Direttore Responsabile Pier Giorgio franzo si
) IIJ'J I l'rop ric¡aa lc¡ller:aria artisli cn r scienlifica ri~e rvn1a
Armando Martignoni
La millenaria tradizione ' delle . Terme di Viterbo
INDICE Presentazione Protocollo d'intesa tra il Ministero dell'Ambiente e il Ministero della Difesa Il periodo etrusco-romano Le acque termali presso gli Etruschi Uso dei Bagni presso i Romani Usi e costumi termali all'epoca romana Le Terme romane ed i loro impianti La vita nelle T erme romane Vicende storiche: la conquista romana dell'agro viterbese I Romani superano la selva Cimina (310 a.C.) Testimonianze storiche sulle T erme romane nell'agro viterbese . Costruzione della Via Consolare Cassia (II sec. a.C.) Descrizione dei ruderi delle T erme romane Ponte «S. Nicolao» Ponte «Camillario» T erme di «Ser Paolo Benigni» T erme del «Bagno Lo n go» Terme di «S. Maria in Selce» T erme degli «Ebrei» T erme «Carietti» T erme delle «Zitelle» Terme della «Busseta» T erme del «Prato» T erme della «Colonnella» T erme della «Ruzzola)) Terme del «Naviso» T erme della «Lettighetta» T erme del «Bacucco» I ritrovamenti archeologici delle «Zitelle» La statua di Venere Mosaico con figura umana Mosaico «geometrico» a colori Mosaico dei «rosoni» Mosaico degli «Uccelli» Conclusione 2
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PRESENTAZIONE Nell'ambito dell'Esercito sono vigenti numerose direttive e norma ti ve tendenti a garantire lo svolgimento delle attività militari nel rigoroso rispetto dell'ambiente naturale. Questo impegno civile è formalmente sanzionato anche nel «Protocollo di intesa fra i ministeri della Difesa e dell'Ambiente» firmato il 25 giugno 1987 dai rispettivi Ministri. In qùesto quadro, la presente pubblicazione vuole rappresentare una «guida» rivolta ai militari che si addestrano e operano nella zona di Viterbo, per contribuire a far conoscere l'importante patrimonio storico e cultumle rappresentato dalle Terme. I «Bagni» di Viterbo erano conosciuti fin dall'antichità per le proprietà terapeutiche delle acque tanto che i Romani vi eressero grandi complessi termali, di cui oggi rimangono solo pochi resti e che rivaleggiarono per importanza con altri famosi centri come Baia; anche nel Medioevo le Terme furono frequentate da importanti personaggi come i Papi Gregorio IX e Bonifacio IX I «Bagni» sono caratterizzati dal contrasto fra il biancore dei depositi solforosi delle acque sorgive ed il verde del paesaggio circostante. Si incontrano piccole pozze di fango e acqua termale alla temperatura di circa 60 gradi che vengono usate liberamente dai cittadini, ricordate nell'Inferno dantesco e conosciute già in tempi antichissimi. Viterbo è sede di importanti insediamenti e scuole militari ed ospita oltre le famiglie degli ufficiali e sottufficiali resident1~ anche circa 5.000 giovani di leva che vi si avvicendano ogni anno. Al saluto cordiale alla comunità viterbese che ospita i nostri soldati vogliamo aggiungere il ringraziamento e il senso di stima per l'Autore di questa interessante ricerca, che merita una attenta riflessione quale manifestazione intesa ad accorciare le distanze tra le comunità civile e militare che vivono nella zona.
Rivista Militare 3
Protocollo d'Intesa n. l tra il Ministero dell'Ambiente e il Ministero della Difesa PREMESSO che la tutela dell'ambiente costituisce un interesse pub blico preminente la cui salvaguardia esige la consapevole partecipazione di tutti i cittadini e la più stretta cooperazione fra tutte le Pubbliche Amministrazioni; CONSIDERATO che il Ministero della Difesa, ai propri fini, già svolge attività di ricerca ambientale; CONSIDERATO che il Ministero della Difesa è titolare di vaste competenze ed ha a disposizione mezzi e attrezzature, il cui impiego può fornire un contributo diretto e indiretto all'attività propria del Mini· stero dell'Ambiente; CONSIDERATO inoltre che lo stesso Ministero dell ' Ambiente può offrire un utile apporto di conoscenze al Ministero della Difesa, nel campo della salvaguardia dei valori ambientali ed ecologici; VISTO l'art . 8, comma l , della legge 8. 7.1986, n . 349; ADDIVENGONO al seguente PROTOCOLLO D'I TESA l. Il Ministero della Difesa presta al Ministero dell'Ambiente le seguenti collaborazioni che saranno disciplinate a mezzo di apposite convenztont : a) collaborazione dell'Istituto Geografico Militare ai fini : - della realizzazione di cartografia tematica relativa all'occupazione ed uso del suolo, urbanizzazione, boscosità, idrografia; - del censimento delle risorse na\urali; - del controllo dei fenomeni fisici (movimenti crostali , bradisismo, subsidenza, manifestazioni eruttive); - del controllo della stabilità di monumenti ed opere d'arte ; • - della formazione del personale nel settore geotopocartografic~; b) collaborazione dell'Istituto Idrografico della Marina Militare ai fini : - della utilizzazione, da parte del Ministero dell'Ambiente, dei ri· sultati dei piani di ricerca ambientale marina facente parte di "programmi di rilievi " sistematici effettuati dalle unità idro-oceanografiche; - della realizzazione ed installazione, nella fase progettuale delle nuove unità idro-oceanografiche, di strutture ed apparecchiature finalizzate allo svolgimento della ricerca ambientale ; - della effettuazione di rilievi idro-oceanografici e della realizzazione di cartografie relative ~ zone di particolare interesse ambientale; - della formazione di personale nel settore della ricerca ambientale 4
manna; c) collaborazione del Centro Informazioni Geo-topografiche Aeronautiche ai fini: -della utilizzazione, da parte del Ministero dell'Ambiente, delle fotografie aeree e ortofotografie; - della realizzazione ed installazione, su vettori aerei disponibili, di apparecchiature e servizi finalizzati alla rilevazione di dati di interesse ambientale; - della formazione di personale nel settore della fotointerpretazione; d) utilizzazione, da parte del Ministero dell'Ambiente, dei rilievi aerofotografici, aerofotogrammetrici e da satellite del territorio nazional~, disponibili presso l'Amministrazione della Difesa, escluse le parti che riguardino segreti militari; e) collaborazione del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare ai fini: - del monitoraggio ambientale tdegli inquinanti atmosferici (C02, S02, Q ,, torbidità atmosferica, traccianti chimici nelle precipitazioni) e di altri parametri con impatto ambientale {radiazione solare, ecc.); -del monitoraggio e del trasporto, anche transfrontaliero, dell'anidride solforosa e della radioattività; -dell'utilizzazione, da parte del Ministero dell'Ambiente, dei dati meteo necessari al controllo ed alla previsione dell'inquinamento atmosferico; - dell'individuazione delle condizioni atmosferiche favorevoli al ve· rificarsi di eventi pericolosi per le attività civili, con possibile impatto ambientale (incendi boschivi, precipitazioni, mareggiate, acqua alta); - della raccolta e accentramento delle informazioni, della loro analisi, per gli aspetti di competenza, e della loro successiva diffusione; - della valutazione climatica di particolari zone individuate per lo svolgimento di attività civili; - della realizzazione ed installazione delle nuove stazioni meteorologiche, delle strumentazioni e dei mezzi necessari per il controllo ed il monitoraggio dell'inquinamento · atmosferico e della radioattività; f) collaborazione del Servizio Meteomont, ai fini: - della elaborazione delle monografie delle valanghe; - dell'esame della stabilità del manto nevoso per il controllo delle valanghe; g) collaborazione dei Servizi di Sanità e di Commissariato delle Forze Armate, ai fini: - di indagini analitiche su acque e alimenti contaminati da agenti chimici e/o biologici; - di accertamenti diagnostici e valutativi sull'uomo di danni conse5
guenti a contaminazione; - della determinazione degli elementi permanenti di inquinamento ambientale sugli alimenti di origine animale e vegetale; - dell'accertamento dell'inquinamento di sostanze merceologiche di origine animale e vegetale; h) collaborazione ai fini: - dell'armonizzazione degli studi e delle attività utili per la protezione ambientale e la valorizzazione naturalistica del territorio, tenuto conto delle prioritarie esigenze della difesa, secondo i principi dell'art. 52 della Costituzione; -della utilizzazione da parte del Ministero dell'Ambiente dei rilievi effettuati dalle strutture tecniche delle Forze Armate; - della formazione del proprio personale nel settore tecnico; i) di concorso: - ad un Servizio di monitoraggio ambientale; - ad azioni di recupel'o e ripristino di zone di valore ambientale, nonché di prev~nzione, salvaguardia e valorizzazione dell'ambiente; - allo studio e soluzione di specifici problemi tecnici di tutela ambientale associabili ad attività specialistiche svolte dalle FF.AA . Le convenzioni stipulate fra il Ministero dell' Ambiente e il Ministero della Difesa specificheranno le aree, le modalità e i tempi sulla collaborazione richiesta . 2. Gli oneri di spesa per le parti, nei limiti delle disponibilità proprie di bilancio, saranno definiti nelle convenzioni, sulla base delle attività e dei programmi concordati. 3. Onde contribuire alla educazione dei cittadini ai problemi della tutela e salvaguardia dell' ambiente, il Ministero della Difesa inserirà la materia dell'educazione ambientale,. nei corsi di formazione del proprio personale militare e civile . 4. Il Ministero dell'Ambiente fornirà al Ministero della Difesa indicazioni per la protezione naturalistica dei territori costituenti il demanio militare o utilizzati per le esercitazioni militari. 5. Per l' attività istruttoria e di coordinamento relativa all' attuazione del presente protocollo, è costituita una Commissione mista paritetica che avrà sede presso il Ministero dell'Ambiente .
