SCUOLA DI GUERRA
· · aler.e fiamma m ..
APPENDICE STRAOHDINARlA AL N. l· 1991
MAGGIO 1991
IPOTESI DI RICONFIGURAZIONE DELL'ESERCITO . NEL QUADRO DELLE NUOVE ESIGENZE DELLA SICUREZZA NAZIONALE
Conclusioni dell'analisi condotta nel corso della Conferenza Ope rativa 1990
MAGGIO 1991
I NDICE
PREFAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 5 IL MODELW DI DIFESA NEL QUADRO DELLA SICUREZZA NAZIONALE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Il modello di difesa attuale ...... .. ... ·. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ipotesi di un nuovo modello di difesa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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LO STRUMENTO MILITARE TERRESTRE: IPOTESI DI RICO NFIGURAZIONE ........ . ....... ... ................ .
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Lineamen ti gene rali ...... .. ..... .. ..... ... ............. . La capac i ~à difensiva ................. .. .............. .. .
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Forze p rofessionis te e di leva ............................. La durata della ferma di leva .......... . ....... . . .. .... .. La stru llura e le forze ..... ... ........................ .. Entità e tipologia delle forze .............................
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La politica di s icurezza ital ia na . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Le forz e di copertura ................. ... ... ............ . Le forze di difesa e co ntrollo dell'inte rno .... .. ..... ... .... .
Forze pronte ................ .. ......................... . I protagonis ti ..... ... . .......... .... ... .... .... : . .. .... . Conclusioni ........................................... .
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PREFAZIONE Fedele al disegno programmatico assunto con la pubblicazione del primo Quaderno e nel quadro della trattazione delle grandi tematiche politico-militari del nostro tempo, la Scuola di Guerra, con il presente numero straordinario del Bollettino ''Alere Flammam': propone un saggio sull'ipotesi di riconfigurazione dell'Esercito nel quadro delle nuove esigenze della sicurezza nazionale. Lo studio, che va riguardato quale prosecuzione dell'indagine iniziata con il precedente Quaderno, vuole rappresentare il risultato di una ricerca sui lineamenti di un possibile strumento terrestre "sufficiente'; inserendosi così nel contesto di tutte le altre ed autorevoli opinioni esistenti, quale contributo di pensiero autonomo e non vincolante. La produzione del primo Quaderno, come del resto era prevedibile, ha sollecitato nei lettori gli spunti interpretativi che materie di così alto significato e di così ampio respiro di per sé originano. Al prevalente e generalizzato apprezzamento, infatti, si sono accompagnate valutazioni di non integrale concordanza. Talune di qu~ste voci dovrebbero t rovare, a nostro giudizio, appagamento in questo seèondo Quaderno, destinato a sviluppare temi e tesi che nel saggio introduttivo sono stati soltanto abbozzati. Altre, invece, potrebbero ancora sussistere e, nella presunzione di essere riusciti a sintetizzar/e ed interpretar/e, si è ritenuto di dedicare ad esse alcune brevi considerazioni. È stato osservato che il nostro sforzo mancherebbe della concretezza
auspicabile in un documento edito dalla Scuola di Guerra dell'Esercito; in apparenza, forse, è così. Peraltro, se oggi si riscontrano difficoltà interp retative dei nuovi modelli di difesa, ciò è anche a causa dell'abitudine ad una presunta concretezza tecnica che è invece, per alcuni versi, riluttanza a pensare in termini politico-strategici, rinunciando all'esplicita definizione degli scopi, degli obiettivi e degli impegni politico-strategici della difesa. Pur convinti che ragionare in termini di strategia sia meno accattivante di quanto non appaia la discussione su aspetti tecnici o tattici della difesa, abbiamo inteso stimolare un dibattito su temi strategici quale p remessa non certo alternativa - di linee di pensiero a noi tutti p iù familiari.
Bollettino d'Informazioni
Ci è stato fatto anche carico di aver rispolverato, unitamente alla geostrategia, tesi ormai superate e strumentai~ forse per rilanciare il ruolo dell'Esercito, apparentemente in declino. Non siamo, ovviamente, d 'accordo. Il crescente rilievo che stanno tornando ad assumere i conflitti "convenzionali'; dovuto sia alla presunta decadenza della deterrenza nucleare (fenomeno sul quale varrebbe la pena discutere, dato che esso non sembra corrispondere alla realtà) sia alla necessità di operare o anche di combattere in aree che la deterrenza nucleare non copre, impone la rilettura della strategia militare Rilettura, beninteso, da parte europea, perché i Sovietici non hanno mai troscurato di curare la strategia e anche gli Americani hanno ripreso da tempo a studiarla. La guerra del Golfo, a cui va il merito di aver riportato l'attenzione sulla strategia militare e sulla geostrategia, è un esempio importante di applicazione di strategia militare associata alla gestione politico-militare. della crisi. Pur tuttavia, essa resta un esempio marginale rispetto alla dimensione globale del fenomeno. Ed è la progressiva "ascensione" dei conflitti "convenzionali" verso livelli di "alta intensità" a riproporre il problema strategico in sede interforze Ciò in contraddizione con la precedente valutazione degli impegni di sicurezza extroeuropei o .,fuori area" a livelLi di "bassa intensità·: da affrontare, quind~ con forze di pace (o meglio, di mantenimento della pace o peacckceping) poco più che sim boliche, a suggellare l'impegno politico. In tali situazioni, la presenza militare poteva prevalentemente limitarsi a una sola Forza Armata e l'impegno militare non avrebbe dovuto tradursi in scontro armato e quindi in guerra. I problemi "interforze" di operazioni e di comando e controllo potevano essere risolti con un semplice coordinamento politico-militare o anche solo tecnico, come nei casi del Libano e della prima missione nel Golfo. La guerra fa invece della soluzione del problema "interforze" e della corrispondente sinergia fra tutte le Forze Armate impegnate, un sine qua non che non può essere rinviato ad altra data. Qualche voce si è levata per rilevare che avremmo attribuito un valore deterministico alla geostrategia, che coniuga geografia e strategia, sottovalutando in questo modo il ruolo della "minaccia'; ritenuto invece più irnportante e attendibile riferimento p er la definizione dei modelli di difesa dei singoli Paesi o delle coalizioni.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
Questa sbrigativa e riduttiva svalutazione del ruolo della minaccia non era certo nelle intenzioni. A nostro parere, tullavia, come la geostrategia non è verità assoluta, non lo è neanche la "minaccia': la cui valutazione autonoma ha spesso indotto a seri errori, sia. sul piano nazionale che su quello internazionale e per più motivi. In realtà, fra geostrategia e minaccia non vi è dicotomia, bensì interdipe1uienza. Entrambe, se prese in considerazione da sole, hanno obiettivi limitati mentre, se associate in un 'armonica valutazione del potenziale di rischio nazionale o internazionale che ne valorizzi le specifiche peculiarità, contribuisçono a rùlurre i margini di errore. Per un Paese come l'Italia, si tratta allora di stabilire se e come l'assetto geograficamente p eninsulare debba essere rivisto, scegliendo quell'assetto strategico che corrisponda non solo alla valutazione della minaccia ma anche al quadro geopolitico che ci circonda e al ruolo che il Paese vuole assolvere nel quadro di una dimensione geostrategica della propria sicurezza militare. L'Italia, abbiamo scritto, ha una dimensione "astrategica" e cioè non strategica. Tale assunto ha sollecitato spunti critici che, sul piano puramente Lessicale, sentiamo di condividere. L'essenza del nostro pensiero, però, non si coniugava al signifteato letterale del termine. Si intendeva affermare che la parte settentrionale del Paese, legata per motivi storici~ geografici, politici ed economici al centro Europa, ne risulta di fatto separata in chiave militare. Essa, cioè, appare isolata in una propria dimensione tattico-operativa, senza connessioni con L'assetto difensivo del centro Europa. Si esige, quindi, la ridefmizione di un appropriato ruolo strategico dell'Italia e non una modi[tea, per successivi tentativi, del presente modello di difesa. Allora si potrà procedere in termini di integrazione del nostro dispositivo di difesa con quello collettivo dell'Europa, attraverso contributi nei due sensi: noi verso gli altri ed essi verso di noi. Questo raffronto in Italia stimolerebbe la competitività e quindi il miglioramento della qualità delle nostre forze, che l 'emarginazione geostrategica del Paese ha finora contribuito a provincializzare. Solo così operando potrà essere garantita la salvaguardia dei legittimi interessi del Paese. Unicamente a questo ci si riferiva con l'uso della locuzione "sceriffo del Mediterraneo': cui ~alun.i lettori hanno attribuito una "carica" di aggressività evidentemente estranea alle intenzioni degli estensori.
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Bollettino d'Informazioni Con queste note, a carattere prettamente tecnico, non si intende chiudere un dibattito, semmai sollecitare ulteriormente quel confronto di opinioni dal quale- solo- può scaturire la verifica sulla validità di tesi non convergenti. Esso, peraltro, non può che assumere la dimensione di palestra per "addetti ai lavori'~ La Scuola di Guerra, in realtà, con il suo primo Quaderno non mirava a proporre verità in assoluto ad una limitata cerchia di tecnici; piuttosto - e ciò era stato enunciato nella prefazione del documento - fornire spunti informativi a settori "laici" della pubblica optnwne.
