LUCIO INNECCO
OSSERVATORIO
Ulll7RIVInA fiii.ITARE
Prefazione
PREFAZIONE Sfogliando questa «raccolta», ho riletto con rinnovato piacere gli articoli che, negli ultimi quattro anni, il Generale Lucio lnnecco ha pubblicato nella rubrica «Osservatorio» della Rivista Militare, sotto lo pseudonimo - tratto da fonti di critica letteraria - di Aristarco Scannabue. E, già nella scelta dello pseudonimo, si può gustare in anticipo, quasi come primizia offerta al lettore, uno scampolo dello stile tutt'affatto particolare che contraddistingue l'autore, oltre allo spirito fresco, genuino, graffiante, insolito, colto e raffinato, che anima le sue osservazioni e le sue riflessioni, i suoi modi di dire, a volte inconsueti, sempre apodittici. In un primo momento, sarei stato tentato di" servirmi, a mo'di prefazione alla raccolta, esclusivamente del motto che Jean de Santeuil appose al busto di Arlecchino per esaltare, in termini definitivi, il significato della satira e della commedia: <<castigar ridendo mores». Perchè è proprio questa, forse, la migliore prospettiva o, se si vuole, la chiave di lettura più appropriata per penetrare L'animus dell'autore: il desiderio, cioè, di ricercare - mettendoli alla berlina - vizi, difetti, debolezze, pregiudizi, vecchi schemi mentali ed ogni altra fanna di atteggiamento che, nei fatti di questi ultimi anni, e in quelli di maggiore presa sull'opinione pubblica, si possono cogliere in gruppi, categorie, ambienti, all'interno ed all'esterno delle Istituzioni militari. E ciò - mi sembra superfluo affermarlo- con l'intento palese, anche se mai ostentato, di provocare, con La denuncia, il rifiuto di luoghi comuni, spesso privi di senso e, talvolta, la condanna di archetipi ormai da tutti rinnegati, eppure così duri a morire. Mi sono però trattenuto dall'essere - forse, molto più opportunamente - così sintetico, anche per lasciare al Lettore il piacere di un giudizio conclusivo, perchè è ancora fin troppo vivo in me, che ho caldeggiato e promosso Le prime «incursioni» dell'autore nei «sacri» approdi della Rivista Militare, il ricordo dello stupore con il quale taluni fedelissimi della nostra prestigiosa «palestra» di pensiero, accolsero l'inedito tentativo di rompere con una veneranda tradizione di rigorosa ufficialità. Ebbene, la «scapigliatura», per così dire, dell'autore, già da
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molti apprezzata in lettere ad alcuni Direttori di giornali, doveva servire proprio per staccarsi, in qualche modo, dal formalismo tradizionale, rendendo la Rivista Militare più aperta all'attualità e, quindi, più viva: capace, perciò, di confrontarsi efficacemen,te anche con i più spinosi temi di cronaca quotidiana, con tutto ciò che può derivarne in termini eli esposizione al fuoco incrociato della polemica, della ripicca e della contraddizione. In altre parole, l'amico lnneco offriva ai più giovani autori della Rivista Militare l'esempio - sia pure irripetibile - di un nuovo modo di proporsi al pubblico; ad un pubblico, che non fosse solo di militari o di sostenitori, ma anche - e soprattutto, direi - di denigratori, che venivano così fortemente sollecitati ad «uscire dal cespuglio» ed a scoprirsi accettando un dibattito aperto e senza riserve, ma sempre sereno e civile; pronto a tuffarsi liberamente nel mare aperto della realtà, libero di gustare la soddisfazione della stoccata inferta, esposto però anche al rischio della parata e della improvvisa e bruciante risposta. Con il passare del tempo, la personalità, lo stile, l'originalità, la raffinata ironia, il sorridente ed, a volte apparente distacco di lnnecco si sono imposti all'attenzione, all'approvazione e al plauso, non solo dei colleghi più o meno giovani, ma anche di moltissimi lettori esterni. E' giusto, quindi, che i suoi scritti siano proposti al giudizio di un pubblico più vasto. A questo scopo risponde la raccolta, che diviene anche un utile ed articolato strumento di critica dall'interno, grazie alle singolari doti di un osservatore capace di affrontare, con sottile ironia, gli aspetti più delicati e vivi dell'attuale, tumultuosa fase di cambiamento. E le indicazioni, i suggerimenti, di cui gli articoli abbondano, sono tanto più preziosi, perchè offerti senza supponenza e alterigia intellettuale, ma con grande generosità e rigore. Sono, infatti, i contributi di un osservatore tutt'altro che freddo e distaccato come sempre finiscono con l'essere i cinici, mossi da disprezzo e spirito di mal celata superiorità - quanto, invece, appassionato e partecipe che, con molta spontaneità, si immedesima e porge, con i suoi giudizi a volte pungenti, ma mai esasperati, suggerimenti di vita e d'esperien za, quasi sempre condivisibili, sempre sereni e
Prefazione
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mai intrisi di malanimo. In definitiva, il Generale lnneco, con i suoi articoli, indica agli autori pùì giovani della Rivista Militare un esemplare paradigma di partecipazione appassionata e di apertura mentale, insieme ad uno stile che segna un discrimine netto verso la cattiveria aspra e amara dei sarcastici - da cui rifugge - e l'indifferenza dei cinici, da cui nettamente si dissocia. Il suo è lo stile classico dell'ironia, padroneggiato con sicura maestria, che è manifestazione di un atteggiamento a volte polemico, talvolta critico e apparentemente distaccato, ma sempre assolutamente sincero, con il quale l'autore esprime la sua indiscutibile onestà intellettuale e la sua indomita fiducia nell'intelligenza, nella razionalità e, piLÌ semplicemente, nel buon senso. Se con la rubrica «Osservatorio» si era voluto dare spazio a commenti su fatti di particolare risonanza che interessassero il mondo militare, consentendo libera espressione di idee e commenti improntati a levità di toni, Aristarco Scannabue, a mio avviso, è perfetto nella pratica realizzazione dell'intento, confermando anche l'asserto che l'ironia è il vero sale della vita. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Domenico Corcione
Qualche parola per il lettore
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QUALCHE PAROLA PER D.. LETTORE L'indirizzare in mancanza di riscontro interlocutorio produce una certa inquietudine, poichè il messaggio unidirezionale lascia sempre il dubbio in merito al grado di comprensione e di gradimento. Infatti, come a molti che cedono alle lusinghe del calamo, mi capita a volte d'indulgere al lessico a me gradito più di quanto non consenta il dovere di essere piani e chiari, requisito indispensabile per allargare l' ambito e la validità della comunicazione. Adduco a mia parziale discolpa la considerazione che vivendo in epoca che privilegia l'acronimo e lo smozzicato in intercalare sguaiato e in crescente proiezione al dialettare in greve, può essere autorizzata una certa indulgenza alla decorazione e al florilegio, anche se un po' baroccheggiante, purchè non si ceda al didascalico e non ci si prenda troppo sul serio. I portatori di messaggi e di ideologie hanno forse avviato grandi e innovativi rivolgimenti (anche se ciò è ancora tutto da dimostrare), ma ci hanno sicuramente reso la vita più grigia, più anonima e problematica e, soprattutto, non ci hanno mai offerto grandi occasioni per sorridere e per coltivare un pur elementare senso dell'umorismo. Ed è forse proprio la scarsa nazionale propensione per tale abito comportamentale ad avere presenza protagonista nella genesi delle difficili congiunture che oggi viviamo. Certamente non ci aiuta poi, neppure nel recupero della fiducia, la persistente petulanza e grigiore monocorde che accomula classe politica, organi informativi e Istituzioni tradizionali traa le quali occupa posizione non irrilevante quella militare. Comune denominatore è in ogni caso la scarsa propensione all'ironia e al sorriso. D recupero di quote anche modeste di un sano edonismo cui indulgere nel pensiero e nella comunicazione, soprattutto se contrappunto di una pratica di vita centrata sul senso del dovere e del servizio, non potrà che farci bene. Temo che questo mio indirizzo, che nell 'intendimento doveva essere solo una garbata e sorridente introduzione, abbia ceduto all'incalzare delle argomentazioni librandosi più del necessario nel tono e nel contenuto. Così come capita a tutti i vettori cbe quando aumentano velocità e portanza se non frenano e mutano assetto so-
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no portati inevitabilmente al decollo o allo stallo. Venendo al contenuto di questa raccolta, non sfuggirà che i soggetti trattati hanno differente rilievo in relazione al fatto di essere diretti o meno a problematiche che hanno avuto ed hanno tuttora comune conoscenza e risonanza. Per stimolare l'attenzione è stato pertanto necessario ricorrere a volte al paradosso, come pure ad un certo preziosismo di immagine, ricercando originalità anche nell'anamnesi mediante il recupero del ricordo di quanto appreso, spero correttamente, in tanti anni di faticosa indagine e approfondimento interdisciplinare. Spero che la mia indulgenza al distacco nella trattazione e alla ricerca dello spunto umoristico che esiste in ogni situazione, non abbia coperto del tutto la realtà della mia partecipazione nel profondo a tutti i problemi trattati. Senza emozione e coinvolgi mento affettivo non si può infatti comunicare con efficacia e credibili tà. Se mi è riuscito offrire al lettore qualche spunto interessante e piacevole o solo anche motivo di sorriso e distensione ho pienamente raggiunto lo scopo e mi considero del tutto appagato. Desidero in chiusa ringraziare il General e e caro amico Domenico Corcione che di questa mia fatica è stato ispiratore e mecenate. Debbo infatti al suo illuminato anticonformismo culturale se mi è stato consentito di profanare con il lezioso, almeno apparente, la seriosità un po' monocorde della Rivista Militare e di dare maggiore respiro alle mie velleità di comunicare in ironia fino ad allora costrette nelle sintesi faticose di alcune «Lettere al Direttore». Non so se la rubrica «Osservatorio» avrà ancora cittadinanza nella Rivista, tutti i fenomeni che rientrano nell ' ambito delle leggi della fisica hanno sempre andamento ciclico. Per cui è inevitabile che alla Riforma segua la Controriforma. E' stata comunque una esperienza piacevole e stimolante fare I'Aristarco Scannabue. Ed è tutto. Concludo ringraziando chi ha avuto la pazienza di seguire fi no in fondo questo mio indirizzo. Fornire infatti microfono e platea a uomo pubblico, o anche semipubblico come è il milita re, è sempre pericoloso. E' difficilissimo poi fermarlo. Bisogna attendere che esaurisca le sue ansie di comunicare oppure interrompere l' alimentazione. Generale Lucio Innecco
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INFORMAZIONE MILITARE E PUBBLICA OPINIONE
biformazione militare e pubblica opinione
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La pubblica opinione è un mostro sacro, il temuto feticcio cui rutti officiamo ansiosi di sentirla vibrare nel senso desiderato. Che poi è il nostro. E' un 'ansia che cresce nel tempo in parallelo con la rapidità e latitudine di sviluppo dell'informazione. E' la naturale discrezione militare che può essere angosciata dalla consapevolezza che sempre più vasta è destinata a diventare la platea cui deve commento e spiegazione di quegli eventi, in odor di m il izia, ritenuti d'interesse generale e ormai percepiti in tempo reale. Da un lato può anche far comodo, perché mette al riparo dal rischio di possibili e proterve birbonate interpretative, magari postume. Dall'altro, però, questo progressivo dilatarsi della platea induce a sottile malessere per le maggiori possibilità che offre alla diffusa tendenza aJI'indiscrezione «esclusiva» o disinvolta manipolazione, per il solo desiderio di scoop o per indurre a interpretazioni a senso unico. Quello desiderato naturalmente. Nel migliore dei casi, quando cioè esiste almeno la buona fede, vi è sempre il rischio di fornire immagini distorte per la non conoscenza del problema. Nulla è più eccitante del mostrarsi informati. E questa è in genere la genesi della cosiddetta «fuga di notizie». Chi è informato è potente o almeno i più lo ritengono tale. Quindi il rischio è doppio: quello della disinformazione o, quando va bene, dell ' informazione errata. Per gli operatori marziali od operatori di sicurezza, diciamo così per seguire la moda della morbidezza lessicale, la vita diviene quindi sempre più difficile. Il teorema è semplice: la pace è bene la guerra è male (e chi ne dubita) per cui qualunque situazione, organizzazione o individuo si trovi suo malgrado ad aver a che fare con il brutto sinonimo della guerra/violenza deve essere esorcizzato, e · al più presto, facendo leva su tutti gli eventi suscettibili di produttiva utili zzazione. Un traghetto s' incaglia: è stato un missile che volava basso, relitto alla deriva? E' il solito siluro perso da imbarcazione militare in transito? Si è ancora in ansiosa attesa di conoscere la genesi marziale dell ' invasione dell'alga rossa in Adriatico, dei sismi ricorrenti o della recente siccità invernale. Produce disagio il dover constatare che mentre ci si muove con grande cautela in presenza di eventi che riguardano altri settori dell'umano interesse, scomodando e svegliando di soprassalto premi Nobel o comunque esperti d' indi scussa autorità, quando l'evento riguarda milizia, non
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c'è operatore di mass-media che non si ritenga un esperto, compreso l'ecclesiastico in vena di protagonismo sempre pronto a dare la sua interpretazione escatologica. E questa non è cosa buona e giusta. Se esiste un'informazione specializzata per il settore medico, agricolo, industriale, borsistico, ecc. dovrebbe poter trovare cittadinanza anche un'informazione special izzata per il settore militare. O meglio, per non indurre a sospetto di disegno surrettizio, dovrebbe esistere la possibilità di accedere, quando necess(lfio, a fonti informative che abbiano un riconoscimento unanime, o quasi, di competenza e obiettività nel settore. Insomma una specie di sala operativa tipo quella della civile protezione cui rivolgersi pri ma di affermare, a esempio, che una blindo da 3.500 milioni è priva di retromarcia, oppure che un missile nucleare custodito in un sottomarino incidentalmente affondato possa spiccare inopinatamente il volo. Recentemente nel corso di un sem inario sull ' informazione mili tare, un giornalista della radiotelevisione lamentava appunto l' assenza di un interlocutore professionalmente atte ndibile da contattare, in tempo reale, in caso di necessità di corretta informazione su evento di natura militare suscettibile d'impatto e motivo sulla pubblica opinione. Quanto elucubrato al tempo dei famosi missili su Lampedusa ne è chiara testimonianza. Almeno per c hi possiede un sano senso del'umori.smo. Al militare, tutto sommato, non dovrebbe istitutivamente interessare cosa pensa di lui la pubblica opinione. In fondo le Forze Armate esistono non per autogenesi ma per una precisa scelta politica. n militare inoltre non dovrebbe curare la propria immagine e tantomeno fare del protagonismo. Deve però preoccuparsi in ogni occasione che lo riguardi d'informare correttamente e senza reticenze sul cosa e sul come ha operato e opera per assolvere i propri compiti istitutivi. Parimenti dovrebbe preoccuparsi, più che di giustificare costante mente la propria esistenza, che non si diano al riguardo versioni errate o distorte, più o meno ad arte. ln sintesi il rapporto del militare con la pubblica opini one deve essere d'informazione e non di persuasione. E questo è nell'interesse di tutti. Pertanto il consentire agli operatori dei massmedia in buona fede l'accesso a fonti disponibili e professionali , appare provvedimento correttamente fi nalizzato e non sospetto per informare la pubblica opinione su tutto quanto riguarda le Forze
Info rmazione militare e pubblica opinione
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Armate e quindi la sicurezza colletti va. Dato che le Forze Armate non sono privato sodalizio a responsabilitĂ limitata.
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L'IMMAGINE
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In tempi non del tutto obliati, quando si parlava d'immagine, anzi più precisamente di immaginetta, s'intendeva il santi no. Cioè quella piccola cartacea icona di soggetto sacro che si riceveva a viatico dei grandi e meno grandi momenti della nostra liturgia religiosa. Spesso anche a suggello liberatorio di una celebrazione del sacramento della confessione sofferta e copiosa di contenuto. AIJora la semiologia non albergava nell'ora del di lettante. Inoltre la mancanza di schermo televisivo, specie in euro e mondial di ffusione, consenti va solo platee di affezionati auditori più incli ni , o consueti, ad apprezzare l' impersonalità calofonka di una voce che a celebrarne l'originatore. n contrario di quanto avviene per i doppiatori co ndannati a ingiusto anonimato per privi legiare attori spesso cacofonici e a volte persino inespressivi, ma telegenici. Oggi invece viviamo in uno scenario che, grazie alla magia dell 'elettronica, nutre d' immagine diffusa urbi et orbi una platea smisurata. Per cui il timore di perdere la faccia, da sempre presente nel mondo orientale, in quanto interiorizzato, ha assunto nel nostro mondo anche un significato estetico-figurativo. Guai a farsi cogliere impreparati. Il viso deve irradiare ardore giovanile, deve essere levigato, dorato dal sole, non rilucere per seborrea o traspirazione, non essere tramato da rughe. Deve poter comunicare sicurezza, benessere, efficienza, tonicità fisica e spirituale. Insomma ch i ci vede deve invidiarci. L' accesso alla notorietà in real rime non ha risparmiato alcuno dalla toga alla tonaca e al sa io, dali ' uniforme all 'informale. Tutti vogliono pubblicizzare la propria immagine. Anche se solo a mezzo busto. L ' immagine ci aiuta a comnicare, ci aiuta a introdurre un ' idea, a veicolarla espressivamente, a evidenziarne o mistificarne il contenuto concettuale, a renderla in sintesi un messaggio. Perciò non sarà mai eccessiva la cura che vi dedichiamo per accentuarne la capacità di catturare attenzione e interesse. L' immagine deve poter colpire, esaltare, ammaliare, ammirare, sedurre, stimolare o anche solo solleticare e indurre magari a imitazione. E quanto più l'obiettivo del nostro messaggio è restio a recepirlo tanto più questo deve essere potente ed efficace. E quale messaggio nel nostro felice e spensierato Paese trova maggiori difficoltà di penetrazione di quello connesso alla Difesa? Ma difenderci da chi? ci chiediamo, e poi perché mai dobbiamo difenderci?
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Se non altro perché pur ammettendo che ci vada bene sarà in ogni caso attività faticosa e impegnati va. Meglio dedicarsi alla Difesa dell'ambiente. Il rischio è nullo, tutti ti ascoltano. Basta concionare o anche solo petulare con sufficiente costanza usando i giusti toni e i giusti termini. Le argomentazioni hanno poca importanza. In caso di errore o comunque di difficoltà si può sempre ripiegare sul buco nella fascia di ozono o sull 'effetto serra. Sono sempre argomenti di gran presa. Anche perché pochi ne capiscono. Per cui ha prodotto una certa stupefatta sorpresa il fatto che in un manifesto per l'arruolamento all'Accademia Militare si sia voluto ricorrere addirittura a un carro armato per stimolare attenzione e interesse. Ma non basta. Si è anche voluto scriverei sono: «Sei pronto a fare sul serio?». Questo sembra proprio il colmo dell' improntitudine. Vogliamo forse stravolgere i canoni dell'impegno nazionale? E' quindi chiaro che ciò non poteva sfuggire alla Lega Ambiente che, scomodando un aeropago d' ill ustri personaggi, ha vibrato nell 'accusa di: «far leva su sentimenti ed emozioni suscitati in alcuni dalla guerra del Golfo» e quindi di voler proporre: «un messaggio guerresco tale da offendere le convinzioni morali, civili e religiose di una parte significativa di cittadini», il tutto: «in violazione dell ' art. lO del codice di autodisciplina». Trovo decisamente rassicurante la presenza di queste vestali della nostra sacralità interiore. In loro asse~za chissà da quali infami messaggi saremmo penetrati attraverso i media. Altro che fare all 'amore con Contro!! Eppure sembrava proprio un manifesto che coniugava felicemente prospettiva e anche senso di sicurezza e stabilità nella positura ril assata del carrista in visione binocu lare. Anche la militarità, che in questo caso non sembra del tutto fuori posto, appariva assicurata da quel supporto corazzato non proprio invasivo anzi cromaticamente sfumato nelle tinte. D'accordo, il soggetto richiamava un po' il tema dominante nel momento: la guerra nel Golfo, e questo per il vago scenario desertico che faceva da sfondo. Ma ci sembra proprio un peccato veniale. Un peccato che ci può tranquillamente essere perdonato data l'entità dell a nostra partecipazione all 'ormai trascorso conflitto. Ma non possiamo non provare un fremito di orgogliosa soddisfazione nel poter registrare sì virulente
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reazioni. E ciò deve essere motivo di grande compiacimento per l' autore della felice intuizione comunicatoria. Evidentemente ha colto nel segno. Perché in genere la capacità penetrativa di un messaggio si misura dalla virulenza delle reazioni alla sua diffusione. Quanto più queste sono vivaci, non importa il senso, dato che
persino l'orripìlazione ha una sua precisa valenza commerciale, tanto maggi<?re ne è la val idità. Purché non ci si trovi di fronte a una patologia isteroide che produca reazioni incontrollate alla sola vista di un carro armato o di un qualsiasi altro mezzo bellico. E che in questo caso si tratti di patologia isteroide non vi è dubbio. Dato che nel nostro agitatissimo dopoguerra siamo stati talmente vaccinati da immagini guerresche e marziali che queste sono divenute altrettanto famiJjari quanto quelle delle fanciulle discinte che occhieggiano dai manifesti e dai teleschermi per adescarci all' acquisto o al godimento di un qualcosa. Se la reazione di questa turba di moderne Erinni era tesa a stigmatizzare l'abietto intendimento di richiamare l' attenzione dei giovani sulla Forza Armata e quindi a esorcizzare l'effetto messaggio, temo proprio abbia raggiunto l'effetto opposto. Ci sono coorti di produttori cinematografici che farebbero follie per avere reazioni analoghe di fronte alla locandina illustrativa del loro prodotto. Quindi vi è proprio da temere che i giovani guardino il manifesto incriminato con maggiore attenzione e magari ne colgano valenze ben più inquietanti di quelle che suggerirebbe la positura rilassata del carrista. Positura che è poi più da poligono di tiro che da campo di battaglia. Non bisogna tuttavia trascurare che diverso indirizzo per concepire manifesto di pari obiettivo ci sarebbe venuto da analisi più attenta di quel costume, oggi imperante in ogni settore della nostra vita di relazione, che produce incoercibiJe tendenza a generalizzare l'edulcorazione degli stati e delle situazioni. Per intenderei, quel costume che ci fa chiamare pedeleso o non deambulante chi ha perso uno degli arti inferiori, oppure rotodeambulante chi costretto da tetraplagia su sedia a rotelle. Tale costume ci avrebbe forse condotti a concepire un diverso soggetto per l'ormai noto manifesto. Un soggetto più aggiornato e più in linea con l'impegno che si vorrebbe per chi indossa l'uniforme. A esempio un giovane dal viso assorto in tenuta
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mimetica, (la tenuta serve a evocare la militarità) impugnante virilmente un mestolo accanto a una cucina da campo, in attesa della prossima ondata di profughi. Per rinvigorire il messaggio è concessa anche una certa tensione dei muscoli facciali. Anche lo scenario desertico può essere accettato. Infatti, richiamando vagamente le spiagge ci riporta allo scenario dell'ultima invasione, quasi pacifica, giunta da oltremare. Anzi da oltre stretto. Di Otranto per chi non ricorda. Quindi, ben vengano le reazioni specie se virulente. Queste, per quanto detto, significano che almeno un colpo è andato a segno. Colpo incruento quindi colpo di pace. n che è cosa buona e giusta in quanto dal mondo militare ci si aspetta in genere colpi di altro genere. Però, dobbiamo ammetterlo, abbiamo forse osato troppo con quel «Sei pronto a fare sul serio?». E poi ci credono? Non potrebbe essere quesito troppo inconsueto, provocatorio e inquietante per i nostri supermammati giovinotti?
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DEI DIRIITI E DEI DOVERI
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Discettando di diritti e doveri ad alcuni può venire a memoria tale Beccaria Cesare classe 1738 per la brillante intuizione condensata nel tomo, molto noto e poco letto: «Dei delitti e delle pene». Non che vi sia evidente corrispondenza con la titolazione delle presenti meditazioni, ma vi è sicura analogia nel rapporto tra i due termini componenti. Ambedue infatti si contrappongono e si condizionano: se ci sono deUtti ci debbono essere delle pene, se ci sono diritti ci debbono essere dei doveri. Elementare direbbe un celebre investigatore. Ma non è così, perché non sembra proprio che l'ultimo coUegamento incontri molto. Sovviene a questo proposito un certo slogan molto in voga in tempi più concitati che così recitava: «il salario è un diritto, il lavoro va pagato a parte». Evidentemente la sana fllosofia che è alla base dell'assunto ha preso piede. E questo non deve produrre stupori . Il guadagnarsi il pane con il sudore deJla fron te non è programma nato da nostra libera scelta. Pare infatti che derivi da delibera, presa molto in alto, nei riguardi di nostri incauti quanto poco abbigliati progenitori a suggello punitivo di cedimento alimentare compartecipato. Almeno così ci tramanda l' allegoria. Anche se sulle cause reali sussistono tutt'ora legittimi quanto maliziosi dubbi. Insomma, assunta l'origine estranea e malandrina del dover operare con fatica, appare legittima la riluttanza a dover trascorrere in fatica, per colpa altrui, questo nostro breve soggiorno terrestre. Per cui possiamo inserire la carta dei diritti presentata dai nostri baldi giovanotti in uniforme tra quelle rivendicazioni, di genesi biblico/storica, che hanno scandito nel tempo il lento e inesorabile cammino dell' uomo dall'originaria e solo vegetativa posizione di 'primate al supremo affrancamento. Che i più identificano nell 'affrancamento dal bisogno dilatato poi all'affrancamento dal dovere. Tesi indubbiamente suggestiva. E dire che in tempi non lontani l' affrancamento dal bisogno veniva interpretato con visione esoterica. Ma sembra che ora persino alcuni tra i sostenitori istitutivi di quest'ultima tesi abbiano cambiato idea. Solo alcuni , per fortuna, anche se poi risultano essere i più petulanti e rumorosi. Ma non si può fermare il cammino del progresso. Che poi i doveri siano previsti dalla nostra Costituzione non sembra avere molta importanza. Della Costituzione infatti tutti vorremmo trovassero piena at-
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tuazione le parti che evidenziano i diritti rimandando ad altro momento ed ad altro destinatario quelle che evidenziano i doveri. E' un indirizzo d\ cui tener conto nel caso vicissitudini endogene di particolare virulenza, connesse alla vivacità estemporanea dei nostri trascorsi storici, ci portassero a doverla emendare o riscrivere. Quindi non può e non deve suscitare stupore se i nostri ragazzi in servizio di leva abbiano voluto presentare la loro carta dei diritti. D' altronde, come ben dice l'adagio: chi la fa l'aspetti. E in meri to al fare non si può dire che siano mancate nel recente passato le iniziative dirette all'esaltazione dei diritti. A livello centrale e a livello locale. Si è iniziato con gli addolcimenti lessicali chiamando le Caserme «College». Il che, in un Paese a cultura prevalentemente televisiva, evoca prati verdi ben rasati antistanti costruzioni in stile georgiano longofinestrate aduggianti dall 'ombra di piante secolari. Uno scenario idilliaco an imato da austere ma disponi bili presenze in toga e tocco attorniate da policroma moltitudine di giovani ambisesso ansiosi, persino, di conoscenza. La semiologia non è scienza d'accatto, per cui non va mai trascurato il signi ficato dei simboli per l' inevitabilità delle immagini che questi suscitano in una cultura. E poi ancora la figura della mamma, sacro stimolante affetti vo di drammatica presa per memoria e tradizione, di cui nel passato si è raccomandata presenza e libero accesso nelle nostre Caserme, pardon College, per controllare di persona l'andamento delle cose. Se il ~ i bo aveva i sani sapori familiari cui «lui» è tanto abituato, le camerate accoglienti, i servizi di Caserma ragionevolmente lievi e gratificanti, e se era previsto l' indosso della maglia di lana al cal ar della sera. E' da dire che la cosa non ha avuto segui to. Non per tardiva resipiscenza ma per quella valvola di sicurezza che, a nostra salvazione, si apre ogni qual volta ini ziative pubbliche e private trava licano il comune senso della misura. E ancora, il telefono amico, l'associazione delle madri dei militari di leva, e tante altre iniziative che hanno portato i nostri ragazzi, che poi sono dei bravissimi ragazzi ansiosi di troncare il noto cordone ombelicale, alla convinzione di avere acqu isito posizione protagonista. E questo solo per il fatto di prestare servizio di leva. Ahimè, non si rendono conto che la preoccupazione pubblica non è per il loro ozio (tanto fuori con le attuali prospettive di lavoro si ozia
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molto di più anche se ci si annoia di meno), o per le loro frustrazioni socio/culturali, ma per l'effetto tangibile del loro consenso. Quindi può stupire solo gli ingenui se un certo momento vogliono la settimana corta, con week-end garantito, la totale regionalizzazione del servizio militare con collocazione baricentrica del posto di lavoro e medico di famiglia di pronto intervento. Il resto è per buon peso. Se si negozia su tutto perché non sul servizio di leva? Gli obblighi .così come le punizioni meno gradevoli vanno abrogate, lo diceva anche il Beccaria, altrimenti se ne perde la funzione educativa. In quanto poi alla proposta di ridurre il servizio di leva a dieci mesi bisogna dire che i nostri ragazzi sono decisamente più sobri e contenuti. Infatti un disegno di legge veramente innovatore prevede di dimezzarla. Ma evidentemente è stato· concepito in un momento di saldi stagionali. La riduzione di due mesi, messa così, sembra uno sconto più ragionevole. Se poi si dovranno fare delle liquidazioni c'è tutto il tempo. n nostro Paese è povero di molte cose ma non di scadenze elettorali. Basta aspettare la prossima.
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LA MAMMA
LA mani/no
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Il solo titolare con il sostantivo che, specie nell 'assolato e poco europeo Paese in cui viviamo, occupa posizioni di grande sacralità nella memoria collettiva, produce lo stato emozionale che si suppone permeasse il rnitico Orfeo quando prossimo a ricevere il noto trattamento da parte delle Mènadi. E lui non aveva osato tanto, si era solo limitato alla discesa negli inferi. Mamma infatti è sostantivo che evoca incontro e contatto con la nostra matrice in antecedenza di registrazione d'anagrafe. Contatto la cui intimità ci consente mutuarne umori e malumori fisiologici e psichici fin dai primi momenti dello sviluppo ovulare. Per cui non deve stupire né inqu ietare se nella dinamica escatologica del divino concepì mento il Sacro Tes to ha volu to c hiaramente significarlo , ne l mistero dell'immacolata concezione, assegnando al padre funzione del tutto marginale. L'intento naturalmente non era di minimizzare la figura del padre ma di esaltare quella della madre. Infatti si parla sempre con trasporto, calore e serenità della Madre Celeste mentre il ritorno alla Casa del Padre è menzionato con una certa inquietudine. Che è poi quella dell 'irrevocabile. C'era, così è, e così sarà. Ci piaccia o non ci piaccia. E poi per tornare al mito, questo ci tramanda a simbolo di madre la stupenda figura di Niobe pietrificata nel suo dolore perché orbata di prole, mentre come padre ci offre esempio Satu rno che invece con i figli pare avesse un rapporto piuttosto discutibile, potremmo dire gastronomico. D'altro canto, come già si è fatto cenno sopra, è dettato genetico: la madre porta in grembo la creatura, la nutre, l'assiste nei primi momenti. E' cioè presente in quella fase dello sviluppo in cui opera con maggior forza il cos iddetto imprinting per cui ass imili amo e colleghiamo all' idea di calore, di affetto e di sicurezza tutta quell a gestualità materna che presiede allo svezzamento. Ce ne viene una sorta di tropismo psicologico centrato su tutto ciò che ci collega all' immagine della mamma. La stessa parola poi rappresenta generalmente la prima articolazione vocale. Ha detto mamma! Telefona eccitatissima la neo-genitrice a parenti e amici. E il piccolo ha così istintivamente siglato la sua vocazione alla continuità di un rapporto di stretta comunione non interrotto dal taglio del noto cordone. D'altronde anche nel mondo animale, mutatis mutandis, avviene lo stesso. Nella realtà e nel mito. Da cui la celebre lupa con l'SPQR
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sul collare che ha voluto significare insieme l'universalità del rapporto materno e l' immagine della ferinità allevando i fo ndatori della caput mundi. Anche se nel tempo quello che vi era di ferino nella dieta lattea dei Quiriti si è progressivamente dissolto. Non è poi da trascurare che persino nella rudezza dello sport venatorio se ne tiene conto nel definirne il calendario. E' un po' come dire: sparate sul maschio ma rispettate la femmina quando possibile madre. Anche perché se così non si facesse non ci sarebbero più maschi da abbattere. E sempre restando nel mondo animale, a onore della madre ci conforta anche l' allegoria insita negli sponsali dell 'ape regina. U maschio, che in questa situazione è poco dignitosamente chiamato fuco, dopo aver conseguito in competizione il diritto al dovere di assolvere la non spiacevole fun zione imposta dalle leggi evolutive, deve essere eliminato. Come appunto consacrato nel rito venatorio. Noi uomini abbiamo forzato mito, storia e costume per riacquistare ruolo protagonista. Ma l'esito è solo sovrastruttura artificiale. La realtà è quella sopra descritta. E potremmo disegnare scenari ancor più inqu ietanti qualora, grazie alla fecondazione artificiale, vengano del tutto stravolte le condizioni tradizionali di modo e di tempo per procreare. Condizioni dalle qual i ce ne veniva almeno diletto oltre all ' affermazione, benché presunta, della nostra identità di padri. Possiamo pertanto e senza ombra di dubbio affermare la centralità della donna, e qui ndi della mamma, nella nostra società e nella memoria affettiva individuale e collettiva. Ed è proprio da questo in.discutibile assunto che si è giunti in milizia a inserire la mamma anche nello scenario della «mi naccia». Un tempo la vedevamo collocata subito dopo le Divisioni corazzate del Patto di Varsavia. Infatti è proprio nel momento in uniforme del giovane maschio che la nobile figura riafferma la sua preminenza. l più accorti di noi l'avevano capito. E avevano proposto di formali zzarne la presenza nelle grigie infrastrutture ove i giovani di leva consumavano nell a noia il loro momento militare. Un astuto gallonato pensava infatti di coinvolgere le genitrici nell'organizzazione dei servizi interni e magari anche di quelli Presidiari . Forse le cose sarebbero andate meglio, ma purtroppo anche nel nostro Paese, benché povero di senso dell'umorismo, quando si superano determinati limiti esplode la reazione di rigetto. Ma questa, incredibilme nte,
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non è venuta dal gallonato ma dai potenziali e terrorizzati obiettivi di questo supplemento di attenzione materna. Infatti la massima aspirazione del maschio adolescente è il superamento delle condizioni di sudditanza affettiva che permarrebbe qualora non fosse conclusa la rescissione del noto cordone. Freud e Hitchcock ci hanno forn ito testimonianze e immagini di quanto potrebbe capitare in caso contrario. Tuttavia il mass media e altre robuste frange politico-social-ecclesiastiche che nel nostro Paese sono note per il loro amor sviscerato per tutto ciò che sa di milizia, hanno pienamente colto l'enorme potenzialità che può venire dall ' intervento della genitrice per assistere il giovane in odor di leva nell'evadere lo sgradevole obbl igo imposto dall a Costituzione o, se proprio è impossibile sottrarvisi, per ridurlo, o per assolverlo part time a ridosso dell'avita dimora. Magari con pernotto. Oppure, e non guasta, per ridurre sempre più il rapporto tra tempo di servizio e tempo di permesso: un fifty-fifty è considerato ottima! e e gradito. É tuttavia motivo di grande mestizia il dover considerare che la Nostra è convinta che il pargolo ambisca vicinanza e permesso spinto da incontenibile impu lso al ritorno verso il grembo natale. Ahimè, pare che non sia proprio così. L'obiettivo è generalmente sempre femminile ma non coincide con la nota figura. D'altro canto, va considerato a consolazione della stessa che il vero amore si manifesta nel dare non per ricevere ma per la sola gioia di dare. n che pare sia anche molto cristiano. Ma in un mondo o ve la tendenza ali ' associazionismo è in costante dilatazione, se non altro per esorcizzare il sempre più acuto senso di solitudine che ci viene dal vuoto spirituale, non poteva mancare un'associazione delle madri dei giovanotti in servizio di leva. Ed è stata provvida iniziativa. Oggi il bieco graduato dovrà darsi una regolata prima di sfogare le sue tendenze sadoautoritarie sulla giovane recluta. Attento, la mamma ti guarda. E si può proprio dire che ne è derivato molto di positivonei già grigi edifici: nonnismo quasi esorcizzato, servizio più dosato, mensa più curata. Insomma un decollo deciso verso l'evo moderno. Grazie alla mamma oggi, oltre alla condizione della donna, del profugo di Libia e dell'extra-comunitario abbiamo anche quella del giovane in servizio di leva, che poi è parte componente della più nota ed estesa condizione militare. Dati gli esiti così positivi, è
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nostra civica aspirazione che si costituisca anche un'associazione delle mamme dei giovani non in servizio di leva. Cioè obiettori o civili servitori. Specie nella considerazione che detta categoria è ormai in costante espansione per cui in tempi non lunghi eccederà nettamente sul piano numerico quella dei ragazzi in uniforme. In merito a quanto ciò possa piacere al pargolo sornione vi sono pareri alquanto discordi. I più pensano che gli vada bene finché ne trae dell' utile poi gli viene a uggia. Da cui, paradossalmente, ne deriva che l'associazione delle mamme, per accentuare il legame con il pargolo dovrebbe sponsorizzare il prolungamento del servizio di leva. Omnia vincit amor (materno) e nulla potrà mai offuscare o appannare l'immagi ne della mamma. Come pure l' inequivocabile, immutabile e rassicurante assunto che di mamma ce ne è una sola.