Roma, 25 giugno 1987 Il Ministro dell'Ambiente (firmato PA VAN)
Il Ministro della Di/esa (firmato GASPARl)
Visto: Il Presidente del Consiglio dei Ministri (firmato FANFANI)
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Il periodo etrusco-romano Viterbo - no ta per aver conteso a Roma l'ambit o onore della sede papale, no nché l'o rgoglio dci fam osi conclavi dai quali uscirono elClli numerosi Papi; nota come centro dai mille ricordi medioevali, come cillà che documenta con le \ ue Chiese, i palazzi, le vie cd addirillura con un intero quartiere, un passato glori o!>o c denso d i avvenimenti - è purtroppo meno conosciuta per la sua millenaria 1radi zio ne termale. Nella sto ria della idro logia la rinomanza di Viterbo si può identificare con quella del « Bulicame», la più impo rtante delle manifestazioni ipertermali viterbe'> i ( vd s ~ figura 1). Questo no tissimo cratere - che sovrasta una collina biancastra creatasi per le concrezio ni calcaree a ccumulatesi ne l corso dei secoli- nel quale l'acqua ribolle con cupo bro ntolio e sul quale si raggo~itola incessantemente un grigio pennacc hio di fumo, ha origini ancora avvolte nel mito e nella leggenda, che ci riportano ai tempi lontani del popolo etrusco. Negli scrilli di Scrvio si legge in falli come Ercole,' di passaggio fra i Lucumoni, fu da questi pregato di mostrare qualche segno della sua forza. Egli a llo ra, afferrata un'asta di ferro, la conficcò tanto profondamente nel terreno da non poter essere divella da nessun a ltro uo mo , per quanti s fo rzi venissero falli. Solo lo stesso Ercole. di ritorno in q uesti luoghi, fu capace di toglierla. Dal fo ro prodo llo dall 'asta scaturì il fiumicello dello dapprima « Pullicame», poi « Bollicarne» cd in fi ne « Bulicame».
Le acque te rma li presso gli Etruschi Comunque, leggenda a pane, l'efficacia terapeutica delle acque termali del vitcrbese fu certamente nota fin dal tempo degli Etruschi. Non sarebbe infalli pcnsabile che questo popolo - che si dimostrò maestro nell'arte di prosciugare paludi e di imbrigliare acque per un'infinità di scopi utili alla vita - non sapesse trar giovamento, per la salute del corpo, dalle acque termo-minerali sgorganti copiose nel suo territorio . Ad a vvalorare questa ipo tesi stanno numerosi scriui di autori latini, i quali allestano come larga fosse la fama acquisita dagli Etruschi, quali profondi conocitori di farmaci e nella sapiente applicazione dell'arte di curar le malauie. Sul modo come essi praticavano i bagni, non ci è rimasto ricordo alcuno. Stando alle antiche usanze dei Romani - che normalmente rineuevano quelle dci popoli in vicinanza dei quali Roma era sona - i bagni si praticavano nelle raccolte di acqua naturale, o al più in grandi vasche a ll 'aperto. Quindi niente te rme per gli Etruschi e tanto meno stabilime nti termali. Fino ad ora in falli non si hanno notizie dell 'avvenuto ritrovamento di ruderi, che facciano pensare a costruzioni del genere.
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Fig. l - Veduta aerea della manifestazione iperrermale del ÂŤBulicameÂť.
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Solo qualche poradico rinvenimento di oggc11i di fa11ura etrusca, sul fondo dci bacini d'acqua curativa. Comunque, malgrado l'assenza di tangibili cd importanti testimonianze archeologiche. non è azzardato asserire che il popolo etrusco si dedicò alla cura del corpo sfru11ando le abbondanti acque tcrmo-mincrali sgorgami nel suo territorio. Uso dci bag ni presso i Romani Diverso è il di~cor o quando si passi a tra11arc dell'uso dci bagni presso i Romani. Praticati in modo assai semplice c primitivo s ul principio- quale d'altro canto si con,·enha al primo nascere di un popolo rude c guerriero - l'uso si andò man mano perfe.donando, fino a raggiungere nell'epoca imperiale uno stadio di eccessiva raffinatcna, do vuta ad una civiltà forse troppo matura e che già manifestava i segni di una profonda dccadeJWL ci primi tempi della vita di Roma. infatti. ci si bagnava all'aperto dircllamcntc nel Tc,crc. o in piscine naturali cd artificiali nelle quali i giovani imparavano a nuotare. Da questo initio l'uso progredì. pcrfclionandosi sempre più, fino a culminare nel periodo imperiale nella costrutionc di quelle somuosissime terme le quali, pur costilllcndo i più splendidi esempi di edilizia c di anc romana. furono veri c propri centri di cornuio nc c di rilassatCtla morale. A noi uomini del XX secolo ric cc difficile immaginare esattamente lo scopo a cui erano des tinate le terme. Ciò in quanto un compie so termale simi le a quello romano. oggi non C\ i\le più c nemmeno \i riesce a concepirlo ('d s. fig. 2).
Usi e costumi termali a ll'e poca ro m a na A questo punto sarebbe far tono alla sto ria il tralasdarc l'esame degli usi c termali dell'epoca. Può essere in falli intcrc~\antc il conoscere perché gli antichi Romani ritennero indi-,pcnsabilc CO\truirc sontuosi edifici destinati csclusivamclllc ai bagni: il sapere come erano concepite c come funtionavano le lo ro terme cd infine come in C\\C tra.,correvano il loro tempo libero. Ohrctutto. ciò potrà e<,-,ere utile per meglio comprendere perché . all'epoca, la tona termale' itcrbc c assume importanza cd imponenza tali, da dar ragione al detto di Amniano ~l arccllino: «Le terme romane pote,·ano per la loro ampicua a-.... omigliare non a ciuà. ma a pro' incie». co~ turni
Il cittadino romano, per quanto ricca fosse la sua casa cd elegante il s uo abbigliamento, no n faceva una lunga to lcu a quando \i levava al mattino. Egli. che i corica' a qua'>i complctamcme vc\lito. appena alzato dallcllo era per cosi dire prolllo ad u eire di ca\a. In tulla Pompei in una sola ca~a '>i è trovato un catino nella camera da lett o.
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l· i::. 2 • T<·rul<' d i t 'ara<·alla. priut·ipah·; b. Ju ;.:n·-..,j Hl Fri;.:itl:triu: r. Fri:.!iclariu: ''· (:u:.nl:uol a : r. :'ah· f. ~ah· fH'I' l.t• ,uJ,Jut·: t!· Tt·picl:u io: h. Vt.· ... t rl uli: i. ~t·t•uutlu h ·pi(fariu: 1:. ( 'ulidariu: /,Salt· ,c·upt•rh · rwr t''('r<'i7.i: 111. ( 'urtili di .. t.'I\Ìtiu: 11. l'it.•l uli ''ulatori: 1), P nh·'l t' t•: /'· J-:,e ·cl n •: 'l· ~t uult • 1 t•r ;.:inua ... t i: r. !'-afe· c tu l lu~ui t:t·r .. ,.,' iziu cldlt· pa · Jr,l l't•: s. :-:huliu: / , B il.lit•le•t.·lw J.: l't•c·a c• ~al in a: u . Pa h-'ltt· H'f'olulurit·: t '. :O:alr p<·r :U"· c·u d t·r uit· ,. c·oul't·l't.• rw.t·: n ·. l }t•pu,il i uli t ' pr·ul"n rui: !l· T t•rupio di .\l itra: z. Port it·at., "~ IIIJ.!I't'''u ~~·r ;.:li h!i:
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JH'I' j im~nÌ ; ;1_ ,\ ('qtll'dllilU.
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Poiché il sapone non esisteva ancora. chi proprio voleva rinfrescarsi per togliersi di dosso il torpore del sonno, non facc'a altro che immergere le mani ed il volto nell'acqua fredda. Questo però non deve far credere che i Romani fo!>scro persone poco curanti del proprio corpo. Tuu'altro. Essi infaui rimandavano le ore del bagno, della ginnastica c della cura del corpo in altra parte della giornata. A queste pratiche essi dedicavano preferibilmente le ore centrali del pomeriggio, dando in questo modo ad esse una importan1a ben maggiore di quella at tribuita da noi moderni. La mancanza a quel tempo di mezt.i di illumina1.ione veramente efficienti, fece si che il popolo romano cercasse di sfru11arc al massimo le ore della luce diurna. Tuili perciò, ricchi c poveri, servi c padroni, si levavano all'alba cd ini7iavano molto presto le loro auività. Per il medesimo motivo, si coricavano generalmente presto la sera. c consegue che la giornata romana, nel suo svolgimento, risultava in un certo modo anticipata rispcuo alla nostra auuale. La malti nata era molto lunga e nel corso di essa ognuno sbrigava le proprie incombenze. Veniva infalli trascorsa sorvegliando il lavoro della scrvitti, controllando con gli schiavi contabili l'andamento dci propri affari, svolgendo mansioni di pubblico impiego, o commerciando alla «Basilica», oppure trallando questioni politiche nel Foro. Il pomeriggio, che corrispondeva quasi al nostro dopocena, era generalmente riservato al riposo cd agli svaghi. Ecco perché, nelle ore pomeridiane, i cittadini romani si ritrovavano alle terme. Qui. non solo prendevano bagni e facevano e ercizi fi sici. ma passavano anche lunghe ore conversando, discutendo di politica, di filosofia, d'arte e... facendo i soliti pc11egolczzi.
