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LA CONDIZIONE MILITARE NEL MONDO CONTEMPORANEO

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LA CONDIZIONE MILITARE NEL MONDO CONTEMPORANEO

MISSIONE O PROFESSIONE?

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Gabriella D'Aiuto. A

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«Dante, Parruliso, canto IV».

All'indomani della guerra d'Algeria ebbi modo di incontrarmi con un giovane ufficiale conosciuto pet caso a Saint-Cyr, durante uno scambio tra la nostra Accademia militare e quella francese. Era molto deluso. Si era dimesso e tornava alla vita civile. Ci scambiammo le nostre impressioni. Mi pareva di constatare che si fosse creata nella sua psicologia una terribile frattt:fra. Un'incompatibilità insanabile, quasi, tra la sua coscienza di cittadino e i suoi atti di militare. Si era talmènte interrogato che aveva subito avvertito i punti deboli della sua condizione militare, resi più crudi dalla morale di guerra nella quale si era trovato, giovanissimo, coinvolto. Ne fui turbato, tanto diversa era la mia esperienza. Decisi allora di tentare di combattere alcuni di quei «luoghi comuni» che erano stati alla base della mia formazione militare. Quella delle armi doveva - mi avevano insegnato -essere considerata in primo luogo una missione, superiore sul piano umano a quella di altri giovani che avevano fatto scelte di vita differenti dalla mia. Dovevo cercare di dare nuovo significato, almeno per me personalmente, a certe astrazioni con la maiuscola di cui sentivo che troppo spesso si abusavi Onore, Dovere, Patria, come a certe immagini simboliche, la divisa, . la bandiera, la sciarpa, la sciabola·, che volevo possedere saldamente non solo con la mia coscienza di soldato in divenire, ma con la forza della mia stessa • ragione umana . Da qualche parte avevo letto che la «civilizzazione cessa quando la militarizzazione comincia» quasi che l'essere militare introducesse un concetto di violenza e di forza negativo del valore di civiltà. Al contrario io credo che la condizione militare, avendo un carattere universale, abbia la capacità di potere avvicinare non soltanto i cit-

tadini di una stessa nazione o le genti e i popoli di una stessa alleanza, ma anche gli uomini che non hanno in comune che l'uniforme. Ciò quali che siano la nazionalità, la cultura, i costumi, le usanze, etc .. Da quando sono tenente penso e scrivo che gli eserciti debbano ricevere nuovi impulsi e nuovi valori in una visione, a mio parere, veramen-

te rivoluzionaria: essi devono essere capaci di presentarsi in termini positivi e propositivi nel senso che oggi le Istituzioni militari ricevono la loro validità dalla capacità che hanno di costruire e non soltanto di difendere oppure di offendere. Per realizzare tutto ciò occorre andare oltre le ipocrisie che impediscono ancora di pensare ad un mondo senl


G . D 'Aiuto: «Ariosto, Orlllndo Furioso».

za guerra: la guerra, invece a mio modo di vedere, deve essere definitivamente considerata un tabù. Ciò stabilito soltanto i grandi disegni possono compensare e soddisfare appieno le intime aspettative che ogni popolo nutre in se stesso. Se l'Europa vuole divenire l'Europa Unita - e per me questa è una maniera concreta di nuova applicazione della condizione militare - essa deve guardare lontano e pensare

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alto. «La Francia non può essere la Francia senza grandezza», scriveva nelle sue memorie di guerra il Generale De Gaulle, e noi dobbiamo essere capaci di dire «l'Europa non può essere l'Europa senza grandezza». E non è senza significato che la più alta cattedra morale del nostro tempo, Giovanni Paolo II, abbia individuato nell'unificazione dell'Europa l'obiettivo più esaltante

per la nostra gioventù, compresa quella in armi. Il 4 settembre 1988 alla Scuola di Applicazione, esortando i giovani Ufficiali, tra gli altri del 166° Corso «Dignità>>, a considerare i nuovi scenari della vita internazionale e invitandoli a inquadrare la loro preparazione in questa nuova ampiezza di orizzonti, il Papa, infatti, ebbe a dire: «la realtà della difesa deve essere guardata con occhio e cuore decisamente nuovi. Ciò non -sarà mai possibile senza uomini nuovi» . . Ecco, dunque, che essere militari oggi debba, a mio avviso, significare in primo luogo sapere, conoscere, approfondire, verificare, interrogare, decidere, volere, prevedere, interpretare, agire, . comprendere, riflettere e non soltanto per fronteggiare l'evento guerra o affrontare situazioni di emergenza. L' adempimento del compito per il bene e l'interesse della collettività nazionale trova oggi soprattutto la sua ragione in quel valore fondamentale che per noi militari dell'Alleanza Altantica è anche quello che sta alla base della stessa religione cristiana: la pace . In questi anni ho quasi istintivamente pensato a quella che oggi viene chiamata «condizione militare» come ad un modo di essere fatto di scienza e arte, di poesia è forza, di pensiero (la missione) e azione (la professione), il tutto in un rapporto dialettico, vorrei dire politico, con la società nella quale e per la quale ho dovuto operare. Di conseguenza non ho mai creduto che al giorno d'oggi, in nessuna parte del mondo, essere militari significasse essere soltanto uomini che svolgono una missione o una professione. Chi è davvero militare lo è in tutti e due i significati. Se si parte dalla considerazione che i militari agiscono nel rischio della vita si può essere tentati di scoprire il lato cavalleresco, il lato romantico dell'uomo alle armi. Non credo però che i termini esatti del fenomeno guerra lascino più spazio


G. D'Aiuto: «Campagna di Russia».

aJ «cavaliere». L'attività contemporanea drammaticamente condizionata dalla decisione nucleare e dal fatto che i conflitti non si sviluppano più tra eserciti ma tra e contro i popoli, prefigura tali massacri che occorre riflettere a lungo sulla <<specificità» della condizione militare per riuscire a comprendere come tale peculiarità nasca, si sviluppi e si affermi in questa terra tormentata e alla ricerca di un nuovo ordine mondiale. Ho voluto fare questa lunga riflessione personale, perché subito sia chiaro che non intendo procedere in un semplice esercizio dialettico e retorico, più o meno approfondito, più o meno va1ido. Parlare della condizione militare significa parlare di noi stessi e di che cosa siamo, di come siamo considerati e studiati a est come a ovest, a nord come a sud. Cercherò di non perdere questo filo conduttore e di stimolare concreti contributi sulle mie riflessioni.

FATTORI D'IDENTIFICAZIONE DELLA CONDIZIONE MILITARE Il militare, secondo alcuni sociologi, è un cittadino sempre più influenzato e condizionato dal mondo che lo circonda e dotato, quindi, di una «specificità» crescente. Altri invece stimano che la funzione militare tenda in maniera sempre più accentuata a scomparire nell'insieme delle molteplici funzioni civili. Fra queste due correnti di pensiero c'è tutta una gamma di interpretazioni che tendè a privilegiare, a seconda dei casi, le strutture dell'or• ganizzazione militare, la mentalità del personale, i valori etici. La molteplicità di opinioni a riguardo dimostra che è difficile ridurre la realtà contemporanea, per la sua obiettiva complessità, entro schemi scolastici. Una considerazione però si impone. L'immagine che il cittadino attribuisce alle Forze Armate, e di

conseguenza l'idea che ha della condizione militare, è notevolmente cambiata in questi ultimi anni, quale che sia il sistema politico considerato. I n tutto il mondo alcuni «clichés» caratteristici militari sono stati completamente abbandonati. Tutti riconoscono che le Forze Armate sono dotate di materiali molto sofisticati e che le tecniche di gestione dell'apparato militare sono simili a

quelle delle imprese civili. Se, nella pubblica opinione, lo strumento militare evoca ancora l'impiego della forza attraverso le armi, appare però evidente come l'esercito sia più influenzato di quanto avvenisse in passato dalle regole della società contemporanea. IJ militare, da parte sua, ha delle aspirazioni personali che assomigliano a quelle della maggioranza dei suoi contemporanei. Si potrebbe osservare che la so-

