Caserma, stavo per corrispondere d'iniziativa, allorché giunsero notizie vaghe e allarmanti di vaste aree allagate e isolate in tutto il Valdarno che mi fecero riflettere sulle conseguenze di un atto arbitrario in una situaz ione convulsa e imprevedibile . Richiamai l'Ufficiale di Picchetto dicendogli di chiedere l'autorizzazione all'Ufficiale di servizio al Comando Regione e di metter/o al corrente delle notizie pervenute. N el contempo alcuni soffufficiali che alloggiavano in Caserma si davano volontari per quella richiesta di aiuto. Altre richieste di privati cittadini furono da lì a poc o rivolte al Comando Regione tramite l'Ufficiale di Picchetto; ma le esigenze individuali non furono soddisfatte perché era già in atto l'organizzazione di alcuni consistenti interventi là ove la situaz ione si stava manifestando in tutta la sua drammaticità . Confesso che, sulle prime, provai un senso di totale smarrimento se non di colpa.
«Lo sera del3 novembre, tutto e ra pronto per la celebrazione della festa delle Forz e A rmate, ma voci sempre più insistenti di un «A rno pazzo» ed un sopra/luogo da me effettuato lungo le sponde del fiume, rende vano pesante l'atmosfera con il trascorrere delle ore sotto l'incessante scrosciare della pioggia. Verso le 02,30, ricevemmo un avviso di prea llarme. Poco dopo l'Ufficiale di Picchetto mi telefonava riferendomi che un s ignore lo stava vivamente pregando di mettere a disposiz ione della sua famiglia 2 autocarri onde poter traslocare con le proprie masse rizie in quanto, nella zona di Piazza
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Immagine aerea della caserma «Perotti" che nelle settimane successive all'alluvione divenne centro di tutte le attività di soccorso (foto V. Capodarca). Successivamente, però, con il precipitare degli eventi mi sentii quasi sollevato. Ancora oggi mi domando cosa sarebbe accaduto se, d 'inizia tiva, avessi inviato uomini e mezzi allo sbaraglio o, peggio ancora, in quel clima di incertezza generale è d i richieste d i aiuto, fosse stato autorizz ato l'intervento d i una autocolonna allorché, poco dopo - quindi nel pieno delle operazioni di soccorso - proprio in Piazza Gavinana, preceduta da cupo boato, si riversò, tumultuosa, la prima ondata di piena. Gli abitanti dei seminterrati e dei piani bassi ebbero appena il tempo di rifugiarsi ai piani superiori o sui tetti; persero le masserizie, non la vita come sarebbe potuto accadere se, a decine, avessero cercatoscampo su quegli autocarri che avrebbero dovuto portar/i al sicuro, ma che certamente la furia impietosa dell'Arno avrebbe travolto come fuscelli ... Notizie imprecise e frammentarie continuavano intanto a giungere dalle zone del Valdarno. Si temeva per le dighe della Penna e di Levone e si attendeva, da un istante all'altro, il totale impegno dell'autoreparto. Era così vivo tra i quadri più anziani il ricordo del disastro del Vaiont che al confrontare quella tragedia con ciò che si andava temendo, non si riusciva a capacitarci del perché del mancato intervento di tutti i Reparti della Brigata <<Friuli» ... Ma le informaz ioni che pervenivano ai più alti livelli non consentirono, alle autorità civili e militari che da ore si stavano consultando per avere un quadro della situazione dell' intera regione, di effettuare una valutazione di quanto si stava preparando e che, di lì a poco tra la costernazione e lo stord imento generali, si sarebbe verificato.
Tant'è che persino tutte le caserme - tranne la Perotti - vennero sommerse, con le dotazioni organiche dei vari reparti, do valanghe di aequo, detriti e fango. Verso le 04,30, infatti, con un fragore assordante, una fiumana di acqua e fango, si riversava sullo zona di Villamagna-Piazza Gavinana e, successivamente, sulle parti più basse della città, spazzando tutto ciò che di mobile trovava sul suo cammino. Verso le 08, 00 l'intera città era in ginocchio sotto un monto di 2+4 metri di fango e acqua. Così, nella tarda mattinata del 4, iniziarono a uscire i primi automezzi a trazione totale per operare là ove il livello delle acque lo consentiva; la nostra azione divenne sempre più incisiva mano o mano che si configuravo lo portato della tragedia e le acque iniziarono a ritirarsi lasciando la città sotto una coltre di vis.c ido Fango. Anche la sede de <<LA NAZIONE» era andata sommersa e per alcuni giorni, finché tornarono agibili le strutture e le attrezzature, il giornale venne stampato a Bologna. Il concorso dell'Autoreparto <<Friuli» prese ovvio, di fatto, il 4 novembre, per concludersi nel periodo pasquale dell'anno sue~ cessivo, operando, nelle ultime settimane, per conto dello Croce Rossa. Ricordo ancora che, proprio nel pieno dell'inondazione, si diffuse lo voce (orig·inata non si è mai saputo da chi) che le dighe della Penna e di Levone avevano ceduto. In un attimo il panico dilagò . Lo stesso Generale Centofanti, comandante lo Regione, si levò in volo con l'elicottero per portarsi in loco risalendo il corso dell'Arno. Tornò poco dopo con notizie specifiche rassicuranti; le dighe, benché tenute sotto pressione dallo grande massa di acqua in continuo afflus-
63
CAPITOLO
64
2
so, erano ancora saldamente alloro posto. Fra il 5 e il 6 novembre, poi, cominciarono a giungere rinforzi di reparti fuori della Toscana, fra i quali ricordo, per spirito di corpo, l'Autoreparto della Brigata «Trieste» di stanza a Budrio, ove avevo prestato servizio per oltre 5 anni. In pochi giorni, con l'afflusso di nuove unità, la massa di uomini di cu.i potevo disporre assunse notevoli proporzioni e cioè circa mille soldati e oltre 300 automezzi. La nostra attività assunse così un ritmo frenetico. Ad ogni istante c'era un'emergenza da affrontare. Già la prima uscita era stata contrassegnata da momenti drammatici. Due degli automezzi inviati a prestare soccorso, giunti in Piazza A/berti, erano stati parzialmente sommersi ed erano rimasti bloccati per qualche ora. La sola cosa andata perduta fu il carburante, a causa di infiltrazioni di acqua e fango nei serbatoi. Puntualizzo questo perché il Maresciallo Rozza, addetto ai materiali, mi «perseguitò» per oltre un anno in quanto i verbali di scarico dei due pieni serbatoi, da lui redatti e da me firmati, furono fatti e rifatti decine di volte a causa delle leggendarie pastoie burocratiche che eccellono sempre in situazioni disperate o di emergenza. Intanto, per una maggiore aderenza alle esigenze delle operazioni, l'Ufficio Servizi del Comando Regione, diretto dal Col. f. Host e dal Magg. Au. Donati, si era trasferito da Palazzo Santa Caterina di Piazza San Marco alla Caserma «Perotti» divenuta di fatto il quartiere generale di tutte le operazioni di soccorso, tra le quali mi piace ricordare, per l'elevato numero di veicoli, l'autocolonna di M. 113 partita verso la zona sommersa di Brozzi-S. Piero a Ponti comandata personalmente dal Gen. Parlato, Vice Comandante la Regione T.E., che prese posto sul primo veicolo. Le squadre dei miei uomini partivano la mattina, per tornare la notte, quando rientrav.ano, perché molti restarono fuori sede anche per quindici giorni. Tornando, ognuno aveva tante cose da raccontare, tante cose viste ... tante compiute ... tante ancora da compiere ... Ma tutto fu fatto senza niente chiedere e senza lagnanze per alleviare il disagio dei cittadini. Furono distribuite tonnellate di viveri, spalato fango, svuotato scantinati, recuperati automezzi, bonificato il mercato di San Lorenzo, recuperato e trasportato libri, incunaboli e opere d'arte . Molti militari del contingente che stava per essere congedato si presentarono da me ancora coperti di fango, chiedendomi «di fare qualcosa» per trattener/i fino altermine dell'emergenza, ma non potevo far nulla per soddisfare il/oro encomiabile slancio di altruismo; posso dire soltanto che diversi, dopo il congedamento, rimasero in
Firenze, anonimi tra gli anonimi, tra le fila del volontariato. Il nostro lavoro, condotto veramente senza sosta e risparmio di energie, fu ripagato dalla consapevolezza che ognuno aveva compiuto, con risultati tangibili, il proprio dovere. A distanza di 30 anni sento vivo ancora in me l'orgoglio per l'opera svolta da quei cittadini in uniforme: i loro volti sono ancora impressi in me, anche se non ricordo i nomi... A loro, sono dedicati i riconoscimenti e gli attestati ufficiali a me giunti. A loro le espressioni di riconoscenza, verbali ma anche scritte, di tanti che avevamo aiutato; dalla Direttrice della Scuola di Santa Maria a Coverciano a quella di un fornaio che poneva l'accento sullo slancio e sul coscienzioso lavoro da tutti svolto. A tutti il grazie de/loro Comandante». Germano GAGGIOLI, maremmano , 55enne, maresciallo maggiore aiutante in pensione, era allora un giovane sergente maggiore, i n servizio alla 7° ORA: Riviviamo, nei suoi ricordi, l'esperienza di quei difficili giorni.
«Gualcuno, verso le 8 , venne a svegliarmi nella mia cameretta di sottufficiale scapolo: - Alzati, Gaggio/i, che c 'è do andare a prendere la posta: - Non tocca a me - protestai - è il turno del sergente Urrù! - È vero, ma ieri sera ha avuto l'autorizzazione a pernottare fuori, o/tramo, e ha telefonato che da quella parte il fiume ha dato di fuori e /e strade sono interrotte. Mi alzai controvoglia. Pioveva ancora a dirotto, come del resto stava facendo da tre giorni. Mi portai verso il bagno. G irai la manopola del rubinetto: niente acqua. Assurdo, con tanta che il cielo ne mandava, non ce n 'era una goccia per il mio lavandino! Infilai la spina del rasoio: silenzio totale, non c 'era elettricità. Mi diressi al bar per svegliarmi con un caffè. - Mi spiace - fece desolato il barista ma non c'è corrente! Mi infilai nella macchina di servizio, una Fiat 600 col conduttore già a bordo e mi · avviai. Via Manni, via D'Annunzio ... Gua ndo fui sul cavalcavia che immette su piazza A/berti, osservai lungo I'Affrico l'acqua che traboccava a fiotti dalle fogne. - L'Arno deve avere una bella piena osservai rivolto all'autista - quando rientriamo, voglio andare a vedere. La posta apriva alle nove. Mancava ancora qualche minuto e mi recai verso il bar Donnini, sempre con quella voglia d i caffè. Niente corrente anche lì. Ritirata la posta, presi la via del ritorno, passando per il Duomo; anche qui le fogne
vomitavano aequo e fango. In piozzo San tissimo Annunziato due colleghi, ritti impalati, riparati do un inutile te/o tendo, se ne stavano bagnati fradici, per le incombenze dello cerimonia del 4 novembre. In viole Molto, uno zampillo di due o tre metri di altezza mi si parò davanti allo vettura. Rientrai, consegnai lo posto e scappai verso l'ospedale di Co reggi, dove avevo appuntamento con lo fidanzato , venuto dal suo paese in visito allo nonno ricoverato. Con uno chiaro ansia dipinto in volto, lo . gente avevo un solo argomento di conversazione: le confuse notizie che lo radio fornivo sullo stato dell'Arno. Alle 11 ero di nuovo in caserma, dove trovai 5 sottufficiali. Il Comi/iter ci aveva allertati. Per primo coso, sgomberammo il magazzino complessivi per far posto ai mezzi provenienti dallo «Predieri». L'ordine seguente fu di tenersi pronti o partire, con tutte le AR disponibili. Venne formato un treno di cinque vetture: in coda, l'unico provvisto di pieno serbatoio, o spingere le oltre verso lo colonnina per fare rifornimento. Effettuato il pieno con pompoggio
o mano, eccoci pronti. Il fotto che nessuno di noi avesse lo potente per quel mezzo, ero un dettaglio di scorso importanza, doto lo situazione; ci sarebbe ben stato il tempo di sistemare le corte. Ciò che in quel momento importavo ero partire, e partimmo, ognuno od assolvere lo proprio porte di missione. Mi presentai al generale Parlato, vice comandante del Comi/iter. Come primo incorico, venni indirizzato sullo via Bolognese dove, all'inizio dello solito, appeno varcato il Ponte Rosso, trovai parcheggiati 5 CP/48, con conduttori ma senza graduati. Si eranol fotte le 3 e mezzo del pomeriggio: un viaggio dietro l'altro, erano saltati sia lo colazione che il pranzo. Restammo lì alcune ore, in atteso di ordini. Un silenzio irreale ammontavo lo c"ittà, priva dei suoni e dei rumori di ogni giorno, un silenzio reso angoscioso dall'unico voce che permeavo ogni molecola d'orio: il fruscio sordo dello corrente dell'Arno che in quel momento costituivo il respiro stesso dello città. Il fiume distava almeno 3 chilometri, eppure lo suo voce ero lì, come un lamento ansimante, vicino o noi e dappertutto.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Pontevecchio, come tante opera di grandi architetti del passato, ha retto tenacemente l'urto dell'alluvione, ma le botteghe degli orafi, sventrate, hanno visto dispersi i loro tesori (foto R. Fattorini).
65
CAPITOlO
66
2
Scese il buio; anche i soldati erano senza pasto dal mattino. Finalmente vedemmo socchiudersi un botteghino di generi alimentari dal quale qualcuno, affacciandosi, ci faceva segno di avvicinarci. Era il proprietario che, impietositosi, ci porgeva un filone di pane, due scatole di formaggini e un fiasco di vino. Alla luce dei fari di un autocarro, divisi le porzioni. Passarono due signori in borghese che, invita/ici a coso, ci offrirono un caffè caldo. Alle ventuno, una staffetta di passaggio èi disse di restare ancora in attesa di ordini. Il primo di questi ordini sarebbe arrivato all'una di notte: rientrare e presentarsi alfe 5 al Comi/iter. Tra il tempo di rientrare e quello per rialzarsi, avanzarono non più di due ore per il sonno. Alle cinque, puntuale, ero sul posto di servizio. Venni messo o disposizione dell'onorevole Pieraccini, allora Ministro dei Lavori Pubblici. Con a bordo il segretario del Ministro, si partì in ricognizione. La mio fu una delle prime macchine, se non la prima in assoluto, a riattraversare l'Arno sull'unico ponte transitabile, quello di San Niccolò. Tutti i ponti erano infatti ingombri di tronchi, sterpi, sassi e fango. Anche il San N iccolò lo era, ma o/ centro presentava un varco che fasciava defluire, lentamente, una macchina alla volta. Un sole incredibile illuminava una giornata primaverile e mostrava in tutta la sua crudezza la spettralità del paesaggio devastato . In giro, le scene più disparate, tanti segni di quella vita che voleva a tutti i costi risorgere. Salimmo verso Piazzale Michelangelo e poi giù, verso Porta Romana e Viale Petrarca. Dovevo tenere attentamente il centro della strada, dove meno alto era il livello dell'acqua. Ai lati, infatti, essa stava ancora defluendo verso le fogne . Si vedeva solo acqua e nulla avrebbe potuto assicurarmi che sotto di essa ci fosse ancora la strada e non una voragine. In via Bronzino, uno sbarramento impediva di proseguire. Si dovette ripiegare sulle colline, verso Roveto, e ridiscendere o Lastra a Signa, dove viveva la famiglia del segretario che voleva accertarsi della sua sorte. Gli era andata bene: l'acqua era arrivata o tre centimetri dalla soglia di casa. Finalmente, dopo più di 24 ore, un buon pasto caldo: pasta al burro e un'enorme fiorentina. Il ritorno avvenne per viottoli di campagna, anch'essi sinistra/i dalle piogge. Per le eccessive sollecitazioni inferte al motore, /o spia dell'olio cominciava ad illuminarsi minacciosamente. Di nuovo in prefettura e da qui o Legnaia, dove anche l'onorevole volle andare o visitare fa propria abitazione e quindi ancora in prefettura.
Ripreso o bordo il segretario, ci portammo all'ex panificio militare, ora macelli comunali, in viale Corsica, dove era stato approntato un Centro di coordinamento per la distribuzione dei soccorsi, soprattutto di natura alimenta re , che stavano affluendo da tutto il Paese. Dopo un paio di giorni, con il progressivo moltiplicarsi dei soccorsi, si rese necessario istituire un secondo Centro, dentro lo stadio militare di Campo di Morte. Alle due di notte del 6 , dopo quasi 24 ore di assenza, rientravo in caserma, con sollievo dei colleghi, che mi stavano già dando per disperso . Per ritemprarmi della stanchezza, gli stessi colleghi mi offrirono una gavetta colma di cognac (la Direzione dello stabilimento, o distanza di tre mesi, ci avrebbe addebitato ben 7 7 mila lire dell'epoca - per il rimborso di 2 bottiglie di Vecchia Romagna). Alfe 6 ero di nuovo in prefettura e stavolta ci sarei rimasto per due o tre giorni consecutivi. Avevo sempre o bordo il segretario dell'onorevole che recava in mano un foglio con fa scaletta degli interventi da effettuare. Il nostro compito era quello di reperire alberghi e pensioni da requisire. Verso il giorno 7O venne istituito un «Ufficio Requisizione Alloggi», presso la stessa prefettura, presieduto dall'avvocato Zoli. l/lavoro, benché sempre impegnativo e senza sosta, assunse il carattere di routine. Al mattino, briefing nell'ufficio dell'avvocato per fare il punto della situazione; dopodiché, con squadre di volontari, si partiva alla ricerca di alberghi e pensioni disponibili. Verso mezzogiorno si rientrava in prefettura con il risultato delle nostre ricerche. Oui trovavamo gente in attesa di sistemazione e, mediante un rapido raffronto tra i posti disponibili rinvenuti e la consistenza dei nuclei familiari, si accompagnavano le famiglie ai rispettivi alloggi. Al seguito, recavamo anche l'ordine di requisizione per l'albergo e il buono viveri, con il quale ritiravamo dal Centro di Campo di Morte i viveri per i vari nuclei familiari che alla fine {parlo solo di quelli affidati alle mie cure) erano divenuti un centinaio. Un giorno, recatomi come sempre al Centro, volli togliermi una soddisfazione. Presi un'intera pagnotta di pane imbottito al prosciutto e una bottiglia di vino {c'era, allora, la fame propria della gioventù) e, nell'attesa che venisse caricata la vettura, mi portai verso /o tribuna e mi sedetti sulla poltrona di centro. Per qualche minuto, provai il brivido di sentirmi presidente della Fiorentina. Guardai attentamente il rettangolo verde, poi chiusi gli occhi: laggiù, in quei momento, i miei Viola stavano giocando soltanto per me».
j
TERREMOTO DEL FRIULI Vi capiterà, a volte, di calpestare inavvertitamente un formicaio. Se v i soffermas te ad osservare le conseguenze del vostro misfatto notereste, nell'ordine, le segu enti scene. Dapprima, un brulichio di centinaia di animaletti neri che sca ppano da tutte le parti, nel caos più completo, in preda al panico; subito dopo, si vedrebbero . numerose formichine uscire dall'ingresso recando fra le mandibole dei curiosi chicchi bianchi, simili a riso: le larve in gestazione, il loro futuro che deve essere posto in salvo. In breve, però, il movimento si fa meno frenetico; tutte le formiche, insieme, s i recano sul luogo della catastrofe e cominciano a ricostruire. Dopo un'ora, non si troverebbe più traccia del disastro da voi provocato. Alle 20 e 59 del6 maggio 1976, qualcuno diede un calcio ad un angolo del fo rmicaio Italia e, a dimostrazione del fatto che nel comportamento dell'uomo- che si arroga la presunzione di far discendere ogni sua azione dalla propria intelligenza- non esiste nulla che · non abbia analogia con quello di altri animali (a i quali si riconosce invece il solo possesso dell'istinto), ciò che avvenne subito dopo ricalca, passo passo, le scene sopra descritte. Lo stesso, del resto, avviene ogni volta che, in qualsiasi parte del mondo, una sciagura si abbatte su un... umanaio. Usciamo dalla parabola. Le 20 e 59 di quel6 maggio 1976 non verranno più dimenticate dalla gente della Carnia. Una scossa di terremoto, valutata al 9° grado della scala Mercalli, con epicentro sotto il Monte San Simeone, in pochi secondi ridusse in briciole interi paesi del Friuli. Cittadine come Venzone, Gemona, Tolmezzo, Osoppo (per citare le maggiori) lamentarono centinaia di vittime. Per tutta l'estate, fu tutto un fervore di operazioni di soccorso, mentre lo sciame delle cosiddette scosse di assestamento metteva a dura prova il sistema nervoso della gente e degli stessi soccorritori. La stagione estiva volgeva già al termine e l'animo della gente friulana si stava già predisponendo verso una felice uscita dal tunnel dell'emergenza, quando la sorte tornò a colpire, ancora più duramente. L'11 e il 15 settembre, altre due scosse, ancora d el9° grado, si abbatterono sulla stessa zona. Due col-
IL CORPO pi che avrebbero messo K.O. tanti altri AUTOMOBILISTICO popoli, ma la tenacia e la caparbietà dei NELLE PUBBLICHE friulani so no proverbiali. Era troppo CALAMITÀ
tardi, ormai, per allestire prefabbricati per tutti; la stagione, poi, stava d eclinando verso l'autunno, sì che si rese necessario requisire alberghi, pensioni, case sfitte, presso le località di villeggiatura della costa quali Lignano, Bibione, Grado ... , ormai svuotate degli ultimi turisti, per far trascorrere ai terremotati un inverno meno disagiato possibile. L'opera di ricostru zione, tuttav ia, non ebbe sosta. Chi, qualche anno 'd opo, si fosse trovato a passare per le stesse cittadine, avrebbe fatto fatica a riconoscere tracce della calamità: tutto era sta to ricos truito in breve tempo, dalle alacri ed operose formichine friulane.
Sono soltanto alcuni scorci, utili ma insufficienti a mostrare le rovine causate dal terremoto a tante cittadine friulane. Nell'ordine, immagini da Gemona, Osoppo, Tolmezzo e Venzone (foto da «Essere Friuli" edito dal Messaggero Veneto).
67
68
Attività dei Reparti A utomobilistici Se abbiamo lamentato la carenza dei diari storici dei reparti, relativamente alle notizie sulle operazioni d i soccorso in occasione di precedenti ca lamità, questa sì fa macroscopica nello specifi co caso del terremoto del Friuli. Tentiamo un piccolo esperimento: invitiamo a pranzo una qualsiasi persona che si sia trovata coin volta nella vicenda, meglio se comandante di un reparto e lì, tra un boccone e un sorso di vino, portiamo il discorso sul tema del terremoto. Vedremo ch e, senza la necessità di pungolarlo con precise domande, egli vi sciorinerà la descrizione di scene strazianti, con racconti di episodi carichi di profonda umanità e di intensa commozione dei qua li il suo reparto fu protagonista. Dopo, con calma, andiamo a sfogliare le memorie storiche del1976 di quello stesso reparto. Stiamo pur certi: di tutte quelle belle e commoventi storie non troveremo la minima traccia. Ben che vada, tutto s i sarà tradotto in poche, aride e desolanti cifre relative al personale e ai mezzi forniti, ai chilometri percorsi, alle tonnellate di materiali distribuiti.
Per ricostruire pertanto la storia delle unità automobilsitiche in seno alle vicende raccontate, occorrerà affidarsi ai racconti diretti di alcuni protago nisti, effettuando un collage tra le varie tes timonianze e fra queste e i succitati dati delle m emorie storiche. È ciò che faremo, partendo dalle unità s ta nziate nel Friuli, per passare poi alle iniziative intraprese da quelle più lontane. Il Bnttnglioue Logistico «fu/in» era stato appena costituito, in data 1 maggio 1976, originato dallo scioglimento del Raggruppamento Servizi della stessa Brigata, quando si trovò subito sottoposto alla terribile prova. Esso si articolava allora in: - Comando di Battaglione a Udine; - 1o Reparto Logistico Leggero, 1 o e 2° Reparto di Sanità a Carnia; -2° Reparto Logistico Leggero aGemona; · -Repa rto Logistico Medio a Basiliano. Suo comandante, dal l o maggio, era il tenente colonnello Giuseppe Bobbi o. Mentre la sede del 1o Reparto Logìstico, a Ca rni a, aveva subito danni alle strutture, ma senza crolli e v ittime, la caserma «Goi Pantanali», di Gemona, dov'era il 2° Reparto Logistico Leggero,
69
2
era stata la più disastrata. In essa erano alloggiati, oltre al 2° Reparto, anche il CAPITOLO Gruppo «Conegliano)) del3° Reggimento Artiglieria e la Compagnia Genio. A causa del crollo di tre intere palazzine, si ebbero 28 morti in tutta la caserma,4 dei quali del Battaglione Logistico. Fin dalle prime luci del giorno successivo, mentre da una parte i sopravvissuti si davano a scavare fra le macerie per salvare chi era ancora vivo e recuperare i corpi delle vittinte, il reparto dava avvio a lla propria attività di soccorso alla popolazione. Essendo per fortuna ancora funzionanti le colonnine dei carburanti, si cominciò ad effettuare rifornimento ai mezzi di soccorso, militari e civili, soprattutto ambulanze, che cominciavano ad affluire. Benché distrutta al pari di altre strutture cittadine, la caserma divenne subito un preciso punto di riferimento, Gemona, 8 maggio 1976. anche per l'afflusso dei feriti che, non Militari e civili lottano contro essendo più agibile l'ospedale cittadiil tempo per cercare tra le no, venivano smistati verso ogni orgamacerie i pochi superstiti nismo sanitario ancora in funzione; priancora in vita (foto Publifoto). ma l'ospedale di Udine poi, quando
questo venne saturato, dovunque vi fosse un posto disponibile (quando, cessata la prima fase di parossismo, si fece il primo punto sulla situazione, un caporalmaggiore del Battag lione Logistico risultava ricoverato... il1 Austria). Mentre all'esterno della caserma nasceva e s i ingrandiva una tendopoli, all'inte rno affluivano i generi di soccorso inviati dalla solidarietà nazionale. Il battaglione cominciò perciò ad operare subito anche all' es terno. Vennero distribuite, su tutto il territorio colpito, delle cucine rotabili per il confezionamento di pasti caldi per la popolazione. Alcune furono disseminate presso i numerosi paesini e frazioni sparsi per le valli e sulle montagne, con nuclei di personale addetto al loro funzionamento. Gli automezzi del Ba ttaglione partivano ogni mattina per il magazzino viveri di Udine, per effettuare poi il giro di distribuzione presso tutte le piccole unità sparse sul territorio. Tutto era necessario, in quel critico frangente: dall'acqua, alle coperte, alle scarpe; ma soprattutto erano necessarie tende anche perché (pioggia sul bagnato) le condizioni meteorologiche, dopo il sisma, s i fecero s ubito inclementi. Gli automezzi venivano messi a disposizione anche delle singole famiglie che ne facevano richiesta per il trasporto delle poche masserizie che erano riuscite a recuperare. Le poche ore concesse al riposo, venivano dai conduttori trascorse per lo più sugli stessi automezzi. Pur in pieno putiferio, i servizi ordinari di caserma, armati e non, continuavano ad essere espletati, come se nulla fosse accaduto. Per fortuna, almeno nel momento del marasma, la mai abbastanza vituperata burocrazia ebbe il pudore di farsi da parte, per non intralciare la celerità delle operazioni. Essa però si riaffacciò subito dopo, con il s uo ghigno beffardo, a richiedere il tributo ad essa dovuto in termini di elenchi di materiali ricevuti e distribuiti, di carburanti forniti, ordinatamente a lli. neati per colonne, ecc. L'operato di tutti i soldati fu improntato alla più grande solerzia e disponibilità. Quelli che abitavano nelle zone colpite, inviati a casa per accertarsi delle condizioni dei loro familiari, fecero subito ritorno p er mettersi al lavoro assieme agli altri. Qualcuno, purtroppo, tornò con notizie assai poco confortanti sulla sorte della propria famiglia. Con l'inizio dell'autunno, dopo le altre due tremende scosse di settembre, il personale del Battaglione Logistico ri-
piegò su Udine, presso la caserma «Bevilacqua», allora semia bbandonata, con eccezione dei reparti di Basiliano e Carnia, che conserva rono la propria sede. A Gemona rimase una piccola aliquota, in previsione d i un rientro più o meno ra pido. Ad un anno e mezzo d al sism a, una volta a ppronta ti alcuni prefa bbricati pesan ti, rientraro no alla caserma «Pantana li» il Ba ttag lione Logistico e la Compagnia Genio. 1n fas i su ccessive, il Battaglione, con il li berars i di varie caserme a seguito dello scioglimento di nu- · merose unità, d opo una riunificazione parzia le presso la caserma «P iave» di Udine, venne ricomposto integra lmente a Vacile nel 1991. L'opera to d el Battaglione Logistico «)ulia» ven ne m eritata mente g ra ti ficato da ampi riconoscimenti con la concessio ne di Med aglie d ' Arge n to a l valore d ell'Eserci to a l 1 o e al 2° Reparto Logis tico Leggero, con le Medaglie di Bronzo a l va lo r civ ile a l sergente Gabriele Ma rlin e a ll 'artigliere Adriano Bologna, con e ncomi semplici ad altri suoi com ponenti. Il Bnttnglio11e Logistico lso11zo, oggi non p iù in v ita e le c ui trad izioni sono state eredi ta te da l «Mantova», aveva sede a Tricesimo, Caserma «S. Pa tussi», ed aveva com e coma nd a nte il m aggiore Antonin o Vica ri. Era, al p ari d elle unità analoghe, u n re parto di fresca costi tu zione e ancora non rod ato d a esaurienti esperie nze. Cio nonostante, esso intervenne fin d al g iorno del sisma ed op erò p e r tutta la dura ta d ell' em ergenza con tutti i s uoi effettivi. Più che d a ll e ar id e cifre delle relazioni ufficia li, le vicend e d el reparto relati ve al terremo to ven gon o ricos truite d alle testimonianze di due s uo i sottufficiali che le vissero in p rima p ersona sulla propria p elle. Il ma rescia llo Raffaele Sgueglia abitava allo ra a Qualzo, nella casa d ove s i era da poco ins ta llato con la su a fresca sposa. Quest'u lti ma s tava s ferru zza nd o, mentre il ma ri to s tava gu ardando la TV d o po aver appoggia to il televisore, stante la g iornata molto ca lda, sul dava nza le della fin estra. All' improvv iso l'apparecchio televisivo cominciò a su ssultare. Si trattava di una scossa premonitrice, leggera ma sufficiente a consigliare ai due coniugi l'opportunità di p ortarsi fuori casa . Appe na in tempo per assis tere con sgom ento ag li effetti d eva s tan ti d ella scossa maggio re: fili elettrici che si toccava no emettend o sca ri che mina ccio-
se, porte che non s i a privano, il ca mpanile della chiesa che oscilla va vis to- IL CORPO sam ente d a una parte all'a ltra. Sistem ata la consorte in macchina in AUTOMOBILISTICO m ezzo a un èampo, il sottufficiale si recò NELLE PUBBLICHE in cas erma, d ove g ià s i s tava no cari- CALAM ITÀ cando gli autom ezzi di taniche d 'acqua, tende, cop erte, v iveri... mentre alcune AR erano uscite in ricogni zione. La prima autocolonna s i d iresse verso Ven zone con l' intento di raggiungere la piazza m a, g iunta in p eriferia, s i trovò la s trad a ostruita d a l crollo d egli edifici. Un cons igliere comunale dirottò allora gli autom ezzi verso un campeggio ad iacente la cittadina, d o ve s i com inciò a sca ri ca re i m a teria li ed a ll es tire una tendopo li . Qui , d a qu esto mon1ento e per tanti giorni e mesi successivi, cominciarono ad affluire aiuti da tu tto il Paese, aiuti che venivano inizialmente smis tati con notevole disorganizzazione. Si era accumulata, ad esempio, una collinetta di scarpe, dalla quale ognuno prelevava a piaci mento. Presto però venne costituita una sala operativa ad op era del 28° Rg t. Ftr. «Livorno», a lla quale faceva rife rimento anche il Ba ttaglione Logistico «lsonzo»; si cominciò pertanto ad operare con una certa orga ni zzazione e s ulla base di direttive più precise. Diverse strad e vennero chiuse al trans ito, anche ped onale, p er impedire atti di sciaca llaggio. Nei primi giorni i ci vili venivano a mangiare direttamente in caserma, fi no a qu ando non vennero dis tribuite le cucine da ca m po fra i vari centri abitati. G iun geva no nel fra ttem.po reparti d a tutta l' Italia; qualcu no s i p res entò con i propri s oldati arma ti di tutto punto (per d ifend ers i poi d a chi!?) . L'istituzion e di un a sa la op erativa consentì di tenere a g iorn o la contabilità dei materi ali, s ia in ·a fflu sso che in distribuzione; q uest' ultima operazione avveni va sotto la responsa bilità d ei sind aci, che firmava no a pposite ri cevute del materiale ad essi consegna to. Giungeva no materiali dei generi più svariati: tende ola ndesi munite di lenzuola, fed ere e cu scini; tende austriache policrome; tend e d ella protezione civile. Nella confus ione d el viavai d egli automezzi che afflui va no - lo s i scoprì più tardi - ci fu chi profittò per compiere vig liaccamente autentiche truffe: camionis ti che giungevano con gli automezzi ca richi e che, dopo essers i fatt i firmare una ricevu ta, ugualmente carichi se ne ri pa rtiva no per a nd are a rivendere la merce da qualche altra parte. Tutti lavorarono senza risparmio: per-
71
CAPITOLO
2
Così appariva Colloredo di Montalbano, all'indomani del sisma (foto da «Essere Friuli").
fino i sottufficiali, e anche qualche ufficiale, si adattarono a fare da conduttori. Fu tale l'entusiasmo e la generosità profusi nel distribuire tende ai civili, che nessuno si accorse che alla fine non ce n'erano più per far dormire i soldati. Gran parte di questi, fin dal primo momento, erano stati inviati fuori, a scavare con le mani fra le macerie; dopo dieci giorni si avvertivano ancora i lamenti di persone sepolte vive. Singolare un episodio di cui lo stesso maresciallo Sgueglia fu testimone diretto. A Pers, borgata a breve distanza da Colloredo di Montalbano, quasi tutte le abitazioni erano crollate o vistosamente lesionate. Solo una, incredibilmente, era rimasta in piedi, senza la minima scalfittura. Nei suoi pressi, una di quelle particolari macchine da demolizione dotate di una pesante sfera di acciaio oscillante, stava buttando giù i muri semidiroccati delle abitazioni vicine. Il proprietario della casa intatta, ancora incredulo per la fortuna toccatagli, si stava raccomandando agli operatori di porre attenzione, affinché un errore di manovra non danneggiasse anche la sua . Era stato appena rassicurato quando, all'improvviso, senza che nessuno neppure lo sfiorasse, l' intero
..
edificio si accasciò a terra, come un castello di carte, sotto lo sguardo esterrefatto del padrone. Altri particolari relativi alle vicende dell' «lsonzo» vengono aggiunti dal maresciallo Damiano Visparelli. Alcuni giorni dopo il sisma, il sottufficiale era stato inviato quale conduttore di ACM a recare coperte e acqua minerale a Resiutta, che egli raggiunse facendo lo slalom fra le fenditure di mezzo metro di ampiezza sull'asfalto della strada. Giunto a destinazione e scaricato il materiale, ricevette l'ord ine da un maggiore di lasciare lì il suo automezzo e di prenderne un altro, già pronto, da condurre al Tempio Ossario di Udine, dove avveniva la raccolta dei cadaveri. Poiché, a causa della pioggia che cadeva incessante da giorni, il terreno era ridotto a un lago di fango, il sottufficiale ordinò al solda to che lo accompagnava di scendere per assisterlo nella manovra. Questi, gettata un'occhiata al cassone, scorse due bare con i cadaveri dentro e pe diede notizia al maresciallo il quale, senza pensarci due volte, schizzò giù dalla cabina, si lanciò a razzo verso l' ACM con il quale era venuto, mise in moto e scappò ... a ruote
levate, inseguito dagli insulti e dagli improperi del maggiore. Questa paur a della morte, tuttavia, sva nì presto anche dagli animi più refrattari; alla fine essa era divenuta quasi una compagna sulla quale ci si poteva perfino permettere di fare delle battute. Quando si cominciò a sentire nell'aria l'odore dei cadaveri, gli addetti a l recupero vennero dotati di mascherine. Tuttavia, anche dopo parecchi giorni, si continuavano a disseppellire perso- . ne ancora in vita . Curiosa la vicenda del vecchietto che, estratto incolume dopo molti giorni durante i quali, ovviamente, era rimasto senza mangiare e senza bere, chiese ai suoi soccorritori, come prima
imprescindibile esigenza ... un bicchiere di grappa. IL CORPO Per i meriti acquisiti dal suo persoAUT OMOBILISTICO nale nelle operazioni di soccorso il Reparto venne insignito della medaglia di NELLE PUBBLICHE bronzo al Valore dell'Esercito. CALAMITÀ A fornire supporto a lle scarne notizie trasmesse dalle memorie storiche a proposito dell'intervento del Battaglione Logistico «Gorizia», è la testimonianza del maresciallo maggiore Sergio Marchitelli, oggi ancora effettivo allo stesso reparto, ed a quei tempi uno dei componenti di quell'embrione che sarebbe poi divenuto, mediante rinforzi successivi, il battaglione logistico attuale. L'unità era stata appena costitl:lita
Grosse fenditure si aprono in mezzo alle strade, un ostacolo in più al transito degli automezzi di soccorso (foto Associated Press).
73
CAPITOLO
2
Un consistente reparto di militari è all'opera per recuperare le vittime e salvare eventuali superstiti sotto un edificio di 5 piani crollato a Maiano (foto Associa led Press).
traendo gli elementi dall'82° Reggimento Fanteria «Torino» e dal183° Reggimento Fanteria «Nembo». Al comando del tenente colonnello Giorgio Fumato, nella stessa caserma «U. Polonio» di Gradisca che è sede attuale, c' erano una compagnia parco, una compagnia trasporti e un'officina media. I dati di forza d el reparto (11 ufficiali, 13 sottuffidali, 36 militari di truppa) all'inizio di quello stesso 1976, giustificano ampiamente la defini z ione di «embrione» che abbiamo dato all'unità. I dati relativi alla partecipazione alle operazioni di soccorso dopo la scossa del6 maggio riferiscono di 3 ufficiali, 9 sottufficiali, 39 militari di truppa (in pratica il reparto al completo). I dati di presenza relativi agli interventi successivi alle scosse di settembre parlano invece di 3 ufficiali, 5 sottufficiali e 50 militari di truppa, che operarono con 20 automezzi di vario tipo, 3 cucine rotabili e l autofrigorifero, segno di un avvenuto ampliamento degli organici. Proprio quella sera il maresciallo, allora giovane sergente, era di servizio quale sottufficiale d'ispezione. Stava dando le ultime mandate di chiave all'ultima cella dei reclusi di camera di rigore, quando si trovò costretto ad invertire i termini dell'operazione, cioè riaprire in fretta tutte le celle per consentire ai puniti di trovare scampo al-
l'esterno. Anche se si trattava di casermette costituite dal solo pianterreno, non sarebbe s tato ugualmente igienico per nessuno vedersi crollare addosso un tetto o un muro. Tutti i militari, complice anche la giornata particolarmente calda, vennero raggruppati negli spazi aperti dei giardini. Seduta stante, venne costituito un piccolo gruppo di emergenza, utilizzando anche quel personale che, alla spicciolata, stava rientrando da casa o dalla libera uscita. Alla prima scossa e al panico che accompagna naturale ogni evento del genere, fece seguito un silenzio totale e ir· reale. Nessuno sapeva quanto intensa fosse stata la scossa, dove fosse l'epicentro, quanti danni il sisma avesse provocato. L'angosciosa mancanza di notizie si protrasse per almeno un paio d'ore. I primi segni di vita, e insieme ad essi le prime confuse informazioni, giunsero dalle voci dei radioamatori ch e, chiamandosi da un capo all'altro della regione, forni vano le prime sommarie indicazioni _sull'estensione e v iolenza del sisma. Soltanto verso le due di notte, dal Comando Brigata perveniva via telefono la notizia dell'avvenuta catastrofe e la. diramazione dello s tato d'emergenza. Con le prime luci dell'alba venne effe ttuato un inventario del materiale di
possibile utilità per l'intervento disponibile presso il Battaglione; in particolare vennero censiti e tenuti pronti picconi, pale, tende, taniche per l'acqua e -c'era no anche quelle- attrezza tu re per immobilizzazione di arti fratturati. l primi uomini tuttavia lasciarono la caserma, su ordine, due giorni dopo, divisi in piccoli nuclei ognuno co n una specifica funzione: chi era addetto alla distribuzione dell'acqua potabile, chi alle tende, alle coperte e via dicendo. Tutti questi nuclei vennero rag- · gru ppati a Udine, presso la caserma «Spaccamela», dove un ufficiale coordinatore disponeva il loro impiego sulla base delle esigenze che di momento in momento si presentavano e che si traducevano in richieste da parte dei s indaci dei paesi sinistrati. Per assicurar e un certo ordine, ad ogn i reparto era stato assegnato un ben delimitato settore di intervento. I vari nuclei partivano per la destinazione che veniva loro indicata, ma l'imprevisto era in agguato dietro ogni angolo della strada perché presso ogni casa, ogni stalla, ogni cascinale, era avvenuto qualcosa che richiedeva un intervento urgente e immediato. Anche la durata delle varie missioni era imprevedibile. Spesso i nuclei partivano portando al seguito, per la propria alimentazione, le ra zioni da comba ttimento. Quando queste- ma non il lavoro da fare- s i esa urivano e le squadre restavano fuori ancora per giorni, gli uomini si rifocillavano presso i vari posti di ristoro approntati e dei qua li ben presto tutti avevano memorizzato la dislocazione. Gli uomini dormivano s ui cassoni degli autocarri, per tornare a lavoro finito, ma solo per ricevere ancora un nuovo ordine per una nuova des tinazione. Le taniche dell'acqua del «Gorizia» effettuavano rifornimento nelle caserme presso le quali era stato accertato che giungesse ancora acqua potabile e la distribuivano nel comprensorio assegnato. Come posto di ristoro e rifornimento ca rburanti, i conduttori del Battaglione si avvalevano di una grossa tendopoli che il «Nembo» aveva approntato a Trasaghis. A loro volta, già dai primi momenti le cucine rotabili avevano cominciato a s fornare e distribuire pas ti caldi senza solu zione di continuità. Alla dis tribuzione si formavano file lunghissime di gente in attesa ma, un po' pe r la rapidità con cui i pasti venivano approntati, un po' per la disciplina s tessa della
popolazione, la distribuzione avveniva con sufficiente rapidità. IL CORPO Sarebbe lungo l'elenco degli episodi di solidarietà dimostrati da gente di AUTOMOBILISTICO ogni parte del mondo verso i terremo- NELLE PUBBLICHE tati. Per tutti, basterà ricordare quel ca- CALAMITÀ mionista c he stava tornando con la sua capientissima autocisterna da lla Russia, dove s i era recato a consegnare un carico di latte. Avendo ascoltato per radio la notizia del sisma, l'uomo deviò dal suo itine rario e si presentò a Trasaghis, mettendo a completa disposizione dei soccorritori il suo enorme automezzo, che si sarebbe rivelato di estrema utilità. Dopo due o tre giorni, e ra tutto un viavai di TIR. Anche la SlP fece bene il suo lavoro, installando alcune cabine utilissime a smaltire l'intenso traffico telefonico tra i soldati e i loro familiari. Intanto presso la caserma «Polonio» affluivano aiuti di ogni sorta, alcuni utili, altri me no, che si cercava di dividere per tipologia allo scopo di facilitare la distribuz ione. La gente delle campagne molto spesso non sapeva neppure dell'esis te nza di questi centri di soccorso: erano gli stessi conduttori che, aggirandosi per stradine e viottoli, incontravano contadini in seria difficoltà e, d'iniziativa, li caricavano s ugli automezzi e li portavano fino ai posti di ristoro. Impress ionante- raccontavano g li stessi conduttori di ritorno dalle loro missioni - la constatazione di essere passati con le ruote dei loro automezzi sopra i tetti delle case di Gemona. Questa cittadina infatti sorgeva arrampicata su un pendio e, con la scossa sismica, le abitazioni si erano tutte adagiate su un fianco lungo la discesa e i loro tetti erano scivolati, giusti giusti, sulla sede stradale. Di giorno, i rumori più caratteris tici erano quelli delle pale e dei picconi, che di notte venivano sostituiti da quelli dei motori dei gruppi elettrogeni e dei martelli pneumatici. Faceva ancora molto ca ld o e il pericolo di epidemie incombeva sen1pre più. C'era fretta di gettare calce sulle rovine. Fece una strana sensazione l'arrivo della prima domenica: qualche famiglia era riuscita a recuperare una moka e l'aroma del caffè che si diffondeva in quell'aria g ià greve di morte era com e il primo respiro della vita in procinto di risorgere. Il lunedì, per con tro, tutto s i fece più complicato: inizia rono i giorni delle piogge e ovunq ue si formarono enorm i pozzanghe re che vennero contrastate
75
Gemona, 7 maggio. Sotto le macerie si sentono ancora dei lamenti; desta sgomento la palese impotenza dei soccorritori di fronte alla montagna di rovine (foto Publifoto).
con i mezzi più svariati, dai pallets sui quali venivano accatastate le merci più deperibili, alla ghiaia che veniva fatta arrivare da Udine, alle grelle metalliche adagiate a te rra nei punti più fangosi per impedire ai veicoli di affondare. Il personale del Battaglione Logistico «Gorizia» tornò in sede dopo 15 giorni, avvicendato da altri reparti nel frattempo affluiti da fuori regione; tuttavia venne sempre tenuto attivo un nucleo di pronto intervento. Nella stessa caserma «Polonia» vennero allestite delle tençl.e per le famiglie degli ufficiali che per il loro incarico avevano necessità di restare permanentemente in sede. Il Battaglione venne chiamato d i nuovo ad intervenire dopo le altre due violente scosse di settembre. Ques ta volta, tuttavia, si trattò di interventi più mirati: non più manovalanza spicciola, ma specializzati, quali saldatori, elettricisti, operatori di macchine movimento terra, ecc. Vennero anche organizzate diverse autocolonne destinate a trasportare le famiglie dei senzatetto presso gli alberghi di Lignano, in previsione della cattiva stagione che stava per prendere avvio. Il Battaglione Logistico «Pozzuolo del
76
Friuli» si stava allora costituendo con i
resti del59° Reggimento Fanteria «Calabria», del4° Gruppo Cavalleria «Genova» e del 5° Gruppo «Lancieri di Novara», nella caserma «Luigi Sbaiz» di Visco di Palmanova. La caserma era stata sede del l o Gruppo Squadroni del4a Reggimento «Genova Cavalleria» che se n'era andato «lasciando solo i muri» (sono le testuali incisive parole del maresciallo Giovanni Brighi, uno dei pochissimi superstiti di quella fase pionieristica del Battaglione). Primo comandante del reparto era il tenente colonnello di fanteria Mario Arpinelli. TI sottu fficiale, che a bi tava l'edificio di una ex dogana adiacente la caserma, conserva ancora ben viva nel ricordo la dinamica dell'evento: prima un grande, pauroso boato, poi la corrente elet. trica che scompariva, infine la tremenda scossa . Dopo aver sis temato la famiglia all' aperto, egli si recava in caserma, dove il personale alloggiato all'interno aveva già tirato fuori dai capannoni le cucine campali. Le notizie, per tutto il corso della notte, erano state molto vaghe, ma il sentore comune era che si fosse trattato di una vera catastrofe. Sistemate le rispettive famiglie presso parenti o conoscenti, gli ufficiali e i so ttufficiali si misero a comple ta di-
sposizione per l'avvio delle operaziopiù di ogni altro furono gli indumenti ni di soccorso. Già l'indomani mattina per bambini. partivano i primi automezzi (non nuSi operava in concorso con varie asmerosi, poiché il Battaglione era ancosociazioni di volontari che affluivano ra in forza minima) per trasportare cuda ogni parte del Paese, ma non v'è dubcine, tende, personale. bio che il grosso del lavoro, per 1'80% Per i primi tre giorni, il Reparto operò almeno, lo facessero gli alpini. in prevalenza a favore del comune di ColUn particolare che il nostro testimone tende a sottolineare è l'estremo loredo di Montalbano, per poi trasferire il grosso delle sue forze ad Artegna, doritegno della gente friulana a chiedere. Anche coloro che avevano perduto tutve gli alpini avevano costituito un imponente campo base costituito da ben 25 . to, ma proprio tutto, si facevano scrupolo di presentarsi a domandare anche tendopoli per i civili. Per ognuna di esse era stato designato un responsabile, il l'indispen sabile. quale si faceva carico di assemblare le riIl personale del Battaglione rimase sul chieste e al quale veniva consegnato il territorio per 1Og iorni, notte e dì, senza badare a orari, prima di venir avvicenmateriale che quotidianamente continuava ad affluire presso la caserma dato e tornare presso la propria sede. «Montezemolo», sede del Comando BriPer l'opera prestata, il Presidente delgata «Pozzuolo del Friuli». la Repubblica, con decreto in data 4 genOgni forma di burocrazia, per nenaio 1978 nr. 16, concesse al Battaglione Logistico «Pozzuolo del Friuli» la Mecessità e per fortuna, era stata bandita. I materiali in arrivo venivano divisi per daglia di Bronzo al Valore dell'Esercito. tipologia e ne veniva no compilati appositi elenchi, ma col solo scopo di coDi notevole complessità si rivela il noscerne bene l'ubicazione e l'esistententativo di ricostruire le vicende dell'unità che oggi reca il nome di 8 ° Regza quando venivano richiesti. Quando, ad esempio, il lunedì successivo al si- gimento Logistico di Mnnovrn «Carso», con sede a Orzano di Remanzacco, posma, cominciò a piovere a dirotto, il machi chilometri a ovest di Udine. teriale che si rivelò prezioso e richiesto
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Il tetto di una fabbrica è crollato a Osoppo seppellendo 200 operai in quel momento a/lavoro. Molti sono ancora sotto le macerie e i so/datti cercano di salvar/i (foto Associated Press).
77
CAPITOLO
78
2
Per risalire alle su e v icende rela ti ve to a rientrare per recuperare qualche indumento sopra ttutto per i suoi bambial1 976, bisogna richia m a re quelle del re parto ch e a llora stava per divenire ni, di cui s i immagine rà l'abbigliamenBattaglione Logistico «Ma ntova». Non to se si considera che era no sta ti sorperò lo stesso Battagli o ne Logistico presi dal terremoto mentre la mamma «Mantova» che oggi ha sede a Tricesifaceva loro il bagno. rno perché quest'ultimo, a quell'epoca, Subito dopo, il sottufficiale decideva di recarsi a cercare miglior fortuna si chiamava «lsonzo». Tutto chiaro, dunque? No? Nemmeno per noi! a Buia, a casa dei suoceri, ma fu s uffiProprio nel period o del terremoto, ciente immettersi sulla s trada in direquello che s i chiamava Raggruppazione di quella località perché ogni spemento Servizi «Mantova » s i stava per ra nza si tramutasse radicalmente in titrasformare nel Battaglione Logistico more e ansia. Proprio da là infatti la gente stava scappando, come alla ricerca omonimo. e è riprova il fatto che le s tesse memorie s toriche riportano il di scampo da un nemico s tretto a lle coprimo nominativo allorché parlano delstole. La ssù, dunque, era avvenuto il le vicende lega te alla scossa del 6 ma gpeggio. La casa dei suoceri, a Buia, era in efgio, mentre mutano n ome allorché ri fetti crollata, ma i due coniugi erano riferiscono g li episodi susseguenti quella del15 settembre. masti vivi e illesi, un po' per fortuna, Quattro pagine di m emorie, tre delmolto per la presenza di spirito da essi le quali occupate da un ele nco di mezavuta di rifugiarsi ognuno verso due angoli opposti d ella camera da le tto, cioè zi e materiali impiegati, tipo «bidoni di alluminio da 15 litri» o «Combinazioni verso i punti più resistenti della casa. Trasco rsa lì la notte, l'indomani il di tela rasa ta blue». La quarta pagi na, bontà sua, ci fa sapere che la caserma sottufficiale si recava in caserma. Queebbe a subire qualche danno con sconsta appariv_a lesionata in alcuni punti, ma ancora sostanzialmente in piedi. Le nessioni di tegole e dis tacco di intonaautocolonne erano già pronte a partire; co; che i militari, fino al successivo 31 alcune ambulanze, anzi, erano state avluglio, passarono tutte le notti sotto tenda; infine, che il sergente Bruno Peres viate la sera precede nte a Maiano, su veniva proposto per la co ncessione di bito dopo la scossa. una med aglia d i bronzo al valer civile Appena allestita una sala operativa, per essersi prod iga to, in loca lità Maias u di essa comincia rono a piovere teno, nel tentativo riuscito di salvare una lefona te e, sulla base delle richies te e ragazza da sotto le macerie di una cadegli ordini che arrivavano, partivano sa . autocolonne o automezzi isolati verso Molto m eglio perciò, come al solito, ogni direzione. La ma ggior parte di queste telefoper ricos truire i dettagli della vicenda, far ricorso ai ri cordi diretti di qualcuna te conte nevano ordini di recarsi verso le località più disparate a ritirare mano dei protagonisti, nel nostro caso il maresciallo Ignazio Piccardi il quale alteriale di ognj sorta e trasporta rio il più delle volte presso la caserma «Cavarterna alcuni particolari relativi alla prozera ni», dov'era s tato allestito un cenpria esperie nza (che tutta via ben s i a ttro di raccolta e smistamento. A volte ta gli a per esemplificare quella di tanti invece il materiale veniva recapitato disuòi colleghi) con altri di s tretta pertinenza del Reparto. rettamente al d estinatario finale, quanQuesto aveva allora la propria sede do questo era stato individuato. presso la caserma «Piave» in Udine, e Le richieste proveni vano dalla sa la vedeva al s uo comando il maggiore operativa del Comando di Divisione, Armando Correr. · che aveva come interlocutore diretto la Quel 6 maggio - r icorda il sottuffiPrefettura di Udine; la consegna dei maciale - era sta ta una giornata caldissiteriali ai comuni avveniva nell e mani ma ed egli e ra a ppena tornato d a una d ei rispe ttivi sindaci. missione a Verona. Poco dopo, anche la Og ni g iorno era un continuo viavai moglie faceva ritorno da Buia, paesi no di automezzi, soprattutto di ambulandella Carnia, dove si era recata a troze. Così per tutta l'estate. vare i propri genitori. Al ritorno dai loro serv izi, i condutImprovviso, ecco un boato, seguito tori rife rivano cose mirabili a proposida alcune decine di secondi di silenzio, to di quella gen te friu lana che, dopo poi la scossa. Ovviamente, tutti si preaver perduto tutto, era già al lavoro per cipitarono fuori casa. Poco dopo, tutricostruire mentre la terra continuava tavia, il sottu fficiale si vedeva costretancora a tremare.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Distruzioni a Tricesimo, città sede dell'allora «Battaglione Logistico lsonzo, (foto da «Essere Friuli»).
Dopo le scosse di settembre, a seguito dell'ordine di Zamberletti di trasferire i senzatetto verso gli alberghi di Lignano, anche i conduttori del Battaglione contribuirono, con i loro automezzi, a l buon esito della triste operazione. Le pagine delle memorie storiche del
Battaglione Logistico «Manin » si avvicinano, per quanto riguarda la capacità di fare cronaca, a quello che s i vorrebbe fosse sempre questo genere di documenti. Stralciamo i passt più significativi. «Il 6 maggio, dalle 20,58 alle 21,25, una serie di scosse sismiche sconvolgeva il Friuli. Alle 21,02la più forte, superiore all'ottavo grado della scala Mercalli, in 55 secondi devastava la parte nordorientale della regione, facendo senti re la sua violenza sino alla zona pedemontana. Reparti dell'Esercito, Carabinieri, Vigili del Fuoco, intervenivano immediatamente per portare i primi soccorsi alle popolazioni. Anche il Battaglione Logistico «Manin» aveva la sua parte in quest'opera: a lle 23,20 il ten. Maurizio Puppis e il s.ten. Alessandro Santarpia, con quattro automezzi, tre ambulanze e 48 militari, partivano dalla caserma «Baldassarre» alla volta di Vacile e, successivamente, di Pert, frazione di Vito d'Asio. Là, per tutta la notte e la mattina successiva, i militari lavoravano fra le macerie per disseppellire uomini ancora vivi e cadaveri. I g iorni successivi vedevano aum entare progressivamente l'apporto
del battaglione nella lotta contro le conseguenze del sisma . Una lotta che si protraeva sino a giugno, per poi riaccendersi in settembre, dopo le scosse che alla metà di quel mese colpivano ancora il Friuli. Per affrontare la situazione veniva immediatamente costituito un centro operativo di soccorso per coordinare e dirigere gli interventi di tutti gli uomini e i mezzi impiega ti. Un'azione che si condensa in queste cifre: 16 ufficiali, 40 sottufficiali, 150 militari di truppa impiegati. I mezzi di ogni tipo furono 303 e percorsero, condotti da 28 conduttori, circa 90.000 chilometri. Alle popolazioni vennero distribuiti materiali di ogni tipo, quasi 10.000 razioni di generi di conforto e 30.000 razioni viveri. Furono trasportati profughi e materiali, montate tendopoli, preparati ranci, curati feriti e ammalati. Per tutto ciò il Battaglione ha avuto riconoscimenti dalle autorità gerarchiche superiori fino allivello Divisionale. Tutto il personale impegnato ha ricevuto un attestato di benemerenza. Non va dimenticato che, in conse-, guenza del sisma, parecchi prefabbricati del comprensorio della caserma e delle abitazioni del personale erano stati danneggiati, creando notevol i disagi alla truppa come agli ufficiali e sottufficiali, molti dei quali hanno d ovu to provvedere affinché i propri familiari trovassero una sistemazione più sicu ra sotto le tende o in centri non colpiti dal sisma». Oggi il Battaglione Logistico «Manin» si identifica ne l Battaglipne Logistico della Brigata Corazzata «Ariete»
79
CAPITOLO
80
2
ed ha sede nella medesima Caserma «Baldassarre» di Maniago. È pertanto possibile integrare la già esauriente relazione delle memorie storiche con le testimonianze di alcuni protagonisti ancora in servizio. Il tenente colonnello Antonino Russo, allora aiutante maggiore con il grado di capitano (che fu tra l'altro estensore della sopra riportata relazione) riferisce che, subi to dopo la scossa sismica, tutti i monti retrostanti Mania.go sembravano avvolti in una sorta di alone, simile ai fuochi fatui dei cimiterC tanto che qualcuno suppose un incendio dei boschi. Il fenomeno sarebbe stato interpretato d agli esperti come dovuto alla liberazione di gas dal sottosuolo. L'indomani, 7 maggio, lo stesso capitano Russo venne inviato ad Osoppo alla guida di un'autocolonna composta da AR/59, CM/52 e alcuni Astra con sopra mezzi speciali della compagnia genio della Brigata. Il comando delle operazioni, per la zona di Osoppo, sarebbe poi stato assunto dal Reggimento Bersaglieri di Pordenone. Altra testimonianza ci viene dal maresciallo maggiore «Aiutante» Gerardo Bonni. Il sottufficiale, essendo consegnatario dei materiali, venne subito convocato presso la caserma «Baldassarre» al richiamo di una ronda che fece il giro del paese. Egli aprì i magazzini e diede inizio alla distribuzione di quanto potesse essere utile. Il giorno dopo egli venne inviato a Vito d'Asi Q con un nucleo di 7-8 militari e alcune cucine rotabili a preparare pasti per la popolazione. I problemi più immediati derivarono dal fatto che non solo il personale non era competente sul modo di far funzionare la cucina, ma nessuno aveva la minima cognizione di arte culinaria. Risolto in qualche modo il primo problema, il secondo venne affrontato con le istruzioni delle stesse massaie del paese che talvolta si misero esse stesse ai fornelli. Molto ricco di dettagli il racconto dell'attuale aiutante maggiore del Battaglione, il maggiore Alessandro Santarpia, quello stesso che- sottotenente - venne inviato per primo fuori caserma. Si rimanda all'appendice per i particolari della sua vicenda. Quasi altrettanto ricche le pagine delle Memorie del disciolto Battaglione Logistico «Mameli» . Leggiamo: «Il Battaglione, sebbene anch'esso coinvolto direttamente dallo sconvol-
gente sisma, inviava immediatamente, pochi minuti dopo, uomini e mezzi nelle zone colpite a nord di Spilimbergo (Val d' Arzino) per la ricerca di persone sotto le macerie, ancora in vita, e per l'opera di primo intervento assicurando il soccorso, il trasporto e il ricovero dei feriti nonché il rifornimento di viveri e materiali di prima necessità attinti dalle dotazioni. Sin dalle prime ore del 7 maggio impiantava nella caserma di Vacile un Centro Logistico (base logistica) assicurando la continua e completa alimentazione logistica a tutti i paesi posti alla destra del fiume Tagliamento (Spilimbergo, Pinzano, Valeriano, Travesio, Paludea, Clauzetto, Vito d ' Asio, Pielungo, S. Francesco, Forgaria, Flagogna, Casiacco, Cornino, San Rocco, ecc.). Gestiva centinaia di tonnellate di viveri e materiali di ogni genere e specie inviati dal territorio nazionale e dall'es tero alle popolazioni del Friuli colpite dal sisma e percorreva con i propri automezzi,·per rifornimenti a domicilio, decine e decine di migliaia di chilometri . Manteneva inoltre continuamente funzionante l'attività d i recu pero e di riparazione, per buona parte a domicilio, indirizzata cioè verso le esigenze dei soccorritori. Durante tale intervento che si protraeva in massa, di giorno e di notte, per oltre due mesi, e solamente di giorno e parzialmente nei mesi successivi, il Battaglione operava al completo in tutte le branche delle proprie attività logistiche, con gli stessi severi compiti, pluralità, continuità e prontezza d'interventi, volume di esigenze, che lo avrebbero impegnato se fosse stato coinvolto in un evento bellico. Nell'ambito delle operazioni di soccorso, un encomio solenne veniva concesso al carrista Roberto Melotti e ai trasme ttitori Giuseppe Sabbionesi e Simone Petrachi. In data 4 gennaio 1978 il Ministero della Difesa concesse al «Mameli» la Medaglia d'Argento al Valore dell'Esercito. Anche i meriti del Battaglione Logistico «Garibaldi» venivano riconosciuti con l'attribuzione della stessa Medaglia d'A rgento, ed il suo impegno dovette essere veramente notevole, visto che gli uomini impegnati furono in tutto oltre trecento, gli automezzi 58 i quali percorsero oltre 170.000 chilometri. Le vicissitudini di questi trecento uomini
.....
-----~
'•
...
IL CORPO AUTOMOBILISTICO
NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
A Forgaria, l'asilo è stato utilizzato come obitorio. In poche ore 48 morti, avvolti in coperte, sono stati disposti nelle varie aule. Al terzo giorno dalla sciagura i soccorritori hanno dovuto cominciare ad usare mascherine per proteggersi dai germi, dall'odore e dalla polvere (foto G. Coassin).
però non vengono raccontate dalle memorie e riteniamo interessi ben poco il lettore sapere che qualcuno di essi distribuì 1416 paia di stivali di gomma. Il Battaglione Logistico «Orobica» viveva la s tessa fase evolutiva di tutti i reparti suoi simili. Nato da poco dalla fusione dei vari organi del Raggruppamento Servizi, aveva sede presso la caserma «L. Bosin» di Merano. L'allertamento era giunto verso le 4 e 30 della s tessa notte del terremoto e alle 7 e 30 già una prima colonna di una cinquantina di automezzi veniva avvia ta a San Candido e a Malles a caricare personale e materiali del Gruppo «Bergamo» e del Battaglione Alpini «Tirano» per poi muovere alla volta di Gemona. Dopo qualche ora partiva una seconda autocolonna composta da una quindicina di automezzi per trasporto materiali i quali, ultimato il servizio, rientravano in sede. Sul tardi della med esima giornata del 7 maggio partiva una terza autocolonna composta da 13 ACM / 52 e 2 ACL/ 51; 7 automezzi erano carichi di tende, mentre gli altri 5 erano attrezzati con taniche di acqua potabile: le tende vennero inviate ad Osoppo, le taniche a Moggio Udinese. Queste incapparono nel primo grosso contrattempo quando si scoprì che l'acqua caricata inizialmente era inquinata. Svuota ti tutti i contenitori, vennero
di nuovo riempiti presso una caserma di Vigili del Fuoco. Gran parte degli automezzi del Battaglione rimasero in zona diverse settimane, molti impegnati in trasporto di viveri alle tante fra zioncine sinistrate, mentre altri facevano una spola continua tra Merano e il Friuli. A Moggio Udinese c'era una campo gestito in proprio dal Battaglione, presso il quale venivano approntati i pasti che poi venivano recapitati alla popolazione mediante l'uso delle casse di cottura. Chi mangiava peggio, alla fin fine, erano i militari stessi, che provvedevano alle proprie necessità per ultimi, dopo che tutti i civili erano stati soddisfatti. Il Battaglione Logistico «Cadore», geograficamente molto vicino alle località colpite, ma non direttamente coinvolto, venne allertato dopo cinque giorni .. Effettuata una inizia le e rapida ricognizione, il reparto recò in zona alcuni bagni campali, un forno campale, 4 docce, 3 cucine rotabili. Al personale della sua officina venne affidata la manutenzione di tutte le cucine rotabili schierate nella zona di Gemona . Il V Autogruppo di Corpo d'Armata era allora comandato dal tenente colonnello Giannino Garbelotto, oggi presidente della Sezione A.N.A.I. di Treviso. Era articolato su quattro autoreparti, due
81
CAPITOLO
82
2
dei quali, uno medio e uno misto, erano di stanza presso la caserma «Boltar» di Treviso; gli altri due erano distaccati a Palazzolo dello Stella. Il totale degli automezzi in dotazione superava le 400 unità. Il sisma era stato avvertito anche in città, suscitando anche scene di panico, tanto che si diffuse ben presto la notizia di quell'autiere che, trovandosi all'interno di un locale pubblico, appena avvertita la scossa, si lanciò verso l'uscita e, per far prima, anziché aprire l'uscio, si tuffò di capo, sfondando la vetrata rinforzata da graticciata metallica, col rischio di massacrarsi e dissanguarsi. Il via alle operazioni di soccorso venne dato dal Comando del V Corpo d' Armata alle 22 e 30. I primi a giungere sul luogo di destinazione furono, ovviamente, i due autoreparti più vicini, cioè quelli di Palazzolo, i quali vennero accasermati parte presso la caserma «Cavarzerani», parte presso la «Osoppo», le due strutture militari cittadine dotate di maggior capacità ricettiva. Muniti di guanti e mascherine e riforniti di calce viva a bordo dei veicoli, i conduttori vennero messi a disposizione dei vari sindaci dei paesi terremotati e delle prefetture, per la raccolta dei cadaveri. I due reparti di Treviso restarono invece in stato di attesa fino a che, trasportati da velivoli C 112, giunsero rinforzi presso l'aeroporto di Rivolto. A quel punto i due autoreparti vennero anch'essi mobilita ti e disloca ti tra la stessa Rivolto e Palmanova. Sempre a mezzo di C 112 continuarono a giungere presso lo stesso aeroporto i materiali che l' Autogruppo si incaricava di recapitare a destinazione. Si verificava così un fenomeno ampiamente sperimentato nella storia del Corpo Automobilistico, soprattutto in occasione delle campagne di guerra: la totale frammentazione dei reparti, polverizzati in numerose ridottissime unità, spesso costituite da un solo automezzo con il singolo conduttore e senza più alcuna possibilità, da parte dei comandanti, di effettuare una pur minima azione di controllo e di assistenza nei riguardi dei propri uomini. Tuttavia, pur impedito nella sua azione di comando, restavano a carico del comandante l'onere e i grattacapi degli incidenti che, per fortuna, nonostante la grande massa di automezzi quotidianamente in servizio e il maltempo che imperversò a lungo, furono
soltanto due e di lieve entità. «Quando c'era da prendersi qualche merito- commenta ancora oggi con amarezza il Presidente - c'era sempre qualcuno pronto ad assumersene la paternità. Quando avveniva un incidente, il demerito ricadeva sempre sul comandante dell' Autogruppo, che pur non poteva in alcun modo interferire sull'impiego dei suoi uomini». (Un lamento, questo, che potrebbe proiettarsi decine di anni indietro nel tempo, o in avanti fino ai giorni nostri, ma che resterebbe sempre tale. Quale comandante non si è mai sentito riprendere per un suo autiere, impiegato da altri e che egli non vedeva da mesi, sorpreso con «capelli troppo lunghi»?) In un'organizzazione necessariamente assai raffazzonata, molto veniva lasciato all'inventiva e all'iniziativa dei singoli uomini, le squadre andavano e venivano, mangiando se, dove E quando potevano. Le cucine delle duE caserme lavoravano senza interruzione, distribuendo pasti a ritmo continuo, per far fronte alle esigenze delle migliaia di militari affluiti da ogni reparto del Paese. I conduttori tuttavia, sbalzati in ogni angolo del territorio, non sempre potevano fruirne e andava bene se riuscivano a farsi avanzare qualcosa per se stessi quando si recavano a distribuire viveri alla popolazione o ai loro compagni d'arme impegnati nelle frazioni più lontane. La maggior parte dei conduttori, specie nei primi tempi, venne comunque impiegata per raccogliere e trasportare cadaveri, o singole parti di essi, avvolti negli appositi sacchi, sulle loro macchine. Queste, ogni sera, venivano lavate e irrorate di disinfettante, operazione tuttavia ampiamente insufficiente a cancellare da esse quell'odore di morte di cui erano impregnate. L'attività dell' Autogruppo si protrasse, riducendosi sempre più di intensità, fino all'autunno, quando tutti . rientrarono in sede; giusto in tempo per correre in soccorso delle popolazioni del Polesine, colpite dall'alluvione del Po del15 novembre. Un altro rammarico che ancor oggi cruccia l'animo del Presidente è il fatto che mentre a tutti i soccorritori, di ogni ordine e categoria sociale, venne consegnato un qualche attestato per la loro opera prestata nelle operazioni di soccorso, tutto il V Corpo d'Armata venne ignorato ed i suoi uomini dovettero accontentarsi della soddisfazione, tutta intima e personale, di aver
fatto tutto, e forse anch e qualcosa di più, del proprio dovere. Il personale del V Autogruppo di Manovra di Montorio Veronese (oggi 14° Battaglione Trasporti «flavia»), des tato alle due di notte, s i mise subito all'opera per approntare tutti g li automezzi disponibili . Alle 10 del mattino successivo giungeva l'ordine di portarsi a Padova, dove vennero caricati viveri e materiali di casermaggio. La sera s tessa, in autocolonna, giungeva no a destina- · zione ch e era già bu io, muovendosi tra notevoli difficoltà dovute alle numerose interruzioni della v ia bilità . Dopo aver distribuito i m ateriali al seguito fra le varie loca lità colpite, gli automezzi fecero ritorno a Padova, da dove avrebbero continuato a far la spola per tutta la durata dell'emergenza. Da segnalare l'istituzione di un servizio effettuato a mezzo di un autobus Fiat 308, il quale prelevava ogni settimana da Verona una squadra della locale sezione A.N.A. pe r recap ita rla a Buia, cittadina della Carnia che la sezione aveva adottato e che si era impegnata a ricostruire. Recapitata la squadra sul posto, l'automezzo riportava indietro la squadra della settima na precedente che aveva ultimato il suo turno. ll servizio si protrasse fino all'autunno. Altro servizio da segnalare, fra gli innumerevoli effettuati dall'Autogruppo, quello relativo al trasporto d egli elementi di un ponte Bailey da montare sul Tagliamento, trasporto che richiese l' impiego di una cinquantina di automezzi. Con l'autunno, la maggior parte dei conduttori venn e ritirata . Res tavano, distribuiti in diverse località, alcuni automezzi speciali, quali gli autocarri frigorifero. Le memorie storiche del rep arto, relative a lle o p erazioni di intervento, quantificavano in 12 u (ficia li, 20 sottufficiali, 185 militari di truppa e 66 automezzi l'impegno d ell' Au togruppo. Il Battaglione Logistico «Friuli» s tava muovendo anch'esso i suoi primi passi nella sua nuova veste agli ordini del tenente colo nnel lo Vittorio Genna, quando venne chiam ato a offrire molte delle sue potenzialità in aiuto alle popolazioni colpite. Già un paio di giorni dopo il s ism a un nucleo di una ventina di ACM, agli ordini del capitano Giovanni Marcovecchio, comandante di quello ch e era s tato l'Autoreparto Friuli, ora Compagnia Rifornimenti e
Trasporti, si inseriva in una cons is tente autocolonna costituita da autom ezzi di tutti i reparti della Brigata e si dirigeva verso le zone disastrate. Una decina di giorni dopo veniva allestita una seconda grossa autocolonna, nella quale si inserivano a ltri venti automezzi del Battaglione, agli ordi ni del capitano Antonino Scalisi, direttore di quella che era s tata l'Officina Media, ora Compag nia Mantenimento, e si portava anch'essa in Friuli dove rimaneva una decina di giorni, ad espletare ogni genere di ser vizi sulla scorta di direttive delle autorità militari locali . Merita di essere segna lata, per le modalità esecutive che la ca ratterizzarono, u na terza autocolonna, effettuata alcune settimane dopo la prima forte scossa. Si trattava di reca pitare 900 quintali di disinfettante dall'Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze a ll'Ospedale Militare di Padova, che avrebbe provveduto alle successive distribuzioni. Il trasporto era stato programmato in maniera tale ch e 30 ACM della Compagnia Rifornimenti e Trasporti p relevassero il prodotto d all' Istituto, per recapitarlo presso l'Aeroporto di Peretola, da dove due potenti «Chinook » li avrebbero trasferiti a destinazione. Poiché la capacità di carico di un elicottero era equiva lente a quella di circa 5 ACM, sarebbero stati necessari tre cicli/viaggio per l' intero trasporto. L'operazione evidenziò subito tutti i su oi risvolti negativi: tra il caricamento sugli ACM, trasferimento a Peretola, trasbordo su gli elicotteri, volo degli stessi presso l'eliporto più vicino a Pad ova, nuovo trasbordo su altri automezzi, recapito presso l' Ospedale e sca rico, se ne era praticamente andata un'intera g iornata per l'effettuazione di a p p ena un terzo dell'operazione, che venne perciò immediatamente m odifica ta nelle s ue linee esecutive. I rimanenti 20 ACM presero direttamente la via di Padova per autostrada e in poche ore, nonostante la risaputa lentezza dell'automezzo, portarono a termine la missione. Durante il pernottamento presso lo s tesso ospedale, g li autieri ebbero modo di fare la poco felice esperienza del terremoto, pur a così grande distanza dall' epicentro: proprio in quella notte si verificò infatti una scossa di settimo grado, quella cioè di maggior intensità dopo le tre di nono grado di maggio e settembre. Quasi tutto il personale del Battaglione, insiem e a quello d e ll 'ospedale, p referì trascorrere la notte all' aperto, in cortile.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO N ELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
83
ASCOlTANDO CHI CERA
84
Il maresciallo Roberto PIVA, oro ed a llo ro effettivo al Battaglione logistico «Julio», fu uno di coloro che vissero più pesantemente, sullo proprio pelle, le conseguenze del sisma. Egli prestavo alloro servizio presso quel 2° Reparto logistico leggero così duramente provato, presso lo caserma «Pontonoli» o Gemono. Così egli ricordo quei g iorni.
«Era una serata calda, più di quanto. avrebbe dovuto esserlo in rapporto alla stagione. . Il personale dei quadri del Battaglione era già a casa. Molti soldati, allettati dallo" temperatura favorevole , erano in libera uscita. In caserma c'ero in pratica il solo personale di servizio e pochi altri che avevano preferito non uscire o erano rientrati in anticipo. Questo si rivelo un fattore determinante per il contenimento del numero delle vittime. lo ero da poco sposato ed ero o coso con la mia giovane moglie quando, alle 20 e 59, si scatenò il finimondo . Prima che la casa ci crollasse addosso, riuscimmo o porfarci fuori . · Di fronte alla nostra abi1azione c 'era un prato, apitualmente adibito .a· mercato del bestiame, delimitato da un muro. Poiché questo era stato abbattuto dalla stessa scossa, ci portammo su di esso, essendo quella l'unica area nei dintorni sufficientemente sgombra da edifici. In breve, lo stesso prato fu riempito da gente fuggita dalle case, nelle nostre stesse condizioni, molti in mutande. .. Dalle autoradio, i giornali radio diffondevano notizie molto vaghe . l giornalisti parlavano di un sisma che aveva colpito Udine e zone circostanti e questo ci suggeriva le più pessimistiche ipotesi: - Se qui è successo questo sfracello era il comune pensiero - cosa sarà accaduto nel capoluogo, che viene indicato come il centro del sisma? Sulle prime, non fu possibile rendersi conto dello stato della città: tutto era avvolto in una impenetrabile nuvola di polvere che non consentiva di vedere o più di 1O metri di distanza . Dopo circa un 'ora, con il diradarsi e il depositarsi della nuvola, si poté cominciare ad osservare l'apocalittico scenario che ci circondava. Fu mia moglie a sorprendermi , . con un osservaziOne: -Abbiamo lasciato la luce GJccesa in caso! - Com'è possibile?- fu la mio riflessione - in un terremoto, le prime cose che vengono o mancare sono proprio l'energia elettrica e il gas! Guardai in direzione di casa : in effetti una luminosità sembrava provenire dal suo
interno; ma non tardai a rendermi conto della ben più triste realtà: il chiarore ~ra quello della luna, che ci raggiungeva attraverso una parete che non esisteva più. Mi avviai verso la mia abitazione, prelevai la macchino che - benché con il tetto sfondato - era ancora marciante al controrio di quelle vicine, tutte schiacciate, e la portai verso il prato; dentro vi sistemai uno signora con dei bambini che apparivano più bisognosi e depressi di noi. Alle prime luci dell'alba, mi riportai verso casa ed entrai nell'atrio. Indossai la divisa direttamente sopra il pigiama e mi ovviai verso l'abitazione dei miei suoceri per accertarmi delle loro condizioni. Erano salvi, per fortuna , ma lungo il tragitto, semisommersi dalle macerie, scorsi i primi morti. Mi diressi allora verso la caserma, varcai l'ingresso, intatto; all'interno invece, uno spettacolo allucinante: tre intere palazzine, di tre piani, non esistevano più; si erano accasciate su se stesse come castelli di carte. Nel cortile erano sparsi i soldati scampati, ma da sotto le macerie ci raggiungevano le invocazioni dei sepolti vivi. Il primo evidente obiettivo da raggiungere era la salvezza di costoro. Le operazioni venivano rese difficoltose dall'inadeguatezza de i mezzi. Provammo o sollevare i muri e le colonne crollati con le gru dei nostri automezzi, che si rivelarono impotenti: come tentavamo d i imbracare un blocco e sollevar/o, ci accorgevamo che esso era legato, o catena, con dei robusti fondini , o quelli adiacenti, e questi ad altri ancora. Fu necessario perciò separare preventivamente i vari blocchi per poi sollevar/i singolarmente. Ne furono salvati parecchi, di soldati. Molti dovettero la loro sopravvivenza alla dinamica stessa del crollo: si trovavano sulle scale nel tentativo di fuggire , quando queste erano precipitate ripiegandosi una rampa sull'altra, ed essi erano rimasti miracolosamente illesi nel volume determinatosi tra le rampe stesse. l soldati residenti in zona vennero mandati o casa. Uno di essi tornò con uno notizia agghiacciante: - Sono rimasto solo al mondo! Gli si sarebbe voluto accordare una licenza straordinario, ma o quale scopo? Il poveretto non aveva letteralmente più nessuno presso cui recarsi. Pur impegnati nel salvataggio dei nostri, ogni giorno i nostri conduttori uscivano per recare soccorsi ai sinistra/i; questi giungevano in caserma, a chiedere soccorsi; ma la domanda che tuffi, sottovoce, ci rivolgevamo tra noi era: - Noi stiamo aiutando tutti; ma noi, chi ci aiuta?
Arrivavano i genitori, a chiedere notizie dei loro ragazzi in servizio militare. Due di essi rimasero lì tre giorni, seduti su un masso. Una pena, per tuffi. Avevano una sola domanda sulle labbra, che ripetevano con ossessione: -Dov'è nostro figlio? E tutti fingevano di non sapere. Nessuno aveva il coraggio di dire che il/oro ragazzo era lì sotto. Se ne andarono solo quando il suo cadavere venne estratto dalle macerie. Un altro soldato venne estratto vivo ma, schiacciato dalla cintola in giù, morì poco dopo. Girando fra le rovine del paese, si assisteva a scene commoventi. Si estraevano morti ma anche, per fortuna, molti vivi. Una vecchina e la sua nipote vennero dissepolte dopo 15 giorni, ancora vive. Erano scese in cantina a prendere delle bottiglie e lì erano rimaste intrappolate, ma con viveri e bevande a disposizione. l loro familiari, rimasti sopra, erano invece tutti deceduti. Commovente lo spirito di reazione dello gente. Già il giorno dopo, mentre ancora si susseguivano le scosse di assestamento, si vedevano uomini con in mano la cazzuola e lo cofano col cemento, che cominciavono a riparare i danni. Il più iellato fu uno lo
cui casa era crollata o era stata lesionata quasi per intero. Aveva lavorato tutta l'estate per ricostruir/a ed aveva già tirato su tre dei quattro muri: le due scosse di settembre glieli tirarono di nuovo giù. Quando poi, a settembre, con i prefabbricati non ancoro pronti, la gente venne prelevata per essere portata negli alberghi della riviera, vi furono delle fiere e decise resistenze: i Friulani sono infatti tenacemente attaccati alla loro terra d 'origine. Essi chiedevano e accettavano aiuti con grande dignità: viveri, vestiario, medicine ... ma una cosa essi volevano, al di sopra di tutto, e per la quale erano disposti a pagare qualunque prezzo in termini di sacrificio e di fatica: la casa ... la casa ... la casa ... »
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Ricca di suggestione la testimonianza del tenente colonnello Giulio CANOVA, ora comandante del Battaglione Logistico «Ariele», a quel tempo tenen te comandante della Sezione RR del l 08 ° Gr. a.pe.smv.cam. «Cosseria». «Partii in autocolonna - racconta l' ufficiale - alla volto di Pinzano sul Tagliamen-
to con il compito di organizzare, sulla base degli ordini ricevuti, una tendopoli e quan-
to altro si rivelasse necessario.
Le palazzine della caserma "Pantanali", sede del Battaglione Logistico ,Julia", si sono accasciate su se stesse, e 28 militari hanno perso la vita (foto Associated Press).
85
CAPITOLO
86
2
All'alba del 7 maggio, man mano che ci avvicinavamo alla zona assegnata, le rovine aumentavano e la desolaz ione del paesaggio si faceva sempre più evidente, una desolazion e che si rispecchiava negli sguardi sbigottiti della gente. Poco prima di arrivare al bocciodromo dove avrebbe dovuto essere installata la tendopoli, apparve ai miei occhi un quadretto che non si cancellerà più dai miei ricordi, una scena sintomatica della orgogliosa laboriosità della gente friulana: una vecchia donna, tutta vestita di nero, con un foulard anch'esso nero attorno al capo, vicino alla sua casa distrutta, ripuliva con una cazzuola i mattoni dalla calce e li riponeva a terra in bell'ordine o formare una catasta. Lo scorso anno ho a vuto occasione di passare di nuovo per Pinz ano, in una g iornata triste e brumosa. Di proposito mi diressi verso il bocciodromo e, lungo il tragitto, ho rivista la stessa catasta di mattoni accanto a una casa completamente nuova. La vecchia signora in nero non c'era più ma, quasi un'ombra emergente dal grigio di quella nebbia sottile, mi sembrava di veder/a ancora. A Pinz ano fui subito preso dall'attività di organiz zaz ione della tendopoli e, nei giorni successivi, mi trovai a fronteggiare problemi d i ogni natura, d all'assicurare i pasti a circa duecentocinquanta persone, al procurare i pannolini assorbenti per le necessità intime femminili , al risanare diverbi interni al paese, al rintracciare persone allorché g iungevano parenti da lontano (ne arriva va no perfino d all'America e dall'Australia) a chiedere notiz ie di loro, all'organizzare i funerali per (se la memoria non mi inganna) otto vittime del paese. Che tristezza, quelle bare allineate fasciate dal Tricolore, fra la commozione di tutti! Perfino i cani, con i loro guaiti lamentosi, sembravano partecipare della tristezza e dello strazio comuni. · Col passare dei giorni, e con aggiustamenti progressivi, l'organizzazione dei soccorsi si perfezionò sempre più. Gli stessi terremotati, dapprima inebetiti, cominciarono a scrollarsi da/loro torpore e a partecipare a tante piccole attività insieme ai soccorritori, quali mettere i cartellini con i nomi sui letti, realiz zare canaline di scolo attorno alle tende, inventariare i materiali degli aiuti umanitari che affluivano in continuazione, effettuare permute con altre tendopoli alle quali veniva ceduto materiale superfluo in cambio di altro mancante. Dopo circa venti giorni ne l corso dei quali ritengo di non aver dormito più di cinque ore per notte, così come i miei soldati, rientrammo in sede a Casarsa della Delizia, stanchi, sfiniti, ma con nell'animo quella pace e quella serenità che si possono
sentire soltanto quando si ho la coscienza di aver compiuto qualcosa di veramente importante.» Il maggiore Alessandro SANTA RPIA, aiuta nte mag g iore del Battaglione Logistico «A riete», era allora un g i ovane sottotenente i n servizio presso lo stesso reparto , che all'epoca recava il nome di «Manin». Il suo racconto apre uno spaccato su quello che fu l' operato deg li autieri inviati in missione d i soccorso su tutto i l territorio.
«Erano trascorse meno di un paio d'ore dalla scossa -racconta l' uffic iale - quando il tenente Puppis ed io, con una colonno di automezzi, raggiung emmo lo caserma "De Gosperi" a Voci/e, sede del Battaglione Logistico "Momeli", dove oltre autocolonne provenienti do ogni reparto si sta vano radunando. Tutta lo notte trascorse fra un susseguirsi di ordini e di iniz iative, assunte nello concitazione del momento. Do Voci/e fummo infatti subito inviati o Spilimbergo o disposizione de/locale Comando dei Vigili del Fuoco. Da qui, man mano che giungevano le richieste, partivono nuclei di ·automezzi verso ogni d irezione. A me venne assegnato un poesino do/ nome pressoché sconosiuto: Pert. Dove sorà mai? «Vi porto io!» ci assicurò un poliziotto che, immediatamente, con la suo motocicletta, si mise a farci do battistrada. Ci inoltrammo su per le montagne dello Carnia, per stradine simili o mulottiere. A un certo punto la già angusto sede stradale ero ostruita da mossi enormi, franati in seguito al sisma, sì che dovemmo attendere la loro rimozione per proseguire. Era quasi l'a lba quando parcheggiammo i nostri automezzi. N on eravamo ancora o destinazione: per raggiungere Pert si dovette proseguire ancoro, a piedi, per un'altra mezz'ora. Il paesino non esisteva più: do quel poco che ero rimasto si intuiva che esso era costituito da cose fatte di sassi del luogo, dal soffitto molto bosso, di uno povertà indicibile . In mezzo al sentiero incontrammo un montanaro, immobile. Aveva un'espressione strana, inebetita. Provammo o rivolgergli delle domande, tentando di scuoter/o dal suo stato di ipnosi. Fatica inutile: dalle sue labbro non uscì una parola. Ci demmo subito o scovare tra i ruderi sbriciolati delle casupole. Nell'arco della mattinata recuperammo quattro cadaveri. Ne ricordo uno in particolare, quello d i un'anziana montanara dal fisico corpulento: era schiacciata sotto un muro, con il corpo appiattito come una sogliola. Provai uno sensazione di sgomento e raccapriccio quando, una volta sollevato il muro, vidi il cor-
po tornare o gonfiarsi e riprendere in pochi minuti il suo aspetto normale. Do sotto le rovine di una cosa sentivamo provenire dei lamenti, forse di un bombino. Scavammo senza sosta nel tentativo di salvar/o, ma alfe tredici, quando giunse un reparto di carabinieri do Gorizia a darci il cambio, non eravamo ancora riusciti a raggiunger/o; né seppi in seguito quale sarebbe stato la conclusione dell'operazione. Dopo esser ripassato da Voci/e o riferire quanto visto e fotto, rientrai o Maniago. Tutto il resto dell'estate lo trascorsi a di- · stribuire materiali alla popolazione, soprattutto viveri. Coloro ai quali era rimasta uno cucina in grado di funzionare ricevevano gli ingredienti per confezionarsi il pasto do soli; agli altri venivano serviti posti approntati presso le caserme o le varie tendopoli. Le fatiche maggiori venivano sopportote per soccorrere alcune frazioni raggiungibili solo o piedi attraverso lunghi percorsi. Poiché i loro abitanti non volevano per ragione alcuna abbandonare le loro cose distrutte, toccava ai nostri soldati la fatica di recapitare loro i viveri o domicilio. A settembre venni designato quale ufficiale di collegamento presso il comune di Frisanco. Presso ogni comune erano stati infatti costituiti dei nuclei composti generalmente do un ufficiale, un sottufficiale e tre o quattro militari di truppa, muniti di automezzo, con il compito di affiancare i responsabili del comune stesso per effettuare il censimento delle case danneggiale. Più nuclei facevano capo o un C.O.S. (Comando Operativo Speciale): il nostro era quello di Meduno, presso il quale mi recavo ogni sera o relazionare sull'attività del giorno. Si cercavo, nei limiti del possibile e delle no-
slre competenze, anche di effettuare una valutazione dei danni e delle possibilità di riparazione. In ogni comune c'era anche un rappresentante della provincia il quale aveva facoltà di firmare dei buoni di consegno gratuita di materiale da costruzione presso i vari rivenditori o coloro che ne facevano richiesta. Sotto le righe, si potrà rivelare che non mancarono i soliti furbi che, do una stalla diroccata, trovarono il modo di costruirsi una cosa. Il personale del nostro reparto fornì lo sua opera anche per la costruzione di alcuni prefabbricati. Erano già esaurite tutte le roulottes, i vagoni ferroviari e le tende, quando arrivò il secondo e più micidiale colpo di settembre che mise o terra il morale già estremamente provato di tutti. Tonte considerazioni e constatazioni ci hanno lasciato l'amaro in bocca, un sapore che non svanisce ancora, a distanza di venti anni: sopra ogni altra, la disparità di trattamento fra un reparto e l'altro, tra un uomo e l'altro. Quello famosa sera del 6 maggio, ad esempio, fummo in tre ad uscire per primi dalla caserma: con me e il tenente Puppis c'era anche un capitano di artiglieria il quale sarebbe sfato poi gratificato con un encomio. Nulla, per me e Puppis. To nti reparti ricevettero medaglie al valore dell'Esercito per l'opera prestato. Il «Monin» ... niente. Eppure, quando il commissario Zamberletti concesse gli attestati di benemerenza o coloro che avevano prestato opera di soccorso per o/meno quindici giorni, il «Manin» ne raccolse ben 58. Non valgono, essi, almeno una piccola medaglia di bronzo?>>
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
TERREMOTO DELL'IRPINIA Ore 19 e 37: la terra trema
Gli scienziati l'aspettavano e l'avevano annunciata da tempo, individuandone anche la localizzazione precisa; secondo alcuni, anzi, essa era in ritardo di tre anni. Arrivò alle 19 e 37 del 23 novembre 1980. Una scossa valutata tra il 9° e il10° grado della scala Merca lli squassò con inaudita v iolenza e con indicibile durata (1' e 20") la Campania e la Basilicata. A questa prima scossa, nella stessa serata, fecero seguito altre cinque di minore intensità. l telegiornali in onda di lì a pochi minuti ne diedero notizia immediata, con
cenni estremamente vaghi, ma con toni sufficienti a far capire che questa volta non si trattava della solita scossetta di assestamento, ma che qualcosa di veramente terribile doveva essere avvenuto. Ma n mano che le ore passavano, veniva sempre più a delinearsi l'entità della tragedia. I giorna li del 24 erano in grado di fornire le prime, ancor vaghe e fumose, informazioni. I morti si contavano g ià a centinaia. A Poggioreale, in Napoli, un palazzo di 11 piani si era sbriciolato al s uolo seppellendo 20 famiglie. I napoleta ni, terrorizza ti, avevano abbandonato in massa la città di-
87
CAPITOLO
88
2
Molti paesini della Campania e della Basilicata, a seguito della fortissima, interminabile scossa delle 19 e 37 del23 novembre 1980, si sono letteralmente polverizzati; ciò che si vede, è quanto resta di Castelnuovo di Conza (foto G. Fera).
sperdendosi verso le campagne circostanti. Le prime autocolonne di soccorso, provenienti da Roma e dal nord, erano già in marcia di trasferimento verso la zona sinistrata. Le autorità politiche vennero subito accusate di non aver saputo recepire immediatamente la gravità dell'evento, tqnto che il Consiglio dei Ministri si riuniva soltanto alle 9 e 30 del mattino successivo. Giuseppe Zamberletti, che tanta buona prova aveva fornito nell'organizzazione dei soccorsi nel Friuli, veniva nominato commissario per le zone terremotate. I giornali del 25, nel riferire le notizie relative al giorno successivo al sisma, fornivano già elementi più precisi: i morti accertati e recuperati avevano raggiunto le 1012 unità; le vittime stimate superavano le 4000, ma le cifre divergevano da fonte a fonte. Fra tanti morti, molti erano quelli che venivano estratti ancora vivi e salvati. Venivano fornite le prime indicazioni sull'area colpita che vedeva in prima fila le province di Avellino e Potenza, ma con gravi danni e centinaia di vittime anche nelle altre province campane e lucane. Danni venivano segnalati anche in Puglia. Si avviavano gare di solidarietà a favore dei sinistrati, ma i mezzi apparivano abissalmente inadeguati nei confronti della gravità del disastro e della vastità dell'area colpita. A far da contraltare a questa generosità, comincia-
va a serpeggiare il timore degli sciacalli. Ovunque, da sotto le macerie, si udivano le grida dei sepolti vivi, ma gli unici strumenti per portar loro soccorso erano le braccia dei sopravvissuti e dei volontari affluiti. Il 25 -erano già trascorsi due giorni dal sisma - molti centri risultavano ancora isolati. I nomi di alcuni comuni divenivano tristi celebrità in tutto il Paese: quasi scomparsi dalla carta geografica erano Teora, San Mango sul Calore, Lioni, Sant'Angelo dei Lombardi, Senerchia, Balvano, Pescopagano ... In provincia di Salerno 2000 persone non rispondevano all'appello. Alcuni, i più fortunati, continuavano ad essere estratti ancora vivi dalle rovine, ma i lamenti dei sepolti si affievolivano e si riduceyano sempre più di numero. Alcuni dei tanti emigrati per lavoro in Germania, rientrati in fretta, scoprivano di non aver più né casa né famiglia. I militari impegnati avevano già raggiunto la cifra di 20 mila unità. Si davano un gran da fare, ma ovunque regnava una grande confusione. Vennero costituiti, nei giorni s uccessivi al s isma, centri di coordinamento sui quali s i appoggiarono i reparti giunti in rinforzo da tutto il Pa ese. Si scopriva anche la pochezza e l'inefficienza della ancor giovane protezione civile, i nomi dei cui organi sembravano più fatti appos ta p er riempirsi la bocca che per significare qualcosa
di veramente efficiente e utile: la Sala Operativa, ad esempio ... una stanzetta, con una piccola lavagna nera ·e due ragazzi che vi scrivevano sopra con il gesso. Si scopriva che alcuni comuni, come Sant'Andrea di Conza, a tre giorni dal sisma, non erano stati ancora neppure raggiunti né dai soccorsi né dagli organi di informazione. Per contro, si continuavano ad estrarre sopravvissuti, a 72 ore dal terremoto, come 15 bambini sepolti sotto un muro a Senerchia.
Attività del Corpo AutomobilisJico È intuitivo che, fin dai primi istanti dell'emergenza, g li organi del Corpo Automobilistico immediatamente interessati alla soluzione dei problemi di prima necessità furono quelli dislocati nella stessa regione militare, vale a dire la Direzione dei Servizi Trasporti e Materiali (denominazione di transizione dopo quella di Direzione della Motorizzazione e prima di quella di Comando dei Servizi Trasporti e Materiali) e quelli ad essa direttamente legati, cioè la 10a ORE, il 10° Reparto Rifornimenti e ill0° Autoreparto Misto Territoriale di Napoli, il Battaglione Logistico «Pinerolo» e la 9a ORE di Bari. Gli stessi enti e reparti sarebbero poi divenuti, nei giorni e nei mesi successivi al sisma, centri di coordinamento sui quali si appoggiarono i reparti giunti in rinforzo da ogni parte d'Italia.