Le Terme ro mane ed i loro impianti Chiarito cosi, a11raverso il costume dell'epoca. il motivo per cui i Romani avessero necessità di un edificio esclusivamente destinato ai bagni, prendiamo ora in esame come erano costruite le terme c come funt.ionavano i loro complessi impianti. Al riguardo Vitruvio, con !a sua opera sull'architcllura, dettò le sue prime norme, che vennero poi empre cguite nella costruzione delle terme. Gli elementi essenziali per questo tipo di edificio erano: l. l'«apodyreriunm, l'insieme cioè dei locali destinati a vestibolo o spogliatoio, nei quali i bagnanti lasciavano gli oggelli e gli indumenti, che venivano sistemati in appositi vani posti ad altezza d'uomo. Non esistendo però sistema di chiusura. normalmente uno schiavo era lasciato a guardia degli effetti personali. 2. Da qui si entrava nel «laconicunm, che era una sala circolare con volta a cupola, con numero e nicchie ricavate nelle pareti (le «Sudationcs»), nelle quali il paziente si accovacciava in un'atmosfera caldissima per prendere il bagno di
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sudore. In quesw locale il calore era assai alto ed era ouenuto con un sistema di riscaldamemo, che potremmo chiamare «cent rale», ideato da un ceno Sergio Orata . Esso consisteva nella «suspensura», cioè nella costruzione del pavimen10 della sala su pi lastrini d i mauoni di forma quadrata, in modo da ottenere sollo di esso una camera d'aria che veniva riscaldata da appositi forni- i così detti «ipocauslUm» - o addiriuura facendo ardere delle fascine, che auraverso il pavimento stesso, riscadavano il locale soprastanle. Ma non basta. L'aria calda formatasi nel vespaio creato dalla «suspensura», salendo ent ro particolari tubazioni di terracolla sistemate sollo l'imonaco delle pareti della sala, le riscaldava. Si riusciva così ad ouenere una temperatura assai a lla, evitando nel contempo l'inquinamento dell'aria ed i cauivi odori. Petronio la definiva « temperatura similis incendio». Seneca poi diceva addirillura, che tale temperatura era ammissibile solo come supplizio per uno schiavo convinto di delitto. L'apoteosi quindi del bagno lUrco, che può essere consideralO una filiazione del romano . 3. Appresso a l «laconium» testé descrillo, vi era il «calidariunl» . Esso era una stan za rellangolare, lunga una voll a e mezzo la sua larghezza, nella quale ad una estremità vi era la piscina con acqua calda per il bagno ad immersione, mentre dall'allra pane vi era il cosidello «labrum», tazza di fontana assai grande, dalla quale l'acqua calda colava come da una doccia. 4. Dal predella locale si passava poi nel «tepidarium», ambieme nel quale la temperatura era tiepida. I bagnanti che uscivano dal «calidarium», sostavano in questo locale per mitigare 19 sbalzo di temperatura esistente tra un bagno molto caldo ed il successivo mollo freddo. 5. Infine si accedeva a l «frigidarium», aurezzato con una grande piscina per nuotare, posta normalmente all'aperto e contenente acqua fredda, o freddissima, a seconda delle stagioni. 6. A questi c inque ambienti s i poteva aggiungere anche l'«alipteriom>, stanza nella quale si praticavano massaggi con olii ed unguenti profumati, nonché la depi lazione. Ollre ai predelli locali -essenziali per uno stabilimento termale ~ si potevano trovare anche quelli deui accessori: palestre per la ginnastica di ogni specie, stadi per le corse, portici e giardini per il passeggio, biblioteche, ambienti di ritrovo, «audito ria» per la musica, ecc. Nel periodo imperia le i locali essenziali vitruviani passarono in seconda linea, sopraffaui da quelli accessori divenuti più importanti col mutar del conceuo delle terme, considerate più locale di riunione, di ritrovo, di divertimento ed anche di cuhura, che stabilimcmo balneare vero e proprio.
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l.:t vi ta nelle Ter me romanr Ed ora un cenno a come i Romani passavano in esse il loro tempo. La vita delle terme i \'Oigcva movimentatissima. Scncca cc ne dà un quadro 'i" ace in una s ua «cpi tola)): << Un vociare cominuo, da desiderare di essere sordi; mugolio di chi si esercitava con aurczzi ginnici, urla di coloro che giocavano alla palla, discussioni c risse ad ogni momento, cami lcnc di ve nditori, grida di coloro eh~ si facevano depilare)>. onostantc ques ta rumorosa apparenza, le terme ebbero per i Romani una no n indifferente importarlla sociale. Esse erano il centro della vita ciuadina. dal mc71ogiorno quando i aprivano. al calar del olc quando i << tinnabula)) avvertivano che era l'ora di chiusura. Vita int~lcuualc nelle c cdrc, nelle pinacoteche, negli auditori annessi; vita di c crciLio fisico negli tadi c nelle palestre; luoghi di grande lusso, di raffinata cducalio ne arti tica anche per il popolo che poteva, sia pure a sua stessa insaputa. educare la mente c lo spirito nella visione delle migliori opere d'arte che orna' 'ano quei luoghi di grande ricchezza. Pmtuuavia, ritrovi di licenziosa promiquità erano le terme, chiamate da Scncca <<deversoria luxuriac)), asili di lussuria. Basta del re to leggere quelle meravigliose pagine di Petronio Arbitro, dedicate dall'autore alla dc crizionc di scene svolgemcs i nelle te rme, per re ndersi conto della vita in questi locali. Essa ritlcucva in pieno lo s pirito del popolo della Roma imperiale, giunto ad uno stadio di troppo progredita civiltà e, diciamolo pure. di galo ppante decadenza. Una sola fra c di que\1 'auto re romano basta per esemplificare il costume dell'epoca:
<<Balneo, vina, Venus corrumpunt corpora nostra; sed vitam faciulll balneo, vina, Venus». Queste in sintesi le antiche terme romane. Nessuna meraviglia quindi che, all'affacciarsi delle prime legioni romane al territorio viterbese, l'abbondanza c la ricchezza delle sorgenti tcrmominerali ivi esistenti provocassero col tempo l'esplodere nella zona di un vero e proprio <<bum)) termale. Ma andiamo per g radi seguendo passo passo la nostra s toria. A questo punto può essere infaui interessante- do po aver frugato nelle testimonianze scriue che ci hanno tramandato alcuni scritto ri latini - il descrivere le 'iccnde toriche c he hanno po rtato alla conquista romana delle nostre contradc.
Vicende storic he: la conq uista romana dell'agro viterbese L·agro vitcrbc c - «Etruria transciminia>) - era s tato fin quasi alla fine del l V ccolo a.C. incontra tato dominio delle Lucumonic di Tarquinia c di Vulsinii. Ciò in quanto ne uno fino ad allora a'·c,·a tentato di affrontare c superare l' «Orrenda cd impenetrabile>> cl\'a C imina la quale, ~s tcndcndo~i a guisa di immensa
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barriera dal mar Tirreno al fiume Tevere, divideva l'Etruria in «cisciminia» e <<transciminia». La selva Cimina però doveva rimanere ancor per poco un saldo baluardo naturale contro la penetrazione militare romana. Nel IV sec. a.C. l'inarrestabile ascesa di Roma ed in particola"re le sue mire espansionistiche su l suolo italico cominciarono ad avere un peso determinant e nel processo di smembramento dell'impero et rusco, un tempo poteme e temuto in tutto il Mediterraneo. Gli Etruschi infatti - persa Capua e la dodecapoli campana a seguito della conquista da parte dei Sanniti; tramontata ormai la loro talassocrazia nel mar Tirreno dopo la sconfitta navale di Cuma c dopo la perdita dell'isola d'Elba c delle basi commerciali della Corsica ad opera dei Siracusani; spazzata via la fiorente dodecapoli della val Padana a segu ito della invasione delle orde barbariche degli lnsubri, Boi c Senoni - costretti ormai tra il Tevere e l'Arno, cominciarono a temere per l'integrità territoriale della stessa madre patria. Delle dodici città-stato etrusche, Vcio sarà la prima a dover sperimentare il pesante braccio di Roma. Nel 396 a.C., dopo dieci lunghi anni di assedio, abbando nata alla sua sorte dalle al tre Lucumonic, inconsapevoli del pericolo che loro stesse correvano, la potente ed indomita Vcio cadde infatti sotto i colpi del pesante maglio romano. Con questa vittoria Roma si era definitivamente svincolata dall'innusso della potente Etruria. Suo era ora il Tevere, trasformato d'un colpo da fiume di confine a fiume romano. Per la prima volta Roma metteva saldamente piede in territori fino ad allora inviolati e di antichissima appartenenza etrusca, creando co i un trampolino di lancio per le future campagne. Ma non basta . Con le successive capitolazioni di Nepi c di Sutri, ci ttà falischc alleate di Veio, cadeva in mano romana quasi tutta l'Etruria «ciscim inia». Non vi poteva essere scelta st rategica migliore di questa: per usare le parole di Tito Livio, con questi due baluardi di Sutri c di Nepi erano in mano romana «le porte c le chiavi dell'Etruria». Ormai l'unico ostacolo naturale che impediva alle legioni di irrompere nell'Etru ria «t ransciminia» era !'«orrenda ed impenetrabile» selva Cimina. Ma nel 310 a .C. anche questo ultimo baluardo doveva essere superato. Gli Etruschi, infatti, approfittando che Roma era seriamente impegnata nella seconda guerra sannitica, armarono un esercito e posero l'assedio alla città di Sutri. Il senato inviò in soccorso della città minacciata le legioni dei consoli Quinto Fabio Rulliano, comandante sperimentato nelle guerre sannitiche, e Caio Marcio Rutilio. Lo scontro, durissimo, avvenne alle porte di Sutri. L'esito della battaglia, rimasto a lungo incerto, volse alla fine a favore dei Romani. Gli Etruschi, attaccati dalle truppe di riserva tenute alla mano fino all'ultimo dal console Rulliano, furono costretti ad una fuga precipitosa verso i vicini monti , inseguiti dalla cavalleria romana. l superstiti, ormai senz'armi e mal ridotti per le ferite, si rifugiarono nella selva Cimina. A questo punto della narrazione è però opportuno ricorrere alla descrizio ne che testualmente ne fa lo storico romano Tito Livio. 14
l Romani avevano subito perdite relative c le loro forze non erano esaurite c quindi ccsi tenne consiglio se inseguire o meno il ncmic01>. Se non si decise di incalzare gli Etru chi ormai sconfiui nella selva Cimina, una ragione c'era: la zona montuosa in cui erano fuggiti. IOtalmcntc scono~ciuta c coperta di boschi impenetrabili, ittcutC\'a timore ai legionari che ancora erano solto l'incubo della confiua subita alle Forche Caudine. E Lh io in falli cc lo conferma: ccAncor più impraticabile c sinistra delle foreste germaniche di oggi doveva C'>serc allora la selva Cimina, che nessun mercante aveva osato percorrere fino a quel tempo. Nessuno. ccccuo il comandante, se la <,cntiva di addentrarvbi con l'c<,crcitOI>. ~la' i fu chi tro'ò il coraggio di affrontarla: ~l arco Fabio Ceso. fratello del console Rulliano. il quale si offri di reca n i'>i in avan<,copcrta allo scopo di riportare informa.doni dcuagliatc \u tuua la sitmvionc. Marco Fabio era l'uomo adauo all'imprc\a: allc,ato prc\so amici di famiglia nella ciuà etrusca di Cere. egli era <;tato istruito nelle \ciCrlle ctru<,chc c cono'>cC\'a pcrfcuamcntc la lingua. Con tuuo ciò la miv,ionc che '>i proponeva di portare a termine non era tra le più \Cmplici. irta com'era di difficoltà e di pericoli incombenti ad ogni pie' \Ospinto. Era una ricogni;ionc in un mondo dcltullo ignoto. mai calcato da piede romano. 1 es uno '>ape' a infaui come era al MIO in,erno la \eh a Cimina, quali O\lacoli cd insidie e"a na conde, a, se era prc.,idiaw o '>Oncgliata da for ;c ctru.,chc c che co"' si trovava al di lù di essa. Si trauava in altre parole di rompere un incantesimo c di \fatare la leggenda che \li di c\\a '>i era creata. Come unico compagno della '>pedi;ione :\!arco Fabio \OIIc \Oiamcntc uno 'chia,ochc. come lui, parla' a pcrfcuamcntc l'etru<,co. Trave'>titi~i da pa\tori. C'> 'i partirono. Nc\\uno tra gli l:tru,chi incontrati lungo il cammino nutri \O!>peui. 1:. ciò non tanto per la loro pen;ia lingui,tica o per rltra,e\timento. quanto per il fauo che ne\\ uno d t loro a' rebbe mat tmmaginato che un romano O\a\\e a' \CIIturarsi nella elva Cimina. La mi'>sionc \CilllC portata a termine con pieno <,ucccsso. ~!arco Fabio Ccso. una 'olta rientrato. fece una dcuagliata rcla;ionc '>U tuuo quanto a'c'a esplorato. soffcrmandosi a dc crhcrc in particolare la bcllc11a c l'opulcn7a delle contradc ctru\chc, co. i come erano appar~e davanti ai '>uoi occhi auoniti. una volta wpcrato il crinale dci monti Cimini. l Romani supera no la selva Cimina (310 a.C.)