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DULCE ET DECORUM EST PRO PATRIA MORI
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Dolce e degno è morire per la Patria. Così diceva Orazio. E ci suonava bene anche come cadenza di fonemi nell'antica, un po' arcana e ormai desueta lingua dei padri. Ha rappresentato le certezze di intere generazioni di giovani. n che oggi può anche essere considerato retorico anacronismo evocante marzialità e violenza, ma da questo ci venivano delle certezze. E le certezze, come è noto, sono antagoniste dell'ansia e dell'angoscia, le quali, si sa, inducono alla fuga nello stordimento dell'irrazionale comunque ricercato, in malsana ideologia o per via ipodermica. n Laborit che è uno dei maggiori biologi viventi, definisce Patria l'insieme formato dal quadro ecologico e dal gruppo che lo occupa, il quale, essendo gruppo organizzato, è necessariamente gerarchicizzato. Pertanto la difesa della Patria è difesa del proprio territorio e della struttura gerarchica di dominanza. Afferma parimenti che, ingannandolo grossolanamente, si riesce a volte anche a persuadere il singolo che il sacrificio a lui richiesto è fmalizzato alla difesa degli interessi del gruppo. Concetto questo che, oltre a motivazioni biologiche, sembra trovare anche molte esemplificazioni nella storia. Ma se ciò è vero, come mai, si chiede lo smarrito uomo comune, sono proprio le gerarchie dominanti o aspiranti al dominio, temporale spirituale, a spingere oggi verso il disimpegno e la rinuncia a priori? Ma allora, si chiede sempre lo smarrito di cui sopra, quell'indagine statistica che afferma il 57% dei nostri connazionali disponibili a impugnare il brando a difesa del sacro suolo, è forse prodotto di cosmico abbaglio? Pare infatti che solo il 32% abbia chiaramente dichiarato la propria indisponibilità alla pugna. n che non ci stupisce. Probabilmente anche in tempi più eroici · esisteva la stessa percentuale d'indisponibilità all'impegno diretto. Dato che è una costante storica la nazionale propensione ad acclamare il tribuno di turno nella speranza che non ci siano rischi e cimenti o comunque, qualora ci siano, possano essere devoluti ad altri meno furbi . L' unica differenza è che oggi lo si dice chiaramente. Una recente sentenza della Consulta aiuta poi in tal senso attribuendo pari dignità e durata al servizio militare e al servizio civile «SOstitutivo». Del primo abbiamo tradizionalmente un'idea abbastanza chiara. Del secondo un'idea molto più possibilista. Quella che poi piace e incontra. Uno potrebbe anche obiettare
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affermando che la pari dignità dovrebbe richiedere pari cimento. L' incauto però con tale affermazione attesterebbe una preoccupante ignoranza della visione evangelica dell ' impegno. Quella cioè racchiusa nella nota parabola degli operai nella vigna (Matteo, 20, 1-16) che, per memoria, avendo timbrato il cartellino in orari diversi e quindi espresso diverso impegno e cimento alla fin della giornata si videro remunerati nella stessa misura. Nel tempo se ne è tanto più travisato il senso quanto più si è perso il significato esoterko dell'esistenza. Speriamo che nella ormai inaiTestabile tensione ad arricchire detta esistenza di significati · terreni la parabola in questione non sia utilizzata a modello autorevole per vertenze sindacali. Ma non basta. Il nostro smarrito deve anche chiarirsi le idee sul come quel 57% che si dichiara disponibile a impugnare il gladio deve poi brandirlo a difesa. In altri termini: poiché sta prendendo sempre più piede il nuovo modello di difesa non violenta, deve egli colpire di taglio o limitarsi alla piattonata ammonitrice? Pare infatti che l' uso improprio del brando sia stato già stigmatizzato dal profeta Geremia e persino dal laico Tertulliano in citazione di passo di S. Matteo. Da cui la dottrina della «Difesa Popolare nonviolenta» la quale, con «perdite inferiori alla difesa armata», si afferma possa scoraggiare un potenziale aggressore dal perseguire i suoi perversi disegni . Per tradurlo in semplice sarebbe come dire: «Vieni pure, io non mi difendo, ma bada che non ci sto». Si dice che ai tempi delle catacombe abbia fu nzionato. Solo che mancanò dati comparativi in merito a quelle che sarebbero state le perdite in caso si fosse decisa un 'opzione marziale. L' Attila bloccato dopo Aquileia senza colpo fe rire da Papa Leone I sembra essere esempio più calzante. Solo che i soliti bene informati guastafeste attribui scono il ripensamento dell'Unno alla poco rassicurante prossimità dell'esercito dell' Imperatore Marciano. Se poi la dottrina in questione non ha dato grandi prove nel passato e continua a non darne ai nostri giorni non significa che il principio sia sbagliato. E' solo che non l' hanno spiegato bene al potenziale aggressore. E questo vale anche nel mondo animale. Infatti molti naturalisti affermano a esempio che solo alcune specie di sq ualo attaccano l'uomo. Le altre no, perché di più mite carattere. D'accordo. Ma ci resta sempre il dubbio se ciò è a conoscenza
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de llo squalo. Omnia vincit amor, potrebbe dire qualcuno a scioglimento del dilemma. Ed è vero. Ma sempre il Laborit afferma che l'amore, che è antagonista della violenza, è un sentimento in contraddizione con l'attività del sistema nervoso in situazione sociale. É pertanto gabellato, dice il nostro, solo da quei dominanti cui il benessere dà un senso di colpa o che sentono l'avversione dei dominati. Pare infatt i che non sia stata ancora individuata l'area cerebrale dell' amore, mentre sono ben localizzati i fasci nervosi connessi al piacere e all ' aggressività. Il che dà all'amore un significato più di vino che umano. Ma non preoccupiamoci troppo, questa è solo bi ologia. Cioè scienza. Anche se una rilettura atte nta della storia e un 'analisi più critica del mondo che ci circonda ci porterebbe ad analoghe sconfortanti conclusioni. Coraggio, ciò che conta non è l'obietti vità del fatto o dell 'evento ma la nostra interpretazione dello stesso. Se così non fosse che gusto avre mmo nel dissertare e nel turlupinare il prossim o. Co munque a suggell o di quanto precede e per buona pace di tutti è bene ricordare quanto detto da un personaggio d' indiscutibil e prestigio e spessore morale: «date a Cesare quello c he è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
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LE VIE (MILITAIRE) EN ROSE
Le vie (militaire) en rose
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Recentemente i mass media hanno dato ampio spazio alle risposte che il nostro Capo di Stato Maggiore ha fornito, nel corso del suo iti nerare di saluto, al noto problema della donna in uniforme. Argomento sempre stimolante, trattato dal Nostro con il sereno distacco che gli viene da una visione pragmatica del ll?roblema, e da un perdurante quanto naturale interesse istintuale per il soggetto del contendere. Un interesse raffinato, pacato in quella sfumatura d' immagine prodotto di" gusto, cultura e anagrafe ben svolta. Poiché non si trattava di argomento nuovo è stato poi consegnato alla tradizionale distrazione estiva arricchito di qualche spunto per rinvigorire l'antica predilezione nazionale a dibattere su tutto, anche se poco noto, purché politicamente e socialmente rilevante. Pe.r guadagnare consenso, inviare messaggi, o anche solo per dimostrare la propria infiammata partecipazione, possibi lmente senza diretto coinvolgimento di responsabilità. Anche perché, più se ne discute meno se ne fa. L' argomento tuttavia ha ripreso recentemente vigore, tanto da meritare un ' indagine demoscopica da parte dell ' Abacus su commissione di un Partito politico. Ne è emerso l' inatteso risultato che un buon 80% delle nostre gagliarde ragazze considera con favore un coinvolgimento marziale. Se compariamo poi detto risultato al preoccupante aumento delle vocazioni all ' obiezione esploso dopo la nota delibera della Consulta, c' è proprio da chiedersi se non ci troviamo di fronte a un vero e proprio capovolgimento nella destinazione biologicamente tradizionale del l' increto ormonico. Comunque sia la donna in uniforme ci è ormai immagine ricorrente e familiare. n cortometraggio televisivo infatti, non confessata fonte primaria di documentazione per il cittadino medio, ci ha da tempo abituati alla visione di femmine, spesso leggiadre, coinvolte neli' esercizio di funzioni di pubblica sicurezza locale e generale. Ci sembra quindi che la riscossa -sacrosanta- per una riqual ificazione della cosiddetta condizione femminile (non esiste solo una condizione militare) sia dovuta più al piccolo schermo e a genuino trasporto delle interessate che a transeunti manifestazioni collettive e ad aggregazioni temporanee o permanenti monosex. La femmi na ha gli stessi diritti e gli stessi doveri del maschio. E chi lo mette in dubbio? La nostra Costituzione non fa differenza di sesso quando
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enuncia diritti e doveri. Tuttavia madre natura non ci ha fatto del tutto uguali, per fortuna o per disegno, per cui alcune attività appaiono più elettive a un sesso che all' altro. L'evoluzione ha infatti costruito l' uomo secondo un modello funzionale diretto alla sua originaria destinazione di cacciatore (di animali s'intende), la donna, per la raccolta del cibo. Per cui struttura idonea a compiti di forza da una parte e di manuale abilità e delicatezza dall'altra. Purtroppo a volte queste situazioni si invertono e quando ciò accade gli esiti ci sconcertano e non ci rendono felici. Comunque, fisiologia a parte, non c'è dubbio che in · ogni caso si può trovare una soluzione di accettabile compromesso. Giuditta (quella di Olofeme) e Giovanna d'Arco rappresentano singolarità storico/genetiche, poiché calate in ruoli da sempre considerati come peculiari dell'uomo. Quindi accettato il principio del ragionevole compromesso, che è poi anche nell'interesse delle nostre adorabili contrapposte, si tratterà solo di stabilire la natura e l'estensione del succitato compromesso. Non ci sarebbero problemi se ci trovassimo a dover vivere in una situazione di rischio immanente. «Anna prendi il fucile» non è solo titolo e personaggio di noto musical, è anche simbolo di forzata partecipazione ai cimenti e ai rischi del partner in particolari situazioni storico/ambientali. Noi, fortunatamente, non abbiamo il già malvagio pellerossa aduggiante dalle spoglie foreste nazionali. Abbiamo solo il rischio reale di progressiva caduta di marziali vocazioni presso l'italica componente mascolina. · Questo, a causa del dilagante irenisrno e di un certo disimpegno dal talamo cui si associa una crescente riluttanza muliebre a modificare, seppur temporaneamente, il proprio look o impegno professionale per dare concreto sviluppo alle pulsioni materne. Quindi se il maschio cala, anche numericamente, è giocoforza che la femmina subentri. Fin dove può o almeno fm dove è necessario. Per cui l'accesso all' ultimo santuario della virilità ernblematizzata appare ormai imminente. Nessun trauma e nessuna concessione unilaterale. Lo vuole la già citata parità di diritti e di doveri e l'incombente stato di necessità. Sussistono timori, titubanze o addirittura avversioni viscerali di tipo storico/emotivo? La risposta è sì. Non può essere diversamente. A parte infatti le dotte discettazioni in merito cui si abbandona
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l'inevitabile sociologo o teologo di passaggio, è naturale che l' approccio al problema da parte del maschio di cul tura mediterranea sia diverso da quello di cultura anglosassone. Millenni di storia con ruoli ben distinti condizionano il genoma. Pertanto, accanto alla succitata riluttanza e diffidenza storica, abbiamo anche la costruzione di maliziosi quanto allettanti scenari destinati tuttavia a rimanere solo nel mondo delle fantasie onir iche. La donna infatti, allorché penetrata nella cittadella del maschio, accentua la potente competitività geneticamente accumulata nel tempo nella sua tradizionale, anche se spesso solo apparente, posizione subordinata. E non occorre andar lontano. Basta visitare una Scuola di Polizia e informarsi sugli esiti dei corsi misti per avere un quadro obiettivo degli effetti travolgenti di questo recupero storico. Poiché la femmina, quando inserita pariteticamente in ambiente considerato elettivo dal maschio, almeno all ' inizio è fortemente motivata nel competere. Deve dimostrare che può essere uguale se non migliore. Quindi non sembra ci sia più spazio né motivo per dubbi, titubanze o inutili dissertazioni in merito alla possibilità tecnico/giu ridica d' istituire un servizio militare femminile. Almeno in senso generale. Ma saremmo decisamente poco accorti e, diciamolo pure, poco cavallereschi se, prima di legiferare al proposito, non ci preoccupassimo di esami nare con attenzione il possibile ventag lio di opzioni. Per rimanere nell' area del ragionevole compromesso e individuare gli interventi, specie di natura organizzativa e infrastrutturale, che sono pregiudiziali a ogni iniziativa nel settore. E non è una preoccupazione peregrina. La nostra storia, anche recente, è ricca di provvedimenti estemporanei dettati più che da meditata valutazione dal poco commendevole desiderio di colpire l' opinione pubblica con decisioni di grande impatto emotivo. Magari in corri spondenza di situazioni che inducano alla ricerca di diversivi d' interesse. Quindi ben venga il gentil sesso a togliere il grigiore monocorde delle caserme. Ma si prendano per tempo tutte le necessarie predisposizioni organizzative, adeguate vestimenta comprese, per farle sentire valide e apprezzate compartecipi di responsabilità nel pieno rispetto dei dettati naturali della loro femminilità. Diamine! La galanteria è sempre stata parte significativa della nostra cultura mediterranea.
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LA VOLPE ANTIMILITARISTA
LA volpe antimilitarista
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Un Cappone diceva:-Stammatina ch'ho veduto passà li bersajeri m'è venuta la pelle de gallina! Quanti fii de madre ciaveveno cuciti sur cappello! V'abbasti a dì che in testa a un colonnello, ciò rivisto le penne de mi' padre, ciò rivisto la coda d'un fratello! - E' una vera barbaria! -strillò la Vorpe rivoLuzzionaria- Bisogna comincià L'aggitazzione per abbolì L'esercito, in maniera de buttà giù qualunque sia bariera fra nazzione e nazzione. Arza la voce tu, che ciai coraggio! Se te decidi a demoli er riparo che t'hanno messo intorno ar gallinaro, a L'occasione te proteggeròAppena trovò libbero er passsggio la Vorpe c'entrò subbito, e s'intenne ch'er povero Cappone organizzato morì ammazzato, ma sarvò le penne. La polemica s'addice a chi è vocalmente dotato ma indigente nell 'idea e nell'argomentazione. A che infatti menar faticosamente di spadone quando meglio si può fare cesellando di stilo e di fioretto? La polemica, poi, si sa, accentua la traspirazione, antiestetico e spesso graveolente sintomo esterno di stress e di allerta dell'ipofisi e della corteccia surrenale. TI che, come non noto ai più, se perdura dà luogo alla patologia viscerale delle cosiddette malattie psicosomatiche A queste dotte meditazioni voleva forse stimolare un illustre personaggio sempre attento nella ricerca di presidi contro la disinformazione e il luogo comune, nell'inviarmi il sapido sonetto qui riprodotto. L'autore è tale Alberto Salustri. Meglio noto come Trilussa. Bisogna proprio dire che questi, nel condensar in allegorie e paradossi temi e concetti di pubblica appetizione ha voluto, -con intuito ante litteram, occuparsi anche di quell'allergia alla milizia oggi tanto di moda. Se non l'avesse fatto ci avrebbe deluso. E' infatti tradizionale costume quirita, maturato ali' ombra del Cupolone, epigrafare in lessico arguto e popolare argomenti e situazioni su cui s'appuntano attenzione e interesse della pubblica opinione. Essere negletti da questa significa essere ignorati. TI che non piace. Al popolo tutto si può negare tranne libertà di motteggio e di sberleffo. Solo i più ottusi dispotismi ideologici ignorano che là ove è negata libertà e chiarezza di comunicazione queste esplodono nell'asterisco e nella battuta alquanto greve delle Pasquinate, o più
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coltamente, nel frizzante sonetto del Belli e del nostro Salustri!frilussa. Questo solo per esemplificare nel casareccio e nel recente. Alle sue prime battute il sonetto in questione ci induce all'atroce sospetto di personale specifica avversione del Trilussa nei confronti dei Bersaglieri. Magari a memoria dell a nota breccia di Porta Pia. Poi ci soccorre consapevolezza che nessuno più del bersagliere emblematizza quella marzialità latina che ci ha tanto illustrato, anche in ambito extranazionale, sin dai tempi di Crimea. S i sa, l'alpino è parimenti emblematico, ma essendo molto più povero d_i penne non avrebbe prodotto nel cappone una altrettanto risentita reazione. Ma allora è proprio vero che anche il Trilussa aveva in uggia il povero milite? E qui s' impone un'occhiata più attenta ai protagoni sti. Non a caso il Nostro ha mutuato da Esopo e da La Fontaine quel ricercare nei protagonisti animali delle sue allegorie abiti comportamentali tipologicamente assimilabili ai desti natari umani del messaggio. E ci sembra proprio che cappone e volpe siano stati scelta appropriata. Il primo infatti è noto e celebrato perchè vittima illustre di una certa manipolazione che, privatolo di vociante aggressività e presenza attiva nel pollaio, ne ha in contrappunto esaltata la godibili tà delle carni. Ed è situazione questa che nello scenario della moderna tecnologia induce ad ardite quanto inquietanti trasposizioni. Sembra infatti che sia oggi possibile, grazie al li vello di sofisticazione ragg\unto nel settore delle comunicazioni, ottenere gli stess i effetti , e su base coll etti va, con mezzi decisa mente poco cruenti e, soprattutto, meno percettibili. Basta saper mani polare nel senso giusto il mass media. E qui entra in campo la volpe. n Nostro tuttavia ha maturato esperienza e dottrina in e ra pretelev isiva, quando cioè astuzia e di segno surretti zio potevano ben giovarsi dell ' immagine della volpe. Oggi questo animaletto, trad izionalmente maltrattato nell'imm agine e nello sport, potrebbe essere invece inserito nel simbolismo ecologico dell'Arcadia perduta. L' informazione quotidiana fornisce infatti nel mondo degli uomini e mblemi molto più vistosi ed efficaci. Bisognerà quindi stimolare ambientalisti e colorati perché si occupino della «condizione della volpe» e ne sollecitino la riabilitazione ufficiale. Sul cappone non esistono purtroppo motivazioni valide per intraprendere
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campagne promozionali. L'infelice, non trovandosi in situazione «naturali», non è ecologicamente rilevante. E poi, magari per motivi poco nobili, anzi decisamente ignobili, sembra sia gradito ai più nella sua attuale condizione di cappone. Il sign ificato dell'allegoria è troppo chiaro per richiedere commento. Ma la sua attualità ci colpisce anche se certe situazioni non sono retaggio di specifici momenti storici. Tuttavia una lettura più moderna e attenta del sonetto c'induce a concludere, non senza un certo senso di disagio, che un'edizione più aggiornata lo vorrebbe modificato in chiusa. E' lì infatti che, con trascorso ottimismo, si concede al povero cappone di aver salvato almeno le penne. Oggi avrebbe sicuramente meno fortuna.
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IL FASCINO DISCRETO DELLA REGIONALIZZAZIONE
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Tutti noi dobbiamo profonda gratitudine a quegli esegeti della storia nazionale che hanno dedicato e dedicano cure e affanno per cercarvi spunti, indizi e asterischi da utilzzare a supporto dell'esistenza di spinte endogene e inelutabili verso l' unità. Infatti, a osservatori piu superficiali, la nostra tanto spensierata quanto soleggiata penisola potrebbe apparire popolata nel tempo da genti tanto diverse quanto pittoresche, molto più occupate a scambiarsi birbonate d'ogni genere che a ricercare matrici e interessi comuni. Forse perché la tormentata orogenesi la vuole cosl allungata verso le Afriche. Forse perché troppo accessibile dal mare a ogni navigatore veleggiante da sud o da est. O perché tanto amante dell' umore inebriante dei ricchi vigneti che le hanno meritato in origine il nome di Enotria. Insomma, appare obiettivamente difficoltoso trovare quelle basi per i grandi e inevitabili destini esplose poi nella mente del noto, focoso e imprevedibile insegnante romagnolo. Storici anglosassoni , di maggiore flemma oltre che d ' indiscusso spessore, affermano che l'Europa ha raggiunto l'equilibrio delle sue nazionalità nella seconda metà del secolo scorso. Bene, nella nostra, penisola in quel momento eravamo occupatissimi a sfruttare tutte le circostanze favorevoli, prodotte dal capriccioso alternarsi di alleanze delle grandi Potenze nel difficile esercizio della loro politica di equilibrio, per inserirvi a costo accettabile l'obiettivo dell'unità nazionale. Visto che la risposta della «base» era piuttosto tiepida e poco affidabile e che con le armi non ci veniva del tutto bene. Siamo riusciti poi a realizzare l'obiettivo unitario grazie a un sanguinoso allungo finale, nella seconda decade del ventesimo se·colo, adoperandoci perché una triplice alleanza diven isse duplice. Allora eravamo più accorti. Dalle alleanze si usciva prima. Ma pur avendo raggiunto finalmente l'obiettivo unitario nel 1870 non si può proprio dire che con questo siano state coronate le generali aspettative. Infatti, il piemontese, specie nell'edizione piumata oggi tanto cara agli italiani, per lunghi anni dopo il 1870 ha avuto nell 'area oggi assistita dalla nota Cassa una presenza tanto gradita e familiare quanto quella dei cosiddetti barbari, o comunque forestieri, che da Annibale in poi hanno esercitato in posto un rapinoso quanto esigente e poco raffinato turismo. L'esigenza di far cono-
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scere agli italiani l' Italia e gli italiani doveva essere molto sentita anche negli anni '50 e ' 60, dato che nelle destinazioni per il servizio di leva si adottava quella formula che la Marina Borbonica definiva simpaticamente «ammoina» e che prevedeva lunghe transumanze da nord a sud, da est a ovest e viceversa. D'altronde si viveva allora in quelle condizioni di anomalia politico/demografica che voleva il cattivo aduggiante dal carsico nord-est, da cui affollamento d'armi in zona, a fronte di un più fecondo e nutrito esercizio del debito coniugale saldamente radicato a sud. Ma tempora cur-: runt. Per cui in rapida dissolvenza il cattivo è diventato meno cattivo. Anzi quasi buono. Ma la fecondità del noto sano esercizio è rimasta saldamente attestata a sud. Inoltre, nell 'equazione distributiva è entrato con grande autorità un nuovo fattore: la mamma. Figura sempre dominante la storia nazionale sin dai tempi della nota Cornelia madre dei Gracchi. Per cui la creatura nell 'età dell 'obbligo, qualora esperita l'impraticabilità o la scarsa convenienza dell ' obiettamento, dell'attività alternativa, rivedibilità o sanatoria per motivi di studio, può essere, anche se con riluttanza, ceduta in utilizzo di milizia purché a distanza di agevole controllo. Magari con pernotto. Lui, la creatura, perfidamente poco ansiosa, anzi timorosa di effusione materna, ma giustamente anelante di continuità anche segmentata di trascorsi ludici in area natale, concorda. Anzi, esige e sollecita. Dato che è in età di suffragio. E poi, si sa, ~n lontananza ci si strugge di malinconia. La psicodepressione è in agguato specie con il nonnismo e le altre cose truci che accadono in caserma. Ed è qui che s' introduce autoritario l' immancabile studioso del voto mercato. E se nel pacchetto filo iuvenile assieme alla brevileva ci mettessimo anche la regionalizzazione? Non c'è nella Costituzione, d'accordo, ma non è neppure scritto che quel sacro e fastidioso dovere il cittadino lo debba esercitare fuori dalla Regione. Quindi si faccia in Regione. Ma senza distinzioni e particolari privilegi per le Regioni a Statuto Speciale. La Regione, almeno quella, deve essere uguale per tutti. Beh, non proprio. Se la Regione è troppo piccola si può accettare anche qualche debordamento. E a rimetterei sarà sempre il solito Molise. Ma forse sarà sfuggito al proponente la validità storico/evolutiva di questo provvedimento. Intanto quella storica. E' noto ai più
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che tutte le formazioni militari o paramilitari avevano all'origine base regionale. Infatti, per restare in ambito europeo, le più celebrate milizie mercenarie provenivano compatte dai cantoni Svizzeri e da molteplici altri statarelli della Germania del nord. Parimenti i più gloriosi e prestigiosi reggimenti inglesi avevano e hanno tuttora reclutamento regionale. Il Sussex, il Norfolk, il
Galles ecc .. Lo stesso Esercito statunitense fonda sulla Guardia Nazionale reclutata, guarda un po', nell'ambito dello Stato, il grosso delle proprie capacità operative. E questo sin dai tempi della
guerra d' indipendenza. Anche dalla nostra giunge memoria di milizie regionali, come quelle provenienti ad esempio dalla Toscana e dall ' Emilia. Quindi l'anelito alla regionali zzazione può a buon diritto essere anche considerato provvido ed efficace recupero di valori storici pregressi. In merito agli aspetti evolutivi non vi è dubbio che le caratterizzazioni regionali delle unità, oltre ad accentuarne singolarità lessicali e di costume, potrà contestualmente accentuarne anche lo spirito competitivo. E ciò apre la strada a tutta una serie di nuovi ed eccitanti scenari. Avremo probabilmente anche una riscoperta e rilancio di ambiti culturali ormai trascorsi e desueti nel dialetto e nel folclore. Questo era forse sfuggito al militare che, essendo istitutivamente e tradizionalmente conservatore, non sempre riesce a cogliere la validità degli obiettivi di decisioni apparentemente dirette a conquistare simpatia e consenso nel giovane in servizio di leva. Ma il succitato milite sarebbe tuttavia improvvido e reprensibile se non vi cogliesse a sua volta l'occasione per realizzare anche quella distinzione e diversificazione che in tanti Eserciti esalta e qualifica l'identità dei reparti. Si potrebbe infatti arricchire il grigiore monotonale dell'uniforme con qualche capo di abbigliamento piu localmente tipicizzato. Copricapo a coppola per esempio in area isolana e viciniore. Calzare a ciocia sottostante ampio camisaccio e bolero, in altre realtà isolane. Appare troppo audace a questo punto pensare a introduzioni tipicizzate anche presso le nostre Truppe Alpine. n folclore alpestre non sembra infatti sufficientemente diversificato tra regione e regione. Tuttavia, ma è solo un' idea, si potrebbe mutuare dagli Scozzesi, truppa valorosissima tradizionalmente inquadrata in unità
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Highlanders, quindi anglo/alpina, il noto gonnellino plissenato. Ma forse non è proprio una buona idea. Dato che sotto tale vestimenta pare non portino nulla. Il che, in area montana, fredda, spesso innevata e ricca in estate di cardo pungente, potrebbe, quanto meno, stimolare accusa d' imprev idenza logistica. Parimenti, non si osa proporre singo larità regionali anche nell'armamento, specie per le aree isolane. Non dovrebbe tuttavia essere negata possibi lità di introdurre nelle bande e fanfare: zampogne e scacciapensieri. Tranne che per i bersaglieri, dato che tali. strumenti poco si prestano a ll ' uso in corsa. Tornando all'ambito evolutivo, non va in chiusa trascurato un ultimo aspetto. Come è noto il progresso si svolge sempre attraverso il movimento, la regionalizzazione, con il ridurre le distanze, specie se si avrà il buon senso di accasermare le superstiti unità in posizione baricentrica, agevolerà il movimento per «linee interne». E quanto questo sia pronubo di successo lo ha dimostrato Federico II di Prussia. Quindi dovremo senz'aJtro attenderci un netto incremento di mobi lità veloce nei nostri ragazzi in servizio di leva. E purtroppo non solo per il tradizionale week-end ma anche per la franchigia quotidiana. Purtroppo, perché questo statisticamente ci dà motivo di viva apprensione. Vorremmo infatti restituire questi ragazzi alle loro fami glie in piena integrità. Possibi lmente migliorati. Checché ne pensi il noto e benemerito Falco marittimo.
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INSHALLAH
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Inshallah non è vocalizzo comune alle nostre latitudini. Ma è solo questione di tempo. Grazie alla Fallaci abbiamo intanto appreso che significa «se Dio vorrà». n che rende piuttosto bene il fatalismo che permea lo spirito del credo religioso da cui promana. Ma ci sembra anche abbastanza in linea con il nostro credo religioso, che poi interpreta bene la comune visione dell'impegno. 11 delegare altrui la responsabilità delle nostre cose è infatti nelle patrie tradizioni. L'obiettivo di amministrarle a mezzadria, nell 'intento lodevole di affrancarsi nel libero arbitrio o almeno in una maggiore responsabilizzazione, è stato perseguito con successo da discusso noto personaggio nel XVI secolo mediante l'affissione delle sue 95 tesi sul portale nord dello Schlosskirche di Wittemberg. Comunque la tendenza, sempre presente neli' umano costume,· di lasciar fare a Lui è tanto più accentuata quanto più si procede verso sud, geograficamente, o verso pubblica intrapresa, economicamente. Pertanto l'aver voluto titolare Inshallah la nostra epopea libanese ci sembra quasi prodotto di nemesi storica. Abbiamo inshallato molto anche nel passato. Ma ci era andato decisamente peggio. Evidentemente Lui in quel momento era distratto da altre incombenze. La storia vuole che gli eventi siano celebrati prima dal cronista, che dovrebbe limitarsi al fatto obiettivo, poi nel saggio interpretativo, che è compito dello storico, infine, quando l'evento lo merita, anche nel mito. Naturalmente da questa sequenza di sviluppo esegetico si discorda la trasfigurazione letteraria. Questa, appunto perchè tale, vuole anche il cedimento all'immaginazione o, quanto meno, all'interpretazione personale. Da questa carrellata di possibili interpretazioni vanno cancellate le cosiddette «Memorie». Perchè dalle Memorie non ci viene di norma dottrina o diletto. Sono troppo soggettive, poichè generalmente redatte a giustificazione del perchè ali' autore è andata male quando aveva tutte le premesse perchè andasse bene. Oppure, se è andata bene, per liberare il lettore dal sospetto che il merito possa andare ad altrui. Nella sconfitta cerchiamo dei compartecipi. La vittoria è sempre solitaria. Come la decisione del Comandante. Quindi la nostra epopea libanese, unico cimento parabellico del dopoguerra, non poteva non avere il suo cantore. Omero non era disponibile anche se Senofonte, visto l'epilogo, forse poteva andare meglio. D'accordo, grandi eventi
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vorrebbero grandi cantori, comunque vanno pnma celebrati in cronaca arricchita dall'immaginazione. Per cui la brava Oriana va benissimo. Circa la interpretazione del fatto va parimenti rammentato che l'artista non riproduce ma interpreta. Era quindi inevitabile che l'evento subisse una trasfigurazione storico/ambientale. E non vi è motivo che i protagonisti reali adombrati nel!' interpretazione letteraria si dolgano del mancato rispetto di quella che loro considerano obiettività storica. Quando si ha il privilegio di essere protagonisti di grandi even_ti storici, e diciamo grandi perchè comparati al piccolo cabotaggio delle nostre intraprese post belliche, è giocoforza che si accetti anche la deformazione della succitata obiettività. Nessun autore può permettersi in queste circostanze di ignorare i temi dominanti dell'epos: amore e morte, delusione ed esaltazione, amarezza, insicurezza, paura, disgusto, disinganno, cinismo, generosità e vigliaccheria. Insomma tutti i sentimenti, belli e brutti ma sempre umani, che vengono attuati o rivelati in quella non usuale situazione di cimento ove l' antitesi vita e morte diviene fatto concreto e immanente. E non è possibile in questo contesto evitare anche il cedimento allo stereotipo. Per cui anche il Condor, che nella realtà sappi amo telegenico, fonogenico e di eburnea e rocciosa professionalità, pur nella solitudine della sua responsabilità va urnanizzato. Chi accetterebbe un condottiero italico che non ama, non esclama, non declama e. non piange? n modello Colleoni e Giovanni dalle Bande Nere non incontra più. Siamo ormai vittime del romanticismo televisivo e in astinenza di gloria in terra esotica più o meno dalla battaglia di Zama. Per cui qualcosa bisogna pur tirar fuori dalla bigoncia. Il Paese tende già di suo alla retorica e all ' umanizzazione. Ricordate italiani buona gente? Noi siamo buoni, quasi tutti, se poi ci viene di essere anche belli, almeno alcuni , ci va ancora meglio. Un altro personaggio di spicco è il meditabondo professore, vice Condor, con i suoi tormentati riferimenti e tensioni emotivo/letterarie, improbabile o comunque un po' fuori dalla consueta fauna in uniforme. Forse è stato utilizzato dali ' autrice per dare corpo al suo fantasticare. Altrettanto fuori dagli scherni usuali il giovane e viriJe incursore, pragmatico nell ' operare, matematico nel pianificare ma tormentato da dubbi esistenziali. Non poteva man-
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care il miles gloriosus, combattente, superman ansioso di cimento e sempre a caccia di un obiettivo. Poi il rude barbuto che esordisce in cadenzato turpiloquio, infarcito di retorica colta dai suoi modelli in bianco e nero delle pellicole anni quaranta. E poi non poteva mancare il personaggio permeato di anglofil ia. Esiste in tutti gli eserciti, perchè lo stereotipo britannico incontra sempre. Forse sarebbe stato più azzeccato denominarlo Crazy Horse invece che CavalJ o Pazzo. Crazy Horse, a parte l'onomatopea anglosassone, avrebbe infatti ricordato il veicolo tradizionale dell 'Arma di appartenenza. Ol tre naturalmente a evocare quel simpatico locale parigino ove il Nostro, così come descritto dalla Fallaci, avrebbe trovato habitat idea le. Francamente ho tratto da Cavallo Pazzo il mass imo diletto, tanto da indurmi a scorrere rapidamente le pagine dell ' opera monumentale alla ricerca della citazione latina, segno inequi vocabile d eli ' apparire del personaggio. Ma ciò che sovrasta nettamente tutte le caratterizzazioni tipologiche è quell ' immag ine collettiva, a tutti familiare degli «italiani buona gente». E lo dicevano anche i muezzini, per nostra rassicurante edificazione. Ed è proprio qui che l'obietti vo non sempre discreto della Fallaci cessa di zoomare l' uomo per aprirsi a grand 'angolo su llo scenario. Uno scenario che avvolge e comprende l' unico personaggio che ci si muove dentro con consumata disinvoltura. E si muove in continuazione illuminando in questo suo frenetico deambulare a destra e a manca tutte le innumeri sfaccettature di un mondo levantino ove emergono i più strani e imprevedibili personaggi. Un po' di plasma a questo, una cisti tolta all'altro, un parto assistito, un occhio da chiudere lì, un altro da aprire con benevolenza, a volte persino qualche patetica minaccia, appena sussurrata, di rappresaglia. Insomma il Nostro, sempre sull'orlo del collasso e di vorato dall'ansia, è un po' l'Ulisse che in questo revival paraomerico ben s' affianca all'Agamennone, al Nestore e all' Achille. Si può proprio dire che in questa quinta Crociata a ridosso di Terra Santa la brava Oriana ha saputo ben dosare rotocalco, storia e costume cedendo qua e là al luogo comune sul comportamento tradizionale del milite, nel fumo dolciastro di qualche spinello e con un pizzico di professionalità. In sintesi ci troviamo l'espressione più compiuta dell 'oraziano carpe diem, che è poi l' inevitabile sbocco di chi giorno dopo giorno
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consuma un po' nella noia e un po' nella paura una missione sempre meno chiara ma di cui sempre di più afferra la sostanziale inutibtà. Bene, in chiusa un'esortazione agli involontari protagonisti che si considerano non molto gratificati nell ' immagine romanzata. La storia insegna che dopo che si è stati protagonisti di grandi eventi o si scompare come il bravo Cincinnato in un Kibbuz gestito dalla Coldiretti, o ci si rassegna al dover essere personaggi la cui realtà è sempre più sfumata e deformata nel tempo. Se poi detti eventi si sono svolti nel Medio Oriente, terra ricca di grandi mqmenti storico/religiosi oltre che di petrolio e di tappeti volanti, chi può distinguere il magico dal banale, l' irreale dal concreto? Ed è proprio in questo clima che le uri si mescolano con la lampada di Aladino, l' aroma delle spezie con la traspirazione della paura e dell'angoscia, e che maturano i grandi rapporti e le grandi intuizioni che poi ci consentono di trascorrere gli eventi successivi in commozione di ricordo. Condor da Aquila, Condor da Aquila e la voce si blocca nella strozza e il ciglio s' inumidisce. Diamine il sangue non è acqua!
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USTICA USTICA
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Ustica è una graziosa isoletta al largo delle coste siciliane a circa 600 Krn da Palermo. Doviziosa per agricoltura, nel tempo ha visto transitare Fenici, Romani, Saraceni e finalmente Siciliani. Recentemente è assurta agli onori della cronaca per un importante ritrovamento archeologico. E' fuori di dubbio che tutto il Paese trarrebbe motivi di maggiore soddisfazione se la notorietà dell'isoletta in questione fosse legata solo alla sua celebrata godibilità turistica ora arricchita anche di cultura. Bisognerà invece aggiornare le Enciclopedie perché, tra i vari aspetti caratterizzanti passato e presente, sia dato opportuno rilievo anche alla vicenda che ne ha reso familiare l' aspro toponimo in ambito nazionale e internazionale dilatandolo a significati che trascendono quelli storico/geografici. Pare infatti sia assurto a sintesi semantica di tortuosità interpretative, omissioni, reticen~e e superftcialità. Esistono anche interpretazioni più inquietanti, non si sa se probabili o solo possibili, dato che la latitudine operativa dei professionisti dello scoop è sempre stata tradizionalmente molto ampia. n fatto che tutto ciò stia avvenendo sulla pelle di 81 esseri umani non sembrerebbe offrire aperture per dissertarne nel tono che è consueto e doveroso per questa rubrica. Ma un compromesso accettabile si può sempre trovare. La vicenda è infatti particolarmente ammaestrativa di quel certo costume che appunto si cerca di combattere usando le uniche armi consentite in un equilibrato contesto democratico: l'obiettività delle argomentazioni e l' ironia. L' unica cosa certa nell' ormai noto evento è che l'aereo che trasportava gli 81 sventurati si è disintegrato in volo. Il guaio è che un evento del genere può verificarsi per cedimento strutturale, per esplosione di bomba a bordo o per missile o altro .proietto. Ci sarebbero anche altre ipotesi più fantasiose come la meteorite o altre diavolerie extraterrestri. Su queste però non ha osato avventurarsi neppure il più audace dei cacciatori di scoop. Non sfuggirà poi, neppure al più distratto dei lettori, che ognuna delle tre ipotesi sopra formulate comporta sviluppi diversi sul piano tecnico-amministrativo. Non solo, si presta purtroppo pure a diversa utilizzazione o strumentalizzazione politica. E' chiaro quindi che, a seconda degli sviluppi desiderati, si potranno formare almeno tre gruppi portati a leggere l' evento in chiave diversa. Da tali gruppi va esclusa la commissione d'inchiesta. Anche se è umano
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che almeno alcuni membri di questa siano stati, magari indirettamente, influenzati da suggerimenti o personali convinzioni a propendere per una delle tre ipotesi sopra menzionate. n relativismo conoscitivo non è invenzione retorica. Ma si sa, e da ciò ci sono venute nel tempo e ci vengono tuttora le più ribalde birbonate, che la convinzione più o meno obiettiva della validità della propria ipotesi porta un po' alla volta alla sua radicalizzaziione. Si verifica così quell'orrido evento che vede un' ipotesi diventare tesi senza il conforto della sua dimostrazione matematica. A volte, e ciò rap~ presenta il peggio, ciò avviene ipso facto, cioè senza alcun travaglio, perché in linea con i propri obiettivi ideologici. Quella del missi le, a esempio, oltre ai risvolti amministrativi, piace anche perché consente di sbertucciare la nostra Aeronautica Militare. Cioè di prendersela con il solito e poco sostenuto militare. Infatti che ci sta a fare quest'ultima se non è in grado neppure di accorgersi che un tranquillo aereo di linea in volo a ridosso del territorio nazionale viene abbattuto da un missile lanciato presumibiJmente da altro aereo per errore o per dolo. Il che è giusto. Naturalmente esiste anche altra e più sottile interpretazione: l'Aeronautica Militare se ne è accorta ma ha nascosto 1' evento. E se questo è vero i nostri validissimi compartecipi in azzurro o sono inefficienti o sono in dolo. Sgradevole alternativa. Dovendo scegliere sarebbe preferibile comunque la prima possibil ità. C'è sempre l'uscita sull'obsoleto per carenza di fondi o sulla suscettibilità relativistica dell'elettrone che ci dovrebbe dare possibilità d'intellegibile lettura. In merito alla seconda ipotesi, quella del dolo, francamente è piuttosto difficile che questa possa essere ragionevolmente formulata. Anche il più callido e ostile esegeta, se non in malafede ha difficoltà a individuare un accettabile «perché». Beh, a dire il vero un «perché» ci potrebbe essere qualora il manufatto cilindriforme sotto giudizio fosse partito magari per bellicosa concitazione da uno dei nostri intercettori. Ma ci pare congettura poco seria. E non solo per le quasi impraticabili note procedure che, in tempo di pace, precedono l'autorizzazione all'uso delle armi ma anche perché, qualora ciò fosse accaduto, radar di avvistamento a parte, numerosissima sarebbe stata la schiera di coloro che ne sarebbero venuti a conoscenza. Se non altro perché un missile di meno nella cronica s ituazione di di-
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gnitosa indigenza esistente nel settore avrebbe se non allarmato almeno incuriosito. E poi, per buona pace di tutti è inimmaginabile che neJi a nazionale propensione all ' indiscrezione, alla soffiata o anche solo al domestico chiacchiericcio, un fatto così ghiotto sarebbe trascorso senza la dignità di appropriato e arricchito commento. Ma se ciò non è vero e si è riusciti a mantenere il segreto, allora l'evento è ancora più clamoroso del pur grav issimo incidente. Poiché riguarda la stessa immagine del Paese. Perché così, a poco più di un secolo dall' unità, sarebbe riuscito a conquistare finalmente quel grande e inequivocabile segno di maturità che è il senso collettivo della ri servatezza. E non sarebbe poco. Bene, ma se il diabolico arnese non è scappato a noi non potrebbe essere scappato ad altrui ? Alleato o non che sia. Ma anche qui si ri nnova l'imbarazzo del «perché». Certamente non facile a trovarsi soprattutto se i colleghi in azzurro hanno visto e hanno taciuto. Comunque, anche se esistesse un «perché» questo non potrebbe consegui re da iniziativa individuale o collettiva degl i addetti ai lavori perché rimarrebbe sempre la indiscutibil e succitata nazionale difficoltà a mantenere il silenzio. Specie ora che la vicenda è diventata un dibattutissimo caso nazionale. La tentazione a essere protagonisti è sempre più contagiosa e irrefrenabile. Per cui restiamo sempre con il fiato sospeso in attesa della prossima ri velazione. L ' ultima, in ordine cronologico, al momento della compilazione delle presenti annotazioni, ci è venuta dal radar di Poggio Ballone. Local ità, ahimè, semanticamente non molto favorita come toponimo. Si è cosf appreso, grazie ali ' analisi postuma di grafici datati, che il cielo sopra l'isoletta in questione così era ben affollato di caccia ma. gari occupatissimi a scambiarsi missilate proprio mentre stava transitando l'ignaro DC9. Se tutto ciò è vero bisogna convenire, con buona pace delle statistiche che affermano il contrario, che il volare non è poi tanto sicuro come si dice se non altro perché le tre dimensioni producono molte più variabil i. Ma il povero e abitualmente disinformato cittadino cosa deve pensare? Sembra infatti impossibile che un fatto obiettivo come è indiscutibilmente la morte di 81 persone e negli anni 80, con un cielo tramato di emissioni elettromagnetiche cui nulla dovrebbe sfuggire, possa a cos'ì lunga distanza di tempo rimanere senza spiegazione. Ebbene qui ci soc-
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corre quello specchio fedele dell ' umana imprevedibilità che è la finzione cinematografica. Questa, nel noto film Rasciomon, ci ha dimostrato come un fatto, obiettivo per lo spettatore, possa essere letto razionalmente in quattro chiavi diverse. Precisamente quanti erano i testimoni oculari dello stesso. Il che ci conforta, dato che nel doloroso evento io questione le ipotesi possibili pare siano solamente tre. Per cui possiamo sempre sperare.