Gli organi di rifornimento, una volta distribuito quanto era nei loro ma- IL CORPO gazzini, vennero via via rinforzati con assegnazioni straordinarie per far fron- AUTOMOBILISTICO te alle esigenze logistiche determinate- NELLE PUBBLICHE si a seguito dell'afflusso degli stessi re- CALAMITÀ parti. Fin dal primo momento, il Corpo dovette attivarsi per far fronte a un duplice ordine di esigenze: la prosecuzione delle attività d'istituto pur in un quadro generale profondamente modificato rispetto all'ordinario per quanto attiene ampiezza, regolarità e urgenza degli interventi; la realizzazione di una serie di organismi per l'instaurazione ex novo di attività straordinarie connesse alla gestione di formazioni di primo intervento, caratterizzate oltretutto da spiccata eterogeneità di personale, materiali e procedure. Fin dal24 novembre, giorno successivo al sisma, era stato costituito un Centro Logistico Regionale alle dirette dipendenze della Direzione dei Trasporti e Materiali del X Comiliter. Nel frattempo venivano approntate disposizioni e direttive per la costituzione di un Centro Logistico presso il Parco Veicoli Corazzati di Caserta, che prendeva a funzionare il 30 novembre e che dal14 dicembre avrebbe assorbito in toto il Centro Logistico Regionale. L'arrivo in zona, in tempi ristrettissimi, di ben 1300 automezzi provenienti da ogni parte del Paese, comportò l'adozione immediata di misure che consentissero il massimo snellimento possibile delle procedure burocratiche ne-
È appena l'indomani del sisma, e presso tutte le caserme d'Italia si approntano autocolonne di mezzi carichi di aiuti (foto G. Fera).
89
CAPITOLO
90
2
Autogruppi «Flaminia» e «Salaria», dal cessarie per il loro impiego e il loro mantenimento. 14° «Flavia», dal Battaglione Logistico Per quanto concerne la ricambistica, «Acqui» e dal 121 o Reggimento Artivenne instaurato un servizio di riforglieria; uomini e mezzi vennero amminimento diretto alle fonti, sia presso i nistrati dal 10° Autoreparto Misto di depositi centrali che presso l'industria Manovra . civile. Gli organi addetti alla circolaA questo punto la nostra trattazioz ione, soccorso e recuperi vennero inne, estremamente sintetica ris petto altegrati da nuclei itineranti distribuiti la mole e alla quantità delle operaziosulle strade con maggiore intensità di ni che vennero compiute, si sposterà traffico. verso l'attività dei singoli organi eseNella circostanza, a tanto impegno cutivi, per scoprire più da vicino e deprofus o dalle_unità presenti sul terrescrivere con maggior dovizia di dettano, corrispose in pari misura quello degli l'attività degli enti e reparti che cogli organi centrali (l o MACRA di Piastituivano le braccia operative della Dicenza e 8° MACRA di Roma), il cui perrezione dei Servizi Trasporti e Materiali. sonale non badò a orari né a sottigliezL'ordine immediato che metteva in ze burocratiche per far fronte alle eccemovimento le attività della 10a ORE, il zionali richieste. Non da meno furono cui Direttore era il colonnello Dante Praquegli enti che proprio in quel momento tesi, era «Operate s ubito e rispondete stavano entrando nell'orbita dei Servicon il massimo sforzo alle richieste»; un zi Trasporti e Materiali, quali i Deposiordine estensibile a 360° sia nei conti Materiale delle Trasmissioni e del Gefronti delle popolazioni colpite che nei nio rispettivamente di Peschiera del riguardi dell'assistenza ai reparti imGarda e di Pizzighettone, pur essendo pegnati nei soccorsi, e che era rivolto a essi stati colti in quell'inevitabile protutte le unità dipendenti dal Corpo dicesso di crisi che coincide con ogni moslocate nella Regione Militare. mento di trasformazione. Lo strumento disponibile, che solo Altri settori che comportarono inda poco aveva a ssunto la sua nuova fi terventi, anch'essi completamente nuosionomia a seguito della ristrutturavi nel campo delle attività del Corpo, z ione logistica dell'Esercito avviata il furono quelli della bonifica del territo1 o gennaio 1979, era ovviamente comrio da residuati bellici venuti alla luce misurato alle necessità dei reparti prea seguito degli smottamenti del terresenti nella RM e perciò sottodimensiono o della rimozione delle macerie, e nato rispetto alle nuove improvvise esiquello della utilizzazione degli esplogenze. sivi, compiti rientrati, fino a pochi meL'ordine del Ministro della Difesa, si prima, nell'ambito delle competenze successivo a quell' «Operate», fu «Codelle ex Direzioni di Artiglieria . prite di grigioverde tutta la zona siniIl Centro Logistico Regionale, allestrata», un ordine al quale sarebbe s tastito a tamburo battente fin dalle prime to possibile far fronte solo con l'afflusore con una forza di 9 ufficiali, 9 sotso di tanti reparti, tanti automezzi, tantufficiali e 35 militari di truppa, operò ti uomini da tutto il territorio nazionasu tre distinte aree di intervento: la cale. ser.ma « Boscariello» di Miano (N A), A seguito di direttive immediatal'aeroporto «Niutta » di Capodichino e mente diramate dall'allora Capo del il Battaglione Logistico «Pinerolo» che Corpo, tenente generale Carlo Mauthe, da Bari s i era nel frattempo trasferito e la 103 ORE vide affluire presso i propri schierato nella zona di Nocera Inferiomagazzini ricambi e complessivi prore. venienti da altre ORE, venne autorizFunzioni del Centro erano: opera- . zata a ricevere prioritariamente riforzioni di recupero, catalogazione, imnimenti dai magazzini centrali e ad efmagazzinamento e definizione ammifettuare acquisti diretti presso alcune nistrativa della enorme quantità di maditte civili; l'ente ricevette infine delle teriale movimentato; gestione di 60 auaperture di credito per la ricezione a tobus per la movimentazione dei sendomicilio di carburanti dai depositi di zatetto verso le z one di alloggiamento. grande e media capacità della Regione Fu subito evidente che, per far fronMilitare. te ai propri compiti, il Centro doveva U n settore che invece vide un notedisporre d i un autoreparto di formavole decremento fu quello della manozione, che venne allestito seduta standopera civile, in quanto 1'80% del perte, con mezzi ed uomini provenienti dalsonale figurava tra le vittime del sisma. le Scuole della Motorizzazione, dagli A sos tituire gli assenti, vennero in
rinforzo due squadre di pronto impiego di sottufficiali e militari di truppa specializzati dalle Scuole della Motorizzazione. Sempre con personale delle Scuole vennero infine costituite 4 squadre a contatto destinate ad operare su tutto il territorio del X Comiliter. Anche diverse infrastrutture, sia della sede della ORE che di ditte civili convenzionate, erano s tate rese inagibili dal terremoto. Le cifre, alla data del 10 febbraio 1981, parlavano già di 850 veicoli riparati per un totale di oltre 42 mila ore lavorative, 53 veicoli recuperati, oltre 22 mila particolari distribuiti, per le sole esigenze del sisma. Alcune voci di contabilità registravano incrementi d el 400% rispetto ai va lori abituali e, occorre dirlo, non in virtù di una improvvisa ed ampia disponibilità di mezz i e materiali che nessuno avrebbe avuto la facoltà divina di moltiplicare; l'incremento era dovuto all'unico fattore che l'uomo ha ogni volta il potere di aumentare: il proprio impegno. II 10° Reparto Rifo rnimenti di Napoli assicurò per tutto il primo mese dell'emergenza un assistenza H24 con tutti gli organi alle sue dipendenze. L'atti vità del reparto s i rivolse precipuamente verso due d irezioni: - la rimozione e il disinnesco di ordigni esplosivi (a lla fine dei primi tre mesi si contavano già 64 interventi, in ogni angolo della Regione Militare Meridionale, diretti a neutralizzare materiale esp losivo di ogni genere, dalle granate di ogni calibro, a proiettili da mortaio, a bombe a mano, a proiettili per fucili, ad artifizi di ogni specie); -il rifornimento di materia li della motorizzazione, del genio, delle trasmissioni, dei carbolubrificanti, ecc. Va segna lato il senso del dovere d i molti dei suoi d ipendenti, rimasti al posto di lavoro benché essi stessi coinvolti dalle conseguen ze del sisma. La relazione della Direzione dedica particolare menzione al compor tamento d el maresciallo maggiore Car m ine Zarrillo, consegna tario del deposito carburanti di media capacità di Potenza il quale, benché colpito da gravi lutti subiti dalla famiglia residente a Balvano, non lasciò il proprio pos to e assicurò il perfetto e continuo funzionamento del deposito. Il fatto stesso di avere la propria sede -la caserma «Nicola Marselli» d i Napoli - ubicata all'interno dell'a rea col-
pita dal sisma, fece sì che il10° Autoreparto Misto di Man ovra (oggi 10° Battaglione Tras porti «Appia »), allora agli ordini d el capitan o Attilio Curreri, fosse non solo l'unità automobil is tica più sollecita ad effettuare interventi, ma anche quella sulla quale gravarono le maggiori responsa bilità e il più elevato carico di lavoro per tutta la durata dell' emergenza . Basterà ricordare, a dim ostrazione d i q uanto asserito, che per p oter adempiere ai suoi compiti esso, che aveva un organico di 216 uomini e 174 automezzi, venne sempre più rinforza to, fino ad amminis trare 1586 uomini e 213 automezzi provenienti da ogni reparto d'Italia, con conseguenti problemi di accasermamento e di gestione. I rinforzi cominciarono già ad affluire dalle 14 del24 novembre, giorno s uccessivo alla scossa di terremoto. Primo reparto a giungere in zona fu 1'11 o Autogruppo di Manovra «Flaminia » con 24 automezzi, seguiti, nella notte s ul 25, da alcune ambulanze del 7° Autoreparto Misto d i Ma novra e d el Battaglione Logistico «Friuli» di Firenze. A seguire e in rapida s uccessione, avrebbero fornito concorsi di personale e mezzi anche 1'8° Autoreparto Misto di Manovra, il 10° Autogruppo «Salar ia» e le Scuole della Motorizzazione d i Roma, il1 o Autoreparto Mis to di Manovra di Torino, 1'11 o Autoreparto Misto di Manovra di Palermo, nonché numerosi reparti di altri Corpi. Già pochi minuti dopo il sisma, il personale dell'Autore parto era all'opera con i su oi automezzi. Alle 21 e 30 infa tti, su ordine del Di rettore d ella Motorizzazione, colonnello Alberto Comanducci, venivano inviate due ambulanze con quattro militari al quartiere Poggioreale, a trasportare fer iti e salme recuperate sotto un edificio crollato. Appena u n qu arto d'ora p iù tardi, 12 au tovetture erano in giro per tutta la città a prelevare e portare in ufficio gli ufficiali del X CMT. La prima autocolonna, composta da 25 autocarri, muoveva alle 03.00 del24 novembre per recarsi presso il Magazzino Sanitario di Santa Maria Capua Vetere a prelevare un ospedale d a cam po destinato alla zona di Lioni (AV), uno dei paesi più crudamente colpiti dal sisma. Alle 9 e 30 della stessa mattina, quattro militari si rendevano protagonisti d i u n episod io ch e avrebbe avuto eco sulla s tampa nazionale. Si trattava d el caporale Francesco Paolo Lazzara e degl i autieri Girolamo Castello, Ma rino
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
91
CAPITOLO
92
2
Trane e Pinuccio Penza i quali, mentre s tava no effettuando lo scarico del materiale dagli automezzi, venivano invitati d a alcuni lionesi a pres tare aiuto per rimuovere delle macerie da un luogo poco distante, da dove s i era udito il lamento di un bambino imprigionato sotto un mobile. Dopo circa quattro ore di lavoro e di tentativi vari per individuare il punto esatto da cui provenivano i lamenti tentativi che ebbero successo grazie al provvid enziale fiuto di un cane pastore tedesco - l'autiere Castello, dotato di corporatura particolarmente esile, si calava nell'apertura prodotta riportando alla luce un b ambino di otto anni, di nome Peppino Fusco, restituendolo all' affetto dei suoi fa miliari. L'episodio venne riportato, con ampia documentazione fotografica, sul numero 1754 del 6 dicembre 1980 del settimanale «Epoca». Per tutto il periodo d ell'em ergenza, conduttori e mezzi dell' autoreparto vennero sottoposti ad un andirivieni convulso e frenetico. Essi trasportarono feriti in ospedale e salme presso i cimiteri; fornirono tende, medicinali e viveri di prima necessità alla popolazione; trasferirono migliaia di persone, insieme alle loro masseriz ie, dai territori colpiti agli alberghi requisiti su tutto il territorio nazionale; trasportarono e impiantarono ospedali da campo; si misero a disposizione di ufficia li e sottufficiali di collegamento con le autorità locali e gli organi di soccorso; effettuarono tras porto di carburanti per automezzi e combustibile per riscaldamento domestico; fornirono manovalanza presso l'aeroporto di Capodichino per il trasbordo degli aiuti umanitari dagli aerei agli autocarri; recuperarono e tras feriron o beni e opere d'arte di valore storico e culturale. Le AR/76 dell' Autoreparto, appositamente predisposte, trainarono centinaia e centinaia di roulottes. Infine, a tutti gli automezzi in transito, s ia isola ti che in autocolonna, vennero assicurati la manutenzione, la riparazione, il rifornimento di ca rbolubrificanti, il soccorso e recupero di quelli in avaria. Tu tto questo, inquadrato in un contesto operativo estremamen te complesso e complicato dalle cara tteristiche dell'emergenza: il traffico della città di N apoli, sempre più caotico e al limite della paralisi; le lunghe distanze da coprire per raggiungere paesi e località mai prima conosciuti; gli ora ri di servizio che spesso si protraeva no oltre le
ventiquattro ore senza alcuna sosta; la necessità di mettere il personale giunto in rinforzo in cond iz ione di operare in zone ad essi del tutto estranee; gli automezzi sottoposti ad abnorme logorio anche per le con dizioni climatico-ambientali sempre critiche... Il linguaggio d elle cifre, al31 marzo 1981 (citeremo solo i dati più significativi) p arlano di 6.082 missioni compiute dagli automezzi dell'Autoreparto, con una percorrenza di più di un milione d i chilom etri e il trasporto di quas i sei mila tonnellate di materiale, il carburante consumato sfiorava i 300 mila litri; e l'emergenza continuava ... Anche la Direzione della gn ORE di Bari, all'indomani del s isma, si diede un'organizzazione tale da veder sempre opera nti, 24 ore su 24, un nucleo operativo presso la direzione stessa, una squadra lavorazioni di pronto intervento e un nucleo soccorso e recuperi, men tre la sezione lavorazioni interne operava per 10 ore al giorno e per tutti e sette i giorni della settimana. La prima iniziativa attuata nell'ambito degli interventi sul sisma, il25 novembre, fu quella di metter mano alla riparazione di 29 automezzi che il Battaglione Logistico «Pinerolo» aveva lasciato in sede in quanto poco affidabili, in modo da costituire una massa di veicoli di riserva che sa rebbero risultati di estrema utilità al reparto. L'a ttività precipua di suppor to della ORE venne diretta nei confronti del centro operativo di Potenza al quale, il 27 novembre, lo stesso Capo del Corpo, generale Mauthe, aveva ordinato l'invio di un ufficia le con l'incarico di Capo Servizio Motorizzazione ed una squadra a contatto proveniente dalle Scuole della Motorizzazione di Roma. Alcuni giorni dopo, il30 novembre, su richiesta dello stesso centro operativo, venne costituito a Potenza un nucleo soccorso e recuperi. Nel frattempo alla . 9a O RE, come per la 10a, erano state aperte delle corsie preferenziali per l'approvvigionamento di ricambi presso i MACRA di Roma e Piacenza. Il 6 dicembre, con lo scopo di limitare al massimo i movimenti di mezzi inefficienti da Potenza a Bari e viceversa e con tenere nei limiti minimi i tempi necessari alle riparazioni, presso il centro opera tivo venne costituito un nucleo riparazioni e rifornimenti compos to da un marescia llo capo officina, 5 militari specializzati ed un ACM con attrezzature e dotazione di ricambi.
tervento drastico e massiccio di centiStessa sollecitudine nell'attuazione di interventi a favore delle popolazionaia di agenti di polizia; la rete telefonica del tutto insufficiente, anche perni colpite dal sisma veniva dimostrata dal Battaglione Logistico «Pinerolo», di ché assorbita dalle telefonate dei famistanza a Bari e comandato allora dal teliari di circa 2000 militari presenti nelnente colonnello Donato Boccardi. In le operazioni; lo scarico e la contempratica il Battaglione si trasferì in blocporanea distribuzione dei materiali e co in zona di operazioni, lasciando in delle roulottes, per i quali non si avesede soltanto il personale indispensavano automezzi sufficienti. In una situazione di tal sorta, si ribile per assicurare un minimo di continuità alle attività del reparto. velarono insufficienti i rinforzi pur conFin dal primo mattimo vennero insisten ti di uomini e mezzi forniti al Batfatti avviate aliquote di mezzi e di per- · taglione dall'omologo reparto della «Julia», d al yo Autogruppo di C.A., dall'11 o sonale per il trasporto di materiali e delAutogruppo «Flaminia», dal14° Autol'ospedale da campo della Brigata. Nel gruppo «Flavia», dal 10° Autoreparto pomeriggio invece venne completata Misto di Manovra, dalla Scuola di Arl'autocolonna che avrebbe trasferito il tiglieria, dall'8° Gruppo Squadroni reparto, nel suo complesso, a Nocera «Lancieri di Montebello», e dalla ScuoInferiore, dove venne costituito un cenla di San Giorgio a Cremano. tro logistico. Successivamente, il20 dicembre, preIl personale di questo centro fu sottoposto ad un lavoro massacrante, dovia ricognizione dei locali, superando enormi difficoltà di carattere tecnico e vendo assicurare la movimentazione di ambientale ed effettua ndo ingenti launa ingente mole di materiali ricevuti e distribuiti contemporaneamente alle vori per il ripristino della viabilità e delle infrastrutture, il Battaglione Logistipopolazioni di ben 106 comuni. Le difco «Pinerolo» costituì un secondo Cenficoltà venivano acuite da problematitro Logistico a Solofra, dove vennero che di ordine diverso, quali: le affanportati e immagazzinati tutti i materiali nose richieste dei sindaci che venivano nuovi e i viveri provenienti da Nocera rivolte direttamente al centro logistico, senza alcun organo che fungesse da filInferiore e dai piccoli centri costituiti nei comuni della provincia di Avellino tro; l'esasperazione delle popolazioni e lasciando invece a Nocera tutti i materremotate del nocerino che crearono una situazione tale da richiedere l'interiali usati.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Il terremoto detto «dell'lrpinia» in realtà colpi un'area ben più vasta di quella indicata dal toponimo. Nell'immagine, gli ingenti danni provocati a Santomenna (foto G. Fera).
93
CAPITOLO
2
Il capitano Guglielmo Fera (secondo in piedi da destra) con lo staff del Comando del suo 15° Autoreparto del V Autogruppo Territoriale di Montorio Veronese (foto G. Fera).
Fin qui, l'operato dei re parti automobilis tici di stanza nella regione. Il terremoto d ell' Irpinia richia mò tuttavia la solidarie tà dei reparti militari di ogni angolo d'Italia. Si p otrebbe sostenere che non vi fu unità, per quanto piccola, che non inviasse la sua goccia nel mare dei soccorsi. Nell'impossibilità di raccontare tutto di tutti, ci limiteremo, nelle pagine che seguiranno, a segnalare l'attività di quei re pa rti che inviarono le aliquote più consistenti.
94
Il14 ° Autogruppo di Manovra «Flavia» di Montorio Veronese (già V Autogruppo Territoriale, oggi 14° Battaglione Trasporti «Flavia») era al comando del tenente colonnello Nedo Cavalcanti, ed era articolato su due autoreparti misti: il 15°, con sede n ella s tessa caser ma «Duca» di Montorio Veronese, e ill6°, di s tanza presso la caserma «Salomone» in Padova. Il 15°, a sua volta, vedeva quale comandante il capitano Guglielmo Fera il quale oggi, comandante d ello stesso Battaglione, insieme al capo sezione O.A.l. maggiore Lore n zo Castagne tti, forni sce ogni ragguaglio relativo all'attività svolta dal suo reparto nell'ambito dei soccorsi . Dopo aver appreso dalla TV la notizia del s isma, la sera del 23 novembre, di propria iniziativa e prevenendo le sicure successive attivazioni, il capitano Fera ordinava d i approntare e incolonnare tutti g li automezzi disponibili, ACM/52 e ACP /70. Quando, il 25 pomeriggio, perveniva l'ord ine di partenza, altro non restava da fare che met-
te re in moto e avviarsi. Nel frattempo, era no state inviate 4 F/12 ambulanze. Carica ti .vi veri e materiali d i casermaggio presso i magazzini di commissaria to di Padova, l'autocolonna partiva verso la zona terremotata. Effettuato rifornimento di carburanti presso l'area di parcheggio «Crocina» di Arezzo (dove il Battaglione Logistico «Friuli» aveva allestito un posto di ristoro e rifornimento) e dopo un pernottamento presso la Cecchignola, l'autocolonna raggiunse la caserma «Boscariello» di Secondigliano. Qui il reparto sostò due giorni, nel corso dei quali gli automezzi vennero impiegati per il preleva mento e la raccolta in caserma di tutti i materiali che cominciava no ad affluire da ogni parte del mondo, tra i quali vengono ricordate alcune grosse cucine rotabili francesi. Al terzo giorno il reparto venne frazionato in tre aliquote della consistenza di un plotone, ognuna agli ordini di un subalterno, e distribuite rispe ttivamente a Nocera Inferiore, Potenza, Pontecagnano. Prendeva così avvio quel turbinio di movimenti e di attività che si sarebbe protratto per sette mesi. Ogni giorno partivano autocolonne, nuclei o singoli automezzi, ovunque venisse richiesto il loro intervento. Si viaggiava tra paesaggi orribilm e nte devastati, disseminati di paesini letteralmente ridotti in briciole. «Per fornire un'idea di come questi fossero ridotti- riferisce il maggiore Castagnetti - basterà considerare che un giorno pas-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
«Si viaggiava tra paesaggi orribilmente devastati, disseminati di paesini letteralmente ridotti in briciole» {foto G. Fera).
sai, con le ruote del mio ACM, sopra il campanile di Sant'Angelo dei Lombardi». Si transitava per strade soven te interrotte dal crollo di viadotti: i contatti radio con la sala opera ti va del Comando Regione consentivano di ovviare a queste interruzioni con l'utilizzazione di itinerari alternativi. I conduttori, ma anche gli ufficiali e il comandante stesso, dormivano dove la notte li sorprendeva, quasi sempre sdraiati sui sedili dell'automezzo. Lo stesso comandante, svegliandosi un mattino, s i avvide di aver trascorso la notte al riparo di una ca tas ta di bare. Anche per mangiare, spesso s i d oveva far ricorso all'estrema inventiva, qua le quella di utilizzare l'acqua bollente del radiatore per introdurvi a bollire i wurstel, con tutto l'involucro in plastica. A intervalli irregolari, e di varia intensità, venivano avvertite le soli te e numerose scosse di assestamento che fanno sempre seguito a un grande sisma. Il tempo, anche per la concomitanza della stagione invernale, fu quasi sempre di estrema inclemenza: pioggia e neve, in alternanza, furono compagne assidue; talvolta si levavano violente tempeste di vento che scaraventava no verso ogni direzione le roulottes destinate ad accogliere i senza tetto. Ovunque e sempre, ad impregnare ogni molecola di aria, quel tipico, inconfondibile, angoscioso odore di marcio: l'odore della morte.
A far da contraltare a tante avversità e contrarietà, la grande disponibilità della popolazione: chi aveva salvato la propria casa, ricambiava con grande senso di ospitalità quei soldatini che erano lì con il compito di aiutarli. Tutti i conduttori sembravano pervasi d a incontenibile frenesia: nessuno voleva mai fermarsi, come se la consapevolezza dell'importanza della loro opera avesse moltiplicato le loro naturali energie. Qualcuno si rese protagonis ta di gesta che ricevettero gli onori della cronaca. In un modesto locale pubblico di Nocera, alcuni militari stavano trascorrendo le loro sca rse ore di libera uscita, quando irruppero due rapinatori, uno armato di pistola, l'altro di fucile a canne mozze. Fra i militari presenti c'era lo stesso conduttore del capitano Fera, avvocato da civile il quale, d'impulso, diede uno spin tone a quello armato di pistola, scaraventandolo con tro l'a ltro . Nel breve p arapiglia generatosi, i due rapinatori si di leguarono. La reazione, elogiata dalle cronache, a mente fredda fu tuttavia ritenuta avventata, non essendo sfociata . in tragedia per la mancata reazione dei rapinatori: se infatti quello armato di fucile avesse sparato un solo colpo, si sarebbe verificata una strage, vista l'angustia del locale. Vennero trasportati e consegna ti materiali di ogni genere e ovunque, sulla base delle indicazioni che pervenivano dalla sa la operativa del Comando Regione. La consegna avveniva diretta-
95
CAPITOLO
2
mente nelle mani dei sindaci, ai quali veniva fatto firmare apposito buono di consegna (l'accorgimento s i sarebbe rivelato di gra nde utilità: alcuni anni dopo il sisma infatti, qualche ufficio del Comando Regione NE chiedeva ancora conto della destinazione dei materiali prelevati tanto tempo prima a Padova). Erano materiali dei generi più disparati, come lo erano quelli che pervenivano da ogni parte del mondo; ci fu perfino una ditta del nord Italia che inviò un camion carico di lunotti posteriori per automobili (a casa mai sarebbero potuti servire?). A volte sorgeva il dubbio che qualcuno intendesse profittare del sisma per sgomberare senza eccessiva spesa i propri magazzini dal materiale superfluo. Giungevano soprattutto montagne
dell' Autogruppo effettuò lavori di riparazione su alcuni automezzi «fuoristrad~» dell'Ordine dei «Cavali eri di Ma lta». Per tutte le riparazioni eccedenti le possibilità dell'officina, il reparto si appoggiò alla 10a ORE di Napoli. Presso la sede del reparto, a Montorio Veronese, insieme al comandante era rimasto nel frattempo il Reparto Comando, che si era accollato il compito della scuola guida e che provvedeva ad inviare nuovi conduttori mano a mano che si rendevano necessari avvicendamenti per congeda mento. L'ultimo viaggio dell4° fu effettuato per il trasporto di alcuni prefabbricati per abitazione forniti da una ditta di Arzignago (VI). Il 7 maggio 1981, il rientro degli ultimi a utomezzi segnava la fine della
di abiti sfusi, quasi impossibili da utilizzare, non essendo possibile discernere i nuovi da quelli usati. Vennero infine venduti ad una ditta di Taranto la quale, dopo averli selezion ati e bonificati, li immise sui mercatini di varie città. A metà gennaio il reparto venne ricomposto a Salerno, caserma «Cardno», per una riorganizzazione degli aiuti. Fu il periodo dedicato soprattutto al trasporto di bare, che vennero raggruppate in due grossi depositi: uno presso la Reggia di Caserta, l'altro a Salerno. Sempre a Salerno, l'officina leggera
missione che aveva visto impegnati, per il14°, 6 ufficiali, 7 sottufficiali e 86 militari di truppa, con l'impiego di unto. tale di 51 automezzi.
Non è una discarica, come si potrebbe ritenere a prima vista; è invece una montagna di «aiuti" di ogni genere, che arrivano da tu/lo il mondo. Non essendo possibile discernere il nuovo dall'usato, il materiale di abbigliamento verrà alienato a dille private che lo reintrodurranno sul mercato previa bonifica (foto G. Fera).
96
Su ciò che venne compiuto dal Battaglione Logistico «Orobica», ora disciolta, si possono raccogliere notizie - necessariamente parziali e settoriali- dalle memorie personali di qualcuno che allora prestava servizio presso l'unità. Il giorno successivo al terremoto, veniva allestita una poderosa autocolonna di 97 automezzi, messi insieme dal Battaglione Alpini «Tirano» con il contributo di numerose unità di pari Jivel-
lo della stessa Brigata, tra le quali il Battaglione Logistico. Si trattava di autocarri CM/52, con 2 AR/59 ad aprire e chiudere la serie ((le AR/76 avevano da poco cominciato a fare la loro apparizione e non tutti ne disponevano). L'autocolonna muoveva al mattino da Malles, scendendo giù per l'Autostrada del Brennero. Dall'alto un elicottero, in costante contatto radio, ne coordinava i movimenti. La risaputa ridotta velocità del- . l'ACMe la presenza contemporanea di numerose autocolonne lungo gli stessi itinerari, fecero sì che la Brigata giungesse in zona soltanto dopo due giorni di viaggio, con soste effettuate, in due notti s u ccessive, presso due caserme lungo il tragitto. Perciò l'autocolonna giunse a Calabritto, dove venne effettuata la sosta definitiva, quando il ter-
che, sempre più numerosi, giungevano da ogni parte d'Italia. IL CORPO Presso i centri di distribuzione afAUTOMOBILISTICO fluivano e venivano consegnati alla popolazione g li aiuti che tutto il mondo NELLE PUBBLICHE inviava in una gara di solidarietà. CALAMITÀ Per una volta tanto, ogni forma di burocrazia venne bandita. Gli scampati al sisma si presentavano e prendevano ciò di cui avevano bisogno, senza alcun orpello formale. D'altronde gli aiuti erano così consistenti che non si sapeva più dove metterli. La permanenza della Brigata in Irpinia si protrasse per 40 giorni. Al momento di ripartire c'era ancora tutto da ricostruire, ma questo non era certo compito dell'Esercito. Il Battaglione Logistico «Friuli», di stanza a Firenze, caserma «Perotti», al-
Autocolonna del V Autogruppo che trasporta prefabbricati abitativi (foto G. Fera).
remoto era già avvenuto da tre giorni. Oltre questo comune, vennero affidati alle cure della Brigata «Orobica» anche quelli di Teora, Senerchia e Caposele, tutti in provincia di Avellino. La grande unità alpina rilevava un reparto di Caserta che era lì dal primo giorno e che poteva perciò far ritorno in sede. Scaricati i materiali dagli automezzi, vennero costituiti vari posti ristoro, distribuiti fra i quattro comuni. Presso il campo sportivo di Calabritto venne allestita una tendopoli in collaborazione con i Vigili del Fuoco, nella quale cominciarono a prestare la loro opera anche vari civili volontari
lora comandato dal tenente colonnello Vincenzo Zuccarotto, ebbe modo di distinguersi in una duplice veste. In primo luogo esso fu soccorritore diretto, inviando sul posto 1 ufficiale e 24 militari di truppa con 14 automezzi di vario tipo (si ricorderà che le sue ambulanze, insieme a quelle del 7° Autoreparto furono le seconde ad arrivare a Napoli precedendo, in questa gara di sollecitudine, altri reparti più vicini alle zone sinistra te). La sua attività più incisiva e più apprezzata fu tuttavia quella rivolta all'assistenza degli stessi soccorritori. Presso l'area di parcheggio «Crocina»,
97
Per mesi, lunghe autocolonne militari percorrono la penisola da nord a sud e viceversa (foto G. Fera).
98
angolo suggestivo e reso vivo da una boscaglia d i querce che gli fa corona, a circa 50 chilometri da Firenze e in prossimità dello svincolo autostradale per Arezzo, il Battaglione allestì un efficientissimo posto di ristoro e rifornimento. Qui per settimane i conduttori in continuo andirivieni e con tanta strada già nelle ruote, poterono ritemprars i, rifocillarsi e raccogliere le energie per il tragitto ancora altrettanto lungo da coprire. Qui gli automezz i di ogni reparto in trans ito facevano rifornimento. Le cifre parlano di 1500 automezzi riforniti, ai quali vennero distribuiti 36.000 litri di benzina e 150.000 di gasolio. La s tessa caserma «Perotti» ospitava il già cita to r Autoreparto Misto di Manovra. Per una singolare combinazione, al momento del sisma il reparto era costituito, per quasi il 90% dei suoi effeHivi, dai soldati napoletani o, comunque, provenien ti dalle zone sinistrate. Napoletano era il suo stesso comandante, ca pitano Alberto Festa. Si potrà ben immaginare il clima di panico che venne a determinarsi, in seno alla truppa, al diffondersi delle prime notizie, anche e soprattutto per l'impossibilità da parte dei soldati di mettersi in contatto con le rispettive famiglie ed essere rassicu rati s ulla loro sorte. Fu necessaria una paziente e sagace opera di persuasione, da parte dello stesso comandante, anch'egli alle prese con la stessa angoscia dei suoi soldati, per dis-
suadere questi ultimi dall'intenzione di sa ltare sul primo treno diretto a sud. Sarebbe stato molto più saggio infattie tale fu la molla di persuasione del capitano- invece che affidarsi a un treno di cu i nessuno avrebbe potuto garantire l'arrivo in zona, approntare le autocolonne di automezzi che certamente sarebbero stati richiesti di lì a breve e recarsi sul posto con quelli. Gli automezzi furono pronti, carichi di tutto ciò che avrebbe potuto essere utile, nel giro di poche ore, ma l'ordine di partenza giunse soltanto a due giorni di distanza dal sisma. Il Battaglione Logistico «Acqui», con sede a L'Aquila, vedeva allora al suo vertice il tenente co lonnello Salvatore Giarrusso. Il suo personale veniva coinvolto nelle operazioni relative al sisma verso le 23 della stessa sera del disastro. A quell'ora infatti il Comando Brigata ve'niva allarmato. L'allarme ricadeva con immediatezza sul 57° Btg. Mot. «Abruzzi » di s tanza a Sora CFR), vicinissimo perciò alle zone sin is trate. Allo stesso «Abruzzi» il Battaglione Logistico forniva pronto concors o di alcuni automezzi carichi di materiale vario e, soprattutto, 2 ambulanze. L'indomani, alle 8, g iunse l'ordine di caricare l'ospedale da campo. In poche ore, tutti gli elementi che lo componevano erano già su 15 automezzi, pronti a partire, ma un successivo con-
trordine proveniente dal Comando Zona di Intervento bloccava l'operazione. L'ospedale non sarebbe mai andato in Irpinia. Nella stessa giornata del 24, con il concorso di altri automezzi stanziati nella stessa sede, il Battaglione approntò altre 2 autocolonne, ognuna composta da 15 ACM/52. Esse, alle 22 dello stesso giorno, vennero avviate .al IV Deposito Centrale di Commissariato di Torre del Parco, nel macera tese, a caricare 29.000 coperte. Il caricamento venne effettuato alle prime ore del 25 e, senza soluzione di continuità, le autocolonne partirono e, verso le 20, raggiunsero Miano, in provincia di Napoli, dove venivano trattenute a disposizione del C.Z.I. per successivi interventi di trasporto di materiali di prima necessità alle popolazioni colpite. n giorno 27, a seguito dell'ordine impartito allo stesso Comando Brigata di trasferirsi esso stesso in zona di intervento, il Battaglione Logistico venne chiamato a fornire 16 automezzi per le ,perazioni di trasferimento. Alle 15, infine, era lo stesso Batta;lione Logistico a ricevere l'ordine di trasferire se stesso in zona. Il caricamento dei materiali e l'approntamento richiese tutto il pomeriggio e la sera dello stesso giorno e venne portato a completamento alle ore 01 .00 del 28. Alle 05.00 l'autocolonna, che con il concorso di altri reparti alla sede aveva raggiunto le 29 unità, mosse alla volta di
Persano. Alle 22, il comprensorio era raggiunto e l'indomani, alle 12,lo schieramento era completato. L' articolazione dell'unità vedeva il Comando di Battaglione, un Plotone Comando, la Compagnia Rifornimenti e Trasporti, il Parco, l'Officina Media più Nucleo Recoperi, il Plotone Sussistenza. Il17 dicembre il Battaglione ricevette l'ordine di rientrare, lasciando sul posto un'aliquota di uomini e mezzi della consistenza di un plotone, che rientrò il 9 febbraio del1981 insieme al Comando Brigata. Omettiamo, a riguardo dell'attività dell' «Acqui», di riportare il solito arido elenco di cifre, rimandando il lettore al vivace racconto di alcuni uomini del reparto riferito nell'appendice «Ascoltando chi c'era», per conoscere più da vicino l'attività e l'operato del Battaglione. L'iniziativa più consistente e preziosa messa in atto dal Battaglione Logistico· «Granatieri di Sardegna», allora comal!dato dal tenente colonnello Vincenzo Spadaro, fu quella di inviare nella zona sinistrata, insieme al personale composto da 3 ufficiali, 5 sottufficiali e 50 militari di truppa con al seguito 42 automezzi di vario tipo, il proprio Ospedale da Campo modello 65. Esso aveva già avuto impiego appena un anno prima, nel corso del terremoto il Val Nerina. Esso venne trasferito presso la caserma «Beraldi» di Avellino a disposi-
Ospedale da campo mod. 88 del Battaglione Logistico «Granatieri di Sardegna», uno dei più all'avanguardia in dotazione alle Forze Armate. In occasione del terremoto dell'lrpinia il Battaglione schierò invece il precedente mod. 75 (foto C. Briganti).
99
CAPITOLO
2
ASCOlTANDO
CHI 1
CERA
zione del Prefetto prima e del Comandante del centro Logistico di Nocera Inferi ore poi . Il 27 novembre venne trasferito, su ordine del Comiliter di Napoli, presso la Scuola Truppe Corazzate di Caserta, da dove rientrava in sede il 3 dicembre. Attualmente la Brigata dispone invece di un O sp edale d a Campo Mod. 88, uno degli ospedali da ca mpo di più moderna concezione in dotazione all' esercito, vero fiore all'occhiello della
gra nde unità. Esso ha già avuto largo impiego. Più volte è stato spiegato anch e a titolo espositivo, come in occas io ne del convegno antiustioni di Palermo del1989, ma il suo maggior titolo di merito - m esso in grande risalto da numerosi organi di stampa- fu quello di essere s tato concesso nel 1989-90 all'ospedale Gaslini di Genova. In tale occasione, all'interno della sua sala chirurgica, vennero effettuati dei trapianti di midollo osseo.
Raccoglieremo, in questa appendice, al· cune testimonianze raccolte tra ufficiali o sottufficiali effettivi ai reparti automobilistici che profusero il loro impegno in aiuto delle popolazioni sinistrate della Cam pania e della Basi licata. Il maresciallo Alessio SCHIAVONE era tra coloro che, giunto con l'autocolonna della Brigata «Orobica», operò nella zona di Calabritto . Così il sottufficiale ricorda la sua commovente esperienza.
le prime baffute, fu quello di non poter co· municore con lo gente. Erano per lo maggior parte persone anziane, che non por· lavano e non capivano l'italiano, tonto che si dovette far ricorso od... interpreti. lo ero addetto allo radio e mi trovai su· bito in grave difficoltà od orientare l'antenno: il paesaggio tutto uguale e un cielo livido di piombo mi impedivano d i introve· dere do quale porte fosse il sole, ed ogni altro accorgimento appreso sui banchi di scuola (stella polare, muschio sugli alberi, ecc.) lì non e.ro di alcuna utilità . Rivo/tomi a un anziano intento o non far nullo lì vicino, gli chiesi dove fosse il nord. - Nord?- chiese quegli, stupito da questo strona parola - e che è 'o nord? Compresi allora che sarebbe stato opportuno percorrere uno diverso via, per acquisire l'informazione che mi necessitavo. - Senti - gli domandai - do che parte sto, Napoli? - Napoli? Là, sto Napoli! - rispose il vecchio allungando il braccio verso uno certo direzione.
«Eravamo finalmente giunti, dopo due g iorni di viaggio sui nostri estenuanti ACM/52, nel territorio del comune di Calabritto. Un paesaggio orribilme nte devostato ci offrivo il suo benvenuto. Le povere vecchie cose del paese erano quasi tutte crollate. Neve e pioggia si accanivano su quei miseri resti di abitazioni ormai senza più teffo. Il fango facevo sprofondare le ruote delle cucine rotabili, impedendoci d i ancorarle al terreno. Sarà difficilmente credibile, ma uno dei problemi che ci misero in difficoltà, in quel-
100
Si scaricano prefabbricati abitativi (foto G. Fera).
- E se tu volessi ondore o Reggio Colobrio - aggiunsi - do che porte andresti? -Reggio Calabria? Là, là, là! - rispose l'uomo, agitando il broccio, od ogni "là ", con quel tipico gesto con cui si vuoi indicore che ce n'è, di strada do fare, per raggiungere il luogo richiesto. Bene, due direzioni erano già indivi· duole; mi fu sufficiente uno breve triongolozione mento/e, per individuare il nord. Là diressi l'antenna: beccato o/ primo colpo! Si trottavo oro di realizzare un allacciamento con lo rete elettrico, che il terremoto avevo fotto saltare o macchio di leopardo. Dopo varie ricerche, trovammo un punto in cui lo corrente arrivavo ancoro e lì ci allacciammo. Cominciò lo nostro opero di soccorso. Ero gente semplice, quello irpino. Si presentavo ai nostri posti di ristoro, ma senza chiedere nullo di portico/ore: quello che gli dovi, si prendevo. File di centinaio di metri, allo distribuzione dei posti, ma lo gente aspettavo po· ziente il suo turno. A volte si verificavano scene tenere e patetiche o un tempo. Un giorno uno vecchietto, dopo aver atteso non meno di mezz'oro in piedi per arrivare al posto di distribuzione, avevo ricevuto il suo piatto di p/ostico pieno di minestra e si stavo dirigendo o/ tovo/o reggendo/o o due mani per i lembi, quando il fondo si staccò, precipitando in ferro con il contenuto. Lo vecchino rimase qualche istante attonito, con quell'inutile cerchio in mano, poi guardò verso di noi e- se ne uscì in uno baffuto lopolissiono che ci fece scop· piore o ridere per lo suo incontestobile evidenza: - M'è schiottote 'u piatte! l nostri so/doti non si risparmiavano, lavorando senza sosto per estrarre i cadaveri (tonti!); quando si estraevo qualcuno ancoro in vito, lo gioia volevo o compensare ogni precedente folico. Mon mano che i morti venivano liberati dalle macerie e identificati, venivano chiusi nelle bore e, dopo uno breve cerimonia fun ebre, seppe/liti. Sullo piozzo del paese c'ero un cumulo enorme di bore, disposte in ordine le une sulle oltre, simili o cataste di legno acconto o uno segheria. A fianco di esse - e lo voce del sottufficiole si incrino ancoro o/ ricordo, nonostante i q uindici anni trascorsi -un'o/tra catasto di piccole bore, tutte bianche! Un giorno vedemmo giungere al campo il capitano Segato, sconvolto e pallido in viso come un cencio lavato; facevo fa tico o racconto re. Ero avvenuto che, mentre scovavo tro le rovine di uno coso insieme o dei vigili del
fuoco, ero emerso il cadavere di un bombino. Per sollevar/o, mentre un pompiere lo afferravo per i piedi, egli lo tiravo su prendendo/o per le mani; nel for questo, entrambe le broccine si erano strappate dal corpo e gli erano rimaste penzoloni in mano. Lo nostro permanenza o Calabritto durò 40 giorni, tutti uguali l'uno oll'oltro, per noi; o volte ci dimenticavamo perfino in quale giorno dello settimana si fosse. Ci accorgevamo del sopraggiungere dello domenico do un segno inequivocob ile: mentre negli altri giorni lo gente vestivo in maniera più che dimesso, in quel giorno tutti indossavano il miglior abito e se ne ondovono o passeggio, su e giù per lo via principale, come se nullo fosse avvenuto. Ero pressoché impossibile telefonare o coso. C'ero un solo telefono o Calabritto, davanti al quale c'ero sempre uno filo ininterrotto di un centinaio di persone. Lo mio fortuna ero quello di poter ricevere, sia pur indirettamente, notizie do coso . Ogni giorno, od un' oro stabilito, avevo il collegomento radio con lo nostro caserma, o Merano; il mio collego dall'altro porte dell'opporecchio si premurovo di telefonare preventivomente o coso mio, per comunicormi eventuali novità. Lo mio trepidazione avevo un valido fondamento: mio moglie ero all'ultimo mese di gravidanza e il mio timore ero di non poter essere con lei o dividere un momento così importante. Lo sorte mi venne in aiuto. Quasi volesse anch 'egli offendere il ritorno di suo po· dre primo di venire o/ mondo, mio figlio nocque con uno settimana e mezzo di ritardo, appeno un paio di giorni dopo il mio rientro. Dopo aver visto per 40 giorni nient'altro che morti, questo nuovo germoglio di vito che sbocciavo, e proprio o coso mio, non ero poco coso !».
IL CORPO AUTOMOBILISTICO
NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Il racconto congiunto del tenente Mario PIRRODDA e del maresciallo maggiore Luigi RUGGIERO ci riporta indietro di 15 a nni, a rivivere gli stessi episod i che legarono il Battaglione Logistico «A cqui» a lle dolorose vicende dell'lrpinia. Una battuta dell'uno, una precisazione dell'altro e vicende ormai lontane sembrano scuotersi dallo polvere sedimentata dagli ann i, riacquistare colore, vi ta , e riproporsi come a ncora presenti e reali. «L'autocolonna- è il racconto dei due testimoni- avevo lasciato L'Aquila alle nove del mattino successivo o/ sisma e si ero
ovviato lungo l'autostrada per Roma per deviare poi verso sud. Un diluvio torrenziale fornivo lo scenario di fondo o/ nostro viaggio, un viaggio
101
CAPITOLO
102
2
Qualcuno comincia a ricostruire... (foto G. Fera).
intrapreso peraltro senza neppure la definizione di un obiettivo da raggiungere. Solo strada facendo, e per aggiustamenti successivi, la nostra meta veniva a focalizzarsi: il poligono di addestramento di Persano, che raggiungemmo all'una di notte, dopo essere usciti dal casello autostradale di Eboli. La pioggia, tormentoso, mista ad uno sferzante nevischio, continuava a flagellare il terreno ridotto a una poltiglia tale che il nostro pullman, appena si fermò per consentire la nostra discesa, prese a sprofondarvi lentamente. Coloro che tentarono di scendere, affondarono nel fango fino alle ginocchia; molti preferirono trascorrere il resto della notte sull'automezzo.
Nel poligono c 'era in quel momento un reparto di bersaglieri i quali, essendo all'oscuro del nostro arrivo, non solo non fecero nulla per facilitare la nostra sistemazione, ma quasi aggiunsero qualche ostacolo supplementare a quelli, non pochi né lievi, che già c'erano. Sull'area del poligono sorgevano vari capannoni, chiamati con una certa ostentazione «forti», cui erano sfati conferiti nomi riecheggianfi la campagna in Africa Settentrionale: El Alamein, ZigZag, Tobruk ... Quest'ultimo ci venne assegnato quale nostro accantonamento. Essendo esso stato adibito anche a scuderia, fummo costretti a scansare la paglia che copriva il pavimento per far posto ai nostri sacchi a pelo.
Il tempo do noi trascorso nel poligono venne interamente dedicato allo nostro solo sistemazione. Come se non bastassero le terribili notizie sugli effetti del terremoto, ne giungevano oltre relative od atti di delinquenza tonfo più spregevoli in quanto perpetrati ai danni di gente già così colpito: autocolonne civili recanti aiuti ai terremotati venivano deviate con dei trucchi do squallidi individui e depredate del corico. Per questo ragione, e per difenderci do eventuali analoghi alli di piroterio, ci venne ordinato di effettuare alcune esercitazioni di liro e di girare sempre armali. Il coordinamento dei soccorsi sul nostro territorio ero stato affidato al Comando Zona dello Lombardia il quale, alcuni giorni dopo il nostro arrivo, ci chiese di recapitore alcune roulottes. Organizzato un'autocolonno agli ordini del capitano De Michele, ci ovviammo su per strodine di montagna. Ovunque paesi rosi al suolo. Perfino i loculi dei cimiteri erano stati squarciati e ne erono uscite fuori le bore. Passammo Caposele. Nello zona di Moterdomini scorgemmo un autocarro militare tedesco, fermo dopo aver tamponato uno vettura civile. Tulli gli occupanti si erano ollontonoti. Immobile in piedi, imperturbabile sotto il diluvio imperversante, un soldoIone tedesco ero stato lasciato o guardia dei veicoli. Possondogli acconto, gli rivolgemmo un gesto e uno frase di saluto: «Ciao, Fronz! ». Il militare volse appeno gli occhi nello nostro direzione, senza mutare di uno virgola l'espressione del volto. Giungemmo o Teora, nostro destinazione. Il paese, che sorgevo inerpico/o sul pendio di uno montagna, si era come sbriciolato e quei detriti, che uno volto erano stote le sue cose, erano letteralmente franati lungo lo disceso . Alcune ruspe del genio, spianando alcune asperità di un terreno costituito più di aequo che di sostanze solide, avevano ricavato un piazzole. Su di esso si ergevo
uno enorme catasto di bore, alcune con i coperchi rovesciati dai quali l'aequo piovono, dopo averli riempiti, scendevo o cascatelle e rivoli o inondare e riempire quelle più in bosso. L'estrazione dei cadaveri ero già stato completato, e quelle bore erano lì opposto per accoglierli. Gli operatori si apprestovano od irrorare di calce le rovine del paese, suggellando con tale gesto lo fine di ogni speranza di trovare superstiti. Appeno giunti, fummo aggrediti do uno follo di disperali che, azzuffandosi e quasi azzannandosi l'un l'altro come lupi famelici attorno all'unico preda, cercavano di appropriarsi delle roulottes do noi recapitate. Allo fine le consegnammo al sindaco. Portato o compimento lo missione, prendemmo lo via del ritorno. Quando ripassammo per Moterdomini, pioveva ancoro o dirotto. Erano trascorse quattro ore e il soldoto tedesco ero ancoro lì, immobile come primo. Ripetemmo il nostro saluto: ((Ciao, Fronz!». Un incerto sorriso di rassegnazione sembrò increspare il labbro delteutonico. Dopo qualche giorno fummo inviati presso lo stazione ferroviario di Battipaglia o scaricare e ritirare alcune roulottes provenienti dal Belgio. Eravamo pochi e l'operazione, oltre che difficoltoso, comportavo anche un notevole sforzo fisico. A cconto o noi, su alcuni vagoni requisiti, bivaccavano numerose vittime de/terremoto, anche uomini giovani e robusti. A questi ci rivolgemmo pregando/i di venire o darci uno mano. ((Noi non dobbiamo fare nullo - fu l'irritante risposto- siamo terremotati!». Lo sorpreso più positivo, nell'ambito delle operazioni di soccorso, fu l'impegno dei nostri militari. Perfino coloro che in caserma godevano fama di lovotivi e piontogrone apparivano trasformati, irriconoscibili per l'impegno e l'olocrità che profondevano ne/loro lavoro. Ero uno lezione anche per tutti noi: il nostro soldato non è mai coltivo; ho solo bisogno di sentirsi motivato, per impegnarsi».
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
VAL DI STAVA Riassumiamo, per i pochi che non la conoscono, l'origine della nota locuzione «Spada di Damocle». Era, Damocle, un amico di Dionisio, tiranno di Siracusa, al quale rivolgeva sovente espressioni di invidia per la sua fortuna di essere re e per il potere che aveva nelle mani, fino a che Dionisio lo invitò un giorno a mettersi al suo po-
sto, per saggiare di persona l'ebbrezza del comando. Damocle non se lo fece ripetere: si assise s ul trono tutto felice e cominciò a legiferare, emettere sentenze, dirimere controversie, dare ordini, a fare insomma tutto ciò che solo un re può fare. Mentre era intento a ciò, a un tratto i suoi occhi andarono al soffitto e, con
103
CAPITOLO
2
Sotto i bacini della Val di Stava, dopo la sciagura (foto D. Panato).
104
sgomento, egli vide una pesante spada con la punta rivolta, precisa precisa, sulla sua testa, tenuta appesa da un esile e fragilissimo crine di cavallo. Con un balzo, Damocle schizzò via dal trono. Al che Dionisio: - Allora domandò - ti sembra ancora tanto piacevole la posizione di re? Come vedi, sull~ mia testa è sempre sospesa una spada e il filo può spezzarsi da un momento all'altro. L'amico comprese l'allegoria e da quel giorno smise di invidiare il tiranno. Chiusa la breve parabola, torniamo alla storia; una storia che purtroppo inizia con le classiche tre parole di ogni favola: «C'era una volta un paesi no chiamato Stava ... » La famosa Spada di Damocle era da tempo sospesa sulle teste dei suoi abitanti, ma nessuno, in tanto tempo, aveva fatto nulla per andare a togliere quella terribile m inaccia e neppure a rinforzare quel debole crine di cavallo che la reggeva. Il torrente Stava, omonimo del paesi no, è un modesto corso d'acqua che, sgorgato dal massiccio del Latemar, fra le Dolomiti, compie un tragitto rettilineo di sei chilometri circa in direzione sud-ovest, dopodiché piega a sud e, dopo un secondo tratto, anch'esso rettili-
neo, di tre chilometri, e dopo aver attraversato l'abitato di Tesero, capoluogo comunale, si versa nel fiume Avisio, a sua volta tributario dell'Adige. Nel punto esatto in cui il torrente effettua la sua unica virata, c'era la fra zione, un piccolo agglomerato di case ed alberghi distribuiti su un prato arioso sulla destra del torrente. Sopra q ueste abitazioni, a un centinaio di metri dal corso d'acqua, costruiti il primo all'inizio degli anni Sessanta, il secondo agli inizi degli anni Settanta, erano sospesi due laghetti artificiali, non alimentati dallo Stava, né ad esso collegati. I due specchi d'acqua occupavano esattamente l'angolo esterno che la valle compie seguendo l'asta del tor rente. Erano stati realizzati con dighe in terra battuta formanti due archi di cerchio concen trici, sì che la diga che racchiudeva il laghetto superiore, sopraelevato di pochi metri rispetto al sottostante, rappresentava anche il bordo posteriore del laghetto inferiore. Loro ful\Zione era esclusivamente quella di lavaggio del minerale di fluorite che veniva estratto dalla vicina miniera di Prestavel. Il contenuto dei bacini perciò, dopo tanti anni di impiego, più che di acqua era costituito ormai da un sottile fango di color grigio metallico.
Essi incombevano sull'abitato di Sta-
versanti, da un uniforme serpente grig io, lungo il quale non esisteva più nul- IL CORPO quelle dighe, paventasse un loro cedi- la, perché nessuna struttura, d i origine umana o naturale, aveva resistito. Den- AUTOMOBILISTICO men to, con intuibili conseguenze per tutto ciò che si trovava sotto di esse. tro quella linea, tutto distrutto; un cen- NELLE PUBBLICHE ll1 9 luglio 1985, alle 13 e 15, mentre CALAMITÀ timetro al di sopra, tutto intatto. tutta la gente era al chiuso delle proprie Tutto era avvenuto in un'ora centrale case a d esinare, la diga superiore si sgre- di piena estate e in un attimo la notizia venne diffusa da tutti i programmi di tolò all'improvviso. Tutta la fanghig lia si riversò sul laghetto inferiore, sfon- informazione radiotelevisivi. Tutto apdando anche la diga di contenimento pariva estremamente chiaro, circa la didi questo. In una frazione di second o namica dell'accadu to, come chiaro era tu tte le abitazioni di Stava vennero · anche ciò che restava da fare: trovare i spazzate, con morte istantanea d egli oc- morti, identificarli, contarli, seppellircu panti. Non un solo mattone rimase li. incollato a terra. Perfino i pavimenti a Le sole, poche incertezze del mopianterreno vennero divelti, ad ecce- mento, a rig uardo d el censimento d elzione di una ridotta porzione centrale le vittime, derivavano dal fatto che, a causa d e lla stagione es tiva, la Val di al centro di ogni casa. La massa di fango si inca nalò lungo Fiemme era molto frequentata da turiil torrente, percorse a gran velocità sti e si nutriva il dubbio che qualche audata la forte pendenza d ella valle- i tre tomezzo fosse rimasto travolto dalle acchilometri che separavano Stava da Te- que mentre transitava sulla statale alsero, disintegrò tutto ciò che incontrò l'altezza di Tesero o s ulla provi ncia le sul suo cammino, comprese anche le ca- che risa liva la Val di Stava. se di Tesero disposte lungo il corso d'acL' intervento di quanti di lì a poco saqua, e s'acquetò infine nel letto dell'A- rebbero accorsi non poteva perciò nepvisio. In pochi minuti, tutto si era compure essere definito «soccorso» perché, salvo poche eccezioni dovute a case inpiuto. vestite solo parzialmente, chi non era Agli occhi di chi era stato rispa rl/lungo serpente argentato morto era rimasto indenne. Né i vivi né miato si presentava uno spettacolo racche, un attimo dopo la capricciante: la valle era solcata, per tuti morti perciò, per ragioni opposte, avetragedia, so/cava tutta la valle da Stava a Tesero ta la s ua larghezza e fino ad a lcuni me- vano bisogno di aiuto. (foto D. Panato). tri di a ltezza sui declivi di entrambi i Insieme ai soccorritori di altre cateva e non era mancato chi, a l gua rdare
105
l soccorritori- militari e civili - sono all'opera per il recupero delle salme (foto D. Panato).
gorie, tutte le unità alpine della regione, inquadrate nelle due brigate «Orobica» (oggi disciolta) e «Tridentina», inviarono immediatamente i loro uomini. La parte prettamente operativa venne posta so tto il Comando del Batta glione Alpini «Morbegno», ma furono molto consistenti le aliquote di tutte le altre unità, quali il Battaglione «Tirano», il Battaglione Genio Pionieri di Bolzano, ecc.
L'attività logistica
106
L'azione dei due battaglioni logistici delle rispettive brigate era perciò rivolta a forn ire assistenza non alla popolazione, bensì ai propri colleghi che si trovavano a spalare nel fango, circa 2000 uomini che di questa assistenza avevano estremo bisogno, per la penosa operazione cui dovevano attendere. Diversi sottufficiali dai capelli già brizzolati rivivevano, in questa nuova emergenza, l' esperienza da essi stessi vis·suta 22 anni prima nel Vajont. Molte, le analogie tra i due d isastri: entrambi originati da una valanga d'acqu a; en trambi dovuti ?Id una frana pur se dai meccanismi molto diversi; infine anche stavolta, come allora, si trattava di cercare corpi nel letto di un fiu me: là il Piave, qui l' Avisio.
Il Battaglione Logistico << Orobica» era allora stanziato presso la caserma «Cesare Battisti», a Merano; suo comandante era il maggiore del Corpo Automobilistico Francesco Favale. Allertato già alle 14 dal proprio Comando Brigata, allestì immediatamente un'autocolonna carica soprattutto di tende, viveri e materiali del genio e partì con un compito ben delineato: fornire supporto logistico ai reparti impegnati nel recupero delle salme. Giunto sul luogo del disastro la sera stessa, esso allestì un centro logistico su uno spiazzo a metà strada tra Cavalese e Tesero. Al mattino, contrordine: smontare tutto e rimontarlo su una nuova area a ridosso della cittadina colpita, più vicina perciò al personale da assistere. A fianco della tendopoli del centro logistico era infatti quella dei re. parti operativi. L'intera operazione rich iese tutta la giornata del 20. Il problema più complesso lo diede la tenda viveri, già montata e stipata di derrate alimentari fino al tetto . Fu necessario smontare la tenda lasciando la catasta dei viveri allo scoperto, rimontarla nella nuova sede, ricaricare tutti i viveri e reintrodurli. 1121 l'unità era pienamente operativa. II Battaglione si accollò anche tulti gli impegni di trasporto necessari all'intera Brigata. Ogni giorno erano 30-
40 automezzi che partivano da Tesero, diretti verso Bolzano, Merano, Bressanone ed ogni altro paese sede dei reparti impegnati. L'assistenza era a 360 gradi, nell'intento di svincolare i reparti da ogni altro impegno che no n fosse quello del compito assegnato. Il Battaglione Logistìco provvedeva anche al vettovaglia mento, con preleva mento di viveri presso i magazzini della sussistenza e successiva distribuzione a tutte le altre unità.
Del tutto s imile a quella del suo fratello dell' «Orobica», fu l'esperienza d el Battaglione Logistico «Triden tinn». Gli uomini e i mezzi dei due reparti operarono di concerto, effettuando viaggi a ritmo continuo perché, istante per istante, c'era sempre una nuova emergenza cui fare fronte, nuovo materiale da reperire e andare a prelevare. Consid erata la data del calendario, alcuni ufficiali e sottufficiali, già con la licenza ordinaria in tasca, avevano dovuto rivedere tutti i loro programmi di vacanza per far fronte all'improvvisa esigenza. Essendo pressoché impossibile effettuare una programmazione, i riflessi nega tivi derivanti dalla n ecessità dì improvvisare potevano essere attenuati solo moltiplicando l'impegno e lavolontà del personale.
Il Battaglione Logistico «Tridentina» fornì anche l' opera della sua squadra disinfezione, agli ordini dell'allora sergente Rocco Chinnici (nessuna parentela con l'omon imo famoso mag istrato vittima della mafia). Un'esperienza traumatizzante, per il giovane sottufficiale e per i s uoi soldati, chiamati a vivere una vicenda di quelle che lasciano traccia indelebile nell'animo di un uomo. La squadra, ad esempio, si trovò anche a dover recuperare il cadavere di un'anziana donna le cui gambe spuntavano da l fango. Si potrà immaginare qua le brivido e quale sensazione possano aver prova to, ragazzi di non ancora venti anni quando, estraendo il corpo, lo videro venir fuo ri senza testa. Lo stesso aspetto dei conduttori, pallid i, smunti, come se avessero attraversato una terribile malattia, dava l'idea dell'eccezionale logorio nervoso derivante dal continuo trasporto di cadaveri. Questi venivano portati presso il mattatoìo comunale, dove apposite squadre provvedevano a lavarli p er consentire dapprima la loro identificaz ione; seguivan o tutte le altre procedure di tumulaz ione. Qu este stesse squadre però dovevano essere continuamente avvicendate, per impedire il crollo psichico d el p ersonale: s i d eve infatti considerare che
Le salme, recuperare, ripulite e disinfettate, vengono preparate per il possibile riconoscimento (foto D. Panato).
107
CAPITOlO
2
molto spesso non si trattava di corpi interi, ma di singole membra: braccia, teste, gambe che non si sapeva a quale corpo abbinare. La squadra disinfezione operava seguendo le direttive del veterinario del paese, cui era stata affidata dal comune l'incombenza di dirigere le operazioJ1i. C'era, a disposizione di tutti, un rimorchio docce, il quale era in funzione a pieno ritmo 24 ore su 24. Nonostante lo stress psicologico, unito alla fatica fisica non indifferente di lavorare sempre nel fango, nessun militare chiese mai di recarsi in libera uscita o in permesso. Un grande apporto alla resistenza psicofisica dei soldati venne dato dall'accoglienza della popolazione di Tesero che fece di tutto per venire incontro alle loro necessità di ogni ordine e natura . Le famiglie fecero a gara nell'invitarli a pranzo o a cena. Dal19 luglio, giorno del disastro, le
operazioni si protrassero fino al 3 agosto successivo. Per due settimane, la statale che, partendo da Ora, scavalcava il displuvio tra l'Adige e l' Avisio, fu percorsa da un viavai continuo di automezzi, sia quelli da trasporto dei reparti automobilistici, sia le macchine operatrici del genio. Scene da brivido, se si considera la pericolosità della rotabile caratterizzata in molti punti da tornanti a raggio strettissimo, oltre i quali si spalancano dirupi che precipitano in verticale per centinaia di metri. Alla fine, tutti trovarono riposo: i militari nelle loro caserme, i morti nel cimitero adiacente la chiesetta di San Leonardo, sovrastante Tesero. A Stava e al cimitero di Tesero ci sono oggi tabelle con i nomi delle 269 vittime. In una tomba unica sono conservati quei miseri brandelli che non fu possibile assegnare a nessun corpo. Chissà; quando sarà il momento, nel giorno del Giudizio Universale, solo il buon Dio li potrà ricollocare alloro giusto posto.
A due anni di distanza, un arioso prato verde è rinato dove prima era l'agglomerato di Stava. Le piccole macchie bianche appena visibili tra l'erba è ciò che rimane dei pavimenti delle abitazioni (foto V. Capodarca).
VALTELLINA
108
Se le disgrazie fossero ricchezza, non c'è dubbio che l'Italia ne avrebbe tante da divenire il più forte esportatore mondiale. Fra le principali ca tastrofi naturali che periodicamente hanno colpito il nos tro Paese, si inserisce per la sua gravità e particolarità l'alluvione che nell'estate del1987 funes tò la Valtellina.
La peculiarità di questo evento naturale, rispetto agli analoghi episodi avvenuti altrove e in altre epoche, fu nella singolare sequenza degli avvenimenti che lo caratterizzarono. Ogni alluvione si sviluppa infatti attraverso una dinamica tipica e pressoché standardizza ta: un periodo più o meno lungo di copiose precipitazioni, s traripamento
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
L'impressionante furia dell'Adda in piena (foto da «Speciale Valtellina '87»).
dei corsi d'acqua, inondazione di campi e città, afflusso dei soccorsi, lento deflusso delle acque, conta dei danni, inizio della ricostruzione. L'originalità dell'alluvione in Valtellina fu invece quella di una tragedia divisa in più atti: per quasi due mesi l'evento fornì spunti per notizie televisive e giornalistiche, ora in prima pagina, ora retrocedendo in secondo piano, per poi tornare alla ribalta per un nuovo episodio. Tutto ebbe inizio, ovviamente, con intense precipitazioni che colpirono la Valtellina (ma che non risparmiarono valli confinanti, come la Brembana) attorno alla metà del mese di luglio. L'Adda e i numerosi torrenti che in esso confluiscono si gonfiarono oltre misura, trascinando a valle massi, ghiaia, terra, tronchi d'albero s trappati ai pendii dei monti. La sera del 17 luglio, sabato, il primo grave evento: una massa di detriti aveva investito in pieno un condominio e un albergo a Tartano sommergendo in essi 6 vittime. Se l'incubo della parte alta della valle erano le frane, in quella più bassa era invece l'acqua s tessa a farla da padrona. Tronchi e detriti si ammassarono contro i piloni dei ponti, le cui arcate erano già insufficienti a garantire il deflusso dell'ondata di piena, e le acque trovarono sfogo fuori dall'alveo, cancellando dal paesaggio strade e ferrovia e inondando di fango e sassi i pia-
ni terreni e gli scantinati delle case. Erano trascorse alcune settimane e i soccorsi e rano già all'opera, quando dall'alta valle una frana di eccezionali proporzioni si staccò dal monte Zandila, sommergendo quasi per intero l'abitato di Sant'Antonio Morignone e i suoi residenti e causando altre 18 vittime. Nella spinta, l'enorme massa di ter-
109
CAPITOLO
2
ra attraversò il fiume e risalì parte del pend io oppos to. Una enorme diga naturale sbarrava il corso d el fiume. Le acque dell' Adda, che nel frattemp o aveva già rido tto la s ua p ortata rispetto alla furia iniziale, davanti all'improvviso os ta co lo cominciarono a crescere di livello, d ando inizio alla formaz ione d i un bacino naturale. Ci vollero alcune settimane, p rima che l' invaso venisse colma to. Strade, cam p i, case e campanili s parirono per sempre. Negli ultimi giorni, il fium e venne aiutato dall' uomo a completa re la sua opera : sulla massa franata venne aperto un canale di scorrimento, mentre l'ap ertura di alcune dig he a monte, aumenta ndo la porta ta d ell' Add a, consentiva di accelerare il processo di riempi mento . Milioni di telesp etta to ri familiarizzarono con u n termine fino a llora poco noto al di fuori d el mondo dei tecnici: tracimazione. A dis tanza di p ochi anni, il g rosso invaso s i è s tabilizzato ed è di venuto parte integrante d el paesaggio valtellinese, con il nome di Lago di Pola, cos tringendo gli addetti a rived ere e aggiornare la cartog ra fia della zona.
Attività dei reparti automobilistici
11 o
Tra i reparti a utomo bilis ti ci, a pres tare i soccorsi fin d a l primo profila rsi d ella tragedia, fu il Bnttnglione Logistico «Legnano», di s tanza a Solbiate O lona. Era, come d etto, la notte tra sa bato 17 e d omenica 18 lug lio. La televisio ne s tava da ndo le prime a llarma nti e ancora i n certe no ti zie s u Il ' a Il u vio ne, quando a l Coma ndo d el repa rto sq uillò il telefono: la sa la o pera tiva d el Comand o Brigata ordinava la partenza per la zona s inis trata. Destinazio ne: Mo rbegno, nell a bassa valle, a p ochi chilometri d a llo s bocco d ell'Add a nel Lago di Como. In ser viz io d' ispezio ne era in q ue l momento il capitano Corvino, comanda nte della compagnia trasporti med i il q uale, effettu ata l'ad unata di tutti i disponibili, s i avviava, con una trentina d i au tocarri e una gru M 120, verso la zona assegnata . Giunta in prossimità d el paese, la colonna s i trovò blocca ta d al mare di acq ua che fuo riusciva d agli arg ini e che d en tro le cabine ar rivava al livello d el petto d ei cond uttori .
Sotto l'a ngosciosa unifo rmità d ella s uperficie, tu tto era s p a rito: s trade, p iazze, ca mpi, sì che era impossibil e procedere, col rischio di ved ers i inghio ttire con tutto l'a utomezzo d entro qualche voragine. Operazione più immediata e urgente: evacuare e trasferire verso le parti più elevate d el paese, in particolare verso la piazza, la p op olazione blocca ta nelle case inondate. Nella parte più bassa l'acqua aveva g ià raggiunto i primi pian i. Per l'evacu azione della p opolazione, s i rivelarono estremamente fun zionali quei partico lari barchetti a ruote dei vig ili d el fuoco; ma fecero la loro
brava pa rte a nche i gommo ni del Genio. L'accaserma mento d egli au tieri, nella prima no tte, fu rap p resentato da lle cabi ne e d a i cassoni d egli s tessi automezzi, ma l' ind o mani veniva trova ta una sistemaz ione pù fu nz ionale nelle stanze d ell'asilo. Sempre l' indomani, domenica, una squad ra pa rtiva in elicottero per Tirano, a recu pera re a lcune d e lle sa lme estratte d a lle macerie d ell'albergo. Per i p rimi dieci gio rni, l'attività d el personale fu vo lta a vuotare case e capannoni dal fa ngo e d ai detriti e a distribuire materia li di casermaggio che il reparto aveva portato con sé.
Il g rosso d el Battaglio ne, al co ma nd o d el tenente colonnello An toni, g iungeva nella zona sinistrata tre giorni d opo, raggiungendo Sond rio, dopo a ver risalito la Val Camo nica, attraverso il Passo d ell' Aprica. Esso, tuttavia, al momen to non poté ricong iu ngersi con la compagnia d el ca pitano Corvino, essendo interrotte le vi e di comunicazione tra la media e la bassa valle. A Sond rio, mentre il persona le d el Battaglione trovava posto nei locali d elle scuole, vennero erette d elle tende per le a ttrezzature d 'o ffi ci na, per g li organi di sussistenza, per il magazzino rifornimenti. L'attività d el Ba ttaglione fu premi-
L'immagine mostra il disastro in tutta la sua dimensione: sulla sinistra la ferita aperta sul fianco del monte Zandila dalla frana che, dopo aver sommerso Morignone, ha risalito parte del pendio opposto. l/lago di Pola si sta già formando (foto da «Speciale Valtellina 'Bln).
111
CAPITOLO
2
Scorcio della Valtellina (nel dettaglio la Piana di Talamona) sommersa dalle acque (foto da «Speciale Valtellina '87»).
112
nentemente q u ella d'is tituto, cioè di supporto alle altre unità d ella «Legnano», anch'esse intente alle operazioni di soccorso, ma anche il Battaglione Logistico partecipò attivamente ai soccorsi stessi. Vicino alla scuola, ad esempio, c'era u n ca mping di roulo ttes; s u richiesta d el proprietario, esse vennero tutte strappate d al fan go che le aveva semisommerse, utilizzando un'autogru M 543, dotata di verricello d al cavo molto lungo. Altra attività a carattere continuativo fu q uella d el trasporto d i acqua potabile ai vari paesi d ei dintorni. Non offrendo più, le falde, s ufficienti garanzie s ulla s ua qualità, l' acqua veniva resa potabile attraverso un apposito potabilizzatore messo a d isposizione dalla Croce Rossa Italiana. La collaborazione tra le componenti civile e militare d elle forze d i soccor-
so, per tutta la durata d ell'emergenza, fu encomiabile. Perfe tta l' intesa p resso la sala operativa d ella prefettura, come pure presso gli operatori chiamati ad agire a livello esecutivo. Alla preparazione d ei pasti provvide lo stesso personale civile che in p receden za svolgeva tale lavoro presso le stesse scuole. Inappuntabile e improntato al più alto senso di responsabilità il comportamento d egli stessi sinistrati che, come si usa dire, si rimboccarono le maniche e si misero tutti, indistintamente, al lavoro, sen za «piangersi add osso» e senza attend ersi aiuti d al cielo. Nessuno tentò di «fare il furbo», per accaparrarsi magari qualcosa di più d el necessario quotid iano. Questo eleva to e generalizzato senso di responsabilità fu certamente elemento basilare nella s uccessiva opera di rinascita. Il Battaglione Logistico «Legna no» rientrò in sede verso la metà d el mese di settembre, ad emergenza ormai trascorsa e quando la ricostruzione era già d ecisamente avviata . Al personale che aveva partecipato alle operazioni, nel 1991 venne concessa apposita medaglia con nastrino. Anche i reparti alpini del Veneto, ma soprattutto d el Trentine, vennero mobilitati per portare soccorsi. Analogamente a qua nto avvenuto un paio d i anni p rima in Val d i Stava, i Ba ttaglioni Logistici d elle brigate alpine e d el IV Corpo d ' Armata (il 24 ° Battaglione Logistico «Dolomiti»), si a ttivarono per costituire due centri logistici finalizzati a fornire assistenza ai reparti impegnati nelle operazioni di soccorso, uno al Passo del Tonale ed uno a Sondalo. Da essi partivano ogni g iorno g li automezzi, in continuazione, a portare rifornimenti ovunque venivano richiesti. Ris petto alla d i poco p reced ente esperienza, tutto veniva reso più d iffic ile dalla maggior estensione d el territorio interessato e, per conseguenza, d alla g rand e frammentazione d ei nuclei da assistere. Altro ostacolo non meno rilevante, l' inclemen za d el tempo, lo stesso fa ttore cioè che era sta to all'orig ine dell' intervento. Il Centro Logistico d el Passo d el Tona le - le notiz ie vengono d esunte d ai ri cordi dell'a llora ca pi tano Fabi o Casetti, che in quel periodo era effettivo al 24° Battaglione Logistico «Do lo miti»- era stato allestito all' interno delle strutture di una base addestrativa.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Militari in azione nell'opera di rafforzamento di un argine {foto da «Speciale Valtellina '87»).
L'assistenza era indirizzata su tutti i fronti e in ogni settore logistico, a partire da quello dei viveri che costituirono, per molteplici ragioni, il problema più spinoso. Il centro svolgeva anche a ttività di mantenimento, con squadre a contatto che andavano ad eseguire riparazioni ovunque venivano richieste, acquistando- se necessario- parti di ricambio dal mercato. L'attività di rifornimento carburanti veniva effettuata con un esp ediente pratico ed efficace. Una grossa autocisterna da 26 mila litri, che s i recava a prelevare ogni due giorni dai depositi della regione, restava parcheggiata presso il centro logistico. Essa aveva in pratica la funzione di un piccolo deposito su ruote, dal quale attingeva in continuazione una cisterna più piccola, un CP /70 da 6 mila litri, che si recava a sua volta ad effettuare rifornimenti a domicilio. Tutto si fece ulteriormente più complicato- come se di problemi non ce ne fossero già abbastanza- allorché la fra na di Sant'Antonio Morignone isolò l'alta Valtellina. Per raggiungere, dal Tonale, i centri posti a monte della frana, Bormio in particolare, l'unica strada accessibile venne ad essere quella del Passo Gavia. Da lì passavano trasporti di qualsiasi genere. La strada tuttavia, già problematica con buone condizioni atmosferiche, aveva subito ulteriori dissesti dalle intemperie, sì che non era più percorribile da alcun veicolo ruotato. Unico mezzo utilizzabile, il BV 206 (la carretta da neve) che dava anch'esso i
suoi bravi problemi. In corrispondenza di alcuni tornanti, infatti, il raggio della curva non era s ufficientemente ampio da consentire lo sfilamento dell'intero veicolo, rimorchio compreso, sì che talvolta la manovra avveniva con parte di questo fuori della sede stradale, penzolante s ul precipizio. L'intero percorso, dal Tonale a Bormio, richiedeva non meno di due ore. Gli stessi cingolati, che erano s tati inviati anche dalle altre brigate alpine quali la «Ca dore», la «Tridentina», l' «Orobica», la «Taurinense»,la «}ulia», venivano utilizzati anche con funzione di autobus per la popolazione civile. Vennero studiati anche percorsi alternativi, con esplorazioni effettuate a bordo di alpen scooters, capaci di transitare sul_la superficie stessa delle frane. Il Battaglione Logistico «Tridentina» aveva inviato un plotone di automezzi, che ben presto si dispersero per tutta l'area sinistrata, e la propria squadra disinfezione. Questa aveva soprattutto il compito di eliminare, onde evitare pericoli di epidemie, le carogne degli animali in decomposizione (considerando là vocazione di quei territori per il pascolo, si può intuire quante mucche fossero perite nell'alluvione). Poiché però l'eliminazione avveniva mediante interramento delle carcasse, si verificarono forti opposizioni da parte dei «Verdi» i quali intravedevano in tale procedura un veicolo di inquinamento per le falde freatiche e pro-
113
CAPITOLO
2
ASCOlTANDO CHI CERA
114
mutilati o smembrati. ponevano una impossibile distruzione Lentamente, ma progressivamente, con uso di lanciafiamme. la Valtellina tornava alla normalità, la La squadra effettuava anche la d isocietà riprendeva la sua attività consinfezione dei cadaveri, prima che gli stessi venissero introdotti nelle bare. . sueta. I reparti rientravano uno dopo l'altro nelle loro caserme in attesa - viScene già vissute dalla stessa squadra, sta la familiarità del nostro Paese con in Val di Stava, inferiori per numero, le disgrazie naturali - della prossima ma non meno raccapriccianti: anche in chia mata. Valtellina alcuni corpi vennero ritrovati
o disteso si che lo gente, allarmata, si dava allo fugo verso lo porte alto del paese. Lo scena si ripeté più volte, tonfo che allo fine lo popolazione, in preda al più completo disorientamento, non volevo più saperne di ridiscendere, nonostante le sollecitaz ioni e le rossicurozioni dei rappresentanti comunali. «Erano /e 20 circo di saboto 17 luglio, «Tenente- mi fece allora il sindaco -l'uquando dal Comando della Brigato "Goinica speranza di convincerli è che vodo su to" giunse l'ordine di approntare uno trenlei!» tina di automezzi per trasportare, nello zoL'intuizione del sindaco si rivelò felice. na di Morbegno, l'Ospedale do Campo del Resi fiduciosi non tonfo dalle mie parole, Reparto Sanità di Brigato. quanto forse dallo diviso, tuffi i fusinesi feVerso l'uno di notte, ultimato il coricocero ritorno alle loro abitazioni. mento, diedi l'ordine di partenza. Giunti o Il 19, lunedì, arrivarono i primi soccorMorbegno, il dispiegamento dell'ospedale ritori, inviati do varie associazioni naziosi rivelò inutile, in quanto l'alluvione avevo nali ed io cominciai a coordinare le loro atrisparmiato le analoghe strutture civili sia tività; ma gli attrezzi per operare erano sodi Sondrio che di Morbegno. lo: guanti, mascherine di tessuto, badili e .. . Verso le 15 dello domenico, io ed altri i muscoli delle broccio. tre ufficiali dello Brigato fummo condotti in Va precisato che i danni oll'obitofo di elicottero presso lo prefettura di Sondrio (le Fusine non erano stati provocati dallo strastrade non erano percorribili) e qui fummo ripamento dell'Adda . Fusine è un piccolo designati quali ufficiali di collegamento con centro al margine dello bosso volle, con un i sindaci dei comuni colpiti dallo calamità. nucleo abitativo che si stende tra lo pianuA me toccò il comune di Fusine che ragra e le prime propoggini della montagna, giunsi subito, sempre in elicottero. Il veliattraversato dal torrente Modrosco. Ero stavolo otterrò presso l'abitazione del sindaco. Alla finestra, richiamato dal frastuono to appunto l'esondazione di questo modesto corso d 'aequo, con lo mosso di fango e del motore, si ero offoccioto lo moglie. Dolpietrisco da esso lroscinoto, o sommergere Io porto, in maniche di camicia, venne fuole abitazioni od esso prospicienti. ri il primo cittadino. Come mi vide, lo suo Lo primo e più urgente operazione cui accennato espressione di sollievo si mutò in ci vedemmo costretti a metter mano (non lo maschero di delusione; ero convinto di trosi crederebbe), fu lo svuotomenfo dei convarsi davanti uno agguerrito compagnia di gelatori che ogni famiglia tenevo presso di baldi soldati. Come mi vide, singolo e inersé. Non riuscivamo davvero a capacitarci me al pari di lui: «E che facciamo, io e lei do soli?>> fu lo di come ognuno di esse, indistintamente, desolata domanda. . serbasse una così impressionante provvisto Armati dello sola buona volontà, alledi carne nei propri megocontenitori. Il timore ero che, per mancanza di elettricità, stimmo immediatamente uno solo operativa presso gli uffici del comune. l telefoni esso andasse in putrefozione, con infuibili erano saltati ed ogni comunicazione interconseguenze. Mon mano che le squadre di rotta: unico collegamento con il mondo estersoccorso la recuperovono dogli scantinati, no, le radio delle motociclette dei carabilo consegnavano ai rispettivi proprietari che nieri. per lo più provvedevano o distruggerla o o Durante tuffa la domenica, la corrente seppellir/o. elettrica non aveva fatto che andare e torC'erano persone che, nello fretto di fugnare, o intervalli irregolari, e questo avevo gire, non avevano avuto il tempo di portar fotto impazzire il timer che comandavo le nulla al seguito; in questi casi, le accompagnavamo presso le loro abitazioni a recompone dello chiesa. Ogni volto che lo luce fornovo, queste si mettevano o suonare cuperare gli oggetti più utili e di valore.
. A descriverei emoz ioni e sensa zioni, a farci entrare dentro i p iccoli e grandi drammi nati dall'a lluvione, abbiamo scelto l'allora tenente Luigi Peduto, in forza al Battagl ione Logistico «Goito».Così l'uffic iale riferisce la sua personale esperienza.
Questo aspetto dei soccorsi si prolungò fa dai Vigili del Fuoco e comportò la chiu,oer tutto lo primo settimana, durante lo quasura, per mezza giornata, dell'unica strale ii nostro alloggio fu l'edificio delle scuole. da agibile. Si potranno ben intuire i disaVerso il 20 cominciarono o mancare il gi, l'irritazione e le proteste di quanti, su lotte e l'aequo potabile. Lo solo operativo quella strada, si trovarono in quel giorno \ ~Siùudrio provvide allora a inviarceli, con a transitare. Il comportamento dei fusinesi fu inecce) ouìocarr'1, t ino o Berbenno, ultimo locolitò .roggiung ibi}e dagli au't omezzi; qui noi ci pibile. Già ol motti no successivo ol disastro 1 recavamo o prelevar/i con lo macchino del erano sull'alveo del torrente, o liberar/o do comune. tutti gli ostacoli che l'ostruivano. Sempre o Berbenno confluivano molePer tutto il periodo, nessuno ebbe mai a rio/i di ogni genere provenienti do futt'ltofomentarsi della scarsità degli aiuti alimenlio, materiali che si facevano sempre più - tari che venivano loro consegnati e nessuabbondanti man mano che le strade venino pretese l'impossibile do/le squadre di vano rese di nuovo agibili. Ne arrivavano soccorso. di ogni genere, anche superflui o inutili, tanCi furono casi di toccante umanità, cofo da instillarci il sospetto che i mittenti non me quello di due vecchiette che, pur abiintendessero tanto aiutare i sinistra/i, quantando o/limite della zona colpita, non. voto disfarsi di articoli eccedenti o ingomlevano soperne di lasciare lo loro coso: non branti. vollero sentir ragioni, sorde o/le esortazioFu costituita anche una «squadra antini sia mie, che del sindaco, che di chiunsciacallaggio», costituita da giovani di un que offro. Chi riuscì olio fine o persuader/e fu il parroco. circolo cittadino, che effettuava azione di pattugliamento, ma non si ebbero mai o laLo mio permanenza o Fusine si protrasmentare episodi in proposito. se per 18-20 giorni, fino o che cioè il paeNella seconda settimana, si presentò la se riprese la sua normale attività. necessitò di rimuovere alcuni serbatoi di Vi tornai l'ottobre successivo: od eccegas situati proprio o/ centro dello porte colzione dello porte di paese che il torrente pito, parzialmente sommersi dai detriti; il avevo strappato via, tutto ero tornato agirischio maggiore era che qualche scintilla, bile, tutto rimesso o posto. Erano trascorsi provocata dai lavori di recupero, li facesmeno di tre mesi e l'alluvione ero ormai nulse esplodere. L'operazione venne condotla più che un ricordo».
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PUBBLICHE CALAMITÀ
Lavori di sgombero dalle abitazioni di Fusine, invase dai detriti trasportati dal torrente Madrasco (foto da «Speciale Valtellina '87").
115
CAPITOlO
3 MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE ezzo secolo è trascorso da quando, quel25 aprile 1945, venne ufficialmente sancita la fine della Seconda Guerra Mondiale per l'Italia. È naturale che, al termine di ogni conflitto, il sentimento comune sia orientato verso l'auspicio che quello appena concluso possa essere l'ultimo, e per sempre. Un'ana li si delle vicende del nostro Paese relative alla prima metà del secolo avrebbe portato tuttavia a considerare tale speranza nulla più che un'illusione. Ben cinque guerre avevano infatti travagliato l'Italia, talvolta trascinata nella bolgia generale del pianeta (con le due guerre mondiali e la g uerra di Spagna), tala ltra responsabile e promotrice essa stessa del conflitto (le due guerre d'Africa del1911 e del 1935). A voler tirare una media, le conclusioni sarebbero state ancora più fosche e çieprimenti: tra l'inizio della prima (1911) e dell'ultima (1940) correvano meno di trent'anni; c'erano stati, cioè, meno di sei anni tra una guerra e l'altra . L'ultima, tuttavia, era stata veramente devastante e il Paese ne era uscito fortemente prostrato e debilitato. Uno Stato, nel suo insieme, può essere paragonato a un corpo umano: in esso si replica no, su scala socia le, g li stessi meccanismi che si succedono nel singolo individuo. Si faccia riferimento a quello che la saggezza popolare afferma, parland o di sa lu te: ogni tanto una piccola malattia, un'influenza, è salutare, in quanto consente al fisico di munirsi di quelle difese che gli consentiranno di resistere a successivi più gravi attacchi. Quando poi esso riesce
M
116
a sopravvivere a malattie epidemiche gravissime o mortali, quali la peste o il vaiolo, acquisisce addirittura la perenne immunità dalle stesse. Non c'è.dubbio che, a livello planetario, la guerra appena conclusa fosse da paragonarsi ad una di queste ultime malattie. Se il paragone individuo-nazione resta sempre valido, la considerazione poteva essere for iera di un fu turo migliore che non il passato. A cinquanta anni dalla conclusione del Secondo Conflitto Mondiale si può stila re un consuntivo, dal quale si scoprirà che la similitudine ha trovato fedele riscontro nella storia: le tre nazioni risultate sconfitte, cioè Germania, Giappone e Italia, a tutt'oggi sono quelle che non sono più state coinvolte in conflitti. Vogliamo addirittura esasperare la similitudine: delle tre, le prime due protrassero la guerra fino alle ultime, estreme conseguenze, il bombardamento e la caduta di Berlino la prima, le bombe di Hiroshima e Nagasaki la seconda. Ebbene, quasi che entrambe avessero effettuato il pieno di dolore e sopportato il massimo del sopportabile, esse sarebbero anda te completamente immuni da altre g uerre; mai più un loro militare avrebbe sparato un colpo d i fuci le in casa altrui. L'Italia invece si era «dichiarata fuori» ne l 1943, rifiutandosi così di tracannare fino all'ultima goccia il calice amaro della sconfitta; ebbene, qualche incidente d i percorso l'Italia l'ha avuto: alcuni suoi sold ati sono rimasti uccisi in scontri armati; per un periodo, anche se breve, essa è stata addirittura in guerra, durante la Crisi del Golfo. Si
potrebbe quasi sostenere che queste lievi «ricadute» siano da attribuire all'interruzione della terapia, al mancato completamento del «ciclo di cure». Spingiamo più avanti il confronto, esaminando le vicende che avrebbero interessato le nazioni vincitrici della guerra; tutte, chi più chi meno, si sarebbero lasciate impelagare in conflitti locali o quasi privati: la Francia in Algeria e in Indocina; l'Inghilterra nelle Falkland; gli Stati Uniti in Corea, Viet- . nam, Golfo Persico; l'Unione Sovietica in ~fghanis tan ... E terribile doversi domandare - poiché la domanda r a ppresenta uno schiaffo mortale alla presunta intelligenza d ell' animale-uomo - se non abbiano ragione quanti affermano che le guerre sono uno s fogo necessario per l' umanità, come la febbre che consente ad un uomo di superare la malattia. E s i potrebbe fors e accettare un s imile principio, se esso restasse circoscritto ad una considerazione di carattere puramente accademico. Ma se esso fosse valido, quali prospettive si aprirebbero su tutti i tentativi che le Nazioni Unite s tanno effettuando in tutto il mondo, per sedare i tanti conflitti locali? Quali poss ibilità si possono intravedere di portare la pace in Bosnia, somminis trando compresse di aspirina che, impedendo alla malattia di esplodere con la massima virulenza, la prolungano all'infinito? Ma è giusto privare l'umanità anche dell'ultimo suo bene, la speranza? Nei cinquanta anni succedutisi nel dopoguerra, dunque, l'Italia non è stata più implicata in guerre, andando perciò oltre ogni più rosea aspettativa. In parallelo con la rinascita della Nazione, anche l'Esercito venne ricostruito e la sua esistenza venne fina lizzata in primo luogo alla difesa del Paese che rimase ed è il primo dei suoi compiti istituzionali. Significativo il fatto che il Ministero della Guerra vedesse mutato il proprio nome in Ministero della Difesa, proprio a sottolineare la decisa volontà del Paese di non voler mai più impiegare il proprio arsenale militare con il fine di recare offesa, ma soltanto di impedire l'ingresso di minacce esterne. Poiché la provenienza di tali minacce - sulla base degli schieramenti politici mondiali scaturiti dalla guerra - veniva ipotizzata come probabile sul fronte nord-orientale, là vennero dislocate in maggior numero le nostre forze operative.
Col trascorrere degli anni, con l'assestamento degli equilibri mondiali, MISSIONI con il sorgere di nuovi problemi (diffusione di conflitti locali, etnici, reli- INTERNAZIONALI giosi; terrorismo, carestie, emigrazioni DI PACE di popoli, ecc.) anche l'Esercito doveva di volta in volta aggiustare i propri compiti, adeguare le sue strutture, predisporre nuovi ordinamenti, modificare i propri programmi addestrativi per tenersi pronto a soddisfare le nuove richieste. Tra le più «vistose» attività svolte dall'Esercito, quelle che hanno richiamato maggiormente l'attenzione della pubblica opinione e dei mezzi di informazione s ulla nostra Forza Armata, si collocano al primo posto le missionf internazionali volte al mantenimento d ella pace. Saranno, queste missioni, l'argomento di questo ponderoso capitolo che, proprio per la s ua complessità, riteniamo opportuno dividere in sottocapitoli, ognuno inerente le vicende relative ad una diversa missione. Sono state ben di più, è vero, quelle svolte dall'Italia, specialmente negli ultimi tredici anni. Le località che hanno visto presenti aliquote più o meno consistenti di nostri soldati, specie sotto le insegne delle Nazioni Unite, sono state decine: il Sinai, la Namibia, l'ex Jugoslavia, ecc. Ma in questo capitolo prenderemo in esame soltanto quelle missioni che hanno coinvolto unità organiche del Corpo Automobilistico, in particolare i Battaglioni Trasporti e i Battaglioni Logistici, vale a dire: Libano, Kurdistan, Albania, Somalia, Mozambico. Delle cinque, quella in Albania presenta aspetti anomali rispetto alle altre, in quanto non si è trattato di una vera e propria missione di pace, non essendoci nessun popolo da difendere da aggressioni di chicchessia, tanto è vero che i nostri soldati assolsero «disarmati» alloro compito. Essa si colloca a metà via tra la missione di pace e il soccorso in occasione di pubbliche calamità. La tratteremo in questo capitolo per il suo carattere di internazionalità. Con l'ottica e i criteri etici che regolano il pensiero odierno, non si possono esprimere giudizi se non positivi sulle ragioni che hanno condotto le autorità politiche ad intervenire in queste missioni e sullo spirito con il quale i militari le hanno condotte. Sarà però la storia, quando tutto sarà decantato, quando non saranno più presenti le cause che le determinarono e gli effetti da esse prodotti, ad esprimere un giudizio
117
CAPITOLO
118
3
vide che, per avere una certa credibilità, il contingente avrebbe dovuto avere una sua particolare organizzazione ed anche un certo potenziale deterrente. Le prime commissioni vennero istituite per la Palestina (dove la nascita del nuovo stato d'Israele cominciava ad innescare quei focola i che, divampando in periodici furiosi incendi, a tutt'oggi non si sono ancor a spenti) e per la controversia India-Pakistan. Ne seguirono altre, come quella fina lizza ta al controllo del «cessate il fuoco » in Indonesia, nelle colonie olandesi. Di tipo particolare (e ne parleremo più diffusamente a parte) quella assegnata all'Italia in Somalia; particolare perché si trattava di una missione affidata ad un paese u scito sconfitto dalla guerra e per di più su una ex colonia. Altro episodio da segnalare, che vide coinvolte le forze ONU in epoca anteriore al 1956, fu un'op era zione di poliz ia internazionale in Corea, per respingere l'aggressione dello s tato del nord nei cenfronti di quello del s ud. Fino ad allora non si parlava di «ca schi blu»: il personale militare era con«Peace Keeping» traddis tinto da una fascia biancoazzurra a l braccio. I veicoli, inoltre, non avevaIl concetto di «peace keeping», nelno ancora il tipi co co lor bianco altala s ua accezione a ttual e, ha una data mente visibile di oggi. precisa che viene convenzionalmente e Fu la crisi d i Suez del 1956, per la sua universalmente accettata come anno di estrem a pericolosità e il suo carattere nascita: il1956. di inte rnaziona lità, a indurre le NazioC'erano s tate, anche nel periodo preni Unite a dars i l'assetto militare oggi cedente la Seconda Guerra Mondiale, conosciuto. Nello stesso tempo venneall'epoca della Società delle Nazioni, ro delineati quei principi innovativi e alcune esperienze che in qualche mifunzionali tuttora validi e riconosciuti. sura possono essere ricondotte allo stesPrincipio basilare: l'assoluta neuso fil one, m a si trattò di episod i di potralità tra le parti in conflitto. co conto, estre mamente localizza ti e di Altri requisiti: accettazione da parcui non merita tra tta re. Altri timid i tente di en trambe le forze coinvolte; uso tativi vennero effettua ti subito dopo la d elle armi solo p er autodifesa. Guerra, anch'essi tuttavia mancanti del Iniz ia lm e nte la compos izio ne dei cris ma d ell' universa lità che suoi essecontingenti prevedeva l'impiego di re confe rito alle vere e proprie missiotruppe di soli paesi neutral i, cioè non ni internazionali di pace. L'ONU era un inseriti nella NATO o nel Patto di Varorganismo ancora molto giovane, nel quale avevano voce in ca pitolo solta nsa via. L' Italia, sotto il punto di vista dei to le na z ioni vincitrici della Seconda · predetti principi, ebbe sempre lu sinGuerra Mondiale, peraltro ancora troppo vi cin a e dall e ferite ancora sa ng uighieri apprezzamenti: benché appartenanti. Altro condizionamento era quelnente alle forze NATO e benché comlo d erivante dal confronto a ppena aperpresa nel gruppo delle na zioni sco nfittos i tra mondo occidentale ed orientate, ogni volta che ebbe ad offrire la disponibilità d ei propri contingenti, semle, quello che avrebbe porta to a più di pre ricevette il gradimento delle parti quaranta anni di g ue rra fredd a. in conflitto. Si trattò pertanto, sulle prime, di misLa s toria recente ci insegna che non sioni di portata limitata. Alcune e ra no sempre le forze ONU hanno rispettato s ta te dapprima affidate a personale civile che venne tuttavia s ubito sostitu ir ig idamen te il principio di neutralità. In talune occasioni, ma sempre dietro to da quello militare, allorché ci si av-
più asettico e imparziale. A leggere oggi le cronache che descrivevano e commentavano le campagne dei nostri soldati che andarono ad occupare patrie altrui, si vedrà come molte di esse esprimessero giudizi entusiastici sul comportamento dei nostri m ili tari, sul valore con cui essi condussero le loro battag-lie, uccidendo e soggiogando nemici, a casa loro. A quei tempi, la gloria e la grandezza della Patria venivano m isurate con la capacità di sottomettere e «civilizzare» popoli primitivi, più o meno come oggi si esalterebbe una vittoria ai campionati mondia li di calcio. N elle missioni che andremo a d escrivere, useremo come metro di giudizio la quantità dell'aiuto fornito alle popolazioni civili, la capacità d i mantenersi neutrali tra le parti in lotta, il rapporto di amicizia e di affe tto stabilitosi con chi ci ha ospitato. Qualcuno, tra cinquanta anni, forse ci leggerà ancora . Ci sia concessa la speranza che questi valori, fra cinquanta anni, siano ancora vivi.
decisione del Consiglio di Sicurezza dell'GNU s tessa, i contingenti passa rono a ricoprire una fun zione pienamente attiva, come in occasione dell'aiuto fornito al legittimo governo dell 'ex Congo Belga contro le formazioni di ribelli . Posta in s ubordine rispetto al dualis mo est-oves t, l'ONU vide rel ega ta la propria attivi t~ a ruoli di secondo pia no, pur se frequenti (Nuova Guinea, Cipro, Sinai, ecc.). Solo con il mutamento di rotta della politica dell'U nione Sovietica dopo l'avvento al potere di Gorbaciov, la p resenza dell'ONU s i fece sempre più visibile, come in occasione del ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanis tan e di quelle cubane dall'Angola, o d el cessa te il fuoco tra Iran e Iraq. Il caso più ecla tante, tuttavi a, e ch e non ha bisogno d i racconto né di commento, è costituito certamente dall'intervento contro l'Iraq in occasione della Crisi del Golfo. La fine d ella divisione del mondo in due blocchi ha portato ad una proliferazione di conflitti locali che prima sembravano sopiti o quiescenti sotto l'ombra delle due gra ndi potenze. Odi et-
n ici secolari sono improvvisa mente riesplosi; rivalit~ tribali s i so no riaccese. MISSIONI Si aggiunga, a tu tto ques to, l'impatto odierno dci mezzi d'info rmazione, so- INTERNAZIONALI prattutto quell i televis ivi; stragi e car- DI PACE neficine che una volta s i sa rebbero consumate nel più assolu to s ilenzio vengono oggi sciorinate al pubblico di tu tto il mondo, suscitando una mobilitazione generale dell e coscienze cu i consegue spesso u n in tervento internaziona le per sanare la situazione. Per conseguenza, I'ONU è costretta a moltip lica re i s uoi mezzi e i s uoi effettivi. Al ritmo con il quale s i s tanno accendendo i fuo chi di guerra in ogni angolo del pianeta, fra qua lche anno i paesi da soccorrere saran no più numeros i di quelli in grado d i portare socco rso. Nelle pagine che seguiranno in qu esto capitolo, esa mineremo nei dettagli quelle missio ni che hanno vis to u na presenza cospicua di forze nazionali e nelle quali il Corpo Au tomobilis tico è rimasto p iù profondamente coi nvolto per le s ue fun zioni Iogistiche. Trascureremo (e cc ne perdonino i p rotagonisti) qu elle che hanno visto interessate escl u sivamente altre Forze Arma te o altri corpi dell'Esercito.
