&mRIVInA miLITARE Direttore responsabile Pier Giorgio Franzosi
Quaderno 1992 @) [
1992
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scienloflca rlservala
Via eli S. Morto 8 00186 Roma Autorizz.aziont del tr ibunale di Roma
al n. 944 del Registro ton Decreto 7¡6¡ 1949.
GENERALE GUALTIERO STEFANON
PAOLO CACCIA DOMINION! DI SILLAVENGO
IL RICORDO DI UN UOMO
!ilZll RIVInA
miLITARE
PRESENTAZIONE
Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, Colonnello del Ruolo d'Onore dell'Arma del Genio, già Comandante del XXXI Battaglione Guastatori in Africa Settentrionale nei giorni di ferro e di fuoco della battaglia di El Alamein, è deceduto a Roma il12 agosto 1992. Nato a Nerviano, in provincia di Milano, il 14 maggio del1896, conte e barone, 14° Signore di Sillavengo, ha speso i 96 anni della propria lunga vita, «COn scarso rendimento pratico>>, come soleva dire di sé, {{ma certamente con poche ombre>>, mosso idealmente da un radicato e cosciente senso del dovere. Dovere verso la Patria, intesa come valore etico e come collettività sociale, compiuto indossandone l'uniforme per quasi 12 anni e combattendo per Essa nelle due Guerre Mondiali, nella Campagna per la conquista dell'Africa Orientale e nella Resistenza. Dovere verso il prossimo, sentito come ideale da perseguire concretamente e come imperativo interiore, assolto svolgendo altri 14 anni di volontariato, in Africa Settentrionale, nella ricerca delle salme dei soldati di ogni Nazione caduti, in terra d'Egitto, combattendo per il proprio Paese. Dovere verso se stesso e verso il proprio modo di essere, sentito come un impegno da mantenere sempre, anche nei momenti avversi, e trasfuso in uno stile di vita fatto di modestia e di riservatezza proprie di altri tempi, di grande e profonda umanità, di assoluta chiarezza e concretezza di 3
propositi e di signorilità innata, scevra da inutili formalismi. Mente poliedrica, poliglotta, ricco di sensibilità artistica, capace di esprimersi in modo inimitabile scrivendo e disegnando, Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, ingegnere ed architetto, scrittore ed artista oltre che soldato, ha impresso spontaneamente alla propria vita avventurosa e multiforme una carica di continuo esempio e di concreto insegnamento. Tutti coloro che hanno vissuto con lui, in guerra ed in pace, coloro che lo hanno avvicinato nei lunghi anni in cui egli ha maturato il proprio sentimento interiore, esprimendolo in quel modo inconfondibile che lo completava e lo rendeva chiaro a chiunque, tutti quelli che lo hanno conosciuto, infine, hanno sentito la forza di quell'esempio ed il valore di quell'insegnamento, che emanavano dalla sua personalità come un fluido: tutti ne sono rimasti colpiti divenendone, a loro volta, partecipi. Nessuno mai lo potrà dimenticare. Le opere da lui compiute in ogni campo saranno il volano con cui il suo ricordo verrà trasmesso alle nuove generazioni, che in quelle precedenti cercano sempre, a volte esigendoli, i valori in cui credere. Ed il retaggio morale lasciato da Paolo Caccia Dominioni continuerà a dare sempre i propri frutti. L'Esercito Italiano lo annovera tra gli Uomini migliori che, nel nome d'Italia, hanno servito nelle sue fila e continuerà a portargli perenne gratitudine cc ••• per quanto egli ha fatto per la Patria e per l'insegnamento che è scaturito dalle sue azioni, dal suo stile di vita e dalla sua fervida tensione morale». E continuerà a ricordarlo indicandone la figura, come esempio e come modello ideale, ai giovani soldati di domani. 4
LA VITA
La prima Guerra Mondiale
Quando l'Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria, il24 maggio 1915, Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, imberbe studente diciannovenne, vive a Palermo, iscritto al3° anno di ingegneria nella famosa Università siciliana. I primi anni della sua vita erano trascorsi in Francia, in Austria-Ungheria, a Fiume, allora au striaca, in Tunisia ed in Egitto al seguito del padre, il Ministro Plenipotenziario Carlo Caccia Dominioni, diplomatico di carriera. Quel continuo peregrinare, per il bimbo, l'adolescente, il ragazzo che via via cresceva ed osservava il mondo intorno a sé, era stato uno stimolo educativo di grandissima importanza, un periodo magico, che il giovane Paolo non avrebbe mai dimenticato e che gli avrebbe consentito di farsi una prima idea della vastità del mondo, delle diversità esistenti tra gli uomini, tra le loro culture e le loro civiltà. Ed anche di impararne le lingue, le usanze, i costumi, acuendogli dentro un'innata capacità di intuire e valutare di getto persone, fatti e situazioni. Altri due talenti naturali erano andati via via sviluppandosi in lui in quegli anni: una grande capacità di esprimere il proprio sentire scrivendo, in uno spontaneo equilibrio di analisi e di sintesi e con uno stile che sarebbe divenuto sempre più efficace e convincente. Un'altrettanto grande capacità nel disegno dal vero, ossia di saper 5
«vedere» le cose che lo circondavano, di interpretarle e di rappresentarle sulla carta in modo reale ed artistico. Sono dell9 11, allorché aveva 15 anni e viveva a Fiume, una serie di disegni tra cui quelli di alcune navi da guerra au stro-ungariche che stazionavano in quel porto o vi facevano scalo. A l 7 anni il ragazzo che, nel 1913, si iscriveva a l Regio Politecnico di Milano, 1° anno della Facoltà di Ingegner ia, aveva così già den tro di sé il sottofondo culturale ed etico su cui sarebbe venuta via via modellandosi la sua straordinaria personalità poliedrica: di soldato, d'ingegnere, di scrittore, di artista, di Uomo. Nella Milano di quegli anni, retta da una borghesia illuminata, indu striosa, seria e capace, erede del travaglio r isorgimentale dei cui valori era profondamente permeata, il giovanissimo studente universitario avrebbe trovato il terreno più fertile in cui far crescere i semi raccolti ed accumulati nell'infanzia e nella prima giovinezza. Il Regio Politecnico, come le altre facoltà dell'Università ambrosiana, annoverava, tra i propri iscritti, i figli di quella stessa borghesia e della nobiltà milanesi, le cui famiglie erano i pilastri portanti della società di quei tempi ed i cui punti di riferimento irrinunciabili e fermi erano la Famiglia, il Re e la Patria. Di lì a pochi anni, nel fatidico 24 maggio, quegli stessi loro figli sarebbero accorsi volontari, in massa, sotto le Bandi ere della Patria, nello slancio di essere tra i primi a partecipare al cimento e profondamente convinti che tale offerta di sé fosse un loro preciso dovere. Tanto radicato senso di responsabilità sociale sarebbe stato pagato a caro prezzo. Nei quattro duri e sanguinosi anni di guerra che sarebbero seguiti, più di 22.000 giovani Sottotenenti di complemento di l a nomina, per la gran parte volontari e provenienti dalle famiglie della borghe6
sia e della nobiltà italiane, sarebbero caduti in combattimento: come di re che ogni plotone di quei 600.000 soldati le cui vite furon o spezza te dalla guerra aveva alla testa, anch'esso caduto, il proprio giovane com andante. Il mattino di quel 24 maggio, appena sentito della dichiarazione di guerra all'Austria, anche Paolo Caccia Dominioni, iscritto a ll'Università di Pa lermo perch é più vic ina a Tunisi, ove il padre era in servizio come Console d'Italia, corse al Distretto Militare per a rruolarsi volon tario. A differenza dei suoi amici più cari e di suo fratello Cino, più giovane di lui di due anni, a rruola tisi a Milano ed assegnati quasi tutti a l Corpo degli Alpini, Paolo fu incorporato nell0° Reggi mento Bersaglieri« bis», X Battaglione, 11 3 Compagn ia «volontari ciclisti», il cui primo compito di guerra fu ... la sorveglianza della costa siciliana, con sede del reparto a Termini Imerese. Vi sarebbe rimasto sino al novembre, quando venne inviato all'Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, per frequentarvi il corso Allievi Ufficiali di complemento del Genio. Nel febbraio 19 16, nominato Aspirante, è assegnato al 4° Reggimento Genio Pontieri in Piacenza, 16a Compagnia. Nel maggio dello stesso anno, promosso S. Tenente, raggiunge con il proprio reparto la zona di guerra, prima sul F. Brenta poi, il 3 agosto, sul Fiume Isonzo. Il m ese successivo ha «il battesimo del fuoco»: la battaglia per la presa di Gorizia. La 163 Compagnia Pontieri vi partecipa prima costruendo e manovrando un traghetto sul F. Vipacco, poi concorrendo ad un'azione locale di penetrazione per occupare l'abitato di Gabria. Poche case attorno ad una piazzetta col pozzo, tutte demolite dal fuoco di artiglieria. Tutte tranne una, «.. .la più grande, a tre piani, robustissima, con la Croce Rossa sul tetto». Rannicchiato dietro al pozzo, per sfuggire a l fuoco au7
striaco, Paolo Caccia Dominioni non immaginava certo che, di lì a 50 anni, avrebbe vissuto a lungo in quella casa, con moglie e figlie, intento al proprio lavoro di ingegnere e di seri ttore. Promosso Tenente nel febb raio 1917, il 18 maggio di quell'anno ha il compito di gittare, con due plotoni pontieri, uno della 14a ed uno della 16a Compagnia, un ponte di barche per concorrere al forzamento dell'Isonzo, davanti ad Aiba. All'alba del 15, sul ponte appena varato, transita di slancio il Battaglione Alpini «Cervino» che, rinforzato dalla 36a Compagnia Zappatori, occupa l'abitato di Bodres. Più a monte, davanti a Loga, su di un secondo ponte gittato dagli a ltr i plotoni delle due compagnie pontieri, il 37° Battaglione Bersaglieri, sostenu to dalla 26a Compagnia Zappa tori, supera il fiume e si impadronisce della località. Due giorni dopo gli Austriaci contrattaccano, con l'appoggio di un violentissimo fuoco d'artiglieria che batte i ponti danneggiandoli e mettendoli continuamente fuori servizio. Alpini, Bersaglier i e Zappatori devono ripiegare ed i Pontieri devono far miracoli per garant ire prima il deflusso dei n umerosi feriti, poi quello dei reparti in ritirata. Il Tenente Sillavengo viene ferito durante l'azione, ma continua a mantenere il comando dei propri uomini sino a che l'ultimo Alpino del «Cervino» è rientrato nelle nostre linee. Per il suo comportamento nell'azione verrà decorato con una Medaglia di Bronzo a l Valor Militare. Nella sarabanda del combattimento non ha però rinunciato a guardarsi attorno ed a fissare nella mente, e sulla carta, i volti dei soldati che vi partecipano. Dopo 70 anni, nel1987, nonostante i 91 anni felicemente compiuti, il ricordo di quel giorno è sempre vivo nel Tenente di a llo8
ra ed un nuovo, più grande disegno, lo riporterà alla memoria degli eredi di quei reparti. Gli esiti della ferita, uniti ad una grave forma di dissenteria e ad un forte esaurimento fisico costringono il Tenente Sillavengo, nel giugno del 1916, prima al ricovero presso gli Ospedali Militari di Tarcento e di Udine e poi ad un breve periodo di degenza al convalescenziario di Tricesimo. Qui sente della creazione di una nuova specialità dell'Arma del Genio, i lanciafiamme, per la quale si richiedono uomini dotati di grande coraggio e di nervi molto saldi, destinati ad operare tanto vicini al nemico da poterlo guardare nel bianco degli occhi. Chiede subito di esservi assegnato e lo acconten tano, senza alcuna difficoltà. Destinato alla 23 Compagnia Lanciafiamme, nel luglio 1917 raggiunge il reparto, in trincea sulla spietata prima linea del Carso, settore della 3a Armata. Là dove, come dirà egli stesso, « ... si respira vera aria di guerra. Aria di Fanteria!» La compagnia viene impiegata prima nel settore di Dolina Pera, tra l'agosto ed il settembre, ed il Tenente Sillavengo vi sarà ferito una seconda volta. Poi, in ottobre, nel settore ben più aspro tra Dolina Gabucci e Quota Innominata. Il disastro di Caporetto incide pesantemente anche sui lanciafiammisti della 2a Compagnia, ch e dopo aver ripi egato sino a San Donà di Piave si contano:« ... 154 presenti, dei 400 che eravamo in linea sul Ca r so pochi giorni fa ». Riordinatasi e r iequipaggiatasi a Montecchio Emilia, il l o dicembre 1917 la Compagnia è di nuovo in linea, sul fron te della Valsugana, ed il Tenente Sillavengo rit rova il fratello Cino, Sottotenente del Battaglione Alpini «Stelvio», ove comanda una sezione mitragliatrici. A vent'anni, Cino ha già sulle spalle due anni di guerra e si è guadagnato una Medaglia d'Argento ed una Croce di Guerra a l Valor Militare. 9
I due fratelli sono molto legati tra loro ed il Tenente Sillavengo si sente un po' responsabile per Cino. Ci si manterrà in qualche modo in contatto anche mentre partecipa, con i propri lanciafiamme, all'aspra battaglia delle Melette, nel settore di Foza. Nemmeno un principio di congelamento ad un piede riesce a toglierlo dalla linea prima della fine dei combattimenti. E viene il giorno per lui più doloroso, quello in cui Cino cade. Nel corso di un attacco lanciato dal Battaglione «Stelvio» sul Monte Cornone, il Sasso Rosso di Valbrenta, il giovane ufficiale ha condotto la propria sezione in un'azione ardita, da lui stesso ideata ed organizzata. A su ccesso già conseguito la fucilata di un Austriaco superstite lo colpisce, fulminandolo. Era il28 gennaio 1918. Il Tenente Sillavengo farà in tempo a vederlo un'ultima volta e ne assisterà alla sepoltura, in un cimitero di guerra. Inviato subito dopo in licenza, Sillavengo raggiunge i genitori a Tunisi. A seguito della morte del fratello e dei postumi delle ferite e del congelamento, non tornerà più in l a linea. Trasferito al 9° Reggimento Genio, di stanza a Tripoli, è assegnato come comandante al Distaccamento della Compagnia Zappatori-Minatori presso il Forte di Sidi Abdel Krim, ad est di Tagiura, dove rimarrà sino alla fine della guerra. La prima parentesi militare del Tenente Sillavengo volge ormai alla fine. Il 1° dicembre 1918 è nominato Comandante della Compagnia Zappatori-Minatori, di stanza a Tripoli. Il 3 aprile 1919, r impatriato per riprendere gli studi universitari, rientra al Reggimen to Pont ieri, a Piacenza, o ve viene collocato in licenza sino a lla concessione del congedo assoluto, il 16 febbraio 1920. lO
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Gli anni di guerra sono stati lunghi e tragici, anche se vissuti con l'animo e la spensieratezza del ragazzo entusiasta, che è però divenuto sempre meno giovane e sempre più cosciente della reale fragilità della vita. Nella grandezza della prova non ha però mai perso la propria forza interiore, la capacità di guardare gli avvenimenti con occhi indagatori e critici, tesi a conoscere ed a comprendere il perché di ciò che accade attorno a lui. Ha soprattutto imparato a conoscere ed a comprendere, in tutti i suoi aspetti umani, il soldato, il cittadino italiano in uniforme, e ne ha intuito le grandi, incredibili capacità quando ben comandato. Ha raccolto esperienze preziose, che lì per lì sembrano fine a se stesse ma che si riveleranno invece utilissime sia da borghese, sui cantieri di lavoro ove ritroverà quello stesso cittadino come operaio, sia quando l'Esercito, in un futuro non tanto lontano, avrà ancora bisogno di lui.