* ** ** Ed è operando lungo le stesse linee dialettiche e rifuggendo dal privilegio di soluzioni assiomatiche che, in questo secondo Quaderno, l'indagine si è sviluppata attraverso p~si volti anzitutto ad inquadrare, per cenni, la politica di sicurezza italiana nella sua connotazione di componente della politica generale del Governo. Emerge, nella prima parte dello studio, come il Paese, per una convergenza di fattori politici, culturali e storici e di esigenze sociali ed economiche di prioritario rilevanza, già dalla fine del secondo conflitto mondiale, abbia posto in secondo piano il problema della sicurezza nazionale, comunque garantita dalla vocazione occidentale e dalla scelta atlantica dell'Italia, riservando maggiore sollecitudine alla ricostruzione sociale. Superati, negli anni, i condizionamenti connessi con esigenze prioritarie ed indilazionabili e "conquistata·; intanto, una dimensione internazionale che esula da postulati di sterile presenzialismo, l'Italia sembra ora mostrare un rinnovato interesse verso il delicato comparto della sicurezza, in ciò spinta anche dai profondi mutamenti dell'assetto geo-politico e geo-strategico mondiale. Lo studio si indirizza, senza pretese risolutorie "ex-cat hedra" ma con visione comparata, verso possibili opzioni atte a delineare adeguati fori decisionali dai quali possano originare, ad un tempo, gli indirizzi generali della politica di sicurezza e gli organismi abilitati alla gestione dell'emergenza e della crisi.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
La seconda parte afferisce al modello di difesa, tanto nelle sue linee generali di schema strategico, quanto nella individuazione dei lineamenti di un possibile strumento terrestre sufficiente. Con riferimento al primo aspetto, l'indagine condotta, richiamati l'origine, la natura e i condizionamenti del modello in atto, consente di attualizzare le missioni operative interforze e di pervenire a una possibile ricaratterizzazione del modello, secondo canoni irrinunciabili: confermata vocazione difensiva, valenza assoluta del consenso, idoneità a tutelare gli interessi nazionali ovunque. Consegue da ciò l 'identikit tecnico del correlato establi· shment militare: strumento classico, flessibile, rigorosamente tridimensio· nale e quindi a marcata vocazione interforze, supportato da un adeguato sistema di comando, controllo e sostegno ed idoneo a coniugare vincoli di economia a parametri di efficienza. Con riferimento, poi~ al secondo aspetto, lo studio giunge a delineare i profili essenziali di una componente terrestre in grado di fornire il supporto addestrativo e il sostegno tecnicologistico, nonché di assicurare il comando e controllo integrato. Sono queste le linee concettuali attraverso cui si sviluppa il saggio che la Scuola di Guerra propone. Civitavecchia, maggio 1991
IL COMANDANTE DELLA SCUOLA DI GUERRA
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IL MODELLO DI DIFESA NEL QUADRO DELLA SICUREZZA
AZIONALE
LA POLITICA DI SICUREZZA ITALIA A Nel primo "Libro Bianco della Difesa" (1977) il tema della distensione - ten uto conto dell'impor tanza all 'epoca attribuita a tale preminente argomento- aveva prevalso s ulla tra ttazione approfondita della s icurezza.
La s uccessiva ed izione dell'opera (1985), riservando maggiore spazio al problema della sicurezza: ind ividua i fini c he della s tessa debbono costituire indisp ensab ile coro llario (salvaguardia e mante nimento d ella pace; garanzia della libertĂ e dell ' ind ipe ndenza del Paese; mantenimento e raffo rza mento del siste ma democratico di Governo); introduce il concetto di "mod ello di difesa", qu ale sche ma strategico cd operativo che, in relazione agli indirizzi della pol itica di sic urezza cd ai pr incip i d i qu ella militare, concorre a definire, tra l'altro, le missioni operative fondamentali assegnate alle Forze Armate. Un Libro Bianco, si sa, nasce come documento inteso a co lmare un vuoto informativo della pubblica opi nione sui problemi della Difesa. Esso si pone, quindi, qua le s trume nto di raccordo tra Forze Armate c Paese, ma anche come anello di congiunzione tra vertici politici e militari, dai primi promanando quelle lin ee d i s trategia della sicurezza naz ionale cu i i secondi de bbono informare l'adozione delle conseguen ti scelte operative.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
Ma esiste in Ital ia una politica di sicurezza? Come si fo rma, come si adegua, co me si gestisce tal e politica? Solo risposte concrete a ques ti interrogativi possono condurre a puntuali verifiche sulla validità di un modello di difesa e quindi sulla effi cacia ope rati va dell'apparato militare d el Paese.
La politica di sicurezza si manifesta nella scelta degli obiettivi nazionali da perseguire attrave rso l'adozione di conseguenti direttrici di azione. Posta l' impossibilità di privilegiare posizioni neutralistich e, che la condizione.geostrategica dell'Italia non ha consentito, il Paese -fin dall'immediato dopogue rra - ha manifestato una precisa vocazione atlantica, accentuando sempre più, nel co rso degli anni, la sua caratterizzazione e uropea . Conseguenteme nte avrebbe dovuto e dovre bbe essere la politi ca estera a proporsi quale card ine di una chiara filosofia di s icurezza nazionale, secondo linee di inte rvento intese a puntualizzare: la validità delle scelte a tlantica ed europea; l'esigenza di svi luppare e con solidare i rapporti con
Paesi medi-
te rran ei; il ruolo da disimpegnare per lo sviluppo del d ialogo Est-Oves t, ma anc he di quello Nord/Sud; gli inte ndimenti e le prospettive del Paese (anche in termini di strategia economico-finanziaria) in relazione alle aspe ttative degli stati e mergenti ed ai principi propugnati dall'Italia sul piano internazionale. Nasce, dal rispetto di tali param e tri, l'equazione sicurezza/stabilità. Per contro, daUa loro mancata o parziale osservanza, emerge il meno tranquillizzante binomio insic urezzalvulne rabilità. Un rife rime nto al "Libro Bianco" del 1985 co nsente di affermare che, quantomeno "in fieri" ed in anni più recenti, la volontà politica era quella di privilegiare la prima di dette equazioni. Lo testimonia l'eloquente autografo ministeriale con iJ quale il titolare pro-tempore del dicastero presentava -
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Bollettino d'Informazioni l'opera all'attenzione del Paese. A ritroso, poi, un orientamento potenziale a considerare la politica di s icurezza quale struttu ra portante della stab ilità nazionale può rilevarsi anche dai documenti programmatici dei Governi (e non sono stati pochi) che dal 1947 ad oggi, sotto diverse connotazioni e con svariate formule, hanno guidato la vita nazionale. Invece, per una convergenza quantomeno singolare di fatto ri politici, c ulturali e storici, si è prodotto e progressivamente co nsolidato un diffuso disinteresse per tutto quanto potesse riferirsi alla politica di sicurezza, tema mai sostanzialmente affrontato - e tanto meno risolto - nei fori competenti, seppure in c hiave riduttivamente pragmatica. Si è profila ta così, per i vertici delle Forze Armate, l'esigenza di pro· muove re e co ltivare essi s tessi una politica, militare (che di quella della sicurezza costituisce componente non secondaria) secondo linee autonome, sostanzialmente basate sulla gestione della minaccia. Spetta forse ai politologi individu a re ed isolare le ragioni di fondo che, negli anni della contrapposizione fra blocchi e della guerra fredda, hanno condotto i fori competenti ad " impostare" una politica della sicurezza (ed a vedere il correlato problema della gestio ne della cri si) in termini episodici e non poche volte emozionali. Lasciando ad essi il compito di ricercare le effeuive e comprovate ragioni per cu i oggi il nostro Paese "vanta" ancora un marcato vuoto in materia di politica di sicurezza, è forse oppo rtuno esp lorare i segnali che possano far auspicare im minente una invers ione di tendenza. È stato il recente dinamismo del quadro internazionale a scuotere la classe politi ca italiana ed a creare, se non proprio una presenza di "alto profilo" del nostro Paese sul piano internazionale, quantomeno la presa d'allo di quelle carenze da cui, ancor oggi, l'allivismo italiano è cond izionato nella ricerca di un ruolo: assenza di confacenti meccanismi d ecisionali, carenza di informazioni adeguate, scarsa padronanza della materia politico-strategica, latitanza di una organ izzazione di comando c controllo tale da responsabilizzare, con efficacia ed in tempo reale, l'establishment militare e "laico". -
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale Ma l'articolato processo che si collega alla individuazione ed alla adozione di un'adegu ata politica d i sicurezza non può - per un Paese, quale il nostro, che fond amenta lmente ne è privo - prescindere da ll'analisi di modell i adollati da altre entità sovrannaziona li o statuali che tale po li tica invece compi utamente già esprimono. I n vari saggi sono stati recentemente richiamati talu ni concetti p ropri di organismi o Paesi con i quali l'ILalia è semp re più chiamata a dibattere problemi di sicurezza e di garanzia internazionale. Tali assunti di processo decisipnale, sebb ene in costante evoluz ione per il citato d inam ismo del quadro internaziona le, consentono di configu rare la struttura orga nizzativa essenziale, compatibile con il nostro s istema politico-amminis trativo, destinata a proporsi quale "cellula operativa" di un costit uendo centro decisionale nazionale. Posto cioè, che esista - in negativo - il cosid detto "caso italiano", ove i problemi di sicurezza vengono affron tati in un 'ottica contingen te e con decisioni "alla giornata", l'esame com parato di modelli decisiona li, al cui in te rno dette pro blematiche sem bra no invece sfidate e risolte con una visione d i alto profilo, può costituire un primo e metodologicamente corretto tentativo di soluzione nel nostro caso. Ma in che termini si pone il caso itali ano? In Italia, e ciò è u niversalmente ri conosciuto, l' ind irizzo politico-costitu zionale della difesa (e quindi anche della stcurezza) è prerogativa specifica dell'Esecutivo. Esso, in omaggio a consolidati pr inc ip i democra tici, è condizion ato da un accentuato pluralismo politico, contestuale, peraltro, ad un peculiare assetto partitico. Il Governo, quindi, deve necessariamente tener conto, nelle sue scelte attuative, di un quadro socio-politico composito e non omogeneo, al fine d i potarizzare il p iù ampio consenso sulle opzion i op erative da adottare. Ad esso, che è chiamato ad assumere le sue decisioni n ella form a istituzionale ed unanime del Consiglio dei Min istri, si affianca, in una cornice di rispe tto del dettato costituzionale, l'attività del Consiglio Supremo di Difesa e quella d elle Camere, queste ultime - di massima - attraverso lo specializzato contesto delle Commissioni Parlamentari. Sono questi, cioè, i soli organi giur idicamente prep osti a "fare politica di sicurezza". Ciascun o di essi, per altro, a seguito di condizionamenti che la natura e la configurazione gli impongo no, non è in grado di esprimersi, a tali fini, con puntuale compiutezza.