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cietà militare evolve nel senso di una sua <<banalizzazione». Il peso crescente della tecnica, l'impulso delle norme organizzative, l'insieme delle nuove «volontà» dei diversi tipi di personale che esprimono la condizione militare, sono tanti fattori che vanno singolarmente analizzati. Il primo fattore di identificazione può essere proprio individuato nel considdetto fatto tecnico. L'apparizione e lo sviluppo dell'arma nucleare, unita alla modernizzazione continua delle forze convenzionali ne sono le manifestazioni più evidenti anche per quei Paesi che non posseggono l'ordigno nucleare, siano neutrali o abbiano Forze Armate particolari. La tecnica ha letteralmente invaso lo strumento militare, modificando in profondità le sue possibilità e i suoi procedimenti. L'aumento continuo delle prestazioni derivate dallo sviluppo tecnologico, tende a dare al mezzo tecnico la preminenza sull'uomo. Non solo i sistemi di attività e gli equilibri sociologici sono stati profondamente alterati, ma gli stessi schemi classici d'organizzazione ne sonorisultati modificati. 4

Nelle Forze Armate come nelle ni prese sopra di loro e che li riguarimprese e nei servizi pubblici e pri- dano direttamente. Reclamano poi vati, lo sviluppo tentacolare del- il diritto di partecipare ali' elaboral'amministrazione ha invertito lari- zione di queste decisioni. Il sistema tradizionale di autoripartizione fra personale destinato a differenti funzioni. In particolare si tà, ereditato dal paternalismo del è assistito ad un trasferimento mas- XIX secolo, è quindi contestato e il siccio di effettivi dal campo opera- subordinato esige di comprendere tivo di produzione e azione verso prima di eseguire. Un tale fenomecampi periferici di organizzazione. no influisce sulla concezione delle A questo cambiamento di equilibri relazioni gerarchiche. Se questo feha corrisposto una centrali.zzazione nomeno non ha le stesse conseguendelle decisioni. Una buona gestione ze nel mondo militare che ha in aldei materiali sofisticati frena la de- cuni settori civili non c'è dubbio lega di responsabilità e limita l'ini- che rimetta in causa la stessa autoriziativa ai vari livelli di esecuzione. tà tradizionale. La tecnica, nel suo Le strutture verticali, grazie allo insieme, ha in definitiva degli effetsviluppo dell'informatica, hanno ti multipli e spesso contradditori avuto la meglio sulle strutture oriz- ~ ull'intera società. Gli eserciti non zontali. Ciò ha comportato il ri- sfuggono a questo fenomeno. schio di una maggiore ingerenza dei Uno di questi effetti è precipuo livelli superiori nelle attribuzioni della funzione militare: la specializdei livelli subordinati. Questa mi- zazione massiccia e quasi sistematigliore circolazione delle notizie non ca del personale. Si tratta di acquisi è fatta, ovviamente, a senso uni- sire delle competenze molto diverco e ha creato anche delle contrad- sificate, sotto la spinta di un rinnodizioni. Se verso l'alto l'informa- .vamento· sempre in evoluzione il zione favorisce la centralizzazione, quale comporta una qualificazione nel senso opposto essa facilita l'ac- sempre più avanzata del personale. cesso alla conoscenza da parte di un L'aumento del livello di istruzione grande numero di subordinati. e la preoccupazione permanente di Questi ultimi si sentono in condi- essere al passo con i tempi, creano zioni di meglio giudicare le decisio- una società continuamente in movi-


G.brklh D'Aiuto. A lini1tn1: «Terremoto ùz lrpùzia». A tle1tn1: «Partenza del soldato».

mento, nella quale l'aspetto rassicu· rante delle istituzioni del passato è sparito. Al giorno d'oggi una com-· petenza acquisita all'inizio della propria vita professionale, non è più sufficiente a giustificare la validità di una carriera. Quest'obbligo a una maggiore agilità intellettuale, se favorisce da una parte il progresso sul piano individuale, è un motivo continuo di inquietudine. Lgspecializzazione, inoltre, implica una specie di frammentazione della società militare. La coabitazione fra specialisti i più diversificati all'interno eU uno stesso organismo, richiede un forte amalgama spirituale per evitare che prevalgano le esigenze personali. In queste condizioni il quadro d'insieme dei problemi e dei comportamenti spesso è perduto di vista e l'individualismo se ne avvantaggia sullo spirito collettivo. Alla stessa maniera in cui il cittadino è mosso dai suoi interessi professionali e umani, il militare avverte sempre più difficoltà a inserirsi in una visione globale della società militare. Allontanato dall'azione diretta a causa della natura dei compiti che gli sono affida.ti, e condizionato dalla tecnica, il militare oggi percepisce sempre di meno la specificità del gruppo sociale al quale appartiene. Molto spesso l'estrema similitudine delle attività quotidianamente svolte lo porta a non sentirsi differenziato dal suo omologo civile. Lo specializzato militare in elettronica, per fare un esempio, non si distingue dal corrispondente civile, che per l'uniforme, se la porta, e per il pagamento. Vi è comunque una identificazione nell'assolvimento dei compiti. Ecco che il fatto tecnico incide in maniera considerevole sul mondo civile e sulla società militare, modificando le strutture, alterando le responsabilità, ingenerando l'individualismo. Ispirandosi a dei modelli civili, gli ordinamenti militari a poco a poco danno l'im-

magine di una gigantesca impresa, nella quale i criteri di funzionamento sono molto simili a quelli degli organismi pubblici dello stesso livello. Molti sono portati a pensare che il militare non sia altro che un funzionario di altro genere. Nelle stesse Forze Armate questa assimilazione è condivisa. Il militare tende a reagire come il civile. Le difficoltà legate alla specificità della sua missione provocano un indebolimento dei suoi caratteristici valori

morali e il suo disinteresse aumenta. Una.visione più materialista della vita si diffonde anche negli eserciti e ciò riflette fedelmente l'evoluzione della società contemporanea. In un universo di razionalità economica, scientifica e umana - se non addirittura inumana- c'è poco spazio per le grandi idee, le motivazioni morali, i gesti significativi. Eppure il vero militare, per dare il meglio di se stesso e accettare il

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G . D 'Aiuto: «Fiabe soma/e. L'asina che partorì un vite/lino».

venza individuale. La condizione militare è ancora una volta il risultato di ciò che la società scientificamente offre e di quanto è in grado di esprimere attraverso l'educazione dei sentimenti.

sacrificio supremo che fa da sfondo alla sua professione, ha bisogno d i credere in quei valori originali della sua missione al servizio del Paese e della collettività. L'interesse generale deve prevalere sul suo interesse immediato. L'abnegazione richiesta deve arrivare, anche se nessuno lo auspica, fino al dono della propria vita. Gli stessi valori eroici, che debbono essere considerati alla base del comportamento militare, non possono ridursi a semplici esercizi verbali e non debbono aspettare il sopraggiungere del fenomeno guerra. Il ricorso all'esercizio della forza, peculiarità unica dei militari, non deve essere condannato moralmente dalla società, in quanto le Istituzioni militari sono proprio lo strumento privilegiato dell'uso della violenza a vantaggio della nazione in stato di legittima difesa o impegnata a soddisfare i suoi interessi vitali. Malgrado quello che oggi si dice, specie nella nostra parte del mondo, la pubblica opinione comprende bene che i militari hanno il dovere e il diritto di uccidere quando le circostanze eccezionali nelle quali a volte gli Stati si vengono a trovare, prevedono situazioni di conflitto e di scontro. Dall'insieme delle motivazioni spirituali che giustificano l'uomo alle armi, discende di conseguenza l'altro fondamenta le fattore 6

di identificazione della condizione militare, il morale, a cui è legato il carattere di missione. Nei nostri tempi la «missione degli eserciti» è quella di realizzare in permanenza durante il tempo di pace- e di assicurare all'emergenza, le condizioni di sicurezza reale per soddisfare in alcuni paesi il mantenimento della democrazia, in altri lo stabilirsi di un nuovo ordine sociale, in altri ancora lo sviluppo di un'ideologia. I militari servono tutti, però, per raggiungere determinati obiettivi politici, secondo un'unicità di comportamenti che accomuna stranamente tra loro gli uomini in uniforme quale che siano la longitudine e la latitudine dei Paesi dove vivono. Per accorgersi più da vicino di questa curiosa rassomiglianza, basta pensare al combattimento. In guerra gli uomini capiscono meglio che cosa significhi servire i supremi interessi nazionali. Anche il fatto di essere obbligati dalla coscrizione o dalla propria scelta di vita ad essere militari, diviene un fatto secondario che influisce sul grado di preparazione e di conoscenza tecnica, non certo sulla psicologia delle masse e dell'individuo. L'uniforme serve a riequilibrare le ricchezze, equiparare i valori, cancellare le differenze per esprimere una volontà unica di vittoria che è sempre per la sopravvi-

