In copertina: disegno del prof. Loris Ricci
Š 1989, Rivista Militare Direttore: Pier Giorgio Franzosi Fotolito: Studio Lodoli Stampa: Gius. Laterza & Figli spa
RIVISTA MILITARE
LE DUE PATRIE NELLE LETTERE DI S. CATERINA DA SIENA AGLI UOMINI D'ARME E NELLE TESTIMONIANZE DEI CAPPELLANI MILITARI DECORATI DI MEDAGLIA . D' ORO AL V.M.
PREFAZIONE
Sono ormai cinquant'anni da quando S. Caterina da Siena, insieme a S. Francesco, è stata proclamata Patrona d' Italia. I motivi per ricordare questa data, anche da parte della Chiesa che vive tra i militari, sono molteplici. Cominciamo da quelli esterni. L'Ordinariato Militare in Ita lia dal 1932 ha la sua Curia p resso l'antico Monastero di S. Caterina a Magnanapoli. Assimilato a diocesi colla Costituzione Apostolica Spirituali Militum Curae (1986), la bellissima Ch iesa di S. Caterina da Siena è diventata «cattedrale» della nuova circoscrizione ecclesiastica. È giusto così guardare alla Santa di Siena non solo come patrona di tutti gli italiani, ma in particolare come celeste avvocata dei sacerdoti e dei fedeli che operano nelle Forze Armate italiane. Ma la principale ragione non è puramente esterna e quasi casuale. Se si guarda a S. Caterina con attenzione, si scopre facilmente che pochi santi sono tanto vicini ai problemi e alle situazioni del nostro ambiente e del nostro tempo. Certamente la fine del trecento non è la fine del novecento; ma questa e quella sono epoche di trapasso e perciò di incertezze e di sconvolgimenti. La giovane santa senese aveva ben chiara la situazione e non restò alla finestra a contemplarla. Con uno slancio, incomprensibile anche oggi alla luce della sola umana esperienza, si buttò a capofitto nella mischia. Si, perché veramente di mischia si trattava, ad ogni livello: quello del papato come quello dei vari stati e regimi italiani, quello dei capitani di ventura e quello della difesa contro il pericolo di una invasione della cristianità da parte dei nuovi barbari. S. Caterina ha utilizzato tutti gli strumenti allora possibili per essere attivamente presente. Certamente la sua è stata una vita di penitenza e di preghiera. Ma per lei cercare Dio nella contempla5
zio ne, non equivaleva ad evadere dai problemi contingenti. Dal colloquio diretto col suo Signore scaturiva quella prorompente vitalità che si è concretata soprattutto nei suoi viaggi e nei suoi scritti. Il patrimo nio letterario, storico e spirituale che ci resta è copioso, anzi sbalorditivo se si pensa alla scarsa o nulla iniziazione scolastica della santa. La parte che qui ci interessa maggiormente è quella rela tiva alla sua posizio ne di fron te al d ra mma della guerra, anzi delle guerre guerreggiate e di quelle minacciate. È un fil o ne che attraversa tutta la vita e l'opera caterinia na. E lla era contesa e chiamata dai vari principi e governanti , di fro nte ai quali no n subiva davvero il minimo complesso. Il suo carisma è sta to q uello di prevenire contese e incomprensio ni, pungola ndo i suoi in terlocutori a scelte di pace. Ma q ua ndo le guerre erano in corso , la santa non esitava a intavolare un colloquio diretto coi protagonisti mili tari di quella stagione della storia : i capi ta ni di ventura . Nel vasto epistolario cateriniano si trovano in particolare cinq ue lettere «agli uomini d'arme». No n si può naturalmente pretendere di applicarle a lla situ azio ne del nostro tempo . Ma no n si può non sentire spun ti e a na logie di grande in teresse anche oggi, per la riflessio ne dei cristiani . Una osservazio ne mo lto modesta, ad esem pio, ma a nche molto pertin ente, è che S. Caterina da Siena era sicuramente innamorata della pace, ma no n sdegnava, come i pacifisti del nostro tempo, di trattare con i militari , che era no poi ben diversi, sia detto senza equivoci , da q uelli del nostro tempo. I capi tani di ventura e i loro uomini erano pro fess io nisti della guerra. L'idea di un ruolo positivo della deterrenza no n era ancora penetrato. O guerra o fa me, si potrebbe di re. Ed è con lo ro, pro prio con loro, che entra in dialogo, cercando di capire le loro ragioni e insinua ndo le sue. In una breve prefazione no n si può a nda re a fo ndo di un momento così impo rtante come questo. Gi ova però a lmeno ricorda re questi messaggi inviati tra il 1374 e il 1379. Latore delle sue lettere era spesso il beato Ra imondo da Capua, suo con fesso re. La prima, l40a nel cata logo ufficiale delle lettere caterinia ne, è indirizzata al Conte Acuto, come comunemente venne italianizzato il nome dell'inglese Giovan ni Hawrwood. Era condo ttiero a servizio dei fiorentini e considerato il più abile dei capi tani di quel tempo. 6
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La seconda e la terza (191a e 259a) sono dirette a l Capitano di ventura Tomaso d'Alviano, mi litante a l soldo degli Stati della Chiesa nella guerra contro i fiorent ini. Si compiace della vittoria e clùede misericordia per i vinti. La quarta lettera (347") è stata scritta il6 maggio 1379, una settimana dopo la vittoria riportata da Alberico, Conte di Balbiano e Capitano generale della Compagnia di S. Giorgio, sopra i seguaci dell'antipapa Clemente VI I. Nella stessa data la santa scrive (lettera 349) ai Signori Banderesi «mantenitori del la Repubblica di Roma». In questo quadro appena abbozzato mi sembra doveroso tentare a lmeno di capire quale era, nella cultura del suo tempo ma anche nella maturazione della sua eccezionale personalità, la posizione di S. Caterina da Siena di fronte a lla pace e alla guerra, come di fronte ai militari. Non è facile una risposta, ma si può ragionevolmente ricostru ire uno schema attendibi le: • La pace è la condizione ottimale della vita. Bisogna volerla ad ogni costo. Per questo la giovane santa accettava di parlare a papi e principi, a consigli e assemblee. Quello che richiamava a tutti era molto semplice ed evangelico: le radici della pace stanno nella conversione. È illusorio pretendere la pace senza preoccuparsi di cambiare i cuori. • La pace non è faci le perché esige il disarmo del male. La garanzia ci viene dalla morte del Signore Gesù che ha vinto l'odio e la cattiveria col coraggio della sua passione e morte. Ne viene, per i cristiani, il dovere di una educazione coraggiosa e virile. Bisogna sapere ciò che si vuole e perseguirlo senza tentennamenti. La più a lta testimonianza che il militare deve dare è quella, anche attraverso la guerra, di cercare la pace. «0 frate llo, o figl iuoli carissimi, voi siete cavalieri entrati nel campo per dar la vita per amore della vita» (lettera 347 al Conte Alberico). • Queste pregiudiziali ideali sulla pace non impediscono alla santa senese di considerare realisticamente le diffuse contese e i metodi di guerra che proprio ne secolo XIV si erano affermati. Era il momento delle «Compagnie di ventura» cui venivano commissionate determinate imprese guerresche. La loro tenuta dipendeva certo dalla personalità del Capitano, ma è comprensibi le a quali degenerazioni potessero arrivare. Santa Caterina non ha competenza ed esperienza storica per negare od appoggiare. Nei suoi interventi diretti - le lettere agli uonùni d 'arme - si attesta si po7
trebbe dire alla posizione del Battista: non abusate della vostra forza e accontentatevi del vostro soldo senza darvi al saccheggio (cf. Le 3, 14). • li livello elementare di vita cristiana che viene raccomandato non toglie la convinzione che anche i militari possono andare ben o ltre. In certo senso S. Caterina precede S. Francesco di SaJes che nella sua « Introduzione alla vita devota» scriverà che è un errore funesto pensare che vivere nelle caserme sia un ostacolo alla santità. La maggior parte delle molte pagine d irette agli uomini d'arme da Caterina, svi luppano i richiami alla più a lta perfezione cristiana fa tta di fede in Cristo crocifisso e nell 'amo re di Dio come nel generoso esercizio della virtù. • La passione per la pace come suprema conquista interiore porta S. Caterina a sognare e predicare una unità ita liana ante litteram. Che il Papa e i principi italiani si accordino; che le forze armate non servano a dilaniare la patria, ma vengano riservate a d ifendersi dal nemico che tutto può sommergere. Il tempo delle crociate come conquista militare era fini to; si trattava adesso di non perdere il senso delle crociate come inderogabile di fesa dell'Occidente. In linguaggio corrente si potrebbe dire che Santa Cateri na non era contraria a lle arm i purché si puntassero in direzione del vero pericolo incom bente. Esplicita a l riguardo è l'esortazione a Giovann i Acuto e agli altri Capitani di ventura come ai politici che li assoldavan o : smettetela di litigare tra voi. «Parmi che vi dovereste ora in questo tempo disporre a virtù, infino che il tempo ne venga per noi, e per gli a ltri che si disporranno a dare la vita per C risto: e così dimostrerete d'esser virile e vero cava liere» (lettera 1403 ) . Doppia dunque la preoccupazio ne della santa; ed ucare con ogni mezzo alla pace; riservare la guerra solo come estremo rimedio per la tutela del mondo cri stia no. Sarebbe interessa nte un parallelo con l'altro campione di sa nti tà e socialità che fu S. Francesco. Nemmeno lui condannò le crociate; vi si accodò anzi nel tentativo di gi ungere a predicare a l Sultano;certamente dunque per uno scopo che le superava. E sarà proprio un figlio di S. Francesco, S. Giovan ni da Capestrano, nato nel 1386 quando da soli 6 an ni si era penta la sa nta di Siena, ad assumerne in qualche modo l'eredità e d iventare il protagonista di t utto un movimento di mobi li tazione 8
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morale e militare culminato nella battaglia d i Belgrado contro i Turchi nel 1456. Nel 1984 il forre figlio dell 'Abruzzo e missio nario impareggiabile nell' intera Euro pa veniva proclamato Patrono dei Cappellani mi litari del mondo intero. C'è una continu ità che non è solo ideale. Non si tratta di pred icare la crociata contro q ualche nemico che inco mbe. Ma la lotta tra il bene e il ma le accom pagna lo svi lu ppo dell 'umanità a l di là di ogni front iera polit ica e ideologica. In momenti drammatici per la Chiesa e le diverse contrade d' Italia S. Caterina richiamò il primato teorico e si impegnò ad educare gli uomini a dare il primo posto a lla pace come conquista interiore. La trasformazione culturale e democratica porta oggi a giustificare i militari nell'unica ottica di di fesa della libertà e della pace. È un salto q ualitativo d i cui ancora non si sono visti tutti i risu ltati che non sono certo l'appiatti mento e la demissione. Bisogna essere forti per volere la pace. È l'i nsegna mento d i tutta la missione svolta da S. Caterina da Siena nel secolo X I V. È la generosa testimonianza che tanti Cappellani mi li tari, con o senza riconoscimenti umani, hanno dato in cond izioni difficili di condivisione e di totale devozione. È anche grazie a l loro sacrificio che oggi si può parlare e si può sperare in un avvenire di pace. Alla Santa Patrona d' Italia vogliamo affidare i nostri problemi e le nuove generazioni. La fat ica più grande, annotava Caterina, è l'educazione alla maturità cioè alla capacità di assumersi precise responsabil ità d i fronte a Di o e a lla storia. Va le la pena, anche oggi, di ascoltare la sua voce e di lasciarsi coinvolgere. Gaetano Bonicelli Arcivescovo titolare di ftalica Ordinario Militare per l'Italia
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INTRODUZIONE
Gigantesca figura, quella di S. Caterina, Patrona d' Italia. Non c'è uomo del suo tempo che abbia avuto la fortezza, il coraggio l'audacia di questa donna, morta a 33 anni . Le ragazze del suo tempo rischiavano il rogo spesso e volentieri quando assumevano atteggiamenti. .. tipo quelli di Caterina. Dopo mille rischi e contestazioni in vita, riceverà in morte un triplice osanna: dal Papa che l'aveva vo luta a Roma, dalla sua città di Siena che vorrà averne il capo da custodire in prezioso reliquiario, da ll 'Ordine domenicano di cui ella era terziaria, di cui rimarrà vanto nel tempo. Se nel secolo XV Giovanna d'Arco, un 'altra ragazza dal coraggio indomito, diverrà simbolo del suo popolo, nel secolo XIV Caterina da Siena lo era diventato del popolo italiano; Giovanna d'Arco impugnando la spada, Caterina senza spada; come già Francesco davanti al su ltano d'Egitto. Oso affermare che solo dal ceppo ita lico poteva fiorire una creatura come questa, ricca di ogni umano carisma e aperta totalmente ad accogliere i don i di Dio. Sarà, come era stato Francesco d'Assisi, messaggera di pace fra le città italiane ed avrà l'ardire di presentarsi al Papa in Avignone per dirgli di tornare a Roma e dimostrare «cuore virile». I cappellani militari d'Italia, più di ogni a ltro cittadino, sentono la Santa di Siena loro patrona nella propria specifica missione, quella di vivere in pace fra i soldati in armi. Il mio pensiero va in modo particola re a i cappella ni che ci assistettero nelle dure esperienze della guerra, arrivando ai vertici dell'eroismo, sì da merita re il sommo riconoscimento della medaglia d'oro. Qui mi piace osservare: il decorato di medaglia d'oro al valor militare è, per me, l'alfiere che porta la bandiera. La bandiera non appartiene all'alfiere ma a tutto il reggimento; non ci sarebbe bandiera (ed alfiere) se non ci fosse il reggi mento. Intendo 11
dire che l'eroismo del singolo fiorisce, spesso e volentieri, là dove tutto un reparto vive l'entusiasmo di compiere un nobile dovere per la Patria; il riconoscimento del singolo è, spesso, chiamato ad esprimere il merito di tanti che, non meno meritevoli, non ebbero nessun testi mone del loro eroismo all'infuori della loro coscienza e dell 'occhio di Dio. Detto questo, osservo ancora che i cappellani decorati di medaglia d'oro al valore militare ci ricordano tutti gli umili sacerdoti che noi combattenti abbiamo incontrato sui vari fronti di guerra, nei campi di prigionia e di interna mento, negli ospedali da campo, pronti a prodigarsi per noi, ad accogliere le nostre confidenze, a raccogliere le ultime volontà dei morenti, nell'assolvimento della loro incomparabile missione. Ben 18 sono i cappellani militari decorati di medaglia d'oro a l v.m . che offrono ai giovani testimonianze di nobiltà e dedizione, di umiltà e amore. Ne ricorderò uno per tutti: Don Giovanni Mazzoni, che l'aureo segno meritò ben due volte: la prima, sul Carso nella guerra 1915-18 e la seconda in Russia nell 'ultimo conmtto , dove lasciò la vita in maniera veramente emblematica. Il 16 dicembre 1941 Don Mazzoni si trovò circondato da i russi in un'isba nella zona di Rassipnaia, durante un furioso combattimento. Uno dei suoi bersaglieri cadde colpito a morte, ma non lo si poteva recuperare, perché sotto intenso fuoco incrociato. Egli gridava , gridava perché lo si andasse a prendere. Don Mazzoni decide di lanciarsi; tutti a dissuaderlo, inutilmente. Eccolo il cappellano che a mani alzate, in atto di supplica, esce di corsa dall' isba. Egli sente che deve fare così, perché in quel momento egli è padre, mad re di quel figlio che muore; non può !asciarlo là; sa che è pazzia, ma deve pur dire a quel ragazzo che se l'egoismo umano impedisce quel gesto, il cuore del cappellano è ben superiore a quell'egoismo. Ed è così che il cappella no , colpito a morte, cade a fianco del suo bersagliere, in tempo per dirgli che l'aveva udito , il suo grido , in tempo perché il sangue si confonda col sangue, il sacrificio col sacrificio. È la grande Messa senza pane e senza vino del cappellano , che si immola con i suoi, per i comuni supremi ideali di Dio e della Patria. Generale C. A. Angelo S. Bastiani Presidente del Gruppo Medaglie d,Oro al Va/or Mìlìtare d,ltalìa. 12
Patrizia Francescone DIFENSORI DELLA PACE OPERATORI DI PACE
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PREMESSA
È sempre necessario che «la giovinezza sia riancbeggiata da guide solide, serene, sicure d i sé, umane e nello stesso tempo vicine q ua nto possibile al divino , capaci di fare a mare la vita come un utile e buon mezzo d i costruire la propria perso nalità , da mettere a l servizio di quel grande patrimonio comune, spirituale e fisico, che chiamiamo patria» . T. Col. Mario Felice Bianchi
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Quasi un decennio avanti la nascita di Caterina da Siena, i concittadini della Santa avevano commesso ad Ambrogio Lorenzetti il ciclo di affreschi che tuttora ammiriamo nel palazzo pubblico di Siena, raffiguranti le allegorie del buono e del cattivo governo. Nella storia dell'arte italiana è questa la prima opera civile, con un contenuto non più soltanto religioso ma filosofico e politico (G.C. Argan). Di tutto il complesso pittorico è famosa la splendida personificazione della Pace e notissima la vasta panoramica degli «effett i del buon governo nella vita cittadina e del contado». Alla quiete della sconfinata distesa di colli aprichi, in cui al lavoro dei campi si alternano gli episodi festosi dei cavalieri avviati alla caccia o dei villani che recano in città i faticati prodotti, fa riscontro, come in un dittico, l'altrettanto armonioso svolgersi in città della * Leuera del 24 giugno 1926 a un redattore de « Il Giornale d'Ita lia» in occasione dell'inaugurazione della sede in S. Caterina a Magnanapoli della associazione da lui fondata e medievalisticamente denominata «Corporazione dei Caterinati» con la finalità statutaria di rendere familiari agli Italiani la figura e gli scrilti di Caterina da Siena affinché in lei riconoscano la Patrona d' Italia. A proclamazione avvenuta (18 giugno 1939), l'associazione assunse il ru olo di «Centro Nazionale di Studi Cateriniani» e la sua qualificata auivi tà è ormai nota a livello internazionale. 15
pacifica giornata nei suoi vari momenti, culminanti nel ritmo musicale di un cerchio di giovani donne che graziosamente interpretano un misurato passo di danza. È una visione di bellezza, non soltanto estetica, ma ancor più ricca di significato morale, evidentemente ispirata all'ideale di quella pace e prosperità, di cui Siena godeva nella prima metà del Trecento. La situazione di Siena, dell'Italia e dell 'Europa nella seconda metà del secolo sarebbe diventata tempestosa e drammatica: saccheggi e stragi perpetrate dalle Compagnie di ventura, rivalità e conflitti armati tra i regnanti e le città, agitate, a loro volta, dagli odi di parte e delle famigl ie che le signoreggiavano. La Chiesa, dopo i settanta ann i dell 'esilio dei Papi in Avignone, avrebbe recuperato (1377), grazie a l decisivo intervento di s. Caterina da Siena presso Gregorio XI, la propria legittima sede in Roma, ma sarebbe stata dilaniata dallo scisma seguito alla elezione dell'antipapa Clemente VII contrapposto all'italiano Urbano VI, legittimamente eletto. Caterina è tesa a «pacificare tutta l'Italia, l'uno coll'altro ... questi italiani di qua» (L. 285, a Gregorio XI) ed ammonisce: ... non mi pare che la guerra sia sì dolce cosa, che tanto la dovessimo seguitare, potendo/a levare. Or ecci (c'è) più dolce cosa che la pace? Certo no» (L. 171)
Ed è convinta che l'amore della patria terrena, per lei non identificabile con la sola città di Siena, ma con l'Italia stessa, a ltro non è che l'espressione dell'amore per il prossimo, esercitato secondo un ordine di giustizia, dal più vicino - fam il iari, amici, concittadini, ... - ai più lontani, fino ad abbracciare l'umanità intera. Diventa pertanto appassionata ambasciatrice di pace, attingendo nell'eroicità del suo amore la straordinaria forza che la rende capace di svolgere una geniale azione pol itica e religiosa. In un breve giro di anni, parlando, scrivendo, viaggiando, con mille opere di sacrificio, di pietà, di concordia, di beneficienza, svolge un apostolato così vasto, così intenso, così subl ime che nessuna donna al mondo ha mai intrapreso, senza tuttavia perdere le caratteristiche di una squisita femminilità: Caterina è la donna più 16
gra nde e po rtentosa che, d o po la Vergine Maria , sia apparsa nella sto ria dell ' uma ni tà 1 • Ne restano a viva testimonianza le eloquenti lettere da lei indiri zzate ad ogni ceto d i perso ne, a i due po nte fici , a ca rdinali ed a lti prelati, re e principi, uo mi ni d i go verno e condottieri , italiani e stra nieri, nell 'i ntento d i pacificare ed unificare la Ch iesa, l' Ita lia, l'Europa. Le situazioni storiche mutano con l' evolversi dei tempi, ma il co ncetto di pace, qua le emerge da quegli scritti, supera circostanze e limi ti spazio-tempo ra li , perché esplicita valo ri di perenne e universale attuali tà. Anche oggi le nuove generazioni possono attingere dalla luminosa ed incisiva pa rola della Pa trona d' Ita lia la stimolante effi cacia d i quei va lori da riscoprire e far propri per procedere con libertà e responsabi li tà nel ca mmino storico che la nostra epoca di profo nda trasforma zione sta co mpiendo e che, nonostante fenomeni contradd itto ri, sembra o ri entarsi sem pre più visibi lmente verso una nuova era di intesa fra nazioni e popo li , forse preludio a ll 'aupicata «civiltà dell 'a more»2 • Una pace dunque che no n è soltanto assenza di azioni ostili, ma che si edi fica nella convergenza delle volo ntà tese a realizzare il bene comune: una pace che è nelle mani di ciascuno di noi. Ma tutto ciò no n pu ò verificarsi senza far leva su una realtà a tutti trascendente. Caterin a ci dà la chiave di questo « far leva», q uando dice: « l'anima è un a lbero fa tto per amore e per ciò non può vivere d' a ltro che d'a mo re» (Dialogo, X). In a ltre parole: credere nel progetto d 'amo re del Dio che ci ha creati per amore, nell' efficacia dell'agire per amore, credere nella pa tria celeste dove l' a mo re a vrà la sua piena gaudiosa frui zio ne, nell'eternità. Alla luce di tale trascendenza , la persona è invitata da Caterina a ricercare in sé le o pposte misteriose rad ici della pace e della d iscordia, dell'a mo re per l'altro e dell 'egoismo, per essere in grado d i scegliere ed estirpa re via via le radici «attoscate» che impediscono alle radici buone di crescere fino a svi luppare in pienezza l Cardinale Francesco Rago ncsi, Eccelsa am basciatrice di Dio, con ferenza tenuta il 26 giugno 1927 a chiusura del primo ciclo di «Letture cateriniane» svolto in Ro ma , nella sede della «Corpo razione dei Caterina ti» in S. Caterina a Magnanapo li (Vedi (d i Regno di CriStO», anno Il , 1927, n. 7, p. 3: 'Ras egna Cateriniana'). 2 Papa Paolo VI, Omelia a conclusio ne dell' Anno Samo 1975, ne ((L' Osservatore Romano>>, 27-28 d icembre 1975; (dn egnamemi di Paolo VI», Città del Vaticano, 1975, X III.