Le informalioni riportate dal fratello ;\larco indu~scro il console Quinto Fabio Rulliano ad osare l'aura' cr amento della selva Cimina. Per la riuscita dell'impresa occorrc'a però che gli esploratori etruschi non notas~cro il movimento delle numero c truppe facenti parte delle legioni. Il console diede pertanto ordine che esse muove sero solo al calar della nouc. Al riguardo Tito Livio scrive: ccVcrso la prima vigilia il console fece partire le salmcric, a cui tennero dietro le legioni. Egli invece rima~c indietro con la ca\alleria c. all'alba del giorno cguentc. cavalcò avanti e indietro dinanzi agli a'·amposti nemici ituati al bordo della elva)). 15
L'abile manovra di versiva ri usci perfettamente. Prima del calar della notte, con pochi fidi, il console raggiunse il grosso della sua fanteria ormai attestata nella selva Cimina. « Il giorno seguente», continua T ito Livio, «ai primi albori, raggiunse le alture della selva Cimina, di dove scrutò fina lmente le opulente campagne d'Etruria». Le legioni romane si erano spinte i n una terra inviolat a, dove regnava una pace profonda : dovunque nei campi , fra vigneti ed ul iveti, nei prati, i contadini ignari attendevano al lavoro usato ed i pastori curavano le numerose greggi di bestie al pascolo. Nessun guerriero di guardia. Dinanzi all'ammirato ed avido sguardo dci Romani si presentavano, in uno spettacolo incantevole, le magnifiche terre dell'Etruria tran sciminia, con i suoi pagi, le ciuà, con i templi ri splendenti nelle policrome ceram iche . A ll 'improvviso le legioni del console Rulliano piombarono sulle opulente contrade etrusche dell'anuale agro viterbcsc, menando indisturbati strage e distruzione c raccogliendo un enorme bouino. Solo verso la fine della scorreria, qualche gruppo di armati etruschi si oppose loro. «Ma cosi in disordine», ci tramanda Tito Livio, «che codesti vendicatori del bot tino r ischiarono di diven ire bottino essi stessi . A ssalitili c gettatili in fuga e menato ampio saccheggio nella zona . i Romani tornarono vincitori nel loro accampamento e con ricche prede di ogni genere». fu appulllo in questa occasione che «Surna o Surrena Ve tu s» (Viterbo etrusca- v(b. n. l della piantina)- che oggi si ritiene sorges c ull'auuale colle del Duomo - venne presa c distruua al pari di tutti i pagi etruschi della zona. Correva l 'anno 310 a.C. Come però era uso dci Romani, occupata c disrruna una città, essi ne facilitavano la rico~truzione in una località vicina. ~trategicamcntc meno importante e quindi più idonea ad essere riconquistata in ca o di ribellione. Te~timonianze storiche ed i resti - ormai quasi completamente scomparsi -ci auc~tano che la «Surrena nova ro mana» sarebbe sona sul colle del Ricllo , posto a circa un chi lometro c mezzo a nord -ovest del «pagus» etrusco (vds. n. I I della piantina) . ella ~ loria romana dell'agro ,·itcrbese però. non fu certamente Surrena ad a,·erc il pri"ilegio della notorietà . ben i la prodigiosa quantità di acqt.!e termominerali ivi e:.istenti. Come i Romani ne init.iarono in falli la coloniaazione, i accorsero della immcn~a ricchat.a sgorgante dal souosuolo . I nfinite erano le polle ribollenti e fuman ti cd abbondan ti le acque mineral i , già da tempo note ai souomessi Etruschi come unico rimedio per combauerc molte infermità.
Testimonia nze s toriche sulle te rme romane nell' agro viterbcse Decennio dopo decennio cominciarono cosi a sorgere sul territorio viterbcsc le prime terme, poche c piccole dapprima, poi sempre più numerose e tanto grandi , da raggi ungere propor.doni degne dci più famosi stabil imenti dell'Urbe.
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Tc,timoniarllc \IOriche dell'c<,i\tcnta di questi bagni ono infaui pervenute fino a noi aura' cr~o gli criui di Strabonc il quale. mcntionando le terme del ''i· terbe c. le dcfinh·a: cc Dotate d t (t('(/ Ile 101110 abbondami da rivaleggiare con q11elle cc>lebratissime della baia del capo Miseno>>. È tutto dire. ~c si pensi che in quella .w na sgorgavano dal suolo ben 350 sor-
genti di
:~equa curativ:~,
le quali richiamavano l'ariswcratia romana c gli stessi che vi costruirono p313t.t.i meravigliosi e sontuose terme. Ed è l.emprc dall'agro vitcrbc c che Tibullo, il poeta libertino, indirizzava ai uoi amici folleggianti nelle stc c terme la quinta ((elegia>> del suo libro terzo, nella quale li pregava di far' o ti per il ristabilimento della sua salute minata dalla 'ita di~~oluta e li ammoniva di non far troppo uso delle acque locali souo la sfert.a canicolare. ' Probabilmente anche Mart.ialc alludeva alle terme di Viterbo quando, nel libro \CSIO della sua ((cpigrammata>>, consigliava il suo amico Oppiano di recarsi a Ja,arc 1u11c le sue bruuurc, se non voleva morire cdordo>> com'era fino ad allora 'is tiiO. Egli gli 'ant3\a inoltre i btandimcnti di quc te acque, la loro ricchezza minerale. il ciclo cO\tamcmcntc \crcno del luogo, il sole che non tramontava qua'>i mai c lo splendore c magnificcnta degli edifici iuccnti di onici e di marmi prcgiati. l 'importanta a''unta dalla 10na termale 'itcrbc~c cc la conferma anche un importante dato archeologico. impcr:~tori
Coslru.tio nc della Via Consolare Cassia (Il
'>Cc.
a.{;.)
l 'cnoca di co,trutionc della Via Con ..olarc Cassia viene falla risalire da alcuni .. wrici fra il 241 cd il 225 a.C. Altri a\scri\cono invece che a costruirla sia \lato il con~olc C.mio Longino Ravilla. vi'>SUIO vcr o la fine del Il sec. a.C. Pill che la prim3 data. è la seconda quella che pill dircuamente confà alla no\ Ira \lOria. L'auacco delle legioni del con.,olc Fabio Rulliano alle contrade dcll'agru 'iterbcsc c la loro \UCccs<,iva \OIIOmis!>ionc avvennero circa duecento anni prima della ipotinata co<,trutionc della Via Cassia ad opera del console Ravilla. In due ~ccoli i Romani a, c, ano avuto giù modo di co<,truirc inloco la maggior parte dci loro <,tabilimcnti termali c gli )IC si do'c'ano aver già raggiunto una indi,cu a notorietà c fama. È quindi logico il pensare che il traccia to della cO\trucnda Con olare Cas ia. ncltrauo che auravcrsa l'agro viterbcsc, ia lato ideato cd auuato per <,cn ire la nuo'a t.ona termale c collegarla cosi con la vicina Roma. l~cco <,piegato perché l'amica Via Con<,olarc, giunta al Km. 74 della moderna Strada Statale Cas.,ia . invece di scguirnc il tracciato c passare per Viterbo. taglia diriua per l'agro vi t erbe c c dopo aver lambito i ruderi di ben q11at1ordici antichi \tabilimenti termali romani. vi i ricongiunge all'ahcaa del Km. 91 (\•ds. cartina). In falli chiunque' oglia oggi pcrcorrerla idealmente, ricalcando le orme di un antico viandante romano. è opportuno che ad ogni polla d'acqua ribollente e furnantc che incontrerà lungo il suo cammino. egli si fermi. Ogni volta potrà ammi-
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rare non molto discos ti, a volte seminascosti dall'edera e dai rovi, i resti imponenti di un complesso termale romano. Essi infatti coincidono con le maggiori manifestazioni tcrmo-mincrali ancora oggi esistenti. E la presenza dei ruderi di questi quattordici stabilimenti termali, lungo undici soli chilometri d i Strada Consolare, rendono ben ragione al già citato asserto d i Am niano Marcellino: «Le terme romane potevano per la loro ampiezza asso 7 migliarsi no n a città ma a provincie.»
Desc rizione dei ruderi delle terme romane A questo punto sarebbe far torto alla Storia il tralasciare l'esame di queste vestigia. Anche se ormai dirute cd abbandonate «all'abbracciamento dell'edera e dci rovi», sono appunto esse che fanno la Storia e ci ricordano con muto rimprovero «la millenaria tradizione termale di Viterbo». Prendiamole quindi in esame una ad una, cosi come si presentano a chi voglia percorrere da sud verso nord il tracciato dell'antica Via Consolare Cassia. Lasciato alle spalle il Km. 74 della moderna Cassia (S.S. N. 2) e percorsi appena 500 me tri , ecco apparire sulla destra g li avanzi di un acquedotto e sulla sinistra ergersi impo ne nti i resti de lle Terme romane dette del « MASSO», d i poco discoste da lla sorgente solforosa omonima. (vds. n. III della piantina). ' Questi ruderi abbastanza ben conservati, con le numerose nicchie ancora evidenti, fanno pensare ad un «laconicum», l'ambiente per il bagno di ~udorc. Resti di tegole, frammenti di marmi e di terracottc, sparsi nei campi su un'arca vastissima, confermano che il suddetto complesso termale si estendeva in modo notevole. Della sua s toria non si hanno notizie precise. Proseguendo un chilometro e mezzo più a nord e precisamente a cavallo del fosso Risiere, vediamo affiorare per 800 met ri il «pavimentum» dell 'antica Via r.onsolare Cassia, (vds. n. · IV della pianti.na) lastricato con pictroni ba~altici di for ma poligonale e contenuto da crepidini laterali rilevate. Si ritiene che in questo punto la strada romana travcr\assc il fo~o con un ponte, de l quale oggi è scomparsa ogni traccia.