POLITICA E MILITARI L'evoluzione di questi ultimi decenni ha favorito certe convergenze. L'assimilazione, tuttavia, del valore professionale (in termini proprio di senso di missione) della condizione militare af mondo civile, è !ungi da essere totale. Malgrado una similitudine di compiti, di modo di gestire e la presenza di uomini identici, l'Istituzione militare presenta dei suoi caratteri peculiari. n ruolo dell'uomo, che rimane fondamentale nel fenomeno guerra e nella sua preparazione, è garantito dalle qualità specifiche che esigono sia il combattimento sia l'addestramento. Lo spirito, inoltre, che anima l'attività militare risponde a una finalità fuori del comune, che si esprime non solo nella capacità di dover agire in ogni circostanza ma anche come «ultima risorsa» a cui fare ricorso. È qui la «specificità» vera dell'istituzione. Essa si manifesta a seconda del contesto socio-politico nel quale si esprime. Occorre ricordare che la condizione militare è allo stesso tempo una fraternità e una comunità, come uno strumento di potenza e burocrazia. • Nel mondo contemporaneo si possono individuare tre fondamentali sistemi di condizione militare derivati dal relativi rapporti con i differenti sistemi politicoistituzionali. Nelle nazioni politicamente stabili, dove il primato della politica è fuori discussione e che comprendono, tra gli altri, gli Stati Uniti d'America come l'Unione Sovietica, i paesi dell'Europa Occidentale, le ex colonie britanniche quali il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda, i paesi neutrali come la Svezia e


G. D'Aiuto: «Fiabe soma/e. Jngordigia».

la Svizzera, il Giappone, la figura dei militari si identifica in un soldato professionista di tipo classico. In altre regioni quali il Medio Oriente, buona parte del continente africano, il paesi latino-americani e l'Asia in generale, gli interventi dei militari servono da contrappeso alla situazione di instabilità politica. I militari sono piuttosto dei pretoriani al soldo delle faide politiche per la conquista e la conservazion~ del potere. Pur con le rispettive differenze, paesi, invece, quali la Cina, Israele, il Centro America e Cuba, hanno favorito la nascita di eserciti popolari rivoluzionari, espressione del concetto più ~mpio di «nazione armata». IL SOLDATO PROFESSIONISTA

Questo, non sembri strano, è il caso nostro, come, ad esempio, del militare americano, di quello sovietico, svizzero, australiano e giapponese. Se i sistemi politici sono, infatti, diversi e se il patriottismo che anima tutti questi militari non ha nulla di comune, esiste un denominatore unico nel grado di controllo politico esercitato dal potere e dalla autorità civile. Il militare professionista, controllato dai civili, raramente interviene in politica, anche se tutte le grandi figure militari della nostra epoca, è singolare constatarlo, hanno svolto un fondamentale ruolo poli~ico. Egli si esprime, come oggi si dice, in termini «manageriali», organizzativi, tecnici e subordinati all'alta autorità politica. In un certo senso egli rappresenta anche una corporazione, in quan• to ispira la coscienza di gruppo e la tendenza ad associarsi professionalmente al servizio dello Stato: Questo desiderio di raggrupparsi ha due compiti: mantenere l'integrità della professione/missione e difendere la sua esclusività nell'ambito nazionale. L'organizzazione militare è motivata non dal desiderio di sostituirsi al sistema civile, ma da quello di so-

stenere un ruolo chiave, assieme ad altri gruppi di potere, nel formulare le linee fondamentali della politica di sicurezza nazionale. La condizione del militare scaturisce, si può dire, da quella teoria tradizionale che porta a separare nettamente la politica dall'amministrazione. Questa distinzione concettuale tra chi fa e chi deve realizzare una politica, è al giorno d'oggi meno rigida. Si sta affermando una nuova teoria, di tipo fusionista, nel senso che i rapporti tra politica, burocrazia, governo ed ·amministrazione sono strettamente interdipendenti. Una visione pluralistica della politica si è diffusa in tutti gli Stati industriali moderni e il potere della società appartiene non solo ai rappresentanti del popolo, più o meno democraticamente eletti, ma a tutti coloro che fanno parte delle Istituzioni fondamentali dello Stato. Anche, quindi, ai militari che sono considerati come dei professionisti fortemente motivati, che basano la loro autorità sul fatto che partecipano di diritto al processo di formazione del quadro di sicurezza nazionale legato alle scelte politiche. L'antagonismo classico tra il professionista militare e il burocrate politico-civile viene in questo modo mitigato. Le stesse caratteristiche di coraggio e disciplina evolvono secondo nuovi parametri di efficien-

za, organizzazione e gestione. I militari non sono soltanto, però, dei tecnici professionisti. Proprio per il fatto di partecipare in misura tanto determinante a stabilire le regole e i vincoli della sicurezza nazionale, possono essere assimilati a un influente gruppo di pressione che condiziona ed indirizza fortemente le scelte della politica stessa nel campo della difesa e della produzione industriale. In tutte le nazioni dove la società è anche comunità (capitalista, comunista, socialista, democratica e sue combinazioni) i militari sono divenuti un essenziale elemento sociale che deve essere in grado di esprimere un particolare spirito di gruppo. Esso si fonda su una struttura burocratica da organizzare, una responsabilità storica da sostenere, un uso risolutore della forza da manifestare all'emergenza e soprattutto su una stabilità politica dalla quale deriva la sua legittimità. I militari, ecco il senso più vero della loro professione/missione, diventano i supremi protettori dello Stato cosl come esso si è venuto storicamente formando e come la maggioranza popolare lo ha creato e tramandato. n concetto strategico di deterrenza, utilizzato da tutti i paesi industrializzati e di sicura stabilità politica nel concepire e organizzare

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G. D'Aiuto: «Lucta,;.

la propria sicurezza e difesa, ha da ultimo influito in maniera determinante sulla condizione militare. Ne ha esaltato sia l'aspetto tecnico di professione sia quello morale di missione, in quanto ha coinvolto tutte le risorse umane, materiali e spirituali, dei paesi interessati. Il soldato è divenuto così responsabile verso il suo cliente, lo Stato, della sopravvivenza propria e di quella dell'avversario, in un rapporto complesso scaturito da elementi di forza, interessi economici, condizioni geografiche, situazioni sociali, componenti ideologiche, motivazioni spirituali. Come si può osservare la distinzione tra professione e missione è sempre più artificiosa e inattuale, anche se è il risultato di processi differenti. In Francia, per fare un riferimento concreto, dove l'esercito da Napoleone in poi è stato la sorgente dell'orgoglio nazionale e dell'integrità del paese, la valutazione del valore dell'uomo-soldato si traduce in quella che viene definita «la vocazione militare francese>>. L'elemento storico, che sovrasta sempre quello politico, non consente altra immagine militare che quella di un mestiere abbastanza diverso dagli altri capace di modellare gli uomini, secondo un'etica elevata nella quale entra anche la capacità tecnica, sussidiaria però delle qualità morali. La nazione e «l'armée» sono continuamente in dialettica tra loro, alla ricerca di nuove indicazioni di grandezza e di richiamo per l'anima popolare della Francia. Nella Germania Federale, invece, la condizione, lo stato del cittadino, hanno il loro prolungamento nello Stato, nella condizione militare. I principi della «innere fiibrung», che esprimono essenzialmente l'integrazione delle Forze Armate tedesche nell'ordinamento costituzionale del paese, garantendo i diritti civili fondamentali dei militari in una subordinazione 8

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esplicita al potere politico, portano al contatto di una realtà nuova qual è quella del «cittadino in uniforme». n militare è un cittadino tra altri cittadini. Non c'è più spazio per super valutazioni ideologiche e caratteriali delle qualità militari, né per i pregiudizi negativi. La «Bundeswehr» deve professionalmente e moralmente esprimere una condizione militare capace di saldare le Forze Armate alla concezione democratica dello Stato tedesco e a tutta la società. Nell'Unione Sovietica i militari non svolgono, come spesso ~i crede una funzione autonoma. E vero, piuttosto, che dopo essere stati anche tragicamente controllati dal

partito comunista all'epÒca di Stalin, sono riusciti ad aumentare la loro influenza a mano a mano che l'URSS è diventata una super potenza. Mentre un tempo la difesa e fa politica estera erano un esclusivo dominio del partito e del governo, «l'Armata Rossa» di oggi è in grado di condizionare pesantemente le scelte e i comportamenti del colosso sovietico. Questa ascesa militare si riallaccia al tradizionale espansionismo della «Grande Russia» ed esprime valori che fanno del militare russo prima di tutto un patriota sia pure fortemente politicizzato. La condizione militare del soldato sovietico, anche quando interviene in Cecoslovacchia o in Afghanistan, si fonda sull'enorme potenza


G . D'Aiuto: «Impaginazione».