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«l'albero dell'amore», in cui si identifica la personalità vera dell'uomo quale Dio l'ha progettata. Ma senza battaglia non c'è vittoria. Riecheggiando s. Paolo, Caterina invita a «combattere la buona battaglia con fede e buona coscienza» 3 ; non prospetta mai un 'pacifismo' deteriore, ma una pace che è conquista interiore, frutto di valoroso combattimento per superare in sé il male con il bene. La vera pace non è stasi, bensì dinamica vitalità di crescita e di irradiazione: è quindi fonte di intima gioia nella stessa fatica dell'impegno quotidiano e sofferto. Questo 'radicalismo della pace' 4 ha il proprio esemplare nel «modo che tenne Dio» per «fare pace con l'uomo» che aveva peccato: .. . Dio per mezzo del Figliuolo suo, e il Figliuolo per mezzo del sangue, ci ha tolta la guerra e data la pace; così dico io a voi, cioè che col mezzo della virtù vi converrà levare la guerra ... Ma io voglio che voi sappiate: né amare Dio né virtù si può avere nell'anima senza il mezzo del prossimo suo... Io vi dissi che era quello dolce e grazioso mezzo il quale tolle ogni guerra e tenebre dell'anima. Ma tenete a mente: questa virtù s'acquista e si trova nell'amore del prossimo suo, amando amici e nemici per Cristo crocifisso. E per esso spegnesi il fuoco dell'ira e dell'odio che l'uomo avesse col fratello suo. La virtù della carità e dell'umiltà si trova e s'acquista solo in amare il prossimo per (amore di) Dio. perché l'uomo umile e pacifico caccia l'ira e l'odio del cuore verso il nemico, e la carità caccerà l'amore proprio di sé, e allargherà il cuore con una carità fraterna, amando nemici e amici per lo svenato e consumato Agnello (Gesù crocifisso), come sé medesimo e gli darà una pazienza contro ogni ingiuria che gli fosse delta o fatta, e una fortezza dolce nel saper portare e sopportare i difetti del prossimo suo ... (L. 103)
L'anima, a llora, rivolge tutto il suo sdegno verso i propri difetti e «vuoi fare vendetta di sé», praticando le virtù contrarie ai vizi, e cosi si pacifica con Dio. È questa l'unica via (L. 103). 3 l Tim., l, 18- 19. 4 Prof. Giuliana Cavallini, Volontà di pace, conferenza tenuta al «Centro Nazionale di Studi Cateriniani» nel ciclo dei 'Mercoledì Cateriniani', il l o febbraio 1984.
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L'anima in q uesta battaglia trova il suo esemplare in Cristo, il quale .. . con la mano disarmata, con/ilio e chiave/lato in croce ha vinto il principe del mondo . .. . Venne armato questo nostro cavaliere colla corazza della carne eli Maria, la quale carne ricevette in sé colpi per riparare alle nostre iniquità... La spada al/aro, (è) la piaga del costato, che ci mostra il segreto del cuore; la quale è uno coltello, a chi ha punto (un minimo) eli lume, che debbe trapassare il cuore e l'interiora nostre per ajjelto d'amore . ... Quale sarà colui di sì vile cuore, che, ragguardando questo capitano e cavaliere, rimasto insieme morro e vincitore, che non si levi la debolezza dal cuore, e non diventi virile contro ogni avversario? Veruno sarà. (L . 256) Ecco perché Cater ina nel suo 'ansietato' desider io di modellare i d ifensori della pace per farne deg li autentici operatori di pace usa un linguaggio che potrebbe stupire , tanto è carico di immagini e termini bellici: stare nel campo della battaglia ... essere cavaliere virile ... non schifare i colpi ... vi rilmente combattere ... da piangere ha colui che si vede stare fuori del campo della battaglia .. .
Anche i giovani di oggi potranno trarre indirizzo sicuro per il loro cammino dalla sapienza della Santa. Di venuti effettivi operatori di pace, riconoscendo nella Patrona d' ltalia la «dolcissim a Mamma» dei fedeli «Caterinati» del suo e del nostro tempo, potranno , a loro volta , trasmettere alle successive generazioni l'insegnamento ricevuto, ed assicurare così concretamente il vero progresso della società nella pace. l/ Centro Nazionale di Studi Cateriniani
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Nelle seguenti pagine sono presentati passi scelti dall'Epistolari o di Caterina, riuniti e commemati secondo il lo ro contenuto in otto paragrafi, il cui tema è indicato dalle parole della Santa riportate in esponente all'inizio di ciascuno d i essi. Si tratta di form e espressive ricorrenti nel dettato caterini ano, che scandiscono, a mo' di tappe, il cammino verso la paciricazione interiore qua le piena realizzazione di sÊ. Esse racchiudono un profondo e vivo significato esistenziale e spirituale: sono rivelatrici dell'animo di Caterina c, a l tempo stesso, altamente stimolanti all'orientamento radicale della vita e alle grandi decisioni che ne conseguono.
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APRIRE L'OCCHIO DELL'INTELLETTO Aprile, aprile l'occhio del cognoscimenlo, e non andale in tanta ceci1à. (L. 207)
L 'occhi o è la sede della capacità visiva. La virtù dell'occh io è il vedere. Come in fatti la 'virtù dell 'occh io' non si esplica q uando il soggetto si trova al buio, così q uesta capacità visiva dell 'intelletto rimane solo a livello potenziale e non si attua (il soggetto può vedere e conoscersi, ma effettivamente sceglie di non vedere) quando, per un difetto della propria volo ntà, non accetta di specchiarsi in Dio, per scorgere in Lui la propria matrice divina. La 'cecità' è d unq ue una scelta, la scelta di non confrontarsi con la luce, di no n fondersi in Dio. Onde c'è bisogno d'entrare nella cella del conoscimenlo di noi, e aprire l'occhio dell'intelletto, levandone ogni nuvola d'amor proprio. E conosceremo, noi non essere niente... La bontà di Dio conosceremo in noi, vedendoci creali all'immagine e similitudine sua affine che partecipiamo il suo infinito ed eterno bene... (L. 78) È la categoria del prender coscienza, dell'aver chiaro il valore del proprio esser uo mo. Valore che va ricercato, come afferma Caterina, nel guardare in se stessi. Da ll 'esame di se stessi (cognoscimento di sé) si t rae la coscienza della propria imperfezione, miseria, fragi lità:
... nel cognoscimento di noi l'anima s'umilia, conoscendo la sua imperfezione, e sé non essere... (L. 37)
Ma tale cognoscimento non è su fficiente, in quanto da solo non basta a dare a ll ' uomo la cognizione esatta di quale sia veramente il suo valo re. Anzi la persona, fermandosi a lla mera constatazione delle proprie 'infermità', senza avere un modello al q ua le riferirsi per poterle superare, può cadere nel periodo di 'disseccare l'anima': 21
... perocché trarrebbe solo dal cognoscimento di sé tedio e confusione, onde, disseccherebbe l'anima; e perseverandovi dentro senza altro rimedio, giLtgnerebbe alla disperazione. (L. 51)
Disperazione come incapacità di superare le proprie miserie e fragilità, come sentirsi mancanti di qualcosa a cui non si sa come sopperire. Nel momento invece in cui l'anima acquista coscienza, attraverso il cognoscimento di sé, di essere stata posta da un atto d ' amore divino, supera la possibilità della disperazione ed è messa in grado di individuare il proprio valore di uomo. Riconosce allora di aver ricevuto l'essere da Dio (cognoscimento della bontà di Dio). Da questa presa di coscienza scaturisce l' amore verso quel Dio che vuole la realizzazione integrale dell'uomo . Ma anche il mero 'cognoscimento della bontà di Dio' da solo non è sufficiente. L ' anima, sentendosi amata da Dio, può correre il rischio di perdersi in Lui, dimenticando la sua realtà umana e annullando quindi il legame con l'altro uomo. Il pericolo a cui va incontro , tuffandosi nell'astrattezza dell' esclusivo rapporto a Dio, è quello di 'credersi arrivata', di aver realizzato al massimo le sue dimensioni. È il rischio della superbia, della presunzione: Ma vedi, che stare solamente in questo cognoscimento di Dio non sarebbe buono; perché l'anima ne verrebbe a presunzione e superbia. (L . 23)
È necessario pertan to che i due cognoscimenti siano legati indissolubilmente, in modo che l'uno porti equilibrio all ' altro: Con vienci dunque che sia mescolato l'uno coll'altro insieme, cioè stare nel cognoscimento santo della bontà di Dio, e nel cognoscimenlo di noi medesimi: e così saremo umili, pazienti e mansueti. (L . 23)
Il 'cognoscimento di sé' quale presa di coscienza della propria perfettibilità può diventare lo stimolo a l dinamismo , al continuo miglioramento di sé. TI ' cognoscimento della bontà di Dio in sé' vi aggiunge la forza propulsiva del sentirsi amati. Forza che non si esaurisce in se stessa , ma va indiri zza ta a lla relazi onalità del rappo rto um ano.
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L'essere dell' uomo è dunque un atto d'amore divino. Per arrivare a comprenderne tutto il valore e la dignità, è necessario che egli si specchi e si fondi in Dio: (In Lui) trova la immagine della creatura, e in sé medesimo trova Dio in immagine sua.