MANDATO FIDUCIARIO IN SOMALIA Tra le miss ioni che oggi possono essere incluse nell'ambito del «peace keeping» (anche se a llora il termine non era ancora di uso corrente) può essere inclusa quella assegnata all'Italia dalla neo nata ONU, s ubito dopo la conclusione della Seconda Guer ra Mondiale. L'esperienza deve essere considerata un caso del tutto atipico, anche perché non sarebbe più s tata replicata da parte di alcuna altra nazione. Tra le avverse decisioni adottate nei confronti dell'Italia dalle nazioni vincitrici, al termine del confl itto, oltre alla perdita dell' ls tria, dei possedime nti nel Dodecaneso e in Dalmazia, le vennero sottratte anche le colonie dell'Eritrea, dell'Etiopia e della Libia . Le venne lasciata, in amministrazione fiduciaria, la Somal ia. 11 mandato era fi nalizzato a preparare le condizioni per l'indipendenza definitiva dell'ex colonia; l'ONU riservò a se s tessa soltanto compiti di contro!-
lo e di s upervisione da parte di funzionari civi li . Si trattava di un mandato a termine, essendo previs to l'abbandono totale del territorio alla fine del1960. Durante questo peri odo le forze armate ita liane, rappresentate da un Corpo d i Sicurezza, svolsero u n compito importantissimo sotto molteplici aspetti: esse furono il fulcro attorno al quale ruotarono tutte le operazioni anche non militari: dalle fun zio ni di polizia, all'amministrazione civile, alle infra strutture, alla scuola, alla sa nit~. Il contingente assicurò la formazione e l'addes tramento d elle forze di sicurezza interne ed es te rne somale, il mantenimento di condizioni di sta bilità e normalità, nonché tutte quelle attività che oggi verrebbero defin ite «affari civili»; quest'ultimo compito, venne assolto dall' AFIS (Amministrazione Fiduciaria Ita liana in Somalia). Il co mpito venne svolto con tal e diligenza ed efficacia che l' indipendenza
119
Unità del Corpo di Sicurezza per la Somalia (CSS) sbarcano a Mogadiscio nell'aprile del 1950 (foto da Operazione Somalia di Ruggero Stanglini · EDA I).
120
della Somalia venne dichiarata con sei m esi di anticipo rispetto a quanto originariamente stabilito.
L'organizzazione logistica La lacuna d ovuta alla manca nza di s peci fi che pubblicazioni in materia v iene larga mente colma ta d a lla precisa e d ettagliata testimonianza di un personaggio che, nell'ambito del period o del mandato fiduciario italiano, tra scors e una s ig nifi ca ti va parte d ella pro pri a brillantissima carriera militare, l' allora ca pitano Michele Ricci, futuro Ca po d el Corpo Auto mobilis tico sul finire d egli anni Otta nta. Nell'agosto d el1 953 il Corpo d i Sicurezza era articolato s u una forza equivalente ad una brigata rinforza ta, com p os ta d a qu a ttro battaglioni, ris pettivamente in Migiurtinia, a Ba idoa, a Bellet-Ue n e a Mogadis cio. Nella ca pita le, oltre al ba ttag lio ne, avevano sed e anche una ba tteria di artig lieria, una compagnia genio, un osped a le militare, un m agazzino di s uss is te nza, un a uto re pa rto mis to e, per le ripa raz io ni, una O.R.A .A.G . (Offici na Ripa razioni Automobilis mo, Arti glieria e Genio) . L' intera organizzazione logis tica era ospitata al «Campo Bottega», nome conferito a tutta l'imponente s truttura che, nel corso della Guerra d'A fri ca d el1 935, era conosciuta come «Otta vo chilome-
tro» (vds. vol. I, pagg. 163-164). Gli Inglesi ne avevano preso possesso dopo il vittorioso esito d ella 2a Guerra Mo ndiale, p er !ascia rlo di nuovo agli Italiani a l m o m e nto del con ferimento d el manda to. Il Campo era, per gli Italiani, un qualcosa di analogo a ciò che fu per il territorio nazion ale la Cecchig no la alla fin e d ella g uerra. Era s tato cos truito come un capolavoro di ingegneria, dotato di ottime canalizzazioni di scarico che ve nnero ad occlud ers i a l tempo d ell'occupazione ing lese. Antis tante, s ul ma re, s i apriva la Baia d ella Mo rte, così denominata per la p resenza di squali. L'O.R.A.A.G. era organizzata s ul mod ello d i una g ra nd e O.R.A. Vi operava no o ltre 400 opera i, 3 / 4 d ei quali soma li. Alla d irezione d ell' Ente s i s u cced ettero, nell'o rdine, i tenenti colonn elli Tombesi e Cassetta, fino a che l' inca rico ve nne assunto dallo s tesso ca pitano Ricci. Il prog ramma del mandato conferito a ll' Italia preved eva una progressiva riduzione d el personale nazio na le e la s ua sostituzio ne con quello indigeno. Nel1 956, secondo l'accord o s ti p ula to con g li Ing lesi al momento d el pass aggio d elle consegne, tutti g li operai ita li a ni a vrebbe ro dovuto esse re inquadrati nell' attività d el Minis tero d egli Esteri e rimpatriati. L'attuazione pratica d el provvedimento inco ntrò tuttavia no n poche difficoltà . Molti, infa tti, avendo s ta bilito in Som a lia ogni loro
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE 't
Cerimonia di passaggio delle consegne tra il contingente d'occupazione britannico e il Corpo di Sicurezza della Somalia, avvenuta a Mogadiscio il1° aprile 1952 (foto da Operazione Somalia).
interesse (lavoro, famiglia, amiciz ie, ecc.), si nascondevano per evi tare il rimpatrio. C'era perfino chi, furbescamente, percepiva una doppia rendita: quella ufficiale di operaio dello stabilimento e quella, più occulta, di ... disperso di guerra. Si trattava, il più delle volte, di personale molto preparato dal punto di vista professionale. Alcuni abilissimi tornitori, scoccai, monta tori, erano stati in precedenza operai della Fiat trasferiti in Africa in occasione della guerra del 1935 e lì rimasti; un patrimonio di esperienza impossibile da sostitui re. Grazie ad essi, la produttività dell'Ente, che effettuava lavori di 3° e 4° grado, era molto elevata. Lo stabilimento soddisfaceva le esigenze di riparazione di tutto il Corpo di Sicurezza, che aveva le caratteristiche di una brigata motorizzata, con una componen te blindocorazzata costituita da una compagnia carri su M3A3, residua ti bellici americani della recente guerra mondiale, ed una di autoblindo «Staghound », americane anch'esse. La componente logistica, nel settore delle riparazioni, era completata, per i primi livelli, da un'officina leggera rinforzata, con un organico di 25-30 uomini, presso ogni battaglione, e da un posto manutenzione con 7-8 dipendenti presso ogni compagnia. Solo l'Autoreparto, pur essendo l'equivalente di una compagnia, era dotato anch'esso di una officina leggera .
La ferma, per i militari, aveva una durata di 3 anni, rinnovabili per ulteriori 3. L'attività delle riparazioni incontrava un serio ostacolo nella scarsa cultura manutentiva del personale di colore: bravi, anche ottimi come conduttori, i Somali, ma estremamente refrattari alle operazioni di riparazione. Stando alle loro inclinazioni naturali, una macchina av rebbe dovuto essere utilizzata finché marciante, per essere abbandonata al primo guasto. Il Parco automobilistico del Corpo di Sicurezza comprendeva circa 2500 veicoli, 4/5 dei quali costituiti da OM «Tauru s», il rimanente da CP /48, AR/51, AR/55. Molto limitato era il parco autovetture, rappresentato da alcune 1100, 1100 B, 1500. Era in circolazione anche un certo numero di Willis Overland «Jeep», cedute dagli Americani, che sul finire del mandato regalarono anche una quarantina di Land Rover. Per il settore rifornimenti operava un grosso magazzino ricambi che era stato riempito con materiale pr-oveniente dall' Italia all'inizio del mandato. I reintegri successivi avvennero in parte con rifornimenti dall'Italia, in parte (soprattutto relativamente a coperture e batterie) mediante stipula dì contratti con grosse ditte locali . I rifornimen ti alle officine di livello inferiore venivano effettuati mediante autocarri navetta che, sulla base di ri-
121
CAPITOLO
3
chieste quindicinali inoltrate dai reparti, effettuavano il giro del Paese per la distribuzione a domicilio. Il nemico con il quale si doveva maggiormente fare i conti era lo sta to delle piste. L'unica rotabile in qualche modo asfaltata era la «Strada Imperiale» che congiungeva Mogadiscio a Bellet-Uen, pro.s eguendo poi p er Addis Abeba, disseminata tuttavia di buche larghe anche uno-due metri. La restante viabilità era costituita da piste, polverosissime · con l'asci utto, che divenivano pantani di fango impraticabili con le prime piogge, tanto che sussisteva il divie to di muoversi in caso di terreno fangoso. Tuttavia, avveniva talvolta che qualche mezzo incappasse in avarie lontano dalla propria sede o da qualsiasi organo di riparazione, su piste ridotte in condizioni tali da non consentire un suo agevole raggiungimento e soccorso se non da parte di apposite AR attrezzate. Successivamente, con il rientro dell' automezzo in sede, si provvedeva alla definizione della pratica amminis trativa, con la compilazione del previsto buono di prelevamento e il versamento del particolare inefficiente. Anche in Africa tuttavia, a migliaia di chilometri dal territorio nazionale, il multitentacolare mostro della burocrazia riusciva talvolta a far sentire i suoi malefici influssi: va lga p er tutti il caso di quel ragioniere così ottusamente burocrate che, pur in presenza di casi come quello sopra descritto, non avrebbe voluto m ollare il p ezzo di ricambio se prima non avesse avuto indietro il fuori u so. La logistica dei trasporti, in considerazione del particolare a mbie nte operativo, assumeva importanza e interesse fondamentali; senza di essi, nulla era pqssibile. Per questo venne adottato ogni provvedimento che, superando tutti i prevedibili ostacoli, li rendesse effe ttuabili. Le località non raggiungibili via terra, ad esempio, venivano rifornite con un aereo settima na le c he svolgeva le stesse funzioni dell'autoca rro navetta. Fra g li inconvenienti ag li autoveicoli, tre era no quelli che si ripetevano con maggior frequenza . Uno di essi era la rottura d elle bal es tre. Gli automezzi infatti non erano stati costruiti appositamente per le pis te africane; avveniva perciò, specie di notte, che i cond u t tori non si avvedessero in tempo d ell'insidia delle buche, vi finissero dentro con viol enza e add io balestra. Ogni au-
122
tomezzo viaggia va perciò permane n-
temente con due ba lestre di scorta che gli stessi conduttori erano in grado di sostituire; questo, almeno per ciò che concerneva le jeep e gli OM «Taurus»; per i molto più pesanti CP l 48 non esisteva invece altra soluzione che l'invio di carri recupero. Altro notevole prob le ma e ra rappresentato dai filtri. La polvere delle piste, impas tandosi con l'olio, si solidificava all'interno delle canalizzazioni degli alberi motore i quali, privati della lubrificazione, grippavano. L'inconveniente avrebbe potuto essere eliminato con l'applicazione di filtri d'aria di maggiori dimensioni, come facevano gli Americani con i loro automezzi ma, come detto, quelli italiani non erano stati costruiti per quelle piste e il vano motore non forniva spazio sufficiente. Un terzo problema era quello relativo alle coperture che andavano soggette a precoci ed anom ale usure: quando si andava nel deserto roccioso del Kala Kaio, ad esempio, non bastava un treno di gomme per effettuare il viaggio di andata e ritorno. Per ovviare all'inconveniente si cercava, n ei limiti d el possibile, di far viaggiare gli automezzi a pieno carico, per ridurre i sobbalzi che erano all'origine dell'usura. All'inizio d el 1956, il Corpo di Sicu. rezza mutò la propria denominazione in qu ella di Comando Esercito Italiano e subì una consistente contrazione. I battaglioni vennero ridotti a compagnie, ma la componente logistica restò, p e r il mom ento, pressoc hé inva riata, anche perché era chiamata a soddis fa re le esigenze di riparazione dei Carabinieri, nonché d ella Polizia somala dotata, quest'ultima, di particolari jeep allungate. L'O.R.A.A.G. s i trasformò in O.C.R.A. (Officina Centrale Riparazioni Automobilistiche); il ca rico di lavoro diminuì notevolmente. A giugno dello s tesso anno s i sc ioglieva a nche il Coma nd o E.I. e i militari italiani venivano rimpatriati. Rima nevano sul posto lo stesso capitano Ricci, un paio di ufficia li m ed ici e altrettanti di amministrazione. Per soddisfare le necessità logistiche dei Carabinieri, il Comando d ell'Arma inviò propri specializzati. l va ri battaglioni e compagnie e rano ormai composti da soli somali, cui venne assegnato il compito di difesa del territorio. Di colore erano a nche g li specia li zza ti delle o ffici ne leggere e d ei p os ti manute nzione.
Il parco automezzi prese rapidamente a declinare: gli automezzi con tinuavano ad essere riparati fino all'impossibile, senza alcun limite di convenienza economica. Un certo miglioramento, nel generale clima di deterioramento, venne determinato dalla concessione, da parte degli Americani, di una trentina di G.M.C. i quali, dotati di tre coppie di ruote motrici di cui due gemellari, erano in condizione di affrontare ogni tipo di terreno. Il processo di somalizzazione delle forze armate andò avanti fino al 1960. Al capitano Ricci era stato nel frattempo affiancato un pari grado somalo, destinato a ricevere le consegne al momento del rimpatrio dell'ufficiale italiano. Le due Somalie e (l'Inglese e l'Italiana) vennero unificate ma, mentre gli Italiani, come loro costume, propendevano a lasciare tutto alla nazione ospitante, gli Inglesi ritirarono la maggior parte del materiale in dotazione. L'indipendenza della Soma lia venne anticipata, come detto, al giugno del 1960, ma il capitano Ricci venne trattenuto con l'incarico di «consulente generale per il servizio motorizzazione dell'Esercito Somalo» fino al luglio del 1961 quando, con l' arrivo in Soma lia di un addetto militare italiano, anch'egli faceva ritorno in Italia. Il «Campo Bottego», nel frattempo, era stato abbandonato; la gloriosa chiesa di San Cristoforo, che aveva visto i momenti di raccoglimento e di preghiera di migliaia di autieri, venne sconsacrata; il quadro del Santo venne prelevato dallo stesso capitano Ricci e, portato in Italia, venne donato al Museo Storico della Motorizzazione Militare della Cecchignola. Da quel momento in poi e fino alle vicende più recenti che saranno ogget-
todi pagine successive di questo volume, la presenza di militari italiani sa- MISSIONI rebbe stata confi gurata nell'ambito di collaborazioni tecniche, mentre il loro INTERNAZIONALI posto veniva occupato, in maniera sem- DI PACE pre più incisiva, da Egiziani e Russi. Rimasero peraltro in vigore alcuni accordi tra i due governi per la preparazione di ufficiali somali presso l'Accademia Militare di Modena, presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia, nonché per la frequenza di corsi di specializzazione e/ o perfezionamento. Per tutto il periodo del loro mandato, i militari italiani avevano adottato ogni iniziativa per stemperare gli odi e le rivalità fra le fazioni, nei confronti delle quali venne tenuto sempre un atteggiamento di equidistanza; venne addirittura emana ta una legge che aboliva le etnie. Poco prima della dichiarazione di indipendenza, allo scopo di equilibrare il peso delle maggiori fazioni, venne assegnato il comando dell'Esercito ricostituito ad un ufficiale proveniente dalle popolazioni del sud, quello della Polizia ad uno delle popolazioni del nord. Con il conferimento dell'indipendenza alla Somalia, entrambi vennero promossi generali. Nonostante tutto ciò, appena raggiunta l'indipendenza cominciarono le prime scaramucce. Capo di Stato Maggiore del Comando dell'Esercito, alle dipendenze del generale Daud Abdull, era Sia d Barre il qua le, alla morte del suo superiore, operò il colpo di stato che avrebbe condotto a lla dittatura. Quello che avvem1e in seguito, ha attinenza più che altro con la storia politica del nostro Paese. Chi sarebbe stato chiamato a condurre le stesse mostrine nerazzurre sulle stesse piste somale, con le vicende degli anni Novanta, non era ancora nato.
LIBANO Armati, in difesa della pace Erano trascorsi 37 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per tutto questo tempo, nessun militare italiano aveva mai preso parte a missioni di alcun genere sotto l'insegna del Tricolore al di fuori del territorio nazionale. Ce n'erano state, è vero, a livello di piccole unità o di singoli individui, ma quali componenti di reparti delle Na-
zioni Unite (si ricorderanno, ad esempio, le vittime di Kindu). Le Forze Armate italiane erano costituite nella loro totalità da personale privo di esperienza di guerre vissute. Solo alcuni sparuti superstiti, non senza una punta di orgoglio, potevano ancora affermare «Io c'ero», riferendosi alle lontane vicende degli anni Quaranta: giovani sergentini che, ormai marescialloni carichi di pluridecennale
123
CAPITOLO
3
La cittĂ di Beirut dalle alture dello Chouf (foto M. Gianardi)
124
esperienza, attendevano la fatidica chia- facili ironie: se il buongiorno si vede dal mata per il congedo; imberbi sottotemattino ... MISSIONI nentini che, ora prestigiosi generali, ocIl contingente, sia pur con due giorINTERNAZIONALI ni di ritardo, raggiungeva il Libano. cupa vano le cariche più eleva te della gerarchia militare, ma anch'essi in atLa missione, che consisteva nello DI PACE tesa d ell' imminente quiescenza. scortare i convogli dei «feddayn» in parLa Storia, quasi a non voler s pezza- tenza, veniva cond otta a compimento re quell'esile, invisibile filo che, in un nel migliore d ei mod i, pur tra mille difcorpo militare, lega i più anziani alle ficoltà e col pericolo sempre incombente ultime reclute, nell'estate del 1982 of- che una qualsiasi scintilla facesse defriva un più che valido motivo perché, flagrare un incendio e precipitare la siancora una volta, d ei g iovani militari tuazione. ita liani in armi imprimessero la loro or- · Non mancava, come contorno, un fama s u un s uolo straniero. cile sa rcasmo da parte di certa stampa Si trattava di un motivo ben più no- inglese, a proposito di «penne di polbile e d enso di umani significati rispetto lo» riferite alle piume dell'elmetto dei a quelli che, tanti anni prima, avevano bersaglieri o al ritrito «spaghetti», semportato i nostri ragazzi a presentarsi in pre appiccicato ad ogni figlio della nocasa altrui negli ingrati panni dell'in- stra terra. vasore. «Libano l » si chiudeva nel volgere 11 Libano, uno stato non più grande di un paio di settimane. Il «Governolo» dei nostri Abruzzi, considerato fino a rientrava in Patria. pochi anni prima «la Svizzera d'Oriente», viveva momenti drammatici, dilaEra trascorsa meno di una settimaniato com'era da lotte tra i vari g ruppi na, quando il mondo provava un briresidenti (ben 17, dei quali i principali vido di orrore: nei campi profughi di erano i Cristiano-Ma roniti, gli Sciiti, i Sabra e Chatila, centinaia e centinaia di Sunniti e i Drusi), attaccato da Israele Palestinesi, in g ran parte donne e bamper via delle migliaia di Palestinesi che bini, venivano trucidati. lì aveva no trova to rifug io e che da lì Chi, l'autore materiale? quali le conportava no i loro attacchi, con un pote- nivenze e le coperture? Proprio l'orrore legi ttimo assolutamente incapace di re fa ceva sca turire l'immed iata decicon trollare la situazione. Le ultime vi- sione delle Nazioni Unite di rimanda cende avevano condotto all'espulsione re sul posto un contingente internaziodei guerriglieri palestinesi che avreb- nale. bero dovuto lascia re il Libano per la SiIl 26 settembre 1982, insieme ai conria e Cipro. tingenti statunitense, francese, e ad una Per consentire che l'evacuazione po- modesta aliquota di Inglesi, con le natesse svolgersi senza scontri e senza vi «Perseo», «Canguro Bianco» e «Graspargimento di sangue, occorreva una do», sbarcavano a Beirut un battaglioforza internazionale di interposizione. ne di paracadutisti d ella «Folgore» e il L'Ita lia dava il s uo assenso all'invio di battaglione di fanti di marina «San Marproprie truppe. CO». A poche ore di distanza, li avrebEra il 21 agosto 1982. Il reparto de- bero seguiti, ancora, il «Governolo», più signato, il Battaglione Bersaglieri «Go- due compagnie di carabinieri paracavernolo», agli o rdini del tenente co- dutisti del «Tuscania ». In tutto, 1200 uomini, agli ordini del colonnello Franco lonnello Bruno Tosetti, insieme ad un reparto di carabinieri e ad un'aliquota Angioni. Col prosieguo d egli eventi, il di elementi logistici e del Battaglione contingente avrebbe raggiunto una con«San Marco», lasciava il porto di Brin- sistenza di circa 2200 componenti . disi a bordo delle navi militari «Grado» Compito assegnato: vigilare sui came «Caorle» e d el traghetto civile «Buo- pi dei Palestinesi; un compito che gli na Speranza». Italiani si impegnarono ad assolvere nel Aveva così inizio l'operazione che migliore dei modi, sen za mai travaliverrà poi denominata «Libano 1» (nes- carlo. Essi mantennero anche una equisuno in quel momento avrebbe potuto distanza tra le parti in conflitto che feprevedere l'avvento di una ben più lun- ce sì che i militari - i quali, ad eccezioga, impegnativa e drammatica «Liba- ne dei quadri, erano tutti soldati di leno2»). va - venissero accolti con affetto dalla L'impresa non d ecollava sotto i mi- popolazione che si vedeva rassicurata gliori auspici: già poche ore dopo la par- dalla loro presenza. II tutto provocava, tenza la «Grado» doveva far ritorno in per contro, una certa avversione da parporto per un'avaria. Ottimo spunto per te dell'esercito libanese (avversione che 125
CAPITOlO
3
Beirut, in corrispondenza della «linea verde» che separava il quartiere cristiano da quello mussulmano (foto M. Gianardi).
126
trovava eco nella critica della stampa locale) che avrebbe voluto invece collaborazione nelle operazioni di rastrellamento. Più volte fu rasenta to Io scontro, quando pattuglie italiane intervennero in difesa di civili arrestati da militari di dubbia appartenenza o con metodi improntati ad eccessiva brutalità. II campo veniva presidiato da 21 pcstazioni fisse e da 8 pattuglie in perlustrazione su au tovetture da ricognizione. La presenza del contingente consentiva anche la ripresa di una qualche attività economica all'interno dei campi, come la riapertura di una macelleria e d i alcune fabbriche. Una delle principali attività era la ricerca e la disattivazione degli ordigni inesplosi, da individuare per lo più a vista, in quanto la d isseminazione di rottami metallici faceva impazzire i rileva tori magnetici. Un lavoro alacre, quello degli incursori paracadutisti, che metteva in risalto la necessità, per l'Esercito, di dotarsi di nuclei di specialisti. A volte, gli stessi incursori davano prova delle loro capacità con l'esecuzione di lavori di alta ingegneria balistica: verso la metà d i novembre, ad esempio, su incarico del governo libanese, venne demolito un bunker di 3 piani, senza alcun danno per gli edifici adiacenti. I Palestinesi si affezionarono subito ai militari italiani, tanto che ad un neonato venne dato il nome di «Governolo». I soldati, a loro volta, si sentivano
gratificati dalla consapevolezza di svolgere qualcosa di veramente utile, in contrapposizione all'alternativa di una monotona e de_primente naja in Patria. II loro entusiasmo spinse qualcuno, che pur ne avrebbe avuto l'opportunità, a rifiutare il rimpatrio, prolungando il periodo della ferma di leva. C'era, non c'è bisogno di tacerlo, anche il risvolto economico (1554 dollari al mese per un sol da to, 1586 per un sottufficiale, 1999 per un capitano, 2327 per il comandante del contingente) ma non era questa la molla principale alla base delle loro decisioni. Complessivamente, in tutto l'arco della missione, si sarebbero alternati 8345 partecipanti, comprese 130 croc:erossine. Cominciavano a prender corpo anche altre gratificazioni di carattere mora le, come g li attestati di stima dei comandanti degli altri contingenti, oppure (da non credere) un articolo del Financial Times che adombrava la possibilità che il contingente italiano fosse il m igliore tra quelli presenti in Libano. Se la sicurezza era il prodotto naturale dell'attività del contingente, non meno apprezzato, anche perché non incluso nei compiti assegnati, era quello relativo all'assistenza sanitaria. Prelevato dai magazzini del Battaglione Logistico «Friuli», era s tato dispiegato un modernissimo e attrezzatissimo ospedale da campo, con una capacità di 75 posti Ietto, dove un'efficiente équipe medica, coadiuvata da abili e valide crocerossine, prestava la sua opera.
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Veduta parziale dell'accampamento italiano (foto M. Gianardi).
L'ospedale, in verità, avrebbe dovuto essere solo a disposizione del contingente; invece, ogni giorno era un viavai d i civili, poveri derelitti senza assistenza alcuna. In Libano, infatti, non esisteva l'assistenza dello stato; gli ospedali perciò, per quanto dotati e specializzati, erano aperti soltanto per chi poteva pagare. L'ospedale italiano offriva in vece, del tutto gratuitamente, le proprie prestazioni. Si possono perciò
intuire l'ostilità e l'acred ine dei medici libanesi nei confronti dei loro colleghi italia ni. Ovviamente ricca, e a volte divertente, l' aned dotica, come il caso del nababbo che ebbe l'impudenza di presentarsi in Jaguar a scroccare una visita; o patetica, come quella delle giovani donne incinte che, a motivo della religione e del costume, doveva no essere visitate senza essere guardate e, soprattutto, toccate.
Tende del Battaglione Logistico e dell'Ospedale militare; in primo piano, il teatro tenda (foto M. Gianardi).
127
CAPITOLO
3
Sono in corso, in piena città di Beirut, i combattimenti tra Cristiani e Mussulmani, e se ne vedono i chiari segni (foto M. Gianardi).
128
I reparti venivano fatti ruotare, anche perché l'esperienza avrebbe costituito, per chiunque, un valido banco addestrativo. Alla fine, i reparti che avrebbero scritto la storia della missione, avrebbero recato i seguenti nomi: «Governolo», «Bezzecca», «Montelungo», «Cernaia», «Tarquinia», «El Alamein», «Col Moschin», «San Marco», «Cavalleggeri di Lodi», «Corpo di Sanità Militare», «Battaglione Logistico», nonché il Corpo delle crocerossine. Pur con tutta l'abilità posta in atto dal comandante del contingente e lanaturale attitudine del soldato italiano a farsi ben volere, nella storia della missione non sarebbero mancate pagine scritte col sangue, pur se non così cruente come quelle toccate ai contingenti americano e francese. Il p iù tragico degli episodi avveniva la sera del15 marzo 1983. Mentre al campo il grande comico Walter Chiari intratteneva i soldati con uno dei suoi riuscitissimi s pettacoli, una jeep in perlustrazione veniva attaccata con un colpo di bazooka. Alcuni soldati rimanevano gravemente feriti; fra questi, il «marò» Filippo Montesi, marchigiano, che riportava una grave lesione alla colonna vertebrale. Trasportato in Patria per essere sottoposto a intervento chirurgico, decedeva una settimana dopo p er complicazioni post-operatorie. Sarebbe stato, per fortuna, l'unica vittima della missione.
1128 agosto 1983, dopo mesi di relativa calma, riprendevano i combattimenti tra le varie fazioni: Siriani contro Libanesi, Cristiani contro Mussulmani. Gli Italiani si vedevano costretti a subire le cannonate che si incrociavano sulle loro teste, senza potersi schierare con nessuno dei contendenti. 1112 settembre, alcuni colpi cadevano sul campo e venivano individuati come provenienti dalle alture controllate dai Siriani. Il contingente non aveva in dotazione pezzi di artiglieria atti a rispondere con efficacia agli attacchi, ma il comandante poteva disporre, all' occorrenza, dei cannoni delle navi ancorate allargo. Fu sufficiente, nella circostanza, l'avvertimento dato dal generale Angioni ai Siriani di aver trasmesso i dati di tiro alla nave «Sagittario» e la minaccia di far intervenire i suoi cannoni perché l'attacco non si ripetesse. Il 22 d ello stesso mese, alcuni colpi sparati dai Drusi centravano la santabarbara della «Folgore», provocand o una immane esplosione e gener and o nel terreno_una voragine di 5 metri per 30. Si trattava, con ogni probabilità, di un errore di tiro: i colpi erano forse destinati all'esercito libanese, posizionato oltre il campo italiano. Nonostante la potenza dell'esplosione, il contingente non ebbe a lamentare alcun ferito. Un po' di fortuna, certo, ma soprattutto merito delle efficaci misure di sicurezza predisp oste dal Comando.
11 23 ottobre doveva essere il g iorno più nero d ella forza multinazionale. Alle 6 e 20, un ca mi oncino rosso, ca rico di esplosivo, lanciato contro l'edificio che osp itava g li America ni, veniva fatto esplodere all' ing resso. Nel crollo d ell' infras truttura trovava no la m orte o ltre 250 marines. Erano trascorsi pochi minuti, q uando l'operazione veniva replicata contro l'a lloggiamento d ei Francesi: ci rca 75 morti venivano estratti dalle macerie . . Perché il contingente italiano venne risparmiato? Una risposta, lu s ing hiera per i nos tri, veniva da un articolo di «Le Mond e» del 30 ottobre: mentre America ni e Francesi avevano fin lì reagito alle offese con rappresag lie, gli Italia ni aveva no avuto la forza d ' animo e l'equilibrio psich ico necessa ri a tratte ners i da ogn i risposta, conserva nd o la lo ro neutralità tra le parti in conflitto. Una caratteris tica diversificava l'a tteggiamento italiano d a quello d egli altri contingenti, nei confronti d egli attacchi: mentre gli altri attuavano anche rappresaglie tard ive, «a freddo », il Comando del contingente italiano preved eva soltanto ris poste immediate e mirate, rispos te che solo due o tre volte si fu sul punto di attuare, senza m ai g iungere allo scontro. Anche la s ta mpa egiziana s i mos trava prodiga d i elogi per l'atteggiamento degli Italiani : già il fatto s tesso che g li automezzi fossero stati riverniciati di bianco, analogamente a quell i dell'ONO o d ella Croce Rossa, ve niva giudicato un elem ento indica tivo della loro volontà di pace. n 17 novembre, un ospite molto gradito veniva a s temperare in parte la tensione: l'ottantasettenne Presid ente Sa ndro Pertini giungeva in vis ita al contingente. Nonos tante la veneranda età, l'illustre e incontenibile personaggio dava prova d ella inesauribile vita lità che aveva contraddistinto ogni azione della sua lunga e avventurosissima vita. Rompend o ogni protocollo e disattendendo le raccomandazioni alla prudenza, egli visitava non solo il campo, ma anche la città di Beirut, mettendo in seria crisi la capacità del dispositi vo di sicurezza. Altre visite si susseguirono d a parte di autorità p olitiche e militari: il Capodanno venne passato in compagnia di Spadolini, ministro della Difesa . La tensione, specie dopo gli a ttentati ad Americani e Francesi, non te ndeva ad attenuarsi e le misure di s icu-
rezza s i fa cevano sempre p iù severe, i contatti con la popolazione sempre più MISSIONI rari e improbabili. J combattimenti imINTERNAZIONALI perversava no sempre pitJ. I Francesi, messi alle s trette, abban- DI PACE donavano la vigilanza del campo di Sabra, dal quale molte fami glie di Pales tinesi s fo llarono in quello di Chatila, ancora difeso d agli Italian i. Cominciava a paventars i la necessità di un ritiro del contingente, ma chi avrebbe poi difeso i Palestinesi? Da più parti veniva invece richies to agli Italiani di au m entare la cons is tenza della propria presenza e di assumere anche il controllo d el centro dì Beirut e d elle alture d ello Chouf; m a qu esto avrebbe p ortato a uno s travolgimento degli scopi d ella missione. La s itua zione diveniva sempre più caotica; il presidente libanese Gemayel non controllava più un solo centimetro di territo rio. I Siriani, m essi in un primo tempo a tacere dagli Americani, riprend eva no gli a ttacch i. Is raele si apprestava a intervenire. I civili stranieri avviavano il loro massiccio esodo. Il 1O febbra io 1984, il genera le Angioni fa ceva s chierare le navi italiane di fronte al porto, pronte a sparare per difend ere il contingente, a sua volta imp egnato a scor tare i civili diretti alnmbarco. Tutti i contingenti era no partiti; solo gli Italiani erano ancora là ma, nonostante le pressioni degli Sciiti affinché l'Italia restasse come forza d ell'ONU, la partenza non era ulteriormente d ifferibile. Comprensibile, p ertanto, l' angoscia d ei Palestinesi che si interrogavano sul loro imminente d estino. Approfittando d i una finestra aperta nei comba ttimenti, l'imbarco avveniva il 19 febbraio; alcuni isolati colpi dì cecchini provocavano dei feri ti. Partendo, il contingente lasciava sul posto, alla comunità sciita, l'a ttrezzatissimo ospedale da campo che sarebbe purtroppo a ndato completamente dis trutto, a seguito di attentato, l'ottobre s uccessivo. 1126 fe bbraio 1984, con una solenne cerimonia alla presenza del Capo d elIo Stato che conferiva alla Bandiera del contingente la Croce dì Cavaliere dell'Ordine Mi litare, s i concludeva, nel porto dì Livorno, la missione italiana in Libano.
L'organizzazione logistica La mi ss ion~ italiana in Libano coincideva con una fase molto delicata del-
129
CAPITOLO
3
la riorganizzazione logistica da poco avviata in seno alla forza armata. Quella rivoluzione, che aveva preso il nome di «Logistica '80», s tava faticosamente passando dalla fase di pianifica zione e programmazione a quella di attuazione. Le vetuste Direzioni della Motorizzazione avevano mutato nome, articolazione e compiti; presso le grandi unità erano spariti i Reparti RRR. Sulle loro radici si erano innesta ti nuovi organismi che s tavano cercando di conquistare una loro identità, di assu mere coscienza delle proprie nuove funzioni: rispettivamente i Comandi dei Servizi Trasporti e Materiali di Regione Mil itare e i Battaglioni Logistici. Nel loro ambito, il personale ufficiali e sottuffi-
disposti in previsione di un impiego d ell'unità in missioni internazionali. Per risolvere i problemi del contingente di «Libano 2» venne approntato un battaglione logistico il quale, in analogia ai reparti similari operanti in Patria, svolgeva attività di 2° livello. Agli ordini del tenente colonnello del Corpo Automobilistico .Vincenzo Zucca rotto, esso dovette entrare in funzione fin dalle prime battute. Su di esso gravava infatti la cura delle necess ità materiali dell'intero con tingente, dai trasporti alle riparazioni degli automezzi e mezzi ci ngolati, delle armi e sistemi d'arma, al rifornimento dei viveri, alla preparazione dei pasti. Il Battagl ione Logistico, infa tti, rispetto ai suoi consueti organici, era stato rinfor-
ciali, uso al linguaggio dell'arma o del serv izio di provenie nza, durava fatica a svestirsi d el vecchio abito per cominciare a utilizzare una lingu a comune. Il vecchio maresciallo autiere, abituato a trattar di motori, doveva sforzarsi di comprendere esigenze e mentalità dell'artigliere, del geniere, del trasmettitore e viceversa. Miglior banco d i prova non avrebbe potuto offrirsi - per un collaudo e una verifica della validità del nuovo modello logistico - della missione in Libano. Per far fronte alle necessità di «Libano l », l'organizzazione venne affi data agli organi stessi del «Governolo», già opportunamente rinforzati e pre-
zato con un nucleo panificazione in grado di approntare 8000 razioni giornaliere, un nucleo frigoriferi, un nucleo vestiario, lavanderia e bagni (VLB), una squadra disinfezione e una squadra potabilizzazione acqua. Anche i livelli di magazzino vennero calcolati senza badare ad economie, in considerazione d ella dis tanza dalla madrepatria, nell'incertezza di avere sempre dis ponibili il porto e l'ae roporto dì Beirut e nelle incognite relative alla possibilità di utilizzare le risorse locali. Si potrebbe affermare che soltanto il problema «sanità» esulasse dalle comp e te nze del Battaglione Logìs tìco, ma neppure questo è del tutto esatto. Prima di essere trasferito in Libano, l'o-
Parcheggio degli automezzi del Battaglione Logistico visto dalla palazzina sede della mensa e del Comando del Battaglione (foto M. Gianardi).
130
sped a le da ca mpo, che sarebbe s tato riba ttezza to «Osped ale Italia», era in dotazione al Reparto Sa nità (di mobilitazione) d ella Brigata Motorizza ta «Friu li»; era s tato approntato con tanta cura dal maresciallo Angelo Torraca e tenuto ripiegato con criteri altamen te p rofess iona li presso il Battaglione Logistico d ella s tessa Briga ta, che aveva sed e a Firenze. Gli ufficia li e i sottufficiali che aveva no ma te ria lmente provveduto a lla s u a costituz io ne, no n av rebbero mai im maginato che la loro crea tura sarebbe s tata d op o b reve tempo im piega ta in un territorio così lonta no. Si potrà comprendere il loro più ch e g ius tificato orgog lio, nel ved erlo utilizzato con tanto beneficio d ella p opolazio ne p a-
za di carburante, p er automezzi in avaria e privi d i parti di ricambio, per scar- MISSIONI poni d alle s uole buca te?! In Libano tutto questo veniva fin al- INTERNAZIONALI mente e d ecisamente smentito: la logi- DI PACE s tica veniva cura ta nei minim i pa rticolar i. Per il settore dei rica mbi, q uesti veniva no trasp ortati med iante vo li d i C 130: in sole 5 ore essi giungevano dalla madrep atria a Bir Hassa m, sed e d ello schieramento d el Battaglione Logistico. Il braccio d ei rifornimenti aveva una lung hezza di 3500 chilo metri che tuttav ia non costituiva no os tacolo alla puntualità d egli arrivi. Una nave al mese (talvolta anche due), ca rica di materiali, approdava al p orto di Beirut. · Sul piazzale del cam po stazionava-
Gli automezzi del Battaglione Logistico tornano dal porto di Beirut, dove si sono recati a caricare viveri per il contingente (foto M. Gianardi).
lestinese e il loro d oloroso s tupore nel saperlo ridotto in cenere, quando giunse in Italia la n otizia che, dopo che il contingente ne aveva fatto d on o a lla comunità sciita, esso era s ta to incendiato a seguito di uno scriteria to attentato. L'organizzazione logistica, dopo la necessaria fa se di assestamento, si rivelava estremamente efficiente. Le trad izioni militari italiane raccontano a iosa di imprese e spedizioni prepa rate con grande cura e impegno d a parte di illuminati s trateghi, ma puntualmente fa llite per la solita trascurata prep arazione logistica. Quante battaglie, brillantemente ideate e condotte, vennero poi miseramente perdute p er mancan-
no p erennemente 70 container e 10 fri goriferi. Tutto veniva tenuto sotto controllo e informatizzato: d alla situazione d ei livelli ai consumi per iodici, per arrivare alla valutazione d elle necessità e alle richieste di rifornimento, allo scopo di tenere a livello ogni particolare. Tra le attrezzature in d otazione, era perma nentemente in funzio ne anche un marchingegno infernale, spiritosamente soprannominato «Sarchiapone» (dal nome di un oggetto mis terioso d i una celebre scenetta di Walter Chiari). Si trattava di un potabilizzatore ed era così soprannominato p erch é non c'era alcuno, al campo, che con oscesse a fondo tutti i segreti d ella su a costituzione
131
CAPITOLO
132
3
e del s uo funzionamento e le possibi- re, sulle precedenze, ecc. Inevitabili, perciò, g li incidenti. Non essendo inollità delle sue prestazioni. Da esso venivano ricavati 1550 metri cubi di actre previsto, sempre da parte libanese, qua potabile al mese. alcun tipo di assicurazione, inutile scoPer il settore dei trasporti, come già modare la burocrazia per imbastire pratiche di risarcimento. Ma su questo arcitato, i veicoli erano stati riverniciati di bianco e questo, involontariamente, gomento riportiamo uno stralcio di una fu uno dei fattori che fecero ben predi- brillante relazione del tenente colonsporre l'animo della popolazione civinello di amministrazione Paolo Mearile nei confronti del contingente, quasi ni, pubblicato sulla «Rivista Militare», fosse un rassicurante segnale di iner- quaderno n. 5/1984: tizzazione dei mezzi di offesa. «Se prendiamo una s trada del cenNell'arco della intera missione ventro di Palermo e la sovrapponiamo a nero utilizzati: 125 autovetture, 186 auuna del centro di Napoli a sua volta già tocarri, 44 mezzi speciali (frigo, lavansovrapposta a una del centro di Roma, deria, bagni, forni, ecc.), 89 rimorchi, 20 si può cominciare ad avere una pallida cucine rotabili, 8 ambulanze, 97 veicoidea del caotico e sonoro traffico autoli cingolati, 8 mezzi per movimentamobilis tico di Bei rut. Se poi ci figuriazione terra, 6 autoblindo. mo lo sta to del fondo s tradale, obiettiGli automezzi e i mezzi corazza ti, vo per anni delle artiglierie di non si sa tutti dell'ultima generazione, forniropiù quanti eserciti e milizie, e se agno sempre eleva ta affidabilità, ma alfigiungiamo glijnnumerevoli posti di ne di alimentare questa stessa affidablocco con l'andirivieni continuo di bilità venne attuata una certa rotaziomezzi militari cingolati e ruotati di alne e l'avvicendamento, di massima, meno sei nazionalità, ci possiamo spiecoincise con quello delle stesse unità. gare perché gli incidenti s tradali che L'esperienza «Libano» rappresentò coinvolgevano i nostri mezzi fossero così numerosi. un duro banco di prova per questi automezzi i quali, pur percorrendo meTradizionalmente, a Beirut un incidiamente la metà dei chilometri dei lodente strada le fra civili e militari era ro consimili in Patria, richiesero per il consid erato dai primi come una ca laloro mantenimento un numero di ore mità natura le da accettare con orientaquasi doppio. Ciò fu dovuto in massile fatalismo. La miglior cosa da fare era ma parte alle condizioni delle strade filar via al più presto, se le cond izioni estremamente dissestate ed alle alte vedel veicolo Io permettevano, prima che la «controparte» usasse argomenti aslocità consig liate da motivi di incolumità e sicurezza. sai persuasivi per dimostrare che le forL'attività di mantenimen to si estrin- ze di occupazione o di contro-occupasecava soprattutto nella sostitu zione di zione hanno sempre la precedenza. Ancomplessivi, mentre per lavori di grache se comoda, non era questa la prodo s upe riore si preferiva rimandare cedura adottata da ITALCON, venuto l'automezzo in Italia, con sostituzione. a Beirut proprio per proteggere la poSolo per particolari tipi di veicoli o di polazione civ il e. Con grande meraviattrezzatu re, quali l'ambulanza odong lia dei rassegnati libanesi, ITALCON to.iatrica o il potabilizzatore, vennero faceva regolari accertamenti per mezinviate apposite squadre di lavoro dalzo dei carabinieri del suo plotone di pol'Italia per l'effettua zione di interventi lizia militare e, se dall'inchiesta risula domicilio. tava che il torto era del conduttore itaNonostante il fervore delle operaliano, il civi le veniva risarcito s ubito. zioni, tutti i mezzi, dagli M 11 3 usati Le richieste bollate, i moduli da riemnelle postazioni a quelli ruotati utiliz- · pire, le dichiarazioni testimoniai i, le pezati per i pattugliamenti, venivano corizie, le fatture e altri documenti tutti stantemente tenuti a lucido; il particoredatti in tre lingue, più che a soddilare non passava inosservato agli occhi sfa re le esigenze di regolarità formale, degli inviati della stampa nazionale che servivano a conferire agli atti quella vedeva no, in questo aspetto apparenprofessionalità, quella serietà e quella temente di secondo piano, un buon punsolennità atte a suscitare il rispetto verto a favore dell'immagine dell'Italia. so l'a utorità. Questo momento di conLa viabilità libanese, dopo anni di tatto individuale con la popolazione vescontri, era ormai assolutamente priva niva, quindi, accortamente sfruttato per di segna letica e gli automezzi civili circontribuire a rea lizzare quella politica colavano nella più completa anarchia, di buone relazioni pubbliche che ha tansenza d istinzione sulla mano da teneto g iovato al contingente».
In conclusio ne, la missione italia na in Liba no, d al p unto di vista della logistica, si r ivelò estrem am ente preziosa, m olto più di qu anto avrebbe potuto esserlo la m egl io o rga ni zzata d elle esercitazioni. Nel corso del s uo svolgime nto venne s p erimenta ta l'e ffic acia d ella n uova o rga nizzazion e logis tica, fino a q uel m om ento valid a solo sulla carta, e sulla base dell'esperienza vennero app orta ti i necessa ri correttiv i e assestam enti. Una novità assolu ta, r isp et to a lle esperienza d i ogni p reced ente con flitto, fu qu ella del rifornimento «porta a porta». N ulla p iù, pertanto, d ei vecchi magazzin i arretrati d ' Intend en za, d epositi avanzati, ecc. I ma teriali ven nero reca pitati direttam e n te in loco e lì conser vati. Molto u tili s i rivela rono, a questo scopo, i container, anch'essi sp erimenta ti per la prima volta, per qu an-
to riguard a il loro impiego s ia ai fi ni del trasp orto che d ella conservazione d ei MISSIONI m ateiiali. Nel corso della missio ne vennero INTERNAZIONALI sp erimentati sia materiali già in d ota- DI PACE zion e alle u nità, s ia altri ch e vennero acquistati s ulla base d elle esigen ze che v ia v ia s i prospettava no : potabilizzatori, generatori di cor ren te ad alta p otenzialità, a p parati p er la visione e il combattimen to in cond izion i d i limitata v isibilità, telemetri laser, artifizi d'allarm e, nuove autoblindo e altre a pparecchia tu re. La missione «Libano» fu p erciò, d al p unto d i vista logis tico, un mo m ento cardine p er l'attualità degli in segnam enti che d a essa fu possibile trarre e che sarebbero sta ti alla base d elle miss ioni su ccessive che si sarebbero replica te, negli anni a venire, in altre parti d el m ondo.
«Non e ro ancora degenerata la situaz ione libanese, al momento del mio arrivo presso il contingente - ra cconta Mauro G io-
Alle sette, lo nove levava le ancore e quattro ore dopo approdava al porto di Bei· rut. Uno colonna di automezzi era già allineato sulle banchine, in atteso del nostro arrivo, per condurci all'accampamento. Beirut presentavo già vistose ferite lungo le strade e sulle facciate dei palazzi, ma erano tutte riconducibili al periodo delle lotte con Israele. l suoi quartieri erano già ripartiti in z one occupate da questa o quella fazione , ma ancoro si potevo circolare con una certa sicurezza per le vie. Nell'accampamento, parte in tenda e parte in uno palazzina semidiroccata, era
nordi, allora tenente effettivo al 7 ° Au toreporto Misto d i Manovra d i Fi renze.-Ero par-
tito il 1O agosto del 1983. Uno breve sosto a Milano, per aggregarmi ad altri che, con me, avrebbero dovuto avvicendare il personale in lista di rimpatrio e , subito dopo, do Pisa, ci imbarcammo su un C 122 con direzione Larnaka, nell'isolo di Cipro, do ve a rrivammo verso le 11 del" giorno 11 . Lì c i attendevo lo nove «Caorle» lo quale, già utilizzato per trasferire parte del contingente all'inizio delle operazioni, svolgeva oro periodico servizio di traghetto tra il Libano ed il porto di Lornako. Va precisato che l'iso· la di Cipro fungeva non solo do base di appoggio per lo scambio degli scaglioni, ma era anche meta verso lo quale venivano ovviati, in permesso, i militari del contingente. La durata della missione ero di quattro mesi, conteggiati con una certa elasticità, rinnovabili successivamente, o richiesto, di tre mesi in tre mesi. Nell'arco dei quattro mesi, il d iritto al riposo veniva quantificato in uno licenza a testa, in patrio, e un permesso di 48 ore da trascorrere, appunto, a Cipro. Ad imbarcarsi con noi trovammo perciò un certo numero di soldati che, dopo aver usufruito di tale permesso, facevano rientro a Beirut. La partenza era fissata per l' indomani mattina, ma l'intero notte venne da noi passata a bordo della nave in quanto, per ragioni legate o regolamenti interni, il porto di Larnoko nell'arco della notte restavo chiuso e inattivo.
ASCOlTANDO
CHI 1
CERA
Il tenente Mauro Gianardi, protagonista del racconto e autore delle foto del testo (foto M. Gianardi).
133
CAPITOLO
134
3
ospitato il Battaglione Logistico, che inglobavo nei suoi organici l'ospedale do campo e un plotone sussistenza. Nello stesso comprensorio c'ero anche un battaglione di bersaglieri (c'ero già stato il «Governolo» e, nel corso dello mio permanenza si succedettero il «Monte/ungo» e il «Cernoio») . A circo 500 metri, dentro uno palazzina, c'ero il Comando del contingente, con il generale Angioni e un plotone di carabinieri che avevo compiti di polizia militare. Dislocato in altro zona, sotto le alture dello Chouf, un battaglione di paracadutisti completavo /'organico del contingente. Uno strada asfaltato, che correvo dovanti all'ingresso dell'accampamento, conducevo do uno porte al more, dall'altro all'aeroporto. Confinante con il nostro accampamento c'ero un campo di Sciiti e, o breve distanza, il campo profughi di Chotilo, affidato alle cure del nostro contingente. In altro settore, e sempre assegnato allo nostro sorveglianza, c'ero il campo di Bur-ei-Boronje. Presso il nostro ospedale do campo venivano effettuate visite anche o Favore dello popolazione dei compi, ma noi non avevamo mai modo di vedere i pazienti, in quanto essi affluivano do un ingresso diverso dal nostro. Il nostro equipaggiamento ero costituito dallo normale tuta do combattimento. L'ormomento consistevo, per i soldati, nel FAL, con tre caricatori (2 in giberna e uno inserito), mentre per gli ufficiali ero previsto lo pistola Beretto con due caricatori, più il FAL. Lo libero uscito, per gli ufficiali, ero consentito solo con armo al seguito, ma io ebbi occasione di Fruirne uno solo volto; poi, con il precipitare dello situazione, ogni libero uscito venne abolito fino al termine dello missione. Lo sicurezza attorno al campo ero ossicurato do un muro di sacchetti di sabbio e do· reticolato. Nei punti cruciali erano stote erette delle altane di legno che ospitovano sentinelle fisse. Il servizio di guardia ero inoltre integrato do pattuglie mobili che percorrevano tutto il perimetro del campo. Nel periodo di massimo allerto, il numero complessivo del personale impegnato in servizio di guardia avrebbe toccato le cinquanta unità giornaliere. Dietro lo coso semidiroccoto, su uno spiazzo all'aperto, erano parcheggiati gli automezzi, tutti ridipinti di bianco, il colore deii'ONU. Lo stesso palazzina Fungevo anche do mensa, ma non do cucino, per lo quale ci si servivo di cucine rotabili. Sempre acconto allo palazzina, numerosi container, disposti su due file, avevono funzioni di magazzini; magazzini di ogni genere e per ogni tipo di materiali, dai vi-
veri, ai ricambi per gli automezzi, agli oggetti di casermaggio, mentre le munizioni erano tenute su ruote. Ogni mattino, esaurite le operazioni di sveglio, reazione fisico e primo colazione, alle otto venivo effettuato l'adunato di tutto il battaglione, nel corso dello quale l' ufficiale di servizio comunicavo o tutto il personale i fotti più salienti delle precedenti ventiquattro ore. Il mio incarico ero di comandante del plotone trasporti dello Compagnia Comando Servizi e Trasporti, che effettuavo trasporti per le necessitò del Battaglione e fornivo concorso o Favore degli altri reparti del contingente. L'attività si esplicavo soprattutto nei servizi tra le novi, che approdovano cariche di materiali, e l'accampamento. Per il trasporto dei container non eravamo però attrezzati e od esso provvedevo uno ditta civile libonese con lo quale avevamo stipulato uno convenzione; in questo coso, il nostro compito si esaurivo nel fornire lo scorto per tutto il tragitto. Non erano trascorsi nemmeno dieci giorni dal mio arrivo quando, proprio mentre si stavo svolgendo lo rituale adunato del mattino, un proiettile sibilò sopra le nostre teste, esplodendo o poco distanza . Non ci fu neppure bisogno del «Rompete le righe!» Tutti, all'istante e istintivamente, ci eravamo già gettati nel posto più riparato, cioè il ristretto spazio tra le due file di container. Nell'orco dello stesso giornata altri due colpi caddero nel campo ed uno d i essi squarciò un container. Fu un brivido terribile, o/ vedere alcuni soldati con i volti, le mani, le divise lordote di macchie di un vistoso liquido rosso. Non sangue, per fortuna: il proiettile avevo centrato lo riservo di barattoli di pomodori, disseminando il contenuto tutt'attorno. Quei proiettili erano per noi uno doloroso sorpreso, in quanto non ce li aspettavamo, visti i rapporti di equidistanza tra le porti che ci eravamo sempre sforzati di mantenere . Venne Formulato l' ipotesi, probabilmente non errata, che i proiettili non fos sero diretti o noi, ma al vicino campo degli Sciiti. Lo loro provenienza - venne accertato - erano le alture dello Chouf, occupote doi Drusi. Non c'ero verso di raccapezzarsi, nel guazzabuglio di un territorio così fram mentato tro tutte quelle fazioni e sottofozioni. Ad ogni buon conto, visto l' inasprimento dello lotto tra tutti i contendenti, do quel giorno vennero abolite le libere uscite: le uniche sortite doli'accampamento sarebbero avvenute soltanto per effettuare scorte con mezzi blindati collegati, tra di loro e con l'accampamento, tramite radio. Anche il di-
spositivo di sicurezza del campo venne rinforzato; vennero perfino eretti muri di sacchetti di sabbio attorno ad ogni singola tenda. Nonostante ciò, il pericolo ero sempre in agguato, in quanto il campo veniva attraversato do estemporanei colpi di fucile. Vi furono, per questo causa, una quindicina di feriti complessivamente. Ricordo in particolare un tenente di cavalleria che, mentre uscivo dalla mensa, venne colpito od uno gamba. Non c'era un posto sicuro in tutto il campo; ovunque, e in qualunque momento, potevi essere passato da parte o parte da un proiettile vagante: mentre ti stavi lavando, mentre mangiavi, o anche nel sonno. Lo stesso comandante del Battaglione venne sfiorato da una pallottola che attraversò la sua tendo mentre egli era all'interno. A ottobre si verificarono i due terribili attentati
Effetti di un bombardamento sul plotone sussistenza (foto M. Gianardi).
Effe/li della prima granata sul campo del Battaglione Logistico (foto M. Gianardi).
135
CAPITOLO
3
che costituirono il momento più triste per tutto il contingente ONU. Erano le sette circa: non era stata ancora effettuata la cerimonia dell'alzabandiera quando, proveniente dalle parti dell'aeroporto, venne udita una tremenda esplosione. Erano trascorsi pochi minuti ed un analogo boato si sentì provenire dalle parti dove sapevamo essere il contingente francese. o ·o po una ventina di minuti, presso il nostro ospedale da campo cominciò un frenetico arrivo di ambulanze di ogni nazionalità, comprese le nostre che, appena avvertite le esplosioni, erano state inviate a prestare soccorso. A getto continuo venivano scaricati feriti, ma non pochi erano quelli che giungevano già morti. Si conobbe poi la dinamica degli attentati: in quello contro gli Stati Uniti, un camiocino carico di esplosivo era stato lanciato oltre la sbarra d'ingresso, che era stata fracassata, e si era infilato in un androne a forma di U sotto la palazzina che ospitava il contingente. Qui il kamikaze al volante aveva fatto esplodere il suo carico e l'intera palazzina, benché di cemento armato, si era ripiegata su se stessa, come un castello di carte. Anche i nostri mezzi del genio vennero subito inviati su/luogo dell'attentato, a sgomberare le macerie e tentar di salvare qualche superstite. Si attendeva, da un momento all'altro, la terza esplosione, quel/~ diretta contro di noi, ma la nostra trepidante attesa, per fortuna, si rivelò vana. Comprendemmo tuttavia subito una cosa: eravamo stati rispar-
miati volutamente. Ad ogni buon conto, le misure di sicurezza vennero vieppiù rafforzate. La strada antistante l'accampamento venne inglobata in esso e la sbarra d 'ac· cesso spostata al di là di quella. L'accesso, inoltre, venne reso difficoltoso disponendo alcuni blocchi di cemento che costringevano gli automezzi in entrata ad una sorta di gimkana per aggirarli e, per sovrappiù, vennero posizionate altre sentinelle che tenessero sempre sotto mira /'accesso stesso. La situazione si faceva sempre più critica e pericolosa per tutti. A Natale, la Messa di mezzanotte venne celebrata al pianterreno della palazzina semidiroccata, al riparo dei muri dello stessa. Quando, il 30 dicembre, salivo sull'aereo che mi avrebbe ricondotto in patria al termine del mio turno di missione, la situazione politico-militare del Libano era in pieno marasma. Non si parlava ancora di un ritiro del contingente, ma si formulavano serie congetture circa un suo ridimensionamento. La sera del 3 1 dicembre, la mio vita appariva di nuovo e completamente rovesciata: mentre il gio(no primo ero in diviso mimetica, ora avevo indosso l'abito da sera, lo divisa di un veglione danzante, e le esplosioni che avvertivo attorno o me erano quelle gioiose dei petardi e dei mortaretti che salutavano il nuovo anno. E il mio pensiero corse lontano, laggiù, od un mondo o po· che ore di volo, ma tenuto abissalmente distante do un muro di odio e di violenza; laggiù, quelle stesse esplosioni significavano ancora lacrime e morte.»
MISSIONE «PELLICANO» Antefatti
136
Lu glio 1990: l'attenzione dei telespettatori veniva catturata da un insolito spettacolo: grappoli umani, migliaia di esseri che sembravano usciti da un incubo, si riversavano da qualcosa che era difficile definire nave e sciamavano per le strade di Brindisi, suscitando la pietà degli Italiani e l'encomiabile solidarietà della gente della cittadina pugliese. Marzo 1991: dopo la guerra, ancora la fame. Nel volgere di soli due mesi, gli Italiani venivano posti a contatto con le due più grandi, millenarie piaghe dell'umanità, due ca lamità che quasi nessuno più conosceva, se non dal racconto d ei propri vecchi. Sugli sch ermi televis ivi si erano
sp enti gli echi delle ultime esplos ioni della Guerra del Golfo e per i primi profughi albanesi una qualche soluzione era già stata trovata, quando una nuova ondata di disperati, incoraggiati dalle notiz ie della fortuna toccata ai primi pionieri, s i riversava s ulla città . di Bari. Un notevole problema per le autorità politiche italiane: come dare accoglienza anche a ques ti, sempre che fosse possibile, e nello stesso tempo diss uadere altri e più consistenti esod i? e soprattutto, come respingere questi profughi, alcuni dei quali si dimostravano ben disposti a batters i, pur di non tornare in patria? N e lla s olu z ion e trovata, pur se aspramente criticata da più parti per l'inganno tessuto nei confronti di al-
R E
A T l C
\~
l l l
~ \
\
\
l l l l l
\
\\
\
\
\
\
\
l l l l l l l l
\
l
l
,,,, ,,,, ,,
\
\
\\
-2r!!f!!-=l.tiJ!IJ!!n1tUIDh
-------,....r::::::. ./·
\
\
\
\
\
\
i \
\
\
\
/
/
/
l l
137
CAPITOLO
138
3
Veduta aerea del territorio albanese, dalla quale appare in tutta evidenza l'orografia tormentata e l'inadeguatezza della viabilità (foto G. Cherubini).
cune centinaia di irriducibili, occorreva dar atto di un merito alle auto-· rità nazionali: quello di aver evitato anche il più leggero ferimento o contusione. Erano trascorse poche settimane dagli ultimi avvenimenti esposti, quando il ministro degli esteri italiano, Giovanni de Michelis, effettuava la sua missione diplomatica in Albania. La diaspora d egli Albanesi andava arrestata. Pur se entrato nella sfera d'atten. zione della CEE, il problema veniva visto come di stretta pertinen za del nostro Paese. Un valido banco di prova sul quale cimentare la nostra credibilità e capacità . Se la fame era la causa scatenante delle fughe, la soluz ione più appropriata apparve quella di portare i soccorsi in casa degli affamati, anziché spingere questi ad andarseli a cercare. D'altra parte, come sostenevano i responsabili della Croce Rossa Italiana, ciò avrebbe gravato sulle casse del nostro Paese meno di quanto lo sare bbe stato il fornire assistenza agli Albanesi che avessero raggiunto le coste italiane. Veniva quindi stilato un «memorandum d'intesa» con le autorità politiche albanesi, a quell'epoca ancora sotto il regime comunista di Alia, in base al quale l'Italia avrebbe fornito aiuti alimentari e si sarebbe assunto l'incarico di recapitare a domicilio, insieme ai propri, anche gli aiuti provenie nti dalla CEE. '
«Pellicano» Il compito di provvedere materialmente alla distribuz ione veniva affidato all'Esercito, quale unica organizzazione dotata di potenz ialità tali da assolverlo autonomamente. Non mancava, naturalmente, chi non vedesse, nell'intervento della Forza Armata, una resipiscenza di sgraditi fatti lontani, ma un particolare troncava sul nascere ogni possibile richiamo a tristi «revival»: i soldati sarebbero andati «disarmati». Una ricognizione dello SME anticipava la fase esecutiva della missione: venivano designati in primo luogo gli scali portuali (Durazzo e Yalona) e aeroportuali (Tirana) dove gli aiuti sarebbero affluiti. Una esploraz ione sul territorio consentiva di individuare l'area (una ex colonia dei tempi di Mussolini) dove allestire gli alloggi del contingente e le infrastrutture presso le quali immagazzinare le derrate alimentari: 27 d epositi distr.ibuiti in altrettante località del paese. Ai margini della miss ione a g iva la Marina Militare, con operazioni di ronda a tre o quattro miglia dalla cos ta, in collaboraz ione con gli organi di polizia albanesi, per impedire sul nascere ulteriori tentativi di fuga. Tutte queste operaz ioni erano il preludio all'avvio vero e proprio d e lla missione «Pellicano». Ma poi p e rché ... «Pellicano »? O c-
corre sa pere che il nome trae origine d a lla liturgia. Questo animale, secondo una credenza, si s trapperebbe le carni dal petto per sa lvare i propri figli dalla fame, e in tale presunta abitudine si mboleggia il Cristo che offre la propria vita per la salvezza degli uomini. Presso il Battaglione Logistico «Carso», con sede a Orzano di Remanzacco, sul finire di quell'agosto 1991, fervevano attività finalizzate a ben altri obiettivi che non la soluzione del problema· «fam e» del popolo albanese. Gran parte del personale, dato il particolare periodo dell'anno, era ancora a godersi le vacanze. Le attenzioni dei presenti erano invece rivolte ai preparativi per la cerimonia di saluto al comandante di Battaglione, tenente colonnello Antonio Petruzzelli, che stava per cedere il comando. Quella mattina dunque, mentre il comandante veniva convocato d'urgenza presso il Comando del V Corpo d' Armata, il personale del Comando di Battaglione dava seguito a tutte le pratiche inerenti la cerimonia. Al ritorno dalla riunione, il comandante entrò diritto nell'ufficio del suo aiutante maggiore, capitano Walter Pu-
gnotti, si avvicinò alla sua scrivania sulla quale campeggiava una cartella gre- MISSIONI mita di biglietti d'invito pronti p er essere firmati e sp editi, afferrò questa a INTERNAZIONALI due mani, la chiuse davanti allo sguar- DI PACE do sorpreso del suo subordinato e: «Chiudi tutto - ordinò- non se ne fa più nulla: s i va in Albania!». Essendo la partenza prevista in tempi ristrettissimi, addirittura per il l o settembre, s i rese necessario far rientrare in tutta fretta il personale ancora in licenza per cominciare ad approntare quanto necessario per la realizzazione di un centro logistico. Gli automezzi vennero pertanto caricati con ogni materiale disponibile. L'ordine di operazioni n. l dello.Stato Maggiore Esercito fissava già gli organici, la dislocazione e i compiti dei due centri logistici che avrebbero doTre «Colonne» della spedizione. Da sinistra: il vuto essere costituiti in territorio albatenente colonnello nese: quello di Durazzo a cura del «CarPetruzzelli, comandante so» e quello di Va lona affidato al Battadel Battaglione Logistico glione Logistico «Acqui» de L'Aquila. Carso; il generale Nei giorni 2, 3 e 4 settembre il tenente Quintana, comandante del contingente; il tenente colonnello Petru zzelli e il capo sezione colonnello Sportelli, logistica del Battaglione, maggiore Reemissario di SMEnato Biancamano, effettuavano una riMovimenti e Trasporti per cognizione in Albania, sulla base delle il carico e lo scarico delle navi (foto «Carso»). cui risultanze veniva completato l'e-
139
CAPITOLO
3
Interno del campo «Qemal Stafa, di Durazzo (foto Carso»).
Il traghetto «Golfo del Sole" trasporta uomini e mezzi del Battaglione Logistico «Carso" da Trieste a Durazzo (foto «Carso»).
140
lenco del materiale necessario all'allestimento del campo. Sul posto, una ex colonia per bambini che recava il nome di «Shtepiae Pushimit Pionereve Qemal Stafa», restavano una decina di uomini del 3° Battaglione Genio Guastatori «Verbania»
ad effettuare i primi sommari lavori per rendere le strutture idonee ad ospitare il contingente. La prima aliquota di personale partiva da Trieste il 16 settembre a bordo del traghetto «Golfo del Sole». Per rapide mandate successive, sia dello stes-
so traghetto con partenza da Ancona e arrivo a Durazzo, che di un C 130 che, proveniente da Trieste, recapitava altri 100 uomini all'aeroporto di Tirana, la consistenza del contingente raggiungeva le 600 unità. Con questi u omini venivano costituiti i 2 Centri Logis tici: il «Carso» e l' «Acqui». Solo una piccola aliquota, presso il Comando, era composta da ufficiali e sottufficia li d'arma, tra i quali il generale Antonio Quintana, comandante der contingente, cui sarebbe subentrato, dopo molti mesi di meritoria attività, il pari grado Carlo Ciacci, seguito da Antonio Tobaldo; la missione sarebbe s tata portata a conclusione da Vito Carlucci. Se si eccettua il Battaglione Trasmissioni «Leonessa » preposto ai collegamenti, il nerbo dell'intero contingente, proprio per le caratteristiche della missione ch e vedeva nel trasporto la sua componente principale, era costituito da personale del Corpo Automobilistico, già addestrato, sia pure in ben diverse circostanze e con altre finalità, ad allestire centri logistici. Si trattava, in fin dei conti, di replicare quanto più volte attuato in fase addestrativa, ma con due non lievi differenze:
-che neppure il più piccolo particolare della pianificazione poteva que- MISSIONI sta volta essere contrassegnato da un «omissis» (come si usa nella finzione), INTERNAZIONALI ma tutto doveva trovare concreto ri- DI PACE scontro sul terreno; - che nessuno poteva in quel momento prevedere la conclusione; in ogni caso sa rebbe stato il centro logistico di più lunga durata dalla fine del secondo conflitto mondiale. I mezzi erano quelli in organico ai reparti impegnati, rinforzati da 12 F 170 portacontainers prelevati da ogni reparto nazionale che ne disponesse. Per le operazioni di caricamento e sca ricamento dei containers erano stati fatti pervenire dall'Italia anche 2-sollevatori forklift. La pianificazione delle varie operazioni era affidata a un ufficiale del Corpo Automobilistico, il tenente colonnello Alfonso Sportelli, di concerto con un plenipotenziario incaricato dal governo albanese. L'esecuzione delle singole operazioni, nelle linee essenziali, avrebbe potuto apparire di estrema semplicità: si trattava di prelevare le derrate dai porti e trasferirle verso i 27 punti di imVeduta aerea del Centro magazzinamento. Cura del governo alLogistico «Carso» {foto A. Marandino). banese: fornire manovalanza per scari-
141
CAPITOLO
3
Il colonnello Luigi Sansone, in occasione della visita del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Domenico Corcione {foto L. Sansone).
142
Interno del Centro Logistico «Carso» a Durazzo. Sulla sinistra, la palazzina alloggio per sottufficiali (foto G. Cherubini).
care queste derrate dalle navi, caricarle sui mezzi e riscaricarle a destinazione. Ancora a carico degli albanesi, erano le scorte da fornire alle colonne. Nella distribuzione alla popolazione, nessuna ingerenza da parte del contingente essendo, questo, compito esclusivo delle autorità governative albanes i. La gente avrebbe avuto i viveri in vendita, a prezzo politico, con lo scopo precipuo di dare uno spunto di avvio all'economia del paese, in fase di stallo assoluto. Si passava così alla fase operativa.
Giusto il tempo di effettuare una ricognizione sul territorio per individuare i magazzini di stato presso i quali avrebbero dovuto essere recapitate le derrate alimentari, che il 23 settembre attraccava al porto di Durazzo la prima m andata di aiuti: una nave tedesca carica di zucchero. Il Centro Logistico «Carso» era imperniato sul p ersonale del Battaglione Logistico omonimo, che aveva inglobato sostanziosi rinforzi di ogni altro reparto automobilistico. Era articolato su una compagnia tra-
sporti su ACP /80, una compagn ia comando e servizi e una compagnia ma ntenimento e rifornimenti che inglobava anche un plotone trasporti su Astra BM 20; in più, un nucleo gen io per le attività di minuto m antenimento e l'effettu azione di quei lavori che l'inadeguato s is tema viario albanese rendeva indispensabi li: costru z io ne di s trade, a llesti me nto di piazzole di sosta e di manovra, ecc. Chiudeva l'orga nico una sezione d i sanità. In un primo tempo, analogamente alla fus ione organica della componen-
nello stesso episodio bellico (nel 1916, durante la prima g uerra mondiale, tre MISSIONI ufficiali -i fra telli Boldrini, uno capitano, uno tenente, uno sottoten ente - INTERNAZIONALI provenienti da tre reparti e tre fronti di- DI PACE vers i, s i ritrovar ono casualmente e a sorpresa ins iem e, nel momento in cui scattava l'atta cco italiano al monte Rasta). È forse la prima volta, tuttavia, che un padre e due fig li si trovino insieme ad affronta re la stessa missione. Il colonnello Sa nsone dunque, pochi g iorni dopo l' assunzione del s uo incarico in seno a «Pellicano», colpito dal-
te rifornimenti e mantenimento in un'unica compagnia, il m agazzino ricambi divideva le s tesse tende con l'officina. Nel dicembre 1991, giungeva il nuovo vice comandante del contingente, il colonnello Luigi Sansone, massima autorità del Corpo Automobilis tico presente in A lbania, che ricopriva anche l' incarico di coordinatore logistico. Merita aprire una breve p arentesi su q uesto personaggio che, avendo operato nell'ambito della missione per un intero anno, quello p iù critico e denso di problemi, fu il vero motore dell'attività logis tica del contingente. Questa parentesi la apriamo su una piccola ma significa tiva curiosità. Ci è capitato, nel corso d ella stesura di nostre precedenti opere, di imbatterci in militari consanguinei impegnati
lo spirito umanitario della missione e dal comportamento esemplare degli autieri, fece tras ferire al Centro Logistico «Acqui» il proprio figlio Paolo, allora caporale conduttore presso il 10° Battaglione Trasporti «Appia» di Napoli, il quale per cinque mesi venne impiegato come conduttore sia a sud che a nord d ell'Albania. Non passava molto tempo, che l'altro figlio, Tommaso, sotto tenente automobilista della «Taurinense», veniva avviato ad espletare gli ultimi due mesi del suo ser vizio militare presso il Centro Logistico di Durazzo. Chiusa la parentesi. Su decis ione del colonnello Sansone, poiché s ul centro logistico di Durazzo gravava la distribuzione presso 21 dei 27 magazzini di stato, fu costituita una seconda compagnia tras por-
Il Battaglione Logistico «Carso» è giunto a Durazzo; si monta la tenda officina (foto «Carso»;
143
CAPITOLO
3
Il deposito carburanti del Centro Logistico "Carso .. spiegato sotto una pineta (foto G. Cherubini).
144
ti, traendo gli Astra BM 20 d alla com pagnia mantenimen to e rifornimenti e dal Centro Logistico «Acqui» di Valona, con l'aggiunta di «Astrin i» BM 201 g iunti dall'Italia. Fu dis posta altresì la sepa razione d elle attività di rifornimento e di manten~m e nto, pur rimanendo le s tesse sotto un unico comando. L'officina era per gran p arte attend ata, con tend e distinte per i veicoli leggeri, i VM/90, gli ACP, gli Astra; c'era poi il pos to per la ricarica d elle batterie e quello per la riparazione d ei pneumatici. Molte s trutture vennero costruite con materiale di recupero o acquis tato s ul pos to, oppu re fatto giungere dall'Italia. ·Il funzionamento d ei vari organi segui va le s tesse procedure valide per il territo ri o naz ionale, pur nel contesto d ell a p reca rietà in cui doveva no operare. Il comando della compagnia mantenim ento e rifornimenti, ad esempio, era installato all'interno di containers abita tivi, ma era dotato di computer. Il prelevamen to avvenjva mediante i buoni previs ti . Il magazzino ricambi era invece in grandi tende d i commissariato, di quelle abi tualmente ad ibite a dorm itori, affian ca te e rese comunicanti. Alloro interno, i ricambi erano dis pos ti in incas tellature sovrapponibili a lli n ea te in modo che tra una fila e l'altra ci si potesse muovere con il solleva tore (il cos idd etto muletto) .
I ricambi ordinari pervenivano settimanalmente via nave da Trieste. Quelli urgenti venivano invece prelev ati presso la 9a SA RE di Bari. Questa procedura (quella cioè di attingere presso l'organo logis tico più vicino, anziché dall'Sa ORE di Roma, organkamente a ciò preposta) costituì un'eccezione a l normale iter burocratico e no n fu l'uruca. Altra significativa deroga fu quella che rig uardava il rifornimento di ricambi per g li Astra. Poiché il reparto incaricato dell'assistenza logis tica a «Pellicano» (del quale diremo fra breve, a parte), non aveva livelli per ques to tipo di autoca rri, il coordinatore logistico, colonnello Sansone, chiese e ottenne dal Comando dei Ser vizi Tras porti e Materiali di poter effettuare il rifornimento direttamente dal 4° grado, cioè dal Magazzi no Centrale Ricambi Auto (Ma.C.R.A.) di Piacenza. C'erano, per i prelevamenti presso la SARE di Bari, due elicotteri Chinook per i quali era stato costruito un appos ito eliporto. Venivano effettuati viaggi settimana li, il sabato, con il criterio della ottimizzazione d elle esigenze: con l'occasione, insiem e al prelevamento d ei rica mbi urgenti r ichies ti nell'arco della settimana, venivano infatti avviati militari ad effettuare analisi m ed iche, venivano ri coverati bambini albanesi p resso gli ospedali ba resi e venivano perfi no inviati in breve p ermesso, con obbligo di rientro in serata, militari particolarmente m eritevoli. Non erano certo queste le sole né le
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Un elicottero Chinook in sosta presso l'eliporto di Durazzo (foto G. Cherubini).
principali m a nsioni d i qu esti g rossi veli voli. Ogni giorn o essi si levava no in volo per trasp orta re d erra te alime ntari in loca lità irraggiungibili d agli a utomezzi. D' inverno poi, qu a ndo a nche le s trad e p iù trans ita te di veniva no im pra tica bili p er la neve, il loro impiego si faceva a ncora più intenso. Diven ivano pa rticola rme nte p reziosi allorché s i
a vev a un fe rito o un m ala to g ra ve. A ca usa d ell o s tato d elle s trutture sanitarie a lba nesi, questi veniva no ricoverati in p oche d ecine d i minuti, come d e tto, presso q ualche osp ed ale di Ba ri . Il secondo Centro Logistico prendeva il nome di «Acqui» appunto d all' u nità (il Battaglione Logis tico «Acqui», con sed e a L'Aquila) che lo a veva co-
«Ogni giorno gli elicotteri si levavano in volo per trasportare derrate in località irraggiungibili dagli automezzi, (foto «Carso»).
145
CAPITOLO
3
Autocolonna del Battaglione Logistico «Acqui» in movimento per il trasporto a domicilio di derrate alimentari (foto «Acqui,>).
stituito per primo, ed aveva sede a Valena . Più leggero di quello di Durazzo, era articolato su una compagnia comando e servizi, una compagnia trasporti s u ACP /80, una compagnia mantenimento e rifornimenti, più un nucleo sa nità. Qu est' ultimo svolgeva servizio a favore della popolazione albanese; era costituito da un certo nume ro di med ici e di crocerossin e che tutte le mattine s i recavano a prestare la loro opera presso gli ospedali albanesi. Mentre il reparto di Durazzo era alimentato dalla rete elettrica albanese, rinforzata da una certa quantità di gruppi elettrogeni, quello di Valona poteva far affidamento soltanto su questi ultimi. Ogni shelter trasmissioni, ad esempio; ne aveva uno. Con la progressiva diminuzione del flusso degli aiuti alimentari, il Centro di Valona pose fine alla sua attività di distribuzione di viveri, per rimanere in piedi come nucleo sanitario e come centro di supporto per le autocolonne in transito.
In viaggio per l'Albania
146
Gli au tieri cominciarono così la loro a ttività di trasporto con lo s tesso impegno dei loro coetanei di 50 a nni prima. Ma stavolta c'era la coscienza di non operare per recare offesa a un altro popolo, per di più in casa sua, ma di essere lì solo a fornire aiuto.
Un'autocolonna standard era costituita da un VM 90 in testa con il so ttufficiale comandante (le colonne erano sempre al comando di sottufficiali), seguito da una serie variabile di automezzi; chiudevano un'autoambulanza Ducato, un M 120 autosoccorso ed infine l' AR/76 Hard Top del «Leonessa» c he assicurava il costante collegamento con il campo base. La s icurezza vicina veniva assicurata dalla scorta di poliz iotti albanesi, unici autorizzati all'uso delle armi, che viaggiavano sem pre a bordo dei mezzi, in cabina, insieme al conduttore. Il costante collegamento radio con la sala operativa, che effettuava il monitoraggio, costituiva un ' ulte riore s icurezza per l'autocolonna. Agli elicotteri, il compito del sorvolo, pe r il controllo delle s tesse autocolonne dall'aria. Tutto semplice, allora? Certo, lo sarebbe s tato, se inquadra to in uno scenario operativo quale quello del nostro pa ese, ma in Albania ... Da dove cominciare? Parliamo delle strade. L'ampiezza estremamente ridotta, il fondo dissestato con pochi tratti in asfalto, la morfologia del terreno estre mam e nte acci dentata e impervia, mettevano a dura prova l'abilità dei conduttori e la res iste nza delle parti meccaniche degli a u tomezzi. An che i tratti in asfalto avevano i loro bravi inconvenienti. Non esiste ndo in Albania macchine livellatri ci, il
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
La morfologia del territorio albanese, estremamente accidentato, rendeva non sempre possibile il rientro delle autocolonne al campo nello stesso giorno della partenza (foto «Acqui").
fondo s tradale s i mos trava ovunque p iù o meno ondu lato. L'asfa lto veniva infatti steso direttamente s ulla sede s tradal e, facendo anzi bo llire il catra me s ulla ca rregg iata s tessa . Il s u ccessivo passaggio dei veicoli lo costipava in certi tratti più, in altri m e no, sì che un viaggio in auto veniva a somigliare ad un giro s ulle montagne rus se. L'Albania ha un territprio con una superficie di p oco superiore a quello di una regione come la Sardegna. Con una viabilità appena sufficiente, anche senza dis porre di autostrade, nessu na località sarebbe risu lta ta tanto dis tante da non consentire l'intero viaggio di an-
d a ta e ritorno n ell 'arco di un giorno . Con s trade in tale stato, al contrario, le autocolonne cominciava no a partire alle 4 d el mattino, le ultime rientravano alle 22. Molte, anzi, s i vedevano costrette a pernottare nelle loca lità di des tinazione, in un ambiente senza alcuna capacità ricettiva, sia in fa tto di alloggio che di ristorazione. L'arrivo d ell'inve rno poi, con la neve e il ghiaccio, avrebbe finito con il moltiplicare le difficoltà . Abituale era, poi, imba tte rsi in mandrie e greggi sulla sede stradale, che obbligavano a frequenti soste fino a che il pas tore, adombra to quasi fosse vittima di una indebita ingerenza nel suo re-
Autocolonna lungo la strada Durazzo-Pogradec (foto A. Marandino).
147
CAPITOLO
3
Statua del «Balilla presso la sede del Centro Logistico "Carso» (foto G. Cherubini).
148
Magazzini di stato a Durazzo per l'immagazzinamento dell'olio {foto «Carso»).
gno, non si decideva a far sgombrare il bestiame. Di queste soste approfittavano i ladruncoli: un salto sul mezzo, giù un sacco e via, col prezioso bottino su lle spalle. Questi piccoli furti, peraltro, erano all'ordine del minuto. Gli stessi addetti allo scarica mento e caricamento se ne tornavano la sera a casa più pesanti di almeno 30 chili rispetto al mattino, con le falde dei pantaloni, legati alla caviglia, rigonfie di grano. Preziosissime erano, allo scopo, le nostre comuni bottiglie di plastica: un piccolo foro nel sacco, il collo della bottiglia che vi veniva infilato, una scrollatina, ed ecco una bella provvista per la famiglia.
Altro notevole problema era quello delle infrastrutture, quasi sempre sottodimensionate rispetto alle esigenze: le più efficienti erano sempre quelle realizzate ai tempi del Duce. (Questa tendenza degli Albanesi a conservare le tracce della nostra antica presenza si evidenziava un po' dovunque. A Durazzo, presso la sede del Centro Logistico, era perfino conservata una statua del «Balilla ». Non era mai stata abbattuta, neppure con l'avvento del regime comunista e il suo ultraquarantennale dominio. L'unica accortezza che era stata usata alla statua era quella di avergli fatto abbassare il braccio, prima levato nel gesto del sa luto). Ogni più semplice operazione, con
strutture di questo genere, dava origine a problemi che costitu ivano continui banchi d i prova per lo spiri to d i iniziativa del personale del Corpo, che veniva stimola to alla ricerca delle più disparate soluzioni di emergenza. Citeremo alcuni casi, nella miriade di esempi. Per l'o lio sfuso, venivano usate 20 au tocisterne che aspiravano il liquido dalle navi e lo ripompavano, dopo il trasporto, nei serbatoi albanesi: lo sta-. to e le dimensioni delle tubature di ques ti ultimi offrivano il des tro allo sbizza rrirsi della fantasia: dalle sa ldature più sofisticate, al ricorso ai vecchi e sempre cari sp ago e fil di ferro. Per l'immagazzinamento d el g rano, era stato scelto un capanno ne le cui pareti erano tenute s trette d a tiranti di acciaio che a ttraversava no il loca le ne l senso della larghezza, a così limitata altezza dal pavimento da impedire l'accesso degli Astra con il carico. Si durò una bella fatica per convincere l' incaricato albanese che, tog liendo un tirante ogni quattro, si sarebbe consentito l'ingresso agli autocarri sen za compromettere la stabilità d el fabbricato. Un problema non minore era r app resentato dalla s tessa m entalità della gente albanese, frutto di una seco lare dominazione turca, segu ita da decenni di rigido regime comunista d i modello cinese; usi a vivere alla giornata, gli Albanesi si sentivano del tutto disorientati al sentir parlare di pianificazio ne di un lavoro. Ecco perciò che, dove sapevi di trovare dieci operai, ne trovavi tre. Gli orari, poi, erano qualcosa di ve-
ramente aleatorio. Toccava, in ogni caso, a l coma ndante della colonna fa rsi MISSIONI parte attiva p er la ricerca di u~a soluINTERNAZIONALI zione. Sul g rano, poi, merita fare un di - DI PACE scorso a parte. Inizialmente esso arrivava confezionato in sacchi, sì che siritenne opportuno, per agevolare le operazioni di scarico, far pervenire nastri trasportatori dall'Italia. L'Albania, però, è un paese originale, o quantomeno d iverso dal nostro, ed i problemi vanno visti ed esaminati con un'ottica d el tutto differente. Il fatto che l' impiego d i ques ti macchinari alleviasse lo sforzo fisico deg li addetti allo scarico, comportava una riduzione della paga g iornaliera che le autorità albanes i erano disposte ad ela rgire sì che, su pressione degli stessi manovali albanesi, si dovette rinunciare ai nastri trasporta tori per tornare alla originaria e pura forza muscolare. Successivamente, le autorità governative italiane e la CEE stessa ritennero più conveniente inviare grano sfuso, anziché in sacchi. Fu così necessario far pervenire m acc hine «soffianti » p er il suo immagazzinamento. Vennero effettuate, altresì, modifiche ai cassoni degli Astrae degli «Astrini». Questi automezzi, dotati d i cassone ribaltabile, erano i più idonei al trasporto delle granaglie sfuse. Tutta via essi hanno una capacità di carico molto elevata e il basso p eso specifico del grano faceva sì che, anche col cassone riempito fino all' orIo, rimanesse una capacità res idua assai cons is te nte. Vennero perciò effettuate modifiche agli stessi cassoni, con
Ad alcuni Astra vennero alzate le sponde con pareti di legno per aumentarne la capacità di trasporto del grano (foto " Carso").
149
CAPITOLO
3
Spiaggia privata del defunto dittatore Henver Hoxa (foto G. Cherubini).
l'applicazione di pareti di legno che ne elevavano l'altezza delle sponde. Non va sottaciuta una ulteriore, rilevante incombenza per i due centri logis tici. Come un' automobile, ai fini d e l trasporto, non può utilizzare tutta l' energia prodotta dal motore, ma ne deve cons umare una notevole percentuale solo per muovere se stessa, così un battag li one log istico è costretto a s pend e re una parte delle proprie potenzialità per la propria pura esistenza; e ques to, in Albania, veniva aggravato dall'assoluta mancanza di risorse loca li. Ogni attività, dal la p iù bana le ripa razione di un mezzo, al confezionamento d i un panino, andava rea li zzata in proprio.
150
Un altro Corpo militare autore di una pregevoliss ima e me rito ri a attività in seno alla s tessa missione è stato qu ell o della Sanità, costituito da un nucleo di medici coadiuvati da crocerossine. Vennero realizzati due poliambula tori, dove ogni s pecialista poteva assicurare visite a seconda d ella propria disciplina. Anche, e soprattutto, in ques to settore, veniva scoperta la dis tanza (in te mpo, non in spazio) che separa va l'Albania dal resto del mondo. Già dai servizi televisivi s ug li sbarch i in Italia si erano intuite le preca ri e condizioni igienico sanita ri e del paese. La rea ltà scoperta su l posto s upe rava ogn i immaginazione: unico farmaco dis ponibile, contro ogn i malatti a, l'aspirina. Venivano addirittura rinvenute malatti e che da noi erano da tempo relega te nelle e nciclopedie, com e i l ca rbonchio. La scabbia colpiva me tà d ella popolazione. Con encomiabil e s lancio e ca pa cità
professional e, medici, infermieri e crocerossine, ins ie me al personale medico albanese, si gettavano nella loro opera umanitaria. In presenza di feriti gravi (per incid ente, ad esémpio), un elicottero, in poche decine d i minuti, ricoverava l' infortunato presso qualche clinica pugliese. Pe r quanto rig uarda i rapporti dei nost ri solda ti con la popolazione, contrariamente a quanto s i potrebbe ritene re, ess i non furono mai eccessivame nte freque nti o improntati a s pirito di familiarità. D'altronde, le città non aveva no nu ll a da offrire e og ni svago del tempo li bero - quel poco c he c'era, vi s to c he s i lavorava giorno e notte era all'interno del campo. Ciò non im pediva, tuttavia, l'organizza z ione di s pettacoli , con l'intervento di cantanti, attori, g ruppi folkloristici albanesi. Libere usci te isolate non e ra no consentite; vennero invece organizzate gite colle ttive. A Valona c'era una cala incantevole dove sa ltu a riamente gli ufficiali potevano reca rs i in visita o, perché no, a godere un po' di quel mare di un pu li to impossibile dalle nostre parti. Era s tata la s piaggia privata e personale d el d efunto dittatore Henver Hoxa, con tanto di villa c barca. Quando egli vi s i recava, i dintorni pullulavano di poliziotti a difesa della s ua privacy. Come non provare sgomento al confro ntare il tenore di vita di questo s ignorotto dei tempi mod e rni con q uello nel quale lasciava vivere il s uo popolo? Ovunque i nostri conduttori s i recassero, erano perseguitati dalla prese nza ossess io na nte di bunker, case-
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
«Ovunque i nostri conduttori si recassero, erano perseguitati dalla presenza ossessionante di bunker, casematte...". Se ne contavano 700 mila su tutto il territorio (foto G. Cherubini).
matte, l' abnorme prodotto della me nte obnubilata di una pe rsona vissuta al di fuori d el s uo te mpo. Ma, ripe rcorre ndo i precedenti s to rici dell'Albania, ci sa rebbe anche da chiedersi in quale misura l'Italia abbia contribuito, con le sue passate decisioni, a creare questa sorta di complesso di persecuzione in ques t' uomo che s i e ra accolla to la responsa bilità del futuro del s uo popolo. Probabilmente scottato e deluso dal comportam e nto dei vicini p iù prossinli, il dittatore era andato a cercarsi un alleato nel posto più lontano al mondo, addirittura agli antipodi: la Cina. Tracce vis tose di questa alleanza erano presenti ovunque. All'aeroporto di Ti rana s i vedevano spesso d ei vecch i Mi g cinesi, trainati da sgangherati autocarri. Nessuno rius cì mai a vederne uno levarsi in volo e c'era da chiedersi se avessero mai volato, dal loro arrivo in Albania. I soli contatti con la popolazione erano quelli derivanti dall'attività svolta; quanto bastò, tuttavia, a un sottufficiale, pe r conoscere e sposa re una ragazza albanese.
Assistenza al Contingente È s tata fin qui esaminata e illus trata l'attività esercitata dal contingente «Pellicano» nei confronti della popolazione albanese. Ma ... chi forniva assiste nza allo s tesso contingen te? Come avvenuto, prima e dopo, per ogni corpo di spedizione inviato in missioni oltre confine, anche il «Pellicano» doveva essere alin1entato e supportato in tutte le sue necessità, per assolvere alla propria missione. Tuttavia, a differenza di altri,
il «Pelli cano» non era a rticolato su una sola grossa unità e non poteva p e rciò essere alimentato da quella aliquota d ella stessa unità rirnasta in Patria. Fu necessario perciò devolvere ad un unico reparto l' incarico di fornire assistenza logis tica a l contingente, a prescinde re dalla dipendenza organica del p e rsonale via via impegnato; e questo inca rico venne affid ato al 5° Battaglio11e Logistico di Manovra «Euganeo», di stanza a Treviso, caserma «Salsa », comandato, nel primo anno, dal te nente colonnello Enzo Capocaccia, s uccessivamente - dal28 settembre 1992- dal pari grado Nazzareno Angelucci. All'inizio d ell e operazioni esso aveva concorso, for ne ndo una consis te nte aliquota di 9ufficiali, 10 sottufficiali,64 militari di truppa e 100 automezzi, alla costituzione d el Centro Logis tico «Carso» di Dura zzo. In seguito, per oltre due anni e fino al termine d ella missione, il so si accollò l'onere di a pprovvigionare ed inviare in Albania tutto ciò di cui il contingente abbisognava. Al Battaglione facevano capo le richieste non solo relative al mate riale automobilistico, ma anche a quello di Artiglieria, Genio, Trasmissioni, Con\missa riato, Sanità, ALE, che esso si faceva carico di prelevare presso tutti i rispettivi centri di rifornimento del· nord Italia. Questo materiale affluiv a presso la caserma «Salsa» di Treviso, che fungeva da centro di raccolta. Qui esso veniva assunto in carico, dopodiché si passava al condizionamento dei carichi in frigo-freezers se si trattava di viveri deperibili, oppure direttamente s ugli ACMe ACP, nel caso di colli contenenti materiale di altro genere.
151
CAPITOLO
3
D
Automezzi del Battaglione Logistico «Euganeo", destinati a fornire assistenza a «Pellicano", sulle banchine di Porto Marghera (foto «Euganeo»).
152
Da Treviso partivano le autocolonne d irette a Tries te. Nei primi tempi se ne svolgevano anche tre ogni settimana, di 10-15 automezzi ciascuna. In seguito, con l'assestarsi della s ituazione, il numero si ridusse ad una sola la settima na. Le colon ne, giunte in zona, sos tavano una no tte presso la caserma Brunner, di Villa Opicina, sede del "Piemonte Cava lleria ", p er essere poi imbarcate (automezzi e materiali) l'indom an i dal porto d i Trieste. In Albania s tazionava p erennem ente un ufficiale del Battaglione, con l' inca ri co di accogliere gli au to mezzi a ll'a rrivo e di far trovare pronti quelli che invece doveva no essere rimpatriati p er ripa razio ne o per termin e missione. AI ritorno d ella nave, gli automezzi inefficienti venivano scarica ti per mezzo di gru nello s tesso porto di Tries te, per essere avviati a lla riparaz ione presso d itte civili co nvenzionate della zona . Questi mezzi, una volta riparati, costitu ivano «riserva tecnica» per eventuali s u ccess iv i impieg hi. Sul Battag lione gravava quindi anche il compito della loro ges tio ne, con l'effe ttua z ione di manute nzioni ordinarie, controlli di affidab ilità, ecc. Presso la caserma «Salsa » veniva fatto a ffluire non solo il materiale necessa rio al contingen te ma anc he que ll o raccolto, e d estinato a lla popo lazione a lbanese, d a parte di enti pubblici e associazioni umanitarie, la Caritas in particolare. Anche questo veniva trasferito a Trieste a cura del Battag lione, per po i entrare nel circu ito d el ma ter ia le che il contin gente «Pellica no » conseg nava al governo albanese. Rientrava nei compiti del Ba ttaglio-
ne anche quello di provvedere alla ri parazione d i attrezzature e strumenti mai prima immaginati, quali ferri da s tiro, fornelli, video a colori, pela patate, affetta triei, friggitrici, ecc., per la riparazione dei quali fu necessa rio s tipulare contratti con ditte s pecia lizza te. Perfino il «benessere» del con ting ente era a ffidato a lle cu re del Battag lione, che doveva approvvigionare ed inviare in Albania a ttrezza ture di s vago per le sa le convegno. Il calcolo effettuato a cons untivo delIa missione, protrattasi dal 22 settembre 1991 fino al gennaio 1994, parla di o ltre 12.000 automezzi movimenta ti, che avevano percorso circa 2,2 milioni di chilometri, incorrendo in un so lo incidente di lieve entità (il tutto, ovv iamente, riferito ai viaggi Treviso-Tries te). Le attività di m a ntenimento parlano di circa 15 mila inter venti effe ttuati, per un totale di 120 mila ore lavorative. Per l'attività svolta a favore di «Pellica no», il 5° Battag li one Logistico di Manovra «Euganeo » ve nne in sig nito della Croce d i Guerra al m erito d ell'Esercito con la seguente motivazione. «Ba ttag lione Logis tico di Manovra, incaricato del sostegno ai centri logistici «Ca rso» ed «Acqui», costituiti nell'a mbito d e ll 'operazione «Pell ica no » per la distribuzione d eg li aiuti um ani ta ri a favore della popolazione a lbanese asso lveva a l compi to con abnegaz io ne ed eleva ta efficien za, co ntri buendo in maniera determinante alla piena riusci ta d ell'operazione medesima . Chiaro esempio di disinteressato spirito di sacrificio, capaci tà organizza tive e professiona lità».