L'Africa a) Libia
Il l O dicembre 1931 il Tenente Sillavengo è di nuovo in uniforme, richiamato in servizio e destinato a Tripoli, al Comando Genio del Regio Corpo Truppe Coloniali della Tripolitania. La grande Colonia libica, conquistata nel 1911 e controllata, nei primi tempi, solo lungo la fascia costiera, non ci è ancora ben nota nella profondità dell'interno e meno che mai all'estremo sud, lungo il confine con Nigeria. Nel quadro delle r icognizioni e delle esplorazioni geo-topografiche progettate dal Governatorato della Co11
lonia uno degli obiettivi, il più remoto, sono i pozzi e l'oasi di Tummo, nel profondo de lla regione del Fezzan, sullo spigolo nor d occidentale dei Monti del Tibesti, a l confine tra Libia e Nigeria. Si trat ta di riconoscerli, con trollarne r ilevamento eriporto sulle carte topografiche, definir ne la posizione in territorio libico e, quindi, la sovran ità. Nell'immensità del Sahara i pozzi sono un punto di grande valore strategico, sia perché naturale incrocio di piste carovaniere da e per la Libia, sia perché risorsa logistica di estrema importanza militare. Distano da Tripoli più di 1000 chilometri, tutti lungo piste desert iche, e dovranno essere raggiunti da un reparto del 2° Gruppo Meharisti, in parte montato su a utocarri ed in parte camellato. Il Tenente Sillavengo è assegnato alla spedizione come u fficiale del Genio, incaricato di svolgere il lavoro di rilevamente topografico. L'impresa durerà circa tre mesi e per Paolo Caccia Dominioni sarà un'esperienza affascinante, una specie di Parigi-Dakar «ante litteram», un 'avventu ra ogni giorno, ch e egli annoterà come sempre in un diario, per riportarla poi in uno scritto inedito, «Pattu glia Sahariana». Pagine in cui alla narrazione degli avvenimenti è mescolata la leggenda del deserto ed i m iti dei Tuareg. Compiuta la missione la «Pattuglia» rientra a Tunisi, verso la fine di marzo del1932, ed il giorno 31 il Tenente Sillavengo è posto nuovamente in congedo. Il 27 ottobre di quello stesso anno viene promosso Capitano, a scelta. b) Africa Orientale
Nella primavera del 1935, a lle prime avvisaglie del conflitto che opporrà l'Italia all'Impero Etiopico, l'Eser12
cito mobilita e trasferisce in Somalia ed in Eritrea le unità da impegnare nel futuro teatro d'operazioni. L'ingegner Sillavengo è a Beirut, impegnato in una serie di lavori progettati e diretti dallo studio tecnico da lui fondato e gestito al Cairo, con amici professionisti stranieri, sin dal1924. E lì lo raggiunge, il 25 marzo del1935, il nuovo richiamo in servizio. Destinazione: Regio Corpo Truppe Coloniali, ma d'Eritrea, questa volta. Il 9 maggio si presenta a l Comando Superiore Genio dell'Africa Orientale, ad Asmara, per essere assegnato prima all'Ufficio Lavori del Comando stesso, poi alla 2a Divisione Eritrea, a Senegaiti, dove si ritrova tra gli «ascari», i meravigliosi, impareggiabili soldati di colore -eritrei, somali, sudanesi- che in quegli anni servivano l'Italia, con devozione e con grande fedeltà, nei ranghi delle nostre Truppe Coloniali. Nei mesi successivi li comanderà in azione, dedicando parte del suo tempo a studiarli, capirli e ... disegnarli, in immagini che ancora oggi ci riportano, vivi e reali, quegli uomini ed il loro mondo, ormai scomparsi da tempo. Prima fase della campagna contro l'Etiopia fu quella organizzativa, importantissima e da svolgere con grande cura e buone capacità di previsione, specie sul piano logistico, data la lontananza della zona d'operazioni dalla Madre Patria e le particolari caratteristiche di quel terreno e di quell'ambiente naturale. Sul piano informativo era inoltre necessario conoscere, con la maggior precisione possibile, intenzioni ed atteggiamenti di Gran Bretagna e Francia le cui colonie Kenia, Sudan, Somalia Britannica e Francese -erano situate attorno all'Etiopia e dalle quali lo svolgimento dei p iani operativi italiani poteva essere minacciato. La seconda fase, quella militare vera e propia, iniziò il 3 ottobre 1935 e si concluse il 5 maggio 1936, con l'in13
gresso in Addis Abeba delle forze naziona li e coloniali agli ordini del Generale Badoglio. Nelle linee essenziali le operazioni furono condotte sviluppando, con manovra a tenaglia, un duplice at tacco: da nord, con base di partenza l'Eritrea, operò il complesso di forze di maggiore potenzialità, comandato inizialmente dal Generale De Bono, sos tituito poi da Badoglio; da sud, con base di partenza la Somalia, mosse un secondo complesso di forze, meno potente ma non meno agguerrito, agli ordini del Generale Graziani. Obiettivo di ambedue i complessi era Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia. Lo svolgimento delle operazioni, contraddistinto da grande celerità, elevata decisione ed impegno sin nei reparti minori e nei singoli uomini, fu caratterizzato dall'impiego di unità corazzate leggere, di unità aeree strettamente cooperanti con quelle terrestri, di forti masse di veicoli da trasporto per a limentare e sostenere le colonne d'attacco nella loro celere marcia in avanti. Il tutto in un territorio pr ivo di ferrovie, di strade e, inutile dirlo, di aeroporti. Vennero impiegate insieme Grandi Unità dell'Esercito metropolitano e della Milizia Volon taria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), trasferite dall'Italia, e Grandi Unità coloniali Eritree, gli «ascari ». Nella prima fase di tale quadro, dopo brevissima permanenza alla 2a Divisione Eritrea, il Capitano Sillavengo viene convocato al Comando Superiore, ad Asmara, Ufficio Informazioni. «Un ufficiale deve andare nel Sudan, per vedere cosa stanno facendo gli Inglesi, ed informarci. Deve parlare inglese ed arabo e non deve essere conosciuto laggiù ». È lo stesso Sillavengo che, «digerito» il particolare incarico, individua il modo di assolverlo. Il Dipartimento Egiziano per l'Irrigazione, da qualche 14
tempo, aveva chiesto a l suo studio del Cairo una serie di disegni prospettici di alcune dighe sul Nilo, nel tratto sudanese del fi ume. Parte del lavoro era già stata eseguita, ma ne rimaneva a ncora da fare tanto da fornire una buona copertura. L'idea è accettata. Al Capitano Sillavengo verrà concessa una lunga «licenza di convalescenza», entro i cui termini l'ufficiale potrà tranquillamente ritornare al Cairo e riprendere il lavoro interrotto. Attorno a lui verrà creata una ret e occulta, denominata «rete K» informativa del Sudan, composta da un ufficiale di Stato Maggiore, (agente K l ) con il compito di capo della rete, che opererà al Cairo come «professore universitario, geologo ed antropologo, investito di una missione di ricerche etnografiche lungo l'Alto N ilo»; da Sillavengo (agente K2); da un funzionario dell'Ala Littoria, l'Alitalia di quei tempi (agente K3); da un Sergente pilota della Regia Aeronautica, Felice Augusto Chiapusso, camuffato da pilota dell'Ala Littoria ch e, con un monomotore «Breda 30» civile, svolgerà il servizio di collegamento e trasporto di personale isolato o di parti di ricambio t ra i vaii scali ed intanto guarda ed ascolta (agente K4); un greco, Nicola Kartopulos, «uno strano tipo solitario, che vive da trent'anni nel Sudan , scomparendo ogni t~nto a caccia di leoni e di leopardi, e ch e ... ha sempre bisogno di denaro» (agente KS); dal «vecchio Soliman Osman, della cabila dei Kurabab, un sudanese che ha servito nelle truppe coloniali eritree raggiungendovi il grado di «sciumbasci» (sottufficiale comandante di plotone) e che vive ad Abu Hammed, importante stazione ferroviaria nodo di scambio sulla ferrovia tra Kartum e W adi Haifa, a l confine tra Egitto e Suclan (agente K6); infine dall'«ascari» Bescir Abdallah el Kawawir, un nubiano volontario nel II Gruppo Artiglieria da montagna eritreo, 23 Divisione (agente K7).
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L'avventura comincia il 13 luglio 1935 e si concluderà il 13 ottobre di quello stesso anno, dieci giorni dopo lo scoppio delle ostilità con l'Etiopia. Il Capitano Sillavengo lavora ai propri disegni delle dighe di Gebel Aulia, sul Nilo Bianco, e di Sennar, sul Nilo Azzurro, ed intanto viene a sapere che, nel mese di settembre, gli inglesi iniziano la costruzione di un nuovo aeroporto nella zona di El Obeid, 250 km a sud-ovest di Kartum ed a circa un 'ora di volo dal confine con l'Etiopia; che a Kartum sono arrivati, smontati ed in casse, 18 nuovi aerei da bombardamento, il che porta il totale dei velivoli britannici in Sudan a 40, di cui 28 bombardieri; che a lla fine del mese, a Cassala, vengono rilevati grossi movimenti di trasporti di truppe e di materiali verso il confine tra Sudan ed Eritrea. Quando scoppiano le ostilità contro l'Impero Etiopico, protetto dall'Inghilterra, il terreno comincia a scottare per la «rete K ». Il 13 ottobre il Capitano Sillavengo, completata la propria missione, si imbarca a Porto Sudan con rotta per l'Italia, ove rimarrà sino al termine della «licenza di convalescenza». Per l'impegno con cui ha eseguito i propri compiti di «agen te K2 » gli viene tributato un Encomio Solenne. Il12 gennaio 1936 è di nuovo all'Asmara, per un secondo impiego in terra d'Africa: l'azione della «Pattuglia Astrale». Il braccio settentrionale della tenaglia destinata a chiudersi su Addis Abeba doveva essere composto da un complesso di forze principale, incaricato di superare la resistenza dell'esercito avversario e di raggiungere ed investire la città, fiancheggiato da un dispositivo d'ala che ne proteggesse il fianco destro da eventuali minacce provenienti dal Sudan. Quest'ala marciante doveva muovere nelle aspre re16
gioni dell'Uolkafit e dell'Amhara, tra i fiumi Setit ed Angareb e tra quest'ultimo e l'obiettivo principale assegnatole: il Lago Tana. L'azione doveva essere svolta con le forze articolate in due colonne: la prima, costituita dal Raggruppamento Celere del Bassopiano Occidentale, comandato dal Colonnello Gastinelli, sarebbe partita da Omager, sul F. Setit, con obiettivo il villaggio di Abd el Rafi, sul F. Angareb; la seconda, la Colonna Celere dell'Africa Orientale, comandata dal Console Generale Starace, della M.V.S.N., avrebbe mosso a sua volta da Omager, dopo la conquista di Abd el Rafi, ed avrebbe puntato diritta a sud, avendo come obiettivi successivi il solco del F. Angareb, la città di Gondar ed il Lago Tana. Il movimento delle colonne doveva essere il più celere possibile, per non dare tempo all'avversario di comprendere gli scopi dell'azione e di organizzarsi per ostacolarla. Ci si doveva però inoltrare in territori pressoché sconosciuti e scarsamente abitati da popolazioni che parlavano solo i propri dialetti, ma che dovevano essere contattate per ottenere notizie sul terreno e sul nemico. A tale scopo il Comando Superiore aveva deciso di costituire una «pattuglia informativa», composta da «ascari» capaci di parlare arabo, tigrino, amhar ico e qualche altro idioma e comandata dal Capitano Sillavengo, che l'arabo lo parla e lo capisce. Nasce così «la Pattuglia Astrale», formata inizialmente dal Comandante e dall'«ascari» Idris Ahmed, un «muntaz» (caporale) su danese che parla arabo, nubiano, amharico ed italiano. Gli altri... dovranno essere trovati via via, azione durante. La prima missione della pattuglia è quella con la Colonna Gastinelli, che inizia il movimento il 12 marzo ed il 17
14 è già sull'obiettivo, dopo aver percorso quasi 90 km, in terreno «vario», in poco più di 48 ore. La seconda m issione, con la Colonna Starace, inizia il 20 marzo. Gli uomini del Capitano Sillavengo sono diventati qu attro e con essi la «Pattu glia»_ deve fare da guida a 3500 soldati e 450 mezzi, tra autoblindo ed autocarri. Il movimento, nelle aspre regioni montuose dello Tzeghedè e dello Dogherà, è reso sempre più difficile dall'asperità del terreno, che in alcuni tratti sale sino a 3000 metri di quota, dalla temperatura, che oscilla tra i 9 gradi di notte ed i 51 di giorno e dal contrasto nemico che, pur non organizzato, è però continuo. In testa alla colonna marcia la «Pattuglia Astrale», con i Bersaglieri del 3° Reggimento, 103 Compagnia, al comando del Capitano Andrea Carafa d'Andria. Il problema è che tra Omager e Gondar non vi è praticamente strada su cui far avanzare le blindo e gli autocarri. Quindi bisogna costruirla ed il compito è affidato al Capitano Sillavengo. Utilizzando gli uomini dei reparti, bersaglieri, artiglieri, genieri, camice nere, autisti, sussistenza e tutta la mano d'opera locale che riesce a trovare, Sillavengo compie un'opera che ha dell'incredibile: in 10 giorni di marcia apre 275 chilometri di pista e di strada. Dopo 12 giorni di combattimenti, di marcia e di lavori, alle 8 del mattino dell 0 aprile 1936 i Bersaglieri del Capitano Carafa entrano a Gondar e, poco dopo le 14, issano, sul Castello di Ras Cassa, la bandiera tricolore. L'avanzata riprende senza altra sosta. Il 12 aprile i] Lago Tana è raggiunto e viene occupata Gorgara. Il 23 aprile il Comando Superiore dell'Eritrea, considerata conclusa la missione, ordina lo scioglimento della «Pattuglia Astrale» ed il r ientro all'Asmara del Capitano Silla18
vengo, cui viene affidata un'ultima «missione a l di là delle linee», da compiere nel Sudan britannico. Ma la caduuta d i Addis Abeba, il 9 maggio, e la fine delle operazioni pongono ter mine ad ogni in iziativa. Sillavengo r ientrerà in Italia il 31 luglio 1936, per essere collocato nuovamente in congedo il l S agosto successivo. Per la partecipazione a lle operazioni della Colonna Celere dell'Africa Or ientale verrà decorato di Croce di Guerra al V .M. Questa volta l'impegno non è stato terribilmente cruento, come nella l a Guerra Mondiale. Lui stesso scriverà: «Vent'anni fa, in guerra, si moriva molto. Ora si suda molto e si muore poco: e questo sposta le condizioni di spirito del soldato». Tutta la campagna, infatti, si è svolta in un clima di fervente slancio, di patriottismo, di avventura, in un ambiente fatto di entusiasmo, di passione e di fervore guerrieri, specie tra la truppa e tra i gradi gerarchici inferiori e più giovani. Molti sono anche gli aspetti negativi che hanno colpito Sillavengo: arrivismo ed opportunismo politico, corsa ai favoritismi, alle decorazioni facili ed immeritate, a l protagonismo sfacciato ed a volte offensivo. H a però acqui stato una nuova, entusiasmante esperienza: il contatto con le meravigliose Truppe Colonia li Eritree e con i loro impareggiabili u fficiali naziona li. Ne é rimasto profondamente colpito, quasi affascinato, tanto da chiedere con insistenza di poter operare con loro, nell'ambiente fatto di fedeltà all'onore militare, di senso del dovere, di grande dignità e di altrettanto grande coraggio e spirito di sacrificio che con traddisti ngu e q uesti uomini d'eccezione, raccolti nei leggendari battaglioni «Turitto», «Hidalgo», «GaBiano», «Toselli», «Ameglio», «Cossu », così ch iamati dal nome dei lo ro a n tichi coma ndanti, ciascuno contrassegn ato dai diversi colori della fa19
scia stretta alla vita e del fiocco che pende dal «tarbusch », il caratteristico copricapo troncoconico che completa la loro uniforme. In seguito produrrà una serie di disegni sul Regio Corpo Truppe Coloniali, nei quali esprimerà con artistica evidenza tutte queste sensazioni, cogliendo aspetti u mani, minuti e semplici, in sieme a momenti solenni ed epici: un a sintesi unica di un mondo fantastico ed irripetibile, scomparso per sempre.