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MARE NOSTRUM
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Confesso che nel titolare le presenti note, che potremmo definire d'evasione marinara, sono stato un po' influenzato da quell'ormai trascorsa e sospetta etichetta, che in tempi di più diffusa e istituti va marzialità, era stata appiccicata a significare il turbolento bacino di acqua salsa ove mute variegate di personaggi più o meno pittoreschi avevano esercitato la loro naturale spinta evolutiva verso la sopraffazione. Non vi è tuttavia alcun dubbio che un tempo il Mediterraneo lo consideravamo «nostrum», ma non tanto per attestare proprietà quanto imperiosità di presenza. Oggi per significare lo stesso intendimento useremmo un linguaggio più edulcorato, quello, per intendersi, che utilizziamo quando vogliamo riferirei a situazioni naturali ma non del tutto gradevoli. Poichè oggi curiamo molto l' immagine. Ed è proprio per dare smalt0 a un 'immagine sempre più appannata nel pubblico interesse a causa del crescente irenismo e calante percezione di rischio, che vediamo le nostre tre Forze Armate in fiera e costante competizione per protestare rinnovamento nelle priorità in uno scenario reso quasi da ebdomadario grazie alla variabilità delle chiavi di lettura. Si tratta di una rivalità endemica in tutti i Paesi che dispongono di più di una Forza Armata e che accentua la sua virulenza in misura inversamente proporzionale all' opulenza del budget. Quindi possiamo ragionevolmente affermare che ci troviamo proprio nelle condizioni ideali per non essere tranquilli. Dato che la memoria storica ci dice che da tale rivalità non ce ne è mai venuto del gran bene, anche se ciò appare in contraddizione con quel dettato filogenetico che vuole la competizione origine di ogni sviluppo evolutivo. Evidentemente esistono delle eccezioni, specie quando la competizione non ha alla base -spinte e motivazioni concrete e naturali ma è viziata da posizioni individualistiche. Come d'altronde già intuito e brillantemente illustrato dal nostro Manzoni nella scarsa disponibilità alla collaborazione manifestata nei capponi che Renzo impugnava a parcella nel noto episodio. D'accordo, i capponi erano solo due, ma allora, ammessa affinità marziale nell'intuizione manzoniana, le Forze Armate allora erano solo due. La cura dimagrante che gli illustri clinici hanno prescritto al corpo del marziale strumento, sempre se l' intendimento è eliminarne l'adipe lasciando inalterato il muscolo, dovrebbe
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dosare equilibratamente gli alimenti, senza privilegiare un organo vantaggio di altri. L'apologo di Menenio Agrippa sulle sinergie in organismo vivente è sempre di piena val idità. Soprattutto per le Forze Armate. Tuttavia la titolazione un po' birbona e allusiva di queste divagazioni lascia pensare di aver attribuito a una delle componenti della triade un maggior attivismo e intraprendenza in questa campagna di autopromozionalità. In ogni caso non si può negare che la Forza Armata in questione, proprio per natura e composizione, appaia come la più completa e titolata alla promozionalità. Chi lo potrebbe negare. Tutto ciò che naviga su acqua le com.: pete istitutivamente, per indiscutibile diritto d'ambiente. Le macchine volanti poi se le può caricare a bordo, come d'altronde già fanno i più. E' sufficiente un po' di spazio orizzontale. Tanto ci si può alzare anche in verticale. La componente di terra poi s' identifica nei Marines o equivalenti, che sono fanteria tradizionale in blu ormai affrancata dal fastidioso impegno dell'abbordaggio. Quelli casalinghi naturalmente vanno un po' rimpolpati, ma godono comunque ampio credito nomìna1istico. Anche più della Top Card e della Visa. Ma non è tutto. La già celebrata frontiera orientale, per tanti anni comodo pretesto per gonfiare l' arcaico e tradizionale strumento di terra, oggi non incontra più. E poi, anche a ragionare a spanne si tratterebbe in ogni caso di un centinaio di Km di sviluppo, per giunta di scomoda deambulazione, da comparare agli oltre 8.000 Km di costa tutta aperta e invitante a volizioni penetratorie. Ma vogliamo scherzare? A parte il fatto che, diciamolo pure, ci stiamo cos1 bene dentro questo Mediterraneo. E' una vocazione che persino l'orogenesi continentale sembra aver sottolineato modellando morfologicamente il nostro stivale per sponsorizzarlo a questo obiettivo. Infatti tutte le sue puntute asperi tà co mprese quelle delle appendici insulari tirano a sud. Il nostro destino è quindi sul mare e nel mare. Ed è proprio da qui che ritengo abbia tratto origine quella fel ice intuizione che ha portato il noto anche se discusso condottiero a chiamare il Mediterraneo «Mare nostrum». Per non tirare poi in ballo la storia, da cui bene o male ci viene sempre qualche insegnamento. Questa ci dice che via terra, e spec.ie dal già celebrato nord-est, ci sono sempre arrivate corpose buggerature. Predatori, o nella migliore delle ipotesi, quegli extra-
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comunitari ante litteram molto desiosi di prendere e poco inclini a dare. Mentre via mare dalla Grecia, come pure dall'allora illuminato e sviluppatissimo Medio Oriente, e persino dal Nord Africa hanno veleggiato verso le nostre spiagge ospitali cultura, arte e commercio. Insomma: sviluppo. Beh, ogni tanto è arrivato anche il predone, ma in genere solo per fare un po' di spesa gratuita e contribuire, mediante il noto processo di ibridazione, al miglioramento forzato della specie. Se poi diamo un'occhiata all'antica Roma ci viene subito a memoria quel Gaio Duilio che sin dal terzo secolo a.C. ci aveva indicato il dove e il come tutelare con successo la sicurezza della Penisola. Insomma possiamo serenamente affermare, da una rapida scansione degli eventi storici che hanno avuto influenza determinante sui destini dei Paesi rivieraschi, e non, che questi hanno quasi sempre trovato suggello in grandi pugne marittime come a Lepanto, Abukir e Trafalgar, solo per ricordare quelle del bacino d'interesse e immediate adiacenze. Si potrebbe anche continuare citando eventi più prossimi, ma ciò sarebbe forse poco influente e coadiuvante ai fini del «nostrum». Ma questo è dovuto molto probabilmente al fatto che nel tempo le navi sono diventate sempre più grosse e con cannoni sempre più lunghi, fino poi a fornirsi di quelle fastidiose presenze imbarcate che, operando a tre dimensioni, potevano persino affrancare il naviglio dal non sempre gratifi cante contatto balistico diretto. Di conseguenza il «nostrum» è diventato un mare piuttosto angusto. Per una bella pugna, di quelle old style che danno soddisfazione, vanno decisamente meglio gli oceani. Nei piccoli mari: piccole pugne, con piccole navi, magari senza necessità di pernotto. Il che non è borghese o riduttivo come potrebbe sembrare. Dato che l'istituto dello straordinario, che vediamo in progressiva e inarrestabile assimilazione culturale in ogni ambiente e scenario, soprattutto nei giovani Quadri, renderà le pugne protratte sempre più costose e quindi difficilmente sostenibili. Ma tutto ciò non ha di molto cambiato la sostanza delle cose. D'accordo, gli Oceani sono diventati proscenio più rispondente e consono alle operazioni navali ad ampio respiro. D'accordo anche che è proprio attraverso tali ampie distese d'acqua che s' intesse e sviluppa il traffico vitale per la sopravvivenza del patrio conti-
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nente. II Mediterraneo ha tuttavia ancora pieno titolo per essere Mare nostrum. E ciò è prova ulteriore della validità delle grandi intuizioni storiche del passato. Qualcuno potrebbe anche obiettare che si tratta di vieto romanticismo. Ma sarebbe in errore. Come infatti trascurare la minaccia crescente delle piccole ma pittoresche e attivissime flotte dei Paesi rivieraschi. Ne sanno qualcosa i nostri pescatori che ormai trovano sempre più diffici le inamare e rastrellare più o meno a cavallo delle altrui acque territoriali. Noi inguaribil i romantici non ci arrendiamo alle moderne e certamente interessate interpretazioni che vogliono oggi le flotte composte da mi- · riadi di piccole navi subordinatamente ciabattanti attorno mastodontiche e arroganti portaerei con i ponti affollati di aerei tutto fare. Vale a dire dal controllo e gestione dello spazio aereo in profondità, oggi indispensabile anche alla sopravvivenza dei gabbiani, alla capacità di elargire precise e sonanti bastonate ben all'interno della più compatta e varia superficie continentale. Nessuno potrà tuttavia sottrarci al fascino di quei vascelli, piccoli, agili, super sofisticati che sono emblema di compiutezza tecnologica e raffinato design. L' immagine conta, e come! Nel caso poi che l'evento operativo cui si è chiamati a partecipare sia troppo al di sopra delle nostre risorse e non ci dia sufficiente smalto e risalto, e questo riguarda ogni tipo di forza di cielo di terra e di mare, poco male. Basterà imbarcare Carmen Lasorella con microfono e telecamera e così al me~o l' immagine sarà salvaguardata.
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LA SPARTIZIONE
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La titolazione delle presenti meditazioni coglie irriverenza dal col1 egamento malandrino che stab ilisce una non troppo sofferta decurtazione di bilancio ( chi l'ha prodotta) e le conseguenti attese non soddisfatte, e il titolo e tema di noto romanzo del compianto Piero Chiara. n romanzo è forse noto ai più grazie alla sapida traduzione cinematografica che Lattuada ha offerto titolando, molto riduttivamente, «Venga a prendere il caffè da noi». Ma una certa quota d' irriverenza è autorizzata nell' area franca coperta dalla presente rubrica. Area franca che nulla toglie alla composta serietà e alla tradizionale quota di ortodossia della Rivista Militare. Anzi è
spia di un certo fremito innovativo che, appunto perché tale, deve essere un tantino trasgressivo o almeno digressivo. A questo punto è auspicabile si sia stimolata una certa curiosità. ~ il solito tranello teso da chiunque colga gratificazione dal fatto di essere letto. Cosa infatti vi può essere in comune tra le nostre cose e la nota vicenda che vede il sanguigno e metodico ragioniere Emerenziano Baronzini, interpretato da un Tognazzi in gran forma, in costante e crescente cimento per «Spartire» decrescenti energie a soddisfacimento delle non decrescenti aspettative di tre mature gentildonne. E da rammentare che il collasso sopravviene poi quando il Nostro, in esausta ansia di cimento, ma poco accorto e lungimirante nell'amministrare le sempre più modeste risorse, appunta libido s u nuova e più stimolante utenza. E qui per stare in ambito a noi familiare, potremmo cogliere un traslato che ci porti a distinguere tra possibilità di mantenimento e ansie di ammodernamento. n ricorso a Piero Chiara per cog1iere metafora che ci sia familiare nell'attuale realtà di milizia può comunque apparire audace. Storia e letteratura . sono indubbiamente cornucopia di metafore più dotte e riguardose ma è bene aggiornarsi anche in questo settore. E cogliere quindi dali ' evento e dali ' immagine, anche se un pò picaresca, di una realtà locale che oggi è di più vivace e comune acquisizione. 11 piccolo schermo continua a costituire fonte primaria di apprendimento per l' italico medio. Per illustrare la metafora, anche se a questo punto sarà chiaramente emerso l' intento provocatorio del modello evocato, va detto che la spartizione, nella sua robustezza fonetica ed essenzialità lessicale, può evocare le sempre crescenti tensioni che vivono i cirenei responsabili di Forza Armata ogni qualvolta
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debbono spartirsi le sempre più magre risorse che il Paese, in giusta ansia di irenismo, si rassegna a destinare a garanzia della propria sicurezza. L'Emerenziano Baronzini rappresenta emblematicamente quel certo velleitarismo, che porta a valutare le risorse disponibili senza tener conto del fatto che queste sono state assegnate secondo il criterio soggettivo di chi deve dare e non secondo le legittime esigenze e aspettative di chi deve ricevere. L'Emerenziano quindi è mutuabile come figura in chi, destinatario del poco e decrescente, non s' industria solo a dividere equamente tra i vari richiedenti per mantenere, ma cede anche alle le-· gittime ansie di rinnovare e migliorare. Purtroppo a parità di risorse. Le tre sorelle Tettamanzi potrebbero rappresentare le tre Forze Armate, in linea generale, come pure i vari settori interni di destinazione di ciascuna di queste. La giovane ancella, obiettivo ultimo e causa del collasso dell ' Emerenziano, la tensione al nuovo e al miglioramento di cui sopra. E' bene a questo punto non scendere in ulteriori dettagli e tanto meno a distribuire etichette. Si potrebbero provocare reazioni o comunque produrre crisi di rapporto con le Forze Armate sorelle. La scarsa avvenenza delle tre gentildonne in questione, impietosamente accentuata nella traduzione cinematografica in uno con la settorialità e limitatezza delle grazie godibili in ciascuna, produrrebbero ulteriore imbarazzo. Anche d' identità. Che dire poi dell'episodio in cui l'Emerenziano Baronzini da tre mele fortemente bacate ne costruisce una discretamente sana e sicuramente edibile. Non potremmo cogHerlo a simbolo dell' esigenza da sempre conclamata di eliminare i rami secchi, le sovrapposizioni e le ridondanze che producono dispersione di risorse e quindi realizzare un corpo più snello ed ...edibile? O, per essere più in linea con le note cinque missioni, un chiaro indirizzo interforze? E ancora, cosa c' insegna l' ultima vicenda ove, come già maliziosamente insinuato, in risorse calanti che indurrebbero alla moderazione, il Nostro, già ben saturato nelle valenze disponibili, si dirige a nuovi e più allettanti obiettivi. Qui ognuno può leggersi il suo. In altre parole potrebbe chiamare la leggiadra ancella, motivo del collasso emiplegico, EFA o ARJET A o... , e qui ci viene difficile esprimere in efficace sintagma femminile le Marittime ambizioni innovative. E' uno scenario ricchissimo d' indicazioni. Perché
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nel faticoso itinerare di ogni finanziaria l' assalto alla diligenza del Bilancio Difesa è atti vità elettiva e agognato obiettivo di buona parte degli emendamenti di cui ne è lastricato il cammino. Ed è monito a non porsi traguardi troppo ambiziosi. E qui la nostra metafora ha una sua sinistra imbarazzante valenza di richiamo, specie nella visione del povero Emerenziano che su mezzo di locomozione a spinta si cimenta con insuccesso nel soddisfacimento di gola. Ultima spiaggia di chi è ormai escluso da più attive e soddisfacenti compartecipazioni. E cos'è questo se non monito inquietante del corollario operativo e fun zionale cui può approdare l'organismo ove si sia prodotto permanente scompenso tra esigenze e possibilita? Forse il compianto Piero Chlara non intendeva stimolare a queste ri flessioni nel suo peregrinare lungo le sponde ubertose del Cusano apparentemente teso a cogliervi solo il nascosto e il piccante. Ce ne viene comunque la matura e profonda conclus ione circa la verità dell'assunto che a volte si dicono cose che non si sanno o non si vorrebbero dire, oppure che non si riesce a dire ciò che vorremmo significare. Ed è questo da sempre il dramma arcano del linguaggio.
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Ciò che generalmente più affasci na nell 'arte circense sono le evoluzioni degli acrobati. Non per le forme scultoree delle compartecipi femminili, pur di norma poco coperte e molto avvenenti, dato che il piccolo e grande schermo con ausilio di rotocalco ci hanno già robustamente vaccinati a riguardo. Ciò che affascina è proprio quel disegnare ghirigori, quell' aereo solfeggio in tocco saltuario di appoggio mobile e precario. Quel quasi !evitare che trova eco nel nostro profondo come specchjo del mito di Icaro. Ma è proprio tutto qui? Il solito sociologo ci potrebbe dire che il pubblico trova l'esercizio al trapezio molto eccitante soprattutto per l' inconfessata e perversa aspettativa del possibile tonfo in itinere. Non che auspichi voluttuosamente conclusioni cruente. Per lo meno non è mai stato accertato come indirizzo individuale. Ma sembra proprio che lo stimolo principale, quello che tiene lo spettatore incollato alla sedia in oculogiro extra orbita e fauce secca, è l' attesa del possibile imprevisto. Che, ahimè, è sempre negativo. Per il trapezista naturalmente. Chlssà se riesce ad acchlappare l' appoggio? E se non l' acchiappa cosa succede? Quest' ansia d' attesa in tempi meno assistiti da social previdenza produceva abbondante sudorazione e ripetute scariche di adrenalina. Oggi è invece di molto temperata dalla evidente e ridondante preoccupazione diretta alla salute degli aerei operatori. Quell a, per intenderei, che ha portato all' introduzione della rete. Quest' ultima in genere è piuttosto bassa, colorata a tinte discrete, quasi a dissimularla nella noncuranza di un ornamento. Si cerca insomma di dare l' impressione che non è là per quello che si pensa, cioè per raccogliere qualcosa, ma piuttosto come contrappunto decorativo alla mobilità e inconsistenza · delle attrezzature soprastanti. Però la rete esiste. E questo lo smaliziato telespettatore lo sa. E si sente quasi defraudato nell'emozione e nell 'attesa. Tanto anche se casca non succede niente! Per cui le emozioni non le cerchiamo più nel circo, ma nella vita ove molto più spesso si opera senza rete. Questi i pensieri che ci affollavano la mente scorrendo in questi ultimi tempi la stampa nazionale. Stampa gremita, al solito, ili ingegnosi anche se poco originali disegni in merito al cosa fare di quel fardello sempre più ingombrante che sono le Forze Armate. Ma non è questa troppo ovvia e ormai assimilata situazione che può stimolare ancora la nostra atten-
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zione. L'ovvietà, si sa, non dà emozioni. Non procura brividi. Tuttavia, a ben leggere i provvedimenti in itinere nei confronti del marziale sodalizio in questione, si scopre con perversa voluttà che è lasciato ampio spazio al brivido e alla tensione dell'attesa. Cascherà o non cascherà? E se cascherà si farà male? fufatti qualsiasi assennato responsabile della conduzione di un'Azienda, anche se di modesta dimensione familiare, per non esplodere nell'ansia del!' imprevedibile o collassare nella frustrazione dell'impossibile, deve poter agire confortato da qualche elementare certezza. Che. poi non è altro che la consapevolezza che nei parametri da mettere in gioco esiste un certo equilibrio tra le costanti e le variabili. Tra il noto e l'ignoto. Orbene, le Forze Armate, anche a volerle amministrare con la distratta benevolenza di un ambito familiare, richiedono un minimo di costanti per poter produrre un pur modesto programma di sopravvivenza. Passi pure l'inesistenza dello scenario. Vale a dire il cosiddetto Modello di Difesa su cui la fantasia nazionale potrebbe sbrigliarsi in audaci quanto originali disegni. Esistono altri parametri ben più concreti ove poco spazio è lasciato alla fantasia. Per esemplificare nel concreto, il succitato benemerito sodalizio per poter funzionare abbisogna innanzi a tutto dell'uomo. La totale robotizzazione è ancora da venire. Inoltre, di tale uomo dovrebbe poter disporre per un tempo ragionevole per addestrarlo prima e tenerlo poi in accettabile stato di prontezza operativa. D'accordo, potrà annoiarsi un tantino, ma ciò forse dipende più dalle viziate aspettative che dalla realtà di situazione. E ancora, il succitato uomo, una volta inserito in Enti e unità operative dovrebbe poter essere collocato regionalmente in funzione di una ben precisa anche se sempre meno rigida valutazione connessa ai possibili scenari d'impiego. n tutto, dovrebbe infine poter coòtare su una adeguata e affidabile ipotesi finanziaria. Un'ipotesi cioè che non mortifichi l'obiettivo dell'ammodernamento da tutti conclamato, quale insostituibile corollario delle sempre più vistose e necessarie riduzioni. Bene, dai commenti in crescendo, per frequenza e preoccupazione, degli addetti ai lavori ci giunge l'ormai maturata consapevolezza che le evoluzioni, o meglio le acrobazie, necessarie per far quadrare i conti richiedono cimenti sempre più temerari. Pare in-
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fatti che l' uomo continuerà a calare, numericamente e qualitativamente, per la concorrenza dei tagli già concordati e del sempre più seducente fasc ino dell 'obiettare e dello scegliere civile impegno. Tuttavia si è anche appreso che a conforto e ausilio dell'afflitto pianificatore è stato elevato alla dignità di criterio l'istituto della regionalizzazione. Il che, come è noto, aiuta nella flessibilità. Quei pochi poi che potranno essere incorporati e ben collocati regionalmente daranno in compenso meno problemi: Come, ci si chiederà? Semplice, riducendone il periodo di permanenza alle armi. La soluzione era lì dietro l' angolo e nessuno ci aveva mai pensato. Ma questo ci costerà molto di più, pare abbia lamentato con evidente superficialità lo sventurato programmatore. Nessuna paura. Basterà addebitare il costo aggiuntivo alle già ridotte disponibilità di bilancio. E qu i solo a lettore distratto può sfuggire l'indubbio vantaggio che ne viene con la semplificazione riduttiva dei problemi di calcolo. E' noto infatti che le grosse cifre aumentano i problemi di gestione. Questo rischio potrà inoltre essere ancor più esorcizzato dal senso di stabilità e sicurezza che offrono disponibilità di bilancio immutate nel tempo. Beh, non proprio così, qualche brivido d'imprevisto potrà venire dal tasso ufficiale d'inflazione. Ciò sembra molto evolutivo. Dato che, come recita il noto adagio molto in voga di questi tempi nelle Forze Armate: il bisogno aguzza l' ingegno. Bene, si può qu indi concludere nella serena consapevolezza che non sempre è male ciò che sembra male. Finalmente ci sarà infatti consentito di riscoprire le ansie, i tremori e le tensioni di chi muto nel mirare altrui evolvere in spericolate e temerarie acrobazie unisce al brivido che viene dalla possibilità che manchi l'appoggio . la sicurezza che il tutto avviene senza rete.
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PARTTIME
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TI vento vorticoso, che a est ha spazzato con impeto e impressionante rapidità la grigia e oppressiva inefficienza consolidata in quarant' anni di ideologia monocorde e soffocante burocrazia, ha inevitabilmente prodotto un impano violento sugli scenari difensivi di tutto l' Occidente. E dire che il telemeteo ci aveva or mai abituati ad attenderci le perturbazioni sempre da ovest. Evidentemente a est la meteorologia è scienza poco praticata o, quanto meno, addomesticata. Questo vento vorticoso, quasi uragano, ha provocato oltre che attonito stupore, sentimenti contraddittori pendolanti tra l'entusiasmo incondizionato e la cauta diffidenza. Sul primo, poiché acritico, è bene mantenere prudenti riserve. In genere un'emersione troppo rapida da grandi profondità, come ci sembra sia avvenuto a est, provoca fenomeni anche gravi di emboli a. E poi, come recita la nota massima: natura non facit saltus. Non fa gli «ZOmpi», direbbe il qu irite moderno. Tuttavia, come era preved ibile, questo inatteso stato di cose ha subito fornito tanto atteso quanto autorevole supporto all a mai sopita aspirazione nazionale al taglio della spesa pubblica. Taglio indolore naturalmente, quindE effettuato su un corpo che es endo istitutivamente anestetizzato nell'anacronistico senso del dovere e del servire, non esploda in manifestazioni di renitenza all'entrata del bisturi. O produca comunque quelle pubbliche disturbanze che tanto nuocciono alla tranquillità del sistema. Così dicendo, per chi non l'avesse capito, si è disegnato l' identikit del settore Difesa. Qu indi il desco marziale, già così poveramente imbandito, ha visto l'arrivo di folto stuolo di commensali autoinvitatisi per titolo o per libido di copioso convivio. E' scenario ormai familiare. Un buffet, anche se non molto ricco, pur. ché gratu ito, incontra sempre. I primi morsi hanno già lasciato segni dolorosi sul corpo macilento. Corpo forse qui e là un po' appesantito da adipe, ma sicuramente più bisognoso di accorto salasse che di morso vorace. In ogni caso, si sa, le amputazioni sono sempre interventi sgraditi e traumatici. Ne è venuta una grande agitazione periferica. Reparti che si sciolgono, altri che si anemizzano, Bandiere in trasferta verso il Vittoriano, proprietari di pizzeria che mi nacciano pubblico suicidio di gruppo, sindaci, insospettì d'ansie marziali, che riscoprono l' indissolubil ità del legame Esercito-Paese anche con il supporto di legioni di firme. Questo solo per parla-
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re degli aspetti più vistosi e palesi. Ma questi robusti colpi di piccone stanno demolendo anche strutture di comando, burocratiche e operative, cui sono preposti personaggi di più difficile reimpiego. Quell i, per intenderei, con spallina ornata di greca e numero vario di stellette in sviluppo longitudinale. Niente di nuovo, è il solito ben noto problema nazionale della salvaguardia dei livelli occupazionali. Che fare di questi personaggi che, tra l'altro, per bilanciare anche se riduttivamente il numero straripante dei corrispondenti dirigenti della Pubbl ica Amministrazione, sono stati ~ suo tempo dotati di organigramma abbastanza arioso. Ma è bene precisare, giusto per la cronaca, che la Dirigenza Militare, o «assimilata», come recita recente decreto legge, è la sola cui la 804173 ha imposto rigido numero chiuso in una percentuale che non supera il 10% dell 'i ntero Corpo Ufficiali in servizio permanente effettivo. Che non sarebbe poco se da un 'occhiata all ' ambito circostante non ci venisse che solo nell'area Difesa il personale civile corrispondente raggiunge il 25% con tendenza crescente negli altri Dicasteri , fino al 60% di quello degli Esteri. Ma non divaghiamo. Se già prima era difficile garantire a tutti una dignitosa occupazione, come faremo adesso con questo sciogliere e ridurre a destra e sinistra? Naturalmente non potremo più contare sul noto Stellone italico che tanto ci ha assistiti nel passato. Dovremo far conto sulla fa ntas ia, pur già tanto spre muta dai preoccupati respo nsabili dell'impiego del personale, per individuare accettabili surrogati. Nessuno tuttavia si può sentire estraneo o affrancato dal fornire personale collaborazione in questa affannosa ricerca. E qui potremmo introdurre quell' istituto, che non per esterofilia ma perché entrato nel linguaggio comune anche delle vertenze sindacali, è ormai da tutti definito «part time». Perché non prenderlo in considerazione a parziale soddisfacimento delle legittime aspirazioni di chi , assurto agli argentei fastigi, vuole dare contenuto e decoro al suo rango? Naturalmente dovremo accettare le difficoltà del non sempre facile condominio, o avvicendamento paritetico, che comporta l' istituto in questione. Non si tratta infatti di dattilografi o di comune personale d'ordine. Si dovrà intanto decidere se la partizione deve essere giornaliera, settimanale o mensile. E poi se ci dovranno essere o non periodi di sovrapposizione, per l'inquadra-
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mento su quanto in .fieri o per il passaggio delle consegne. Restano però sempre i rischi di non piena coincidenza negli orientamenti e programmi dei compartecipi. Nella peggiore delle ipotesi potrebbero infatti verificarsi situazioni del tipo già speri mentato da Penelope con i Proci. Cioè eli personaggi occupatissim i a fare, a disfare e poi a rifare lasciando tutto inalterato. E qui ci viene a mente il noto aforisma così bene illustrato nel Gattopardo. La storia è maestra di vita. Almeno così si dice. Ci viene a questo propos ito a memoria che anche neli ' antica Roma, più o meno nel terzo secolo avanti Cristo, ci sia stato un momento in cui l'eccedenza del gal lonato a fronte degli incarichi disponibili abbia condotto il Senato a decretare il part rime. Allora i gallonati si chiamavano Consoli. Ma ciò non cambia la sostanza del provvedimento. La diversità è solo lessicale, non semantica. Pare però che l' istituto non abbia portato a grandi risultati. Infatti ci tramanda la cronaca che nel 2 17, alla battaglia del Trasimeno i due consoli turnisti, M . Terenzio Varrone e Paolo EmiJjo, divergenti nelle vedute sul come condurre la battaglia abbiano adottato a turno schemi operativi diversi. Durante la pugna naturalmente. Se no che gusto c'è. Con quanta soddisfazione per l'astuto Annibale, allora contrapposto ai due, è faci le immaginare. Per dirla nella levità di linguaggio oggi tanto di moda, anche dalla battaglia del Trasimeno ci è venuta occasione per celebrare a posteriori il valore sfortunato. D'accordo, ma allora eravamo in guerra e dall'altra parte c'era quel diavolaccio di Annibale. Oggi basterà essere più cauti. Ad esempio, qualora si decida per il turno giornaliero, basterà usare la cautela di accoppiare un iperteso con un ipoteso. Al primo, che fi. siologia vuole di norma insonne e reattivo, sarà dato il carico più gravoso delle attività mattutine. Quelle proiettive, per intenderei. Al secondo, di più lento avviamento e maggiore predisposizione a veglia vespertina protratta, la cura dell a routine, il consolidamento di quanto avv iato al mattino e la condotta delle trattative più defatiganti. Così facendo potremo, tra l' altro, adeguarci anche al ritmi naturali. Il che oltre a essere saggio è anche economico o, con una certa audacia, si può dire che è persino ecolog ico. Non sfuggirà poi che ci sono altri problemi da risolvere. Per esempio la fotografia del Comandante, o comunque del titolare, così come il
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gruppo firma. Solo per accennare ai più evidenti e vistosi. Fermo restando che è da evitare il frenetico alternarsi di immagini e di timbri, anche perché, specie per il primo caso, potrebbe indurre a facili quanto irriverenti ironie in merito all e «Manovre con i Quadri», appare soluzione molto più rispondente quella dell'accoppiamento d'immagine e di gruppo ftrma. Insomma una soluzione di tipo matrimoniale. Almeno quest'ultima evoca l'immagine tradizionale del lettone che, senza maliziosi traslati, è così ben radicata nella memoria collettiva. E de hoc satis. Altrimenti potremmo suscitare il legittimo ri sentimento di quegli Organi Centrali cu i per destinazione istitutiva è devoluto il compito di ricercare la giusta soluzione. Insomma, a ciascuno il suo. L'importante è fornire il proprio contributo di pensiero. Anche se per questo esistono già permanenti e occasionati, ma sempre nutritissimi, gruppi di lavoro.
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n crine, considerato onor del capo, pare sia l'ultimo reliquato del naturale e onnicoprente abbigliamento che i nostri progeni tori vestivano in epoche ormai remote. S i è anche osservato che tale permanente colbacco rappresenta una singolarità specificamente umana. Infatti il leone, che qualcuno potrebbe obiettare esserci compartecipe in detto decoro, ha un 'attaccatura decisamente più arretrata. Con il ritmo ciclico proprio di tutto ciò che vive e pensa, questo nostro esclusivo copricapo ha subito gli influssi della moda pur in una storica ed evidente tendenza al lu ngo. Il mito eli Sansone ci richiama poi anche ai significati simbolici di forza che vi si sono impigliati nel tempo. La storia sarebbe stata forse ancor più ricca di teste fo ltamente irsute se S. Paolo, nel suo primo epistolare ai Corinzi, non avesse richiamato al l'ordine l'allora jrrefrenabile maschile tendenza al fl uente, intrecciato e inanellato, rammentando che mentre la chioma della femmina può essere lunga e vaporosa perché a gloria dell'uomo, quella maschile deve essere corta perché a gloria di Dio. Ma prima di lui i nostri pragmatici ed efficienti progenitori: i Romani , cui ci lega ricordo e comunanza di habitat ma ben poco nella tradizione (erano un popolo guerriero), avevano notato che l'acchiappare l'avversario per barba e crine nel corso della pugna poteva risultare molto utile per la successiva azione contundente. Per cui si era prescritto che il soldato romano vi rasse al corto. n che, tra l'altro, serviva anche per distinguerlo dal barbaro. Questa tendenza è stata poi da noi ereditata in milizia. Forse a parziale surrogazione della minor eredità che ci è venuta in spirito guerriero. Tuttavia, tale Yladimir Yoinovich, arguto scrittore russo noto perché autore di «La Vita e straordinarie avventure del solda. to Ivan Cionkui», in materia di crine è riuscito ad andare oltre S. Paolo e i Romani. E precisamente quando trasfuga in Occidente, aveva potuto dare libero sfogo ai suoi approfondimenti storico/etologici in piena libertà di espressione e indirizzi. Fino all ' imperti nenza. Ebbene il nostro Yladimir in un suo scritto del 1987 aveva anticipato con rara sagacia intuitiva il divenire della perestroika e le proiezioni progressiste dell 'attuale Premier sovietico. E questo solo esaminandone la maculata calvizie. Infatti il Yladimir, quando ancora dimorante nel Paese d'origine, in visita al locale P antheon per rendere omaggio ai mezzi busti eretti a memoria degli austeri
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reggi tori della Patria post 1917, a veva notato che, con sovietica monotonia, costoro alternavano crani fo lti di pelliccia ad altri affli tti da smagliante calvizie. Ma questo, si potrà obiettare, non richiede un particolare spirito di osservazione. E' vero. Ma anche un normale spirito di osservazione esplode nella genialità quando nella registrazione di una successione di eventi, apparentemente casuale, coglie una costante che si presti ad assurgere a dignità di legge. O quasi. Infatti il bravo Vladimir aveva acutamente annotato che nella storia dell'Unione Sovietica l'alternan-. za dei periodi di acceso progressismo e di bieca conservazione era perfettamente in fase con il grado di copertura del cranio del reggitore. E precisamente: apertura e progressismo, quando illuminato da riflettente calvizie, acceso conservatorismo quando occultato da fo lta e naturale copertura. Infatti, il più inquietante e chiacchierato tra i conservatori, di nome Giuseppe, non solo era gratificato da chioma copiosa ma aveva anche il contrappunto del folto baffone. Da cui l'affettuoso sintagma con cui era noto neJia nostra penisola. Un altro tenace conservatore, felice autore e interprete della teoria della sovranità limitata, era parimenti ornato, mancava il baffone, ma l'attaccatura del crine era in compenso decisamente più bassa. I due successori dei sopraccitati sembravano aderenti al teorema. Solo che non ci hanno dato modo di verificarlo. Poiché essendo più aperti e ansiosi di sviluppi esoterici hanno lasciato prematuramente il seggio. ~a biologia, o meglio l'endocrinologia, non ci aiuta a interpretare la ciclicità del fenomeno. Ci aiuta tuttavia ad azzardare il collegamento tra le situazioni alto cutanee in questione e l'abito comportamentale adottato in politica. Pare infatti che il testosterone, che è il noto increto alla cui giusta dosatura dobbiamo in pubertà il corretto (al meno per i più) indirizzo nell'incontro ravvic inato del vecchio tipo, attivi, quando troppo abbondante, un meccanismo che opera negativamente sul bulbo pilifero in area aureolare. Da cui l'atrofia e quindi la caduta del capello in zona. Ne viene un cranio variamente denudato come geometria, a chierica,a punta, a cupola, a mezzaluna, ecc ... Il tutto in progressione costante nel tempo. Anche quando angosciosamente contrastata. Tuttavia, questo eccesso di ormone non produce solo il succitato malefico effetto. Pare che sti moli anche, come gli è i titutivo, aggressi-
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vità e intraprendenza spesi in direzione del già gentil sesso oppure in attività di più elevato contenuto ideale. Come la politica e la religione. Attività queste, si potrebbe tuttavia replicare, che non sono necessariamente antagoniste con la prima. Comunque chiunque operi con attivismo e aggressività difficilmente si comporta come un conservatore. Infatti il conservatore è un genere latitante nell'iniziativa, teme il cambiamento, sogna la continuità, aspira al consolidamento dell'esistente. lnsomma non appare travolto dall'esagitato testosterone che, in teragendo attivamente con tutti gli altri increti, ha nel corollario dell'irrequietezza il suo normale modus operandi. E' un assunto questo che se non nella scienza pare trovi sostegno nella statisti.ca. E' comunque un assunto che ci porta a pensieri malandrini. Tra questi l' irrefrenabile impulso a esplorare il panorama cranico degli imberrettati illustri trascorsi che allineati in effige con fissità spesso dagherrotipica conferiscono la dignità del vessillo alle pareti dei nostri più austeri e rappresentativi locali. Da analisi condotta in complicità di veochio Sottufficiale che ricorda sia quanto si celava sotto l'austero copricapo sia come il portatore dello stesso conduceva la propria mil izia di comando, non è venuta sempre integrale conferma delle intuizioni del bravo Vladirnir. Ma il motivo c'è. In milizia si veste abitualmente il copricapo e questo, si sa, agisce meccanicamente sulla copertura naturale del cranio oltre a non assistere sufficientemente traspirazione e flusso circolatorio. Per cui calvizie è spesso prodotta più da attrito e soffocazione che da testosterone. Anche se l'orgoglio legittimo e naturale per chi professa in armi amerebbe gabeiJare di genesi orrnonica la pur sofferta spogliazione in sommità. · In chiusura, poiché si è dissertato di spirito innovativo e di conservatorismo, non guasta un pensiero del Machiavelli che così recita: «Non vi è cosa più difficile da trattare che cercar d' introdurre innovazioni. Perché lo introdurre ha per nemici tutti quelli che degl i ordini vecchi fanno bene e per tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene».
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LA MINACCIA
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Recita lo Zingarelli che minaccia è «atto compiuto per incutere timore o evocare pericolo di male futuro». E, detto così, ci suona comprensibile, quasi familiare, anche se un po' inquietante. Ma la dinamica evolutiva del linguaggio comporta inevitabili cambiamenti nella chiave d'i nterpretazione anche di termini comuni per consuetudine stabilizzata nel tempo oppure cooptazione semantica di settore. Per cui nel linguaggio militare il sostantivo in q uestione è stato gradatamente bonificato dai significati più inqu ietanti e tenebrosi sino a essere trasferito da quello di vocazione specifica di schieramento contrapposto ad ambiti più famil iari. Quasi amichevoli. Anzi rassicu ranti. Per gli studiosi di filologia, potrebbe ri sultare d' interesse analizzare motivazioni e mome nti di questo trascorrere sernlologico senza cambiamenti di si ntagina e di fo nema. Ma, ahimè, come succede in ogni umana vicenda, si raggiunge piena consapevolezza del valore e del significato di quanto e mblematizzato in sostantivo solo quando questo, già parte attiva del nostro scenario, ci viene repentinamente a mancare. E ne consegue un senso di sì desolata solitudi ne da produrre quasi una vera e propria crisi d'identità. Ed è quanto è accaduto al povero miles. Infatti, una delle tante sconvolgenti conseguenze del collasso dell'Impero è stata la perdita d'identità delle Armate occidentali. Soprattutto di quelle che, come la nostra, puntellavano a fatica il diritto all'esistenza e all'attenzione indicando con appassionata partecipazione a politico distratto e sbadigliante le orde di tartari ammassate a est dell a nota «Soglia» . Ora il tartaro non c'è più. O almeno si sta progressivamente imbolsendo. E questo ci rattrista e ·ci smarTisce. Infatti, un tempo ci rassicurava sentire coloro che per professione indagano il diritto e il rovescio delle strategiche cose affermare con autorità che: finché c'è vita c'è minaccia. Perché dalla minaccia ci veniva un preciso dettato, vero e proprio puntello per la nostra identi tà marziale. Insomma, quasi un senso di orgogliosa autocoscienza. Ci hanno tolto il nemico! Si sente invece oggi esclamare con sconsolata desolazione. E solo ora ci rendiamo conto di quanto un nemico ci può essere amico. Il principio basilare di qualsiasi tecnica di arte marziale afferma che togl iere l'obiettivo, che è poi il nemico, è l'azione preliminare, spesso determi-
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nante, per spiazzare e disorientare l'avversario. Sino a privarlo delle stesse capacità reattive. Ed è quanto è avvenuto. La Perestroika forse non riuscirà a riempire gli scaffali vuoti dei negozi in Unione Sovietica. Riuscirà però sicuramente a svuotare, e d i molto, arsenali e motivazioni delle Armate contrapposte. Specie se quest'ultime, poiché espressione di Paese libero, godono in genere di marziali tà delegata da situazione contingente pi ù che da imposizione ideologica o dettato genetico. Se non c'è nemico non c'è minaccia. E con questo si dileguano la tensione operativa e la mobilitazione degli spiriti . Di contro si rafforzano le proteste per le risorse destinate a ormai inutile difesa. Prende corpo concreto la connaturata tendenza al taglio, e inizia così il disarmo morale prima di quello reale. Si può proprio dire che il noto personaggio ci ha giocato proprio un tiro birbone, neanche l'avesse fatto con questo preciso scopo. non potremmo più citare l'allegoria buzzatiana a significare la famigerata «Soglia>>. Non vi è alcun dubbio: abbiamo perso la nostra fortezza Bastiani. E ci manca tanto. Ma nel variegato mondo di milizia la doglia più acuta e pi ù drammatica perdita d' identità si è tuttavia verificata in quel settore o ve si opera, in appartata riservatezza, occhieggiando al di là, e a volte anche al di qua, della collina per scoprire il chi, il quanto e il cosa ci potrebbe arrecare offesa. E' da temere che neppure l' immaginazione latina possa assistere in questa circostanza per produrre un accettabi le surrogato. E allora che facciamo? Non possiamo !asciarci scippare così della nostra minaccia. Qualche altra minaccia ci deve pur essere. Se non vie ne più da est ci potrà venire da sud. Da nord infatti non sembra probabile, perchè con uno dei due vicini ce la siamo già vista piuttosto cruentemente ne l corrente secolo, e poi si è comunque ritirato a vita pri vata per godersi la pensione. L'al tro da sempre non ne vuol proprio sapere di venire alle mani. Neppure di litigare. A ovest, dopo le intemperanze del noto brevilineo e attivissimo Corso il diagramma di minaccia è decisamente piatto. A dire il vero ci abbiamo provato noi a stuzzicare il vicino qualche decennio fa. Ma da come ci è andata abbiamo concluso che non era proprio il caso. Non ci resta quindi che il sud. E nel pri vilegiare detto punto cardinale ci soccorre anche la storia antica e recente. In fondo è proprio lì che si estende L' indimentica-
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to Mare Nostrum. E poi non dicono proprio niente le torri di avvistamento che a intervalli più o meno regolari si susseguono lungo le coste prospicienti deno mare? D'accordo, le Crociate si sono ormai concluse e il barbaresco non s'acquatta più in Tunisi e Algeri. Ma che importanza ha. Bisogna che la minaccia privilegi a rotazione le tre Forze Armate. Dalla nota soglia venivano onori e prebende che privilegiavano l'Armata di terra. Da sud, vivaddio, che è poi una sogl ia molto più ampia della succitata, viene novella enfasi e rivalutazione per le Forze Armate sorelle. Infatti o si naviga o si vola se si vogliono violare i sacri li miti. Quindi, tutti a sud. Almeno così potremo invertire il senso delle migrazioni socio-economiche, e riportarci a quelle storiche. L'Esercito dovrà pertanto forzare l'immaginazione per ritagliare in questo nuovo scenario la sua fetta di pericolo. Altrimenti è inevitabile la cassa integrazione. Potrebbe a esempio «fermare sul bagnasciuga» chiunque sfugga, extracomunitario o non, alle maglie di controllo allestite dalle già citate sorelle. Il che ci riconduce, e sono proprio i corsi e ricorsi della storia, a noto intendimento di trascorso personaggio già reggitore dei destini della Patria. E qui non può mancare un sentito omaggio ed elaudazione all ' uomo dell ' Est. L' ha pensata proprio bene. A parte i guai provocati in casa, ma tanto c'erano già: bastava guardare sotto il tappeto, è riuscito a combinare più guai e problemi all' Occidente di quanti ne avesse provocati il molto più protervo e chiomato predecessore. E' riuscito persino a invertire i moti di deriva nel Continente occidentale. L'Europa infatti ora sembra muovere più verso est che ovest. E ancora, ha spalancato le capaci e da sempre vuote tasche · del mugiko per versarci a breve rivoli copiosi di pesanti marchi e magari, per non fare parzialità, anche di franchi o addirittura di lire. Quest'ultime sono sì poco affidabili per se stesse, ma oscillando da qualche tempo in banda più stretta potrebbero nel futu ro migliorare nell'immagine. Per dollari e sterline l'operazione appare più difficile. Pare infatti che i detentori siano più orientati verso il noto «abbiamo già dato». Per concludere: il toglierei la minaccia è stata una vera birbonata e ci ha tanto complicato la vita. Non ce lo dovevano proprio fare.