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Gli automezzi del Battaglione Logistico «Euganeo», effettuato il trasferimento per via ordinaria fino a Trieste, vengono imbarcati presso il porto di questa città (foto «Euganeo»).
Sviluppi e conclusione Lo sv ilup po d ell'operaz ione «Pell ica no» non seguì un programma be n d efinito e p ia nifica to, m a d ove tte ad a tta rs i a ll e varie s itua zio ni, con m od i fica de ll e attiv ità a s econda d ell' influ e nza d elle variabili (d ecisioni d el Minis tero degli Esteri italia no, dis ponibilità d elle au torità albanesi, tipologia d i d errate, ecc.), ad eguandosi di volta in volta alle nuove esigenze. Dopo una prima fase du rata circa nove mesi, nella quale tu tto l'onere della missione gravò s u «Pellica no », nell'esta te del 1992 s i a ffi ancava ad esso l'o perazione «Aquila»: con essa, l' autoparco d ell'esercito alba nese si affi ancava a quello italiano, p er condurre insieme l'a ttività di trasporto. Ins ieme ad «Aquila» s i affacciava una nuova rea ltà, quella costituita d all' impre nd itoria p riva ta a lbanese nel settore d ei trasporti; sin tomo estremamente positivo, d opo decenni di pia nificazio ne s ta ta le che aveva portato al soffoca mento di ogni iniziativa privata, con m orte d ella s tessa economia albanese. L'affiancamento nel setto re d ei trasporti si p rotraeva fin o al m ese di giug no 1993, quando cessava l' attività degli Italiani, per essere assunta in toto dag li Albanesi. «Pellicano» continuava a funzionare solo per l'assis te nza sanitaria, con équipes mediche che operavano nelle strutture di Durazzo e Yalona . Lentamente, m a gradualmente, ci si avviava alla conclusione d ella missione. Il 26 novembre 1993 giungeva a Durazzo la nave anfibia «San Giorgio» d estina ta a riportare in pa tria g li ultimi supers titi del contingente.
Il 3 d icembre 1993, venerdì, s i svolgeva l' ultimo ammainabandiera presso la base d i Italfo r, seguito d a una piccola cerimonia ufficiale di termine operazio ne presso il palazzetto d ello s po rt di Tira na, all a p resenza del Primo Mi nis tro e di altre autorità albanesi. Le cifre ufficia li, riporta te da rivis te s pecia lizza te, a consuntivo d ella missione, per quanto concerne il Corpo Automobilis tico, parla no di 10.502.702 chilo m e tri p erco rsi, con il tra s p o r to di 352.634 tonnella te d i m ateriale. I numeri, in verità, sono a lquanto fu or vianti, da l mom ento che vengono riferiti al complesso d ei due an ni d i vita d i «Pell ica no» . Assu m ono il g ius to risalto, se s i tiene con to d el fa tto che, sul totale d elle percorrenze, l O milioni di chilo metri vennero percors i nel solo primo a nno, q ua ndo tutta l'attività di tras porto g ravava s u «Pellicano». Qua li riflessioni trarre, dall 'esp erienza alba nese? Forse, senza l' intervento ita liano, s i sarebbe avuta in Albania una nuova Jugoslavia . La fam e avrebbe spinto la popolazione verso ulteriori massicci tentativ i di fu ga, con innesco d i una catena di ribell io n i e re pressioni. Forse il p assaggio da l comunism o alla d emocrazia no n sare bbe s tato così ind olo re. C'è s ta ta a nch e, forse impercettibile, una certa ri p resa economica, avvertibile nell a p rogettata rifor ma agraria, con la dis tribuzio ne delle terre ai contadini . Un s olo rammarico, traducibile in u n a s peranza e in una propos ta. Essa scaturisce d a una con siderazione: l'Alba nia è in possesso d i grandi ricchezze
153
CAPITOLO
3
Gli automezzi del contingente si apprestano a salire sul traghetto per l'attraversamento del fiume Drin (foto A. Marandino).
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
154
delle quali l'Italia ha bisogno; il sottosuolo cela petrolio, cobalto, cromo ... ; il territorio è percorso da grandi fiumi ricchi di acque, che potrebbero fornire grandi quantità di energia pulita che non sarebbe difficile, con un elettrodotto, tras ferire in Puglia e immettere nella nostra re te, con intuibile vantaggio per la nostra bilancia dei pagamenti e per il disinquinatTiento; le coste presentano angol i incantevoli, un sogno per tanti imprenditori turistici. A s ua volta l'Albania ha bisogno di tutto: case per i suoi
abitanti, che le nostre imprese potrebbero costruire; macchinari p e r l'agricoltura che le nos tre industrie potrebbero fornire; opere di irrigazione che i nostri tecnici potrebbero rea lizzare. Perché tutto ciò non si verifica? Si a spetta forse che qualche altra na z ione, più sagace della nos tra, colga l'occasione e si sostituisca a noi nel la realizzazione di tanti progetti così reciproca me nte vantaggiosi? Una domanda da rivolgere al mondo politico e imprenditoriale italiano, se mai esiste una ris pos ta.
Tra le possib ili testimonianze dello missione «Pellicano», scegl iamo quello di un sergente, M ichele DI FONZO, abruzzese, proprio per il suo grado, che implica al tempo stesse mansioni di responsabilità e di comondo, ma anche uno presenza diretto e fattivo nell'azione. Così eg li riferisce la sua esperienza.
va! Italia! Italia! " Ci sentiamo avvolti, per un attimo, negli stessi panni di quegli Americani che, 46 anni prima, erano sbarcati nel nostro Paese. Sentiamo, in quelle voci esultanti, le stesse voci degli Italiani che acclamano gli Statunitensi in qualche vecchio film. Siamo ormai al campo; è quasi un'immaginaria porta che ci si chiude alfe spalle: il primo contatto con la gente albanese è stato meno di un flash. · Passano i primi tre giorni, tutti utilizzati per fa nostra sistemazione. Il campo è costituito da una serie di capannoni. Tutto sa di rustico, spartano, essenziale. Al quarto giorno, fa prima libera uscita, in borghese. Eccoli, finalmente da vicino, gli Albanesi! Frotte di ragazzini ci si fanno incontro, ci circondano: "Come ti chiami? Da dove vieni?" Qualche giovane ci invita, ci offre da bere in uno di quei locali da loro chiamati "bufè". Sarebbe l'omologo del nostro bar, se non fosse per il fatto che lì non c'è praticamente nulla.
«È mezzogiorno del 20 settembre 1991 quando lo prua del traghetto "Golfo del Sole", partito il giorno prima da Ancona, tocco il molo del porto di Va/ono. C'è gente, ad attenderci. Molte le divise. Alcune sono familiari: sono sottufficiali italiani, giunti da Durazzo, la nostra avanguardia che ci aveva preceduto di un paio di settimane. Dietro di essi, un cordone di militari albanesi, armati, a formare un cerchio per impedire alla folla, che preme alle loro spalle, di avvicinarci. Si sale sugli automezzi già pronti e via, diretti al campo che una compagnia del Genio, anch 'essa lì da alcune settimane, aveva approntato per il nostro arrivo. Gran vociare per le strade: grida di "Evvi-
Ci offrono uno bevanda molto o/colico, uno sorto di tequilo. Sarò perché non vi siamo abituati, mo non lo troviamo di nostro gradimento. Sto per svolgersi, di lì o poco, uno portifo di co/cio dello squadro locale e veniamo invitati od assistere. Anche o/ campo lo festa continuo: applausi per gli Italiani. Tuffi ci sono attorno e qualcuno tento di fare il furbo . Allettato do/ rigonfiamento dello fosco posteriore dei pantaloni di uno dei nostri, un ragazzino lento di sfilare il por-. tofoglio. Evidentemente monco di quello destrezza che caratterizzo alcuni abituo/i fre· quento fori dei nostri mezzi pubblici: lo vittima blocco con lo mano lo maldestro manovro; un 'occhiotoccio basto od allontanare l'aspirante borsaiolo. Uno dei so/doti si rende protagonista d i un gesto incauto quanto nefando: regolo 200 lire od un bombino. Non l'avesse mai fotto! il beneficiato non sto più nello pelle e spicco salti di gioia; si sente ol settimo cielo; mo nessuno degli offri vuoi restare ... o ferro : uno selva di mani si protende, tutti aspirano olio stesso regolo. Meglio fornorsene prudentemenle ol campo. Nei giorni successivi il comandante del battaglione impartirò ordini di uno certo severità: mai uscire do soli, mo sempre in gruppo e guidati do un sottufficiole. Allo sera, poi, rientrare con uno certo sollecitudine; non per diffidenza verso l'affetto degli Albanesi, certo; però lo sera giro gente poco roccomondobile: giovani in preda oll'olcool che si scatenano in risse, pericolosi per i loro stessi connazionali. Lo vero missione prende ovvio a l quinto
giorno dal nostro arrivo. N ostro compito: prelevare dalle navi in arrivo, e immagazz inare in alcuni capannoni già predesignati, diverse decine di migliaio di tonnellate di olio alimentare. A bordo di 3 VM 90 portiamo in ricognizione, per prendere conoscenza con l'itinerario e riconoscere i capannoni. Primo ta ppo: Fier, a 34 chilometri do Va/ono . Il fondo stradale è asfaltato, ma squarciato da buche così ampie e profonde che, do/le nostre porti, farebbero dichiarare inagibile qualsiasi strada; per gli A lbanesi è q uanto c'è di meglio, quasi un'autostrada. Lung o l'itinerario, è tutto un susseguirsi d i " W l'Italia!" Il capannone destinato o deposito è deprimente: uno sorto di ha ngar con te tto a sem icilindro, fati scente, probabilmente costruito d ogli stessi Ita liani ol tempo del Fascio. Si va avanti: ecco Lusnie. Qui il capannone si presento in condizioni più confartonti, anche perché più pulito; ma i vetri sono tutti rotti. D'altro porte, non esiste un solo vetro sono in tutto l'Albania; tutti in frantumi, quelli delle cose, delle fabbriche, dei magazzini, degli automezzi ... A vanti ancoro, e siamo o Permei. Tutto, q ui, por/o militare, in modo ossessìvo, attraverso i monumenti fatti erigere dal defunto dittatore Henver Hoxa. Lo ricog niz ione prosegue per Tepelene, una cittadino dove incredibilmente lutti porfono italiano, appreso dalla TV. Dopo Girocoster, il lungo giro, che do/ more ci avevo portato all'inferno del paese, ritorno sullo cos to, o So ro nde, da noi
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Scarico di automezzi del Battaglione Logistico «Acqui» presso un magazzino di stato (foto «Acqui»).
155
CAPITOLO
3
Scarico del grano da vagoni ferroviari su camion albanese (foto R. Signorini).
156
subito ribottezzoto "lo Viareggio albonese". È prossimo al confine con lo Grecia. Veramente delizioso, con i suoi violi di palme, bar, tabaccherie, alberghi. Davanti, sul more, si scorge Corfù. Il ritorno o Va/ono si svolge lungo lo liforaneo. Un incubo, un terribile e angoscioso incubo. Lo strodino, dal pessimo fondo o ghioietto, comincio o inerpicarsi. Si va su, sempre più su, mille metri di quoto; ancoro più su, forse duemila, forse oltre. Lo strettissimo correggiato incombe su orribili strapiombi dal fondo dei quali, lontanissimo, ci raggiunge lo sfavillio del more. Tra le ruote dei nostri mezzi e l'abisso, neppure lo più piccolo protezione. Si fa buio; il more è sempre più giù, in bosso, lontanissimo e, stupendo, ci rimando i raggi dello luna. Quando siamo sul punto più alto, entriamo in un banco di nuvole. l fori dei nostri automezzi non riescono o perforare per più di un metro quel muro di ovatta che ci si è parato davanti . Su ogni automezzo, tre coppie di occhi, spalancati fino o farsi mole, scrutano senza lo minimo distrazione . Dietro ogni curvo può celarsi il baratro che ci porterebbe o una morte orribile, dopo un interminabile volo di duemila metri. Sono le 3 di notte quando, spossati, distrutti, varchiamo l'ingresso del campo, o Va/ono, al termine di un viaggio iniziato alle 6 del mattino precedente. È giò ottobre, eppure fa un caldo incredibile . Le navi cariche di olio non sono an-
coro arrivate e noi troviamo anche il tempo di trascorrere qualche ora al more. Una spiaggia do sogno, incontaminata, deserta, mai immaginabile in Italia: nel nostro paese sarebbe lo fortuna di qualsiasi operatore turistico. Altri quattro giorni ed ecco lo primo nove. Ogni mattina, alle 7 e 15, con 20 autocisterne, siamo al porto. Uno allo volta, gli automezzi possano su una gronde bascula, dove vengono pesati vuoti poi, riempiti, tornano a pesarsi e vanno o incolonnarsi. Con autocolonne divise per nuclei di 6-7 automezzi ciascuno, si parte per il deposito di Fier. Ogni giorno, 3 cicli-viaggio; sono, cioè, 60 autocisterne che ogni giorno scaricano presso lo stesso deposito, per sei giorni alla settimana e per tre settimane di seguito. Difficoltà tecniche si frappongono o ogni minuto. Occorre realizzare un allaccio tra le tubature degli automezzi e quelle delle piccole motopompe, fatte di spezzoni di tubo e di raccordi tenuti insieme con spago e fil di ferro. La disparità di portata è enorme. Anche escludendo il "Turbo Star" (la pompa della cisterna} la solo pressione dell'olio che scende per caduta fa sì che dai raccordi dei tubi si crei una fantasmagoria di cascate, schizzi, zampilli, che rischiano di far perdere uno gran quantità di liquido. Con le nostre, effettuano il trasporto anche alcune autocisterne albanesi, con cri-
Ieri ispirati allo massimo allegria: oggi un corico di olio d'olivo, domani di benzina, dopodomani di aequo potabile ... All'imbottigliamento provvedono le donne albanesi. Tutto è eseguito o mano: uno passato di semplice aequo, senza detersivo, uno struscioto o/l'interno con uno sorta di scovolino, riempimento, una tappata olIa buono, e lo bottiglia è pronto per la distribuzione. Mon mano che il livello dei depositi scen· de, facciamo la spola per riempir/i. Nullo va sprecato e si può comprendere questo · senso dell'economia della gente albonese, anche in contrasto con i più elementari principi di igiene. Un giorno, durante un'operazione di caricamento di un'autocisterna, un fiotto d'olio trabocco dal porte/Ione superiore. Rapido, accorre un operaio con un secchia, raccoglie da terra con le mani olio, polvere, e sporcizie varie e reintroduce il tutto nella cisterna. Il generale comandante del contingente ho impartito ordini severi, affinché vengano evitati contatti, soprattutto di affari, con lo popolazione, ordini difficili do rispettore olio lettera, specie se si intende conservare, nei nostri confronti, quel clima di calore che la gente ho spontaneamente instaurato. Vengono, ogni tonto, o venderei oggettini di artigianato di loro produzione. Vengono, specie in occasione di avvicendamento di personale, per cambiare i loro "leke" con le nostre lire.
Uno merce particolarmente appetita so· no le nostre bottiglie di plastico, proprio quelle che da noi producono tonto inquinamento. Siamo continuamente assediati, soprattutto do bambini, che non si stancano mai: chiedono, chiedono, chiedono, con uno insistenza o volte asfissiante. Chiedono soprattutto biscotti, quei nostri biscotti militari do noi non sempre apprezzati. Una sera siamo all'ufficio posto/e di Va/ono o tentare di telefonare in Italia . All'improvviso, si odono colpi di fucile dalle parti del porto. Accorriamo, incuriositi e preoccupati. "No problema! no problema/", ci rassicura un poliziotto in nostra compagnia. Giungiamo al porto, tutto recintoto di concertino e circondato da soldati. C'è·uno nave che, finito di scaricare, è in procinto di so/pare e alcuni civili albanesi stanno cercando di assaltarla per imbarcarsi e raggiungere, con essa, l'Italia. l soldati hanno già sparato in oria i primi colpi, come prescrive il loro regolamento; lo scarico successivo verrebbe rivolto direttamente oddosso ai fuggiaschi. In effetti... no problema! non è un problema infatti, per un poliziotto albonese o per un soldato nell'esercizio delle sue funzioni, tirare addosso o qualcuno: nessuno aprirà mai un'inchiesta. l controlli per l'accesso al porto sono molto rigidi; noi possiamo accedere solo grazie a un "passi" ben esposto sul petto, firmato doll'ombosciotore italiano e do un
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Brulichio di albanesi, specie bambini, attorno ad una discarica . Particolarmente appetite sono le banali bottiglie di plastica (foto A. Marandino).
157
CAPITOLO
3
Chi ha una bestia da macellare la uccide dove capita, per lo più in mezzo alla strada (foto A. Marandino).
158
funzionario albonese. Senza il passi, nessuno accederebbe, nemmeno gli stessi poliziotti albanesi. l soldati sono ligi al dovere. /loro turni di guardia sono molto pesanti e durano 8 ore consecutive. Nessun contatto è però consentito fra essi e i nostri militari. Solo gli ufficiali godono di uno certo elasticità di comportamento e spesso si intrattengono o parlare con noi. Lo loro domando preferito è "quanto prendi?" Seguono, inevitabili, le loro espressioni di invidioso meraviglio. Per qualche momento facciamo lo figuro dei nobabbi, fino o quando, cioè, avremo loro spiegato che, se in Italia si percepisce molto più che in Albania, lo vito è anche notevolmente più coro e che perciò i nostri stipendi non ci consentono gli sfrocelli che essi immaginano. Un giorno, presso il porto di Durazzo, mi trovo o sostenere uno conversazione sull'argomento con un commercialista albonese il quale, avendo realizzato un gruzzolo di ben 18 milo leke, mi esterno il suo progetto di venire o trascorrere uno lungo vacanza in Italia. "Ma o quanto corrispondono, in dolla ri, i tuoi 18 milo leke?" gli domando . "A 1200 dollari" mi risponde quello, certamente convinto di suscitare lo mio ammirazione. "Beh, fai conto alloro che lo tuo vacanza in Italia posso durare uno settimana". Osservo lo faccio allibito del mio inferlocutore: gli ho appeno ucciso il più bel sogno dello suo vito! Lo mio permanenza o Va/ono duro un
mese esatto. 11 20 ottobre vengo richiesto a Durazzo, porto più gronde di quello d i Va/ono e meglio attrezzato. Niente olio d'olivo, questo volto. Qui arrivano novi cariche di grano, fagioli, zucchero, ecc., mai carne. Anzi, se c 'è uno coso di cui l'Albania non ho bisogno è proprio lo carne. Di animoli ce n'è in abbondanza, ma è tuffo do osservare il modo di mocellozione e di vendita : niente moffofoi, niente negozi. Chi ho uno bestia do macellare, lo uccide dove capito, per lo più in mezzo allo strada. Sul posto lo scuoio, lo taglio o pezzi {direttamente in ferro, tra lo polvere), e lo vende. Pensote che si faccio distinzione, come do noi, tra fettina, girello, filetto, bistecca, ecc.? macché! è carne e basto, e si vende o peso, senza stare o guardare do quale porte dello bestia viene tagliato. E per lo confezione? niente corto, niente sacchetti. L'acquirente abbranco il suo pezzo di carne e, stringendoselo al petto, se lo porto o coso, incurante delle inevitabili conseguenze sul proprio abbigliamento. A Durazzo, io sono addetto al trasporto di grano, che viene effettuato mediante Astro, autocarri ribaltabili del Genio. Apposite gru pescano do/le stive delle novi e riempiono dei silos, dai quali il corico posso sugli autocarri per essere distribu ito tra i vari magazzini dell'Albania. Un giorno lo località do raggiungere è tonfo distante che non riusciamo od effettuare il viaggio di ritorno nello stesso giorno. Siamo o Bure/l: decidiamo di pernottore sul posto, in albergo. Entriamo. Un odore nauseabondo di orino, e sputocchi dop-
pertutto, sul pavimentto di mattoni sconnessi. O ccupiamo le nostre camere dove lasciamo i sacchi a pelo (siamo stati fortemente sconsigliati dal dormire nei letti, per via delle colonie di zecche) . Scendiamo al ristorante, dove continua o persegui/arei il repellente tonfo di orino. Il poliziotto accompagnatore ci consiglio il piatto tipico albonese. Il ristoratore apparecchio: uno tovaglia di cui non si riconosce più il colore originario, tanto è impodellota; posate incrostate di unto, tonto che ci vediamo costretti o tirare fuori le nostre, · di p/ostica; una bottiglia d'acqua sul cui collo corre un rilevante cerchio nero di sporco, sì che decidiamo di servirei di quello trasportato sugli automezzi. Arrivo lo specialità albonese. In un piatto do/le dimensioni di un nostro piatto do minestra, c 'è un po' di riso, un pezzetto di carne, due pezzetti di peperoni, due o tre fettine di pomodoro e altrettante di cipolla. In un attimo, tutto sparisce nei nostri stomaci affamati. Restiamo qualche istante in atteso che, dopo quello che noi avevamo ritenuto un antipasto, giungesse tutto il resto; ma il poliziotto accompagnatore si alzo. "Dove voi? e il pranzo?" "Quale pranzo? questo, è il pranzo!" Già, per gli Albanesi, quello è antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dessert. Insistiamo per rimanere seduti, per farci portare .almeno un'altro porzione della stesso p ietanza, pagando/o s'intende. Nul-
fa do fare : per legge spetto una porzione o testo; quello, e basto . Forse mai come in questo momento comprendiamo quanto profondo sia lo povertà di questo popolo, e quanto abbia bisogno del nostro aiuto. Scopriremo poi che quello non è solo il "piotto tipico" albonese, ma anche /"'unico" piatto albonese. Un giorno, mentre me ne sto in disparte in un capannone, in atteso che vengo ultimato lo scarico de/grano, vedo correre verso di me, urlando in albonese, un giovane. Accorro. È avvenuta una disgrazia . Un vecchio operaio, padre del giovane, mentre ero intento o scaricare, ritto sul cassone inclinato dell'Astro, ero scivolato giù, e avevo battuto con violenza il mento sullo spon· do. Uno ferito orribile. Accorre l'ufficio/e medico il quale si avvede subito di come, oltre o/ grosso squarcio sul viso, ci sia anche uno brutto fratturo allo mandibola . Il vecchio mostro uno resistenza eroico. Le lacrime colono dai suoi occhi, ma silenziose; non un lamento esce dalle sue labbra. Il medico gli applico alcuni punti di suturo e lo invio immediatamente, con /'ombulonzo, oll'ospedole di Durazzo. Le ambulanze italiane ci seguono quasi sempre, nei nostri viaggi. Quando non sono disponibili, c 'è sempre con noi o/meno un ASA (Aiutante di Sanità) con lo voligetto del pronto soccorso. C 'è uno coso che sconcerto sopra ogni coso, girando l'Albania: il vedere quanto
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Scarico di merci a Durazzo e caricamento su ACP/80 (foto G. Cherubini) .
••• -~~
I JI
••
•
159
CAPITOLO
3
gli Albanesi potrebbero essere ricchi e quanto immensa sia invece la loro miseria. Hanno risorse di gran lungo superiori alle nostre, potrebbero stare meglio di noi e siamo noi invece o portare loro aiuto. L'Albania è ricchissima di acque: sorgenti ovunque, grondi fiumi che fornirebbero tonto elettricità, se qualcuno vi costruisse delle centrali idroelettriche, o che darebbero un'agricoltura floridissimo, con l'irrigazione. Non monco il petrolio. Un giorno altroversiamo una londa vastissimo; c'è attorno un odore che stordisce, tonfo che siamo costrefli od accelerare per porforci fuori do quell'aria irrespirobile; oflorno, uno selva di pozzi di petrolio, tutti inattivi. Hanno un mare d 'uno bellezza che incanta; se si organizzassero, correrebbero milioni di turisti. Invece lo povertà li divoro. La colpo, dicono, è di un regime che li ho tenuti esclusi dal resto del mondo per quasi mezzo secolo. Oggi tuffi, specie i giovani, vorrebbero fuggire , venire in Italia . Nessuno penso che, dandosi do fare, potrebbe avere lì, in coso, ciò che cerco fuori ". Il tenente Mario PIRODDA e il maresciallo maggiore luigi RUGGIERO, effettivi al Battaglione logistico " Acqui", gli stessi che ci hanno riferito le vicissitudini del loro reparto nel corso dell'intervento in lrpinia , ci accompagnano, con i loro ricordi personali, a ripercorrere le avventure del Battag lione in A lbania e a scoprire ancora tanti aspetti di un paese a noi così vicino nello spazio e per alcuni aspetti invece così misterioso. Comanda nte d ell'epoca era il tenente
160
Pozzo di petrolio di produzione cinese (foto «Acqui..).
colonnello Umberto Doletti , cui sarebbe subentrato, a due mesi dall'avvio della missione, il pari grado luciano d' Andrea . "Già nel mese di agosto 1991 - narrano i due testimon i - venne prospeffafa come imminente una partenza, tonfo che qual-
cuno non riuscì neppure o completare le ferie e dovefle rientrare in freffo e furio . Sapevamo che si dovevo partire, ma nessuno sapevo per quale destinazione. Si parlava, genericamente, di un paese straniero. Quando poi il suo nome venne definito, l'Albo· nio, restavano ancoro voghi e oscuri i com· piti, sui quali si notavo un certo disaccordo in seno ai vertici politici e militari. Il 20 settembre, finalm e nte , ci imbarcammo al porto di Ancona e il giorno do· po eravamo in visto delle coste albanesi. A diverse miglio dallo costo stesso, un'imbarcazione della polizia accostò allo nostro nove per il rituale controllo. In lontananza, si infrovvedevano lo linea di costo, lo ciltò, il porto e, allineale o destro e o sinistro d i quello, tonte piccole costruzioni che, viste do quello distanza e soproffuflo con il nostro abito mentale, vennero subito scambiate per bungolows d i villaggi turistici. "Non devono poi star così mole, g li A lbanesi!" fu il nostro primo pensiero, mentre un 'ombra di dubbio cominciavo od affacciarsi nello nostro mente sull'effettivo necessitò del nostro intervento. Mon mano però che il traghetto si avvicinavo, quelle costruzioni venivano o rivelare lo loro vero identità e od assumere tuffo il/oro sinistro significato: bunker! centinaio di bunker! Avremmo poi saputo che in tutto il paese ce n'erano settecenfomilo. Poz-
zescol o qual punto di rovino può giungere un paese per lo paranoia di un individuo, quando approdano nelle sue mani le leve del potere! Questi Albanesi avevano trascorso 50 anni od approntare ciclopiche e impenetrabili opere di difeso contro ipotetici attacchi. Ma do porte di chi, visto che nessuno nozione al mondo se li "filavo " più? E quale avrebbe potuto essere l'economia e il benessere dell'Albania, se quelle sei-
Automezzi del Battaglione centomila casematte fossero state veramente villini turistici che avrebbero portato al pae- Logislico «Acqui.. scaricano derrate alimentari dal porto se fiumi di denaro? di Valona (foto «Acqui»). Più lo nove si avvicinavo al porto, più si rivelavano i segni di una nozione in balia del più completo abbandono. Già il porto stesso apparivo inadeguato, per il suo fondale troppo bosso, perfino all'attracco dello nostro nove, che non ero certo lo "Ruffoello". Le banchine: sgretolo-
Arrivo degli automezzi deii'«Acqui" al porto di Valona (foto «Acqui»).
161
CAPITOLO
3
te e fatiscenti e di dimensioni tali che i nostri 170 e 190 avrebbero trovato lo spazio appeno appeno sufficiente per manovrare; nel bacino interno se ne stavano affastelloti notanti in uno stato tale do far pensare più o un cimitero di imbarcazioni che o qualcoso di vivo e ancoro operante. Uno gigantesco gru verniciato di solo ruggine incombevo, immobilizzato do chissà quanto tempo, simile allo scheletro di un mostro antidiluviano, sopra le strutture del porto. Attorno, colline di carbone sulle quali non apparivo il segno di uno badilata inferto negli ultimi dieci anni, appesantivano il paesaggio con il/oro grigiore.
follo lungo tutto il tragitto. Alcuni alzavano uno mano con l' indice e il medio disposte o "V", altri protendevano il broccio nel saluto fascista; qualcuno chiedevo notizie del Duce (sic!). Molti recavano sotto broccio un cocomero che scoprimmo poi essere, mangiato col pone, uno degli alimenti più comuni; cocomeri di modeste dimensioni, quali si potevano vedere do noi nel dopoguerra, quando lo chimico non avevo prodotto i concimi di oggi. L'accantonamento ero costituito do alcuni capannoni (ex magazzino governativo) ai quali un plotone del genio, sul posto do uno settimana, avevo apportato alcuni
Ci sentivamo come immersi in uno di quei paesaggi spettro/i do film che mostrano lo stato di uno città decine di anni dopo che uno catastrofe nucleare ho cancellato in esso ogni formo di vito. Di fronte o questo Albania sembravo di trovarsi come davanti o certe vecchie cose prive di manutenzione per l'abbandono dei loro inquilini, con i tetti sfondati e i muri sgretolati do rampicanti selvatici. Eppure quegli abitanti erano lì, e gremivano il porto. Eravamo ancoro o un centinaio di metri dallo rivo, quando alcuni spari e raffiche di mitra ci fecero sussultare. "Che succede?". Nullo di eccezionale: alcuni albanesi si erono gettati in aequo per raggiungere lo nostro nove e lo polizia e l'esercito stavano sparando per forli tornare o terra. In Albania, gli agenti e i soldati sparano per niente, anche solo per sollecitare un compagno che tordo o dare il cambio nel turno di sentinella; un proiettile non ho maggior rilevonzo di quanto avrebbe do noi un colpo di clacson nel traffico. Dal porto ci ovviammo verso il nostro accantonamento, fiancheggiati do due oli di
restauri per render/i abitabili. Lo chiamammo "lo Pontonello ", per analogia con il vecchio ex pastificio di Roma nel quale avevano trovato rifugio centinaio d i extracomunitari e che ero stato teatro di uno disgrazia. Lì ci sistemammo con brandine e sacchi o pelo, condividendo l'alloggio con delle colonie di rotti lunghi così. Sgomberammo e risonammo, per quanto possibile, anche alcuni locali, muniti di bagni olio turco, destinati od accogliere alcune crocerossine giunte con noi in Albania. Erano state sufficienti poche ore, per farci mutare mentalità nei confronti degli Albanesi, per farci colore interamente in questo realtà per noi del tutto nuovo. Ci accorgemmo che quello povero gente avevo bisogno di tutto. Anche uno poro/o assumevo il peso di un dono gradito, per chi lo ricevevo. Ci sentivamo in gran disagio, nel confrontare il nostro benessere, i nostri sprechi, con le loro necessità. Attorno o/ campo si occolcovono frotte di bambini, che chiedevano do mangiare, mo fuori montavano lo guardia i poliziotti
Panoramica dell'interno del Centro Logistico «Acqui» a Valona (foto G. Cherubini).
162
albanesi, che non usavano certo parole dolci e carezze, per allontanarli. A cosa far risalire le ragioni di tanta miseria? Qui bisognerebbe addentrarci in temi troppo profondi che chiamerebbero in causo politica, religione, socio/agio, costume ... Coloro ai quali chiedevamo una qualche ragione chiamavano in causa il regime precedente; ma allora ... la miseria che i nostri soldati vi trovarono nel corso dello Primo Guerra Mondiale? e quello, identica, raccontata dai soldati della Seconda? OQ osservatori profani e impreparati, dobbiamo solo ricordare le spiegazioni forniteci do alcuni albanesi, secondo i quali l'ese-
cuzione de/lavoro manuale spetterebbe solo alle donne, mentre compito dell'uomo, oltre che procreare, sarebbe quello di coordinare. Infatti vedevamo tutti i giorni crocchi di uomini, seduti o ferra, impegnati in lunghissimi ed estenuanti... colloqui di coordinamento. Ad un mese dal nostro arrivo, giunsero alcuni confainers abitativi e le nostre condizioni di vita migliorarono sensibilmente. Solo nei primi due giorni tentammo alcune sortite di libero uscita, spinti più dalla curiosità di conoscere che dallo speranza di trovare qualcosa. Va/ono esibivo un bel viale di palme ed
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Una bicicletta è più che sufficiente: per l'autista, per il passeggero, e per il bagaglio (foto A. Marandino).
~ --~---------
Pecore al guinzaglio in pieno centro a Tirana (foto R. Signorini).
163
CAPITOLO
3.
anche dei giardini pubblici, sui quali pascolavano pecore e maiali in totale libertà. C'erano anche dei negozi, ma non riuscivamo a comprendere perché tenessero della merce esposta in vetrina quando all'interno non c'era nulla in vendita, neppure la stessa merce esposta. Anche nei bar non veniva servito alcunché, tranne un caffè che venivd preparato sulla brace; un caffè alla turca, con la polvere che veniva messa a cucchiaiate nella tazzina, vi si versava sopra acqua calda, si mescolava e si beveva; sul fondo rimaneva un consistente strato di "posa": da noi starebbe a indicare un caffè mal preparato e ci autorizzerebbe a protestare col barista; lì è la parte più prelibata della bevanda e va sorseggiata con rispetto. La seconda sera fummo avvicinati da un albanese, che ci propose un accordo commerciale per la fornitura del suo pane al contingente. La proposta non ci apparve allettante, specie dopo aver visto le modalità d i trasporto di questo pane: su vecchi e sgangherati camion cinesi, non raccolto in ceste ma gettato direttamente sul cassone e senza tener alcun conto del tipo di materiale che vi era stato trasportato nel viaggio precedente. Comunque, eravamo giunti in Albania del tutto autosufficienti e declinammo l'offerta. Lasciato l'interlocutore e spintici un po' più avanti, fummo attratti da una musica di tipo orientale in lontananza. Ci avvicinammo alla sorgente di quelle note e ci accorgemmo che esse provenivano da una casa nella quale si stava celebrando un matrimonio. Era l'abitazione della sposa e i due genitori ci invitarono ad entrare. Furono estremamente gentili e ospitali, offrendoci dei dolci a base di frutta . La sposa era lì, in un angolo, agghindata con gli abiti speciali e con il volto dipinto dei colori di rito. Il matrimonio, in Albania, è celebrato con una festa che dura tre giorni e solo dopo il terzo giorno gli sposi vdnno a vivere insieme. Un ' apposita orchestrino, costituita soprattutto di flauti, era stata ingaggiata per la circostanza.
Venni invitato a ballare con la sposa racconta i l Pirrodda - e cercai di eseguire
come meglio potevo quei passi e quei gesti che vedevo per la prima volta. Alla fine del ballo, ringraziata la sposa, mi accingevo a congedarmi, ma quella non mollava la mia mano, sì che ne dovetti eseguire un secondo; stessa cosa al termine di questo. Dopo, mi venne spiegato che il rito prevede tre balli con la sposa. Fummo poi invitati anche al banchetto nuziale, un banchetto veramente ricco, con numerose portate di carne, cucinata in varie fogge. In Albania, le famiglie che hanno una figlia da maritare, allevano appositamente una mucca che viene uccisa e utilizzata proprio per il pranzo nuziale. Ricambiammo la grande gentilezz a e ospitalità della famigliola lasciando in dono 50 dollari (un 'inezia, per noi; un'enormità per loro, se si considera che la paga mensile di un operaio albanese corrisponde a 30 dollari) . Dopo alcuni giorni, presero ad affluire al porto le prime bettoline recanti grano, farina, fagioli ed altri prodotti alimentari, che noi cominciammo o trasportare presso i magazzini di stato. Non fu piacevole, qualche tempo dopo, scoprire che alcuni di quei prodotti, inconfondibili per le loro etichette, erano stati trovati in vendita nei negozi di Atene. Le autocolonne, nel corso di questi viaggi, venivano sovente fatte oggetto d i sassaiole da parte di ragazzini, e non ne comprendemmo mai la ragione: ostilità? o semplice modo di sfogare la loro esuberanz a giovanile? Non si poteva, per alcuna ragione, lasciare un automezzo incustodito: in pochi minuti sarebbe stato spogliato di tutto ciò che era asportabile. L'attività del Centro Logistico "Acqui", dopo un'intensa attività iniziale, cominciò a scemare, con una progressiva riduzione degli effettivi fino alla chiusura defin itiva l' 11 giugno del 1992. Qualcuno, tuttavia, sarebbe rimasto ancora in Albania, ad operare presso il Centro di Durazzo».
MISSIONE «AIRONE» Antefatti
164
Conclusa la Guerra d el Golfo il 28 febbraio 1991 con la cessazione d el fuoco d a p arte d elle forze alleate, presero avvio le rivolte interne contro il regime di Saddam Hussein . A sud si accese quella degli integralis ti filoiraniani la quale, dopo a lcuni iniziali su ccessi dovuti allo s ba nda-
mento d elle truppe fedeli al dittatore, venne duramente re pressa da nuovi reparti affluiti da Bagd ad. Stessa dinamica, e s tessa sorte, s ubì la ribellione al nord . Da sempre in lotta p er la realizzaz ione di un loro s ta to ind ipendente, i Kurdi profittarono d el m om ento di difficoltà d ell'esercito iracheno e conquis tarono importanti città.
......., ~
......
...
'!'
...
..... . . . .,.,.
~
--·
\!.y·,
~
~u,,.• ~
\ ~ ,_-/
··;-·.r \ \ '
/··:,::~~:)'
'
l
{"
;
:
:Ooo....v
'" ' ; /
\ "- ._ __ ··.
•\ '/
120
d
Al •.hJk
•p
,
(
'\.
'.c"':.! } (
--~ a.~:
. :>·-·t ·
· ;: . . . t /J '1
l.\ .
f #A·fl.;,::::,:..-
.... ••
.
l
'
(~
'\/ (·: .. 0 !
... o.,., . .J . H.. U II · Sili<Jl
_.-; • l ~ A
''':... f ~
U Jt •
\
50
"'l
l
e
z
,,
~
l
........
"""
'v--
-~ -1/~·~:r
~ .. ~"' >
~.
e
~
t;
......
-:!>
.S
r
. •
,
s '!'
O>
c.n
..
, .... ····:-·····"-~ . ·
l.~-;~~. . ,.,/·
~· o
l•
CAPITOLO
3
Strada irachena; sono visibili automezzi di fabbricazione sovietica distrutti dai bombardamenti americani nella guerra da poco conclusa (foto Btg. L. «Folgore»).
166
La libertà del Kurdistan ebbe però vita effimera: solo sei giorni. I reparti della Guardia Repubblicana sfuggiti alla distruzione degli Americani si riorganizzarono, iniziarono la controffensiva e, una dopo l'altra, riconquistareno tutte le città kurde. Delusi dal mancato intervento degli alleati, dai quali si erano illusi di venir aiuta ti nella loro rivolta, e ben consapevoli (per dirette esperienze precedenti) della ferocia delle rappresaglie dei soldati di Saddam, circa due milioni di Kurdi, in massima parte vecchi, bambini e donne, cercarono scampo sulle montagne. Un esodo che subito assunse aspetti e dimensioni biblici: affrontando il freddo, la fame, la fatica e lasciando lungo il cammino, a migliaia, le vittime della guerra e degli stenti, i Kurdi si addossarono contro la frontiera turca e iraniana. Trascorse quasi una settimana, in condizioni di vita inimmaginabili, prima che sui poveri profughi cominciassero a «piovere» i primi aiuti, paracadutati in ottemperanza alle r isoluzioni 687 e 688 del Consiglio dì Sicurezza delle Nazioni Unite. Sembra che addirittura vi fossero state delle vittime, schiacciate dalle p esanti casse dei soccorsi . Nonostante l'intensificarsi dei lanci per iniziativa di numerosi paesi, le condizioni dei fuggiaschi non migliorarono; solo quando essi furono allo s tremo, e sotto la pressione dell'opinione pubblica, le autorità americane decisero l'invio di una missione di soccorso vera e propria, cui venne da to il nome
dì «Provide Comfort». Ad essa si associava anche la CEE, che decideva un suo intervento.
«Airone 1» Il 21 aprile, sulla scia delle iniziative internazionali, anche l'Italia diede avvio al lancio di viveri di conforto, da parte di una missione dell'Aeronautica Militare, e nel contempo deliberò l'invio di un proprio contingente, agli ordini del Gen. D. Mario Buscemi. Il primo nucleo giunse in Iraq il 28 di aprile. Il grosso di «Italfor Airone» (questo il nome della missione) venne avviato il 2 e il 3 maggio, con una forza complessiva di 128 ufficiali, 272 sottufficiali e 750 militari di truppa della Brigata Paracadutisti «Folgore» il cui comandante, Gen. B. Franco Monticone, assunse il comando delle forze operative disloca te a Zakho. A completare il contingente «Airone», un gruppo squadroni elicotteri dell' ALE, una cellula dell'A.M., il Reparto Sanità della «Taurinense» e 8 volontarie della C.R.I. Il Comando del contingente era a Incirlik, in Turchia. Lo schieramento delle forze avvenne tra il3 e il 17 maggio, con mezzi che affluirono per via aerea ad Incirlik e Diyarbakir o via nave a Mersin. L'assunzione di responsabilità reca la data del 17 maggio, con l'assegnazione di un settore nel quale incursori, carabinieri e paracadutisti avrebbero
effettuato pattugli amenti. Scopo finale della missione era il ritorno dei profu ghi ai loro villaggi. Essa si protrasse fi no al 151uglio, e i suoi principa li aspetti si es trinseca rono nel m on taggio di circa 1700 tende per il passaggio dei profugh i; nell 'effettu azione di visite medi che, con ricoveri e in terventi chirurgici ove necessari; nel controllo di un territorio di 1400 kmq. 11 9 luglio iniziarono le operazioni di rientro. Dopo aver ced uto all'ospeda le di Za kho le attrezza ture d ell'ospedale da ca mpo, il 15 lu g lio s i svolse l'a m maina bandiera, il1 7 l'ultima aliqu ota di «Airo ne 1» rientrò in Patria. Sul posto, all' interno d el confi ne turco, fino al 9 ottobre, rimase un'aliquota di carabinieri, di incursori, e un nucleo del Batta g lione Logistico Paracadutisti «Folgore» (con a capo il tenente a utomobilis ta Paolo Mosca to), che assu nse la denominazione di «Airone 2», mentre le ostili tà s i andavano s pos tando d al piano milita re a quello politico . Il 9 ottobre 1991, anche «Airone 2» ri entrava. Pe rdite complessive della missione: zero.
Attività logistica Il primo g rosso impegno di ord ine log is ti co, nell 'a mbito d ella missione «Airone», fu qu ello di far pervenire in zona uom ini e m ezzi. Dag li aeroporti di Incirlik e Diyarbakir e da l porto d i Mersin, il contingente si mosse su rotabili turche o irachene, percorrendo dai 200 agli 800 chi-
lometri prima d i giungere a Za kho, rid ente cittad ina del Kurdista n ira che- MISSIONI no. Non esistevano preceden ti, nella s to- INTERNAZIONALI ria recente del Paese, che facessero scuo- DI PACE la. La s tessa missione in Libano, d i alcuni anni prima, poco insegnava, per il contesto geografico, politico e m ilitare nettamente diversi. Nonostante le difficoltà di cara ttere prettamen te log is tico insite nel trasferimento e i pericoli derivanti da possibili attacchi (ve ne fu infatt i uno), i problemi m aggiori furono quelli frappos ti dalla burocra zia, un mos tro d el quale be n si conosce l'osticità nella s ua condizione di quiescenza . Si aggiunga ora il fatto di dover operare in ambiente di guerra, avendo come interlocu tori d ei fun zionari appartenenti a un popolo (il turco) che era esso s tesso in lo tta contro la s tessa gente che s i andava a soccorrere, e il quadro è completo. L'ufficiale preposto alla soluzione di tutti i problemi di cara ttere bu rocratico e d oganale era il tenente colonnello d el Corpo Automobil istico Mario Righele, che per quasi tutta la d urata della missione svolse con sagacia e capacità il suo incarico prima a Diyarbakir, città turca a circa 200 chilometri dal confine iracheno poi a Za kho. L'inizio delle operazioni, ancor prima di aver tocca to il territorio iracheno, si m ostrò denso di fun esti presagi. Un piccolo nucl eo di «forieri d'alloggiamento» era giunto il 3 m aggio, via aerea, a Diyarbakir, al comando d el capitano Antonio Passaro, e si era avviato p er ra ggiungere l' Iraq.
Confine tra Turchia e Iraq (foto «Folgore").
167
CAPITOLO
168
3
Campo di «Zakho 1". che ospitò il contingente «Airone » nella prima fase della missione (foto «Folgore»).
Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, quando vennero esplosi dei colpi di arma da fuoco contro l' AR di testa della prima autocolonna. La strada che da Mersin conduce al confine iracheno costeggia nel primo tratto il confine tra Turchia e Siria, al di là del quale c'è il Kurdistan siriano, dove opera il P.K.K. (Partito Popolare Kurdo), che conduce frequenti attacchi alle pattuglie turche circolanti al di qua del confine: con ogni probabilità, i nostri automezzi erano stati scambiati per turchi; da qui l'attacco. L'ordine per tutti, tuttavia, era quello di accelerare e di non rispondere al fuoco e così fu fatto. Una volta fuori pericolo, tutta l'autocolonna si fermò per consentire di dare un'occhiata all' AR: era tutta crivellata d i fori e non si seppe mai a quale santo attribuire il miracolo di aver fatto uscire tutti incolumi i tre passeggeri a bordo. Mentre tu tto ciò avveniva, i poliziotti turchi di scorta alla colonna l'avevano sopravanzata d i un buon tratto (il sospetto che fossero al corrente dei rischi che quel punto comportava è più che mai legittimo). Da lì al confine, per fortuna, non vi furono più incidenti di sorta, ma solo alcune lievi inefficienze subito rimediate dagli stessi meccanici. Al porto di Mersin, dalla nave San Marco, il 6 maggio sbarcarono uomini e mezzi della prima autocolonna, che si misero in movimento s u un itinerario d i 800 chilometri lungo la Turchia meridionale, fino al confine iracheno, agli ordini del maggiore del Corpo Au-
tomobilistico Antonio Granuzza. La colonna veniva tenuta sotto monitoraggio, minuto per minuto, chilometro per chilometro, mediante costante contatto radio con Diyarbakir. Essa giungeva a Zakho la sera del 7 maggio, in uno scenario surreale. Il «Benvenuti all'Inferno» con il quale un ufficiale sul posto da giorni aveva accolto i nuovi arrivati, suonava come qualcosa di stonato e di incomprensibile: il cielo era limpido, il paesaggio incantevole ... Nel volgere di pochi minuti tutto mutò radicalmente: in cielo si addensarono vorticanti nubi minacciose; una tempesta di vento sollevò nuvole di sabbia. Tutto l'ambiente assunse un aspetto cupo e sinistro, reso ancor più spettrale dai segni, ora ben evidenti, lasciati dalla guerra sulle case di Zakho. Qui gli Americani avevano allestito il loro campo e vi avevano riservato un'area per il nostro contingente. In questa s i schierò, insieme ad altri reparti della «Folgore» anche il Battaglione Logistico, i cui effettivi vennero completati il 17 maggio, con una seconda colonna. Anche questa venne prelevata, presso il Porto di Mersin, dal maggiore Granuzza, ma dovette raggiungere il Kurdistan iracheno attraverso un itinerario diverso dal precedente, imposto dalle autorità turche. Esso si sviluppò sulla tratta Mersin-Gaziantep-Sanliurfa (dove venne effettuata una sosta di alcune ore presso una base militare) - Cizre-Silopi-Frontiera Habur-Zakho. L'arrivo di questa seconda colonna
venne purtroppo funestato da una d isgrazia. Mentre gli au tomezzi avanzavano a velocità molto ridotta verso l'accampamento, frotte di bambini festanti e chiassosi si rincorrevano dava nti e di fia nco ad essi, tutti a caccia di cioccolato o q ua nt'altro di appetibile. All'improvviso, un'ond ata di ragazzini sospinse in mezzo alla strada la piccola Nazd alin Hameed Rasmid, di 12 anni, che venne colpita al capo, tra la tempia e l'osso frontale, dal paraurti d i Ul} autoca rro. Soccorsa d all'u fficiale medico a l seguito della colonna e trasportata presso l'ospedale da campo, la bambina decedeva purtroppo pochi minuti dopo.
L' incidente avrebbe potuto avere duratu re spiacevoli conseguenze per i fu- MISSIONI turi rapporti con la popolazione, se no n vi fosse stata la sapiente e felice azione INTERNAZIONALI diplo matica del comandante della Bri- DI PACE gata, genera le Franco Monticone. Obiettivo p rimario e unico del contingente: assicurare sostegno umanitario ai Kurdi, sostegno che si estrinsecava in tre distinte direzioni. La prima, consisteva nell'allestimento di tende nelle qua li i Kurdi, di ritorno dalle montagne dove si era no rifugia ti per sfu ggire a Sad dam Hussein, potevano effettuare una breve sosta prima di essere risped iti ai villaggi d'origine. In molti di questi, nel frat-
Tende approntate presso «Zakho 1» (foto «Folgore»).
Centro sanitario costituito presso ,.zakho 1.. (foto «Folgore•).
169
CAPITOLO
3
tempo, si era insediata gente di altre etnie, per cui fu necessaria anche un'azione di mediazione, per consentire la ripresa di possesso da parte dei Kurdi. Il villaggio di tende venne allestito dal personale del Battaglione Logistico insieme ai soldati della Compagnia Genio Guastatori. Secondo aspetto della missione: distribuire un minimo di viveri agli stessi profughi, sufficienti almeno a consentir loro di riprendere il cammino. Terzo aspetto: assicurare il sostegno sanitario mediante l'ospedale da campo, parte delle cui attrezzature sarebbero state donate alle autorità locali al termine della missione. Per il resto, le attività del Battaglione Logistico erano solo quelle istituzionali di sostegno al contingente. Nell'accampamento occupato inizialmente il Reparto restò poche settimane, durante le quali continuò ad ap-
Ad essa si accedeva previo attraversamento di un ponte su un fiume incassato in una gola. Se un qualche accidente avesse fatto crollare questo ponte, il Battaglione sarebbe stato tagliato fuori dal resto del mondo, non esistendo una viabilità alternativa. Si decise perciò di spostare l'accampamento sull' altra parte del fiume. L'operazione di trasferimento non fu priva di difficoltà in quanto la prima sede (che chiameremo per convenzione Zakho l) dovette continuare a funzionare anche quando non c'era quasi più nessuno, in attesa che prendesse a funzionare Zakho 2. Le ultime fasi furono le più irte di difficoltà, in quanto era rimasto nella vecchia sede pochissimo personale: il tenente colonnello Righele, il maggiore Granuzza, un pugno di uomini ed una AR, mentre rimanevano le cucine rotabili, e molto materiale ancora da trasferire. Si portò
'l
Gruppo elettrogeno per la fornitura di energia a «Zakho 1" (foto «Folgore").
170
poggiarsi logisticamente agli Americani, che usarono sempre estrema cortesia e stupirono per l'elevata efficienza. Presso di essi si andava a prelevare svariati materiali, spesso con scambi (particolarmente appetite dai sold ati americani erano le razioni «K» degli Italiani, nettamente migliori per qualità e sapore, tanto che- una volta tanto a favore dell'Italia- il rapporto di valore veniva stimato di 6 a 1: una razione italiana ne valeva cioè sei americane) . Presto però ci s i accorse, dopo attenta ricognizione aerea, che la località prescelta non forniva alcuna garanzia.
quel che fu possibile, con l'intento di tornare sul posto l'indomani, a riprendere i materiali di minor pregio (tettoie, teloni, tubi, ecc.). Si tornò in effetti, il giorno dopo: non fu trovato più nulla. Era stata.pufficiente una notte perché tutto venisse trafugato. A Zakho 2 si stava notevolmente meglio, anche perché non più in tenda ma in un edificio, già sede di una caserma irachena. L'ospedale fu spiegato un po' fuori dell'abitato, e anche per questa ragione il flusso di pazienti diminuì notevolmente.
Nel frattempo, gli Americani avevano aperto un nuovo aeroporto a Sirsenk, ed anche il Battaglione Logistico cominciò ad appoggiarsi a questa nuova base per far arri vare e partire il materiale. Questo arrivava a Incirlik mediante aerei C 130. Qui veniva trasbordato s u dei C 222 e trasferito fino a Sirsenk, dove si recavano gli autocarri per l'u ltimo sbalzo. La località veniva raggiunta per una tortuosissima strada di montagna, ricca di saliscendi attraver- · so gole orride e affascinanti, vallate incantevoli incastona te tra una ca tena e l'altra. Poiché il percorso non era affatto agevole, s i cercava di ottimi zza re ogni v iaggio, trasportando all'andata quei materiali che avevano bisogno di essere rimpatriati. Nella fase centrale d ella missione, Diyarbakir rimase come base per gli elicotteri e per l'affl usso di personale, oppure per imbarcare coloro che partiva-
tendo, che le u ltime continuavano ad affluire. MISSIONI Già nel periodo di Zakho 1 era s tato impartito l'ordine di rientrare e 2 au- INTERNAZIONALI tocolonne era no partite. Il contrordine DI PACE giunse allorché queste avevano già lasciato il Kurdistan ed erano in viaggio verso Incirlik. Personale e mezzi non vennero più rimpatriati e rientrarono a Zakho 2 dove rimasero fino a pochi giorni prima del rientro definitivo del contingente. Prima della partenza, vi furono grosse discussioni tra i logisti e g li operativi circa il modo di caricare i containers, e complessi colloqui con la Farnesina su cosa lasciare sul posto. L'orientamento dei comandanti militari sarebbe stato di riportare tutto indietro, ma alla fine venne ordinato di lasciare le tende e alcune attrezzature d ell'ospedale. Tutto il resto venne caricato dentro i containers e si dovette far ricorso alla fattiva e di-
Campo di lakho 2 (foto «Folgore»).
no per le prime licenze. Un'alternativa, era quella del trasporto in autobus fino a Silopi e da qui fino a Incirlik, che era anche località designata per trascorrere qualche giorno di riposo senza rientrare in Patria. Il ritorno fu uno stillicidio, un qualcosa di interminabile ed esten u ante. Usando un paragone immaginifico, si aveva la sen sazione di avere a che fare con un immenso serpente il cui corpo si stendeva da Roma a Zakho, ma avvolto su se stesso in modo che la testa e la coda si toccassero: le prime aliquote di uomini e mezzi stavano g ià ripar-
ligente opera del tenente colonnello automobilista Alfonso Sportelli per imbarcarli con il concorso di ditte turche. Erano ancora gli stessi Americani a coordinare le partenze delle autocolonne. Essi fornivano delle finestrè temporali nelle quali inserirsi, fissavano le località di sosta, i posti di rifornimento e i punti di controllo; la solita macchina di inappuntabile efficienza. Le autocolonne vennero da essi perfino dotate di una particolare radio che emetteva un segnale localizzante per il rapido soccorso delle ambulanze in caso di incidente.
171
CAPITOLO
3
Carri per il rafforzamento di postazioni costruite a cavallo di itinerari convergenti al campo base (foto «Folgore»).
Airone 2
172
Il 15 luglio, la cerimonia dell'ammaina bandiera segnava la fine ufficiale della missione. Rimaneva sul posto la ridotta aliquota che avrebbe assunto il nome di «Airone 2». A questo pun to, come avviene in ogni rappresentazione teatrale, le luci dei riflettori, vale a dire le attenzioni della cronaca, si spegnevano sulla scena. Al termine della commedia, a teatro vuoto, restano solo gli addetti alle pulizie. Poiché non era questa certamente la funzione di quel manipolo di uomini rimasti a rappresentare il nostro Paese in Kurdistan, riteniamo di render loro giustizia, riaccendendo su di essi una luce, anche flebile, che ne rischiari l'operato. «Airone 2» si trasferì, il 17 luglio 1991, da Zakho a Silopi, dove rimase fino·al rientro definitivo, avvenuto il successivo 9 ottobre. L'unità italiana (per un totale di un centinaio di uomini) era inquadrata in un battaglione m ultinazionale interforze composto, oltre che dalla compagnia italiana, da due americane, una inglese, una olandese, una francese, una turca; al reparto venne dato il nome «India». La funzione dell'unità era sempre quella di deterrente nei confronti degli lracheni: pur stanziata in territorio turco, essa era sempre pronta ad intervenire. Aveva infatti una componente di elicotteri, con velivoli di tre tipi: gli AB 206 con funzioni esploranti, g li Apaches per l'attacco, i Black Hawk per il trasporto.
Le attività erano cadenzate su ritmi settimanali. Ogni settimana, a turno, una compagnia si teneva d isponibile per il pronto intervento entro 2 ore, una seconda entro 4 ore, una effettuava la vigilanza all'accampamento, una effettuava addestramento, una godeva di un turno di riposo, nel corso del quale si poteva andare a trascorrere il fine settimana a Incirlik. L'esperienza di «Airone 2» si sa rebbe rivelata utile, per il bagaglio di conoscenze che fu possibile acquisire s u sistemi d'arma e procedure di altri eserciti. Per la prima volta, ad esempio, si fece conoscenza con il G.P.S. (Global Position System) che consentiva, mediante l'impiego dei satelliti, di determinare la propria posizione sul terreno e stabilire una rotta. L'a ttività operativa e addestrativa veniva interrotta e vivacizzata da gare di abilità, di calcio, di boxe, di atletica. Le operazioni della compagnia italiana erano tuttavia limitate dalla ritrosia politica a far effettuare incursioni in territorio iracheno. I problemi per «Airone 2» nascevano dall'attività del P.K.K., che con i s uoi attentati provocava la reazione dei Turchi, i quali rispondevano con bombardamenti al di là del confine. Il Battaglione «India» perciò, agli occhi dei Kurdi, veniva visto come un alleato dei Turchi stessi. Si rese perciò opportuno provvedere ad un ritiro dell'intero contingente. Il rientro avvenne per via ordinaria, rifacendo all'inverso l'itinerario percorso dalla co lonna che era giunta a Zakho il 17 maggio.
carico di risolvere tutti i problemi di carattere doganale sia a favore delle autocolonne che, sbarcando al porto di Mersin, sul Mediterraneo, avrebbero di lì a poco cominciato od attraversare la Turchia dirette verso il Kurdiston irocheno sia a favore del personale, materiale e mezzi in transito dalla base di Diyorbokir. C'e n'ero già uno, di notevole consistenza, in arrivo. Questo, e firmata dal Comando dei Servizi Trasporti e Materiali dell'Esercito, presso il quale le successive, sarebbero state tutte accuraricoprivo l'incarico di Capo Sezione Ortamente monitorizzote. dinamento, quando squillò il telefono. Dal- Nell'aeroporto, c'era uno strutturo turca l'altro capo del filo il collego, colonnello dove operavano dei poliziotti, alcuni funCantone, Capo di Stato Maggiore dello zionari dello dogano e un nucleo di militaBrigato Paracadutisti «Folgore», allora al ri. Questi ultimi si sarebbero dimostrati gli interlocutori più disponibili. comando del generale Franco Monticone, mi stavo contattando in preso diretta, scaAd lncirlik, presso Adono, c'era uno imvalcando cioè ogni possibile linea di coportante base NATO e qui, c'ero il Comando italiano dell'operazione, agli ordini del gemando. -Mollo tutto e vieni con noi in Kurdiston! nero/e Buscemi. A rappresentare il Corpo Allo base dello chiomata, vi erano i miei Automobilistico invece, nel porto di Mersin, c'ero il collego tenente colonnello Alfonso precedenti di esperienze in missioni internazionali, la mio conoscenza dello lingua Sportelli che avevo o disposizione, per i inglese, ma soprattutto il fatto che da poco problemi di carattere doganale, un raptempo avevo lasciato il Comando del Batpresentante dello S.A.I.M.A. taglione Logistico della stesso Brigata, presLa posizione dello Turchia, nel contesto della missione, era poco chiara. In qualità so lo quale ancora conservavo tanti amici. Accantonati ogni proposito ed idea di di paese appartenente alla NATO, avreblicenza, mi recai o Livorno, presso il Cobe dovuto avere, o/meno in teoria, porte atmando della Brigato, dove i miei vecchi coltivo in questo missione internazionale di proleghi erano già all'opera per mettere a puntezione del popolo kurdo. Ma a sua volto to il contingente do inviare in Kurdiston. A essa ero da secoli in lotto con questo pome venne dato l'incarico di Ufficiale adpolo, i cui guerriglieri essa considerava aldetto o/ Comando Brigato, con il compito lo stregua di banditi, e in quanto tali cerdi contribuire alla soluzione dei problemi cava di reprimerne in tutti i modi la ribelconnessi con il trasferimento é:Ji uomini, mezlione. Significativo infatti, che nelle cortine turche dello zona il nome Kurdiston ero stazi e materiali. Fino o quel momento, l'unico precedente in materia, per lo Forzo Arto coperto con dell'adesivo. Le stesse corte mata, era stato la missione in Libano, che davano testimonianza delle lotte acerrime condotte contro do/ governo di Ankara do poco si prestavo o fungere do esempio. Il tempo stringeva e le cose di cui occuparsi quel popolo anelante ad avere uno propria erano tante. Giorni e notti trascorse al tapatria: si notavano infatti, sparsi ovunque, i nomi di villaggi kurdi con o Fianco, tra pavolo di lavoro, per approntare lo documentazione necessaria a cominciare da rentesi, la parola «destroyed» (distrutto}. Non so se con l'intento recondito di boiquello relativa al primo velivolo che avrebbe condotto in zona I'Advanced Party, un cottare lo missione per le ragioni oro espresC 130 sul quale mi imbarcai io stesso o fianse, o per mania di burocrazia tipica di quei popoli che per mezzo di essa ritengono di co del generale Monticone . Un solo balzo passare per evoluti ed efficienti, fotto sto fino a Diyarbakir, nel Kurdiston turco, a 200 chilometri dal confine iracheno. La loche i funzionari turchi non perdevano occalità, fino ad alloro, era noto esclusivacasione per metterei i bastoni tra le ruote, frapponendo difficoltà di ogni sorto. Nepmente per aver dato i nato/i ad Ali Agca, l'attentatore del Papa. pure l'etichetta NATO, sotto la cui egida si svolgevano le operazioni, avevo potere di C'ero qui un'aeroporto militare dove si erano già accampati gli Americani, ai quafar approdare o qualche Forma di snellili ci appoggiammo per le prime necessitò. mento. Rimasi subito fortemente colpito dall'effiFin do/ primo istante, far uscire un aucienza campale dimostrato dogli Statunitomezzo dall'aeroporto e fargli percorrere tensi, io che, avendo vissuto gran tempo con i 200 chilometri che ci separavano do/ coni parò della «Folgore», avevo pur sperifine, fu un continuo patimento, un'autentimentato la migliore espressione dell'eserca fatico di Sisifo. Dallo mattino alla sera, ero un susseguirsi di trattative con i funziocito italiano. Restai sul posto per venti giorni, con l'innari turchi, per cercare di districarci tra le
Il racconto che seguirò, ci è stato rilasciato dal colonnello Mario Righele, uno di coloro che lo missione in Kurdiston l'hanno vissuto in primo persona, dalle fasi di approntamento inizia le fino allo suo conclusione. «Quel 25 aprile del 1991 - p rend e o raccontare l'ufficiale- avevo la licenza già
ASCOlTANDO
CHI C1ERA
173
CAPITOLO
3
Pattuglia mobile americana su Hammer (foto «Folgore»).
174
maglie di questa burocrazia, così esasperata da farmi perfino rimpiangere la nostra, che pure non scherza. 0/tretutto, neppure gli stessi turchi sembravano avere direttive precise sul come comportarsi, per cui ogni impiegato si ingegnava per richiedere, ogni volta, elenchi di ogni genere, matricole complete di tutte le armi, timbri e controtimbri. Ogni volta, pur in presenza di due consecutivi casi identici, le modalità variavano. Questo accanimento valeva per i contingenti di tutte le nazionalità, ma gli Inglesi erano le vittime predilette. Ancor prima delle autocolonne di automezzi inviati via nave, arrivò in aereo il Reparto di Sanità della « Taurinense», con il suo ospedale da campo, ed anche qui ostacoli burocratici di ogni genere, tanto che, per vincere le resistenze, dovetti appellarmi alla Convenzione di Ginevra e minacciare di denunciare coloro che rifiutavano il transito ad aiuti umanitari. Dopo lunga insistenza, ero riuscito a farlo partire, quando un funzionario ci ripensò e con una telefonata tentò di bloccarlo alla frontiera. Fu tuttavia una delle mie più grandi e ripetute soddisfazioni quella di essere riuscito a far passare le mie autocolonne prima di quelle di altre nazionalità, senza mai umiliarmi ad elemosinare favori, ma solo usando la gentilezza e soprattutto tanta, tanta pazienza. Non riuscii invece a trattenere una ARa mia disposizione, allorché mi trovai ad inviare un quantitativo di automezzi. l vari blocchi di mezzi erano infatti accompagnati da «pacchetti d'ingresso>> . Trattenere una vettura avrebbe comportato la «rottura>> di questo pacchetto e ciò non mi venne in al-
cun modo consentito. Altro grosso problema iniziale fu quello di inviare al di là del confine i nostri incursori, problema rappresentato non tanto dagli uomini, quanto dai materiali al seguito, soprattutto le armi. Per convenzione, era infatti consentito di portare solo l'arma individuale; ma gli incursori operano anche con l'esplosivo. Riuscii a farlo passare approfittando di voli di elicotteri che gli Americani effettuavano senza dover render conto alle focali autorità turche. Durante tuffo il periodo trascorso a Diyarbakir, non potei contare su altri che me stesso, nessun affidamento potendo io fare sul rappresentante della S.A.I.M.A. , né sull'addetto dell'Ambasciata italiana ad Ankara: non essendo essi sul posto, avrei impiegato dei giorni per contattarli. Dopo cinque-sei giorni dal mio arrivo a Diyarbakir, avvenne l'attacco alla prima autocolonna del contingente, sbarcata a Mersin. Ero in ascolto alla radio, quando a un tratto udii delle grida: «Sparano! Sparanoi>>. Seguii la vicenda in radiocronaca diretta, fino alla sua felice conclusione. Le scene da tuffi viste in TV, girate a grande altitudine sulle montagne, furono all'origine di un grosso errore di valutazione in fase organizzativa: il bagaglio al seguito era costituito, infatti, in gran parte, da equipaggiamento invernale. Al momento del nostro arrivo a Zakho, il clima era invece decisamente mite, ma ben presto la valle si sarebbe trasformata in una fornace, dove si raggiungevano temperature di 60° (!) Tutto attorno al campo, voluta dal generale Monticone, era stata realizzata una capillare ed efficiente cornice di sicurezza. Si trattò, a voler guardare la faccenda con
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Campo minato attorno all'accampamento italiano, come appare dopo il passaggio dell'incendio (foto «Folgore»).
occhio critico, di un apparato forse inutile, o comunque sproporzionato rispetto alle necessità. Ancora una volta e come sempre, l'operativo prevaleva sullogista. In effetti, la sicurezza vicina era sufficientemente assicurata dalla M. P. americana, con soldotesse molto efficienti, che percorrevano l'interno e l'esterno del campo e che costituivano un valido deterrente contro possibili malintenzionati. Contro il pericolo «Soddam », ci sentivamo invece ampiamente rassicurati dagli elicotteri Apaches e dagli aerei anticarro A l O che tutte le mattine si alzavano per assicurare il rispetto della «No Fly zone». Quello che invece era realmente ossessionante, era il pesante ambiente di guerra
presente ovunque, con cartelli che vietavano di andare pressoché dappertutto per la presenza di mine. Ogni tanto si udivano terrificanti esplosioni che facevano tremare il suolo sotto i nostri piedi, ma sapevamo di cosa si trattava: gli Americani avevano fatto saltare un altro deposito irakeno, oppure avevano fatto brillare qualche catasta di mine. Ta/volta, fra le lingue di fuoco degli incendi che si sviluppavano sulle praterie riarse, si verificavano esplosioni isolate: erano mine che saltavano per surriscaldamento. Un giorno, un incendio si appiccò all'erba alta e secca del prato che, si stendeva ai lati della stradicciola che dal nostro accantonamento conduceva al fiume.
Primo piano di una mina emersa dall'erba bruciata: l'hanno costruita altri italiani(!) (foto «Folgore»).
175
CAPITOlO
176
3
Tipico villaggio del Kurdistan iracheno (foto «Folgore»).
Quando le fiamme si spensero e al posto delle erbe era rimasta solo cenere fumante, ai nostri occhi si scoprì uno spettacolo allucinante: tutto il terreno era punteggiato da un reticolo fittissimo di mine antiuomo, come un campo di meloni quando la parte erbacea delle piante rinsecchisce. Ora gli ordigni mettevano a nudo tutta la loro terribile e proditoria malvagità e se ne poteva perfino leggere il nome della fabbrica che le aveva prodotte, una ben nota e famigerata fabbrica italiana (!!l). Ancora una volta, come cinquanta anni prima durante fa guerra, soldati italiani avevano rischiato di morire per armi prodotte da altri italiani! La città di Zakho non nascondeva una certa parvenza di benessere e di ricchezza, di gran lunga migliore di certe cittadine turche al di là del confine; e questo era una conseguenza della precedente politica di vantaggio accordata da Saddam Hussein nei confronti della popolazione kurda ivi residente ed intesa a realizzare con il consenso. Questa popolazione era a sua volta divisa in diverse fazioni, nei confronti delle quali si sarebbe voluto tenere, come tradizione in ogni missione internazionale condotta dall'Italia, un'atteggiamento di neutralità e di equidistanza. Ma non sempre l'intenzione venne suffragata dai Fatti, in quanto le circostanze imposero talvolta di Favorire quella più moderata, la più adatta a far da mediatrice con i guerriglieri di ritorno dai monti, per convincerli a deporre le armi. Il livello culturale degli abitanti di Zakho era spesso elevato, ma nel tentativo di riailivore in qualche modo l'economia della città, sia da parte americana che da parte nostra, venivano assunti uomini dotati di profonda istruzione anche per l'esecuzione di umili lavori manuali. Stava allora alfa nostra sensibilità fa capacità di non urtare la suscettibilità di questi lavoratori, trattandoli con il garbo e la cortesia adeguati.
L'ambiente fisico, attorno a Zakho, è eccezionale: al di là del fiume, un affluente del Tigri ricco di acque turbinose, cominciano ad elevarsi le catene dei monti che si inseguono, una quinta dietro l'altra, in una successione di cui non si intuisce la fine . Anche durante la permanenz a a Zakho, non si interruppe mai fa mia attività volta alfa soluzione di problemi doganali . l materiali continuavano ad arrivare per via aerea a Diyarbakir e da qui venivano avviati a Zakho per mezzo di autotreni turchi. Alfa frontiera, spesso, essi venivano bloccati e rispediti indietro, fino a Si/opi, ultimo paese turco prima del confine. Poiché il personale della S.A.I.M.A. non riusciva a cavare un ragno dal buco, toccava sempre a me l'incombenza di partire da Zakho, portarmi alla frontiera e ammansire i soldati, i poliziotti e i funzionari di servizio con qualche parola gentile aiutata da qualche omaggio sottobanco. Ai problemi burocratici occorreva infatti aggiungere l'attenzione molto viva della polizia sul traffico di droga, non essendo affatto campata in aria fa possibilità che i trafficanti potessero servirsi proprio di questi trasporti per far passare la merce. Come l'andata, anche il ritorno comportò problemi doganali a non finire. Tutta fa documentazione venne approntata a Zakho. La cerimonia di saluto avvenne al mattino del 15 luglio. La commozione era palpabile, come l'orgoglio di essere stati protagonisti in quella missione, mentre il Tricolore lentamente scivolava giù lungo il pennone. Le autocolonne mossero verso il confine turco. A poche centinaia di metri dalla frontiera, una bellissima sorpresa, la più beffa ricompensa alfe nostre Fatiche: a destra e a sinistra della strada, distanti venti metri l'uno dall'altro, gli uomini di un reparto di pasdaran ci rendevano gli onori, con uno spontaneo e del tuffo inaspettato «presentat-arm>>.
MISSIONE «IBIS» Antefatti
MISSIONI la sua riduzione a colonia sul finire del INTERNAZIONALI XIX secolo per continuare con la guer- DI PACE
Fra tutti i paesi africani, la Somalia è certamente quello legato al nos tro d a un filo storico più solido e duraturo. Da circa un secolo le vicende di questo stato si intrecciano, in positivo o in negativo, con quelle nazionali, a partire dal-
ra d'Africa del 1935-1936 quando il suo territorio venne utilizzato come trampolino di lancio, insieme a quello eritreo, per la conquis ta dell'Impero con la sottomissione dell'Etiopia. Perdute tutte le colonie a seguito del-
o
f
...
o
~
B a c ~n o
(l
· S o m a l
Jlt$0
177
CAPITOLO
3
Fra i principali fattori che spinsero l'opinione pubblica internazionale in favore di un intervento in Somalia, vi furono le immagini dei bambini soma/i vittime della denutrizione. Nella foto: «Pipistrello» (nomignolo affettuoso ma impietoso datogli dai militari italiani), bambino soma/o ricoverato presso il Nucleo Chirurgico Elitrasportabile (foto M. Argenziano).
la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, la Somalia- come visto nella prima parte di questo stesso capitolo- restò affidata all'Italia in amministrazione fiduciaria fino al 1960, anno che la vide tornare alla totale indipendenza. Tra vicende molto spesso drammatiche, si giunse alla fine degli anni Ottanta - inizio anni Novanta, quando una violenta insurrezione rovesciò e cos trinse alla fuga il dittatore Siad Barre, accusato di aver accumulato favolose ricchezze attraverso la corruzione. Cacciato il dittatore, in luogo del periodo di pacificazione e di ricostruzione che tutti si sarebbero aspettati, ebbe inizio una ancor più feroce guerra civile tra le diverse fazioni che avevano provocato la caduta del precedente padrone. A contendersi il diritto a guidare il paese erano soprattutto due personaggi: il generale Aidid e il presidente Ali Madhi. Continuarono le carneficine, mentre bande di predoni, con garanzia di totale- impunità, si dedicavano ai sac. cheggi più sfrenati.
Alla guerra civile si aggiunse, quasi naturale conseguenza, una tremenda carestia. I teleschermi di tutto il mondo irradiarono a getto continuo le allucinanti immagini di bambini morti o morenti per denutrizione, che diedero inizio a un consistente invio di aiuti da parte di privati, ma soprattu tto di associazioni umanitarie internazionali; aiuti che, il più delle volte, proprio per la mancanza d i un'autorità politica e di polizia locale, finivano nelle mani degli s tessi predoni (i cosiddetti «morian»): ogni tentativo di salvezza o di soccorso per g li individui più deboli, ai quali in teoria gli aiuti erano indirizzati, veniva così vanificato. Del problema si faceva carico l'Organizzazione delle Nazioni Unite la quale, con apposita risoluzione, autorizzava i membri dell'ONO ad effettuare interventi atti a risolvere la situazione. Negli Stati Uniti, nel frattempo, il presidente George Bush, dopo il picco di popolarità raggiunto a seguito degli eclatanti successi militari e politici in campo internazionale (la cattura del narcotrafficante nicaraguense Noriega, la vittoria sull'Iraq nella Crisi del Golfo, la caduta del Comunismo), aveva visto precipitare i favori della sua gente a causa della forte recessione economica che aveva colpito l'America e, nelle elezioni del1992, era sta to sconfitto dal rivale Bill Clinton. Prima di cedere il potere però, fra gli ultimi atti da presidente, decideva l'invio di 25 mila soldati USA in Somalia, a risolvere la crisi di quel paese.
Ibis
178
Il governo italiano, contro il gradimento degli stessi Statunitensi, decideva di partecipare alla missione, denominata dagli Americani «Restore Hope» (restituire speranza), con un proprio contingente; la stessa missione, per l'Italia, si sarebbe chiamata «IBIS». Al completo dei suoi effettivi, il contingente avrebbe contato 2500 militari circa, forniti iniz ialmente dalla Brigata Paracadutis ti «Folgore», da avieri della 46a Aerobrigata, da marinai d el «San Marco», dal Reparto di Sanità della «Centauro». Al comando di Italfor era il generale Giampiero Rossi cui, dopo qualche mese, suben trava il generale Bruno Loi, comandante della «Folgore». La popolazione soma la, sulle prime,
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
, si mostrò ben poco disposta alla simpatia nei confronti delle truppe italiane; non e ra infatti stato dimenticato l'aiuto del governo italiano al deposto dittatore. Tale atteggiamento, dopo il primo impatto, ebbe a mutare, grazie al comportamento dei militari stessi, che avevano conferito alla loro presenza sul posto la connotazione forse più aderente alle direttive dell'ONU, con prevalenza del fattore umanitario su quello militare, al contrario degli Americani, che agivano più in veste di poliziotti che di amici. La situazione precipitò allorché, con un episodio dalla dinamica mai ben chiarita, 23 soldati pakistani delle forze ONU venivano uccisi dai partigiani della fazione di Aidid. . Scattò la rappresaglia e il generale Aidid divenne il personaggio più ricercato della terra. Nel tentativo di catturarlo, si scatenarono violenti scontri tra le truppe ONU e i fedeli del generale. In uno di questi scontri, che segnò il giorno più drammatico della presenza italiana in Somalia, al check-point «Pasta» (così chiamato per la presenza, nei pressi, di un ex pastificio) perdevano la vita tre militari italiani. Questo episodio acuì notevolmente il dissidio fra il comando delle forze statunitensi e quello italiano, propugnatore il primo della politica del pugno di ferro, il secondo invece sostenitore della necessità di trovare una soluzione
Il Check-point «Pasta .., teatro dello scontro più feroce e della giornata più luttuosa per le forze italiane {foto A. Carretta).
attraverso il dialogo tra le parti in lotta. Quanto l'Italia avesse ragione lo si vide allorché gli Stati Uniti, dopo inutili tentativi di normalizzare la situazione con la forza, senza peraltro riuscire a catturare Aidid, che per questo diveniva una sorta di eroe per tutti i suoi, rinunciavano alla caccia e iniziavano il disimpegno dalla Somalia. In analogia, anche il governo italiano decideva il rientro in patria del proprio contingente nel quale, nel frattempo, alla «Folgore» era subentrata la Brigata «Legnano», agli ordini del generale Carmine Fiore. Il rientro avveniva per scaglioni, così com'era avvenuta la partenza, e veniva completato nel marzo del 1994. La Somalia restava con tutti i suoi problemi ancora da risolvere.
L'attività logistica A rappresentare il Corpo Automobilistico, nel corso dei primi 8 mes"i della missione, fu il Battaglione Logistico «Folgore», agli ordini del tenente colonnello Pasquale Terreri. Un primo ridottissimo nucleo di personale del Battaglione Logistico, partito il14 dicembre 1992 su un C 130, atterrò all'aeroporto di Nairobi insieme ad alcuni incursori del «Col Moschin» e, con essi, prese parte all'azione di oc-
179
CAPITOLO
3
Veduta aerea del campo di Ba/ad, sede del Battaglione Logistico «Folgore" (foto Btg. L. «Folgore»).
La popolazione fuggita dai villaggi viene caricata sugli automezzi del Battaglione Logistico e ricondotta presso le proprie abitazioni (foto A. Carretta).
180
cupazione dell' ambascia ta italiana a Mogadiscio. Tre giorni prima, sulla nave «Sardinia Viva», era partita una consistente aliquota di materiali e mezzi del Battaglione, che approdò al porto di Mogadiscio il giorno di Natale. Il personale, invece, sarebbe affluito per via aerea. Trasferitosi a Balad per via ordinaria, il reparto mise subito mano all'approntamento del campo, utilizzando alcuni ruderi di caseggiati, dirocca-
ti e scoperchiati, in piena savana, un tempo sede estiva dell'Accademia Militare Somala. Prima attività, l'organizzazione della sicurezza del campo ch e, per tutto il su o p erimetro di 5 chilometri circa, venne recintato di concertina, ad opera soprattutto della compagnia genio della brigata, anch'essa os pite del campo insieme al 186° battaglione e al Comando della Brigata. Quest'ultima, dopo
aver assunto il comando di ltalfor, vi si trasferì da Mogadiscio. L'attività del Battaglione si rivolse subito verso molteplici direzioni. In primo luogo, esso assolse ai propri compiti di istituto: riparazioni, rifornimenti, recuperi, trasporti, a favore delle altre unità più strettamente operative. Ma operativo fu anche lo stesso Battaglione Logistico. In primo luogo, esso si dedicò al trasporto dei profughi,
la sicurezza dei trasporti s tessi. Ma il Battaglione dedicò le su e ener- MISSIONI gie anche a favore della popolazione, con iniziative volte soprattutto al mi- INTERNAZIONALI glioramento delle sue condizioni. Ven- DI PACE . ne ripristinato un edificio orfanotrofio, che venne intitolato a G. Marconi, e istituita una scuola frequentata da 250 bambini, entrambi affidati, per la gestione, a personale locale. Contemporaneamente, venne atti-
L'orfanotrofio «G. Marconi", restaurato dal personale del BaNaglione LogisUco «Folgore" (foto A. Carretta).
cioè di quanti, spi nti dalla fame e dal terrore dei predoni, si erano riversati a Mogadiscio. Sotto le direttive delle N.G.O. (Organizzazioni Non Governative), g li automezzi del Battaglione caricarono questi fuggiaschi e li riportarono ai rispettivi paesi d'origine, ormai non più sotto l' incubo del flagello della carestia e dei «morian». Una co nsistente aliquota delle risorse umane d el Battaglio ne Logistico venne distolta per i compiti legati alla sicurezza, dovendo esso assicurare la vigilanza del campo e di un'antenna del ponte radio. Proprio nella vigilanza di questa antenna il contingente italiano dovette lamentare la prima vittima, il paracadutista Giovanni Strambelli, colpito da un proiettile partito accidentalmente dal fuci le di un commilitone. Operato nell'ospedale da campo, sarebbe deceduto dopo il suo trasferimento in Italia. Altra attività continuativa del reparto, il trasporto del matriale proveniente dai containers scaricati dalle navi. L'insufficienza dei tri lers disponibili costringeva a percorrere più volte l'itinerario Mogadiscio-Balad, con accentuazione dei problemi connessi al-
vato dall'Italia l'invio d i materiali, quali viveri, vestiario, giocattoli. Merita a tal proposito, una doverosa menzione l'iniziativa scaturita da una lettera inviata dal tenente colonnello automobilista Ferdinando Guarnieri, in servizio a Balad, a «Il Giornale» e pubblicata il 23 aprile 1993. Colpito e commosso dalle misere condizioni dei bambini dell'orfanotrofio, l'ufficiale aveva sollecitato, attraverso il quotid iano, l'invio di qualsiasi cosa, anche e soprattutto di ciò che noi gettiamo via perché non più necessario. Primi a raccogliere l'invito furono i soci della Sezione dell'Oltrepò Pavese dell'Associazione Nazionale Paracadutis ti d'Italia, che inviarono ben 120 colli di materiale di vario genere più molti articoli s fusi. L'esempio veniva seguito, a cascata, da altre associazioni e da singoli privati. Il materiale veniva fatto affluire presso il Comando Brigata «Folgore», a Livorno, e da qui spedito in Somalia. Vennero costruite suppellettili, utilizza ndo legname di ripiego, specie quello degli imballaggi scartati dagli Americani. Venne attivata l'a ssis tenza sanitaria alla popolazione con visite sia in sede, sia presso un ambulatorio ester-
181
CAPITOLO
3
Un'autocolonna del Battaglione Logistico «Folgore» percorre le piste della sa vana (foto «Folgore»).
182
no, dove la popolazione affluiva fiduciosa. Venne riattivato un pozzo, presente presso il campo, già semifunzionante con una vecchia pompa, ma in mano a persone che si facevano pagare l'acqua a caro prezzo. Il pozzo venne strappato dalle loro mani, venne applicata una pompa più potente azionata da un motore di CM/52 e l'acqua venne messa gratuitamente a disposizione di tutta la popolazione. Altro settore di attività del Battaglione: la scorta ai giornalisti nazionali inviati di volta in volta ad effettuare servizi sul lavoro e sulla vita del contingente. Per sollevare il morale dei militari del Battaglione, che non potevano certo fruire di svaghi, vennero approntati uno spaccio, sale con videogiochi, sale lettura, locali con proiezione di videocassette. Con i voli bisettimanali dei C 130 venivano inviati giornali e videocassette riportanti le notizie dei telegiornali nazionali e perfino le registrazioni dei principali incontri di calcio, che potevano a volte essere visti quasi in tempo reale. Il Battaglione venne coinvolto in pieno negli scontri che costituirono il giorno più tragico d ell'intera missione, quando persero la vita il sottotenente Andrea Millevoi, il sergente maggiore Stefano Paolicchi e il parà Pasquale Beccaro. I contatti con la popolazione, o almeno con gran parte di essa, dopo la diffidenza dei primi giorni, si fecero così amichevoli e cordiali, che venne per-
fino autorizzato un mercatino all'interno del campo dove i somali venivano a vendere i prodotti della loro agricoltura e piccoli oggetti del loro artigianato. A settembre del1993la brigata «folgore» veniva avvicendata dalla «Legnano» e, analogamente, il Corpo Automobilistico veniva rappresentato dal suo confratello della nuova grande unità. L'arrivo del Battaglione Logistico «Legnano», agli ordini del tenente colonnello Nino Mucedda, avvenne il26 agosto, mentre il grosso della brigata arrivava il6 settembre. Anche il Comando del contingente era stato nel frattempo ricondotto a Balad, a seguito delle richieste sollevate dal Comando statunitense che, non condividendo la linea morbida adottata dal generale Loi, ne aveva chiesto la sostituzione, ottenendo un rifiuto dal governo italiano. Insieme al Comando della Brigata, rientravano a Balad anche tutti i reparti dislocati a Mogadiscio. Questi reparti, nel frattempo, continuavano ad avvicendarsi, anche eterogenei, nel senso che, anche in periodo di comando della «folgore», erano presenti reparti della «Legnano» e viceversa, come anche reparti in organico ad altre unità (ad esempio, i «Lupi di Toscana» della «friuli »). Non staremo ad elencare le date degli avvicendamenti, né tutti i nomi dei reparti; va tuttavia fatto notare che, mentre i reparti operativi ricevevano
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
.·
la sostituzione ogni tre mes i, quelli di supporto, come i battaglioni logistici, restarono su l posto per tutto il tempo che durò il comando della ri spe ttiva brigata. Occorre consid erare che, per il s uo fu nzionamento, il Battaglione era arrivato in Somalia con una forza ben al di sotto del suo organico (171 militari contro 391). Per far fronte alle esigenze venne studjato e adottato un organico che prevedeva la contrazione e fusione delle compagnie mantenimento e rifornimenti in un' unica compagnia, la riduzione della compagnia comando e servizi ad un plotone e la costituzione di una compagnia di sicurezza; il Battaglione veniva peraltro rinforzato con una sezione addetta al mantenimento delle Blindo Centauro e con il Reparto di Sostegno Logis tico (RE.SO.LO). Quest'ultima unità era un reparto a livello compagnia, originariamente costituito per i mezzi che operavano a Mogadiscio, ma che con l'arrivo della «Legnano» si trasferì a Balad e si interessò dei mezzi speciali (blindo leggere, trailers, autobotti, autocisterne, ecc.). L'arrivo del nuovo battaglione logistico, in organico a una brigata meccanizzata e non più paracadutisti, rese necessaria l' esecuzione di lavori di ampliamento della riservetta munizioni e la costituzione di nuovi depositi carburanti, costituiti da 8 enormi vesciconi in plastica da 20 mila litri, il cui acquisto dal commercio si era reso necessario a seguito del ritorno in patria - dove numerose unità erano in crisi per la loro mancanza- di alcune autocisterne. L'autonomia complessiva, per
l'intero contingente, veniva mantenuta su 25 giornate/ carburante. Di particolare importanza per il funzionamento dei ser vizi e della sicurezza dell'intero apprestamento di Balad fu l'esercizio delle stazioni di energia. Il Battaglione Logistico assicurò infatti, con il proprio personale l'efficienza e il funzionamento dei gruppi elettrogeni di grande capacità d ell'accampamento di Balad e degli altri appostamenti. Le a ttività di trasporto e rifornimento venivano svolte avvalendosi in massima parte di contain ers, per il trasporto dei quali venivano utilizzati dei trailers militari e, molto spesso, autotreni di ditte somale concessi quale concorso a UN OSOM. Il problema era sempre costituito d al fa tto che la portata d elle Gru M 180 (18 tonnellate circa) non era adeguata al peso dei containers (30 o più tonnellate, a seconda del peso specifico del contenuto). A tale carenza, successivamente all'arrivo della «Legnano», venne supplito con l'invio dall' Italia di una gru da 40 tonnellate. L'attività di trasporto veniva effettuata non solo per le proprie esigen~e, ma anche per fornire concorso alle altre unità. Alle difficoltà ambientali (inadeguatezza della rete stradale, fondi stradali inconsistenti o addirittura·sabbiosi che richiedevano l'uso continuo d ella trazione totale, elevate temperature, polvere e sabbia, ecc.) si sommavano le necessità di carattere operativo: ogni trasporto doveva essere adeguatamente scortato e ciò richiedeva ulteriore impiego d el personale d el Battaglione. Nei periodi di tensione, la scorta ai convogli diretti a Mogadiscio fu
Strada Mogadiscio-Afgoi: ogni viaggio deve essere adeguatamente scortato (foto P.L. Brachetti).
183
CAPITOLO
184
3
effettuata con veicoli blindati e, pertanto, devoluta ad unità operative che avevano tali mezzi in dotazione. L'attività di mantenimento veniva assicurata in massima parte presso la compagnia mantenimento di Balad. Si provvedeva comunque all'invio di personale specializzato a domicilio ogni qual volta ragioni di opportunità sconsigliassero la movimentazione del mezzo inefficiente. Di particolare interesse fu la sezione mantenimento delle Blindo Centauro, costituita da personale specializzato proveniente dalla Scuola Truppe Corazzate di Lecce e da sottufficiali della Scuola Trasporti e Materiali con plur iennale esper ienza maturata presso le ditte IVECO e OTO MELARA. Affiancato ad essi lavorava un operaio civile (due, nei periodi di affiancamento) fornito dalle stesse d itte. Un'osservazione va fatta, a proposito dei recuperi, in cont rasto, finalmente, con quanto riferito dalle relaz ioni d i precedenti spediz ioni in Somalia. Nel corso della guerra 1935-36 - e lo sa bene chi ha letto il primo volume di questa stessa opera, nella parte relativa a tale conflitto - un'avaria all'automezzo era quanto di più funes to potesse avvenire ad un autista: egli veniva abbandonato sul pos to, in balia degli eventi e in attesa di un aleatorio e fantomatico recupero. Nel corso della missione «Ibis», con l'automezzo in avaria rimaneva anche una parte della scorta, quando addirittura non si fermava tutta la colonna, fino a che la stessa non era in grado di ripartire al completo. Gli automezzi tattici diedero tutti ottima risposta, come l' AR/76 ma, soprattutto, il VM/90, da qualcuno giudicato l'automezzo più appropriato rispe.tto alle esigenze. Non così bene andarono i mezzi privi di trazione integrale. Un grosso problema, come detto, furono le autogrù M 180, grossa e inspiegabile incongruenza da parte di chi avrebbe dovuto programmare e che richiama alla mente tristi inefficienze passate: lascia perplessi il fatto di non aver previsto una simi le spropo rz ione tra peso dei containers e portata delle gru . Per quanto riguarda la viabilità, la miglior via di comunicazione era la cosiddetta «Strada Imperiale», pomposa nel nome, ma che avrebbe avuto molto da invidiare alle peggiori strade provinciali del nostro Paese, e soprattutto orribilmente disseminata di buche. Le piste sa bbiose, invece, erano s ta-
te rinforzate dal Genio, con apposita ghiaia che, costipandosi, forniva una notevole aderenza. Continuava a funzionare, intanto, l'infermeria realizzata fuori della recinzione perimetrale, dove prestavano servizio quattro ufficiali medici, più un certo numero di crocerossine che quotidianamente prestavano la loro opera a favo re della popolazione di colore. In essa venivano effettuate visite ambulatoriali ad oltre 200 persone al giorno, con una degenza d i una trentina di malati per i casi che ne prevedevano la necessità. Per le patologie più gravi e per i casi più delicati si provvedeva allo sgombero sull'ospedale da campo di Giohar. Nel periodo di permanenza della «Legnano», si ebbero anche 23 parti ed una donna, in segno di gratitudine, volle chiamare il bambino con il cognome del comandante del Battaglione: Mucedda. Continuò ad essere assicurata l' assistenza all'orfanotrofio «G. Marconi» e alla scuola pubblica di Balad, con distribuzione di materiale didattico, vestiario, cibo, acqua. Analoghe distribuzioni vennero effettuate anche nei villaggi di Hilweyne, Muriale, Istambul e Basra. · Quello che non poteva mai essere messo in preventivo, specie negli ultimi tempi, era l'atteggiamento della popolazione, estremamente mutevole, che non poteva in alcun modo essere condizionato o guidato in quanto non dipendente d al comportamento dei nos tri nei suoi confron ti, ma solo dagli umori che correvano tra le varie fazioni e i diversi clan. Sul finire dell'inverno, prendevano avvio le operazioni di ripiega mento, avvenuto per gradi e a partire dai reparti più lontani da Mogadiscio, quali quelli di Bellet-Uen, Buio Burti e Giohar. Uno ad uno tutti i reparti transitavano da Balad e andavano ad imbarcarsi a Mogadiscio, lasciando i propri materiali al RE.LO.CO., perché provvedesse alla loro spedizione in Italia. Su disposizione del generale Fiore, venne rimpatriata anche la parte logistica, cioè il Battaglione Logistico e il Reparto Comando e Supporti Tattici.
La componente corazzata Se a condurre l'Operazione «Ibis» si diedero il cambio diverse grandi unità (in particolare la «Folgore» e la «Legna no» con il concorso di svaria ti altri reparti), a fornire la componente coraz-
zata per tutta la durata della missione e senza mai ricevere avvicendamento fu la sola Brigata Corazzata «Ariete». A cinquant'anni esatti da quel lontano 1942, in cui rifulse il valore e la gloria dell'oqlonima Divisione, carristi e autieri tornavano in terra d'Africa. Ad assicurare un prezioso e decisivo contributo nei momenti più difficili fu infatti una compagnia di formazione su carri M/60 tratta dai Reggimenti 32° e 132°. Il s upporto logistico a questa compagnia venne fornito, ovviamente, dal Battaglione Logistico della stessa Brigata, con sede presso la caserma «Baldassarre» di Maniago, comandato dal Ten. Col. Nicolino Santone, che inviò su l suolo somalo un'unità a livello plotone RR rinforzato per la riparazione di mezzi ruota ti e cingolati. Per il suo funzionamento si alternarono complessivamente 3 ufficiali, 14 sottufficia li e 63 militari di truppa. Nel corso della missione vennero sperimentati con s uccesso e soddisfazione - anche perché si trattava di operare su un banco di prova reale e non in esercitazione- le nuove attrezzature di campalizzazione della compagnia mantenimento. Non di sola logistica, tuttavia, si occuparono gli uomini del Battaglione. Al pari dei loro colleghi di armi combattenti, anch'essi vennero impiegati in servizi di scorta, come pure di sentinella presso i check-points.
Fra questi uomini- tutti meritevoli di elogio per l'impegno profuso- potrà essere citato il maresciallo del Corpo Automobilistico capo officina Salvatore Parisi, responsabile anche del programma di ripresa dell'attività sportiva in favore della popolazione somala. In tale veste e mediante l'espletamento di questa attività, egli contribuì notevolmente alla ripresa del dialogo tra etnie diverse che da tempo conducevano lotta annata. Fu proprio in virtù del prestigio acquisito presso la popolazione, che egli un giorno trasse fuori da un gravissimo pericolo una pattuglia italiana già accerchiata da una folla minacciosa, fra la quale vi erano moltissimi armati, riuscendo a ca lmare gli animi solo grazie al suo carisma e alla sua popolarità. Per tutto il suo operato, e in particolare per l'azione descritta, egli ricevette riconoscimenti da parte di comandanti di altri contingenti e un encomio da parte dello stesso comandante del contingente italiano, generale Carmine Fiore.
Il Plotone RR del Battaglione Logistico «Ariete .. (foto Btg. L. «Ariete»).
RE.LO.CO. Un'analisi approfondita e dettagliata merita, nell'ambito dell'operazione «Ibis», l'attività del Re.Lo.Co., per due ragioni in particolare: -l'assolu ta novità da esso rappre-
185
3
sentata rispetto ad ogni spedizione o missione precedente; CAPITOLO - il fatto che la sua costituzione e il suo funzionamento venissero assegnati a un ente e a personale del Corpo Automobilistico. Lo esamineremo nelle varie fasi della sua esistenza, cercando di scandagliare, momento per momento, i travagli nei quali il reparto si trovò a nascere, le difficoltà nelle quali dovette operare e che fu costretto a superare, gli ammaestramenti che alla sua conclusione sarebbero stati tratti. Il Re.Lo.Co. (Reparto Logistico di Contingenza), era stato concepito dal generale Vozza, Capo del IV Reparto dello SME. L'idea, pur se originale in Lo staff del Comando del Re.Lo.Co., al completo: ambito forze armate italiane, nasceva il tenente colonnello in realtà dall'osservazione dell' orgaPierluigi Brachetti (secondo nizzazione logistica in atto presso gli da sinistra), prima vice eserciti alleati nella recente Guerra del comandante del Re.Lo.Co. «Italia», poi comandante del Golfo e nella successiva missione in Re.Lo.Co. «Somalia" fino Kurdistan. alla conclusione; il tenente Si trattava, in sintesi, di costituire colonnello Mario Righe/e un'unità che si dedicasse esclu siva(in mimetica), comandante mente e specificamente alla soluzione dell'aliquota soma/a nella di tutti i problemi connessi all'invio di prima fase; il tenente colonnello Alberto Festa uomini, mezzi e materiali nella località (con gli occhiali), di missione, svincolando dalla stessa comandante del Re.Lo.Co. incombenza i reparti logistici delle unità «Italia» per tutta la durata interessa te. della missione (foto A. Festa). Era 1'11 dicembre 1992: i pre parativi per l'invio del contingente erano già
in atto ed erano giunte, al Comando Regione Militare Tosco Emiliana, le disposizioni logistiche da parte di SME IV Reparto. Queste contenevano, tra gli altri ordini, quello di costituire un Re.Lo.Co., ripartito in due aliquote, una sul territorio nazionale, l'altra su quello somalo.