Ponte «S. Nicolao» Altro ponte romano, valicante il successivo fosso dell'Olmo, è quello di «S. NICOLAO», detto all'epoca «ad quinquagcsimum», in quanto posto lungo la Via Ca~sia esattamente al 50° miglio da Roma (vds. n. V della piantina). Nel 1884 due vitcrbesi, i signori Oddi e Falcioni, ritrovarono nei pressi dello stesso una lastra di travcrtino sulla quale era incisa una epigrafe latina. Su di essa si legge che a costruirlo fu l'imperatore Claudio c che suc~cssivamcntc venne restaurato sotto Vespasiano. La sua costr uzione si può far quindi risalire tra il 4 1 cd il 54 d.C. Della struttura originaria rimangono oggi in piedi solamente le spallette del ponte c tre piloni formati da grandi parallclcpipedi di travertino. La ~ua larghez-
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za è di metri 7,50. L'arco non è romano, bensì di fattura più tarda. Attraversato il fosso dell'Olmo, l'antica Cassia si inerpica sulla collina che separa quest'ultimo dal fosso Caldano, l'«Ecalidus» romano. Giunto infatti al culmine del dosso- che ancora oggi sovrasta le attuali Terme Comunali e dell'lNPS - un viandante dell'epoca poteva ammirare sotto di sé uno spettacolo incomparabile: «Da oriente ad occidente si estendeva una pianura verdeggiante nella quale grandeggiavano stabilimenti termali e sontuose ville contornate da parchi e giardini fioriti. Una lunga st riscia di strada consolare solcava dritta la pianura perdendosi a vista d'occhio verso settentrione dove altre terme, con le loro cupole scintillanti al sole, parevano oasi incantate. A destra, verso levante, si disegnava nell'azzurro del ciclo una collina biancastra sulla cui sommità si raggomitolava incessantemente un grigio pennacchio di fumo: era il miticQ Bulicame.» Questo il sorprendente ed affascinante spettacolo! Nel tratto tra le attuali Terme Comunali e le pendici di monte Jugo, e quindi in soli sei chilometri , si sviluppava infatti una vasta città termale, forte di ben tredici stabilimenti e di chissà quante vil te private. Ma contil)uiamo nel nostro cammino. Ponte «Camillario» Scesi nella sottostante valletta, l'antica Via Consolare valica il fosso Caldano con il Po nte «CAMILLARIO» (vds. n. VI della piantina). Esso era uno stupendo esemplare di «opus quadratum» del quale oggi rimane ancora intatto un solo arco monocentrico, costituito con sette grandi cunei e sorretto da enormi blocchi di travertino. Peccato però che la vegetazione selvaggia che attualmente lo circonda, non permetta ai turisti di poterlo ammirare nella sua maestosa bellezza. La sua costruzione è antecendente a quella del ponte S. Nicolao e potrebbe risalire all'ultimo periodo della Repubblica. Oltrepassato il ponte Camillario, sulla sinistra e sulla destra lungo la valle del Caldano, si ergono i ruderi di ben altri quattro stabilimenti termali romani.
Terme di «Ser Pao lo Be n igni» Partendo dalla destra, poco discosti dalla zona del Riello, nei pressi del casale del Boia, troviamo abbarbicati sul greppo che degrada sulla strada dei Bagni i resti delle Te rme ro mane deno mina te «BAGNO ALMADIANO o di S ER PAOLO BENIGNI>> (vds. n. X della piantina). · Il primo nome di questo bagno deriva da una nobile famiglia viterbesc che nel secolo X V ne teneva il possesso e che successivamente passò a certo Scr Paolo Benigni.
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Undid an ni fà, quando ~tudiai queste vestigia, nel soprassuolo appariva no ancora molti spiccati di muri, con archi di mattoni in costa. Oggi purtroppo tutto è scomparso t ra i rovi, cresciuti folti e selvaggi. D'altro canto nessuno si è preso la briga di estirparl i, per ri portare in vista queste antiche vestigia. I resti di laterizi, frammenti di marmi e di tesscrine per mosaico, sparsi in gran quantità nei campi circostanti, oltre che attestare ancora oggi la loro ricchezza, con fermano che q ue~t c te rme si estendevano su un 'area di circa 150 metri per 90. (; S!ato accertato che esse venivano alimentate dalla sorgente del Bulicamc, mcndiante condotti sotterranei. Term e d e l « Bagno l.ongo» Un'altro importantissimo bagno romano, usato con certezza anche nel medioevo cd a l pari del precedente alimentato dalla \Orgcnte del Bulicame, si incontra un chilometro ad ovest del casale de l 13oia. Sono le Terme romane dette d el «BULICAME o DOM I NA R M. o del S IPONTI NO o BAGNO LONGO», a seconda delle denominazioni attribuitegli nelle varie epoche (vds. n. IX della piantina) . Addo:.satc a lla scarpata fiancheggiante la st rada che corre lungo il fosso Cald<tno, c~\C \i estendevano su una fronte molto ampia. Da qui il nome di « Bagno Longo». Dell'originaria struttura rimangono resti di un ambulacro, di un «calidariunm c mura dirutc digr.adanti verso la strada. Uno stretto passaggio immette nell'ambiente rettangolare addossato alla rupe che lo sovrasta. Sue dimensioni: 15 mel ridi lunghezza, 4 di larghezza c 6 di altezza . Quc~tc terme dovevano estendersi fin oltre la strada. Ciò è stato confermato da alcuni reperti archeologici ritrovati al momento dell'impianto della vigna sita nei prc!.si del casale antistante. Tra questi uno spezzonc di colonna romana, completo di capite llo, c he a ncora oggi si può 11111mirarc nel corti le del predetto casale. Attualmente questo imponente bagno non offre uno spettacolo da fare ammirare ai turisti che vogliano' isitarlo. È infatti diventato base permanente di un orcsunto «rigattiere». Terme di «S. Maria in Selce» Ben diversa sorte è toccata alle Terme romane dette di << • MARIA IN SELCE» o della « MADO NNA» (vds. n. V II della piantina). E\\e \Ono poste a monte ed a soli 50 metri dal ponte Camillario. Inglobate nel comprcn~orio dello stabilimento termale dell'I NPS, si è avuto cura di valoriz;arc la bcllcaa di questi imponenti ruderi, ripulendoli c circondandoli con piante ornamentali e verdi prati all'inglese. Qui, una volta tanto, si nota in modo incquivocabilc il de~idcrio di imporre all'allcnzione del moderno paziente-turista UJW valida test imo nia nza della cc millenaria tradi.donc termale di Viterbo».
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Delle terme in esame non rimane che un alto rudere di ambiente principale, a pianta ottagonale. La sua volta è a vela lunata. I n basso si osservano grandi nicchie profonde, con arch i d i mat toni in costa, ricoperte all ' i nterno con perfetto «Opus rct iculatunm (vds. fig. 3). l pcnnacch i delle volte conserva no ancora l' intonaco su cui era applicato in origine il rivest imento di marm i. La platea di queste terme è purtro ppo cmro il terreno, coperta da al meno 5 metri di terra di riporto accumulata~i a seguito delle frequenti piene del sotto~ t ante fosso Caldano. Senz'altro uno scavo bene organizzato potrebbe portare alla l uce mosaici di notevole valore artistico ed archeologico . Nel complesso, contornate dal verde degli al beri c dei prati, queste vest igia offrono al visitatore uno stupendo colpo d'occhio. Per, molto tempo vennero chiamate «del Michelangelo», in quanto erroneamente si riteneva che la pianta cd il prospetto di terme viterbesi disegnate dal Uuonarroti si riferi ssero ad ~ssc c non, come poi accertato, a quelle più importanti c sontuose del «Bacucco» .
T en ne degli « Eb rei » Proseguendo verso ovest, o ltre l 'attuale Stabilimento Bagni Comunali, a soli 100 metri dal suo recinto e quasi a st rapiombo sul fosso Caldano, ceco appari re su lla sinistra un massiccio rudere in <<Opus latcricium» c «mixtum», con grandi arch i di ma11 oni in costa . Sono le Term e romauc denominate degli «EBREI » (vds . n. V I li della piantina). Oggi sono completamente coperte dai rovi che le circondano. Alcuni particolari costruttivi fa nno senz'altro ritenere che l'opera venne ree successivamente usata in epoca medioevale. Poco o niente si conosce l.ulla storia di q.ues10 stabilimento termale. ~ta urata
Lasciato cosi il pomc Camillario, contornato delle vest igia delle quattro terme romane, la Via Consolare, falla una leggera curva, i nizia subi to la lunga di rit tura che la porta a congiungersi con l'attuale S.S. Cassia nei pressi del K m. 91. A cavallo del primo tra11o di tale rettilineo, prima che la via si inol tri nel comprensorio aeroportuale, ci appare un secondo gruppo di quamo stabi liment i termali romani. Sono quelli denominat i: della proprietà «Carl elli», delle «Zitelle», della «Busseta» ed infine del «Prato>> . Esamin iamol i uno ad uno .
Terme «Carletli» Le T er me romane della propriet à «CA RLETT I » sono situate sulla si nistra della st rada che dall'a11uale Stabi limento Bagni Comunali porta sulla via T uscanese (vds. n. X I della piant i na) . l ruderi , opera a «sacco» dell'et à repubblicana, stanno purtroppo quasi del tullo scomparendo dal soprassuolo . Queste terme erano dotate di una sorgem e propria, ancor oggi molto importante ed usata dai Viterbesi che vi si recano per la cura in loco delle affezioni cutanee .
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Fig. J - Particolare dei ruderi delle terme romane di ÂŤS. Maria in Se/ce>>.
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Terme delle «Zitelle» Attraversata la via Tuscanese e passato il fosso di valle Umeda, si nota subito sulla sinistra, a circa 300 metri, il casale delle Zitelle. A soli 50 metri dal predeuo casale sorgono i ruderi dell'omonimo bagno romano deuo appunto Terme romane delle «ZITELLE» (vds. n. X l l della pian tina). Fino a pochi anni fa, di questo complesso termale si conoscevano solamente i ruderi di tre grandi arcate. Alla fine del 1968, nel comprensorio del vicino Campo di Volo del C.A.L.E., vennero però portati alla luce altri preziosi resti di questo bagno romano. Ma di questi importanti ritrovamenti avremo modo di parlarne diffusamente più avanti.