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Bollettino d 'Informazioni Il Cons iglio dei Ministri, infatti, quale organo collegia le a composizion e ple naria, s i è dim ostrato, in non poche circosta nze, co me la sede meno rapida e talvolta me no opportuna per un approccio alla politica di sic urezza. La inte rministe ri alità di tale linea trova - nei lavori dell ' Esecutivo quegli cle me nti di rita rdo e di ostacolo che solo un Ga binetto ris tre tto co ns entire bb e d i ovviare. In Italia, pe rò, non esis te e non è dato presume re c he si ins tauri a breve termine un organismo ad hoc, del tipo, appunto, di un Cons iglio di Gabine tto, s ia pure supportato da age nzie interministe riali , pe r la tra ttazione d ei prob le mi della sicurezza nazionale. Fra le altre cose, esso man c here bbe d i legittimazione nella sua funzione d ecisionale e non potrebbe non salvaguardare quella ra ppresentatività partitica che, seco ndo una nime co nsid erazione, sembra costituire una delle più n egati ve caralle rizzazioni d ell 'attuale Esecuti vo. Lo s tesso Consigl io Supremo d i Difesa, sorto sulle cene ri d el Comi tato d i Difesa, me teora, quest' ultim o, a livello govern a ti vo del periodo 1945-50, non sembra, così come è configura to dalla legge, rispondere, p er condiziona menti di va rio tipo, alle esigenze per le quali è stato c reato. I l fa llo s tesso che ta le organo sia presieduto dal Capo d ello Sta to, c ui comp ete un "a lto comando" delle Forze Armate (s ull a portata inte rpre ta ti va del quale s i so no scontrati e si scontrano, senza successo, costituzionalis ti di rico nosc iuto pres tigio), consiglia, ai fini della sic urezza, di co ns ide rare l'Alto Consesso più come organo a matrice consultiva - sia pure di avanza ta s ofi sticazion e - che come struttura destinata ad inse rirs i in un quadro d ecis ionale che i limiti is tituzionali e funz ionali non gli consentono. Seco ndo alc uni a utori, maggior se nsibilità verso l'esigenza di una razi onalizzazi one d ella politica nazionale della sic urezza, si ril eva invece nel Parlame nto cui, comunque, mancano ancora adegua ti s trume nti (secondo gli autori cita ti, di tipo conoscitivo, a n ostro parere, a nc he di na tura giuridica) pe r s timolare e controllare "con co ntinuità e compe te nza, la politica d i s ic urezza dell ' Esecutivo". -
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
Non s i intende, attraverso queste nole, sovrapporsi ad indagini, stu di e ricerche operati - con ben altro spessore tecnico - da autori specializzati, alla cui lettura, semmai, sembra opportuno rimandare per una più ampia conoscenza della materia. Lo stesso dicasi per un confronto tra le modalità allraverso le quaJi la politica di sicurezza viene perseguita ed attuata tanto da organism i sovrannazionali (ONU e NATO), quanto da taluni Paesi occidentali (Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna). Bas ti ricordare, in questa sede, che mentre gli organismi internazionali dimostrano capacità decisionale limitata e ancor minore idoneità ad intervenire nel campo della sicu rezza internazionale, le nazion i menzionate affidano invece ad Organi del tipo di un Consiglio di Si curezza, retto dal capo dei si ngo li Esecutivi, la gestione dello specifico problema. Variano, nei diversi assetti, il su p porto burocratico di ciascun Consiglio e le previsioni d i partecipazione "laica" ai lavori dell 'Alto Organo, partecipazione che comunque- in ogni caso in cui sono previste valutazioni di carattere militare - è estesa ai vertici delle rispettive Forze Armate. Il "caso italiano" potrebbe risolversi forse p roprio con l'istituzione nell'ambito esecutivo di un foro decisionale mo deJlato sul prototipo dei citati Consigli. Occorre però rilevare come, per fare ciò, necessiterebbe rimuovere non solo quella che con espressione riduttiva è stata definita quale inerzia della classe politica, ma anche indubbie e contingenti carenze legislative, organizzative ed esecutive che rendono oggi ancora precaria una adeguata fi losofia di sicurezza nazionale. In ogni caso, se la politica afferisce, come in effetti deve essere, al più ampio contesto di quella di sicurezza e quest'ultima include nei propri fini anche la tutela degli interessi nazionali, di tale tutela deve tener conto il vertice militare allorché viene chiamato a trasformare in scelte op erative il pacchetto di obiettivi strategici nazionali, il cui conseguimento è possibile attraverso l'adozione di un adeguato modello di difesa.
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Bollettino d'Informazioni
IL MODELW DI DIFESA ATTUALE La politica di difesa italiana, dalla data di pubblicazione del " Libro Bianco" 1985, si è sviluppata secondo due direttrici: la prima, fino al 1989, impostata sulle previsioni di uno schema strategicooperativo defmito "modello di difesa" che, in presenza di una minaccia "classica" chiaramente predeterminata, modulava la configurazione e lo schieramento delle forze nei vari settori operativi, stabiliva le priorità difensive ma, soprattutto, codificava precise missioni operative fondamentali. Conseguiva da ciò l'identikit di uno strum ento ad hoc, rigorosamente tridimensionale, equ ilibrato nelle componenti in relazione al grado di compartecipazione alle missioni ed alimentato - almeno per quanto concerne la sua connotazione terrestré e gli elementi di base - prevalentemente da personale di leva. Ne discendeva, altresì, J'esig'e nza di un accurato e concreto esame delle carenze dello strumento nel suo complesso ma, anche, di ciascuna componente, con l'indicazion e delle prospettive di adeguamento; la seconda, dal 1989, da quando - cioè - le profonde mutazioni geopolitiche e geostrategiche che hanno caratterizzato e caratterizzano Vecchio Continente ed aree limitrofe, sembrano aver messo totalmente in discussione la validità di tale modello, nonché delle valutazioni e situazioni, ma anche dei presupposti, che lo avevano generato. Non si intende, con questo, connotare di provvisorietà e contingenza lo schema strategico recato dal Libro Bianco 1985. Esso, piuttosto, era il prodotto finale di una politica di difesa (in parte autonoma, per le ragioni già esposte) caratterizzata da non poche iniziative: il già ricordato Libro Bianco 1977, gli indirizzi di politica militare del 1980, la presentazione in Parlamento da parte del Ministro della Difesa pro-Lempore di un nuovo mod ello di difesa nel 1981, gli indirizzi stabiliti nel 1982 dal Ministro Spadolini, la Conferenza Nazionale Industria-Difesa del 1984 e la Conferenza Europea Difesa-Univers ità tenuta a Strasburgo ancora nel 1984. Tal e ultima
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale esperienza, anche se non ha fornito diretti segnali destinati ad influire sul modello di difesa, ha contribuito a rea lizzare quel legame tra mondo accademicQ e universo militare che trova nella rivitalizzazione d egli studi geostrategici e geopolitici l'ideale collante. Il "modello ' 85", a fini di studio, può essere considerato sotto una duplice angolatura: quale nuovo metodo contabil e inteso a fornire ai Centri Decisionali politi~ i un riferimento concreto per la previsione e la ripartizione delle risorse assegnate alla Difesa. Con tale metodo, cioè, si intendeva privilegiare una filosofia di ripartizione che, sganciata finalmente da criteri distributivi delle risorse che vedevano nei programmi e non già nei compiti delle Forze Armate il loro fondamento, veniva a riconoscere la più eloquente valenza delle missionj operative; quale risposta strategica ed operativa- integra ta e interforze - a quegli scenari di minaccia diretta e potenziale che aJl'epoca erano da ritenersi più probabili. Nella sua configurazione di: nuovo metodo contabile, il "modello '85" ha denunciato indiscutibili limiti. Le dichiarazioni di intenti di parte politica non ha nno trovato successiva appli cazione e il bilancio della Difesa resta ancora reciproca terra di co nquista e "obiettivo dei poveri". Quale schema strategico ed operativo, il "mod. '85" merita diversa consid erazione. Nella sua impostazione metodologica, e forse in quella dell'intero " Libro Bianco" 1985, sembra non ril evarsi quella suddivisione concettuale e strutturale che dovrebbe insistere, per confacentemente manifestarsi, s u tre distinti livelli: geopolitico, geostrategico ed operativo. Questa sostanziale carenza, che indubbiamente ha inciso nell'architettura del modello di difesa: è conseguenza diretta dell'incerta definizione del rl!olo svolto dal no-
stro Paese e del peso ad esso attribuito nell'amb ito dell'Alleanza e nel contesto internazionale;
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Bollettino d'Informazioni costituisce riprova, se mai ve ne fosse bisogno, degli effetti negativi che la mancanza di una politica di sicurezza può ingenerare. In assenza, allora, di precisi parametri geopolitici e geostrategici di riferim ento, il modello di difesa recato dal "Libro Bianco" 1985 non poteva che concentrarsi suUe indicazioni di specifici mandati operativi atti al contrasto della minaccia, in una parola suUe missioni interforze. In tale formula si compe ndiano tanto i criteri generali su cui si basa l'intera fi losofia dell'Alleanza Atlantica (dissuasione- difesa avanzata- integrazione delle forze- efficienza tecnologica), quanto i paramentri geostrategici (ma ancora di Alleanza, visto il "silenzio radio" nazionale) che, sulla base dell'assetto internazionale, consento.no di tradurre in concetti di imp iego e risorse funziona li la risposta dello strumento militare.