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Il termine riconvers ione potrebbe indurre lettore poco educato dal mass media a interpretazione tardo confessionale. Vale a dire a considerarla una specie di ulteriore e più maturo ravvedimento di chi, già brancolante nelle tenebre del peccato o dell'errore, ritrova la via della verità e della saggezza. In lessico più aggiornato è diventato invece dettato e magica parola con cui, nel dilagante irenismo provvidamente alimentato da oriente, si vuole significare sforzo e rovello per ridare senso economico ed ecologico a quel sempre più ingombrante fardello rappresentato da quel marziale sodalizio di uomini, mezzi e infrastrutture cui in tempi pur vicini ma ormai remoti si delegava la nazionale sicurezza. In Paesi portati per tradizione culturale alla razionalità e all' organizzazione, sono state al proposito elaborate soluzioni aperte dove si cerca di contemperare il pur ridotto perdurare dell 'esigenza con la necessità di soddisfarla nel modo più efficente ed economico. In altre parole: eliminazione dell 'obsoleto e delle duplicazioni, snellimento delle strutture e delle gerarchie, valutazione in ottica più moderna e disincantata del manten imento del tradizionale. Il tutto però all' insegna della cautela e della ragionevolezza. Non fosse altro per la consapevolezza delle grosse difficoltà tecniche, politiche ed economiche implicite nel problema. Noi siamo molto più fortunati. La natura non ci ba solo gratificati di incantevoli e soleggiati, anche se non più incontaminati paesaggi, ma ci ha anche donato, forse come sviluppo dello scenario di cui sopra, estro, fantasia e spregiudicatezza. Per cui la riconversione, pur rimanendo problema oggettivamente complesso, ha fornito spunto a un 'autentica esplosione di brillanti intuizioni tradotte in originali e innovative proposte . . Tutte interessanti e validissime. Per i proponenti naturalmente, con l' inevitabile corollario di folte e variegate schiere di entusiasti esegeti. E questo, a onta di chi afferma il contrario, va a ulteriore dimostrazione del credito e dell'affetto che l'ormai immalinconito marzial sodalizio di cui sopra riscuote presso la pubblica opinione. Ed è pertanto piacevole ed edificante esercizio, cogliendo fior da fiore, illustrare alcune tra le più stimolanti proposte. Proposte dirette soprattutto a cosa fare degli uomini. Mezzi e infrastrutture non riscuotono molto interesse. Per quanto riguarda in particolare i mezzi, pare che questi abbiano avuto l' onore della ribalta solo
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quando, a provvido nazionale emblema, veniva esaltato l'ambizioso obiettivo degli otto milioni di baionette. Rimasto anch'esso disatteso. E questo nonostante lo scarso costo econommco e alto valore simbolico dell ' utensile in questione. L'interesse per l'uomo, non dimentichiamolo, ci viene invece da illustri tradizion i storico e umanocentriche che ci volevano popolo di poeti, artisti, letterati eroi et similia. Quindi è un vero e proprio dettato genetico. Bene. cosa fare di questi uomini così uniformemente abbigliati? La cassa integrazione è da scartare. E infatti un istituto troppo diffuso e sfruttato. E poi è poco europeo. Esistono altre e ben più golose opzioni. Per esempio: perché non farne delle guardie ecologiche? L'ambiente ne trarrebbe indubbio vantaggio. E poi non è stato proprio l'Esercito a enfatizzare in patinata ed elegante pubblicazione quanto già direttamente e indirettamente fa nel settore? Quindi non è soluzione da scartare. Tuttavia non sembra molto «in» e neppure utile, tanto lo fa già. La dedizione alle pubbliche calamità è invece da non prendere in considerazione come opzione stabile. E questo: per non ingelosire il Dicastero appositamente costituito, per non disturbare i diritti acquisiti per usacapione dagli ex che vi si sono già sistemati, e infine per non stimolare eccessivamente la già incoraggiata militare propensione a occuparsi di calamità naturali. Ma se come ha arguito acuto pensatore è vero che il . 90% delle infrazi~ni stradali non possono essere perseguite per carenza di operatori perché non riconvertire parte dei nostri milites in vigili urbani ausiliari? Ne verrebbe vantaggio, oltre che aJ traffico, anche alle esauste casse dello Stato e degli Enti locali compartecipi di ammenda. Basterebbe qualche piccolo adeguamento alle uniformi e un po' di addestramento suppletivo. Da aggiungere magari alle ore da dedicarsi allo studio delle lingue straniere. Istituto quest'ultimo che è poi già in li nea con i requisiti di un moderno vigile urbano. E' bene farci un pensierino. Ne potrebbero derivare sviluppi veramente interessanti. Tralasciamo i vigili del fuoco, guardie carcerarie ecc ... Tanto è già oggi previsto dalla norma come scelta opzionale per le giovani recl ute. E i musei? Chi si occupa dei musei? E non solo per la sorveglianza di questi nostri trascuratissimi aggregati delle preziosissime e spesso polverose e
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sbrecciate testimonianze del passato. Manchiamo infatti non solo di custodi ma anche di guide. E qui non sfuggirà, anche se suona un po' provocatorio, che mentre per fare i custodi basta sostituire la fascetta decorata d'alloro degli attuali berretti con altra riportante la nuova funzione, per fare invece le guide vi è il problema di una certa conoscenza d' ambiente anche se monotonale e ripetitiva. Ma niente paura. La soluzione c'è ed è particolarmente stimolante perché, oltre a dirci come impiegare i militari di leva, ci fornisce anche indirizzo per l'impiego dei Quadri sempre più esuberanti. Come numero naturalmente (come temperamento pare invece che siano sempre più depressi). Questi potrebbero essere assegnati al Ministero della Pubblica Istruzione come consentito dal noto istituto della «mobilità>>. Non dovrebbe creare problemi di organico. L'esercito dei dipendenti di tale benemerito dipartimento è infatti talmente smisurato che nessuno se ne accorgerebbe. Basterà poi sottoporli a una riqualificazione mirata: si sa che il militare per effetto di un certo determinismo storico/ambientale è predisposto alle attività ripetitive. Poi, grazie al noto effetto a cascata, i Quadri riqualificati nel sapere provvederanno a istruire opportunamente i militari di leva. E' una soluzione che merita approfondimento. Anche perché pare esista già una proposta in tal senso. Per quanto riguarda poi gli stabilimenti industriali dedicati alla Difesa, non c' è problema. Dato che l' esperienza ha dimostrato che la presenza anche di pochissimi dipendenti civili ne rende impossibile la chiusura. Quelli a Pubblica partecipazione possono tirare a fine naturale con i fondi destinati alla Difesa oppure giovarsi dei noti sussidi e incentivi. Quelli privati troveranno nella loro natura nuovi stimoli a competere per la sopravvivenza. n che è peculiare del privato come ne attesta la storica propensione per la produttività e il progresso. Per le caserme che si renderanno disponibili non c' è parimenti problema. Si permutano o trasformano in alloggi o in altri edifici a destinazione sociale. Ed è difficile ipotizzare trasformazione più pacifica per i già austeri edifici. Beh, se la soluzione sembra troppo banale si potrebbe, come brillantemente intuito da alcuni, trasformarle in mini alloggi autosufficienti (con servizi comuni è stato precisato) per dare corpo concreto al concetto dell'accoglienza. In sintesi, come faticosamente esplorato e tentato di mutuare a gene-
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rale conoscenza, non sembra ci siano problemi insormontabili per riconvertire il nostro marziale strumento. Il miles può stare tranquillo. C'è chi, e sono ahimè tanti, pensa a lui. Ma non si può concludere senza gratificare d'attenzione anche gli Organi Centrali delle Forze Armate. Cosa farne? Non dimentichiamo che abbiamo fior fiore di Direzioni tecniche e amministrative che spaziano in tutti i settori delle civili attività. Sanità, motorizzazione, costruzioni navali e aeree, lavori infrastrutturali ecc .. E qui, per individuare più pacifiche aree di utilizzo, mi torna a memoria quell'evento che _ tempo fa produsse divertito imbarazzo sulla stampa nazionale. Mi riferisco a quella vivace e certamente giovane coppia partenopea che in intimità quadriruotata a seguito di tamponamento si è trovata a dover presentare richiesta d'indennizzo per non desiderata gravidanza. Non sfuggirà il validissimo apporto che avrebbero potuto fornire i succitati Organi Centrali agli Istituti Assicurativi interessati. Trattandosi infatti di evento in cui si esprimono sinergicamente la fisica, con la forza d'inerzia, e la fisiologia, utile concorso avrebbero potuto fornire le Direzioni della Sanità e della Motorizzazione con il concorso dei Corpi Tecnici. Questa esemplificazione in chiusa non discende da intenti maliziosi e dissacranti. E' solo la legittima e professionale preoccupazione di analizzare con immaginazione tutti i settori che ci offrano non solo la possibilità di fornire pubblico concorso ma anche di ricercare una nuova identità. L'attuale, qu~lla storicamente istituti va, ci sembra proprio stia diventando sempre più datata e inconsistente.
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ELOGIO DEL GALLONE
Elogio del gallone
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La generale attenzione per l'Est europeo, oggi tutto in fervore di stiracchiamenti libertari, mi ha indotto a rivisitare qualche scampolo di trascorsa letteratura ivi prodotta e già colta in momento più verde. Per partecipare a questo nuovo indirizzo d'attenzione e per cercare di trarre qualche spunto dal pensiero del passato. Ho detto «rivisitare», come oggi piace dire quando intenzionati a significare analisi retrospettiva e non semplice e poco ill ustrante rilettura. Mi è così venuto tra le mani un volume polveroso e ingiallito per antica scaffalatura. Si tratta dei «Ragazzi dell a via Pal» di Ferenc Molnàr. Niente di eccezionale. Una vicenda da periferia urbana d'inizio Novecento. Una specie di West Side Story ante litteram nobilitata nel disegno dei caratteri dal fatto di privilegiare il coraggio e la lealtà. Costume oggi un po' in disuso persino nell'epica. Forse perchè in odore di regressione conservatrice. Naturalmente bisogna concedere al volume quella dose di miele e d'indulgenza al le suggestioni emotive e al romantico che costituivano gli ingredienti di base di quel momento storico culturale. Quegli ingredienti che oggi ormai si ritrovano e certamente con minore ingenuità solo in quel genere di grande spessore letterario che è la telenovela. Da questa «rivisitazione», peraltro molto rapida e sommaria, nessuna folgorante illuminazione ma solo una tenue induzione alla malinconia del trascorso o al rammarico dell'irripetibile. Uno spunto tuttavia ne è venuto. Uno spunto che mi ha aiutato a dar immagine e dignità letteraria a quanto colto in distratta scansione della rassegna stampa sotto il titolo invitante:«Più facili le carriere per Ufficiali e Sottufficiali». Ohibò, ci sono delle novità, mi ero detto, appuntando più concentrata attenzione. Chissà quale nuovo espediente hanno escogitato le nostre Commissioni Difesa per rendere più agevole e spedito questo nostro ansimante deambulare verso la quiescenza. Bene, novità ce ne sono. Novità tanto per cambiare, tutte tese a renderei nullafacenti più benestanti e tutelati. D che oltre ad essere commendevole e rassicurante è pure in linea con la nuova attenzione di cui anche nella nostra insolata penisola si vuole gratificare l'anziano. Ma a ben leggere, soprattutto dopo la sopramenzionata rivisitazione, me ne è venuto ulteriore indirizzo all'approfondimento. Il legislatore infatti ha voluto soddisfare non solo il desiderio di sicurezza ma anche di vanità. Ed è giusto. La
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soddisfazione della vanità, che solo per errore è soprattutto femminile, può rendere più accettabile quella sanzione anagrafica di decadenza fisiologica che è il transito di stato. E questo intendimento è individuabile solo ad attento lettore, dato che è celato nel provvedimento, inserito quasi distrattamente. E ciò sembra accorto, stante la brillantezza dell'intuizione che gratifica di promozione onorifica il fortunato che, superata indenne la posizione di ausiliaria, entra e non senza titubanze, data l'inevitabilità della tappa successiva, nella riserva. Il tutto a titolo assolutamente gratuito per le esauste risorse nazionali. Si è voluto così rendere giustizia a chi, non per colpa sua ma per quell'errata geometria che vuole in basso la base della nota piramide gerarchica, non ha potuto cogliere l'agognata greca in servizio e neppure il giorno prima o, ultimo felice provvedimento, il giorno dopo. Cosa vi è di più eccitante e gratificante della consapevolezza che, comunque vada, prima o dopo non ci sarà negata la soddisfazione di quella apposizione, già prestigiosa, da collocare con eleganti svolazzi in apertura del biglietto da visita prima delle invariate generalità? D'altro canto se il più oscuro pretore di provincia sempre restando tale può fregiarsi dei più prestigiosi appellativi della sua tutelatissima carriera, perchè all'onesto milite che ha trascorso in angustie e scomodità la propria vita in uniforme deve essere negato il già prestigioso e poco comune appellativo? Esiste un mondo parallelo dove svolgiamo fantasie e aspirazioni e dove possiamo quindi neutralizzare le nostre frustazioni comprese quelle professionali. Tuttavia il pragmatismo indotto dalla professione non ci consente di entrarvi senza il viatico formale di una chiave che, eleggendoci anche se nel nostro dopo al grado desiderato, ce ne dischiuda gli spazi e ci autorizzi l'involo verso le più audaci fantasie retrospettive. Quelle fantasie che poi nel tempo, esperienza insegna, vengono sempre più arricchite di dettagli transitando impercettibilmente dalla realtà soggettiva a quelJa oggettiva. E' infatti questa un'esperienza abbastanza frequente per chiunque abbia modo d'incontrare collega che avendo avuto milizia comune sia stato meno provveduto di successo gerarchico. Nell'inevitabile scansione del trascorso che connota di norma l'incontro ci si trova spesso proiettati in vicende e situazioni, protestate comuni dall 'interlocutore, delle quali però abbiamo ri-
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cordo decisamente più vago e meno glorioso ed eccitante. Ma l'obbiettività in questi casi è da proscrivere perchè il ricordo aiuta a vivere. Chi non ha memoria infatti è in crisi d'identità il che, come è noto, può condurre a patologie anche gravi. Ma torniamo a quei Ragazzi dell a via Pal che hanno dato involontariamente stura a questa lunga e forse troppo compiaciuta digressione. Pare infatti che il bonus identificato in gallone di cui si è parlato, esistesse già in nuce nella mente del Molnàr. Il romanzo in questione, per memoria di chi non ha avuto occasione di lettura o non è più assistito da ricordo, trattava di contesa tra due bande di adolescenti in competizione di territorio. Ebbene in una di queste due bande, pur operanti in ambiente austoungarico, con felice anticipazione romazata della nota e latina propensione al gallone, tulti componenti erano Ufficiali. Tutti tranne uno. n piccolo biondo e anemico soldato Nemecsek. D'altro canto in un esercito almeno un soldato ci vuole. E' condizione indispensabile per dare dignità e identità istitutiva al grado di Ufficiale. Pare tuttavia che tutto procedesse nel migliore dei modi. Tutti davano naturalmente ordini al povero Memecsek che diligentemente ottemperava. In altre parole, i tanti gallonati se la cavavano egregiamente pur avendo un solo soldato da comandare. E questo deve suonare molto rassicurante per il nostro Capo di Stato Maggiore che si vede, a parità di plurigallonati, decurtare senza interruzione risorse e personale. Nessun problema. Per dare corpo concreto al nuovo modello di difesa, basta leggere, o rivisitare,«! Ragazzi della via Pal». Ma per onestà intellettuale e anche perchè qualcuno potrebbe incuriosirsi e leggere davvero il libro, va anche detto che nella battagli a finale per la conquista di quel deposito di legname che rappresentava il controllo del territorio, tutti se la sono cavata bene, tranne uno: il povero soldato Nemecsek che ci ha rimesso la pelle. Il che ci produce il senso inquietante del dèjà vu. Anche se l'Autore non fornisce delucidazioni in merito alla successiva produzione di «Memorie» giustificative da parte dei gallonati sopravvissuti.
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GLADIUS INTERRUPTUS
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U gladio, si sa, è arma nostrana. Romana per la precisione. Arma per il combattimento ravvicinato, occhi negli occhi. Non a caso è arma corta, anche se appare più longilinea nelle raffigurazioni simboliche, è inoltre piatta, a doppio taglio e debitamente appuntita. Quindi è arma decisamente offensiva, dato che poco si presta alla meno cruenta piattonata oppure a contundere da lato ottuso. La li nearità quasi da design, la sua imperiosa e virile dirittura, che richiama l' irruenta marzialità del corpo a corpo, ne fanno inevitabilmente simbolo stilistico e semantico di chiarezza e determi nazione. E appunto di questo il nostro gladio è stato nel tempo emblema presso quasi tutti gli eserciti. Emblema forse un po' abusato, ma sempre evocante tenacia e ardimento. Per dirla in tutta franchezza non mi è riuscito di trovare riferimenti storici in merito a trascorse appropriazioni dirette a significare opzioni particolari, disegni più o meno occulti o altri poco chiari intendimenti. Ma forse la ricerca è stata superficiale. Tuttavia, qualora riferimenti del genere esistano è da supporre che mancava l' intendimento a renderne palesi le opzioni, disegni e intendimenti di cui sopra, poiché, solo per ri manere nel campo delle armi bianche, ce ne sarebbero state altre più appropriate da utili zzare a simbolo. Come la scimitarra, per esempio, con quella sua curvatura ingannevole e pericolosamente sfuggente, quasi lasciva. Oppure la catana giapponese, affilatissima, micidiale e inquietante anche nella ritualità evocata. Che dire poi del fioretto, con quella sua sinuosa fl ess ibilità, impercettibile e saettante pericolosità, che ne fa un' arma che sembra anche strutturalmente avvezza a ghirigori, svolazzi e insidiose parabole. Come ben s'addice alle imprevedibilità e molte sfaccettature di un ' operazione occulta. A differenza di queste, il nostro gladio sembra evidenziare ancor più la solidità forse un po' rozza, ma chiara e pragmatica che tanto bene sintetizzava quell ' intend imento costante alla pugna della Roma Doc. Quindi ci sembra del tutto normale che il marziale utensile in questione sia stato scelto a emblema o copertura non criptica d'intendimento a pugnare anche nel dopo. Anche se lo stay beh ind, che ne rappresenta lo scenario di svii uppo, non sembra si sposi proprio felicemente al nostro utensile emblema: Almeno dal punto di vista lessicale. Infatti l' angla proposizione evoca le operazioni occulte che dovevano essere condotte dietro le
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terga del sempre armatissimo ma ormai solo teorico invasore. Dato che oggi si trova in crisi di identità a seguito dell'improvv isa folgorazione capitatagl i sulla via di Perestroika. Comunque si può azzardare qualche ipotesi sul perché della scelta di così solare simbolo pur nella tenebrosa indeterminatezza dello scenario. E' da pensare che, più che il come si voleva significare il chi. Cioè il chi doveva impugnare il noto brando. Dato che le qualità di tale «chi» non potevano che essere aderenti al simbolo classico di cui si è detto. E precisamente: dirittura morale, distacco da visioni settarie in merito al come tutelare il bene pubblico, intendimento a pugnare a ogn i costo e comunque vada. Ben conoscendo la nazionale propensione alla delega e alla mediazione, specie quando si tratta di pugnare, stupisce che tanto numerose siano state le braccia disposte a impugnare l'ormai noto utensile. E ci si riferisce solo alle cifre ufficiali. Che dire poi dei tanti supposti o esistenti che avrebbero dov uto aggregarsi attorno ai nostri gladiatori nello scenario inquietante del post invasione. C 'è da esplodere in un empito irrefrenabile di orgoglio nazionale. Specie perché si tratta di situazione di cui non abbiamo motivo molto frequente. E poi, in sì patente nobiltà d' intenti non sembra di poter cogliere anche il corollario che vi è spesso associato di purezza e ingenuità? Pare proprio di sì, dato che ulteriore supporto ce ne viene anche dall'analisi della indecifrabi le denominazione convenzionale utilizzata a copertura degli inaccessibili nascondigli nei quali erano stati accantonati i potentissimi e sofisticati mezzi bellici da utilizzare alla bisogna. Questi infatti, con scelta felice, erano stati battezzati NASCO. Chi avrebbe mai potuto decrittarne il significato? Neppure il più abi le solutore di sciarade. Se poi dall'etichetta si passa al contenuto, per quanto trapelato dalla ben nota riluttanza alla rivelazione insita nei nostri mass media, ce ne viene motivo al ritorno a quel retorico e un po' zuccheroso romanticismo guerriero servitoci dalla cinematografia di soggetto bellico degli anni quaranta. Per il poco che si sa e che s' intuisce, pare infatti si tratti di reperti di trascorsi conflitti posti a invecchiare serenamente nell'umida e protetta oscurità dei NASCO. In attesa di glorioso risveglio. Beh, si pensava, se erano andati bene per la prima Resistenza perché mai non avrebbero dovuto andar bene anche per la nuova Res istenza? E' un ragiona-
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mento che non suona nuovo e che pare fosse alla base de lle accorte e lungimira nti scelte e valutazioni che avevano già portato le Armate italiche a iniziare la seconda guerra mondiale con i reperti e il materiale di preda belJica della prima. Ma ci viene anche il sospetto che a causa dei continui tagli al bilancio della Difesa anche i NASCO, al pari deiJe Forze Armate, abbiano dovuto rinunciare ai programmi di ammodernamento. Il che è come dire: che per involontario senso di equil ibrio abbiamo riprodotto nel non convenzionale la stessa vetusta inefficienza del convenzi.o nale. L' ipotes i romantica già formulata ritorna così prepote nte, specie se s i va con il pensiero all ' ipertrofia quantitativa e quaJi tativa di mezzi bell ici che già negli ann i ' 70 imminevano sini stra me nte sul nostro confine nord orientale. Forse avevamo preso troppo a lla lettera la nota allegoria buzzatiana per cui si aspettava dal non troppo remoto nordest il tartaro equipaggiato vecchia maniera, magari con la bistecca sotto la sella. M a non poteva sfuggire agli a nalisti più ac uti dell 'i talico mass media il troppo evidente paradosso. Que llo cioè che esistano centinaia di concittadi ni che volontariame nte si sottopongono a duro addestramento, aggiuntivo alle normali occupazioni, e accettano in prospettiva iJ rischio dell ' attivi tà clandestina. Ma soprattutto che accettano di mantenere il segreto al solo scopo di di fen dere il suolo patrio. Anche il meno smaliziato di tali analisti avrebbe ghignato d' incredulità. Come può essere però vero tutto ciò in Paese che ama delegare l'impegno, specie se di pugna, ad altrui, e che obietta o propende all 'alternativo a l pur modesto cimento del servizio di leva? Quindi ci deve per forza essere sotto qualcosa. E il pensarlo, oltre a essere molto eccitante, è anc he pie namente in li nea con la nazionale e antica propensione al complotto. Con poco rischio naturalmente. Tuttavia la logica c' indurrebbe a maggiore fiducia e tranquillità in merito a possi bili sinistri in tendimenti . Risulta infatti , e questo senza far cenno a dottrine e accordi NATO, che nelle vicine e neutrali Svizzera, Austria o Jugoslavia lo sray behind è considerato complemento corposo e determinante del disegno operativo di difesa nazionale. Il che è poi parte costituente di quella concezione politico/strategica chiamata: «esercito di milizia» che, senza intenti provocatori o surrettiziamente umoristici, è stata proposta anche per casa nostra. È poi da osservare che
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i nostri gladiatori sono esplosi alla collettiva consapevolezza proprio al momento giusto, cioè in piena crisi di astinenza da golpe, che, come ci dice la cronaca, pare rappresenti il passatempo preferito degli italiani. Con e senza monocolo. Cogliendo spunto dal mondo politicamente asettico della fisica viene a questo punto prepotente tentazione a un parallelo analogico con quanto successo a sviluppo del caso gladio. Infatti, come non noto ad alcuni, uno degli obiettivi della fisica moderna è l'individuazione della forza sintesi di quelle quattro forze fondamentali cui soggiace ogni fenome- . no dell'Universo noto (gravità, elettromagnetismo, attrazione debole e attrazione forte). Lo scoprirlo renderebbe infatti possibile l'elaborazione di una formula cui riferirsi per ogni fenomeno fisico che interessi la materia e la submateria. Pare proprio che tale sintesi sia anche l'obiettivo costante di quella scienza meno esatta, chiamata da alcuni dietrologia e quindi anche semanticamente legata allo stay behind, che ricerca nel caso specifico la forza sintesi che consenta di unificare P2, Piano Solo, Gladio e magari Rosa dei Venti. E bisogna proprio riconoscere che la vita diviene veramente stimolante e ricca di imprevisti quando può essere arricchita da queste sfide. Chissà cosa ci riserva il futuro. Purtroppo il gladio per provvida decisione governativa è stato interrotto. Abbiamo così perso uno scudo che anche se ormai sbrecciato e sbertucciato avrebbe forse potuto venirci buono quando, per calo di risorse e di vocazione, ci ritroveremo ad aver ridotto ancor più la già scarsa operatività del convenzionale. A conforto tuttavia ci assiste il pensiero che un gladio interrotto è sempre megHo di un g ladio protratto, specie quando ormai sospetto e petulanza ne hanno definitivamente ottuso il fùo. Non trascuriamo poi il fatto che il progressivo invecchiamento dei gladiatori, dei quali pare non si provvedesse a periodico ricambio, avrebbe condotto con il rallentamento del metabolismo e l'accelerazione deU' osteoporosi a un'efficienza operativa sempre meno in linea con le ansiose aspettative nazionali. Ed è forse a questo declino anagrafico che si deve l'insorgere in Generale oggi quiescente ma già responsabile di gladiatori dell 'inquietante sensazione di essere a capo di una banda armata di scalmanati. Si sa infatti che il tempo produce decHno di energie ma incremento di verbosità e spirito polemico oltre che di velleitarismo
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operativo. In tutti i campi compreso il rapporto di coppia. L 'età media dei congiurati del noto golpe Borghese lasciava infatti pensare più a pensionati d'annata che a giovani idealisti o an che solo turbolenti. n che ci conforta dato che per i primi la prospettiva di una buona spaghettata è libido che a volte fa premio sulle pulsioni verso la conquista del potere. Non si può tuttavia sfuggire a un certo senso di malessere nel constatare in tempi sl calamitosi per l'econom ia, la sicurezza internazionale, l' approvv igionamento energetico, la marea crescente degli extracomunitari e le ombre che si estendono sempre più inquietanti dall' Est vicino e meno vicino, si continui a baloccarsi con i discendenti di Spartaco. Vi è da sperare che i nostri partners occidentali, parimenti coinvolti anche se in misura diversa negli stessi problemi, abbiano poco tempo da dedicare a quanto sta accadendo in casa nostra. Ma forse è bene che da terra di sì antica cultura, spesso maestra nelle arti e nel pensiero, si diffonda forte e chiaro questo messaggio e monito perché ognuno ponga più cura e attenzione al controllo dei propri gladiatori. Perché, si sa, chi di gladio ferisce di gladio perisce, e la saggezza popolare condensata nei proverbi raramente viene smentita. Per fortuna pare proprio che il gladietto casareccio non abbia mai avuto occasione di ferire. E' proprio vero, per nostro conforto e dannazione evolutiva, che l'italico stellone non tramonta mai!
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PIZZA AL TAGLIO
Piz:,a alwglio
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La pizza, si sa, ha saputo nel tempo conqu istare internazionale notorietà affermandosi come cibo semplice, fac ilmente digeribile e di costo contenuto. Per cui ha quasi perso il suo chiarissimo connotato mediterraneo. U sostantivo che lo identifica poiché mutuato anche dal più ostico idioma è divenuto persino onomatopeico. Anche i palati consueti a linguaggi monosillabici riescono infatti a renderne intellegibile il fonema. li che, essendo noi i padri fondatori dell'invitante alimento, c i gonfia di legittimo orgoglio. Diamine, saremo poveri di risorse naturali ed energetiche, ma Dante, Leonardo il venerabile Gelli e la pizza sono inequivocabilmente nazionali. Ma con la pizza non ci siamo solo limitati a imporre una chiara presenza tricolore nelle concitate liturgie del fast food che, come è noto, accorcia la permanenza a tavola e aumenta l' iperacid ità gastrica, ma anche nel linguaggio comune. Infatti il nobile alimento non richiama solo immagine geometrica più o meno rotondeggiante. Per traslato, di genesi poco chiara questo è anche utilizzato a significare persona o situazione che per monotonia, scontata ovvietà, o predisposizione all'eloquio didascalico e prolisso, induce normalmente a fastidio o, quando meno, a sbadiglio. Ebbene, proprio da questa flessibilità semantica mi è ven uto incoraggiamento a nuovi indirizzi esegetici. Per dirla in semplice, a sfruttarne l'essenzialità del suono e la facilità di formu lazione per dare un'etichetta e richiamo più affettivo, quasi di tono familiare, aJ sostantivo «bilancio». Sostantivo che per gli Stati Maggiori sta diventando sempre più sinonimo di sconforto e timore. Ma non vi è solo un motivo fonetico/tradizionale. n già menzionato richiamo al tondo, che è insito nel concetto di pizza, ben s'attaglia infatti · all' immagine geometrica che s'utilizza, norma lme nte partita in spicchi di varietà cromatica per significare la sempre avara distribuzione del poco a insoddisfazione di attesa sempre sperequata in più. La matematica solo per consuetudine tradizionale è cons iderata ancora una scienza esatta. Questa ci consente tuttavia attraverso il meccan ismo delle percentuali, che a sua volta è considerato preciso solo perché la sommatoria degli addendi dà invariabilmente cento, di usare un linguaggio sfuggente e indeterminato. Quasi politico. Grazie a tale linguaggio ognuno è libero d'intendere quello che
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desidera e di decidere quello che vuole fare con la sua fetta di percentuale. Si tratta quindi di un linguaggio che aiuta a non dire. Ma non è tutto. E possibile infatti dilatare l' attenzione anche all'altro significato che si è voluto sopra collegare al noto sostantivo. Infatti «pizza» potrebbe essere pure felice sintesi lessicale per identificare lo stato d' animo che s'accompagna alle conclusioni che ci vengono dall'associare il valore reale dell' ottenuto al tanto declamare e dissertare che ne è stato colonna sonora nell' iter tormentato. Comunque sia, torniamo alla nostra pizza. Quella classica, s' intende. Questa, tralasciando tutte le considerazioni già fatte, ha sempre il · pregio di una forma ben definita che, oltre a stimolare nel ricordo secrezione salivare, ci rassicura nella consapevolezza di poterla godere in toto secondo la succesione di parti connessa alla tecnica applicata nel sezionarla per l'introduzione. A spicchi o a pezzi con eventuale asportazione preventiva dei centimetri perimetrali non graditi a chi ama il soffice. Insomma, grande o piccola, più o meno guarnita, non ha molta importanza quando, antistante al convittore, ne sanziona il diritto indiscutibile a disporne nella completezza della sua maculata superfic ie. Ma questa è la pizza classica. L ' immagine cioè che abbiamo associando alle valenze gastronomiche anche quelle della tradizione e della cultura. Esiste tuttavia un'altra pizza di genesi più recente. Quest'ultima è geometricamente indeterminata e indefinita nella personalità in quanto si presta per natura a composizioni di stile e a variabilità imprevedibile di dimensioni. Non ci evoca ·quindi ricordi affettivi, perché non è quella pizza che, fatta per te, crea sin dal momento dell'ordinazione un legame di complice solidarietà tra utente e maestro compositore. E' insomma una pi zza generica. Una pizza che diventa tua solo quando viene tagliata nella misura e nelle dimensioni da noi richieste o decise dal demiurgo di bianco imberrettato. Come i più avranno già capito stiamo parlando della cosiddetta pizza «al taglio». La pizza cioè che già nella sua preparazione cela la propensione nazionale al machiavello perché consente al momento del taglio di modificare, in genere riduttivamente, le aspettative dell 'utente. E' insomma una pizza che non dà sicurezza. Infatti, anche quando già tagliata e destinata, poiché non ha certezze di geometria e personalità di composizione, può subire in itinere tagli ulteriori da poco corretto in-
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termediario accentuando così divaricazione tra attese ed effetti vo godimento. E' c hiara a questo punto l' irrivere nza del parallelo. L'onesto operatore marziale si aspetterebbe che la pizza annuale, un te mpo simi le come forma a quella class ica per cui, anche se piccola, era pur sempre credibile o quanto meno prevedibi le, continuasse a essere confezionata e servita nella sua forma tradizionale. Come si dice un po ' rozzamente: pochi , maledetti e subito. O sicuri. Invece, a seguito delle estemporanee intui zioni e propensioni verso la trasparenza e la ristrutturazione di noto personaggio con ca lvizia maculata, innestate, purtroppo, in nazionale c ronico e sempre più voraginoso disavanzo, la pietanza in questione ha perso la sua classica forma. Ora viene abitualmente confezionata, soprattutto per quel cl iente trascurabile e negletto, che è la difesa, nella genericità di composizione e dimensioni che si è detto essere tipiche del prodotto destinato al taglio. E non solo tagli o all 'origine, ma anche quello in itinere, proprio di quel cameriere poco corretto che desidera soddisfare il maggiore appetito o la maggiore simpatia per il tavolo vicino. Ma non è poi vero che tutto ciò sia da considerare in negativo. Lo stress, oggi scientificamente posto nella genesi di ogn i patologia fisica e psichica, è prodotto soprattutto dall 'ansia e dall ' insicurezza. L'ansia e l'insicurezza sono a loro volta generate dall ' impossibilità di prevedere ciò che sta per capitarci o dall a consapevolezza di non avere nessuna capacità d' individuare valide vie d'uscita. Questo non dovrebbe più accadere. E proprio grazie a quanto illustrato ed esposto nella profumata metafora dell a pizza al taglio. Infatti, dato che è ormai costante nazionale quella dell 'affannosa ricerca in itinere di nuove ri sorse, ba. sterà inserire nelle costanti delle nostre attese oltre all ' aume nto del carburante e del bollo di circolazione, anche il taglio al bi lancio della Difesa. Come si vede si tratta di soluzione piuttosto facile. Sarà sufficiente infatti prevenire detto taglio eccede ndo anche nelle più ardite ipotesi riduttive. Nessuna preoccupazione per la sicurezza nazionale. Esistono nuovi modelli e metodologie. Come fatto in una grande città del nord, ove l' impossibiEtà della Polizia Ferroviaria di fronteggiare in proprio i compiti istitutivi per carenze di organico è stata risolta appaltando gli stessi ad Agenzia privata. Perché non estendere l'iniz iativa? Basta lavorarci un po' su. La fantasia non ci manca.
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In apertura, stante la complessità composita della titolazione non guasta una breve analisi lessical-semantica. Partiamo dal cuore del neologi smo così arditamente coniato, cioé da quel ireno che origina da una brutta mutazione vocale della desinenza del nome lrene. Come forse a tutti non noto, il romantico nome di lrene è preso pari pari dal greco e significa pace. Ed è appunto alla pace, anche se in termini poco ortodossi, che sono dirette le presenti annotazioni. D'altro canto è quasi doveroso farlo dato che ormai il sostantivo pace è diventato il più abusato dei sostantivi. Tanto abusato da aver quasi perso il suo significato originario per assurgere, o meglio involvere, nel sinistro dominio delle iterazioni, ridondanze e ovvietà. C'è da stupire che ciò sia sfuggito al pur sempre attento mondo della pubblicità, e che quindi il mass media non ci abbia già propinato il biscotto o il collant della pace. E questo introduce abbastanza chiaramente al sostantivo mania. In quanto almono, parimenti di chiarissima derivazione greca, questo, collocato a premessa, vuole significare quella tendenza monocorde che porta ad attribuire anche al concetto di pace, che per se stesso dovrebbe avere valenza universale, un significato ben preciso e delimitato in merito all'attitudine, orientamento o schieramento e diritto di formulazione di chi lo enuncia. Si tratta insomma di strumentalizzazione alquanto ottusa cui siamo ormai consueti e che non ha risparmiato neppure questa generale e ansiosa aspirazione. Ma torniamo alla pace. Tre sono le categorie di pace comunemente note e trattate: la pax romana, la pace dei sensi e la pace eterna. Le altre sono generalmente delle sottocategorizzazioni. La prima è una locuzione elegante per significare un tipo di pace imposta da chi ha la capacità di farlo co n la forza. E, se parliamo d'imposizione, non sembra purtroppo esistano precedenti storic i che la convi nzione si sia sostituita alla forza se escludiamo quanto perseguito e, ahimè, realizzato solo come aspirazione, da quel grande personaggio nato nell' anno zero. La seconda è quella che per l'inesorabile legge del tempo pervade, chi prima chi dopo, ogni essere umano privandolo della libido ma anche degli affanni. La terza è quella per tutti inevitabile, il cui tempo di godimento è, per fortuna, imprecisato e che tutti concordemente trasferiscono a momenti indeterminati della propria esistenza. Momenti in genere molto lontani, tanto lonta-
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ni dal perndere connotati precisi là dove l'angoscia dell'inevitabile si confonde con la speranza dell'irrazionale. E' difficile incontrare qualcuno che affermi chiaramente di non voler la pace. A me non è mai capitato d'incentrarlo. Tutti la vogliono, chi per professione, chi per emozione, chi per convinzione. La vuole insomma oltre che il religioso, il politico, il militare, il commerciante, l' impiegato, l'operatore ecologico, la casalinga e anche la massaggiatrice presunta. E allora perché ci preoccupiamo tanto? Se tutti vogliono la pace da chi può venirci la guerra? Forse da tutti quegli omini verdi con il grande testone che sembra trovino dimora in lontani e colorati pianeti? Ma non deve essere proprio così se tutti continuiamo a protestare il nostro anelito di pace anche quando ciò sa di piaggeria e di vieto conformismo. E allora come stanno veramente le cose? Veniamo all ' esempio. Se un uomo grande e grosso incontra uno piccolo e malaticcio, da tale incontro ne può derivare tutta una serie di situazioni di amore e di conflittualità. Ma in ogni caso quale dei due deve rassicurare l'altro circa il suo intendimento a vivere in pace? La risposta è facile: quello grosso. E produce acceso rossore il dover ricorrere a così banale esemplificazione. Pertanto sarebbe per tutti di grande conforto e rassicurazione la consapevolezza che chi detiene veramente la capacità di privarci non solo della pace ma anche della libertà non ha alcuna intenzione di farlo. Il coro dei postulanti che non posseggono alcun potere in. tal senso induce invece lo stesso li vello di sicurezza che viene dali' auspicio o dalla speranza quando in contrappunto all a ce1tezza di evento negativo. Come a esempio succede in merito al successo delle nostre manovre economiche. E qui il traslato è inevitabile al mondo di milizia. Se non altro perché in omaggio all'aggettivazione della Rivista che così arditamente si presta a ospitare le presenti divagazioni. Sembra infatti che a ogni livello e in ogni situazione gli operatori in uniforme, per dirla gentilmente, si preoccupino di attestare che il fine ultimo del loro affan narsi e traspirare in giochi guerreschi su e giù per la Penisola ha solo finalità di pace. Il che tutto sommato è vero dato che l' unica e vera tutela della pace è la dimostrazione seria e indiscutibile di saperla difendere. Ma, ohibò non va dimenticato che le Forze Armate (quando lo sono naturalmente) hanno il compito fondamentale
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di garantire la sicurezza nella giustizia, nella libertà e nella stabilità delle Istituzioni. Ciò è ufficiale, non divagazione letteraria, lo dice la Costituzione. Per cui è da ritenere che la succitata Istituzione debba avere quale prima preoccupazione quella di essere efficiente, insomma di fun zionare. Se ciò non accade costituisce solo fonte di diss ipazione di ri sorse oppure di salvaguardia dei livelli occupazionali. In un Paese democratico, inoltre, non sono i mi litari ma i politici, nelle loro aggregazioni rappresentative della volontà del Paese, a decidere della pace o della guerra. Debbono essere quindi i politici di ogni colore e di ogni Paese a rassicurarci in tale senso. I militari, a scanso di pericolosi quanto facili frai ntes i, è bene che più che di pace parlino di efficienza e di capacità di assolvere il compito, che è appunto quello di dare sicurezza e di dissuadere altrui a minacciarla. Se poi si dovesse decidere che la pace è più preziosa della libertà e della stabilità delle Istituzioni, bene allora sarebbe forse opportuno che si modificasse in tal senso la Costituzione. Quindi sembra opportuno che si lasci parlare di pace chi può, se vuole, privarcene, dato che questi appare come il più titolato a farlo, oppure chi lo deve fare per missione, per professione o per interpretazione di ruolo. Ogni altra invocazione al riguardo, che esca dal legittimo domin io dell'au spi cio, può essere pericoloso veicolo verso la capitolazione preventiva e quindi incoraggiamento per i malinte nzionati. L'ansia montante di superarsi nella corsa verbale verso questo nuovo feticcio fa legittimamente temere che tra non molto ci capiterà di leggere nel tema di esercitazione di una qualsiasi unità formu le come questa: «Il plotone fucilieri in attacco per la pace», oppure «L'occupazione pacifica e difesa con arrni di pace di una posizione di rilevante importanza per la manovra». E qui è bene fermarsi perché assale con brivido sinistro il non infondato timore di aver involontariamente fornito dei suggerimenti a chi, non più vaccinato dal residuo di umorismo ancora reperibile sul mercato, voglia emulare in grida addestrativa altri più qualificati e meno vincolati «operatori di pace».
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Potremmo banalizzare il significato esistenziale del nostro momento terreno dividendolo, anche se un po' rozzamente, in tempo dedicato alle attività finalizzate alla sopravvivenza individuale e di gruppo, e in tempo dedicato ad attività finalizzate al di letto e all'arricchimento dello spirito. Così è da sempre e così si suppone sarà anche nel futuro. Varierà il rapporto tra i tempi in questione e la natura, qualità e impegno richiesti per le relative attività. Ma come è improbabile un ritorno a una vita di tutto lavoro lo è parimenti la conquista di una vita di tutto diletto. Agli albori della storia il tempo dedicato alla sopravvivenza prevaleva nettamente sul tempo dedicato a ogni altra attività più o meno Iudica. E si può senz'altro affermare che, fino a momenti non lontani, la biblica maledizione che ci ha imposto di guadagnarci l~ vita con il sudore della fronte ha mantenuto in pieno il suo contenuto semantico. Per i nostri progenitori il cacciare animali per cibarsene e utilizzarne le pelli, era indubbiamente esercizio faticoso e poco gratificante in tutte le sue fasi. L'orario di lavoro comprendeva allora l' intero arco diurno e anche parte di quello notturno. Senza particolari diritti e remunerazioni che non fossero la semplice sopravvivenza. Nessun reperto infatti ci ha tramandato immagine di organismo dedicato ai diritti sindacali del cavernicolo. E per secoli e secoli non è andata molto meglio. Le 60170 ore alla settimana, per coloro che non godevano di rendita da capitale, erano la norma. Lo stesso avvento della macchina a vapore che ha avuto il suo corollario nella rivoluzione industriale non ha apportato apprezzabile sollievo. Se si esclude un certo affrancamento dalla fatica. L' impegno temporale semmai è aumentato. L'esigenza dell'accumulo di capitale per l'investimento faceva infatti premio sul free time. Poi le cose hanno incominciato a marciare un po' meglio. Nel senso di meno tempo e meno fatica per guadagnare l'emblematica pagnotta, e un po' più di tempo per mangiarsela magari in oziosa contemplazione o scambiando quattro chiacchiere con gli amici. Insomma, più tempo per il diletto. Diletto in genere più diretto alla superficie che al mondo interiore. Per dirla con altre parole: più balera e più pic-nic fuori porta che approfondimento culturale. Tendenza questa cresciuta nel tempo in parallelo con il decadimento dei valori spirituali, 1' incremen-
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to delle possibilità di svago e la progressiva e frustrante disumanità degli agglomerati urbani. Per cui sempre più free time e sempre più esigenze per utilizzarlo, dato che il free time come tutti sanno è molto più costoso del work time. E poi, grazie sia alla tecnologia sia all ' affanno dei patrocinatori istitutivi, sempre meno te mpo per il lavoro e, di converso, sempre più tempo per il non lavoro. Da cui crescenti preoccupazioni per .il come impiegare e naturalmente finanz iare il tempo libero. In questo processo evo lutivo diretto aH ' affrancamento dalla fatica non si può non menzionare, specie nella nostra realtà nazionale, l' impegno in pubblica attività. Impegno che ha portato all'incoraggiante concl usione che si può trasformare il tempo di lavoro reale, quello che per intendersi è previsto dali' orario, in tempo di lavoro virtuale. In genere molto più breve, almeno per quanto riguarda l'equivalente di energia richiesto. E poiché bisogna ben fornire un qualche rendimento ne è venuta finalmente la scoperta dello straordinario. Strumento talmente gradito ed efficace da essere sempre più cronologicamente dilatato verso l'obiettivo di avvicinare il tempo virtuale a que11o reale. Naturalmente nell'analisi eziologica di questo istituto esistono anche altre versioni indubbiamente più acute e approfondite . Quella qui presentata non è che una semplificazione centrata prevalentemente sul pubblico o para pubblico impegno. Da questa storica evoluzione erano rimasti tuttavia esclusi coloro che per vocazione o temporanea coercizione dovevano dedicarsi alla sicurezza, individuale e ·collettiva, interna ed esterna. Si riteneva infatti che l'alto valore c ivico/etico di detta fu nzione e il prestigio che ne derivava a coloro che l'assolvevano erano per se stessi m unifica remunerazione dell'extra tempo dedicato. Ma poi, come succede in tutte le umane cose, anche la nobile ed esaltante fun zione di essere operatori di sicurezza ha incominciato a decadere nella considerazione individuale e colletti va. Contestualmente ha avuto inizio anche la caduta di gratificazione spirituale sino al punto che potremmo semplificare in quel quesito paraesistenziale che suona più o meno così: ma a noi lo straordinario perché non ce lo pagano? Dato che gloria et carmina, che da sempre non dant panem, non saziavano più neppure lo spirito. La caduta della stelletta dal bavero dei pubblici custodi di sicurezza ha consentito il primo passo verso
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il riconoscimento dell'extra. Questo ha poi favorito il trascinamento, per analogia di funzione, anche verso baveri non orbati di ornamento a cinque punte. E finalmente, per tappe successive connesse alla contiguità di stato, i1 nobi le istituto ha superato le ultime barriere poste da tradizione e pudore approdando anche tra chi si ostinava a praticare mj)izia a tempo non rigidamente determinato. Un tempo il Regolamento di Discipli na consentiva, pur con ri luttanza, l' uso dell 'abito civile nel pomeriggio dei giorni festivi. Il che la dice lunga sul dove veniva consumato il più del tempo. Si è poi usciti da tale oscurantismo concettuale approdando al diritto a civile pal udamento generalizzato per il dopo e persino alla anglosassone settimana corta. Tuttavia si avvertiva con un certo disagio di continuare a vivere e operare in un istituto anacronistico e datato. Infatti appariva sempre più fuori scenario vincolarsi a un orario di lavoro depri vato di un corollario ormai generalizzato: lo straordinario. E finalmente è arrivato! Con tutte le complicazioni ammin istrative connesse al trapianto in milizia. Per cui, onde evitare eccessivo co ntenzioso, non sarebbe stato male introdurre contestualmente anche quelle macchinette che co mprovino elettronicamente inizio e termine d' impegno teorico. Con l'aggiunta poi di qualche telecamera ben collocata, sarebbe infatti possibile, anche mediante presentazione di teleimmagine registrata, una definizione più obiettiva del dare e dell 'avere individuale. Problema quest' ultimo che pare stia già fornendo ulteriori motivi di relax in quel momento di assoluto riposo che è da sempre il periodo di comando. Ma nessuno può negare che il traguardo raggiunto rappresenti una grande conqu ista. Solo che vi è da temere che l'anelito crescente a essere sempre più straord inari, a fro nte di risorse sempre più ridotte, possa in un prossimo futuro costringere all'espulsione regolarnentata dei Quadri al termine dell 'orario di servizio. Ne potranno conseguire grossi problemi familiari, dato che ciò potrà costringere alla giustificazione del perché dei passati ritardi e, ciò che è più inquietante, alla più attiva partecipazione a meno virili e gradevoJi impegni di gestione domestica. L' istituto in questione è comunque da perfezionare. Bisogna infatti precisare in apposito SOP il come e il quando questo vada applicato in caso di cimento bellico. Prevederne a
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esempio una corresponsione articolata in situazioni offensive e difensive, e poi eventuali supplementi festivi e notturni oppure montanti addizionali in caso di pattugliamento continuativo. Sarebbe infatti decisamente imbarazzante dover fermare un'operazione in corso di sviluppo, magari una volta tanto persino favorevole, per soddisfare legittime richieste di riposo compensativo. La controparte potrebbe non capire e quindi non collaborare. In conclusione, piaccia o non piaccia, è giunto il momento di relegare tra i polverosi ricordi del nostro passato l' impegno full rime e di abituarsi a convivere con il nuovo istituto. Senza timori, senza fa lsi pudori e titubanze. Tutti dobbiamo operare con impegno e partecipazione perchÊ lo straordinario ci diventi familiare. Diventi insomma ordinario.