Terme 'della «Busseta» Passiamo ora ad esaminare le Te rme ro mane delle de lla «BUSSETA», (vds. n. Xli i del1a piantina). Esse dovevano essere ubicate subito sulla destra dell'antica Via Con olare, a soli 100 metri dal fosso di valle Umeda ed erano dotate di sorgente propria, ancor oggi esistente. l ruderi di questo antico bagno romano sono però scompars i dal soprassuolo. Al riguardo si possono azzardare due ipotesi. La prima, che sui ruderi del bagno ia stato costruito in epoca remota il casale omonimo, trasformato successivamente in re~idcnza per il Comandante dell'Aeroporto eli Viterbo, adiacente alla quale csi~tc appunto la sorgente di acqua sulfurca precedentemente nominata. La seconda ipotesi è invece quella che le terme in c ame non fos ero altro che una prosecuzione, al di là della Consolare Cassia, dcll'adiaccmc bagno romano delle Zitelle, precedentemente descritto.
Terme del «Prato» Sempre entro il comprensorio aeroportuale, 500 met ri sulla dest ra di quelli della «Busseta», orgono i resti delle T erme roma ne delle del «PRATO» (vds. n. XIV della piantina). Esse sono ervite da due sorgemi tcrmo-minerali ancor oggi esistenti. Di questo bagno rimangono ancora in piedi quattro parti di una sala centrale, probabilmente rotonda, con volta a bacino c grandi nicchioni ad a rco (vds. fig. 4). Costruito in «opus reticulatum», alternato con filari di laterizi, esso si innalza fuori terra per circa sci metri. Anche qui uno scavo sistematico, condotto con intelligenza, potrebbe portare alla luce pavimenti a mosaico ancora ben conservati. Esaminate cosi le vestigia di que ti antichi bagni, continuiamo la nostra pas-
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Fig. 4 - Veduw dei ruderi delle terme romane deue del
ÂŤPrato~~
Fig. 5 - Veduta dei ruderi delle terme romane dette la ÂŤLelfii!hettaÂť.
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seggiata archeologica . Attaversato diago nalmente il comprensorio aeroportua le, l'antica Via Consolare prosegue dritta, identificando il suo tracciato con quello dell'odierna via Garinei. Essa, dopo aver lambito la ribollente e fumante zona del « Bag naccio», si immette sulla via Martana. . In quest'ultimo tratto del nostro itinerario, si e rgono i ruderi dei restanti cinque stabilimenti termali romani, che vengono cosi a t ompletare la serie dei quattordici. Sono quelli detti: della «Colonnella», la « Ru zzola», il « Naviso», la « Lettighetta» ed ultimo il « Bacucco».
Terme- della «Colonnella» È quasi impossibile individuare la zo na qve erano ubicate le Terme romane dette della «COLONNELLA» (vds. n. XV della piantina). Dopo due anni di ricerche, solo il mese scorso sono riuscito a risolvere il rebus. Esse erano situate nei pressi dell'odierno casale chiamato «le Cuffie». Gli unici resti visibili sono i numerosi conci impiegati per costruire le mura del fabbricato più vecchio della fattoria ed in particolare uno spezzone di colonna di marmo scanalata, inserito in una delle facciate de lla stessa. Nel 1917 il proprietario di questa fattoria, detta a llora «della Colonnetta»l'ingegnere Cesare Garinei - portò alla luce nella zona di fronte al casale una parte dello stabilimento termale romano. Gli scavi interessarono un a mbiente semiabsidato, lungo 50 metri e largo 40, che presentava un ingresso verso ovest; un doppio « hipocaustum» con «suspensurae» e due «ca lidari>> : l' uno posto a nord in prossimità dei predetti due forni ed a ve nte una forma a ferro di cavallo; l'altro posto a sud , di forma circolare e distaccato di poco dalla costruzione principale. P urtroppo gli scavi vennero sospesi ed i resti delle terme furono nuovamente ricoperti dalla terra. Oggi no n ne rimane più traccia a lc una.
Terme della «Ruzzola» Proseguendo, a soli 800 met ri dal casale delle Cuffie, nei pressi del Bagnaccio, ecco apparire tra l'erba i ruder i di uno stabilimento termale romano, ai quali la tradizione popolare ha volut o assegnare un nome particolare: la « RUZZOLA» o il «SASSO GROSSO» (vds. n. XVI della piant ina). Chi li osserva infatti, li assomiglia alla omonima gire lla di legno o ad un grosso sasso. In realtà essi sono i resti di una costruzione imperiale della quale, una volta crollata, è rimasto intatto o quasi solo un arc hit rave di travertino lavorato. Non ci si spiega però dove siano finite le restanti parti dell'originaria struttura. Qualche scavo nelle vicinanze potrebbe soddisfare la curiosità.
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Terme del «Naviso» Le Terme roma ne dette del «N A VISO» dovevano invece trovars i nei pressi del bivio tra l'att uale via Cassia e la via Martana (vds . n . XVII della piantina). Durante la cost ruzione di quest'ultima strada vennero infatti alla luce resti di pavimenti a mosaico, spiccati di muri, vasche per immersioni, pezzi di marmo ecc. Questo complesso termale è oggi scomparso dal soprassuolo. Nulla si sa della sua storia .
Terme della «Lettighelta» Prima che la via Garinei incroci la via Martana, notiamo sulla sinistra la «LETTIGH ETT A», stupendo avanzo di costruzione romana a pianta quadrata, simile ad una lettiga, nella quale molti riconoscono un tempio, altri una tOmba, altri ancora parte di un complesso termale (vds. n. XVIII della piantina). Fu ritenuto da molti scrittOri il Tempio di Serapide per la rispondenza del nome conservatO dalla vicina sorgente delle Serpi, che forni va le acque alle terme del Bacucco. È un edificio massiccio, in «opus latericium », contornato sul lato ovest, a mezza altezza, da una cornice di coronamento in tra vertino grigiastro, di ottima fattu ra . Sulla facciata di levante si apre un enorme ingresso ad arco, alla base del quale si nota una forte sporgenza, probabilmente il piano di sostegno di una gradinata, o di due rampe simmetriche di scale (vds. fig. 5). La costruzione in alcune sue parti è pericolante e solo un'opera di sapiente restauro potrebbe riportarla ad un aspetto più degno dell'originale splendore. A soli l 00 me tri dalla. Lettighetta, dove il tc:rreno sale verso un lungo banco di calcite, si ergono i rest i di due ambulacri della età repubblicana. Essi sono costruiti in perfetto «opus reticulatum» di grandi dimensioni, lasciato libero da qualsias i appoggio di laterizi nella totalità delle superfici visibili. La Lettighetta e questi due ambulacri, a parer mio, fan parte di un unico vasto complesso termale: il tredicesimo della serie. Ad avvalorare questa ipotesi, nei campi circostanti per un 'area vastissima, si vedono affiorare dalla ter-ra arata di fresco : spezzoni di marmo, tesserine di mosaico , frammenti di vasi ecc.
Terme del «Bacucco» E giungiamo così alle famosissime Terme roma ne dette del «BACUCCO» (vds. n. XIX della piantina). Esse sono le più maestose tra quelle esaminate fino ad ora . Pos te subito a l di là della via Martana, presentano dei ruderi ancor oggi imponent i che stanno a testimoniare la grandiosità e la sontuosità di questo bagno (vds. fig. 6). Esso era dota to di sorgenti termo-minerali numerose ed abbondantissime. Il vicino casaletto del Bacucco - costruito su una volta dell'edificio romano
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Fig. 6 - Vedura esterna ed interna dei ruderi delle terme romane
denominate del ÂŤBacuccoÂť.
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diruto- nonché i numerosi monticelli di detriti coperti dai rovi sparsi tutt'attorno stanno a testimoniare come queste terme si estendevano su una superfice di almeno tre ettari. Il complesso principale dei ruderi si presenta all'esterno quasi come un castello diruto: un'opera composta da un misto di tufi squadrati e laterizi, con immensi archi di scarico formati da mattoni in costa. L'interno è invece in condizioni pietose. Di esso rimane solo lo scheletro delle originarie strutture. Tutto ciò che poteva essere asportato e venduto è scomparso. Delle colonne, dei capilelli, delle trabeazioni non restano che rozzi sostegni e le tracce lungo i muri. La presenza di numerosi tubi circolatori prismatici, distribuiti senza risparmio attorno alle grandi nicchie, fanno ritenere quest'alto rudere una vastissima «concamerata sudatio», munita di vasca centrale e celle calidarie. Un resoconto di scavi, effettuati nel 1835, parlano di importanti ritrovamenti quali: undici busti di marmo statuario di lavoro squisito, dei quali uno muliebre con parrucca mobile; una statua mutilata di satiro appoggiato ad un tronco; un gruppo statuario che rappresentava un uomo ed una donna adagiati su un triclinio ed infine stupendi mosaici, oggetti di bronzo e di vetro colorato. Ma la vera depredazione di questo bagno avvenne successivamente. Secondo il Camilli infatti, le colonne di granito che sostengono i leoni della piazza del Comune di Viterbo, quella di via Garibaldi, nonché quelle del Duomo, sarebbero appartenute alle terme del «Bacucco». Michelangelo- avido di forme classiche ed attratto dalla maestosità di questa costruzione - ne tracciò due schizzi a penna durante uno dei suoi numerosi viaggi a Roma. Sul primo scrisse di suo pugno «pianta del bagno di Viterbo»; nell'altro disegnò lo spaccato dell'interno,apponendovi le parole «come stà dentro el dicto Bagno». Gli originali sono oggi conservati nel Museo Vicar de Lille in Francia; la copia fotografica nel Museo di Viterbo (vds. figura 7). Ma non è tutto. Anche Giuliano Giamberti, detto il Sangallo, ne ritrasse pianta e sezione, oggi conservate presso la biblioteca di Siena. Questi preziosi cimeli - delineati da due famosi artisti più di mille anni dopo che il bagno era stato abbandonato e chissà quante volte frugato, devastato e rifrugato - esercitano su di noi un fascino particolare. Pare quasi che ci vogliano ridipingere le classiche architetture, le belle decorazioni interne, lo scintillio dei metalli e dei marmi pregiati, le stupende opere d'arte che un giorno erano qui racchiuse. Con l'esame delle terme del Bacucco abbiamo cosi concluso il nostro lento peregrinare alla ricerca delle vestigia romane nell'agro viterbese, e quindi potremmo anche ritenere esaurita la trattazione della storia etrusco-romana delle terme di Viterbo. Cosi facendo lasceremmo però inappagata la curiosità di coloro che, ammirando questi ruderi, si chiedono quali segreti essi possano ancora celare nel sottosuolo.