La validità, la rispondenza e l'efficacia delle missioni interforze, quali risposte strategico-operative a situazi on i reali, per fortuna di tutti, non sono state collaudate: la minaccia potenziale, per cui esse erano state disegnate, tale è rimasta. C'è da rilevare, però, co me le stesse ragioni che avevano mortificato il modello di difesa nella sua connotazione di strumento contabile, impedendone - in pratica - il decollo programmatico, abbiano profondamente inciso anche sul nutrito pacchetto di ammodernamenti t he, già dal 1985, si poneva come essenziale per una cred ibil e applicazione delle missioni stesse. Un'ultima considerazione sul modello '85 si impone in questa sede, ma solo per un successivo, meditato ripescaggio. La configurazione per miss ioni operative, anche se accompagnata da indispensabili strutture di comando unificato (il che non è avvenuto), entra in oggettiva co ntraddizione con l'attuale sistema e con la vigente compartimentazione "di fatto" in tre Forze Armate che non trovano nello Stato Maggiore della Difesa l'indispensabile struttura di indirizzo e di coordinamento interforze.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
IPOfE I DI
OVO MODELLO DI DIFESA
cl quadro di dense trasformazioni che l'Europa in particolare ma l' intero universo ex tra-europeo s tanno vivendo, si rend e indispe nsabile esplorare una dimensione totalm ente diversa da quell e realtà politiche e strategiche che hanno caratterizzato il passato. Senza vo ler perco rrere in dettaglio punti di situazione già un iversalmente noti cd esaurientemente trattati in fori più accred itati, non si p uò prescindere dal ricordare come ta luni ·degli accadimenti più recenti richiamino in causa la s icurezza, intesa in senso g lobale, anziché nella sua prcgressa co nnotazio ne prevalentemente mi litare. Già nel precedente Quaderno " Posizione geostrategica dell ' Itali a e sua funzione operati va nell'attuale co ntesto internazionale in continua evoluzione" (0 ) erano stati individu ati i punti ferm i del mutato quadro generale strategico destinati a proporsi quali cardin i d i una rinnova ta filosofia dife ns iva. Ancora in quella sede, si era tentata una collocazione s is tematica delle funzion i operative del nostro Paese, ancorandone la connotazione al parametro emergente della sicurezza anziché a quello, oggi tutto so mmato meno verificabile, di minaccia. Ne ll 'o perare in tal senso, si è agito - in parallelo- su quel sis tema tridi mensionale e interdipendente (geopo litico, geostrategico ed operativo), in parte disatteso dal modello ' 85, dalla cui realizzazione - soltanto scaturisce il concreto sodd isfacimento delle esigenze di sicurezza delle nazio ni. Parlare infatti, per il nostro Paese, di una trilogia s trategico-operativa impostata s u distinte funzioni di natura continentale, mediterranea ed internazionale, significa operare quel balzo in avanti dal quale discendere il coraggi oso abbandono di facciate senza stru ttura. Alla luce di ciò, le s tesse mission i interforze potrebbero, forse, essere ridisegnate e condu rre alla impostazione di uno strumen to ottimale. Senza presunzioni retoricamente innovative e rifuggendo da un riformis mo di
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Vedasi Appendice Straordinaria Bollettino "Aiere Flammam" n. 2 -
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Dicembre 1990.
Bollettino d'Informazioni maniera, viatico di pur accreditate correnti di pensiero, le attuali missioni operative interforze potrebb ero riformularsi in chiave numericamente riduttiva ma concettualmente più intensa. In particolare, l'intero spettro delle esigenze di sicurezza nazionale potrebbe, con riferimento agli aspetti squisitamente militari, essere ricondotto a tre enunciati principali:
l. controllo e difesa integrati del territorio, delle acque territoriali e del relativo spazio aereo; 2 . salvaguardia degli interessi vitali del Paese, ovunque, e partecipazione ad iniziative tendenti a garantire la pace e la stabilità internazionale; 3. concorso per la salvaguardia delle libere istituzionj e nel campo della protezione civile. Trattasi, come è faci le rilevare, di fo rmulazioni ad ampio respiro offerte più co me sp unto di riflessione e momento di provocazione dibattimentale, che quali dogmatici assunti da inn estare tout court nella dottrina in vigore. Esse, peraltro, tengono doverosamente co nto di due irrinunciabili imperativi che, anche un Paese a chlara vocazione difensiva quale il nostro, non può ulteriormente disattend ere: la salvaguardia degli interessi vitali d el Paese, sempre ed ovunque, ed il conco rso alla stabilità internaziona le. Se è vero, infatti, che limitati riferimenti a tali delicate funzioni appaiono già riportati da talune delle vigenti missioni operative (2 a e sa), nondi meno la drammatica luce che esse oggi assumono nel quadro strategico mondiale n e impone una chiara, puntuale, irrinunciabile tutela. Avuto riguardo alle eventuali priorità attribuibili, in via teorica, ad una o ad altra delle citate missioni, va osservato come sotto un profilo: m etodologico, sareb be concettualmente errata la aprioristica predesignazione di una gerarchia; storico-attua le, non esistono indicatori a concreta matrice non emozionale atti a legittimare una qualsivoglia "graduatoria". Ecco allora, come per il passato, l'esigenza di uno strumento classico, rigorosamente tridim ensionale ma r idisegnato nel suo equilibrio, a m arcata
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vocazione interforze e le cui componenti, rifuggendo da sterili protagonismi, vivano, coscientemente e senza forzature, il ruolo che, in funzione dei compiti, ad esse attiene. L'obiettivo, quindi, è quello di disegnare uno strumento mil itare "a netta connotazione difensiva, che sia in grado, però, d i esprimere un'adeguata fless ibilità d'intervento; uno strumento armonico ed equilibrato, risultante dal rapporto ottimale fra le Forze Armate, che - anche per la disponibilità di forze di rapido impiego - sia in grado di fronteggiare improvvise emergenze e crisi e possa concorrere, eventualmente con le stesse aliquote, al la costituzione di complessi multinazionali, mobili e polivalenti, quando risulti necessario per il mantenimento deJla pace e il rispristino deJI'ordine internazionale" (0 ) .
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Stralcio AS n. 2539 sulla ristrutturazione dei vertici della Difesa, depositato alla Presi· denza del Senato il 21.11.1990. Da!Ja relazione di accompagnamento, pag. 2.
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LO STRUl\1E TO MILITARE TERRESTRE: IPafESI DI RICONFIGUR AZIO E LINEAMENTI GE ERALI Gli ammaestramen ti mutuab ili dal s'e condo confl illo mondiale dimos tra no (e la do ttrina recepisce) il princ ipio secondo cu i nei confl itti moderni il successo può conseguirsi soltanto mediante l' in tegrazio ne de lle fo rze. Tale assunto, se r iveste vale nza in campo naziona le, semb ra porsi in term ini a sso luti con r igua rdo a l consesso sovrannazionale, ove ormai non può più p resc indersi dal p ri vil egio della filosofia associativa. Il rispello de l principio, pera ltro: sul piano in te rno, non pone - necessariamente d ello strume nto m ilitare a l ser vizio delle a ltre;
una componente
su l p ia n o inte rnazionale, non colloca le forze militari d i uno Stato in posizione a nci llare rispetto a quelle di altri, stante la caratteristica di mutua lis mo dife ns ivo che un o s tru mento " integrato" - destinato, com'è, a d opera re in uno scena rio di coa lizio ne - deve possedere. In Ita lia, la già r ico rdata evo luzione degli scenari internazionali da u n la to, il gravissimo degrado fin anz ia rio della d ifesa e le reaz ion i emoziona li a llo scopp io d i una pace inver ificata da ll 'altro, han no allivato non poche correnti di pe nsiero s ulla ipotesi di un a co ns iste nte ri d uzione delle forze m il itari. A ciò s i aggiunge, da più parti, un' istanza di revisione a ll 'equi librio interno dello strumento, da operarsi secondo linee tese a maggiormente con trarre la componente terrestre.