La seconda Guerra Mondiale
L'anno 1939 vide accender si, in Europa, il secondo conflitto mondiale, che avrebbe coinvolto pressoché tutti i Continenti nello scontro apocalittico conclusosi con l'avvento dell'era atomica e nucleare. L'Italia ne fu partecipe in maniera totale e drammatica, nel corso di cinque lunghi ann i che, storicamente, possono essere ripartiti in du e periodi. Il primo va dal lO giugno 1940, data della dich iarazione di guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna, a l1'8 settembre 1943, giorno in cui venne proclamato l'armistizio concluso tra il Governo Italiano e le Nazioni Alleate scese in guerra con tro l'Asse tripartito, formato dalla Germania, dall'Italia stessa e dal Giappone. In quell'arco di tempo l'Esercito italiano, e con esso le a ltre Forze Armate, combatté contro la Francia, contro la Jugoslavia e la Grecia, contro la Gran Bretagna in Africa Orientale e Settentrionale, contro l'Unione Sovietica sul fronte russo. Uno sforzo im mane, d uran te il qua le ad alcuni successi iniziali, ottenu ti sullo slancio dell'iniziativa, seguirono pesanti sconfitte, dovu te in gran parte a l basso livello di preparazione e di tecnologia nei materiali e negli armamenti di
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cui le Forze Armate italiane, ed i loro Stati Maggiori, disponevano. Il secondo periodo, compreso tra il 9 settembre 1943 e 1'8 maggio 1945, data in cui la guerra in Europa ebbe fine con la resa della Germania, fu certamente il più tragico per l'Italia. Sul territorio nazionale si fronteggiarono le Armate tedesche e quelle alleate, sbarcate in Sicilia ed impegnate a risalire la Penisola in una difficile e logorante avanzata, ostacolata dal terreno impervio e dall'accanita resistenza germanica. Divisa in due parti l'Italia continuò, suo malgrado, a partecipare alla guerra, schierando con gli Alleati, a sud, le forze del Corpo di Liberazione alle dipendenze del Governo guidato dal Re e da Badoglio; a nord quelle costituite dal Governo della Repubblica Sociale Italiana creata da Mussolini, alla fine del settembre 1943, con l'appoggio della Germania. Italiani contro Italiani, in uno scontro frontale degenerato ben presto, al nord, in una guerra civile senza quartiere che causò sangue, vittime ed odii dall'una e dall'altra parte. In tale tragica sequenza di eventi tutto il popolo italiano fu trascinato e travolto, ed in particolare lo furono gli uomini in uniforme, sui quali gravò il peso di una scelta che essi non avrebbero voluto essere costretti a fare, dopo aver pagato l'alto prezzo in sacrifici ed in vite umane dei primi tre anni di guerra, conclusisi con la sconfitta e con l'armistizio.
a) Il primo periodo: 10 giugno 1940- 8 settembre 1943. Allo scoppio della guerra l'Ingegner Sillavengo è ad Ankara, dal1939, per dirigervi i lavori di costruzione della nuova Regia Ambasciata d'Italia in Turchia, da lui progettata. 21
Il lavoro è di importanza naziona le per cui, ad un primo richiamo giuntogli nel luglio, segue un immediato invio in licenza straordinaria sino a ll'ultimazione dei lavori. Il 27 genn aio 1941 , a d impegno concluso, il Capitano Sillavengo riprende servizio presso il S.l.M. (Servizio Informazioni Militari) Gruppo Offensivo. Il 27 marzo viene promosso Maggiore ed il l 0 novembre è trasferito a l Servizio Informazioni dello Stato Maggiore Regio Esercito. Sillavengo non è più un ragazzo, ha 46 anni suonati ed una sua ben precisa collocazione nei confronti del Fascismo e del Regime. «Dopo essere stato fascista nel 1919 e nel 1920 si è allontanato dal partito, deluso e disgu stato, nel gennaio 1921». E subito dopo se n'é andato anche dall'Italia, preferendo lavorare a ll'estero. Negli anni successivi ha conosciuto molti aspetti dei Paesi stranieri con cui ora l'Italia è in guerra, particolarmente nei loro possedimenti colonia li, ed i periodi di servizio militare trascorsi nella branca informativa gli ha nno certo consentito di approfondi re questa conoscenza anche nello specifico settore. E conosce certo bene le nostre carenze strategiche.
Ha quindi tutti gli elementi di valutazione per comprendere che sarà molto difficile, per Germania ed Italia, vincere la guerra. Ques to dovrebbe spingerlo a rimanersene «acquattato» nell'ambito del Servizio «1», sede in Roma, vicino agli «as tri » e lontano dai per icoli e da i rischi. Ma l'uomo non è fatto di questa pasta. Il lanciafiammista, il meharista, il capo della Pa ttuglia Astrale sono radicati ne l profondo del suo carattere molto più che nei facili entus iasmi dell'età giovanile. E, pur prevedendo com e sarebbe potuta andare a finire, egli vuole affrontare il pericolo, il rischio di cadere fronte al nemico non nella 22
speranza e nell'illusione di una vittoria, ma solo per un senso di dignità, per una questione di stile. Così, a1lorché viene a sapere che una nuova specialità «ardita» del Genio è in via di costituzione chiede di esservi assegnato. Questa volta si tratta dei «guastatori», soldati d'eccezione, uomini d'acciaio nello spirito, nella mente e nel fisico, tutti volontari nell'affrontare il r ischio al più alto livello, convinti di doverlo fare in nome dell'ideale di Patria e ad espressione del loro cosciente ardimento e della loro splendente giovinezza. Il 24 marzo 1942 il Maggiore Sillavengo è a Brunico, sede del XXX Battaglione Guastatori del Genio Alpino, per la frequenza del corso di specializzazione. Finalmente è nel suo ambiente, quello che gli è congeniale per spirito, modo di sentire, tradizione di famiglia e per la memoria sempre viva che ha del fratello Cino, caduto portando le insegne alpine. Il battaglione è destinato al fronte russo, ma alla fine di giugno giunge al Maggiore Sillavengo un inatteso trasferimento in Africa Settentrionale quale Comandante del XXXI Battaglione Guastatori del Genio, non di specialità alpina, che alla fine di giugno del1941 ha perso, in combattimento, il proprio Comandante, il Maggiore Dante Caprini. Il Battaglione è in Libia dalla fine di settembre 1941 ed ha partecipato, sempre in l a linea, alla battaglia della Marmarica ed alla successiva offensiva dell'Armata italo-tedesca contro Tobruk, il 26 maggio 1942. La punta di lancia dell'attacco alla piazzaforte sono state le squadre guastatori che, con i tubi esplosivi, le cariche cave, i lanciafiamme, i mortai «Brixia» da 45 e le bombe a mano avevano avuto il compito di neutralizzare i fortini che costituivano la cintura difensiva di Tobruk. Sotto il fuoco delle armi automatiche avversarie i gua-
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statori si erano portati avanti, verso gli obiettivi assegnati. I portatubi avanzati di una delle squadre della 7a Compagnia, il Caporal Maggiore Giovanni Leccis ed il guastatore Renato Chiodini, superato il fosso anticarro, avevano raggiunto il reticolato e vi avevano fa tto brillare so tto le prime cariche allungate. Leccis, benché ferito tre volte, aveva continuato nell'azione sino a che un proiettile anticarro lo aveva colpito in pieno petto, uccidendolo. Dietro d i lui Chiodini, anch'egli ferito, con cosciente sprezzo del pericolo aveva raccolto l'ultima carica a llungata che il caporalmaggiore aveva già acceso e l'aveva fatta esplodere tra il groviglio del filo spinato, completando così il varco attraverso cui era passato l'attacco dei Bersaglieri della Divisione «Tr ieste». A Giovanni Leccis fu concessa la Medaglia d'Oro a l Valor Militare, il cui simbolo sua Madre avrebbe continuato a portare per tutta la vita, nel modesto paese di Domusnovas, in provincia di Cagliari, da dove Giovanni Leccis veniva. Renato Chiodin i, sopravvissu to a lle ferite e tornato volontariamente a combattere, fu decorato di Medaglia d'Argento. Il Maggiore Sillavengo arriva, tra uomini di tal fatta, subito dopo la presa di Tobruk. Indossa l'uniforme regolamentare colon iale, sulla quale continuerà però sempre a portare il cappello alpino, che non lascerà più per il resto della sua vita. In certo qual modo, in Africa Settentrionale, il Maggiore sillavengo è l'uomo giusto al posto giusto. Parla perfettamente il tedesco, la lingu a dell'alleato; usa correntemente inglese e francese, lingue dell'avversario; conosce e parla l'arabo, lingua usata dagli Egiziani. La regione geografica ob iettivo dell'Armata italo-tedesca, Suez, il Nilo, il Cairo ed Alessandria gli è familiare per avervi vissuto lunghi anni. 24
Ciò è noto anche a i comandi superiori. Il 14 agosto il Maggiore è chiamato a l Comando dell'Armata. È lo stesso Generale Rommel che lo riceve e, tra l'altro, gli dice: «... se sono bene informato Lei è ingegnere e conosce bene il Nilo per avervi vissuto molti anni. Quando vi arriveremo Lei si occuperà del forzamento del fiume. Prenda accordi sin d'ora con il mio Comandante del Genio, il Colonnello Hecker». Ma l'impiego più prossimo del XXXI Guastatori è un altro, nel quadro dell'azione offensiva contro le difese inglesi di El Alamein che Rommel in tende lanciare la sera del 30 agosto. Essa impegnerà tutta l'Armata italo-tedesca, secondo uno schema di manovra illustrato a Sillavengo, ed agli altri Comandanti, dal Capo Ufficio Operazioni del Comando dell'Armata. Nella notte tra il30 ed il 31 «... Lei attaccherà il costone del Ruweisat. Azione dimostrativa, di solo effetto morale. Penetrerà 4 chilometri nello schieramento nemico, farà piazza pulita, catturerà prigionieri, con il massimo baccano possibile e con incendi spettacolari, a mezzo dei suoi lanciafiamme, di quanti relitti combustibili incontrerà. Rientrerà nelle linee prima dell'alba e si terrà pronto per il resto». Sarà la battaglia di Alam Haifa, dal nome della località designata come obiettivo. Gli uomini che la combatterono, dall'una e dall'altra parte, la conoscono meglio come «la corsa dei sei giorni », ad indicarne la durata. «Alla sera del 30 agosto tutte le unità italo-tedesche sono pronte a sferrare l'offensiva e gli ordini sono stati dati. Sul fronte della Divisione " Bologna" la colonna d'attacco principale muoverà sul Ruweisat, composta dalle tre compagnie paracadutisti tedesche del Tenente Colonnello von der Heydte e da due plotoni della l a/XXXI guastatori, con il Tenente De Rita ed i Sottotenenti Boccan e-
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ra e Romeo. Un altro plotone della Compagnia, comandato dal Sergente Rametta, partirà, con metà della l 3 /I/40° fanteria, dall'osservatorio Fortuna, circa 800 metri a nord del Ruweisat. Tra le due colonne, con una pattuglia di collegamento, uscirà il Maggiore Sillayengo, mentre von der Heydte avanzerà sulla dorsale del costone. La 7 3 /XXXI, con il Capitano Santini ed i Sottotenenti Ruffolo e Lo Casto, agirà invece sul fronte della "Trento", dieci chilometri più a nord, con il compito di superare il campo minato attorno al caposaldo W alter, tenuto dai sudafricani della 3a Brigata, ed affacciarsi sul terreno sgombro di mine a ridosso di El Alamein». L'azione comincia alle 2 in punto e, mentre la 7a Compagnia raggiunge l'obiettivo senza perdite perché i sudafricani hanno abbandonato il caposaldo, sul Ruweisat le cose vanno diversamente, «perché mezzi corazzati, mine, coltellacci maori e fucilieri indiani aspettavano a piè fermo i paracadutisti del barone tedesco ed i guastatori della l a/XXXI». Le perdite tedesche sono elevate. I guastatori raggiungono la Q. 63 del lungo costone e gli elementi avanzati si attestano in un basso canaletto, mentre le pallottole grandinano da ogni parte. «Giuseppe Celesia, siciliano, attendente del Tenente De Rita, gli ha detto: «stia giù, Signor Tenente, tirano basso» e gli si è messo davanti, in tempo per essere fulminato da una pallottola in fronte. La compagnia subisce il fuoco irriducibile, ostinato, di una mitraglia ben protetta dalla torretta di un'autoblindo «Morris» o di un carro «Crusader» interrato, emergente dal fondo pietroso. Strisciando avanza sul fianco il guastatore lanciafiamme Marsilio Giulianini, da Castiglion Fiorentino. Un dardo a volute incandescenti di benzolo e nafta, a tremila gradi, terrificante nel buio notturno, investe la torretta. Escono a mani alzate i tre occupanti, tutti lon-
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dinesi, domati nello spirito, non nel feroce accento cockney da bassofondo. A nord, dove opera no i fa nti della «Bologna» ed i guasta tori del Sergente Rametta, vengono catturati indiani ed inglesi. Nella terra di nessuno, ed oltre, ardono carcasse di veicoli ed aerei, come voleva il Capo Ufficio Operazioni di Rommel. Il compito è stato assolto e paracadutisti e guastatori rientrano sulle basi di partenza. Qui tutto sembra finito». Ma l'offensiva non è riuscita. Le Divisioni Italiane e Tedesche, ad effettivi ridotti e tragicamente a cor to di carburante, sono state fermate dai campi minati, dalla tempesta di «ghibli » che si è scatenata proprio il mattino del 31 e dalla reazione avversaria, condotta da unità corazzate fresche, bene addestrate e senza penuria logistica. L'ultimo tentativo viene fatto nella notte tra l'l ed il 2 settembre. Il XXXI torna sul costone del Ruweisat e viripete l'azione, conseguendo un nuovo ma inutile successo. Il 3 gli Inglesi contrattaccano, ma sono a loro volta fermati. Gli ultimi scontri terminano il 5 settemb re e con essi s i conclude la «corsa dei sei giorn i». Per l'azione svolta al Ruweisat il Maggiore Sillavengo verrà decorato, dallo stesso Rommel, con la Croce di Ferro di seconda classe tedesca e gli verrà tributato un Encomio Solenne. L'Armata !ta io-Tedesca deve ora porsi sulla difensiva, r ischierando le unità duramente provate e rinforzandone le posizioni essenzialmente con campi mina ti. Il XXXI Guastatori, in data 14 ottobre, riceve l'ordine di portarsi nel settore meridionale dello schieramento, per operarvi a favore delle Divisioni «Brescia» e «Folgore». Il compito è insidioso e difficile: ricognizione e rilevamento dei campi mina ti inglesi schierati davanti a lle posizioni tenute dalle due Divisioni; posa di nuovi campi minati ad integrazione e scompiglio di quelli avversari. 27
L'attività continua ininterrotta, particolarmente nelle ore notturne, sino a tutto il 23 ottobre. La sera di quel giorno, senza alcun preavviso, si scatena l'offensiva inglese. Durerà, senza pause, sino al 5 novembre e saranno i tredici giorni che segneranno la fine del predominio italo-tedesco in Africa Settentrionale. Con la sconfitta di Stalingrado, pressoché contemporanea, segneranno anche l'inizio del declino delle fortune dell'Asse. «Alle 20 e 45 di quella sera, senza alcun tiro di aggiustamento preliminare, tutta la linea nemica si accende di guizzi fiammeggianti, che in breve tempo formano una sola barriera incandescente. Sopra le nostre postazioni brillano a migliaia le vampate rosse delle granate in arrivo, prima nitide, poi confuse nel fumo e nel polverone». Più di l 000 bocche da fuoco inglesi hanno aperto contro le linee nemiche un'azione di fuoco che durerà quasi due ore, polverizzando quasi completamente ogni posizione difensiva. Poi parte l'attacco. L'offensiva si svolge lungo due direttrici: a nord, tra il mare ed il costone del Ruweisat, sette Divisioni inglesi, di cui due corazzate, investono il settore tenuto dalle Divisioni 164a tedesca, «Trento» e «Bologna»; a sud, tra il Ruweisat e la Depressione di El Qattara, tre Divisioni di cui una corazzata e due Brigate, Greca e Francese di De Gaulle, attaccano il settore tenuto dalle Divisioni «Brescia», «Folgore» e «Pavia». A nord ogni sforzo della difesa è vano, nonostante che le fanterie italiane e tedesche non cedano di un metro, preferendo farsi annientare sul posto anziché arrendersi. Il contrattacco corazzato, lanciato dalle due logore Divisioni «Littorio» e 21 a Panzer, riesce a rallentare la penetrazione nemica ma non a fermarla. A sud, invece, «Folgore», «Brescia» e «Pavia», pur con perdite gravissime, arrestano e rigettano l'attacco inglese che, nonostante ogni reiterazione successiva, non riusci-
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rà a progredire. Il 26 Rommel, dato che il fronte a sud tiene, tenta l'ultima carta: ne toglie ciò che rimane delle Divisioni corazzate «Ariete» e 153 Panzer e lo getta nella fornace a nord, sul fianco della penetrazione nemica. A raccontarlo il contrattacco ha dell'incredibile. I carri M41 italiani, quattordici tonnellate ed un cannone da 47, sono un giocattolo contro le 31. tonnellate degli «Sherman» e le 29 dei «Grant». Ciononostante nessuno esita, nessuno si ritira. Sono uno contro quattro ma contrattaccano l'avversario a formazioni aperte, in quarta velocità. «Qualcuno dei carri colpiti continuava a correre, incendiato, con a bordo soltanto morti o moribondi, come un immenso rogo semovente: molti di quei morti, per abitudine, tenevano l'acceleratore abbassato». Ma nemmeno questo può capovolgere le sorti della battaglia e l'attacco inglese riesce comunque a procedere, benché continuamente contrastato dai resti delle unità italiane e tedesche, che ripiegano come possono, senza mai cessare di combattere. Il 31 ottobre le forze inglesi a nord, dopo l O giorni di battaglia, hanno superato ogni difesa organizzata e sostano, per riprendere lena. A sud le cose sono andate diversamente. Dopo qualche magro successo iniziale, per altro subito rintuzzato, gli attacchi inglesi si susseguono senza alcun risultato sino a tutto il 27 ottobre, quando l'avversario capisce che, in quel settore, ogni sforzo ulteriore non servirebbe a nulla e sposta le proprie unità verso nord, a sostegno del successo già conseguito lungo la litoranea. Il XXXI Battaglione Guastatori ha contribuito a lla riuscita della difesa combattendo sia con le mine, 15.000 posate in 16 notti, sia con le armi, spalla a spalla con i paracadutisti ed i fanti. Ha perso circa 30 uomini, tra morti e feriti, e quando giunge l'ordine di ripiegamento, nella 29
notte sul3 novembre, il reparto è ancora solido e compatto, ed il Maggiore Sillavengo è b en determinato a riportarlo indietro nelle migliori condizioni possibili. Egli conosce bene il deserto, sa come muoversi lungo le sue piste ed ha già, nella mente, l'itinerario di massima da seguire. Il battaglione parte subito, riunendo attorno a sé i resti di a ltri due reparti del Genio: 24° Battaglione Artieri e 153 Compagnia Artieri d'Arresto, e nonostante le tipiche vicissitudini di un ripiegamento, attacchi aerei e di mezzi corazzati inglesi, rifornimenti di fortuna e combattimenti di retroguardia, alle 12 del 6 novembre, dopo tre giorn i e mezzo di marcia, il XXXI Guastatori raggiunge Marsa Matruh, sulla via litoranea, ormai fuori dalla zona occupata dal nemico. Il giorno 20, da Sidi Azaz, presso Homs, ove si è conclusa la ritirata del Battaglione, il Maggiore Sillavengo invia all'Ispettore dell'Arma del Genio ed a llo Stato Maggiore del Regio Esercito, per le vie gerarchiche, una «Relazione Ufficiale» sull'ultima battaglia di Alamein, corredata dai suoi inimitabili disegni che la vivificano e la rendono comprensibile a chiunque. Essa copre il periodo di impiego del XXXI Battaglione Guastatori dal 20 ottobre al 17 novembre 1942, ossia dal momento dell'assegnazione del reparto al X Corpo d'Armata, settore sud, sino alla conclusione del ripiegamento in Libia. È un documento unico nel suo genere, di grande interesse per lo storico e per il semplice curioso, ossia per chi desidera essere informato di prima mano su quelle vicende gloriose e tragiche, che una volta di più testimoniano del valore del soldato italiano. Ed è ricco di insegnamenti per troppo tempo ignorati e negletti, tali da costituire un retaggio di grande significato nel quadro della storia della nostra gente nell'ultimo conflitto mondiale. In particolare vi sono narrati, in modo chiaro e preci30