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Fig. 7 - Schizzo a penna del Michelangelo: spaccato dell'interno e
pianta delle terme romane del ÂŤBacuccoÂť. 31
I ritrovamenti arch eolugid delle «Zitelle» Val quindi la pena di accennare qui di seguito, anche se brevemente, ad un ritro vamento archeologico fauo al riguardo negli ultimi anni. Il caso c la fortuna hanno in fallì voluto che sull' Aeroporto Mìlìtare dì Viterbo, tra il 1968 ed ìl 1972, venissero alla luce altri re\ti preziosi ed inediti delle vicine terme romane delle «Zitelle» (vds. n. XII della piantina). Fino ad allo ra ìnfau i, come già accennato in preceden za, l'unica testimonianza dell'esistenza in loco dì un antico stabilimento termale romano era rappresentata da tre grandi arcate di un probabile «atrium». ancora malamente reggcntìsi in piedi solo a dieci metri dal confine aeroportuale ed a cinquanta metri dall'omonimo casale. Oltre a ciò un occhio esperto, guardando attentamente le mura del predetto casale delle Zitelle, poteva notare come nel costruirlo fossero stati a suo tempo usati in abbondanza materiali provenienti dai vicini ruderi. eì muri maestri appaiono in falli in gran copia dei conci, degli spezzonì dì marno lavorato e mattoni pieni dì indubbia provenienza. La campagna tutt'attorno al casàle risultava poi cosparsa di cumuli di macerie semìnascostc dai rovi. Ogni anno infine l'aratro riportava alla luce, nei terreni circostanti, numerosi frammenti di intonaco dipinto, tesserìnc bianche e nere appartenenti probabilmente a mosaici distrutti, frammenti di vasi e spezzoni di marmi pregìati. Data la sua ubìcazìo ne, sì supponeva poi che lo stabilimento termale romano fosse servi to da due sorgenti di acqua sulfurea, ancora esistenti, ma quasi completamente ostruite dall'accumularsi continuo di concrezioni calcaree. L'acqua erogata da tali sorgenti all'epoca romana doveva essere abbondantissima, se si tìen conto che la sorgente derivata dalla trìvellazìone effettuata dalla Società Terni nel 1952, e posta a soli io metri dal casale delle Zitelle, continua ancor oggi ad erogare acqua minerale ìpertermale (65°C) con una portata di circa 65 litri al secondo. Tutti questi indizi facevano supporre che lo stabilimento termale romano dovesse ricoprire in origine una zona molto ampia c dì conseguenza interessare anche una vasta zona del sedìme aeroportuale. Ciò era avvalorato anche da un altro dalO archeologico. Fotografie aeree da me scattate a più riprese, avevano posto in evidenza che l'antica Strada Consolare Cassia atLraversava diagonalmente l'Aeroporto Militare di Viterbo e che i ruderi del bagno romano preso in esame ne distavano solo cento metri. Dato poi per scontato che il tratto di consolare Cassia che att raversava l'agro viterbese era stata cosiruita con quel tracciato particolare, allo scopo di servire ed addirittura
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Fig. 8 - Terme romane denominate delle «Zitelle»: pavimentO a mosaico in bianco e nero con disegni geometrici.
Fig. 9 - Terme romane denominate delle «Zitelle>>: il pavimento a mosaico colorato dei «Rosoni>>.
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lambire tut ti gli stabilimenti termali che nella zona stavano sorgendo o erano già sorti (vds. cartina), era faci le arguire che la maggior parte del bagno romano delle «Zitelle» si estendeva nel sottosuolo della zona aeroportuale occupata dal Campo di Volo del C .A .L.E. Ma non è tutto. Storia e leggenda venivano a loro volta a dire la loro parola sulla ricchezza e grandiosità di questo antico bagno. Esse infatti avevano più volte parlato di ritrovamenti preziosi ed inediti avvenuti in questa località, denomina ta in passato «Bussete». A varie riprese scavi disordinati ed interessati avevano portato alla luce veri tesori d 'arte.
La statua di Venere (1742) Felici ano Bussi, nella sua Storia di Viterbo del 1742, accenna al ritrovamento di una meravigliosa statua di Venere che il Cardinal Brancacci, Vescovo di Viterbo, offri al Cardinal Flavio Chigi. Questi a sua volta ne fece munifico dono a Ferdinando Il , Granduca di Toscana. Per questo motivo la statua in esame venne identificata per lungo tempo con quella celeberrima che va souo il nome di «Venere dei Medici». Sempre in questa zona voci di popolo raccontano del ritrovamento di artistici bronzwi, di medaglioni d'oro massiccio e di vasetti di vetro aggraziati nella fattura e dai colori vivacissimi. E tullo ciò nonostante i saccheggi e le devastazioni perpetrate dalle orde barbariche- non ultimi i Goti di re Teodato- attralle nell'agro viterbese dalla fama di chissà quali tesori fossero raccolti nelle terme romane. Purtroppo la conferma a tu!le le supposizioni falle sull'ubicazione ed estensione del bagno romano delle «Zitelle» poteva venire solamente da un sistematico scavo archeologico fat to. nel comprensorio aeroportuale. Ipotesi questa irrealizzabile, data la presenza nella zona interessata di numerose infrastruuure e delle aree di servizio del Campo di Volo del Centro Aviazione Leggera dell'Esercito (C.A.L.E.). Ma doveva essere il caso e la fortuna, come già abbiamo detto, a venire in aiuto e ad offrire la conferma archeologica che tulle le supposizioni fatte corrispondevano alla realtà. Infatti un lungo e profondo fossato- scavato per consentire la costruzione di una condul!ura souerranea per il drenaggio delle acque piovane- portò alla luce, ad una profondità di un solo metro, una sequela di pilastrini di mattonelle sorreggenti dei pavimenti a mosaico. Questo particolare architellonico, identificaLO nelle famose «suspensurae», diede subito la certezza dì 1rovarmi di fronte alla parte centrale dello stabilimento termale in esame . Con l'autorizzazione della Soprintendenza alle Antichità dell'Etruria Meridionale, una prima campagna di scavi venne subito da me intrapresa nell'autunno del 1968 ed altre ne seguirono negli anni successivi. Ma esaminiamo, anche se sommariamente, che cosa venne riportato alla lu-
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ce e studiato. Il lungo fossato per il drenaggio delle acque piovane aveva posto in evidenza, all'interno del comprensorio aeroportuale, due zone archeologicamente molto interessanti. La prima ad essere da me esaminata fu quella posta a ridosso delle due sorgenti di acqua iperterma!e, ormai quasi del tutto scomparse, che come abbiamo già detto in precedenza si riteneva servissero il bagno roma no. Il sondaggio e lo scavo- anche se affrettati data l'urgenza di ricoprire il canale di drenaggio ormai completato- misero in evidenza interessanti particolari architettonici: l. sei sezioni di muri, in opera a <<sacco», tra di loro coincidenti e paralleli. 2. Un cu!licolo del diametro di circa mezzo metro che, per l'orientamento e le incrostazioni presenti sulle pareti, diede la certezza di trovarsi di fronte ad una canalizzazione artificiale delle acque termali delle vicine sorgenti. Questo dato archeologico veniva finalmente a confermare come esse fossero state usate all'epoca romana per alimentare lo stabilimento termale in esame. 3. Un pavimento a mosaico, poggiante su due strati di materiale, il primo impermeabile ed il secondo di sottofondo, aventi complessivamente uno spessore di 25 centimetri . Ripulito dalla terra e dai detriti che lo ricoprivano, il mosaico apparve composto da tesserine bianche e nere, disposte in modo da formare vari disegni geometrici (vds. fig. 8). In origine doveva trattarsi del pavimento di una stanza di piccole dimensioni, servita probabilmente da un unico ingresso. l reperti di scavo furono: frammenti dell'intonaco delle pareti di un colore rosso pompeiano, qualche grosso chiodo in ferro, numerosi tegoloni del tetto ed infine frammenti di vasi di terracotta grezza e molto spessa. La presenza di infrastrutture nei pressi del mosaico impedì però l'allargamento del sondaggio e dello scavo e quindi il completamento dei rilievi tendenti a delineare l'originale strutlura del complesso architetlonico venuto alla luce. Ma quella che si rivelò archeologicamente molto più interessante fu la seconda zona, posta a circa 70 metri dalla precedente. La zona cioè dove il fossato per il drenaggio aveva portato alla luce le «suspensurae». l primi sondaggi in questa zona posero subito in evidenza, lungo le pareti dello scavo eseguito per il drenaggio, i seguenti particolari architettonici: l. va rie sezioni di muri appartenenti ad epoche diverse e tali da far pensare alla iniziale costruzione del bagno romano in epoca repubbÌicana ed a successive sovrapposizioni e modificazioni di strutture che giungevano fino al periodo imperiale. Degno di nota uno spiccato di muro, della lunghezza di circa quattro metri, in perfetto «Opus reticulat um», dalle piccole di mensioni, lasciato libero da qualsiasi appoggio di laterizi nella totalità delle superfici visibili.
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2. Sezioni di sei vasche, contigue e divise tra loro da muri in opera «a sacco», dello spessore di 40 cm. La loro larghezza era di metri 3,40. Il fondo di tali vasche, dello spessore di IO cm., risultò costruito con un materiale molto simile al nostro calcestruzzo. Per l'impossibilità di effettuare scavi sistematici in tale area - data l'esistenza di infrastrutture e di una strada asfaltata - mi è rimasto ancora il dubbio se esse in origine fossero: grandi vasche contenenti acqua calda (condotta dalle vicine sorgenti ipertermali) per il bagno ad immersione; oppure piscine all'aperto contenenti acqua fredda («frigidarium»); oppure vasche per la maturazione e la rigenerazione del fango terapeutico del quale era ed è a tutt'oggi ricco il vicino laghetto del «Bagnaccio». Lo scavo sistematico effettuato negli anni successivi in questa zona del fossato ove erano apparse le «suspensurae», riportò alla luce quattro locali comunicanti tra di loro ed adornati con pavimenti a mosaico che val la pena qui di seguito descrivere .
Mosaico con figura umana l. Locale con pavimento a mosaico compos10 da tesserine bianche e colorate che componevano una figura umana. Le sue dimension i erano di metri 5,50 x 4,20 ed aveva due ingressi diametralmente opposti. Il suo pavimento a mosaico era quasi completamente distrutto a seguito del c ro llo delle pareti avvenuto, ritengo, all'epoca delle devastazioni barbariche. Dall'esame delle parti rimaste integre, si è potuto arguire che nell 'opera musiva I'anista aveva effigiato una figura umana, che non si riusci però a ricostruire. Il mosaico era composto da tesserine bianche e colorate molto più piccole di quelle usate negli adiacenti locali. Non si è potuto inoltre stabilire se il pavimento a mosaico poggiasse o meno su «suspensurae» . Ritengo quasi certamente di no. Il locale infatti - comunican te con il successivo, certamente un «laconicum» - doveva essere un «apodjterium», !:ambiente cioè destinato a spogliatoio.