L'uomo che ha riscoperto la propria dignità -essere atto d'amore- è motivato ad amare, o ltre a Dio che l'ha posto, anche la propria immagine di uo mo insiem e a quella degli altri uomini , creati, come lui, ad immagine e somigli anza di Dio: .. .quello amore che vede che Dio ha a lui, quello amore distende in ogni creatura; e perciò subito si sente costretto ad amare il prossimo come sé medesimo, perché vede che Dio sommamente l'ama, ragguardanclo sé nella fonte del mare della divina essenza. (L. 226)
Sono immagini che sem brano sovrapporsi, quella dell ' uomo , dell'umanità e di Di o. Immagini che lo specchio 'della divina essenza' fa percepire come inscindibili: Allora il desiderio dispone ad amare sé in Dio, e Dio in sé, siccome colui che ragguarda nella fonte, che si vede la immagine sua; e vedendosi, s'ama e si di/elfo. E s'egli è savio, prima si muoverà ad amare la fonte, che sé. (L. 226)
Necessario al 'cognoscimento di sé', lo specchio infatti evidenzia di fett i e prerogative della persona che vi si mira: è l'occasione per revisionarsi e per correggersi. È la condizione per attuarsi: Perocché, s'egli non si fosse veduto, non s'averebbe amato, né preso di/ello; né correlfo 'l d ife/lo della faccia sua, 'l quale vedeva in esso fonte. (L. 226)
Attraverso lo specchio, il soggetto si conosce quale 'atto d'amore', percepisce tutto il suo valore, si apprezza, si ama, e 'prende diletto di sé'. Questo amore di sé- che non ha niente a che spartire con l'amor proprio - è gioioso riconoscimento della propria dignità (essere atto d 'amore) e del proprio compito (essere persona 23
creata per amare). Attraverso lo 'specchio', il soggetto vede se stesso, cosa può e cosa deve essere, ed è messo in grado di compiere un sereno inventario delle proprie possibilità. Comprende quali siano le sue dimensioni specifiche, e in che modo vadano attuate. Questa serenità di vedute, questo corretto e sano rapporto con se stessi, sono indispensabili per un equilibrato e maturo rapporto con gli a ltri. · Ma senza il confronto con lo 'specchio', senza misurarsi con l'Assoluto, quale punto di riferimento, il soggetto non può avere l'esatta cognizione del proprio essere: Perocché se l'anima non avesse questo glorioso lume, smarrirebbe la via, siccome fanno gli uomini del mondo, che hanno accecato l'occhio dell'intelletto dalla nuvola del proprio amore e tenerezza di sé, e perciò vanno per la tenebra come abbacinati.(L. 87)
Simile al prigioniero del platonico Mito della Caverna, quest' uomo se ne sta come incatenato a l buio delle sue errate vedute, prendendo per verità ciò che non lo è, sbagliando anche l'ottica del proprio rapportarsi: ... ma, con occhio pieno di nebbia, sarebbe abbagliato, cercando il dileflo e il piacere colà dove non è, ponendosi ad amare le cose create più che 'l Creatore, e pigliare di/elfo e piacere delle creature. (L. 76)
Chi infatti è incapace di vedere al di là di se stesso, prende sé come unità di misura e punto di riferimento, finalizza a l proprio io indistintamente cose e persone, le riduce alla sua ottica limitata, le giudica secondo il suo metro, le interpreta secondo la propria utilità e il proprio interesse. In una parola, 'si serve' degli altri, pur mostrando d'amarli: E perciò ogni sua operazione è corrotta: egli ha tolta la luce, e data la tenebra per sì fallo modo, che non conosce né discerne la verità. A neo, ha guasto il gusto e gli appetiti dell'anima; onde le cose buone gli paiono cattive, e le cattive gli paiono buone; le virtù vere spregio, l'amore di Dio e la dilezione del prossimo fugge, e tu/lo il suo diletto piglia nelle delizie e nel/i diletti del mondo. 24
E se egli ama il prossimo, non l'ama per Dio, ma per propria utilità. (L. 244)
L'amor proprio di sé è come una 'nuvola' che impedisce di vedere in trasparenza la propria dignità e, come preclude la strada alla propria realizzazione, così non fa intravedere il danno che ne deriva: Ma io m'avveggo che la freddezza ha ricoperti i cuori nostri, e la cecità ha offuscato l'occhio dell'intelletto, che non ci lascia sentire né conoscere il nostro danno ... Spero che la bontà di Dio vi farà conoscere quello che è da fare; e conoscendolo il farete; facendolo, abbraccerete il bene, e schijerete il male. E io ne pregherò Dio con tutto il cuore e con tutto l'afjetlo mio. (L. 339)
La 'cecità' dell'intelletto impedisce inoltre una serena visione della propria esistenza. Anche l'esperienza più dura e più sofferta può essere interpretata come atto d'amore da parte di Dio, che dà e permette solo ciò che contribuisce alla realizzazione dell'uomo: Spiritualmente questa cecità non ci lascia conoscere né discernere la bontà di Dio, anzi spesse volte quello che Dio ci dà per nostro bene, noi ce/ rechiamo per contrario: e tutto questo ci addiviene perché nei misteri suoi noi non consideriamo l'affetto suo, né con quanto amore egli ce li dà; ma, come ciechi, non pigliamo altro che l'atto. (L. 65)
Contrapposto ai concetti negativi di 'nebbia', 'nuvola', 'tenebra', 'cecità' appare il concetto positivo di 'aprire l'occhio dell' intelletto' per 'vedere bene'. 'Aprire l'occhio dell'intelletto', è la condizione essenziale senza la quale il soggetto non può conoscersi, non conoscendosi non ama, non amando non si attua. Dall'aver il fume deriva il 'veder bene', il far luce sul significato della propria vita come cammino teso alla realizzazione di sé: ... l'anima che ragguarcla questo smisurato amore, ha concepilo amore ineffabile; ha fatta e confermata la sua volontà con quella eli Dio! Giudica e vede bene che Dio non vuole altro che la nostra santificazione; e ciò eh 'egli 25
creata per amare). Attraverso lo 'specchio', il soggetto vede se stesso, cosa può e cosa deve essere, ed è messo in grado di compiere un sereno inventario delle proprie possibilità. Comprende quali siano le sue dimensioni specifiche, e in che modo vadano attuate. Questa serenità di vedute, questo corretto e sano rapporto con se stessi, sono indispensabili per un equilibrato e maturo rapporto con gli a ltri. · Ma senza il confronto con lo 'specchio', senza misurarsi con l'Assoluto, quale punto di riferimento, il soggetto non può avere l'esatta cognizione del proprio essere: Perocché se l'anima non avesse questo glorioso lume, smarrirebbe la via, siccome fanno gli uomini del mondo, che hanno accecato l'occhio dell'intelletto dalla nuvola del proprio amore e tenerezza di sé, e perciò vanno per la tenebra come abbacinati.(L. 87)
Simile al prigioniero del platonico Mito della Caverna, quest' uomo se ne sta come incatenato a l buio delle sue errate vedute, prendendo per verità ciò che non lo è, sbagliando anche l'ottica del proprio rapportarsi: ... ma, con occhio pieno di nebbia, sarebbe abbagliato, cercando il dileflo e il piacere colà dove non è, ponendosi ad amare le cose create più che 'l Creatore, e pigliare di/elfo e piacere delle creature. (L. 76)
Chi infatti è incapace di vedere al di là di se stesso, prende sé come unità di misura e punto di riferimento, finalizza a l proprio io indistintamente cose e persone, le riduce alla sua ottica limitata, le giudica secondo il suo metro, le interpreta secondo la propria utilità e il proprio interesse. In una parola, 'si serve' degli altri, pur mostrando d'amarli: E perciò ogni sua operazione è corrotta: egli ha tolta la luce, e data la tenebra per sì fallo modo, che non conosce né discerne la verità. A neo, ha guasto il gusto e gli appetiti dell'anima; onde le cose buone gli paiono cattive, e le cattive gli paiono buone; le virtù vere spregio, l'amore di Dio e la dilezione del prossimo fugge, e tu/lo il suo diletto piglia nelle delizie e nel/i diletti del mondo. 24
E se egli ama il prossimo, non l'ama per Dio, ma per propria utilità. (L. 244)
L'amor proprio di sé è come una 'nuvola' che impedisce di vedere in trasparenza la propria dignità e, come preclude la strada alla propria realizzazione, così non fa intravedere il danno che ne deriva: Ma io m'avveggo che la freddezza ha ricoperti i cuori nostri, e la cecità ha offuscato l'occhio dell'intelletto, che non ci lascia sentire né conoscere il nostro danno ... Spero che la bontà di Dio vi farà conoscere quello che è da fare; e conoscendolo il farete; facendolo, abbraccerete il bene, e schijerete il male. E io ne pregherò Dio con tutto il cuore e con tutto l'afjetlo mio. (L. 339)
La 'cecità' dell'intelletto impedisce inoltre una serena visione della propria esistenza. Anche l'esperienza più dura e più sofferta può essere interpretata come atto d'amore da parte di Dio, che dà e permette solo ciò che contribuisce alla realizzazione dell'uomo: Spiritualmente questa cecità non ci lascia conoscere né discernere la bontà di Dio, anzi spesse volte quello che Dio ci dà per nostro bene, noi ce/ rechiamo per contrario: e tutto questo ci addiviene perché nei misteri suoi noi non consideriamo l'affetto suo, né con quanto amore egli ce li dà; ma, come ciechi, non pigliamo altro che l'atto. (L. 65)
Contrapposto ai concetti negativi di 'nebbia', 'nuvola', 'tenebra', 'cecità' appare il concetto positivo di 'aprire l'occhio dell' intelletto' per 'vedere bene'. 'Aprire l'occhio dell'intelletto', è la condizione essenziale senza la quale il soggetto non può conoscersi, non conoscendosi non ama, non amando non si attua. Dall'aver il fume deriva il 'veder bene', il far luce sul significato della propria vita come cammino teso alla realizzazione di sé: ... l'anima che ragguarcla questo smisurato amore, ha concepilo amore ineffabile; ha fatta e confermata la sua volontà con quella eli Dio! Giudica e vede bene che Dio non vuole altro che la nostra santificazione; e ciò eh 'egli 25
dà e permette, o tribolazioni, o consolazioni, o persecuzioni o strazi o scherni o villanie, ogni cosa ci è data perché siamo santificati in lui... E perciò l'anima che conosce questo amore, non si può turbare né contristare di veruno cosa che avvenga, di qualunque cosa si sia; perché sarebbe dolersi del suo bene, e della bontà di Dio che il permette a noi. (L. 184)
Tutto il pensiero cateriniano ruota intorno a questo presupposto indispensabile a l concretarsi umano. In quasi ogni lettera è presente l'esortazione al 'cognoscimento di sé', all'avere il lume, all'aprire l'occhio dell'intelletto. Sono obiettivi, questi, che vanno perseguiti con una notevole sollecitudine, per evitare che, 'privi del lume', si perda la strada del proprio concretarsi: Voglio dunque che con ogni sollecitudine ponga e fermi l'occhio tuo nella verità e nell'abisso della carità di Dio, e per questo giungerai a perfetto lume soprannaturale, e giungerai a perfellissimo amore de/tuo Creatore e dilezione del prossimo: e così si compirà in te la volontà di Dio e il desiderio mio. (L. 46)
Caterina ha già esperito in sé la positività di questo 'avere il lume', e desidera ardentemente che sia anche l'interlocutore a farne esperienza. Come non bastano le parole ad evidenziare il danno che ne viene al l'anima per non averlo, cosi allo stesso modo è inesprimibile il bene che ne deriva possedendolo. Sulla positività dell'avere il lume è inutile di lungarsi con i ragionamenti e le parole: è una realtà che va cercata, esperita e goduta: Quanti sono gli inconvenienti che ne vengono per non averlo! Non mi pongo a narrar/o, né a dirne di più; ché troppo sarebbe lungo. Basti per ora quello che ne ho dello. Quanto gli è utile e dilettevole a darvelo, non te/ so esprimere con lingua né con inchiostro; ma Dio te/ faccia provare per sua infinita misericordia. Cosi voglio che sia. (L. 83)
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FARE IL FONDAMENTO « ... con desiderio di vedervi unito efondato nel vero fondamento, cioè Cristo Crocifisso, il quale è pietra viva, nel quale fondandosi ogni edifizio, è stabile e sicuro; e senza Lui nullo puoLe avere fermezza veruna» (L. 232)
Collegato al 'cognoscimento di sé' è 'fare il fondamento'. L'edificio della propria soggettività va costruito infatti su delle strutture 'murarie' portanti, su presupposti elementari necessari a tenerlo in piedi. Tali fondamenta devono servire da base e da sostegno a tutto l'edificio. Se i presupposti sono evanescenti e pericolanti, l'intero edificio è destinato a cro llare. Ma di quali requisiti necessita un fondamento per definirsi stabi le e sicuro? Non tutti i presupposti infatti - sui quali impostare la vita - risultano validi. È il 'cognoscimento di sé' a fornirne la conoscenza: la persona che ha riscoperto in sé la propria matrice divina, su questa pone il fondamento. Frutto di un atto di amore divino e creata per amare, la soggettività ha bisogno di fondarsi e di reggersi sull 'amore, nella duplice valenza di amore per Dio e amore per l'uomo: Ogni nostro principio e fondamento èfatto solo nella carità di Dio e del prossimo: tutti gli altri esercizi sono strumenti e edifizi posti sopra questo fondamento. (L. 316)
Dissociata dall'amore, la soggett ività stessa si vanifica: Sapete che la pietra e lo edificio che fosse posto e fatto sopra la terra, ogni piccolo vento e piova che venga, il dà a terra. Così l 'anima che è fondata sopra le cose transitorie di questa tenebrosa e caduta vita, che passano tosto come il vento e come polvere che si pone al vento, ogni piccolo contrario la dà a terra. (L. 181)
Poiché «tutte le cose create, e diletti e piaceri del mondo non 27
possono saziare l'anima ... perché sono minori dell'uomo» (L. 67), di conseguenza la soggettività che si fonda su ciò che è 'transitorio', che cioè 'passa come il vento', è destinata a crollare, a vanificarsi. È quanto Caterina si ripropone di far capire. Ella non si stancherà mai di rinnovare ai suoi interlocutori l'esortazione a 'fare un vero e reale fondamento', senza d'altra parte nascondere le difficoltà e la fatica che tale compito richiede: Pensa che sempre a cavare il fondamento si dura maggiore fatica: fatto il fondamento, agevolmente si fa l'edificio. Tu fai il principio tuo; poi compiutolo di fare, agevolmente farai ogni altra cosa. Non voglio che ti paia duro. (L. 195)
'Fare il fondamento' è impegno da rinnovare ogni giorno. Quotidianamente infatti la soggettività si pone nella condizione di operare delle scelte che le permettono di attuarsi. Quotidianamente, inoltre, la persona è interpellata dalla molteplicità delle situazioni e delle relazioni a rimettersi in discussione, a verificare costantemente la validità del suo fondamento: Non vi meravigliate perché io vi dica eh 'io desideri di vedervi fare uno vero fondamento; ché pare uno cotale parlare come se ora cominciassimo a edificare la città dell'anima nostra... ma la cagione perché io dico che ora 'l cominciamo a fare, è, perché ogni dì di nuovo l'anima debbe cominciare a fare questo principio. (L. 340)
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NON TENERSI L 'INFERMITA DEL CUORE
L 'uomo era infermo ed era indebolito, ribellando al suo Creatore ... (L. 260)
Con queste scultoree parole, rivolte il giovedì santo ai pngtOnieri di Siena, Caterina pone l'accento su una condizione umana di non-realizzazione: l'infermità esistenzia le, conseguente a l non aver riconosciuto in sé la propria matrice divina. I danni che ne derivano in campo esistenziale sono purtroppo molteplici: lo sbagliare a 'fare il fondamento', su valori vacillanti e non sicuri, cioè il fondare sull'errore le proprie scelte, il non rispondere a ll'appello divino che invita alla realizzazione umana attraverso un rapportarsi equilibrato, amoroso e gioioso a Dio e a ll 'uomo. Questa malattia, dopo un periodo più o meno lungo di latenza, sfoga improvvisamente, devastando l'anima e le sue operazioni: logorandone le capacità decisionali, fiaccando la volontà, impedendo un'attuazione corretta delle dimensioni del soggetto che rimane ' in firmato', 'piagato' e 'indebolito'. Caterina attribuisce all'amor proprio di sé la causa di tale 'infermità' che arriva al punto di oscurare la capacità 'visiva' dell 'uomo, il quale non è più in grado di intravedere il suo male, perdendo così la dimensione del proprio concretarsi: ... siccome l'occhio infermo non può ragguardare la luce, così l'occhio dell'anima, in cui è venuta la infedeltà e infermità del proprio e disordinato amore, perde per sì fatto modo la luce, che non può cognoscere né sé, né Dio, cioè la infinita sua bontà e la propria miseria. (L. 352)
Anche il «gusto dell 'anima è infermato» a tal punto che «le cose buone gli paiono cattive e le cattive gli paiono buone» (L. 312). È il caso della regina Giovanna di Napoli che, come «inferma e appassionata», si lascia «guidare dalla passione» (L. 317): 29
Avrete guasto il gusto, siccome inferma; che la doltrina buona vi saprà di cattivo, e la cattiva vi saprà di buono. (L. 317)
Il linguaggio cateriniano ricorre volentieri a queste immagini riecheggianti la terminologia medica: l'infermità e l'infermo, il medico e la medicina, la piaga e l'unguento, la gravezza e la sanità. E non a caso. Atte a rievocare, con terminologia concreta, una situazione dello spirito, altrimenti non rappresentabile, tali immagini si adeguano alla realtà interiore effettivamente esperita da quegli uomini piagati di «diverse piaghe e infermità» (L. 243) quali potevano essere ad esempio i prigionieri di Siena. A questi personaggi, -divenuti l'emblema di un'umanità perduta, disfatta, sconfitta, non riuscita - rinchiusi ed etichettati nella loro condizione di 'infirmità' spirituale, viene prospettata, contrariamente ad ogni aspettativa umana, la possibil ità di una vera e completa riabilitazione. Ma quale tipo di riabilitazione poteva suggerire Caterina, dal momento che alcuni di questi prigionieri erano condannati o alla morte, o a languire in carcere per tutta la durata della loro vita? Calandosi nella loro situazione e sintonizzandosi con le loro dimensioni umane, apparentemente soffocate e atrofizzate, Caterina si pone in dialogo con i prigionieri, servendosi di un'unica arma in suo possesso: una immensa fiducia nelle possibil ità che ha l'uomo di riscattarsi umanamente, recuperando la dignità perduta . Una tale fiducia non avrebbe ragione d'esserci se non fosse animata dalla certezza che Dio ha preso su di sé 'la nostra infirmità' per poter condurre l'uomo a guarigione: L 'uomo era infermo ed era indebolito, ribellando al suo Creatore: e non poteva pigliare l'amara medicina, che seguiva la colpa commessa. Fu di bisogno adunque, che Dio ci donasse il Verbo dell'unigenito suo Figliuolo. E così per la inestimabile carità fece unire la natura divina colla natura umana, lo Infinito s'w1ì colla nostra miserabile carne finita. Egli viene come medico infermo, e cavaliero nostro medico ... (L. 260)
Un Dio che si fa infermo per riscattare l'uomo si rende credibile appunto perché ha conosciuto di persona le sofferenze umane. Se non avesse accettato di ' infermarsi' per lui, l'uomo giustamenre, 30
mentre soffre, potrebbe pensare di non essere capito dall ' Assoluto: 'Egli non può chiedermi di soppo rtare pazientemente il mio dolore perché non sa nulla delle mie sofferenze, in quanto non le ha mai esperite su di sé'. In tal modo, per l' uomo che soffre sarebbe impossibile trovare una ragione a lla sua sofferenza. Ma proprio perché Dio si è fatto infermo con l' uomo e ha so fferto con lui , come lui e per lui, l' uomo può essere in grado di portare con pazienza il proprio dolo re e uscire vincitore anche dalla sua stessa ma lattia. Dico eh 'egli è infermo: cioè che egli ha presa la nosrra infirmirà, prendendo la nosrra morralirà, e carne mortale; e sopra a essa ca me del dolcissimo corpo suo Ila puniti i difetti nosrri. Egli Ila fallo come fa la balia elle nutre il fanciullo, elle, quand'egli è infermo, piglia la medicina per lui, perché il fanciullo è piccolo e debole, non potrebbe pigliare l'amaritucline, perché non si nutre d'altro che eli /alle. (L. 260)
Delicatissima questa immagine del fa nciu llo 'infermo', 'piccolo e debole', che rispecchia la particolarissima fr agilità psichi ca del condan nato. P ersone q ueste che hanno bisogno di non sentirsi sole nella loro condanna , di avere un compagno nell'infermità: O dolcissimo amore Gesù, tu sei balia elle hai presa l'amara medicina, sostenendo pene, obbrobri, strazi, villanie; legato, balluto, flagellato alla colonna, confitto e chiave/lat o in croce; satollato eli scherni, obbrobri; afflitto e consumato di se/e senza neuno refrigerio: e gli è dato aceto mescolato con fiele, con grandissimo rimproverio: ed egli con pazienza porta, pregando per coloro che il crocifiggono. O amore inestimabile, non ranto che tu preghi per quelli che ti crocifiggono, ma tu li scusi dicendo: 'Padre, perdona a costoro che non sanno quello che fa nno'. Oh pazienza che eccede ogni pazienza! Or chi fu mai colui che, essendo percosso, battuto e schernito, e morto, perdoni, e preghi per coloro che l'offendono? Tu solo se' colui, Signore mio. Bene è vero adunque, che tu hai presa l'amara medicina per noi fanciulli deboli e infermi, e colla tua morte ci dai la vita, e coll'amari/udine ci dai la dolcezza. (L. 260) 31
Solo un Dio che era stato a sua volta prigioniero e condannato, e ha sopportato pazientemente il dolore, amando e perdonando, avrebbe potuto offrire, con l'esempio della sua vita, una speranza di riabilitazione . Tu ci tieni al petto come balia, e hai dato a noi il/atte della divina Grazia, e per te hai presa l'amatitudine; e così riceviamo la sanità. (L. 260)
Questa verità, di Dio che si fa infermo per amore dell'umanità, è l'unica via d'uscita che permette all'uomo di recuperare la sua dignità, la sanità perduta: Bagnatevi nel sangue di Cristo crocifisso: ché in altro modo non potremmo partecipare la grazia sua, né avere il fine per lo quale fummo creati; né portereste pazientemente le vostre tribo/azion~. Perocché nella memoria del Sangue ogni amara cosa diventa dolce, e ogni gran peso leggero. (L. 260)
Le poten zialità inscritte nella persona, anche se atrofizzate e soffocate da un non corretto modo di impostare la vita, possono essere riabilitate attraverso una maieutica che sia nutrita da un'immensa fiducia nell'uomo. Fiducia che qualcosa di positivo possa tirarsi fuori da qualunque persona, anche la più 'infirmata' e ' piagata'. In tale modo viene additato il rimedio, che consiste nel relazionarsi all'Assoluto che fa emergere e sana l'umano. La chiave risolutiva di tale riabilitazione è dunque nell'atteggiamento esistenziale di certezza assoluta e gioiosa di Caterina, la cui decisione appassionata provoca la più difficile e ardua delle decisioni: rapportandosi a Dio, recuperare in Lui il senso della propria umanità - anche se disfatta - e a Lui restituirsi, in maniera totale. In altri testi Caterina ci presenta la malattia dell'anima come un qualcosa che a tutti i costi va scrollato di dosso: .. .e non tenete la infirmità del cuore. (L. 35)
e se non ci si affretta a trovare il rimedio, la malattia è destinata a crescere e ad allargarsi: 32
.. . ché io vi dico, che se altro rimedio non ci si pone, la infirmità crescerà. (L. 370)
Il rimedio va cercato, inevitabilmente, nel rapportarsi a Dio quale fuoco d'amore, capace di suscitare amore nel cuore di chi a Lui si relaziona: La medicina contra le infermitadi nostre non è altro che esso fuoco d'amore, il quale amore è amore che non è mai spento da te. (L. 246)
Dio è il vero medico: a Lui bisogna ricorrere per poter guarire da questo male interiore: ... egli è il medico, e noi siamo gl'infermi; onde a suo modo dobbiamo ricevere e pigliare la medicina. (L. 340) ... e siccome vero medico, dà la medicina che bisogna alla nostra infirmità. (L. 13) Troppo sarebbe grande ignoranzia che noi infermi addimandassimo la medicina al nostro medico Cristo, che ce la desse secondo el nostro piacere e non secondo la sua volontà; che vede e cognosce quello che ci bisogna. (L. 87)
In che cosa consista questa medicina, ce lo chiarisce Caterina in una lettera al Priore di Cervaja: Distendasi la mano vostra a ricevere le amare medicine che sono date a noi. Queste sono le amaritudini che spesse volte l'uomo riceve, cioè molte tenebre e tentazioni, e confusioni di mente, o altre tribolazioni che venissero di fuore: le quali allora molto ci paiono amare; ma se faremo come il savio infermo, saranno a noi di grandissin.ta dolcezza. (L. 246)
Le prove e le difficoltà della vita possono essere per l'uomo una medicina atta a procurargli la sanità. È giusto- consiglia Caterina - che il dolore venga preso quale terapia e mezzo redentivo.