so, corredati dagli schizzi topografici esplicativi, i combattimenti che il reparto sostiene nella prima fase del ripiegamento e che gli consentiranno di rompere l'accerchiamento inglese, nella incrollabile determinazione di non cadere prigioniero e di poter tornare a combattere. La fase più significativa è incentrata fra il 3 ed il 6 novembre, allorché il XXXI, dimezzato dai combattimenti sostenuti, raggiunge la pista che collega l'Oasi di Siwa con la strada litoranea nelle vicinanze di Marsa Matruh. Si conclude con il rimpatrio del Maggiore Sillavengo per le gravi condizioni di salute in cui egli versa a lla fine del ripiegamen to. Il 20 novembre, lasciato il comando al Capitano Santini, Comandante della 7a Compagnia, Sillavengo è ricoverato all'Ospedale Militare di Tripoli ed il giorno successivo, nonostante le sue vibrate proteste, viene imbarcato sulla nave ospedale «Gradisca» che lo sbarca a Napoli, da dove viene inviato in licenza di convalescenza. Nessun altro battaglione del X Corpo d'Armata era riuscito a rientrare dal ripiegamento in assetto organico e con sia pur ridotta capacità operativa: l'unico sarebbe stato il XXXI Guastatori grazie a l valore, alla determinazione ed a l carattere dei suoi ufficiali, dei suoi sottufficiali e dei suoi soldati, ma grazie anche, in gran parte, alle capacità del suo Comandante. Per l'azione di comando da lui svolta e per il risultato conseguito nel portare il battaglione fuori dall'accerchiamento, il Maggiore Sillavengo verrà decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare. Ma la guerra non è ancora finita ed i guastatori, bruciati sui fronti russo ed africano, sono sempre necessari e richiesti. Ne.lla primavera del 1943 alla Scuola Guastatori di Banne, vicino a Trieste, è stata costituita la 30a bis Compagnia Guastatori Alpina, formata da veterani del XXX Battaglione, reduci di Russia, e del XXXI, sopravvissuti a ll'Africa Settentrionale. 31
Il 20 maggio il Maggiore Sillavengo, con l'incarico di trasformare quella Compagnia in un nuovo XXXI Battaglione Guastatori del Genio Alpino, la raggiunge a Volzana d'Isonzo dove il reparto, da poco inquadrato nella III Brigata Alpina, è impiegato contro le bande partigiane jugoslave che, numerose e bene armate, già operano nell'Alto Isonzo. Per spiegare alla Compagnia il prossimo trasferimento nel XXXI Battaglione di nuova costituzione, il Maggiore Sillavengo, ai Guastatori adunati dinanzi a lui, rivolge questo discorso: «Oggi siamo tutti fuori ordinanza per ospiti, panorama e notizie. Abbiamo con noi due grand i nomi del mondo alpino: il Signor Generale Luigi Masini ed il Signor Colonnello Davide Jallà, comandanti la Brigata ed il Reggimento cui siete aggregati; essi sono ben noti, da oltre un quarto di secolo, al paesaggio che avete davanti a voi, ricco di voci tremende e gloriose, che risuonano Monte Nero, Vodil, Merzli, Monte Rosso. Poi c'è la grande notizia, ancor più fuori ordinanza. Dopo la distruzione completa dei nostri tre Battaglioni in Africa ed in Russia avevano cercano di farci chiudere bottega, ma siamo troppo coriacei, ed il ricordo di centinaia di amici che abbiam visto cadere è troppo bruciante per !asciarci fare. Dai 3000 allievi affluiti all'ultimo corso guastatori sono scaturiti 1000 bravi ragazzi brevettati, linfa fresca ed intatta, e sarete voi a dare loro il tocco finale. Voi, ed in ispece quei 70 qui presenti che hanno le ferite appena chiuse. Voi che avete indotto, con la nobiltà del vostro contegno, i superiori di Roma a ricostituire il defunto XXXI d'Africa nel nuovissimo XXXI guastatori genio alpino, del quale la vostra diventa la compagnia, in lesta alle rinate 3a, 4a, 7a ed sa; quest'ultima dotata per la prima volta d'armi d'accompagnamento, cannoni a nti-
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carro e mortai pesanti. Comandante il XXXI resta, pare, quello di prima. L'avvenire, dicono, è buio. Sarà, ma la cosa non ci riguarda perché abbiamo le idee chiare e Dio sa se e quanto ne abbiamo già dato prova, con e senza penna a lpina. Accettiamo fieramente quanto ci aspetta ed intanto pensiamo a battezzare solennemente il risuscitato, anzi rinato, battaglione ... ». Ma l'insidia dell'armistizio, condotto in modo ribaldo c vergognoso, incombe anche sul XXXI. Per tutto il mese di agosto il Maggiore Sillavengo ne guida l'attività addestrativa nella zona degli Altipiani di Asiago e dei Sette Comuni e ne tiene alto il morale. «Il destino di un reparto del nostro metallo, tenuto in serbo per un'estrema prova in una situazione disperata, non offre che tre alternative: ospedale, prigionia o le scarpe a l sole. E lo sappiamo. Quindi: fare la pace in sé, allegramente, lavorare forte, cantare, prendere la sbornia e il resto». L'8 settembre mattina il Maggiore Sillavengo è a Trieste, convocato dal Comandante del 5° Reggimento Genio da cui il suo Battaglione dipende. Ne riceve l'ordine di recarsi a Roma, con un treno della notte, per definire un problema di assegnazione di cannoni controcarro e mortai al XXXI. Alla sera viene diffusa la notizia dell'armistizio, ed il viaggio di Sillavengo si interrompe alle due del mattino dopo, a Bologna, dove la stazione è ormai occupata dai Tedeschi, già padroni della situazione. Nella recente storia d'Italia, per tutti gli Italiani, in uniforme e non, 1'8 settembre è stato certamente il giorno più buio e più terrificante. Anche sull'Altopiano di Asiago il XXXI Guastatori Alpino non può sottrarsi alla tragedia che travolge il resto del Paese. Ancora una volta agli ordini del Capitano Santini, «il battaglione è rimasto disciplinato e compatto si33
no a che sono durati viveri e fondi. Ma poiché era escluso che 11 54 uomini potessero gravare sulle risorse già precarie di una piccola cittadina venne indetto un referendum generale e deciso lo scioglimento, con libertà d'azione. Fu distribuito il poco denaro. Gli abitanti provvidero abiti borghesi per tutti mentre il Comune elargiva, a piene mani, carte d'identità e tessere annonarie. Di tedeschi neanche l'ombra». Una trentina di meridionali, che non potevano raggiungere le famiglie in zone già occupate, rimasero in posto. Gli a ltri si dispersero via via, ciascuno nella direzione di casa. Anche il loro Comandante affrontava il proprio futuro, fatto solo di buio e di incognite. Ma ne l s uo cuore era salda la fede, incrollabile il credo consolidato dagli a nni di guerra vissuti in prima persona, dai sacrifici compi uti e dal valore prodigato in tante occasioni. E poiché la s trada era solo una, riprendere a combattere, il Maggiore Sillavengo compiva le proprie scelte, impegnato a trovare la via per risalire dall'abisso. «Nihil difficile volent i ». b) Il secondo periodo: 9 settembre 1943- 26 aprile 1945. È con qualche ulteriore impegno e con qualche rischio
che il Maggiore Sillavengo, il 9 settembre, riesce a sottrarsi alla cattura da parte dei Tedeschi ed a rifugiarsi in Arcivescovado, dove il Cardinale di Bologna, Nasalli Rocca, parente dei Caccia Dominioni, prima lo nasconde e poi ne agevola il ricovero a ll'Ospedale Rizzoli, ove è primario il Colonnello medico Prof. Scaglietti. Da qui, con una licenza di convalescenza di sei mesi, per scheggia nel ganglio di Gasser, fortunosamente convalidata con un timbro de l Comando tedesco di Bologna, Sillavengo può raggiungere la casa avita, quella che lui chiama Casavecchia, a Nerviano. 34
In breve tempo gli giungono da p iù parti varie solleci-
tazioni: rientrare in servizio nell'Esercito della Repubblica Sociale Italiana, la R.S.I., nel frattempo proclamata da Mussolini e schierata con la Germania; aderire ai primi movimenti di resistenza contro fascisti e tedeschi, che stanno via via prendendo corpo tra alcuni strati della popolazione. La decisione del Maggiore Sillavengo è subito presa. La sera del16 settembre, riuniti nella Casavecchia i molti guastatori sbandati che, da Asiago, erano affluiti a Nerviano per ritrovare il loro Comandante e riceverne gli ordini, nonché altri giovani e meno giovani del paese che erano stati suoi operai nei diversi cantieri di lavoro in Italia ed all'estero, tenne loro un discorso molto ch iaro: «Cari amici, io sono molto legato a voi per ragioni di Naja e di cantiere, ma è bene che tutti, borghesi e soldati, sentiate la risposta che dò a questi ultimi, fuggiti a lla cattura e qui venuti per avere ordini. Siamo in un momento di grosso casino. Una volta, per i militari, non c'era la fatica di pensarc i su, ma soltanto il dovere di ubbidire al superiore, avesse o no le idee chiare. Il superiore, stavolta, non ha funzionato, perché quando lo abbiamo cercato non c'era più. Scomparso, volatilizzato. Così il più ignorante ed analfabeta tra noi, pastore della Sila, o boscaiolo della Valvaraita, o pescatore di Pante lleria, ha dovuto decidere lui, comandante supremo di se stesso ed abbandonato, a meno che a lla decisione non avessero già provveduto i «crucchi », nel modo soave e delicato che abbiamo visto, con un bel trasferimento in Tedescheria. Io non ho più veste per dare ordini: libertà d'azione a tutti, anche di presen tarvi ai bandi furiosi dei crucchi e dei loro schiavi che parlano la nostra lingua. Personalmente, e per il caso che vi interessi di saperlo, io sono «contro » e deciso a sparare. Fine». 35
Tutti i presenti annuirono o si dichiararono d'accordo, e la riunione si sciolse. Non tutti però, in Italia, la pensavano così. Per una serie di motivi molti giovan i, e meno giovani, erano di idea diversa e rispondevano ai bandi di chiamata alle armi emessi dal Governo della R.S.I., sotto l'egida tedesca. Lo stesso XXXI Guastatori è parte di questa realtà complessa e gravida di conseguenze sempre più tragiche. Nel sud il Governo Badoglio, con il consenso degli Alleati, raccoglie guastatori, o sbandati o di rientro dalla prigionia; a nord il Governo repubblicano sta riunendo, a Pavia, guastatori vecchi e nuovi, attorno alla figura di prestigio del Capitano Morelli, reduce di Ru ssia e pluridecorato, che raccoglie attorno a sé i veterani del XXX Alpino ed alcuni giovanissimi di Asiago; una terza frazione, dichjaratamente rivoltosa, è quella che fa perno sul Maggiore Sillavengo, indjscusso capo carismatico e Comandante amato e stimato senza riserve. Via via che la parte più operativa della Resistenza si organizza ed inizia ad agire anche il Maggiore Sillavengo ne segue gli sviluppi e l'attività. Alla fine gennaio 1944 la formazione di uomini che si è raccolta intorno a lui, tra cui vi sono il Capitano Santini, del XXXI, il vecchio guastatore di Tobruk, Renato Chiodini, ed alcuni s uoi vecchi operai viene inglobata in una Brigata Garibaldi SAP (Squadre di Azione Partigiane) con il compito di condurre azioni di sabotaggio e di disturbo. Ben presto, però, Sillavengo deve lasciare Casavecchia e darsi alla latitanza, perché la Guardia Nazionale Repubblicana, la polizia della R.S.I., vi si presenta il 21 febbraio per arrestarlo, e lo manca di poco. Comincia così una lunga peregrinazione ... in biciclet-
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ta, mezzo di locomozione molto diffuso in quei tempi, spostandosi cont inuamen te nelle case di parenti ed amici ospitali disseminate nell'Alta Lombardia. Un pomeriggio di maggio, mentre attendendo uno di questi amici sonnecchia nell'angolo defilato di un prato di montagna nei din torni di Lecco, là dove i «bravi» manzoniani terrorizzarono il povero Don Abbondio, Sillavengo fa un sogno nel qua le si vede vestito con abiti dell'epoca dei Promessi Sposi ma con in testa il cappello a lpino. «D'un tratto, ahjmé, compa re il nemico: un la nzichenecco di Wallenstein tedesco e duro, occhi vitrei e barba bionda, anche lui con braghe a sbuffo e ben cascanti, chiu se sopra il ginocchlo; le maniche che gli sbucano dalla corazza scintillante, sono gonfie e si restringono a l gomi to; braghe e maniche sono a strisce bianche, rosse e nere, i colori della Croce di Ferro. Il lanzichenecco è proprio come le attuali SS, con funzioni di polizia politica, in assistenza ad un gerarca delle Brigate Nere, la Muti, la Resega o la Guardia Nazionale, che Dio le fulmini. È tutto nero anche lui, di mantello e copricapo, di pantaloni e calze, di giustacuore, barbetta e capigliatura. Mi danno una mazzata in testa, dopo avermi sparato un'archibugiata nel ginocchio, mi incatenano, mi portano via ... ». Sarà un sogno premonitore, nel fatto e negli avvenimenti. Il 28 giugno, ad Erba, viene costituito il Comitato di Liberazione Nazionale della cittadjna, nel quale è inserito anche Paolo Caccia Domi nioni, con il nome di battaglia di «Silva». Il 30 giugno è il giorno di «Tosca», nome in codice di un'operazione mirata a sottrarre alla Fabbrica d'Armi Fiocchi, di Lecco, un certo numero di mi tra, pistole e relative munizioni. «Silva» conduce l'azione e coordina l'attività dei cinque uomini della sua Br igata che partecipano all'azione stessa. 37
Il colpo, condotto con furbizia ed intelligenza, riesce, ed il bottino, 15 mitra, 8 pistole e 15.000 cartucce è quanto basta per armare tutti gli uomini di Nerviano. Con un lungo percorso di evasione le armi giungeranno a destinazione in un paio di giorni. Qualche giorno dopo, però, la mano passa all'avversario e sembra si avveri il sogno manzoniano. L'11 luglio «Silva», in uno dei suoi tanti cambiamenti di domicilio, sosta ad Arona, in un caffé sul lungo Lago. Un mili te delle Brigate Nere lo nota e lo ferma, accompagnandolo poi al proprio comando. Lo perquisiscono e gli trovano in tasca un santino di San Rocco, una cosa innocua ed innocente: ma dietro c'era stampata la «Preghiera del Partigiano». È quanto basta alla G.N.R. per avviarlo al Comando superiore, a Novara. Ad una prima occasione favorevole «S ilva» cerca di fuggire, ma uno dei militi che lo scortano se ne accorge e lo colpisce al ginocchio sinistro con il calcio del moschetto. È l'archibugiata del sogno. È una lesione molto dolorosa, cui di lì a poco si aggiunge un violento pestaggio con molti colpi alla testa, cui viene sottoposto da altri militi. Uno di questi, un ragazzo vestito da paracadutista, gli dice: «... mio fratello, del XII Battaglione "Nembo", è stato ucciso ad Anzio! Tu prendi questo!» e gli assesta un colpo violentissimo a lla tempia sinistra. La mazzata in testa del sogno manzoniano. Poi lo consegnano alla Gendarmeria tedesca. Un Capitano lo interroga e «Silva», abbandonata la falsa identità e parlando in un perfetto tedesco, dichiara le proprie generalità: Maggiore con te Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo, ufficiale del Regio Esercito Italiano, già dell'Ar38
mata Italo-Tedesca d'Africa Settentrionale, decorato di Croce di Ferro di 211 Classe da l Feldmaresciallo Rornmel. L'ufficiale germanico, colpito dalla dichiarazione di Sillavengo, pensa bene di lavarsene le mani passandolo a l Comando delle SS di Torino. Rinchiuso dapprima a lle Carceri Nuove, cella n. 8, dopo qualche giorno trascorso nel caleidoscopio angoscioso e terrificante di una prigione che ospitava insieme detenuti comuni e politici, il 3 agosto compare davanti ad un sottufficiale delle SS il quale, dopo una pa rvenza di interrogatorio, gli dice: « ... un nostro a ltissimo personaggio, interpellato sul suo conto, ha deposto in modo tale che lei verrà messo in libertà entro la fine del mese. Però, Signor Maggiore, si ricordi bene che, se per noi Tedeschi lei è a posto, quegli altri, ossia i fascisti, le staranno sempre alle calcagna. Quindi stia attento, perché la prossima volta potrebbe non finire così bene». Il 16 agosto Sillavengo viene rilasciato. Prima si rifugerà a Casavecchia, poi, per t imore di un nuovo arresto da parte della G.N.R., trova un impiego «di copertura» ad Avigliana, in Val di Susa, ove farà una perizia estimativa dei fabbricati del locale Dinamitificio Nobel. Il12 ottobre è ancora a Casavecchia, ove raccoglie l'ultimo respiro della Madre da tempo ammalata e ne assiste a lle esequie, sfuggendo a ncora di misura ad una pattuglia della G.N.R. venuta ad arrestarlo. Il 23 novembre è di nuovo ad Erba per organizzare la liberazione di quattro partigiani, imprigionati e guardati a vista in un casolare isolato tra i monti della Brianza. L'azione, nome in codice «operazione Panzerfaust», deve avvenire tra il 22 ed il 23 dicembre, ma il 14 dello stesso mese i prigionieri vengono trasferiti altrove e l'operazione, pur pianificata nel dettaglio, va in fumo. In quella seconda metà di dicembre «Silva» è colpito 39
da una grave forma di labirintite bilaterale, conseguenza dei colpi ricevuti alla testa, complicata da una paralisi generale quasi completa. Solo il 23 dicembre, dopo che la crisi più acuta sarà passata, Sillavengo potrà tornare a Casavecchia dove la G.N.R., debitamente informata, lo arresterà il 31 dicembre. Questa volta la destinazione è Milano, carcere di San Vittore, 2° raggio, cella n. 95, dove rimarrà sino al 15 febbraio 1945. Ne uscirà sia per un intervento della famiglia sui vertici della R. S.I., a· Salò, sia per una banale e compiacente disattenzione burocratica dell'autorità di polizia. Il 23 marzo, sempre a Milano, «Silva» incontra Enrico Mattei, il futuro «boss» dell'ENI, rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia, che lo prega di accettare la carica di Capo di Stato Maggiore del Comando Regionale Lombardo del Corpo Volontari della Libertà. «Silva» accetta e comincia l'attività di coordinamento delle azioni delle formazioni partigiane apolitiche «Fiamme verdi», composte essenzialmente da Alpini e comandate dal Generale Luigi Masini, l'antico Comandante della III Brigata Alpina, che inquadrava la 31a bis Compagnia Guastatori Alpini. Il 25 aprile, data dell'insurrezione popolare, lo trova impegnato in tali mansioni e continuamente in viaggio, in bicicletta, per visitare le diverse formazioni, conoscerle, sapere delle loro esigenze e cercare di soddisfarle. Il l 0 maggio, rientrato a Milano, si in sedia a Palazzo Cusani, sede del Comando Regionale Lombardo. Il giorno 6 partecipa, in seconda fila dopo il Generale Cadorna ed i componenti del CLN e del Comando Regionale CVL, alla grande parata partigiana che celebra i fasti della Resistenza. 40
Nel suo diario, per l'occasione, annoterà: «... noi del Comando Lombardo avevamo piglio diverso, con seguito esiguo: e c'erano ben 4 cappelli alpini nella nostra prima fila di cinque». Con questi avvenimenti si concludeva la vita militare attiva di Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo. Per la sua partecipazione ai lunghi mesi della Resistenza gli verrà concessa una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Onore ai Caduti.