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La contrazione de ll 'Esercito non è, a ben vedere, il problema più importante, essendo be n altre, infatti, le sfid e che la Forza Armata è chi amata a raccoglie re. Di esse, la più s timolante è quella d i modellare una s tr uttura in linea con la mutata s ituazione geostrategica c geopolitica, atta a pro porsi in termini di c redibi lità ed affidabi lità, idonea ad operare, senza traumi , in un contesto integrato e multinazionale perché questo è lo scenario in cu i, sempre più, saremo chiamati ad o perare. Né il riordinamento del 1975, né le successive contrazioni del 1986 e del 1989 ~anno condotto ai risultati auspicati: convincenti sui piano concettuale, tali misure sono crollate su quello applicativo, forse perché non supportate dalla preventiva analisi di tulle le conseguenze di carallerc organizzativo. L'espe rie nza "de l giorno dopo" dimostra che una revisione mirata dello strumento terrestre, aderente alla indeterminatezza di tutte le variab ili in gioco, non può operarsi, senza la preventiva disam ina di talu ni condizionamenti di base da l cu i ab batti mento, solo, deve e mergere la linea di evo luzione da privilegiare. Tali sono: il gra do di capacità dife nsiva che (an che in termini di proiezione di potenza) si vuole raggiungere, il giusto dosaggio tra forz e profess ion iste e di leva (c c ioè tra volontari e coscritti), la durata della ferma di leva, la ti pologia delle forze.
LA CAPACITÀ DIFENSIVA Sotto questo profi lo, lo strum ento te rrestre può essere archite ttato in linea con tre d is tinte progettazioni, a seconda che si miri ad una ca pacità difensiva:
totale, affrancata, c ioè, da qualsivoglia presupposto di integrazione sovra nnazionale. Trattasi di progetto teorico, che ragioni di costi, alime ntazio ne, insediamenti, consenso costituziona le e partecipazione social e, rendono inattuabile;
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insufficiente, da completare - cioè - attraverso un marcato ricorso all 'integrazione sovrannazionale, tanto più spinto quanto maggiore è il livello d i insufficienza. Il fatto, però, che uno strumen to insufficiente asp iri a superare questa carenza in un quadro e in un gioco di accordi internazionali, rende necessario verificare in partenza quanto gli altri Paesi siano disposti, aderendo alla filosofia associativa dello Stato portatore di una struttura militare insufficiente, a lavorare "in perdita". Anche questo progetto sembra da archiviare; sufficient e, ossia minimamente calibrato per qualità e quantità a garantire la salvaguardia del territorio e idoneo ad intervenire tempestivamente laddove lo richiedano gli interessi nazionali. Questo modulo, giusta via intermedia fra gli estremi precedenti, appare quello sul quale porre a base i successivi passi.
FORZE PROFESSIONISTE E DI LEVA Anche su questo aspetto le scuole di pensiero militare si scontrano. Considerate di dubbia fattibilità (0 ) , le soluzioni esasperate (tutti coscritti - tutti volontari) l'attenzione va posta sulla soluzione della co-presenza e questo non per tenace ricerca del compromesso, bensì per l'esigenza di mediare tutti quegli aspetti, evidentemente in contrasto, che le soluzioni· estrem·e presentano. Il fatto di prevedere (come vedremo) nell'architettura di un nuovo mod ello terrestre un nucleo di forze costituito unicamente o in via prioritaria da volontari postula, in partenza, due cose: la disponibilità di volontari da inserire nelle unità destinate a costituire tale nucleo, ma anche la certezza di attivare quel meccanismo di ricambio generazionale al quale affidare il ripianamento degli uscenti;
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Vds. "Esercito e volontari" del Gen.C.A. Goffredo CANINO, s upplemento al n. l /91, gennaio-febbraio della Rivista Militare.
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la possibili tà di accettare i costi che un vo lontariato s iffatto verrebbe a confor mare. Si è detto che il rapporto, in termini di oneri, tra un volontario ed un coscritto è di 5:1. Non sarebbe male se, volendo esp lorare il problema con la dovuta concretezza, si parlasse di un rapporto 7:1, al fine d i co nsiderare tutte quelle frange di costo indirette che una oculata gestione d el volontariato comporta. Avuto riguardo, in particolare, al primo aspetto (la disponibilità), la normativa vigente sembra porsi quale passo so lamente introduttivo per la soluzione del problema, sia negli aspetti contingenti, sia in qu elli programmatic6-proiez iona li. Incertezza sul numero, insufficien za n el profilo, carenza nelle vocaz ioni; non è co n questo "pacchetto" d i uomini che si può pensa re all 'a lim entazion e di un nucleo di fo rze "sofi sticate". Occo rrerà, allora, prevedere - almeno per un arco di tempo indispensab ile a portare a regime l'istituto di un " buon" volon tariato (5 anni?)il ricorso a coscritti. Nel frattempo, i vertici politici potranno individuare gli strumenti normativi che, in linea con quelJi vigenti e ad integrazione dei medesimi, creino le premesse per le future vocazioni di questi "volontari della nuova frontiera".
LA DURATA DELLA FERMA DI LEVA Per poter disporre di uno strumento terrestre cred ibile, è necessario che anche i reparti costituiti da militari di leva raggiungano e mantengano un grado di operatività quanto più prossimo a quello posseduto da reparti di volontari. U concetto è prevalentemente economico: ad ogni addestramento di base, infatti, deve seguire - perché esso diventi pagan te - un congruo periodo di presenza ai reparti che consenta, al coscritto, di acquisire l'operatività co mpletando la sua formazione militare, all'unità, di utilizzare, in termini di ricaduta, la preparazione di person ale istruito. Ciò si pone anche quale presupposto di una realistica, credibile e saggia mobilitazione che tale non sarebbe qualora si disponesse di riservisti caratterizzati esclusivamente da addestramento di base.
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Esperienze maturate in altri Paesi, oltreché nel nostro, dimostrano che una coscrizione di 12 mesi costituisce lo s trum ento di minima credibilità della leva. Ipotesi di co ntrazione, innegabilmente s uggestive sotto il profil o del prevedibile consenso popolare, si dimostrerebbero inaccettabili s ul piano dell'efficienza dei reparti e, quel che più conta, neppure concorrenziali su l pjano dei costi.
LA STRUTIURA E LE FORZE L'identificazione di uno s trumento terrestre a capacità difensiva globalmente "sufficiente", idoneo - cioè e co me g ià detto - a garantire per q ualità e quantità la salvaguardia del territorio, nonché ad intervenire tempestivamente laddove lo richiedano gli interessi nazionali, dovrebbe condurre ad una struttura ste llare a. cinqu e punte, di cui tre riferite aJi e forze operative e due alle organ izzazioni di s upporto (fig. l):
FORZE OPERATIVE
SUPPORTO
Territoriale c l.ogistica
ScolasticoAddestrativa
Fig. l: In struttura steli are dello strumento terrestre.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale I n partico lare: un nucleo di forze ad elevata prontezza operativa, in grado di sodd isfare "in tempo reale" ogni esigenza operativa della Forza Armata; un co mpl esso di forze in senso lato definibili "di copertura", pronte per la difesa dello Scacchiere Nord-Est a saldatura co n lo scenari o politicostrategico del centro Europa e soprattutto con la Germania; un blocco di forze "dell'interno", in grado di assolvere compiti connessi con la difesa/co ntrollo del territorio peninsu lare ed ins ulare; un'area territoriale e logistica, im prontata a criteri d i realistica p roporzionalità con il "corpo", ossia con il citato complesso di forze operative; un'organizzazione scolastico-addestrativa, ad alta tecnologia informatica, che si ponga - nel rispetto coerente del binomio costi/efficacia quale concreto bacino di formazione, ad ogn i livello, di Quadri e gregari altamente motivati e professionalizzati. Questa cond izione costituisce la pietra miliare nella progettazione di qualsivoglia modello di dife~a. Connotate così le "cinque punte" del modello da noi individuato e viste le corre lazioni tra quelle di esse che afferiscono alle forze operative e quelle che rappresentano le aree di supporto, esaminiamo - nel particolare - le prime. È s u di esse, infatti, che oggi si incentrano, tanto a livello decisionale quanto a livello opinionistico, quei confronti, dibattiti, valutazioni e prop?ste cui la Scuola intende contribuire con autonoma visione partecipati va. Ciò non toglie, però, che nell'economia generale del discorso (sia nostro, sia di più accreditati studiosi o decision-rnakers) l'esistenza e l'indispensabilità delle aree di supporto vadano costantemente ricordate.
La precisazione non sembri pleonastica: troppi dibattiti, oggi, si conducono esclusivamente a "colpi di Brigate"!