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IL TRIONFO DELLA MEDICINA
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Una nota d' apertura, pur priva dell 'ariosità di una prefazione, è sempre di vantaggio alla chiarezza. Nel titolare infatti mi sono parzialmente appropriato dell' intestazione di una fortunata quanto emblematica commedia di cui ora mi sfugge l'autore. Da questa oltre che da qualche spunto periferico in merito a quanto fatto e in fieri nella Sanità con le stellette, mi è venuto spunto per le presenti annotazioni. Chi è d' antico pelo kaki, per sedimentate quanto trascorse esperienze, riesce tuttora a liberarsi con difficoltà da connaturata diffidenza nei confronti del medico in stellette. Questi infatti ci ha a lungo accompagnati nel procedere in uniforme come presenza organica, arricchendo l' argomentare del tempo libero in Sala Convegno con l' aneddotto e l'asterisco riferiti al come e al quando dell ' ultima avventura vissuta in Sanità Militare. Il muoversi infatti oltre la soglia dell 'aspirina o della pillola di vitamina e, per i più audaci, dell ' intramuscolare ricostituente o di antibiotico, ingenerava allora grande inquietudine. A volte addirittura panico. Soprattutto quando il rito sanificatore veniva celebrato in quei tetri ed esclusivi edifici, di solito conventuali, ove a volte con grande temerarietà s'impugnava persino il bisturi. Intere generazioni marziali confidando nella buona sorte sono quindi cresciute nella diffidenza e nella curiosità. Quest'ultima riferita ai come sarebbe stata interpretata la propria condizione fisiologica in sede visita di controllo per l'accesso a qualche corso o posizione professionale. Infatt i scarso affidamento poteva essere posto sugli esiti di quella precedente, anche se recente e fatta nello stesso Istituto. Tempi calamitosi erano quelli , in quanto ben poco conforto ci veniva allora (e tutt' ora) anche dalle strutture sanitarie pubbliche. Che poi erano pure molto più affollate, burocratizzate e disumanizzate delle nostre. Ritengo sia stato il leggere che negli Stati Uniti il Presidente e altre altissime autorità, comprese le rispettive consorti, quando in serio imbarazzo di salute affidano le loro speranze di recupero ai locali nosocomi militari, a stimolare l'attenzione di qualche aperto e avveduto Capo di Stato Maggiore. Diamine! perché accettare una Sanità Militare più adusa a produrre vignetta che salute, quando potremmo avere uomini, mezzi e strutture per fare decisamente meglio? E poi, diciamocelo pure, una delle poche sicurezze che abbiamo nel caso la sorte ci sia benigna nella durata, è quella che
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se non d ' intervento avremo quanto meno bisogno di diagnosi ecura. E vogliamo proprio affidarci a quanto ci offre la ben nota efficienza di una pubblica assistenza turbata da riforma in eterno divenire? Quindi con lungimirante saggezza si è partiti dal reclutamento. Le Università infatti, sempre superaffollate, erano allora anche devastate da quel saggio principio che postulava l'esame di gruppo con il voto minimo garantito. Belle prospettive per Ja salute pubblica. Si è incominciato pertanto a sfomare giovani Ufficiali medici in cui l'assetto formale, indotto da frequenza di corso almeno sestennale in stellette, si sposava a un 'ottima preparazione professiona le. E questo primo esito anche se con qualche residuo di scetticismo, ha aperto il cuore dei più al la legittima aspettativa di tutela di salute. Ed è inutile dire quanto affettuosa dedizione tutti rivolgiamo nel trascorrere degli anni a tale instabile condizione. Poi si è capito che non bastava. A chi infatti dovevano ispirarsi questi giovani desiderosi di dare e di sapere in assenza di quell'habitat culturale che solo studio, ricerca ed esperienza specifica possono creare? La nostra Sanità infatti, pur ricca di gloria e di ricordi per quanto fatto nel momento bellico ove, si sa, si opera su un paziente veramente paziente e in di fficoltà di contenzioso legale, nel successivo lunghissimo periodo di pace aveva trovato motivi e poss ibilità di approfondire solo la cas istica insita nella comune limitata e un po' volgare nosologia di caserma. Il tutto in costante sperequata posizione tra la moltitudine degli aspiranti ad avere e la povertà in mezzi, ·uomini e strutture per dare. Quindi si è saggiamente pensato a una sintesi felice e non subordinata in convenzione con le locali strutture universitarie. Sintesi che ci potrà dare, come tutti si augurano, copiosi frutti nel tempo. Infine s i è diretta attenzione al dove e al come esercitare questa riscoperta promozionale dell ' arte di Esculapio. Insomma cosa tenere e rinnovare e cosa buttare o trasformare dei tanti e derelitti nosocomi mili tari in esercizio. E ne è venuto fuori un bel programma espresso in un 'araldica in camice bi anco che freg iava pochi fortunati del prestigioso embl ema di Policlinico, altri meno fortunati di Ospedale di Base per concludere infine nei più numerosi e modesti, seppur indispensabili, Centri di Medicina Legale. La grande riforma era fatta. Il politico impari. Ma fatta la riforma bisognava fare gli ospedali.
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Farli cioè così come richiesto da una moderna e funziona le interpretazione dei loro compiti. Responsabi li tà questa complessa è diffic ilmente identificabi le ne lle compete nze e conoscenze dei vari organi tecnici coinvolti. Si trattava infatti di coniugare esperienze e conoscenze nel settore amministrativo, infrastrutturale e medico raramente reperibil i in singolo soggetto od organismo e difficilmente coordinabili in un team operativo. Si erano quindi create le condizioni più ri pendenti per l'atti vazione di quelle vocazioni già in nuce che hanno prodotto i grandi eventi storici. Quel momento c ioè che si stabilisce solo nelle situazioni di particolare cimento, che libera grandi energie e scatena folgorazioni conosci tive e operative. Quel momento insomma da cui c i sono venute le grandi scoperte nell' arte, nella scienza e nella ricerca e.le grandi vittorie nei numerosi confl itti che hanno vivacizzato la storia dell' umanità. Ed è proprio in questo momento che appare, anzi esplode da già anonimo bozzolo: Lui. Già tranqui llo e rassegnato amministratore di struttura sanitaria destinata a illustrarsi quale Policlinico Militare, nel fermento operativo e convulso del divenire ne coglie, in sintesi fulminea, problematiche, varietà e convergenza di esigenze, nece sità di visione globale, indj spensabilità di coJlegamento e verifica in parallelo a emulazione di quanto già realizzato al meglio nelle corrispondenti strutture esterne. Insomma una vera e propria a nche e tardiva vocazione di Sani tà. E così l'assistito a nc he dall'assenza di diso·azioni fami liari, risponde con entusiasmo a un imperioso messaggio interiore che lo spinge a trasformare un vecchio convento che ospitava un vecchio ospedale in un moderno nosocomio ove si pote e celebrare il vero trionfo della medicina. E' stato visto impugnare la cazzuola e pendolare il filo a piombo, così come in dotta dissertazione su tecniche e strumenti necessari per coniugare al meglio anamnesi, diagnosi e terapia. Qualcuno afferma anche di averlo visto armeggiare in verde con sonde e specilli attorno a tavolo operatorio. Ma pare si tratti di illazioni dettate soprattutto da quell'ansia di salute e speranza escatologica che alberga in tutti noi. E il tempo sembra propri o aver premiato l'iniziativa, l' impegno e il coinvolgimento del Nostro con la consacrazione alla pubblica notorietà dell ' ormai suo Policlinico Militare. Gloria, vanto e speranza de lla collettività in uniforme. Ma non basta. Biso-
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gna continuare a crescere. E per crescere bisogna che l'efficienza dell'ospedale trovi conferma ne l recupero di paziente illustre a rinnovata baldan za fisica. E anche in questo settore il Nostro ha espresso e realizzato il meglio. La tecnica applicata è stata quella di attrarre l'illustre non aspirante paz iente per una visita alla moderna struttura. Il che non è stato difficile. Poi qualche battuta distratta, qualche quesito di ovvia risposta, stante il momento anagrafico dell'illustre, qualche larvata allusione sui possibili accadimenti che ci vengono dalla indagine statistica. E chi a questo punto rinuncia a farsi dare un ' occhiata, o magari un ' esplorazione più approfondita? E' meglio prevenire, dice suadente il Nostro, a garanzia di vita lunga e operosa. E il gioco è fatto. Si è creato bisogno di medicina con scivolamento graduale verso quella forma di patologia defin ita di iatrogenesi. E così, con regolare gradualità, superato un certo traguardo di età e di disturbo, gli illustri pazienti si avvice ndano ora ne lle bianche corsie lasciando fe lici un reperto più o meno piccolo, magari anche, solo minerale, a testimonianza di fiducia e di gratitudine. E il nosocomio cresce. II Nostro intanto procede imperterrito verso il costante miglioramento. La stasi è regress ione o morte il che è prospetti va dec isamente inquietante per un nosocomio. E quindi, sempre presente, volteggia lieve e sorridente di sala in sala ansioso di curare e migliorare il tutto. Comprese le due splendide magnolie del giardino prospic ie nte l' ingresso. Anzi il rinnovato vigore cui è rinata la più giovane e incerta, ormai dichiarata per ve.g etaJe grac ilità d ' imminente decesso, cui il Nostro ha dedicato cura e attenz ione, ha indotto nell ' anima candida di alcune suorine dell ' ospedale la convinzione di essere state testimoni di evento straordi nario. Pare infatti che il Nostro sia stato visto in volo opra le succitate magnolie vestito d i candido peplo con bretelle policrome sovrariportate e papillon in tinta. E c'è chi assicura, in veneto idioma, che «el gaveva una luse tutta intorno». Ed è anc he in questo, c hecchè se ne d ica, c he si celebra il trionfo della medicina.
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I PROFESSIONALS
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In tempi men leggiadri il titolare o anche il solo utilizzare in dialogo o prosa sostantivi mutuati da idioma forestiero veni va severamente censurato. l sostantivi stessi venivano comunemente defi niti, forse un po' troppo sbrigativamente, barbarismi. Oggi, ed è questa una conquista non secondaria del progresso lessicale oltre che del vivere liberi, grazie anche a l1 a suadente influenza dei media si è approdati all 'ecumenismo linguistico. Un ecumeni smo che ci affranca da timidezze e timori per cui vi è libera caccia specie in quell 'ampia riserva costituita dall 'anglo idioma che sta ormai conquistando anche la casalinga più tenace e conservatrice. Inoltre nell ' utilizzo del sintagma ad apertura dell e presenti annotazioni vi è un sottile machiavello, per cui è bene precisare, qualora sia sfuggito a qualcuno, che le stesse sono dirette a celebrare il professionismo. Infatti molti telespettatori, soprattutto quelli in ansia d'azione avranno seguito quella serie di telefilm giallo/thrilling ove nelle vicende dei protagonisti s' intendeva appunto celebrare il professioni smo. Naturalme nte si trattava di serial ambientato in Paese anglosassone. In Gran Bretagna per la precisione. Ma con questo non si vuole assolutamente asserire c he il profess ionismo non possa trovare ambiente di sviluppo anche in area mediterranea. L'esperienza ha dimostrato che a scorno di molti detrattori d'oltralpe ciò può anche accadere. Tuttavia lo Zingarelli, che non a caso è Dizionario nostrano, parlando di professionismo definisce, con una certa reticenza, che si tratta di «stato e condizione di chi è professionista». Se poi uno vuole allargare la ricerca verso il termine «professionista» non trova motivo di maggiore conoscenza dato c he il Nostro si limita a definizioni altrettanto generiche che ci riportano sempre all 'assunto che si tratta d' individuo esercitante professione. Nessu n accenno alla qualità e al le capacità. Queste infatti vanno aggiunte o evidenziate utilizzando apposite e specifiche aggettivazioni. Quindi, non trovando conforto e aiuto nella ufficiali tà linguistica dobbiamo ripiegare sui significati cui comuneme nte intendiamo alludere o auspicare quando usiamo il sostantivo «professionista». E oggi se ne fa proprio un gran parlare. Tutti lo usiamo in varietà di toni e indirizzi a significare la nostra segreta aspirazione ali ' approdo su quelle sponde, a noi tanto inconsuete quanto
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auspicate, che ci affranchino dal timore dell'esecuzione superficiale, fantasiosa, velleitaria e poco programmata. Quell'esecuzione insomma di cui è desolantemente maculato l'ampio sudario dei nostri falli menti. In tutti i settori. Forse ne parliamo tanto proprio per esorcizzare il timore di doverlo dimostrare nei fatti. E ciò si nota soprattutto nei discorsi o negli impegni programmatici. Quanto più categoriche e onnicomprensive sono le affermazioni tanto più generici sono di solito gli impegni e tanto più determinata la volontà di non onorarli. Per cui ci viene brivido si-. nistro la generale partecipazione al tema del giorno che lacera la di solito spensierata comunità nazionale nell' atroce dilemma: Esercito di leva o Esercito di professionisti. Già il dilemma per se stesso attesta nella sua contrapposizione l'impossibilità che un Esercito di leva sia un Esercito di professionisti. Chissà quanto dolore e irritazione ciò arrecherà agli ultimi Cavalieri di Vittorio Veneto che, pur essendo di leva, pare abbiano fatto nel loro momento un lavoro da professionisti. O per lo meno avevano maturato detta convinzione. E dire che si trattava di un momento forse più romantico ma a scolarità decisamente più ridotta. L'elettronica e il piccolo schermo non davano alcun ausilio didattico e la stessa dinamica operativa e quindi l'agilità mentale dei giovani era decisamente più scadente. Ma forse riuscivano a operare ugualmente bene perché non al con·ente del succitato dilemma. E allora? Probabilmente si potrà asserire che i sist~mi d'arma del tempo erano molto più rudimentali e parimenti rudimentali le tattiche e tecniche d' impiego. Per cui era più facile essere professionisti. Ma detti sistemi d' arma erano più rudimentali solo negli effetti, ma lo erano decisamente meno nell'impiego. Oggi infatti, per chi dispone di sistemi d'arma moderni, basta digitare, sovrapporre due immagini e mettere a fuoco, attendere la luce verde e via! Quindi, paradossalmente, pare che il professionista servisse di più allora di quanto non serva adesso. Menare la draghinassa o maneggiare un archibugio era più difficile di quanto non sia oggi il maneggiare un fucile d' assalto o lanciare un missile controcarro. Il che poi non è del tutto vero. Lo è solo se al concetto di maggiore complessità dei sistemi d' arma si associa il concetto di più elevata scolarità. E' chiaro infatti che il mettere nelle mani del fantaccino sottoscolarizzato della 15-18 un
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aggeggio moderno avrebbe richiesto tanto più tempo e quindi professionalità. Oggi invece la media del personale di leva è costituita da g iovani d i scola rizzazione med io/alta. E allora la genera le preoccupazione c he i siste mi d' arma moderni (che ancora non abbi amo) vadano a finire in mani inesperte, da dove vie ne? Come mai si chiederà l' ignaro straniero che legge le no tre cose, tutti oggi in Italia si agitano tanto in ansia di professionismo? Se tale ansia agitasse altro popolo in altro Paese ne verrebbe sicuro motivo di consolazione. Finalme nte, si direbbe, tutti desiderano fare sul serio! Finalmente, dopo anni di neghittosa trascuratezza, s' incomincia anche a dissertare di milizia e tutti si preoccupano neJ volerla efficiente. Qualche perplessità invero insorge quando si es plora più da vici no il come i più intendono il professionista. Cioè: in chiave romantica e un po' trascorsa: guerriero vecchio stampo in stereotipo a me nto quadro, sguardo sprezzante, spalle larghe e bicipiti possenti. Oppure in chiave moderna, alla Gerard Philipe: snello, un po' pallido ed esangue, con le dita lu nghe per digitare il computer o riconnettere i microprocessori. Oppure dinamico e volitivo, distratto e un po' arrogante come s'addice a vero manager. Purtroppo la realtà non ci dà moti vo per essere molto rassicurati. Il biotipo medio dell 'autocandidato ci porta ad altro disegno. Un disegno di tipo medio mediterraneo con occhio un tantino liquido, chioma mossa e una certa tendenza alla curvatura accentuata. Il c he significa che il professionismo quando deve esprimersi in uniforme non incontra molto. Almeno qui da noi. A onta di chi un tempo ipotizzava retoricamente il contrario. Si vede proprio che non siamo popolo di guerrieri. La storia ahimè insegna, ed è stato proprio a cau. sa dell' errata interpretazione della stessa che ci siamo giocati gli «immancabili destini ». Quindi se tanto mi dà tanto appare legittimo qualche sospetto su questo improvviso anche se ormai ricorrente interesse per il professionismo militare. Almeno per come oggi si esprime in inesausto bla bla in convegni, tavole rotonde, seminari, gruppi di lavoro e chi più ne ha più ne metta. Il tutto poi ci riporta sempre all'ormai noto e cronico di lemma sull' utilità/necessità del servizio di leva. Per la precisione: assunto un Esercito misto in cui, si sa, i professionisti, poiché volontari , saranno pochissimi, per quanto te mpo si dovrà trattenere alle armi l' infelice che co-
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munque sarà chiamato in servizio di leva? Che poi è il vero corno del dilemma. Tutto ciò è decisamente sospetto. Sembra infatti sempre più eviden ~e. soprattutto in relazione alla posizione votodipendente dei più accaniti corifei del professionismo totale, che l'obiettivo più che l'efficienza e credibilità dello strumento militare sia lo strizzare l' occhio al giovinotto in età di uniforme e quindi di voto per dirgli: non ti preoccupare ci penso io ad affrancarti dalla fastidiosa bisogna con bavero stellettato lontano dall'avita dimora. La sicurezza della Patria può essere difesa anche stando a casa. Anzi . lo si può fare meglio. Se si deve proprio andare vedremo di ridurre al minimo il tempo dedicato. Qualche mese potrà bastare: tanto siamo tutti ben scolarizzati. Poi se ne avremo mezzi e tempo basterà qualche richiamo ogni tanto. E non si tratta di fantasie tardo meridiane, il tutto è stato oggetto di precisa formulazione propositi va dal solito gruppo di esperti di cui il nostro Paese pullula in tutti i settori. Peccato che poi, quando si deve presentare il conto da pagare, tutti i succitati gruppi si dissolvano nelle nebbie degli assunti teorici e nell 'i ndeterminatezza delle giustificazioni. Tipo: io non c'ero in quella circostanza e poi non intendevo dire quello che avete capito. Francamente risulta alquanto ostico capire come possa conciliarsi il teorema della tecnologia e complessità che richiede professionismo con l'affermazione che per avere «riserve istruite» si può ridurre a un terzo.!' attuale già ridotto periodo di leva. Evidentemente in sì complesso argomentare abbiamo perso qualche passaggio chiave. A meno che l'astuto, ben sapendo che mai avremo il quattrino richiesto per attrarre il professionista, né la normativa necessaria per assicurarne il recupero in altra più duratura pensiogenetica attività questi si guarderà bene dal venire o comunque dal durare. Per cui invocando una grossa fetta di professioni smo e una piccola di coscritti brevileva in poco tempo potremo liberarci dall ' inutile e oneroso fardello. Esiste jnfatti una dimensione limite aJ di sotto della quale qualsiasi tipo di organismo, anche il più solido e di robusta tradizione, diviene dissipatorio, dispersivo e persino un po' scherzoso. Se poi nel misto saremo flessibili nel ripartire le proporzioni per mantenere cosrtante un certo totale, senza tuttavia abbandonare la seduzione della brevi leva, ci
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regaleremo uno strumento da togliere il sonno anche al più c inico dei responsabili dell ' inquadramento. Poiché la necessità di prevedere comunque una certa miscellanea, non fosse altro per fronteggiare l' indeterminatezza delle proporzioni dovuta all'imprevedibi lità delle vocazion i, c i porterà all' isterismo addestrativo. Infatti mentre per il professionista avremmo tutto il tempo per provvedere ad acconc ia preparazione, per l'altro, che potremmo definire «turnista», avremmo un avv icendarsi in giostra forsennata quadrimestrale di addestramento intensissimo, settimana corta e riposo compensativo permettendo. Al termine di questa giostra il coscritto uscirebbe quasi per forza centrifuga rientrando tra le capaci braccia della genitrice un po' confuso, un po' frastornato e con seri problemi di fissaggio d' immagine e quindi di autoide ntificazione nel suo momento in uniforme. C 'è quindi da sperare, anche se senza eccessiva speranza, che un rigurgito di dignità nazionale o anche solo di buon senso strappi dal capezzale del già illustre paziente tanti intere sati quanto improvvisati terapeuti e lo affidi a mani, questa volta bisogna proprio dirlo, di professionisti.
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Non senza un certo stupore e inquietudine ci è toccato di registrare negli ultimi quindici mesi una serie di eventi così inattesi e dirompenti da lasciare frastornato anche il più solido, imperturbabile e preparato degli analisti. Si sono affastellati, accavallandosi tumu ltuosamente, crollo del muro di Berlino, dissoluzione del patto di Varsavia, Guerra del Golfo, colpo di stato in Unione Sovietica segu ito dalla disgregazione dell'Impero e, dulcis infondo, l'inizio cruento della disgregazione della confinante Federazione Jugoslava. Il quadro politico/strategico del nostro emisfero è così entrato in dinamica mutazione: vecchie e apparentemente monolitiche alleanze praticamente dissolte, altra forse meno monolitica, già contrapposta alle prime, precipitata in seria crisi d'identità. E ancora: faticosa ricerca di nuovi equilibri, fioritura in preoccupante crescendo di mini conflittualità locali, riscoperta di antichi legami storico/culturali e, di contro, riemergere di altrettanto antiche e mai sopite incompatibilità etniche, economiche, religiose e quindi crisi nei rapporti di già precaria ma apparentemente stabilizzata convivenza. 11 crollo dell'Impero ha scoperchiato il vaso di Pandora delle nostre contraddizioni e ci ha privati della sua rassicurante anche se inquietante presenza. Si vorrebbe c he tutto questo fervore libertario scatenato dalla caduta di regimi dispotici fosse diretto alla conquista, anche se faticosa, di collocazione dignitosa tra i Paesi a regime ed economia più avanzata e non solo alla speranza di conseguire immediatamente più godibili condizioni di vita. Ma non è facile libe rarsi dal dubbio che il vero obiettivo sia il secondo. Il che non può certamente essere considerato poco commendevole se per tale obiettivo -si accettassero i tempi e, diciamolo francamente, anche i sacrifici che tutti i Paesi dell'Occidente e non, vincitori e vinti, usciti a pezzi dal secondo conflitto mondiale hanno dovuto affrontare per conseguirlo. Ma non sembra sia proprio così. Purtroppo l'arco di godibilità di una vita media non è poi tanto lungo. L'accesso alle malinconie del tardo meriggio e ai rimpianti e agl i acciacchi del freddo grigiore della sera è decisamente più rapido del tempo di attesa del benessere per coloro che sono neli' età del reclamo e della protesta. U lavorare e il sacrifi carsi per il benessere dei figli è ormai vocazione veterostorica di cui solo i più canuti o stempiati di noi
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hanno ancora memoria. Ora, molto più sbrigativamente, si desidera accedere alla propria più o meno legittima fetta di benessere nei tempi compatibili con la possibilità di goderne a lungo. I sacrifici li facciano magari i figli. Il rimandare le proprie aspettative di premio a un pur suggestivo «dopo» ultraterreno appare sempre meno di moda. E allora cosa ce ne verrà? Nulla di buono direbbe un pessimista, o un ottimista di buon senso. Nella migliore delle ipotesi si dovrà accettare una sensibile riduzione del proprio tenore di vita per destinare le risorse così recuperate a un più affrettato ma,. ahimè, sempre soggettivamente inadeguato recupero dei nuovi aspiranti a1l 'accesso alle ammiccanti sollecitazioni dello spot televisivo. Come accaduto con i nostri vivaci e irrequieti basso dirimpettai, apparsi molto più smaniosi e impazienti dei più numerosi ospiti non sollecitati che ci vengono da Paesi traclizionalmente e anche ufficialmente sottosviluppati da sempre. E' uno scenario indubbiamente gravido di situazioni sempre più a rischio. Anche perché essendo scomparso l'incubo dell'olocausto nucleare che prima ci teneva tutti tranquilli ora si può tentare. Come ha fatto il baffuto satrapo medio orientale da tempo smanioso di dar corpo a un progettino niente male: conquistare il controllo graduale di quella preziosissima pompa che tiene in vita tutte le economie dell'Occidente. Soprattutto quelle del tutto energo dipendenti. Come la nostra per esempio. Qu~ora ci fosse riuscito avremmo conseguito l'obiettivo di tornare ai tempi felici vagheggiati dai viridi amanti di Arcadia e del pre-industriale. Sarebbe bastato fermare il flusso di quel liquido che ci viene dalla succitata pompa. E poi la rovinosa guerra civile nella vicina Jugoslavia. Sono fatti loro, si potrebbe dire. Ed è vero. Ma la storia purtroppo insegna quanto sia facile il propagarsi d'incendio specie quando questo si sviluppa nella turbolenta Balcania. Ma tutte queste sono cose note, si potrebbe obiettare. E nulla è più vero. Ma è altrettanto vero che se non si può più delegare sicurezza e stabilità a una situazione di equilibrio tra due potenti blocchi contrapposti, bisogna ben che il cosiddetto «testimone» passi a nuove aggregazioni e comunque all'assunzione di nuove responsabilità individuali e collettive. Un popolo, un Paese, conqu ista il diritto a posizione protagonista e comprimaria, o anche
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solo gregaria, solo se dispone della volontà e dei mezzi per contribuire ad affrontare attivamente e con determinazione le situazioni di crisi di diretta e indiretta pertinenza. Storia e buonsenso, oltre che etologia, insegnano che chi batte la grancassa delle grandi affermazioni di principio e magari di condanna e poi si dilegua al momento di pagare il conto, perde definitivamente la faccia. Anzi peggio. Poiché rafforza la convinzione storica che pavidità, incertezza, incapacità o impossibilità di decidere e d' intervenire rendono sempre più pagante la politica del fatto compiuto. Sia questo o non attuato con la sopraffazione e totale violazione dei più elementari diritti civili. Ma qui troviamo il machiavello. Chi ha qualche millennio abbondante di storia alle spalle ha infatti assimilato nel tempo la capacità dialettica del dire e del non dire affidandosi magari al numero delle proposizioni subordinate per indeterminare il soggetto, o alle ambiguità lessicali per celare, nella fiera dichiarazione d'intenti , qualche accorta via d'uscita per eclissarsi aJ momento buono. Costoro sapranno trovare anche in questo calamitoso momento ampie possibilità per recitare un comodo ruolo di mosca cocchiera. Insomma il vai avanti tu che poi al momento opportuno vedrò di non farti mancare il mio supporto. Senza specificarne il tipo naturalmente. Esistono infatti molti settori ove questo sj può dare, settori per cui si ha o sì elegge vocazione al momento opportuno. Come a esempio l' assistenza al ferito e all'ammalato, il fornire tetto e nutrimento al profugo. ll che oltre a essere di grande valenza civica e sociale e chiaro segnale di rifiuto di ogni forma di violenza, è anche molto evangelico. Beh ! non è poi necessario spingersi tanto in là accettando come normale ed elettivo tale ruolo . . Non sarebbe in alcun caso edificante e molto onorevole anche per il più tenace assertore della pace uni versale. Per aspi1·are a dignitosa collocazione è sufficiente sottolineare il proprio intendimento a voler fare sul serio al momento opportuno enfatizzando una simbolica partecipazione immediata. E' come dire: «Al momento ci troviamo a cotto di contanti, ma siamo tutti con voi». Insomma un moderno recupero di quel sano principio della delega di cui si è storicamente illustrato il velleitarismo un po' voi pone di tanti Paesi poveri di mezzi ma ricchi di idee. Insomma si tratta del famoso principio dell' armiamoci e partite a cui si sono volute dedicare le
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presenti meditazioni. Funziona spesso. Tuttavia, anche in tale proposizione quell' «armiamoci» è in ogni caso un po' impegnativo. Non è serio infatti disattenderlo. Se non lo si fa come si potrà poi sostenere l'affidabilità delle successive fiere proposizioni in merito all 'inossidabile fedeltà a mantenere gli impegni al momento opportuno. Impegni da sfumare poi nel distinguo. Non sfuggirà inoltre che una volta attuata ragionevolmente tale proposizione, quella dell 'armiamoci s'intende, ne potrebbe anche venire qualche succoso dividendo. In altre parole potrebbe anche accadere che le . cose si mettano talmente bene da consentire una partecipazione di quelle che danno lustro e prestigio per decenni, molto vistosa nelle forme, energica nei toni, enfatizzata nella retorica e nell 'asterisco e, naturalmente, del tutto incruenta. Ma in questo bisogna essere molto cauti e provvedersi del consiglio di esperti reali e non di volenterosi di recupero e di autoproposizione. Infatti tutti credevano che la sped izione libanese dell'82 avrebbe dato gloria e successo e non costretto a precipitosa ritirata dopo lunga costosa e inconcludente e tutto sommato dannosa presenza. Mentre la fase terrestre, della Guerra del Golfo, da tutti dipinta come cimento sanguinosissimo, tipo battaglia della Somme e della Marna, si è poi invece risolta con perdite irrilevanti dovute principalmente alla distrazione dei piloti amici. Che occasione mancata! Una corsa inebriante a mezzo busto fuori dalla torretta, qualche raffica ogni tanto, giusto per sentire l 'odor~ della cordite e per superare un'eventuale prova del guanto di paraffina, e poi il trionfo sono i coriandoli nella s• strada bracc io a braccio dietro la mole torreggiante del «Grande Orso». Ma tutti sanno discettare con il senno di poi. E se poi invece andava male? Chi ne avrebbe pagato le conseguenze? Per chi in esito di pregressi studi classici è a questo riguardo dii monito la fine non piacevole di Orfeo per mano delle Menadi. Ed è metafora abbastanza chiara. Quindi è ingiusto, oltre che ingeneroso, esprimere giudizio valutazioni a posteriori. O meglio è solo facile. Tuttavia non è né ingiusto né ingeneroso il meditare sull' allettante programma e sulle ampie possibilità che vengono in uno scenario che sarà sempre pill coinvolgente, si voglia o non si voglia, dall'indirizzo un po' birbone che si cela sotto quell ' «arm iamoci e partite» di cui sopra. Però, come già chiaramente detto, bisogna acquisire
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l' indispensabile titolo di credibilità che è inequivocabilmente condensato nella prima parte dell 'assunto. Basterà qualche piccolo sacrificio economico. Un po' di coraggio e di lungimiranza nel disegno del noto «Modello» e il gioco sarà fatto. E poi chi lo può dire, vivendo tempi sì calamitosi e imprevedibili, che possa risultare necessario non solo per salvare La faccia.
Ossen ·arorio
IL CREPUSCOLO DEI SIGNORI
Il crepuscolo dei signori
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Sull'onda della perestroika e nel nobile e commendevole intento d'introdurre nuovi elementi di democrazia anche nella vita pubblica del nostro Paese, il Parlamento ha decretato che l'apposizione «Signore», poiché anomala e discriminante indicazione di stato, non sia più premessa al grado militare. Tutti avremmo dovuto gioire e gonfiarci in sussulti d'orgoglio di fronte a questa ulteriore attestazione di maturità politica. Invece, e questo va a ulteriore attestato della persistenza nel Paese di sacche di superficialità reale, pare che la storica decisione abbia provocato, accanto a manifestazioni d' incontenibile ilarità, altre di sdegnata reazione. Si è infatti inopportunamente argomentato in merito a supposti più importanti aspetti della vita pubblica cui avrebbero potuto dedicarsi i parlamentari interessati. Soprattutto, si "diceva in un momento di quasi incontrollabile deriva economica e istituzionale e di progressivo degrado delle generali condizioni di sicurezza. Ma, come sopra detto, si tratta senz'altro di manifestazioni di superficialità tipiche in chi ignora i meccanismi fondamentali della fisiologia individuale e collettiva. Un vero e proprio iato culturale. Infatti, come evidentemente ai più non noto, ogni individuo o aggregazione d' individui che debba affrontare situazioni di crescente gravità che non sa, non può o non vuole controllare, reagisce alle massicce dosi di stress che ne conseguono isolandosi dalla realtà con il dirigere altrove la propria attenzione e percettività sensoriale oppurededicandosi a futili e dispersive attività. E' come dire: poiché io non vedo e non sento l'evento non esiste. Così reagisce spontaneamente anche il nostro stesso organismo. Infatti quando questi è aggredito dal dolore e dallo stress produce quelle endomorfine che · facilitano l'isolamento del sistema nervoso centrale dalle stirnolazioni periferiche. Qualora detta reazione spontanea non si verifichi surroga con intervento cosciente mediante il ricorso ai benefici euforizzanti di spiritose bevande o, se dispeptico o carente di fantasia, ricorrendo al solito alcaloide. Si tratta quindi di una reazione naturale tesa a esorcizzare il rischio, l'impegno e la responsabilità, attività sempre sgradevoli, specie per chi è consueto o costretto alla sopravvivenza per consenso. E' un po' come preoccuparsi della piega dei pantaloni o dello scollo dell'abito da sera con il Titanic che si inabissa nelle gelide acque deli' Atlantico, oppure preoccu-
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parsi del] ' acconciatura e situazione cosmetica in attesa di esecuzione capitale. Come pare sia accaduto a Maria Antonietta e ad Anna Bolena. Anche se qui è un po' difficile separare lo stile daJla futilità o dal rifiuto della realtà. La futilità, come pure la dissipazione, sono considerati atteggiamenti di fuga per cui nei momenti di grande decadenza o cimento spesso esplode voracità e sfrenatezza. Come ben ci tramanda la storia del peggio dell' Impero romano con Vitellio e Commodo e la sintesi efficace di Orazio nella cena di Trimalcione. Per non parlare poi della cucina Bizantina che culmina la sua orgia di spezie e di raffmatezze con il turco che si accalca · e tracima dalle mura di Costantinopoli. La fuga in sfrenatezze alimentari è tuttavia costume che oggi incontra un po' meno. La scienza, che non sempre apporta sicurezza e serenità, ci ha infatti reso fami liari quanto inquietanti ospiti il colesterolo, i trigliceridi, lo zucchero, l'acido fitico e tante altre amenità. E questo è forse il motivo per cui invece che nella cucina c'è chi si rifugia nelle apposizioni lessicali. E' senz'altro più sano. Per concludere in merito a questa propensione alla fuga in tempi di cimento, un'immagine efficace ci viene, oltre che dalla discoteca, anche dallafiction cinetelevisiva. Piace a questo proposito richiamare il film «Ultima Spiaggia» ove Stanley Krarner fornisce neli' essenzialità del bianco e nero l'immagine angosciosa dell'irrazionale che vi è nella reazione individuale e di gruppo a una realtà non più controllabile. Ma qui è bene fermarsi, a evitare che qualche lettore frettoloso possa sospettare collegamento tra le esemplificazioni sopra addotte e lo scenari o comportamentale degli originatori del provvido e innovativo provvedimento di legge in questione. Non si tratta certamente, è bene dirlo subito a scanso di equivoci, di futilità e tanto meno di reazione di fuga. Si tratta invece di una fresca ventata di sana democrazia che viene a spazzare gli afrori stantii che tutt'ora permeano la sempre più isolata, negletta e bersagliata comunità in stellette. Diamine, la Rivoluzione Francese cui nessuno osa negare diritto di protagonista principale della storia moderna, aveva espresso la stessa intuizione dando corpo all 'utopia dell'égalité in quel suo apostrofare generalizzato nel «Cittadino». Apostrofare trasformato poi nel tempo in compagno e camerata. Noi, poiché in opposto displuviate ri-
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spetto alle influenze concettuali dell'illuminismo e poco incoraggiati dagli sviluppi storici recenti e meno recenti, per cui più non si osa per il «camerata» e poco più si usa per il «compagno», molto prudentemente ci limitiamo all'omissione. Sì, all'omissione del signore. Questa volta scritto in minuscolo a evitare interpretazioni teologicamente fuorvianti. E questo, tra l'altro, ci sembra anche felice innovazione, poiché antagonista di quella nostra poco europea tendenza all 'aggettivazione pomposa e superlativa che tutt'ora sopravvive in alta burocrazia statale ed ecclesiastica. Potremmo quasi considerarlo un passo significativo verso le temute e quasi millenaristiche scadenze del 1993. Non sfuggirà inoltre il fatto che detto provvedimento di legge potrebbe anche consentirci presenza veramente protagon ista nell'ambito dell'Alleanza Atlantica. Si sa infatti che i Paesi Anglosassoni, che vi detengono tutt' ora leadership e cui va presunzione di più antica democrazia, si ostinano ancora a usare lo y es Sir. Mentre suonerebbe così bene il solo yes. Tra l'altro elimina le poco audiofoniche dentali. Ma non basta. Finora si è dissertato solo divagando e spigolando qua e là, non si è voluto cioè tirare in ballo il documento base della nostra fresca democrazia: la Carta Costituzionale. E qui anche gli scettici e i prevenuti debbono cedere. Il suo assunto di base, come è noto, afferma che tutti hanno pari diritti e pari doveri. Per cui appare evidente che nessun diritto esclusivo è dovuto per nascita, consuetudine o regolamento. U che è giusto. Oltre che profondamente etico. La saggezza popolare poi, anche se in forma apparentemente contraddittoria, ci conduce alle stesse conclusioni avendo sedimentato nel tempo la consuetudine assertiva che Signori si nasce e non si diventa. Per cui non si capisce perché chi è divenuto, si badi bene non nato, Tenente o Generale deve per diritto essere anche un Signore. Alla Marina tale titolazione va tuttavia lasciata. La Marina infatti non è usa per tradizione alle apposizioni massificanti del grado. Dato che in detta Forza Armata il grado è solo uno strumento per l'individuazione amministrativa-burocratica e per stabilire oggettività di posizione gerarchica. Quindi la Marina, che da sempre palesa anche nella foggia dell'uniforme un signorile, è il caso di dirlo, distacco rispetto alle altre due Forze Armate, ha voluto in-
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dividualizzare i propri Quadri dosando opportunamente generalità, apposizione e indicazione di grado. Abbiamo così i marinai semplici con cognome senza Signore, il Sottufficiale con grado e cognome, l' Ufficiale con cognome e Signore, il Comandante senza grado e senza cognome, infine l' Ammiraglio con il grado senza il Signore. Ma qui vi è il machiavello, dato che Ammiraglio significa Signore del mare. Per cui se ci mettessimo davanti un altro Signore diverrebbe un Signore del mare al quadrato il che, francamente, sarebbe troppo anche per la Marina. L' Aeronautica, che è la Forza Armata più giovane, è in 2• posizione. Infatti tutti gli Ufficiali sono Comandanti, purché pilotino un aereo. Quindi potrebbero esserlo anche i Sottufficiali. I non piloti non sono né Signori né Comandanti. Sono solo Tenenti, Capitani ecc .. n che ci lascia un po' perplessi in quanto, attestando la priorità del pilota nell'ambito della Forza Armata, la colloca in posizione di democrazia non completamente realizzata. Qualcosa dovrà prima o dopo essere fatta al riguardo, le grand i riforme non possono lasciare le cose a metà. Nell'Esercito, per fortuna lo schema organizzativo è meno rigido. O meglio potrebbe esserlo, dato che l'appellativo di Comandante, grazie all'ormai inarrestabile processo di dissoluzione delle Unità operative prodotto dal nuovo Modello di Difesa, potrà essere utilizzato sempre meno frequentemente. Eppure Signore è bello. Quasi come Comandante. E' infatti l'appellativo che usiamo in genere quando parlia.mo di Lui anche se spesso, specie se in vena di confidenza o in imminenza di bisogno, preferiamo sostituirlo con quello di Padre. E ancora, sempre in ansia di attestazione del nostro consenso, non è forse vero che quando affermiamo che qualcuno è veramente un Signore o che si comporta da tale vogl iamo intendere che lo stesso si esprime al meglio nei suoi comportamenti? Per cui il provvido decreto che orba il grado militare di tale appellativo si conferma ulteriormente felice intuizione. E questo non solo per la s i nt~si più secca ed efficace che consente nel rivolgersi a superiore in ambito militare ma anche per le sue valenze fùogenetiche. Cioé evolutive. Il Signore bisogna guadagnarselo poiché come recita la lingua dei padri: nihil sine magno labore adepti sumus. Per cui a progresso nella qualità della specie, potremmo stabilire con successivo decreto che il diritto a preporre al proprio
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grado l'appellativo Signore è traguardo da acquisire attraverso il merito. Non per anzianità o consuetudine come oggi si fa per la Commenda, la Mauriziana o la promozione alla vigilia. Potremmo al limite considerare il Signore anche come un vero e proprio grado da sostituire o integrare al rango di Generale. Come infatti già detto, i marinati l' hanno già fatto chiamando i propri Generali Ammiragli, cioé Signori del Mare. E perché mai i Generali dell'Esercito e dell'Aeronautica, visto che per ragioni di «Modello» comandano sempre meno, non possono essere rispettivarnente chiamati Signori della Terra e dell'Aria? Ahimè, si tratta solo di battute, l'avranno capito persino gli autori del benemerito provvedimento di legge in questione. Ma quando si è sempre più squassati da aspre procelle, quando tutto s'involgarisce, si banalizza e si deprime nello sciatto e nel triviale, quando si persiste nel perseguire il grigio appiattimento in spregio alle leggi evolutive e agli insegnamenti della storia, anche recente, allora l'ultima spiaggia, sì proprio quella di Stanley Kramer, è l' umorismo. Aiuta a vivere poiché aiuta a capire e ad aspettare. Esisterà ben un mondo migliore! Bisogna essere serenamente e anche un pò disperatamente ottimisti, come quello struggente personaggio che Fellini ha immortalato nelle «Notti di Cabiria». Questo, almeno per i più giovani. In coloro che ormai si avvicinano al crepuscolo è difficile invece evitare la malinconia del ricordo e il trepido timore dell ' arcano che è nel futuro di tutti. Era così bello essere Signori, ci si sentiva anche, molto subordinatamente, un po' più vicini a Lui. Dava sapore e contenuto al grado, soprattutto se guadagnato con fatica. Educava al rispetto, il che non è male quando, vivendo in comunità ove si · comunica prevalentemente con il linguaggio, si desidera esorcizzare la massificazione collettivizzante dell' uguale per forza. Che bello essere diseguali, lo è altrettanto che l'essere imperfetti. Come ben celebra la Levi Montalcini nel suo «Elogio dell' Imperfezione». Ma come nei tempi bui della storia gli spiriti eletti bramosi di libertà si riuniscono in segrete consorterie per celebrare i riti del ricordo e dell'auspicio, così faranno i nostalgici del Signore. Dovranno infatti accettare la clandestinità per praticare liberamente la liturgia dell' incontro e della presentazione: permette Signor Capitano, sono il Signor Tenente Rossi, mi manda il Signor Generale
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per dirle che il Signor Colonnello ha deciso di fare a meno della coll aborazione del Signor Maggiore. Sarà certamente catartico. Questi novelli carbonari incontrandosi poi fuori dalla clandestinità potranno comunicare mediante lo scambio di segni, simboli e frasi criptiche la propria nostalgia di quando erano Signori. Ahimè, tutto scorre e nulla permane, lo aveva già intuito Eraclito sette secoli prima di Cristo. Pardon, Nostro Signore. Per Lui si può ancora.