Il 1° luglio 1949, all'alba, l'ingegnere Paolo Caccia Dominioni sale, ad Alessandria d'Egitto, sulla vecchia e sgangh erata corriera che va a Marsa Matruh. Ha in tasca una «carta provvisoria di circolazione per le zone costiere», rilasciata dall'Autorità egiziana e consegnatagli dal Console d'Italia al Cairo, Alfredo Nuccio, valida per quel solo giorno. Il Console, un vecchio compagno d'arme, cui era noto il suo ritorno in Egitto nel 1947 e la riapertura dello studio di ingegneria del Cairo, lo aveva chiamato pochi giorni prima, verso la fi ne di giugno, per dirgli che era venuto il momento di pensare a lla sistemazione delle spoglie dei Caduti italiani in Egitto, le cui salme erano ancora sparse tra le sabbie del deserto. Ciò anche se i caduti delle due parti in lotta non erano stati completamente abbandonati sino a quel giorno. Nell'aprile del 1943, infatti, gli Inglesi avevano arruolato volontari tra i prigionieri di guerra italiani nel campo di concentramento n. 308, alle porte di Alessandria. Si erano presentati 45 uomini di truppa e due Sottufficiali, il Sergente Maggiore Nicola Pellicciotta, bolognese, già della Divisione «Pistoia», ed il Sergente Pierangeli, senese. 41
Agli ordini di Pellicciotta il reparto era stato trasferito sul vecchio fronte di Alamein e si era accampato ad est di Q. 33, tra il mare e la strada costiera, a l km 132 di quest' ultima. Il compito assegnato dagli Inglesi era stato duplice: ricercare le salme dei Caduti italiani e tedeschi rimaste insepolte ed interrarle in un cimitero da costruire ex novo; r iordi nare e consolidare i tanti cimiteri di guerra italiani e tedeschi spa rsi lungo la cos ta in territorio egiziano. Gli uomini di Pellicciotta e di Pierangeli avevano lavorato d' impegno sino all'agosto 1945. Tre di loro erano caduti sulle mine ancora attive, per essere poi sepolti tra i commilitoni cadu ti in battaglia. Sulle pendici meridionali di Q.33 avevano pri ma ricavato un'ampia spianata di 40.000 metri quadrati, poi recintata con filo spinato, suddivisa in scomparti e completata con canali di drenaggio a difesa dell'acqua piovana. Subito dopo avevano cominciato la ricerca delle salme, il loro riconoscimento, la tumulazione e la posa delle croci. In 29 mesi di attività quasi 5000 Cadu ti, tra Italiani e Tedeschi, era no stati ritrovati e sepolti ed era sorta un'opera colossale, suggestiva, impressionante: un'opera di fede e di a more fraterno. Dopo aver detto al Maggiore S illavengo tutto questo, il Console Nuccio aveva aggiunto: «Tu ha i combattuto in quel deserto e molti dei tuoi uomini vi sono rimasti; con il tuo battaglione hai operato ne l settore della "Folgore", il più isolato ed il più difficile da raggiungere. Molte mine le hai messe tu, e conosci il campo di battaglia ed il deserto come le tue tasche. Quindi tocca a te andare a vedere cosa è successo dei nostri morti. È pericoloso, lo so. Ogni giorno su quei campi minati ci muore qualcuno dei bedui ni che vi cercano rottami e chissà che altro. Ma questo non deve preoccuparti: di mine sei un esperto e, se ci pensi bene, h ai già vissuto 53 an42
ni, sei scampato a tre guerre, non sei sposato e non hai figli: a nche se ci rimani il danno non sarà poi tanto grande. Quindi vai sul posto al più presto, vedi come stanno le cose e torna a riferire. Poi vedramo cosa fare» . E gli aveva teso il permesso di circolazione provvisorio. Mentre la corriera annaspava sulla strada litoranea il Maggiore Sillavengo non sapeva che quella sarebbe stata la prima di oltre 355 ricognizioni nel deserto e nei vecchi campi di battaglia, né che sarebbe stata l'inizio di una nuova, inimmaginabile ed irripetibile fase della sua vita, che ne sarebbe stata condizionata in modo irreversibile. Quando scende dalla corriera, davanti a Q. 33, lo spettacolo che gli si para davanti è solenne, evocativo, maestoso: «un uomo solo, tra cinquemila croci, ne l deserto». Lui conosce bene la Quota 33 di Tell el Eisa. Sa che, in arabo, il suo nome originale è «Tell el Cheikh Fadl Abu Sharshir», Colle dello Sceicco Fadl, padre di Sharshir e sa che così è indicata sulle carte inglesi. Ricorda che era stata raggiunta dall'Armata !taio-Tedesca a lla fine della corsa da Tobruk ad E l Alamein, nel giugno del 1942, e che 1'8° Raggruppamento Artiglieria Pesante vi aveva schierato due gruppi: uno, il LII da 152/37, a ridosso della quota; l'altro, il XXXIII da 149/90, più arretrato, verso ovest. Ricorda anche l'attacco australiano all'alba dellO giugno 1942, che aveva travolto la linea degli avamposti italiani, otto chilometri più ad est, ed era arrivato sugli schieramenti delle artiglierie che avevano continuato a sparare, alzo zero, sino a quando gli ultimi serventi sopravvissuti erano stati catturati. Subito dopo era stata decisa la riconquista della quota, affidata a ll'XI Battaglione Carri della Divisione «Tries te». La Compagnia destinata all'azione era stata la 3a, comandata dal Capitano Vittorio Bulgarelli: 19 carri M13 ed M14 si erano lanciati allo scoperto, lungo la laguna es43
siccata a nord ovest dell'altura, ed erano stati presi sotto tiro dai 57 controcarro degli Australiani. Qualche carro era stato colpito subito. Gli altri si erano divisi, alcuni verso sud, per sfruttare il terreno meno aperto, i restanti diritti sull'obiettivo, sparpagliati sulla piapa. Uno dopo l'altro questi ultimi erano stati tutti colpiti, tutti meno uno che, illeso, aveva continuato la corsa verso la cresta, l'aveva raggiunta e sorpassata, sempre sparando, ed era scomparso alla vista. La sua targa era RE 3700. Ed ora, dopo sei anni, il Maggiore Sillavengo ha quello stesso carro davanti agli occhi, sulle pendici es t della quota, nel punto ove era arrivato nella sua folle ed eroica cor sa, quando un proiettile anticarro lo aveva centrato. Il relitto arrugginito dello scafo è sul lato nord della strada; la torretta, divelta dallo scoppio della granata, giace invece al di là della rotabile, capovolta, con il suo pezzo e le sue mitragliatrici binate, tra le mine ancora attive del vecchio campo minato australiano. Più a ovest si estende la distesa del cimitero: 20 riqu adr i o campi, folti di croci. Gli Italiani sono circa la metà, disposti in 8 campi. Molti nomi sono chiari e leggibili e Sillavengo vi ritrova quelli dei caduti del XXXI e nomi della «Folgore», uomini con i quali aveva vissuto e combattuto. Su molte croci vi sono solo alcune iniziali, seguite da un nome di battesimo. Su altre ancora «italiano sconosciuto» o «paracadutista sconosciuto«. Infine una serie di indicazioni incomprensibili: HIRT, BISCRP, FOLBERECC, BAROASA, ZAMARDOLENIZ. Chi sono? Nel settore tedesco le cose vanno un po' meglio, m a vi sono grossi danni causati dal dilavare delle acque piovane, che minacciano l'integrità delle sepolture. Sillavengo ha percorso una a d una tutte le file quando arriva «Un beduino gigantesco. «Chi sei?» «Sono Gomaa Abdel Hamid Alì, il guardiano. Ma gli Inglesi non mi pagano mai. Aspet-
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to che arrivo i Tedeschi, o gli Italiani, e che qualcuno pensi anche a me». Il Maggiore chiede notizie su ciò che è stato fatto e si sta facendo. «Il deserto è ancora pieno di morti», risponde Gomaa, e racconta di un altro cimitero, pochi chilometri più ad ovest, accanto al Minareto di Sidi Abd ed Rahman. Sillavengo vi trova altre 400 sepolture, tra italiane e tedesche: non vi è alcun guardiano, molte croci sono state asportate, alcune tombe sono aperte, evidentemente saccheggia te. La lunga e sconvolgente ricognizione volge a lla fine ed il Maggiore deve tornare ad Alessandria. Delle ore trascorse tra i ricordi, e tra le sepolture che li concludono e li sintetizzano, scriverà: «Si è chiusa una giornata di alta emozione, di meditazione profonda. Il vivo isolato, in mezzo a tutti i morti segnati da una croce e ancor più pensando a tutti gli altri, sente negli spazi, muta ma gigantesca, la domanda dei reduci come lui, italiani e tedeschi: che cosa si può fare per i nostri compagni? Che cosa potrai rispondere alle vedove, ai genitori, agli orfani?» Ma la risposta è già sorta spontanea, mossa dalla spir itualità e dalla fede dell'animo. E la decisione è già presa, di getto. Rientrato al Cairo, Sillavengo stenderà la propria relazione descrivendo lo stato delle cose, fornendo tutti gli elementi di valutazione e la concluderà tracciando, in brevi righe, il programma di lavoro che lo impegnerà per anni. «Urge salvare le tombe dalla furia delle acque. Iniziare la raccolta delle salme in tutto il campo di battaglia, ove giacciono ancora a migliaia, nonostante la sospensione delle ricer~he da parte della Commissione Inglese. Correggere i nomi sbagliati; identificare, fin dove sarà possibile, gli ignoti. Concentrare a Q.33 tutti i caduti sul terreno egiziano sepolti attualmente in 14 cimiteri diversi, tra il Canale di Suez e la fron tiera libica. Costruire a 45
Q . 33 una base italiana ed un 'opera appropriata, per
esempio un cortile a portico, che metta in evidenza il sacrificio italiano, tanto ignorato da tutti. Ottenere, dall'Italia, un censimento di tu tti i caduti quaggiù, per facilitar e le ricerche. Stabil ire subito la custodia dei cimiteri con guardiani responsabili, che impediscano le profanazioni occasionali o commesse per fanatismo xenofobo ed anticristiano». In stretta sintesi, tutti i passi successivi di 14 armi di impegno e di dedizione. Per un anno il Maggiorn Sillavengo, lavorando in proprio, stende i disegni ed i progetti delle opere ch e ha in mente. Così nell'estate del 1949, quando il Comm.issariato Generale Onoranze ai Caduti in Guerra crea in Egitto una propria delegazione, comp osta... dal Maggiore Sillavengo ed appoggiata al Consolato d'Italia, ogni cosa è pi:onta a nche se non vi sono fondi, che giungeranno «appena possibile», e non si di spone di alcun censimento dei caduti nella battaglia di Alamein, causa la dis truzione della documentazione dovuta ai «noti eventi b ellici». Ciò non basta per fermare Sillavengo, che si rivolge ai suoi vecchi solda ti del XXXI, all'Associazione Famiglie Caduti in Guerra, a i giornali nazionali: ed arrivano aiuti finanziari, elench.i e notizie sui caduti, informazioni, schizzi topografici e suggerimenti dai veterani e dai Cap· peliani Milita ci. Comincia subito con il sistemare ad ufficio e stud.io la costruzione d.i Q.33 ed a costruire una serie di edifici di raccordo tra il cimitero e la litoranea: alcuni depositi, un piccolo m useo, una base tedesca ed una «corte d'onore», realizzata ad arcate, in cui costruisce un basamento di piet ra a forma d.i scafo di carro M13, sul quale installa ed applica la torretta e la targa del carro RE 3700. Poi si procura una jeep, nomina proprio aiutante il be-
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duino Gomaa, impianta un «registro delle ricognizioni» su cui annoterà, per ognuna, la data di effettuazione, i partecipanti, gli itinerari, i chilometri percorsi, le località ispezionate, il numero e la nazionalità delle salme recuperate. Infine lascia l'attività professionale, si installa nella modesta base di Q.33 e comincia la ricerca. Tra il settembre del 1949 ed il 6 gennaio 1950 compie otto ricognizioni ed esplora il costone del Ruweisat, la zona dell'antica «Palificata» e quelle di Gabriele Quinto e di Tel el Aqqaqir. Usa una copia della carta personale di Rommel, mandatagli dalla vedova del Feldmaresciallo, che riporta lo schieramento dei campi minati, ed è accompagnato da Gomaa e da un'altra guida beduina, Mohamed Hafum. Nel primo ciclo di ricognizioni vengono recuperate 62 salme, tra italiane e tedesche. Nel frattempo i giornali, in Europa, hanno diffuso la notizia delle ricerche iniziate dagli Italiani per cui a molte ricognizioni successive partecipano corrispondenti nazionali e stranieri, funzionari inglesi e tedeschi delle rispettive organizzazioni per le onoranze ai Caduti nonché parenti od amici e commilitoni dei Caduti stessi. Nel 1950 il Maggiore Sillavengo, a Roma per la cerimonia di consegna delle decorazioni al V.M. concesse al suo Battaglione, ne incontra i reduci. Tra essi il guastatore Renato Chiodini si offre di raggiungerlo a Q.33 e di rimanervi sino alla fine della missione, per «dare una mano». Accettato! Il 4 ottobre il Diario di Sillavengo registra: «È arrivato Chiodini ed ha portato una seconda Jeep. Con questo arrivo può dirsi che il XXXI è ritornato s ul campo di battaglia, unico tra le centinaia di unità italiane ... Da oggi, qui nel deserto, riappaiono i due cappelli alpini ed il gagliardetto bianco rosso», l'insegna del Battaglione in guerra. Il dicembre del1950 è dedicato al settore della «Folgo47