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dei mezzi e degli armamenti disponibili e su una straordinaria tensione spirituale capace di esaltarne le caratteristiche umane. Come non ricordare la risposta di quell'addetto militare sovietico che, parlando della possibilità di un confronto diretto tra Est e Ovest, rispose: «Per noi è solo questione di tirare un buco in più nella cinghia dei pantaloni»! Chi mai, in Occidente, sarebbe capace di avvertire e trasferire i problemi generali della difesa sul piano personale? Gli Stati Uniti hanno travolto completamente gli abituali concetti di condizione militare. Dovunque siano arrivati, anche quando in Vietnam si sono dovuti scontrare con la dura e dolorosa realtà di una

sconfitta militare, hanno avuto la capacità di esprimere i nuovi valori che giustificano l'apparato militare dello Stato con un grande rigore morale e un indiscutibile valore professionale, continuamente aggiornato, modernizzato, adeguato alle possibilità della tecnica e proiettato verso un futuro sempre più perfezionato. Il militare americano riflette in pieno le inquietudini del mondo nuovo e risente del desiderio che tutta la nazione americana ha di esecitare una reale leadershlp mondiale. Fedele naturalmente alle istituzioni democratiche e con un professionismo portato all'eccesso secondo un ritmo frenetico che è proprio del sistema di vita ed economico d'oltreoceano, il sol-

dato degli USA trova la sua giustificazione morale nel sentirsi «il gendarme delle democrazie». In quanto tale egli è obbligato ad uno sforzo organizzativo, concettuale e tecnico sempre crescente. Tende infine ad accreditare la propria immagine traendola da quella di nazione libera, democratica e sempre in divenire quali sono gli Stati Uniti d'America per il mondo occidentale. Per l'Italia vorrei soltanto sottolineare che le nostre Forze Armate, ricostruite nel quadro della NATO dopo il disastro politico della seconda guerra mondiale, a causa della frammentazione politica italiana, sono state per lungo tempo tenute in condizioni di separatezza con il paese. Mi ricordo del titolo di un grande giornale internazionale francese, Le Monde, che nel 1974 dopo alcuni avvenimenti di politica interna che riguardavano marginalmente anche l'Esercito, rendeva bene questa nostra situazione. Il titolo era: «Une armée mal almée». Io, però, vorrei rispondere oggi che se le nostre Forze Armate, forse , non sono tanto amate dalla classe dirigente del paese, è perché, in realtà, si tratta di una classe militesente anche quando assolve i suoi obblighi di leva. Per contro la gente, cioé noi stessi, sa bene ciò che noi siamo e ciò che noi facciamo sia all'interno sia all'esterno dei confini nazionali e questo mi permette di concludere che oggi, dopo decine di anni di disinteresse più o meno strumentale sui problemi della difesa, le Forze Armate e la Nazione si sentono maggiormente integrate tra loro. Il soldato professionista, che è poi quello che più ci interessa perché riguarda anche l'Italia oltre che le maggiori democrazie occidentali e orientali, in definitiva ricava la sua validità dal quadro di certezze nazionali nel quale opera secondo una morale che è storica, politica, geografica ed economica.

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G . D 'Aiuto: «Fiabe soma/e. Il saggio».

IL SOLDATO COME PRETORIANO

Il declino di autorità e la mancanza di coesione sociale di una nazione, sono le cause più ricorrenti per l'arrivo al potere dei militari. Anche se i cambiamenti di regime «manu militari» non significano che siano voluti sempre dai militari stessi, questa identificazione della missione/professione militare con lo Stato di diritto è stata all'origine della formazione della geografia politica in numerosi Stati africani, asiatici, latino-americani e continua ad esserlo nel mondo contemporaneo. L'arrivo del militare al potere può seguire generalmente tre strade. Rappresentare una alternativa al disordine politico per sostituire permanentemente i, poteri legittimamente costituiti. E il caso del regime militare vero e proprio dove l'esercito si organizza come partito politico dominante ed esprime per intero la classe dirigente del paese. I militari possono prendere, è un secondo caso, la guida politica dello Stato con il sostegno di uno o più partiti. Il sistema di potere che ne deriva è misto, civile e militare. Le Forze Armate possono ancora servire di passaggio, più o meno prolungato nel tempo, per una nuova fase istituzionale che sfocierà nel

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scontrano nei paesi del Terzo Mondo e che sono il riflesso della natura plurietnica di quelle popolazioni, non solo facilitano questo nuovo ruolo dei militari, ma spesso lo richiedono. Il militare si presenta come l'unico gruppo sociale e professionale ben. organizzato, in possesso • di una coscienza nazionale o statale, desideroso di affermazione personale nei campi più diversi, con lo scopo finale di creare le condizioni per un miglioramento economico oltre che di imrriagine·e di prestigio pol_itico del proprio Stato. ·E difficile dare un giudizio unico per tutti i paesi che hanno adottato o subito un regime militare, fondato sulla presenza diffusa delle Forze ripristino delle prerogative civili. Armate nell'apparato direttivo delColpi di Stato militari sono servi- lo Stato. L' «establishment» militati anche per il ritorno alla democra- re può a volte essere del tutto estrazia di paesi di grandi civiltà quali il neo al capovolgimento del potere Portogallo. Come pure il peso poli- legittimo. I ribelli o sono i più giotico dell'oligarchia militare è stato vani tra gli ufficiali o provengono determinante per il nuovo corso dai sottufficiali o dalla stessa trupstorico della Spagna democratica e pa. Le ambizioni politiche dei milida poco alleata della NATO . tari, però, riguardano quasi sempre Le tensioni legate all'arrivo sulla un ristretto numero di persone che scena politica, da protagonisti, dei poi, facendo leva sullo spirito di militari, si riflettono sulla conside- gruppo, riescono a coinvolgere e razione che circonda le Forze Ar- trainare l'intera compagine di difemate di quei paesi che non riescono sa dello Stato. a trovare stabilità politica all'infuoLa statura di alèuni militari ri degli equilibri stabiliti su precisi emerge politicamente ed .è in grado rapporti di forza. La condizione dei di imporsi quanto più è formato e militari continua ad avere un valore sviluppato il carattere di professioprofessionale, in quanto il successo ne della condizione militare. Per sodella loro azione è anche legato al stituirsi all'autorità civile, il militagrado di addestramento, di cono- re deve essere cioé un professioniscenza tecnica e di efficienza dello sta, questa volta della politica, nel strumento militare. L'aspetto mis- senso che deve saper applicare le resione, nel senso di una gestione di- gole proprie della società militare retta e rigida del potere, sembra pe- alla vita globale del paese. Non è rò prevalere, non tanto per il soddi- compito di poco conto. Anche sfacimento degli interessi collettivi quando sono motivati dalle migliori quanto proprio per la sopravviven- intenzioni, i militari riescono con za stessa del regime che si è instau- difficoltà a gestire efficacemente la rato. Per noi occidentali è difficile cosa pubblica, al di fuori di retorici accettare, senza dare giudizi morali velleitarismi, proprio per la comnegativi, la presenza di militari in plessità insita nel governare. Si pocampi che la nostra coscienza de- trebbe essere tentati di pensare che mocratica, senza alcuna difficoltà, le aspirazioni dei militari che prenattribuisce alla competenza civile. · dono il potere abbiano per forza un Alcune situazioni però che si ri- carattere rivoluzionario. La realtà è