Il «Re.Lo.Co. Italia» Il compito di costituire l'aliquota nazionale veniva assegnato alla Regione Militare Tosco Emiliana, competente sul territorio in cui aveva sede la Brigata Paracadutisti «Folgore». Scendendo lungo la linea di comando, l'ordine venne trasmesso al Comando dei Servizi Trasporti e Materiali della stessa regione e, su espresso desiderio del suo Capo, generale Alessandro Paganucci, il compito della realizzazione pratica della nuova unità venne assegnato al comandante del 7° Battaglione Trasporti «Monte Amiata», unità dipend ente dallo stesso Comando, agli ordini del tenente colonnello automobilista Alberto Festa. Dalla decisione all'attuazioné, il passo fu immediato, perché fu subito chiaro che le difficoltà da superare sarebbero state molte e ingenti. In pratica, i soli elementi forniti dal pacchetto d'or-
dini era no una bozza di organigramma (che prevedeva 5 ufficia li, 12 sottufficia li, 68 militari di truppa) e un accenno ai compiti, che era no quelli derivanti dalle attribuzioni di responsabilità del reparto. Quanto a tutto il resto, cioè dove, come, con quali mezzi affrontare il compito ... buio pesto. Non esistevano infatti librette, norme, regolamen ti in materia; non esistevano precedenti cu i fa r riferimento anzi, tutto ciò che il reparto avrebbe affrontato, avrebbe poi dovuto fa r scuola per analoghi repa rti futuri. Dopo due g iorni, lo stesso tenente colonnello Festa, con un nucleo di persona le e con mezzi del suo stesso battaglione, rinforzati da mod este aliquote delle brigate «Folgore» e «Friuli», dava avvio alla costitu zione del reparto. Vaglia te diverse possibilità, quale sede di attività venne scelta la sa la di rappresentanza della Briga ta «Folgore», a Livorno, la quale, sgomberata da divani e poltrone, venne rusticamente arredata con le prime suppellettili, indispensabili a consentire al personale di svolgere il proprio lavoro. Si trattò, almeno inizialmente, del materiale più facilmente reperibile, cioè quello campale. Per le comunicazioni tra lo stesso personale, prevedendo per esso un impiego frazionato, vennero adottate delle radio «Motorola». Il salone venne diviso in compartimenti, con tavolo per il Comando, una zona informatica, un nucleo coordinamento attività portuali e un nucleo coordinamento attività aeroportuali, più un tavolo di segreteria per la gestione del reparto stesso, che diveniva distaccamento del 7° Battaglione Trasporti «Monte Amiata»: il tenente colonnello Festa, comandante del Re.Lo.Co., continuava infatti ad essere comandante dello stesso Battaglione. Come si intuisce dalla ripartizione del salone, i due grossi e distinti settori verso i quali si sarebbe indirizzata l'attività del Re.Lo.Co. sarebbero stati i trasporti navali e quelli aerei. Al personale incaricato per i primi g iorni restarono affiancati, quali consulenti, il colonnello Sportelli, allora direttore della 73 ORE, e il maggiore Orieti, per l'esperienza dagli stessi acquisita in fatt o di trasporti intermodali nelle precedenti missioni in Albania e in Kurdistan. Un certo disagio si manifestò, ma solo inizialmente e di breve durata, naturale ogni volta che in un organismo,
in questo caso la Brigata «Folgore», viene ad innestarsi un corpo (il Re.Lo.Co.) MISSIONI estra neo a quelle che sono le abitu ali attività della grande unità; un disagio INTERNAZIONALI che nasce dall'abitudine ad affrontare DI PACE problemi di natura diversa, con priorità anch'esse di verse (quale ufficiale automobilista, avvezzo a parlare di motori, ricambi e chilometri, non ha provato la classica sindrome del «pesce fuor d'acqua », trovandosi all'improvviso ad operare tra uomini dalla stessa divisa, ma con mostrine diverse?) A mettere a loro agio g li automobilisti fu la sagace ed efficace azione di comando dello stesso comandante della Brigata «Folgore», genera le Bruno Loi, e dei suoi più di retti collaboratori dello Stato Maggiore. Questi in fa tti, al q uotid iano rapporto serale convocavano anche il comandante del Re.Lo.Co., il quale poteva così rapidamente acquisire un quadro concreto d ella situazione, rendersi ben conto di ciò che si richiedeva al suo reparto e conoscere i problemi operativi dai quali discendevano quelli logistici. Man mano che un nuovo problema si presentava, se ne studiava la soluzione e lo studio effettuato andava ogni volta a costituire bagaglio di esperienza e di insegnamento per il superamento dei problemi successivi, che provenivano da 360 gradi, investendo ogni settore di attività. Già al primo approccio si scoprì che una delle prime difficoltà scaturivano dal diverso «vocabolario» adottato da Esercito, Marina e Aeronautica: termini come «rizzare», o «farfalla»- tanto per citare alcuni esempi- familiari per un marinaio, gettavano nello sconcerto l'automobilista. Per sopperire almeno alle difficoltà di comprensione con l'Aviazione Militare, vennero affiancati al Re.Lo.Co. il comandante della compagnia aviorifornimenti della SMIPAR ed una piccola aliquota di sottufficiali e militari di truppa addetti agli avioimbarchi. Tutto, veramente tutto, era da imparare, dalla soluzione di problemi di carattere doganale (che comportavano relazioni con ispettori doganali ed esponenti d ella Guardia di Finanza), sanitario (che implicavano la conoscenza di una complessa normativa relativa alle derrate alimentari), di interconnessione con diversi apparati dello Stato. Il tutto venne per fortuna facilitato dalla grande disponibilità degli interlocutori (ispettori, prefetti, ecc.) e dagli ottimi rapporti stabiliti con gli stessi. 187
CAPITOLO
3
Caricamento di materiali su aerei presso l'aeroporto di Pisa (foto A. Festa).
L'attività del Re.Lo.Co. iniziava purtroppo ad operazioni già avviate da due giorni. Due navi erano infatti già partite ed erano s tati programmati tutti i m ovimen ti per i quindici g iorni successivi. Inizialmente l' Alitalia si rifiutava di effettuare voli per la Somalia, a causa d ella situazione politico-militare di quella nazione, la stessa s ituazione, d'altra parte, ch e era stata all'origine della missione; perciò lo Stato Maggiore aveva dov uto prendere a nolo alcuni 747 d elle linee americane. Solo dopo un m ese e dopo che le truppe ONU avevano già saldamente messo pied e in Somalia, l' Alitalia acconsentì a mettere a disposizione i propri velivoli. Nella fase di trasferimento, poiché il materiale viaggiava per lo più con vettori navali e il personale con vettori aerei, fu necessario sincronizzare i m ovimenti per fa r sì che il loro arrivo in zona di missione fosse contemporaneo e che le navi venissero subito scaricate (chi ha letto i precedenti volum i di questa opera ricorderà in quali e quante circostanze gli u o mini ra ggiunsero le zone di operazione molto prima dei mezzi e dei materiali). Qualcosa, tuttavia, non funzionò con il ne-
cessario tempismo, in occasione della prima mandata: poiché non era stato tenuto conto d el tempo necessario alle operazioni di attracco, di scarico e di trasporto, i primi paracadu tisti giunti in Somalia dovettero fare affidamento, per i primi giorni, soltanto sulle loro razioni «K». Era la prima volta per tutto, anche per l' a ttuazione di quei famo si trasporti intermodali dei quali gli ufficiali del Corpo Automobilistico a veva no tutt'al più sentito parlare in occasione della frequenza di qualche corso, ma che mai avevano applicato né visto applicare. Il materiale arrivava per ferrovia o per v ia ordinaria, per proseguire il viaggio via nave o aereo, ovviamente con tutta una s erie di approntamenti preventivi che occorreva conoscere. Si rivelò preziosa, nella prima fase, la collaborazione d ella ditta S.A.I.M.A., per il caricamento dei containers sulle navi. I trasporti con vettori navali si sviluppavano con la seguente dinamica: dal Co mando Briga ta venivano r appresentate le esigen ze di trasporto e queste venivano tradotte in caP,acità di carico di una nave e in numero di containers necessari da parte del Re.Lo.Co. Mentre i containers viaggiavano verso
i reparti per il loro riempimento, dal-
l'altra parte viaggiava no le richieste a SME- Ufficio Movimenti e Trasporti il quale, in coordinamento con SME- Ufficio Logistico, assegnava il vettore navale e comunicava il g iorno in cui sarebbe stato disponibile. Apparve subito evidente, a llo scopo di pervenire a parlare tutti un comune linguaggio, la necessità di una modulistica standardizzata, che venne studiata e fatta stampare sed uta stante da una tipografia livornese, resasi disponibile no nostante la concomitanza delle festività natalizie, proprio per aver recepito l' importanza d ella missione. Apposite etichette applicate su ogni container identificavano, con prestampigliature in inglese: chi spediva, a quale reparto era destinato il carico, la sede del reparto e la na tura del carico espressa in sigle internazionali. Un curioso contrattempo stava per verificarsi, in quei primi giorni di assestamento: insieme agli automezzi d estinati alla Soma lia, il comanda nte si avvide che gli addetti stavano caricando anche quelli del Re.Lo.Co., cioè quelli con i quali egli si muoveva, per svolgere il suo lavoro, all'interno d el porto. Da questo, per fortuna evitato, in-
Il contrassegno ideato dal conveniente, sca turì l'idea di appronTen. Col. A. Festa per tare uno stemma che caratterizzasse e distinguere personale, identificasse il Re.Lo.Co. stesso, uno automezzi e infrastrutture stemma che venne poi apposto su tutdel Re.Lo.Co. «Italia». ti gli automezzi e che aveva anche la di automezzi fun zione di lasciapassare per i movi- Caricamento sulle navi presso il porto di menti interni. Livorno {foto A. Festa).
189
CAPITOLO
190
3
Una sola responsabilità non era a carico del Re.Lo.Co., nei confronti del materiale, quella della gestione amministrativa: esso cioè non veniva assunto in carico. Per il resto, le incombenze erano veramente molteplici e pesanti: dal disbrigo delle pratiche doganali, al controllo sulla corretta effettuazione del trasporto e del caricamento, alla preparazione della documentazione da inviare al Re.Lo.Co. Somalia, che questo doveva ricevere, via aerea, ben prima 'dell'arrivo delle navi, onde predisporre le operazioni di ricezione. I contatti con il Re.Lo.Co. Somalia, tramite il satellitare, erano immediati e molto efficaci, sì che i due rispettivi comandanti potevano trasmettersi anche verbalmente -ogni informazione utile. Il caricamento delle navi seguiva una procedura ben precisa e codificata e avveniva mediante coordinamento con la capitaneria di porto e con il R.I.Na. (Registro Italiano Nautico), soprattutto per quanto aveva attinenza con la sicurezza dell'imbarco. Una volta conosciuto il quantitativo dei mezzi, del materiale e dei containers da trasportare e la tipologia della nave, si approntava un piano d'imbarco che veniva sottoposto alla verifica del comandante della nave stessa, il quale poteva approvare o modificare. Da sottolineare che, spesso e volentieri, questo comandante non parlava italiano e che il Re.Lo.Co. non disponeva di interpreti, né di inglese né di alcuna altra lingua; ma - siamo o non siamo italiani? -si finiva sempre per capirsi. Ogni genere di materiali presentava i suoi bravi problemi, da risolvere di volta in volta·con soluzioni sul tamburo. Particolarmente gravi erano quelli relativi alle munizioni. Chi è del mestiere sa che queste vanno stivate per gruppi di compatibilità, essendoci degli esplosivi che diventano estremamente pericolosi e deflagranti in presenza di determinate altre sostanze esplodenti. Che fare, allora, quando un container era pieno solo a metà e le restanti munizioni da caricare erano incompatibili con quelle già stivate? Anche le autocisterne fornivano materia per pensare, dovendo essere munite di apposito certificato che garantisse che le stesse erano state bonificate e rese inerti, cioè che al loro interno non vi fossero più vapori pericolosi. Problemi ancora diversi davano gli shelters e i containers frigo-freezers, ca-
richi di derrate alimentari, le cui temperature non dovevano salire oltre una certa soglia, pena la perdita del carico. Venne perciò nominata una commissione di tecnici (veterinario, commissario, comandante del Re.Lo.Co.) che verbalizzava, in un apposito stampato, le modalità di caricamento e che, nei giorni di attesa dell'imbarco, controllava e registrava quotidianamente le temperature di ogni container. La stessa commissione vigilava sui frigo-freezers fino al momento del caricamento sulla nave e anche dopo, in quanto si accertava che essi fossero stati regolarmente allacciati alla rete elettrica di bordo; dopodiché faceva firmare al comandante una dichiarazione relativa al regolare funzionamento degli shelters all'atto della partenza. Nel caricamento degli automezzi, le cose andavano relativamente bene in presenza di navi dotate di rampe di salita. In mancanza di queste, essi veni-
vano caricati con le gru del porto, oppure con quelle montate s ulle stesse navi. Ma anche qui ... problemi. G li automezzi venivano infatti imbracati e issati con le a pposite reti; poiché i VM/90 presentano parti della ca rrozzeria in vetroresi na, queste, compresse dalle reti s tesse nello sfo rzo di sollevamento, potevano essere s pezzate, sì che s i dovette ideare una sorta di castelletto metallico che, mentre la rete veniva issata, la mantenesse divaricata. Così pure venne inventato un nuovo incarico per il persona le: q uello d i «smarca tore». Agiva no in due ad ogni imbarco/sbarco. Ognuno recava in mano un elenco d ettag liato del materiale da ca ricareosca ricare e, man mano che questi venivano portati a bordo o sulla banchina, ne smarcavano (cioè spuntava no) il nome. Alla fine i d ue elenchi venivano confrontati per avere la certezza dell'esattezza d ella regis trazione .
Ogni nave richiedeva dalle 24 a lle 36 ore, durante le quali era sempre lo s tes- MISSIONI so persona le a lavora re ininterrottamente o con poche ore di sosta per ri- INTERNAZIONALI DI PACE posare. Lo s pazio disponibile sulla nave veniva sfruttato al centimetro e con la massima razional izzazione possibile: a volte, ca ricato l'u ltimo automezzo, rimaneva uno s pazio di mezzo metro, buono, ad esempio, per infilarvi un motocompressore, sì che alla fine non rimaneva ch e lo spazio s trettamente necessario p er il battente del portellone. Terminato il caricamento e partita la nave, non s i esa uriva lì l'attività del comandante, il quale doveva fa r rientro presso gli uffici del Re.Lo.Co. per ·elaborare la modulistica e diramare allo SME, al Coma ndo Regio ne Militare e al Comando Brigata, i dati relativ i al caricamento e l'ora della partenza. Per fortuna, dopo l' iniziale e concitata fase della pa rtenza del contingen-
..
•
La nave, carica in ogni ordine di spazio, è pronta a salpare (foto A. Festa).
191
CAPITOlO
192
3
te, giunse la fase di routine e le partenze delle navi presero una cadenza quindicinale, mentre continuavano ad essere quasi giornaliere quelle degli aerei (talvolta Alitalia, ma più spesso C 130 dell'Aeronautica). L'organigramma del Reparto si era nel frattempo ampliato a 10 ufficiali, 13 sottufficiali e 90 militari di truppa. Tutta la documentazione relativa ad ogni nave in partenza veniva accuratamente raccolta e conservata ed era tale e tanta da riempire, per ogni nave, un raccoglitore completo. I movimenti dei vettori aerei avvenivano invece attraverso le seguenti procedure. La Brigata rappresentava al Re.Lo.Co. le necessità di trasporto, che venivano da questo riepilogate e trasmesse aSME -Ufficio Movimenti e Trasporti il quale, in coord inamento con lo Stato Maggiore dell'Aeronautica e la Direzione dell' Alitalia, definiva tipo di vettore e giorno di imbarco. Il Re.Lo.Co. dava quindi disposizioni al Comando Brigata inerenti gli orari e le modalità di afflusso di personale, mezzi e materiali, e sbrigava tutte le pratiche relative allo sdoganamento dei materiali anche nei confronti dei civili autorizzati (per lo più gio rnali sti , nei confronti dei quali esisteva anche l'incombenza di procurar loro le necessa rie autorizzazioni). l contatti tra Re.Lo.Co. e Alitalia avvenivano attraverso il caposcalo di Pisa; con l' AM, attraverso la sala operativa della 46il Aerobrigata. I problemi maggiori sorgevano al momento della partenza, in quanto il personale da imbarcare si presentava sempre con bagagli eccedenti di gran lunga il peso massimo consentito dalle norme di siGurezza dei voli. Era a quel punto che si intrecciavano lunghe e laboriose trattative nelle quali il Re.Lo.Co. fungeva da intermediario, e quasi sempre si raggiungeva un accordo che consentiva il tra sporto di un bagaglio il cui peso toccava il limite massimo possibile. La presenza dei giornalisti creava problemi di altra natura: la cu riosi tà professionale di questi e la loro necessità di raccogliere ogni notizia uti le alle esigenze dell'informazione contrastavano spesso contro le garanzie di sicu rezza e riservatezza richieste dalle operazioni militari, per cui era no continue le raccomandazioni al personale militare perché si astenesse dal fornire informazioni.
Appartenevano ad ogni testata, i giornalisti, sia civile che militare, sia della carta stampata che della televisione, sia locale che nazionale. Il primo servizio televisivo avvenne in occasione del rientro del primo aereo dalla Somalia. Altro problema sorse allorché vennero inviati dei flaconi di sangue, plasma e vaccini all'ospedale da campo a Balad: in questa circostanza fu necessario studiare degli adattatori per i frigoriferi portatili per collegarli alla rete degli aerei. Lo strumento si perfezionava sempre più; via via che un problema veniva affrontato e risolto si perfezionavano le procedure, poiché questi problemi non presentavano mai aspetti tali da ricalcare, quasi come carta carbone, altri già affrontati: ogni volta c'era un particolare diverso che richiedeva un nuovo studio. Problemi di altra natura sorsero allorché cominciò il riflusso dalla Somalia, con i primi militari che rientravano per licenza o perché rimpatriati. È comprensibile che ognuno di essi, in varia misura, tendesse a portare con sé q ualche ricordino d ella propria avventura, che però non sempre si armonizzava con le norme che regolano le importazioni. Fu necessario perciò coordinare il la voro con la Direzione del Corpo Forestale dello Stato e con il Comando della Guardia di Finanza, affinché nulla sfuggisse alle maglie del controllo. Nessun occhio di rigua rd o venne usato, nei confronti del personale reduce da «Ibis», non più di quanto sarebbe avvenuto ad un comune turista. Tutto venne comunque trattato con la dovuta riservatezza, allo scopo di salvaguardare l'immagine della Forza Armata. Un problema in più, che vanificava molte delle esperienze che venivano man mano acquisite, nasceva dai frequenti avvicendamenti del personale del Re.Lo.Co. Per il suo funzionamento, infatti, erano stati utilizzati ufficiali e sottufficia li che ricoprivano incarichi ben precisi presso i loro reparti di provenienza, l' operatività dei quali entrava così in crisi, quando l'assenza si protraeva oltre certi limiti. Da qui, la necessità di dare il cambio con una certa frequenza. Nonostante venisse usata l'accortezza d i concedere qualche giorno di affiancamento, ciò non era mai s ufficiente perché i nuovi si muovessero con l'automatismo dei vecchi. Spesso, anzi, una o più mansioni ven-
nero assunte in proprio dal comandante del Re.Lo.Co., in attesa che i nuovi arrivati divenissero padroni della loro materia. Dopo alcuni mesi, anche il 7° Battaglione Trasporti «Monte Amiata» cominciò a mostrare segni di chiara sofferenza per l'assenza del proprio personale, in particolare del comandante, tanto che si rese necessaria l'assegnazione di un ufficiale superiore con incarico di vice-comandante. Dopo otto mesi dall'inizio della missione, alla «Folgore» subentrava la «Legnano» e questo rappresentò un nuovo momento di crisi per il Re.Lo.Co., crisi legata a due fattori fondamentali: -il fatto di dover abbandonare la sede del Comando Brigata per lasciare le sale alla Brigata rientrante (tutta l'organizzazione si spostò nella caserma «Bechi Luserna» di Pisa); -il venir meno, da quel momento in poi, dei contatti diretti con il Re.Lo.Co. Somalia con il quale, tramite satellitare, si colloquiava in linea diretta; dopo, le comunicazioni sarebbero avvenute solo con estrema difficoltà, lunghe at-
tese e cattive condizioni di ascolto, attraverso il centralino dello SME. La sistemazione degli uffici, nella nuova caserma, era tuttavia più razionale e funzionale. Al Re.Lo.Co. venne affiancato un N.U.D.I., cioè un nucleo amministrativo del Battaglione Logistico della «Legnano», che aveva il compito di assumere il carico amministrativo del materiale in partenza. Le operazioni di rientro avvennero in circa quindici giorni e assunsero un ritmo intensissimo, quasi parossistico. Ogni sera c'era una riunione con rappresentanti dei reparti interessati al personale e al materiale che stava per rientrare e venivano definiti i compiti di ognuno. Ma le notizie su ciò che stava rientrando erano aleatorie, venendo meno il coordinamento tra i due Re.Lo.Co. Il disbrigo delle pratiche doganali avveniva in un clima quasi di marasma. Il Re.Lo.Co. venne rinforzato con un nucleo di meccanici e con qualche autosoccorso perché, anche se non dichiarato, c'era nell'aria il sentore che gli automezzi sarebbero rientrati con grosse avarie.
Lo stato degli automezzi al rientro dalla missione (foto A. Festa).
193
CAPITOLO
3
Scarica mento di un mezzo corazzato al porto di Livorno (foto A. Festa).
194
In effetti, all'apertura del primo portellone, c'era di che mettersi le mani nei capelli: gli automezzi, partiti in «stile parata», stavano rientrando in condizioni pietose, quasi reduci da una nuova caporetto, e anche lo stivaggio sembrava quasi fosse stato effettuato sotto la pressione di orde nemiche incalzanti. Sotto la pedaliera di un Astra venne rinvenuta una bomba a mano ancora attiva e, sotto un altro automezzo, ad.dirittura del plastico già innescato, sì che si dovettero interrompere le operazioni di scarico e far intervenire gli artificieri per l'effettuazione di un controllo capillare. Venne designato un responsabile per la movimentazione degli automezzi dalle navi al porto, ed un secondo addetto ai movimenti dal porto alla zona di parcheggio. Da qui gli autisti e i piloti dei reparti li trasferivano, se marcianti, a destinazione. Man mano che.sbarcavano, i mezzi venivano uno ad uno sottoposti a scheda tura da parte del Re.Lo.Co. e del N.U.D.I., con indicazione delle condizioni esatte di ognuno, e verbalizzazione delle parti mancanti. I mezzi della «Legnano» vennero ritirati dalla stessa Brigata, parte inviati
per via ordinaria e parte per ferrovia; e ancora una volta il Re.Lo.Co. dovette occuparsi dei trasporti intermodali (stavolta in senso inverso) rappresentando all'Ufficio Movimenti e Trasporti dello SME le esigenze di pianali ferroviari. Un problema, tra i tanti, che emerse in questa fase, fu quello delle dotazioni aggiuntive. I primi reparti inviati in Somalia avevano recato al seguito non solo automezzi, attrezzature e materiali in dotazione, ma erano stati rinforzati con «dotazioni aggiuntive», appunto. Senonché, queste erano transitate da un reparto all'altro, anche q uattro o cinque volte, sì che il reparto finale non sapeva e non era in grado di rivelare quale fosse stato quello iniziale. Per buona sorte, proprio il Re.Lo.Co. aveva conservato le memorie iniziali della missione, che consentirono di risalire alle origini delle assegnazioni. Fu necessario anche, per tutta la durata delle operazioni di sbarco, istituire un servizio di vigilanza, fornito dalla «Folgore» agli au tomezzi ed ai containers parcheggiati nella zona di sosta, che non si riusciva ma i a decongestionare in quanto i mezzi che v'e nivano sbarcati erano sempre di numero ugua-
le o maggiore a quelli che venivano ritira ti. · Nonostante il parapiglia, tutte le attività del deflusso venner.o monitorizzate e tutti i materiali inventariati. Alla fine risultarono mancanti, rispetto a quelli spediti, ben 105 containers. Quale sarà stato il loro destino? Forse qualcuno di essi verrà rintracciato, chissà in quali condizioni, fra qualche decina di anni, dai protagonisti di una nuova missione in Somalia. Alcune centinaia di automezzi e di autoblindo, ridotti in condizioni disastrose, non fu possibile restituirli subito ai reparti, ma vennero riparati dalla 6i! e dalla 7i! ORE, con stanziamento di fondi appositi, attraverso ditte civili convenzionate. L'attività gestionale del Re. Lo.Co., nei confronti della missione «Ibis», si protrasse per tutto il mese di luglio 1994, ma il rep;uto rimase in piedi, a ranghi ridotti, fino al30 agosto. Sul suolo africano si era infatti aperto un nuovo «fronte caldo», anzi bollente, quello del Ruanda. Le notizie dei massacri che là venivano perpetrati riempivano i telegiornali e si ventilava la possibilità di un nuovo intervento anche su questo fronte.
Quando fu ben chiaro che nessuno Le condizioni nelle quali gli automezzi rientrano si sarebbe mosso, il reparto venne sciolforniscono una chiara idea to: il personale tutto rientrò alle proprie dell'ambiente nel quale unità d i appartenenza e tutta la docuhanno operato mentazione relativa all'attività del (foto A. Festa). Re.Lo.Co. transitò negli archivi del 7° Battaglione Trasporti «Monte Amiata», dov'è tuttora conservata. Il consuntivo fina le dell'attività del Re.Lo.Co. Italia può essere quantificato nelle seguenti cifre: -navi in partenza 24 - navi in rientro 20 - velivoli in partenza 244 - velivoli in rientro 227 -personale movimentato 32.219 -automezzi, cingolati e containers 5.893 -tonnellate di materiale movimentato 39.606,766. In sintesi, si può affermare che il successo del Re.Lo.Co.ltalia sia dovuto alla perfetta intesa tra i vari organi di Comando e direttivi. Per la preziosissima attività svolta a . favore delle unità impegnate nella missione, il tenente colonnello Festa venne insignito della Croce di Bronzo al Merito dell'Esercito e, per la grande esperienza acquisita, lo stesso ufficiale venne designato a svolgere una serie di le-
195
CAPITOLO
3
zioni sul tema agli ufficiali frequentatori della Scuola Trasporti e Materiali.
Il «Re.Lo.Co. Somalia» Ben diverso il contesto operativo ed ambientale nel quale si trovò ad operare ~l Re.Lo.Co. Somalia, il cui primo comandante fu il tenente colonnello Mario Righele, scelto per la sua consumata esperienza in missioni internazionali (vds. Kurdistan). La partenza del personale avvenne in concomitanza dell'inizio della missione. Non si parlava ancora ufficialmente di un Re.Lo.Co. e nemmeno era stato individuato il nome esatto dell'unità. Era stata tuttavia individuata l'urgenza (Kurdistan docebat) di un organo apposito preposto alla ricezione e allo smistamento di uomini e materiali. La struttura conferita all'unità all'inizio della missione sarebbe rimasta
196
Il porto nuovo dì Mogadiscio, sede delle attività del Re.Lo.Co. «Somalia" (foto P.L. Brachetti).
pressoché invariata fino alla sua conclusione. Nell'abbozzo di organigramma, si manifestò subito una notevole confusione sui compiti e sulle competenze. Il grosso del contingente «Ibis» era infatti costituito dalla Brigata Paracadutisti «Folgore», ma vi erano anche reparti di altre brigate, o autonomi, collocati tutti, su un livello paritetico, sotto il comando del generale Rossi. Anche il Re.Lo.Co. Somalia era costituito, per gran parte, da personale della «Folgore». Allora, esso avrebbe dovuto dipendere dalla Brigata o dal Comando del contingente? Altro fattore condizionante delle decisioni iniziali fu la non perfetta aderenza alla situazione operativa, che non appariva affatto chiara. Si pensi che sulle prime si pensava che sede del contingente dovess~ essere Nairobi, in Kenia, sede che tuttavia, dopo lo sbarco della prima aliquota, non venne più attivata.
Il personale del Re.Lo.Co. venne inviato in due mandate, tra il26 e il28 dicembre. A quella data, la prima aliquota di «Ibis 1» aveva già ripreso possesso del palazzo dell'Ambasciata Italiana. Scesi da un Jumbo americano all'aeroporto di Mogadiscio, gli uomini si portarono al porto nuovo (Mogadiscio ha anche un porto vecchio, da tempo insabbiato e inagibile, che in seguito avrebbe avuto una sua funzione nel. le attività del reparto). Già al primo impatto essi ebbero subito un assaggio di ciò che li attendeva: colpi di fucile e scariche di mitragliatrice oltre la cinta del porto (già nei giorni precedenti c'erano stati scontri con vittime). Una riunione preliminare presso l'Ambasciata, presieduta dal generale Loi, permise di acquisire le prime informazioni e definire i primi compiti. Specularmente all'analogo organo costituito in patria, anche il Re.Lo.Co. Somalia era ripartito in un nucleo por-
tuale ed uno aeroportuale. Prima di passare alla cronaca delle vicende, merita MISSIONI spendere alcune parole sulla loro artiINTERNAZIONALI colazione e funzionamento. Quello portuale era articolato su una DI PACE squadra addetta alla difesa vicina che aveva anche il compito di fornire scorta ai mezzi; una squadra mezzi speciali, destinata all'impiego delle gru che sa rebbero dovute arrivare; una squadra addetta alla manovalanza, un nucleo informatica e un nucleo comando. Contava s u circa 30 uomini, provenienti dalla Brigata Paracadutisti «Folgore», con aggiunta di sottufficiali «traileristi» (cioè conduttori di F 190 portacontainers) provenienti dal 3° e dal 5° Corpo d'Armata. Oltre al comandante, vi erano un capitano, 2 sottufficiali informatici del l o Centro Calcolo, 2 ufficiali e 2 sottufficiali addetti alle scorte e alla sicurezza, un maresciallo capo officina. Il nucleo informatico operava su uno Shelter UEO 1. Questo nucleo avrebbe consentito la soluzione di una enorme mole di problemi relativi alla gestione dei materiali, soprattutto grazie alle capacità professionali del marescia Il o Piazza. Presso questo nucleo venivano registrati arrivi e partenze di uomini e monitorizzato tutto il materiale gestito, sia in arrivo che in partenza. Per le a ttività di officina, c'era un VM attrezzato con il q uale si effettuavano interventi sia all'esterno che all'interno del campo. Anche in questo settore si distinse un sottufficiale, il maresciallo Francesco Manca, per la sua abilità a condurre ogni tipo di automezzo e per la capacità di intervenire s u inefficienze di qualsiasi specie, e il maresciallo Michele Meschi per il suo impegno nel settore operativo. Nei primi tempi si denotò una certa fatica a far coesistere ed operare insieme uomini provenienti da corpi diversi, con diverso iter addestrativo alle spalle. Dopo qualche tempo, invece, si venne a creare un amalgama tale da far nascere quasi una gara di emulazione: nessuno si rifiutava di affrontare anche le missioni più rischiose, o di dedicarsi a lavori non di propria pertinenza. Non è per enfasi che si può affermareperché il fatto ebbe a verificarsi più volte, specie sul finire della missione, quando l'ostilità della gente si era fatta più aspra- che alcuni militari si slanciarono a offrire il proprio corpo a far da schermo alloro comandante preso di mira da armati somali. Le navi in arrivo erano precedute da
197
CAPITOLO
198
3
una busta con dischetto stampato dal Re.Lo.Co. Italia, nel quale era riportato l'elenco completo del materiale ivi caricato, in modo che si potesse provvedere per tempo all'approntamento dei mezzi e delle procedure necessarie. Lo stesso avveniva per le navi in partenza: p er ragioni di praticità, il dischetto veniva consegnato a un militare in rientro per licenza, il quale lo recapitava al Re.Lo.Co. Italia. Il nucleo aeroportuale era invece imperniato su un plotone aviorifornimenti della SMIPAR, pertanto già esperto nella soluzione di problemi di imbarco e sbarco. All'aeroporto atterravano giornalmente un C 130 e settimanalmente un Boeing 707 dell'Aeronautica Militare e un A 300 dell' Alitalia . Il personale del nucleo aeroportuale aveva il compito di scaricare, scondizionare i carichi e distribuire uomini e materiali. I primi venivano portati a destinazione mediante elicotteri, i materiali per mezzo di autocarri del Battaglione Logistico o degli stessi elicotteri del Gruppo «Antares». Altro compito del nucleo aeroportuale era quello dell'aviorifornimento mediante G 222, allorquando le piogge le: gli Americani del Kurdistan erano non consentivano l'effettuazione di auprovenienti dalle basi NATO europee, tocolonne. Nelle basi più lontane, ogni ed avevano perciò assimilato mentalità giorno veniva allora paracadutato pae procedure del vecchio continente; ne fresco. Il rifornimento di carburanti ai veli- quelli della Somalia, invece! provenivoli militari veniva effettuato d al vano direttamente dagli Stati Uniti. Erano ancora gli Americani a coorRe.Lo.Co. stesso. Per l'aereo civile si dodinare le operazioni di carico e scarico veva richiedere invece concorso agli d elle navi, fornendo di volta in volta Americani. Così pure a questi andava delle «finestre» temporali all'interno richiesta la disponibilità della pista per d elle quali l'operazione doveva essere l'atterraggio degli aerei, ed essi la concedevano indicando tempi e modalità completata. Forti della loro poderosa organizzadi utilizzo, ai quali bisognava rigidazione e con una dovizia di mezzi per mente attenersi. noi inimmaginabile, essi erano poco Furono gli s tessi Americani a fornipropensi a mostrare indulgenza nei conre il primo appoggio. Il comandante d el fronti della approssimazione degli ItaRe.Lo.Co., tenente colonnello Righele, liani i quali, è risaputo, sono spesso counico del reparto in possesso di esperienza internazionale, ebbe s ubito mo- stretti a s upplire alle manchevolezze do di avvertire una ben diversa dispo- · con l'inventiva e soprattutto con il moltiplicare della volontà e l'abbattimennibilità da parte degli Statunitensi, rito dei limiti di fatica. spetto a quelli con i quali egli aveva già Ad ogni arrivo di nave, il personale collaborato in Kurdisan. Più nulla della cordialità e cameratismo già speriera costretto a la vorare ininterrottamente per 24 ore consecutive, ed una men_tati; ora i rapporti avvenivano quasi esclusivamente sul piano rigidamente volta anche per 36, senza un secondo professionale. Due ragioni si possono di riposo e senza avvicendamento. Caindividuare, alla base d el mutato atpitava non di rado che qualche militare, stremato dalla fatica, si abbattesse teggiamento. La prima, di ordine poliaddormentato tra i containers o sul pontico: il contingente italiano, come d ette della nave. Tutto, pur di riuscire a to, non godeva del gradimento america no. La seconda, di carattere cultura- star d entro la finestra concessa. Una
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Si vedono, nella foto, le gru del contingente coreano, alle quali il Re.Lo.Co. dovette sovente ricorrere per ovviare alla scarsa potenza di quelle italiane (foto A Carretta).
volta che la cosa non fu possibile, gli Americani rispedirono la nave fuori del porto, ·s enza consentire di ultimare le operazioni. Ta le drasticità era in realtà giustificata: «sforare» il tempo concesso avrebbe comporta to un'invasione della finestra appartenente al contingente successivo. Ma perché ques ta enorme difficoltà a restare all'interno dei termini? Tutto nasceva, come detto, dalla mancanza o inad egu atezza d ei mezzi, prime fra tutte le gru impiegate nello scarico. Valla pena di riferire, a titolo esemplificativo, quanto avvenne con l'arrivo della prima nave; e qui occorre fare un balzo indietro di seimila chilometri e una quindicina di giorni, per riportarci al porto d i Livorno. Qui, stivati tutti gli automezzi nella prima nave in parten za, il carico era stato completa to con una grossa gru, modello Kalmar, della S.A.I.M.A., che avrebbe dovuto essere impiegata per lo scarico all'a rrivo. Tutto secondo logica: imbarco per ultima, sbarco per prima. Senonché, all'imbarco già alla discesa della rampa di accesso, la grossa gru si era rivelata totalmente inefficiente di freni, tanto che il manovratore, per evitare di fracassare due elicotteri, era stato costretto a deviare bruscamente e ad azion a-
re il... freno a muro, vale a dire la parete stessa della nave. Chiuso il portellone, la nave era salpata e ... che Dio ce la mandi buona! All'approdo a Mogadiscio, tirato giù il portellone, la stessa gru non volle più saperne di mettersi in moto. Ci vollero ben d ue ore di lavoro, per i meccanici del Re.Lo.Co., comandante in testa, p er avviarla e tirar la fuori dalla stiva, due ore di ritardo ch e vennero annotate sul registro di b ordo della nave. I mezzi forniti dalla S.A.I.M.A., che avrebbero dovuto, nelle intenzioni, fornire soluzione a tutti i problemi, furono invece quelli che questi stessi problemi li avrebbero creati. Il reparto dovette perciò operare con mezzi di ripiego, p er lo più inad eguati, come le gru M 180, abilitate a sollevare carichi di 18 tonnellate quando i containers, stipati all'inverosimile, ne pesavano talvolta più di 30 o chied endone in prestito ad altri contingenti. Il Re.Lo.Co. fu costretto perciò a lavorare sempre in condizioni limite di sicurezza; nonostante ciò, nessun incid ente venne a fu nestare l'attività di lavoro vera e propria; cosa di non poco conto per gente non del mestiere. Spesso, come detto, si doveva chiedere il concorso di mezzi di altri con-
199
CAPITOLO
200
3
tingenti i quali, diversamente organizza ti, non operavano con un nucleo fisso e sempre presente sul posto, ma inviavano i loro addetti solo al momento del bisogno. E qui bisogna ancora una volta sottolineare la professionalità e la dotazione di gran lunga migliore di questi. Alloro turno, arrivavano sul posto con attrezzature adeguate, con personale specializzato a svolgere- tipo robot- sempre quello stesso lavoro. In poche o re tutto era a terra, messo sui mezzi di trasporto e condotto a destinazione. Questo concorso veniva di regola fornito, ma sempre quando anche essi avevano terminato il loro lavoro; fu però necessario metter su una rete di public relation. La chiave più efficace era sempre un invito a pranzo, specie nei confronti dell'harbour master, un sottufficiale americano, terribilmente efficiente e impeccabile professionis ta, che era il vero responsabile di tutte le attività portuali. Abituati alle loro monotone raz ioni da combattimento, un buon pasto caldo preparato dalla nostra cucina presso l'Ambasciata era il più bel regalo che si potesse loro offrire. E il più bell'elogio al Re.Lo.Co. fu proprio quello rivolto dall'harbour master quando il nostro reparto benché privo di mezzi adeguati, scaricò una nave in minor tempo rispetto agli american i. Terminate le operazioni di scarico, non erano certo terminate le preoccupazioni e il lavoro del Re.Lo.Co. Ora sulle banchine del porto si erano accumulate cataste di containers che occorreva sgomberare al più presto verso la loca lità di destinazione che, inizialmente, era solo Balad. Anche qui occorre fare un passo indietro. Al momento dell'arrivo degli Americani, il porto di Mogadiscio era la raffigurazione allegorica e personificata del caos. Immondizie ed escrementi ovunque, in mezzo ai quali si ergevano cataste di containers e montagne di sacchi di granaglie giunte con navi umanitarie. Erano aiuti forniti, per oltre il 90%, dal W.F.P. e dalla C. R. Internazionale. Dopo la fuga di Siad Barre, le varie fazioni di Mogadiscio avevano chiamato dai loro villaggi di origine spa rs i per la sava na parenti ed amici. Questi avevano sovrappopolato la città ed avevano ben presto imparato che, per sopravvivere, occorreva lottare per acca parrarsi questi aiuti; con ogni mezzo, soprattutto sparando. Da qui gli assai-
ti ormai immancabili agli automezzi carichi di generi alimentari . Per difendersi, i funzionari delle suddette organizzazioni erano stati costretti ad assoldare delle scorte e questa mossa fu un'arma che ben presto si rivoltò contro di essi. Le stesse scorte erano necessariamente costituite da armati dell'una o dell'altra fa zione, i quali cominciarono a taglieggiare e ricattare le orga nizzazioni s tesse. L'impossibilità di sgomberare gli aiuti, e l'afflusso dei vari contingenti aveva portato ad un incredibile intasamento delle banchine del porto, sulle quali non esisteva più un millimetro libero. I containers scaricati dalle navi italiane andavano perciò subito sgomberati, ed anche per questa operazione gli Americani imponevano delle finestre di tempo ben definite. Fin dagli inizi sorsero delle difficoltà frapposte dall'ammiraglio americano per assegnare spazio per questi containers in sosta, o anche per concedere dei containers a perdere, accatastati in dispa rte dagli _s tessi Americani quando avevano ripulito il porto. La difficoltà primaria nasceva anche qui dalla disponibilità di trailers, automezzi attrezzati per il trasporto dei containers. Essi erano inizialmente undici, in carico organico al Battaglione Logistico, di cui mediamente sei o sette efficienti. Quattro di essi vennero posti nella completa disponibilità del Re.Lo.Co. Per accelerare lo sgombero delle banchine, venne allora scelta un'area, ai margini dell'aeroporto, dove i containers avrebbero sosta to per essere trasportati un po' alla volta con viaggi successivi. Ad ogni viaggio ne venivano perciò trasportati sei o sette con i mezzi militari, più altri, in quantità «imprecisabile», con vettori civili. Imprecisabile perché i trasportatori somali non davano alcuna affidabilità: a volte per l'inefficienza dei loro automezzi; a volte perché essi ponevano problemi di rifornimento, che veniva di regola loro concesso; altre volte- era la loro esplicita giustificazione - perché erano s tati pagati e per il momento non avevano più bisogno di soldi{!). Altra difficoltà frapposta dai conduttori di colore era quella di non volersi riportare indietro i containers vuoti, neppure con l'allettamento di un guadagno suppletivo. Questa resistenza si sposava con quella degli s tessi reparti, che mostravano una certa tendenza a
trattenerli per adibirli a magazzini o Fino al completamento dello scaricontenitori di materiale di ogni genere. co, essi venivano tenuti sotto bordo al- MISSIONI Ma essi dovevano essere riportati inla nave, perennemente attaccati al suo dietro, essendo interesse di tutti che le impianto elettrico. Poi, due o tre di es- INTERNAZIONALI navi tornassero in patria a pieno carico si venivano aperti e il loro contenuto DI PACE così com'erano venute, anche per non andava a riempire i frigoriferi deltrovarsi appesantiti da materiali in vil' Ambasciata. Gli altri, con tappe forsta del ripiegamento finale. zate e con 2 o 3 viaggi consecutivi, veLe richieste di rinforzo di trailers venivano trasportati a Balad. Nel fratnivano indirizzate direttamente al Cotempo, quelli in attesa del trasporto, vemando Unosom, il quale poteva a volnivano parcheggiati presso l'aeroporto te fornire automezzi americani (quane tenuti in funzione mediante due grupdo andava bene) oppure indicare la di t- · pi elettrogeni che dovevano essere alta civile cui rivolgersi. lacciati ora all'uno, ora all'altro, tenenC'era, tra queste ditte, quella di un do sotto costante osservazione il disco italiano, il cui nome sarebbe divenuto cronotermico affinché la temperatura famoso proprio per riflesso di questa non salisse mai oltre il limite consentimissione. Era Giancarlo Marocchino, to. Il trasferimento, per sovrappiù, era che aveva intrapreso in Somalia una fiocondizionato dal passaggio presso il farente attività di commercio e trasporti, migerato pastificio che, per ragioni di per la quale si avvaleva di centinaia di sicurezza, poteva avvenire solo al matsomali alle sue dipendenze per i servitino presto o all'imbrunire. Si potrà perzi di scorta. ciò comprendere il gesto di stizza del Si trattava di un personaggio il cui comandante del Re.Lo.Co. quando, in comportamento - per quanto chiacuna situazione così spasmodica, si senchierato (non si sa se a torto o a ragiotiva rispondere da chi invece più di tutne) dagli organi di informazione- a giuti, presso la Brigata, avrebbe dovuto esdizio unanime di quanti ebbero ad av- ser cosciente di questi problemi, che gli valersi della sua collaborazione, venne addetti allo scarico presso i reparti non improntato a costante lealtà. Ovviapotevano venire perché stavano ripomente, egli agiva avendo come obietti- sando. vo il proprio interesse e non per fini Questi frigo avevano, è vero, dei moumanitari; ma sempre cercò di consetogeneratori incorporati, ma quasi semguirlo, almeno nei confronti dell'Eserpre inefficienti. Talvolta- con una mecito, con la massima correttezza che si dia di uno per ogni nave - i dischi cropuò richiedere in un rapporto d'affari. notermici erano fuori temperatura già Tuttavia, il Comando del Re.Lo.Co. all'arrivo. In questo caso il contenuto evitava di rivolgersi direttamente a queveniva distrutto e la sua perdita venista persona e se ne serviva solamente va contestata al comandante della nasu indicazione di Unosom; questo, per ve. non fornire pretesto di dubitare che gli A un certo punto le difficoltà si acItaliani parteggiassero per una fazione crebbero venendo a cessare la disponipiuttosto che per un'altra. bilità dei gruppi elettrogeni. Il Re.Lo.Co. Le richieste di mezzi civili aumenfu costretto allora, dopo aver spedito a tarono allorché il contingente italiano, tambur battente la prima mandata e teoltre il campo di Balad, ne costituì altri nuto sotto carica gli altri fino alla parnelle località più lontane di Buio Burti, tenza della nave, ad affidarsi all'aiuto dei Neozelandesi. Johar e Bellet-Uen. Verso giugno-luglio giunsero dalQuesto aiuto reciproco tra continl'Italia 6 nuovi trailers, che vennero imgenti di paesi diversi divenne più assipiegati per rinforzare i trasporti verso duo, anche senza essere formalizzato,· Balad, mentre per le basi più lontane si soprattutto dopo i fatti del pastificio. preferì affidarsi ancora ai civili. Particolarmente prezioso si sarebbe rivelato quello dei Coreani, a Balad,· per I quindici giorni intercorrenti tra l' arrivo di una nave e la successiva veni- il caricamento dei containers al movano perciò impiegati per la movimento del rientro. mentazione dei containers. Dopo qualche tempo, il porto non fu Un assillo angosciante era quello dei più disponibile per la sosta dei contaifrigo-freezers. Ne arrivavano medianers e questi furono trasferiti nella zomente 10-15 ad ogni nave ed il proble- na del porto vecchio. Qui, per un certo periodo, le attività assunsero un ritmo ma più pressante era quello di non interrompere la catena del freddo, pena più tranquillo e si poté far venire gli aula perdita del contenuto. tocarri da Balad per il trasporto, del ma-
201
CAPITOLO
202
3
teriale prelevato direttamente dai conza era assicurata dai caschi blu degli tainers. Peggiorò di nuovo, la situazioEmirati Arabi, ma contro i bambini non c'erano sentinelle che tenessero. Imne, quando nello stesso posto giunsero i Nigeriani, con i quali la coabitazione maginiamo uno sciuscià napoletano, non fu sempre faci le. moltiplichiamolo per dieci ed avremo Per fornire un'idea della mole di laun bambino somalo. voro svolta dal Re.Lo.Co., più che ariAttorno agli stessi containers in sode cifre relative a tonnellaggio di mer- sta era necessario istituire un servizio ci n:tovimentate e chilometri percorsi, di guardia; diversamente, al mattino si basterà una considerazione: nei primi sarebbero trovati solo i gusci. nove mesi di m issione, il nucleo porUna notte, nell'effettuare il trasportuale ebbe 2 (diconsi due) pomeriggi to di un container pieno di acqua mi·domenicali di libertà. Tutto il resto: lanerale dal porto all'aeroporto, forse per voro, lavoro e ancora lavoro. il troppo peso, forse per una buca, un Tutto quanto fin qui riferito sarebbe trailer si era rovesciato, demolendo la già di per sé eccezionale se configuracolonna e il muretto d'ingresso delto in un contesto di piena sicurezza qual'aeroporto. La motrice venne subito rele quello che si potrebbe avere sul tercuperata dai meccanici dell' ALE. Al riritorio nazionale. Ma intorno al porto e morchio, restato sul posto, dalle tre delall'aeroporto i Somali sparavano a tutla notte fino al mattino dovette metterto spiano, specialmente di notte, e gli si di guardia lo stesso comandante del uomini del Re.Lo.Co., oltre che logisti, Re.Lo.Co., fino a quando non giunse dovettero essere combattenti a tutti gli una gru americana a recuperarlo. effetti. Il capannone italiano, essendo il Tra le assurdità della situazione, c'epiù vicino all'ingresso, era il più espora la considerazione che i logisti erano sto agli attacchi. Per questo gli uomini accampati nel posto più «caldo», meneffettuavano esercitazioni di tiro assietre in quelli più tranquilli se ne stavame agli incursori. Per la difesa, gli Ameno gli operativi. Non solo, ma le scorricani avevano concesso delle armi «usa te dei reparti combattenti venivano efe getta», vale a dire che, una volta spafettuate a bordo di Blindo Centauro, rato il proiettile, veniva gettato il conmentre quelle del Re.Lo.Co. avevano a tenitore che era servito a lanciarlo. In disposizione soltanto delle AR e dei ogni momento, mentre si era intenti al- VM, con la sola difesa di sacchetti di le proprie attività, si poteva essere censabbia attorno al posto guida. In pratrati dalla fucilata di un cecchino. tica, dopo i fatti di «Pasta», il Re.Lo.Co. È, questo, ciò che avvenne ai po- era l'unico reparto italiano rimasto a veri Visi oli e Righetti, a n ch'essi del Mogadiscio. Re.'{-o.Co. Stavano facendo del footing Il primo convoglio italiano a passainsieme ad altri due commilitoni alre dal pastificio, dopo il famoso sconl'interno della cinta portuale, quando tro, era una colonna del Re.Lo.Co., convennero colpiti entrambi. Uno dei sudotta da sottufficiali e scortata da auperstiti corse a chiedere aiuto ai loro toblindo. Quando era possibile, però, compagni del reparto. Questi giunsero si evitava di percorrere quel tragitto, immediatamente a bordo di un'ARe non sempre con esiti più favorevoli. nel.l'azione di recupero dei corpi moUna volta, ad esempio, una colonna strarono un coraggio e una bravura dedi quattro trailers, con i quali viaggiagni dei migliori professionisti. Mentre va lo stesso comandante, all'altezza del continuavano a piovere proiettili, rifamigerato mercato della carne s i acspondendo al fuoco con l'arma in docodò ad una piccola colonna di ARche tazione e con lancio di bombe a mano, abitua lmente percorreva un itinerario si slanciavano sui due compagni e li · che lo aggirava, per approfittare anche traevano prontamente a l riparo. Qui, della scorta da esse fornita. Non era stapurtroppo, si avvidero che il Visioli, colto però valutato il fatto che lungo quepito alla testa, era già deceduto. Il Ri- sto nuovo itinerario c'era un tratto sabghetti, che mostrava una ferita al petbioso e in salita. Su di esso le AR pasto, dava ancora segni di vita e si nutri- sarono, ma i trailers si arenarono tutti va qualche speranza di sal vario, ma an- e quattro. Bloccati senza possibilità di ch' egli moriva poco dopo per emorratornare indietro e senza collegamenti, gia interna . essi rimasero sul posto, mentre le AR Anche i bambini soma li davano i loproseguivano l'azione di rastrellamenro bravi problemi, con lancio di sassi to. Mentre tutti erano lì, in attesa d ei cui, ogni tanto, si mischiava una bomcarri recupero cominciarono ad avviciba a mano. Attorno al porto la vigilannarsi d ei bambini somali, con i quali i
soldati cercarono di intavolare una con- distanza dalla superficie delle acque. versazione amichevole, fatta delle soImprovvisa, un'onda gigantesca si alzò MISSIONI fino a lui, Io afferrò in un attimo e se lo lite banali domande. Dopo di quelli, coINTERNAZIONALI minciarono ad avvicinarsi anche delle inghiottì. donne, con atteggiamento tutt'altro che Al contrario d el Re.Lo.Co. Italia che DI PACE sorridente. Pun tando i loro occhi su conservò lo stesso comandante dall'iquelli dei militari, cominciarono a rinizio alla fine della missione, in Somavolgere con tro di essi una loro partilia si succedettero più ufficiali al cocolare smorfia del v iso, più significatimando. Dopo nove mesi, al colonnello Righele subentrava il tenente colonnello va di ogni parola, con la quale esse esprimono il massimo del loro diPaglialunga, il quale veniva però subisprezzo. Poi, dando degli ironici col- . to dopo sostituito dal tenente colonpetti con le mani alle armi che i soldanello Pierluigi Brachetti, già vice coti imbracciavano, presero ad interromandante d el Re.Lo.Co. Italia. garli in modo sottilmente provocatoL'avventura, per il contingente itario: che s iete venuti a fare? queste, a liano, si faceva sempre più ca lda. Per effettuare un viaggio da Mogadiscio a che servono? Le cose stavano prendendo una pieBellet-Uen accorrevano ora otto giorni, non potendosi viaggiare di notte per ga inquietante e, d'un tratto, ecco un colpo di fucile. l militari si s tavano già motivi di sicurezza. ponendo in a tteggiamento di difesa, Il porto, che nel frattempo era pasquando per fortuna si videro giungere sato sotto la giurisdizione degli Aui soccorritori, con relativa scorta. Al- straliani, era colloca t o in posizione meno per quella volta, pericolo sca mestremamente visibile: in pratica, si sarebbe potuto spara re ad un bersaglio pato. posto al suo interno stando al sicuro a Altre volte solo il caso, la fortuna, o la Provvidenza, risparmiò la vita a molquattro chilometri di distan za. Per as-
Autocarro soma/o adibito a servizio Taxi (foto P.L. Brachetti).
ti uomini; come quella volta che, dentro il locale dov'erano in quel momen-
to alloggiati i componenti del nucleo aeroportuale, si sentì piovere una grandinata di proiettili di mitragliatrice: nemmeno un ferito. I pericoli giungevano anche da altre direzioni. Perfino il mare, in Somalia, poteva vestire la divisa del nemico: un giorno infatti, un soldato degli Emirati Arabi stava tranquillo sopra un dirupo a picco, a grande e rassicurante
sicurare perciò almeno una certa protezione passiva, venne disposto un muro di containers (tre in larghezza pèr tre in altezza) dietro il quale le operazioni potevano essere compiute con una certa garanzia di sicurezza. Si trattava di contenitori destinati al rientro, con materiale di poco pregio alloro interno. Man mano che si prosp ettava sempre più vicina la fine d ella missione, i camionisti civili, nonos tante la presenza delle scorte, tendevano a deviare dal-
203
CAPITOLO
3
Recupero del fork/ift della ditta Marocchino, i cui particolari sono riferiti nel testo (foto P.L. Brachetti).
204
l'itinerario stabilito, con l'intento di impadronirsi del carico, di qualunque natura esso fosse. Una sera, verso le 19 e 30, il comandante del Re.Lo.Co. venne avvertito che una colonna d i 35 automezzi somali, che procedeva sulla strada per Afgoi, era bloccata: i camionisti volevano a tu tti i costi p rocedere su un certo itinerario anziché su quello previsto, tanto che la scorta era stata costretta a mettere le sue autoblindo di traverso sulla strada. Giunto sul posto, l'ufficiale diede avvio ad una estenuante trattativa con il capo della squadra di somali, il quale sosteneva che l'itinerario fissato era controllato dalla fazione rivale (ma era chiaro che intendeva scappare con tutto il carico). Un tira e molla con gioco al rialzo da parte dell'ufficiale, conciliaboli dei somali, e puntuali ripetuti rifiuti, che si protrasse fino alle cinque del mattino. Nel fra ttempo, gli F 190 del Re.Lo.Co. avevano potuto scaricare a Mogadiscio e tornare indietro. Erano tuttavia insufficienti per tutto il carico. Scaricati i containers dagli automezzi somali, venne organizzato un trasporto in tre mandate, mentre i caschi blu pakistani ed egiziani facevano la guardia ai containers in attesa.
Furono ore terribili per l'ufficiale il quale, nel corso delle trattative, come segno conciliante di disponibilità, si era tolto il giubbotto ~ntiproiettile. La sera dopo l'episodio si ripeté, ed anche in quelle seguenti, tanto che il Re.Lo.Co. dovette appostare una sua pattuglia sul posto, ogni volta, per impedire che il tentativo andasse in porto. Esistevano altri punti di possibile fuga per i conduttori somali, ma quello era particolarmente favorevole, essendo sotto il controllo della loro tribù. L'accampamento del Re.Lo.Co. era a circa duecento metri dal porto, in un vecchio capannone dell' AGIP, e la s ua vigilanza era sta ta affidata al contingente degli Emirati Arabi prima e degli Egiziani poi. Non mancarono gli screzi con i loro ufficiali, che si presentavano sovente al Comando del Re.Lo.Co. a protestare perché i soldati italiani offrivano lattine di birra alle guardie (il Corano, è noto, vieta gli alcoolici), o perché andavano a consumare i loro amp lessi con le ragazze americane a portata di vista delle sentinelle. Da queste sentinelle, oltretutto, occorreva cautelarsi, essendo di «grilletto facile». Bastava che una di'esse, allertata da un fruscio, sparasse un colpo, che tutte le altre prendevano asparare verso tutte le direzioni. I proiettili si incrociavano pericolosamente all'interno del campo e ci sarebbero state certamente delle vittime se, a p rotezione, non fossero stati eretti muri di sacchetti di sabbia attorno alle tende. C'erano ancora, per contro, dei momenti di allegria e di distensione. Con le navi, giungevano anche generi alimentari di ogni sorta (vino, salumi, pasta, dolci) inviati dai familiari ai loro soldati. Tutto veniva consumato in comune ed ogni sera c'era sempre qualche straniero che si presentava al campo a gustarsi un piatto di spaghetti. Si intensificarono i rapporti con Giancarlo Marocchino, che forniva una collaborazione sempre più preziosa, effettuando riparazioni che eccedevano le capacità dell'officina, procurando materiali di difficile reperibilità, dando informazioni e consigli su posti ed itinerari da evitare, ecc. Allo stesso Marocchino si rivolgevano anche molti dei giornalisti italiani operanti in Somalia. Ma il Re.Lo.Co. non mancò d i sdebitarsi. Merita di essere raccontato nei dettagli l'episodio del recupero di un forklift dello stesso Marocchino, perché si tratta di uno di quei casi in cui la fantasia e l'ingegnosità
prendono il sopravvento s u una s uperiore tecnologia. Va premesso che la costa soma la termina a strapiombo sul mare, con il ciglio superiore sporgente a causa dell'erosione operata dalle onde alla base d ella scogliera. Un forklift dunque, per un errore di manovra dell'operatore di colore, era cad uto in mare. Erano g ià stati chiamati g li Americani, i quali avevano tentato il recupero con le loro potenti gru, ma si erano . dovuti arrendere in quanto, essendo finito il forklift quasi sotto il ciglione, la gru rischiava di sprofondare essa stessa in mare. Si fecero allora avanti gli Italiani, con la gru Belotti della S.A.I.M.A. la quale, prima dell'avvio delle operazioni, venne trattenuta con un cavo, dalla parte posteriore, per mezzo di un Carro Leopard Soccorso. Altri-due Leopard, a destra e a sinistra, la tenevano ancorata lateralmente. A questo punto, saldamente fissata al suolo, la g ru poté cominciare la sua opera di recupero ed in breve il sollevatore venne riportato sulla terraferma. L'operazione si concluse con un caloroso brindisi al successo d ell'impresa, ma soprattutto allo smacco dato agli Americani. Già nel febbraio del1994 si parlava
di un rientro del contingente e si ventilava la data del31 marzo. Poi, filtrando MISSIONI la notizia che gli Americani avrebbero anticipato la loro partenza, veniva an- INTERNAZIONALI ticipata anche quella degli Italiani. Non DI PACE era certo una dimostrazione d i coraggio, ma nessuno avrebbe voluto rimanere lì, dopo la partenza d el forte alleato. Il clima diveniva sempre più elettrico, la tensione sempre più palpabile fino a che, una notte, esplose in tragedia. Un sottufficiale, che dormiva in una tenda con sei suoi colleghi, verso le due di notte si era alzato per soddisfare una necessità fisiologica. Nel rientrare, per scostare la tenda scenografica che ostruiva l'ingresso, si servi di un 'bastone. Uno dei suoi colleghi, scambiando nel buio l'oggetto per la canna di un fucile, d'istinto esplose l'intero caricatore della sua pistola verso la direzione del presunto aggressore. Tutti gli altri, svegliati di soprassalto, cariIl comandante del carono le loro armi; anche la sentinella Re.Lo.Co., tenente egiziana appostata nei paraggi stava colonnello Brachetti, il maresciallo Manca, per intervenire. operatore della gru, e il sig. Il ferito, trapassato da due proiettiMarocchino si felicitano li al basso ventre, venne immediataper la riuscita dell'impresa mente carica to su un'ambula nza già di recupero e per lo smacco dato agli Americani predisposta per il rientro e trasportato (foto P.L. Brachetti). presso l'ospedale americano. La tem-
205
CAPITOLO
3
Al caricamento del materiale in rientro si deve provvedere dietro la pressione di una situazione operativa sempre più incalzante (foto P.L. Brachetti).
206
pestività dell'intervento valse a salvargli la vita. Espletate le indagini, il feritore non subì conseguenze; anzi, l'ufficiale dei Carabinieri ebbe a dichiarare che, se si fosse trattato veramente di un estraneo, lo sparatore avrebbe ricevuto una medaglia. çli ultimi dieci giorni furono di una tensione spasmodica. Il tenente colonnello Brachetti, venuto in odio ai Somali per via della faccenda delle autocolon·ne non dirottate, venne fatto più volte segno a colpi di fucile, cui sfuggì grazie allo stato di estrema allerta nel quale tutti, egli compreso, si muovevano. In questo clima, e nella frenesia dettata dal poco tempo disponibile, si dovettero effettuare tutte le operazioni per il rientro. Tra i problemi più impellenti, quello della bonifica dei containers, per non diffondere in patria malattie tipiche della Somalia. Facendosi prestare delle idropulitrici dagli Americani in aggiunta alle proprie, il personale li lavò a 100° e li disinfettò tutti. Alcuni di essi però erano stati chiusi e sigillati già a Balad, per cui la bonifica poteva essere effettuata soltanto all'esterno. Ogni container - era previsto - doveva essere corredato da una scheda di caricamento riportante l'elenco dei ma-
teriali contenuti. Ma la fretta non consentiva di dedicare la necessaria cura alla loro compilazione. Su quelli che giungevano già chiusi poi, non era possibile effettuare alcun controllo; si poteva tutt'al più prendere atto di ciò che c'era scritto sulla scheda. Gli automezzi venivano inviati come tali, ma non c'era il tempo per controllare che sul cassone o in cabina non vi fossero materiali. Inoltre non era disponibile un tecnico che conoscesse la compatibilità tra i vari tipi di esplosivo. È una costante che, nei momenti più drammatici di una vicenda, si inserisca sempre una nota umoristica. Era notte e un sottufficiale stava movimentando dei containers. Nello spostare uno di questi, inavvertitamente lo spinse contro una tenda dove dormivano dei soldati americani addetti al lavaggio. Come fulmini, dalla stessa tenda schizzarono fuori i soldati e alcune donne, in mutande, che presero a gridare: «Danger! Danger! » (pericolo!) . Senza scomporsi, il sottufficiale precisò: «Non siamo Rangers, siamo Italiani!» Una volta che le ultime macchine erano state caricate sull'ultima ha ve, all'aeroporto erano rimasti 15 uomini del Re.Lo.Co., privi di automezzi e di collegamenti. Dopo aver chiesto inutilmente un passaggio ad Americani ed
Australiani ed aver rifiutato - per diffiden za - que llo di alcuni Soma li, finalmente ricevettero aiuto da un ufficiale superiore pakis tano, il quale li fece condurre dal porto alla spiaggia dell' aeroporto dove, montati su alcuni barchini, riuscirono a raggiungere la nave San Giorgio. Tutto il Re.Lo.Co. rimpatriava con ques ta nave. Il viagg io di ritorno venne impiegato dagli Ufficiali e dai Sottufficiali a fars i s piegare dai loro colleghi della Ma- . rina tutti i segreti d ella navigazione. Dopo uno scalo a Gibuti, la nave entrava nel Mar Rosso. Traversando il Canale di Suez, era ancora possibile avvis tare, lungo le s pond e, i resti della battaglia del Kippur. Dopo 15 giorni di viaggio, il 6 di aprile il Re.Lo.Co. sbarcava nel porto di Livorno proprio mentre, nella caserma Vannucci, si s tava svolgendo la solenne cerimonia di chius ura della missione. Insieme ai reggimenti schierati, alcune controfigure s tavano forse imp ersona ndo g li uomini del Re.Lo.Co. Loro, i veri protagonis ti, troppo laceri e s porchi per essere esibiti al pubblico, se ne s tavano nascos ti, ad osservare. Nel loro cuore tanta tris tezza, ma soprattutto tanta, tanta d elusione.
....
Il N.E.C. Per quanto s i possa estendere l'ampiezza di ques to capitolo, esso non sarà mai sufficiente a render merito a tutte le unità automobilistiche che in varia misura hanno fornito il loro concorso di uomini, mezzi e materiali per il compimento della missione «Ibis». Piccoli torti, nei confronti di alcuni reparti, saranno perciò inevitabili. Una pagina tuttavia, o almeno un breve paragrafo, vorremmo dedicarlo al Battaglione Logistico «Gorizia» il quale, oltre a un piccolo nucleo di sottufficiali su F 190 in rinforzo al Battaglione Logistico della «Folgore», mise a disposizione dell' operazione il suo N .E.C. (Nucleo Chirurgico Elitrasportabile). Di questo, e delle s ue vicende in Somalia, vogliamo dare qualche cenno. Il N.E.C., affidato alle cure del tenente colonnello carris ta Modestino Argenziano, aveva da poco acquisito una nuova sala operatoria, una sala di terapia intensiva e due carrelloni servizi, quando, ai primi di gennaio del 1993, su un Boeing 707, venne trasferito con uomini e materiali sul suolo somalo. La decisione di ricorrere al suo impiego
scaturiva dal fatto che l'Ospedale da Campo della «Centauro», inizialmente previsto per le esigenze del contingente militare, era stato in realtà assorbito dagli impegni nei confronti della popolazione soma la. Dal momento del suo arrivo, tuttavia, il N.E.C. rimase ripiegato per circa tre settimane a causa delle solite baruffe tra i tristemente noti «signori della guerra» che se ne contendevano la disponibilità s ul loro territorio. Inizialmente sembrava che esso dovesse essere schierato a Mogadiscio, finché non venne presa la decisione di impiegarlo a Buio Burti, all'interno del campo del187° Reggimento Parac_adutisti «Folgore». Il trasferimento, lungo la Strada Imperiale, fu un incubo: 10 ore per coprire 180 chilometri. Inoltre il N.E.C. giungeva al campo del tutto inatteso, sì che il personale dovette accontentarsi di una cena a base di pompelmi e dormire sui cassoni degli automezzi. Per evitare che anche il N.E.C. del «Gorizia», analogamente a quanto av-
Si attraversa il Canale di Suez, fiancheggiato da monumenti (qui si vede quello ad una baionetta di Ka/ashnikov) che rievocano la battaglia del Kippur {foto P.L. Brachetti).
207
CAPITOLO
3
venuto per l'Ospedale della «Centauro», divenisse di uso esclusivo della popolazione civile, il grosso delle sue attrezzature venne spiegato all'interno del campo, mentre all'esterno veniva lasciato un ambulatorio con annessa sala radiologica e laboratorio analisi. L'ospedale venne montato in un soIo giorno e il primo paziente fu un bambino orribilmente ustionato da un ordigno incendiario che gli era scoppiato tra i piedi. I ricoveri si susseguirono, con una varietà di casi umani tali da riempire un intero volume. Presso l'ambulatorio veniva soprattutto scoperta una urna-
nità della gente somala del tutto diversa, diametralmente opposta, rispetto a quella che le telecamere degli organi d'informazione andavano raccogliendo lungo le strad e di Mogadiscio. Ciò che emergeva era soprattutto l'estrema dignità di quanti, uomini e donne, venivano a chiedere sollievo alle loro sofferenze. La sede prescelta inizialmente per l'ambulatorio ebbe vita breve, per la vicinanza di analoghe strutture della Croce Rossa Internazionale e i contrasti intervenuti con i dirigenti di questa, che ne chiesero I' allontanamento con il pretesto di non gradire la presenza di
~ _l
Il Nucleo Chirurgico Elitrasportabile (N.E. C.) del Battaglione Logistico «Gorizia», spiegato a Buio Burti (foto M. Argenziano).
208
Tipico villaggio di capanne della Somalia (foto P.L. Brachetti).
. .. -
---.:"'--'IC:::ill--
personale armato nelle proprie adiacenze. Raggiunto l'accordo con i notabili di Buio Burti, venne scelta una nuova sede. Qui s i svolgevano le visite ambulatoriali a concl u sione delle quali, se s i trattava di infermità di poco conto, al paziente venivano somminis trate le medicine necessa rie (lo s tretto indispensabile, onde evitare che ne venisse fatto commercio); in caso di affezioni di maggior gravità, veniva disposto il ri- . covero all'interno del campo. In definitiva anche il N.E.C., inviato in Somalia per le sole esigenze del contingente, subì la stessa sorte dell'Ospe-
dale della «Centauro», dedicandosi quasi esclusivamente alla cura dei civi li MISSIONI (sembra che, in tutto il periodo di permanenza del personale del «Gorizia», ci INTERNAZIONALI sia stato il ricovero di un solo militare). DI PACE Verso la fine di aprile, infatti, il N.E.C., con alcuni sottu fficiali del s uo organico, passava alle dipendenze del Reparto di Sanità della «Centauro» per restare sul territorio somalo fino altermine della missione. Riportato in patria e revisionato dalla ditta costruttrice, esso tornò nelle dotazioni del Battaglione Logistico «Gorizia » e venne subito schierato in esercitazione sul greto del fiume Cellina.
Lo diretto testimonianza del tenente colonnello Pasquale TERRERI, comandante del Battaglione Logistico «Folgore», ci offre un vivido spaccato dello realtà somolo e un quadro esauriente di come in esso si sia inserito l'attività del reparto. Con le sue parole, lo narrazione si stacco dallo storia e scende sul piano dello cronaca; gli episodi fin qui citati assumono maggior nitidezza , si arricchiscono di particolari e vengono permeoti di valori umani.
stra sistemazione. Agli edifici che ci erano stati assegnati quale nostro sede e che uno volta ospitavano l'accademia militare soma/a, ero più ciò che mancava che non ciò che ero rimasto: restavano in piedi, in pratica, solo i muri perimetrali. Si trottavo di lunghi capannoni o un piano, sparsi tra i rodi alberi dello savona. Attorno, vari op-
«Non erano stati di buon auspicio, né di lusinghiero presagio, i primi giorni trascorsi o Ba/ad, dove eravamo arrivati, via nove, il giorno di Natale de/'92. Una certa inerzia nell'avvio della macchina dei rifornimenti ci fece restare quasi o secco di viveri, tanto che il Capodanno del 1993 venne festeggiato (era il massimo che ci potevamo concedere) con una fetta di panettone e una di anguria. Nell'ancora incerto compito che I'ONU ci avrebbe assegnato e primo di cominciare od operare o favore dello popolazione, pensammo bene di provvedere allo no-
ASCOlTANDO
CHI 1
CERA
Il tenente colonnello Pasquale Terreri, comandante del Battaglione Logistico «Folgore" (foto «Folgore,).
209
CAPITOlO
210
3
pezzamenti di terrena, dai quali i samo/i ritra rio di quella dei secondi. La loro presenza cavavano una sorta di patata dolce, poco ci costringeva ad opportuni accorgimenti, nutriente, si alternavano a larghe estensio- quale quello di controllare bene che non ce ni incolte. ne fossero , dentro il/etto, prima d i coricarIn seguito, e nel tempo, vennero messe ci. Durante la nostra permanenza, solo un militare venne punto da uno scorpione, per in atto numerose iniziative per rendere meno opprimente la vita al campo, negli in- essersi infilato un maglione senza prima tervalli fra le varie missioni: c'erano stanze controllarne l'inferno. con video-giochi e ping-pong; molto pratiAltro serio pericolo, la malaria, contro cato era anche il calcio balilla. la quale effettuammo tutti una specifica proVenne allestito anche un campo d/ calfilassi, a base di pillole di «paludrine» e cetto, nel quale vennero disputati accesi tor«clorochina>>, che continuammo ad assunei inferni. mere ancora per diverso tempo, anche doL'orario era alquanto pesante. Sveglia, po il nostro rientro in patria. tuffi i giorni, alle 5 e 30; un'ora dopo prenErano molto numerosi anche gli animadevano avvio le attività che si protraevano li commestibili, come i facoceri, sorta di cinfino alle 12. ghiali locali, ai quali davamo la caccia, proPoi, pranzo, un paio d'ore di riposo in- curandoci gustosi arrosti. dispensabili per le temperature torride delNumerosissimi anche gli uccelli, molto la parte centrale della giornata, e ripresa variopinti. alle 15, fino alle 19. Anche nell'effettuaNel fiume Uebi Scebeli erano presenti i coccodrilli, tanto goffi e impacciati nel muozione delle missioni, si cercava di sfruttare le ore più fresche, con interruzione in quelversi sulla ferra, quanta agili e imprevedile più calde. bili in acqua. Un giorno una soma/a si era Dopo le 19, niente libera uscita, ovvia- affacciata ad attingere acqua nella corrente del fiume; fu un lampo: un guizzo improvmente; d'altronde, dove avrebbero potuto andare i nostri soldati? viso, e la testa e metà del petto della donAttorno al campo, un reticolato ininterna erano sparite. rotto ed un servizio di sentinelle garantivaUn nostro soldato aveva acquistato un no la nostra sicurezza. Solo le frotte di rauovo al mercato, convinto che fosse di struzgazzini soma/i, agili come gatti, riuscivano zo; si potrà immaginare la sua sorpreso a penetrare per venire a rubare i nostri riquando, alla sua schiusa, ne vide guizzar fiuti. Poiché noi, soprattutto per ragioni igiefuori un coccodrillino. Tra i primi incarichi assolti a favore delniche, avevamo preso l'abitudine di bruciare periodicamente questi rifiuti, essi si appola popolazione, il più immediato fu quello stavano nei dintorni del campo, in offesa di riportare presso i loro villaggi tutti colodell'arrivo dei nostri autocarri, per fare razro che la fame e la paura dei predoni avezia prima che tutto sparisse nel fuoco. vano costretto a riparare verso le città più Gli stessi rifiuti venivano poi coperti con grandi. Ciò che più ci gratificava, erano le riporti di terra. Quando pioveva, nella dimanifestazioni di gioia dei familiari che si scarica si formavano così infidi stagni di riabbracciavano dopo tanto tempo. Sapefango e in uno di essi annegò, un giorno, re di essere noi stessi a determinare quegli attimi di felicità dava un significato allo nouno di quei bambini. stra presenza e ci indicava come esso infonl pericoli più insidiosi, per noi, forse più che dalle armi delle varie bande, provenidesse in quella povera gente un senso di sivano dalla natura. curezza. La savona era infestata da serpenti vel nostri compiti ben presto si moltiplicalenosissimi, quali i cobra e, soprattutto, i rono; si aggiungevano infatti le scorte oi mamba «sette passi» (venivano così chiaconvogli di viveri delle organizzazioni umomati perché il/oro veleno è così potente che . nitarie e oi funzionari delle stesse, che altrimenti avrebbero dovuto far ricorso, a cachi ne viene morso ha appunto il tempo di percorrere sette passi, prima di cadere a ro prezzo e con minori garanzie di sicuterra fulminato). rezza, a quelle delle varie formazioni orCe n'erano fanti, al campo, prima del male locali. nostro arrivo, poi la nostra presenza li coMolte furono le iniziative di carattere sostrinse a sloggiare. C'erano anche quelle cio/e. che sono da sempre le loro nemiche natuL'assistenza sanitario fu quasi automarali, le manguste. Purtroppo, contro i nostri tico, do/ momento che furono gli stessi Sostessi desideri, la nostra presenza le allon- mali od occorrere, fin dai primi giorni. tanò ancor prima dei serpenti. Le affezioni più frequenti erano tuberDiffusissimi gli scorpioni, di due specie, colosi, ma/orio, malattie veneree, mo soi neri e i bianchi. La puntura dei primi, anprattutto piaghe, generate do ferite non diche se dolorosissima, non è mortale, al consinfettate.
Ogni g iorno un medico ero o loro disposizione, sio in sede che presso un posto di medicazione esterno che avevamo allestito in tenda. l malati più gravi venivano ricoverati nelle tende ospedale, dove il nostro personale venivo coadiuvato da infermieri locali, retribuiti con viveri. Dopo i primi g iorni venimmo a scoprire che le medicine distribuite ai malati perché le prendessero o casa venivano da questi rivendute, sì che ci vedemmo costretti a far assumere le stesse medicine soltanto sul posto. Potrebbe apparire strano, al nostro modo di vedere, che la gente potesse acquistare e assumere medicine con tanta disinvoltura, quasi che ogni farmaco fosse buono per ogni tipo di infermità, ma c'è da tener presente che, in prevalenza, si trattava di antibiotici e che questi, sul fisico dei Somali, agiscono con incredibile efficacia . Dopo un mese dal nostro arrivo, «adottammo» l'orfanotrofio «Guglielmo Marconi». Quando g iungemmo, esso era ridotto ad un edificio fatiscente, affidato a un tizio che si dichiarava «direttore », ma che a tutto badava meno che ai bambini. Questi ultimi, poverini, non facevano che aggirarsi come bestiole attorno allo catapecchia, abbandonati a se stessi. In pochi giorni, riadattammo tutto lo sta-
b ile ed affiancammo a questo direttore alcuni volontari soma/i, stipendiati col solito sistema del «cibo per denaro». Rime ttemmo quindi in sesto una scuola, a Ba/ad, che venne organizzata su quattro e/ossi di 250 scolari complessivi. Anche gli insegnanti vennero stipendiati col predetto metodo. Sia l'orfanotrofio che la scuola vennero arredati con suppellettili da noi costruite con legname di ripiego, spesso ricavato dagli imballaggi scartati dagli Americani. Effettuammo anche la distribuzione di vestiario ai bambini, quel vestiario che la solidarietà mondiale convogliava verso la Somalia ma, sulle prime, non riuscivamo a capacitarci di come mai, pur avendo fornito loro abiti nuovi e puliti, il giorno dopo ci ritrovavamo davanti gli stessi bambini, sempre vestiti allo stesso modo. Tutto ci apparve più chiaro quando ci sembrò di riconoscere gli stessi vestiti in vendita sulle bancarelle del mercato di Mogadiscio. l farabutti e i profitta/ori purtroppo non mancavano e tra essi posso includere senza titubanza il direttore dell' orfanotro· fio . La gente più buona, più generosa, più riconoscente, era quella dei villaggi, cioè, come sempre, i più poveri. Ogni volto che ci vedevano arrivare, facevano di tutto per
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
«La gente più buona... era quella dei villaggi. Ogni volta che ci vedevano arrivare facevano di tutto per mostrarci la loro riconoscenza; organizzavano feste e balli..... (foto "Folgore»).
211
CAPITOLO
212
3
mostrarci la loro riconoscenza; organizzavano feste e balli e ci ricambiavano con le povere cose di cui disponevano. La stessa generosità riscontravamo quando, recondoci a Mogadiscio, effettuavamo soste a Gesra, villaggio di pescatori: in luogo dei prodotti agricoli, le loro offerte si manifestavano con le catture della loro pesca, ma _lo spirito e la spontaneità dei gesti erono gli stessi. La divisione in fazioni era sentito solo nelle grandi città; nei villaggi era ignorata e in essi regnavo lo più completo armonio: i viveri che noi recavamo loro venivano messi tuffi in comune e tuffi ne potevano disporre in pari misuro. Ero, questo dello generosità, l'aspetto che più sembravo avvicinare le caratteristiche dello nostro gente o quello soma/o : o volte fui costretto o riprendere aspramente qualcuno dei miei so/doti che si permettevo di regolar loro porte dei nostri viveri, quando non ne avevamo o sufficienza per noi. Merito soffermarsi su o/cune considerazioni, o proposito del concetto di «bombino» allorché ci si riferisce o uno società come quello soma/o. La durezza delle loro condizioni di vito li fa maturare con uno rapidità incredibile: o 8-1 O anni non è già più possibile considerarli tali, perché o quell'età te li puoi trovare davanti, all'improvviso, con un mitra in mano, o sporarti addosso per ruborti un paio di occhio/i do sole. Già nell'infanzia, lo necessità di dover lottare per sopravvivere fo sì che essi acquisiscono un loro valore dello vito, che è uguale o zero. È fuori logica valutare il loro modo di agire sullo base delle nostre sco/e di valori. Per fare un esempio: presso di noi, salvo cosi di patologia, anche il criminale più incallito ricorre o/l'omicidio quale soluzione estremo; egli minaccerà di toglierti lo vito se non gli dorai il portafoglio, e potrà anche ammazzarti, in caso di un tuo rifiuto. Il soma/o, invece, può ucciderti direttamente, per derubarti di una macchino fotografico, senza neppure chiedersi se tu, in cambio dello vita, sei disposto a regolarglielo. Quell'oggetto, per lui, ho un qualche valore; lo tuo vito, sempre per lui, non vale assolutomente nullo. Analogo discorso può farsi per le fem mine: olia stesso età sono già donne e come tali vengono usate. Le soma/e sono bellissime, mo per brevissimo tempo. A vent'anni, dopo aver sfornoto figli o getto continuo, mentre gli uomin i non fanno che oziare e bighellonare, sono già sfatte nel fisico. Tra gli aspetti positivi dello missione, vo annoverato il cordiale rapporto di cameratismo che si era instaurato con i contingen-
ti ONU degli altri paesi. l giorno/i hanno messo in risolto soprattutto lo discordanza tra la linea americano e quello italiano; qua· si mai hanno parlato dei valori positivi d i questo spirito di collaborazione fra popoli tra loro così d iversi. E non sempre ero il rappresentante del paese tecnologicomente più evoluto o venire in soccorso del più debole. Se è vero che noi abbiamo fornito supporto oi Pokistoni, dal momento del loro sbarco fino alla completo sistemazione, è altrettanto vero che noi stessi abbiamo avuto bisogno dell'aiuto dei Coreani, dotati di autogru più potenti delle nostre; e corrisponde o verità anche il fotto che gli stessi Statunitensi ebbero bisogno di ricorrere ai nostri mezzi, allorché uno loro trivello di perforazione rimase bloccato o notevole profondità nel terreno. Con questi contingenti si fraternizzavo, specie lo sera, al termine del servizio; ci si riunivo o/ «Roxy Bar» (così avevamo ribottezzoto il nostro Circolo Ufficio/i e Sottufficioli) e si trascorrevo il tempo confondo e comunicandoci, in inglese, le rispettive esperienze.
Estremamente drammatico fu, tra le mie personali esperienze, il trasporto in elicottero del paracadutista Strambe/li, ferito accidentalmente da un commilitone i/28 aprile. Il proiettile gli aveva attraversato il basso addome, devastando orribilmente gli intestini. Era terribile voler fare e non saper che fare , con il dottore che, tra gli ondeggiamenti dell'elicottero, non riusciva o trovare la vena per applicare la flebo e il ferito che, agitandosi nella semincoscienza, si strappava via l'ago. · A un certo punto ebbi l'impressione che fosse morto: freddo in viso, e senza più respiro, tentai di scuoter/o schiaffeggiandolo, senza ottenere reazione. Angosciosa l'attesa presso l'ospedale da campo, mentre dentro la sala operatoria i nostri chirurghi tentavano l'impossibile per strappar/o alla morte. L'operazione durò dalle 17 alle 2 di notte. Ogni tanto la porta si schiudeva e, all'interrogativo stampato sui nostri volti, il dottore rispondeva con una ben poco promettente scrollata di capo.
Eppure, al mattino, il ferito si riprese; sembrava proprio che i nostri bravi dottori fossero riusciti o «riprender/o per i capelli» tanto che venne caricato, il mattino del 30, su un aereo attrezzato e trasferito presso l'ospedale militare del «Celio», o Roma, dove invece una maledetta complicazione posi-operatoria lo portò o morte, il 13 maggio. Il giorno più tragico, più triste e più caldo (sia nel senso reale che figurato) fu il 2 di luglio. Erano già iniziati i rastrellamenti da parte degli Americani o coccio del generale A idid. Per le strade, barricate e violente profeste della gente. C'era sfato, poche ore prima, un attacco ad un autocarro soma/o e due feriti. erano stati condotti presso il posto di medicazione esterno del Battaglione. Visitati, venne deciso di trasferir/i con un'ambulanza presso l'ospedale di Mogadiscio. Venne perciò richiesta una scorta al 186° Battaglione. lo stesso mi trovai coinvolto in pieno negli scontri. Il rastrellamento era appena terminato e
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Mercatino autorizzato dal Comando Italiano, a favore dei Soma/i, all'interno di Ba/ad (foto A. Carretta).
213
CAPITOlO
3
noi stavamo tornando o Ba/ad, con in testa un'AR/76 con il sottoscritto a bordo, e dietro una scorta di autoblindo e di M 113. Dalla radio, giunse notizia che presso il pastificio erano rimasti bloccati alcuni automezzi e il Comando del 186° disponeva il ritorno sul posto della nostra scorta. Invertita la marcia, rifeci la strada in senso inverso e di lì o poco mi trovai davanti ad una barricata di sassi e pneumatici in fiamme che pochi minuti prima non c'era. Improvvisa, cominciò una violenta sossaio/o ed io diedi ordine all'autista di attraversare la barricata o tutta velocitò. Non sospettavo che poche decine di metri più in lò ce ne fosse una seconda e una sensazione di sgomento mi assalì allorché, guardando indietro, mi accorsi che la scorta dei mezzi blindati non mi aveva seguito. Ma fermarsi in quel momento avrebbe significato esser fatti o pezzi dalla folla inferocita che ci tempestava di sassi. Avanti perciò, o tutta velocità, oltre la seconda barricata, ma solo per trovarne una terza. Qui, ai sassi cominciavano ad aggiungersi colpi d'arma da fuoco. Superata la terza barricata, credevo di essere ormai al sicuro; invece, ero sempli-
cemente precipitato nel bel mezzo dei combattimenti. Per fortuna eravamo presso un «checkpoint>>, cioè un posto organizzato o difesa, con sacchetti di sabbia dietro i quali ripararci. Fischiavano pallottole da tutte le parti; ma l'incubo peggiore non era rappresentato tanto dalle mitragliarici, quanto dai colpi isolati dei cecchini, che potevano arrivare da ogni direzione: posso assicurare che rimanere per ore nel dubbio che la propria testa sia sotto il mirino del fucile di qualcuno che non vedi, e dal quale perciò non puoi difenderti, non è sensazione affatto piacevole. Dopo tre ore e mezzo di combattimenti, riuscimmo o sganciarci, portando indietro i nostri feriti, ma tre dei nostri compagni erano definitivamente scesi dal torpedone della vita: per i poveri Millevoi, Paolicchi e Beecaro, non c'era più nulla da fare. Alla fine di agosto 1993, dopo otto mesi di ininterrotta permanenza sul suolo africano, salutati da calde manifestazioni di affetto da parte di quelle stesse popolazioni dei villaggi che avevamo beneficato, con una nuova nave che si staccava dal porto di M ogadiscio, riprendemmo il cammino che ci avrebbe riportato a casa».
MISSIONE «ALBATROS» Antefatti
214
Un copione che si ripete ormai, con lievi varianti, da alcuni decenni: un popolo che lotta per cacciare lo straniero occupante o il dittatore e che fa convergere verso di sé le simpatie più o meno aperte dell'opinione pubblica mondiale ... e poi? Una volta raggiunto l'obiettivo, proprio quando sembra arrivato il momento di mettersi a lavorare in concordia per costruire un futuro migliore al proprio paese, ecco lo scatenarsi di lotte fratricide, con le stragi più esecrande, tra le diverse componenti che insieme aveva partecipato alla lotta. E il mondo, deluso, qua s i pentito della mal riposta simpatia, si chiede se i contendenti non meritassero di restare nella precedente condizione, visto il pessimo uso che fanno di un bene così prezioso come la libertà appena riconquistata. Non mancano certo gli esempi. Bas terà ricordarsi di quanto avvenne nell'ex Congo, dopo la partenza dei Belgi, ed in altri stati africani dopo la fine della colonizzazione, o i fiumi di sa ngue versato nella penisola indocinese, do-
po la partenza degli Americani dal Vietnam. Per portarci verso vicende ancora attuali, sarà sufficiente osservare le lotte divampanti tra le opposte fazioni in Afghanistan, dopo la partenza dei Sovietici, o le vittime delle lotte civili scatenatesi in Somalia tra coloro che, alleati, avevano deposto il dittatore Siad Barre. In Mozambico era avvenuto qualcosa di analogo. Per anni l'esercito d ei ribelli, il Fre.Li.Mo. (Frente de Liberaçao de Moçambique), aveva combattuto per liberarsi dai colonizzatori portoghesi, fino al successo raggiunto nel 1974. Avrebbe potuto essere, questo, l'an no dell'avvio di una ricostruzione del paese, con lo sviluppo di una vera democrazia. Invece, il Fre.Li.Mo. tentava di imporre la costituzione di uno stato su l modello di quelli dell'est europeo, con partito unico. Quas i naturale, per conseguenza, la nascita di un movimento che si opponesse a un s imile progetto, e questo si concretizzò nella Re.Na.Mo. (Resistenza Nazionale Mozambicana). Per oltre quindici anni i d ue movimenti s i combatterono, con oltre un milione di morti, con saccheggi e rapine.
3Jl5
INDICO
/
oc
A
1360
215
CAPITOLO
3
Villaggio mozambicano dalle tipiche capanne (foto D. Agostini).
216
I due oppos ti eserciti, inoltre, per acquistare armi, in special modo mitragliatori Kalashnikov dall'Unione Sovietica, saccheggiarono ogni risorsa naturale del paese: le prime vittime furono gli elefanti, sterminati per procacciarsi l'avorio. Il Mozambico divenne, in conseguenza di ciò, il paese africano con il più basso reddito pro capite, più povero, cioè, della stessa Somalia. Due fattori, sul finire degli anni ottanta, si rivelarono decisiv1 perché la carneficina avesse termine: - il fatto che fosse venuto a mancare «l'oggetto del contendere», vale a dire che, letteralmente, non vi fosse più nulla da predare; in pratica le due fazioni si erano talmente dissanguate, che nessuna delle due possedeva più nulla di appetibile per l'altra; - la fattiva opera della Chiesa, che nel paese godeva ancora di un eleva to prestigio; si distinse in particolare, nell'opera di pacificazione, l'azione dell'arcivescovo di Beira, Jaime Goncalves, e della comunità romana di Sant'Egidio la quale, dopo laboriosa e sapiente opera di intermediazione, riuscì a far sì che Fre.Li.Mo. e Re.Na.Mo. deponessero le armi e rimandassero la disputa a libere elezioni da tenere in un secondo tempo. Venne anche concordato che gli armati governativi fosse -
ro 30 mila, proporzionalmente ripartiti tra i due movimenti; gli eccedenti avrebbero dovuto restituire le armi dietro un certo compenso pro capite. In attesa delle previste libere elezioni, sarebbe però stata necessaria l'interposizione di una forza neutrale che, sotto le insegne delle Nazioni Unite, vigila sse s ul rispetto degli accordi e s ul mantenimento di una pace ancora precaria. Da qui, l'invio di una forza multinazionale di oltre ottomila unità, che avrebbe assunto la denominazione di Onumoz, agli ordini del generale brasiliano Da Silva.
«Albatros» Tra le nazioni chiamate a partecipare a questa missione di «peace keeping» vi fu ovviamente l'Ita lia, che tanta parte aveva avuto nel processo di pacificazione. L'unità prescelta fu la Brigata Alpina «Taurinense» e alla miss ione venne dato (sulla falsariga dei precedenti «Airone», «Pellicano», «Ibis») il nome del p{ù maestoso dei grandi vola tori: «Albatros». Sostituite le tute da fatica con mimetiche «più africane» e il berretto alpino con un basco blu, riverniciati gli automezzi e le autoblindo di bianco con la scritta NU (Nazioni Unite), la par-
tenza venne fissata per il 7 gennaio 1993. sottufficiali. Il compito assegnato era Invece, la prima nave, carica di matequello di esercitare azione di vigilanza MISSIONI sul cosiddetto «Corridoio di Beira», una riali e automezzi, salpò soltanto 1'8 febstretta striscia che da Beira conduceva INTERNAZIONALI braio. allo Zimbabwe (ex Rhodesia) e sulla DI PACE La prima aliquota di uomini, denominata «Advanced Party», si avviava quale correvano una strada asfaltata, il 20 febbraio, con lo scopo di ricognire una ferrovia a binario unico e scarta il territorio, individuare difficoltà, posmento ridotto e l'oleodotto che portasibilità e necessità e scegliere le aree più va il petrolio dello Zimbabwe verso l'Oidonee alla dislocazione del continceano Indiano. gente. Su di essa, in precedenza, avevano vigilato i soldati dello stesso Zimbabwe. Il 2 marzo, una nuova aliquota di 180 militari partiva per il Mozambico · Ad altri analoghi corridoi che andavain aereo. Era il cosiddetto «Key Party», no verso lo Zambia e il Malawi provche aveva l'incarico di approntare le vedevano le forze di altri contingenti strutture destinate ad ospitare e sod (indiano, botswano, giapponese, urudisfare le necessità dell'intero continguaiano). Quelle che non erano ben chiare eragente il quale giungeva, con voli in rapida successione, nell'ultima decade no le dipendenze e questo può dirsi un di marzo. Erano ora, al completo, 1030 problema comune a tutte le missioni internazionali, come ben dimostrato daluomini, agli ordini del generale Luigi Fontana, comandante della stessa Brile divergenze tra gli Stati Uniti e l'Ita lia in Somalia. La dipendenza, per l'imgata. A dimostrazione dell'entusiasmo piego, era in ogni caso dal Comando ONU, che trasmetteva direttamente gli con il quale il personale si apprestava ad affrontare la missione, basterà rive- ordini ai Comandi dei vari contingenlare che un gruppo di soldati, proprio ti. Fu anche l'ONU stessa ad assumere alla vigilia del congedo, inoltrò doin carico i vari materiali che ogni conIl «Corridoio di Beira" tingente aveva portato con sé. Gli aumanda per prolungare la ferma di tre tomezzi, addirittura, vennero fotogra- visto dall'aereo: sono ben mesi e alcuni di essi la rinnovarono per visibili la strada e la ulteriori tre mesi. Non va sottaciuto, ov- fati uno ad uno, con targa ben leggibiferrovia che corrono viamente, il risvolto economico della le, affinché fosse ben chiaro lo stato di parallele dallo Zimbabwe faccenda: 120 dollari al giorno per i mi- ognuno, onde evitare contestazioni fifino all'Oceano Indiano (foto M. Franco). litari di·truppa, 140 per gli ufficiali e i nali.
217
CAPITOLO
3
Veduta aerea di Chimoio, sede dei Battaglioni Logislici Taurinense e Julia (foto M. Franco).