re»: in tre ricognizioni vengono recuperate 12 salme di paracadutisti ed una britannica. A deir el Munass ib viene ritrovata la salma del Capitano Costantino Ruspoli di Poggio Suasa, già Comandante dell'11a Compagnia del187° «Folgore». Il recupero è stato reso possibile da uno schizzo topografico redatto a memoria, dopo otto anni, dal caporalmaggiore paracadutista Salvatore Franza, già portaordini di Ruspoli, uno dei nove sopravvissuti della Compagnia, che lo ha disegnato e fatto pervenire a l Maggiore Sillavengo. Nella notte di Natale, a l r ientro dalla ricognizione 42, un guasto meccanico blocca una de lle jeep sul cos tone del Ruweisat. Con Sillavengo e Chiodini vi è un sacerdote salesiano, Don Lui gi Odello, che a mezzanotte, con un vento gelato e fortissimo, celeb ra «la messa notturna nel plenilunio, tra i rottami del campo di battaglia in uno dei punti più contesi, in presenza di quattro salme di valorosi paracadutisti appena ritrovate. È stato impressionante». A poca distanza era il luogo ove il guastatore Celesia era rimasto ucciso nel fare scudo al proprio Ufficiale. Il 1951 è l'anno dei settori delle Divisioni «Trento » e «Trieste», ove vengono recuperate numerose salme e Chiodini è ferito da uno scoppio di mina. Operato ed ingessato, dopo pochi gior ni è di nuovo in linea. Come a Tobruk. !128 giugno la jeep di Sillavengo incappa su di una mina: nessuna ferita ma vettura bloccata. I due guastatori tornano a piedi, dopo aver rimosso una striscia minata per uscire dal campo, facendosi 32 ore di marcia, tormentati da l sole, dalla sete e da un principio di commozione cerebrale. Il 1952 è dedicato alla ricerca ed al recupero dei cimite ri di guerra tra Alamein ed il confine con la Libia. Tra le a ltre viene esumata, per traslarla a Q.33, la salma di Leccis, l'amico di Chiodini nell'assalto a Tobruk. 48
Il 12 gennaio 1953 viene ritrovato il cimitero della Brigata Greca, in una conca tra reticolati e mine. Il23 gennaio sono recupera te altre sei salme italiane, di cui solo una r iconoscibile. Da maggio a dicembre dai cimi teri minori vengono traslate a 0 .33 1900 salme, tra italiane e tedesche. La ricognizione 220 segna una nuova ed inat tesa svolta nella vita del Maggiore Sillavengo. I partecipanti sono Monsignor Nani, lo stesso Sillavengo, Chiodini, Stancari. Ospite: Elena Sciolette. Nel diario si legge: «L'ospite di Mon signor Nani e di Sillavengo è una giovane turista, bruna e seria, dagli occhi chiarissimi ... Essa è figlia del Comandante Giorgio Sciolette che partecipò con i mezzi d'assalto della Regia Marina all'impresa di Malta, tragicamente conclusa il 26luglio 1941, e fu raccolto in mare dal nemico, quasi dissanguato, con molte pallottole di mitraglia in corpo .... Un'ospite importante e di qualche ingombro per gli uomini del deserto ». Il diario non dice, e non poteva dirlo, che di lì a cinque anni quell'ospite di qualche ingombro sarebbe divenuta sua moglie, che ne avrebbe diviso la vita con l'amore, l'entusiasmo e la partecipe fede che continuano ancora oggi a splendere nei chiarissimi occhi di allora. Il4 novembre 1953 la ricognizione 231 porta a localizzare, tra i Passi del Carro e del Cammello, Oaret el Himeimat e Deir el Munassib, oltre 31 salme di paracadutisti della «Folgore». La ricognizione 241 con sente di recuperare altre quattro salme italiane e due tedesche, sempre nel settore della «Folgore». Alla data dellO febbraio 1954 sul Diario è riportato: «Riassunto dell'attività svolta all'l.7.1948 a tutt'oggi: a) riordino e manutenzione del cimitero di 0.33, con
scrittura ed applicazione di circa 6000 targhe di cristallo a lle croci, lapidi commemorative di marmo ed emblemi a ra ldici delle unità nel cimitero e nel cortile d'onore; 49
b) cor rispon denza con oltre mille en ti e fa miglie;
c) costruzione della base di Q.33 e suo ampliamento, del cor tile d'onore (con due monumenti, il m useo, la base tedesca ed i servizi), di due ossari provvisori tedesco ed italiano, di du e au torimesse e dell'alloggio dei guardiani;
d) 24 1 ricognizioni, con un totale di circa 220.000 chilometri, e ricupero delle seguenti salme: - dal campo di battaglia: italiani 490, tedeschi 465, a lleati 208, ignoti di nazione ignota 63. Totale 1226; - dai cimiteri secondar ii in linea o in retrovia: italiani 893, tedeschi 975, libici 205. Totale 2055; - totale generale: 3281». Ogni commento è superfluo. Il 1954 porta una grossa novità: il cimitero di Q.33, troppo vulnerabile al passare degli anni, deve essere dismesso e sostitu ito da un grande Sacrario. All'Ingegner Sillavengo è affidato il compito di progettare ed eseguire la nuova opera. Mentre si svilu ppano idee e progetti, le ricognizioni continuano ed a ltre 18 salme, identificate «dalla bottiglietta contenente il foglietto dei dati, come uso dei nostri Cappellani, concludono l'attività dell'anno». Nel 1955 viene ultimato l'ampliamento della base di Q.33 ed è completata la costruzione del cimitero per gli «ascari» libici. Sillavengo r itiene opportuno costruirvi anche una piccola moschea, «per il culto islamico locale e per affermare una liberale politica italiana». Roma, interpellata, tace per mesi ed alla fine r isponde: «non si ravvisa l'opportunità di fare la moschea». Troppo tardi. È già fatta ed è costata meno di un milione.
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Il 2 dicembre il Maggiore Sillavengo riceve la promozione a Tenente Colonnello. Nel 1956 viene concretizzato il progetto definitivo del Sacrario e cominciano i lavori di costr uzione. Si tratta di una torre ottagonale, alta ben 30 metri sopra la Q.29, sviluppata orizzontalmente nei due sacrari est ed ovest e nella galleria degli ignoti, semicircolare e rivolta a nord, verso il mare. Cimitero e moschea degli «ascari» libici materializzano l'atto di omaggio verso i Caduti delle antiche Truppe Coloniali, rispettandone l'identità spirituale e religiosa. Infine la corte d'onore ed i musei, a ricordo dell'eroismo delle unità e delle specialità p iù duramente provate e di più alto retaggio di gloria, e quale custodia dei cimeli raccolti sul campo di battaglia, a testimonianza di tanto passato ed a memento per l'avvenire. L'opera architettonica, in ogni sua configu razione, ripete ciò che il Tenente Colonnello Sillavengo ha dentro di sé, ciò che è impresso indelebilmente nel suo animo, nella sua mente, nel suo cuore; esprime in forma epica, in certo qua l modo sacrale, la tragedia eroica che lui ha vissuto, l'intima pena che ha provato vedendo cadere i suoi soldati, la tensione che lo dominava mentre li guidava in combattimento, il partecipe effetto che a loro lo legava, il desiderio di eternarne i l sacrificio. Esprime infine, così come lui lo vede, il senso, il significato guerriero di quel sacrificio, che è sacrificio di giovinezze ed è quindi generato da slanci, da entusiasmi, da offerta senza riserve, per cui è ancora più alto ed imponente, sacro, da non dimenticare: e da tramandare esaltando l'ambiente e le circostanze in cui è stato .o fferto. Nel 1957 viene posta particolare attenzione all'identificazione di molte salme ancora ignote e Sillavengo si avvale sia dell'Albo d'Oro dei Caduti, a Roma, sia di una serie di documen ti «dimenticati» negli scaffali del Ministe51
ro della Guerra britannico, da lui ritrovati. La conclusione è data da oltre 100 riconoscimenti. Al riguardo il Registro delle ricognizioni, tra l'altro, annota: «22 luglio 1957. Ultimato l'esame dei provenienti da Gebl Sanhur. .. In una sola giornata il Tenente Colonnello Sillavengo e l'aiutante Chiodini hanno fatto salire da 16 a 22 il numero delle Medaglie d'Oro identificate e qui sepolte». Il 31 gennaio di quell'anno il Tenente Colonnello Sillavengo, richiamato in servizio «a domanda e senza assegni», è inviato a Murchison, in Australia, per realizzarvi il Sacrario ove custodire le salme dei soldati italiani morti laggiù in prigionia. Ciò riduce la sua presenza ad Alamein ove Chiodini procede da solo, anche se a ritmo un po' ridotto. Nel 1958 il Sacrario è ultimato e vi vengono traslate le 5346 salme riesumate dal cimitero di 0.33, che torna così ad essere un'anonima parte di deserto. Il 9 gennaio 1959 il Sacrario è inaugurato ufficialmente. Il Tenente Colonnello Sillavengo, ormai nuovamente in congedo, non ha più alcuna veste ufficiale. È uno dei tanti invitati, confuso tra la folla dei partecipanti all'evento. «Prima della cerimonia, d'ordine superiore, erano stati rimossi cannoni e mitragliatrici dal passato storico, frutto di faticosi ricuperi e di pazienti ricerche, posti in bella evidenza: potevano offendere i sentimenti di democrazia, evocando bellicosi fantasmi. Finita la festa, ritornata la tranquillità, i due guastatori sono rimasti soli. Due giorni dopo, nella ricognizione 335, vedono sopra il costone della «Bologna», a Dair ed Qatani, due grandi aquile dorate del deserto. «Buon presagio», dice la guida Abdel Mahsud, ed ha ragione: prima di sera trovano un cimiterino di cui non si aveva notizia. Due degli Italiani possono identificarsi; uno dei Tedeschi ha ancora la giub-
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ba, con le filettature gialle, un cavaliere. Mai se n'erano visti in 11 anni. La ricognizione delle novità». E l'attività di ricerca continua, anche se su scala minore, negli anni 1959 e 1960. Ma la missione non ha ancora concluso la sua opera. Lavori di sistemazione e di messa a punto e ricerca delle salme continuano per quasi ancora due anni. Le statistiche ufficiali affermano che nella campagna d'Africa Settentrionale, in terra egiziana, sono caduti 5920 soldati italiani. Le salme reperite sono state 4852, delle quali 11 successivamente rimpatriate e 4814 tumulate nel Sacrario di Alamein. Di esse 2465 hanno un nome, 2349 rimarranno ignote per sempre. L'impegno del Comandante del XXXI, dell'aiutante Chiodini e dei loro collaboratori beduini si sintetizza in 360.000 chilometri di ricognizione nel deserto, di cui più di 100.000 in zone minate con feriti e caduti; in oltre 1500 salme recuperate dai campi di battaglia ed in circa 1000 caduti senza nome identificati. Tanta dedizione non è bastata per portare a compimento la grande opera pietosa: le spoglie di 1095 soldati non sono state ritrovate e rimarranno «disperse» in eterno. Anch'essi parte di un'eroica «legione d'anime a presidio del deserto». In chiusura, il Registro delle ricognizioni riporta: «Anno 1962. Smobilitazione completa del XXXI a Quota 33. Rimpatrio di Renato Chiodini: Sillavengo è venuto aprelevarlo». Forte della coscienza del dovere compiuto, il Tenente Colonnello Sillavengo conclude così l'impegno assolto: «Quota 33,20 giugno 1962. Ventennale della riconquista di Tobruk. L'asta della bandiera, quella che il XXXI usava orgogliosamente in guerra, era stata nascosta nella sabbia la notte del3 novembre 1942, all'inizio del ripiega53
mento. Nascosta così bene che ci vollero cinque a nni a r itrovarla. In molte successive r icognizioni ha servito ancora per i rilievi di posizione: e poi era così bello vederla sui costoni deserti e sulle buche degli antichi caposaldi, con il p iccolo gagliardetto bianco-rosso issato sotto il tricolore della Marina, l'uno e l'altro schioccati nd bellissimo maestrale pulito del vespero. Asta, bandiera e gagliardetto dovrebbero restare a Q.33 e invece tornano in Italia con il XXXI, perché gli appartengono, sono cose sue. Nunc dimitti servos tuos, Domine!» La totale dedizione profusa nei lunghi anni della Missione del Deser to si conclude con un gesto mistico, espressione della profonda spiritualità dell'uomo che lo compie: una preghiera, che l'an tico Comandante del XXXI Guastatori d'Africa compone ed incide sulle pareti del Sacrario, a suggellare l'essenza della grande opera d'amore e di pietà che egli ha compiuto ed a chiedere, per i «suoi» Caduti, la benedizione di Dio.
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LE OPERE
I libri e gli scritti
Nei periodi salienti della vita, specialmente in guerra, Paolo Caccia Dominioni usa fissare avvenimenti e pen sieri in brevi note di diario, arricchite da schizzi e da disegni che sin tetizzano fatti, persone, stati d'animo. La su a mente ed il suo spirito, sorretti e spronati da una sensib ilità colta ed evoluta, non lo aiutano solo a cogliere l'essenza del mondo che lo circonda e ad interpretarne e ritrasmetterne il messaggio, ma gli consentono anche di dare a quest'ult imo, a volte, veste di sogno, rendendolo più facilmente accettabile e comprensibile. Il grande ed eclettico patrimonio di memorie che ha raccolto, reso sempre più ricco da lla considerevole lunghezza della sua vita feconda e da lle cosi varie esperienze in essa vissute, è stato via via messo assieme e riordinato in una serie di libri e di scritti minori, per la gran parte pubblicati ma oggi ormai introvabili, ed in parte più piccola rimasti inediti. Quasi tutti i libri sono incentrati su i tre conflitti cui l'autore ha partecipato, o ne traggono comunque spunto. La narrazione non è mai schema tica, anzi, a volte, può sembrare persino disordinata. È evidente lo sforzo di non trascu rare null a di quan to appreso nel gigantesco caleidoscopio della guerra e la determinazione di parlare il meno possibile di se stesso, di r imanere volutamente in
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ombra. Colpiscono il distacco e l'imparzialità del racconto, l'equilibrio con cui vengono riportati i momenti tragici e quelli esaltanti, il dolore e la speranza, la paura e l'esaltazione. Ogni libro è, prima di tutto, uno spaccato della nostra storia nazionale, una mirabile raffigurazione di come essa è stata vissuta e scritta da quegli Italiani in uniforme che hanno combattuto sul Carso e sugli Altipiani, sulle ambe dell'Africa Orientale, sul deserto libico-egiziano, nell'incommensurabile tragedia della guerra civile. Dalle pagine di ciascuno di essi esce una descrizione unica della grande capacità della nostra gente di saper affrontare, senza riserve e senza rimpianti, situazioni disperate, in virtù di uno spirito di sacrificio che, se giustamente sollecitato e guidato con senso di umanità e di partecipazione, non ha l'uguale in nessun altro popolo del mondo. Nella lezione che le sue opere contengono, e che sanno impartire senza iattanza e presunzione, nei tesori di conoscenza e di indagine che le arricchiscono è il loro vero, grande valore, da proporre con assidua perseveranza alle nuove generazioni, cui esse sono implicitamente dedicate.