G. D'Aiuto: «Fiabe soma/e. Il mare che · canta».

molto diversa. Nella maggior parte dei casi un regime militare è semplicemente autoritario, incapace di mobilitare grandi masse popolari e di istituzionalizzare l'indispensabi: le sostegno politico. Ecco perché il termine «pretoriano» è il più adatto a rendere l'idea del militare che assume il potere, in quanto evoca situazioni rivoluzionarie soltanto apparenti, che si esauriscono nel «pronuncta.miento>>. Una società militare organizzata ha poco a che fare , quindi, con una rivoh,lZione sociale e politica ed anzi ne è la negazione. Può accadere che gli effetti immediati dei due fenomeni siano gli stessi o meglio che appaiano simili. Il dominio creato dai militari può produrre una autocrazia, una semplice, cioé, tirannide di un uomo solo che non ha bisogno di alcun sostegno elettorale. Oppure può provocare un'oligarchia dove il governo è esercitato da un gruppo dirigente ristretto, preoccupato della propria immagine e che ogni tanto si rivolge al paese per essere legittimato. Il regime militare instaurato tende comunque a rafforzarsi mediante nuove istituzioni e con la formazione di un vero e proprio partito dei militari, la cui forza si basa sul grado di coesione raggiunto e sulla capacità di controllo esercitata nel paese ~e­ diante, soprattutto, la forza delle arffil. Non bisogna pensare che sistemi di questo genere non abbiano anche una forte carica ideale e che non siano in grado di esprimere una condizione militare motivata. Il mi• litare si considera sogget~o decisivo non solo nel campo strettamente professionale del suo impiego, ma per la funzione politica globale ch,e è chiamato a svolgere nel paese. E il caso dell'Indonesia in Asia, della Libia in Africa, del Brasile in America e della Polonia in Europa. La Polonia, proprio, che ha dimostrato come i quadri militari siano stati capaci di trasformarsi e di adattarsi

alla mutata realtà nazionale passando dalle cariche a cavallo contro i carri armati tedeschi e sovietici alla vittoria politica dei nostri giorni che riguarda non soltanto Solidarnosch ma le stesse Forze Armate polacche che si sono dimostrate capaci di straordinaria sensibilità diplomatica. Il Generale Jaruzelvsky, questo Capo illuminato, è, per ammissione generale, il vero garante del nuovo corso politico polacco. Questa concezione del soldatopolitico fa bene ·avvertire quanto siano delicati ed essenziali, nella società moderna, al di qua e al di là degli oceani, i rapporti tra politica e società. Specie nei paesi emergenti dove la stabilità è costantemente messa in discussione e dove essere militari significa proporsi al paese e prepararsi ad esercitare enormi responsabilità nella sua conduzione politica, sociale ed economica. IL SOLDATO RIVOLUZIONARIO

I termini «soldato» e «rivoluzionario» possono sembrare in contraddizione tra loro, ma questa è un'ultima esemplificazione che può servire a meglio comprendere la varietà e molteplicità della' condizione militare nella sua accezione contemporanea. Un esercito rivoluzionario è prima di tutto una massa militare; è la

stessa nazione in armi. Diversamente ricade sotto una delle due precedenti analisi fatte. Quale braccio armato della rivoluzione e strumento concreto di mobilitazione popolare, il soldato rivoluzionario si sente protagonista dell'intero movimento politico che tende a creare una nuova entità storica. È il caso, tra gli altri, dell' Armata Popolare di Liberazione della Cina (PLA) e della Forza di Difesa di Israele (IDF), che si considerano partners comprimari, assieme al resto del paese, nel processo di formazione e rafforzamento dei rispettivi Stati. Per quanto concerne la Cina, questa affermazione può sembrare azzardata dopo gli ultimi e tragici avvenimenti della piazza Tien-AnMen. Non bisogna tuttavia farsi fuorviare da ciò che può apparire, agli occhi di un osservatore estraneo, come la concretizzazione dell'immagine tipica del soldato pretenano. I fatti recenti che hanno sconvolto la Cina, sono in realtà attribuibili a un dato che da sempre è caratteristico dei militari e che lo sarà anche domani: l'obbedienza. Posso confermare questa affermazione nel caso specifico poiché ho avuto l'occasione di essere invitato nel 1982 in Cina proprio dal-

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l'Esercito Popolare di Liberazione al termine del mio servizio come addetto militare a Bruxelles. Ho visitato, tra l'altro, la divisione corazzata per la difesa di Pechino, la stessa che è stata impiegata sulla piazza Tien-An-Men e che è acquartierata nei primi sobborghi della capitale ai piedi della grande Muraglia. Ho potuto constatare in prima persona come gli uomini di quell'esercito non abbiano perduto il carattere rivoluzionario che è stato una delle caratteristiche più salienti della formazione della Cina popolare. Senza la presenza, partecipativa e attiva, quindi, dei militari, le vere rivoluzioni non riescono mai. Si pensi al Vietnam e, di questi tempi, ad alcuni paesi del Centro America. Il militare che fa la rivoluzione si realizza e avverte la propria insostituibile importanza non tanto da come è efficiente, bene equipaggiato ed addestrato, ma dal fatto stesso di partecipare alla lotta armata. La condizione militare che ne consegue è quella di un «combattente» in permanenza, fortemente ideologizzato, che si avvantaggia di una grande autonomia garantita dal suo stesso grado di professionalizzazione e dalla sua naturale subordinazione al partito o al movimento che ha scatenato e organizzato il conflitto. I militari, per continuare a fare un esempio, in Cina, Israele e Cuba, pur con evidenti differenze legate a situazioni politiche e a condizioni storiche particolari, hanno partecipato e partecipano «in toto» alla lotta rivoluzionaria, alle vicende della nazione e alla formazione di un nuovo tipo di società. Il soldato rivoluzionario ha il compito di proteggere l'indipendenza del nuovo Stato creato e ciò avviene non senza problemi all'interno della stessa struttura militare e all'esterno, nei rapporti con il potere politico civile. Per questo tipo di militare sorge ad un certo momento il problema di che cosa sia più fondamentale: la rivoluzione o l'esercito stesso. Il carattere però totale, civile e militare, di questo combattente, è tale da consentire

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Gabrie/J. D'Aiuto. A sini.m: «Dosto;evskij».

A Jenn: «Per il 4 Novembre».

l'assorbimento nella società che si viene formando di quei soldati che hanno esaurito la loro funzione. Il dilemma vero si presenta nella fase pose-rivoluzionaria, quando i militari devono essere pollticamente disarmati per ridurne l'influenza e professionalmente riarmati per aumentarne l'efficienza. La sua consapevolezza il soldato la ricava, comunque, dal fatto che la componente rivoluzionaria esalta i valori militari. Mentre nelle democrazie occidentali le virtù militari sono in decadimento e attraggono continuamente di meno le nuove generazioni, là dove si sviluppano condizioni rivoluzionarie la gioventù è in massa alle armi, cresce e si matura in una società che è sempre di più una nazione armata. Essere militari rappresenta, in definitiva, un motivo di orgoglio e di consapevolezza, che si traduce in una migliore compenetrazione con il paese. Tutto ciò per me è un principio generale molto importante per affermare la validità di qualunque tipo di militare: che sia professionista, pretoriano o rivoluzionario! CO NCLUSIONI Se volessi azzardare una definizione della condizione militare nel mondo contemporaneo, sarei tentato dall'esprimermi nel seguente modo: «coscienza professionale della

propria missione, riconosciuta e rispettata dalla società nella quale e per la quale si opera». Ma non amo le definizioni, perché hanno sempre un carattere riduttivo e chiariscono solo in parte la comprensione dei fenomeni. Nell'analizzare il problema militare, ho parlato di «luoghi comuni» che sono stati alla base della mia formazione militare . Non a caso ho usato questo 'termine, perché sono convinto che l'essere . militare sia impossibile se prima non si realizzi la formazione umana dell'individuo. Questa formazione risente tanto della storia nazionale di ogni paese quanto della capacità che ha una società di affrQntare la realtà del presente per proiettarsi nel fu turo. Desidero perciò riallacciarmi alla mia introduzione e spiegare perché mi è stato difficile accettare la superiorità morale della professione militare rispetto ad altre del nostro paese, pur sempre affer,mandone la straordinaria validità. E il ricordo degli avvenimenti più tragici dell'ultimo conflitto mondiale, che non sono un semplice fatto del passato da dimenticare, specie per chi è, come me, al servizio dello Stato, e che si considera, proprio in quanto militare, uomo dello Stato, che me lo ha impedito. L'immagine, ormai storica, di un esercito abbandonato, nel1943, al suo destino, con uno Stato Maggiore in borghese e un comandante operativo, responsabile della Capitale, latitante, è una memoria essenziale della nostra vita nazionale. Su quelle vicende mi hanno sempre colpito due circostanze. Che l'ultra ottantenne maresciallo d'Italla Caviglia scrivesse burocraticamente a Vittorio Emanuele per.'.. avere il permesso di assumere il comando della difesa di Roma e che la resa ai tedeschi della Capitale fosse firmata da un semplice tenente colonnello di S.M. proveniente dalle Batterie a cavallo.