La sede principale del contingente italiano era stata fissata a Chimoio, loca lità d ell' interno, lungo il corridoio, a 200 chilometri da Beira, m entre il Comando della Brigata e il Reparto Comando e Supporti Tattici erano a Dondo e una compagnia di alpini pa racadutisti a Beira. A Dondo c'era già una coope rativa d i operai italiani, di Carpi, che ope ra va per conto del governo italiano, eques to fu per il contingente un favorevole punto di parte n za, p e r l'appoggio da essa fornito nelle prevedibili difficoltà iniziali. L'insediamento poté avvenire previa bonifica delle aree, con eliminazione d eg li a nim ali velenosi e s minamento d ei numerosi ordigni, diffusissimi su tutto il te rritorio. Il contingente si trovò, fin da subito, ad operare in un ambiente, ma soprattutto in un clima, del tutto inus uali. La parte operativa vera e propria, quella cioè relativa alla vigilanza e pattugliamento, venne pos ta in atto dal Battaglione «Susa», che assumeva il pieno possesso di res ponsabilità illS aprile, dopo che l' ultimo soldato dello Zimbabwe aveva lasciato il corrid oio. TI 23 april e comin ciavano a nche le scorte ferroviarie, che venivano effettuate s ia da militari posti dire ttamente sul treno, sia da autocarri che lo fian-
chegg iava no dalla strada parallela alla ferrovia. I controlli ad alcuni punti difficilmente accessibili dell'oleodotto avveni vano invece in elicottero. In lug lio cominciarono ad essere istituite aree di sosta (assembly areas) per g li sba nd ati e al «Susa » vennero affidate anche le scorte alle autocolonne uma ni ta ri e c he trasportavano viveri verso le s tesse. E non si trattava di scorte di poche ore, effettuate con piccole unità. La prima di esse, ad esempio, impegnò un' inte r a compagnia e s i protra sse per una settimana. Pa rticola rm e nte preziosa e impegnativa, ai fini dell'effettuazione di ques te sco rte, fu l'a ttività del nucleo Boe (Bonifica ordigni esplos ivi): dovendo in fatti muovere in zone ancora mai ricognite, il rischio di inca ppare in qualcuno dei milioni di mine sepolte era assa i eleva to. Oltretutto, chi le aveva disseminate non s i e ra certo preso la pena di lasciare mappe descrittive. Solo, ogni tanto, un botto: q ualcuno, quasi sempre un bambino negro, era saltato in a ria c un nu_o vo ca m po minato era stato individuato. Tra le operazioni più impegnative effettuate in agosto, si inserirono due grosse autocolo nne, una del «Susa » e una del Battaglione Logistico, destinate a Maputo (l'ex capitale Laurenço Marques), dove venne caricato il ma te-
riale destinato alle assembly areas, che venne scaricato a Beira, p er rientrare qu indi a Chimoio, dopo aver percorso 2800 chilometri su pis te costituite solo da polvere e fango rossastro, che in alcuni tratti non consentivano velocità s u periori ai 10 chi lometri ò ra ri . Il territorio mozambicano era s tato convenzionalmente diviso in tre settori, ognuno affidato ad un contingente. Poiché però le autocolonne spaziavano su tutto il territorio, la responsabilità della scorta alle stesse veniva passa ta in consegna da un contingente a quello s uccessivo, ogni volta che esse trans itavano da un territorio a ll'a ltro. Le due autocolonne, oltre all'aspetto puramente operativo, ebbero un secondo importante risvolto: quello d ella conoscen za e della fraternizzazione, n ell'assolvimento del comune incarico, fra soldati appartenenti a popoli dalle cons uetudini molto diverse; nella ci rcos tanza, un solido vincolo di camer atis mo s i instaurò tra g li alpini e i militari del contingente uruguaiano. Tra le visite effettuate al contingente da parte di autorità militari, si segna lano quelle del generale Cordone, Capo di Stato Maggiore della Difesa; del generale Canino, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, accompagnato dall'ordinario militare, monsignor Marra; del generale Buscemi, Sottocapo di Sta-
to Maggiore dell'Esercito; del generale Da Silva, capo di ON UMOZ, e del Capo di Stato Maggiore d ell'Esercito Botswano. Tra le autorità civili, vanno ricordate le v is ite d el pres id ente del Moza mbico, Chissano, cui il contingente fornì la scorta dall'aeroporto fino all'acca mpamento; tra i politici italiani, giunsero il Ministro d ella Difesa, Fabbri; il Mi nistro degli Es te ri, Andreatta; il res ponsabile civile della missione italiana ON U, Aiello. Erano sempre visite che creavano un s urplus di lavoro, ogni volta ch e si verificava no, s ia per le scorte da fornire, sia per l'approntamento dei ricevimenti. A un certo punto s ubentrò anche la sensazione che fosse la nomea dell a buona tavola d el contingente italiano, a far moltiplica re le richies te di visite. Numerose furono le visite di g io rnalisti, s ia televisivi ch e di riviste o quotidiani, militari e civili. Una troupe televisiva giunse anche dal Giappone. Tra i tanti articoli prodighi di elogi p er l'a ttiv ità del contingente, vi fu anche quello di un certo giornalista che, dopo la visita al campo e l'invito a pranzo a base di ara goste, riferì nel suo servizio che g li alpini s tavano laggiù soltanto a fare la bella vita, sottacendo l'informazione che l'aragosta è uno d ei cibi meno cari del Mozambico.
Autocolonna Beira-Maputo e ritorno, lungo la strada litoranea, che il Battaglione Logistico effettuò in circa dieci giorni percorrendo 2800 chilometri (foto Btg. L. " Taurinense»).
219
CAPITOlO
220
3
La «Taurinense» rimase sul suolo ne turbato da uno scandalo sollevato mozambicano fino all'ottobre 1993, da un giornalista svedese, secondo il quando venne avvicendata dalla «] uquale i militari italiani sfruttavano la lia». L'avvicendamento venne scaglioprostituzione delle bambine mozambinato tra i mesi di settembre e ottobre: cane. Uno scandalo creato forse ad arman mano che rimpatriava un'aliquote; in ogni caso privo di fondamento: ta della «Taurinense», ne subentrava non si sa bene se si sia verificato un una della «]ulia>>, fino alla sostituzione qualche episodio; in caso affermativo, coznpleta. Esso, previsto fin dalla fase si sarebbe trattato comunque di un cadi pianificazione della missione, venne so isolato e circoscritto. preceduto da una spedizione ricognitiForse anche in conseguenza di queva da parte di un nucleo di ufficiali e sto scandalo, le autorità militari italiasottufficiali della «] ulia>>, costituito dalne cominciarono ad attivarsi per porre lo stesso comandante della Brigata, dai termine alla missione di «Albatros». comandanti dei Reparti e da quanti eraVerso la fine di marzo, in un paio di no interessati a problemi logistici. settimane, vennero completate le opeL'avvicendamento, va precisato, rirazioni di sganciamento, lasciando l' inguardò soltanto il personale, mentre per carico della prosecuzione della missioil materiale avvenne il passaggio di conne al contingente botswano. Il persosegne. La «]ulia» infatti, per tutta la dunale rientrò in patria con voli forniti rata della missione, utilizzò automezdalle linee aeree moza mbicane, mezi, tende, radio, cucine, ecc. della «Tau- diante la stipula di accordi effettuata rinense», portando al seguito, di suo, dall'ONU. solamente qualche automezzo di ridotto In Africa rimasero soltanto il Reparto ingombro e alcune cisterne per l'acqua. Sanità ed una compagnia di sicurezza, Invariato rimase il tema della misdislocate entrambe presso l'aeroporto sione: vigilanza ai treni e alle autocodi Beira. lonne lungo il corridoio di Beira. Nel mese di luglio 1994, ciò che reIl contingente della «]ulia» aveva, stava della missione veniva assunto di come componente operativa, un reparnuovo dalla «Taurinense», che' inviava una compagnia del «Susa» (che nel frat. to composto dal Battaglione «Cividale» del15° Reggimento Alpini, e dal Battempo aveva mutato il proprio nome in taglione «Tolmezzo», dell4°. quello di «3° Reggimento Alpini») a daPiù o meno all'epoca in cui avvenire il cambio alla compagnia di sicurezva l'avvicendamento tra le due grandi za della «] ulia». unità, avrebbero dovuto svolgersi le Nel mese di ottobre 1994 avvenivatanto auspicate elezioni. Invece queste no le tanto sospirate elezioni democravenivano rinviate di mese in mese. Avtiche e, nei primi giorni di dicembre, gli veniva infatti che, proprio come con- ultimi alpini lasciavano il suolo africano. 1117 dello stesso mese, una solenne seguenza della pace, i villaggi venissero investiti dal fenomeno del controe- cerimonia, tenuta presso la caserma sodo: ogni giorno la loro popolazione «Monte Grappa» di Torino alla presenaumentava e le capanne crescevano di za del Ministro della Difesa Previti, ponumero, col rientro di coloro che la neva il suggello finale all'operazione «Albatros». gu~rra civile aveva allontanato; questo comportava continui problemi orgaIl consuntivo finale della missione nizzativi. non poteva essere espresso se non da Il mese di dicembre 1993 venne concifre positive, essendo essa stata orgatrassegnato dalla effettuazione di nu- nizzata e condotta nel pieno rispetto merose autocolonne per il trasporto di delle tradizioni di generosità e di effimilitari sbandati presso le assembly . cienza proprie del corpo degli Alpini. areas, dove venivano ritirate le armi I «bocia» avevano dimostrato di essere dietro promessa di un qualche aiuto degni continuatori delle imprese dei economico. Si aveva però la sensazio«veci» . ne di un reciproco inganno: da parte Erano partiti per un'impresa che si dei guerriglieri, che si limitavano a conprospettava densa di rischi e di incosegnare dei rottami, tenendo invece ben gnite, in un territorio ancora ammorcelate le armi più efficienti. Da parte bato dall'odore del sangue e infestato dei governativi, che lasciavano senza da bande avvezze solo ad uccidere, epesito le promesse. In conseguenza di pure la pace era stata mantenuta senza ciò, la tensione si accentuava pericolosparare un colpo. Si sarebbe potuto afsa mente. fermare che quanti erano partiti, tanti Nel gennaio 1994 il contingente ven- sono tornati, se nel novembre del1993
due piloti dell' ALE, il tenente Montagna e il sergente maggiore Stabile, non fossero rimasti vittime di un incidente, anda nd o a urtare, con il loro velivolo, un aereo S.M. 1050, contro i cavi dell' alta tensione. Se la missione era «di pace», che si vuole di più?
L'attività logistica Il primo piede del Battaglione Logi.stico «Tauri11ense» (comandato dal tenente colonnello Vincenzo Porrazzo) a posarsi sul suolo mozambicano, fu quello del capitano Sergio Santamaria, giunto in Africa il21 febbraio 1993, quale componente di quella aliquota di una trentina di militari denominata «Advanced Party», inviata con incarichi ricognitivi. Nella seconda aliquota, la «Key Party», figurava invece già un consistente gruppo di oltre 50 persone dello stesso Battaglione. L'area designata era quella di Chimoio, località collinare, posta a circa 500 metri di quota s.l.m., lungo il «Corridoio di Beira», a 200 chilometri da questa città. Un piccolo aeroporto nei pressi era funzionale alle esigenze del Reparto AVES .c he divideva la stessa area con il
Battaglione. A circa 10 chilometri erano invece accampati il Battaglione «Su- MISSIONI sa» e il Reparto Sanità della Brigata. Senza porre indugi, si mise subito INTERNAZIONALI mano alla realizzazione di quanto sa- DI PACE rebbe stato necessario alla vita e all' attività operativa del grosso del contingente . Attorno al campo venne stesa una recinzione di concertina, vennero allestiti gli alloggi, la cucina, la mensa, i bagni. Il materiale partito un paio di settimane prima, via nave, era giunto al porto di Be ira in coincidenza con l' arrivo in aereo del personale che avrebbe dovuto utilizzarlo. Sistemato in appositi containers, era stato trasportato a Chimoio, anche con l'aiuto di ditte civili operanti in zona, dotate di portacontainers. Una piccola parte venne trasferita anche per via ferrata. Con voli effettuati a più mandate, alla fine del mese, arrivarono gli altri componenti del Battaglione e si poté, con essi, provvedere alla costituzione delle varie compagnie. Il reparto conservava la stessa articolazione organica che aveva in sede; in pratica, si era verificato uno sdoppiamento. Quantificando in percentuale, circa il 60% del reparto era rimasto nella sua sede di Ri- Veduta aerea delle tende e voli Torinese, a continuare ad assolvedelle tettoie della re le sue funzioni di istituto nei concompagnia mantenimento (foto" Taurinense»). fronti della brigata e ad assicurare l'a-
CAPITOLO
3
C'è tempo anche per momenti di svago: militari della «Julia» impegnati nella «Corsa dei sacchi» (foto Btg. L. «Julia»).
222
limentazione del 40% operante in Mozambico. Una seconda fonte di alimentazione era il RE .LO.CO., costituitosi in funzione della missione «Ibis», ma che non si tirava certo indietro di fronte alle richieste di «Albatros». Prima di passare all'attività peculiare del Battaglione, merita certamente spendere alcune parole sulla sua situazione «ambientale». La sicurezza del campo era assicurata, oltre che dalla cortina ininterrotta di filo spinato, anche da un servizio di sentinelle. Al centro del campo, su un'altana elevata, era s ta to installato un faro che ad intervalli illuminava la radura circostante. Le bande di guerriglieri, che pur si spostavano ancora, ma senza far eccessivo chiasso, da una
esporre oggetti di artigianato, alle signore che vi portavano a passeggio i bambini, specie di domenica ... Come eludere, perciò, l'ingresso di qualche malintenzionato? Spostare l'accampamento tutto da un lato della stessa strada non era possibile, essendo esso circondato dal «mato» (foresta, in portoghese), non ancora ricognito e bonificato. L'energia elettrica al campo veniva fornita da un potente gruppo elettrogeno perennemente in funzione, mentre altri generatori minori venivano azionati, alla bisogna, a favore di singoli settori di a t ti vità. Le comunicazioni con l'Italia avvenivano attraverso il sistema satellitare che consentiva anche ai singoli alpini di telefonare alle proprie famiglie. So-
parte all'altra del paese, non diedero mai fastidi di una qualche entità. Solo sporadicamente le sentinelle si allertarono, per rumori sospetti e non identificati che di notte provenivano dall'esterno. Una notevole insidia alla sicurezza era tuttavia costituita dal fatto che il campo era praticamente tagliato a metà dalla strada di accesso all'aeroporto, alla quale chiunque poteva accedere, dai rivenditori che si recavano colà ad
lo il servizio postale lasciava a desiderare, potendo contare soltanto sull' aereo che atterrava con cadenza quindicinale. In compenso, era molto efficiente il servizio radio, tanto che, attraverso gli stessi apparecchi militari opportunamente predisposti dai bravi tecnici delle Trasmissioni, potevano essere ascoltati i giornali radio quotidiani e le partite di calcio della domenica. Non mancavano gli svaghi, all'interno del campo, come un campo di pal-
!avolo, s ul quale venivano disputati anche incontri con formazioni locali. Ai fini dell'instaurazione di contatti con la popolazione, fu molto preziosa l'azione di un missionario francescano che pe r un certo pe riodo rimase in zona. Fu proprio a ttraverso le sue parole che la diffidenza iniziale deg li indigeni, d ovuta alle precedenti e da poco trascorse espe rie n ze con le truppe dello Zimbabwe, si sciolse del tutto, tanto che gli indige ni vennero perfino in- . vitati a visitare l'acca mpamento, dove venne tenuta una festi cciola, con rinfresco finale. Un certo atteggiamento di diffidenza tuttavia non s i s pense mai da parte dei guerriglieri della Re.Na.Mo., che continuarono a tener d'occhio, anche se discretamente e a dis tanza, l'attività del
In un seco ndo tempo, allo scopo di concedere agli alpini la poss ibilità di qualche evasione, effe ttuate alcune esplorazioni nei dintorni e presi accordi con alcune agenzie di viaggi, furono organizzate gite per i fine settimana, che si spingevano fino a Mutare e ad Harare, nello Zimbabwe. Il lungo elenco dei compiti che gravavano su l Battaglione Logis tico può essere condensato in un solo articolo, quasi un «Comandamento»: assistere a 360 gradi tutto il contingente; vale a dire, prevedere tutto e far fronte a tutto in modo che ad esso non rimanesse altra incombenza da assolvere se non quella di sodd isfare il mandato dell'ONU. Questa assistenza venne estesa, nel"s ettore alimentare, anche agli altri contingenti della Regione Centrale (botswa-
contingente. Erano rimasti troppo scottati dall'atteggiamento di truppe di eserciti precedenti, per abbassare incondizionatamente la guard ia. Inizialmente, per i militari del battaglione, non esisteva alcuna possibilità di uscire liberamente dall'accampamento; poi, man mano che si attenuava la diffidenza della gente, si cominciò ad autorizzare, pur con le indispensabili precauzioni, libere uscite domenicali.
no, indiano, portoghese, giapponese). Ai previsti compiti di istituto era s tato aggiunto anche quello di provv.edere al vettovaglia mento e con queste finalità era stato assegnato al Battaglione un ufficiale di sussitenza. Pertanto, l'attività del reparto, con questo incarico suppletivo, non veniva mai ad interrompersi, neppure di notte: mentre gli altri riposavano, un nucleo di panettieri preparava e sfornava ottomila panini quotidiani.
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Visita di Mozambicani all'accampamento, con organizzazione di una festa (foto "Taurinense» ).
223
CAPITOLO
224
3
L'approvvigionamento dei ricambi veniva effettuato dalla madrepatria, con voli quindicinali. Il rifornimento dei carburanti avveniva invece in loco, mediante un contratto stipulato dall'ONU. I viveri venivano approvvigionati, anch'essi sul posto, a cura dell'ONU. Secondo i programmi, l'assistenza delle Nazioni Unite in questo settore avrebbe dovuto iniziare dal30 di aprile, mentre fino a quella data il contingente avrebbe dovuto provvedere in proprio. Conti alla mano, sarebbe perciò stata sufficiente un'autonomia di 40 giorni, ma, su lla scorta del vecchio adagio «fidarsi è bene, non fidarsi è meg lio», vennero portate al seguito molte più provviste alimentari di quante sarebbero state necessarie. Accorgimento provvidenziale: infatti le prime forniture non arrivarono prima del1820 maggio. Per di più, la prima partita di merce venne rinviata interamente al mittente, cioè alla ditta che aveva stipulato la convenzione con le Nazion i UnHe. Gli alimenti erano pervenuti tutti scongelati e con un confezionamento privo di razionalità: pollo mischiato con le verdure, formaggio e pasta chiusi nello stesso involucro, ecc. Si trattò, tuttavia, soltanto di giungere a un punto di comprensione reciproca: alla seconda mandata venne rifiutato circa il30% del materiale, mentre le successive vennero tutte accettate integralmen te e senza riserva. Al Battaglione Logistico competeva anche la ripartizione dei viveri tra i vari contingenti, ognuno dei quali doveva poi provvedere in proprio al confezionamento dei pasti. Non mancarono, anche qui, alcuni contrattempi, connessi soprattutto a diverse abitudini alimentari e a pratiche religiose. ·Per quanto concerne l'attività di recupero, gli interventi venivano effettuati su chiamata e le squadre si muovevano solo con assistenza di scorta s u autoblindo 614. Solo in un secondo tempo, e su percorsi a breve distanza dalla base, si effettuarono soccorsi senza mezzi di scorta, ma sempre con militari armati a bordo dell'autocarro soccorso. Particolare atten zione, pi\:1 di quanta abitualmente sarebbe stata necessaria in patria, veniva dedicata alla manutenzione degli automezzi, per via della polvere delle piste che metteva fuori uso anzitempo i filtri. Anche l'immobilità nuoceva agli automezzi, a causa delle avverse condizioni climatiche cui essi restavano esposti: piogge violente, alte temperature, tempeste di sabbia.
Tra le quotidiane attività di trasporto, se ne inserirono alcune di particolare entità, come la consistente autocolonna effettuata ai primi di settembre fino a Maputo, con il compito di prelevare materiali da trasportare alle «assembly areas». L'autocolonna- che venne denominata «Ita1 » per distinguerla da «lta2» effettuata quasi in contemporanea dal «Susa» - giunse a Maputo percorrendo 1500 chilometri in cinque giorni, su piste quasi esclusivamente di sabbia rossastra e, dopo due giorni impiegati nella sosta e nel caricamento, ritornò in altri cinque giorni a Beira da dove, consegnato il materiale ai rappresentanti dell'ONU, fece ritorno a Chi moio. A conclusione del ciclo operativo di competenza della «Taurinense», una dettagliata relazione del generale Fontana, apparsa sulla «Rivista Militare» poneva l'accento sugli aspetti positivi e negativi della missione, sui problemi emersi e sulle relative soluzioni da adottare. In primo luogo veniva rilevata la necessità, all'inizio di operazioni a cara t-
tere internazionale, di disporre di un ufficia le buon conoscitore dei costumi locali che fornisse indicazioni s u come comportarsi. Nei riguardi dei compiti specifici di un battaglione logistico, la relazione poneva l'accento sui compiti suppletivi attribuiti all'unità, che normalmente sarebbero s tati di competenza di altre. Ques to sovraccarico di lavoro di non stretta pertinenza aveva messo in crisi il reparto quando si era trattato di s pingere la propria attività di istituto ad un livello s uperiore alla routine, come in occasione di grossi autotras porti a favore d ell'ONU su lunghe dis tanze. In pratica, poco era mancato che il battaglione, per assolvere a ciò che non gli competeva, non riuscisse a svolgere quell'attività alla quale era is tituzionalmente preposto. Ne conseguiva la necessità di affiancare, allo stesso battaglione, un reparto di fanteria che assorbisse i servizi extra, in modo da consentirgli di svolgere la s ua attività logistica. Tuttavia, grazie allo sforzo di tutti, la logistica era risultata adeguata a tut-
ti i livelli, senza che nessuno di essi accumulasse eccedenze che andassero a M ISSIONI grava re sul livello s uperiore. Anche in Moza mbico, come avve- IN TERNAZIONALI nuto in Somalia, si avvertiva la neces- DI PACE sità di disporre di automezzi portacontainers, vista la scarsa potenziali tà di ditte locali, nonché d i sollevatori di potenza adeguata al peso dei containers stessi. Una disamina degli automezzi utilizzati indicava, per gli stessi, pregi e limiti. Le AR/76, ad esempio, portate in Mozambico in numero ridotto, avevano evidenziato più difetti che virtù, essendo troppo condizionate dalle condizioni climatiche locali; avevan o inoltre creato problemi di rifornimento, essendo esse gli unici automezzi ancora a benzina, problema che veniva particolar mente avvertito su percorsi a lunga distanza. I VM/90 erano stati impiegati sia nel modello cabinato che torpedo. QuePista nella boscaglia st'ultimo aveva fornito prestazioni detracciata dal passaggio cisamente positive per la sua configudegli stessi automezzi (foto D. Agostini). razione interna, più razion ale e p iù ri-
CAPITOLO
3
Non viene trascurata la vita spirituale del soldato e vengono perfino organizzati appositi «ritiri» (foto M. Franco).
226
spandente all'impiego della squadra; era solo auspicabile una maggiore rusticità. Molto impiegati, fun zionali e pratici, erano risultati gli shelters, in tutte le loro versioni (bagni, docce, lavanderie, frigoriferi, ecc.); alcuni di essi, tuttavia, avevano mostrato problemi legati alla manutenzione. Per quanto concerne l'attività di rifornimento di parti di ricambio, i 60 giorni previsti dai livelli erano risultati ottimali, come molto funzionale era risultato l'uso di containers in funzioni di magazzino. Per il settore carbolubrificanti, non era s tato necessario utilizzare i «vesciconi» ma, data la disponibilità di autocisterne, er a stato possibile costituire deposi ti su ruote. Nessun problema si era invece manifestato nell'attività di mantenimento. Ana logamente al Battaglione Logistico «Taurinense», anche quello della «fufia », comandato dal tenente colonnello Guido Pressacco, continuò l'attività di supporto, con assistenza a 360 gradi,
non solo nei confronti del contingente italiano, ma anche di quelli di altre nazionalità, come il botswano, l'indiano, l'uruguaiano, ecc. In questa fase avveniva il trasferimento, per ragioni di praticità, dei magazzini viveri da Chimoio a Beira, dove venne distaccato un sottufficia le addetto. Il prelevamento delle derrate alimentari avveniva perciò con viaggi periodici da Chimoio. Qui erano rimasti due carri frigo per la carne e due containers per l'acqua. Quest'ultima, veniva fatta pervenire dallo Zimbabwe. Il te m a d ell'acqua, inquadrato nel contesto mozambicano, merita un discorso particolare. Il paese, come tutti quelli pos ti s ulla fascia equa toria le, è ricchissimo di acque; alcuni suoi fiumi, come lo Zambesi e il Limpopo, sono fra i maggiori del continente. Eppure la carenza di acqua potabile è molto sentita, specie da parte degli europei. Il fatto è dovuto non ad inquinamento indus triale, come avviene da noi, bensì a quello biologico. Analogamente a tutto il resto ~lla fauna, anche quella microbica è particolarmente a ttiva . Bere
l'acqua dei fiumi, o anche soltanto lavarsi, può causare malattie imprevedibili e sconosciute, specie per l'europeo, il cui organismo non è dotato di specifici anticorpi. Il rifornimento di acqua rivestiva perciò, nel contesto della missione, importanza rilevante, ed essa veni va ad assumere, quale elemento di omaggio e regalia, la stessa valenza che potrebbe avere presso di noi una bottiglia di champagne. Con il crescere della tensione legata al continuo rinvio delle elezioni, anche le attività di trasporto venivano a trovarsi a rischio maggiore. Sintomatico un episodio avvenuto sul finire di dicembre. Un automezzo italiano, con scorta botswana, stava effettuando un rifornimento ad una assembly area, quando, in prossimità d i quella, venne bloccato da tronchi d'albero messi di traverso sulla carreggiata. I mozambicani, autori del gesto, non intendevano assolutamente consentire ai botswani di entrare nel loro territorio; l'automezzo avrebbe dovuto perciò entrare da solo. A questo disegno si oppose il netto rifiuto del conduttore, diffidente e restio ad entrare privo di scorta in una zona posta sotto il totale controllo mozambica no. Alla fine, ricevuta assicurazione che non avrebbe corso rischi di sorta, e·g li decise di avventurarsi, solo e inerme, fino alla destinazione finale del viaggio. Fra le operazioni di maggior rilievo compiute nel mese di gennaio, si inserisce l'autocolonna di 48 automezzi che trasportò circa 600 soldati delle nuove forze governative mozambicane dalle basi d i istruzione dislocate nello Zimbabwe alla base d i Donde, percorrendo circa 700 ch ilometri in mezzo a foreste, su strade in terra battuta, attraversando confini di stato ed effettuando una sosta presso il campo di Chimoio per rifocillarsi e rifornire agli automezzi. A riguardo delle assembly areas, il Battaglione contribuì alla costituzione di due di esse. La prima fu quella di Citabawa, dove i militari del Battaglione lavorarono insieme agli osservatori dell'ONU per la s ua realizzazione materiale. Per la costituzione della seconda, quella di Nhamangua, venne effettuata una preventiva ricognizione da una unità logistica, di concerto con analoghe degli altri contingenti; a seguire, vennero trasportati i materiali per costruirla; da ultimo, essa venne rifornita di acqua, con viaggi effettuati ogni due
giorni dalle autobotti del Battagl ione, che sca ricava no dentro vesciconi dello MISSIONI stesso tipo già citato ed impiegato in Somalia per lo stoccaggio dei carburanti. INTERNAZIONALI Ogni due giorni, erano trecento chilo- DI PACE metri che venivano coperti dai cond u ttori del Battaglione; anche questo contribuiva ad assicurare la pacifica convivenza fra g li osserva tori ONU e coloro che si recavano presso questi centri di raccolta a deporre le armi. Le libere uscite, a maggior ragione dopo lo scanda lo rela tivo alle accuse di prostituzione minorile dianzi accennato, continuarono ad avvenire solo una volta la settimana, in gruppi. Alla domenica continuavano ad essere effettuate g ite presso le località tu ris tiche del Mozambico e dello Zimbabwe (occorre precisare che esse avvenivano sempre senza scorta e con i partecipanti disarmati). Continuarono tuttavia i contatti con la popolazione. Fra ques ti, va nno ricordati gli incontri di calcio tra squadre rappresentanti della «}ulia» e formazioni locali. Se ne svolsero tre, tutte immancabilmente concluse con la vittoria delle squadre di colore. Il fatto sarà in apparenza sorprendente, ove si consideri la popolarità di questo sport in Italia e i titoli prestigiosi acquisiti dal calcio italiano; lo sarà molto meno, se si terrà conto delle doti atletiche naturali degli indigeni, abituati da sempre a percorrere, per necessità di vita, chilometri e chilometri a piedi ogni giorno. L'a ttività del Battaglione Logistico «}ulia» proseguì fino al13 maggio 1994, quando quasi tutto il contingente venne ritirato. Con il Reparto Sanità e la compagnia di sicurezza rimase una cellula logistica con un ufficiale addetto agli automezzi del Reparto Sanità, mentre per le riparazioni vennero lasciati personale e attrezza ture che costituirono un Repa rto RR rinforzato. I ricambi continuarono ad essere inviati dall'Italia, col solito volo quindicinale. Per i viveri, s i era verificata invece un'inversione dei ruoli: era ora il contingente botswano a dis tribuire ai nostri. Le stesse mansioni e articolazione della ridotta unità rimanevano quando subentrava di nuovo la «Taurinense». L'ultimo ufficiale automobilista a lasciare il s u o lo mozambicano, il 5 dicembre 1994, fu il tenente Mauro Cuppone. Per i meriti acquisiti dal Reparto nel corso della missione, il Ministero della
227
CAPITOLO
3
Difesa, con decreto n. 158 in data 28 luglio 1995 conferiva la Croce di Bronzo al merito dell'Esercito alla Bandiera di Guerra del Battaglione Logistico «Taurinense».
Anelli di colle$amento con le Naziont. Unite
Alloggi e Comando del Battaglione Logistico "Ta urinense" (foto "Taurlnense»).
228
Se pure l'onere della miss io ne ricadde sulle brigate «Tau rinense» prima e «julia» poi, altre unità alpine fornirono concorso di uomini e mezzi, scelti fondamentalmente con il principio della volontarietà. La squadra dei panifi catori della «Taurin ense», ad esempio, era s tata fornita dal 24° Battaglione Logistico «Dolomiti », di Merano. Merita segnalare, a proposito di questa un ità, una carica ricoperta da s uo i ufficiali ed alla quale è stato dato, dag li organi di informazione, un risa lto certamente e nettamente inferiore all' importanza che essa ven ne a ricoprire ed agli s forzi che il personale incari cato dovette profond ere. Parliamo dell'Ufficiale di collegamento con
l'U.N.A.O. (United Nation Administrative Office). Compito di questo personaggio era di fornire tutta la documentazione dimostrativa dalla quale desumere le spese che l'ONU avrebbe rimborsato all'ammini strazione italiana. Per fornire le cifre di alcune tariffe: 988 dollari uomo/mese, più 291 dollari per il 25 % del personale specializzato e altrettanti per il 10% di quello non specializzato; 65 dollari uomo/mese per il vestiario e l'equipaggiamento; 1,28 dollari uomo/ giorno come indennità di mensa; 5 dollari uomo/mese per armamento e munizionamento, ecc. Altri rimborsi erano previsti per gli automezzi, le armi, le attrezzature e via dicendo. Come si può notare, una contabilità così complessa da richiedere un ufficio apposito. Al contrario, tutto venne affid ato alla responsabilità e alla cura d i una sola persona; non solo, ma il primo ufficia le designato, il ca pitano Augusto Savo (cui sarebbe subentrato negli ultimi mesi il pari grado Eugenio Bova) ricevette l'incarico soltanto il 20 settembre 1993, quando la missione aveva preso avvio da sette mesi.
Si può ben immaginare quale abbia potuto essere la mole di lavoro per ricostruire le presenze di uomini di sette mes i di una unità che oltretutto stava già smontando le tende, portare specchi dimostrativi di attrezzature impiegate e di armamenti dei quali non esisteva più traccia, o che erano sta ti passati di carico da un reparto all'a ltro. Soprattutto si dovrà intuire la laboriosa azione diplomatica esercitata per far accettare dai rappresentanti della con -. troparte dei dati numerici che, pur rispondenti a realtà, non erano più in alcun modo dimostrabili. A tutto ciò si aggiunga la necessità, per farsi comprendere, di tradurre ogni elenco in lingua inglese. Alla base di tutto era mancata la conoscenza delle regole, le quali prevedevano, preventivamente all'avvio della missione, dettagliati elenchi di personale e materiali che avrebbero dovuto essere sottoposti all'approvazione delle Nazioni Unite. Regole, oltretutto, anch'esse non ben definite e soggette a continue variazioni delle quali difficilmente si riusciva a venire a conoscenza, a meno di non disporre di
personale specializzato nella specifica branca. MISSIONI La scelta di un ufficiale del Corpo Automobilistico derivava dal fatto che INTERNAZIONALI soltanto la preparazione professionale DI PACE di un appartenente a questo Corpo avrebbe consentito di conoscere s ia i materiali che i p rob lemi ad essi co nnessi. L'inconveniente risiedeva invece nel fatto che sulle spalle di una sola persona venivano a ricadere in pratica tutti quei compi ti che, nella parallela missione «Ibis», venivano assolti, e tra mille difficoltà, dal RE.LO.CO. Non ci addentreremo più a fondo sui problemi organizzativi che queste missioni internazionali comportano. Personale piì:1 esperto di noi sta vivisezionando il problema in tutti i suoi aspetti; riviste specializzate se ne stanno occupando. A favore di chi scrive, solo il piccolo tesoro di esperienze di vecchie storie già lette o ascoltate. E la scarsa attenzione ai problemi logistici all'i nizio di una missione, che tuttavia viene riscontrata solo alla fine, si è fatta ormai un motivetto orecchiabile e familiare. Si vorrebbe, in un futuro non troppo lontano, non sentirne più.
Il capitano Silvestro PAGLIA, in servizio presso il Battaglione Logistico «Tourinense», è stato uno dei primi ufficiali automobilisti, in pratico secondo solo al citato Sergio Sontomorio, o porre piede sul suolo mozombicono il 25 marzo. Do quel giorno lo suo missione si sarebbe protratto per sei mesi, cioè fin quasi al termine del periodo di competenza dello brigato «Tourinense». Dallo suo testimonianza abbiamo trotto buono porte delle notizie relative all'attività del Botfoglione Logistico ed anche dell'intero contingente. Non le ripeteremo, in questo sede, limitondoci o riportare quei passi del suo racconto che si riferiscono più strettamente allo suo personale sfera di attività e alle conoscenze do lui acquisite sullo società e sui costu mi mozombiconi. «Il primo impatto con l'Africa - racconto il capitano- non era stato dei più favorevoli. Non erano passate molte ore da quan-
so di umidità associato alla temperatura torrida. Dopo la rituale presentazione al comondante del contingente, genero/e Luigi Fontana, ci sistemammo per lo notte a Dondo, dove il Reparto Comando e Supporti Tottici dello « Tourinense>> stavo approntando le strutture che avrebbero ospitato i suoi uomini che sarebbero di lì a poco affluiti. Distribuite le armi oi militari, venne subito tenuto un rapporto per definire le modalità di esecuzione del trasferimento per via ordinario che avrebbe dovuto svolgersi l'indomani per raggiungere la località dello nostra definitivo sistemazione. Se è vero che tutto ciò che nello vito avviene per lo primo volto resto poi sempre impresso nello memoria, quell'esperienza lo sarebbe stata, per me, ancora di più: ero lo primo notte africano dello mio vito e fu uno notte veramente indimenticabile. Il coldo, l'ambiente, suoni e voci del tutto nuovi e mai ascoltati; non c'ero nulla, nel hostro vissuto, nelle nostre passate esperienze, che ci facesse da guido o che ci fornisse un punto di riferimento. C'ero in tutti noi quasi uno sensazione di distacco dalla realtà; ci sentivamo allo stesso tempo attori e spettatori di uno di quei films sul Vietnom. Un'in quietudine inconfessato serpeggiava nel nostro animo, uno sorta di angoscio sottile e impalpabile, quella che sempre si affaccio
do avevamo chiuso il porte/Ione dell'aereo sull'aeroporto di Torino, relegando al di là di esso il e/imo e la temperatura tipica di un fine inverno. Restavano impresse, negli occhi e sullo pelle, le immagini e le sensazioni usuali per quella stagione. All'apertura dello stesso porte/Ione, la primo sensazione fu un vero choc: era un altro mondo, un altro pianeta; dai 6 -7 gradi di Torino eravamo stati sbalzati agli oltre 40 di Beira. Sembrava mancarci l'aria, per l'elevato tas-
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
229
Costruzione di una chiesa sponsorizzata dai cappellani del contingente (foto M. Franco).
230
quando ci si pone davanti all'ignoto. Lo zona lungo la quale si sarebbe effettuato il trasferimento non era stata ancora del tutto ricognito, le notizie in nostro possesso non ci fornivano un quadro esauriente e chiaro della situazione e le possibilità di attacchi non erano da sottovalutare. Verso le 23, tutto era pronto e ci ritirammo a riposare: una rustica e spartano brandina mi regalava il mio primo sonno africano. Un sonno breve, in quanto alle 4 e 30 eravamo già tutti in piedi e un'ora dopo .gli automezzi erano già in movimento. La sicurezza dello colonna faceva affidamento sui capimacchino, uno su ogni automezzo, e tutti armati, in piedi, con il capo fuori del porte/lo superiore della cabina. La strada era buona, di discreta ampiezza, tutta asfaltata, con un fondo ben liscio e livellato, in contrasto con le informazioni relative allo stato della viabilità provenienti do altri territori afflitti da problemi analoghi a quelli del Mozambico, dove in tempi recenti si erano svolte oltre missioni do porte dei nostri connazionali (Libano, Albania, Somalia). Ma una spiegazione esisteva: la strada, che tagliavo trasversalmente il territorio mozambicano, era quello che mettevo in comunicazione lo Zimbabwe con la costa sull'Oceano Indiano ed erano certamente da attribuire all'a ttenzione e al-
l'interesse di questo Stato le buone condizioni dell'arteria stradale. Lungo il tragitto, i volti della gente che osservavo il nostro passaggo erano improntati a diffidenza, sospetto, timore; nessun gesto di saluto; d'altra parte, neppure il nostro "look" era quello di chi si stava recando a una festa da bollo. Le ragioni di tale atteggiamento ci sarebbero state chiarite in seguito quando, entrati più in confidenza con gli indigeni, fummo messi al corrente di certe malefotte perpetrate dai militari dello Zimbabwe, ai quali noi venivamo a sostituirei; non conoscendoci, la gente non aveva alcun motivo per ritenere che non fossimo della stessa pasto. Verso le 1O giungemmo a Chi moio, dove vedemmo farsi incontro a noi lo figura sorridente e abbronzata del nostro amico, capitano Sergio Santamaria. Era un piccolo particolare rassicurante, per noi, come avviene per chi, appena emigrato in un paese straniero, incontra per la prima volta un volto a lui già familiare; ma anche per lui l'emozione non doveva essere molto diversa da quella di un naufrago che vede apparire alla sua isola la scialuppa dei soccorritori. Nei giorni successivi sarebbero giunte nuove aliquote di alpini, fino all'arrivo del
contingente o/ completo, alla fine del mese di marzo. L'iniziale sentimento di diffidenza da parte della popolazione si stemperò ben presto, trasformandosi in un rapporto di quasi gioiosa frate/lan z o. Gran parte del merito della "rottura de/ghiaccio " fu dovuta al missionario locale. La Messa di Pasqua, alla quale numerosi partecipammo, costituì l'occasione propizia. La gente del villaggio, sulle prime, non riusciva o capacitarsi di ciò che vedeva. Com 'è possibile? dei militari a Messa? Ma non sono, essi, i cultori dello violenza, dello prepotenza, dell'eliminazione di vite umane, tuffo il contrario cioè dello dottrina di amore e di pace predicata do Gesù Cristo? Come potevano conciliarsi, le due cose? Furono proprio le parole del missionario, o far capire loro chi eravamo e perché eravamo lì. "Questi uomini in diviso - disse il sacerdote durante l'omelia - non sono qui o portare lo guerra, ma per difendere lo pace, lo vostro pace; non sono venuti a farvi del male, ma ad impedire che altri possono forvi del mole!" Fu la prima di fante Messe cui partecipammo insieme olio gente del villaggio. E quando si parlo di Santa Messa, occorre dimenticarsi di come siamo abituati od asco/-
torio e seguir/o in Italia. Lì lo cerimonia è, mi si passi il termine, un vero spettacolo; duro anche due o tre ore e lo gente la vive intensamente e con vero partecipazione ed entusiasmo, un entusiasmo che trascino chiunque vi assisto. L'offertorio, od esempio, acquisto tuffo il valore insifo nello poro/o: lo gente si avvicino al sacerdote, come avvenivo presso gli antichi cristiani, e ognuno offre qualche coso, di reale e non di simbolico, che l'officionte raccoglie per poi distribuirlo allo comunità. E poi .. . la danzo! Per tutta la durato del rito, tuffi i presenti bollono, con un senso del ritmo incredibile: una vera gioia per gli occhi, e per le orecchie, vedere e sentire decine, centinaio di ragazze e bambine che, cantando, battono lo stesso piede con un sincronismo istintivo che i nostri soldati non riuscirebbero o raggiungere nemmeno in dieci anni di addestramento. Fu ancoro attraverso l'attività del-mis sionario che fu possibile cominciare a concedere ai nostri soldati le prime occasioni di libero uscito, nei pomeriggi dello domenico. Chimoio non era proprio quel che si dice un villaggio di capanne, anzi vi si avevo lo sensazione di trovarsi in un vero e proprio paese: c 'erano un paio di piccoli bar e qualche negozio gestito do indiani dove però lo merce, essendo importato, venivo
«La messa di Pasqua fu l'occasione propizia per la rottura del ghiaccio ... " (foto " Taurinense" ).
231
CAPITOLO
3
«Per tutta la durata del rito tutti i presenti ballano, con un senso del ritmo incredibile ... " (foto D. Agostini).
232
o costare più che in Italia. Le uniche cose molto o buon mercato erano i prodotti alimentari (banane, aragoste, ecc.} che si potevano acquistare con pochi metikois, e le pregevolissime opere defloro orfigionofo, in legno, in avorio, o in pietro. Sono abilissimi, i mozombiconi, dei veri artisti naturali, specie nei lavori eseguiti o mano o con l'utilizzazione di un loro rustico tornio o pedale. Il commercio può svilupparsi quasi soltonto con i forestieri, potendo Fare ben poco affidamento sulle possibilità di acquisto degli indigeni. Questo, proprio per lo loro filosofia di vito. Il negro mozombicono non
colto con scorso entusiasmo, venne reoliz- · zola con uno flemma di pori portato, ma olIo fine, quando tuffo fu pronto, lo stesso proprietario poté riscontrare il suo bel fornoconto: non solo vi andarono i nostri soldoti nei fine settimana, portando denaro fresco ma, sullo loro scio, e richiamati do/luogo oro divenuto accogliente, giunsero avventori di ogni tipo. In un tempo ancoro successivo, si cominciò od effettuare gite nel vicino Zimbobwe. Facevo veramente impressione, appeno varcato lo borro di confine, notare l'enorme divario, sul piano dello sviluppo e del progresso, che esistevo fra i due paesi
coltivo ambizioni, non desidero nullo di più di ciò che ho e che gli basto per vivere oggi. Non ho desideri di ricchezza, né invidio per chi possiede di più. Lo stesso morte non gli Fa paura e viene accettato con sereno fatalismo. Dopo un certo tempo, le libere uscite in paese non bastarono più; i soldati cominciavano od annoiarsi, sì che io stesso mi recoi od esplorare i dintorni, allo ricerco di qualche possibile diversivo. Fu così che o Manico, località o uno settantina di chilometri do Chimoio, mi imbattei in uno piscino attiguo o un piccolo ristorante. Ero colmo di aequo putrido, segno di un mancato pluriennole utilizzo. Dopo uno certo insistenza, riuscii o convincere il proprietario o rimetter/o in sesto promettendogli di porfargli io stesso i futuri "clienti". L'ideo, oc-
confinanti: tutt'altro coso le strade, le piazze, le cose, i giardini, al di là dello frontiera! Tra le esperienze più significative do me vissute, in campo operativo, mi piace ricordare lo partecipazione all'autocolonna lto 1, do Beiro o Moputo e ritorno, effettuato ai primi di settembre. In previsione delle elezioni che avrebbero dovuto tenersi sullo base degli accordi, erano state costituite delle zone di roecolto, dove avrebbero dovuto affluire tuffi gli sbandati già combattenti nelle due Fa zioni rivoli, e che non erano stati inseriti tra i 30 milo armati di cui il nuovo governo avrebbe dovuto disporre . Poiché alle località di votazione tutti avrebbero dovuto giungere disarmati, queste aree di accoglienza erano predisposte per lo riconsegno delle
armi. Per ogni fucile riconsegnolo sarebbe stato corrisposto un certo indennizzo, o titolo di risarcimento per lo stato di disoccupati nel quale, privati delle stesse armi, i guerriglieri si sarebbero venuti o trovare. Lo scopo dello nostro autocolonna ero quello di prelevare o Mopulo il materiale con il quale I'ONU avrebbe allestito queste aree di raccolto. Fu un viaggio denso di avvenimenti e di esperienze nuove. Lo primo porte venne effettuato con lo protezione dello scorto del . NSuso", per essere poi presi in consegno dogli Uruguoioni. Lo strada si sviluppavo lungo il litorale
so ufficiale medico al nostro seguito. Per i tre feriti gravi venne richiesto l'intervento dell'elicottero dal nostro campo base, che in quaranta minuti fu sul posto. Prelevati e trasportati al nostro ospedale do campo, si salvarono tutti e tre. Un altro incidente, con due morti, lo avremmo incontrato nel prosieguo del viaggio, od lhombone. Tutto questo ci conduce allo formulazione di un discorso o porte sul modo di guidare dei mozombiconi. Primo di lutto, sono estremamente spericoloti, sì che gli incidenti sono frequentissimi e le conseguenze quasi sempre gravi, anche perché o questo spe-
ed ero costituito unicamente do uno pista in terra battuto, dal caratteristico colore rossoslro, dallo quale si levavo uno denso polvere, quando asciutto, e che si disseminavo di buche fangose in occasione di acquazzoni. Lo primo sosto venne effettuato o Nova Co/ego, villaggio situato o circo 200 chilometri do Beiro. Appeno giunti, un gruppo di negri ci si fece incontro, gesticolando concitatamente e invitondoci o seguir/i verso uno certo direzione. A loto dello strada c'ero un autocorro ribaltato. Dentro uno vicino capanno c'erano gli ex passeggeri dell'automezzo: tre di essi erano già deceduti, tre erano feriti gravemente, altri quindici presentavano ferite e contusioni di minore entità. Questi ultimi vennero sottoposti alle cure dello stes-
ricolotezzo non corrisponde uno adeguato prudenza do porte dei pedoni. Lo casistica sarebbe infinito e basterà fornire alcuni esempi. Può capitare, o volte, mentre stai guidando, di trovorti dietro uno curvo un crocchio di persone in tranquillo e incosciente conversazione nel bel mezzo dello strada. O possono verificarsi cosi al tempo stesso curiosi e drammatici: poiché le escutsioni termiche tra il giorno e lo notte sono molto forti, l'asfalto delle strade, conservando buono porte del colore accumulato durante le ore di sole, rimane l'unico posto caldo, e questo fa sì che i negri vi si stendono o dormire sopra; sfreccio un autocarro, l'autista non li vede, o li vede troppo tordi, e vi posso sopra senza esitazioni, proseguendo nello corso senza fermarsi. Con l'arrivo del
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
«Sono abilissimi, i Mozambicani, dei veri artisti naturali, specie nei lavori eseguiti a mano o con l'utilizzazione di un loro rustico tornio a pedale ... " (foto D. Agostini).
233
CAPITOLO
234
3
Nel caricamento degli automezzi, i Mozambicani non stanno a contare il numero dei passeggeri (foto " Taurinense»).
giorno, qualcuno scansa il cadavere a loto della strada. Nel corso dei nostri viaggi, ci capitò più volte di vedere delle lunghe foglie di banano messe apposta a coprire qualcosa: appunto il cadavere di uno vittima della strada che sarebbe rimasto lì fino a che qualcuno non si fosse degnato di seppellir/o. T.utta do osservare, poi, la cura che dedicono ai loro veicoli, spesso senza freni o senza fori. Può ben capitare, viaggiando di notte, di vedersi venire incontro un solo faro e lì sorge il dilemma: da quale parte del faro starò il veicolo? Le cose vanno meglio quando si intravede do uno parte un faro e dall'altra una freccia che lampeggia in continuazione; questa freccia non vuoi indicare, come sarebbe logico supporre, uno volontà di cambiare direzione; vuole invece soltanto dire, a chi viene di fronte : attento, io sono largo così. Lo fine dello vito di un pneumatico non viene segnalata dai millimetri di spessore del battistrada, ma da un .. . segnale acustico, cioè dal botto che esso fa quando scoppia. Quello sto a significare che è oro di cambiarlo. Per la ricerca di un'officina di riparazioni, esistono apposite insegne: dove si vedranno dei pneumatici appesi ai rami di un albero, lì sotto ce ne sarò una. Per descrivere poi il modo di viaggiare dei passeggeri, l'esempio più realistico è quello fornito da certi films di Fantozzi, dove si vedono cento viaggiatori stipati su un automezzo predisposto per venti, con gente aggrappata alle portiere, o fuori dei finestrini, o sul tetto, dove tentano di restare ancorati sfruttando ogni possibile appiglio. Ogni tonto ne cade uno, che viene spiana-
lo dal veicolo che segue, ma non è uno cosa grave: basterò scansare il cadavere e coprirlo di foglie. Ma torniamo al racconto dell'autocolonna per Moputo. Dopo aver effettuato tappo a Nova Colego, accantonati su un piazzole, il giorno dopo venne ripresa la marcia, per portarci fino al punto dove ero stato fissato il passaggio di consegne tra la scorta italiana e quella uruguaiana ma, arrivati sul posto, di questa scorto non c 'ero traccia. Ci ponemmo in contatto con lo nostro base per chiedere notizie e ricevere direttive, ma anche lì erano all'oscuro delle ragioni del mancato appuntamento. Venne deciso di proseguire fino a Villonculos, ancoro con lo scorto del "Susa", ma non più su blindati, bensì su autocarri. Presso questo località avvenne il passaggio di consegne dello scorto e venne chiarito il perché del mancato incontro, dovuto al fotto che gli uruguoioni non possedevano mezzi blindati idonei. Per alcuni giorni vivemmo fianco o fianco con questi soldati e fu un'esperienza affascinante poterei conoscere reciprocamente, scoprire gli oni le doti umane degli altri, cantare insieme le più belle canzoni dei rispettivi paesi, preparare e assaggiare le specialità culinarie l' uno dell'altro, discutere dei propri campioni di calcio, sfidarsi in incontri. Dopo due giorni di sosto o Maputo, dedicati al caricamento, ci ovviammo sullo via del ritorno e, pochi giorni dopo, nello stessa località del precedente mancato appuntamento, fummo ripresi in consegno dalla scorto italiano. Il momento del commiato fu denso di colore e di tristezza, intensi quanto il sentimento di cameratismo che si ero
instaurato fra persone di popoli diversi che per pochi giorni avevano condiviso i rischi dello stesso missione, che ce rtamente non si sarebbero più incontrati nello vito, e che per questo avevano dovuto bruciore, in uno solo vampata, tutte le fas i e i momenti di
'
...
Un Om i CIZ/0 ».
A fornirci testimoni anza sull'esperienza del Battaglione logislico <dul ia » nello vicenda mozombicono, è il maresciallo Cesare SCALA, che dello missione visse i pri-. mi Ire mesi del 1994. Del suo lungo racconto - estrapolato ciò che è patrimonio del Battaglione, eliminolo quanto è o fotter comune con quello del testimone dello «Tourinense» - ciò che rimane è ancoro così ricco di risvolti umani e di vivaci aneddoti, do creare in noi rommorico per l'esiguità dello spazio disponibile. lo curiosità connaturalo nell'animo del sottufficiole fa di esso uno prezioso fonte documentario .
«Invece che visitare le mete turistiche abitualmente frequentate dal contingente- roeconto il maresciallo - o me piacevo molto d i più dedicarmi allo scoperto dei villaggi p iù nascosti, soffermormi od osservare vito e abitudini dei loro abitanti, scandagliare lo loro mentalità, confrontare lo loro cultura d i vito con lo nostro, e questo mi portavo o continue, sorprendenti scoperte. Uno delle prime constatazioni che ebbi modo di fare , fu il d iverso atteggiamento che venivo assunto nei nostri confronti do coloro che non avevano mai avuto o che fare con il contingente italiano, rispetto o chi avevo invece familiarizzato. Per i primi, l'approccio ero caratterizzato do un sentimento misto di curiosità, diffidenza e timidezza; li si potrebbe riconoscere allo primo occhiata, anche guardandoli nelle foto o nei filmati; espressioni tutte uguali, quasi stampate in ciclostile. Uno volto rotto il ghiaccio, al contrario, essi divenivano invadenti, specie i bambini, fino od un'aperto sfrontatezza. Un giorno, nel corso di uno perlustrazione, capitammo nei paraggi del villaggio di Sussundengo e fummo attirati dal rimbombo ritmoto di tamburi. Spinti dallo curiosità, ci avvicinammo usando molto circospezione, nel timore di capitare, sgraditi, nel bel mezzo di uno cerimonia vietato od estranei. Si trottavo invece solo di uno festa, con danze . Appeno fummo scoperti, ci fecero cenno di avvicinarci e partecipore. Facemmo subito amicizia e in breve ci trovammo circondati do un nugolo di ragazzini ... » Il racconto del maresciallo, condotto in maniera del tutto informole, spazio do un argomento all'altro, con ricco esemplifico-
zione di aneddoti , fra i quali noi cercheremo dì tessere uno tela dì collegamento .
<<Ciò che accomuno tutti i Mozombicani - continuo il sottuffìcìale - è l'estremo povertà, soprattutto nei villaggi: ciò che possiedono è il massimo del nullo ... Qualche soldo ce l'hanno i portoghesi, rimasti sul posto allo fine dell'occupazione, o tornati col ritorno della pace . Se qualche volta, fermandoci a far colozione, si regalava qualcosa delle nostre razioni agli indigeni, si mangiavano perfino ... la carta dell'involucro. Nessuno possiede scarpe; solo qualche adulto, più benestante, indossa quei nostri banali sandali do spiaggia. Tuttavia la domenica quasi tutti hanno qualcosa di buono do indossare, quando si recano a messa o a fare delle passeggiate. Era divenuto per noi familiare uno bello signora di colore che veniva sempre, tenendo per mano i suoi due bambini, o fare una passeggiato sullo strada che, attraversando il campo, portava all'aeroporto. Ero accanita la caccio ai nostri rifiuti, soprattutto da porte dei bambini. Non riuscivamo neppure o costituire un immondezzaio, in quanto tutto venivo immediatamente da essi catturato e riciclato. Erano particolarmente appetiti i bidoni dell'acqua, che venivano poi rivenduti al mercato. Le stesse lattine di coca cola e di aranciata venivano da essi trasformate, dopo essere state ridotte a striscioline sottili, in stupendi mode/lini di automobili, autocarri, e perfino elicotteri. Per fornire un po' di aiuto, attivammo le nostre mogli, in patria, perché raccogliessero e ci inviassero pacchi di vestiario o materiale comunque utile. Ci accorgemmo ben presto però che una distribuzione da parte nostra era operazione pericoloso. Non ap· pena infatti gli indigeni ci vedevano aprire un qualche scatolone, si precipitavano tutti insieme, picchiandosi per disputarsi qualsiasi oggetto. 0/tretutto noi non eravamo a conoscenza di chi fosse più bisognoso e chi meno. Decidemmo perciò di consegnare gli aiuti alle suore di Sussundengo, meglio informate di noi, perché provvedessero allo distribuzione. Dalle nostre cucine partivo un canaletto di scarico che portava all'esterno del campo i reflui de/lavaggio delle pentole e delle stoviglie. Su di essi si gettavano i ragazzini, ingurgitando avidamente gli avanzi del cibo insieme al detersivo. Per evitare avvelenamenti, il comandante ordinò perciò di tener lontani quei bambini. Ogni volta però essi reagivano prendendoci o sossote. Un giorno riuscimmo a catturare uno degli autori dello sossoiola. Portato davanti al comandante, questi gli fece una severa ramanzina, ammonendolo o non riprovar-
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
235
CAPITOLO
3
Mercatino di Chimoio (foto " Taurinense»).
236
ci più. Quegli accolse mortificato e a capo chino tutta la lavata di testa, fino a che venne lasciato andare con la promessa che non lo avrebbe più fatto. Appena fu a distanza di sicurezza si chinò a terra, si voltò indietro, e giù, nuova sassata; poi, con uno sberleffo, scomparve alla velocità di un fulmine, quel figlio di ... In Mozambico si osservavano larghissime estensioni di terreno così fertile che ad ognuno di noi verrebbe l'idea di sfruttar/e economicamente, per esempio impiantandovi grandi coltivazioni di banane. l Mozambicani, invece, si limitano a coltivare, al massimo, un fazzoletto di terra vicino casa, lavorato esclusivamente da donne, dal quale ricavano del miglio per farsi una sorta di focaccia di dubbio potere calorico. Tutte le loro energie, il carburante che aziona il/oro motore, sono le canne da zucchero che. la natura fornisce spontaneamente. Ne strappano una da terra, se la portano dietro, ogni tanto ne staccano un frammento e lo masticano, come noi si farebbe con del chewingum. Un giorno, viaggiando in macchina, notammo lungo la strada due bambine con in mano una lunga canna da zucchero ciascuna. Ci fermammo, invogliati, col proposito di chieder loro di cedercele. Spaventate, appena comprese le nostre intenzioni, le due creature spinsero istantaneamente in avanti il braccino, facendoci capire di non voler opporre alcuna resistenza. Prese le due canne, mettemmo loro in mano una banconota da 5000 metikais ciascuna, una somma che il loro padre non guadagnerebbe in un anno di lavoro. Le due bimbe rimasero immobili, sconcertate;
fissavano le banconote tenendo/e davanti a sé, tese con una mano ad ognuno delle due estremità. Non proHerirono parola . Allontanandoci, gettammo un'occhiata alla specchietto retrovisore: erano ancora lì, come due statuine, con le braccia tese in avanti all'altezza defloro grembo, e gli occhi ancora Fissi sulle banconote. Son sempre le donne, in Mozambico, a mandare avanti la famiglia, a procacciare i mezzi di sussistenza e ad allevare la prole. Gli uomini, poligami, hanno talvolta decine di figli (ne conoscevamo uno che, a 37 anni, aveva già popolato il mondo di 43 nuovi esseri). Tuttavia, non è da affermare che l'autorità paterna non abbia rilievo; in molti casi anzi il padre incute molto timore, specie alle femmine. l sistemi educativi non rifuggono da violenze, con punizioni corporali anche di notevole durezza. Questo fa sì che - potrà sembrare un paradosso - i Mozambicani non manifestino alcun timore se minacciati da un fucile o da un mitra; sono invece terrorizzati quando si mostra loro un bastone. Ma non è difficile fornire una spiegazione o/l'apparente controsenso: il bastone lo hanno provato, in varia misura, tutti, e sanno quanto faccia male. Il dolore provocato da una pallottola, per contro, è un'esperienza sconosciuto e perciò non temuto. Forse allora non sonno che un fucile può uccidere? Tutt'altro, lo sonno benissimo, ma - e qui sto lo differenza tra lo nostra e la loro concezione - la morte non è cosa che li spaventi. La vito, per loro, ho un valore vicino allo zero, e questo vale per quello degli altri come per la propria. Anche la morte di un familiare non viene vissuto co-
me un dramma: il dolore che essi provano per lo morte di un congiunto non è neppu-
re porogonobile o quello che molti di noi proverebbero allo perdita de/gattino di coso . Ne facemmo diretto esperienza. Un nostro automezzo ero venuto in collisione con un indigeno in bicicletta, provocondone lo morte. Il fratello del defunto, messo o/ corrente dello disgrazia, corse subito od accertarsi delle condizioni dello bicicletta. Al fine di dirimere sollecitamente lo questione amministrativo, gli proponemmo un risarcimento con uno sommo corrispondente al nostro mezzo milione di lire {uno cifro per essi astronomico). L'uomo accettò il denaro ma, non appeno intravide lo possibilità di avere qua/coso in più, ci ripensò e si rivolse all'autorità giudiziario. Questo scorso valore doto allo vito fa sì che i Mozombiconi non pongono eccessivo prudenza nel salvaguardare lo proprio do incidenti automobilistici. Per questo nòn è raro incontrare dei morti o loto dello strado. Uno sera ci eravamo recati, come nostro solito, o fare quattro chiacchiere su uno panchina posto in fondo o uno strada asfaltato che partivo do Chimoio. Nel buio fitto un indigeno ci additò uno scena che, con i nostri occhi, non saremmo mai riusciti o vedere: un negro, probabilmente ubriaco, si ero addormentato con le gambe nel conoletto che fiancheggiavo lo strada, mentre dolio cintolo in su ero steso di traverso allo strada stesso. Poiché, doto il colore, nel buio i negri sono pressoché invisibili (si vede soltonto il bianco degli occhi e, quando sorrisono, lo chiostro dei denti), al passaggio del primo autocarro quello sarebbe stato tagliato in due . l/loro fatalismo si spinge o/l'estremo. Quando un veicolo si fermo per avorio, non si danno pensiero di chiamare soccorsi. Si fermano e aspettano che si ripari do solo. Hanno però l'accortezza di segnalare il veicolo fermo stendendo delle frasche sullo strado (l'equivalente del nostro triangolo) qualche decina di metri primo. Sono singolari quelli che essi chiamano "trasporti semicollettivi": automezzi stipati o/l'inverosimile ... persone, animali e cose insieme ... copre legate sul tetto ... ; e se qualcuno code, pazienza ... l'autocarro non effettuerà di certo, per questo, uno fermato supplementare. Hanno uno visto acutissimo, i Mozombiconi, quasi disponessero di occhi o raggi infrarossi; quando i nostri, nel buio dello notte, non si sarebbero ancoro accorti dello presenza di qualcuno, essi hanno già riconosciuto anche di chi si trotto. Molto temute erano, od esempio, le guardie dell'aeroporto. l negri, anche nello notte più
fondo, erano in grado di avvistarle o distanza e di distinguere che si trottavo di uno di esse e non di uno dei nostri. Capitavo, tolvolto, mentre erano in nostro compagnia, di veder/i sparire all'improvviso, inghiottiti dal nullo; poco dopo, vedevamo giungerne lo ragione: uno o più guardie, delle quali invece noi ci avvedevamo soltanto allorché erano o due passi do noi. Lo vito dei Mozombiconi è quanto di più spartano posso esistere. Si alzano prestissimo e prestissimo vanno o letto, sfruttando in pratico tutte le ore di luce diurno . Solo il saboto sera tirano fino o tordi, bollando, come si uso do noi».
MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Notevoli , e variegate, le notizie che il sottufficiole fornisce sullo fauno della· regione :
«Gli animali di grosso taglio sono rarissimi, essendo stati sterminati per finanziare lo recente guerra civile. Sono numerosi, invece, i coccodrilli, sia ne i fiumi che negli allevamenti, dove vengono tenuti per il commercio dello pelle. In compenso sono molto grondi altri animoli che do noi sono piccoli. Vi sono lumache grondi come meloni, che però gli indigeni non mangiano, mentre si nutrono di termiti e cavallette. Anche i grilli sono enormi. Tutti, poi, sono dotati di estremo rapidità di movimenti, probabilmente per ragioni dettate dalla continuo competizione per lo vito. Numerosi sono i serpenti; estremamente pericolosi lo vipera del Gabon e il mombo. Gli stessi negri ne hanno molto paura ed evitano di sostare sotto gli alberi, do cui possono colarsi i mombo, o in qualsiasi posto do essi frequentato. Spesso ci mettevono in guardia, se qualcuno di noi incautomente si avventuravo in ambienti o rischio. Comunissimi sono i camaleonti, dei quali però gli indigeni hanno un timore quasi sacro, pur sapendo che fisicamente non recono pericolo alcuno; è uno paura quasi superstizioso, un po' come avviene do noi per i pipistrelli». Il maresciallo Scolo avrebbe do roecontorci tonte oltre cose, così come ne avrebbero tutti coloro che ho nno vissuto l' esperienza di Albotros. Noi chiudiamo però qui , ben coscienti del fotto che, presi dall'argomento, do qualche pagina in qua siomò scivolati fuori temo . Sarebbe do auspicare uno trattazione più approfondito do porte di chi scriverò un intero libro su Albotros (ce ne sono e sembro ce ne siano altri in allestimento), ma siamo certi che, purtroppo, non saronno questi gl i aspetti dello missione sui quali potranno accendersi i riflettori di qualsiasi tipo di cronaca.
237
CAPITOLO
4 IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
/ L
238
impiego dell'Esercito in servizio di ordine pubblico, così com'è attua lmente concepito e regolamentato, non deve essere considerato una novità assoluta di questi u ltimi anni. L'attenzione di questo capitolo si appunterà, è vero, su due delle ultime operazioni, una delle quali tuttora in corso, ma sono molteplici gli esempi che le hanno precedute. Senza per forza risalire agli anni Venti, epoca nella quale il terribile prefetto Mori richiese l'intervento della Forza Armata in Sicilia per contrastare la mafia (ottenendo lusinghieri risultati prima che le solite manovre di palazzo decretassero il ritiro dei militari), anche in epoca repubblicana si possono contare decine di episodi. Di routine, tanto che non meriterebbe neppure di essere citata come esempio, è la presenza di soldati di leva nella v:igilanza ai seggi elettorali. Pitt quali ficanti e specifiche le attività di pattugliamento e vigilanza legate agli attentati dinamitardi in Alto Adige o sulla tratta appenninica della ferrovia nei cosiddetti «anni di piombo». Nel marzo del1976, nei dintorni di Roma, per alcuni giorni, i cittadini ebbero modo di imbattersi, lungo le strade, in numerosi posti di blocco aventi una componente di militari di leva, in occasione del rapimento di Aldo Moro. Possono essere inseriti nello stesso filone di ordine pubblico, anche se non con compiti di polizia, gli interventi richiesti ai soldati del genio ferrovieri per garantire un minimo di funzionalità ai trasporti in occasione di scioperi del persona le ferroviario.
Più strettamente attinente l'attività del Corpo Automobilistico fu, sul finire degli anni Sessanta, un intervento dei reparti di Roma per supplire ai gravi disagi causati al pubblico da uno sciopero degli autotramvieri. In tale circostanza, i poveri conduttori di automezzi, «autobussisti » improvvisati, dovettero armarsi di cristiana pazienza e sorbirsi anche le ram pogne delle vecchiette non propriamente addestrate alle acrobazie necessarie per montare sui cassoni degli autocarri. Portandoci ad epoca più recente, basterà ricordare l'impiego massiccio di tutte le unità dell'Esercito nella vigilanza ai punti sensibili su tutto il territorio nazionale contro i pericoli d i attentati conseguenti alla Crisi del Golfo. Perciò, per quanto agli occhi del cittadino possa apparire evento del tutto eccezionale l'impiego di soldati di leva con compiti di polizia, questa eccezione è molto più frequente di quanto si pensi, tanto che si potrebbe chiedere se essa non sia invece la regola. D'altronde, i mutamenti epocali che hanno coinvolto il mondo nell'ultimo decennio, si sono ripercossi anche nel contesto naziona le. Nuovi fenomeni hanno portato sul tappeto la necessità di trovare soluzione a problemi mai prima conosciuti: si pensi alle massicce immigrazioni clandestine dai paesi dell'Est, dal Nord Africa, dall'Albania, dal Sud Est asiatico; ad una criminalità sempre più organizzata che si propone, con mezzi sempre pitt efficaci e inaccessibili perfino allo Stato, come alternativa allo Stato stesso.
Da ciò deriva la necessità di rivedere radicalmente quelli che per tradizione vengono definiti i compiti della Forza Armata. Il concetto di «difesa» del territorio da invasioni esterne appare sempre più anacronistico e deve essere sostituito da quello molto più attuale ed estensivo di «sicurezza», una
sicurezza da attacchi non solo esterni, ma anche e soprattutto interni. Fatta questa doverosa e necessaria premessa, approfondiremo il discorso sulle due ultime e più importanti missioni che hanno visto impegnati, fino ad oggi, non meno di 12.000 uomini della Forza Armata.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
MISSIONE «FORZA PARIS» l concetto di «riappropriazione del territorio», alla base delle finalità perseguite dalla missione in Sardegna, non era del tutto nuovo. Esso aveva fatto la sua apparizione, non più di un paio di anni prima, in Aspromonte, con l'operazione «Riace», nello stesso contesto e per le stesse ragioni che avrebbero determinato l'effettuazione di «Forza Paris». Tuttavia, come avviene per ogni innovazione, anch'esso a veva fatto una certa fatica a farsi strada e ad essere ufficialmente accettato e dichiarato. «Sull'Aspromonte ci sono i nascondigli dei sequestrati- era il dubbio ricorrente della pubblica opinione -l'Esercito va perciò a dar la caccia ai sequestratori?» «Assolutamente no- era la risposta degli organi militari preposti alle pubbliche relazioni - l'Esercito va ad effettuare le sue esercitazioni e basta, come previsto dai programmi dell'Ufficio Addestramento dello Stato Maggiore e come avviene in ogni altra parte dell'Italia ». Veniva insomma avvertita, sulle prime, una certa riluttanza ad ufficializzare un valore così nuovo quale quello del significato della presenza dello Stato sul territorio. Un valore, tuttavia, che non tardava ad imporsi, per il suo impatto altamente positivo nei confronti della collettività. Cosa avrebbe potuto esserci di meglio se- mentre i soldati attendevano ad un'attività che è parte essenziale del loro essere quale quella di addestrarsi -contemporaneamente si toglieva alla criminalità lo spazio vitale nel quale operare? Notevole l'analogia con quanto spontaneamente avvenuto, in alcune piazze d'Italia ad opera della popolazione residente, contro il fenomeno dello spaccio della droga. Senza ricorrere alla giustizia sommaria di drastiche spedizioni punitive, o a spettacolari quanto inutili retate di polizia, i cittadini erano scesi nelle stesse piazze, rioccupan-
I
dole con l'allestimento di feste o spettacoli, o semplicemente stando lì a conversare. La criminalità agisce nel buio e nel silenzio: quei cittadini avevano riacceso le luci e fatto sentire il suono delle loro voci, e ciò era bastato. Quella che in Aspromonte era stata solo una conseguenza positiva, gradita, ma non ufficialmente cercata, dive-
239
CAPITOLO
240
4
Visita del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Goffredo Canino, al militari impegnati nell'esercitazione «Forza Paris» (loto Btg. L. «Gorizia»).
niva invece il fine dichiarato di «Forza Paris». Non v'è dubbio che, tra le ragioni che indussero le autorità politiche e militari ad effettua re l'operazione, ci s ia stata una forte componente emotiva. Se da gra nde il piccolo Farouk Kassan vorrà vantarsi di essere riu scito da solo a muovere un esercito, forse peccherà un po' di presunzione. Ma è certo che i lunghi mesi di p rigionia del bambino, e soprattutto la notizia d ella barbara mutilazione subita ad opera dei sequestra tori, abbiano determinato nell'opinione pubblica nazionale qu el s ussu lto di sdegno che fa esclama re, anche al p iù mite e conci lian te degl i uomini, «Ora basta!» La presenza dell'Esercito in Sa rd egna, e in particolare nella Barbag ia, non aveva, né d oveva avere, i connotati di un'operazione di polizia, ma rivestiva la sola e dichiarata funzione di far sentire la presenza dello Stato sul territorio, riempire un vuoto nel quale la criminalità si era inserita con la quasi certezza dell'impu nità, togliere a lla s tessa criminalità lo spazio nel qu ale o perare, soffocarla togliendole ossigeno, e nello stesso tempo esprimere so lidarietà nei confronti della popolazione sarda. L'operazione «Forza Paris» (che in sardo significa «Avanti, tutti insieme»)
ebbe inizio il15luglio del1992. La zona di esercitazione comprendeva il nuorese e parte della provincia di Sassari. I reparti impegnati inizialmente furono le brigate «Taurinense» e «Gorizia» e il152° Battaglione Meccanizzato «Sassari»; queste unità, nella seconda fase, vennero avvicenda te dalle brigate «Granatieri di Sardegna» e «Mantova» e dal l 51 o Battaglione Meccanizzato «Sette Comuni». Altri repar ti che fornirono apporto in varia misura furono: un d istaccamento della «Folgore», un'aliquota dell' ALE, una compagnia di Carabin ieri con compiti di PM, un Distaccamento Lavori Genio, il Reparto Sa nità della «Centauro» e un nucleo dell'Istituto Geografico Militare. In tota le, al ter mine dell'esercitazione, i partecipanti sarebbero assommati a: 831 ufficiali, 1058 sottufficiali, 8220 militari d i truppa, 320 ca rabinieri. I mezzi impegnati sa rebbero stati: 494 autovetture da ricognizione, 1401 au tocarri tra leggeri e medi, 136 autosp eciali, 48 ambulanze. Il comando dell'esercitazione era affidato al generale Du ilio Marchini, comandante della regione Mil itare della Sardegna. La liberazione di Farouk, avvenuta pochi giorni d opo che l'esercitazione era s tata decisa, forse se non come una
conseguenza, fu certamente vista come to vi fu un netto .regresso dei reati : riu:1 segno di buon auspicio, tanto da far spetto allo stesso periodo dell'anno premutare radicalmente l'iniziale atteg- ced ente, riferiscono le s tatis tiche, l' agiamento di diffidenza della popolabigeato passò da 47 a soli 5 casi; g li inzione che avvertiva, nell'arrivo d ei micend i dolosi (grossa piaga d ell' isola) da litari, quasi una parvenza di occupa101 a 47; g li a ttentati dinamitardi da 37 zione. a 9. Tema dell'esercitazione era appunDallo sca mbio di esperienze tra i mito il controllo del territorio, con ad d e- litari e i civili sardi, tutti u scirono arstra mento tecnico-tattico al combatti - ricchiti, una ricchezza cos tituita dalla mento. Tra la prima e la s econda fase, reciproca conoscenza e dall'apprezzavennero esplorati e passati al tappeto . m ento d elle virtù insite in entrambe le 3600 kmq di territorio. Vennero effetparti. tuati anche fo to e rilevamenti che fuNon era però pensabile che la crirono poi rielaborati dall'Is tituto Geominalità cedesse il terreno senza reagigrafico Militare e che consentirono di re; d'altronde, se tutti avessero visto di aggiornare le cartine della zona con l'inbuon occhio la presenza dei militari, saserimento di ben 600 nuovi elementi rebbero automa ticamente decaduti tutcartografici. ti i presupposti e le ragioni che avevaAltro fine, non certamente seconda- no determinato l'esercitazione. A Mario, perseguito da «Forza Pari s», fu moiada e a Lula, vennero feriti in due quello d ella promozione dell'immagi- attentati, per fortuna non gravemente, rispettivamente 5 alpini della «Taurine della Forza Armata nei confronti della gente s arda. Vennero realizza te nunense» e 6 fanti della «Gorizia». Ma quemerose opere di viabilità e bonifica del sto non fece che far serrare ancor più, territorio, disinfestazione e disinfezioattorno ai militari, le simpatie dei sarne; soprattutto vennero effettuate 2235 di; gli attestati di solidarietà non si condonazioni di sangue a favore di un potarono più. I due gravi fatti criminosi polo che, come n oto, presenta un triste avevano amareggiato profondamente endemismo tra le malattie: l'anemia mel'animo della popolazione, che vedeva diterranea. in essi un'immagine perdente dell'inGli effetti dell'esercitazione, ai fini tera Sa rd egna. del mantenimento della legalità, furoLa dimostrazione della s tima e delno immediatamente evidenti, in quanla fiducia dei Sardi nei confronti d ei sol-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
Deposizione di um:rcorona ai Caduti a Buddusò, presente tutta la popolazione (foto Btg. L. «Gorizia»).
241
CAPITOLO
242
4
dati può essere fornita dai 1848 pazienti che, nel periodo dell'esercitazione, si fecero assistere dal reparto Sanità della «Centauro». Quasi quotidianamente vennero realizzate cerimonie, concerti, cori, a favore della gente. 20 mila persone visitarono gli accampamenti; 10 m ila furono presenti allo spettacolo di sal.uto finale, che venne chiamato «Arrivederci, Forza Paris!». Un auspicio? Un desiderio? Ci sarà un'altra «Forza Paris»? Da un sondaggio effettua t o presso la popolazione sarda, i favorevoli sarebbero stati quasi 1'80%.
tocolonna fino a Genova; da qui, caricati in traghetto, vennero sbarcati a Cagliari; infine, con una nuova autocolonna, raggiunsero Fonni, nel nuorese, dov'era stata individua ta la zona di schieramento. Il personale invece venne trasferito in aereo fino a Caglia ri, per poi portarsi a destinazione a bordo degli stessi au tomezzi. L'intera operazione di trasferimento venne conclusa in tre giorni. Mentre le unità operative- in particolare il Battaglione Alpini «Susa»- effettuavano le loro attività addestrati ve, il battaglione logistico provvedeva, come suo compito istituzionale, alloro soAttività logistica stegno. La prima fase dell'esercitazione · La compagnia mantenimento effet«Forza Paris» venne condotta dalla Brituava le riparazioni necessarie con la gata Alpina «Taurinen se», al cui soste- sua officina media. Per l'esecuzione di gno provvide il suo Battaglione Logisti- quelle eccedenti le sue capacità, si faco, che ha sede a Rivoli, cittadina a ri- ceva ricorso all'opera d i officine locali. dosso della cintura torinese. La compagnia rifornimenti limitava L'unità venne raggiunta dall'ordine la propria attività al posto distribuzione carburanti e lubrificanti e al pos to di approntamento in un momento che, nell'arco dell'anno, rappresenta semdis tribuziene ricambi. Per i ricambi di pre una fase di forte flessione per l'atterzo livello, le richieste venivano inoltività operativa di ogni reparto: era la trate alla ORE di Cagliari. prima decade di luglio e, come conEra già esclusa, fin dalla fase di prosuetudine sulla base di turni che vengrammazione, l'attività di rifornimento viveri, per i quali si preferì far ricorgono stabiliti con largo anticipo, circa metà del personale si trovava già in liso alle risorse locali. La decisione - non cenza ordinaria. c'è bisogno di nasconderlo - nasceva Con immediatezza, ufficiali e sotda una ragione di opportunità: una pretufficiali vennero rintracciati presso le senza così massiccia di militari avreblocalità marine e montane dove avevabe avuto, in questo modo, una positiva ricaduta sull'economia locale e la conno già iniziato a trascorrere le loro vacanze ed invitati a rientrare con urgenseguente instaurazione di relazioni faza. Dopo pochi giorni l'unità era rivorevoli tra Esercito e popolazione. compattata in tutti i suoi ranghi e pronLa compagnia trasporti - presente ta a partire. con due plotoni - svolgeva la propria Sulle prime, tra il personale la mis- attività in favore dello stesso Battasione veniva p rospettata come un'opeglione Logistico e all'occorrenza fornirazione di polizia vera e propria, tesa va concorso al soddisfacimento delle alla ricerca e alla liberazione di Farouk. necessità dell'intero contingente. Nello stesso accampamento, insieIl sopravvenuto rilascio del bambino portò però ad una sostanziale variante me al Battaglione, c'erano il Comando nella definizione dello scopo: non più Brigata e il Repa r to Comando e Supun'operazione di ordine pubblico, ma porti Tattici della stessa. una semplice esercitazione. Questo Nessuna attività armata veniva svolcambiamento- commenta con malizia ta dal Battaglione Logistico, se non quelqualcuno dei partecipanti - comportò la relativa alla propria sicurezza, alla per gli alpini della «Taurinense» la manquale ogni reparto doveva provvedere cata concessione del «nastri no» che viein proprio, con l'istituzione di pattuglie ne concesso a chi partecipò invece ai che percorrevano itinerari stabiliti, lun«Vespri Siciliani». go i quali erano stati fissati dei punti di Il trasferimento in zona di esercita- sosta e di osservazione e allarme. zione potrebbe essere definito un'eserGli atti ostili da parte di delinguencitazione esso stesso, con l'applicazioti locali cui vennero fatti segno alcuni ne di quei trasporti intermodali su cui alpini non videro coinvolto il Battaoggi si poggia la logistica. Gli automezzi glione. Ogni tanto però, di notte, qual-130 in totale- vennero condotti in auche sporadica pietra proveniente dal
buio poneva in stato di all'erta le sentinelle. l rapporti con la popolazione di Fonni, dove i militari si recavano la sera in libera uscita, furono fin dal primo momento dei più cordiali. All'instaurazione di questo rapporto contribuirono in larga misura gli stessi sottufficiali sardi effettivi al Battaglione, non solo per la conoscenza del dialetto, ma anche della psicologia dei locali. Furono questi stessi sottufficiali ad allacciare tutti quei contatti che si sarebbero ri- · velati utili per il benessere e la funzionalità del contingente. Gli stessi contratti per la fornitura di generi alimentari vennero stipulati con la loro med iazione. Tutto veniva pagato per contanti, tanto le forniture quanto l'esecuzione dei lavori, senza l'orpello burocratico dei documenti normalmente previsti per queste attività. Nei fine settimana, profittando della stagione estiva e della vicinanza delle splendide coste della Sardegna, i militari liberi da impegni di servizio potevano recarsi a trascorrere ore ritempranti sulla spiaggia di Arba tax. Numerose autorità, civili e militari, effettuarono la loro visita all'accampamento. Si segnalano quelle del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale
Goffredo Canino; del comandante della Regione Militare della Sardegna, generale Duilio Marchini; dell'ordinario m ilitare monsignor Marra; del prefetto di Nuoro e dei sindaci dei paesi vicini. I contatti con la popolazione avvenivano per lo più al di fuori dell'accampamento; all'interno facevano la loro sporadica apparizione il p roprietario del fondo- cui venne pagato l'affitto e rimborsa ti tutti i danni provocati dalla presenza dei militari- e i vari fornitori. Più interessanti e vivaci le visite di due scolaresche dell e scuole med ie di Fonni, che vennero guidate, assieme ai loro insegnanti, per tutto l'accampamento, con l'esposizione dei ma teriali e dei mezzi in dotazione al Battaglione, nonché la spiegazione e l'illustrazione dell'attività che veniva svolta; il tutto, con grande interesse da parte dei ragazzi, cui si veniva a svelare un mondo tutto nuovo, del quale essi avevano conosciuto, fino ad allora, nulla più che una superficiale copertina spesso deformata dagli organi d'informazione. L'esercitazione, per la «Taurinense», si protasse fino a l 20 agosto, occupando cioè tutta la fase centra le dell'estate, q uella che per il resto degli Italiani coincide con il periodo del più completo riposo.
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
Compagnia Rifornimenti del Battaglione Logistico «Granatieri di Sardegna», a Fonni (foto S. Franchetti).
243
. CAPITOLO
4
Il 20 agosto, a dare il cambio alla «Taurinense», giungeva la Brigata «Granatieri di Sardegna». Nessun affiancamento e nessun passaggio di consegne ufficiale fra le due unità. Mentre gli alpini sbaraccavano, i granatieri prendevano il loro posto. In un paio di giorni la sostitu zione era completata. Il cammino di ritorno, per il Battaglione Logisfico della «Taurinense», si sarebbe compiuto con le stesse modalità e nell'ordine inverso dell'andata. A tutti coloro che avevano partecipato all' esercitazione, il Comando del 4° Corpo d'Armata rilasciò un attestato. Il passaggio d i testimone dell'ideale staffetta tra alpini e granatieri fu rapido, quasi senza soluzione d i continuità nell'Operazione.
Vigilanza al depocel dei Granatieri di Sardegna {foto F. Caruso).
244
Il Battaglione Logistico dei «Granatieri di Sardegna», con sede presso la caserma «Piave» di Civitavecchia, aveva effettu ato il tra sbordo dell'intera unità con tre mandate inviate in tre giorni consecutivi: un piccolo nucleo di forie ri d i alloggiamento il primo giorno, il grosso (150 uomini circa) il secondo, un'ultima aliquota il terzo. Il Battaglione occupò gl i s tessi spazi e le stesse strutture del suo omologo
della brigata alpina, con i propri mezzi e attrezzature, ma con modifiche nei dettagli della sistemazione, sulla scorta delle direttive emanate dal comandante della Briga ta, generale Donato Berardi. Il Battaglione ospitava un plotone di Carabinieri con funzioni di polizia (militare e non), scorte ad autocolonne, ecc. Per i rifornimenti idrici dell'accampamento, limitatamente all'impiego per lavaggio e cucina, l'acqua veniva preleva ta con due autobotti da una diga vicina; per bere, solo bottiglie di acqua minerale. L'attività di istituto veniva svolta, nelle linee generali, con le s tesse modalità usate in sede. Gli automezzi da riparare venivano infatti, in linea di massi ma, ricovera ti ad opera del primo
anello sul secondo. Venne tuttavia sperimentato anche l'impiego di squadre a contatto, con esiti positivi, tanto che esso venne replicato, come rou tine, alcuni mesi dopo, nella successiva missione dei «Vespri Siciliani ». Per il 3° grado, il Battaglione si appoggiava sulla 12a ORE d i Cagliari; per i rifornimenti di carburanti, presso il 12° Reparto Rifornimenti di Sassari. Per i viveri, si proseguì nel già col-
laudato metodo del ricorso alle risorse locali. Non mancarono visite, sia di autorità militari che civili; va ricordata quella del Capo di Stato Maggiore, Goffredo Canino, che nella circostanza giunse accompagnato dai sindaci di tutti i comuni interessa ti all'esercì tazione. La vita e l'attività del reparto non furono esenti da fastidi. Dopo quattro o cinque giorni cominciarono le prime azioni di disturbo da parte di balordi, · i quali più di una volta recisero i fili del telefono, anche della linea civile, costringendo il personale del Battaglione a continue azioni di ricerca per l'individuazione del punto di sabotaggio e il conseguente riallaccio. I primi giorni furono carichi di tensione, tanto che una sera le sentinelle,
dato che entrambe le volte essi avvennero con attenta cura nella scelta della IL CORPO direzione del vento che spirava verso l'accampamento. In entrambe le occa- AUTOMOBILISTICO sioni si riuscì a spegnerli con le sole for- IN ORDINE ze del reparto. PUBBLICO Nonostante queste isolate e circoscritte azioni di disturbo, i rapporti con la popolazione furono sempre ottimi, tanto che dopo pochi giorni venne revocata l'iniziale disposizione di recarsi in paese, a fare spese, muniti di scorta. La presenza dei militari sembrò riportare la vita al paese stesso, specie la sera quando, con i soldati in libera uscita, le vie si animavano ed era possibile far conoscenze, scambiarsi notizi~ ed impressioni, permearsi ognuno della cultura degli altri. Nell'ambito delle attività ricreative, furono anche organiz-
AtT l FARSI RICONOSCER
allarmate da movimenti e rumori sospetti, caricarono le armi. Dovettero intervenire gli stessi ufficiali del reparto i quali, recatisi sul posto, tranquillizzarono i soldati, rimanendo con loro fino a quando, giunto il momento del cambio della muta, fu possibile avviarsi al posto di scaricamento armi. Un paio di volte scoppiarono incendi, appiccati evidentemente da «esperti» delle tecniche di incendio doloso,
zate feste e gare, nonché una gita verso le più rinomate località tur istico-religiose della provincia di Sassari, e perfino una intera giornata al mare, sulla spiaggia di Cala Gonone. Il giorno prima della partenza, l' accampamento venne aperto ai civili, cui venne offerto un rinfresco. Furono momenti bellissimi e indimenticabili per tutti e dai quali tutti, civili e soldati, uscirono spiritualmente arricchiti.
Posto Comando del Battaglione Logistico "Granatieri di Sardegna». In lontananza, Fonni (foto S. Franchetti).
245
CAPITOLO
4
In parallelo con gli alpini della «Taurinense», con gli stessi compiti e le stesse finalità addestrati ve, ma in altra porzione del territorio sardo, dal22luglio al2 settembre 1992 furono impegnati i fanti della Brigata «Gorizia». Con la grande unità al completo si era trasferito, anch'esso al completo e con il rinforzo di una compagnia genio, il Battaglione Logistico, agli ordini del tenente colonnello Antonio Bonavida. Quale area per il suo schieramento era stata scelta una radura al fresco di vecchie sughere in comune di Buddusò (55).
Visita del personale del Btg. L. «Gorizia" alla cava di marmo di Buddusò (foto «Gorizia»).
246
Unitamente allo svolgimento di tutte le attività d'istituto, il Battaglione profittò della circostanza per effettuare anche esercitazioni di vario genere, quali tiri e marce addestrative. L'attività di mantenimento veniva svolta prevalentemente in sede, ma due «squadre a contatto» erano perennemente in viaggio da un reparto a ll'altro per effettuare riparazioni d i secondo grado a domicilio, come pure a domicilio veniva effettuato il rifornimento dei carbolubrifican ti.
In pratica, chi aveva lunga esperienza di centri logistici, non avrebbe ravvisato alcuna differenza tra questi e l'esercitazione «Forza Paris», se non fosse stato per le rigide disposizioni inerenti la sicurezza, soprattutto a seguito degli atti di ostilità cui erano fatti oggetto gli alpini. Lasciava in tutti una sensazione di disagio il vedersi costretti a tante precauzioni, quasi che il territorio attorno, e gli abitanti tutti, non fossero anch'essi italiani. Nei primi giorni, anzi, le sentinelle operarono in stato di grande tensione, specie quando, di notte, venivano udite in lontananza delle strane, insolite esplosioni, fino a che non venne chiarito l' arcano: si trattava di scoppi di una sorta di petardi che i pastori utilizzavano per tenere le volpi lontane dai loro greggi. Gli stessi episodi di ostilità verso gli alpini determinarono anche dapprima un divieto, poi una limitazione della libera uscita dei soldati e questo spiacque alla gente di Buddusò che si mostrò sorprésa, e quasi offesa, nel non vedere p iù, per qualche giorno, i mili-
tari in paese. Oltretutto, i rapporti che erano stati instaurati erano stati fino a quel momento più che ottimi. Insieme con le autorità comunali era stata effettuata la deposizione di una corona ai caduti d el paese. Il si ndaco stesso aveva invitato in comu ne il comandante e gli ufficiali del Battaglione e aveva organizzato una visita ad una cava di marmo con annessa fabbrica per la sua lavorazione, attorno alla quale ruotava gran parte dell'economia di Buddusò. La cortesia era stata reciproca: le autorità comunali e gli studenti vennero a loro volta invitati a visitare il campo, in particolare l'attrezzatissimo N.E.C. (Nucleo Chirurgico Elitrasportabile) vero vanto del Reparto. Momenti di re lax non mancarono neppure ai soldati del Battaglione Logistico «Gorizia», che profittarono della concomitante stagione estiva per recarsi di domenica, in g ite organizzate, a godere delle splendide spiagge della Sardegna. Analogamente al Battaglione Logistico «G ranatieri di Sardegna», che a Fonni subentrava al suo omologo della «Taurinense», a Buddusò era il Battaglione Logistico «Mantova» a subentrare al «Gorizia». Due lunghe autocolonne avevano
condotto uomini e mezzi in Toscana. Qui, mentre il personale effettuava la trasvolata del Tirreno a bordo d i aerei militari, gli automezzi venivano inviati a Cagliari via nave. Da Cagliari, le due autocolonne ricomposte raggiunsero con un viaggio di quasi dieci ore la zona di schieramento, ormai quasi del tutto sgomberata dal «Gorizia». Il primo impatto con l'ambiente di operazioni, per il «Mantova» non fu diverso da quello dei reparti che lo avevano preceduto: iniziali apprensioni per possibili attentati, ordine di girare armati non appena oltrepassata la sbarra, rigide disposizioni per assicurare la sicurezza del campo. Rotto il ghiaccio, tuttavia, anche il «Mantova» ebbe modo di provare l'aperta disponibilità e la squisita ospitalità della gente sarda: inviti a pranzo per molti militari presso le famiglie, consumazioni gratuite al bar... Tutte le pubbliche attività organizzate dal comune, quale la «Festa del Forestiero», coinvolsero in pieno il Battaglione. Anche l'organizzazione sa nitaria del «Mantova» fu molto attiva nei confronti della popolazione, che ogni giorno si recava presso l'infermeria di corpo a ricevere le visite e le cure necessarie.
Infermeria del Btg. L. «Mantova" (foto «Mantova»).
247
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
248
Il racconto del tenente colonnello Pierluigi DE ZANET, capo Sezione Logistica del Battaglione Logistico «Granatieri di Sardegna», ci introduce al l'interno delle attività del suo reparto, a conoscere quei dettagli e quelle curiosità che vengono sempre trascurati nella stesura delle relazioni ufficiali, ma che alla fin fine costituiscono il sale stesso dell'essere militare. È attraverso il richiamo di questi episodi spiccioli ed impressioni personali, che si riesce a penetrare quella sottile barriera che, nella vita degli uomini con le stellette, segna la linea sulla quale finisce il soldato e comincia l'uomo. L'ufficiale era alla guida di quella seconda aliquota del reparto che, partita il secondo giorno, costituiva il grosso del contingente . <<Già la partenza da Civitavecchia- comincia il racconto dell'ufficiale - venne vi-
vacizzata da un episodio singolare. l 150 soldati salivano a bordo e si accomodavano, in ordine e tranquilli, sulle poltrone della nave. A coordinare le operazioni di -imbarco, c'era un nostro collega il quale, essendo sardo, era in pratica l'esperto della situazione. Egli non faceva che correre concitatamente, su e giù, avanti e indietro, salendo e scendendo dalla nave, per assicurarsi che tutti i soldati prendessero posto a bordo. Eravamo ormai tutti sistemati ai nostri posti, quando ci sentimmo chiamare dall'esterno. Ci affacciammo al parapetto delfa nave che, ritirate le passerelle, si stava staccando dal molo: dalla banchina, il nostro collega ci stava rivolgendo uno sconsolato gesto di saluto; nell'assillo di assicurarsi che tutti partissero, non si era accorto che a terra c'era rimasto proprio lui. Sbarcati, uomini e mezzi, al porto di Cagliari, partimmo in autocolonna, diretti verso la provincia di Sassari, per raggiungere fa zona di esercitazione. Un viaggio spaventoso e interminabile, da un capo all'altro dell'isola, sulle stradine strette e tortuose della Barbogia finché, senza incidenti, raggiungemmo Fonni e ci portammo verso l'accampamento che il reparto nostro fratello della « Taurinense» stava sgomberando. Forse perché non ci eravamo ancoro compenetrati nel clima dell'Operazione, o forse perché erano gli alpini che non riuscivano a venirne fuori, fatto è che ci colpì l'atteggiamento dei nostri amici dal berretta piumato: mentre i loro compagni smantellavano tende e caricavano materiali, le sentinelle - armi in pugno - ci tenevano a debita distanza, con sguardo torvo e cipiglio guerresco. Avevamo appena terminato di par-
cheggiare, quando per tutto il Battaglione serpeggiò un momento di panico: effettuato un controllo, ci eravamo accorti che mancavano degli automezzi. Ci sguinzagliammo alla loro ricerco e poco dopo il mistero venne chiarito. Non trovando spazio nell'areo assegnato, alcuni conduttori avevano parcheggiato dove avevano trovato posto, senza avvertire i superiori, cosicché i nostri automezzi si erano mischiati o quelli degli alpini. Spariti questi ultimi, cominciò la fase organizzativa, che dovevo essere portato o termine a tombur battente per passare o quella esecutivo. Fu la fase più concitata e frenetica di tutta l' esercitazione. lmpie· gommo tre giorni, tre giorni di lavoro massacrante: c'ero do fare tutto di tutto e nes-
suno sapevo coso e come fore. Ci fu un momento nel quale ritengo di aver battuto il record mondiale di lentezza: tre quarti d'ora per coprire i cento metri che separavano la mio tenda dal carro Comando. Ogni tre o quattro passi venivo intercettato e bloccato da qualcuno che veniva o prospettare un problema e chiedere lumi su come risolverlo. Un aneddoto simpatico fu quello che vide protagonista un sottotenente, al quale era stato assegnato l'incarico di allestire i servizi igienici del campo. Con la squadro o lui affidato, lavorò di buona leno fino o che: - Signor Colonnello, tutto o posto!- Mi comunicò soddisfatto. Lo seguii su/luogo designato e mi oc-
corsi che, o causa dello particolare consistenza del terreno, le fosse scavate non superavano i trento centimetri di profondità. - E quanto tempo credi che possano bostare, queste buche? -lo redarguii- Ti rendi conto di quanti siamo? E lo esortai o continuare nelle operazioni di scovo fino o raggiungere, per ogni fossa, la profondità di almeno un metro. Il giovane si rimise al lavoro e portò o termine l'opera, guadagnandosi il titolo, che gli sarebbe rimasto attaccato addosso per tuffa la durata dell'esercitazione, di «ufficiale esperto in latrine». In quei primi giorni, in attesa del completamento del campo, si mangiavo all'aperto e lascio immaginare i momenti di soprassalto, e le conseguenti risate, quando
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
Tipiche bellezze sarde in visita all'accampamento dei Granatieri di Sardegna (foto F. Caruso).
249
CAPITOLO
4
da dietro, magari scaturita da un cespuglio, ci vedevamo spuntare la testa di un cavallo che veniva ad annusare il nostro cibo. Vi furono momenti di paura e di tensione, specie i primi giorni, quando ancoro tutto era da esplorare e da conoscere. Essendosi già verificati tentativi di infiltrazione di persone sospette e sabotaggi alle ~inee telefoniche, piazzammo alcune trappole esplosive, nullo più che petardi, attorno alle zone più sensibili del campo. Nulla di pericoloso, solo un forte botto se qualcuno, di sotterfugio, avesse tentato di penetrare nell'accampamento. Noi, che sapevamo dov'erano, ci guardavamo bene dal passarvi sopra. Purtroppo vi incapparono anche persone che, pur ignare della loro presenza, avevavo titolo per venire al campo, quali fornitori, ufficiali di altri reparti...