a) Gli scritti minori Stampati in edizione non commerciale ed in numero ridotto, sono praticamente introvabili, il che costituisce una grave perdita per chi vuole conoscere più a fondo la personalità di Paolo Caccia Dominioni. Il primo, e certo il meno noto, è il «GIORNALE, I e Il», un insieme di pagine di diario raccolte tra l'aprile del 1915 e l'agosto del1917. Autodattiloscritto, corredato da una serie di schizzi, è destinato a ricordare sia il fratello 56
Cino sia sette amici milanesi, tutti universitari, volontari di guerra ed ufficiali degli Alpini, tutti caduti in combattimento; nonché il Tenente dei Lanciafiamme Francesco Caprara, caduto sul Carso, a Quota Innominata ed il Tenente eli Cavalleria Fulceri Paolucci de' Calbori, caduto a Dosso Faiti. Sono pagine brevi, asciutte, dense di avvenimenti, di emozioni, di sentimenti quali può provare un ragazzo di vent'anni in guerra, ma descritti con una freschezza che li rendono attuali anche per il lettore di oggi. L' «ELOGIO DELLE OMBRE CINESI», stampato a Cairo d'Egitto nel 1931 , è un apliamento del «GIORNALE», un approfondimento ed una maturazione del ricordo e dei sentimenti. Costante la dedica alla memoria del fratello Cino ed alla sua giovane vita spezzata. Costante anche il monito che si leva da ogni racconto, l'esortazione a l dovere da compiere comunque e sino in fondo, non importa se sacrificando la vita pur di eseguire un ordine ricevuto, o non nascondendosi dietro la ferita leggera ed «intelligente», o ricorrendo anche all'aiuto del fiasco, per scacciare «l'incubo della pallottola che non sai mai quando arriva». Il terzo è «RISVEGLI NELLA SERA», una serie di brevi racconti manoscritti e cor redati da disegni che fanno gustare la descrizione con maggiore immediatezza. Vi si parla di un risveglio in trincea, cui seguirà un'azione notturna, fuori dalle linee; un risveglio in una casa sconosciuta, dopo una sbornia colossale; ed un altro, su di un prato, con accanto la bionda fanciulla che era sembrata irragiungibile per tanto tempo; infine un risveglio in treno, un controllore che deve forare il biglietto, una serie di pensieri fluttuanti che vagano, cullati dal ritmo delle ruote sui binari. L'autore ci dice che «Risvegli» è stato scritto in Asia, nel 1938; pubblicato in Africa, nel
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1939; riesumato in Europa e ristampato nel Natale del 1940. «REGISTRO DI BORDO» fu stampato invece nell'anno 1944, quando «era necessario che titolo del volume e nome dell'autore rimanessero anonimi o, meglio ancora, nascosti dietro parvenze storicamente passate, per non destare attenzioni o curiosità indagatrici». Nacque così una copertina disegnata con tratto antico, riferita a nomi ed a personaggi di fantasia, ove la dedica risaliva al lontano 1744, anno non sospetto e decisamente remoto. Subito dopo si legge, però, un« + CC», che passa quasi inosservato ma che sta ad indicare altri 200 anni, scritti in numeri romani, da sommare a quella data per riportarla a quella vera, il 1944. È un insieme di momenti di vita vissuta, raccolti in sei capitoli che, in qualche modo, li datano. Il I capitolo narra di cose avvenute tra il 1915 ed il 1922, tra Palermo, Gorizia, il Carso, Biserta, il Deserto Tripolino, Bassano del Grappa. Il racconto migliore è forse quello dedicato alla perdita, o smarrimento, di una «chiave per cavalletto da ponte»: il trionfo, anche in guerra, della burocrazia più ottusa, forma degenere dell'organizzazione. Il II, dal 1924 al 1928, spazia in Alto e Basso Egitto, nel Sahara Egiziano, ad Ismailia ed al Cairo. Il III, 1929-1932, narra in chiave turistica ed umoristica, di castelli svevi di Puglia; di Casa Castelbarco a Loppio di Rovereto; della ricerca di calcare da costruzione nella valle dell'Eufrate, Mesopotamia Centrale; di un incontro con Re Feisal a Bagdad; della Pattuglia Sahariana all'Oasi ed ai pozzi di Tummo, della vicenda di un ponte che non trova mai la propria collocazione definitiva. Il IV, 1933-1934, racconta di un viaggio nell'Oasi di Siwa; di altri eventi egiziani e mediorientali; di un «Elogio alla Malavita milanese»; del battesimo del fuoco della Brigata Garibaldina 58
sul fronte della Argonne francesi, 26 dicembre 1914. Nel V, 1935-1940, spiccano alcuni «Frammenti delle cronache della Pattuglia Astrale» e «L'Epilogo del Cantiere di Ankara», mentre il VI è dedicato ad un «Ritorno al Carso»; ad un momento sul Costone del Ruweisat; ad un incontro con quattro fantasmi, in una notte senza lunga, sulla «Pista Rossa», deserto di Alamein; alla <<Rinascita del Battaglione» e ad alcune «Meditazioni sul XXXI» e sui suoi Caduti. Un caleidoscopio di fatti, luoghi, esperienze. Una breve sintesi di ciò che è stata la lunga vita di Paolo Caccia Dominion i. «CASA DEL PERDUTO AMORE» è del1949 e narra di come la «Ruota del Tempo», nel suo girare sempre uguale, possa riportare un uomo, in diversi momenti della vita, più volte in uno stesso luogo. Un buffo evento dell'infanzia, uncomico scorcio di vita militare, un tenero momento d'amore si susseguono nella stessa antica dimora patrizia, e si concludono con la sua distruzione. «<L FANTASMA ONORARIO», invece, è il racconto di un incredibile, impossibile ma fantastico sogno, «dovuto a stanchezza, letture, reminiscenze», che inizia, a sera inoltrata, con un bussare rabbioso alla porta della base italiana di Q.33, deserto di Alamein. Sillavengo e Chiodini sono rientrati da una giornata intensa e faticosa, dopo una lunga e difficile ricognizione. Aprono la porta e, dinanzi a loro, si para ... il primo gabbiere di una corvetta francese, «La Capriceuse», anno 1757, che chiede aiuto per la propria nave ... incagliatasi sul fondale basso della baia sotto la Q. 33. Un sogno i.r:reale ma limpido, avvincente, credibile come se fosse vero, «anch'esso solida realtà nel deserto spettrale di Alamein». La corvetta francese «La Capriceuse», 24 cannoni, Comandante d'Orves, è veramente esistita nei ruoli della 59
Marina Francese. Salpata da Tolone il 5 settembre 1757 fece l'ultimo scalo logistico a Messina, il15 settembre. Ripartita sulla rotta per Alessandria d'Egitto, finì dispersa in mare, «corps et biens», probabilmente tra il27 ed il30. Nessun superstite. «CASA CACCIA DOMINION!», 1980, è la storia della casata cui appartiene l'autore, scritta per il nono centenario della nascita del capostipite ed estesa a tutte le 24 generazioni susseguitesi sino ai giorni nostri.
b) I libri «Amhara» È il racconto delle vicende della Pattuglia Astrale, scritto originariamente in francese. In realtà è un inno. Un inno a l soldato italiano, che vive l'avventura dell'Africa Orientale come uno slancio di giovinezza, con l'entu siasmo di chi crede in se stesso ed in un diverso avvenire. Un inno al meraviglioso soldato di colore, l'ascari eritreo, libico, sudanese, legato al dovere ed alla Bandiera d 'It alia con la forza e la convinzione che gli derivano da una esperienza e da una civiltà primitive ed arcaiche, che lo fanno sentire italiano. Un inno che esalta dinanzi ad occhi stranieri, non sempre benevoli, il valore della nostra gente. Un messaggio inviato ai lettori francesi e da costoro compreso ed accettato, al punto da richiedere ben cinque edizioni dell'opera.
«Takfir» È il primo libro che Paolo Caccia Dominion i scrive dopo la fine della za Guerra Mondiale. È il acconto di 40
giorni di guerra del XXXI Battaglione Guastatori, tra il 10 ottobre ed il 30 novembre 1942, che comprendono la battaglia di El Alamein, i combattimenti sostenuti dall'i60
nizio del ripiegamento ed il rimpatrio del Comandante. È un'opera scritta per così dire a quattro mani, in quanto contiene anche le vicende, nello stesso periodo, del V Battaglione paracadutisti della «FOLGORE», narrate dal suo Comandante di allora, il Tenente Colonnello Giuseppe Izzo, Medaglia d'Oro al Valor Militare. Il motivo del titolo, «Takfir», nome che in arabo significa espiazione: terminato ormai il ripiegamento, il mattino del 15 novembre «un vecchio indigeno si avvicina al fuoco acceso dai nostri cucinieri, un triste fuoco senza calore ... Avrà 80 anni, chiede pane e sigarette, ma il suo è un mendicare da granduca, senza viltà ... Non sa parlare italiano, era già troppo vecchio quando s'occupò la Libia e l'indigeno di cinquant'anni non impara la lingua n uova... Ma è un saggio, un Socrate da oasi e da carovana. Lo saluto nel mio cattivo arabo, gli offro qu alche sigaretta. «Allah ti conservi», dice. Gli chiedo: «qu al'è il tuo pensiero su tutto questo?» Poco lontano, sulla strada un «Hurricane», basso, sta mitragliando il fatale riflusso della ritirata che non fin isce mai. Il vecchio tace, il suo occhio guarda sopra la mia testa, all'infinito, oltre il mare color piombo e spumeggiante del maestrale. Mi volto verso il mare anch'io ... e vedo il frangers i d i un'ondata contro il relitto arenato di un piroscafo ... Ma il vecchio ha parlato, ha detto gravemente una sola parola: «Takfir» ... e la parola crudele ha riempito lo spazio, mostruosa, mentre il vecchio si allontana ... ». Il libro, come tutti quelli di Paolo Caccia Dominion i edito da Longanesi, non è più in commercio. Ne è allo studio la possibilità di una ristampa a cura di U. Mursia editore, Milano. «Alamein>> 1932-1962 È un'opera che comprende un'arco trentennale ed ini-
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zia con un viaggio esplorativo turistico nell'Oasi di Siwa, già descritto nel «Registro di Bordo», il cui itinerario attraversa i luoghi delle battaglie che, dieci a nni più tardi, insanguineranno il deserto egiziano. Queste vi sono descritte non più sotto l'angolazione del XXXI battaglione guastatori, ma de ll'intiera Armata ita lo-tedesca. È il racconto de ll'epopea de lle Divisioni «Folgore», «Pavia», «Arie te», «Littorio», «Trieste», «Trento», «Brescia», 21a e l Sa Pa nzer, 90a Leggera e Brigata paracadutisti «Ramcke», tedesche, narrato a l lettore nello sfo rzo di far comprendere e valorizzare la gra ndezza d'animo, l'elevatezza spiritua le, il coraggio, l'entusiasmo e l'amor d i Patria che hanno an imato quegli uomini e quei reparti. La terza parte de ll'o per a, la più importante, è quella dedicata alla ricerca delle salme dei solda ti caduti, sotto ogni bandiera, nel deserto egiziano. Gli accenni au tobiografici sono assai limitati, soltanto quelli necessari. Il vero protagonista è il XXXI gu as tatori e tra le pagine si incontrano migliaia di personaggi, italiani, inglesi, tedeschi, au straliani, libici ed egiziani. E tutta la vicenda della ricerca, riconoscimento e tumulazione delle salme dei Caduti, e della progettazione e costruzione del Sacrario militare italiano vi è raccontata con fedeltà e con cura. Un elenco nominativo de i solda ti sepolti a d El Alamein completa il valore informativo dell'opera. Il libro, ristampato recentemente da U. Mursia editore, Milano, ha vin to nel 1963 il premio Ban carella e sino ad oggi ha la rgamente superato le 500.000 copie. «1915-1919»
Dal titolo scarno e cronologico si comp rende che l'ope ra è dedicata a l primo, indimenticabile im pa tto dell'autore con la vita di guerra, della l a Guerra Mondiale. È infatti il diario di gu erra di Paolo Caccia Dominioni, 62
il Tenente Sillavengo, quello stesso che egli, nel1919, riuniva in un pacco alla corrispondenza tenuta con il fratello Cino e con gli altri amici, come lui volontari di guerra. Pacco messo sotto chi ave, con l'intenzione di non aprirlo mai più. Nel 1965, mezzo secolo dopo l'inizio del diario, la decisione cambiava. L'autore, uomo ormai maturato da anni di impegno, di tensione, di sac rifici e di successi personali, sente che quanto è contenuto in quel diario non è più proprietà solo sua, ma di tanti, di tutti, e va fatto conoscere, perché sia da riferimento ed esempio ai molti. Così il diario si trasforma in un libro, il cui filo conduttore è lo sforzo spon taneo del diarista di fissare la realtà della guerra nei suoi aspetti volta a volta epici, tragici, comici, trsitì ed umani ad un tempo. I disegni e le fotografie puntualizzano molti di questi aspetti, ed eternano i personaggi. «Il nipote del commendatore»; i ponti militari in uso nel 191 5; gli italiani soldati in quegli anni lontani e gli uomini che li comandavan o; il Santuario di Sagrado di Merna diroccato dalle opposte artiglierie; immagini di vita nelle retrovie, ad un tempo comiche ed ammonitric i; istantanee di guerra tragiche nella loro crudele evidenza. L'ope ra, 2a classificata al Premio Bagutta 1965, è stata pubblicata in due edizioni da Longanes i. La terza è in via di ri stampa a cura di U. Murs ia editore, Milano. «Ascari K7 » Il libro, in gran parte trasposizione in lingua italiana del volume «AMHARA », è ampliato dalle vicende vissute
dal Capitano Sillavengo nella costi tuzione e nel funzionamento de lla «rete informativa K». Inizia con una «prefazione e dedica», intitolata significativamente «non chiesero la mancia». La prefazione è ra ppresentata da un episodio sconosciuto ai più, accadu to do63
po la battaglia di Adua, nel1896, ad un gruppo di soldati ed ufficiali italiani rimasti prigionieri di ras Sebat. La dedica riunisce insieme, quasi in un'ideale continuità, gli uomini di Adua e quelli che affronteranno la nuova avventu ra dell'Africa Orientale: sono 15 nomi di ufficiali, sottufficiali, soldati di ogni Arma dell'Esercito, delle Camice Nere, delle Divisioni Coloniali eritree, dell' Aeronautica, tutti uomini comuni, tutti caduti nei brevi mesi del conflitto etiopico. Sei di loro vennero decorati di Medaglia d'Oro al V.M., e «non portavano nessun gallone alla manica; erano giovani, gregari di leva o richiamati, senza protettori». Caddero convinti di dover compiere il loro dovere: «Senza chiedere la mancia». Uno di loro dà il titolo allibro: l'ascari Besir Abdallah el Kawawir, quello che nella «rete K» era contrassegnato dal codice «K7 ». In sintesi, «Ascari K7 » è ben più che la partecipazione di un uomo alla guerra: è il momento della vita di un popolo che aveva creduto in una nuova possibilità di crearsi un diverso avvenire. Anche quest'opera è fuori commercio, ma ne é in programma la ristampa a cura di U. Mursia editore, Milano. «Le 300 ore a Nord di Qa ttara» Il libro nasce dall'idea di raccogliere la testimonianza di quanti più soldati possibile tra coloro che avevano partecipato a lla grande battaglia difensiva di Alamein. Si tratta, in realtà, di un'antologia che l'autore presenta così: «La grande battaglia durò 300 ore, a nord di Qattara fino a lla costa di Alamein, dalla sera del 23 ottobre a l pomeriggio del 6 novembre 1942. Da qui il titolo di questa raccolta. Bisogna ringraziare i 52 au tori, che costitu iscono un complesso eterogeneo per grado, età, ceto, educazione e convinzioni. Fra loro c'è di tutto: conformisti e faziosi, scettici ed ingenui, parlatori e silenziosi. Ma vanto
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comune è l'essersi aggrappati con furore, ciascuno, al proprio pezzo di deserto squallido, quasi fosse terra promessa. Non furono sconfitti, ma spazzati via come foglie secche da un catraclisma cosmico». Se è vero che antologia significa raccolta di scritti, questa lo è. Un'antologia di guerra, in cui ciascuno degli autori è protagonista e rivive nel racconto i momenti splendit i della propria giovinezza. Perché così è: più grande il rischio, più grande l'impegno ed il sacrificio, più nostalgico il ricordo e più alto il valore delle gesta compiute. Anche «Le 300 ore» è o rmai da tempo fuori commercio. «Alpino alla macchia»
Il libro narra la partecipazione del Maggiore Sillavengo alla Resistenza, dal 9 settembre 1943 al 7 giugno 1945. «È dedicato a quattro vittime italia ne dell'occupazion e tedesca (settembre 1943 - aprile 1945). Al primo posto è Bianca, mia m adre, nata Cusani Confalonieri. La Sua irradiazione non lascerà più Casavecchia di Nerviano, dove fu stroncata in pieno vigore dopo aver dato alla lotta il più alto contributo (12 ottobre 1944). Il fraterno commilitone di tre guerre e collaboratore di tre libri, Alberto Bechi Luserna, tenente colonnello paracadutista e di Stato Maggiore, Medaglia d'Oro e primo Caduto della guerra civile in Ita lia (Sardegna, 10 settembre 1943); ed un oscuro, ignoto ribelle, già guastatore del mio battaglione in Africa, giu stiziato per rappresaglia a Torino il 22 luglio 1944. Finalmente il mio giovane congiunto, Federico Barbiano di Belgioioso, ultimo ribelle lombardo ucci.so (Milano, 27 aprile 1945)». Quest'ultimo episodio è narrato dall'autore, sotto la data del2 maggio. «Federico, partigiano di Giustizia e Liber tà, era in carcere a Milano, con quattro altri ragazzi catturati in rastrellamento dalla " Resega". Liberato il25 65
è corso a Nerviano ad abbracciare la madre. L'indomani torna a Milano e con i quattro compagni si dirige dove spera di raggiungere la propria formazione. Ma in strada sono fermati dai partigiani dell'Ba Mat teo tti e accu sati di essere "repubblichini" sbandati e camuffati da ribelli. Tanto è vero che sono tutti tosati. " Chiedete a San Vittore e saprete perché sia mo tosati. Abbiamo là ancora la nostra roba". Ma non sono creduti e il capo decide l'immediata fucilazione, che viene eseguita. È stato sepolto il 28, nel cimitero di Nerviano. Presso la croce di legno c'è una targhetta provvisoria, con nome, date e le pa role: "Caduto per la Patr ia". Per quale Patria? Il garb ato condottiero di quella ga Brigata Matteotti si chiama Marozin . Tanto per la cron aca. Il nome può diventare prezioso per l'Ita lia di domani». Anche quest'opera nasce dal diario, dagli appunti e dagli sch izzi presi nei giorni della Resistenza ed a nch'essa non doveva vedere la luce. «Poi ho cambiato idea, perché non potevo tacere, dopo le enormità che sapevo pubblicate nei due campi opposti: ed ho deciso di integrare le zone cieche della mia cronaca con note d'epoca posteriore, ispirate ad un maggior equilibrio tra le idee, gius te e sbagliate: non essendo m ai definitiva, si capisce, la condanna dell'" idea contra ria"». Il libro narra la partecipazione alla resistenza di una serie di persone, in varii modi legati a ll'autore, tra le quali egli si defila, come sempre, cercando di porre in mostra il meno possibile la propria vicenda personale. Il racconto si art icola in sei su ccessivi periodi, nei qua li si alternano latitanza e galera, in un susseguirsi di stati d 'animo diversi che l'autore ha sintetizzato graficamente, fornendo a l lettore un chiaro elemento introduttivo alle vicende via vi a descritte. Anche quest'ope ra è ricca di insegnamenti e di notizie, specie per il suo essere riferita ad un periodo della nostra storia tuttora in discussione perché «contemporaneo»,
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non ancora «Storico» nella comune accezione del termine. Edita da Cavallotti, Milano è in commercio. «La frana del San Matteo» È un libro tutto particolare. Narra la vicenda di un Sottotenente del18° Reggimento Cavalleggeri di Piacenza che, nell'autunno 1889, viene trasferito da Udine al Forte di San Matteo, sulle sponde del Mar Rosso, nel sud dell'Eritrea. Il forte è più che altro un posto di controllo isolato, «Un rudere basso sul mare, sormontato da un'osservatorio di legno a traliccio con l'albero dei segnali ed il tricolore ». Abbastanza curiosa la genesi del racconto. La notte sul 6 dicembre 1917, in una baracchetta a 1200 metri tra le nevi dell'Altopiano di Asiago, in una pausa del combattimento un anziano Capitano del Genio, Paolo Greppi, giunto al fronte a domanda, dall'Eritrea, racconta la vicenda agli ufficiali della 2a compagnia Lanciafiamme, di cui era il comandante. L'anno precedente, all'Asmara, aveva incontrato un conosciente, w1 pensionato lombardo di una settantina d'anni, già Furiermaggiore di Cavalleria, il Cavalier Ambrogio Colombo, che gli amici chiamavano Fopper. Nelle pause di un brindisi dedicato alla presa di Gorizia, la cui notizia era giunta quella mattina, il Cavalier Fopper aveva raccontato la storia del San Matteo. I personaggi sono il S. Tenente Filiberto d'Agogna, il Capitano di Corvetta Gerolamo Gravina, della Regia Marina, comandante del Forte, ed il Furiermaggiore Ambrogio Colombo, già dell9° Reggimento Cavalleria «Guide», Sottufficiale addetto al comando del Forte stesso. · Un pugno di ascari eritrei completa la guarnigione, il cui compito è controllare i punti di approdo e le piste carovaniere che se ne dipartono ver so l'interno, u sate dai contrabbandieri di armi che riforniscono le tante bande di predoni che infestano il paese.