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IL DISARMO
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Disarmo è ormai diventato parola magica, suggestiva, allettante. Evoca infatti, anche in auditore distratto e superficiale, intendimento a dissipare meno quattrini nell 'acquisto di armi e nella gestione e mantenimento di armati. U che, è come dire, legge finanziaria insegna, dirottamento di risorse, (nessuno azzarderebbe il sostantivo dissipazione) alle spese sociali. Traducendo in concreto: sanità, poste e telegrafi, trasporti, mantenimento dell ' operosissima e produttiva industria di Stato, e poi ancora ai non sempre devastanti e perniciosi terremoti e altre catastrofi naturali. n disarmo poi è anche etico e pienamente nelle tradizioni della nostra vocazione cristiana. Perché corollario dell'irenismo e della non violenza, concetti e vocazioni assolutamente com mendevoli, che vorremmo tuttavia mutuati anche da chi, essendo nella co ndizione e neU' intendime nto di esercitare violenza, può da questa ricavare reddito, vantaggio e magari anche gratificazione. Il disarmo piace anche perché è rassicurante in quanto inequivocabile nella bontà dei suoi obiettivi. Infatti chi lo propugna si pone automaticamente aJ riparo dall'aborrente sospetto di essere viol ento, un reazionario o, tout court, un antidemocratico. Sia o non in buona fede. Il disarmo inoltre più che affermazione di intenti e obiettivo di attese, è uno stato d'animo che s' instaura anche in chi lo propugna solo per conformismo. Uno stato d'animo che gradatamente quanto inesorabilmente travalica nel tempo l'obiettivo di partenza e si estende anche alle manifestazioni e situazioni della vita di relazione. Individuale e di gruppo. PubbJjca e pri vata. Ma è bene qui fermarsi e resistere all a tentazione di sconfinare nel dominio della psicologia. Tra le varie possibili forme di disarmo, quella più pro. vocante e suggestiva è senza dubbio Ja scelta unil aterale. Che poi, nella sostanza, non è altro che l'attuazione pragmatica del noto precetto del porgere l'altra guancia. Dato che tale evangelica proiezione appare come unico possibile sbocco, una volta attuata la decisione solitaria dì spedire armi in fonderia e riconvertire gli armati, qualora altrui ostile decida di coglierne il vantaggio bisogna però dire dire che la solitaria decisione di cui sopra e di cui nessuno può negare la nobiltà, non abbia molto incontrato ne1la storia. Che brutto mondo è il nostro! In ogni caso, qualora l'ormai nota e suggestiva proiezione sia intesa come generalizzata e in divenire
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graduale, essa non è solo auspicabile ma necessaria. Infatti nulla è più pericoloso d,el contrario. Cioé la corsa ininterrotta verso gli armamenti. Infatti quando si è provveduto a rimpinzarne per bene gli arsenali ne viene tentazione irresistibile a usarli. Proprio come accade con i giocattoli. Si è mai visto un bambino lasciarh alla polvere degli scaffali? D non più bambino Saddam Hussein ne ha dato sgradevole dimostrazione a coloro che incautamente lo avevano provveduto in gran copia. Diamine tutti sanno che ci vuole un po' di cautela nel fornire giocattoli. Questi poi vanno sempre adattati all'età e al senso di responsabilità del bambino. E poj i giocattoli di · cui parliamo sono in ogni caso costosissimi e assorbono risorse che non vi è dubbio potrebbero trovare più utile e produttiva collocazione. Di disarmo se ne parla da sempre. A Ginevra i professionisti del settore si sono accasati da tempo e pare che ci stiano benissimo. C'è anche chi dice che gli attuali siano i figli di quelli già distaccati presso la Società delle Nazioni. Per non parlare poi della recente succursale Viennese che pare decisa a emulare almeno nella durata il modello storico. ll professionismo è sempre auspicabile e, si sa, può essere acquisito solo con il tempo. Per cui non vi è da stupirsi se uno dei pochi punti su cui vi è totale ed entusiastica concordia da ambo le parti sia la gara generosa a continuare indefinitivamente. Fino ai limiti d'età e anche oltre dato che è sempre in auge l'accorto istituto del richiamo. Non sfuggirà poi che l'occuparsi di disarmo è attività almeno altrettanto nobile ma senz'altro più interessante della Protezione Civile. Che, come è noto, rappresenta l'altro settore o ve il milite in età e di rango può affrancarsi dalla supposta connaturata proiezione all'aggressività competitiva. Ma il disarmo, se vogliamo rimanere nella logica e nella correttezza del linguaggio, dovrebbe interessare e coinvolgere soprattutto chi è armato. Armato seriamente s'intende. Si parla infatti di ridurre e non di abolire. Una sorta di ragionevole salasse, che è sempre fonte di benessere per chi è iperteso e pletorico ma che è letale per chi annaspa e ansima in congenita anemia. Infatti l'organismo ricco e un po' pletorico ha sempre scorie in circolazione. Con il salasso se ne libera. Il che è come dire, per organismo marziale: liberarsi dell'obsoleto poco efficente. E con questo obiettivo il disarmo non è temuto ma è anzi incoraggiato. Non che si rinunci a mercan-
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teggiare, altrimenti l'altro se ne accorge. Ma l'obiettivo è quello di depurare e quindi riqualificare l' organismo, e cosa vi è di più bello del poterlo fare con la piena soddisfazione e disponibilità della controparte. Ma chi soffre in organismo vecchio e macilento che fa? dove si salassa? Se si disfa di tutto quanto è inefficiente e obsoleto cosa gli resta? Allora butta via solo una parte e rinnova il resto? Ma non potrebbero poi accusarlo di riarmo? Non gli resta che buttare via quel tanto in percentuale concordato nelle alchimie lessico/numeriche prodotte nelle succitate amene località. Per il resto si vedrà. Intanto dobbi amo fare bene i conti. Per vedere se tornano. E a posteriori per analizzare se, grazie a tutto quello che abbiamo già buttato o stiamo buttando perché non ci abbiamo più i soldi e il personale, siamo ancora in percentuale o, se per abbrivo, l'abbiamo già superata prima ancora di averla concordata. Ma anche in quest' ultimo caso i conti tornerebbero. E forse meglio. Dato che avremmo dimostrato, e nella forma più inequivocabile, la nostra naturale e irrevocabile vocazione per il disarmo e quindi per la pace. Chi potrà più dubitarne e magari ricordarci le birbonate del passato? Se poi volessimo essere squallidamente pragmatici e sparagn ini potremmo anche di sinteressarci di quanto in fieri nell 'epicentro del valzer o sulle sponde del lago ameno. Risparmieremmo senz' altro sulle diarie. Basterebbe magari un osservatore. Come fa la Svizzera quando partecipa alle assise internazionali sui problemi di navigazione oceanica o sullo sfruttamento della piattaforma continentale. Vedremo poi a consuntivo se, come detto sopra, siamo andati oltre. Ce ne verrà in ogni caso l' indiscutibile prestigio che gratifica chi precorre i tempi.
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Recentemente la nostra spensierata quanto soleggiata penisola è stata squassata da fiere e pugnaci diatribe a causa di un illum inato disegno di legge che, pur formalmente condi viso ad ampia maggioranza alla sua presentazione, rimandato poi alle Camere con alcune annotazioni presidenziali ba indotto dubbi, perplessità e ri pensamenti. Evidentemente l' argomento non aveva in precedenza molto incuriosito e i proponenti contavano sul fatto che sarebbe emerso alla coscienza collettiva ormai a cose fatte. Non vi è dubbio tuttavia che nell a sua formulazione originale almeno in certi intorni avrebbe prodotto interessato consenso e, si sa, specie in clima elettorale, chi vive di consenso si deve giustamente preoccupare dello stesso. Ne è venuta fuori una battaglia mica male, con schieramenti contrapposti che a distratto osservatore potevano anche sembrare politicamente anomali. Non era tuttavia anomala ne' inedita la passionalità di partecipazione. Quella passionalità, per intenderei, che dà colore e calore agli schieramenti che immediatamente si formano quando l'argomento tira. Non importa se si tratta di decidere per Bruneri o Canella, pro o contro Saddam, sulle valenze filogenetiche del piccone, o anche so lo se tenersi o non Samarcanda. E l'argomento in questione s'invola verso orizzonti ben più vasti. E' infatti momento non irrilevante della lotta ormai millenaria che l' uomo combatte per affermare la priorità della scelta individuale su quegli assunti massificanti che impongono di sacrificare parte dei propri sacrosanti diritti in nome di presunti doveri verso la collettività. Doveri che si afferma essere diretti a garantire il contenimento in limiti accettabili di quelle irrefrenabili pulsioni, in quanto istintuali, che conducono a interpretazioni piuttosto sog. gettive del come vivere e affermarsi nel gruppo. Se volessimo tradurre quanto precede in linguaggio più corri vo sarebbe un po ' come dire: se ci sono compiti da assolvere e obblighi cui sottostare per il bene o la sicurezza collettiva perché debbo assolverli proprio io? Incarichiamo qualcuno cui piace farlo o comunque troviamo qualcuno a cui farlo fare. Anche se produce rossore l' enunciare principi sì elevati in linguaggio così rozzo, è infatti empio e sbrigativo liquidare così la lunga e nobile battaglia che l' uomo ha combattuto per riscattare la sua libertà e il suo libero arbitiio. Lotta di cui la mitologia ci ha tramandato a simbolo il Prometeo. Tuttavia
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non tutti gli uomini hanno la forza e l' illuminata capacità di cogliere nel profondo i significati esistenziali. Ed è per questo che delegano tale funzione ad altri uomini etichettandoli in articolazione lessico culturale ma comunanza semantica: profeti, apostoli, missionari, filosofi o magari anche sociologi. Ed è proprio a tali uomini che è stata assegnata la missione di richiamare a nche i più distratti e riottosi alla nobile lotta di cui sopra. Lotta c he non ha mai sosta, dato che siamo tuttora oppressi daJla civiltà e cultura di cui sono stati in parte origine e in toto veicolo i nostri Quiriti progeni-_ tori. Quella civiltà e cu ltura che in tempi ormai remoti li induceva all'orgogliosa affermazione: cives romanus sum! Tutto lì. Ma in quel cives vi era implicita una rinuncia alla propria individualità, dato che essendo cittadini di qualcosa ne veni va una certa disponibilità a servire. Magari in armi. Pericoloso questo e g ià allora poco com mendevole intendimento. Ma che altro ci si poteva attendere da gente così rude e pragmatica e così preoccupata dell'organizzazione e delJa regola. Qualcuno poi ci metteva dentro a supporto anche il pensiero aristotelico, quel pensiero un po' arcaico che, con la sua rigida connessione tra causa ed effetto, pilota a privilegiare un 'oggettività e rigorismo dialettico che certamente non aiutano molto a sentirsi titolari di diritti soggettivi. Specie in quel tipo di comu nità politica che il Nostro considera come sorgente e base della vita propriamente umana. Per nostra fortuna, con la progressiva decadenza ~e ll a cosiddetta romanità è decadu ta parimenti quella arcaica e reazionaria concezione che attribui va al già allora famoso gladio una certa centralità nel settore sicurezza. E solo così si è potuto approdare alla più ecumenica e rilassante visione cristi ana deila vita. Una visione che postulando la soggettività esoterica di un rapporto che pur mediato con la Divinità lasciava intravedere vie meno cruente e bellicose per il coronamento dell'umano anelito alla pace anche se, a dire il vero, non è sempre andata nel verso desiderato. Dato che l'anelito in questione per potersi affermare aveva dovuto ricorrere anche a quegli strumenti invero poco irenici storicamente noti come guerra dei cent' anni e dei trent'anni. Strumenti programmaticamente ed escatologicamente finalizzati a creare in terra le condizioni ideali per poi godere eterna beatitudine, ma che non si può negare siano stati motivo di tribolazione
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per chi non la pensava nel verso giusto. Sempre seguendo lo sviluppo della storia e rimanendo in ten·a nostrana, arriviamo final mente a quell ' impulso unitario che gli spi riti più eletti consideravano tensione naturale a dare dignità di Stato a quella che già si sentiva come Nazione. Da altri, forse più pragmatici, come tensione naturale di un piccolo e povero Regno ma attivo e impedito da
altre Nazionj a stiracchiarsi territorialmente verso ovest e verso nord e quindi costretto a farlo verso sud e verso est. In ogni caso, qualunque sia l' interpretazione che vogliamo dare alle nostre tensioni urutarie, stante la partecipazione difforme e sempre riluttante delle aggregazioni popolari interessate, possiamo, pur con una certa audacia considerare dette tensioni soprattutto come prodotto d' iniziative e coi nvolgimenti individuali. Quindi, seppur nebulosamente, soggettivi. Mancava infatti una valida ideologia temporale che pur esaltando l' individuale potesse indurre ambiti più vasti ad aggregarsi verso il comune obiettivo unitario. Al solito l'aiuto doveva arrivarci dall 'esterno. Precisamente dagli esiti di quella rivoluzione culturale che, maturata nel più fertile terreno e nelle migliori condizioni esistenti oltralpe, sarebbe poi tracimata prepotente al seguito del piccolo grande Corso per scuotere il nostro già ben consolidato e disporubile attendismo mediterraneo. Doveva accadere di nuovo più o meno la stessa cosa nel nostro secolo alla fine degli anni Sessanta. E così l' illuminismo, anche se un po' in ritardo, veruva ad aprirci le menti e il cuore al vigore e al rigore dell'autocoscienza neli' assioma cartesiano tramandatoci nella sintesi del: «cogito ergo sum». Assioma che assurge alla dignità di affermazione 'd ' individualismo es istenziale e quindi di diritti soggettivi. Dato che dice sum e non sumus. Purtroppo, tornando ai prodrorni delle nostre tensioni unitarie, alcuni audaci pensatori, come a esempio il Mazzini, cui dobbiamo intuizione di diritto a unirei in Nazione, cercando di costruire nel rigore del pensiero e nell ' ambizione della logica sistemi politici che consentissero tale disegno ci hanno ricondotti dall ' autocoscienza individuale a quella collettiva. Una filosofia ahimè che associa all' attestazione dei diritti anche quella dei doveri. Ed è così che attraverso vicissitudini e travagli siamo giunti alla sospirata, almeno da alcuni, unità. Ed è proprio a causa
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di detta unità faticosamente raggiunta e sempre attraverso altre vicissitudini, alcune inev itabili altre prodotto dell' italica superficialità e spensieratezza, che si è arrivati a quell'atto istitutivo da tutti riconosciuto come base di ogni vera democrazia: la Carta Costituzionale. Sì, proprio quella Carta che tra tante cose più o meno gradite ma tutte sacrosante ci dice anche che la difesa della Patria è sacro dovere di tutti i cittadini. E ci sembra proprio una bellissima affermazione. Solida, chiara, sintetica, omnicomprensiva. U na di quelle affermazioni in somma che stabilendo un dovere collettivo ci costringe a sentirei nazione relegando nel folklore i regionalisrni o soggettivismi troppo accesi e pittoreschi. L' intendimento è indubbiamente commendevole ma forse poco accorto e progressista. Infatti un dovere collettivo se facilita la coesione e soddisfa le aspirazioni di giustizia educa tuttavia pitl al dare che al chiedere. Il che oltre a essere poco progressista è scomodo e persino sgradevole. Il tempo non poteva non fare giustizia. Altrimenti a che sarebbe servita la ri bell ione di Prometeo? Esiste un principio di equilibrio e di simmetria cui si rifanno tutte le leggi che regolano i fenomeni naturali per cui le cose prima o dopo non potevano non tornare al loro posto. Cioé all 'ordine naturale, che è poi quello sintetizzato nell ' intui zione cartesiana. La storia e soprattutto il dettato evolu tivo c' insegnano infatti che il progresso e lo sviluppo si svolgono solo attraverso la valorizzazione dell'individuo: Il che è come dire nella soggettivazione delle situazioni e quindi anc he dei doveri collettivi dato che, come già ricordato, Cartesio ci dice cogito ergo sum. Non swnus. E se questa non è attestazione di uno stato e di un'acquisizione soggettjva non si capisce proprio cosa sia. L ' ultimo Impero, quello Rosso per memoria, a somiglianza di tutti gli altri che l' hanno preceduto è caduto perché in contraddizione evolutiva e in negazione dei valori de ll ' individuo. Parimenti dovrà cadere ogni altro feticcio che ancora sbarra la strada verso l'affermazione suprema dell'umana indi vidualità e del diritto naturale al l'autonomia de lJe scelte. Ed è proprio questa felice intuzione che ispira il nobile anelito a riprodurre ne l nostro imperfetto umano macrocosmo il meraviglioso naturale disordine e l' imprevedibilità che la fisica moderna ha dimostrato esistere nell ' uni verso della submateria. Ci produce quindi fre-
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mito d'orgoglio aver saputo dare una risposta nazionale alle intuizioni illuministiche d'oltralpe e a realizzare per primi nel dominio dell'umano l' ordine, anzi l'esaltante disordine, del microcosmo. E' ora di finirla con quella pe1icolosa retorica del dovere che vuole imporci il cosa e il come. Potremmo semmai accettare per benevolenza e solidarietà il cosa, che sarebbe poi quel sacro
dovere di cui sopra, il come però deve essere stabilito da noi. Perché se può essere ammissibile attribuire al cosa il valore di dovere oggettivo non è assolutamente ammissibile che lo sia il come. Ognuno deve poter scegliere le modalità di proprio gradimento. A qualcuno potrà anche venir bene difendere la Patria con i soliti arnesi tradizionali come per millenni ci si è ostinati a fare. Altri, ed è questa la grande conquista del diritto soggettivo, lo possono fare altrettanto bene con arnesi diversi. O anche solo con la persuasione. Come pare sia riuscito a Leone I con Attila così come in tanti altri momenti storici di cu i tuttavia il ricordo non riesce a cogliere il dove e il quando, ma che ci tramanda così bene l'allegoria francescana. Altri ancora, e forse sono i più provveduti di realismo, lo possono fare anche non facendo assolutamente nulla. O meglio fingendo di fare, il che ci è più connaturale. Tanto poi le cose, la storia insegna, si aggiustano da sole o comunque ci pensa qualcun altro ad aggiustarle. È andata così anche in occasione della Guerra del Golfo. In conclusione, possiamo affermare con legittimo orgoglio che almeno in questo settore siamo in serie A, checchè dica J'Economis[. Poiché nella lotta secolare tesa ad affermare la sacralità dei diritti deli' uomo abbiamo raggiunto, anzi superato, le più audaci intuizioni e ·conquiste l'abbiamo infatti voluto affermare nella legge la priorità del dettato individuale sul dettato di gruppo. Insomma del diritto sul dovere. Se volessimo cimentarci in sintesi conclusiva mutuando il concetto espresso nel noto assioma cartesiano potremmo affermare: obietto ergo sum.
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UN MODELLINO DI DIFESA
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TI Desmond MoiTis, noto a molti come etologo di grande spessore, attribuisce all'impulso tassofilo funzione centrale per la sopravvivenza e lo sviluppo evolutivo. L'impulso tassofilo, per chi non ne è a conoscenza, è quella capacità e tendenza specifica del cervello umano di classificare ogni fatto, evento, forma, suono, colore e situazione al fine di ordinare e organizzare fi logeneticamente tutti gli elementi del mondo in cui viviamo. Pare si debba proprio a questo impulso lo stesso formarsi dei canoni eli val utazione estetica che sono tipicamente umanj, così come la ricerca costante di ulteriori elementi per confronti, valutazione e verifica. Il tutto finalizzato alla ricerca delle situazioni ottimali che possano garantire le migliori condizioni di sopravvivenza. O, come affermano coloro che hanno il privilegio di vivere in ambiente più. evoluto, per mig liorare e raffinare le esistenti condizioni di vita. L' impulso in questione ci p01ta alla elaborazione di modelli che, nello spettro più elevato del loro ventaglio di agibilità, attingono gli stessi canoni , pur soggettivi, della bellezza nello spettro meno elevato i canoni e modelli comportamentali e orgaruzzativi tesi a rendere più operati ve e obiettivamente valide le nostre scelte fami liari, professionali, sociali e, per coloro che sono delegati a disegni più elevati: politiche. Da un' introduzione così ampia ed elaborata ci verrebbe spontaneo concludere in merito alla sicura obiettività dei modelli prodotti da così fondamentale impulso. E ciò oltre che bello sarebbe anche rassicurante. Ci renderebbe infatti la vita più facile, dato che per ottimizzarne gli sviluppi basterebbe aderire ai modell i prodotti da coloro che tra di noi appaiono più gratificati e illuminati dalla intuizione e dalla logica. Oltre che da una certa onestà intellettuale, che non guasta mai. Ma non è così, purtroppo. Ognuno infatti è influenzato, quando non condizionato, oltre che dai suoi obiettivi personali e eli gruppo anche dalle proprie esperienze culturali. Esperienze che sappiamo non sempre assistite dalla tensione al rinnovamento. Anzi molto spesso fermate in quella sempre ristretta angolazione di lettura che è risultata più rispo11dente alle nostre personali esigenze di affermazione e di sicurezza. Per cui, malauguratamente, quando ci riferiamo a un modello, anche se non riguardante quel concetto di bellezza che in genere ci produce impulso verso piacevole e produttiva diversificazione di obiettivi, ci
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riferiamo quasi sempre a un modello soggettivo. E q uesto vale anche per ogni altro modello diretto a individuare l'efficienza o a dare connotato crmcreto al concetto di sicurezza. Ed è proprio a questo delicato settore che si ispirano le presenti contri te meditazioni. Meditazioni dirette a verificare in partico lare quanto le nostre esperienze ci portino in questo settore a costruire modelli più rispondenti a scenari che, se non arbitrari, sono perlomeno datati. n bambi no a esempio, anche se produce rossore il doversi riferire a tale ovvietà d'immagine, trova modello di sicurezza nel seno materno. Dato che questo lo nutre e lo rassicura nel contatto fisico e. soprattutto nel battito del cuore che è poi la colonna sonora del suo scenario di sicurezza prenatale. La coperta di Linus ne costituisce triste, modesto e insonoro palliativo. Ma l'obiettivo resta invariato. Il modello di sicurezza per chi è stato cimentato in esperienze di fame e di freddo è rappresentato rispettivamente da copiose ingestioni e costante contatto con il cibo e dalla propensione per l'indumento di lana e per altre fonti di calore diretto e indiretto. Per quanto riguarda poi il modello di sicurezza militare è da ricordare che questo nei suoi primi momenti è stato diretto essenzialmente al1a protezione individuale. Da cui elmi, corazze e scudi come ci è stato tramandato a nche attraverso l' araldica. È poi transitato alla protezione di gruppo. Protezione prima statica con steccati, fossati, torri, bastioni e terrapieni, poi dinamica: nelle corazze dei veicoli da combattimen~o . Ma, si sa, il conservatorismo culturale non è pronubo di apertura verso l' innovazione. Anche quando cambiamo gli scenari. Per cui può accadere che già in odor di guerra di movimento una visione poco aggiornata della sicurezza possa portare a model1 i tipo Linea Maginot. Modelli validissimi per chi li concepisce ma viziati purtroppo di soggettività quando non in linea con i modelli contrapposti. Tuttavia, anche chi tuttora ragiona in ottica guelfa deve convenire che il modello di sicurezza elaborato dal militare è di norma ancorato a una visione quanto meno responsabile, professionale e ragionevolmente pragrnatica della sicurezza. Anche se non sempre la storia lontana e recente ha pot uto dare a tale assunto il valore di tesi. Diversa è invece la risposta «tassofila.>> del politico nelJo stesso settore. Il poli tico configura infatti istintualmente il proprio modello intri nseco di sicurezza, che è poi anche di
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sopravvivenza, non in relazione a una minaccia oggettiva diretta alla colletti vità che rappre enta, ma al consenso elettorale che da questa gli viene. Per cui le scelte sono inevitabilmente dirette a quei modeiJ i che pri vilegino situazioni che si sanno bene accette alle aree più vaste della collettività in questione. In partico lare alle aree di elettorato meno riflessivo e quindi più influenzabile per età,
diretto coinvolgimento e induzione aiJ 'immagine seducente ed edonistica del disimpegno. Per dirla in linguaggio più corrente: al giovane piace da matti ogni modello di difesa cu i può dare una risposta di partecipazione pienamente soggettiva. Vale a dire quella risposta che, seguendo l'umana pulsione, consenta di capitalizzarne i profitti delegando ad altru i il rischi o e 1' impegno. Anche se è sconfortante doverlo ammettere. Il modello del cittadino medio, specie se in giovane età, è infatti prodotto dal come questi vede il proprio rapporto nei confronti del Paese e della collettività cui appartiene e della considerazione che ha per questi. O, più precisamente, per modelli rappresentativi di dette formazioni. Che sono poi la classe dirigente in generale e quella politica in particolare. Per cui a volte, anzi spesso, esplode nel noto filosofico aforisma nazionale di matrice quirito-partenopea del «Chi me lo fa fare». Diversamente accade quando, vivendo altri momenti storici, lo stesso cittadino medio ne trae motivo per essere fiero della sua appartenenza al Paese e alla collettività e, conseguentemente, a onorame tradizioni e simboli d' identificazione. Accade cos) che ne esce un Modello di Difesa che esprime uno strumento operativo le cui dimensioni quantitative e qualitative sono concreta espressione della fierezza, motivazione e attaccamento di cui sopra e della po'Sizione che si desidera o si ritiene che il Paese stesso occupi o debba occupare nella collettività internazionale. Nulla infatti è più deleterio e detraente del ridicolo che consegue dalla verifica, inevitabile nel tempo, tra le tonitruanti declamazioni d'intenti e i flebili belati espressi poi alla prova dei fatti. La situazione poi inesorabilmente precipita quando l' ormai noto Modello, oltre a non potersi giovare dei succitati supporti d'ambiente e di motivazione, viene partorito dopo gestazione travagliata da indigenza fisiolog ica di risorse. Indigenza per giunta assistita da terapia chirurgica, che per definizione è terapia di taglio, diretta a un bilancio come quello
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della Difesa da sempre elettoralmente poco popolare. La congiuntura più sfavorevole si stabilisce poi in quelle situazioni in cui la convergenza di crisi di astinenza da consenso interno con la cronica propensione al distinguo nel rapporto internazionale si sposa con opinione pubblica molto interessata sul dove dei tagli e con un coinvolgimento nel problema sicurezza esteso al massimo al sistema di allarme volumetrico o basato su altri marchingegni da applicarsi all'appartamento di proprietà. Allora il Modello che ne esce non è proprio quello che era negli auspici di chi si sforza per debito d'istituto verso soluzioni più obbiettive del problema. Ed è pro- · prio in tali circostanze che per ragioni di correttezza semantica più che di modello dovremmo parlare di Modellino. ll Modellino tuttavia, anche quando espressione di matura riflessione e di più o meno disponibile maggioranza, non può essere venduto all'interno, operazione abbastanza fac ile, e all'esterno, operazione piuttosto difficile, se non è ben presentato. Per cui basterà che dei tre clienti abituali, in kaki, blu e azzurro se ne soddisfi almeno uno o meglio due. Per il terzo si trova poi sempre il sistema. Magari enunciando e attuando provvedimenti organizzativi che rimandino la disponibilità dello strumento al momento del bisogno. E' una pratica che incontra sempre. Soprattutto tra gli idealisti e i meno informati. Comunque basterà destreggiarsi e neppure troppo abilmente tra la tradizionale competizione e diversità di vedute dei succitati clienti. Situazione questa accentuata e resa fertile di fermenti e idee dalla lunga inedia collettiva. Il Modellino in questione può essere anche introdotto facendo ricorso ali' ormai consolidato sistema delle leggine collaterali. Quelle, per intenderei, che operando surrettiziamente su l reclutamento ampliano con immaginazione le aree di esonero e di distrazione di risorse umane compresa la vigilanza urbana e dei luoghi di detenzione. Se poi tutto ciò non basta resta sempre il val idiss imo e supercolJaudato anche se un po' rozzo sistema del taglio nelle ri sorse economiche e nel personale. Senza alimento anche l'organismo più determinato e volitivo deve cedere ed entrare in area saldi e liquidazioni. Ed è proprio così che quello che impulso tassofilo ci aveva portati a chiamare Modello si trasforma gradatamente, a volte addirittura impercettibilmente, in Modellino. Non dobbiamo preoccuparci per le conseguenze e
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per le responsabilità. Logica e buon senso infatti insegnano che ciò che poi ne esce dal Modello o Modelli no può essere verificato e val utato solo quando e se si stabiliscono le condizioni d i doverlo impiegare sul campo. Nessun problema. Qualora andasse male, e qui ci ai uta la storia e il ricordo, basterà compilare qualche Memoria o costituire qualche gruppo di lavoro o Commissione d' inchiesta al termine del cimento o al rientro dalla prigionia. Oppure, prendendo le cose per tempo, basterà un rapido cambio di schieramento aJ momento opportuno. A volte riesce. Soprattutto se chi è titolato a farlo è consueto per pratica di sopravvivenza o per induzione cu lturale o genetica ad annusare per tempo l'ari a per sentire da che parte soffia il vento giusto. Quindi, quello che sarebbe oggettivamente un Modell ino può tranqui ll amentè essere chiamato Modello. Tanto se va bene, va bene, se va male, si vedrà. E poi dove sta scri tto che dovrò essere proprio io a occuparmene può gi ustamente arzigogolare l'estensore. Dato il frenetico avvicendarsi di uomini e accavallarsi di eventi a occuparsene con ogni probabilità sarà un altro. A me comunque ne sarà già venuto del bene. Preoccupa in chiusa il timore che distratto lettore abbia voluto trascendere la genericità della metafora, che è il solo obiettivo delle presenti riflessioni in libertà, per agganci alla nostra situazione nazionale. Per cui è bene precisare che qualsiasi riferimento a fatti o situazioni reali è del tutto casuale. O quasi.
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FORZA PARIS E VESPRI SICILIANI
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È noto vezzo in area marziale etichettare le missioni da assolvere con nomi o frasi convenzionali. Forse si tratta della trasposizione lessicale di quella proiezione al criptico che è caratteristica del mondo militare di tutti i tempi per la difesa del segreto. Anche nella tradizionale nostra loquacità d'alcova. Ma non è solo questo. Il criptico negli organismi tradizionali serve un po ' anche a creare quell'alone di mistero, o comunque di difficoltà interpretativa che esorcizza piattezza e semplicismo, nemici dichiarati di tutto ciò che è rivelato o comunque ammantato di liturgia. Ed era questa la funzione assolta dalla lingua latina nella celebrazione della messa. n latino infatti un tempo ci rassicurava con il suono e la difficoltà di capirne la sintesi formul.ata: «Chissà cosa gli stiamo dicendo» (a Lui naturalmente) veniva da esclamare. E poi come ritrovare lo ieratico di quando il sacerdote dilatato in abbraccio universale pronunciava il dominus vobiscum. Ora per la lingua usata lo capiscono tutti, e lo dicono in coro, a risposta, con la stessa disinvolta semplicità con cui si formulano i concetti più banali. Dove è finito il mistero! Nel mondo militare invece non vi è, almeno per ora, alcun intendimento a cedere. Al massimo si potrà raggiungere qualche compromesso nella scelta del nominativo o espressione convenzionale. Dato che si cerca di celare nel sintagma la metafora dello scopo e natura dell'operazione. Come infatti suona bene il «Desert Shield» che poi diventa «Desert Storm». E piaciuto da matti anche al non militare. n «Pellicano» ci sembra un po ' più chiattone. Forse a causa del suo becco a borsa. D'altro canto è un po' chiattona anche la missione che identifica. Però, nel settore volatili, pare che il Pellicano sia metafora alimentare anche nel simbol ismo cristiano. Il che è pienamente in linea con la missione identificata in terra Schipetara. Più clamore hanno invece suscitato le altre operazioni affidate alla suggestione storico/artistica de Il' emblema convenzionale sintetizzato in «Forza Paris» e «Vespri Siciliani». E qui si è scatenata la fantasia dell' Italico. «Gatta ci cova, ci deve essere qualcosa di francese a monte». Pare abbia argomentato un lettore frettoloso. Infatti quel Forza Paris sembrava proprio invito diretto alla Ville Lumière. Invito arricchito anche da una certa nota cosmopolita visto che veniva usata la denominazione nella
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sua versione insieme indigena e anglosassone. Lo stesso per i Vespri Siciliani. Anche i poco acculturati ricordano che oltre che alla nota opera di Giuseppe Verdi la dizione ci riporta all'insurrezione dei locali contro il Gallo occupante. Insurrezione per motivi d'onore, naturalmente. L'onore infatti, anche se in varia interpretazione, tira sempre nell ' Isola. Invece è tutto sbagliato. n vicino Gallo questa volta non c'entra proprio per niente. n «Forza Paris» infatti no n è altro che il recupero di motto inalberato in cartiglio sull'emblema del 151° Sassari. Tradotto in linguaggio continentale significa incitame nto a operare uniti. Il che ci sembra oltre che nobile e bello anche chiara identificazione dell'intendime nto sempre dichiarato o quanto meno auspicato nella lotta alla criminalità. Validissimo obiettivo quest'ultimo in un Paese ove convivono competitivamente tre organismi preposti istitutivamente alla lotta alla criminalità. Per i Vespri Siciliani la lettura è più difficile. Forse più che all 'operazione in sé si è voluto alludere al contesto sociale e al momento politico in cui si svolgeva l ' operazione. Insomma a quel coinvolgimento popolare intravisto ne lle ampie partecipazioni aJle esequie dei caduti per mani di mafia. Vale a dire le fiaccolate dimostrative, le vibranti concioni e le omelie. E in questo ci sembra etichetta indovinata. Il popolo va sempre e comunque coinvolto. Lo avevano già ben capito gli antichi Quiriti quando ancora nostri insospettabil i progenitori. Ma, denominazioni convenzio nali a parte, l'impegno di unità dell ' Esercito in ordine pubbJjco dilatato concettualmente alla prevenzione della criminalità ha prodotto nei nostri causidici comme ntatori politici e non un'autentica sbornia dialettica in merito all 'opportunità dell ' iniziativa. Che bazza! e chi s'aspettava in tempi di bonaccia preestiva un sì ghiotto argomento di dissertazione. Eppure tale impiego non aveva alcunché di rivoluzionario. Forse d ' inedito nelle dimensioni dato che vi hanno partecipato intere Brigate. Ma quando la criminalità per connivenza o inefficienza reattiva raggiunge li velLi tali da mettere a repentaglio le stesse istituzioni , l' impegno dell'Esercito più che legittimo sembra doveroso. E comunque appare decisamente più in sagoma rispetto a quello che prevede la movimentazione di cereali. E poi dopo la dissolu-
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zione dell' Impero lo stesso concetto di minaccia che dà corpo al compito principale delle Forze Armate è transitato, come si sa, dall 'aggressione convenzionale general izzata al concetto d' instabilità. L' obiettivo comunque è sempre lo stesso: garantire la sicurezza. E bisogna dire che il cittadino, quando disserta di sicmezza, appare molto più preoccupato di quella personale insidiata quotidianamente dalla macro e microcriminalità di quanto non lo sia o sia stato della minaccia allora rappresentata dall'asiatico in baffo spiovente. E poi, si sa, a parte gli esiti pratici in merito ai quali si sono formate varie scuole di pensiero, l' iniziati va è in ogni caso servita a ridare un po' di senso d' identità al miles sempre più frastornato da tagli e da modelli. E chissà che da questa dilatazione interpretati va di ruoli non ne venga anche qualche indirizzo ad allargare i cordoni della borsa. Così alcuni pensavano. E invece non è andata bene. Tutti infatti credevano che la quantità di risorse umane assorbite dalle due note operazioni in aggiunta a quelle già in corso fuori dal territorio nazionale avrebbero indotto a maggiore corposità per le Brigate previste nel Modello 91. Invece è venuto fuori un Modello 92 decisamente più esangue. A parte naturalmente l' incremento di professionalità. Tutt'ora nella fase di auspicio. Ma non è proprio vero, qualcosa di buono ci è venuto. In terra sarda: rientro delle iniziali e spesso strumentali polemiche, miglioramento della conoscenza reciproca e quindi allentamento della diffidenza, un po ' di ecologia che non guasta mai, un contributo ematico alla talassemia, endemica in zona, infine una parziale compensazione di magra stagione turistica. Questo per gli effetti visibili. Ma ne è venuto soprattutto un recupero di identità, di im. pegno obiettivizzato, uscita dalla ottundente tediosità di scenari ripetitivi, infine consapevolezza non mediata di fare qualcosa di utile. Nei Vespri gli esiti specifici sono stati un po' più vistosi. Se non altro è stato dato corpo alla determinazione a fare. Un po' come ai tempi del bandito Giuliano. E poi giocare a guardia e ladri piace da matti ai nostri ragazzi. Stimola infatti la competitività perché dà corpo concreto a quella classifica un po' manichea che ci divide in buoni e cattivi, aderisce a modelli televisivi che tirano parecchio, educa al senso dello Stato. Rende insomma materialmente partecipi alla tutela della sicurezza collettiva. E' da conside-
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rare che in ambedue le isole i nostri ragazzi il loro lavoro l' hanno fatto bene. Anche quando a guardia di sacelli. E senza essere «profess ioni sti». Il che fa pensare che lo possono essere, purché ben motivati, anche i ragazzi di leva. E questo pur senza aver mai fatto un addestramento specifico. I professionisti, che molti identi fica no nei cosiddetti volontari non avrebbero certamente fatto di più. Anzi avrebbero certamente mugugnato, appunto perché professionisti , per le non ottimali condizioni di accasermamento, la lunghezza e la frequenza dei turni di servizio, il vettovagliamento non sempre all 'altezza. E poi, in ogni caso, avrebbero preteso lo straordinario. Nulla da dire, le presenti disposizioni lo prevedono. C 'è da sperare a questo proposito, che si cerchi d' indurre nei Quadri che domani dovranno impiegare questi volontari un recupero di quei vecchi e ormai obsoleti valori per cui la conclusione dell ' orario di lavoro coincideva con la conclusione delle esigenze di servizio. Ma purtroppo iJ progresso non si può fermare. Soprattutto in tempi in cui si è fin almente riconosciuto che il dir itto soggettivo prevale anche su quello oggetti vo.