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STARE NEL CAMPO DELLA BATTAGLIA
Questa è la battaglia comune; ché ogni uomo che nasce e giunge a età pe1jetta, conviene che stia in su questo campo della battaglia. (L. 257) È l'affrontare la realtà, è il calarsi nella concretezza, anche scottante, delle situazioni:
Noi siamo in questa vita posti come in uno campo di battaglia;· e dobbiamo combattere viri/mente, e non schifare i colpi, né volgere il capo addietro. (L. 159)
La vita stessa è intesa come una battaglia, una battaglia che propone a ltre battaglie: battaglie del corpo e della mente. Battaglie che vengono da un difficile rapporto con gli altri, da situazioni esterne o da sofferenze interiori: Spesse volte sono pene di grandi battaglie del dimonio, o persecuzioni delle creature, con molte infamie, strazi e ingiurie. Queste sono pene in loro, ma non all'anima ... (L. 356)
Battaglie di 'tribolazione', come conflitto e prova, come scontro e revisione: Parmi che la divina bontà vi permella assai fatiche, molestie e tentazioni delle dimonia, per vostro bene, non perché siate vinta, ma perché voi vinciate. (L. 304)
La soggettività si forma, 'vince', accettando di stare 'nel campo della battaglia': Chi non ha battaglia non ha vittoria. (L. 169) Non è buono il cavaliero se non si prova sul campo 34
della battaglia: così l'anima vostra si debbe provare alla batlag/ia delle molte tribolazioni. (L. l)
Il 'campo d i battaglia' è la concreta realtà in cui c1 s1 trova, l'ambien te in cui si vive, il luogo nel quale la soggettività è ch iamata ad attuarsi. È il banco d i ri p rova della valid ità del suo fo ndamento: ... nel tempo delle grandi battaglie l'anima viene a maggior perfezione, e provasi nella virtù. (L. 287)
J
Ma l'anima eh 'è serva fedele, cioè con lo lume della santissima fede, fa i grandi guadagni del tempo delle bauag/ie; e fa il vero fondamento, partendosi dall'amor proprio mercenario: e diventa il cuore schietto, e l'affello liberale. Nello tempo delle battaglie si fa la gran guerra con se medesimo .. . E sempre si diletta di stare in battaglia per Cristo crocifisso, e crescere in amore ... (L. 62)
È l'ambiente di stimolo d i cui la soggettività ha bisogno per svegliarsi, per attuarsi, per evolversi: L 'uomo ha materia, ne/tempo delle grandi battaglie, di levarsi dalla negligenzia e d'essere più sollecito ad esercitare il tempo suo, e di non stare ozioso. (L. 169)
f
Il ' nemico', contro il quale la persona deve combattere, è tu tto ciò che può ostacolare la sua realizzazione, ma è a l tempo stesso ciò che prova la sua consistenza, ciò che tien e sveglie le sue potenzialità. È l'antitesi che stimola al dinamismo: Li nemici nostri non dormono mai, ma sempre stanno attenti a perseguitarci: e questo permette Dio per darci sempre materia per la quale noi meritiamo, e per levarci dal sonno della negligenzia. Sapete che, quando l'uomo si sente assalire da' nemici suoi, egli è sollecitato a pigliare il rimedio per difendersi da loro; perch 'egli vede che, se dormisse, starebbe a pericolo di morte. (L. 257)
È u na situazione, quella di 'stare nel campo di battaglia', che 35
richiede coraggio, sofferenza e impegno. È più comodo 'voltarsi indietro' e non guardare in faccia la problematicità della concretezza. È più facile chiudersi in se stessi, 'schivando i colpi', che aprirsi al rischio dei rapporti umani e delle situazioni: .. . con desiderio di vedervi cavaliera virile combattere viri/mente in su questo campo della battaglia, ·e non voitorvi dietro a schifare veruno colpo che venisse,· perocché sareste cavaliera senza gloria. (L. 261)
Ma in tal modo si è 'cavalieri senza gloria', personalità 'malformate' e malriuscite, dalle fondamenta vacillanti e insicure, dalla soggettivi tà non costituita. La persona infatt i non si attua se rifugge dall'affrontare le situazioni. Caterina chiede che 'senza timore' e 'volontariamente' si entri nella battaglia: ... in nessun modo si può sconfiggere li nemici se non coll'arme e senza timore,· e che volontariamente entri nella battaglia... (L. 128)
Una simile esortazione viene rivolta in particolare a frate Guglielmo d'Inghilterra e frate Antonio da Nizza, i quali sono invitati da Caterina a 'fuggire il bosco' del loro erem itaggio per recarsi a Roma a portare a iuto al P a pa, in un momento crit ico per la Chiesa, quando iniziava lo scisma d' Occidente. A vvedrommi se in verità abbiamo conceputo amore alla rejormazione della santa Chiesa,· perocché se sarà così in verità, seguiterete la volontà di Dio e del vicario suo, escirete dal bosco, e verrete ad intrare nel campo della battaglia .. . E non dubitate di non avere bosco: ché qui ha de' boschi e delle selve. (L. 326)
Caterina no n ammette che i suoi interlocutori si nutrano di un rapporto a Dio che eluda il misurarsi concreto con la situazione e il rapporto diretto con gli altri. È una soggettività evanescente
quella che si illude di potersi realizzare rifuggendo dalle responsabilità gravi del momento . La soluzione ai problemi scottanti della Ch iesa non va ricercata tanto nella mera contemplazione di Dio, quanto soprattutto nell'operare concretamente: 36
Traete fuore il capo, e uscile a campo a comballere realmente per la verità. (L. 327)
Caterina invita dunque a 'stare nel campo di battaglia'. Ma se le battaglie comportano sofferenze, coraggio, impegno, quale speranza vi è di uscire vincitori, piuttosto che rimanerne schiacciati? Caterina suggeri sce un 'arma, senza la quale la vittoria non è assicurata: «l'arme della cari tà»: O figliuolo mio carissimo, quanto sarà beata l'anima vostra e la mia, quando starete in questo campo della ballaglia, mare tempestoso, armato dell'arme della carità. (L. 261
Il discorso cateriniano mostra evidente la sua circolarità: la sog-
getti vità per realizzarsi, deve fa re i conti con la realtà concreta e con gli a ltri, ma ha bisogno , per uscirne vincitrice, di farsi avanti con la forza dell 'amore, amore verso l'uomo, amore fondato in Dio: ... perocché, essendo voi armato, i colpi non vi polranno nuocere. Convienci armare coll'arme della fortezza, unita coll'ardentissima carità... E la carità ci fortifica contro ogni avversario. Dunque su a combattere, carissimo figliuolo. (L. 169)
Alla base di tutto il discorso cateriniano c'è un'immensa fiducia nell 'intervento divino: è Lui a permettere le battaglie, ma lo fa perché l'uomo provi la solidità del suo fondamento: Queste sono battaglie che vengono; le quali non fanno però danno all'anima... perocché Dio non le dà per nostra morte, ma per vita; non perché noi siamo vinti, ma perché noi vinciamo, e perché sia provata in noi la virtù. (L. 76)
E insieme alle battaglie Egli dà la forza per affrontarle, l'arma per combatterle, e la speranza di uscirne vincitori: Se mi dite, figliuolo dolcissimo: <Jo sono debole contro tanti nemici', rispondovi, che tuili siamo deboli e 37
fragili a cadere per ogni leggera cosa, in quanto noi; ma la divina Provvidenza adopera nell'anima, e fortificaci, tollendoci ogni debolezza. Così sperate; e credete fermamente, che l'anima che spera in lui, sempre è provveduta da lui. (L. 142) A misura ce le dà: e se cresce fatiga, egli dà .maggiore fortezza, acciò che noi non veniamo meno. (L. 116)
'Stare nel campo della battaglia' è sforzo e sofferenza. Ma è proprio attraverso l'impatto con la realtà, sia pure difficile, che la soggettività costruisce se stessa, traendo la 'rosa' del proprio umanarsi: Adunque ben è vero che di queste battaglie egli ne trae la rosa purissima. (L. 44)
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ORSÙ V!R!LMENTE!
.. . con desiderio di vedervi cavaliere virile, elle virilmente comballiate. (L. 372) È la categoria del coraggio , dell'essere uomini cioè che corrispondono alla propria matrice umana, capaci di mettere in atto la loro potenzialità. Il term ine 'virilità', nella lingua italiana, è sinonimo di qualità ritenute prettamente maschili: coraggio, serietà, risolutezza, energia , fermezza, vigore, tutti attributi ideali dell' uomo complet, in piena efficienza fisica e spiritua le. Lo stesso termine, nel linguaggio cateriniano, di venta invece un valore, una 'virtus', a lla quale si contrappone il disvalore corrispondente 'femmina', 'femminile', in qua nto sinonimo di debolezza, incostanza, fragilità, pusillanimità:
... e saremo virili, perché sarà spento in noi il piacere femminile, che fa il cuore pusillanime. (L. 245)
'Virilità' e 'femminilità', !ungi dall'essere due accezioni attribuibili rispettivamente a persone di sesso maschile e femminile, acquistano per Caterina un significato esistenziale. Abbandonato dunque il riferimento a lle qualità fisiche o psichiche dei due sessi, esse rispecchiano due opposti stati della soggettività. 'Virile' è la persona che sa «entrare in su l campo della battaglia ... e virilmente combattere» (L. 320), che cioè sa prendere coraggiosamente in mano la propria vita e direzionarla , affrontando l'impegno che le situazioni e la relazionalità comportano. 'Virile' è inoltre chi non indietreggia di fronte agli impegni assunti , chi persevera nella scelta fatta - direbbe Caterina: chi 'non si volge indietro a mirar l'arato' - , chi non si perde d'animo di fronte agli ostacoli , chi «animato a combattere, non rifiuta fatica, volgendo il capo indietro per paura de' nemici suoi». (L. 62) Questi si può chiamar cavaliere virile, che viri/mente 39
ha conservata e guardata la città dell'anima sua da' nemici e malvagi tiranni che la volevano signoreggiare. Questi è atto a fare ogni gran cosa per Dio, cioè per gloria e loda del nome suo; e per la Santa Chiesa può sicuramente pigliar la battaglia di fuori, poiché si dolcemente ha combattuto e vinto dentro. Ma se bene non combattesse dentro, male combatterebbe di fuori. (L. 372)
Contrapposta alla categoria della 'virilità', troviamo l'immagine del 'fanciullo', bisognoso del latte materno, e incapace di mangiare il 'pane duro e muffato delle tribolazioni' . . . . con desiderio di vedervi oggimai levato dalla fanciullezza vostra, ed essere uomo virile; levarsi da gustare il latte, e essere fatto mangiatore del pane. Perocché il fan ciullo il quale si nutre di latte, non è atto a stare in battaglia, né si diletta d'altro che di volere stare il1giuoco con li suoi simili... Or gittiamo i denti lattaio/i... e come uomini cresciuti, corriamo al campo della battaglia, e stiamo fermi ... ché andandovi grandi e armati, non saremo più cacciati dal campo. (L. 333)
'Essere cacciati dal campo' non è una buona condizione per la soggettività: significa non essere ritenuti ancora all'altezza di ' combattere': Dunque da piangere ha colui che si vede stare fuore del campo! (L. 320)
Così Caterina scrive a Stefano Maconi a proposito della sua indecisione, esortandolo ad 'essere tutto vi rile'. Ritorna anche qui l' immagine del fanciullo, ancora immaturo per affrontare il rischio della decisione: ... con desiderio di veder ti levato dalla fanciullezza, e essere uomo virjle; levatoti dal gustare il latte delle consolazioni mentali e altuali, e posto a mangiare il pane duro e muffato delle molte tribolazioni mentali e corporali, delle battaglie delle dimonia e ingiurie delle creature. (L. 320)
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-.
Anche Stefano pare essere stato assalito dal 'male femminile' quell 'amore compassionevole di sé, che gli impedisce di rivolgersi a decidere, che lo trattiene nel compiacimento del proprio scarso impegno: ... e non ti lasciare legare alla tiepidezza del cuore, nell'amore compassionevole femminile, spesse volte colorato col colore della virtù. Ma sii uomo virile, che viri/mente esca al campo della battaglia. (L. 205)
La tipologia del fanciullo (solo però nella sua accezione negativa), come del resto quella 'femminile', non è tuttavia molto ricorrente nel dettato cateriniano. Ne troviamo un esempio in una lettera a Gregorio XI: E io vi prego da parte di Cristo crocifisso, che voi non siate fanciullo timoroso, ma virile. (L. 239)
al re di Francia: Honne grande ammirazione, che uomo cattolico, che voglia temere Dio ed esser virile, si lassi guidare come fanciullo. (L. 350)
ai Priori delle Arti e al Gonfalone della Giustizia di Firenze: Vogliono essere huomini maturi, esperti et non fanciulli, et così vi prego che facciate ... (L. Xl!)