Spaventati dalle esplosioni, ignari di dove passare per evitare di incappare in altre e inconsapevoli della non pericolosità d i fali trappole, i poveretti si irrig id ivano, immobili e supplicanti: - Tiratemi fuori di qui! L'aspetto più gratificante di tutta l'operazione, fu il bellissimo rapporto che si venne a stabilire con gli abitanti di Fonni. Con essi vennero organizzate feste congiunte, con partecipazione di tutti. Venne anche organizzata una gara di un particolare tipo di lotta, localmente denominata «sistrumpa». Essa venne vinta da un soldato, che mai prima d'allora aveva neppure sentito nominare tale competizione, sì che i giovani del paese fecero fatica a credere che il militare non fosse un campione in incognito. La sera, dalle 18 alle 22 e 30, nelle ore
FORZA PARIS O FORSE PARIS 7 VI CH l E DE RETE PER CHE · cm1 I NC l l N QUESTO MODO IL PRESENTE MESSAGGIO . SI TRATTA DELLA NATURALE E GIUSTIFICATA REAZIONE DI TUTTI I GIOVANI FONNESI CHE IN QUESTI ULTIMI TEMP.I HANNO PRESO ATTO DEL PROGRESSIVO RAFFREDDARSI DEI LORO RAPPORTI "SOCIALI" CON LE LORO COMPAESANE. F O R Z A P A R I S O FORSE PARIS? CIOE': RIUSCIRANNO UN GIORNO I GIOVANI SPASIMANTI FONNESI A POTER ANCHE SOLO RIUSCIRE A PENSARE DI USCIRE P A R I S,CIOE' INSIEME, CON LE BELLE <E BRUTTE> RAGAZZE FONNESI? SI BADI BENE CHE QUI NESSUNO CE L'HA CON I MILITARI.QUI I CASI SONO DUE:O SONO I RAGAZZI FONNESI CHE PROPRIO NON CI SANNO FARE , O SONO LE RAGAZZE DI FONNI CHE PROPRIO NON GRADISCONO I LORO PAESANI . SE CONSIDERIAMO IL FATTO CHE PER TUTTO L'ANNO I RAGAZZI FONNESI NON VEDONO NEPPURE UN QUINTO DELLE RAGAZZE CHE CI SONO A FONNI, E CHE ORA INVECE SI ASSISTE ALLA COMPARSA, DA OGNI PARTE , Dl RAGAZZE FONNESI, DOBBIAMO PENSARE CHE ALLE FONNESINE NON PIACC IONO I FONNESINI : FORSE PREFERISCONO ALTR I BISCOTTINI ... NOI S TESSI FORSE NON CI SIAMO RESI CONTO DELLA BELLEZZA E DELLA DISPONIBILITA" DELLE NOSTRE RAGAZZE, PERCHE' SOLO ORA SFODERANO MINIGONNE VERT I GINOSE , SCOLLATURE MOZZAFIATO E SORRISI RIVOLTI ALLE DIVISE <COME APPARE DOCUMENTATO>. PERCHE' SOLO ADESSO LE NOSTRE DOLC I PAESANE HANNO SCOPERTO L'USO DELLA PAROLA, MENTRE PER TUTTO L'ANNO NON Cl DEGNANO NEPPURE DI UN CIAO? FORSE HANNO LA PAROLA SENSIBILE AI COLORI, E FUNZIONA SOLO CON IL GRIGIO VERDE ' . NON E' VERO QUINDI CHE NEI PAESINI DELLA BARBAGIA LE DONNE NON PARLANO . LE NOSTRE PARLANO, ECCOME! ! ! O FORSE PARLANO POCO : TANTO PER CERTE COSE NON SERVE PARLARE ..• COSA FARE? DOBBIAMO FORSE PROCURARCI MIMETICHE E eNFIBI E MI METIZZARCI TRA LE CENTINAIA DI MI LITAR I ? SOLO ALLORA, PROBABILMENTE, ANCHE NEI NOSTRI CONFRONTI CI SAREBBE UN'ATTENZIONE MAGGIORE. SEGUENDO L'ESEMPIO DATOCI DAI MILI TAR I (CHE RINGRAZIAMO> !'ROVVEOEREt10 . Nl;'t ? ROSSHI{ NES t ~ REGOLARCI DI CONS EGIJENZ A PER AF'I-'AGARE L ' l 1\l fRAPRE~IDF.N ZA DELLE NOSTRE A~IAT E !- AESANE .
250
Copia del volantino indirizzato dai ragazzi di Fonni alle ragazze del paese e risposta di queste.
FIRMATO: COMITATO PER LA VALORIZZAZIONE DEL MASCHIO FONNESE .
di libera uscita dei militari, il paese si riempiva di vita, di luci, di voci, ma soprattutto di ragazze, che uscivano per passare qualche ora di conversazione con loro. Tutto ciò fece germogliare una scintilla di gelosia nell'animo dei giovani fonnesi, i quali diffusero un volantino, per la verità alquanto garbato pur se pungente nella sua ironia, rivolto alle loro coetanee del paese. Altrettanto penetrante, ma vestito dello stesso garbo, il volantino di risposta delle ragazze. La mattina dell'ultimo giorno venne organizzata una visita al campo, aperta a tutti i civili, e lutti accorsero, per vedere e conoscere da vicino il nastro modo di vivere e di lavorare. Molto curiosi erano i ragazzini, che rivolgevano domande su tutto ciò che vedevano ed ai quali si cercava di dare ogni risposta, pur senza scen-
dere in particolari troppo tecnici o riservati. Al vedere tanta vita nel paese, non riuscivamo a capacitarci di qualcosa che i fonnesi stessi ci rivelavano: cioè come tutto ciò fosse dovuto esclusivamente alla nostra presenza. Ci rendemmo conto della verità, toccando/a con mano, la sera precedente la partenza e conseguente termine di lutto l'esercitazione «Forza Paris». Dovendo alzarsi l'indomani di buon'oro, quella sera i soldati non sarebbero uscili, e tutta Fonni lo sapeva. Verso le 21 e 30, insieme a due o Ire colleghi ufficiali, mi recai in paese: un deserto, il deserto più cupo, tetro e spettro/e. Non c'era più nessuno per le strade, soprattutto più nessuna donna . Quei pochi che c'erano, solo' ed esclusivamente uomini, se ne stavano rintanati nei bar» .
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
!-'Al !'A11IS ! !'0!"1 f'ORSt!! PARIS.
SI TRATTA ~LLA NATURALE il!'!AZION::: DI TUTTE LE RAGAZZE FONNESI CHt!! Ili ;rESTI ULTI MI tEMPI HANNO PRESO ATTO DBL PROGRESSIVO lfiSC ALDARSI DEI LOHO COMPAESANI PER L'ATTENZIONE PARTICOLARE ~ CIUSTif'ICATA,
OHtOSTR ATA DA "lU:!;!JT~ N~I COil?RO!'TI DEI •IILITARI.
CI USTI l'ICAT A PERCilE ' .U.."iENO LORO , AL CONTRARIO DI VOI - CHE , UICI AMO LA V~HITA ', VI SI::TB ACCOR'tl DI NOI SOLO DOPO IL LORO
ARIU 'tv- CI Dt!!GNANO DI COl; SI
DBHAZION~:.
:101 CAiiiS3IMI , NOH :aM. Ò SOLO SEISiùiLI AL GRIGIO-VERDE
(COLOI!tc: i3J::LLISSU10 ,C(lo! ~; BELLISSIMI ER ANO GLI OCCHI DEI MlLI'fARI) , HA ANCHE A UliA P AROLA CZNTILB, A UN CO!o!PLmgNTO. ii()i4 E •
v:mo Cllr: L& FO!I;u,:SIHt!! VOGLIONO ALTRI BISCOTTI NI .
1 ' VC:tiO II\Vt>CE CHE VOR~EJd1~RO ALTHI FONNESINI CilE NOli PASSASSERO IL LOHO Tr>ol'O AL BAR E CilE NON CI CONSIDERASS~RO PROPRIE:TA' PoUVATA, l'::oiCHE' VOI AVt;TE ..!UES'l'O CONCè:TTO DI NOI. t:
.;c:
llOI
Adi:IIA!-;0 COI•lNCIA'rD A PAitLARr:- ?~RCIII!' SOLO JUt::STO AJ3Hh0
.I'A1'TO COli l !(lLI'tAHI l'ORZA P~IS- E ' i <:RCHE' A:lBIAHO TROVATi JUALCUNO CHE CI SA ASCOLTARE, :: >JUaSTO LO OOBdi AHO A VOI CAlli Cv.-1-AO::SAHI , CliC: CON IL '/OSTRO ATTEGGI AldNTO CI AVETt:: SI:'HITO Vt::R~O DI LORO.
'Il ill:JGHAZI AMO CALDAJ1EIITE PI!HCHE' COSI ' CI AVItri~ pgll!·lf.SSO DI C'JIIO:iC~Rt: ALTRI RAGAZZI CHE VALORIZZANO PI U' CHE Ili NOSTRO CORPO
IL NOSTRO ~:000 DI :!SSBR8, IL NOSTIIO li!TELLBTTO; .U.'EHE HENT ALITA ' ! ALTRI CENBHI DI VITA! VI APl'REZZJA::O PERCHE ' NELL'AUTO II!ONIA DE:L VOSTRO Dl·CU:·:i;tlTv AVETE DIKOSTIIATO MOLTA MA'EURITA ' ~ ~~~~~-~~· FIRMATO BELLE B BRUTTi;,; RAGAZZE PONNESI .
251
CAPITOLO
4 MISSIONE «VESPRI SICILIANI» Sempre più spesso avviene, sia nella nostra società che a livello internazionale, che chi è preposto al governo d elle nazioni, o anche chi è semplicem ente d e putato ad assumere una d ecisione, s i lasci influenzare d al flusso emozionale che agita la pubblica opinione. E questo flusso si avvia ad u na precisa condizione: che del fatto in questione vengano irradiate immagini ben visibili e traumatizzanti. Se un fa tto è noto, ma no n lo si vede, le coscienze dormono e le decisioni languono. Gli esempi offerti dalla casis tica riempirebbero interi volumi. Riportiamoci alle terribili immagini dei bambini somali morenti di fame: son bastate per mettere in moto valanghe di aiuti internazionali, a mobilitare associazioni umanitarie, e miglia ia d i privati si sono lancia ti in generose offerte di adozione; subito dopo, ecco l'intervento di poderosi contingenti militari. Tutto bello, giusto, encomiabile e da incentivare, non v'è dubbio ma ... da quanto tempo quei bambini morivano di fame? Ed in quante altre parti del mondo ciò avviene ancora ed è sempre avvenuto? C'è poi una consid era-
zione che ci dovrebbe addirittura terrorizzare: nonostante queste tragedie oggi note, il con tinente africano è affetto dalla piaga di una incontenibile esplosione d emografica, mentre fino a venti anni or so no la popolaz ione di ogni stato appariva d el tutto contenuta. Poiché non è r agionevole pensa re che solo ora le donne africane si siano m esse a fa r bambi ni a spron battuto, quante epidemie, quante carestie, quante guerre, quante s tragi s i saranno susseguite nei secoli, per contenere in tal modo il numero deg li abitanti, senza che nulla apparisse agli occhi del mondo? Scendiamo ne l piccolo d el nostro Paese. Ci ricord iamo di quel famoso politico, così odiato dagli Italiani per aver lucrato (a lmeno ta le era l'accusa) sulla loro salute? Ogni d ifesa dei suoi d ifensori intesa alla concessione degli arres ti domiciliari era s tata sistema ticamente respinta, fino al giorno precedente la prima udienza del processo; e se si fosse chiesto il parere degli Ita liani, i più generosi avrebbero risposto che avrebbero chiuso la cella e gettato la chiave nel cratere dell' Etna. Invece, po-
• "
IlO
o d
c
'
o
t
..
l
"
Ro
-o.. "" ......
r.,.,,..,
....
,.,.
~
'
t
M
252
A
l
:'l'l''
o
j,'
" R
D
,
l
s
c
L
A
..
chi giorni dopo, il personaggio in questione era g ià a casa. Cos'era avvenuto di nuovo? Semplice: la TV aveva irradiato in ogni casa la figura macilenta dell'uomo dopo alcuni mesi di prig ione; il cuore degli Italiani si era sciolto come burro e tu tti si erano tuffati tra le lave d ell'Etna a recuperare la famosa chiave. Anche l'operazione «Vespri Siciliani>>aveva avuto le stesse premesse. Immagini televisive di «imprese» di mafia era no passa te a centinaia, nel corso degli anni, sugli schermi televisivi. Politici, g iudici, poliziotti, imprenditori uccisi se ne erano visti; cord oglio unanime, sdegno, ma ... in fin d ei conti - era la conclusione- ciò poteva far parte d egli incerti d el mes tiere delle vittime. Esecuzioni sommarie e bruta li di componenti d i bande o di loro familiari: finché si ammazzano tra di loro ... Evidentemente esiste nella società una soglia di sopportazione, al di là della quale c'è la ribellione, che si manifesta quasi in una esplosione collettiva. Le immagini dell'a utostrada sventrata presso lo svi ncolo di Capaci, non lontano da Palermo, e la misera fine di un personaggio popolare come il g iudice Falcone, della mog lie e degli uomini · della scorta, fu l'innesco della ca rica destinata a portare al culmine l'emozione e lo sdegno d egli Italiani e soprattutto dei Siciliani. L'altra, di pari bruta li tà, che du e mesi dopo polverizzava il giudice Borsellino e i cinque polizio tti della sua scorta, era l'accensione della miccia che faceva esplodere la stessa carica. Qualcuno, in quel momento, comprese che la mafia aveva perso, o che almeno esisteva la concreta possibilità di sconfiggerla. Se si ripercorre il cammino storico della stessa mafia, si comprenderà perché quell e bombe costituivano i segnali d ella sua sopraggiunta debolezza. La vecchia mafia, quella dei tempi che furono, era tutt'altra cosa. Per quanto nemica della legge e avvezza a metodi sanguinari, aveva almeno un s uo codice di comportamento: mai, un uomo d'onore si sarebbe macchiato d ell'ignominia di uccidere una donna o u n bambino. Spesso anzi la mafia interveniva a difendere il più d ebole, a punire a modo suo i soprusi, e nel far ciò si proponeva, agli occhi d ella gente, come qualcosa di alternativo allo Stato, ma molto più efficace e meno estraneo di quello. L'omertà della gente nasceva perciò dalla complicità.
Poi la mafia era cambiata, il tradizionale senso dell'onore era andato via via scemand o: la nuova mafia era diventata una piovra tesa a s ucchiare alimento d a ogni direzione: traffici illeciti di armi, d roga, va luta; estorsioni, appalti pubblici, ecc. L'unico ed escl usivo fine era divenuto il tornaconto personale d egli affi liati, senza badare al costo per la collettività, ma tutto avveniva ancora con un certo «stile» (corru zione, lupara bianca, ecc.) e con il criterio basilare di far m eno rumore e polvere possibile. Per questo essa appariva impenetrabile e ancora invincibile. L'omertà, però, stavolta nasceva dalla paura. Le due terrifica nti esplosioni di Capaci e via d'Amelio erano il segno della nuova strategia della mafia, una strategia che essa aveva mutuato d al terrorismo e che già per quest'ultimo si era rivelata perdente. La mafia, con questo nuovo atteggiamento, veniva a porsi come un vero e proprio antistato con il quale scendere a patti, un'organizzazione in grado di estendere il proprio controllo sul territorio e alla quale riconoscere il ruolo istituziona le di nemico. Oggi, tuttavia, i più esperti politologi asseriscono che, per raggiungere un obiettivo politico, è ind is pensabile il consenso popolare ed era stata proprio qu esta mancanza di consenso a sconfiggere il terrorismo. Non avrebbero mai potuto, quell e due micidiali esplosioni, attirare s ulla mafia questo consenso. Poteva tutt'a l più attirare la s ua al ternativa, cioè la paura, ma, per quanto violente, le due esplosioni non lo furono abbastanza da spaventare cinqu e milioni di Siciliani. Fu così che, a ppoggiata dal consenso popolare, prese avvio l'operazione «Vespri Siciliani». Il suo nome stesso voleva essere un incitamento a tutto il popolo dell'isola a sollevarsi contro la prepotenza d ella mafia, come in qu el lunedì di Pasqua del 1228 si era sollevato contro le truppe di Carlo l d 'Angiò. Nella mafia doveva essere individuato questo nuovo nemico che stra ngolava l'economia siciliana, che impediva la libera e pacifica convivenza, che offendeva e uccid eva le donne. Venne così deciso l' invio d i u n contingente d i militari a supporto d elle tradizionali forze dell'ordine. Non manca rono gli oppositori anche tenaci, che si appellavano alla necessità di risolvere la situazione e vincere la battaglia con il solo impiego d el-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
253
CAPITOLO
4
C'è spazio anche per la cultura, nel corso dell'effettuazione dell'operazione "Vespri Siciliani»: visita del Btg. L «Gorizia» alla Valle dei Tempii di Agrigento (foto «Gorizia»).
254
le forze di polizia istituzionali. Lo spe ttro che più di ogni altro veniva paventato era una militarizzazione d ell'isola, co n il timore che la popolazion e avrebbe p otuto vedere i solda ti come una forza di occupazione. Timori mo lto presto fugati, anzitutto perché in caso di militarizzazione tutti i p oteri verrebbero assunti d ai comandi militari, cosa che, in questo caso, non si sarebbe affatto verificata: la direzione delle opera zioni sa rebbe stata sempre di com petenza degli organismi civili, delle prefetture in particolare. In pratica, anziché di militarizzazione d el te rritorio, si sa rebbe dovuto parlare di civilizzazione della Forza Armata. I soldati avrebbero dovuto essere visti come civili che, armati, agivano «per» e «con » i cittadini. Lo scopo dichiarato della missione era quello di far sentire la presenza dello Sta to sul territorio, mostrare alle cosche l'antieconomicità degli atti crimi nosi. Altra conseguenza direttamente discende nte dalla presenza dei soldati sarebbe stata quella di svincola re le forze d ell'ord ine d a compiti sussidiari dai q uali e rano oberate, come la v igilanza e le scorte, per dedicarsi con più efficacia al contrasto del crimine. Inoltre la presenza dei militari avrebbe dovuto infondere nella popolazione nuovo co-
raggio e la sensazione di non essere più sola e a bbandonata alle prepotenze delle cosche. La stessa distribuz ione d elle forze avvenne nel pieno rispetto della s udd i v is ione amministra ti va dell'isola. Questa è infatti divisa in una parte occidentale, sotto la prefettura di Palermo (ch e este nde la s ua giurisdizione anche s ulle province di Trapani, Agrigen to e Caltanissetta) e orientale, che fa ca po alla prefettura di Catania (con le province di Enna, Messina, Ragusa e Siracu sa). Partendo da questa suddivisione amministra tiva, il Comando della Regione Militare della Sicilia ripartì il territorio in cinque zone: settentrionale (Pale rmo), occidentale (Trapani), Meridionale (Agrigento e Caltanissetta), nord-orientale (Mess ina e Ca tania) e centro-sudorientale (Enna, Ragusa e Siracusa). Ai soldati venne d a ta la qualifica di agente di pubblica sicurezza, con funzione di agente di polizia giudiziaria, ma con attrJbuzioni ben delimitate: nella vigilanza ad a ree ed obiettivi sensibili (ad esempio, aeroporti), nella protezione dire tta di persone e convogli, nella sorveglianza fissa su itinerari e punti pericolosi, nella sorveglianza mobile con pattuglie appieda te e motorizzate.
Dal punto di vista topografico, i controlli a loro volta si articolavano in: urbani, suburbani, extraurbani e in controlli d'area, ognuno con le sue modalità. . La ricaduta dell'operazione sulla società apparve immediata, c~m una maggior sicurezza collettiva e una sensibile diminuzione della microcriminalità. Un sondaggio sulla validità dell'esperimento- se di esperimento si può parlare- d iede anche per i «Vespri Siciliani» risultati più che positivi: le percentuali dei favorevoli si avvicinavano all'SO%, con lievi e poco significative differenze tra le risposte fornite dai Siciliani e quelle raccolte nel resto del Paese.
Attività dei Reparti Automobilistici Va precisato, per dovere di onestà, che quella che seguirà non sarà la cronaca dettagliata e organica delle vicende di tutti i reparti in tutte le loro fasi di permanenza nell'isola. Una cronaca rigidamente storica avrebb e potuto essere forse ricostruita prendendo in esame ognuno dei settori nei quali l'isola era stata militarmente suddivisa e narrando per ognuno di essi, in ordine rigidamente cronologico, le vicende dei
reparti che in essi si erano avvicendati. Poiché però ogni unità è stata utilizzata in settori, periodi e modalità diverse e per un numero di volte anch' esso diverso, ogni reparto, per rileggere la propria storia, sarebbe stato costretto a rincorrere le pagine di questo capitolo per trovare, frazionati, i dettagli di proprio interesse. Si è preferito perciò illustrare, molto sinteticamente, l'operato di alcune unità scelte a titolo rappresentativo, raccontando in modo unitario le vicende delle stesse. Va anche precisato che si potrà parlare dei Battaglioni Logis tici soltanto per i primi due anni dell'operazione. Dopo, a partire dalla fine del 1994, la logistica della missione subiva una svolta: non vennero più inviate nell'isola le b rigate al completo, ma i singoli reggimenti, con i loro organi di supporto di primo anello. I Battaglioni Logistici sarebbero rimasti in sede, a fornire attività di second o anello alle loro grandi unità, mentre le stesse funzioni, per i reggimenti inviati in Sicilia, venivano assolte dal Battaglione Logistico «Aosta», per il2° grado, e dalla lP ORE e 11 o Reparto Rifornimenti per il3°. Fatte queste opportune premesse, rivolgiamo la nostra attenzione alle vicend e di alcuni reparti. Ovviamente in prima linea, nel settore della logistica, furono fin dal pri-
Officina del Btg. L. «Pozzuolo del Friuli" all'opera a Piazza Armerina (foto «Pozzuolo del Friuli»).
255
CAPITOLO
256
4
Zona Servizi del Btg. L. "Cadore" a Porto Empedocle (foto Selvatico).
mo momento il Comando dei Servizi Trasporti e Materiali della Regione Militare Sicilia e gli enti da esso direttamente dipendenti. Il Comando, in particolare, si trovò fin dalle prime battute ad affrontare tutti i problemi derivanti dall'arrivo di tante nuove unità dotate di mezzi, materiali ed armamento abitualmente non in dotazione ai reparti di stanza in Sicilia. Da qui la necessità di reperìre giubbotti antiproiettili, elmetti in kevlar, se.gnaletica per posti di blocco, meta l detector, ecc. Si verificò inoltre un notevole incremento nel consumo di parti di ricambio, specie per il VM/90. Una difficoltà in più era costituita dalla contemporanea costituzione in Sicilia di due nuovi reggimenti e dalla concomitanza delle missioni internazionali di «Peace keeping» ancora in corso. Ogni problema venne affrontato e risolto grazie all'impegno e alla professionalità del personale ad ogni livello, senza ripercussioni o incidenze nega ti ve sull'operazione. Scendendo nei dettagli delle attività dei singoli enti e reparti, si potrà rilevare che la nn ORE di Palermo vide un notevole incremento della sua attività di mantenimento, dovuta al numero sempre crescente di interventi correttivi a favore delle unità che si avvicendavano nell'isola. In particolare, a tutto il '94 essi erano stati: 859 su veicoli ruotati, 78 su cingolati, 294 su apparati delle trasmissioni, 5144 su armi, artig lierie e materiale di armamento. Di particolare rilievo il lavoro svolto per
la revisione di motori di AR/76 che consentì la rimessa in efficienza di veicoli ricoverati e il ripristino della scorta funzionale da tempo esaurita. Ancora da segnalare le 4581 riparazioni effettuate su giubbetti antiproiettili. I.:ll o Reparto Rifornimenti (i dati siriferiscono alle prime 37 settimane, dal 27/7/92 al18/ 4/93), distribuì materiali per un valore di oltre 12 miliardi, in gran parte nel settore delle armi e della motorizzazione. L'll o Battaglione Trasporti «Etnea», al comando del tenente colonnello Carlo Ligorio, venne inizialmente impegnato nell'effettuazione di trasporti per l'avvicendamento delle truppe. Successivamente - comandanti i tenenti colonnelli Sebastiano Orlando prima, Agostino Santini poi - il Battaglione offrì un consistente contributo anche nel settore operativo. I.: attività venne esplicata attraverso l'impiego di una compagnia di autieri, comandata dal capitano Luigi Merigone, in concqrso al4° Reggimento Genio per la vigilanza ad obiettivi sensibili nella città di Palermo ed in servizio di attività dinamica di ordine pubblico. La serietà dimostrata dagli autieri ed i lusinghieri risultati raggiunti sono testimoniati dagli otto encomi semplici attribuiti a sottufficiali e militari di truppa del reparto. Per quanto attiene invece l'attività prettamente logistica, il supporto di trasporto delle truppe di enti esterni alla Regione Militare della Sicilia venne de-
voluto al capitano Francesco Deodato. Dall'inizio d ell'operazione, fino all' ottobre 1995 il Ba ttaglione aveva già avvicendato 120 mila persone con i propri automezzi, l'impiego a massa dei quali aveva portato l' «Etnea » a raddoppiare la propria percorrenza chilometrica senza peraltro aumentare in misura esponenziale il numero degli incidenti, tanto che nel 1994 il Battaglione si classificò al primo posto in ambito nazionale per il più basso rapporto chilometri percorsi/incidenti verificatisi. Il Bnttngl ione Log istico «Cadore», d i stanza presso la caserma «Toigo» a Belluno, venne impegnato, a supporto della propria Brigata, in due riprese. Nella prima fase (novembre e dicembre 1992, gennaio 1993) esso operò nel settore sud-orientale d ell'isola, con una forza di 2 ufficiali, 28 sottufficiali e 178 militari di truppa. Venne ospitato e svolse la s ua attività nelle strutture della base militare di Comiso, che si rivelò ottimale, sia da l punto di vista funzionale che della con fortevolezza. Decisamente più traumatizzante la successiva esperie nza, a Porto Empedocle, nella Sicilia sud-occidentale, nei mesi d i giugno, luglio e agosto 1993. Il reparto venne alloggiato all' interno di capannoni fatisce nti di una fabbrica di concimi chimici, dove in diversi locali, non ancora bonificati, ristagnava la pericolosa e fastidiosa presenza dei concimi s tessi. Furono necessari tre giorni di lavoro per risanare l'area e renderla abitabile. La forza del Battaglione, in quella
seconda loca lità, era di 2 ufficiali, 28 sottufficiali e 220 militari di truppa. L'in- IL CORPO cremento di questi u ltimi, rispetto alla AUTOMOBILISTICO precedente esperienza di Comiso, era dovuto alla necessità di provvedere in IN ORDINE proprio al servizio di vigilanza, men- PUBBLICO tre a Comiso il re parto poteva avvalersi di quella già in a tto presso la base. L'attività logistica del Battaglione era rivolta a 360 gradi, specie nel settore dei rifornimenti; veniva no infatti assicurate le forniture di materiale sanitario, di sussistenza, della motorizzazione, di commissariato, ecc. Il flusso dei rifornimenti avveniva dall'avanti all'indietro, con il primo a nello che si recava a prelevare presso il second o, con eccezione dei ca rburanti, che vEnivano recapitati a domicilio m edia nte autocisterna. Gli automezzi impiegati dal Battag lione, in entrambe le fasi, furono 129. Il 5° Battaglione Logistico di Manovra «Euganeo» per tutta la sua durata, nell'ambito dell'operazione, fornì soltanto concorso di personale: una prima volta al «Carso», con 3 ufficiali, 7 sottufficiali e 107 militari di truppa per la costituzione di una compagnia di formazione; una seconda volta al «Gorizia», al quale vennero aggregati ci rca venti militari di truppa con funzioni logistiche. Il Battaglione Logistico «fulia», con sede a Vacile di Spilimbergo, fu impegnato in due riprese, e ntrambe a Piazza Armerina. Nella prima occasione operò in condizioni di disagio, attendato su un piazzale sterrato. Migliore la s istemazione della seconda parte, da metà dicembre 1992 a metà marzo 1993. Il Battaglione fu ospitato all'interno di una fabbrica in disuso, circondato da un piazza le asfaltato s ul quale gli automezzi potevano muoversi senza infangarsi. Fu necessario effettuare lavori di riattamento all'infrastruttura, dove vennero ricavate s ta nze da quattro posti per ufficiali e sottufficiali, mentre la truppa venne alloggiata in capannoni. I servizi erano di tipo campa le, ·forniti dalla ditta Stefanutti, con contratto stipulato dalla RMSI. Le difficoltà maggiori furono quelle legate alla sicurezza. Pe r timore di attentati o di aggressioni, si dovettero erigere muri con sacchetti di sabbia rinforzati all'esterno da concertina. Il servizio di vigilanza era a cura dello s tesso Battaglione.
257
CAPITOLO
4
Cerimonia di commemorazione dei Caduti effettuata dal Battaglione Logistico «Julia» a Piazza Armerina (foto «Julia»).
258
Chi, più tardi, avrebbe vissuto l'esperie nza d ella miss ione «Albatros», dichiarò che, fra le due situazioni ambientali, la peggiore fu quella s iciliana. La sensazio ne del personale, nei rigu ardi d ell'a tteggiamento della popolazione, era quella di essere guardato con diffid enza e sosp etto; sempre, comqnque, con distacco e freddezza. L'attività del Battaglione era quella di s upporto al14° Reggimen to Alpini, che rappresentava la parte operativa. Una compagnia era aggregata allo stesso Battaglione Logis tico, per l'effettuazione di posti di blocco nell'abitato di Piazza Armerina. I rifornimenti al Battaglione, come pure tutte le attività d el 3° anello log i-
casione del secondo ciclo. Eppure, in entrambe le circostanze, la sistemazione del reparto era sta ta approntata all' interno dello stesso ex stabilimento Enichem. In realtà era avvenuto che, la prima volta, il reparto era s ubentrato nella s tessa struttura ad un battaglione della «Taurinense», che l'aveva lasciato in buone condizioni abitative. In seguito, lo stabilimento era stato abbandonato. Il reparto che nella s tessa zona aveva preced uto la seconda tornata dei Granatieri, ad esempio, aveva preferito frazionare i propri uomini in piccole unità logistiche, dis tribuite ognuna a diretto contatto con le unità operative. Allorché i Granatieri tornarono sul posto, lo
s ti co, venivano espletate dagli appositi orga ni della RMSI.
s tabilimento era cad uto in uno sta to di profondo degrado, tanto che fu necessario riattivare la fo rnitura di acqua ed energia elettrica. Nel periodo di a bbando no, ino ltre, la s truttura era s ta ta frequ e nta ta da sbandati e drogati, che continu arono a fare la loro apparizione anche nei primi g iorni di presenza del Battaglione. La vastità dello stabilimento, d'altrond e, non consentiva un controllo radicale e scrupoloso di tutti g li ingressi; p er conseguen za, a lm eno nei primi giorn i, s i videro s tra ni personaggi aggirarsi per il campo.
Il Battaglione Logistico «Granatieri di Sardegna », con sede presso la caserma
«Piave» di Civitavecchia, venne chi amato per due volte ad assistere la p ropria Brigata impegnata nell' operazione: una p rima volta dal3 gen naio al12 febbraio 1993, la seconda volta dal 30 novembre 1993 al 20 gennaio 1994; entrambe le volte a Po rto Emped ocle. Per quanto possa apparire un controsenso, le maggiori difficol tà, s o tto ogni profilo, vennero incontrate in oc-
Reduci dalla felice ed esaltante esperienza di «Forza Paris» e del bellissimo rapporto instauratosi con la pop olazione sarda, costituì per i Granatieri una certa delusione l'atteggiamento di distacco e di appena celata intollera nza mostrato nei lo ro confronti dai Siciliani. Motivo in più di ra mmarico fu quello di dover trascorrere le festività natalizie e il Capodanno lontani dalle proprie fami glie e del tu tto privi di quelle espressioni di calore umano a ttorno, delle quali invece sentivano tanto desiderio. Le forze che il battaglione aveva potuto portare nell' isola erano infatti appena commisurate all'entità dell' impegno, sì che non fu possibile ef-
Estrema mente positiva e feconda di frutti fu invece l'esperienza d el Batta- IL CORPO glione Logistico «Tridentinn», coma nd ante il tenente colonnello Fabio Casetti. Tre AUTOMOBILISTICO volte il reparto venne chiamato a for- IN ORDINE nire la s ua opera e in tutte e tre le cir- PUBBLICO cos tan ze non manca rono significative soddisfazioni di ca rattere soprattutto morale. Eppure l'avventura non era nata sotto prosperi auspici. Al Battaglione era s tata assegnata, quale sed e di operazione, in occasione del s uo primo i m piego - dal 13 settembre al26 ottobre 1992 - la Base NATO di Comiso. Seppur favorito dall'es is tenza di u na collaudata organizzazione militare in atto, il Reparto dovette provved ere al100% delle incomben-
fettuare alcu na turnazione nelle licen ze. La Brigata tornò in Sicilia in altre due occasioni, ma nel frattempo erano mutati i criteri di assistenza logistica, essendo questi ormai posti sotto le competenze deg li organi della RMSI. Il Battaglione partecipò egualmente, ma and1' esso con funzioni operative, fornendo una compagnia di formazione e -fu un' unanime ammissione- i militari non sfigurarono affatto nei confronti dei loro commilitoni comba ttenti, ricevendo espressioni di compiacimento da parte di chi li aveva impiegati.
ze che si presentano all'atto dell 'a llestimento di un cen tro logistico, portando al seguito, dalla p ropria sede di Elvas, presso Bressano ne, tutti i mezzi e le attrezzature necessarie. L'attività veniva resa difficoltosa' dalle eccessive dis tanze degli organi di r ifornimento di 3° grado: 1'11" ORE a Palermo, 1' 11 o Reparto Rifornimenti e il Magazzino di Commissariato a Messina, il d eposito carburanti di media capacità a Catania . Ma non da ques ta attività, condotta peraltro con grande imp egno ed eccellenti ris ultati, dovevano derivare le magg iori g ratificazioni per
Posto distribuzione Carburanti del Battaglione Logistico «Granatieri di Sardegna" a Porto Empedocle (foto «Granatieri di Sardegna»).
259
CAPITOLO
4
Pergamena che solennizza il gemellaggio tra Chiaramonte Gulfi e il Btg. L. "Tridentina» (foto" Tridentina»).
il Battaglione, bensì da ciò che avveniva all'esterno di essa e da tutte leiniziative intraprese dal reparto nei confronti della popolazione e viceversa. Tutto prese avvio nello stesso periodo di Comiso. Tra i motivi di vanto del Battaglione ci fu quello di aver contribuito alla nascita e alla costituzione della sezione A.N.A. di Messina; ma l'episodio di maggior rilievo fu un altro e merita di essere raccontato nei dettagli. La Base di Comiso, è cosa risaputa, non gode di eccessiva benevolenza da parte degli abitanti della cittadina siciliana e il Battaglione Logistico «Tridentina», inserito nelle sue strutture, aveva cominciato a sperimentare e condividere gli aspetti negativi: vi furono anche lanci di pietre all'indirizzo dei militari ai quali, a scanso di ulteriori incidenti, venne vietata la libera uscita nell'abitato di Comiso. Fu così che gli alpini presero a frequentare il paese confinante, Chiaramonte Gulfi. Soldati e
c••••, .. Qiar..-r 6dli Oli)
'
260
popolazione cominciarono a conoscersi; dalla conoscenza, come sovente avviene, conseguiva il reciproco apprezzamento e l'amicizia. Un giorno, il comandante della Brigata «Tridentina», reduce dal g iuramento effettuato dal Battaglione Alpini «Trrano» a Luino, riferì che a quel reparto era sta concessa la cittadinanza onoraria da parte della cittadina lombarda e gettò là una sorta di sfida: -Sareste capaci di fare altrettanto? Il Battaglione non lasciò certamente cadere l'invito. Immediatamente vennero presi contatti con le autorità comunali di Chiaramonte Gulfi. In quel momento, il comune stava purtroppo attraversando una profonda crisi politica, tanto che di lì a poco l'intera giunta sarebbe stata costretta a rassegnare le dimissioni. Il Battaglione trovò tuttavia un prezioso allea to, dalla parte comunale, nella figura del tenente della riserva ]urlato, maestro elementare in pensione e capogruppo della locale sezione U.N.U.C.I. · Il4 novembre, quando cioè il reparto aveva già lasciato l'isola, Il'\ giunta comunale, a ll'a tto di sciogliersi, deliberava non la cittadinanza onoraria, ma addirittura il gemellaggio. La decisione coglieva impreparato il Reparto, soprattutto perché il gemellaggio comporta scambi culturali che un reparto militare, con i suoi impegni addestrativi ed operativi, e soprattutto se stanziato a così grande distan za, difficilmente riesce ad onorare. 1125 aprile 1993 (nel frattempo il Battaglione era tornato in Sicilia, a Piazza Armerina, dove sarebbe rimasto dal12 marzo al 5 maggio), veniva suggellato il gemellaggio. La data venne fatta coincidere con quella della festa patronale di Chiaramonte e la cerimonia si svolse con eccezionale solennità, alla presenza di una fo lla enorme, con discorsi di autorità civili (nel frattempo al sindaco era s u bentrato un commissario prefettizio) e militari, scambio del solenne impegno su pergamena tra commissario e comandante del Battaglione, e deposizione della corona. Anche gli inizi del secondo ciclo, che sarebbe stato il primo dei due di Piazza Armerina, non furono facili. Sistemati parte in attendamento, parte in accantonamento all'interno di una vecchia struttura in disuso, gli uomini dovettero rimboccarsi le maniche: cinque giorni vennero trascorsi a sgomberare tonnellate di rifiuti, disostruire tombi-
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
Il vescovo di Catania, monsignor Cirrincioni, e il sindaco di Piazza Armerina in visita al Battaglione Logistico " Tridentina .. (foto" Tridentina»).
ni, allestire dormitori, uffici, spaccio ... Si trattò di vivere in una vera e propria organizzazione campale; la compagnia rifornimenti, ad esempio, aveva il proprio magazzino ricambi interamente palettizzato s u ruote; per la conservazione delle derrate alimentari deperibili di commissariato - i vi non compresa la carne, che veniva acquistata dal commercio- era in funzione uno shelter frigo e per tutto il periodo, per il confezionamento dei pasti, vennero impiegate esclusivamen te cucine rotabili . Ad operare in Sicilia c'era circa il 60% degli effettivi; ma la minoranza rimasta in sede aveva impegni tutt'altro che lievi: pur con un organico così ridotto, dovette continuare ad assicurare assistenza a tutte le unità della Brigata rimaste in Trentino e soprattutto a svolgere regolarmente i previsti corsi di scuola guida. Anche i due periodi di Piazza Armerina (il Battaglione vi sarebbe tornato dal4 novembre 1993 al 16 gennaio 1994) furono densi di soddisfazioni. Con l'intera popolazione si venne ad instaurare un rapporto felicissimo: i soldati del Battaglione erano cittadini a tutti gli effetti; il comandante veniva considerato una pubblica autorità, accanto al sindaco, tanto che congiuntamente essi firmavano i manifesti a nnuncianti le svariate iniziative che di comune accordo venivano promosse. Ad ogni cerimonia di interesse del comune veniva invitato anche il comandante militare.
Piazza Armerina è anche sede di un arcivescovado, ed anche con l'arcivescovo, monsignor Cirrincioni, vennero stabili ti rapporti di reciproca collaborazione. Nella giornata di Pasqua si svolse una messa solenne nella cattedrale e, nell'occasione, vennero cresimati 15 militari, tra i quali un capitano. Al termine del rito, le famiglie si contesero il privilegio di invitare a casa propria un militare a trascorrere la Pasqua. Venne perfino disputata- cosa rarissima - una partita di calcio tra una rappresen tativa militare e la squadra femminil e del vicino paese di Aidone. Particolare delizioso e galante: all'inizio della partita ogni militare porse una rosa ad un'avversaria. Per la cronaca, la partita finì in parità. Tutti questi positivi risultati vennero ottenuti solo grazie al principio che era stato posto alla base del comportamento del Battaglione: quello della totale apertura e della completa disponibilità verso tutti. Una volta assicurato un minimo di sicurezza alle aree sensibili dell'accampamento, ad esempio, sparì la concertina attorno al campo, appena sostituita dalle comuni bànde di plastica a strisce bianco-rosse, tanto per una individuazione dei confini. Vennero organizzate visite al campo per i ragazzi delle elementari e, in una occasione, perfino per i piccolissimi di un vicino istituto per bambini abbandonati affidato alle suore. Prendendo contatti con il vescovo e con il sindaco, vennero organizzati spet-
261
CAPITOLO
262
4
tacoli dal coro degli alpini e la gente accorreva in massa, tanto che molti rimanevano fuori della porta. . Alcuni soldati si fidanzarono e quando un medico addirittura si sposò con una ragazza siciliana, venne inviato il coro a cantare in chiesa. A Natale venne allestito un presepio con figure a grandezza reale. Il Bambinello venne donato da una famiglia che era stata appena allora colpita da un gravissimo lutto (una figlia uccisa a Venezia). Esso, al termine del ciclo di operazioni, venne portato ad Elvas ed ora è n ella caserma Ruazzi, sede del Battaglione. Per valutare nella giusta luce tutti questi risultati positivi, occorre mettere nel dovuto conto che gran parte dei militari erano altoatesini, molti dei quali non privi dei ritriti pregiudizi riguardo ai meridionali. Alla fine tutti facevano a gara per creare le premesse per tornare ancora nell'isola. Con questo clima e in un ambiente siffatto, ogni soldato si senti va motivato e realizzato e nessuno ebbe mai ad esibirsi- cosa che avviene ben spesso in sed e- nelle, a tutti note, lagnanze e piagnistei per elemosinare una licenza. L'ammainabandiera dell'ultimo giorno fu una cerimonia toccante e tristiss ima. Venne affettuata alla presenza di tutto il paese e molti avevano gli occhi lucidi: si sapeva che le disposizioni in fatto di assistenza logistica erano state mutate e c'era in tutti la consapevolezza che quello sarebbe stato l'ultimo giorno trascorso insieme. Non tutti i reparti automobilistici, tuttavia, vennero inviati in Sicilia con funzioni logistiche. Alcuni di essi, a l contrario, ebbero vere e proprie funzioni operative, pur se la loro presenza fu limitata a concorsi di vario livello a reparti d'arma. Tale fu in parte la sorte del Battaglione Logistico ((Centauro», con sede a Bellinzago Nova rese, agli ordini del tenente colonnello Riccardo Diasparro. Esso fornì, dal 15 dicembre 1994 al 10 febbraio 1995, un rinforzo della consistenza di due plotoni che, in zona, vennero ripartiti in due aliquote. La prima, in rinforzo al13JO Reggimento Artiglieria Campale Semovente ((Centauro», operò ad Agrigento, effettuando servizi di vigilanza ad obietti vi sensibili e posti di blocco insieme a militari dell'Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. La sistemazione era estremam ente
precaria, all'interno di un capannone industriale, con i sottufficiali alloggiati in diciotto in una stanza e i militari di truppa a dormire direttamente in terra, tra la polvere e privi di armadietto ove riporre i pochi effetti personali. Gli automezzi del Reggimento, inoltre, si rivelarono del tutto inadeguati per le anguste strade della città, tanto che già nella prima settimana si verificarono ben otto incidenti, di cui uno di una certa gravità. La seconda aliquota, che comprendeva anche un ufficiale comandante di p lotone e 2 sottufficiali, andò invece a rinforza re il 31 o Reggimento Carri ed operò sui territori di Caltanissetta e Gela, con funzioni più spiccatamente logistiche. Lo scaglione operante a Caltanissetta venne alloggiato all'interno di una polveriera dismessa; quello di Gela venne accasermato in un'ala in disuso di uno stabilimento Enichem. Mentre una parte dei militari del Battaglione Logistico affiancava i carristi nei servizi di sorvegHanza, altri, agli ordini di un ufficiale comandante di pio-
tone trasporti, effettuava appunto trasporti per tutto il reggimen to. l due sottufficiali, per parte loro, erano rispettivamente preposti al funzionamento delle trasmissioni e alla gestione dei ca rburanti. Fra le iniziative adottate nei co nfronti della popolazione ne l periodo delle operazioni, vanno segnalate le numerose e generose donazioni di sangue, del quale in zona c'era grande bisogno. J1 Battaglione Logistico «Tnurinense»,
mai fino ad allora attivato per la concom itanza della missione «Albatros » in Mozambico, entrò sulla scena dei Vespri Siciliani il 9 aprile del 1994 per rima nervi fino a l 12 giugno s uccessivo. Esso concorse con una consistente aliquota composta da 5 ufficiali, 3 sottufficiali e 110 militari di truppa, agli ordini d el capitano An gelo Jannu zzi, a rinforzo del 2° Reggime nto Fanteria Bersaglieri. L'unità era schierata aMa rsala, alloggiata all'interno delle s trutture del 35° Gruppo Radar dell'Aeronautica Militare.
Sv incola ta da ogni problema logis tico, l'unità operò come un vero e pro- IL CORPO prio reparto combatten te, effettuando vigi lanza ad obiettivi fissi quali abita- AUTOMOBILISTICO zioni di magistrati e di un ufficiale dei IN ORDINE Carabi nieri particolarmente preso di PUBBLICO mira dalle cosche, il Tribunale, la Pretura, la Casa Circondariale e la Camera di Consiglio (dov'erano i g iudici popolari d el maxiprocesso di primo g rado contro 53 imputati di mafia), attuando posti di blocco e pattuglie su richiesta degli o rgani di polizia; vigilando su beni artistici e, infine, effettuando cinturazioni di edifici e irruzioni negli s tessi. Fu nel corso di una di queste operazioni che il22 di aprile, a Marsa la, v.enne cattu rato un pericoloso capocosca locale latitante da un anno, insieme a un suo compl ice. All'episodio venne dato ampio risalto dalla stampa, con articoli s u i quotidiani «Giornale di Sicilia», «La Voce Lilybetana» e «La Stampa». Il capitano Jannuzzi, per la parte attiva avuta nell'operazione, ven iva proposto per l'assegnazione della «Targa di benemerenza Icaro».
Febbraio 1993. Stabilimento Enichem, sede del Nucleo Logistico del Battaglione Logistico «Friuli» a Porto Empedocle (foto C. Sirocchi).
263
CAPITOLO
4
Marzo 1993. Intervento del Battaglione Logistico «Friuli" a favore del comune di Porto Empedocle per la riparazione di una condotta dell'acqua potabile (foto C. Sirocchi).
264
In una successiva irruzione, il 17 maggio, a Partanna, venivano sequestrati denaro e munizioni. Per fornire la misura del dinamismo che caratterizzò le operazioni dell'unità alpina, basteranno i dati relativi alle percorrenze dei pochi automezzi al seguito (5 AR/76, 3 VM/90 e l ACM), che in due mesi coprirono complessivamente oltre 50 mila chilometri. Nonostante gli onerosi impegni di servizio, il reparto seppe anche profittare della circostanza per conoscere le bellezze artistiche della zona, effettuando visite guidate a Selinunte, Segesta ed Erice. L'accoglienza, da parte della popolazione, fu ovunque ottima anche se, inizialmente, essa apparve in un certo senso disorientata davanti alla rigorosa disciplina degli alpini, tanto compenetrati dal loro senso del dovere e motivati dalle responsabilità che sentivano gravare su se stessi, da non cedere, in servizio, neppure al classico e gentile invito di «venire a prendere un caffè». Gli stessi civili, tuttavia, impararono ben presto ad apprezzare questa intransigenza che si traduceva, per essi, in garanzia di sicurezza. Tra i reparti più assidui in tutta la durata dell'operazione, si può certa m ente includere il Battaglione Logistico «Friuli», che tra l'agosto del 1992 e il
marzo 1995 fu presente ben quattro volte in Sicilia. Nella prima circostanza, dal 2 agosto al12 settembre 1992, la sua attività ebbe inizio con la fornitura di due compagnie operative in rinforzo al 6° Reggimento Bersaglieri per l'effettuazione d i vigilanza a punti sensibili nelle province di Agrigento e Caltanissetta. Dopo pochi giorni una terza compagnia, con lo stesso comandante del Battaglione, tenente colonnello Nicola Chiavaroli, raggiunse l'isola dislocandosi, con funzioni esclusivamente logistiche, a Porto Empedocle, parte sotto tenda e parte all'interno di un capannone industriale. Il Battaglione fornì la replica, sullo stesso territorio e con le stesse modalità (questa volta però con una sola compagnia operativa) da gennaio a marzo 1993. La compagnia logistica svolse attività di mantenimento, rifornimento recuperi e gestione dei carbolubrificanti per tutta la Brigata. Fra le visite di autorità militari ricevute dal Bat_taglione in questo periodo, si segnala quella d el gen erale Franco Monticone, allora comandante della F.I.R. (Forza di Intervento Rapido). In giugno e luglio dello stesso anno, in occasione del terzo turno, la compagnia operativa svolse la sua opera a Caltanissetta, mentre il nucleo logis tico, schiera to all'interno dell'aeroporto di
Comiso, forniva supporto a tutta la Brigata, questa volta senza l'incombenza del rifornimento di carbolubrificanti. L'ultima esperienza in ordine di tempo avvenne nei mesi di febbraio e marzo 1995. In tale circostanza una compagnia, a rinforzo del 6° Reggimento Bersaglieri, svolse attività operativa a Palermo. Un ufficiale ed un autiere (il sottotenente Antonio Cuomo e il soldato Fabio de Santis) si misero in luce per il ritrovamento, nel corso di una perlustrazione nella campagna di Cor-· leone, di alcune armi che erano state usate per un omicidio di mafia. L'impatto del Battaglione Logistico «Acqui» (ancora alle prese con gli ultimi residui di «Pellicano») con i «Vespri Siciliani» non fu del tutto positivo. Esso avvenne il 17 ottobre 1992, quando subentrò all'omologo reparto della «Legnano» nell'ormai famigerato stabilimento Enichem di Porto Empedocle, del quale è stato ampiamente detto narrando le vicende di altri reparti. La sistemazione era estremamente precaria, con un bagno ogni 20-30 persone. L'ufficio del comandante era stato ricavato in una stanza che era già stata laboratorio, ancora ingombra di alambicchi e provette. L'autorimessa era costituita da un immenso capannone, grande quanto «due campi di calcio», precedentemente Rientro degli automezzi del Battaglione Logistico «Friuli» sulla nave Maior (foto C. Sirocchi).
Il Battaglione Logistico «Acqui» a Porto Empedocle: tettoia officina (foto «Acqui»).
265
CAPITOLO
266
4
adibito a deposito del materiale chimico prodo tto dallo s tabilim e nto. Detto materiale era s tato sgomberato, ma i pavimenti ne e rano stati forte me nte impregnati: il loro trasudamento provocava l' ossidazione delle lamiere degli stessi a utomezzi. Per eli minare i rischi d i intossicazione per il personale si dovette fa r interv·e nire la squadra disinfezione. Sul finire di questa prima fase dell' operazione, parte degli ufficia li e dei sottufficiali trovò migliore s is temazione a Kaos (u n nome sul quale sarebbe troppo fac ile ironizzare) n elle s tanze di un desa linizza tore; parte, infine, venne sistemata presso l'albergo «Tiziana» che, requisito per gli u si d el Comando Brigata, e ra s tato tras form a to in una sorta di fortino. Pe r tutta la durata di questa fase, che si sare bbe protratta fino a l 26 novembre, il Battag lione svolse quasi esclusivamente compiti di istituto, con sporadici concorsi di personale ai re parti impiegati con compiti di ordine pubblico. Continuarono, con l' «Acqui», i rapporti di civile e cordiale convivenza con la popolazione e le autorità di Porto Empedocle; in occasione del 4 novembre, ad esempio, la rituale cerimonia della deposizione d ella corona ai Caduti venne effettuata di concerto con il comune e la capitaneria di porto. La seconda fase, dal 27 a p rile al 20 giugno 1993, era in pratica la copia in carta carbone della prima: s tessa località e stessi compiti. Meritan o di essere segnalati, di questo period o, un picchetto d'onore fornito al Dis tre tto Militare di Agrigento in occasio ne della commovente cerimonia di rientro delle cassette contenenti le spoglie dei caduti d ell' ARMIR. Anche in questa fa se il Battaglione Logis tico «Acqui » effettuò sa ltuarie operazioni di polizia, quale la scorta effettuata con elicottero in sorvolo sopra l' itinerario- ad un trasferime nto di detenuti. Un avvenimento molto s ig nificativo p er Porto Empedocle, durante questo period o, fu la visita del Papa. Del tutto diffe re nte l'esperie nza viss uta nella terza permane nza dell' «Acqui» in Sicilia, dal 16 marzo al 25 maggio 1994. Il periodo inglobò a nche la Pasqua, ma n essuno ebbe occasione di fruire di li cenza. Qualche breve perm esso venne invece concesso pe r la ricorrenza d el 25 a prile. Decisam e nte migliore, questa volta, l'alloggiamento e il vettovaglia me nto,
essendo il Battaglione ospitato all' interno della base di Comiso. Il paese, tuttavia, offriva ben poco, sì che, esaurito l'orario di lavoro, al personale n on res tava che trascinarsi s tancamente tra le camera te e il circolo. Allo scopo di infrangere la monotonia dell a vita di caserma vennero organizzate gite in pullman, nei fine settima na, fi nalizzate a lla visita alle bellezze archeologiche della Sicilia. Non mancarono ne ppure alcune puntate al mare, a Marina di Ragusa. L'attività d el Battaglione fu ancora quella precipua d'istituto e, in tale sede, venne sperime nta to con s u ccesso un d ive rso modo di fa re logistica, spingendo al massimo g rado il criterio d el servizio a d omici lio. Per il mante nimento, a pposite squadre si portavano da u n re pa rto all'a ltro effettuando interventi di riparazione e controlli di affidabilità. Per il rifornimento, settimanalmente un auto mezzo si recava a Palermo e a Messina a prelevare materiali presso la 11 a ORE e 1'11 o Reparto Rifornimenti; fatt_o ciò, esso continuava il giro della Sicilia effettuando il recapito presso tutti i reparti distribuiti lungo l' i ti ne ra rio. Il metodo venne a ltamente apprezzato dalle unità opera tive, in quanto esso consentiva loro, svincolandole da oneri logis tici, di attendere con successo ai loro compiti di ordine pubblico. Quando il Battaglione Logistico «Mantova», dall'aprile a l g iugno 1993, faceva la s ua prima apparizione s ulla scena d ei «Vespri Siciliani», suo comandante era il tenente colonnello Michele Damino. Il Ba ttaglione e ra a Piazza Armerina, ospitato all' inte rno di un edificio che in precedenza e ra s tato una ca rtie ra. Le difficoltà ma ggiori nell'assolvime nto dei compiti di is tituto d erivarono dalle eccessive dista nze d ei poli d i rifornime nto e dei reparti da alimentare: basti pensa re che si impiegava un'ora solta nto per raggiungere la più vicina a utostrada. Nella circostanza, oltre alla componente logistica, il «Ma ntova» fo rnì a nche una compagnia operativa in rinforzo al 114° Rgt. Ftr. Q u esto ciclo di a ttività d el Battaglione venne fun esta to da una tragedia avven uta propr io la sera preced e nte il rientro: un incid e nte s tradale nel quale pe rsero la vita tre militari in libe ra uscita. La seconda fase (gennaio-febbraio
IL CORPO AUTOMOBILISTICO IN ORDINE PUBBLICO
Alloggiamenti del Btg. L. «Mantova" a Piazza
Armerina (foto «Mantova»).
1994) vide il «Mantova» presente a Comiso, con tutti i vantaggi e gli svantaggi evidenziati a riguardo di altri reparti che trovarono alloggiamento all'interno della medesima base NATO. Anche in questa circostanza il Battaglione fornì
una compagnia operativa in rinforzo al 63° Rgt. Carri. Il reparto tornò una terza volta in Sicilia, dal dicembre '94 al gennaio '95; questa volta però con una sola compagnia operativa.
A porlorci in primo persona della proprio personale esperienza nell'Operazione «Vespri Sici liani» è il capitano Carlo Sirocchi, effeltivo al Battaglione Logistico «Friuli». Egli prese porte alle prime due fasi dello missione dello suo unità, quelle effettuote in agosto-settembre 1992 e in gennaiomarzo 1993. Nello primo circostanza egli ebbe funzioni prettomente operative; il capitano non ero nuovo od esperienze simili avendo avuto il privilegio di vestire, primo di divenire ufficiale automobilista, la prestigioso diviso di sottufficiole dell'Armo dei Carabinieri. Egli comandavo uno delle due compagnie operative fornite dal Battaglione in rinforzo al 6° Reggimento Bersag lieri. «Alla mia compagnia - racconto l'ufficiale- come all'altra comandata dal collego capitano Giampaolo Maddiona, era stato assegnato il territorio del comune di Cal-
le di qualche scrittura/e del distretto militare; mai avevano assistito dal vivo all'esibizione di un reparto in pieno assetto bellico. Un'accoglienz a calorosa, accompagnata da manifestazioni di affetto e di apprezzamento, nonché di disponibilità proveniente da più direzioni: dalle autorità comunali che organizzarono cerimonie ufficiali per darci il benvenuto sulla loro ferra; dall'Azienda di Soggiorno che si pose a nostra disposizione, fornendoci personale, cartine della zona e quant'altro avrebbe potuto esserci utile per l'espletamento della nostra missione. Perfino il parroco, in occasione della predica della prima domenica da noi trascorsa a Caltanissetta, raccomandò ai fedeli di rendere il più possibile serena la nostra permanenza, ospitando i nostri soldati nelle loro case. l parrocchiani non si Fecero pregare: molti dei nostri soldati vennero invitati a pranzo presso di loro, rice~ vendo ovunque la migliore d e lle accoglienze. Tutto questo a vveniva nel corso delle prime settimane dal nostro arrivo; dopo, cessata la novità, il tutto assunse carattere di routine, ma senza che venisse mai meno la gentilezza e la buona disponibilità di tutti. Per il nostro alloggiamento venne utilizzata una vecchia caserma abbandonata da non meno di trent'anni, nella quale fu necessario effettuare non pochi lavori per render/a abitabile, priva com'era di acqua e
tanissetta. Benché fossimo stati inviati in rinforz o al 6° Reggimento Bersaglieri, nell'ambito di questa unità era stata effettuata una precisa ripartizione del territorio di competenz a: a Caltanissetta, infatti, eravamo presenti solo noi del Battaglione Logistico. L'accoglienza, da parte della popolazione, fu viva e calorosa fin dal nostro primo approccio. Era in pratica la prima volta che in questi territori, centro geografico dell'isola, la gente veniva o contatto con l'Esercito. Fino ad allora, infatti, le uniformi da essa avvicinate erano state, tutt'al più, quel-
ASCOlTANDO
CHI C'ERA
267
CAPITOLO
268
4
Allestìmento di alcuni porta-MG da montare su VM/90 ad opera della officina del Btg. L. «Friuli» (foto C. Sirocchi).
di energia elettrico. Il problema del vettovogliomento venne risolto con l'uso di cucine do campo; quello dei servizi igienici con docce e bagni campoli. Lo nostro attività si esplicavo nell'effettuazione di tutte quelle operazioni che, di regolo, sono di competenza degli organi di polizia. Venivo effettuato vigilanza fisso o punti sensibili, quali il carcere e l'abitazione de/giudice Tinebro; nostre pattuglie ispezionavano gli itinerari per garantirne lo sicurezza, effettuavano posti di blocco do sole o in coordinamento con carabinieri, svolgevano perlustrozioni in compagno allo ricerco di armi. Non c'ero sosto al nostro lavoro, neppure di notte quando, anzi, esso si intensificavo allorché si andavo o ispezionare le zone abitualmente meno battute. In qualche occasione vennero sequestrati modesti quontitotivi di drogo. l limiti delle nostre attribuzioni, specie nei confronti delle persone, erano tuttavia ben delineati e circoscritti: avevamo infatti facoltà di fermarle e identificarle, segnalando eventuali irregolarità o sospetti ai carabinieri, che procedevano in seguito per quanto di loro competenza. Tornai in Sicilia in occasione dello secondo tornato, ne/gennaio del 1993, questo volto con sole funzioni logistiche (lo porte relativo allo sicurezza ero soltanto quello rivolto allo vigilanza del nostro accantonamento). Lo nostro specifico attività d 'istituto non ero tuttavia meno impegnativo di quello dei reparti d'orma. Lo nostro officina lavorò o ritmo continuo: tra le iniziative più significative poste in otto va segnalato quello relativo all'esecuzione di alcuni accorgimenti do noi stessi ideati su VM/90 per aumentarne lo sicurezza e protezione, quale
lo realizzazione di alcuni porto-MG girevoli. Anche lì, o Porto Empedocle, incontrammo estremo disponibilità do porte dello gente: per citare un episodio emblematico, basterò ricordare che alcuni commercianti, per venire incontro od alcune nostre necessitò monifestotesi all'improvviso uno domenico mattino, non esitarono od aprirci il/oro negozio; si trottavo, oltretutto, di uno domenico importante, essendo in progrommo uno grosso manifestazione per l'orrivo di un'eminente personalità politico. Questo atteggiamento di disponibilità ero d'altro porte reciproco: più volte infatti il nostro personale e le nostre attrezzature vennero utilizzate per l'esecuzione di lavori urgenti o favore del comune». Un passo di un'intervista dello stesso cap itano Sirocchi veniva riportato a pagina 50 della pubblicazione «Friuli oggi», edito dal Comando della stessa Brigata nel1995. Allo domanda circa le cautele da adottare in questo clima di buon rapporto con la po· polazione (anche la mafia avrebbe potuto avere interesse ad incoraggiarlo), l'ufficiale rispondeva:
«Lo nostra disponibilità è stato sempre pieno e collaborativo, però devo ammettere che uno certo prudenza ero necessario. Fraternizzare, d'altronde, non volevo dire trascurare i propri compiti e i propri doveri. Quindi devo dire che abbiamo esaminoto sempre con molto cura tutte le offerte di incontri e soprattutto do chi venivano. l nostri compiti erano molto delicati, nevralgici: lo nostro ero uno consegno tassativo. Lo nostra presenza tra lo gente avevo anche un significato preciso: dovevamo comunque risvegliare le coscienze e non fare semplicemente i piantoni. Credo che ci siamo riusciti».
CAPITOLO
5 L'ORGANIZZAZIONE SCOLASTICOADDESTRATIVA opo la conclusione del conflitto, nel quadro generale del riordinamento dell'Esercito ed in relazione all'enorme sviluppo assunto dalla motorizzazione militare nel corso della guerra, fu sentita l'esigenza di creare un organismo addestrativo che, in base al criterio informatore di centralizzazione della preparazione tecnicoprofessionale dei militari di truppa, potesse provvedere all'addestramento del personale specializzato destinato alla condotta, manutenzione e riparazione degli automezzi. Pertanto, nel novembre 1945, furono costituite, antesignane delle Scuole della Motorizzazione, la «Scuola Addestramento Autieri» con sede in Roma-Cecchignola e la «Scuola Meccanici Operai di Artiglieria», distaccata a Civitavecchia, ambedue sotto unico Comando (Roma-Cecchignola) ed unica dipendenza (quella dalle Scuole Militari Centrali di Cesano). Il 12 gennaio 1946, venne ufficialmente costituita la Scuola della Motorizzazione con sede in Roma-Cecchignola, forma ta da un Comando, dalle già menzionate Scuole Autieri e Scuola Meccanici Operai di Artiglieria (sempre distaccata a Civitavecchia), da un Reparto Traspor ti e da un'Officina. Nel corso dell'anno, con lo scioglimento delle Scuole Centrali di Cesano, la Scu ola della Motorizzazione passò alle dipendenze dirette dell'Ispettorato Generale della Motorizzazione. Nel1947 fu istituita e posta alle dipendenze della Scuola della Motorizzazione la «Scuola Istruttori», ch e nel 1949 si sarebbe trasforma ta in «Scuola
D
di Applicazione del Servizio Automobilistico». Ma proprio il 1949 fu l'anno in cui l'Istituto assunse la denominazione di «Scuole della Motorizzazione» con la nuova ar ticolazione che rimase immutata fino al 31 dicembre 1983, e cioè: -Comando Scuole della Motorizzazione; - Scuola di Applicazione del Servizio Automobilistico; - Scuola Specialisti della Motorizzazione; - Scuola Meccanici e Conduttori Automezzi. L'attività addestrativa faceva capo direttamente al Comandante, il quale si avvaleva dell'Ufficio Addestramento di ogni singola Scuola. La branca amministrativa faceva capo direttamente al Comandante in 2a che esercitava anche le funzioni d i Comandante di Corpo nei confronti dell' Autogruppo d'impiego, del Reparto Comando e dell'officina media. Anche i Comandanti di Scuola avevano funzioni di Comandanti di Corpo per quanto riguardava i çlip endenti reparti. L' Autogruppo di esercizio aveva in carico tutti gli au tomezzi delle scuole, alle quali forniva tu tti i mezzi occorrenti per le necessità addestrative e logistiche; inoltre esso concorreva alle necessità di automezzi per even tuali esigenze territoriali connesse con scioperi dei servizi pubblici, cerimonie, parate, ecc. La sua attività si estrinsecava nell'impiego, nella manutenzione eriparazion e di 1° grado di tutti gli automezzi in carico e nell'addestramento di 1o ciclo dei conduttori.
269
CAPITOLO
5
Allievi all'opera presso il laboratorio motoristi della Scuola Specializzati della Motorizzazione foto Museo Storico).
270
L' Offici na riparazioni provvedeva alle riparazioni (fino al 2° grado) degli automezzi dell' Autogruppo. La Scuola di Applicazio ne comprendeva le Sezioni Add es tramento, Corsi di Applicazione, Corsi Vari per ufficiali, ed un Autoreparto A.U.C. Aveva come compito essenzia le lo svolgimento dei corsi di applicazione per sottotenenti in servizio permanente del Servizio Automobilistico provenienti dall'Accad emia Militare. Provvedeva inoltre allo svolgimento dei corsi fo rmativi, valutativi e di aggiornamento professionale per gli ufficiali delle varie armi addetti agli automezzi e mezzi corazzati e allo s volgimento dei corsi per allievi ufficiali di complemento del S.A. La Scuola Specializzati della Motorizzazione (comprendeva una Sezione Addestramento, una Direzione Corsi Vari e 2 Autogruppi di allievi) per compito istituzionale addes trava il personale (sottufficiali, militari di truppa di leva e volontari) destinato al Servizio delle Riparazioni Automobilistiche presso le officine dell' Esercito. Ad alcuni cors i partecipavano anche militari dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, del Corpo di Pubblica Sicurezza.
Presso le Scuole venivano pertanto form ati i sottufficiali capi officina e capi meccanici e venivano effettuati i corsi di specializzazione per volontari allievi specializza ti e per i militari di leva delle specializzazioni: aggiustatore, m otorista, to rnito re, verificatore pompe di iniezione, radiatoris ta, fa bbro fucinatore, fa legname, lamierista, montatore, sa ld atore autogeno, ta pp ezziere, vernicia t ore, vulcanizza tore. La Scuola Meccanici e Conduttori di Automezzi comprendeva una Sezione Addestramento, un Autogruppo ACS e ASCO e due Autogruppi allievi; addestrava nelle specializzazioni di «meccanico di automezzi» e «trattorista » i sottufficiali e i militari di truppa di leva e volontari destinati alla manutenzione dei veicoH presso i reparti d ' impiego di tutte le armi e servizi. Ad alcuni corsi, presso la Scuola, partecipavano anche militari dell'Arma d ei Car a binieri, dell'Aero nautica Militare e della Polizia. Nonostante le difficoltà, le finalità addestrative furono raggiunte grazie all'abnegazione d ei quadri e &Ila funziona lità d ell'organizzazione. Vale la p ena riportare un passo pubblicato da un g iorna le romano nel1964,
del pubblicista T. Pietravalle, dal titolo «Una giornata alle Scuole della Motorizzazione alla ricerca di una bella storia moderna ». «La Bandiera del Servizio Automobilistico s tava tra di noi. Quattro Croci al Valor Militare, due Medaglie d' Argento, una di Bronzo. Da un lato i civili, dall'altro i soldati: quelli che avevano giurato e quelli che s tavano per farlo. Il vento veniva contro i nostri visi, pungente ma pieno di sole, sapeva di foglie nuove, di terra tiepida. Era poco tempo fa, il primo di marzo nel piazza le d'onore delle Scuole della Motorizzazione. Al centro il cappellano celebrava la Messa, l'altare, nel suo piccolissimo quadrato, era il punto di incontro degli sguardi di tutti ... Andando via il sacerdote, attraverso la voce chia ra del Comandante delle Scuole, si è levato un messaggio del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito rivolto agli Allievi Ufficiali di Complemento del36° Corso, Allievi Sottufficiali di Complemento del 24° Corso, Allievi Comandanti di Squadra del 2° Corso. In questi casi ci si aspetta sempre un pizzico di retorica, ma questa volta è
mancata. La giornata si presentava bene, con tutte le caratteristiche di una interessante novità. Tutto si è svolto nel modo più semplice, più puro. «Vi animi la consapevole fierezza di adempiere al vostro dovere con dignità e responsabilità di comandanti, ne ll'ansia di trasfondere nelle unità dell'Esercito il vitale entusiasmo e il generoso slancio prorompente delle vostre giovani energie morali e fisiche. Il grido con il quale vi votate all'Italia sia dunque altissimo al pari dei sentimenti che lo ispirarono». La risposta «lo giuro!» è stato davvero un grido altissimo. Chi non conosce la bellezza di certa intesa d'ideali non può capire l'effetto del tutto positivo che scaturisce dall'ascolto di tante voci all'unisono che rispondono in nome e per la Patria comune. · Era dunque un giorno di festa, ma non per questo ho trovato una messa in scena speciale; unico particolare insolito era quello creato dai gruppi familiari convenuti anche da lontano per partecipare alla cerimonia. Mi è s tato facile interrogare dei soldati senza che ne sapessero la ragione; ho sentito parole lusingh iere, addirittura sorpren-
Una visita «importante .. alle Scuole della Motorizzazione: Sua Santità Giovanni Paolo Il (foto Museo Storico).
271
CAPITOLO
5
Il 22 maggio di ogni anno si svolge una solenne cerimonia presso le Scuole della Motorizzazione per commemorare la Battaglia degli Altipiani (foto Museo Storico).
272
denti. Un po' alla volta mi addentravo in un mondo per lo più sconosciuto. Vi era il senso della giustizia e della disciplina che non limita la libertà, ma la rende più efficace e produttiva; soprattutto s i .s en tiva la presenza di un programma, di un'organizzazione ai fini di una formazione tecnico-professionale. Si sentiva la presenza di comandanti e di maestri, ovvero di una nobile forza coordinatrice. Più tardi avrei visitato le aule, i la·boratori, i gabinetti scientifici, avrei visto gli automezzi e i mezzi corazzati che quotidianamente consentono agli allievi, sia ufficiali, sia sottufficiali e truppa, impieghi, studi ed esperienza. Le Scuole della Motorizzazione hanno preso vita nell'immediato dopogu erra in un processo di trasformazione che mano a mano h a aumentato le strutture organiche secondo le più va rie e attuali esigenze addestrati ve e didattiche. Èd è un loro merito se sono stati finora immessi nell'Esercito, e quindi nell'industria nazionale, oltre centomila specializza ti tra motoristi, tornitori, radiatoristi, trattoristi, ecc. Mi sembra che ce ne s ia a sufficienza per prendere seriamente in considerazione questo complesso di Scuole Militari di cui non vi è altra copia.
Sarebbe stato un peccato se delle Scuole della Motorizzazione non avessi visto l'aspetto più intimo e umano. La mensa degli allievi ufficiali è una sala ampia, non priva di quelle sottigliezze razionali che ne rendono confortanti gli ambienti. Senza dubbio non manca nulla perché il luogo rifletta quel buon gusto e quella educazione che tanto sono utili al miglioramento della personalità umana, alla formazione di una coscienza civica. Nelle cucine ho trovato molte cose allettanti: enormi tegami lucidi contenevano polli con le pietanze. Un cuoco mi è venuto incontro e, porgendomi un piatto e una forchetta mi ha invitato, con un sorriso, all'assaggio. Ma lo spettacolo più simpatico era quello delle sale della mensa della truppa. Si era preferito mettere i tavoli tutti uniti p er la lunghezza delle pareti. Era entrato il generale Comandante delle Scuole. Un soldato, un ragazzo dal bel viso bruno improvvisamente fa t:. tosi rosso, si è levato in piedi, immediatamente seguito da tutti i presenti: «Per il signor generale, ip, ip, ip,. hurrà!» I soldati e i loro familiàri volevano che il generale parlasse, hanno voluto che brindasse. Uno schiocco di tappi e subito il primo bicchiere di spu-
mante è colmo. «Ragazzi, dice il generale, il discorso l' ho fatto prima. Brindo alla Bandiera, alla Patria, alle vostre famig lie, al vostro avvenire! ». Tutti i presenti erano felici. Ho visto su quei visi entusiasmo, s·a lute, ordine, fierezza. Mi chiedevo quanti giovani hanno la fortuna di contare tra le loro immagini e i loro pensieri un giorno simile, quanti giovani hanno la fortuna di essere a fianco degli anziani in un patto di onestà e di operosità e dire: anch'io onoro la Patria, anche io sono degno di rispetto e fiducia. Ed ecco che senza troppe complicazioni, senza andare troppo lontano, possiamo dire che a Roma abbiamo una fucina dove ogni giorno, senza tema di smentita, si rinnova una bella storia moderna per i giovani di buona volontà». Lo SME, con circolare del 2 novembre 1976, emanava nuovi organici che conferivano alle Scuole personale e strutture più adeguate alle esigenze d'istituto, conferendo loro la seguente configu razione:
-Comandante (maggior generale del S.A.); - Comandante in 2 3 (colonnello del S.A.); - Comando (su 4 uffici: Addestramento, Segreteria, Servizi, Amm inistrazione); - Organi di supporto (Autogruppo di Manovra, Reparto Comando, Officina Media); -Scuola di Applicazione del Servizio Automobilistico; - Scuola Specialis ti della Motorizzazione; - Scuola Meccanici della Motorizzazione. Il totale della forza organica delle Scuole fu portato a 1553 unità, tra ufficiali (184), sottufficiali (412), truppa (902) e personale civile (55). Le singole Scuole rimanevano alle dipendenze di un colonnello S.A. con funzioni di comandante di corpo nei confronti del personale d'inquadramento e dei frequentatori dei corsi. Nel 1977, ad ognuna delle 3 Scuole venne concessa la Bandiera d'Istituto e, successivamente, lo stemma araldico con i seguenti motti:
«Caserme Aperte». È 114 novembre, e le Scuole della Motorizzazione vengono aperte al pubblico (foto Museo Storico).
273
Le Scuole sono state coinvolte in pieno nell'organizzazione dei campionati mondiali di calcio «Italia '90». Qui, il piazzale della «E. Filiberto» gremito di automezzi.
274
Cerimonia di passaggio di consegne tra comandanti della Scuola Trasporti e Materiali (foto Museo Storico).
- Per la Scuola di Applicazione: «Pro scie n ti a - Pro vi rtu te»; - per la Scuola Specia lizza ti: «Dovere e tecnica »; - per la Scuola Mecca nici: «Fede tecn ica - te nacia». Nel 1980, il Servizio Automobilis tico assunse la denominazione di Corpo Automobilis ti co, da l cui Capo le suddette Scuole dipe nd eva no. Ne l 1984, a seguito d ella ris trutturazione dei Servizi Trasporti e Materiali, le Scuole s ubirono una nuova tra- · sformazione e vennero d efiniti tre distinti is tituti sco lastici: - la Scuola Trasporti e Ma teriali p er la preparazione dei Quadri del Corpo Automobilistico e l'addes tramento pluribranca del personale operante nei Servizi Tras porti e Mate riali; - la Scuola d ella Motorizzazione, per l'add estra m ento s p ecialis tico nel settore dei mezzi ruo ta ti e cingo la ti; - il Ce ntro Specialisti Armamento Esercito, per l'addestramento tecnico s ulle a rmi, arti g lierie, muniz ioni ed esplos ivi. Nel 1992 tali is titu ti confluirono in un unico ente, la Scuola Trasporti e Materiali, co n l'aggiunta d ei moduli addestra ti vi dei tecnici e le ttronici per i missili controcarro e degli ele ttrogenis ti, prove nie nti d alla disciolta Scuola Tecnici 'E lettronici dell'Esercito. Le risultanti responsabilità addestrati ve d ella nuova Scuola risultano, quindi, distinte nei seguenti settori didattici: - materie universitarie, nel cui ambito gli Ufficiali del Corpo in servizio permanente effettivo, provenienti dall' Accademia Militare di Modena, seguono i corsi di s tudi in ingegneria dei materiali e scienze dell'informazione, fino al conseguimen to della laurea; -armi ed artiglierie, per l'addestramento degli addetti al mantenimento delle armi individuali e di reparto, delle artiglierie terrestri, contraerei, a traino meccanico e semoventi, nonché dei congegni di puntamento ottico-meccanici; - motorizzazione e genio, p e r le istruzioni pra tich e sul mantenimento dei veicoli ruotati e cingolati nonché sulle macchine movimento terra ed i gruppi ele ttrogeni; - elettronica e sistemi d'arma, per l'abilitazione all'esecuzione di interventi manutentivi e di controlli tecnici sui missili filoguidati e sui s istemi d' arma ad elevata componente elettronica; - tras porti, per il conferimento delle abilitazioni alla condotta di m ezzi ruotati, cingolati e speciali, e lo studio
e la s perimentazione della normativa relativa ai trasporti per via ordinaria, aerei e marittimi; -artificieri ed antisabotaggio, per i corsi di s pecializzaz ione sulle munizioni ed esplosivi e di qualificazione sulle procedure antisabotaggio. L'assetto organizzativo, conformato a caratteristiche di interdisciplinarità tecnica e gestionale, è tale da porre la Scuola Trasporti e Materiali come istituto di logistica industriale ad ampio raggio. Essa, infine, oltre che centro culturale per i contatti che promuove e mantiene con gli ambienti industriali ed universitari, costituisce labora torio di prove logistiche ed operative, sui nuovi mezzi e materiali, per verificare la validità e l'efficienza delle procedure d'impiego e di mantenimento, e sulle nuove procedure nel settore dei trasporti.
Il Capo del Corpo Automobilistico, tenente generale Gaetano Messina, pronuncia il suo discorso in occasione dell'ultimo cambio al Comando della Scuola Trasporti e Materiali (foto Museo Storico).
275
CAPITOLO
6 IL MUSEO STORICO a costituzione d el Museo Storico d ella Motorizzazione Militare risale al 1955 quand o, per iniziativa d el Capo d el Servizio Automobilistico in carica, tenente genera le Alfio Marziani, fu riconosciuta la necessità d i iniziare la raccolta d el materiale tecnico-storico della Motorizzazione già impiegato dai va ri En ti e Reparti d ell'Esercito. La proposta d i costitu zione d el Museo aveva trovato favorevole l' Ispettore Generale della Motorizzazione d el mome nto, genera le di C.A. Umberto Gerleri che, condividendo l' opportunità che il nuovo organismo sorgesse al più p resto, ne promosse la d eterminazione costitutiva da parte d ell'U fficio d el Segretario Generale dell'Esercito. L'atto rela tivo è d el 27 ottobre 1956 e porta il n . 11 2639 l 1. Il Decreto istitu tivo d ella Presidenza d ella Repubblica che p revede anche l 'el~z ione del Museo ad Ente Morale, è invece d el 4 fe bbraio 1957, con registrazione presso la Corte d ei Conti in d ata 12 aprile dello stesso anno, n. 105 di registro, foglio n. 26. Con il medesimo d ecreto è fissata in Ro ma la sed e del Museo e viene approvato il rela tivo statuto. Tra i musei delle varie Armi e Servizi, quello della Motorizzazione Militare reca la d ata d i costituzione più recente. Ciò è d ovuto a varie situazioni oggettive, fra cui la principale è quella che d al 1902, anno in cui il primo au tomezzo viene introd o tto nell' Esercito, fino a l 1935, 1' inquadramento d ei reparti automobi listici venne devoluto a u ffic iali provenienti da tutte le Armi e Corpi dell'Esercito, non stabilmente assegnati.
L
276
Q uesto stato di cose non favorì certo il sorgere e il consolidarsi di quello spirito d i corpo necessario per suscitare entusiasmo e interesse a coltivare il culto delle memorie. Con il generale Marziani furono promo tori appassionati dell' attività organizzativa e d i prima raccolta dei materiali per il costituend o Museo i generali d el Servizio Automobilistico Giovanni Nigri, comandante d elle Scuole d ella Motorizzazione, e Giuseppe Papi, presidente d ell' A.N.A.I., il generale Filip po Brignone, capo d el Servizio Tecnico d ella Motorizzazio ne e il genera le C.A. Attilio Tomasell i, pred ecessore, quale Ispettore Generale d ella Motorizzazione, del generale C.A. Umberto Gerleri. Dalla d ata di costituzione, in tempi estrema mente brevi grazie alla propulsiva ed esperta opera delle autorità preposte, fra le quali si d istinse particolarmen te il generale Papi, primo d irettore del Museo, l'orga nismo si arricchì sempre più d i cimeli, documenti, ricordi che testimoniano le vicende in pace e in guerra d el Corpo Automobilistico e ·]e esperienze realizzate d al Servizio Tecnico d ella Motorizzazione. Tu tto ciò, in ad erenza al più importante compito istituz io na le d el Museo, chia ra mente espresso nel suo statu to organico, che prevede la raccolta e la custodia d i ogni materia le che ricordi imprese automobilistiche milita ri. La prima sed e d el Museo fu reperita in una costruzione facente parte, in Roma-Cecchi g no la, del g rand e comp lesso d elle Scu ole della Mo torizzazione, all' interno d ella Caserma «Ros-
setti». Ben presto p erò i loca li s i rivelaron o insu fficienti a conte nere i cim eli ch e m ano a m a no venivano raccolti e fu necessario ricorrere all'uso di alcuni p ad iglioni adiacen ti. Successiva mente il complesso venne ris truttura to collega nd o i p adig lioni con un'a pposita costruz ione che fu adib ita in pa rte ad ingresso, mentre nello s pazio restante vennero sistemati un Sacra rio e i cim eli d i m aggior interesse. Il nuovo complesso fu ina ug urato il 24 lug lio del 1959 nella ricorre nza di San Cristoforo, pro tettore d egli a utomobilis ti. Nel1 974 vennero creati nuovi s pazi med iante la costruzione di una tettoia metallica . Successivam ente questa tettoia venne ulteriormente a mpliata per consentirvi la custodia d ei veicoli corazzati, d ei m ezzi blind ati e d ei tratto ri patrimonio del Museo. L'area totale del com p lesso venne così a s upera re i 5000 mq. Anche questo spazio di venne be n presto limitato, rispetto alla qu antità d i cim eli e d ocumen ti che sempre più venivano ad arricchire il Museo e che a tutt'oggi continuano ad affluire. Nel 1991, per iniziativa del Cap o d el Corpo Autom obilis tico, generale Gaetano Messina, il Museo venne trasferì-
to presso la caserma «Arpaia» dove è os pitato tuttora.
IL MUSEO Fra gli scopi del Museo va ricorda- STORICO
to qu ello di valorizzare le tradizioni della m otorizzazione militare, in m odo che i vis itatori s i trovino di fronte a d ocumenti ispirati ad elevati valori e alla più pro fonda dedizione alla Pa tria. Rientra ino ltre fra i compiti istituziona li d el Museo q uello d i favorire e promuovere studi s torici r ela tiv i a lla m otorizzazione militare. Lo s tatuto d el Museo preved e la su a d ipendenza d al Ministero d ella Difesa tram ite il Capo del Corp o Automobilistico, il qua le è a nche Presidente on orario dell' Ente. La Direzione del Museo è affid ata ad u n Colonnello d el Corpo Automobilistico. Col tempo, la fa m a d el Museo ha valica to un con fine d ietro l' altro: con osciuto all' inizio soltanto nell'ambito del Corpo s tesso, si è fa tto via via conoscere all' interno d ella Forza Armata, quindi all'esterno della stessa, per raggiungere infine fam a inte rnazio na le, d ivenendo m eta di visitatori sempre piu numerosi. Oggi, oltre al pu bblico costituito da s ingoli cultori ed appassionati, il Museo viene vis itato dai frequentatori d ei corsi che si svolgono presso la Scuola
Interno del vecchio Museo (foto Museo Storico).
277
CAPITOLO
6
Particolari delle stanze del Museo, con le nuovissime vetrine (foto Museo Storico).
278
Tra s porti e Materiali e le altre Scuole della Cecchignola. Assiduo è a nche l'a fflu sso di scuole medie cittadine in visite guidate, nonchÊ di delegazioni straniere a cui il Museo viene segnalato dai rispettivi addetti militari accreditati in Roma. Un ricco ca talogo illus tra tutto il patri~nonio tecnico-storico d el Museo ri-
portando, con minuziosa descrizione, gli elementi caratteristici e di interesse del materiale custod ito. Con l'avvento dell' informatica, tutto il material e è s tato inoltre classificato, catalogato e tenuto costantemente aggiornato nei suoi elenchi. Tutto il mate ri ale viene costantemente seguito e curato dal personale
addetto al Museo con diligente azione di mantenimento che vale ad evitare p ossibili degrada z ioni, s pecie negli esemplari di automezzi più vetusti e di particolare pregio. Il Mu seo Storico della Motori zzazione è dunque una bella realtà con una s ua s toria; una realtà che oggi può essere definita il fiore all'occhiello del-
mezzi, ci limiteremo a fornirne il nominativo o la sigla rinviando, per dettagli più approfondit i, al le informazioni fornite in appendice ai tre volumi di questa stessa opera. Tcapannoni s i alternano a te ttoie metalliche e a più o meno ampi spazi verdi che ben s i a rmon izzano con l' intero complesso, e che vengono ess i s tessi
IL MUSEO STORICO
Biblioteca (foto Museo Storico).
l'intera organizzazione dei Servizi T;asporti e Materiali. Esso è centro propulsore di fecond e attività cu lturali, ma a nche a rchivio di gloriose tradizioni; archivio sempre vivo e pa lpitante e non solo freddo mausoleo di memorie. Dag li automezzi e dagli oggetti ivi conserva ti è possibile, s pecie ora che con la presente opera è dato di conoscere gli e pisodi che li videro protagonisti, far rivivere- con un piccolo e magico tocco di fanta sia -quelle stesse vicende e insieme gli stessi personaggi e gli stessi scenari in cui esse s i svolsero.
Guida al Museo Dopo questo rapido viaggio nel tempo con il quale abbiamo percorso le vicende che portarono alla nascita e alla realizzazione dell'attuale Museo Storico, ritorneremo a l presente, e percorreremo i padiglioni e le tettoie che oggi lo costituiscono con una, purtroppo rapida, elencazione e descrizione di ciò che è possibile incontrare nel corso della visita. Per quanto concerne gli auto-
impiega ti come aree di esposizione. In sintes i, a nnoti amo ciò che il visitatore incontra presso i capa nnoni della Direzione ed i cinque padiglioni che le fanno ala, recanti rispettivamente i nr. 1310, 1311, 1314, 1321, 1324. L'edificio 1314 è intitolato a lla M.O. tenente colonnello Arturo Mercanti, caduto sul fronte soma lo il 5 luglio 1936 (vds. vol. I, cap. sesto di questa stessa opera). In esso si trova la direz ione del Museo con i relativi uffici. Vi sono inoltre dislocati materiali appartenenti alleArmi di Artiglieria, Genio e Trasmissioni, la cui presenza è motivata dalle funzioni oggi svolte dal Corpo Automobilistico che li gestisce direttamente .quale asse portante del Servizio Trasporti e Materiali. Nello s tesso padiglione troviamo anche: -una biblioteca-archivio con schedari contenenti i dati tecnici di tutti i mezzi a motore in distribuzione all'Esercito dalle origini ai giorni nostri, materiale fotografico relativo a campagne
279
CAPITOLO
6
Museo della Motorizzazione: altare con, sullo sfondo, il quadro di San Cristoforo proveniente dalla Somalia (foto Museo Storico).
di guerra, ad attività specifiche del Corpo, a manifestazioni e ricorrenze; -un'attrezzata sala polifunzionale per la promozione di attività culturali quali mostre tematiche, conferenze, seminari, in collaborazione con altri musei ed analoghi enti civili; -una Cappella Sacrario; -una grande carta murale riportante la manovra attuata dal generale Cadoma in occasione della Battaglia degli Altipaini del maggio 1916, che comportò il primo massiccio impiego del trasporto automobilistico e che è alle origini della Festa del Corpo. Fra gli automezzi e mezzi blindocorazzati, sono esposti: un'Autoblinda SPA AB 41 l 43, una Moto Frera 500 e un Carro Bagaglio, entrambi del 1916, un Fiat 18 BLR, un Obice Semovente SPA Ansaldo M14/41; all'esterno del padiglione è esposta un'Autoblinda Chevrolet T17 del1943. L'edificio n. 1310 è dedicato all'altra medaglia d'oro del Corpo Automobilistico della Guerra ltalo-Etiopica, il tenente Agostino Ciarpaglini (vds. vol. e cap. citati). Nel padiglione troviamo esposti: la riproduzione fedele di un Carro da Trasporto del Cougnot del1769 e del Carro a Vapore De Dion e Buton del1899, una Fiat Tipo 4 del1910, un Mototriciclo Bernardi del1896, una Fiat 3 e 1/2
HP del1 899, un'Alfa Romeo 1750 Gran Sport del1929, una Lancia Lambda del 1930, una Fiat 500/ A del1936, un Fiat 15 Ter del1911, un Fiat 18 BL del1914, un Fiat 18 P del1915. L'edificio 1311 è intitolato alla M.O. della Seconda Guerra Mondiale Angelo Gotti (vds. vol. II, cap. Ottavo). In esso troviamo: un trattore F 20/B del 1915, un Trattore Pavesi 4/100 del 1925, un Autocarro Lancia 3 RO del 1938, un Autocarro SPA 38/ R anch'esso del 1938, una trattrice Morris del 1941, un Semicingolato Kettenkrad del 1941 e un Autocarro SPA Dovunque del 1936. È esposta inoltre una stufa catalitica costruita in Germania e data in dotazione agli autoreparti destinati al fronte russo con la quale, disponendola sotto la coppa del motore, veniva facilitato l'avviamento degli automezzi. In vetrine a giorno sono esposti, contrassegnati da appositi cartellini, pezzi di ricambio e parti m ecca niche per diversi autocarri impiegati nel corso della Seconda Guerra Mondiale. L'ed ificio 1321 ricorda il nome e la figura della M.O. della Seconda Guerra Mondiale Enrico Giach ino (vds. vol. e cap. citati). È dedicato in particolare ai velivoli in dotazione all'Esercito. Oltre ad un Autocarro Ceirano 50 CM del 1933, s i trovano infatti espos ti un Aeroplano Leggero Pi per L 21 l B del 1958, un Aeroplano Leggero Piper L 18/C del1957, un Elicottero Agusta Beli 47 /G2 del 1962, un Elicottero Agusta Bell47 J/3B del1963. L'edificio 1324 richiama alla memoria la M.O. Clemente Enghilian (vds. vol. II, cap. Quinto). All'interno di questo padiglione troviamo: un Sistema d'Arma «Lance» completo di tutti i suoi componenti, un cannone senza rinculo M40, un Mototriciclo da Montagna «Guzzi 33». Nella tettoia n. 1 sono conservati: un Carro Valenti ne Bridge Layer del1942, un Carro SPA Ansaldo M 15 del1942, un Carro Ansaldo P 40 del1939, un Carro SPA M 14/41 d e l 1941, un C arro M/32 del1943, un Carro M/ 4 Sherman del 1941, un Lanciam issi li <<Honcs t john» del1959.
280
Nella Tettoia n. 2 troviamo un Carro M/47 «Pa tton » del1947 e un Cannone da 90/53 del1941.
CAPITOLO
7
A.N.A.I. l termine delle operazioni della Grande Guerra, nel1918, i reduci si resero conto di quanto il conflitto e la vittoria fossero costati cari: era stato pagato un elevato prezzo di vite umane, la produzione agricola era in crisi, quella industriale doveva essere trasformata, complessi problemi sociali rendevano la situazione sempre più grave. Intima soddis fazione e compre ns ibile fierezza albergava, però, nell'animo degli ex combattenti per aver contribuito alla vittoria italiana. Ciascuno di essi aveva coscienza della lotta sostenuta con dedizione e spirito di sacrificio per la propria Patria, per l' Arma o il Corpo di apparte nenza. Problema comune a tutti i reduci era quello del reinserimento nelle attività di pace. Spesso nei loro paesi, nelle loro città, l'ambiente di prima della guerra era completamente cambiato; un' ombra di disagio era calata sulle stesse famiglie; un senso generale di stanchezza e di scontento serpeggiava tra la popolazione. Da ciò, l'idea degli ex combattenti non solo di rinsaldare i vincoli di amicizia contratti in gu erra con i propri compagni di reparto, ma di estenderli a tutti coloro che, pur non conoscendosi direttamente, avevano in comune una parte del loro passato, trascorso al servizio di un ideale profondamente sentito. Spinto da queste premesse e dal desiderio di far rivivere, in rinnovata fraternità di intenti, il calore che univa i commi litoni alle armi, un gruppo di reduci automobilisti, fra i più fiduciosi ed entusiasti, promosse l'iniziativa di costituire, a somiglianza di
A
quanto si stava facendo da parte di ex combattenti delle a ltre Armi e Corpi dell'Esercì to, un'associazione di militari automobilisti in congedo. Il Comitato promotore dell'iniziativa s i costituì a Milano nel 1921; le pri-
Cartolina commemorativa degli autieri {dono di G. Assire/li).
281
CAPITOLO
7
Labaro dell'Associazione Nazionale Autieri d'Italia (foto ANAI).