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LA TAGLIOLA
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Nell'attuale crisi delle ideologie alla moda e insorgere di teorie più o meno strampalate, ipotesi innovative, come pure di intui zioni in cui il razionale sfuma spesso nel magico, una riflessione non peregrina ci porta a concludere che le leggi naturali restano sempre le più obiettive e affidabili. È l'inevitabile rivincita del naturale in ciclica ripetizione storica in tutti i settori , da quello politico a quello arti stico. In gene re si ripresenta quando la forzatura filosofica, estetica o anche solo di costume ha concluso il suo ciclo opprimente e massificante con sovrapposizioni tumultuose nella corsa affanno a verso il nuovo o anche solo verso l'eccentrico. Ed è proprio allora che le leggi naturali ricompaiono a riferimento con la stessa osti nazione della calce sui pavimenti dopo superfic ia le lavaggio con acqua. Queste leggi, rassicuranti perché traducibili nella logica obiettiva delle formu le matematiche, non sono poi altro c he quelle della fisica classica. Quella fis ica, per intendersi, cui anche i più audaci esegeti del nuovo si rifanno quando in analisi e valutazione della fenomenologia del macrocosmo. E ancora, anche se in legame più labile con la fisica, le leggi dell 'evoluzione. Leggi tutt'ora oggetto di dibattito in merito alle origini e alle finalità, ma che bene o male pare abbiano condotto l'ominide, dopo lunghi trascorsi comuni con pesci, anfibi, rettili e mamm iferi , dali ' iniziale e incerta deambulazione eretta agl i esemplari al meno apparentemente più compiuti che oggi popolano in varia densità e li vello evolutivo il nostro pur sempre godibile pianeta. Sia le leggi della fi sica sia quelle dell'evoluzione hanno a base della loro stessa essenza il movimento e la trasformazione. Che è poi la sintesi della vita. L'immobi lità infatti è segno di morte in qualunque domi nio: · vegetale, animale e umano. Le leggi stesse sono parimenti soggette al principio della massa critica. In eccesso e in difetto. Que l principio che stabilisce i limiti dello sviluppo nei due sensi e ai vari li velli in tutti sistemi. Limiti che postulano l'esplosione o la disgregazione in un senso e il collasso nell 'altro. Infine non va scordata la conforta nte conclusione in merito alla già citata ciclic ità che ci rassicura sull ' impraticabilità dell ' assunto, molto diffuso in comunità affl itta da malgoverno, mala amministrazione e malasanità, che non vi è limite al peggio. Da cui l'i nevitabile e si spera non ottimistica conclusione che tali comunità non potranno non
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godere un successivo momento improntato a onestà e benessere. Il che apre alla speranza. Ma vi è un altro principio di oggettiva vali dità che apparti ene più al dominio dell a filogenesi, cioè dell'evoluzione, che della fi sica. Ed è il princ ipio della competizione. Non vi è evoluzione, qu indi non vi è progresso, senza competizione individuale e di gruppo Sembra ovvio, ma le esperienze storiche del passato e quelle de l presente ci dicono che non è ozioso rammentarlo di tanto in tanto. E' poi da dire che anche i grandi eventi storici soggiacc iono ai principi sopra menzionati, cioè: movi mento e trasformazione, massa critica, competizione, andamento cicli co. I grandi Imperi , compreso l' ultimo, sono crollati perché dilatati in eccesso e/o per aver fermato il progresso annullando per decreto la competizione. Quest' ultimo aspetto può anche essere ritrovato nella genesi di tanti guai nostrani. A dirla in termini più rozzi: un'indotta avversione verso le variabili del profi tto connesse all 'i niziativa e al meri to. O per usare linguaggio più semplice: ignoranza della legge della domanda e dell'offerta. Ci si chiederà il perché di premessa così ampia a corredo di titolazione piuttosto ermeti ca. Ebbene, l' intento è quello di reintrodurre surrettiziamente, grazie alla copertura offerta dalla indiscutibilità delle leggi naturali , l'ormai uggioso ma sempre attuale dibattito sul professionismo in armi. lnvero il ritornare sull 'argomento ri sulterebbe alquanto stucchevole se alla base degli aneliti di tanti esegeti de l professioni mo non ci fosse anche il malcelato disegno, in molti solo quello, di liberare l' italico rarnpollo dal la fastid iosa incombenza di dare corpo al noto dettato costituzionale e guadagnarsene così consenso e simpatia. Naturalmente tale sospetto sarebbe del tutto infondato se la nostra rea ltà politica disponesse nei suoi fondamenti dei valori storic i etici e tradizionali per cui diventa motivo di fierezza e di qualificazione sociale il servire in armi. Sembra proprio che da noi tali fondamenti non esistano. Non è detto tuttavia che non si formino nel futuro. Anche se con gli attuali stimoli ci vorranno forse alcune centinaia di anni . Quando mancano tali fondamenti il servire in armi è, come per altre professioni, una scelta di convenienza. Il che non è certamente immorale. In sostanza a nc he qui vale la legge della domanda e dell 'offerta. Offerta non tanto riferita al quanto
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dato durante ma al quanto promesso per il dopo. Tradotto in volgare: la garanzia del «posto». Lo si è visto nel Genio Ferrovieri ove le vocazioni al volontariato non mancano. Questo perchè in dissolvenza dietro, le steJlette, che significano FF. AA., si legge FF.SS .. Pertanto l'alternativa appare ben chiaramente delineata. Il giovane volenteroso e non occupato o si alJetta con qualche ben pagata missione oltremare, a basso rischio e alto reddito, oppure si compensa il medio/basso reddito nell'immediato con la quas i sicura prospettiva di collocazione nel dopo nel vasto ambito del pubblico impiego. Tutto ciò sembra logico. E lo è. Il comune desiderio di sicurezza esige la stabilità e rifugge dal provvisorio perchè precario. Ma non sempre ciò che è logico è conveniente per tutti. Specie quando radicatissime consuetudini tardo borbo·niche co nnettono ancora l'attribuzione del «posto» più che al valore obbiettivo dei requi siti, o di un servizio prestato alla collettività, a favori vari, quali il trasporto di borse, consenso e clientelismo. Quando poi il servizio richiesto a promessa di futura stabili tà non è tra i più graditi, per scomodità oggettiva o carenza d'immagine e di prestigio, bisogna parlo a condizione ineludibile per ottenere ciò che piace o comunque interessa. Così come si dice avveniva un tempo per il matrimonio. Una specie di taglia o, visto che la parola si presta a pericolosi traslati semantici, chiamiamola una tagliola. Dato che il termine tagliola non solo non si presta ad equivoci ma ha anche un significato più drastico, quasi più virile, sicuramente più evocativo d' ineluttabilità o almeno di stabilità di presa. Nella tagliola può infatti finire di tutto, come pare tristemente e dolorosamente convenisse quel tale che s'era incautamente accucciato a soddis faci men-to di esigenza fisiologica. Questa tagliola deve essere tanto ampia quanto ineludibile per invogliare i desiosi di posto ma renitenti all ' impegno. Soprattutto quelli che per contiguità familiare, accorta scelta di area politica, oppure anche solo per fortuita coincidenza del toponimo identifi cativo di nascita propria con altra più illustre ritengono, spesso con ampia motivazione, di poterla evitare. L'attuale tagliola, così come appare da recenti formulazioni ufficiali, non sembra nè ampia nè ineludibile. Anzi, come ancora oggi si suoi dire, appare piuttosto «articolata». Vale un po' di più per alcuni impieghi, un po' di meno per altri , nulla del tutto per altri
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ancora. Ma diciamolo pure: la tagliola o è tagliola o non lo è. Per cui se rimane una mezza tagliola o peggio una tagliola al trentacinque per cento le prospettive diventano piuttosto buie. Ma non sconfortiamoci. Ci rimane una speranza al femminile. Un recente esperimento, magari un po' troppo reclarnizzato, ci ha infatti dimostrato, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, che le nostre ragazze hanno una grinta e una voglia di competere che fa veramente onore alle discendenti di Eva. Per loro forse la tagliola potrebbe non servire, dato che debbono riscattarsi da una condizione storica di subordinazione invero non molto illustrante. Anche se competere con il maschio nazionale potrebbe poi risultare fatica non improba. E anche qui torniamo alle leggi naturali. Infatti si sa che la natura non accetta il vuoto. Per cui se grinta, motivazione e ansia competiti va decrescono nel maschio italico, queste contestual mente transitano nel corrispondente femminile. Ci toccherà anche ri vedere la stessa desinenza del termine «macho». Cioè di quella aggettivazione di mascolinità esibita fino alla supponenza adottata anche nell'idioma anglosassone. Nella nostra non sempre assolata penisola dovremo forse neJ tempo introdurre detta aggettivazione in desinenza fe mminile. Anche se il fonema nell ' idioma veneto potrebbe indurre a equivoco.
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EFFETTO ACRONIMO
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L'acron imo che come i più sanno è sin tagma costituito dalla lettera o dalle lettere iniziali di più parole, grazie anche ali ' inarrestabile dilatare dell ' anglo idioma e costume è diventato ormai parte dominante del nostro quotidiano dialogare. E non si può dire che ciò per se stesso sia un male, anche se lingu isticamente è p oco elegante e spesso foneti camente sgradevole. L'acronimo infatti, in tempo di sintesi frettolosa di comunicazione, poiché vessati da cronica mancanza di tempo oppure non più amanti del tranquillo ristare in piacevole conversazione, è strumento validissimo per mutuare conoscenza o richiamare ricordo. Ma come ogni altro costume innovativo, quando introdotto in trasgressione ai vecchi canoni di stile ed eleganza, anche il nostro acronimo vive in rischio costante di degenerazione formale o di utilizzo. E il rischi0 è tanto più grande quanto più questa liofiJizzazione lessicale è originata non da desiderio di mutuare conoscenza ma dalla dimensione contratta dalla crescente accelerazione con cui stiamo vivendo la nostra vita professionale, di relazione e, purtroppo, affettiva. Per cui lo strumento in questione perde quel valore di sintesi che consente economia concettuale e rimane solo forma di espressione contratta. Così come si fa nelle telecomunicazioni che utilizzano il sistema numerico per aumentare la capacità del vettore della trasmissione, oppure per rendere inintellegibile il testo. Da cui il procedere anche nella perversione o alterazione del significato, o quanto meno nell ' indulgenza per quelle forme di comunicazione criptica proprie di organizzazioni occulte, oppure di aggregazion i d' individui che hanno o s' illudono di avere posizione elitaria comunicando ad escludendum. L'appartenere alla NATO non ci è stato a questo proposito di grande aiuto. Infatti oltre a garantirci sicurezza e a incoraggiarci al superamento della provincialità e delle indolenze mediterranee, cosa buona e giusta, ci ha anche spalancato l'accesso a una eccessiva generalizzazione dell'acronimo. Dato che più che di generalizzazione si è trattato di un'autentica sbornia. Di quelle tipo festa di laurea o addio al celibato, poiché all'acronimo ha fatto seguito un diluvio di nick names, che sono poi i cosiddetti nomi convenzionali tendenti a standardizzare la definizione di oggetti e situazioni operative. Per cui l'Alleanza è diventata tanto contratta nell ' idioma quanto è pletorica nella burocrazia, nei gruppi di lavo-
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ro e nelle Agenzie di vario tipo. Va inoltre considerato che l'acronimo, essendo solo un insieme di lettere iniziali di parole aventi un loro signifi cato oggettivo, non ha un suo significato ed è quindi una pura espressione fonetica. Ed è forse questa la ragione per cui suona si nistramente oscuro se non inquietante quando brutalmente inserito in conversazione con interlocutore privo di comuni precedenti conoscitivi. E bisogna dire che anche quando esistono tali precedenti conoscitivi accade spesso che la scarsa frequenza di utilizzo escludendo la dimestichezza crei ugualmente sconcerto e confusione. Per cui, sfruttando l'orgoglio e la presunzione dell'interlocutore, è talvolta perfidamente utilizzato quale strumento per prevalere nel rapporto dialettico. E questa è un'altra perversione del nostro marchingegno. Accade tuttavia, specie in ambienti di antica valenza tradizionale e in aree ad alto contenuto concettuale, che il succitato perda l'aggancio ai significati oggettivi delle parole che lo costitu iscono e assuma una propria oggettività concettuale o di simbolo. È un po' il caso deii 'S PQR (senatus populusque romanus) che molti, in perfetta convinzione, interpretano a significazione di romanità dilatata anche all 'azienda municipale dei trasporti. O il più arcano e antico INRI, che tutti associano al crocefisso senza tuttavia coglierne bene l'aggancio al momento terreno del Cristo. Per non parlare poi del pesce, simbolo di frequente ripetizione specie nel momento catacombale dei cristiani, che nella denominazione in greco antico ne riproduceva in acronino la missione salvifica. Quanto precéde a evidenziare, specie nei due ultimi esempi, come l'acronimo, quando diretto non al transeunte ma al permanente o comunque ali 'elevato, tenda ad assumere significati oggettivi che spesso trascendono o deformano quello delle singole parole componenti. E dopo esempi così elevati apparirebbe un po' volgare continuare nell 'esemplificazione citando la FIAT, la STANDA, l'U PIM, ecc .. La semiologia ci arricchisce di conoscenza al riguardo illuminandoci sulla frequenza con la quale i simboli diventano parte integrale della nostra cultura, e sul come nel tempo si arricchiscano di significati fino a superare contenuto e limiti di quelli originari. E questo sta già capitando aJI'acronimo NATO, di cui solo gli addetti colgono l' indirizzo nord atlantico, come a quello ONU, che tutti traducono in Nazioni Unite. La «0» sta infatti
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diventando sempre più superflua. Forse è tutt'ora mantenuto nella formu lazione scritta perché se da ONU si passasse a NU la memoria collettiva o meglio l' abitudine conoscitiva ci porterebbe ingenerosameote e irriverentemente a leggere Nettezza Urbana. E non solo per associazione funzionale, dato che ambedue gli istituti non funzionano in modo soddisfacente, ma perché il problema rifiuti con tutti i suoi annessi e connessi è molto più presente e familiare nel razionale collettivo di quanto non lo siano le attività del noto sodalizio internazionale. Ma vi è dell'altro. A volte succede che per traslati fonetici l'acronimo giunga ad assumere una sua oggettività per assonanza funzionale o comportamentale con ciò che l' insieme di iniziali vogliono significare. È il caso a esempio delJ ' EFIM. Qualora infatti si volesse collegare tale identificazione allo stato, natura durata delle risorse assegnate all'Ente identificato, a ricapitalizzazione oppure a sanatori a delle croniche perdite di gestione, l'acron imo potrebbe transitare dalla sua valenza reale a quella di abbreviazione. Nel caso specifio abbreviazione di effimero, quindi d' inefficienza. Potrebbe pertanto accadere nel futuro, ma qui siamo assolutamente nel dominio possibilista delle ipotesi, che tale acronimo possa sostantivarsi a simbolo della realtà che ormai inequivocabilmente identifica e come tale estendersi anche ad altri sodalizi che abbiano comunanza di caratteri con quello identificato. Ma è da dire che si tratta di casi non molto frequenti. Il più delle volte l'acronimo, per se stesso, non significa assolutamente nu11a, se non si dispone de!Ea chiave di lettura. Ma qualche distinguo va comunque fatto. Infatti proprio perché ·non significa assolutamente nulla, qualora non si disponga della sua chiave di lettura, accade che quando un acronimo si associa a situazioni cronicamente deficitarie o comunque negative questo inevitabilmente assuma una sua valenza simbolica sinistramente negati va. Quasi iellatoria. Per cui si è portati a collegarla anche ad altre realtà, Enti, organizzazioni, gruppi, consorterie e via dicendo identificati dallo stesso acronimo. Ed è fatto di cui bisogna tenere debito conto, soprattutto in realtà ambientali, tipo la nostra, ove la memoria collettiva per consuetudine storico culturale è portata a collegare persone, algoritmi e simboli a situazioni croni-
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camente fauste o fun este. Con tutto il conseguente corollario, per quelle funeste, di gestualità non sempre commendevoli e amuleti tesi a esorcizzare. Ed è questo, ad esempio il caso dello SME. Per se stesso è acronimo snello, tronco, quasi elegante. In esso coabitano in significato sia la Società Meridionale, che è poi quell a società per azioni attraverso la quale lo Stato si diletta a produrre panettoni, curare ristorazione e gestire aziende agricole, e il Sistema Monetario Europeo. È il caso, bisogna dirlo, in cui un Ente economico e l'accordo intemazione che regola_ le oscillazioni tra le varie monete, di poche verso l'alto e di molte verso il basso, competono negli esiti negativi o, quanto meno, neldisattendere le aspettative generali. Per memoria, lo SME Eme diventato alcuni anni fa molto popolare dato che su di questo si era incentrata la telenovela ricorrente delle pri vatizzazioni. In particolare nel vibrante «no pasaran» riferito non alla linea del Piave ma alla più casareccia azienda agricola identificata con i l toponimo laziale di Maccarese. In ossequio a lla teoria c iclica dei corsi e dei ricorsi storici lo stesso SME è tornato alla ribalta anc he nelle ansie di privatizzazioni indotte dal tribolato momento economico che sti amo attual me nte vivendo. E non poteva essere di versamente. Dato che anche questa volta è apparso logico che la c ura dei panettoni e altri glucidi , così come vegetali, spiriti e affin i sia l'area più idonea per il dirottamento alla bottega pri vata. A tutt'oggi pare tuttavia che il nefasto che vi è nell 'acronimo flemmatizzi entusiasmi e incoraggi le isteresi decisiona li . Può darsi che in futuro buon senso o disperazione prevalgano e vincano la fattura insita nelle tre lettere. Lo SME numero due si collega invece sempre più all 'andamento asmatico con tendenza costante al ribasso della nostra moneta che, in angla e ora gallica compagni a e con il corteggio abituale delle altre monete mediterranee, appare sempre in affannoso inseguimento di quell a teutoni ca. Inossidabi le e prosperosa di visa che si ostina a rimanere uber al/es. La poveri na, dopo due tonfi rovinosi e la spesa di quasi tutti i beni dotali , è stata costretta all'abbandono del tetto coniugale e sostare in esterna e precaria alcova ove vivacchia in para llelo in alterna vicenda in cu i è costante solo l'accentuarsi del distacco. Per cui questo SME sta diventando una specie di incubo o di terra promessa che s' intravede tra le brume
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ma che non si riesce mai a riacchiappare. Come si vede anche in questo caso l' acronimo attesta la sua proiezione al nefasto. Ma abbiamo dimenticato che esiste un altro SME a noi molto più vicino e familiare, dato che identifica lo Stato Maggiore dell'Esercito. È da dire che questo è antecedente ai primi due per cui dovrebbe essere immune. Dato che si dice che l'influsso iell atorio, come (a volte) le tasse, non ha valore retroattivo. E se così non fosse? E se fosse stato proprio lui a dare origine con le ormai tre notissime lettere a tutti i sopramenzionati guai? Oppure, non potrebbe mutuarne a posteriori gli sviluppi perversi? Poiché viviamo nel Paese della Cabala ritualizzata e normalizzata a scienza non è argomento su cui ironizzare. Le presenti tristi vicissitudini che sta vivendo la Forza Armata potrebbero essere il primo segnale.· Pertanto non sarebbe forse male se si approfittasse del nuovo Modello di Difesa che rivoluzionerà strutture, ordinamenti e regole per cambiare l'ormai cronicamente iellata etichetta. Naturalmente con la gradualità necessaria per poter uti lizzare la carta intestata già disponibile. La gravità della crisi economica che stiamo vivendo non ci consente sprechi.
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IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE
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A nessuno sarà sfuggito che nelle nostre austere cerimonie in caki o grigio verde, come alcuni organi d'informazione si ostinano ancora a dire, così come nelle nostre pubbl icazioni, celebriamo sempre fatti, eventi e problemi che direttamente o indirettamente attingono a milizia. Magari con i traslati temporali che consentono di affermare che lo si sta facendo in prospettiva storica, oppure con i sofismi. ideologici o più o meno scientifici con cui si suole introdurre quella strategia oggi ecumenicamente definita globale. E ciò sembrerebbe naturale se non identificasse un certo maschilismo intellettuale espresso in tema monocorde. È infatti un po' co me dire: stiamo tra di noi. Il che non è altro che una ch iusura verso l'esterno che lo psicologo di passaggio non si lascerà sfuggire, specie se miles esente o miles obiettante, definendola mancànza di sicurezza o monomania culturale. A dire il vero vi è anche qualcuno che di tanto in tanto si azzarda anche ad argomentare in settori collaterali. Ma ciò accade sempre molto raramente e in genere la firma illustre lascia capire che trattasi di omaggio a una certa «t:.rasversalità» culturale che nessuna pubblicazione che si rispetti , soprattutto, se mjlitare, può trascurare. Pena la succitata etichetta di monomania. E poi, per dirla con la ben nota istitutiva militare franchezza, il migrare in settori collaterali come l'aduggiare verso l'inconsueto ci produce sempre un certo disagio, quasi invadessimo aree vietate ove si è guardati con diffidenza quando non con un celto fastidio. La territorialità infatti non ha significato determinante so lo nel mondo animale ma anche in quello della cultura. Anzi la teuitorialità culturale potrebbe essere cons iderata quasi un 'estensione al dominio dell'uomo, con i correttivi delle peculia·rità che l' umano ha nell'individualità e autoidentificazione critica. Una prefazione così concettosa potrebbe indurre il censore in dubbio: ma di cosa mai vouà parlare? 11 titolo infatti non sembra, almeno per ora, dirci molto, per cui potrebbe celare chlssà quale sinistro macchlavello. Nessun timore. È solo una presa di coscienza, seppur tardiva, che consegue dalla considerazione che mentre dissertiamo tanto delle nostre cose trascuriamo fo rse volu tamente quella componente tanto determinante quanto inevitabile della nostra vita che sono le nostre consorti. Anche se poi nel chiuso della privata dimora restituiamo loro tutta la central ità che trad izional-
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mente le stesse hanno saputo crearsi nel mondo in uniforme. Spesso, ahimè, in grad iente con il procedere gerarchico del marito È da osservare che nel mondo statunitense tale trascuratezza non esiste. Dato che la consorte ha centralità, anzi spesso presenza totalizzante, poiché se l'è g uadagnata da tempo come ben ci tramanda la retorica del Far W est. Già allora infatti la donna/moglie oltre a fare figli e a cucinare, dissodava, colti vava, lavorava da carpentiere e inoltre sparava contro l'indiano e il fuori legge. Per cui nel mo ndo USA la moglie segue anzi a volte precede, partecipa, collabora, spesso interferisce, si coinvolge, anche emotivamente, e a volte sgomita. Quando poi il consorte transita di grado fa coppia con il superiore diretto nell'agganciare al rassegnato consorte il nuovo decoro in spalli na. Ma come già detto vi sono solide motivazioni storico/tradizionali per cui tale central ità è entrata nel costume fino a consolidarsi nella liturgia. Ma dobbiamo ammettere che non è solo la motivazione storica a indurci a riconsiderare la posizione che la consorte occupa o meglio dovrebbe occupare anche nei nostri più smaliziati e maschi li sti scenari europei. Infatti le vere motivazioni che dovrebbero indurci a celebrare più acconciamente le nostre mogli, fino ad attribuire loro per diritto quella centralità di cui comunque si appropriano con il nostro progredire in grado e anagrafe e parallelo regredire in reattività, non sono storiche e tradizionali, ma genetiche. Loro infatti sono le più forti. _Yincono sempre. Dato che nella generalità dei casi ci sopravvivono, e anche di diverse lunghezze. Lo d ice la statistica e lo confermano i nostri Centri Pensionistici. La statistica anzi, per nostra maggiore inquietudine,afferma che nell'ambito militare il succitato margine di oscill azione in età di comm iato risulta più accentuato. A favore delle signore naturalmente. Un po' come lo scarto tra la lira e il marco nel Sistema Monetario Europeo. E ciò va a ulteriore dimostrazione che il mi les è un ottimo marito. Sul piano previdenziale almeno. Non è ancora del tutto chiaro se ciò va accreditato a merito del maschio i n uniforme oppure ad attestazione della maggiore resistenza della consorte dello stesso. Ipotesi più attuali fanno cenno alla modesta quota di energia che g li affanni di milizia lasciano ai Quadri per competere in famiglia. Non esistono tuttavia per il momento tesi con-
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solidate traducibili in formula matematica. Ma tutto ciò non basta a placare il dettato genetico della prevalenza competitiva che le nostre encomiabili compagne considerano sempre meno soddisfatto dalla maternità. La consorte del miles infatti, come ogni altra donna, avanza in consapevolezza, esige posizione protagonista, desidera comunque partecipare per soste nere e stimolare, visto che la milizia, almeno per ora, non consente di subentrare. Infatti la metafora che si aggancia normalmente alla ritualità e all'epilogo delle vicende nuziali dell 'ape regina non è ancora chi aramente trasferìbile al mondo in uniforme. Di questo desiderio di partecipare e di queste ansie tutt'ora inconsce a subentrare abbiamo dimostrazione nella vivacità con la quale le Nostre presenziano e partecipano l' uffici alità in misura crescente con il progredire in grado del partner. Queste ansie poi hanno spesso trasposizione estern a nell ' incappellarsi e ornarsi degli stessi emblemi, fazzol etti , a volte copricapo del medesimo. Caso quest' ultimo tuttavia molto più frequente nel momento di quiescenza. È un po' come dire ci sono anch'io, anche se non ho partecipato direttamente alla pugna o comunque al tuo momento in milizia, avrei potuto in ogni caso fare la mia figura. Magari sarei riuscita meglio. E ciò non è male. Partecipare significa condi videre. E non può farci che piacere avere le nostre inevitabili metà parte integrante almeno dei nostri momenti pubblici. Nel prima e nel dopo. Tuttavia ad attento osservatore non sarà sfu ggito che nelle occasioni di raduno e comunque d' incontro, a celebrazione di Arma, Corpo, Specialità o evento, non è raro riscontrare la presenza di donne so le chiaramente convenute a celebrare. Lui, in ossequio al dettato genetico · di cui sopra, non c'è più. Ma lei, giustamente, è presente a significare continuità. Anzi è da dire che già prima che lui si attenga alla statistica ella presenzia con la concentrazione e l' impegno propri di chi ha un dettato da assolvere. Insomma una specie di preparazione preventiva a quello che poi diviene un vero e proprio passaggio del testimone. Ed è appunto il passagg io del testimone l'ano più significativo e più e mblematico tra le tante funzioni istitutive che la donna assolve nell 'ambito della famiglia. Madre e moglie amorosa, tutrice sempre proccupata e ansiosa della stabilità, dell'ordine e della serenità del focolare. Vigile e
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attenta nell 'a llevare i rampolli che lui tra un campo d 'Arma, un' Esercitazione di Posti Comando e un terremoto, alluvione o assistenza al profugo, le elargisce. Pronta e affettuosa nel sostenere, nel suggerire, nell 'esortare e ne l consolare e spalleggiare nell ' indignazione quando l 'esito di valutazione ci vede inabissati sotto riga, è poi insostituibile nella pianificazione ed esecuzione dei trasferimenti. O, in alternativa, delicata e insinuante nell ' indurci al pendolariato. Insomma la consorte di chi milita in uniforme per essere ben calata nel suo ruolo deve avere una valen- . za in più. Quindi non deve costituire motivo di disagio o addirittura di infastidita reazione il fatto di volerla considerare anche nostra naturale continuatrice nel mantenere accesa la fiaccola del ricordo del come e de l quanto abbiamo dato nel nostro trascorrere in uniforme. Ed è appunto questa la sintesi figurativa del passaggio del testi mone. A questo punto non sembrerà provocatorio il proporre di formalizzare, oltre che la legittima reversibilità degli as egni , anche una sorta di associazione in quello che rimane il quadro d 'identificazione del passato militare del consorte. Insomma prese nza di diritto ne i vari sodali zi quali l' UNUCI , l' ANUPSA , l' ANA, ecc .. Ci sembra tra l'al tro in linea anche con l'unica sicura sopravvivenza, che è poi quella di mantenerci collegati oltre che nel ricordo, che è istitutivo in consorte, anche nella continu ità rappresentati va del tanto di vita trascorso in servizio. E questo, non delegando ad alt~o milite ma a colei con cui abbiamo diviso speranza e delusione, gioia e dolore, cimento e frustrazione, esaltazione e rammarico, orgoglio e mortificazione. Ma qui si rischia di scivolare nel patetico. È bene quindi tornare nel dominio della razionalità. Cioè a quel chiaro dettato genetico cui tutti noi sottostiamo. Poiché questo, come già detto, c i vede in anticipo dm dipartita, formalizziamo il succitato passaggio del testimone preparando adeguatamente le no tre consorti. Il come è abbastanza scontato coinvolgendole più attivamente nei nostri momenti professionali. Così come già fatto nell'Esercito statunite nse. Ciò le aiuterà a rappresentarci più efficacemente in quel dopo che non c i vedrà più attivi e dinamici protagonisti. Ci riusciranno ben issimo In stretta collaborazione tra loro superstiti , dato c he le donne sentono più di noi la spinta assoc iativa. Spinta che le porta a sen·are le fila
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ogni qualvolta s i form a un nuovo v uoto. Così come accadeva q uando il fuoco ne mi co apriva sempre più ampie soluzioni di continuità tra le fila sen·ate in attacco. l superstiti si rinserravano a contatto di gom ito per cogliere dalla vic inanza del compagno alimento alla propria decisione a proseguire e forza nel proprio bisogno di sicurezza. Ed è questa forse la genesi di que!J 'affollarsi di sempre più nutrite, ben alimentate c policrome schiere di gentili signore sole là ove vettore aereo, terrestre o marittimo è pronto a veicolare in località più o me no esotiche, ma sempre climaticamente propizie, le loro ansie di celebrare unite il rito del ricordo. Pertanto nel progredire nel tempo e ne l ricordo, così come in trascorsi momenti addestrati vi si usava progredire verso l'obiettivo, non limitiamoci a rinserrare le nostre fil e e ad alzare sempre più in a lto i nostri emblemi. Prepariamo per tempo anche psicologicamente le nostre inossidabili consorti a colmare vuoti, consolidando le nella consapevolezza e ne ll 'orgoglio di essere geneticamente e, ahimè, anche statisticamente destinate a ricevere i l testimone
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Ne l nostro trascorrere terre no troviamo generalmente più motivo per ansia e affanno che per gaudio e diletto. Chi poi ha avuto in sorte di emergere alla vita neUa nostra, per altri versi, godibilissima pe ni sola all ' imprevedibile quotidiano può in aggiunta contrapporre il monotono prevedibile de lla scarsa effi cienza e della malaorgani zzazio ne. E di questo do bbiamo gioire. Poic hé, appartenendo a umana progenie ed essendo l' imperfetto e il fallace parte integrante de ll ' umano, abbiamo ventura di vivere non ne ll 'eccezionalità ma ne lla normali tà del nostro di venire. Anche se appare legittima l'aspirazione a uscire almeno c iclicamente da ta le normalità. Assunta tuttavia l' inevitabilità de li ' affanno e de ll o scontento, permane comunque irrisolta quella tensio ne angosciosa che la maturità produ ce e sv iluppa poi ne l te mpo trovando poco accetta l ' inev itabili tà del nostro epilogo. E questo anche in chi c rede o spera in un dopo. Ed è forse la chiave di lettura di q uelle inq uietudini , malinconie e rammarichi che c i colgono nell 'approssimarsi di quiescenza. Dato che allora nulla c i è più chiesto a costruzione, poco a mantenimento e tanto all'attesa dell' inevitabile. Ma no n vi è motivo di malinconia, dato che possiamo esorc izzare le nostre inq uietudin i e aspirare all ' immortal ità sempliceme nte dando corpo alla speranza di ricordo. Il ricordo in fatti è continuità, è sopravvivenza con olidata nella memoria collettiva e, se c i va pa rticolarmente bene, anche nella tradizio ne. E in questo oggi come no n ma i c i a iutano la potenza e l' irrefrenabile, fulminea rapidità e ampiezza di sviluppo della pubblica informazione. Ma per ottenerlo è necessari o c he la nostra immagine no n si di ssol va ne ll 'effimero che l' imperativo della novità e del cambiame nto impone nella dorata in · pos iz io ne pro tagonista. La nostra immagine va d inam ic amente consolidata. Va ri nnovata nel tempo mediante la potenza del simbolo. U n simbolo che attesti tradizioni familiari , affermaz ioni personali, professionali, sportive e magari anche ne l rapporto di coppia, o ogni a ltro momento che possa valorizzare l'assoluto de lla nostra individualità. Un simbolo insomma che sia autentico trofeo del come e del q uanto siam o e siamo stati. Ma un trofeo è tale solo se pubblicame nte esibito. Perché il chiudersi in privata contemplazio ne del proprio passato e del proprio presente, in positi vo e negativo, appartie ne in genere a situazioni di tipo maniacale. E d è per
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questo che il trofeo ha naturale corollario in pareti, vetrine, lapidi e in ogni altro supporto che possa vistosamente veicolarne il messaggio all'esterno. Il trofeo inoltre accresce la sua carica di gratificazione quando è simbolo non tanto di appartenenza ad aggregazioni, complessi, formazion i o comunque collettività più o meno ampie e più o meno elitarie, ma di situazioni e conquiste individuali. O almeno individualizzabili. Da cui la ricerca di emble mi sempre più esclus ivi, o che comunque, pur rappresentando situazioni da altri condivise, le rappresentino con qualche piccola variante distintiva che ne accentui l' individualizzazione. È un po' come dire: d 'accordo, l' hanno fatto anche altri, ma io l'ho fatto meglio. Oppure: lo sono anche altri, ma io lo sono di più. Ed è questa la ragione profonda di alcune personali interpretazioni sul come, sul dove e su l quanto arricchire l' uniformità delle nostre uniform i. Appunto per re nderle meno uniformi. Da cui , nel tempo, si è avuto a esempio l'allungamento smisurato sul bavero delle fiamme a due e tre punte, quando ancora non stabilizzate in metallo, spaJiine sottopannate in colore d ' Arma, arricch imento questo trasportato dai più raffinati anche all ' interno e in chiusa di manica o in più di screto balugi nare nei risvolti della giubba. Per non parlare poi dei cappotti più o meno lunghi , svasati o non con alto bavero e ampi risvolti in maggior o minor accollatura. Oggi, più modestamente, ci si concentra su i segni distintivi di appartenenza a Corpi, Unità, Special ità o a n c h~ solo specializzazioni che si tende comunque ad arricchire ne l lodevole intento di salvaguardare il sacro diritto alla personale identificazione. Per cui si u·asco1Te daJ superaccessoriato incursore del Col Moschin fino al datti lografo e altro operatore logistico. Ed è giusto, perché ogni incarico ha la sua dignità. E, per finire, dotando recentemente anche le rappresentanze ai vari livelli di un loro simbolo distintivo siamo arrivati aJ capolinea, in quanto si sono esaurite anche le destinazioni collaterali ne ll'impegno in uniforme. E questo va a ulteriore dimostrazione, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, che nulla è più mortificante e rifuggito dell ' uniformità. Poiché l' uniformità è piatta, grigia, ottundente e mass ificante. Ed è pure antievolutiva. Il colore in fatti , poiché antitesi dell ' uniformità, è uno dei principali strumenti del nostro impulso a c lass if icare. È il codice che c i guida nell'identificazione
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de l mondo c ircostante e quindi nella formulazione dei c,o ncetti e nello stabilire situazioni antologiche ed emotive. È insomma vera e propria componente distintiva della nostra umanità. Pare infatti che gli animali non dispongano della nostra capacità di apprezzare criticamente lo spettro cromatico. Ed è forse questo il moti vo del loro comportamento molto più prevedibile, dato che non sono molto interessati alla continuità nella memoria collettiva. Le Forze Armate della Cina Popolare per lungo te mpo hanno scelto di annullare ogni segno distintivo nel grigiore dell ' uniformità. Ma se è andata bene durante la grande marc ia, ove l'u niformità era anche nella dieta austera e nella generale copiosa traspirazione, si è rivelata poi idea poco felice. Infatti il povero fantaccino cinese oltre a dover fare il suo lavoro, sempre faticoso, doveva impegnare non poche energie per distinguere il caporale dal Colonnello tra coloro che di lui si occupavano in addestramento e combattimento. Per il Generale non c'erano molti problemi in quanto, di solito, se ne sta molto più in là. Da cui una netta perdita in operativi tà, come si è visto nel corso dei non frequenti ma sempre poco illustranti cimenti bellici cui hanno partecipato. Infatti anche ne lle ideologie totalizzanti vi è poca propensione a darsi da fare se poi nessuno se ne accorge. Ora pare l'abbiamo capita dato che stanno rap idamente recuperando nel colore il tempo perduto. Chissà quanto ne soffrirebbe il povero Mao se potesse consentirsi una rapida trasferta dalla sua attuale dimora. Quindi, sembra proprio si possa serenamente concludere che la ricerca dell ' individualizzazione nel messaggio e nel simbolo è spontanea e umana tendenza. Pertanto non può essere che commendevole. A questo punto tuttavia qualcuno potrebbe · chiedere: ma come si colloca in questo contesto quel nastri no al cui degenerare si è vol uto titolare le presenti med itazioni? C'entra, eccome. Infatti è proprio la tendenza all'ind ividualizzazione a richiedere la dispon ibilità di un simbolo che, esibito in posizione sempre evidente, indichi la nostra posizione nella collettività. Una specie di biografia illustrata. Ed è proprio questa la funzione del nastrino. Cioè di quella strisciolina colorata che esibiamo orgoglioamente in numero vario dalla parte del cuore in dimensioni tre e mezzo per uno e a serie di tre. Almeno nelle interpretazioni più coiTenti. Non a caso dalla parte del cuore, dato che questo è sede
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simbolica del nostro io. Ne abbiamo prova evidente quando nei grandi momenti assertivi di appartenenza a gruppo, di promessa d'amore come pure di attestazione della nostra lealtà, vi portiamo istintivamente la mano. È usanza anglosassone farlo come forma di saluto e di rispetto, tenendovi anche il copricapo, in ascolto dell'inno nazionale o in presenza di simboli che identifichino la Patria o altri valori tradizionali. Insomma il nostro nastrino tra i tanti simboli distintivi e patacche di cui sempre più copiosamente ci orniamo è quello più collocato in posizione di centralità. Po- _ tremrno considerarlo una specie di fog lio matricolare liofilizzato in sim boli e colori che esponiamo orgogliosamente in bella vista. Tutti debbono sapere. Ed è per questo che quando ci si incontra si dà subito una rapida sbirciatina in sottecchl al petto dell'altro per controllare quanto il nastrino in questione si sviluppa in verticale. E non possiamo impedirci un senso di frustrazione quando, intercettando coevo, notiamo che lo stesso pur in pari momento di trascorsi marziali, ci travalica nettamente in detto sviluppo verticale. Alla frustrazione segue poi in alcuni anche il poco nobile sentimento dell'inv idia. Come avrà fatto? Ci si chiede, e si tira diritto senza dar mostra di aver notato, oppure si apostrofa in battuta non priva di sarcasmo nel tono e di malignità nell' intento. Il colore a sua volta è sempre carattere distintivo del nastrino. Un tempo tirava molto l'azzurro. Poi, con il dissolversi del cimento istitutivo è diventato sempre più difficile provvedersene. Anche per i più audaci interpreti del cimento stesso. Tira ancora presso l'Arma dei Carabinieri. Per loro è facile, dato che sono sempre in guerra con il malavitoso. Tuttavia, ed è questo il primo segno di degenerazione a metastasi, la lunga parentesi di pace che stiamo vivendo sta spostando il significato concettuale del cimento verso aree sempre meno cruente e inquietanti. Aree in cui occupa posizione dignitosa la calamità naturale mentre sta ora prendendo piede l'intervento umanitario, la movimentazione del cereale e il recupero alla speranza (Restore Hope). Ma in mancanza d'azzurro hanno pari dignità tutti gli altri colori, qualunque ne sia la tonalità, la distribuzione, il disegno e anche l'arricchimento con simbolo sovrapposto: stellina, stemrnino, coroncina e magari asterisco o altro geroglifico. Più è incomprensibile e più colpisce. Ed è cosl che si evocano e rappre-
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sentano sepolcri, sacri naturalmente, santi singoli e accoppiati, ordini cavallereschi di suggestiva memoria e tradizione storica, e altri di memoria più incerta ma sempre equestri, dato che il cavallo nobilita e tira sempre. E poi, quale esito del nostro crescente coinvolgimento internazionale, incomi nciano ad apparire sempre più numerose le striscioline evocanti onorificenze intra ed extra conti-
nentali ove l'esotismo spesso si sposa alla singolarità figurativa. Ed è proprio in quest' ultimi che si raggiungono le quote più elevate d' individualità. L' ansia competitiva qui è legittima. I nostri alleati nella NATO, soprattutto dell'Esercito e dell'Aeronautica, i marinai sono in genere più sobri, esibiscono petti da vetrina. Magari loro se li sono guadagnati sparacchiando un po' qua e un po' là in giro per il mondo. Non parliamo poi degli esponenti del dissolto Patto già a noi contrapposto. Quelli anche senza sparacchiare esibiscono tutt' ora petti in urgenza di controfigura. Si suole infatti dire, in estatica ammirazione di qualche personaggio nostrano: ha un petto da Maresciallo Sovietico, a significare collegamento verticale in success ione policroma tra tasca superiore sinistra e spallina. L' attuale tendenza ci rassicura che stiamo muovendo nella direzione giusta. A parte infatti i grandi campioni del passato e del presente, da molti imitati ma mai euguagliati, si notano confortanti sviluppi anche in gradi non elevatissimi. A questo proposito il superamento del terzo livello, in una realtà ormai normalizzata nella calamità naturale che ci vede arrancare con difficoltà e in età avanzata appena oltre il secondo, rappresenta il superamento della soglia critica. Dopo il terzo livello infatti reticenze e perplessità, dubbi, timi. dezze e pudori scompaiono. Si punta diritto verso i livelli superiori. Anzi in genere inferiori, visto che nella collocazione del nastrino si deve tener conto dell'ordine d' importanza indicata dall 'araldica vigente. Ma non è un male. Stimola infatti la competizione che, si sa, è la molla del progresso. Abbellisce poi cromaticamente l'uniforme e consente anche, nella difficile comprensione della ratio, l'accesso a quei messaggi criptici di cui si debbono sempre ammantare gli organismi che hanno elevati valori tradizionali. E poi piace. Infatti sentiamo spesso dire: hai visto che petto! quando in ammirazione non solo di femminile maggiorato ma anche di mi-
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litare ben ornato. Con un po' d'ammirazione e un po' d' invidia ma anche un po' di diffidenza. In quanto, come accade anche per il femminile maggiorato, nessuno può dire senza verifica palmare, e a volte anche dopo tale verifica, quanto si debba a natura, quindi a titolo reale, e quanto a silicone. Comunque sia, avanti con il nastrino. Nessuno ci potrà accusare di arroganza marziale, dato che potremo sempre orgogliosamente affermare che si tratta di nastrini di pace.