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Il racconto si impernia sulla vita di questi uomini nella sperduta sede di servizio e sulle loro vicende personali e si conclude la notte del 25 gennaio 1890, allorché una terribile scossa di terremoto fa crollare il rudere del forte travolgendo i due ufficiali che vi erano rimasti nei loro quartieri, indifferenti ad altre scosse premonitrici: il marinaio perché legato alla vecchia tradizione della Marina, per cui «quando la bandiera è "a riva", o su di una nave o su una fortezza, non c'è differenza, il Comandante ne segue il destino»; il giovane cavalleggero perché, disobbedendo ad un ordine ricevuto, non accetta di dormire al sicuro, sotto una tenda all'esterno, lasciando il proprio superiore esposto al rischio da solo. Una questione di stile e di dignità militare, accaduta in un mondo divenuto oggi sconosciuto. Anche «La frana del San Matteo» , edito da Cavallotti, Milano, è in commercio.
I disegni
L'attività grafica di Paolo Caccia Dominioni è, a dir poco, imponente, non solo per il numero di disegni, schizzi, tavole ed illustrazioni prodotte, ma anche per gli argomenti ed i soggetti da lui affrontati, interpretati ed espressi. A tutt'oggi i suoi lavori non sono stati ancora catalogati, per cui è difficile darne un esatto rendiconto. L'operazione è in corso e, allorché ultimata, potrà dar vita ad una raccolta completa ed analitica, che sarà certo interessante riprodurre. Dai suoi lavori appaiono chiaramente l'estro, lo stile, l'ironia dell'artista e la sua capacità di ridere e di far ridere, insieme a quella di trasmettere messaggi di grande significato morale. In sintesi, il suo grande equilibrio interiore.
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Paolo Caccia Dominioni ha anche illustrato diversi libri. L'«argomento militare», per così dire, è sempre stato tra i preferiti dall'autore, anche per la sua grande e profonda cultura storica, ordinativa ed uniformologica che gli consentiva di rappresentare i più diversi soggetti in una realtà sconosciuta a molti. Numerosi a ltri scorci di vita quotidiana, riflessioni su eventi storici, ricordi di figure caratteristiche incontrate qua e là per il mondo, copertine di calendari, biglietti di auguri, eventi importanti hanno viva espressione nel tratto grafico di Paolo Caccia Dominioni, sempre pronto a trasmettere, con esso, un messaggio; sempre attento a sintetizzare in ciascun di segno un concetto, un pensiero, una morale. In una parola: a trasmettere un insegnamento.
I lavori architettonici e monumentali
Da una lettera di Paolo Caccia Dominioni:... «Attività professionale (progettazione e costruzione): svolta saltuariamente in Italia prima del 1960; con speciale intensità, dal 1924 al 1959, in Turchia, Irak, Siria, Libano, Egitto, Sudan, Eritrea, Giava ed Australia. Ha cominciato ad enumerare i progetti dal N. 100; attualmente siamo al 687. Non più di 300 realizzati, in 4 diversi Continenti». La lettera è datata novembre, 1987: in una manciata di righe riassum.e oltre mezzo secolo di professione. In questa sede, ove si è già troppo abusato dello spazio, non è possibile riportare il complesso di opere architettoniche e mon umentali progettate ed eseguite dall'Ingegnere ed Architetto Paolo Caccia Dominioni. 69
Sarà sufficiente ricordare che anche ta li opere, che possono riepilogarsi in Sacrari militari (Alamein, Murchison, Bari, agli infoibati, Tempio votivo del Morbegno), gruppi monumentali (al paracadutista: Viterbo e Livorn o; all'artigliere a lpino: Udine; alla «Folgore»: Castro Marina; al Duca d'Aosta: Gorizia) ed edifici civili (complesso residenziale di Cava dei Tirreni) danno ulteriore conferma della genialità dell'uomo, della su a versatilità, del suo essere sempre in linea con il tempo.
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IL RETAGGIO
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Questa è stata, in sintesi, la vita di Paolo Caccia Domin ioni di Sillavengo e queste sono le opere con cui egli l'ha arr icchita. Legate insieme dall'elevatezza dell'animo, dalla forza del carattere, dal sen so del dovere e dallo spirito di servizio che lo hanno caratterizzato, esse costituiscono il retaggio ch e egli ha lasciato a noi ed a lle generazioni a ven ire. La su a vita non è stata solo epica, come qui rappresentata forse un po' troppo univocamente, ma anche intessuta di tutti i sentimenti, le gioie, gli affanni e gli acciacchi della gente comune. Ed anche q uesti vissuti pienamente, con sempre grande partecipazione e dedizione, con affetto e con amore. Nel1958 sposa Elena Sciolette, la giovane ospite della ricognizione n . 220. «Aveva 35 anni più d i me, ma me ne innamorai su b ito», dice del marito Elena Caccia Dominioni. «Lo conobbi casualmente, nel1956 e, per r ivederlo, lo raggiunsi nel deserto. Rimasi affascinata dalla sua rettitudine morale, dalla sua generosità, dalla sua straordinaria spiritualità, dalla sua religiosità, che si esprimevano nel suo stesso modo di vivere. Gli arabi, che gli volevano bene, dicevano che era il più straordinario esempio di un principio del Corano: Allah ha dato le sue leggi agli uomini non solo per mezzo di Maometto, ma scolpendole nell'anima di ciascuno». 71
Dal loro matrimonio nacquero due figlie, Bianca ed Anna, che crebbero in quell'ambiente incantevole, creato poco a poco da una vita tanto vissuta e che le affascinava. Bianca dice: «Era un papà straordinario e noi lo adoravamo. Quando eravamo bambine, io e mia s~rella, non riuscivamo a staccarci da lui. Lui ci chiamava «signorine» e ci faceva un compito baciamano. Ci sentivamo tanto importanti e inondate d'amore. Erano i baci più dolci che si potessero ricevere da un papà». Tornato dall'aver concluso la missione ad El Alamein, creata la propria famiglia, Paolo Caccia Dominioni ricominciò, con nuova lena e con nuove responsabilità, la propria vita professionale. Di questo periodo sono tutti i libri da lui scritti nonché la realizzazione di molte tra le opere monumentali. I suoi soggiorni si alternano tra la Casavecchia di Nerviano e la «Casa grande con la Croce Rossa sul tetto», a Gradisca d'Isonzo, intramezzati con periodi trascorsi a Santa Mar ia di Leuca, in una deliziosa, vecchia casa da pescatori. Nel trascorrere degli anni non si è mai allontanato dalla realtà sempre mutevole in cui la «Ruota del Tempo » continuava a portarlo. Ovunque egli vivesse, intorno a lui era un continuo avvicendarsi di reduci e veterani, suoi compagni d 'arme, che ne spronavano il ricordo e la fantasia perché la sua matita magica fissasse una volta di più, sulla carta, quel passato che era tutta la loro vita. Né mancavano gli amici, a loro volta personaggi ricchi della tragica esperienza di guerra, per i quali la matita di Paolo sintetizzava mirabilmente quell'esperienza ed il domani che l'aveva seguita. Ne valga solo un esempio, quello di Peppino Prisco, avvocato milanese, già S. Tenente di complemento nel Battaglione Alpini «L'Aquila», della «Julia», 108 3 compagnia Alpini. Dalla campagna di Rus-
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sia e dal quadrivio insaguinato di Selenyi Jar «L'Aquila» tornò in Italia, da dove era par t ito forte di 51 ufficiali, 52 sottufficiali, 1752 alpini, in 3 ufficiali e 159 alpini. Il più anziano di quegli ufficiali, il S. Tenente Giuseppe Prisco, comandava il battaglione. Trent'anni dopo suo figlio era Sottotenente di complemento del Battaglione «L'Aquila» e Paolo Caccia Dominioni ha sintetizzato questa meravigliosa continuità in un disegno che rappresenta il veterano in grigioverde, decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare, ed il «pivello», sciarpa e sciabola. Non erano solo i veterani a richiedere l'opera di Paolo Caccia Dominioni: c'erano anche quelli delle generazioni più giovani, quelli che in guerra non c'erano stati per ragioni di età. Moltissimi, ufficiali dell'Esercito del dopoguerra, colsero l'opportunità di chiedergli un disegno, uno schizzo, una rappresentazione dell'unità che essi comandavano, tale da sintetizzarne la storia ed i fasti e, soprattutto, da s tabilirne un raccordo sicuro tra il presente postbellico ed un passato troppe volte allontanto dal solco della tragedia dell'armistizio e della guerra civile. Ad ogni richiesta la risposta del Tenente Colonnello Sillavengo era sempre positiva, senza alcuna riserva, senza alcuna esitazione: purché in essa vi fosse lo scopo di rendere onore a chi aveva sacrificato la vita in armi con sincerità e con animo puro, in nome del dovere e dell'onore militare. Un giorno andarono da lui alcuni reduci della Divisione Alpina Monterosa, dell'Esercito della R.S.I., e gli chiesero qualche suggerimento per dare veste di Sacrario dei Caduti della Divisione ad un piccolo oratorio, San Rocco, situato nei pressi di Palleroso, un paesino della Garfagnana sulla ex «linea Gotica», «teatro di aspri combattimenti fra le Armate alleate e le truppe italiane che avevano rifiutato la capitolazione e contrastavano loro il passo». Ancora una volta la risposta del vecchio soldato, che pure aveva militato dalla parte opposta, fu «SÌ». 73
L'oratorio fu sistemato, le lapidi, con i nomi dei caduti sapientemente composti, furono applicate alle pareti. Sotto di esse vi è una scritta: «Qui sono murate la gloria e le pietre di Lepanto, 1571; Assietta, 1746; Goito, 18.48; San Martino, 1859; Bezzecca, 1866; Adua, 1896; Tripoli, 1911; Trincea delle Frasche, 1915; Gorizia, 1916; Monte Santo e Monte Grappa, 1917; Piave e Vittorio Veneto, 1918; Mai Ceu, 1936; Tobruk ed Alamein , 1942; Don e Tunisia , 1943; Fronti I taliani, 1944-1945 ». La gloria e le pietre della storia d'Italia e del suo popolo, quella storia ch e non si distrugge, quale che siano le fedi e le ideologie politiche, e sulla quale sarà sempre e comunque costruito il nostro avvenire. Tanto equlib rio «Storico», tanta capacità di superare il momento delle passioni e dell'ira e di vedere il passato nel suo insieme, comprendendone gli indistruttibili legami, sono un'altra ed ancor più preziosa parte del retaggio che Paolo Caccia Domin ioni ci ha lasciato. L'ultima impresa dell'antico Comandante del XXXI Guastatori fu la progettazione e la collocazione di una meridiana sul Sacrario Militare di 0 .33. Corre l'anno 1983, il Tenente Colonnello Sillavengo ha ormai 87 anni e qualche problema di salute, che ne limita, in certo qual modo, l'attività. Ma niente al mondo potrebbe impedirgli di tornare a lla «su a» quota e di compiervi l'ultima missione. Il che avviene nel luglio di quell'anno, trentacinque anni dopo quella prima r icognizione della quale deve avere certo r ivissuto «l'alta emozione». Uomini così non muoiono mai, sono indistruttibili ed eterni n ell'insegnamento che trasmettono. Come dicono gli Alpini, il Tenente Colonnello Sillavengo è solo «andato avanti». 74
Il Comandante Caccia Dominio11i in Mamtarica, giugno 1942
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MEDAGLIA D'ARGENTO AL LAB.ARO DEL
Lr BA'TTAGLION~ PIONIERI DEL GENIO
"LEaNA.N0''-1917-1945-- D.ALIJ ISONZO DE;L :M'MLI A ToBRYK_ DA Al.....AMSlN A MONTE. LVNGO :& ALLALmEM_zro~ DI BOLOqNA
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L'arca del Sacrario di quoto 33 vista dall'alto.
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ÂŤGennaio 1952. Nei pressi del cimitero militare di quota 33 vicino El Alamein, due camionette della Delegazione italiana onoranze Caduti, dopo una ricognizione nell'intemo, rientrano attraverso i relitti del campo di battaglia durante una tempesta di sabbia>>.
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T! Comandante Caccia Dominioni con i suoi guastatori del JJO, Egitto, luglio-agosto 1942
Guastatol'i in addestramento, Villaggio Luigi di Savoia, marzo 1942
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Addestramento ad Et Adem, ottobre 1941
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Addestramento di guastatori in Marmarica, ottobre 1941
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Addestramento di guastatori a El Adem, ottobre 1941
Il Comandante Caccia Dominioni con alcuni guastatori, Egitto, luglio 7942
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INDICE
PRESENTAZIONE
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LA VITA
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La prima Guerra Mondiale L 'Africa La seconda Guerra Mondiale Onore ai Caduti LE OPERE
I libri e gli scritti I disegni I lavori architettonici e monumentali IL RETAGGIO
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