282
me riunioni informali furono tenute in un piccolo ris torante di piazza Beccaria; ben presto le adesioni aumentarono e infin e il soda li zio, con il nome di «Associa zione Naziona le Automobilisti in Congedo», venne fondato con tutti i crismi d ella regolarità il1 O gennaio 1922. In ad ere nza a quanto prescritto dallo Statuto, compilato dal capitano di complemento Antonio Cataldo e dagli avvocati Luigi Davide Grassi e Arrigo Muggiani, l' Associazione elesse il Pres idente nella p ersona d el sena tore Giovanni Ag nelli, presidente d ella Fiat. La sed e del nuovo sod a lizio venne fissata a Milano, via Santa Maria della Valle. I primi associati, ch e nell'a nno della fonda z ione raggiunsero il numero di 273, died ero vita al periodico «L' Automobilista» che, richiamandosi agli ideali del Corpo, propagandava il s odalizio, rivol gendosi soprattutto agli uomini che in tre anni e mezzo di lotte sulle Alpi e nel fango del Veneto avevano cooperato alla s confitta di un esercito solido, forte e ben arma to. In pochi a nni, analoghi gruppi s i co-
s tituirono a Berga mo, Monza, Ge nova, Parma, Venez ia, Torino, Padova, Verona, Biella, Modena, Vicenza, Forlì, Pontedera, Pisa, Reggio Emma, Treviso, Com o, Lecco, Rom a, Pesaro, Aos ta. Nel1923, d op o solo un anno di vita, l'Associazione p oteva contare s u 1740 affiliati e nel1927 il numero dei soci era già 2634. Si trattava di uomini di ogni ceto, di tutte le età, d i di versa opinione politica, che si riconoscevano fratelli per amor di Patria e s pirito di co rpo. Fra loro ricordavano i sacrifici sopporta ti a bordo d ei loro automezzi sug li altipia ni e su ogni fronte; c'erano i capi e i gregari, felici di essere insieme, quas i s tupiti, i più, di non essersi conosciuti prima, essi che s i erano battuti per la s tessa causa s ugli s tessi monti e a ttravers o gli s tessi fiumi; testimoni s icuri di aver determinato l'avvenire della loro Patria. Fin dal suo costituirsi l' Associazione non fu però soltanto occasione di incontri fraterni. Essa s i ins erì nella vita nazionale, avanza ndo va lide proposte inerenti allé! circolazione s tradale q uale quella tendente all'abolizione dei passaggi a livello incustod iti, ai servizi pubblici auto mobilis tici e allo svol g im ento d i atti vi tà addestra ti ve nel settore. Venne inoltre prom ossa una campagna p er la cos tituz ione di un'«Arma Autom obilis tica». Nel 1927 l'Associazio ne s i a ffian cò a l Rea le Auto m obil Club d ' Italia (R.A.C. I.), con lo scopo preciso e di contribuire direttam ente allo s volgimento di cors i premilita ri di automobilis mo. Si d edica rono con g ra nde su ccesso a ll' ini zia ti va il colo nnell o An gelo Pug na ni e l' ingeg ne r Arturo Merca n ti, i q uali costituirono grupp i provinciali d i autom obilis ti in conged o, avva lendosi d ell e sezioni R.A.C. I. esistenti s u tutto il territorio na zio na le. Inoltre, tutti i g ruppi cos tituiti inter vennero, in qu egli anni, con le proprie insegne, a mani fes tazion i patriotti che o rga ni zzate da a nalog h e associazioni combattenti; i g ruppi s tessi organi zza rono vis ite a s ta bilimenti a utomobilis tici, promosse ro e coordin arono raduni e ma ni fes tazio ni va rie, otte ne ndo s u ccessi sempre lus ing hi eri per concorso di soci c s impatizzanti . In pa rti cola re, va ricord ato l' incontro d i Milano d el 20 ma rzo d el 1927, nel q uale A.N.A.C., Mi li zia e R.A.C.I. ragg iungono un accord o s ulle reciproche fun z io ni e ina u g ura no il prim o d ei «Cors i Premilitari Automobilis tici» con la pa rtecipa zio ne di 600 a llievi dis tri-
buiti in 6 scu ole della città. Merita altresì menzione il raduno s voltos i a Tries te il 24 maggio del 1933 per l' inaugurazione, in piazza Un ità d'Italia, dei pili della Vittoria, p regiata o p era dello scultore triestino Attilio Selva e dono del R.A.C. I. a lla città redenta; s ulla base del monu mento sono fu se nel bronzo alcune figure d i automobilisti combattenti . Sempre sotto l'egida del R.A.C.l. , nell'ottobre del1 937, fu realizza to a Milano un raduno memorabile d egli autieri in congedo. La partecipazione fu imponente. 11 3° Centro Au tomobilistico intervenne con la maggior parte dei propri automezzi e degli au ti eri in armi; in rombante pellegrinaggio erano giunte 697 autovetture, numero incredibile per quei tempi, con autieri in congedo provenienti da tutta Italia. A ll a manifestazio ne di chiu s ura, svoltasi il 31 ottobre davanti al palazzo d ello sport, presenziarono il Duca di Berga mo, Ada lberto di Savoia, il conte Buonacasa, i generali Pugnani e Ma nera, i dirigenti più qualificati del R.A.C.I. L' immenso s u ccesso della manifestazione fu naturale incen tivo per un fervore organizzativo che portò alla realizzazione di nuove manifestazioni. Così nel1938 venne commemorata la Battaglia degli Altipiani con un raduno che riunì all3rennero 1200 automobilisti con 510 a utovetture, mentre il19 gi u g no d ello s tesso anno un'a ltra manifestazione venne svolta a Treviso allo scopo di perpetuare il ricordo della g loriosa Battaglia del So ls ti zio. Sempre d el1 938, merita di essere ricord ata la consegna d el Labaro offerto dagli autieri in congedo a l Corpo Automobilistico a Roma, con discorso tenuto dal generale Pugnani. Il colonnell o Genesio N inchi, comandante del 3° Centro Auto mobilis tico, fu l'impareggiabile vivificatore di ogni manifes ta zione ind etta in questi anni d all'Associazione. Attorno a lui ru otava l'orga nizzaz ione appassionata dei radun i; egli infondeva ca lore e prestigio ad ogni commemorazione con la partecipazione sollecita e generosa degli autieri del 3°Centro. Sotto la data del2 settembre 1940,auspice il R.A.C.l., l'Associazione venne trasformata in un sodalizio che fu denominato «Autoraggruppamento Emanuele Filiber to Duca d'Aos ta», con sede a Milano in via Gozzadini. Scomparve la figura del presidente e, in sua vece, fu n omina t o un «co-
mandante»: alla prcs ti g iosa car ica fu eletto il genera le Angelo Pugnani, uf- A.N.A.I. fi da le noto per ca pa cità c generosità, sempre acclamato dai «suoi » autieri che si rivolgevano a lui come al «papà» dell'a utomobilis mo militare. Vi erano, nell' Autoraggruppa mento, o rga nizzato con maggiore dis ponibilità di mezzi economici e sotto la d irezione di un uom o va lido sotto ogni profilo, le premesse per il co nseguimento di sempre n1agg iori successi del sodalizio. Furono is tituiti ed ebbero vita «Autog ruppi » dell' Autoraggruppamento presso le sedi del R.A.C. I. di tutti i capolu oghi di provincia e presso le sezioni R.A.C.I. di Acirea le, Bassa no, Biella, Dom odossola, Ivrea, Merano, Monteca tini, Rimini, San Remo, Spoleto. Altre sedi di au togruppi, ferv enti di attività, seppure lontani dalla madre patria, furono quelle di Addis Abeba, Asmara, Gimma, Gondar, Harrar, Mogadiscio in Africa O rientale; quelle di Bengasi e Tripo li in Libia; qu ella di Rodi, nell'Egeo. L'entusiasmo dei volontari, che avevano cos tituito l'Associazione per il raggiungimento delle più alte finalità patriottiche, fu sempre crescente, i raduni periodici furono sempre più affollati: molti raduni s ti vi partecipavano portando al seguito i propri familiari, sopportando lietamente fat iche e d isagi, s pinti solta n to da l desiderio di manifestare l'orgoglio di appartenere alla grande famiglia d egli autieri. Con lo scoppio d ella seconda guerra mondiale, l'Associazione d ed icò tutta se s tessa all'assis tenza d egli autieri in armi. Per quanto fu possibile, g li anziani, che avevano conosciuto i rischi e i sacrifici di altre g uerre, s i prodigarono per far sentire anche concreta mente ai più giovani a utieri che combattevano su tutti i fronti la loro fraterna e sollecita solidarietà. Alla fin e della g uerra l' Autoraggruppamento aveva cessato ogni attività; anche la s ua bella sed e di via Gozzadini, con il Sacrario e le ampie sa le di riunion e, era s tata distrutta dai bombardamenti. Intanto, le conseguenze d el conflitto fa cevano sentire il loro peso su tutta la nazione. Come tutti i d o pog uerra, anche questo ebbe le s ue miserie e le s ue frust razion i, ma il popolo ita liano voleva usci re dall'incubo in cui era vissuto e ricominciare a vivere. La gente cercava nuove prospettive, nuovi in-
283
CAPITOLO
284
7
Tra i numerosi monumenti all'autiere sparsi lungo la Penisola, il più noto è quello eretto presso il Centro Traumatologico di Torino (foto ANAI).
teressi di vita, il Paese tentava di reagire unendosi compatto per la ricos truzione. Le iniziative si moltiplicavano, ciascuno cercava i contatti più opportuni, consapevole che occorreva far rivivere le tradizioni più nobili per superare, in nome degli ideali più validi, le depressioni e lo sbandamento del dopoguerra. Nell'intento di ritrovare i valori per i quali avevano consapevolmente combattuto, gli autieri congedati, già nel 1946, sentirono il bisogno di ricostituirsi in associazione, per poter ritrovare un'immagine di se stessi autentica e viva, grazie al rifiuto di ogni retorica consolatrice ed in virtù della serietà del loro impegno e della loro passione. Il conte Gaetano Besana, coadiuvato dal suo instancabile segretario Alfredo Madaschi, raccolse le istanze del primo gruppo di autieri di Milano riunendoli, in mancanza di una sede, nella propria abitazione. Nello stesso periodo in altre città (Bologna, Torino, Busto Arsizio, Legnano, Vicenza, Treviso),
venivano assunte analoghe iniziative. Superando ostacoli burocratici e finanziari, si riallacciarono mano a mano rapporti tra gli autieri delle varie città, si misero insieme idee ed iniziative, delle quali la più importante fu l'avvio della pubblicazione del periodico mensile «L'Autiere», su autorizzazione del Tribunale di Roma del 12 febbraio 1954, del cui s uccesso è testimonianza il fatto che ancor oggi esso è il brillante giornale ufficiale dell'Associazione. Alcuni fedeli, nell'anno 1946, si riunirono creando in maniera informale il primo consiglio composto da un Pres idente, due Vice Presidenti, due segretari e cinque consiglieri. Il soda lizio andò assumendo sempre maggior consistenza finché, con atto pubblico del 23 maggio 1948, con rogito del notaio Attilio Moneta Caglio di Milano, venne ricostituita ufficialmente l' «Associazione Nazionale Autieri in Congedo». Presidente fu nominato il generale Ninchi e Vice Presidente il conte Besana.
Già il giorno prima, in occasione della Fes ta del Corpo, l'Associazione aveva partecipato alla celebrazione della ricorrenza p resso la caserma «Mercanti» in Milano. La cerimonia era s tata resa parti colarmente solenne dalla presenza della vedova della Medaglia d'Oro tenente automobilista Agostino Ciarpaglini. La vedova, nell'occasione, fece da madrina alla benedizione d ella Bandiera della Sezione di Milano. Fra le prime iniziative d ella nuova associazione, sono da ricordare l'erezione di un monumento all'autiere nella caserma «Montello» di Mi lano, sede del 3° Centro Automobilistico e, soprattutto, il primo raduno svolto ad Asiago per suggellare, in modo solenne, nello scenario suggestivo degli Al tipiani, la ricostituzione del soda lizio. Era il g iorno 23 settembre 1950: in una lunga, interminabile colonna di automezzi, i radunisti provenienti da Bassa no d el Grappa, dove si erano recati per un doveroso sentito omaggio al maresciallo Giardino, percorsero i ripidi
tornanti dell'A ltopiano di Asiago dove giunsero a sera inoltrata. Il mattino sue- A.N.A.I. cessivo, in una s plendida giornata di sole, davanti all' imponente Sacrario, si svolse la commossa cerimonia commemorativa. L'avvocato Bobba di San Remo con parole adatte esaltò il sacrificio dei caduti per la Patria, interpretando i sentimenti di tutti i presenti. Questo raduno ancora oggi è scolpito nella mente di coloro che vi parteciparono, come un momento s uggestivo di vita, un momento in cui i loro ideali, ancora intatti, assurgevano a s intes i storica degli avvenimenti che li avevano visti testimoni fattivi. Nello stesso anno, gli autieri parteciparono a Redipuglia alla grande adunata di tutti i combattenti d'Italia: fu una giornata m em orabile nella quale vennero rievocati glorie ed olocausti. Nel successivo novembre s i svolse a Melegnano, presso Milano, una manifestazione automobilistica, al vincitore della quale venne consegnata la coppa Bruno e Adolfo Vigorelli, martiri non dimenticati. Alla cerimonia aveva dato solennità maggiore la presenza della madre dei due eroi. Nello stesso mese, il generale Genesio Ninchi chiese d i essere dispensato dalla carica di presid ente dell'Associazione. Le dimi ssioni vennero accolte con vivo rammarico e i soci, a dimostrazione della s tima e dell'affetto nei suoi confronti, lo nominarono all'unanimità Autiere Onorario dell'Associazion e. Nel giugno del1951 fu effettuato un raduno nazionale degli autieri in congedo al Santuario di San Cristoforo di Montemaggiore, vicino a Bologna. La proverbiale e generosa ospitalità bolognese lasciò nei radunisti un ricordo particolarmente gradito della manifes tazione. Nell'occasione venne svolta una gara di regolarità da Bologna a Montemaggiore e fu organizza ta una visita alla tomba di Guglielmo Marconi in Montecchio. Tuttavia, a quel tempo, il sodalizio raccoglieva soltanto autieri dell'Italia Settentrionale. Infatti in Toscana, nel Lazio e in tutta l'Italia centro-meridionale, gli autieri ex combattenti, dopo il conflitto, fecero capo agli Automobil Club locali, raccogliendosi attorno ai loro vecchi comandanti in congedo e manifestando incessantemente il loro desiderio di associarsi. Molto si prodi garono per il conseguimento del nobile fine l'ingegnere Ugo Bernieri e il dottor Paolo Angeloni, finché nel1949, in
285
CAPITOLO
286
7
Roma, nei locali di piazza Sallustio 29, messi a disposizione dallo stesso ingegner Bernieri, si costituì la nuova Associazione. In questa sede venne elabora to lo sta tuto e si tennero periodiche riunioni che portarono il12 maggio 1951 alla fondazione della "Associazione Autieri q'Italia", con atto pubblico nr. 8245 del notaio Mario Pulcini di Roma. S'impose ben presto, com'era facile prevedere, l' esigenza dell'unificazione delle associazioni di Roma e Milano in un unico sodalizio che raccogliesse gli autieri dell'intero territorio nazionale. Il gruppo di Bologna, presieduto dal commendator Francesco Majani, si adoperò molto per la fusione. Nel 1951 infatti, fu indetto a Bologna un incontro che creò le premesse per un'Assemblea Nazionale tenuta, sempre in tale città, il 7 febbraio 1952. In quella occasione i rappresentanti dei sodaliz i di tutte le città auspicarono, con deliberazione unanime, l'unificazione delle due associazioni e, nello stesso anno, fu costituito il nuovo organismo con la denominazione di «Associazio ne Nazionale Autieri d'Italia», con sede a Roma, prima in piazza Sallustio e subito dopo in via Damiata, 1. Ne fu nominato Presidente il generale Giuseppe Papi, fulgida figura di comandante e combattente, al quale sono legate molte tra le più g loriose pagine della Storia del Corpo. Quali s uoi collaboratori nel Consiglio Direttivo furono nominati autieri di tutti i gradi, ex combattenti che si erano particolarmente impegnati per la fondazione dell'Associazione unificata. Il 23 novembre 1952, in una g iornata diventata s ignificativa ne lla storia del soda lizio, nei nuovi locali di Roma avveniva la consegna della Bandiera dell' A.N.A.I. da parte della sezione di Milano a quella di Roma. Alla cerimonia intervennero il tenente generale Marziani, l'on . Piasenti, i presidenti delle associazioni nazionali d'Arma, il gen. Nasi, i pionieri dell'automobilismo militare ialiano: gen. Jacod (capo del Servizio Automobilistico dall'ottobre al novembre del 1954), gen. Cenciarini, in g. Bellussi, dott. De Cristina, ing. Lualdi, dott. Pulcini, dott. Angeloni, ing. Bernieri, tutti fra i più sole rti ed entusiasti sostenitori della nuova associazione. La Bandiera fu consegnata dal dott. Frigeri di Milano, con parole commosse, al presidente dell'Associazione gen.
Papi. Questi, consapevole della solennità del momento, dopo aver baciato il Vessillo, celebrò l'avvenimento con parole semplici ma vibrate, ribadendo l'elevato valore morale degli scopi istituzionali dell'Associazione e rinnovando, a nome di tutti, la promessa di trasmettere alle nuove generazioni il senso del dovere, lo spirito di sacrificio e la completa dedizione alla Patria. Seguirono le parole del gen. Marzian i, che ricordò gli e roismi compiuti dagli autieri fin dalla nascita del Corpo; dell'o n. Pia senti e, infine, del decano dei presidenti delle associazioni nazionali, gen. C.A. De Pigner il quale, con parole commosse, esaltò la memoria dello scomparso gen. Pugnani, uno dei principali artefici dell'affermarsi dell'automobilismo militare in Italia. La breve cerimonia segnò uno dei momenti fondam e ntali della vita dell' Associazione Nazionale Autieri d'Italia, c he vide consolidati prestigio e valore morale. Il fervore organizzativo di quelli che possiamo c:hiamare con cognizione di ca usa i soci fondatori portò l'Associazione ad un rapid o sv iluppo: iniziò a crescere costantemente il numero degli iscritti e delle sezioni e furono promossi numerosi raduni per commemorare g li autieri caduti per la Patria e per esaltare i valori spiritua li e morali che sempre avevano contrassegnato l'azione degli autieri. Il sodalizio acquistò personalità giuridica con Decreto del Presidente della Repubblica nr. 1363, datato 20 dicembre 1954, registrato dalla Corte dei Conti il 1Ofebbraio 1955 e pubblica t o sulla Gazzetta Ufficiale nr. 40 del18 febbraio dello s tesso anno. Lo s tesso Decreto approvava lo statuto organico dell'Associazione. In esso e rano s tati fissati i fini istituzionali del sodalizio che erano, e sono, quelli della realizzazione di una sempre magg iore coesione spirituale fra gli autieri in congedo ed in servizio, nel culto della Patria e delle tradizioni militari automobilistiche. Lo statuto prevedeva i segu e nti organi: - Assemblea Nazionale dei soci; -Consiglio Direttivo Nazionale; -Comitato di Presidenza; - Collegio Nazionale dei Probiviri; -Collegio Nazionale dei Revisori dci Conti; - Sezioni. Esso stabiliva, fra l'altro, che l' Assemblea Nazionale dovesse riunirsi nor-
malmente ogni tre anni per eleggere il Cons iglio Direttivo, com posto da q uind ici me mb ri fra i q ua li tre v ice p res identi, il segretario nazionale e il tesoriere. Particola re merito d el sodali zio, a l di là dci raduni e d elle manifestaz ioni (tra i quali s piccano, in questo periodo, i raduni nazio na li orga ni zza ti ncl1 954 a Firenze, nel 1956 ad Asiago, in occas ione del 40° anniversa rio d ella Battag lia d egli Altipia ni, nel 1959 a Rimini), fu quello d i aver promosso l' ini zia tiva per la rea lizzazione in Torino del Monu mento a ll'A utiere po rtato a termine ne l maggio d el 1965. Con esso g li a utieri hanno voluto celebrare le tradizioni, le ca ratteris tiche e le g lo rie d e l Corpo, a ffid andole ad un'opera artisti-
ta, con il fa tti vo sostegno d el Capo d el Ser vizio Automobilis tico, la presenza A.N.A.I. di autieri in a rmi che, nell'occasione, prendevano coscien za d ell'a ttiv ità del soda lizio impa ra ndo ad apprezzarne i fini is titu zio nali. Ne derivava, per i soldati, uno stimo lo a lla lo ro iscrizio ne all' A.N. A.l. una volta conged ati. Nel 1966, con un raduno impo nente p er numero d i partecipanti e solennità, venne commemora to ad Asiago il 50° a nni versa rio della Ba ttaglia degli Altipia ni. Nel 1967 le sez ioni A.N.A. I. raggiunsero il raggua rdevole numero d i 87 con 13.000 soci ci rca. Nel1 969, mentre l'Associazio ne era in continua espa ns io ne, s i s p egneva, dopo lunga ma lattia, il presid ente na-
Monumento all'Autiere, di Udine (foto V. Capodarca).
ca mente valida che p o tesse essere di esempio e di insegnamento a nche per il futuro. Intanto il costante e appassionato interessamento di tutti i dirigenti dell' A.N.A .I., sia a livello centrale che periferico, fa voriva un'intensa opera di proselitismo, cos icché il numero d egli iscritti a ndava aumentando a nno per anno. La vita associativa diveniva più intensa e l' organizzazio ne d el sodalizio s i rinnovava in aderen za al mutare dei tempi. I dibattiti su ogni problema di interesse colle ttivo d egli autieri s i s usseguivano approfonditi e producenti. Alle manifestazioni e ai raduni che si organizzavano era richiesta ed accorda-
zionale, gen. G iuseppe Papi. Scompariva con lui una d elle figure più ra ppresentative d ella s toria del sodalizio . Al s uo pos to, fu eletto presidente il generale Manlio Timeus, ufficiale d el Corpo che s i e ra particolarmente distinto sul fronte orientale durante il secondo conflitto mondiale e che aveva comandato le Scuole della Moto rizzazione negli anni 1963-64. Nel p eriodo d e lla s ua preside nza venne sempre più intensificata la propaga nda associa tiva ed il numero dei soci e d elle sezioni fu in continua ascesa; nel 1975: 130 sezioni e 22.500 soci. Frattanto, nel dibattito delle idee si faceva s trad à prepotentemente l'esigenza di una rielaborazione d ello s ta-
287
CAPITOLO
7
Sfilata in occasione del raduno del 17 aprile 1994 ad Abano Terme (foto ANAI).
288
tuto: tutte le sezioni collaborarono alla sua compilazione con proposte ponderate e valide; la sua approvazione, nella stesura definitiva, fu sanzionata con Decreto Presidenziale del 15 marzo 1971, registrato alla Corte dei Conti il6 maggio dello stesso anno (atti di governo, registro n. 241, foglio n. 210). p nuovo statuto, oggi in corso di aggiornamento, si compone di 26 articoli che, mantenendo sempre alla base criteri di custodia e di esaltazione delle tradizioni militari degli autieri in fra terna unità di intenti, stabiliscono più moderne direttive per il raggiungimento degli scopi istituzionali. I soci dell'Associazione sono divisi in onorari, benemeriti, sostenitori, ordinari, collettivi. I soci benemeriti e quelli onorari sono nominati dal Consiglio Direttivo Nazionale. È istituita la categoria nazionale degli Amici degli Autieri, alla quale possono essere ammessi, su delibera del consiglio di sezione, elementi s impatizzanti che abbiano i requisiti richiesti per i soci ordinari. È prevista dallo statuto la figura del Delega to Regionale. Questi, eletto dai Presidenti delle Sezioni di ciascuna regione, fa parte di diritto del Consiglio Nazionale. In tal modo il nuovo Con-
sigl io Direttivo è composto da 11 cons iglieri di nomina assembleare e di tanti delegati regionali per quante sono le regioni rappresentate. Il nuovo statuto riafferma l'apoliticità dell'Associazione e la durata triennale delle cariche elettive. Anche in questo periodo, l'attività dell'Associazione s i è estrinsecata in manifestazioni e raduni atti ad esaltare i più alti valori morali e spirituali. L'occasione del primo incontro fra gli associati d'Italia dopo l'entrata in vigore del nuovo statuto fu data dal raduno nazionale di Montecatini nel1971. Nel1973, in occasione di una imponente manifestazione svoltasi a Trieste, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica e alla presenza del Ministro della Difesa, con la partecipazione dell'intero equipaggio di un cacciatorpediniere della Marina Militare Italiana, venne organizzato un pellegrinaggio memorabile al Sacrario di Redipuglia . ll23 settembre 1976 il Presidente Nazionale, g€n. Manlio Timeus, nonostante le affettuose, insistenti, numerose richieste di recedere dalla decisione, rassegnò le dimissioni per motivi di carattere personale. Il Consiglio Direttivo in segno di profonda stima e gratitudine per la pro-
ficua opera svol ta, lo nominò «socio onora rio», conferendogli anche una Medaglia d'Oro di benemerenza. Suo su ccessore nella carica di Presidente fu nominato il colonnello Giuseppe Murer, che proseguì sulla s trada tracciata, per il raggiungimento da parte dell'Associazione di sempre maggiori fortune. Dal24 novembre 1990 a tutt'oggi, la carica è ricoperta dal Tenente Generale Giuseppe Casa, a ttivo promotore di ogni iniziativa tesa a cem entare lo spirito di Corpo degli Autieri, sulla scia dei su oi illustri predecessori. A tutti i raduni che annualmente venivano organizzati parteciparono sempre, insieme a varie a u torità politiche e militari, il Capo del Servizio Automobilistico, la Bandiera di Guerra e reparti in armi di autieri, conferendo alle m anifestazioni solennità e prestigio. Il raduno svoltosi a Rimini nei giorni 8 e 9 settembre 1979 fu particolarmente imponente e riuscito. Vi parteciparon o tutte le 138 sezioni A.N.A.I. esistenti con 6500 radunisti. La sfila ta conclusiva della manifestazione fu numerosa e solenne: ebbe lu ogo sul lungomare della città tra l'entusiasmo e gli applausi di un folto pubblico di cittadini e si prolungò per circa due ore. In tre. scaglioni sfil arono con i radu-
nis ti la Bandiera di Guerra del Corpo e quelle dei battaglioni logistici d ella Bri- A.N.A.I. gata «Friuli» e del V Autogruppo «Pusteria », il gonfalone della città di Rimini, il m edagliere A.N.A.I. e centoventi Bandiere delle Sezioni, insieme a nove di associazioni d'Arma e comba ttentis tiche, automezzi d' epoca ed ancora bandiere tricolori e s triscioni nero-azzurri. Non minore entusiasmo suscitarono, per citare alcune d ate, il XIII Raduno svoltosi a Viareggio 1'1 e 2 ma ggio 1982, il XIV a Sa lsom aggiore il1 8 e19 maggio 1985, il XV di Chianciano Terme dell'8 e 9 ottobre 1988. Una splendida g iornata di sole ravvivò il raduno del 2 e 3 maggio 1992 a Cervia-Milano Marittima, con sfilata di au tomezzi militari d'epoca lungo le vie cittadine, che coinvolse e ca tturò l'entusiasmo dell'intera popolazione della cittadina romagnola. Non altrettanto fortunato dal punto di vista meteorologico, anzi perseguitato da una pioggia ininterrotta per i tre giorni della sua durata, fu il raduno tenutosi il15-16-17 aprile 1994 ad Abano Terme; il che non impedì ugualmente la partecipazione massiccia di ogni sezione d'Italia. Nella sfilata di automezzi Cartolina relativa ad un si inserì un particolare toccante, che su- raduno recente dell'A. N. A. l. scitò la commozione dei presenti: a bor(foto ANAI).
1921-1992
gli Autieri alla guida del tuo avtte.n.ire'
289
CAPITOLO
290
7
Raduno nazionale A.N.A.I. ad Abano Terme, i/17 aprile 1994. Il più anziano autiere presente, il99enne Cavaliere di Vittorio Veneto Luigi Adelmo Lodovici, sfila compiaciuto a bordo di un Fiat 18/BL, lo stesso automezzo da lui condotto nel corso della Prima Guerra Mondiale (foto V. Capodarca).
do dell'autocarro d'epoca Fiat 18 BL, sfilò un autiere anch'esso «d'epoca»: il tolentinate Luigi Adelmo Lodovici, 99 anni (vds vol. I cap. quarto), il più vecchio autiere ancora sulla breccia, il quale nel corso della Prima Guerra Mondiale si era trovato a guidare lo stesso tipo di automezzo, effettuando con esso .la ritirata di Caporetto e i trasporti sul Grappa che avrebbero contribuito alla vittoria italiana; un sodalizio uomo/mezzo che veniva ricomposto a quasi ottanta anni d i distanza dal suo scioglimento. A queste manifestazioni di carattere nazionale si debbono peraltro aggi ungere le altre, numeros issime, organizza te ogni anno dalle sezioni: raduni regionali, inaugurazioni di monumenti e lapidi, visite fra le varie sezioni, pellegrinaggi in luoghi sacri alla memoria dei caduti, manifestazioni promosse in occasione di particolari circostanze per mantenere vivo lo spirito di corpo e cementare l'unità tra i soci. In occasione di grandi calamità nazionali, il sodalizio è stato sempre presente nelle opere di soccorso per alleviare le sofferenze dei soci coinvolti,
tramite la generosità dei suoi componenti. Così, in occasione dei terremoti delle Marche, del Friuli e dell'Irpinia, alle famiglie degli autieri colpiti furono portati, dagli iscritti, aiuti concreti e cospicui. Non è mancata la fattiva presenza di esponenti dell'Associazione a tavole rotonde, convegni, conferenze, fra cui la più importante è quella annuale di Stresa, per portare il proprio contributo alla soluzione di problemi gravitanti intorno al mondo dell'automobile e della motorizzazione. Grande interesse è stato dato negli anni dal periodico «L'Autiere», organo dell'Associazione Nazionale Autieri d'Italia, che riporta puntualmente i resoconti delle manifestazioni e dell'attività multiforme delle varie sezioni. Il sodalizio continua, ai nostri giorni, ad operare con passione, appoggiando e perseguendo con fermezza ed in com pleta unità spirituale quelle iniziative patriottiche ritenute valide per il raggiungimento degli ideali indicati nello statuto, nel rispetto democratico delle opinioni di ciascuno, lungo quella strada dell'onore e della tradizione
tracciata dagli autieri che fecero olocausto della propria vita in piena e convinta dedizione alla Patria.
L'Inno agli A utieri Qui di seguito riportiamo il testo dell'Inno all'Autiere, affinché lo possano conoscere quanti hanno avuto il privilegio di fregiarsi delle mostrine nerazzurre. Come riferisce l'attuale Presidente dell' A.N.A.I., Generale G. Casa, in «Storia degli Autieri», edito a Roma nel1992, esso era stato cantato da tante classi di autieri, ma i nomi del compositore e dell'autore delle parole erano rimasti sempre ignoti. Successivamente erano apparse altre due versioni di due diversi inni, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale si tornò a cantare «Corri, vola, va lontano», del quale continuavano a restare ignoti gli autori, tanto che sul disco dell'inno è scritto «autore ignoto». Nel corso di una riunione della Sezione di Trieste un socio, ex ufficiale di complemento, rivelò, tra la sorpresa generale, che l'inno era stato composto da
suo padre, il violinista Cesare Barison, e ne mostrò i testihprobatori originali. Da essi risu1tava c e l'autore de 11 e parole era Attilio Schiavoni e che l'inno era stato dedicato, dai suoi autori, al generale Angelo Pugnani.
A.N.A./.
Inno all'Autiere
Corri, vola, va lontano, taccia o infurii la battaglia dallo Stelvio alla Sernaglia dall'Isonzo all'Altopiano corri, vola, va lontano! Il tuo cuore è nel motore per la gloria tricolore cor ri, vola, corri va! Sia che il ciel cupo imperversi sia che il sole t'arroventi non han tregua i tuoi cimenti notte oscura e giorni tersi sia che il ciel cupo imperversi. Il tuo cuore è nel motore per la gloria tricolore corri, vola, corri va! Mentre fiocca la mitraglia per le strade polverose senza sosta e senza pose vai con abile schermaglia mentre fiocca la mitraglia! Il tuo cuore è nel motore per la gloria tricolore corri, vola, corri va! Quella invece che, con rammarico, qui non può essere riportata è una «Pregh iera dell'autiere». Non si può perché non esiste. Sono stati effettuati diversi tenta tivi e avanzate diverse proposte; nella realtà, a tutt'oggi non esiste una preghiera «ufficiale». Eppure forse a nessun combattente, come l'autiere, può essere confacente una frase, un'invocazione che metta l'uomo in contatto con l'Eterno. Sono i momenti di maggior solitudine e di totale raccoglimento con se stessi quelli che offrono all'uomo l' occasione di stabilire questo contatto. E non v'è dubbio che di questi momenti, in ogni epoca e latitudine, sia stata ricca la vita dei soldati al volante. Forse se questa preghiera, semplice e immediata, fosse esistita, essa avrebbe reso meno angosciosa la strada dell'autiere nel corso delle guerre, sulle pietraie degli altipiani, sui ghiacci delle steppe, sulle sabbie dei deserti africani. Può fornire, la pubblicazione di questo volume, lo sp unto perché i~ qualcuno sgorghino le parole adatte? E, questa nostra, essa stessa una preghiera.
291
CAPITOLO
8 IL SANTO PATRONO on Breve Apostolico del 4 novembre 1954, S.S. Pio XII proclamò San Cristoforo quale celeste patrono del Servizio Automobilistico. Ma perché sarebbe stato scelto proprio San Cristoforo? La risposta può essere dedotta dalla figura del Santo quale ci è stata tramandata da lla leggenda e dalla tradizione cristiana: un gigante buono che in virtù della sua forza fisica e spirituale supera ogni ostacolo per trasportare, là dove è necessario, sano e salvo, chi a lui si affida . Evidente la simbologia: la potenza fisica del Santo sta a simboleggiare quella degli automezzi dei quali l'autiere si serve per compiere il proprio lavoro; il sacrificio e lo sforzo sostenuti dal gigante per trasportare oltre il fiume il Bambino Gesù stanno a significare lo stesso spirito di sacrificio e la volontà tenace che deve contraddistinguere l'a~tiere per portare a compimento il suo incarico, per raggiungere la destinazione fissata, per servire coloro che affidano alle sue capacità e resistenza la loro sopravvivenza. Le testimonianze recenti del culto degli autieri per il Santo sono rappresentate dalla chiesetta di Montemaggiore a lui dedicata: presso essa, quasi ogni anno, si recano, devoti, soldati di reparti automobilistici di stanza in Emilia. Altra testimonianza è la piccola chiesa eretta in suo onore in Somalia nel 1936 dagli autieri italiani che, lontani dalla Patria, nel chiuso del famoso «Ottavo chilometro» (vedi vol. I, cap. VI), vollero così esprimere la loro fede in San Cristoforo. La sorte di questa chiesa, e del qua-
C
292
dro di San Cristoforo, ci viene rivelata da un dattiloscritto incorniciato, patrimonio del Museo Storico, dal titolo «Immagine di San Cristoforo - Note di storia, leggenda e fantasia» nei ricordi del capitano Michele Ricci, che riportiamo integralmente: «L'immagine, ora esposta sull'altare della cappella del Museo, proviene dalla chiesa di San Cristoforo edificata al Campo Bottego in Mogadiscio, ove rimase esposta per circa venti anni. Tale immagine, venerata dai militari italiani ed in particolare dagli autieri di ogni grado che, in numero piuttosto elevato, prestavano servizio presso gli enti ed i reparti dislocati in quel campo, secondo voci locali (maestranze italiane già in quei luoghi durante la campagna di Abissinia ed in servizio successivamente presso il Corpo di Sicurezza fino agli anni '50) veniva attribuita ad un autiere autodidatta in servizio presso uno dei reparti d islocati presso il campo Bottego negli anni 19351936 che successivamente, rientrato in Italia, sempre secondo le stesse voci, si sarebbe affermato come artista a livello nazionale. Nel 1956, con lo scioglimento del Corpo di Sicurezza e con il conseguente rimpatrio di tutto il personale dell'Esercito italiano, fu decisa la sconsacrazione della chiesa del Campo Bottego il cui edificio era destinato ad altro uso. I n quell'epoca, unico ufficiale del Corpo Automobilistico presente in Somalia era il capitano Michele Ricci che, a l termine della cerimonia di sconsacrazione propose al Vicario della So-
IL SANTO PATRONO
Chiesa dedicata a San Cristoforo a Montemaggiore (foto V. Capodarca).
malia- arcivescovo Filippini- di inviare l'immagine di San Cristoforo in Italia per custodirla degnamente presso il Museo Storico della Motorizzazione Militare, in quanto l'ufficiale era convinto che tale provvedimento avrebbe assunto un valore morale e spirituale perché avrebbe consentito agli autieri di ogni grado - già in Somalia - di rivedere l'immagine sacra alla quale sicuramente erano state rimesse ansie e timori èd indirizzate preghiere, soprattutto nelle fasi più cruente della Campagna ltalo-etiopica· e della 2a Guerra Mondiale. La richiesta non fu subito accolta, fu tuttavia egualmente esaudi ta e l'immagine, indirizzata al gen. Papi, fu trasportata in Italia dalla società di Navigazione Lloyd Triestino che per l'alto significato dell'avvenimento esonerò l'ufficiale dal pagamento di qualsiasi onere. Infine, anche se non storicamente provato, merita ugualmente di essere ricordato un episodio di eccezionale rilevanza. Correvano voci fra le maestranze in servizio presso il Corpo di Sicurezza, in parte già autieri all'epoca della campagna d'Abissinia e della 23 Guerra Mondiale, che la cornice dell'immagine quale ora si presenta fu realizzata con un tronco d'albero di essenza nobile miracolosamente finito dopo giorni di mare grosso sulla spiaggia di Campo Bottego. La miracolosità dell'evento consiste soprattutto nel fatto che, ove non ci fosse stato il reperimento di quel tronco, la chiesa avrebbe dovuto essere inaugurata con un'immagine sacra collocata
sull'altare priva di cornice, in quanto non era s tato possibile reperire localmente del legno di buona qua lità. In ogni caso, indipendentemente dalla certezza del fatto è significativo il fatto che questo ricordo ha sempre sostenuto ed acuito i sentimenti degli au tieri che presenziavano alle periodiche funzioni celebrate nella chiesa di San Cristoforo nel Campo Bottego di Mogadiscio». Le più antiche testimonianze del culto del Santo si possono far risalire ad una iscrizione del452, scoperta ad Haidar-Pacha, in Nicomedia (Asia Minore), nella quale è citata una basilica a lui dedicata in Bitinia. Una seconda testimonianza la si rinviene in uno scritto di San Gregorio Magno, che fa cenno ad un monastero in onore di ques to martire, in Sicilia. Si tratta in effetti di uno dei santi di cui maggiormente era sentito il culto nel Medio Evo quando, sia in Oriente che in Occidente, vennero in suo nome costruiti monasteri e chiese. Pellegrinaggi venivano effettuati particolarmente in Dalmazia, in Austria e in Spagna. Poiché la viabilità dello stesso periodo presentava non pochi tratti di difficile transitabilità, sorsero numerose istituzioni e congregazioni che si proponevano di aiutare, in suo nome, i pellegrini a superare le maggiori asperità della strada e le difficoltà naturali di vario genere. Questo profondo culto alimentò la nascita e la diffusione di varie leggende, diverse tra loro a seconda delluoro di provenienza delle stesse.
293
CAPITOLO
294
8
Le prime leggende riferiscono di San Lasciato anche quest'ultimo, CriCristoforo come di un guerriero vigo- stoforo si pose alla ricerca di Gesù, senroso, con una testa simile a quella di un za riuscire ad incontrarlo, finché un cane che, prima della conversione al crigiorno, rivoltosi ad un eremita, questi stianesimo, si chiamava Reprobo ed aplo consigliò: parteneva ad una tribù antropofaga. «Mettiti sulla sponda del fiume ed Entrato nell'esercito imperiale, il fuaiuta i viandanti ad attraversarlo. Veturo martire abbracciò la nuova relidrai che sarà Cristo stesso, prima o poi, gione e gli venne imposto il nome di a farsi vivo.» Così Cristoforo fece. Cristoforo. In una notte tempestosa fu svegliaLa sua fede in Cristo lo portò ad to da un fanciullo che voleva passare esercitare assidua opera di proselitismo il guado. Cristoforo lo prese sulle spal·tra i suoi commilitoni. Denunciato per le ed entrò nell'acqua. Man mano che questo, venne condotto davanti ai giu- avanzava, il bambino diveniva semdici che gli fecero infliggere svariate pre più pesante, mentre la traversata torture. si faceva sempre più difficile e gravoSecondo il «Martirologio Geronisa. miano», Cristoforo avrebbe subito il Il gigante buono cominciò a farsi martirio nel 250, durante la persecu prendere dallo sconforto, man mano zione di Decio. che l'acqua saliva su su, verso il petto, Narra la leggenda che due donne, poi verso la gola, con il carico che, inNiceta e Aquilina, incaricate di corspiegabilmente, si faceva sempre più romperlo mentre era in carcere, furono pesante, fino a che egli si rivolse al baminvece da lui convertite e che il re Dabino esprimendogli la sua meraviglia e gno, sovrano della Licia, accecato duil suo timore di non farcela: rante il supplizio da una freccia sca«Sai che pesi come un mondo?» gliata maldes tramente e che avrebbe «Non aver paura, e procedi sicuro; dovuto invece colpire il martire, guarì tu porti colui che ha creato il mondo!» allorché i suoi occhi furono bagnati col fu la risposta del bambino, che ;;t Itri non sangue di Cristoforo ucciso per decaera che lo stesso Gesù. pitazione. Il miracolo, che il Santo aveQuasi quelle parole gli avessero conva predetto, portò alla conversione delferito nuove energie, Cristoforo giunse lo stesso re il quale, pentito delle per- a riva e qui depose il suo immane farsecuzioni da lui ordinate, ema nò un dello. Gli occhi della mente gli s i aprieditto a favore dei Cristiani. rono all'improvviso ed egli, avendo Jacopo da Varagine, autore nel tre- compreso chi fosse il suo passeggero, dicesimo secolo della «Leggenda Au- gli si gettò in ginocchio davanti, in adorea», diffuse in occidente una diversa razione. agiografia del Santo. Cris toforo s i era aiutato, nella traSecondo questo testo, Cristoforo era versata, con un bastone e questo, ultiun gigante che voleva servire il signomato il traghetto, acquistò una mirare più potente. Egli s i pose allora al sercolosa fioritura. Dopo questo episodio, vizio di un re ma un giorno, casuall'uomo si dedicò alla predicazione del mente, egli seppe che lo s tesso sovrano cristianesimo in terra di Licia dove, podoveva render conto del s uo operato co tempo dopo, s ubì il martirio. all'imperatore. Recenti ipotesi affermano che la legLasciato il primo, egli rimase per genda narrata da Jacopo nascesse dalqualche tempo al servizio del secondo, la semplice interpretazione del nome finché un giorno vide il volto del su o del martire, Cristoforo, la cui etimolosignore rabbuiato da una forte inquiegia greca significa, appunto, «portatotudine. Chiesta ne la ragione, quegli ri- . re di Cristo»; altri invece sostengono velò che all'origine della sua angoscia che il motivo leggendario sia stato tratc'era la paura del Demonio. to dalla iconografia già esistente ai tem«Esiste allora qualcuno più potente pi di Jacopo, rappresentante Cristofodell'imperatore!» dedusse Cristoforo ro con Gesù su lle spalle. che, !asciatolo, si pose al servizio di Satana. Trascorse altro tempo quando un Iconografia giorno, passando davanti ad una s trana immagine raffigurante un uomo Le raffigurazioni di San Cristoforo morto in croce, egli si avvide che il s uo variano sensibilmente a seconda delle nuovo padrone si ritra eva tremante di epoche e dei luoghi di rappresentaziopaura. ne. Egli appare a volte barbuto, a volte
imberbe, a volte con la testa di cane, ma le sue proporzioni sono sempre quelle di un gigante: vestito da guerriero nelle raffigurazioni orientali, con il Cristo s ulle spalle nelle rappresentazioni occidentali. Nell'iconografia più antica l'atteggiamento del santo è solenne, ieratico. A partire dal quattordicesimo secolo la s ua rappresentazione è più realistica, tendente ad evidenziare la fatica del traghettatore. L'immagine più antica del Santo, in · Occidente, si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria Antigua, in un affresco del decimo secolo. Di poco posteriori sono alcuni dipinti che si trovano nella chiesa di San Vincenzo a Calliano, in provincia di Como. Del dodicesimo secolo sono invece una miniatura conservata nel Museo di Stoccarda che ci dà la versione, molto rara in Occidente, del Santo rappresentato con la testa di cane ed un affresco della cattedrale di Bonn che rappresenta Cristoforo mentre regge sulle spalle Gesù. L'immagine gigantesca del Santo è rappresentata anche all'interno del Duomo di Modena ed in una vetrata della chiesa di San Martino a Strasburgo: si tratta di opera del tredicesimo secolo. Dello stesso periodo è il colossale rilievo con la sua immagine, di stile bizantino, posto sul lato di San Marco verso la piazza dei Leonci~i, a Venezia. Una statua argentea del Santo, di pregevole fattura, del quattordicesimo secolo, è conservata nel Museo Apostolico di Basilea, mentre una notevole variante alla raffigurazione del soggetto ci offre un dipinto di Stefano Veneziano, conservato nel Museo «Correr» di Venezia. Di notevole pregio artistico è la statua di legno raffigurante Cristoforo che si trova al Louvre, opera attribuita al Martini . Tra le più importanti rappresentazioni artistiche del Santo, si devono considerare anche il dipinto sull'arco esterno della Cappella di Santa Caterina nella chiesa di San Clemente, a Roma, eseguito dal Masolino nel1425, e il ciclo di affreschi eseguito da artisti vari, fra cui il Mantegna, intorno al1450, nella chiesa degli Eremitani a Padova. Suggestivo il quadro di Dirk Bouts, che si può ammirare nella pinacoteca di Milano, dove il traghettatore è rappresentato mentre guada il fiume che scorre impetuoso, tra rocce acuminate, in un desolato, allucinante paesag-
gio. Il dipinto è del quindicesimo secolo. Del secolo successivo sono il quadro di Cesare Sesto conservato nel Castello Sforzesco di Milano e un disegno del Du-: rer del British Museum, nei quali il Santo è rappresentato secondo tradizione. Aspetto meno gigantesco e più umano ha Cristoforo negli affreschi della cappella del Palazzo Ducale di Venezia, del Tiziano, nei dipinti del Pinturicchio (Galleria Borghese - Roma) e di Piero Novelli (Museo Comunale di Catania), opere del quindicesimo secolo. Altri dipinti del Santo, raffigurato secondo tradizione, sempre d ello stesso periodo, possono essere ammirati: in Val Sesia (pittore Melchiorre de lienrichiis); a Bassano, sulla facciata della loggia comunale (Jacopo da Ponte); a Rorai Grande, presso Udine, sulla facciata della chiesa di San Lorenzo. Né si può tralasciare, in questa breve rassegna sulla iconografia di San Cri-
IL SANTO PATRONO
Effigie raffigurante San Cristoforo (foto ANAI).
295
CAPITOLO
8
Formella con bassorilievo raffigurante San Cristoforo, conservata presso il Museo Storico (foto Museo Storico).
stoforo, l'opera del pittore di questo secolo Jacques Martin-Ferrier che, nella chiesa di San Cristoforo nel quartiere delle fabbriche automobilistiche di Javel a Parigi, narra tutta la leggenda del Santo fino a l s uo martirio, conci usosi con la decapitazione. Merita infine di essere ricordato un dipinto ancora poco conosciuto, anche perché d i rea lizzazione molto recente, ma certamente molto suggestivo. Esso decora il lato destro, a fianco dell'altare, della cappella della caserma «Mario Ceccaroni», di Rivoli Torinese, sede del Battaglione Logistico «Taurinense», opera di Christian Pankoff, un alpino che qualche an no fa prestò servizio d i leva nello stesso Battaglione. Esso raffigura il Santo nell'atto di aiutare due alpini, che si tengono per mano, ad usci r fuori dai gorghi di un fiume.
Breve Apostolico La vita, la leggenda, l'iconografia e il culto di San Cristoforo ha nno dato
296
agli autieri le motivazioni per eleggere il Santo a loro protettore. Nel breve di S.S. Pio XII, appresso
riportato, tali motivazioni, innalzate a testimonianza imperitura e solenne, trovano perfetta collocazione in una sintesi storica e mistica difficilmente eguag lia bili. A TESTIMONIANZA SOLENNE E IMPERITURA Dove maggiori e al tempo stesso più inattesi sono i pericoli della vita, i vi più intensamente le anime dei fedeli invocano l'aiu to superiore, poiché da Dio proviene quanto a noi necessario, come l'apostolo Paolo afferma. Non ci sorprenda dunque se gli automobilisti del nostro tempo benché abbiano a disposizione veicoli moderni e di eleva to livello tecnico, affidano la · propria vita alla protezione divina di quei Sçtnti la cui esistenza risulti in qualche modo legata alla loro particolare attività. Tra questi Santi è annoverato Cristoforo, catecumeno di Cristo prima e dopo il martirio. Uomo dotato di non comune possanza, per a more a Dio e agli u o mini, era soli to aiutare a trag hettare oltre l'impetuoso fium e della Licia i viaggiatori e i pellegrini. Tutto questo senza ricompensa alcuna e mettendo a repentaglio la propria vita; inoltre, secondo le testimonianze degli an-
tichi, in una notte di tempesta, per eccezionale privilegio di Dio, portò s ulle s palle al di là del fi ume lo stesso Gesù Bambino. Per non dimenticare un simi le evento, fu battezzato col nome di Cristoforo, e con questo stesso nome, una volta martirizzato, e ra venerato molto devotamente in Oriente e poi, attraverso i secoli, in Europa. Anche nell'antichissima basilica di San Clemente in Roma si trova un affresco, dipinto con maestria, raffigurante San Cristoforo, a testimonianza d el sentimento d i devozione che c'è verso di Lui. I soldati italiani dei reparti meccani zza ti, fin dalla fondazione del loro Corpo, si rivolsero a lui con g rand e fiducia, e si mostrarono capaci, nei suoi confronti, di ragguardevoli esempi di d evozione. Infatti gli stessi soldati dei reparti meccanizzati di sta nza a Bologna, si recavano ogni anno alla cittadina di Monte Maggiore, dove s i trova una piccola chiesa parrocchiale ded icata al divino Cristoforo, per venerare .l'immagine del Santo, raffigurata in un affresco del secolo XIV. Nelle lontane terre d'Africa, in Somalia, i soldati italiani degli stessi reparti eressero nel 1936 una chiesuola in onore di Sa n Cristoforo. Con tali precedenti, affinché non venisse meno il sentimento di d evozione dei soldati verso questo Santo e senza fa r trascorrere troppo tempo, il Venerabile Fratello Enrico Pintonello, arcivescovo teodosio-politano in Arcadia, Ordinario Militare d'Italia, facendosi interprete degli unanimi e intensi desideri del Comandante dell'Esercito, del Comandante del Corpo della Motorizzazione, degli ufficiali, d ei sottufficia li, nonché dei soldati tutti dei reparti meccanizzati, Ci pregò vivamente di voler confermare, con la Nostra autorità, San Cristoforo Patrono Spirituale del già ricordato Corpo dei soldati italiani, con una proclamazione solenne. Noi, d'altra parte, volentieri acconsentimmo a tali richieste, per stimolare sempre di più, con la fede in Dio e nei suoi Santi, i soldati stessi ad una superiore devozione. Perciò, dietro consiglio della Sacra Congregazione del Culto, in forza della presente e per sempre, con ferma consapevolezza e Nostra meditata riflessione nonché l' unanime consenso dell'autorità apostolica, noi o rdiniamo ufficialmente San Cristoforo Martire Patrono Spirituale, dinanzi a Dio, del Servizio della Motorizzazione e del Servizio Automobilistico d ell'Esercito Italiano, con tutte le
onoranze particolari e precetti liturg ici conseguenti che competono secondo IL SANTO il rito ai Patroni di ord in i. Non osta ndo nulla in contrario, deliberiamo e sta- PATRONO biliamo tale decisione, decretando che il presente atto sia e permanga sempre saldamente efficace nel tempo. Se qualcosa di diverso ris petto a quanto qui stabilito sia posto in essere da chiunque e da qua lsivoglia autorità, ciò sia considerato ora e per il futuro senza alcun effetto. Redatto in Castel Gandolfo, sotto la Quadro di San Cristoforo benedizione di Pietro. Addl, 4 novembre 1954 Anno XVI del Pontificato Su mandato s traordinario di Sua Santità S.S. Pio Xli
nella cappella della caserma «M. Ceccaroni» di Rivoli Torinese, sede del Battaglione Logistico "Taurinense" (foto R. Maggi).
297
CAPITOlO
9 IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PROSPETTIVE FUTURE gli inizi d egli anni ottanta, per la dro d i efficace fu n zionalità ges tionale prima volta nella s toria d ell' Ee di ottimizza to imp iego d elle limita te sercito Italiano, un sig nifica tivo risorse finan ziarie. impulso fu conferito alla fun zione loIl Corpo Automobilis tico, di fa tto, gis tica. divenne il principale veicolo d el nuoInfatti, con la sempre più ampia uti- vo modo d i concepire le attività log ilizzazione d ell'informatica ed a seguistiche. Esso, con il contributo di persoto d ella rapida evoluzione tecnologica nale d elle Armi, fu prepos to al settore d ei Trasporti e d ei Materiali d el quale d egli armamenti, il tradiz ionale assetto organizzativo fu soggetto a pro fonfuro no pro mosse e rea li zza te la mod a revisione. d ernizzazio ne d egli impianti d i lavoFu ritenuto, quindi, necessa rio inrazione, la semplificazione d elle protrodurre nuove tecniche di traspo rto, ced u re, la riq ualificazione e l'am pliaprocedimenti g es tionali unifi ca ti ed mento d elle sp ecia lizzazioni d el p erinformatizzati nonché adottare attività sonale tecnico, l' integra zione fun z iodi mantenimento improntate sopratnale tra le varie branche di competentutto alla prevenzione d elle avarie. za. Nella mod erna accezione, nei SerTale radica le ristrutturazio ne prese vizi Trasporti e Ma teriali rientra d unil nome d i «logistica mod ello '80». Essa fu principalmente imposta da ll' inqu e la parte d ella logis tica ch e più din ova tiva cos tituz ion e d el setto re d ei rettamente s i confronta co n le esigenTrasp orti e d ei Materiali in cui confluize di m antenimento d ell' operati v ità rono le tradizionali branche d ei mated ei reparti. Esigenze d a soddisfare con riali d el Genio, d elle Trasmissio ni, d elil dinamis m o d eg li inte r venti in un contesto ambientale caratterizza to dalla Motorizzazio ne, d elle armi, d elle artigli erie, d elle munizioni e d ei trasporla mutevolezza d e i procedimenti s ia ti . tecnolog ici s ia ges tional i e dalla neSiffa tta riorganizzazione fun ziona- cessità di garantire un sosteg no logile d ell'area tecnico-log is tica d ella For- . s tico ad erente anche nelle condiz io ni za Arma ta trovava fond amento teoridi estrema fl u idità d elle situazioni op eco ne l principio dell' unitarie tà d elle rative. Negli anni novanta, il mutato assetrego le ges tion a li e n ella n ecess ità di sostenere i sistemi d 'arma di ava nzato operativo consegu ente alla cad uta del blocco o rienta le, l'ancor più accenta tecno logia senz a framm entazioni procedurali e senza soluzioni di contuata sofis ticazione tecnolog ica d egli tinuità. armamenti, la drastica riduzione d ei fiIl contesto organizzativo che ne d e- nanziamenti, inducevano lo Stato Magrivò, p ertanto, fu il risultato d elle s udgiore d ell' Esercito ad avviare un' ulted ette trasformazioni che, senza dubbio, riore ris truttu raz ione d ello s trumento molto influirono nel porre in primo p ialog is tico, proced end o a drastiche trano la logistica d ei materiali in un qua- sform azion i d egli assetti territoriali e
A
298
di ca mpagna ed a lla revisione d ei criteri funzionali. Si p erviene quindi ad attuare: - la riduzione da quattro a tre anelli d ella catena funziona le logis tica; - la differenziazione delle attività di mantenimento e di rifornimento secondo diversificate linee di gestione in ragione del li vello d i complessità tecnologica dei mezzi e dei s is temi d'a rma; - l'inversione del flusso dei rifo rnimenti dall'indietro all'avanti; - la contrazione del numero d egli organi logistici. Ne con segue una radicale tra s formazione del dis positivo logistico, prevedendo: - al primo anello, paritetiche attribu zioni tra le unità operative del livello reggimenta le, nonché la compagnia genio e trasmissioni p er i materiali peculiari, e le formazioni logistiche quali i battaglioni e i reggimenti logis tici, provvedendo questi ultimi ad effettuare lavorazioni di maggiore specia lizzazione tecnica ed a presiedere alla ges tione della r icambistica delle Grandi Unità; -a l secondo anello, la cui responsabilità logistica è attribuita alla Regione Militare, organi logistici profondamente innovativi quali: · • i Centri Rifornimento e Mantenim ento (CERIMANT) con l'accorpam ento funzionale dei compiti di mantenimento e rifornimento delle Officine Riparazioni Esercito (ORE) e d ei Reparti Rifornimenti, nelle sedi d i Milano, Padova, Bologna, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari, con tend e nza ad assumere competenze areali, nel territorio d ella g iurisdizione regionale, s pecializzate per sistema d'arma e di sostegno diretto mediante interventi a domicilio; • le Sezioni Rifornimento e Mantenimento (SERIMANT), nelle sedi diTorino, Treviso, Firenze, Bari e Messina, con funzioni integrate riferite al mantenimento dei veicoli ruota ti e delle armi leggere ed al rifornimento della rela ti va ricambistica; • i Reggimenti logistici di Regione Militare (RELORE), in Torino, Treviso, Roma, Napoli destinati allo svolg imento di attività di trasporto specializzato nel contesto d ell'inversione del flu sso dei rifornimenti, dall'indietro al-
l'avanti, ricorrendo a vettori multifunzionali quali gli autoscarrabili e all'enu cleazione d ei Reparti Logistici di Contingen za (RELOCO); • i Reggimenti genio ed i Reggimenti trasmissioni con attribuzioni logis tiche di mantenimento e di rifornimento per i materiali ed i m ezzi peculiari d ell a branca specifica; - al ter zo anell o, gli organi logistici esecu tivi centrali di Forza Armata, il Centro Rifornimenti Motorizzazione (CERIMOT) di Lenta per il rifornimento dei rica mbi e complessivi della motorizzazione dei veicoli da combattimento e dei s is temi d'arma, il Magazzino Central e Ricambi Au tomobilis tici (MACRA) in Piacenza con fim zioni analoghe per i veicoli ruotati tattici, il Deposito Centrale Materiali Sp eciali di Montorio Veronese, il De p osi to Centrale Materiali Artiglieria e Difesa NBC in Grosseto, il Laboratorio Pontieri in Piacenza, i Depositi Carbolubrificanti di Grande Capacità di Giavera del Montello e di Monopoli, pos ti all e dirette dipenden ze d el Comando d ei Ser vizi Trasporti e Materiali dell'Esercito. Rispetto al tradizionale contes to organizzativo, significative innovazioni riguardarono la realizzazione di:
IL CORPO AUTOMOBILISTICO NELLE PROSPETTIVE FUTURE
- Poli Logistici, incentrati s ui CERIMANT, con capacità di mantenim ento e di rifornimento di materiali afferenti ad una definita famiglia di mezzi o sistemi d'arma; -la confluenza nell'area di Forza Armata degli Stabilimenti di 3° anello quale lo Stabilimento della Motorizzazione (STAMOTO) di previs ta conflu enza nel CERIMANT di Bologna com e Polo Logistico della Blindo armata «Ce n tauro»; - i Centri parchi materiali, quali il Centro materiali di Artiglieria in Casarsa p er la gestione di sistemi d'arma e quello per i veicoli da combattimento, inserito nell'ambito del 2° Centrò Rifornimenti Motorizzazione di Lenta. L'attuazione dell'assetto organizzativo precedentemente sintetizzato ha implicato necessariamente l'adozione di provvedimenti tecnico-gestionali integrativi al fine di non disperdere le potenzialità di risorse umane e tecnologiche fino ad allora disponibili e che è stato opportuno valorizzare convenientemente. Tale azione, promossa dal Comando d ei Servizi Trasporti e Materiali dell'Esercito, ha riguardato:
299
CAPITOLO
9
- l'esaltazione del primario ruolo dei Comandi dei Servizi Trasporti e Materiali di Regione Militare nelle fu nzioni di indirizzo e di controllo; -la preminenza delle attività di manutenzione da esplicarsi nell'ambito delle unità operative per garantire il mantenimento delle condizioni di massima affidabilità dei mezzi e dei sistemi d'arma; -la continu ità d el flusso informativo tra gli organi direttivi ai vari livelli della catena funzionale logistica, per l'adozione di coord inati provvedimenti ai fini dell'ottima le funzionamento degli organi logistici esecutivi; - l'elevazione d el grado di specializzazione del personale tecnico dei battaglioni e dei reggimenti logistici nonché dei CERIMANT ed in particolar modo dell' elettromeccanico-torrettista in senso elettronico e del meccanico delle artiglierie nella comp onen te ottica d ei sistemi di puntamento. L'approfondimento delle problematiche fun zionali suscitate dal riordinamento dell'organizzazione logistica deg li anni novanta ha contribuito a: - comprendere in un sistema di controllo unitario le attività logistiche di competenza relative a ciascuna giurisdizione territoriale; -responsabilizzare maggiormente i Comandanti di Reparto nell'azione di stimolo e di controllo sulla regolarità di svolgimen to degli interventi preventivi; - salvaguardare la massima efficacia delle unità operative non gravandole
300
con onerosi compiti di riparazione; - contrarre costi e tempi di riparazione, incrementando le possibilità di intervento dei tecnici di Forza Armata; -ottimizzare i rifornimenti. Nella rinnova ta organizzazione log is tica, i Servizi Trasporti e Materiali hanno con tinua to a man tenere la responsabilità sulla quasi totalità dei materiali d'armamento, s ia pure in un contesto maggiormente articolato risp etto a quanto previs to dal precedente mod ello organizzativo e sempre più complesso dal punto di vista tecnologico. Secondo tali linee evolutive, i Servizi Trasporti e Materiali si sono orientati verso la concretizzazione di un sostegno logistico assicurato da un unico apparato, esperto e collaudato. In tal senso, nell'ambito del nuovo assetto logistico dell'Esercito, tale esigenza è s tata pienamente s oddis fatta dal Corpo Automobilistico che, asse portante d ei Servizi Trasporti e Materiali, ha mantenuto del tutto integro il proprio rilevante ruolo in virtù d ella sistematica unitarietà che contraddistingue il complesso delle attività logis tiche·esplicate, in termini di qualità e quantità. L'evoluzione d el Corpo Automobilistico in Corpo dei Servizi Trasporti e Materiali consentirà di far fronte all'esigenza di realizza re una gestione unita ria del settore logistico di competenza, impiegando tutto il personale attualmente disponibile e qualificato, in funzione della sua fo rmazione e cu ltura di base, p eraltro confortata ed affinata dalle esperienze professionali conseguite con la pratica quotidiana.
GLI AUTOMEZZI DELL'ESERCITO ITALIANO DAL 7946 AL 7995 Continuiamo nella nostra carrellata esposit iva dei veicoli che han no accompagnato la vita e l'opera dei reparti automobilistici nell'arco d ella storia, con la premessa doverosa che essa non vuoi arrogarsi caratteristiche di completezza e che rinvia, per una informazio ne più esauriente e dettagliata, ad altre specifiche pubblicazion i. Le macerie che, alla fine d ella guerra,sommergeva no il territorio naz ionale, investivano in senso allegorico anche la produzione d ell'au tomobil ismo militare. Il primo sintomo di ripresa produttiva d ell'industria italiana nel ca mpo degli autoveicoli militari si ebbe in fatti solta nto verso la fin e del 1950, q uando lo Sta to Maggiore dell' Esercito si trovò nella necessità di sostituire l'ormai vecchio autocarro leggero SPA CL con un mezzo di nuova concezione a quattro ruote motrici . Per questa fornitu ra venne interessata la Fiat, la quale p rogettò e presentò l'autocarro leggero tipo CL 51, che venne prodotto presso g li stabilimenti OM. Analogo veicolo venne commissionato alla società Lancia, che mise in prod uz ione un suo CL/51 dal qua le ven ne derivato un trattore leggero (TL/51), a tto al traino delle a rtiglierie da montagna. A confronto, le prestazioni d e i due veicoli sim ilari , Fiat e Lancia. Carico utile Cilind rata Potenza Velocità Consumo x 100 km Pendenza superab.
Fiat Lancia kg 1800 1800 cc 2545 2535 54 58 hp kmh 73 74 lt 25 25 60% 60%
Le ottime prestazioni d'impiego fornite d all'autocarro leggero OM indussero lo Stato Maggiore Esercito a interessare l'industria per la fornitura di un altro automezzo leggero con portata utile di 1,5 tonnellate. Anche questa ordinazione venne passata alla Fia t la quale, nel 1952, consegnava all'Ispettorato Generale d ella Motorizzazione d el Ministero della Difesa un autocarro leggero, anch'esso prodotto dalla OM, d enominato CL/52. Il veicolo venne quasi subito omologato e distribuito alle unità dell'Esercito, accanto al ti-
APPENDICE
po CL/51. Questi i suoi dati caratteristici: Peso totale Cilindrata Potenza Portata utile Peso rimorch. Velocità Consumo x 100 km Pendenza s uperab.
kg cc hp kg kg kmh lt
3750 2545 56 1000 2000 85 25 60%
Poteva tras po rtare 10 uomin i, sistemati lungo le fiancate su due sedili imbottiti in gomma piuma, con spalliere ribal tabili. Del veicolo venne costruita anche una versione «aviolanciabile», in dotazione alla Brigata Paracadutisti . Nel1951, l'i ndustria naziona le venne interpellata dallo Stato Maggiore per la progettazione e la realizzazione di una vettura da ricognizione. In questo settore la Fiat aveva g ià in produzione un tipo di veicolo a quattro ruote motrici, destinato a s pecifici impieghi civili, in s pecia l modo nel campo dell'ag ricoltura. Messo in commercio nella primavera di q uell'anno, con la denomina zione «Ca mpagnola», il veicolo aveva subito incontrato favore in campo civile per le sue caratteristiche di impiego. Gli ottimi ris ultati della «Campagnola» indussero il Ministero della Difesa a prendere in considerazione questo automezzo, che aveva dimostrato di possedere prestazioni molto simili a quelle richieste dallo Stato Maggiore per una vettura da ricognizione. Venne chiesto pertanto alla Fiat di realizzare un prototipo, derivato dalla «Campagnola», apportando le necessarie modifiche atte a rendere il mezzo idoneo allo specifico impiego in ambito Esercito. Con questi intendimenti, la Fiat realizzò una vettura solida e funzionale, che venne denominata AR/51. Sottoposta a molteplici prove da parte dell'Is pettora to Generale della Motorizzazione, l'automezzo fu omologato per l' impiego presso i reparti militari. Altro veicolo da ricognizione venne prodotto d alla società Alfa Romeo; anche questa autovettura fu omologata ed approvvigionata per le esigenze d elle unità dell'esercito. L'Alfa Romeo 51
301
APPENDICE
(4x4) era caratterizzata da ottime prestazioni nel movimento fuori s trada cui però non corrispondeva un buon «comfort» nella marcia su strada; consentiva il trasporto di 330 kg, oltre ai due uomini di equipaggio. A confronto i dati cara tteristici dei due veicoli, Fiat e Alfa Romeo: Fiat Cilindrata Potenza Velocità Consumo x 100 km Pendenza superab.
302
cc 1901 hp 53 kmh 100 lt 16 60%
Alfa Romeo 1884 65 105 18 60%
Nell955 la Fia t apportava migliorie al veicolo e, con la sigla AR/55, effettuò la seconda forn itu ra all'Esercito Italiano. Infine, nell959, con l' emanazione delle specifiche NATO, la società realizzava la vettura standard da ricognizione de lla classe l l 4 t. (4x4) Fiat AR/59, che sarebbe rimasta a lungo in distribuzio ne presso le Forze Ar mate italiane, fin o a che venne soppiantata dall' AR /76. N el ca mpo degli automezzi medi, già nell946-47l' Esercito commissionò alla società Bianchi un veicolo con motore a ciclo Diesel denominato «Civis» (4x2), con una portata di 4,1 tonnellate. Intorno al1950 vennero commissionati alla Fiat autocarri del tipo CM/50 con motore Diesel e a trazio ne totale; alla Bianchi venne invece commissionato il CM/51, dotato di m otore Diesel (che s i sarebbe rivelato rumorosissimo) della potenza di 80 CV. Furono queste le prime forni ture che l' indus tria nazionale realizzò per l' Esercito Italiano dopo il second o conflitto mondiale. Be n presto, tuttavia, si evidenziarono esigenze di nuovi tipi di automezzi militari. Con l'ingresso dell'Italia nel contesto delle na zioni aderenti al Patto Atlantico, il Ministero della Difesa dovette cercare di adeguare (almeno nei veicoli d i nuova progettazione) il parco automobilistico dell'Esercito alle s pecifi che NATO, tendenti all'attuazione in seno all'Alleanza, di u na standardizzazione dei materiali. Dette s pecifiche prevedevano l' ad ozione di veicoli che andavano dalla classe 1 l 4 t. a quella 10 t. Questi nuovi automezzi dovevano essere azionati da motori a combustione interna a ciclo Otto, anziché da m otori a ciclo Diesel. In base a queste specifiche, il Mini-
s tero della Difesa interessò l'industria nazionale affinché progettasse e realizzasse una serie di automezzi moderni che si inserissero nella gamma delle varie classi NATO. Per la «classe NATO» l l 4 tonn. - 4x4, come già accennato, la Fiat costruì la vettura da ricognizione tipo AR/59. Per la classe 4 tonn.- 4x4, la società torinese fornì all'Esercito Italiano l'autocarro da trasporto tipo 6601 (CM/ 52) che presentava i seguenti dati caratteris tici: Cilindrata Peso totale Carico u tile Peso rimorch. Velocità Pendenza superab.
cc kg kg kg kmh
6650 9355 4000 6500 60 32%
Fin dalla consegna della prima fornitura all'Esercito, avvenuta nel 1952, il CM/52 incontrò i pieni consensi d ello Stato Maggiore per le sue brillanti caratteristiche e il su o ottimo comportamento nell'impiego, tanto che a tutt' oggi, ad oltre 40 anni di distanza dalla sua introduzione, esso è ancora in dotazione presso qualche reparto dell' Esercito, magari con compiti di scuola guida, dopo aver superato tutti i primati di longevità detenuti in precedenza, ex aequo, dal Fiat 18 BL e dal Lancia 3 RO. Sempre per la classe 4 t., la società Bianchi approntò per le Forze Armate un proprio tipo di autocarro a trazione totale, il CM /54, che però era ben lungi dal poter competere con il s imilare veico lo prodotto dalla Fiat. In un prosieguo di tempo, la Fiat iniziò lo s tudio di un autocarro pesante per il tras porto di materia le da ponte d ella «Classe NATO 10 tonn.- 6x6», destinato ad integrare e a sostituire l'autoca rro alleato M1 39 di proveni e nza MDAP. Nell956 iniziarono le consegne alle Forze Armate ita liane d el tipo 6600 (CP /56) prodotto dalla OM, società del gruppo Fiat. Questo automezzo, a 6 ruote motrici, presentava le seguenti caratteris tiche: Cilindrata Potenza Porta ta utile Velocità Autonomia Guado s uperabile Pendenza superab.
cc 10676 hp 220 kg 9000 kmh 85 km 410 m 2 54%
Dopo va rie esperienze, il CP /56 fu subito omologato a fa r parte dei veico-
~utocarro
Bianchi «Civis» de/ 1946. Avrebbe dovuto essere, dal nome, il corrispondente civile del precedente «Mi/es». E un autocarro medio a iniezione di 4849 cc.
Fiat 1100 BLR Autoambulanza, de/1948. Venne elaborata dalla Fiat "11 00 nella versione «camioncino ...
a.. di tipo civile, e venne costruita anche
303
Fiat " TM 48 4x4" del1958. È rimasto a lungo in seNizio presso i reparti di artiglieria. Dotato di motore di oltre 10.000 cc, poteva trasportare 8 uomini più un carico di 1200 kg e trainare 5000 kg. ·
Alfa Romeo «AR 51 4x4" del1949. Era anche detta «Alfa Matta". Ricalcava lo schema della jeep americana. Aveva un motore di 1884 cc, 4 ruote motrici e riduttore. La vettura non entrò mai tuttavia nella fase commerciale, nonostante le brillanti prestazioni, a causa dei costi eccessivi.
304
Autocarro Bianchi Audax del1949. Era stato ideato per il trasporto su via ordinaria, ma i soddisfacenti risultati raggiunti fecero orientare l'industria verso la produzione di veicoli militari senza compromettere quella dei trasporti civili.
Fiat 1100 E" del1949. Per prima adottò il cambio al volante e la seconda marcia sincronizzata.
305
.. ._, ..
· ~ :J ~
Autocarro «Alfa Romeo 430» del1949. Autocarro medio di 5816 cc, costruito per esigenze non solo militari. Ebbe discreto successo per la sua notevole potenza e la sua maneggevolezza.
Autocarro medio «CM 50» del1950. Motore a 6 cilindri di 6032 cc. Ebbe largo impiego negli anni cinquanta e sessanta, sia nella versione militare che civile.
306
Fiat " TP/50 66» del1950. Trattore pesante di artiglieria con motore di 10.170 cc. Poteva trainare tino a 14.000 chili e portare 11 persone equipaggiate.
Fiat •Belvedere 500• {la nota • Giardiniera•). È una evoluzione della Topolino. Velocità di 90 kmlh.
307
Gilera «Saturno", del1951 . Aveva un motore di 500 cc, ed ebbe grande successo, anche all'estero, per la sua robustezza e la sua praticità.
Autocarro «Bianchi CM 51 "• del1951. Motore diesel, a iniezione diretta di 5320 cc.
308
Fiat «AR 51 4x4• del 1951. Si tratta di un mezzo riuscitissimo e adottato da tutte le Forze Armate. È rimasto in esercizio per molti anni. Aveva un motore di 1901 cc e una potenza di 58 cv.
«OM Leoncino", del 1951. Montava un motore di 4166 cc. Nella versione civile fu probabilmente l'autocarro più venduto negli anni cinquanta e sessanta; ebbe largo impiego anche nelle Forze Armate.
309
Bianchi «CL 51" del1952. Non ebbe grande fortuna, per il suo motore di appena 1810 cc e, per conseguenza, poco potente.
«OM CL 52 3/4 ton. 4x4». Ispirato dall'americano Dodge 3/4, aveva un motore di 2545 cc, poteva portare 1000 kg e 2 uomini di equipaggio.
310
Trattore cingolato Fiat «Mont 51 "• de/1953. Venne realizzato appositamente per usi militari. Aveva il compito di trainare pezzi di artiglieria leggera su strade di montagna.
Guzzi •l igolo•, del1954. Con i suoi 98 cc, fu uno dei primi tentativi di piccola motocicletta.
311
Bianchi «CM 54 4x4» del1954. Derivava dalla versione civile, ma si rivelò migliore di quella, tanto che successivamente la Bianchi produsse una versione civile derivata da quella militare modificata. Aveva motore diesel da 5320 cc.
Guzzi «Falcone 500" del1956. Derivava dall'Alce. Si tratta di una motocicletta che ebbe notevole diffusione, anche presso i corpi di Polizia e dei Vigili Urbani. Raggiungeva i 120 km/h.
312
Trattrice «Meroni Eron D 18», del1956. Derivava da quello agricolo. La piccola cilindrata {1350 cc), il ridotto ingombro e la facilità di guida ne fecero un mezzo molto versatile.
Guzzi «Cardellino» del1956. È il capostipite dei moderni motorini. Aveva un motore di 73 cc.
313
Guzzi ÂŤAirone 250" del1957. Era abbastanza lenta ma molto affidabile.
Guzzi ÂŤMototriciclo 3x3 Veicolo da Montagna" del1958. Aveva motore di 754 cc e poteva montare cingoli posteriori che lo rendevano particolarmente adatto fuori strada e su sentieri di montagna.
314
Fiat ÂŤ600 T AutofurgoneÂť. Derivava dalla Seicento. Esisteva anche un modello "promiscuo" ed una "multipla" con 6 posti.
Bianchi ÂŤMT 61" del 1962. Particolarmente adatta su tutti i terreni, grazie all'altezza del motore e dei parafanghi, ed al fatto che dinamo e spinterogeno fossero immergibili. Aveva un motore di 318 cc.
315
Autocarro Medio ACM 52 Fiat 639 N2. Il principe assoluto degli autocarri italiani, quello che a tuWoggi detiene il primato di longevità: Entrato in esercizio sul finire degli anni cinquanta, vanta diversi esemplari ancora sulla breccia. E stato il «banco di prova" per quasi tutto il personale ufficiali e sottufficiali che oggi compongono l'Esercito. Cilindrata: 6650 cc; velocità di 58,5 km/h. Fiat ARI/59. Un'altra «pietra miliare• dell'automobilismo militare, rimasta in esercizio fino agli inizi degli anni ottanta. Alcuni esemplari, dotati di apposita piattaforma, montavano un cannone da 106 s.r. Fortemente appetita, se ne trovano ancora svariati esemplari in circolazione in servizio civile, acquistati in gare di alienazione. Aveva una cilindrata di 1901 cc e raggiungeva una velocità di 110 kmlh.
316
ACP 70 Fiat 6602 CM. Autocarro pesante subentrato in alternativa all'antieconomico ACP/62. Ăˆ dotato di un motore di 9819 cc a iniezione, ha una portata di 5000 kg e raggiunge una velocitĂ di 74 km/h.
Lancia CW5. Dotato di un motore diesel di 5184 cc, ha sostituito gli ormai esausti OM CL 51 e Lancia CL 51. Raggiunge una velocitĂ di 80 km/h.
317
Fiat ARfi6. Entrata in dotazione presso tutti i reparti dell'Esercito sul finire degli anni settanta in sostituzione de//'AR/59, si è rivelata più confortevole e maneggevole di quella, ma più soggetta a guasti. Ha una cilindrata di 1995 cc e raggiunge i 115 kmlh.
ACM 80 Fiat 6613 G. Autocarro medio che ha assunto le funzioni del CM 52, del quale è molto più maneggevole e veloce. Ha una cilindrata di 5499 cc (5861 nella versione '90, e raggiunge una velocità di 93 kmlh.
318
ACP/80 Fiat 260 PM 35. Ottimo per grandi trasporti su lunghe distanze grazie alla sua portata di 10.000 kg. Ha una cilindrata di 17.174 cc e raggiunge i 96 kmlh. Da esso derivano le versioni portacontainer, autogru M 120 e autocisterna 190/F.
Veicolo Multiruolo Fiat VM/90. Come dice il nome stesso, un veicolo dotato di enorme eclellicitĂ , potendo svolgere funzioni di ARe di ACL. Ha un motore di 2499 cc. Ne esistono diverse versioni (VM 90/A, VM 90/A 1 furgonato e torpedo). Ha fornito eccellenti prestazioni nelle recenti missioni internazionali.
319
Astra BM 20MT. Autocarro pesante in dotazione soprattutto ai reparti del genio. Ha una cilindrata di t3.798 cc. La versione «media" prende la sigla di Astra BM 201 MT ed ha una cilindrata di 8101 cc. Entrambi si sono rivelati molto funzionali · nella recente missione "Pellicano".
Blindo Armata «Centauro». Il più recente prodotto nazionale in fatto di autoblindo, in dotazione ai reparti di Cavalleria. Ha una cilindrata di 12.880 cc e raggiunge i 105 km!h.
320
li in dotazione ai reparti del Genio Pontieri. Le bri llanti prestazioni deli'OM 6600 indussero lo Stato Maggiore a completare la serie di autocarri unificati ATO per cui fu richiesto alla Fiat di reali zza re un altro autocarro pesante che rispondesse alla «Classe ato 6 tonn.4x-l». Dopo vari studi cd esperienze, la società torinese consegnava ne11962 un automezzo da trasporto cui venne assegna ta la sigla Fia t 6602 (CP l 62). Questa la sua carta di identità:
Cilindrata Potenza Portata utile Peso rim orch. Velocità Pendenza supcrab. Consumo x l 00 km Autonomia Guado
cc hp kg kg kmh lt km m
7977 165 5000 10000 68 60 % 50 500 0,65
Anche questo autocarro, alle prove di verifica, diede ottime caratteristiche di impiego, tanto da essere subito omologato e prodotto in s erie per l'Esercito. Le sue presta7ioni a medio termine tuttavia delusero ampiamente le aspettative dei reparti che lo im piegarono: l'eccessivo consumo (dì benzina super, peraltrq) e la frequenza dei guasti cu i andava soggetto fecero sì che g li utili zza to ri tendessero sempre più a mostrar ritrosia verso il suo impiego. Dal Fiat CP /62 venne derivata una versione con cassone allungato, a 6 ruote motri ci, per le es igenze dei reparti missili contraerei e per il tras porto del materiale da ponte tipo Krupp-Man. Altro pro bl ema da risolvere era la sostituzione dei vecchi trattori TM / 40 e TP /50 con veicoli dì m ode rna proge ttaz ion e e aderenti alle s pec ifiche ATO. ll Trattore Fiat TM/69- classe ato 6 to nn. - superata brillantemente la lunga fase della sperìme ntazione, venne o m o loga to e approvvigio na to p er le esigenze dei reparti di artiglieria a traino meccanico. Con caratteristiche s imili a quelle d el CP / 62 e allo scopo di eliminare gli inconvenienti sopra accennati e di ridurre i costi di esercizio, la Fìat approntò, per il tras porto pesante, un nuovo ACP, stavolta con m otore diesel, della potenza di 219 hp. TI nu ovo veicolo, con portata utile di 5 tonnellate, venne oinologato e approvvigionato come Fiat CP /70, che incontrò un indubbio n1aggior favore da parte delle unità utilizzatrici. Verso la fine degli a nni 60, l' Italia
aderì agli «Accordi UEO rig uardanti le ca ratteris tiche milita ri dci materi ali ter- APPENDICE restri (veicoli da trasporto a ru ote)». Tali accordi, avendo va lidità 1970- 1980, stabilivano le ca ratteristiche che av rebbero dovuto avere i veicoli ruota ti im piegati per le esigenze militari su lla base delle cons id erazion i o rig inate da: -l'esame della presu nta zo na operativa; -le modalità di impiego dello strum ento d isponib il e in ca mpo tattico e s trateg ico; - i notevoli progressi tecnologici c l' elevata potenzia li tà d elle i nd us tric europee; - un equilibrato co mpro messo tra fattore tecnico e fattore eco no mi co. ·
Il parco autome zz i attuale Gli anni Settanta segnaro no, nel campo dell'automobilismo militare, una d ecisa vira ta nella concezio ne stessa degli automezzi. Due i criteri di fondo che indiri zza ro no la scelta de i va ri modelli che costitu iscono l'attuale parco dell' Esercito. In primo luogo, com inciò ad essere privilegiata una maggiore velocità per ogni categoria di veicoli, dalle autovetture da ricognizione, agli automezzi leggeri, ai lTtedi, ai pesanti, agli autospeciali. La necessità di g iun ge re rapidam ente e tempes tivamente s ul lu ogo del bisogno è stata sempre se ntita co m e fattore determinante d i un s u ccesso mi li tare o di una qualsias i ope ra z ion e che abbia impeg nato la forza arma ta . Non che in passa to l' indu s tria na z ionale no n fo sse in g rado d i rea lizzare veicoli ca paci di pres ta zio ni s uperi ori in fatto di velocità, ma tutto, s in o agli anni Sessanta, aveva d ovuto esse re rapportato alla potenzialità della viabilità nazionale. Con il mi g lio ram ento di questa, sopra ttutto co n la costruzione di una rete autostrad ale che vede l' Italia ai primissimi posti in Europa p er quanto a ttiene la lun g hezza complessiva, venne ra vv isata l'o pportu nità di dis p orre di automezzi in condizioni di sfruttare al m eg lio queste incrementate possibilità. 1 on si può fare infatti a meno di ricordare l' interminabile teoria di autocolonne che percorsero longitud inalmente la Penisola dirette a porta re soccorsi ai terremotati del Friuli e d ell' lrpinia, autocolonne costituite s pesso dai robu sti, gloriosi ma lentissimi ACM/52, ca richi di braccia e di materiali preziosissimi,
321
APPENDICE
322
indispensabili, ma che procedeva no all'esasperante velocità di 50 km/h. Per gli automezzi della nuova genera z ione fece dunque premio una maggiore rapidità di s postamento alla quale, per ragioni di sicurezza, dovette corrispondere una maggiore manovrabilità e facilità di guida. Gli automezzi vennero p erciò dota ti di una serie sempre più complessa di congegni che ne consentissero l'impiego senza eccessiva fatica fisica per il conduttore. Da qu i sca turiva il secondo carattere distintivo dei veicoli: una sempre più marcata sofisticazione. Essi diventavano sempre più complicati e in grado di fornire prestazioni esaltanti, tanto che p er alcuni si dovette procedere al rilascio di apposite specializzazioni per il conduttore e il manovratore. Sparivano così dalla scena i fedeli compagni di avventura di tanti autieri, semplici, rustici, ma sempre affidabili, quelli che una volta partiti s i poteva esser certi che sarebbero giun ti - non si sa quando- a destinazione, anche con guas ti rabberciati a fo rza di s pago e fi l di ferro o con bal estre di legno. Dei nuovi m ezzi, quelli con i quali sono state vissu te e compiute le gesta finali di questo volume, ci limiterem.o a fornire un rapido e s intetico cenno. Per una espos izion e co mple ta e d e ttaglia ta di ogni singolo veicolo non ci a ppare q ues ta la sed e più appropriata; s i rima nd a, p er qu esto fine, ad altre apposite pubblicazioni edite d al Comando dei Servizi Trasporti e Materiali dell'Esercito. Per racconta rne la storia, ci sembra troppo presto, pote ndos i questa redigere solo allorché ogni tipo di veicolo avrà chiuso l' intera pa rabola della sua vita. L'esposizione che segu irà servirà a fornire una «carta d'identità» di alcu ni dei veicoli tattici di più comune impiego (saranno perciò escl us i d a lla trattazione i veicoli commercia li) ed una somm aria va lutazion e su co me, nelle diverse circostanze d'imp iego, essi abbiano corrisposto alle attese. Nel ca mpo d elle au tove tture d a ricog nizi on e, l' AR/59, ch e tan ti pregi aveva espresso eccetto quello d ell a confortevolezza, veni va g radualme nte m a rapidamente sostituita con la Fiat 1107 l A, m eg lio no ta co me AR/76. Là nuova vettura forniva una accettabile risposta alle as pe tta tive, s p ecie ne ll'impiego fuori strada . Rispetto alla sua progenitri ce m a nifestava tuttavia una ma ggiore vu lnerab ilità, a nda nd o soggetta co n più frequen za a gu ast i. Impiegata nelle missioni oltrema re (in spe-
cie Som ali a), essa, priva ta del telone, delle centine, d el vetro anteriore, ven ne dotata di un apposi to porta-MG m.onta to sul pianale del cassone attornia to da sacche tti d i sabbia a protezione del mitragliere. Nella s tessa circostanza, la gran quantità di polvere d elle pi ste portò ad un a bnorme consumo di fil tri dell'olio e dell'aria. Dife tto di base, tuttavia, universalmente rimproverato a questo veicolo, quello d i essere alimentato a b enz ina. Ques ti i dati cara tteristici dell' AR/76: Cilindrata Poten za Peso Velocità m ax Autonomia
cc cv kg km/h km
1995 80 1740 115 400
Il VM/90 nasceva invece per ricoprire il vuo to lasciato dal dis messo OM / CL52 o, se vogliamo, per sostituire l'ARe il CL ins iem e. Ques ta la carta d'identità del modello VM / 90.A.1 Torpedo: Ci li ndra ta · Potenza N umero posti Ca rburante Velocità max Autonomia
cc cv
2499 103 11
gasolio km / h 110 km 800
Ne esistono varie versioni, fra le quali la torpedo d ifferisce da quella normale per la presenza di un sedile dietro quelli anteriori del cond uttore e ca pomacchina, che ne fa un mezzo più id oneo a l trasporto di persone. A giudizio unanime di quanti hanno avu to mod o di sperimenta rl o nel corso delle va rie missioni, il VM / 90 è stato quello che più di ogni al tro ha sommato in sé gli aspetti positivi per quanto concerne prestazioni, maneggevolezza, pra ticità, affidabilità; viene consid erato il «veicolo ideale» per la squadra. Un difetto (a volerne trova re uno a tutti i costi) si è manifestato in fase di carica mento su lle navi a mezzo di reti solleva te da gru. Poiché il veicolo compre nde d elle parti di ca rrozzeria in vetroresina, ques te, compresse dalle reti, si rompevano. Venne perciò costruita una sorta di incastellatura - da un' id ea del te ne nte colonnello Alfonso Sportelli che venne denominata «bilancino», che tenesse divaricata la rete durante Io sforzo di solleva mento (v. missione «Ibis»). Nel corso della missione in Soma lia alcuni VM vennero rinforzati con panne lli balistici di protezione, cos truiti dalla 7" ORE di Firenze. Su alcuni esem-
plari, privati di vetri e telone al pari delle AR / 76, vennero montati dei supporti per mitrag liatrice. Il Lnncin CL/75, migliora to nella versione CL /90, mandava in pens ione l'OM /C L-51 e il Lanciél CL/51; ICI versione più recente è célratterizzélta da: Cilindratél Potenzél J umero posti Po rtatél Carburante Autonomia
cc cc kg km
5861 138,7 2+12 2000 gélsolio 500
Per la s ua ridotta portatél ha avuto scarso impiego in campo operativo; meg li o impiegélto per trélsporti urbani. Le funzioni del CM /52, intrarnontabile e ancor oggi sulla breccia presso qualche unità, vennero assunte dal CM/80, perfezionato poi nel CM/90, che prese nta le seg uenti ca rél tte ri stiche e prestélzioni: Cilindrata Potenza umero posti Portata Velocità max Carburante Autonomia
cc cv
5861 170 2+16 4000 kg km / h 87 gasolio km 500
Al primo impatto, nel mome nto del suo ingresso in esercizio, il veicolo, rispetto al suo predecessore, d e notò una minore s tabilità su v ia ord inaria, dovuta alla mancanza di ruote posteriori gen1 ellé'1ri. In ambien te operativo, specie nei percorsi fuori s trad a, ha invece fornito eccellenti prestazioni, non venendo neppure a soffrire della polvere delle piste africane. Il più sensibile salto di qualità veniva però compiuto nel settore dei veicoli pesanti nel quale l' ACP /80 veniva a sostitu ire l' ormai desueto anche se soddisfacente ACP /70. otevoli le differenze in caratteristiche e prestazioni che per il CP /80 sono: Cilindrata Numero posti Potenza Portata Velocità max Carburante Autonomia
17.174 2+18 CV 352 10.000 kg km / h 96 gasolio km 600
cc
Per il suo ingombro, ma soprattutto per il suo peso, l' ACP / 80 ha avuto scarso impiego fuori strada, venendo preferito per esso l' incarico di grandi tra-
sporti su lunghe distanze. Un vantaggio, ri spetto a tutti gli altri automezzi, è quello di poter essere caricato anche di fianco, avendo le s ponde laterali ribaltabili. Il CP /80 ha avuto diverse versioni di a u tospecia li fra le qua li giova citare l'Autoci sterna , con una capacità di 26.000 litri, che viene in pratica utilizza ta come una so rta di deposito di piccola capacità s u ruote. Il suo ingombro non le consente infatti di effettuare una distribu zione ca pillare presso i reparti in operazione; essa, tuttavia, portandosi nelle loro immediate.adiacenze, consente alle nutocisterne di minor dimensione di attingere da essa co n breve trng itto e ri spélrm io di tempo. · Altra itT'Ipo rta nte versione è quel la portacontainer (l' F / 190). Estremnmente funzionale, il suo principale difetto è ... la scarsa dis ponibilità di esemplari circolanti, emersa soprattutto nelle recenti missioni internazionali. In Somalia, quelli dis ponibili venivano prefe riti per il tréls porto dei containers frigoriferi, per la possibi li tà offerta dall'au tomezzo di all acciélre a ri a ed ene rg ia elettrìcél, cosa non félttibile con g li analoghi m ezzi dei civili somali. L' Astrn è disponibile nelle due versioni: il 201 (autoribaltabile medio), noto come «Astrino» e il BM/ 20 (autoribaltabile pesa nte). A confronto, caratteristiche e pres tazioni: Cilindrél tél Potenza Portata Velocità max Autonomia
APPENDICE
BM/201 BM/20 cc 8101 13.798 cv 166 241 kg 8550 13.670 77 km / h 67 km 600 800
Abitualmente vengono considerati mezzi del genio e vengono adibiti al trasporto di materiali da costruzione o inerti. In Albania sono stati impiegati per il traspo rto del grano sfuso e a tale scopo, p e r aumentarne la portata, ne sono state eleva te le sponde con pélnnelli di leg no. el campo dei mezzi di soccorso e recupero, dall' ACP / 70 derivò I' AG/70, mentre dall' ACP /80 nacque l'Autogru Fint M/120. I due mezzi a confronto: Cilindrata Potenza Velocità max Peso sollevélbile Autonomia
AG /70 M / 120 13.798 17.174 CV 219 352 79 94 km/h 9100 12.000 kg km 700 600
cc
323
APPENDICE
Le due autogru diede ro problemi in Somalia non per loro dife tto intrinseco, quanto per il fatto che vennero chia mate- per insu fficien za o mancanza degli appositi mezzi - a sollevare carichi (specie containers) per i quali non erano dimensionate. Sempre nel campo deg li autotnezzi s peciali, d e ri vazione anch'esso d a ll' AtP /80 è l' ATC/81 (co n la variante lievemente modificata d ell' ATC/81-A). Cara tteri stic he e pres ta z ioni:
sulle due autoblind o oggi in dota zio ne all'Esercito e largamente impiegate nelle più recenti miss io ni internazio na li. L'autoblindo 661-1 G ha le segue nti caratteristiche:
Cilindrata Potenza Portata Velocità max Autonon1ia
Può essere armata di una mitragliatrice 12,7 e da una MG. La 8/i//(fo Armntn «Ce11tnuro» ha invece le seguenti caratteristiche:
cc CV
kg km / h km
17.174 -!50 5000
64 600
Costruito pe r il tras po rto di m ezz i co razza ti, è in realtà in g rado di tras portare qualunque cosa, s pecialm e nte le macchine per movime nto terra d el genio, e con queste fun zio ni viene s pesso usa to. Conseguenza: come per la vers io ne p orta containers, anche di questo au tomezzo il numero d egli esemplari disponibili è sern p re insufficiente. Una rapida occhiata, infine, trascura ndo e rinviando ad altri s pecifici tes ti il disco rso s ui ca rri armati e VTC,
324
Cilindrata Potenza Velocità max Carbura nte Autonomia Equipaggio
Cilindrata Pote nza Equipaggio Velocità max Autonon1ia
cc cv km / h gasolio km
5180 145 100 700 4
cc cv
12.880 520 4 km / h 105 km 800
Armamento principale: cannone da 105 / 52. Armamento seco nd a rio: una MG / 42 /59, co ntraerea ed una, anc h'essa 42 /59 coassial e con la bocca di fuoco. L'armamen to è completato da 8 htbi lancianebb iogen i.
l nostro viaggio nel tempo, iniziato 97 anni fa, quando il primo veicolo veniva introdotto nell'Esercito, è giunto al termine. Il romanzo degli Autieri si è portato passo passo, una pagina dopo l'altra, fino ai giorni nostri, eppure, in fondo a quest'ultima pagina, nessuno potrà mai crivere la parola «Fine», ma solo un «continua »; el momento in cui stiamo vergando queste note cd anche l'ultimo volu me si accinge ad andare in stampa, in ogni angolo del nostro Paese ci sono gli eterni ragazzi dalle rnostrinc nerazzurre che sta nno costruendo un nuovo cap itolo: sono infa tti molte le questioni di ca rattere s ia naziona le che internazionale che vedono tuttora in ca mpo persona le del Co rpo (ope ra zio ne «Sa le nto», guerra in Bosn ia, ccc.). Ci si potrebbe al lora chiedere: qual è stata la pagina pitJ bella della nostra storia? E si potrebbe rispondere come quel grande campione di calcio cui venne chiesto quale ritenesse il suo gol più bello: ~· Quello che devo ancora segnare!». E proprio vero; la pagina più bella dobbiamo immaginarla oltre l'ultima di copertina di quest'ultimo volume, una pagina che dobbiamo vedere scritta con l'inchiostro verde della speranza sul fondo rosa dell'ottimismo; una pagina che tutti insieme dobbiamo impegnarci a scrivere. Tuttavia, pur con l'ani n'IO proteso verso il futuro, non dobbiamo e non poss iamo rinnega re il nostro passato. Co nfess iamo che, nel percorrere le decin e di migliaia d i chil ometri s u e giù per l'Italia alla ricerca d i testimo nia nze co n le quali red igere q u est'opera, i momenti di n1agg iore co mmoz ion e li abbia m o vissuti q uando, nelle brevi e occasiona li soste effettuate per consu mare un pa-
I
s to o sorbire un caffè, abbiamo vis to uomini dai capelli bianchi e il vol to solcato di rughe avvicinarsi al nostro g iovane co ndutto re e, puntando l' indice su l bavero della sua uniforme, dichiarare: «Quelle sono le m ie rnostri ne! » Una manciata di parole che rivelava no molto di più di quanto il loro sig nificato lettera le potesse indica re: la dolce malinconia di una g iovinezza ormai lontana, il ricordo dci momenti di dolore o di esa ltazione, il rimpi an to di tanti compa gni perduti ... Le qua s i mille pagine d i questi tre volumi registra no c custod iscono il nos tro pa ssa to, un passato che no n possia m o disconoscere, ma che a nz i d obbiamo am a re. No n compren dere n'IO ma i l'a ttegg iamento di co loro che, inca paci di ri piegarsi s u se s tessi a sfogli are l'a lbum della propria vita, sentenz iano: «Il passato è passato c non esiste più! Dobbiamo pensare so lo a l futuro!» Giusto: pens iamo a ll 'avvenire, ma eliminando quell'avverbio «solo » e ri flettiamo un is tante. Il futuro dobbiamo cost ruirlo, e non possiamo ama rlo, come non s i può amare una cosa che non ci appartiene proprio perché non esis te ancora e di cui neppure sap piaiTIO se e quanta pa rte ci sarà dato d i vivere. 1 eppure il presente è nostro, perché il presente non esiste: nel mornento s tesso in cui ci ferm iamo a pcnsa rlo è g ià volato v ia, tra sco rso. Una so la cosa perciò ci a ppartiene e nessuno potrà m ai portarccla via; solo quella ci è consentito amélfe, pur con gli errori che abbiamo comm esso e i dolori che av rà potuto d a rci; se la rinn eg hiant o, se la dimen tichia mo, perdiamo tutto di noi stessi: il nostro Passa to!
CONClUSIONe
325
BIBliOG~AfiA
P. AGNETTI- «Mogadiscio-Italia» - Edizioni Larus - Bergamo, 1995. A.N.A.l.- «Storia degli Autieri» - Roma, 1992. G. B. BIA CO e C. GRAZIA O- «Soldato blu. I giorni e le opere degli alpini italiani in Mozambico » - Edizjoni Martini- Borgo San Dalmazzo (CN), 1993. L'Autiere- umeri vari- Roma. F. MOLI ARI - «Bernardo Barbiellini Anidei. Il fascista del dissenso (18961940)» - Editrice Queriniana / T.E.P. - Piacenza, 1982. Messaggero Veneto. «Essere Friul i» 1986. Banca Popolare di Sondrio- Speciale Valtellina '87.
326
F.
ENCINI- «firenze, i giorni del diluvio» - Editrice Sansoni- Firenze, 1966. «Patria Indipendente» - Numeri variRoma. «Rivis ta Militare» - umeri vari - Roma. «Quadrante» - umeri vari- Roma. M. RESERSCHAK - Il grande VajontComune di Longarone -Venezia, 1983. R. STAI GLI l. «Operazione Somalia» - ED.A.I., 199-!. B. VESPA- «Italia-Libano, una storia di pace» - Edizioni Fotogramma - Roma, 1984. Stato Maggiore Esercito- «Operazione Airone»- Roma, 1992.
Infine, un sentito ringraziamento ai seguenti Ufficia li, pe r la co llaborazione fo rnita per la realizzazione dell'opera: • Gen. B. • Col. Au. t. SG • Col. Au. t. SG • Col. Au. t. SG • Col. Au. spe • Col. Au . spe • Col. Au. t. SG • Ten. Col. Au. t. SG • Ten. Col. Au. t. SG
Alessandro PAGA UCC I Luciano SEVERI I Giuliano CASL I Vincenzo DE LUCA Antonin o SCALISI Giuseppe PIMPI ELLI Romano DI MEGLIO licolino SA TO E Gi.useppe DE GAETA O
327
Finito di ,.,l.Hllpc1rl' nel mese di nm•cmbn• 1995 dalla Grafic,l Gior~ctti , ,r.I. Via di Ccn•,u,l, IO· Rom,l
-~