Mosaico «geometrico» a colori 2. Locale con pavimento a mosaico composto da tesserine bianche e colorate dispos te in modo da formare disegni geometrici. Le dimensioni di ques to locale erano di metri 5,50 x 5,30. Possedeva tre ingressi di ampiezze diverse. Il suo pavimento a mosaico, come il precedente, era purtroppo quasi completameme distrutto. Dall'esame delle parti rimaste integre si è potuto stabilire che era composto con tesserine bianche e colorate (piccoli cubetti con facce di un centimetro quadrato) formanti motivi geometrici. 11 pavimento del locale poggiava su «suspensurae», cioè su file di dieci pilastri-
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nidi mattonelle quadrate, misuranti 24 cm. di lato, posti a 37 cm . uno dall'altro. Tra la sommit à dei pilastrini ed il sottofondo de l pavimento a mosaico vi erano interposti dei lastroni di resistentissimo materiale laterizio, i quali misuravano cm. 70 x 70 ed avevano uno spessore di cm. 5. L'altezza della camera d'aria formata dalle «suspensurae» era di cm. 50. Particolare interessantissimo: negli spiccati dei muri che delimitavano il locale ven nero ritrovati resti di tubi circolatori formati da la terizi prismatici vuoti all'interno. Tale particolare costrutti vo, senza a lcun dubbio, definisce l'ambiente soprastante come una «concamerata su·datio» o «lacon icum». I laterizi prismatici servivano infatti per convogliare l'aria caldissima ottenuta con il sitema di riscaldamento ideato da l romano Sergio Orata, già descritto in precedenza.
Mosaico dei «rosoni» 3. Locale con pavimento a mosaico composto da tesserine bianche e colorate, denominato dei « Rosoni». Esso si presentava come una sala absidata dell'ampiezza di metri 7,30 x 5,30. Vi si accedeva attraverso tre ingressi. Anche il pavimento di questo locale poggiava come il precedente su «suspensurae» . Qui però le file di pilastrini erano · dodici, invece di dieci. Il mosaico, parzialmente ro,·inato, era composto da tesserine bianc he e colorate disposte in modo da formare motivi noreali e grandi roson i policromi (vds. fig. 9). Durante il paziente lavoro di rimozione della terra e dei detriti che ricoprivano il pavimen10, vennero ritrovati spezzoni di marmi pregiati o rientali , frammenti di regole del tello- alcune delle quali marcate - e cosa q uesta stupefacente, numerosi frammenti di intonaco affrescato staccatosi a seguito de l crollo delle pareti. Il colore di fondo dell'intonaco era un giallo arancio pallido con sovrappost i affreschi riproducenti motivi ornamentali , floreali, frutta ed a nimali. I principali colori dei predelli affreschi erano : il bianco, il ve rde, l'azzurro, il viola, il marrone e varie tonalità del rosso. Tra i .vari spezzoni d i intonaco, d i notevole int eresse artistico, un piccolo ovale, contornato da una fascia verde, entro-i l quale era effigiato con i suo i colori naturali, risa ltanti su! fondo giallo, un magnifico cervo nell'allo di s piccare un salto. Ciò che più colpiva, nell'ammirare i pezzi d i intonaco, era la prodigiosa conser vazio ne della pittura, per nulla sbiadita o rovinata, nonostante il passare dei secoli. Questo locale - per la presenza delle «suspensurae» che ne sorreggevano il pavimento, ma data la mancanza d i tubi circolatori - venne da me identificato per un «calidarium» . Da uno dei suoi tre ingressi si poteva infalli accedere a ll'adiacente zona ove esistevano quattro delle sei vasche precedentemente desc ritte e dove i bagna nti si immergevano nell'acqua calda condotta dalle vicine sorgenti ipertermali. Ma arriviamo al ritrovamento più sensazio nale!
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Fig.· I O - Terme romane denominare delle «Zitelle»: il pavimenro a mosaico colorato degli «Uccelli».
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Mosaico degli «Uccelli» 4. Locale con pa,•ime nto a mosail'o composto da tesserine bianche e colorate, denominato degli «UCCELLI» . Le misure di questo ambiente erano d i metri 5,85 x 4,20. Come si è potuto stabilire dai resti dell'intonaco ancora attaccato agli spiccati di muro, le pareti erano affrescate con un colore violetto. Il locale presentava · due ingres i diametralmente opposti c sistemati in modo tale che chi entrava poteva ammirare il mosaico di fronte. Il pavimento risultò poggiante su uno strato di 20 cm. di sotto fondo. Nessuna traccia quindi di «suspensurae». Ciò indusse a ritenere che il locale venisse usato come «tepidarium» in quan to adiacente da un l(\tO a l «calida rium» e dall'altro alle restanti vasche, poste a ll'esterno e costituent i il «frigida riu m» . Il mÒsaico- una volta completata l'opera di ripulitura dalla terra e da i detri ti che lo ricoprivano- risultò essere il più importante cd archeologicamente più interessante di tutti. L'artista che lo aveva pazientemente composto era riuscito a combinare, in modo mirabile e con un senso cromatico perfetto, disegni geometrici e figurazioni di ben dodici esemplari di uccelli (vds . fig . l 0). Nel complesso infa tti il mosaico si p1 c~cn t ava come un insieme di do ppi cerc hi concent rici c ro mbi contenenti varie composizioni geometriche o figurazio ni d i uccelli. L'accostamento e la vivacità dei colori, che spiccavano sul fondo bianco, e ra mirabile. Gli uccelli rappresentati erano probabilmente le varie specie stanziati o migratorie che gli antichi romani erano soliti catturare con le reti o abbattere nell'esercizio della caccia. Per alcuni di essi è stata facile l'identificazio ne, come per il fagia no, il palo mbaccio, l'ana tra selva tica, il merlo, il fa lchetto , la corn acchia, l'oca se lva tica , il piviere e la pavoncella. Tre d i essi non sono a ncora riuscito ad individua rli con precisione. Certamente essi potrebbero destare la c uriosità di un o rnito logo, anche in considerazione del fatto che potrebbe trattarsi di esemplari che esistevano all'epoca romana ed oggi non più . Il mosaico non risultò completamente integro. È certo comunque che esso proseguiva con gli stessi motivi geometrici ed a ltre figurazioni d i ucce lli a nche nella parte inferiore, rovinata dal crollo d i quella pare te. La stessa greca che delimit a il mosaico nella pa rte superiore doveva proba bilme te a vere riscontro nella parte inferiore rovinata . Durante il lavoro di ripulitura del mosaico dalla te rra c dai det ri ti che lo ricoprivano, pochi furono i reperti ritrovati: i soliti frammenti di vasi cost ruiti in terracotta spessa e molto grezza, pezzi di marmo orientale, rare tegole, ossa di pollo e numero e zanne appartenute a cinghiali di piccola taglia, presumibili resti d i un banchetto fatto dai barbari prima di distruggere il bagno roma no. Unico reperto di un cert o interesse: i frammenti d i una <d uccrn etta» in cera mica molto spessa, color rosso ma tto ne, che porta va effig ia ta nella parte superiore una lepre in corsa. Curioso questo accostamento con i motivi venatori del mosaico!
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Conclusione Con la descrizione dei quatlro pavimenti a mosaico ha cosi termine l'elencazio ne dei ri trovament i archeologici falli nell'area ove sorgeva il complesso termale romano deliO delle «Zitelle». Ques10 primo sucçesso archeologico non deve però rimanere un caso isolato, anzi esso deve costi tui re uno sprone per pro muo ve re ed organizzare nel fuiUro sistematiche campagne di scavo, da condurre nelle zone dell'agro viterbese dove ancora imponemi si ergono le vestigia degli ahri bagni ro mani. È in fan i mia ferma convinzione c he souo quei poveri ruderi, che molli ritengono essere le uniche testimonianze del lo ro antico splendore, si celino tami ahri tesori d'arte musiva. Solo dopo a ver riportato alla luce 1u11o quello che ancora si nasconde nel sottosuolo, si potrà dire di aver verameme valorizzato queste vestigia che rappresentano la «millenaria tradizione termale di Viterbo». E solo cosi, potrà essere finalmente appagata la curiosità di quanti- facendo proprie le parole espresse anni fa dal noto scri11 ore viterbcsc Cesare Pinzi - ancor oggi si' chiedono: «È da
deplorare elle a nessun archeologo sia mai balenalo in capo il pensiero di esplorare ed illus1rare la lopografia, le a(linenze, gli acquedo(li e la re/e degli alvei di quesre renne, alcune delle quali serbano pur oggi /'impro/1/a di una maeslosiuì non comune. l numerosi m ozziconi di segmemi di volle, i muri di lalerizi e di refico/ar o, rimasri ancora in piedi, non basiano pitì a farci ricoslruire col pensiero ra111i sonruosi edifici ormai auerrali dalle ali dellempo ... Ma queste tracce incerle, queste forme vaporose di una fa ntasmagoria architelfonica che bisogna idea/iz:;are per ricomporre nelle sue parti, non fa nno elle accendere di pitì la nos1ra curiosità, senza appagarla ... Chi potrà dirci mai co11 quali lavori d'arte greca e roma11a fossero decorati questi muri, un giorno splendidi di mam1i, di srucchi e di pi(lure in giallo, ed orcl'scheletriti e malameme reggentesi in piedi per i soli abbracciamenri dell'edera e dei rovi?». A RM AN I>O MARTIGNONI
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Il G~n. B. (;~us) Armando Martignoni pro· dai corsi dell'Accademia Militare c della Scuola di Applicazion~ d'Arma. Ufficiale dci Granatieri di Sardegna c pila· ta osservatore dell'Aviazione lcgg~r<~ dd l'E· scrcito ha comandato r~parti presso l'Accademia Militar~ c presso le due spccialit:l di ap· partcncnza. ~stato Vice Comandant~ di RAMDIFE ~ d~Jia Scuola Allievi Souuffìciali d~II'Escrcito. N~l •Servizio della l~va• ha trascorso gli ultimi anni della sua carri~ra offr~ndo un valido contributo di studio per la risoluzione di probl~matichc inerenti il partico lare settore. Posto in quicsc~nza c successivamente entrato per concorso n~l ruolo dci Commissari di l~va ddla Difesa, auualmcnt~ dirige l'Ufficio leva di Viterbo. Cultore appassionato di etruscologia c di antichità romane da ben trenta anni con i suoi studi~ scop~rt~ archeologiche c l~ conferenze tenute nel lazio cd in Umbria ~gli ha dato un notevole impulso alla conoscenza c valorizzazionc delle richczu archeologiche presenti nell'Etruria meridionale. vi~ n~