Data l'estensibilità di tale categoria - tutti infatti sono chiamati a realizzarsi sul piano umano - Caterina rivolge l'esortazione ad essere 'virile' ind istintamente a uomini e donne. Lo dice al Papa: Siatemi tutto virile, con uno timore santo di Dio; tutto esemplario nelle parole, nei costumi e in tutte le vostre operazioni. (L. 370)
ed anche alla regina Giovanna: 41
Rispondete a Dio che vi chiama... ma rispondete viri/mente. (L. 362)
a Monna Bartolomea: Fatti ragione chĂŠ tutto il mondo ti fosse contro; e tu con un cuore virile e non voliere il capo indietro; ma pĂ rati innanzi con lo scudo in mano a ricevere e' colpi. (L . 165)
A volte Caterina manifesta il suo dolore per non essere riuscita a corrispondere a tale modello di 'virilitĂ ': OimĂŠ disavventurata l'anima mia, che non son corsa con cuore virile abbracciando la croce del mio dolcissimo e carissimo sposo Cristo crocifisso, ma sommi posta a sedere per neg/igenzia e ignoranzia. (L. 41) Prego vi che preghiate lo Sposo eterno, che mi faccia compiere viri/mente l'obedienza sua ... (L. 373)
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NON TEMERE Sia/emi uomo virile, e non timoroso! (L. 206)
Come desumiamo da questa esortazione, indirizzata a Papa Gregorio XI, la categoria ' non temere' è strettamente legata con la tipologia 'vi rile' di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo. Troviamo questo abbinamento in alcune a ltre lettere, come quella indirizzata a Rai mondo da Capua: Guardate che io non vi vegga timido, né che l'ombra vostra vi faccia paura: ma siate virile combatti/ore ... (L. 373)
'Timore servile' sta in netta antitesi con 'virili tà'. Tale contrapposizione è molto freq uente nel dettato cateriniano, quasi nell' intento di sottolineare l'enorme divergenza esistente tra la scelta di 'essere uomo' (viri le) e la passiva arrendevolezza di chi, per timore preferisce ' non essere uomo', piuttosto che correre il rischio ... di impegnarsi. P er questo secondo tipo di persone, Caterina usa una terminologia che denota una fi ne conoscenza psicologica dei suoi interlocutori: ... L 'ombra vostra vi ha fatto paura. (L. 310)
È una realtà quasi agghiacciante - quella dell 'aver paura -se pensiamo a quali disastrose conseguenze può portare nella dinamica del 'divenire uomo'. Eccone la lettura che ne fa Caterina in una lettera a Bartolomeo della Pace: 11 timore servi/e toglie la forza dell'anima. (L. lX)
In un 'altra lettera scrive: 011 quanto è miserabile queslo timore! Egli avvilisce 43
l'anima; ristringe il cuore nell'affetto della carità, che non vi entra l'onore di Dio, né 'l prossimo per dilezione e amore. Egli il fa timido ... (L. 361)
Si tratta di un isterilimento delle più genuine potenzialità umane, con un conseguente impoverimento nei rapporti umani. È molto efficace, a mio avviso, l'uso di quel verbo «ristringe», che sottolinea in maniera quasi palpabile la situazione di un lo atrofizzato, diminuito, e quindi incapace di sostenere la responsabilità di una relazione umanante. L 'anima che teme di timore servi/e, nessuna sua operazione è pe1jetta; e in qualunque stato si sia, nelle piccole cose e nelle grandi, viene meno, e non conduce quello che ha cominciato alla sua pe1jezione. Oh quanto è pericoloso questo timore! Egli taglia le braccia del santo desiderio: egli accieca l'uomo, che non gli lascia conoscere né vedere la verità. Perché questo timore procede dalla cecità dell'amore proprio di sé medesimo. (L. 242)
In questa lettera, indirizzata ad un uomo che aveva gravi responsab ilità nella Chiesa, emerge l' enorme pericolo che la paura paralizzi le grandi decisioni, a tutto svantaggio del bene comune: Oh perversità d'amore, quanto sei dannosa a' signori temporali e spirituali, e a' sudditi! Se egli è prelato, egli non corregge mai, perché teme di perdere la prefazione e di non dispiacere alli sudditi suoi... Se egli è signore, non tiene giustizia, anzi commette inique e false giustizie, facendo secondo il piacere suo, o secondo il piacere delle creature. E così, per lo non correggere e non tenere giustizia, li sudditi ne diventano più cattivi, perché si nutrono nel/i vizi e nelle malizie loro. (L. 242)
In un'altra lettera al medesimo, emerge un altro aspetto di questo 'timore servile' . Chi con falsa umiltà si ritiene debole e rifugge perciò da qualsiasi sforzo e impegno per migliorarsi, rischia di di-
venire debole realmente: ... colui che séguita questo, diventa debole, e sì pauroso e timoroso di timore servi/e, che, come fanciullo, teme 44
dell'ombra sua, e più l'ombra della creatura, che l'ombra sua. (L. 88)
Uno dei maggiori nemici dell 'uomo e della sua umanazione sia nel campo sociale, sia in quello esistenziale - è dunque la paura. Paura dell'uomo. Paura di guardarsi dentro e di decidere. Paura di compromettersi. Paura di fars i incontro a ll 'altro. Paura di 'giocare' totalmente la propria vita. Tutto questo paralizza le dimensioni e le potenzialità umane; atrofizza le capacità decisionali della persona, attraverso le quali il soggetto si costruisce, si attua. La situazione è in tutto simile a quella del cavaliere che, pur avendo in mano la vittoria, ha paura d i affrontare il nemico - gli ostacoli posti sul suo cammino - non capisce più nulla, abbandona tutto ciò che aveva raggiunto con enorme sforzo, e fugge. Una fuga dalla propria umanazione, dunque ... con le conseguenze disastrose di una disfatta personale: Grande viltà è dell'uomo di cominciare una cosa buona e non trar/a a fine. Oh, di quanta confusione sarebbe degno quel cavaliere che si trova nel campo della battaglia, e volgesse le spalle a dietro, avendo quasi vinto! (L. IX)
Egli si trova svili te le proprie componenti umane che, non essendo messe in atto, si atrofizzano. Tale riabilitazione dell'uma no 'atrofizzato' è la preoccupazione-compito di Caterina. Ecco la necessità, da parte del maieuta, di individuare quale timore si agita nelle fibre più nascoste dell'animo del suo interlocutore; il quale, a sua volta, viene invitato ad aprirsi totalmente, a liberare le sue paure, attraverso il dia logo: ... quando i pensieri, e le forti tentazioni d'alcuna cosa più particolare vi venissero nel cuore... voi non lo teniate dentro di voi, anco le manifestate al padre dell'anima vostra .. Perché, tenendo/o, l'anima se ne confonde, e viene a tedio, e fassa gli esercizi spirituali, che ha presi. onde spesse volte viene a disperazione... Adunque c'è necessario il non temere, ma manifestare ogni nostra infermità al medico dell'anima nostra... (L. 287)
Una volta ricondotte a livello cosciente, le paure, le perplessità, 45
le ansie possono essere maggiormente razionalizzate, controllate, superate. In caso contrario, le ' infermità' rimangono e l'uomo, a poco a poco, ne viene debilitato. Ne sono un valido esempio certi suoi interlocutori del tempo. P relati che, per timore di dispiacere a qualcuno, non hanno il coraggio di condannare la corruzione e se ne fanno complici: ... viri/mente, con affamato desiderio, correggerete li sudditi vostri. Tenete, tenete l'occhio sopra di noi: fate almeno la vostra possibilità. E non fate vista di non vedere: ché non si vuole fare così... (L. 243)
Signori potenti che coprono l'ingiustizia perché torna a vantaggio dei loro interessi: ... volendo che la margarita della giustizia sempre riluca ne' petti vostri, levandovi da ogni amor proprio, attendendo al bene universale della vostra città, e non propriamente al bene particolare di voi medesimi. Perocché, colui che ragguarda solamente a sé, vive con poco timor di Dio, non osserva la giustizia; anco la trapassa, e commette molte ingiustizie; /asciasi contaminare alle lusinghe degli uomini alcuna volta per denari, alcuna volta per piacere a coloro che gli domandano il servizio ... (L. 367)
Compagni e amici che tentennano nella loro indecisione, perché hanno paura di compromettersi totalmente in una scelta assoluta per l'Assoluto. Questi soggetti - paralizzati dal timore - rischiano di associarsi, con la loro passività, a quel processo di disgregazione dell'umano che pervade la società. In tale modo il male viene a trovarsi da ambedue le parti: in chj lo compie e in chi- per timore di combatterlo - ne è passivo spettatore. L'uomo che ha paura di condannare il male infatti ... alcuna volta, per piacere e non dispiacere, mostra di conformarsi con quelli medesimi difetti che vede commettere, facendo sempre contro la coscienza sua, la quale gli detta che l'uno e l'altro fa male. (L. 361)
Chi si assuefà al male corre dunque il risch io di rovinare se stesso, e così si preclude la possibilità di edificare. 46
L' intervento stimolante di Caterina ... io v'invito a lasciare questo timore servi/e. (L. 361) Siatemi tutti virili, e non vogliate ritrarre a dietro per veruno timore servi/e! (L. 339)
è fina lizzato dunque a dissolvere la paura, nella certezza che a Di o tutto è possibile e che asseconderà i nost ri sforzi . A Papa Gregorio Xl , che aveva tim ore di riportare la sede Pontificia da Avignone a Roma , Caterina dice: E non temete d'alcuna cosa che avvenire potesse, perocché Dio sarà con noi. (L. 196)
E quanto più è elevata la nostra responsabili tà nei confronti degli altri, tanto maggiore sarà la forza che ci verrà data , se avremo fiducia che ciò che non è possibile a noi, è possibile a Dio: . .. a chi si confida in lui, egli non manca mai; perocché quanto l'anima si confida nel suo Creatore, tanto è provveduta. (L. 264) Dio non può volere altro che il nostro bene... a misura tanto Dio ci dà quanto possiamo portare e più no ... (L. 119) ... ogni cosa dà con misura; e se cresce la misura cresce la forza. (L. 250)
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Caverna è quella cateriniana dell'uomo che dorme e che sogna. Si tratta della persona che ha fatto il fondamento su presupposti sbagliati, quali ad esempio il possesso di beni transitori. Finché sogna, è convinto di aver «grandi diletti», nel momento in cui viene svegliato, « non si truova alcuna cosa» : Egli è jauo come il pazzo, o come colui che sogna; che gli pare avere grandi di/e/li, e poi, svegliato, non si trova alcuna cosa. E così l'uomo che si desta dal sonno di questa misera vita, non si trova altro che pena e rimproverio. (L. 299)
Per questo, l'uomo che sogna, non ha piacere di essere svegliato. Chi, destandolo, tentasse di riportarlo alla realtà della propria condizione, lo disturberebbe, facendogli conoscere la vacuità della propria vita. Così Caterina, quando si propone di ri svegliare i suoi interlocutori, Or non dormire più, ma déstati dal sonno delle delizie del mondo. (L. 112) svolge nei loro confronti l'evidente azione di disturbo, di scuotimento, che può correre il rischio di essere mal tollerata. Rivolgendosi, ad esempio, a Stefano Maconi, Caterina lo esorta ad uscire dalla tenebra e a 'drizzarsi' verso la luce, richiamando da vicino l'immagi ne platoniana del Mito della Caverna: ... con desiderio di veder/i uscire dalla tenebra, e drizzarti verso la luce senza pigliare più indugio di tempo perché ci viene meno, e non ce ne avvediamo, per la cecità nostra. Ma egli è pure da levarsi la nuvola d'innanzi, e ponersi per oggello la verità. La verità è questa: che Dio non vuole né cerca da noi, che la nostra sanlijacazione. (L. 222)
In ognuna delle lettere traspare un invito a risvegliarsi, a correggersi, a decidere per l'attuazione della propria vita: O negligenti, negligenti, clestalevi da questo perverso sonno. (L. l 27) Levatevi, carissima figliuola, dal sonno della negli-
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genza e della ignoranza, gettando a terra la debolezza e la fragilità del cuore... (L. 38) Non dormiamo più ma destiamoci dal sonno che tempo è di sorgere. (L. 355)
Il risveglio si riveste di varie accezioni: è im prontato al «conoscimento» di sé (' levarsi da lla cecità dell ' ignoranzia'), all'impegno nella scelta del pro prio umanarsi ('destarsi da l sonno della negligenza e sposare la verità'), al rapportarsi amoroso nella carità ('estirpare da sé l'amor proprio' e 'dare la vita' per amore): Non è più tempo da dormire, ma è da destarsi dal sonno della negligenza e levarsi dalla cecità dell'ignoranza, e realmente sposare la verità coll'anello della santissima f ede; e annunciare la verità, non tacendo/a mai per nessuno timore, ma larga e liberale; e disponersi a dare la vita, se bisogna... (L. 330) O addormentali, destatevi... Dilatate, dilatate l'anima vostra a ricevere il prossimo per amore e per desiderio. (L. 70)
Il risveglio comporta inoltre tu tta una serie di dinamiche che mettono in movimento le dimensioni assopite del soggetto : La sonno lenza della mente si vuole destare coll'odio e clispiacimento eli sé: e con una impugnazione santa salire la sedia della coscienza vostra, riprendendo se stessa, e dicendo: 'che dormi tu, anima mia'? dormi, e la divina bontà veglia sopra a te: e 'l tempo passa e non ti aspetta. Vuoi tu esser trovata a dormire dal Giudice, quando ri richiederà che tu rendi ragione del tempo tuo, come ru l'hai speso, e come sei stata grata al benefizio del sangue suo? e allora si desterà la mente... e estirpa lo amore proprio dell'anima sua. E per questo modo va innanzi, e va dalla impetfezione alla petfezione; alla quale pare che vogliate venire. Perocché l'amore non sta ozioso ma sempre adopera grandi cose. (L. 38)
E questo passare da lla sonnolenza della mente a l risveglio, dall' imperfezione alla perfezione, dall 'ozio dell'amor proprio a l di50
namismo dell'amore che «non sta ozioso ma sempre adopera grandi cose», è per il soggetto un passaggio dalla potenza all'atto, sulla strada del proprio concretarsi: E però vi prego che vi leviate con vera e petfetta sollecitudine destandovi dal sonno della negligenza, aprendo l'occhio dell'intelletto nell'amore che Dio v'ha, acciò che adempiate la volontà sua, e il desiderio mio in voi. (L. 122)
L'invito a destarsi è un pungolo che fa avvertire l'urgenza del compito: ogni uomo ha un programma di umanazione da attuare ed un tempo stabilito che corrisponde con la lunghezza della sua vita. Di qui l'esortazione a destarsi, a non perdere il tempo: Pregovi dunque per amore di Cristo crocifisso, che siate sollecito e non negligente. Non più dormite nel sonno della negligenza perocché 'l tempo è breve e 'l cammino è lungo. (L. 27)
L'urgenza del compito si commisura con la lunghezza del tempo al soggetto per attuarsi. Essa impone il riscatto di ogni momento, la valorizzazione di ogni istante, di ogni situazione, di ogni incontro. L'anima che ha intravisto la verità del proprio concretarsi: ... non sta a dormire; an co, si desta dal sonno, cercando con grande sollecitudine il modo e la via e 'l tempo, per li quali possa compiere. Egli non si fida di potere aspettare il dì di domane, perché vede che non è sicuro d'averlo. Così voglio che facci tu. (L. 222 a Stefano Maconi)
Il compito comporta l'impiego di tutte le dimensioni e di tutte le possibilità della soggettività, perché venga assolto prima dello scadere del tempo. Su ciascun uomo grava infatti la responsabilità di ogni momento che viene sprecato: E quello che non fusse stato fatto per lo tempo passato, io voglio che si faccia per lo presente. E non aspettate il tempo a cercare la salute vostra, però che il tempo 51
non aspetta voi... Così è perditori del tempo sempre dicono: domane farò. E così si trovano giunti alla morte e non se n'avveggono ... (L. 85)
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DIVENTA CHI SEI
«Voglio che noi siamo quelle anime innamorate di Dio» (L. 69)
Scegliere di rapportarsi a Dio vuoi dire scegliere effettivamente la propria realizzazione. E q uesta scelta dev'essere necessariamente un innamorarsi. Perché per primo Dio si è innamorato dell'uomo, della bellezza dell 'anima sua, da Lui creata a sua immagine e somiglianza: «costretto dall'amore pazzo che aveva in noi» (L. 97) «innamorassi della bellezza della sua creatura.» (L. 28) Scegliendo Dio, non si sceglie una cosa o un' idea, ma una Persona. Una Persona che per prima ha interpellato l'uomo, chiamandolo dal nulla a ll'esserci, attraverso un atto d'amore gratuito: «Egli è il dolce Dio nostro, che ci amò senza essere amato.» (L. I59)
L'amore, dunque, è l'essenza dell 'uomo: «Voi non sete falli d'altro che d'amore.» (L. 16)
Nata da un atto d'amore divino, l'anima dell'uomo è fatta d'amore e può nu trirsi solo d'amore: «L 'anima, eh 'è fatta d'amore e creata per amore alla immagine e similitudine di Dio, non può vivere senza amore.» (L. 113)
L'amore è Dio : solo L ui la può saziare. Senza di Lui, essa muore di fame. La realizzazione più piena dell ' uo mo è allora nel corrispondere amoroso a Dio-amore: «Quando l'anima ragguarda tanto amore, consumasi per amore.» (L. I59) 53
In una parola, l'unica strada per rapportarsi a Lui è l'innamorarsi: «Di questa carità santa io vi voglio vedere tutti innamorati e piene l'anime vostre.» (L. 14)
L'innamoramento è una categoria che vede implicate tutte le tensioni del corpo, dell'anima e della mente. È una categoria che riveste la totalità della persona, le cui energie vengono orientate in direzione della persona amata. Essa consiste nel non riuscire più a far nulla che non sia legato a l pensiero di chi si ama. La persona amata riempie infatti di sé ogni istante, ogni azione, ogni situazione. Se poi la persona amata è Dio, il rapportarsi amoroso a Lui richiede la totalità dell'essere: «Adunque voglio che speriate e confidatevi tutto, e in lui poniate ogni vostro affetto e desijerio.» (L. 78)
«Tutta voglio elle vi diletliale di servire Cristo dolce Gesù.» (L. 224) Il rapporto a Dio richiede che sia finalizzato tutto, ogni istante, ogni azione, ogni pensiero a servirlo, con la tota lità del proprio essere, dandosi totalmente, voltandosi a Lui co n tutta l'anima: «Pregavi per l'amore di Cristo crocifisso, che l'occhio dell'anima vostra sia drizzato con ogni vostra operazione verso Iddio.» (L. 60)
L'amore non ammette tiepidezza, cioè quella pigrizia, quella mancanza di entusiasmo, di vitalità, di passione che il più delle volte paralizza le grandi decisioni: « ... con desiderio di esserti levato dalla tiepidezza del
cuore tuo ... A questa sollecitudine t 'invito, carissimo figliuolo; che ora di 11uovo si cominci a lavorare.» (L. 368 a Stefano Maconi)
La tiepidezza è un grosso pericolo: è l'esatto opposto dell'innamorarsi. Se l'innamo rato infatti è attivo, ed è pronto a 'fare' in direzione della persona amata, secondo il principio ca teriniano che 54
... l'amore non sta ozioso, ma sempre adopera grandi cose.» (L. 199) il 'tiepido', invece, in quanto persona pigra e poco entusiasta, facilmente «Si pone a sedere per negligenzia. » (L. 287) Dio, questo interlocutore st raordinario dell 'uomo non ammette d unque tiepidezza, anzi richiede passione, impegno, continuità di dialogo. Caterina no n si stanca mai di ripetere a i suoi interlocutori l'i nvito a coltivare questa relazione, a lasciarsi accompagnare costantemente dal pensiero dell'amore di lui: «Abbiate dempre Dio dinnanzi agli occhi vostri.» (L. 202)
«Dilettatevi di ritrovarvi spesso col vostro Creatore ... » (L. 301)
Dalla totalità del rapportarsi a Dio scatu risce per l'uomo l'esigenza di conformarsi a lla sua volontà. Chi ama, infatti, tende ad assomigliare a ll 'amato: «egli è fatto uno cuore e una volontà con lui» (L. 101) perché «condizione è dell'amore, d'amare tutte quelle cose che sono amate dalla persona amata.» (L. 51) E poiché Dio ama profondamente l'uomo, conformarsi al suo amore e alla sua volontà nient'altro vuoi dire che indirizzare il proprio amore a livello interumano: «Nel prossimo si prova l'amore che noi abbiamo a Dio». (L. 122)
Il rapporto tra amore divino e amore umano è direttamente proporzionale: aumentando l'uno aumenta anche l'altro: «E quanto più amerete Dio, tanto più si distenderà l'amore al prossimo vostro.» (L. 180)
Dal rapportarsi amoroso a Dio-amore scaturisce una forza propulsiva che spinge ad amare anche l'altro uomo, in quanto è amato da Dio:
.