Per un'istituzione fondamentale dello Stato quale è quella militare, basta mancare a un appuntamento così importante e così raro nella storia, come è accaduto a noi, a noi uomini in uniforme s'intende, chiamati alle maggiori responsabilità in contingenze drammatiche, per vanificare ogni sforzo di chiarificazione del giusto posto e peso delle Forze Armate nella società. La memoria storica dei popoli è purtroppo molto lunga e tarda a dimenticare. Mi sono rivolto al momento più tragico della ryostra storia nazionale e ho fatto un riferimento, sia pure doloroso, alle nostre ·vicende per trame un'indicazione che ritengo fondamentale e che meglio si presta a questa breve conclusione. La vera • condizione militare è quella che le Forze Armate sanno méritarsi nei momenti di crisi e di maggiore difficoltà del loro impiego. Il fatto che le Istituzioni militari, intese come gruppi armati, organizzati e motivati, siano una scuola di vita, porta qualcuno a pensare che i soggetti di tali Istituzioni svolgano soltanto una missione o una professione. Ma quale che sia la finali-

tà politica che sovraintende all'approntamento e al funzionamento degli organismi militari, la specificità militare è il risultato finale di un insieme di doti spirituali, morali e tecniche tutte indispensabili. Il militare, che sia al servizio dello Stato sovrano, che esprima interessi di parte, o che sia l'artefice di cambiamenti rivoluzionari, è essenzialmente un uomo a cui è stato affidato un compito storico. Dal mo-

IJ Colonnello Gianalfonso d'Avossa, ha frequentaw la Scuola Militare Nunziatella, l'Accademia Militare e la Scuola di Applicazione, la Scuola di Guerra, l'Istituto Stati Maggiori Interforze, il NATO Defense College, il Centro Alti Studi della Difesa.

do in cui riuscirà ad assolverlo, meriterà il rispetto della nazione che lo ha espresso e troverà la sua vera ragione d'essere. Che è poi come dire quanto scriveva un grande poeta e scrittore contemporaneo, Antoine de Saint-Exupéry, caduto in combattimento pilotando il suo aereo: «l'homme se découvre quand il découvre ses limites». Gianalfonso d' Avossa Ha svolto incarichi di Stato Maggiore presso i comandi del 3° Corpo d'Armata, della Divisione corazzata Ariete, della Divisione Granatieri di Sardegna, della Regione Militare Centrale. Ha fatto parte delI'International Military Sraff e dell'ltalian M~Rep al Quarrier Generale della NATO. E stato Comandante del 19° Artiglieria «Rialto» e del Reggimento Artiglieria a cavallo «Voloire», Addeno Militare, Navale e Aeronautico a Bruxelles. Membro dell'International Instirure for Strategie Studies (IISS). Capo Gruppo di lavoro Artiglieria terrestre e controaerei per gli anni 2000, presso lo Stato Maggiore Esercito, Capo di Stato Maggiore della Scuola di Applicazione e Sottocapo di Stato Maggiore della Regione Militare Nord-Ovest. Socio dell'Istituto Affari Internazionali (IAn è stato per tre volte, quale indipen· dente, candidato al Parlamento nazionale.

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Se si percorre con lo sguardo la · storia d'Europa successiva al Medioevo, essa ci appare come un fati coso processo di unificazione che procede, sia pur lentamente e con qualche deviazione, travalicando gli angusti limiti del mondo feudale. ·Questo processo si sviluppa qua-· si ininterrottamente, nonostante la grave battuta d'arresto della Riforma Protestante, fino al1914. Il momento più bello e più unitario della storia europea è stato, per universale affermazione di coloro che l'hanno vissuto, il periodo immediatamente precedente alle guerre mon: diali, quella lunga stagione di pace che va da Sedan a Sarajevo e che si fregia del nome di <J3elle Epoque»; allora; quando si poteva circolare liberamente. da Parigi a Berlino, da Vienna a . Budapest, da Milano a Pietroburgo, davvero sembrava che le «magnifiche sorti e progressive» dell'Europa stessero per giungere a compimento. Invece ci fu la Grande Guerra, il cui improvviso scoppio non finisce di sconcertare gli storici, il grande suicidio con cui l'Europa abdicò al duplice compito della propria unificazione e di garante della pace e della prosperità mondiale. Le Nazioni si scoprirono nemiche, i confini diventarono trincee : il grande sogno degli Stati Uniti d'Europa sembrò tramontare per sempre, sepòlto sotto milioni di morti. Alla prima guerra seguì la seconda, diretta conseguenza del Trattato di Versailles con cui la prima si era conclusa. E con questa nuova guerra l'Europa dovette anche sopportare l'umiliazione dell'occupazione da parte di ese~citi stranieri. Ciononostante il nostro Continente ha saputo risollevarsi fino a diventare la prima potenza commerciale e ad annoverare quat• tro tra le sette nazioni ·più industrializzate del mondo. Anche il processo di unificazione è stato lentamente ripreso, creando delle strutture economiche unitarie; marxianamente si è pensato che fosse sufficiente realizzare il mercato comune perché l'unità della «SOvrastruttura» politica sarebbe venuta di conseguenza. Così non è stato

T YPES MI L ITAIRES. -

e di fronte ad una crescente interdipendenza delle economie europee sta un'Europa politica incerta e in pratica senza poteri decisionali. . Nel momento in cui, assieme al muro di Berlino, stanno crollando tante altre barriere di ordine politico, ideologico ed economico, occorre impegnarsi con rinnovato vigore nella costruzione di nuove opere ciclopiche, più solide delle <<grandi muraglie» e delle <<linee Maginot» nelle quali, illusoriamente e nelle diverse epoche, si è tentato di imbrigliare il corso vitale della storia. Non è più tempo per le classi dirigenti delle varie Nazioni europee

LE CU IRASSIER ALLEMAND

di dimostrarsi gelose della propria indipendenza e timorose di veder limitato il loro potere in una comunità sovranazionale. Paradossalmente il ritorno agli egoismi nazionali è stato possibile proprio attraverso strutture come la NATO, che ha aiutato tutti i Paesi membri a risollevarsi dalle macerie economiche, politiche e sociali della seconda guerra mondiale, instaurando, per altro, un sistema di libertà che non ha eguali nella storia umana del mondo. Si rende necessario ricordare ancora una volta ciò che affermava Fernard Braudel, il grande storico

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di Francia, qualche mese prima del suo ingresso fra gli «immortali» sotto la cupola di Richelieu e cioè che affinché l'Europa divenga una realtà essa ha bisogno di una base popolare, di un sentimento europeistico senza il quale risulterebbe utopia l_a nozione stessa di Europa unita. E proprio questo che ci vuole per superare il concetto ristretto di «Patria» in nome del quale la migliore gioventù europea si è dilaniata in due terribili lotte fratricide soltanto in questo secolo. Il grande cineasta Jean Renoir, nella sua indimenticabile «Grande Illusione» ci ha dato una perfetta illustrazione di questa realtà. Ogni passo nella costruzione dell'Europa implica, necessariamente, la rinuncia da parte degli Stati membri d i alcune delle loro prero-