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ENTITÀ E TIPOLOGIA DELLE FORZE Esaurita la disamina dei lineamenti generali dello strum ento, occorre tradurre in co ncreto l'entità e la tipologia dei complessi che debbono concorrere a cos tituire le forze precedentemente individuate. Tre considerazio ni s i impongono in premessa: nella identificazione delle unità si è ritenuto di privilegiare, q uale modulo d i r iferim ento, il co mplesso Brigata. Ciò in quanto esso rappresenta quella convincente espressione di omogeneità e polifunziona lità, che cos tituisce preciso e co llaudato indicatore finanziario da cui può scatu· rire una immediata percezione dei costi; l'approccio metodologico seguito insist~ rà precipuamente sulle missioni operative, talune delle quali (ad esempio, controllo e difesa integrale del terr itorio, delle acque territoriali e del relativo spazio aereo) ritrovano nella posizione geostrategica del Paese l'indispensabile riferimento, allre- con opportuni adattamenti - sono da ricollcgarsi alJa prima, dalla quale comunque discendono le principali indicazioni in termini di esigenze; sarà fatto cenno, nelle note ch e seguono, al co ncetto di mobilitazione, qual e complesso d i procedure da adottarsi per alimentare quelle unità " quadro" o "di completamento" che - nel prosieguo dello s tudio verran no a delinearsi quali componenti dello s trumento difensivo minim o. Non è inopportuno ricordare, fin da ora, che la mob ilitazione, istituto verso il quale il nos tro Paese ha se mpre dimostrato un inquietante torpore partecipativo, non potrà essere efficace e quindi credibile se non ne verrano costanteme nte rico rdate ed accettate le peculiari caratteristiche. Tali sono l'alto costo in termini fin anziari ed orga ni zzativi, l'esigenza di puntuali verifiche e la necessità di costante aggiornamento. Ciò tanto più , quanto maggiore sa rà il ricorso che ad essa verrà fatto. Tutto ciò premesso, ope rando seco ndo linee ragionati ve che costituiscono supporto della successiva analisi (condotta, per altro, nel solco
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale della trallazione sin qu i sv iluppata), si è del parere che lo s trumento terre· s tre del domani de bba disporre di 19 Brigate di varia tipologia, di cui: n. 7, quali forze di copertura; n. 7, quali forza di difesa e controllo del territorio; n. 5, quali forze d i pronto impiego. Evidente appare il riscontro con le "punte operati ve" della s trullura s tella re precedentemente delineata. AILrettanto evidente appare (o almeno, dovrebbe) che, avuto riguardo a lle m issioni operative interforze, così co me riconfigurate nella prima parte del presente Quaderno: tutte le forze conco rrono aH'assolvimento della prima missione, in fun· zione d ella quale sono state calibrate; le 5 Brigate di pronto impiego, o di inter ve nto rapido, debbono assolve· re anch e il mandato della seconda missione, ponendosi così come s trut· tura di intervento laddove Ja salvaguardia degli interessi vita li del Paese lo richieda. Di qui, come vedremo, l'esigehza che esse si informino a "particolar i" caratteristiche; ancora tutte le 19 Brigate concorrono all'assolvimento della terza missione. Si impone, a questo pu nto, l'ill us trazion e dci motivi che sostengono il nostro convincimento in materia di quantificazione e tipoJogia di unità.
LE FORZE DI COPERTURA I n una NATO più " diluita", quale sembra sempre più concretam ente p rofilarsi, la coesione co ntinentale attorno alJ'Europa centrale è destinata a d ivenire lo strumento più importante ed efficace per fronteggiare una
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Bollettino d'Informazioni possibile minaccia da Est. In tale q uad ro, il ruolo dell 'Italia si definisce in larga misura in relazione alla cap acità di disegnare una credibi le saldatura t ra lo scenar io dello Scacch iere Nord/Est con quello politico-strategico del centro Europa e, in particolare, con la Germania.
Le fo rze d i copertura cos tituiscono l'elemento por tante di tale disegno. Ad esse viene affidato il compito di garantire un primo tempo d i frenaggio a ridosso della frontiera in situazioni di scarso preavviso e fin dal tempo di pace. Ness un ind ug io, q uind i, con r ife rimento a queste forze, in ipotesi di mobilitazione, visto che i complessi individuati costituiscono già, di per sé, un minimo, da im pegnare al limite delle capacità operative. Essi, p revalentemente costituiti da p ~ rsonale d i leva, chiamali ad operare in territorio nazionale e quind i in rigorosa aderenza al dettato costituzionale, appartengono a quello che, unitamente alle forze destinate alla difesa peninsulare ed insulare (o dell 'interno) viene a costituire il "braccio co r to" dello strumento terrestre. È ancora la geostrategia, e con essa la correlala minaccia teor ica (nella sua connotazione di capacità, se non di intenzione) a legittimare quantificazione e tipologia dei mod uli indispensabi li. In par tico lare, dei comp lessi individuati: n. 3 debbo no identificarsi con Br igate alpine, destinate a fronteggiare le provenienze in corrispondenza del settore Brennero, di quello Carnico (costituente "cerniera") e di q uello Giulio montano; n. 4, di cui 3 Brigate meccanizzate ed una corazzata, per fronteggiare le provenienze da Est, contenendo penetrazioni nella pianura venetofr iul ana. Il setto re di pianura, ampio circa 60 km, potrebbe forse fa r apparire ridondante la p revisione di tre complessi meccani zzati. Ma così non è. In realtà, tenuto conto de lla d iminuita densità d ella difesa "avanzata", sorge la necessità di conferire elevata capacità di manovra e potenza di fuoco ad una difesa che deve necessariamente sv ilu pparsi in profondità e
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per la quale tali forze appaiono al lim ite minimo della sufficienza. Non sfugge poi che esse si pongono quale struttura da cui trarre eventuali aliquote di riserva all' interno dell' intero comparto orientale, per contrastare possibili sbocchi in piano in co rrispondenza dei settori assegnati alle Brigate alpine. Tutte le forze previste quali unità di copertura, poi, non debbono essere riguardate quali comp lessi preposti allo svolgimento delle so le funzioni più sopra s intetizzate, destinate, come sono, a ricop rire il duplice ruolo: nazionale, di tradizionale guardia alla storica porta di accesso all'Italia; con tinentale, per evitare l'aggiram ento da Sud del sistema difensivo terrestre europeo (fronte germanico e accesso dalla Manica), onere que· sto che può realisticamente essere considerato quale quota associativa minima da pagare all'Alleanza Atlantica. L'esistenza di tal i forze, allora, condiziona la possibilità di realizzare (ponendosi in sis tema con esse) queJle unità di intervento rapido, s uccessivamente disegnate, destinate a rappresentare il "braccio lungo" dello strumento terrestre di domani. Pur rifuggendo dagli schematism i delle frasi fatte, non si può omeltere di conside rare, a beneficio di chi persegue visioni di smantellamento, che Brigate siffatte, se non vi fossero andrebbero costituite!
LE FORZE DI DIFESA E CONTROLW DELL'INTERNO Sono destinate a conferire profondità alla difesa del territorio, in sistema con quella esercitata nello Scacchiere Nord/Est, nonché a garantire il controllo e l'eventuale difesa della parte peninsulare del Paese e dei litorali sui quali insistono le principali strutture portuali ed aeroportuali della Nazione. Si inquadra, in tale contesto, anche quell'esigenza di "presenza" deijo Stato che ragioni di carattere socio-politico, storico e culturale rendono oggi irrimandabile, al di là degli aspetti squisitamente militari della difesa.
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Bollettino d'Informazioni Su queste basi, delle 7 Brigate ritenute indispensabili: n. l, motorizzata, è destinala al controllo de i fasci di comunicaz ione che legano il triangolo industriale, via terra, alla Francia e via mare, alle grandi rotte oceaniche di a lime ntazione attraverso l'articolato sistema portuale ligure; n. l, motorizzata, per il controllo dei grandi fasci di comunicazione che raccordano l' Ita lia settentrionale a quella peninsulare attraverso i passi de ll 'Appennino Tosco-Emiliano e la s tretta di Cattolica (230 km); n. l , meccanizzata, per il controllo e l'eventua le difesa dell 'area centrale, particolarmente sensib ile per la presenza della Capitale e di basi aeronavali che insistono sull 'Alto Tirreno; n. 2, di cui - in funzione dell'ambiente naturale - una meccanizzata e l'altra motorizzata, per il presidio del complesso Campania - Puglia, omogeneo dal punto di vista operativo ma differenziato nella tipologia corografica. Tale complesso, in sistema con la Sicilia, viene a costituire la "gran base aeronavale" che consente di agire: • ne l Mediter raneo centrale, su lla "femora le" m a rittim a del continente e u roafricano; • nel Tirreno (e questa volta in s istema con la Sardegna e le g ià citate basi dell'Alto Tirreno), per il mantenimento della disponibilità di tale ma re inte rno. Una d i tali Brigate, inoltre, dovrebbe r icevere lo specifico addestramento ed equipaggiamento per far fronte alle esigenze derivanti da eventuali "i nte rventi di pace"; n. 2, entrambe motorizzate, per il presidio rispettivamente di Sicilia e Sardegna, di e ntità minima ma sufficiente a garantire il mantenim ento delle isole ed a testimoniare la già citata " presenza" dello Stato, in vista d i un a possibile e temporanea perdita di conta tto con la penisola.
La previsione di 4 Brigate a p residio dell'Ita lia m eridionale ed insulare potrebbe, di primo acchito, apparire superflua o ridondante ove, correttam e nte, si volesse riconoscere che in tale area è pre mine nte e decisiva l'azione aeronavale. -
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale In a pparenza è così, peraltro non può disconoscersi che la predetta funz ione è subordinata alla disponibilità ed alla sicurezza del territorio su cui si trovano ubicati le basi militari aeronavali ed il principale co mplesso portuale (Napoli - Bari -Taranto), condizione - questa - che solo un d ispositi vo terrestre può soddisfare_ A comp letame nto di questa disamina, si puntualizza che le Brigate preposte alla funzione da noi definita di difesa e co ntrollo dell'interno dovrebbeto: ri sultare preva lentemente costituite ed alim entate da mi litari di leva; poter co ntare s u di una intelaiatura che, sebbene a larghe magli e, non sce nda al di so tto dell'BO% di personale addestrato, a meno che non se ne vogli ano ri guardare alcune quali moduli di mobilitazione. In ogni caso, ipotesi percentualistiche non credibi li verrebbero aspogliare di affidabilità l'efficienza operativa delle Brigate. Meglio sarebbe, allora, parlare di Battaglioni: è anche una questione di coerenza e rispetto d ella pubbli ca opi nione.