«Onde, perch 'egli ama Dio, ama il prossimo suo, e ingegnosi di servir/o.» (L. 199) 55
L'amore divino è come un fuoco che dilata le capacità umane di relazione, «consuma ogni freddezza» e «dissolve ogni durezza del cuore e dell'anima» (L. 243) e mantiene 'giovani' e attive le forze migliori dell'anima << .. . sempre ringiovanisce l'anima che se ne veste, e rinfresca/a in virtù, e fortificala e illuminala, e unisce/a col suo Creatore.» (L. /58)
Inoltre l'impatto con l'amore di Dio (il fuoco) è in grado di 'dar
toce' ad ogni rapporto umano, rendendolo pieno ed edificante: «Confortatevi dunque, perocché questo fuoco vi darà la voce, e torrà la fioccaggine.» (L. 208 a Bartolomeo Dominici)
La maieutica cateriniana è dunque una maieutica d'amore: essa ira fuori l'amore dall'uomo, lo invita ad esprimersi, facendo !Splodere e liberare le energie positive assopite nell 'intimo di eiacune: «Dio v'arda d'amore ... » (L . 41 a Tommaso della Fonte)
«Altro non vi dico, se non che tutte le vostre operazioni siano fatte con amore... » (L. 31) «Scoppino i cuori e le anime nostre d'amore.» (L. 69 a Santo di Maco)
L'amore è la verità dell'uomo, la realtà in cui è plasmato, la ensione che lo spinge a relazionarsi, il fine a cui deve tendere, l' en.usiasmo con il quale egli decide di 'correre' verso la sua umanazione: «Oh quanto sarà beata l'anima mia quando vedrà voi e gli altri correre come innamorati, a dare la vita, e non voliere il capo addietro.» (L. 141)
Contagioso è questo innamorarsi. Chi ne ha fa tto esperienza, è 56
in grado di comunicarlo agli altri, con la trasparenza del suo modo di essere, con la passione del suo aver esperito: ÂŤSe sarete quelli che dovete essere, melterete fuoco in tu Ifa Italia ... Âť (L. 368 a Stefano Maconi)
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Destinatari delle lettere citate secondo la numerazione riportata in «Lellere di Santa Caterina da Siena vergine domenicana» con prefazione e note di Lodovico Ferretti, Siena, 1918-1930 e «Le lettere di Santa Caterina da Siena» ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con note di Niccolò Tommaseo» a cura di Piero Misciattelli, Firenze, 1970. l 13 23 27 35
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37 38 41 44 46 51 62 65 70
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72 76 78 82 83 87 88 103 112 116 119 122 127
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128 142 159 165 169
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171 181 184 -
A Monna Lapa, sua Madre. A Marco Bindi , mercadante. A Nanna, figliuola di Benincasa, sua nipote, in Firenze. A Don Martino abbate di Passignano dell'Ordine di Vallombrosa. A Frate Niccolò di Ghida, Frate Giovanni Zerri e Frate Niccolò di J acomo di Vannuzzo di Mont'oliveto. A Frate Niccolò di Ghida dell'Ordine di Mont 'oliveto. A Monna Agnesa, Donna che fu di Missere Orso Malavohi . A Frate Tommaso della Fonte dell'Ordine de' Predicatori , quando era a Santo Quirico nel loro Spedaleuo. A Ser Antonio di Ciolo. A Neri di Landoccio. A Frate Felice da Messa dell'Ordine di Sant'Agostino. A Sano di Maco e agli altri figliuoli. A Daniella da Orvieto vestita dell'abito di Santo Domenico. A frate Bartolomeo Dominici dell'Ordine dc' Predicatori, quando era Baccelliere a Pisa. A Romano Linaiuolo alla Compagnia del Bigallo in Firenze. A Frate Giovanni di Bindo di Doccio de' Frati di Monte Oliveto. A Niccolò Povero, di Romagna, Romito a Firenze. A tre Donne di Firenze. A Conte da firenze, Spirituale. A Monna Giovanna Pazza (de' Pazzi). Ad Angelo da Ricasoli Vescovo di Firenze. A Benuccio di Piero, e Bernardo di Misser Ubeno de' Bel forti da Volterra. Alla Contessa Benedetta Figliuola di Giovanni d' Agnolino Salimbeni. A Minna Pantasilca, donna di Ranuccio da Farnese. A Monna Atessa vestita dell'abito di S. Domenico quando era alla Rocca. A Salvi di Misser Pietro, orafo in Siena. A Frate Bartolomeo Dominici, c a Frate Tommaso d ' Antonio dell'Ordine dei Predicatori, quando erano a Pisa. A Gabriele di Davino Piccolomini. A Sano di Maco, essendo la Santa in Pisa . A Frate Ranieri, in Cristo, di S. Caterina dc' forati Predicatori in Pisa. A Monna Bartolomea, donna di Salvatico da Lucca. A Frate Maueo Tolomei da Siena dell'Ordine da Siena dell'Ordine de' Predicatori in Roma. A Niccolò Soderini di Firenze. A Niccolò da Osimo. Al Priore e Fratelli della Compagnia della Vergine Maria.
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A Stefano di Corrado Maconi. A Gregorio Xl. A Gregorio XI . A Stefano di Riccardo Maconi. Ad Agnello da Ricasoli Vescovo di Firenze. All'Arcivescovo di Pisa. A Maestro Francesco di Maestro Bartolomeo, Medico di Siena di gran fame. A un geoo vese del terzo Ordine di S. Francesco. Al Priore di Cervaia presso Genova. All 'Abba te di Sant' Antimo. A M. Niccolò, Priore della provincia di Toscana. A Come di Monna Agnola e Compagn i in Fi renze. A' Prigioni di Giovedì Santo in Siena. A M. Mariano, Prete della Misericordia essendo a Monticch iello. A Monna Jacoma di Misser Trinci da Foligno. A Frate Niccolò di nanni dell'Ordine di Monte Oliveto, e a Don Pietro di Giovanni di Viva Monaco della Certosa Maggiano presso a Siena . A A Misser Ristoro Canigiani. A Monna Lodovica di Granello. A tre Cardinal i italiani. A Suor Daniela da Orvieto. Alla Reina di Napoli. A Stefano di Corrado Maconi . A Frate Guglielmo d'Inghilterra, e a Frate Antonio da Nizza e Lecceto. A Frate Andrea da Lucca, a Frate Baldo, e a F rate Lando Servi di Dio in Spoleto, es sendo richiesti dal Santo P adre. A Frate Raimondo da Capua dell'Ordine dj S. Domenico in Pisa. A Frate Raimondo da Capua dell 'Ordine di S. Domenico. Ai signori Priori del Popolo, e Comune di Perugia. A Monna Agnesa da Toscanella Serva di Dio, di grandissima penitenzia. Al re dj Francia. A Madonna Lariella Donna di Msser Cieccolo Caracciolo da Napoli. A Madonna Orietta Scotta, alla C roce di Canneto in Genova. A tre Donne Napoletane, Spi ri tuali. A una Donna Napoletana grande colla Reina. Alla Reina che fu di Napoli . N Magrufici Signori Difensori del Popolo, e Comune di Siena. A Stefano di Corrado Maconi. Ad Urbano VI. A Messer Carlo della Pace, il quale poi fu Re di Puglia ovvero di Napoli. A Maestro Rai mondo da Capua dell'Ordine dei Predicatori. Dafl'ediz. d i P. Misciatefli, vol. VI:
IX - A Misser Bartolomeo della P ace. XII - A' Signori Priori dell'Arti et il Gonfaloniere della Giustizia nella città di Firenze.
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BIBLIOGRAFIA SOMMARIA
O pere di Santa Caterina da Siena
Lellere di S. Caterina da Siena vergine domenicana con prefazione e note del p. M. Lodovico Ferretti del medesimo Ordine, 5 voli. Siena, 1918- 1930. Le /el/ere di S. Caterina da Siena, ridotte a miglior lezione, e in ordine nuovo disposte, con note di Niccolò Tommaseo, a cura di Piero Misciatelli , 6 voli. Firenze, Giunti-Barbera, 1970. Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina dottrina, a cura di Giuliana Cavallini, Roma, Edizioni Catcriniane, 1968. Ristampa riveduta , Roma, 1980. Le Orazioni a cura di Giuliana Cavallini, Roma, 1978. Teologia dell'amore, antologia tematica di passi scelti, con prefazioni del card . M. Luigi Ciappi o. p. e del sen. avv. Giovanni Carrara, Roma, 1962 e ristampe successive.
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G. Getto, L 'intuizione mistica e l'espressione letteraria di Caterina da Siena, in G. Getto, «Studi di letteratura religiosa», Firenze, Sansoni, 1967. Card. Giuseppe Ferretto, S. Caterina e l'apostolato dei laici, 'Quaderni Caterin iani', 7, Roma, 1968. Giacinto D'Urso o. p., l/ genio di S. Caterina, 'Quaderni Caterini ani',8,Roma, 1971 . G . Papàsogli, Sangue e fuoco sul ponte di Dio, Roma, Edizioni Cateriniane, 1971. Giorgio Petrocchi, La pace in S. Caterina da Siena, in AA.VV ., Inquadramenti storici, 'Quaderni Cateriniani', 9, Roma, 1975. Giorgio Petrocchi ,La letteratura religiosa dal Duecento al Quattrocento, in « La Chiesa cattolica nella storia dell'umanità», Fossano, Editrice Esperienze, s. d. Luigia Tincani,S. Caterina da Siena per la Chiesa e per il Papa, 'Quaderni Cateri niani', 2, Roma, 1977. Giulia na Cavallini,La verità dell'amore, Roma, 1978. N. G. M. Van Doornik, Caterina da Siena, la donna che non tacque nella Chiesa, Assisi, Cittadella Editrice, 1980. U. Mattioli , Latipologia 'virile' nella biografia e nellalelleratura cateriniana, in AA.VV., «Alti del Congresso Internazionale di Studi Cateriniani», Siena-Roma, 1980, Roma 1981. U. Mattioli, S. Caterina da Siena nella storia della donna, in AA.VV. ,«Caterina da Siena, una donna per tulle le stagioni», L'Aquila , Japadre Editore, 1981. E. Ducci, L 'Etica della relazione nell'Epistolario eli S. Caterina da Siena, in AA.VV ., «Caterina da Siena, una donna per tutlc le stagioni», L'Aqui la, Japadre Editore, 1981. Gabriella Anodal,l/ linguaggio Cateriniano, Siena, 1983. L. Bianchi -D. Giunta,lconografia eli S. Caterina da Siena: L'Immagine, Roma, Città nuova, 1988.
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CAPPELLANI MILITARI DECORATI DI MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE
ACCORSI p. Ettore ARCANGELI don Pacifico BORELLO Mario BORGHI don Pasquino BREVI don Giovanni CARLETTI Annibale COSTA don Antonio DE BARBIERI Pasquale FORNASINI don Giovanni
FRANZONI don Enelio GIULIANI p. Reginaldo LEGA don Igino MAZZONI don Giovanni MONARDI don Elio MORETTI don Aldo MOROSINI don Giuseppe OBERTO don Stefano STROPPIANA don Felice
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M.O.V.M. Accorsi padre Ettore n. 1909 San Carlo di S. Agostino (Ferrara) Tenente Cappell ano All'atto dell'armistizio, benchĂŠ minorato fisicamente c pur essendo nelle migliori cond izioni per sottrarsi a tragici eventi, con animo virile, tenendo fede all'insormontabili leggi dell'onore e sorretto dalla sua altissima missione umana e cristiana, assumeva volontariamente compiti di linee spiccatamente mi litari organizzando formazioni partigiane operanti, per sua audace iniziativa, contro il nemico ledesco aggressore al q uale si imponeva -con intelligenti ardite azioni clandestine ed eroici aui palesi - affrontando personalmente con ammirevole serenitĂ , gravi misure repressive. AllorchĂŠ lllllo rovinava e vana riusciva
ogni reazione ed iniziavano le deportazioni in massa, a lla possibile e consigliaLa fuga preferiva il sacrificio elcil'internamento e, senza esitazione, si univa ai deportati per sostenerli spiritualmente ed essere strenuo difensore nel tormento. Durante la tragica odissea dei campi di concentramento di Polonia e Germania, dava diurna prova eli eccezionale statura morale ergendosi, sprezzante delle reazioni cui si esponeva e sopportando con stoica fermezza dure vessazioni poste in atto, a difesa degli internati soggelli alla inesorabile legge marziale del detentore. Contagiato da tbc., per aver con spirito di sacrificio data sovrumana assistenza
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ai colpiti dal terribile morbo, rifiutava ogni cura e ricusava reiterate proposte di rimpatrio condizionate a disonorevole adesione. Sfinito persisteva nella nobilissima missione, rimpa- triando poi, quale grande invalido, con l'ultimo scaglione. Sacerdote e soldato, nella sintesi più felice, praticò veramente l'eroismo esponendosi con se-
rena consapevolezza a rischi mortali attraverso episodi, atti, contegni, che oltre ad avere pieno carattere militare perché compiuti in guerra e contro nemico spietato - ebbero una gigantesca forza di esempio. Apostolo di sublimi ideali, la sua nobile figura resterà, nel tempo, simbolo di assoluta dedizione al dovere. -FranCia, Polonia, Germania, settembre 1943-settembre 1945.
Di nobile e antichissima stirpe, studiò a Bologna, a Roma, a Torino, a Parigi e a Loviano, nel Belgio, dove si addottorò in teologia. Chiamato alle armi una prima volta, quale cappellano presso il deposito del 26° rgt. art. «Pavia» in Rimini, dal settembre all'ottobre 1938. Rientrato in convento, fu richiamato alle armi nel marzo del 1942 e destinato alla 58a sezione di sanità della Div. «Taro», dislocata in Montenegro. Svolse altri importanti incarichi e fu ispettore generale per la pubblica istruzione fra le truppe di occupazione. Rientrato in Italia con la Div. in agosto dello stesso anno, nel novembre successivo fu inviato in Francia. Incaricato di una delicata funzione, riuscì ad accattivarsi le simpatie della popolazione. Dopo la dichiarazione dell'armistizo, dall'8 al 30 settembre 1943, raccoglieva ed organizzava i militari del Comando della XII C.A. ed iniziava la collaborazione con la Resistenza francese. Fu trasferito dai tedeschi in campi di concentramento in Polonia e in Germania. Rimpatriato nel settembre 1945, fu ricoverato in ospedali della C.R.I., dopo lunghe degenze e convalescenze per infermità contratte nei campi di concentramento, nel luglio del 1946 fu collocato in congedo assoluto. Apparteneva a li 'Ordine dei Domenicani.
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M.O.V.M. Arcangeli don Pacifico n. 1888 Treia di Macerata Eroica figura di sacerdote e di soldato, durante cruent o combattimento, ot tenuto dopo viva insistenza, di unirsi alla prima ondata d'assalto, sla nciavasi, munito solta nto di bastone, a lla testa dei piĂš animosi, giungendo per primo alla trincea nemica . Colpito mortalmente al ventre da scheggia di granata,
incurante di sĂŠ, rimaneva in piedi, appoggiato ad un a lbero, ad incorare i soldati. Trasportato a viva forza al posto di medicazione, sebbene morente, consolava, con stoica virtĂš, gli a ltri feriti e spirava glorificando e benedicendo la fortuna delle nostre armi. Monte Grappa, 6 luglio 191 8.
Compiute a T reia le classi elementari, fu ammesso nel seminario vescovile di Orte e a Firenze conseguĂŹ la licenza liceale. Ordinato sacerdote nel dicembre 19 12 fu nominato , non ancora trentenne, insegnante di storia, scienze e lingua francese nel Seminario vescovile di Orte, essendo parroco di S. Pietro. Giovane di ingegno e di vasta cultu ra umanistica, fu autore di numerose pubblicazioni sto67
riche e letterarie. Arruolato per mobilitazione il l o giugno 1915 ed assegnato alla 93 compagnia di sanità , presso l'ospedale militare del Celio, di Roma, nel settembre dello stesso anno ottenne la nomina a cappellano militare, col grado di tenente, nel 40° rgt. artg. da campagna e raggiunse la zona di operazioni nella Conca di Plezzo. Dopo aver partecipato alla vita di guerra del reggimento dal Mrzli a Gorizia e sul M. Rombon nel 191 6, sul Vodice e M. Santo nel 1917 , alla fin e dell 'anno fu trasferito a l 252 ° reggimento fa nteria della brigata «Massa Carrara», in linea sull' Asolone. I fa nti del reggimento ebbero, da allora, in lui non soltanto un maestro di sicura fede e di sincero patriottismo, ma a nche un compagno assiduo nella faticosa vita della trincea e parteci pe dei pericoli nei combattimenti sul Roccolo, fra il P ertica e il Solarolo, a nord del Grappa. Il 6 luglio 19 18, il 252° reggim ento venne incaricato di procedere a lla riconquista di quota 1503 del M. Grappa, aspramente contesa ed ancora in mano nemica. Il valo roso cappellano ottenne quel gio rno di recarsi al posto di medi cazione, in prima linea, per assistere i feriti, co l segreto proposito di unirsi ai reparti d'assalto, per stimolarli e condurli, per il suo fort issimo ascendente, alla conquista di contrastata ed importante posizione. E infatti, anziché fermarsi a l posto di medicazione, munito unicamente di un bastone, uscì da lla trincea insieme ai suoi fanti e raggiunse in un balzo la vetta fortemente battuta dal fuoco nemico. Mentre ca lmo e sereno animava i soldati a combattere, una scheggia di granata lo colpì mortalmente.
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M.O.V.M. Borello don Mario n.1893 S. Ambrogio (Torino) Tenente cappellano Unico superstite, prodigiosamente scampato all'cecidio di un manipolo di prodi eroi caduti nell 'adempimento di un sacro e volontario dovere, trovava temporaneo e malsicuro rifugio presso una tribù amica. Noncurante del pericolo imminente c con lo spirito costantemente votato all'estremo sacrificio, iniziava e portava a termine, attraverso
difficoltà e disagi eccezionali col costante pericolo della vita, per tre mesi consecutivi una mirabile e intelligen te opera di penetrazione politica che contribuiva a darci, senza colpo ferire, il valido e sicuro possesso di una ricca regione. Fulgido esempio di eccelse virtù militari e d i sublime patriouismo. Lekempti , giugno-settembre 1936.