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ANONIMO MILIZIANO (MILITE ANONIMO)
Anonimo mili;:.iano (Mi/ire anonimo)
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A molti sarà capitato di arzigogolare, magari occasionalmente, in merito alla propria identità. Per impul so esistenziale, in dilatazione di ricerca metafisica, o anche solo per curiosità o desiderio di affermare la propria individualità. In ogni caso incuriosisce e anche un po' sgomenta capire come il progredito, problematico, spesso causidico essere più o meno acculturato in cui tendiamo a identificarci possa essere prodotto evol utivo de.ll'eretto scimmione cui Darwin ci ha voluto collegare. Anzi , poiché il succitato scimmione è a sua volta prodotto di processo evolutivo svoltosi in oltre quattro miliardi di anni, possa colJegarsi a fo rme animali anche meno illustranti dello stesso. Vale a dire che tale processo evolutivo, procedendo all ' inverso, attraverso il mammifero, il rettile e l'anfibio ci riconduca addirittura al pesce."È un'ipotesi che qualche secolo fa avrebbe prodotto non pochi guai al suo formulatore, basta pensare a Galileo che pur si era limitato solo a negare centralità cosmica alla terra, ma è ipotesi che oggi ti:ra molto. Forse perché piace da matti agli animalisti. Comunque sia, il meditare in merito alla nostra identità ci conduce inevitabilmente al grande mistero dell ' evoluzione. Poiché, anche se fatti ed eventi storici trascorsi e contemporanei potrebbero indurci a pensare il contrario, non vi è dubbio che l' uomo sia prodotto di evoluzione. Tuttavia, accettato il principio evolutivo, perdura tuttora il dibattito in merito al come e al quando il nostro scimmione sia trascorso da incerta bipede deambulazione in gutturale grugnito al pensiero e all' autocoscienza. Connotati quest' ultimi riconosciuti come specifici dell ' essere umano persino dagli animalisti. Ed è proprio su tali connotati che si accapigliano coloro che tifano per · un ' evoluzione naturale e quelli che invece credono o almeno auspicano ci sia stato un intervento esterno, naturalmente divino, mediante l' immissione di un ' anima nel nostro scimmione. Per dirla in linguaggio più tecnico e sintetico: i primi sostengono il principio dell ' ottimizzazione mediante lo sviluppo naturale consentito dai processi riproduttivi, quindi senza uno specifico disegno, i secondi sostengono la finalizzazione, vale a dire una specie di programmazione tesa a realizzare un preciso disegno con connotati di tipo metafisica. Senza entrare nel merito di queste due scuole di pensiero, è tut-
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tavia da osservare che ci lascia perplessi il fatto che nel diagramma di svi luppo del nostro sci mmione, in crescita lentissima per centinaia e centinaia di milioni di anni , si sia verificata un'impennata improvvi sa qualche decina di migliaia di anni fa. Tempo più che ri spettabile se consideriamo le nostre durate, ma decisamente insignificante se raffrontato ai tempi di sv iluppo del ciclo evolutivo dell'homo sapiens. Vie ne proprio da chiedersi se tale brusca impennata segni il passaggio da un processo governato dall'ottimizzazione a uno invece centrato sulla finalizzazione. Una specie d ' intervento in itinere, dato che, almeno come norma, natura non facit saltus. Di sicuro si sa che questo salto più o meno coincide con l'avvento del pensiero e dell'autocoscienza nel nostro sc immione già in processo di depilazione in concomitanza a ll o sviluppo del suo arco fro ntale. Il prof. Erminio Costa. illustre neurofisiologo docente alla Georgetown University, a ttribuisce tale inattesa e innaturale accelerazione evoluti va all 'acquisizione di un linguaggio sempre più elaborato. Il che sembra piuttosto plausibile. Infatti il linguaggio, consentendo la trasmissione dell'esperienza e dell' informazione, consente la moltiplicazione della conoscenza mediante interazioni , arricchimenti e svi luppi concettuali con retroazioni increme nta ti delle capacità espress ive del linguagg io stesso. Le sedi del linguaggio e dei collegamenti logici sono oggi individuate nei nostri due emisferi cerebrali. Il che ci spiega il perché evoluti vo del cranio del vi lloso antenato che, oggi modellato a fronte sfu ggente è orbita alta, è poi transitato a forme a noi sempre più fami liari. Per cui oggi, anche se non sempre a ragione ma sempre a conforto dello stempiato, si collega di norma l'intelli genza alla spaziosità della fronte. Ma non basta. 11 linguaggio consente di trasmettere l' informazione solo verbalmente. Per cui, qualora dovessimo contare solo sullo stesso, dovremmo inev itabilmente !imitarci agli ambiti familiari e tribali con scarse possibilità di trasmissione alle generazioni successive. E questo non solo per le non illimitate capacità di stoccaggio della nostra memoria, ma anche per la comprovata difficoltà di trasferire fedelmente nel tempo l'informazione. Quanto accaduto ai te mpi di Omero potrebbe farci ri credere, ma allora non es istevano altre di strazioni. Oggi le cose andrebbero mol to diversamente. Basta pensare alla fedeltà con cui i
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mass media, pur sussidiati da registratore telecamera, riportano le interviste. Per cui a suono doveva per forza seguire il segno. Il fonema si trasferisce così nell'immagine e nel sintagma. Quindi nuovo impulso alla trasmissione del dato informativo e quindi all'accelerazione del processo evolutivo. Accelerazione uguale se non maggiore a quella già impressa dal linguaggio. L'avvento della scrittura è stato infatti tappa fondamentale detemùnante per la trasmissione e quindi la crescita della cultura. E questo ci dà la spiegazione piuttosto convincente della brusca impennata del diagramma evolutivo. Ma la crescita non si è verificata solo nella cultura. La scrittura non serve infatti solo a trasmettere cu ltura, spesso scriviamo solo per desiderio di esprimerci, di fermare nel segno le nostre idee, pensieri, spesso le nostre angosce. b anche solo per autoregistrarci nel ricordo, per lasciare insomma un segno di noi. Ed è questa la motivazione non solo genetica ma anche psicologica del comunicare. Ma comunicare con chiarezza il proprio sentire, magari in antagonismo a ideologie o gerarchie o anche solo a mode dominanti richiede oltre che chiarezza d'idee anche fermezza di opinioni e, soprattutto, coraggio. Ma il coraggio, purtroppo, non è dote molto diffusa nel genere umano. Ed è così che nasce la comunicazione anonima. Possiamo pertanto considerare quest' ultima come naturale pulsione che compare e si sviluppa con la scrittura quindi in parallelo con l'incremento della scolarità. Ed è forse per questo che disponiamo di pregevoli reperti al riguardo sin dai pri mi momenti della storia. La pulsione stessa manifesta poi autentiche punte di sovrapproduzione nei momenti in cui ha poco spazio la libertà di espressione, o è più marcata quella caduta di testosterone che induce al poco commendevole costume di voler colpire senza rischio. Questa è un po' la genesi filogenetica di quel personaggio che il grande regista Clouzot ha così ben delineato nel suo celebre film «Le corbeau». Ed proprio a Clouzot che il nero volatile deve la sue notorietà quale emblema di personaggio uso a comunicazione anonima. Il corvo quindi , come il Condor, il Pellicano, l' Airone, l ' Ibis, l' Albatros, è uno dei tanti simboli convenzionali tratti dall'ornitologia. Da che dobbiamo convenire che il volatile incontra. Ahimè, anche in milizia il corvo ha fatto il nido. Nido anche piuttosto comodo, quasi una postazione con ricovero annesso.
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La nascita della rappresentanza in uniforme, ove in crescendo con il livello si può dire senza correre alcun rischio, anzi guadagnandoci magari dei titoli per il dopo, di tutto e anche il contrario di tutto, non ha affatto contenuto il fenomeno. Per cui si può dire che oggi quasi ogni Ente e reparto di un certo livello oltre al crest e altri simboli distintivi ha pure il suo corvo. n che, tutto sommato, è anche rassicurante. Poiché significa che qualcuno veglia e controlla l'andamento delle nostre cose e, quando distratti da altre cure, ci recupera alla consapevolezza dei nostri doveri. È da stupire che il _ volatile non abbia conquistato oltre che presenza nell'araldica di milizia anche posizione istituzionalizzata in ordinamento. Il corvo come è noto, e qui sta forse l'aggancio eziologico, dimostra gradimento per ogni tipo di cibo. Carogne comprese. Per cui scorre in pregevole eccletismo dall'alcova al vettovagliamento fino all ' uso improprio di proprietà dello Stato. In questo possiamo individuare anche un certo andamento tendenziale. Il settore d' interesse varia infatti in relazione al momento storico che sta vivendo la collettività nazionale in uniforme e non . L'onorevole Costa a esempio ha di molto incrementato le segnalazioni in merito all'uso più o meno improprio delle macchine blu. In questo il corvo costituisce vera e propria spia di situazione e spaccato di costume. Per cui può essere d' interesse storico custodire e datare la documentazione anonima a ricostruzione in retrospettiva dei vari ft:10menti della vita di milizia. Il corvo vive quindi nella storia ed è parte della storia. Ed è per questo che nel tempo ha trattato senza titubanze e cedimenti ogni tipo di argomento, privilegiando, come detto sopra, quello d'annata senza mai trascurare peraltro, stante la sana origine contadina dei più, la forma di reggiano rotolata fuori da marziali magazzini a soddisfazione di privato fabbisogno proteico. Insomma anche il milite corvo ha confermato in ogni circostanza di essere prodotto del tempo e specchio fedele dei costume e del momento storico. Nella sua quasi quotidiana fatica letteraria ci consegna il suo messaggio in varietà di tono. Sa infatti essere insolente, ingiurioso, a volte accorato, suasivo, lamentoso oppure sentenzioso, assertivo, retorico e persino appassionato. Sì, anche appassionato, perché l'italico corvo ha un cuore. Il lessico è in genere piuttosto squallido. Infatti, anche quando po-
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trebbe indu lgere in preziosità viene spesso adattato all'esigenza di depistare dal rango e incarico dell'autore, a volte altolocato, persino con commovente ricorso alla sgrammaticatura. Il carattere tradizionalmente preferito è lo stampatello, a mano per i tradizionaJisti, a macchina per i più sensibili all'evoluzione tecnologica. Ma, graz ie a ll 'avvento dei computer, abbiamo ogg i anche il corvo informatizzato. Attendiamo con una certa ansia il corvo/FAX per la trasmissione del messaggio anonimo in te mpo reale. Le esigenze di rapidità ne ll a comunicazione non consentono più concess ioni al romanic ismo della penna d'oca neppure al le comunicazioni anonime. In conclusione, non vi è motivo di scandalo e di preoccupazione. Il corvo, anche quello in elmetto e cinturone, è ormai parte integrante del nostro organismo sociale. La sua estinzione pertanto, così come accade per ogni altro componente del nostro ecos istema, dovrebbe essere per noi motivo di preoccupazione. Quindi va trattato con la familiari tà con cui ci occupiamo degli ospiti abituali del nostro organi smo, come esempio facciamo per i virus e i batteri. Basterà mantenere ben attivi i nostri anticorpi e sperare di non incappare e in situazioni di debilitazione organica, vale a dire ne l momento storico sbagliato, come capita c iclicame nte qui da noi, oppure nell ' inquisitore cronicamene sottooccupato, ansioso di protagoni smo anche solo di rivincita a per ideologia pregressa o personale fru strazione. Pertanto abituiamoci a convivere co n il corvo milite e ad accettarlo quale prodotto naturale del processo evolutivo e testimone del divenire storico. Ne guadagneremo quanto meno in salute.
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Non si può proprio dire che l'italico od ierno abbia ereditato quell a prorompente tendenza e capacità di estendere possesso e controll o territoriale che tanto ha illustrato nella stori a il nostro Quiri te progenitore. Il che dimostra che anche in questo settore nel tempo abbiamo appannato le induzioni genetiche che da questi ci venivano, acquisendo tuttavia il vantaggio che nessuno può etichettarci come colonialisti. n che non è poco. Anche se taluni critici più severi delle patrie attitudini attribuiscono tale fano, più che a virtù nazionale, al ritardo del processo unitario ri spetto agli altri Paesi europei dimostratisi meno virtuosi nell o stesso settore. Considerando tuttavia come poi è andata a tal i Paesi e quanto ci sono costate le nostre più tardive e modeste a mbizioni, dobbiamo convenire sulla validità del vecchio ·adagio c he recita: non tutto il male viene per nuocere. Sì, perché anche noi, se pur tardivamente, abbiamo ceduto nel nostro piccolo al fasci no perverso del famoso posticino al sole. n sole infatti fa bene ed è ecologico. Anche quando non ride. E sarà stato forse tale impu lso, mascherato per pudore in più commendevoli mire commerciali, a spingere tale Rubattino, accorto armatore genovese, ad acquistare nel 1869 la baia di Assab quale potenziale testa di ponte per possibili successive trasferte veso l' interno. Bisognava attendere la comparsa su lle scene politiche di ben più pittoresco personaggio, tale Francesco Crispi, per dare corpo territoriale alle nostre ansie di soleggiate distese. n biografo ce ne tramanda immagine estroversa, sanguigna, imprevedibile, accreditata anche di vivacità pluriconiugale. Politicamente, come molti altri corposi protagonisti della storica patria, il Nostro dispone di una robusta formazione e milizia di si ni stra, ma è malleabile al punto giusto per transitare in alleanza per accedere a posizioni di potere secondo le circostanze. Nonostante la batosta di Dogali si accredita l'Eritrea nell'89 assieme al protettorato su parte della Somalia. La tragica sconfitta di Adua nel '96 colloca poi in quiescenza assieme alle nostre ambizioni. Ma con il tempo in ricordo sbiadisce e le ferite si rimarginano. Per cui , con più accorto successore e dando al turco una buona botta al momento giusto, nel 1911 c'insediamo anche in terra libica. Quella terra che più tardi personaggio altrettanto pittoresco e imprevedibile doveva con audacia
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orogeometrica definire Quarta Sponda. Poi nel '36 un 'altra buona botta, questa volta al piccolo emaciato e barbuto Aile Selassié, e l'Impero è bello e fatto. Con l'Impero frnalmente l'agognato posticino aJ sole e tanta terra da dissodare per le crescenti braccia in esubero che intanto, lo stesso pittoresco personaggio, aveva guadagnato alla Patria incoraggiando l'italico a quel piacevole e sempre gradito esercizio che è alla base del rapporto di coppia. Allora tirava molto l'assioma del numero uguale a potenza da cui doveva poi derivare il noto obiettivo delle otto milioni di baionette. Come si vede sull'armamento, già d'allora, si tirava al risparmio. Dobbiamo tuttav ia convenire che non ci siamo proprio comportati da biechi colonialis6 come allora si usava. Certo qualche birbonata in itinere l'abbiamo fatta anche noi. Siamo andati a esempio un po' sul pesante in Etiopia, quando si è pensato di mutuare al l'abissino le esperienze poco gradevoli inflitteci dai chimico austriaco sul Carso. Ma non per cat6veria, solo per fare più in fretta. Le ristrettezze del bilancio lo imponevano poiché avevamo già dato alla Patria tutto l'oro disponibile. Ma nessuno può dire che poi ci siamo messi a sfruttare il locale, come invece molto metodicamente faceva no tutti coloro che ci avevano preceduti nello stesso esercizio. I meno benevoli affermano che era via obbligata dato che quest' ul6mi si erano già accaparrati il megl io in materie prime lasciando a noi le banane e i datteri. Ma anche in questo settore, come succe~sivamente emerso a nostro sconforto, ci poteva andare decisamente meglio. Bastava dare un 'occhiata un po' più attenta sotto quello scatolone di sabbia come aJiora veniva piuttosto superficialmente definita la nostra Quarta Sponda. Ma allora il petrolio non 6rava molto e Mattei era ancora alle prime scolari faccende affaccendato. Insomma abbiamo preso poco e lasciato molto, buona parte del valido tuttora esistente. Beh!, qualcosa abbiamo preso, oltre alla malaria e alle solite poco reclamizzabili affezioni prodotto della nostra nota esuberanza, ci siamo presi quella specie di malattia, che dicono inguaribile, nota come mal d'Africa. Poi è arrivata la 2• Guerra Mondiale e addio Impero. Ma non ci i può sottrarre ai destini irrevocabili, come un tempo si diceva. Infatti tra il '50 e il '60 I'ONU, a nostra fiducia e consolazione, ,ci rimanda in Somalia per mettere le cose a posto e pilotare i locali verso lo sv i-
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luppo e la democrazia. Ci siamo andati, speso un bel po' di quattrini, abbronzato un paio di corsi d' Accademia, garantito l'incremento di potassio nella dieta mediante adeguato rifornimento di banane, favorito i rapporti interraziali e d'integrazione etnica. Ma abbiamo anche aumentato le recidive oltre a nuovi casi di mal d' Africa. Va tuttavia detto che, almeno dal punto di vista militare, ci abbiamo fano una bella figura. Ma da come sono andate poi le cose e dalla crescente curiosità che q ueste stanno oggi stimolando nell'autorità giudiziaria, circa la gestione e destinazione dei fondi destinati alla cooperazione, sembra proprio che il credito guadagnato in tale circostanza sia stato allegramente dissipato. Ma anche se abbiamo perso il credito accumulato dal nostro Corpo di spedizione il mal d' Africa è rimasto. Anzi, arricchito nella nostalgia del ricordo e dall' astinenza di pratica e situazioni negli scenari che lo sostanziano, si è trasferito pari pari in accumulo nel patrimonio genetico. Tanto da divenire patologia endemica ereditariamente trasmissibile. Non vi è motivo di stupore. Infatti, poiché datiamo i primi contagi e stimolazioni a più di cent'anni fa, avevamo tutte le necessarie predisposizioni. E poi, bisogna dirlo, mentre siamo geneticamente restii a registrare proiezioni che implicano atteggiamento deciso e pugnace, siamo invece molto aperti verso quelli che implicano romanticismo e contemplazione. E sarà forse questo il motivo per cui molti, seppur inconsciamente, vibrano tuttora alle note di Faccetta Nera e sentono vocazione istintiva verso la terra d' Africa. Magari anche solo per trascorrervi più economica e piacevole quiescenza o per mettersi al sicuro da postali curiosità della magistratura o della tributaria. Le valutazioni in merito a tale pato. logia, ferme restando le summenzionate predisposizioni genetiche, non sono ancora del tutto chiare. I più affermano che aiutano gli incredibili colori, i tramonti accesi in tutte le gamme del rosso, gli odori forti e virili di sana traspirazione non filtrata da tessuto, la primordialità, magari ricostruita, dell'ambiente che evoca anche in anagrafe avanzata avventura, cimento e il romanticismo del white hunter. Ebbene, una patologia ben consolidata da sì efficaci stimoli per riesplodere non aveva che da attendere le giuste occasioni. Ed è arrivato l'Ibis. Per memoria dei meno esperti in ornitologia militare si tratta del nome convenzionale della spedizione in Somalia.
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L'Ibis, è bene ricordarlo, è un uccello di tutto rispetto, sicuramente meno chiattone del Pellicano che etichetta i nostri ragazzi impegnati in nobile manovalanza di scarico, carico e distribuzione di cereale e affini in terra Albanese. Non è poi uccello esclusivo, dato che trattasi di famiglia piuttosto numerosa, occupa inoltre una posizione di tutto rispetto nella simbologia religiosa degli antichi egizi. Anche se, bi sogna dirlo, gli esperti in ornitologia militare avrebbero forse dovuto riservare l' Ibis per il Corpo di Spedizione alpino in Mozambico, dato che nella copiosa varietà familiare del . volatile in questione esiste <<l' Ibis eremita» noto per la sua vivace colorazione verde. I paracadutisti e bersaglieri dell''Ibis sono invece in amaranto anche se vestono da lucertoloni con un bel e lmettone tipo «Fritz» ad accentuazione di marzialità. Per carità nessun intento rievocativo in tale denominazione. Lo hanno definito così anche gli americani che sono di più sicura e antica democrazia quando, dopo decenni di titubanti meditazion i, hanno deciso di adottarlo riconoscendone le indubbie valenze positive. Chissà che ora anche i tedeschi prendano coraggio e lo recuperino nel loro eq uipaggiamento. Ma non potevamo andare oltre al Fritz nelle nostre ansie innovative. In fatti non ci si può aJlontanare troppo dalla tradizione: si rischia di perdere l' identità nazionale. Per c ui ci siamo tenuti il nostro bei schioppone fi ne anni '30 ma sottoposto a «remake» negli anni '60. Una nota di romanticismo non guasta mai. E così via per le Afriche. E. dire che all ' inizio la buona novella del nostro ritorno non aveva molto entusiasmato i local i memori di recente passato e neppure gli alleati a stelle e strisce. Circa le titubanze di quest' ultimi le versioni sono contrastanti . C'è chi ammicca accennando sommessa me nte agli interessi petroliferi della CONOCO, chi, più malignamcnte, a certi precedenti storic i che non incoraggiano molto in merito alla nostra costanza e stabilità nelle alleanze. Però ci è andata bene da subito. Abbiamo fatto un' ottima figura in ogni settore, pur senza strizzare l'occhio a lle fazioni locali e al muezzino come fatto in precedenti circostanze. Questa volta si è trattato di una vera e propria operazione militare, la prima del dopoguerra, pur fin alizzata a ri stabilire la fiduc ia (Restar e Hope). Il che prova che non si può ristabilire la fidu cia senza dimostrare determinazione ed energia. Oltre che professionali tà. Ma l'entusia-
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smo, come il mal d' Africa, è contagioso. Quindi, raschiando il fondo del barile delle disponibilità e della fantasia nel settore volatili ci siamo imbarcati anche nell' Albatros. Anch ' esso uccello di tutto rispetto. Vola infatti molto più in alto di altri, soprattutto del pellicano e non sembra proprio un volatile milesente. Abbiamo potuto così vestire anch e i nostri ragazzoni alpini nella tenuta alla
Schwarzkopf per loro non molto familiare. Dato che in montagna le tinte smorte e monocromatiche tirano poco. Anche l'alpino, si sa, ha nei suoi trascorsi milizia non occasionale in terra africana. La penna è svettata pur dalle pietrose solitudini e inconsueti profili delle ambe etiopiche e aride distese somale. Quindi anche lui è partecipe della succitata e ormai nota patologia. E ' da dire che questa volta l' abbiamo privato del prestigioso copricapo e della ancor più prestigiosa penna imponendo una berretta di colore poco stimolante, tipo Aviazione Leggera. L'alpino ha tuttavia imparato subito a indossarla con marzialità e nella giusta inclinazione, il che non è poco dato che l' esperienza di questo tormentato dopoguerra ci ha portati a convenire che il calzare un copricapo ONU non è poi motivo per scoppiare d' orgoglio. Pare infatti che tutti i popoli che hanno visto gironzolare tale copricapo per i loro lidi, tranne poche eccezioni, non hanno poi avuto molti motivi per sentirsi confortati in sicurezza. Come certamente avrà arzigogolato quel ministro Bosniaco prima deli' esecuzione sommaria immediatamente succeduta in bella vista della sua distratta scorta di baschi azzurri. Ma niente paura: i locali possono stare tranquilli. I nostri ragazzoni anche con copricapo azzurro restano sempre alpini. La penna l'hanno nel cuore, e non solo nel cuore. Anche ai piani più · bassi. Quindi un po' di mal d' Africa, un po' di romanticismo e anche di presenzialismo, visto che ci ostiniamo a collocarci in 5" o 6" posizione tra i Paesi più industrializzati, ci stanno offrendo nuove possibilità di temporaneo godimento di posticino al sole. Anche se, dati i costi, sarebbe stato forse molto più conveniente e anche più piacevole andare alle Maldive. Ma nessuno potrà attribuire questa nostra nuova avventura in terra africana a bieco disegno veterocolonialista. Si tratta sempbcemente di incoercibile pulsione storico genetica che viene ·da lontano. Speriamo solo che almeno questa volta ci vada bene. Anche nel poi: qualora dovessimo impegnarci anche nella fase cooperazione e sviluppo.
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IL GOLPE
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Ogni lingua dispone di un proprio lessico che, indipendentemente dai suoni e dai segni , ne registra nei significati le tradizioni storiche e culturali. Grazie poi agli incontri e agli scontri tra individui in va ria aggregaz ione tale less ico si arricchisce mutuando espressioni che, per collegamento onomatopeico o specificità culturale, meglio si prestano a sign ifi care situazioni di comune interesse o comunque di comune verificazione. Basterà citare il tanto che a noi e ad altri è venuto, specie in alcune discipline. dalle lingue greca e latina. Come pure il tanto che oggi ci viene da quella anglosassone: goal, sport, market, in tutte le sue variazioni , background e altre tra cui purtroppo le orribili derivazioni: implementare, ta care e così via. A proposito di tascare, dati i tempi calamitosi in c ui viviamo, è bene precisare c he non significa «inta care» ma assegnare un compi to. Almeno nell' origi nale inglese. Ma, a parte la lingua latina, non abbiamo solo ricevuto ma anche dato. Oggi infatti possiamo con orgogl io affermare che pizza, spaghetti e maccheroni hanno cittadi nanza nel lessico di quasi tutte le lingue su·aniere. Come pure, nostro malgrado, mafia, e ora anche camorra e 'ndrangheta che pur essendo meno blasonate d'antico hanno tuttavia promettenti aree di sviluppo. Il che sembra confermare quanto as erito in merito alt' adozione di espressioni idiomatiche straniere che identifich ino efficacemente specificità cul turali proprie della comunità che le ha originate. Pertanto, volendo sig nificare il concetto del colpo di stato in efficace sintesi semantica non potevamo che utilizzare il termine «golpe». Non tanto per levità di suono, ma per l'arricchimento in contenuti storico/sociali acquisito in Sud America subito dopo la diffusione de li' idioma spag nolo tra le comunità locali quale esito del processo di colonizzazione. Bisogna dire che «golpe» piace anche come fonema. Non per l'atto che implica, ma perché è un sostantivo labi ale, corposo, quasi polposo e insieme gradito anche a chi ama le immagini forti e un po' vistose. Infatti, poiché svolto di norma in area soleggiata e sanguigna evoca, oltre a coreografia e folclore, baffo fo lto .e viri le, occhio scuro e profondo, colori vivaci, uniformi rutilanti e sciabole sguainate. Dal Sud America la sbrigativa soluzione per rinnovare insita nel succitato sostantivo è poi transitata ad altri continenti dimostrando particolare propensione a muovere in parallelo con l'affer-
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marsi in loco dell'ispanico idioma. In genere i golpe, poiché prodotto di cultura latina, non sono molto cruenti e talvolta neppure molto seri. Sono tuttavia sempre molto chiassosi con ampia centralità per l'allocuzione tribunizia e partecipazione ai successivi benefici di familiari e affini del golpista interessato. A volte vi è pure la benedizione dei gagliardetti. Ma questo non significa necessariamente che le cose vadano poi altrettanto morbidamente. Significa solo che chiamandosi golpe l'evento mutua quasi per osrnosi la levità un po' sdolcinata della lingua latina che lo origina. Il golpe manca cioè di quel fascino sinistro, ben più pronubo di durata, insito nella segretezza di preparazione, letale e silenziosa efficienza di esecuzione, che sono qualità tipiche del professionista. Specie quando quest'ultimo opera in ben assimilata e consolidata ideologia. Comunque il sostantivo è ormai entrato con autorità e in latitudine semantica nel moderno esperanto, dato che oltre a sign ificare iniziativa militare poco commendevole evoca anche una certa impostazione ed esecuzione piuttosto pasticciate. Come è capitato persino alla già effi cientissima Armata Rossa a Mosca nell'agosto del '91. Intanto, per fare un golpe ci vuole l'Esercito. Dato che è sempre lui il protagonista. Le altre due Forze Armate, con buona pace dei colleghi in blu e azzurro, possono anche mancare o avere solo ruoli di supporto, opportuno ma non indispensabile. Naturalmente quando non sono d'accordo possono anche disturbare, ma solo temporaneamente, dato che, come il rnitico Anteo, ambedue traggono dalla terra sostegno e alimento. Per cui o l'Esercito ci sta oppure non se ne fa niente. O almeno, per poter fare qualcosa, questo deve dimostrare distrazione o riluttanza all'impegno, come accaduto da noi in quell'ottobre degli anni '20. Quindi l'Esercito è sempre direttamente o indirettamente protagonista. Ma solo, come valenza potenziale. Perché possa essere attuata è indispensabile siano preesistenti situazioni specifiche e peculiari di ordine sociale e culturale. Situazioni che essendo di lontana gestazione e lunga rnaturazione quando esistono sono parte evidente e inequivocabi le delJo stesso contesto'politico e sociale del Paese che lo esprime. E ciò vale particolarmente quando inquadra personale di leva con personale in servizio permanente che è espressione di ceto impiegatizio e borghese medio/basso. n di ~ cor-
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so è diverso se dispone di milizia mercenaria oppure professionalizzata, specie se è a rischio il posto di lavoro. Gli aspetti tecnici del golpe hanno meno rilevanza. O meglio, sono tanto meno rilevanti e ci mentanti quanto più è elevato il reddito pro capite e tecnicamente sofisticata l'organizzazione politico-amministrativa del Paese interessato. Infatti, è più facile bloccare un 'astronave che un carretto a traino animale. Per l' astronave basta uno spillo o uno stuzzicadenti. Qualora l' Esercito sia di leva e non disponga di Quadri monoclasse, perché possa muoversi, e in genere lo fa nella legalità, deve aver avuto presenza attiva nella genesi storica della Nazione, o almeno costituire tradizionale motivo di orgogl io per immagi ne e collegamento al senso di omeostasi della collettività. Hanno a esempio titolo in tale settore, seppur a -diversi livelli, gli Eserciti degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Turchia, Spagna e Portogallo. In assenza di tali presupposti il successo di un golpe ha le stesse probabilità di una campagna pubblicitaria diretta a vendere frigoriferi agl i esquimesi o collant agli Indios dell ' Amazzonia. Eppure qui da noi se ne parla. Perché il parlarne piace. Dà un certo brividino e stimola immagini un tantino morbose. Per cui tira sempre, anche se a crederlo possibile sono in pochi. A molti altri piace pensarlo: per scarsa informazione, o totale disinformazione, a volte per timore irrazionale di milesesente oppure, quando persa ogni fiducia nelle altre Istituzioni ci si aggrappa, ultima dea, all'Istituzione militare nella speranza che sia rimasta pulita almeno quella. A volte poi si evoca il pericolo di golpe per produrre quelle stirnolazioni tardo-resistenziali che il tempo ha sbiadito perché regi. strate in genoma ormai smagnetizzato per anagrafe. D quadro peggiora in ogni caso quando l'evocazione o anche solo l'accenno a possibile golpe avviene in contesto socio culturale storicamente sprovvisto di comune senso dell' umorismo. Quello cioè che con una sana e irrefrenabile risata ci ferma a distanza di sicurezza dal baratro del ridicolo. Per anni ci siamo baloccati con un certo Piano Solo. Dalle difficoltà incontrate in sede inquirente a individuarne i protagonisti sembra che la denominazione convenzionale venisse dal senso e stato di solitudine dell'estensore del Piano stesso. Poi abbiamo avuto una certa Rosa dei Venti. Per gli stessi problemi di
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cui sopra anche in questo caso pare che l'etichetta si riferisse al numero di adesioni auspicato. Infine la famosa marcia su Roma, potenza dei ricorsi, del manipolo di forestali che doveva operare in stretto co11egamento con altro manipolo di irriducibili congiurati ultracinquantenni. Risulta che quest' ultirru fossero poveri in armamenti e consensi ma ricchi di entusiasmo e di dolori artritici. Per cui un improvviso e imprevisto acquazzone ha forse cambiato il corso delJ a storia patria. Nel tempo la nazionale ben nota propensione al compl otto ha arricchito queste nostre indigene pulsioni . golpiste di quell 'arcano che è insito in ogn i segreta consorteria. Ci ha così stimolati e invischiati in sinistri e perversi intrecci in cui nel tempo sono state metabolizzate logge segrete, gladio, massoneria approdando finalmente anche al Rotary. Si attende con ansia la comparsa delle associazioni scautistiche e magari di Comunione e Liberazione. Qualche segretello ce l' hanno sicuramente anche loro, e poi vi è dietro l'ombra inquietante del noto Cupolone che, è bene precisare, non è una grande «cupola» ma il noto coperchio di S.Pietro. Quindi niente paura, non sarà consentito ad aJcuno di privarci delle nostre ansie e timori di golpe. Troveremo sempre qualche personaggio, movimento o associazione più o meno occulta da rispolverare per la bisogna. È un vecchio feticcio che tira sempre soprattutto per restituirei a frem iti e stimolazioni che l'ormai troppo prevedibile e poco incoraggiante sviluppo dei nazi~nali destini ci sembra negare. Insomma: golpe facci sognare!
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ELOGIO DELLA QUARANTENNE E ULTRA
Elogio della q11aranrenne e 11/tra
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In questa rubrica cui è concessa licenza trasgressiva e una certa libertà nell 'argomentare, capita raramente di dover menzionare e debitamente celebrare il sesso normalmente contrapposto a chi professa in uniforme. Contrapposto da sempre nella naturale dia le ttica di rapporto e di processo evoluti vo, ma presto probabilmente complementare anche a valido contrappunto di coscritti maschi che culle sempre più avare e scelte alterna tive sempre più incoraggiate, vedranno congregati in schiere sempre più ridotte ne i nostri istituti di reclutamento. Ho già formul ato previsione e auspic io per questo ingentili mento della nostra tradizionalmente virile e burbanzosa comunità titolando «La vie (mili taire) en rose». Quindi non appare impertinente, conta ndo anche sull a d isponibi le be nevole nza di chi sanz iona il di ri tto aJI 'ospitalità in Rivista Militare, celebrare ricordo, atte nzione e omaggio a queste nostre insostituibili partners oggi compartecipi solo ne lla gestione familiare, e domani anche delle cure e delle ansie di governo del nostro viri! sodalizio. Me ne è venuto impulso e ispirazione nel corso di momento social/salottiero con alcune non più verdissime esponenti del gentil sesso virando in conversazione dai soliti convenevoli routinari a settori di più matura e impegnativa dissertazione. Per dirla in c hiaro, centrando il cimento conversativo su quanto donna conserva, migliora, o peggiora nel tempo in fe mminil ità e avvenenza. Quindi in appetibilità. Soggetto indubbiamente impegnativo nel quale non a caso i sostantivi femminil ità e avvenenza sono stati sostituiti a quello abusato di bellezza, tradizionalmente di significato prevalentemente fisico. I parametri a contenuto prevalen. temente fis ico sono infatti troppo individualizzabili e non solo per effetto di anagrafe, ma anche perché inducono nel maschio attenzione e interesse spesso fmalizzati solo a biblica conoscenza. Femminilità e avvenenza sono invece quali tà onnicomprensive indotte dal comporsi di caratteri, quali tà e atteggiamenti c he pur non sempre esclusivi della donna sono in questa più facilmente idealizzabi li. Tali caratteri e qualità confluiscono in quel tutto che forma la donna compiuta. Non decrescono necessariamente nel tempo ma, quando ben coltivati , ne esaltano l' immagine fi no a compensare o addirittura a obliterare le inevita-
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bili smagliature e allentamenti che il tempo stesso opera sul substrato me no spirituale del corpo femminile. Rammento quando in pubere età guardavo con disagio e malcelata mestizia la donna in «area quaranta» perché considerata prossima se non già oltre il traguardo dell' anche più libera e spregiudicata appetizione. Ci trovavamo allora a vivere in momento poco provveduto da innovazione ove le cure domestiche da sempre onerose e antagoniste di audacie notturne e di mantenimento di grazia nell'aspetto e nel comportamento erano del tutto assolte dall'energia muscolare delle nostre intrepide e sacrificatissime partecipi di talamo e di reddito. Il trasferimento all'energia elettrica di tutto quanto pri ma devoluto aJI'energia muscolare, se ha favor ito indi scutibilmente progresso econom ico ha ancor più indiscutibilmente affrancatole nostre donne dalla schiavitù delle cure domestiche. Almeno come fatica fisica. Quindi la malinconica sentenza: «poveretta ha già compiuto i quarant'anni» ha, in parallelo all' immissione sostitutiva del1a succitata energia, perso gradualmente valore e attual ità muovendo i1 suo scenario di attestazione anagrafica verso quote sempre più elevate. Possiamo dire che è uscita dalle certezze consolidate dell 'oggetti vità per entrare nell ' indeterminato possibi1ismo dell'individualità: «ha superato da tempo i cinquanta, ma chi lo direbbe mai, è ancora una donnina più che desiderabile>>. Ma é bene dirlo subito, non sempre il maschio tipo matura nel tempo tale raffinatezza di giudizio. E' noto infatti che costui, a raggiunta pubertà, disdegna la coeva e appunta curiosità e libido su partner più matura, sia per ansia conoscitiva sia per non dover pagare lo scotto di esperienza esibita e non posseduta alla succitata e sempre più smaliziata coeva. Tale proiezi.one decade tuttavia nel tempo e, come certi fenomeni noti in termodinamica, si verifica a un certo momento della vita una sorta d'inversione termica per cui il maschio in questione appunta sempre più retroverso in anagrafe sino ad attingere il dominio ahimè immanente del grottesco. Alludo all'ultraquarantenne in apertura vi llosa con medaglione pendulo, che sfida le affezioni delle prime respiratorie e l'inevitabile enfisema sui 60, pi lotando tronfio una tuonitruante biruote sovrapotenziata mentre in acquoso ammiccamento di donzelle in sboccio. Qui naturalmente si sconfina nell 'asterisco non general izzabil e, poiché non tutti gli
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ultraquarantenni hanno la moto e il petto villoso ... L'immagine va naturalmente adeguata, anzi completata, per il maschio in uniforme. Questi infatti di spone anche di suoi specifici ed esclusivi piumaggi che gli consentono di competere se non vittoriosamente almeno in originalità con i maschi milesesenti o milescompiuti. Infatti il corredo araldico, che vediamo sempre più arricchito di simboli, anche per iniziative locali, e qualche piccolo aggiustamento alle vestimenta aiutano molto ad accentuare il richiamo nel momento in questione. Aiuta per esempio la manica rimboccata, l' evidenziazione del polpaccio e della coscia nella tenuta da campagna oltre ad altri piccoli ritocchi. Ma qui va detto che aggiustature e ritocchi servono anche a correggere una certa visione che nostro Commissariato ha del biotipo· italico, per cui il paraginocchio ce lo troviamo di norma all'altezza del malleolo, le tasche che emergono ad armonica dalla giubba decorandola lateralmente di inaccessibili rigonfiamenti, e frontalmente con strane aggettanze evocanti geometriche turgosi mammarie. Ma non basta. n volto deve essere virilrnente abbronzato come pure il bicipite, quando esposto nature. Se manca il sole o l'occasione di esporvisi non ha importanza, dato che soccorre la lampada: basta dedicarle qualche minuto al giorno e immagine della salute e dell 'efficienza è garantita. Qualche ritocco oscurante alla basetta non guasta: il fascino della tempia grigia è infatti solo un'immagine letteraria. Nessun problema poi se il ritocco è esteso anche al resto della chioma o al vari/orientato riporto. E così il tempo, almeno per il momento, è stato fermato. L'obiettivo raggiunto. A tale frenesia di apparire si oppone invece nella femmina acculturata in stesso tran. sito di anagrafe un'autoversa ticerca di arricchimento. Più intuitiva e spesso anche più razionale, la nostra controparte coglie infatti la totale inutilità del contendere nello scoprirsi e nel gestuare con le più verdi concorrenti e, in più assidua e attenta concentrazione dietetica, scopre quanto di sapore, di calore e di meraviglia vi sia nella inquietudine e nei colori che precedono le più fredde chiusure del tramonto e dell' inverno. E su questo accentua, assistita da cosmesi, da gusto e da letture appropriate, quel tesoro latente di femminilità custodito a ri serva quando più facile e invitante era l'estroversione del fresco e del sodo. Nulla più alletta l' uomo, che
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non sia preda degli stimoli del primate, di quell'ansia irrequieta, riproduzione e recupero dei tremori dell 'adolescenza, che viene dal mirare il frutto maturo e promettente deliziosamente ornato e tenuamente velato d ' inespresso allusivo delle nostre quarantenni (e ultra). Ne abbiamo prova nel diverso atteggiamento che maschio coetaneo esprime quando appunta ad area immediatamente postpubere oppure quando in aspettativa d'interesse e concessioni in tangenza anagrafica. Nel primo caso infatti millanta in fisico e professione, esibisce, sollecita, spesso schiuma e traspira, sempre produ- . ce godibile quadro di senile intemperanza in gioco estroverso di ultime risorse. Nel secondo caso transita invece dalla clava al fioretto. Rispolvera passati florilegi nel dire e nello scrivere, indugia nel drappeggio e nel cosmetico, attenua asprezze e angolosità che possano urtare, si rieduca nel gusto, atrofizzato da salse troppo speziate e quindi desueto ai sapori sottili, esalta insomma ogni percettività dei sensi interni ed esterni. Ed è così che il maschio in questione cogl ie premio già nei preliminari e assapora delizia di conquista suggendone l'aspettativa con tale intensità da renderne quasi pleonastica l'attuazione. Bene, che dire di più? Le nostre splendide quarantenni e ultra non solo mantengono ma anzi ampliano il loro già vasto scenario di appetizione. Sono infatti gratificate non solo dalla consapevolezza di aver invertito le drastiche leggi del tempo, ma anche dal fatto di poter in questa loro nuova dimensione produrre o favorire il rilancio del maschio quando questi , in età difficile, accentua vulnerabilità e distrazioni verso aree pericolose paganti solo nell ' immediato. Questo mio elogio della maturità femminil e, cui ho voluto opporre solo con intento provocatorio il maschio coevo, mi viene dallo scenario di vita che, specie in quest' ultimo decennio, ha visto nella donna spostare sempre più avanti nel tempo la sua appetibilità. Inoltre dal desiderio di tributare un doveroso riconoscimento a quelle nostre compartecipi di reddito, modesto, che pur nelle cure e nelle angustie che la mobilità di residenza produce per insicurezza di parrucchiera ed estetista, riescono a rendere meno gravoso questo nostro faticoso procedere verso la qu iescenza o l'aspettativa per riduzione di Quadri. Questo è quanto hanno tentato di rendere, forse inadeguatamente, le presenti divagazioni. A suggello e ulte-
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riore chiarimento d'intenti, per dirla in parafrasi con l' Aretin poeta tosco, ci verrebbe da dire: «se foss i saggio qual sono e fui torrei per me tutto ciò che in femmjna é maturo e fatto e l'acerbo, traspirante e inespresso lascerei altrui ... ».
INDICE Prefazione Qualche parola per il lettore Informazione militare e pubblica opinione L'immagine Dei diritti e dei doveri La mamma Dulce et decorum est pro patria mori Le vie (militaire) en rose La volpe antimilitarista Il fascino discreto della regionalizzazione Jnshallah Ustica Usti ca Mare nostrum La spartizione Senza rete Part time Ipotricosi e perestroika La minaccia La riconversione Elogio del gall one Gladius interruptus Pizza al taglio Monoirenomania Orario e straordinario Il trionfo della medicina I professionals Armiamoci e partite Il crepuscolo dei signori Il disarmo ¡ Obietto ergo sum Un modellino di difesa Forza Paris e Vespri Siciliani La tagliola Effetto acronimo Il passaggio del testimone La metastasi del nastrino Anonimo rniliziano Mal d'Africa Il golpe Elogio della quarantenne e ultra
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LV!l7RIVInA miLITARE Direttore responsabile Pier Giorgio Franzosi Pubblicazione cumta da: Augusto MaSLrofini, Mas.~i miliano Angeli ni Grafica di Antonio Dosa
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