FORZE PRONT E In termini assoluti, solo la dispon ibilità di un'al iquota di fo rze di questo tipo conferisce valenza operativo-strategica ad uno s trumento militare te rres tre. Nella strullura stellare con la quale abb iamo in teso rappresentare graficamente la nostra tesi, le forze pronte, o di pronto imp iego, co nfigu rano la terza punta "operativa" che completa, sostanzia o tonifica le altre due, cui lineame nti so no stati già tratteggiati. Tre complessi, cioè, in reciproca funzione nel quadro di un irrinunciabile sistema cui le forze pronte conferiscono la dovuta flessibilità c reattività
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Bollettino d'Informazioni assicurandogli - attraverso una selettiva co ncentrazione di impiego - un accettab ile livello di potenza per fronteggiare la minaccia laddove essa venga a materializzarsi. Rispetto ai precedenti complessi (''braccio corto, dello strum ento) quelli in esame dovrebbero poter agire su tullo il territorio nazionale, affran cati- come sono- da condizionamenti di tipologia morfologica e di distanza. Essi, in s intesi, so no da considerare quale massa di manovra, tenu ta i nizialmente in rise rva, in grado di interveni re: in ambito nazionale, a livello operativo-strategico per integrare le fo rze di coper tura e quelle di controllo e difesa d ell ' interno; in ambito sovrannazionale, per l'assqlvi mento di missioni legate ad interventi "fuori area, e per l'inserim ento in complessi multinazionali. Infatti so lo unità di questo tipo, obiettivamente in grado di competere con organismi s imilari di altri Paesi, possono essere riguard ate quale "braccio lungo, dello s trum ento terres tre, depos itario di una ragionevole certezza di conseguire ris ultati conformi alle aspettative. L'elevato standa rd di impiego ed i risultati rich iesti postulano, però, la definizione preliminare di taluni requisiti che tali forze debbono possedere. Anzitutto, ovviamente, la qualità e ciò tanto in termini d i personale quanto di mezzi. Avuto riguardo al primo, e presc indendo dai Qu acfri, è indispensabil e individuare nel volontariato il naturale ed insostituibile bacino di al imentazione delle unità costituenti il cosiddetto " braccio lungo,. Un volontariato, però, che si ponga in termini concreli di alto profilo e di spiccata vocazione, inca rdinato su parametri rigorosi di motivazione profess ionale, non disgiunta dalla consapevole accettazione dei rischi co nn essi con l'esercizio di una scelta liberamente operata. Un volontariato, in definitiva, ben diverso da quello attuale, da cui trarre idonei eleme nti da portare a quegli eleva ti s tandard addestrativi e di specializzazione necessari per consegu ire il successo sul campo di battaglia.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale Con riferimento ai materiali e tenuta presente la loro più amp ia accezione, è giocoforza riferirsi a prototipi moderni, tecnologicame nle ava nzati, sperimentali e g ià disponibili, atti - tra l'altro - a costituire un opportuno moltiplicatore di potenza. Non sfugge, infatti, che- così come avvien e in ogni Ese rcito -
le fo rze di cui si parla, per quanto specializzate e
costantemente a livello, non potranno che rappresentare una parte non sign ificativa degli uomini alle armi. È all'elevato rapporto mezzi/uom ini, allo ra, che va p recipuam ente affidata la loro effici enza. Seéondo requis ito è q uello dell'autonomia. Essa, peraltro, non va cons iderata in chiave uni camente logistica ma, così co me deve essere per unità destin ate a "vivere l'emergenza" e che fanno della tempes tività la credenziale più tangibile dell a loro stessa natura, va riguardata so prattutto quale capacità di: iniziare un co mbattimento senza indulgere in defatiganti e lime wasting preliminari, potendo cioè contare su s istemi di comando, co ntrollo e sostegno che rendano ciò possibile; muovere seco ndo dista nze che, in relazione al mandato, possono a nche assumere dim e nsioni sovrannazionali, utilizzando a nche il rico rso a sistemi di trasporto intermodali. Un ulteriore requisito risiede proprio nello spettro dei contesti (nazionale, fuori area, sovrannazionale) in cui tali forze posso no essere chiamate ad operare, e da cui consegue la natura che esse debbono possedere. Si ritiene che, differenziando e opportunamente dosando i moduli in argomento tra Brigate di fanteria leggera e di fanteria pesante, ve nga di fatto rispettata, almeno in termini q ualitativi, l'intera ga mm a d elle opzioni possibi li. Tenuto conto di siffatte valutazioni e nel rispetto di quei parametri di "sufficienza min ima" che costituiscono, in un certo senso, illeit motif della presente analisi, la quantificazione delle forze pronte non sembra poter superare -
in senso riduttivo -
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il " livello di guard ia" di 5 Brigate. 35 -
Bollettino d'Informazioni
Di esse: n . l, paracadutista, flessibile e idon ea - autonomam e nte - a condurre operazioni rapide purché di bassa intensità, ma anche in grado di agire, in cooperazione con forze meccanizzate e corazzate, in diversificate situazioni operative; n. l , alpina, atta ad operare nel particolare ambiente sia nel territorio nazionale, sia al di fu ori di esso, quale pedina di spicco di com plessi multinazionali similari; n. 2, di cui l corazzata ed l meccanizzata, braccio " pesa nte" della forza, necessario per confe rire solidità alla difesa della Nazione, idoneo a sviluppare azioni ed a partecipare ad operazioni in un contesto medio. Tali moduli, infatti, pe r co nnotazione tipologica sono i meno soggetti a condizionamenti: possono agire a utonom a mente od operare in stru tture di coalizione; possono combinare la loro azione con quella di altre unità corazzate o meccanizzate cui cedere o da c ui ricevere rinforzi; n. l , blindata, in possesso di equ ilibrate caratter istiche proprie della fanteria leggera e di quella pesante: la rapidità di movimento sulle grandi dis tanze, della prima, la potenza della seconda. Non si indul ga, a questo punto, su l sospetto che la fo r za così delin eata venga a co nfigura re una singolare e costosa concentrazione di debolezze, ramazzata all'insegna del "d i tutto un pò". A be n guardare, Brigata alpina a parte (ma qui è l'amb iente naturale a farla da padrone) tutti i restanti moduli sono concretame nte idonei ad operare in stretta connessio ne per il perseguim c nto d i un obiettivo com une. Pe r evidenti ragioni di affinità, compatibilità ed integrabilità essi, !ungi dal costituire un concentrato di vulnerabili tà, vengono a conformare la struttura portante di quel " nucleo duro" la cui realizzazione - anche se in ottiche non sempre omogenee - è oggi comunque universalmente a uspicata. Di fron te, poi, alle incognite del futuro, che trovano nella indeterminatezza del presente la soglia inquietante di imprevedibili conflittualità, delineare e porre in atto uno strumento terrestre che faccia della fl essibilità la propria carta vincente sembra costituire la scelta meno isterica cd emozionale.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
I PROTAGO ISTI U n modello di difesa, si afferma, non è un mode llo matematico. Ciò è vero, ma altrettanto lo è il fatto che, in term ini di s trumento terres tre, ogni soluzione tecn ica, dalla più conservatrice alla più ard ita, non è affrancata dai co ndizionam e nti impos ti dall'esigenza di prefigurarc la componente "uomo" della s truttura. E qui, il nostro discorso ci porta a fare un po' di conti. Si è dello, nelle pagine precedenti, che un Esercito in grado d i esprimere la capacità difensiva minima del Paese s ui tre livell i funz ionali individuati (Copertura; Difesa e Controllo del Territorio; Forze Pronte per I ntervento Rapido) dovrebbe ar ticolarsi - in ch iave di forze operative - su 19 moduli di Brigata a var iegata connotazione. Ta le entità è da considerare, a giudizio di chi scrive, minimam ente va lida, a condizione che l'efficie nza operativa dei complessi che la compongon o - normalmente indispensabili in termini percentuali massimi - non scenda mai al di sotto dell'SO%, pena l' ingovernabile decadimento del t utto. Ipotizzando (fig. 2 e fig. 3) che la Brigata di copertura c di difesa/controllo del terr itorio assorbano 4.000 un ità ciascuna (80 % ) e quell e "pronte", invece, 5.000 uomini, il personale necessario alla costituzione dei citati moduli ammonterebbe ad 80.000 uomini di cui - a modello consolidato - la metà rappresentata da volontari che nel p resen te studio, per semplicità espositiva, vengono concentrati nei compless i di for ze pronte.
È tutto qui? Il discorso, purtroppo, non si pone in termi ni così semplicistici . Il numero di uom ini rife r ito ad ogni Brigata deve, infatti, essere inc rementato di circa il 50% (rapporto 2:1) per computare p roporzionalmente raliquota di personale che opera nell'organizzazione di Comando e Controllo e di supporto tattico e logistico, stru tture senza le quali l'entità Brigata potre bbe, si, esistere, ma non operare o quantomeno farlo a livelli di bassa cred ibil ità.