Interrotti gli studi di teologia intrapresi nell ' Istituto delle Missioni della Consolata in Torino partecipò alla prima guerra mondiale come soldato di sanità nella l" com p. col treno attrezzato W 30 dal settembre 1915, e nell' ospedale da campo n. 150 dal dicembre 69
1917. Fu congedato col grado di cap. magg. nell'aprile del 1919 e conseguita la laurea in teologia venne ordinato sacerdote nel 1920. Partì per le missioni di Etiopia come missionario della Consolata nel 1921 e fu destinato a Bonga nel Kaffa; poi neli'Ullega, dove fondò la missione Konto-Lekempti, ed infine ad Addis Abeba. Nel marzo del 1935, trovandosi in licenza a Torino dopo 14 anni di permanenza in Etiopia, veniva nominato cappeliano militare col grado di ten. e ritornava in Africa con la Divisione «Gravinana» mobilitata. Volontariamente nel giugno 1936 per la sua conoscenza del territorio e di quelle popolazioni entrò a far parte della audace pattuglia che doveva occupare Lekempti. Rimpatriato nel 1939 ritornava all'istituto della Consolata a Torino trasferendosi successivamente in Inghilterra.
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M.O.V.M. Borghi don Pasquino n. 1903 Bibbiano (Reggio Emilia) Sacerdote, partigiano combattente Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell'azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti per la libertà. Imprigionato da nemico, sopportò patimenti e sevizie ma la fede e la pietà tennero ch.iuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai com-
pagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e suUa soglia della morte la sua parola di fede e dì conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi. - Reggio Emilia, 30 gennaio 1944.
Assolse come militare di truppa gli obblighi di leva nella compagnia distrettuale di Campagna (Salerno). Studente nel Seminario vescovile di Reggio Emilia, fu ordinato sacerdote il 5 aprile 1930. Nell'agosto successivo si imbarcò a Napoli diretto a Kartum per 71
inoltrarsi nel Sudan anglo-egiziano e raggiungere il campo di missione di Isoke, sul fiume delle Gazzelle. Rimase nella missione 7 anni e rientrò a Verona il 9 maggio 1937. Dopo aver trascorso alcuni anni nella Certosa di Farnetta (Lucca), dove si era ritirato in vita monastica contemplativa, fu messo a disposizione della curia vescovile di Reggio Emilia, la quale nel gennaio del 1940, lo nominò parroco di Canolo (Correggio). Lasciò Canolo il 17 ottobre 1943 per assumere la direzione spirituale nella parrocchia di Coriano (Villa Minozzo) ove si prodigò nell'assistenza spirituale e materiale di quanti combattevano nelle montagne il tedesco invasore.
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M.O .V.M. Brevi don Giovanni n. 1908 Bagnatica (Bergamo) Tenente cappellano , 9° reggimento alpini Apostolo della fede, manire del patriottismo, in ogni situazione, in ogni momento si offriva e si prodigava in fa vore dei bisognosi, noncurante della sua stessa persona.Sacerdote caritatevole ed illuminato, infermiere premuroso ed amorevole, curava generosamente gli infetti di mortali epidemie . l n transigente patriota, con adamantina fierezza, affrontava pericoli e di-
sagi, senza mai piegarsi a lusinghe e minacce. Di fronte ai doveri e alla dignitĂ di soldato e di italiano preferiva a ffrontare le sofferenze e il pericolo di morte pur di non cedere. E roicamente guadagnava il martirio a i lavori forzati. Esempio sublime di pura fede e di quanto possa un apostolo di Cristo ed un soldato della Patria. Prigionia in Russia, 1942-1954.
Altre decorazioni: Cr. g. al V.M. (Mali Scindelli , Fronte greco, aprile 1941). CompĂŹ i suoi studi nel Seminario di Albino (Bergamo) e in quello 73
regionale di Bologna. Laureato in teologia nel 1934, venne consacrato sacerdote e nel 1935 divenne missionario del Cameroun francese. Dispensato dal servizio di leva, fu chiamato alle armi quale cappellano militare col grado di Ten. nel gennaio del 1941 ed inviato in Albania col btg. «Aquila» del 9° rgt. alp. Partecipò alle operazioni di guerra svoltesi sul fronte greco-albanese. Nell'aprile dello stesso anno rientrò col reparto al deposito · del rgt. e nell'agosto del 1942; partì per la Russia col btg. «Val Cismon» della Div. alp . <du lia». Durante il ripiegamento delle posizioni del Don, la sera del 21 gennaio 1943 , al bivio della strada Rossosch-Waluiki, cadde prigioniero dei russi con i superstiti del rgt. Trasferito prima in un campo di punizione unitamente al col. Russo, ai maggiori Massa Gallucci e Zigiotti, al capitano Magnani, a l ten . medico Reginato, al ten. Ioli e al ten. P ennisi, fu poi condannato ai lavori forzati in base ad insussistenti accuse. Rimpatriato nel gennaio 1954, nell958 fu promosso capit. e dal luglio del l 961 cappellano militare capo, assegnato alla 2a leg. della guardia di finanza a Torino.
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M.O.V.M. Carletti don Annibale n. 1888 Motta Baluffi di Cremona Cappellano militare Dal giorno in cui si presentò a l reggimento, con opera attiva ed intelligente, seppe ispirare in tutti i mil itari i più elevati sentimenti di fede, di dovere e di amor patrio, dando, anche in azioni militari, costante prova di coraggio personale e disprezzo del pericolo. In vari combattimenti,. sempre primo ove più intensa infuriava la lotta, incurante dei gravi pericoli ai quali era esposto, incitava i soldati a compiere, fino a ll'ultimo, il loro dovere, mostrandosi
anche instancabile nel raccogliere ecurare i feriti. Ben due volte riunì militari dispersi, rimasti privi di ufficiali, e, approfittando dell'ascendente che aveva saputo acquistarsi fra i soldati, li riordinò e li ricondusse all'assalto. Intimatagli dal nemico la resa, vi si rifiutò risolutamente, ordinando e dirigendo il fuoco contro le forze preponderanti d eli 'avversario, al quale inflisse gravi perdite. - Costa Yiolina, 15-17 maggio; Passo Buole, 30 maggio 1916.
Assolse gli obblighi di leva, mentre era ancora studente nel Seminario vescovile di Cremona, nel 65° reggimento fanter ia, dall'ago75
sto al novembre 1909. Nel maggio 1915, già ordinato sacerdote, fu richiamato alle armi per mobi litazione e, assegnato a lla 4a Compagnia di sanità, prestò prima servizio presso l' Ospedale militare di P iacenza, poi in un ospedaletto al fronte. Offertosi volo ntariamente per l'assistenza ai colpiti da colera, passò in seguito a l campo contumaciale di Manzano ove nel marzo 1916 gli giunse la nomina a tenente cappellano e l'assegnazione al .207 ° reggimento fa nteria della brigata «Taro», che da poco costitùi to si trovava nei pressi di Verona. Col reggimento mobili tato partì, nella terza decade di aprile, per la zona di operazioni, schierandosi sulle alture fra l'Ad ige e la Vallarsa, di fronte a Rovereto. Durante l'offensiva austriaca nel trentine del maggio 1916, sempre presente nei posti più pericolosi della lotta, riuscì il giorno 16, con il suo persona le ascendente e con illuminata iniziativa a ricondurre a l combattimento circa trecento uomini rimasti privi di ufficiali, ponendosi risolutamente a lla loro testa e rifiutando la resa che gli veniva intimata dal nemico incalzan te. Successivamente, durante g li accaniti combattimenti , dal 27 al 30 maggio, assunto il comando di un reparto rimasto privo di ufficia li , resisté dapprima impavido ai furiosi attacchi nemici, e scattando poi co n fu lmineo contrattacco a lla baionetta man tenne il possesso di P asso Buole, che fu chiamato la «T ermopili d'Italia» per l'eroica resistenza fatta sull 'importante posizione, tra la Vallarsa e la Val Lagarina. Trasferito alla scuola mitraglieri nel marzo 1917 e poi nei reparti d'assalto, fu collocato in congedo nell'agosto 19 19. Allo stato laico, nell'università di Firenze si Laureò in Scienze Sociali e in Giurisprudenza.
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M.O.V.M. Costa don Antonio n. 1898 Massalombarda (Ravenna) Sacerdote, partigiano combattente Dopo aver reso alla lotta di liberazione serviZI veramente eminenti costituendo, ed in se stesso impersonando, un importante centro d i raccolta, vaglio e trasmissione informazioni e dando, con cristiana pietà , asilo nel Monastero di Farneta a molti perseguitati dalla furia tedesça, cadeva, per de-
!azione, nelle mani delle SS. germaniche. Duramente interrogato e sottoposto a tortura manteneva nobile ed esemplare contegno, molti salvando col silenzio e dando, con la sua eroica morte, nobile esempio di fedeltĂ alla Religione ed alla Patria. - Certosa di Lucca, settembre 1943-settembre 1944.
Apparteneva all'ordine monastico dei Cistercensi della Certosa di Farnetta nei pressi di Lucca. Esentato per riforma dagli obblihi militari, fece parte dal 12 ottobre 1943 della formazione partigiana 11 a zona <<PippoÂť, che operava nella zona di Lucca. 77
M.O .V.M . De Barbieri don Pasquale n. 1903 Sestri Ponente (Genova) Ca ppellano militare, 52° rgt. artiglieria, Divisio ne «Torino» Cappellano militare di altissime doti intellettuali e spirituali. Sempre presente dove più incombeva il pericolo ad evitare con la voce della fede e del cuore ogni sofferenZa. Durante un sanguinosissimo combattimento, invitato più volte a porsi in salvo, rifiutava per rimanere presso i suoi artiglieri feriti. Ferito lui stesso in più parti del corpo c reso cieco da un colpo di mortaio, in-
vitato nuovamente a salvarsi, rispondeva: «il mio posto è qui», e illuminato solo da sublime spirito d'altruismo brancolava tra i morcnt i e continuava la sua santa missione ch iudendo l'esistenza feconda di carità e di amore fra gli artiglieri nei quali, in tre campagne, aveva alimentato la fiamma del dovere coi sacri ideali di Dio c della Patria. Arbusow (Fronte russo), 26 dicembre 1942.
Studente in teologia, fu ammesso a lla Scuola ali. sottuff. d i Mil a no nel marzo 1923 e nel febbraio 1924 venne congedalo col grado di serg. Compiuti gli studi nel Seminario di Genova, nel 1928 fu or-
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dinato sacerdote e assunto quale coadiutore della parrocchia di Nervi. Richiamato, nel gennaio 1941, fu destinato come cappellano all'89° ospedale da campo dislocato alla frontiera orientale. Nel luglio dello stesso anno, trasferito al 52° rgt. art . della D iv. «Torino», partì per la Russia. Gravemente ferito nel fatto d'arme di Arbusow, cadde in mano nemica e nella seconda decade di aprile del 1943, decedeva in campo di prigioni a a Tambow.
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M.O.V.M. Fornasini don Giovanni n. 1915 Lizzano Belvedere (Bologna) Cappellano , partigiano combattente store e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano di t rulla, poi a S. Martino di Caprara dove, pure, si era abbauu ta la furia del nemico. Voce della fede e della patria, osava rinfacciare fieramente al tedesco l'inumana strage di tanti deboli cd innocenti richiamando anche su di se le barbarie dell'invasore e venendo a sua volta abbattuto, lui Pastore, sopra il gregge che, con estremo coraggio, sempre aveva protello c guidato con la pietà e con l'esempio. - San Martino di Caprara (Bologna), 13 ouobrc 1944.
Nella sua parrocchia di Sperticano, dove gli uomini validi tuili comballevano sui monti per la libertà della Patria, fu luminoso esempio eli cristiana carità. Pastore el i vècchi , eli madri , eli spose, di bambini innocenti, più volte fece loro scudo della propria persona contro etferrati massacri condotti dalle «SS» germaniche, molte vite sottraendo all'cecidio e tuui incoraggiando, combattenti e famiglie, ad eroica resistent.a. Arrestato c miracolosamente sfuggito a morte, subito riprese arditamente il suo posto di pa-
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Studente in teologia nel Seminario pontificio di Bologna, fu ordinato sacerdote nel gi ugno 1942. Nominato prima vicario, fu poi parroco di Sperticano, un minuscolo paese a pochi metri da Marzabotto, nell'appennino bolognese, nell 'agosto dello stesso anno. Fu ucciso dai tedeschi nel cimitero di San Martino di Caprara, dove si era recato per dare cristiana sepoltura a civi li , vittime di rappresaglie. Gli venne riconosciuta la quali fica di partigiano combattente nella Brig. ÂŤStella RossaÂť con il grado parificato a sottoten .
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M.O.V .M. Franzoni don Enelio n. 1913 San Giorgio di Piano (Bologna) Tenente cappellano, Divisione «Pasubio» fi sico prodott o da fatiche e da "privazioni, noncurante di se stesso, con sovrumana forza d 'animo, si prodigava par assolvere il suo apostolato. Con eroico sacrificio rifiutava per ben due volte il rimpatrio onde continuare tra le indicibili sofferenze dei campi di prigionia la sua opera che gli guadagnò stima, affett o, riconoscenza ed ammirazione di tuili. Animo eccelso votato e cosciente sacrificio per il bene altrui.- Fronte russo, dicembre 1942. Campo di prigionia,
Cappellano addetto al comando di una grande uni tà, durante accaniti combattimenti recava volontariamente il conforto religioso ai repani in linea. In caposaldo impegnata in strenua difesa contro schiaccianti forze nemiche, invitato dal comandame ad allontanarsi finché rre aveva la possibilità, rifiutava recisa mente e, allorché i superstiti riuscirono a rompere il cerchio avversario, restava in posto, con sublime altruismo, per prodigare l'assistenza spirituale ai feriti intrasponabili. Caduto prigioniero e sottoposto a logorio
1942-1 946.
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Nel Seminario regionale di Bologna, compì gli studi classici e teologici. Consacrato sacerdote nel 1936, rimase nel Seminario diocesiano alla «Gioventù Cattolica». Dispensato dal prestare servizio militare di leva, fu chiamato alle armi per mobilitazione nell'ottobre 1940 e nominato cappellano col grado di ten. Destinato all'ospedale da campo 837 mobilitato, facente parte del C.S .l.R., partì per la Russia nel luglio del 1941. Nell'ottobre 1942 passò al Comando della Div. «Pasubio». Nel pomeriggio del 15 dicembre si era recato nei pressi del villaggio di Ogalev sul Don per celebrare la S. Messa ai fanti del caposaldo «Venere» di quota 198, ma il mattino dopo, durante un improvviso attacco nemico, superiore di uomini e di mezzi, rifiutata ogni salvezza volle svolgere dove maggiore era il pericolo la sua opera di assistenza spirituale. Caduto prigioniero e condotto in campo di raccolta rifiutò due volte il rimpatrio per vivere la dolorosa odissea dei militari prigionieri, tra i quali profuse lo zelo ardente del suo cuore di sacerdote. Rientrò in Italia nell'agosto 1946 col rammarico di avere lasciato tanti compagni eli sventura ancora sofferenti nei campi di punizione e nel marzo 1947 fu collocato in congedo e nominato capo nella riserva. Nominato parroco, risiede a Crevalcore (Bologna).
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M.O.V.M. Giuliani padre Reginaldo n. 1887 Torino Centurione cappellano I gruppo CC. NN. d'Eritrea Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell'assistenza dei feriti e nel recupero dei caduti. Di fro nte all'incalzare del nemico alimentava con la parola e con l'esempio l'ardore delle camicie nere gridando ÂŤdobbiamo vincere, il Duce vuole cosĂŹÂť. C hinato su un caduto mentre ne assicurava l'anima a Dio; ven iva
gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all'azione per impedire a l nemico di gettarsi sui moribondi , alto agitando un piccolo crocefisso di legno . Un colpo di scimitarra da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un martire. - Mai Beles, 21 gennaio 1936.
Altre decorazioni: M . A. (Romanziol, 1918); M. B. (Hudi log. 19 16); M. B. (Fornace, 1918). Compiuti gli studi ginnasiali, entrò nell'ordine domenicano nel set-
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tembre 1904 e ricevette, l'ordinazione sacerdotale nel dicembre 1911. Chiamato a ll e armi nel maggio del 1916, veniva assegnato alla l a com p. sanità e aggregato ali 'ospedale da campo 089 in zona di operazioni. Nel giugno successivo veniva nominato cappellano militare presso il 55 ° rgt. fant. Passato a domanda nei battaglioni d'assalto della 3a Armata, combatte sul Piave e a Vittorio Veneto. Nel 1919-1920 fu con i suoi arditi a Fiume e congedato riprese il ministero della predicazione. All'inizio della campagna etiopica, partiva come centurione cappellano del gruppQ btg. CC. NN. «Diamanti».
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M.O.V.M . Lega don Igino n. 1911 Brisighella (Ravenna) Tenente ca ppellano Cappellano militare del P residio di isola lontana dalla Patria e sonoposta a soverchiamc c prolungato assedio, dava ogni propria energia, superando disagi e pericoli, nell'assistenza pirituale e religiosa dei militari della guarnigione. Divenute precarie le condizioni del presidio, frazionato in nuclei isolati dall'azione nemica, proseguiva a piedi - per vie dirme e battute dal fuoco - il proprio apostolato, recandosi, anche allo stremo delle forze c sanguinante nei piedi, sui monti ove ferveva la loua ed ovunque i morenti e i sopravvissuti lo richiedessero, e ponendo la vita con superba serenitĂ e gravissimi ri~chi. Nell'imminenn del-
l'attacco decisivo all'isola, riusciva a raggiungere balleria circondata dal nemico; durame cinque giorni di aspri combanimemi, partecipando al combanimento come servente di cannone, era centro animatore di fede e di amor patrio per il personale duramente provato dall'impari e lunga loua. Caduta l'isola, fisicamente sfinito, radunava i superstiti in auesa di feroce rappre aglia attorno all'Altare e celebrava il servizio religioso levando alla presenza del nemico l'invocazione all'Italia, ripetuta dai presenti. Esempio alti simo di immacolata fede, di virile coraggio e di grande amore di Patria. - Lero, 8 sellembre- 16 novembre 1943.