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gative a vantaggio di un'autorità bilità rra Americani ed Europei per sopra-nazionale. Si passa così dal favorire quella inversione dei ruoli concetto di indipendenza nazionale in seno all'Alleanza Atlantica, finoa quello di indipendenza sopra-na- ra senza esito richiesta, con un cozionale. I ndipendenza sopra-nazio- mandante in capo finalmente· euronale in quanto si tratta di un'asso- peo ed un Segretario Generale ameciazione liberamente sottoscritta ricano e sottolineare così ancora che permette agli Stati che vi aderi- J..m a volta che la NATO non è lo scono di affrontare con più forza, e strumento egemonico di una grande dunque indipendenza, tutti i pro- potenza ma un 'alleanza libera tra blemi di ogni altra natura. Di fron- Paesi liberi. Le Forze Armate sono dapperte al nuovo dinam ismo che si sta sviluppando a Est e prima che il tutto il miglior collante di una soPatto di Varsavia vada completa- cietà nei suoi differenti strati sociamente in crisi e ci faccia assistere ad li e senza distinzione di razza, reliun cambiamento tale che non sarà ,gione, ricchezza, educazione, idee . più un Maresciallo sov ietico ad Bisogna dunque fare in modo, che esercitare il massimo comando sulle la permanenza alle armi, senza perforze di quell'alleanza, si impone dere in nessun caso il suo carattere più urgente e necessaria che mai la militare, indispensabile per una disripresa dell'iniziativa. Una migliore suasione efficace, consenta effettiripartizione delle relative responsa- vamente ai giovani Europei prima


del loro ritorno alla vira civile nella · quale dovranno poi inserirsi, di aprirsi verso l'esterno, verso cioè la loro nuova «terra madre» l'Europa. In questa ottica un certo numero di misure potrebbero essere con facilità applicate: • adozione di un distintivo europeo comune su tutte le uniformi; • costituzione di alcune unità miste basate sul bilinguismo regionale (battaglioni franco-tedeschi, franco-italiani, tedesco-danesi, ecc.): • possibilità di effettuare il servizio militare in un Paese a scelta nell'ambito della Comunità Europea; • concessione a tu t ti i militari di facilitazioni per il movimento e la permànenza nei diversi Paesi (carte di riduziol).e ferroviaria ed aerea, alloggi in stabilimenti militari, mense e spacci comuni); • scambio tra unità dei differenti eserciti della durata di svariati mesi, allo scopo di offrire ai giovani nuove missioni, più esaltanti e formative, lontano dagli abituali scenari di impiego nazionali. E questa lista non termina qua ... Non bisogna però credere che l'idea europea sia un'idea superata e sconfitta. Ciò che è superata è l'immagine che si ha dell'Europa, un'immagine tecnica e tecnocratica. L'idea di base resta invece intatta nella coscienza degli uomini del nostro tempo e soprattutto dei giovani. La nuova frontiera da erigere è dunque a portata di mano; sarebbe sufficiente associare i giovani di oggi, in maniera più concreta, alla sua conquista: Occorre soltanto, e non è poca cosa, farla divenire una realtà sviluppando gli scambi a tutti i livelli e facilitandoli con strumenti di lavoro efficaci quali, tra l'altro, l'insegnamento generalizzato e valido di più lingue . Gli eserciti, che tanto hanno contribuito nella storia dell'Europa, all'unità degli Stati e che sono, per la loro stessa natura, simbolo di coesione, possono e debbono oggi essere utilizzati non soltanto per difendere l'Europa stessa ma soprattutto per costruirla. Ecco che noi non dobbiamo lasciare, a causa della nostra ritrovata

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'EN V:ED.ETT.E forza degli egoismi che ci caratterizzano, il futuro che ci attende nelle mani dei neutralisti, pacifisti e neo-isolazionisti, i quali cercano, sistematicamente, di far naufragare tutti gli sforzi comuni. Le Nazioni che si affiancano sull'Atlantico del nord e che hanno vinto già la lunga guerra fredda di questi primi quaram' anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno bisogno prima di tutto di aver fede in loro stesse. Come scordare Kissinger che per il trentacinquennale della NATO scriveva: «essa rappresenta

una speranza di dignità umana per il nostro mondo». La giusta preoccupazione di non alterare questo equilibrio tanto faticosamente e accortamente realizzato, ha fatto preferire in questo ultimo decennio la stabilità burocratica, legata ai rapporti di forze, a quella delle idee, dimenticando che la vera forza della NATO non risiede nei suoi eserciti, ma nel valore politico dell'Alleanza. Fare l'Europa: ecco l'idea continuamente risorgente dalla fine della seconda guerra mondiale, l'unica

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IMPIEGA- MILITAR!

COHTAS!L'

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capace di coinvolgere le pubbliche opinioni europee in un sempre più giusto sforzo di difesa comune. Specie di fronte alla straordinarietà del nuovo corso sovietico, che ha messo in crisi tutti gli esperti strategici di una parte e dell'altra dell' Atlantico ridisegnando, con immaginazione e coraggio impensabili in altri tempi da parte di Mosca, i rapporti internazionali. A idee bisogna opporre idee. Dobbiamo essere grati a quel giovane ventiduenne di Amburgo, di cui bisogna fare ogni sforzo per ricordarsi il nome, Mathias Rust, che ha azzerato, con il suo temerario viaggio sulla Piazza Rossa di Mosca, tutte le strategie dell'Est e dell'Ovest per rammentare al mondo intero che solo le idee, e non le armi, possono creare un nuovo ordine internazionale. La situazione di vero e proprio 18

momento di accelerazione della storia nella quale ci troviamo, non può più favorire atteggiamenti passivi e rinunciatari. Le vere coscienze europeiste hanno quindi il dovere come ha ribadito Giovanni Paolo II nel suo discorso del 4 settembre 1988 ai giovani Ufficiali della Scuola di Applicazione di Torino - di considerare con lucidità i nuovi scenari della vita internazionale. È in questo panorama che si inserisce la proposta di costituire un Esercito europeo e di dare all'Esercito italiano il compito di contribuire alla costruzione dell'Europa anche e soprattutto attraverso la NATO. Quell'Europa, la cui divisione fu sancita dai morti nelle trincee della Grande Guerra, porrebbe riprendere a camminare proprio nei suoi eserciti, tramutati in forze di pace. Potrebbe essere lo Stato italiano a

decidere con accordi bilaterali all'interno della NATO e anche della CEE di dare al proprio esercito un nuovo compito istituzionale, quello di costruire l'Europa, in aggiunta ai tre compiti già previsti nella «Legge di Principio sulla disciplina militare» (difesa contro nemico esterno, interno, intervento in casi di publi>liche calamità). I nostri giovani Ufficiali di oggi, i futuri Comandanti di domani, potrebbero dimostrare quanto proprio uomini del loro abito mentale garanti, per dirla con Bobbio, della tutela della pace e dei diritti dell' uomo, siano capaci di fornire nuove condizioni di amalgamà per tutti gli strati della società e per costruire, al di sopra di tutte le ideologie, quella che ormai è la nostra nuova Patria: l'Europa unita. Gen . G ianalfonso d ' Avossa


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PERCHE L'ESERCITO OGGI

Un esercito motivato, cosciente della propria utilità, europeo. Sembra un paradosso, per un'Istituzione che viene comunemente ritenuta (è doloroso riconoscerlo, ma per molti è così) demotivata, poco utile, rinchiusa in se stessa. Eppure è giunto il momento di praticare alle

nostre Forze Armate - in termini contemporanei e avvertibili da tutti - una sana iniezione di ideali, di entusiasmo, di vitalità. Tutte caratteristiche che sono proprie dei giovani, cioè della spina dorsale di un esercito di leva come quello italiano . Caratteristiche che dovrebbero

poi essere di quanti aspirano a fare o fanno professione di comando. Caratteristiche, ancora, che talvolta i giovani sembrano perdere proprio nei dodici mesi in cui indossano la divisa, e che i Quadri sentono affievolirsi nella loro esperienza quotidiana. E allora?