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A queste forze vanno infine aggiunti i 10.000 uomini necessari per alimentare due settori fondamentali e di cui può esse re previsto, in futuro, un incremento, non certo una contrazione: l'artiglieri a co ntraerei e l'aviazione leggera dell'Esercì to. Solo con tale incremento si configura, nel caso ipotizzato, l'entità reale delle forze operative dell'Esercito: 130.000 unità, al cui interno, come già detto, gioca il suo ruolo una componente di volontariato che, a saturazione degli incarichi più pregiati, dovreb be ammontare a 40-50.000 uomini. Sembra questo l'approccio metodologico più co rretto per dare al Paese, che con lucidità vuoi conoscere l'impegno-difesa dei suoi giovani, risposte concrete e oggettivamente verificabili . Per contro, se- malgrado l' ineluttab ili tà de lle cifre - vertici decision ali da un lato e opinione pubblica dall'altro dovessero persistere a considerare num ericamente inaccetLabile il contingente annuale degli "eletti", non esiste che una mani era per affrontare onestamen te il problema: ridurre il num ero d elle Briga te. Sacrifici di altro tipo (riduzione della forza, a parità di num ero de i complessi): minerebbero a lla base l'efficienza operativa delle unità intaccate; rafforzerebbero l'equivoco, dal quale invece bisogna uscire, che vede oggi al centro di accesi dibattiti complessi di forze disinvoltamente definiti " Brigate" ma che sono, quando lo sono, poco più che superbattaglio~i.
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale
FORZE OPERATIVE
TIPOLOGIA
G.U.
FUNZIONE SPECIFICA
TOTALI EFFICIENZA GENERALI /UOMINI
TOTALI
ARCO ALPINO CARSO
COPERTURA
x
w
CORRIDOIO DI PIANURA VENETO-FRIULANA
80% 28.000
FASCI COMUNICAZIONI: -ALPINI E· W - APPENNINICI N • S
ITALIA CENTRALE DIFESA/ CONTROLLO TERRITORIO
ITALIA : MERIDIONALE PENINSULARE
5
x
[L]
80%
x
.
2 28.000
ISOLE x
~
PRONTE
w x
25.000 81.000
TOTALE ORGANIZZAZIONI DI SUPPORTO
100%
SCOLASTICO • ADDESTRATIVA
OMISSIS
TECNICO • AMMINISTRATIVA
OMISSIS
Fig. 2: i M oduli.
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COPERTURA (n . 7)
3
DIFESA TERRITORIO (n . 7)
3
1
2
PRONTE (n. 5)
1
1
TOTALE
4
6
Fig. 3: i M oduli -
5
2
5
1
1
1
1
Ripartizione Tipologica.
CONCLUSIONI I n un' interpre taz ione este nsiva del co ncetto di sic urezza m ilitare, la d ifesa italia na dovre bbe dunqu e evolve re lungo linee di aperta collaborazione internazionale e di proiezione ve rso impegni esterni di sicurezza. Ciò, non per una rinuncia o so ttovalutazione del proble ma dife nsivo naz iona le, be nsì a seguito di un suo ri pensame nto secondo q uegli s tessi nuovi sche mi che stanno trovando crescente consenso e adozi one nei Paesi occide ntali. Si tratte re bbe, quindi, di un'evoluzione, di un cambiamento di co rso, ispirati da una nuova consapevolezza politico-s trategica. Un s imile processo evolutivo, proietta bile in un perco rso certa me nte plurie nnale, presuppone pe rò la necessità di configura re chia ra mente ed
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esattamente gli organi decisionali responsabili della realizzazion e e deJla gestion e del progetto. Tal e presupposto è talmente determinante da imporne una chiara esplicitazion e. Esso riguarda quattro livelli. Primo livello. Si identifica con i vertici decisionali politici preposti a rappresentare inequivocabilmente la filosofia di sicurezza che la Nazione intende esp rim ere (Pa rlamento, Governo, Consiglio Supremo di Difesa). Ad esso compete la precisa definizione delle linee di indirizzo politicostrategico indispensabili per configurare qualunque sistema di sicurezza nazionale. Secondo livello. La linea politico-militare nazionale deve anche trovare saldatura e raccordo in un livello decisionale derivato {es.: Comitato Politico-Strategico) che, posto alle dipendenze del Capo dell'Esecutivo, prevenga l'attitudine delle varie amministrazioni dello Stato (Difesa in clusa) a gestire autonomamente le crisi e l'emergenza. Terzo livello. La responsabil ità della trasformazione del disegno pohtico della sicurezza militare, in ~ma precisa organizzazione delle forze, deve, inoltre, risiedere in un'adeguàta struttura di vertice militare. Tale livello decisionale (Stato Maggiore della Difesa/Stati Maggiori di Forza Armata) deve essere posto in grado di tradurre in comp iti e missioni gli indirizzi di carattere politico-strategico del primo livello e di gestire con criterio unitario e sinergico lo strumento militare conseguente. Quarto livello. Vattività degli Stati Maggiori di Forza Armata, infine, non può che concretarsi, a sua volta, in un ulteriore livello decisionale cui competa l'impiego operativo delle fo rze e in cui il Comandante " in posto" reciti un ruolo irrinunciabile e non delegabile. La piena operatività e la comp leta assunzione di responsabilità dei livelli sopra indicati rappresentano la premessa indispensabile per ogni seria ipotesi evolutiva del sistema di sicurezza militare nazionale. È, peraltro, evidente che tali livelli decisionali necessitano, per poter ~perare compiutamente ed efficacemente, di un affidabile e sofisticato sistema di comando
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e control1o e tutto questo può a pparire costoso e di complessa realizzazion e. Ma ciò non autorizza ad operarne un disinvo lto accantonamento nel limbo dei falsi problemi. Ciò precisato, al fine di richiamare, al termin e del presente studio, i co ndizionamenti e i limiti c ui qualunque soluzione potrebb e soggiacere, sia consentito un ultimo s punto in merito allo strumento terrestre dianzi proposto.
La sua config urazione su 19 B rigate deriva dalla valutazione delle esige nze giudicate minime per la sicurezza militare nazionale. E ssa, quindi, r isponde a l concetto di s uffic ienza difensiva minim a posto a base del presente studio. Che poi c inque di tali co mplessi siano stati designati idonei - per configurazione, qualità e prontezza operativa - ad operare anche a l di fuo ri d e l territorio nazionale, non concorre ad attribuire a ll e forze, nella loro globalità, un'immagine d i potenza in contrasto con tale concetto. Si tratta, CO !l}e già detto, di moduli bifunzi onali che, pur face ndo parte d i uno strumento te rrestre difensivo già co llocato a livelli di guardia, posseggono le peculiarità indispensabili per entrare a far parte d i eventuali coa lizioni il cui requisito essenziale sia la cred ibilità. La prova più evidente di c iò la si rileva dall 'assunto, assolutamente inco ntrovertibile, ch e le forze pronte non potrebbero mai assolvere le due d is tinte funz ioni nello s tesso tempo. Non a caso, a questi fini, so no s tati attribuiti, a dette Brigate di ."pronto inte rve nto", live lli di effic ienza ancorati a l 100%, così come non è casuale la previsione di far confluire nelle s tesse unità la massa dei volontari. Strume nto terrestre minimo, dunque, artico lato su 19 Brigate, anche se a prontezza operativa differenziata. Ma anche s trumento te rrestre la cui componente di leva permanga nelle Unità per non meno di 12 mesi, giacché soltanto a questa condizione può essere a ttr ibuito un minimo di credib il ità operativa alla s truttura. Certo, la sufficienza dife nsiva minima del territorio nazionale può a nche essere conseguita con un minor numero di Brigate e con d ura te della leva poco più che simboliche. Ma allora la soluzione del proble ma non è più consegu ibile
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Il modello di difesa nel quadro della sicurezza nazionale all'interno delle tre Forze Armate (e dell'Esercito, in particolare) e richiede, da parte del "primo livello" dianzi indicato, un allargamento dell'analisi a tutti gli altri Corpi armati e non armati dello Stato. È soltanto in questa più ampia prospettiva che si può valutare la possibilità e/o l'opportunità di trasferire a tali forze una parte o tutti i compiti interni ora assolti dall'Esercito. Pur non vo lendo considerare i compiti connessi con un vero e proprio conflitto (per assolvere i quali sembra incontestabile l'esigenza di una durata della leva di non meno di 12 mesi), deve essere chiaro che anche i compiti connessi con il contro llo del territorio (come, ad esempio, la vigilanza di punti sensibili) e con la stessa protezione civile (per la quale non è sufficiente la semplice manovalanza, ma è necessario il personale capace di far operare le Unità) dovrebbero essere progressivamente trasferiti ad altre amministrazioni. Solo in tal caso il problema della sicurezza nazionale potrebbe trovare una sua diversa composizione, riconoscendo però responsabilmente che, da quel momento, sarebbe anche definitivamente caduta ogni possibilità (se non a lungo termine) di svolgere operazioni di guerra - seppur sul territorio nazionale - al di fuori di'un contesto multinazionale. Ciò perché, se i materiali si possono acquistare in pochi anni, se la durata della ferma di leva può essere variata jn pochi mesi dal Parlamento, se i richiamati possono affluire alle Unità in poche settimane, resta pur sempre incontestabile che la preparazione al combattimento di un siffatto Esercito richiederebbe mesi e mesi e che la formazione dei Quadri ai vari livelli si completa soltanto dopo anni (15-20 per un Comandante di battaglione) di attività e di esp erienza. Il non tener conto di questi fattori potrebbe creare illusioni estremamente pericolose sia per la sicurezza nazionale sia per la vita delle migliaia di uomini che potrebbero essere chiamati a garantirla.
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Direttore Responsabile Pier Giorgio Franzosi FUSA ECWttct 1 rJ · Via~ l. M · 00185 Roma · ......, 1M l