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Di nobile ed industriosa famiglia romagnola, fu ordianato sacerdote nel maggio del1940. Chiamato alle armi come ten. cappellano nel settembre dello stesso anno, prestò la sua opera presso l'ospedale da campo 515, mobilitato per circa quattro mesi nella zona di Trieste e congedato nel maggio 194 1. Nel febbraio del1942, richiamato, fu messo a disposizione della Marina ed inviato a Lero per l'assistenza spirituale del Presidio di quella base navale allora comandata dall'amm. Mascherpa. Sopraggiunto l'armi stizio, travolta la resistenza dell ' isola dai preponderanti attacchi tedeschi, volle seguire le sorti degli sfortunati combattenti ¡ nelle loro tappe verso i campi di prigionia in Germania. Rimpatriato fra gli ammalati nel settemb re 1945 , e presentatosi al Centro Raccolta di Marina di Venezia, fu congedato il 6 febbraio 1946. Sacerdote di notevole cultura ed autore di pubblicazioni ed opuscoli di carattere religioso, insegnò per quattro anni lettere e filosofia nella Scuola apostolica di Roncovero (Piacenza) e fu direttore spirituale delle A.C.L.I. di Bassano. In segu ito ad incidente automobi listico morÏ a Varese il 23 marzo 1951.
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M.O.V.M. Mazzoni don Giovanni n. 1886 Arezzo Tenente cappellano, 3° reggimento bersaglieri l ° Concessione.
mente a lla testa di un manipolo di milita ri privi d i comandante, nel momento più grave della lotta li trascinò Quantunque dispensato dal presentarsi alle armi, a llo scol'pio della guerra vi arditamente contro il nemico, più forte di uomini e di armi, e, con irresistibi le accorse volontariamente dalla Siria, dove stava esercitando apostolato di impeto, lo debellò e lo costrinse alla religione e di italianità, e fu, nel pro- resa, facendo prigionieri e catturando prio reggimento, costante e fu lgido materia le. Feri to, rimase al combattiesempio del più puro amor di Patria e mento finché non ebbe visto assicurata del più straordinario coraggio. Già tre la vittoria. G ià distintosi per elette volte premjato per distinte azionj di va- virtù militari in numerosi combattilore, primo fra i suoi soldati nel com- menti, sempre im pavido nelle zone più pimento della sua opera, non conobbe fortemente battute dal fuoco avversaostacoli e tenne il dovere mai come lirio, sempre intrepido di fronte ai più mite da raggiungere, ma sempre come , gravi pericoli. - Carso, 23 maggio-5 una meta da oltrepassare . .l n una spe- giugno; Comarie (Carso), 30 agosto ciale circostanza, messosi risoluta1917.
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23 Concessio ne. Medaglia d 'Oro per la guerra 1915- 18, do po aver fi era mente chiesto ed ottenuto l' assegnazio ne ad una unità di prima linea impegnata in aspra lotta, dava continua e chiara testimonianza del suo fervore di apostolo e della sua tempra di soldato, fuse nell'esplicazio ne più nobile delle attribuzioni sacerdotali e dell'ascendente del più schietto ardimento e dell'ineguagliabile a bnegazio ne. In giornate di cruenti combauimemi divideva, con ra ro spirito di sacrificio, gli eroismi di un reggimento bersaglieri, portando a tutti , pur tra i maggiori pericoli, le parole infi ammate della fede e la voce trasci-
na nte del suo coraggio . In un'alterna . vicenda dell' accanita lotta, accortosi di un ferito, rimasto isolato, invocava aiuto, e nonostante che altri tentativi fossero rimasti soffocati nel sangue, con a mmirevole temerarietà e consape· volezza, si la nciava per soccorrere il dipendente, né d esisteva dal suo nobile intento pur quando il piompo lo colpiva ad un fi a nco . Ferito di nuovo e morta lmente, alle estreme risorse vitali a ffid ava la sublimità mistica della sua intrepidezza, raggiungendo l'agonizzante, e spira ndo al suo fianco. Esemp io mirabile delle più elette virtù , e di su blime coscienza dell'ideale patrio. Rassy pna ia-Petropawlowka (Fronte russo), 1-26 dicembre 1941.
Decorazioni: M. O. (Carso, 23 maggio-5 giugno; Comarie, 30 agosto 1917); M. A. (M. Zebio, luglio 1916); M. B. (Monfalcone, novembre 1916); M. B. (Altopiano Carsico, maggio 1917). La sua vita di cappellano militare ebbe inizio in Libia e continuò nell'Egeo, dove a Rodi si ebbe un encomio solenne. Congedatosi fu missionario apostolico in Siria donde fece ritorno volontariamente in Patria per partecipare alla l a guerra mondiale. Arruolato nell ' Sa compagnia sanità nel 1915, fu nominato cappellano militare e destinato al 226° rgt. fant. della Brig. «Arezzo» di nuova formazione. Per il suo valoroso comportamento meritò la prima M. O. rimanendo gravemente ferito in combattimento. Appena guarito ritornò al fronte nel gennaio 1918 quale cappellano militare del reggimento «Cavalleggeri di Treviso» . Dopo il congedo fu prima arciprete a Lussimpiccolo, nell'isola di Cherso, dal 1919 e poi, per molti anni parroco di Loro Ciuffena, della Diocesi di Arezzo. Durante la seconda guerra mondiale, iniziatesi le ostilità contro la Russia ottenne di essere destinato come cappellano militare C.S. LR. Assegnato per la sua età ad un ospedaletto da campo, il 578° della Div. «Torino», chiese appena giunto in linea di essere trasferito ad uri reparto operante e fu destinato al 3o rgt. bers. Sempre presente tra i suoi valorosi bersaglieri fu intrepido combattente, suscitatore di energie, fervido apostolo di fede e di patriottismo. Cadde durante la vittoriosa battaglia difensiva del Natale 1941, mentre per il suo Ministero sacerdotale aveva seguito i bersaglieri della 6acomp. all'attacco di P etropawlowka, piccolo paese di minatori nel bacino minerario del Donetz. 89
M.O.V .M. Monari don Elio n. 1913 Spilamberto (Modena) Cappellano, partigiano combattente Ministro di cristiana caritĂ c patriota di sicura fede, subito dopo l'armistizio si prodigava con solerte e generosa attivitĂ nel soccorrere internati italiani prigionieri alleati, molti ponendo in salvo ed alcuni sottraendo a morte sicura. P rimo tra i cappellani di unitĂ partigiane operanti nell'Appennino Modenese era a tutti di indimenticabile esempio, sia nel santo esercizio della sua missione, sia nei pericoli del combattimento che sempre affrontava con valore di soldato e pietĂ di sacerdote.
Per soccorrere un morente presso le linee nemiche e (come aveva a dire ai compagni prima di uscire dai ripari) per dare la vita allo scopo di salvare un'anima, veniva catturato dai tedeschi, spogliato delle vesti sacerdotali, brutalmente percosso ed avviato a lungo martirio nelle carceri di Firenze. Fra le atroci sevizie, sopportate con fermezza dei fotti, sempre incoraggiava c confortava i compagni sofferenti e li benediceva prima di avviarsi all'estremo sacrificio. Firenze, Piazza Washington, luglio 1944.
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Di modesta famig lia di agricoltori ed avviato al sacerdozio, nel 1936, a soli 23 anni, celebrava la prima Messa a Sassuolo, dove erasi trasferita la famiglia. Conseguì poi, nell'Università Cattolica di Milano la laurea in lettere e dal 1938 al 1942 fu insegnante nel Seminario metropolitano di Modena. Si prodigò durante la guerra nel proteggere e dare asi lo agli ebrei, a perseguitati politici ed a prigionieri delle Nazioni Unite. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 fu a capo di una organizzazione clandestina di soccorsi dalla Svizzera a Roma. Nel maggio 1944, venuto a conoscenza che era stato spiccato un mandato di cattura contro di lui, si rifugiò sulle montagne del Modenese e Reggiano, noto col nome di «Don Luigi» . IL 5 luglio 1944, catturato durante un'azione di rastrellamento a Piandelagotti mentre confortava morenti e feriti, italiani o tedeschi che fossero, fu trasportato nelle carceri di Firenze. Si ritiene sia stato fuci lato assieme ad altri cinque partigiani il 15 o il
16 dello stesso mese.
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M.O.V.M. Moretti don Aldo n. 1909 Tarcento (Udine) Tenente cappellano , 40° reggimento fanteria Cappellano militare presso un reggimento di fanteria impegnato in aspri combattimenti, si prodigava al di là di ogni umana possibiljtà, a capo di squadre portaferiti, per raccogliere ed assistere numerosi feriti sotto il violento fuoco avversario. Mentre assolveva la sua pietosa missione, riportava gravissime ferite ad una mano e ad una gamba. P ur stremato di forze, rifiutava ogni soccorso fino a quando non si era assicurato che non vi fossero accanto a lui altri feriti da raccogliere. Catturato quasi privo di sensi, e tra-
sportato in ospedale da campo, appena in grado di farlo, riprendeva la sua missione a conforto dei compagni connazio nali. Rimpatriato come mutilato, appena iniziata la loua di liberazione contro i germanici nel Friuli, si prodigava, con grave pericolo, nell'organizzare, guidare ed assi tere le formazioni partigiane del G ruppo Divisioni d'assalto «Osoppo-f riuli». Magnifico esempio di ardente patriottismo e di sublime carità cristiana. -Africa settentrionale; novembrt e 1941; Fronte della Resistenza, 1943-45.
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Dodicesimo figlio di modesta famiglia friulana, conseguì nel 1931 la laurea in filosofia presso l'Ace: di S. Tommaso, nel 1932 quella di Teologia presso l'Università Gregoriana, nel 1935 la licenza di specializzazione in stud i biblici (S. Scrittura) presso l'Istituto Biblico, in Roma. Fu nominato nell935 insegnante di S. Scrittura nei corsi teologici del Seminario arcivescovile di Udine e supplente di filosofia teoretica. Nel 1937 cominciò a svolgere attività culturale fra il laicato colto e nell'anno seguente venne nominato assistente ecclesiastico del Movimento laureati cattolici. Dopo la dichiarazione di guerra, avendo l'Ordinariato militare ric'hiesto anche all' Arcivescovo di Udine un contingente di cappellani militari, egli si offrì di farne parte ed il 6 luglio 1940 fu chiamato in servizio. Destinato quale cappellano di mobilitazione al 68° ospedale da campo del C. A; in A. S. vi giunse il 22 luglio; quindi fu trasferito • alla 243 sezione di sanità della Div. «Bologna» ed infine al 400 rgt. fant. «Bologna» sul fronte di Tobruk. Ferito gravemente nel combattimento ad oriente della città, il 26 novembre 1941, venne raccolto dal nemko sul campo e ricoverato prima nel 62° ospedale inglese di Tobruk e poi nel 19° ospedale generale di Geneifa, sul canale di Suez. Alla fine di marzo 1942 venne aggregato ad un contingente di grandi invalidi e di personale sanitario da rimpatriare per scambio di prigionieri e il 12 aprile sbarcò a Brindisi. Nel gennaio 1943 fu collocato in congedo assoluto per le mutilazioni di guerra e riprese la sua normale attività. Nel settembre 1943, dopo la dichiarazione dell'armistizio si dedicò all'assistenza dei deportati che transitavano con ritmo serrato sui treni diretti in Germania, nonché dei fuggiaschi che riuscivano ad evadere. La tragica situazione lo spinse alla lotta clandestina di resistenza e venne nominato dalle Autorità religiose cappellano delle formazioni patriottiche «verdi», cioè delle Brigate - poi Divisioni - «Osoppo Friuli» che contribuì ad organizzare. Dopo la liberazione, dall'aprile 1945 riprese l'insegnamento di S. Scritture nel Seminario. D al 1945 al 1948 fu assistente ecclesiastico dei laureati cattolici e degli universitari della Fuci. Da l 1947 al 1955 fu delegato arcivescovile dell'Azione Cattolica e delle Opere Cattoliche. Dal 1955 al1 962 fu direttore della «Scuola Cattolica di Cultura». Dal 1961 è canonico teologo del Capitolo Metropolita no di Udine e continua l'i nsegnamento biblico in Seminario.
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M.O.V.M. Morosini don Giuseppe n. 1913 Ferentino (Frosinone) Cappellano, partigiano combattente corso di lunghi estenuanti interrogatori respingeva con fierezza le lusinghe e le minacce dirette a fargli rivelare i segreti della resistenza. Celebrato con calma sublime il divino sacrificio, offriva il giovane petto alla morte. Luminosa figura di soldato di C risto e della Patria. - Roma, 8 settembre 1943-3 aprile 1944.
Sacerdote di alti sensi patriottici, svolgeva, dopo l'armistizio dcii'S cttcmbre 1943, opera di ardente apostolato fra i militari sbandati, auraendoli nella banda di cui era cappellano.Assolveva delicate missioni segrete, provvedendo altresl all'acquisto e alla custodia di armi. Denunciato ed arrestato, nel
Ul timo di nove frate lli di modesta famiglia, a l termine degli studi fu ordinato sacerdote il giorno di Pasqua del 1937. Nel secondo conflitto mondiale fu assunto .come cappellano militare dal gennaio 1941 e per 4 mesi prestò la sua opera nel 4° rgt. art. a Lau94
rana. Congedato dopo le operazioni svoltesi in Dalmazia, tornò a Piacenza direttore spirituale di un- collegio. Chiamato a Roma nel luglio 1943 alla d irezione d i una scuola di ragazzi profughi dalle zone sinistrate, dopo 1'8 settembre sceglieva senza esitare la via del sacrificio. Cappellano di una banda costituitasi a Monte Mario, la Banda Mosconi, o ltre che assisten te spirituale ne fu anche la fonte di sussistenza, procurando viveri ed armi. Tradito e denunciato col ten. Marcello Bucchi, che doveva poi essere trucidato alle Fosse Ardeatine, fu arrestato il 4 gennaio 1944.
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M.O.V.M. Oberto don Stefano n. 1908 La Morra (Cuneo) Tenente cappellano , 2° rgt. alp. btg. «Dronero» Cappellano del battaglione «Dronero», magnifica figura di asceta e patriota, sul fronte greco albanese i prodigò con ammirabile abnegazione e sprezzo del pericolo nella sua instancabile aha rnissione di assistenza morale. Rinunciando alJ'esonero, volle seguire i suoi alpini sul fronte greco-russo, dividendo con loro i pericoli e sacrifici. Durante l'estenuante ripiegamcnto dal Don, benché stremato dalle durissime fatiche, diede luminose prove delle sue elevatissime vinù militari c cristiane, portandosi sempre dove maggiore era il rischio, per assolvere il suo compito di conforto agli alpini feriti e congelati.. In fase critica, seppe far rifulgere il suo spirito eroico, meuendosi di iniziativa
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alla testa dei re t i di un plotone rimasto senza comandante c lanciandosi decisamente al contrauacco di preponderanti forze nemiche. Caduto prigioniero dopo strenua loua, quando il bauaglione esaurì ogni possibilità di resistenza, continuò nella sua opera benefica durante le tragiche marce verso l'interno e, fra l'abbandono generale, valendosi del grande ascendente che aveva sugli a lpini, li invitò ad austera rassegnazione, ne leni le sofferenze tras formandosi in medico ed infermiere, ne cond ivise la dura sorte con stoica fermezza. Morì stremato dalla fatica c dai disagi, nel campo di prigionia n. 74 di Oranki il 5 aprile 1943. Sacerdote esemplare e saldo combaueme, ha vo-
luto, col sacrificio, concorrere a tenere in grande onore, in terra straniera, lo spirito eroico del soldato d'Italia. -
Fronte greco-albanese, dicembre 1940aprile 1941; Fronte russo, settembre 1942-gennaio 1943.
Ordinato sacerdote nel 1933 e laureatosi in filosofia nell'università di Torino ottenne la nomina di insegnante ordinario di storia e filosofia nel Liceo «Valsalice» di Torino. Alla dichiarazione di guerra nel giugno 1940, venne chiamato alle armi come cappellano militare ed assegnato al 615° ospedale da campo mobilitato della Div. al p. «Cuneense». Partecipò alle operazioni · di guerra sulla frontiera occidentale, quindi dal 20 dicembre dello stesso anno, passò sul Fronte greco-albanese. Trasferito il l o aprile 1941 al btg. «Dronero» del 2° alp. rimpatriava nel maggio successivo per ripartire per la Russia dopo poco più di un anno, ~l 13 luglio 1942.
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M.O.V.M. Stroppiana don Felice n. 1915 Brà (Cuneo) Tenente cappellano, 81° rgt. fanteria zioni nonostante fosse già stato ferito al braccio sinistro, si rimetteva a cavallo per raggiungere e far serrare sotto i rifornitori. Ritornava fra i primissimi al momento della lotta all'arma bianca per soccorrere i feriti. Rimasto ferito una seconda volta rinunziava ad essere trasportato a ll'infermeria, mentre nel disperato tentativo di soccorrere ancora un ferito veniva colpito da bomba da mortaio alla testa, immolando la sua giovane esistenza nel compimento della sua nobile missione. -Monastirchina (Don), 16 dicembre 1942.
Tenente cappellano di elevatissime virtù militari e cristiane, benché privo di un Qcchio riusciva a farsi richiamare ed assegnare, ad unità combattente e ad evitare poi, in seguito a sua decisa opposizione, il rimpatrio per l'imperfezione comportante la riforma. Sempre presente ove maggiore era il pericolo, in una difficilissima a zione si portava a cavallo in primissima linea per incitare i militari alla resistenza ad oltranza, prima e al contrattacco dopo. A conoscenza dell'urgente necessità di muni-
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Compiuti gli studi teologici nel Seminario Patriarcale di Venezia, fu insegnate di materie letterarie nel Seminario stesso dal 1938 al luglio 1941, allorché ottenne di essere chiamato in servizio militare, in zona d'operazioni. Destinato al 578° ospedale da campo della Div. «Torino», il 20 luglio 1941 partì per la Russia. Raggiunto il fronte, sollecitava l'Ordinariato Generale Militare per farsi trasferire in reparti operanti e alla fine fell'anno fu assegnato come cappellano all'8 1o rgt. fant.
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