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Le idee, le proposte, i progetti di riforma sono infiniti. Qui se ne vogliono presentare alcuni, frutto di oltre trent'anni di esperienza come Ufficiale, di riflessioni, di dibattiti, di spunti raccolti qua e là, in Italia e nel mondo. Un esercito motivato, si diceva. Si è della convinzione che il nostro non sia stato mai meglio armato, meglio equipaggiato, ma peggio motivato di oggi. I giovani aspirano alla pace, alla libertà, alla sicurezza, alla fratellanza, alla solidarietà, alla creatività:. tutti valori che sono riconducibili all'Europa unita. E che, malgrado le apparenze e i luoghi comuni, non sono inconciliabili con la vita militare. Anzi, ne sono (o ne dovrebbero essere) l'essenza. Ecco che lo Stato può e deve assegnare al proprio esercito un nuovo compito istituzionale: quello di concorrere a costruire l'Europa, in aggiunta ai tre già previsti dalla legge di Principio sulla disciplina militare. Potrebbe essere questo un diverso modo per offrire una nuova motivazione ideale ai giovani, che guardano spesso sfiduciati al loro servizio di leva; e a quanti - più anziani sono sempre alla ricerca di nuovi elementi di validità per le Forze Armate. Non è allargando le maglie dell'obiezione di coscienza (che pure è legittima) che si rende u~ buon servizio alla società civile. E giusta la pari dignità (e la pari durata) tra il servizio militare e quello civile. Purché essa sussista anche nei fatti. Con il dovuto riconoscimento dell'effettiva utilità e positività di entrambi, senza preferenze o preconcetti. Ed è .poi loStato che deve occuparsene e non i privati, quali che siano. L'immagine che accompagna l'esercito (ne ha scritto brillantemente Aristarco Scannabue in uno degli ultimi numeri della nostra Rivista) nella società è parziale e fuorviante. E, forse, non soltanto per colpa dei mass-media, della cosidetta «disinformazione». Le nostre Forze Armate contano poco anche perché, pur operando in molteplici settori, non sempre riescono a comunicare,

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all'esterno e completamente, tutte le attività che in realtà svolgono. Si pensi, ad esempio, all'impostazione della campagna promozionale per la leva prolungata in un settore, quello dell'occupazione giovanile, delicato e importante. Lo slogan «tecnici del domani, stipendiati da subito» è avvilente, e lo è proprio per i giovani: riesce soltanto a solleticare i più bassi appetiti di chi va alla caccia di un <<posto» sicuro e di uno stipendio garantito. No. Un premio di ingaggio per attirare i migliori, ma i «migliori» tecnici a compensa-

Nazione che l'esercito ha il compito e il dovere di proteggere. Gli sforzi di integrazione compiuti sono apprezzabili, ma ancora insufficienti. Occorre proseguire a passo più spedito su questa strada. Ecco perché si è proposta - e purtroppo attuata solo per un breve periodo, malgrado sia prevista da una legge - l'istituzione di un consigliere militare del Presidente del Consiglio. Ma • non basta, occorre anche un vero e proprio Sottosegretario alla condizione militare. Diretto da una personalità. autorevole e competente, questo sottosegretàrio dovrebbe occuparsi del defiriitivo avvicinamento Nella pagina a fianco. della società militare a quella civile, «Pattuglia di Lancieri di Novara in esercitacon particolare riguardo ai proble:<ione (1920)», olio su tela cm 40 x 50. mi e alle esigenze del personale miSono. «Carica di ]sbuschenskij, 23 agosto 1942», litare e dei giovani alle armi. Si è del Reggimento di Cavalleria «Savoia>> al co- del parere che l'Esercito italiano, mando del Colonnello Alessandro Bettoni che travolse i russi 4ell'812° fanteria, olio su più equilibrato nel. rapporto compiti/risorse, con una forte motivaziotela cm 60 x 80.

re le spese sostenute dalle famiglie o dagli individui, lo si comprende. Ma per stimolare le forze e i sentimenti più validi del Paese a servire lo Stato in unifonne ci vuole ben altro. Prospettive, ideali, motivazioni, valori autentici, oltre alle ovvie gratificazioni economiche. Un altro punto nodale che, sicuramente, sta a cuore di tanti appartenenti alle Forze Armate, riguarda il rapporto con la società, con la

ne contemporanea, possa grandemente concorrere alla costruzione del'Europa. E questo soprattutto in un momento in cui emergono tendenze alla parzialità e allo squilibrio. Si pensi soltanto alla recente costituzione della Brigata francotedesca: un avvenimento che, pur importantissimo per i rapporti franco-tedeschi dopo una plurisecolare inimicizia, fa a pugni con lo spirito della pari dignità fra tutti i partner


europei e che rischia di vanificare quarant'anni di pacifico equilibrio, sia pure fondato sul fronteggiarsi di due blocchi contrapposti. L'Europa va fatta, ma non contro qualcuno o per sfiducia verso qualcuno. La Brigata franco-tedesca sembra invece un caso che va in questa direzione·. Potrebbe essere motivato con quella pericolosa psicosi che è seguita al ritiro dei missili americani dal teatro europeo dopo gli aGcordo Reagan-Gorbaciov. Una psicosi che non ha alcuna ragion d'essere, ma che potrebbe ingenerare un pericoloso prec~dente. Ben diversa, anzi di segno opposto, potrebbe risultare l'idea di una Brigata franco-italiana. meglio ancora una Divisione italojranco-spagnola. Dai Pirenei, passando per la Linguadoca, la Provenza e il Giura francesi, fino ad arrivare alla Valle d'Aosta, valorizzando, con lo sguardo al futuro, l~ storia del passato (per il prossimo tricentenario di «Nizza Cavalleria» perché non riscoprire gli elementi di unità tra gli eserciti prerisorgimentali? E poi Nizza non è anche Nice?), una si-

«Carica di Poto;, 17 ottobre 1942», del Reggimento Cavalleggeri di «Alessandria» contro forti gruppi ribelli iugoslavi; olio su tela cm 40 x 50.

mile grande unità.avrebbe in comune l'ambiente opeq1tivo e naturale (la montagna), in parte la lingua (il fra,ncese) e l'assenza di un nemico a contatto. E soprattutto non comporterebbe riserve atomiche più o meno esplicite. E poi sarebbe proprio· nella direzione dell'unità dell'Europa! Solo in un'ottica europea, dunque, il nobile ideale della difesa c~­ mune può ancora interessare e coinvolgere le pubbliche opinioni; ed accomunare in uno sforzo unificato la società civile e quella militare. È uno sforzo importante, sia pure lungo e difficile da realizzare appieno. Ma vale la pena di compierlo. Ne deriverà una ventata di idealità e di entusiasmo per tutti gli uomini in uniforme. Dal soldato al generale. E Dio sa quanto ce n'è bisogno. Gianalfonso d' Avossa

Il Generale di Brigata Gianalfonso d' Avossa proviene dall'Arma di Artiglieria dove ha comandato il 19° Artiglieria «Rialto» e il Reggimento Artiglieria a Cavallo «Voloire». Ufficiale di Stato Maggiore, ha fatto parte, tra l'altro, dell'Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Attualmente è Comandante della Brigata Corazzata «Ariete».


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ARIETE, un nome, un mito fatto di sostanza, stile, soli~­ rietà, iniziato il l febbraio di 51 anni fa con un semplice e scarno ordine burocratico che subito, però, in Italia e nel mondo intero, è stato sinonimo di prestigio. Al servizio, al servizio in armi - attraverso una straordina~. ria tradizione di onore e dedizione affidata in guerra, alle cinque ~ Medaglie d'Oro al V alor Militare dei suoi quattro Reggimenti e alle venticinque Medaglie d'Oro al Valor Militare individuali in appena trentatrè mesi di operazioni e, in pace, alle molteplici cittadinanze onorarie e agli innumerevoli attestati di benemerenza • ~. per i generosi interventi a favore delle popolazioni friulane e mé~ ridionali - di quel «caro termine», PATRIA, la patria, questa · grande realtà di tensione morale, per la quale: ~ ieri - era l'l~ia da fare. - i nostri Caduti trasformarono la loro .. morte m nostra vtta; ~ oggi- è l'Europa da costruire - noi tutti siamo aSsieme uguali in~ nanzi al dovere comune, differenziati soltanto secondo la scala delle rispettive responsabilità per riaffermare quanto ci viene indicato dalla più alta Cattedra morale del nostro .. tempo e cioè che la difesa è prudenza, è diritto, è dovere ~ anche nel nuovo scenario internazionale ed è presupposto ~ di quel bene inalienabile che è e deve continuare ad essere f_J o

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LA CONDIZIONE MILITARE NEL MONDO CONTEMPORANEO by Biblioteca Militare - Issuu