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MONCfERS\NO q'remila a1111i di storia ~~ v·~·~
PRESENTAZIONE La zona de/lago di Bracciano- nella quale storia e mito sono tenacememe fusi fino a trasformare il paesaggio in una delle più interessanti suggestioni della nostra cultura- merira una allenta considerazione per la presenza di mtmerosissimi reperti storici diffusi ovunque, che testimoniano n·emila anni di storia, dai primi insediamenti villanoviqni alle civiltà etrusca e roma na, da quella medioevale a quella dei nostri giorni. E naturale, quindi, che la Rivista Militare abbia pensato di rivolge re una particolare attenzione a quesro parrimonio storico in via di estinzione, al fine di poter compiere un utile servizio sia per le popolazioni loca li sia per quelle migliaia di giovani che ogni anno si avvicendano nella Scuola di fanteria e cavalleria di Cesano, nella Scuola di artiglieria di Bracciano, nel Reparto riparazioni dell'aviazione leggera dell'esercito ed in nate quelle unità che operano e si addestrano nel territorio. Perranto questa pubblicazione- che non ha alcuna p re resa di ordine letterario, sciemifico o srorico- è semplicem ente una «guida » che si rivolge al giovane militare che trascorre alcuni mesi nella zona, affinché possa trarre dalla conoscenza della storia un motivo di godimen to spirituale; si rivolge anche alle popolazioni locali, com e contributo al tentativo di preservare il territorio da l degrado. In particolare verranno considerate le rovine di Montera110, w1 luogo incantevole in cui si respira aria di eternità. A Monterano si osserva Ul'l mondo antico in cui la concezione del paesaggio come staro d 'animo è quanto mai viva ed operante; w1 paesaggio che è il vero protagonista della storia, dota to di un li11guaggio spirituale con la sua luce calda e trasparente, con i colori, i silen zi e le solitudini che risalta11o nella immagine cristallina d'una campagna che ha i ca ralteri primo rdiali descrilli da Virgilio, disseminata di resti di antiche civiltà, da rustiche grolle, areare di alllichi acquedotli, strade romane, monasteri, rovine di ville e antiche terme dove le legioni romane si riordinavano al ritorno dalle campagne di guerra prima di entrare trionfalmente in Roma. La Rivista Mi litare si augura che lo scopo informativo e divulgativo che ha ispirato quesro lavo ro- sopratlutto atlraverso un significativo discorso di immagini - possa tornare di gradimento ai giovani che com piono il servi zio di leva nella zona e possa anche conrribuire, sia pure in minima parte, alla valorizzazione dell 'imporranrissimo patrimonio storico esistem e nel territorio. Rivista Militare
Cenni storico-geografici Il territorio comunale d i Canale Monterano corrisponde grosso modo all'antico feudo monteranese. Comprende le rovine di Monterano, i paesi di Canale e Montevirginio, il borgo della Piana, gli stabilimenti termali di Stigliano. È attraversato da un buon tratto del torrente Mignone e raggiunge la massima a ltezza col monte dell'Eremo, dal quale si domina una larga regione che va dai monti delle Tolfa, ai Ci mini, ai Sabatini, a l mare. Le origini dell'abitato risalgono alla preistoria. Conobbe notevoli fioriture nel periodo etrusco, nell'alto medioevo e nei primi secoli dell 'età moderna. Fu distrutto nel 1799 da truppe francesi. I suggestivi ruderi sono s ituati presso il 34° chilometro della strada provinciale BraccianeseClaudia.
MONTERANO.
CANALE MONTERANO. Paese a circa due chilometri da Monterano. È sorto nel '500 a seguito della colonizzazione agricola ad opera di immigrati toscani. Dopo la distruzione e l'abbandono d i Monterano, ne ha raccolto la maggior parte degli abitanti. È il centro capoluogo dell'omonimo Comune.
Sorto nel '600 in parallelo con la demolizione del borgo di Montesassano, avvenuta per far posto al convento dei Carmelitani. Porta il nome del duca di Bracciano e di Monterano che ha espropriato i montesassanesi per donare le terre ad un ordine religioso.
MONTEVIRGINJO.
Borgo sorto sull 'altipiano ondulato posto tra i paesi di Canale e Montevirginio. I suoi abitanti per lungo tempo hanno lavorato nella fiorente azienda agricola e nella fornace del vicino convento dei frati carmelitan i. LA PIANA.
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Vill aggio sorto presso le sorgenti termo-m inerali di notevole efficacia curativa. Utilizzate fin dai tempi più antichi, le terme sono particolarmente fiorite sotto i romani. Attualmente sono assai frequentate nel periodo estivo.
STIGLIANO.
Nasce alle falde dei monti Cimini e si getta nel mare di Tarquinia dopo un tortuoso percorso d i c irca 62 chilometri. Tra i suoi tributari di sinistra s i r icordano il torrente Bicione, che vi affluisce sotto il colle di IL TORRENTE MIGNONE.
Monterano, e la Lenta, il torrente di Stigliano. La s ua portata d'acqua è ora assa i inferiore a quella de i tempi antichi. IL MONTE DELL'EREMO. È alto 545 metri s ul livello del ma re. Il suo antico nome in vigore fino a l '600 era monte Sassano. Po i per un certo tempo venne chiamato monte Virginio. Il s uo attuale nome d i monte Calvarjo è poco usato nel linguaggio sc ritto e mai nella parlata locale.
La preistoria Reperti p reistor ici La mostra delle scoperte archeologiche aStigliano, allestita qualche anno fa nei comuni del Bracciancsc, comprendeva tra il materiale esposto un reperto molto s ignificat ivo per la conoscenza dci primi insediamcnti umani nella zona. Era la parte centrale di una lama silicea preistorica, rinvenuta nel 1975 presso il fosso di Sette Cannelle tra iltcrricc io di una cava di fangh i termali. Il frammento a rcheologico si aggiunse ad una serie d i a ltri manufatti preistorici rinvenuti qualc he decennio fa nelle campagne vicine: tre punte di frecc ia s ilicee, raccolte in localitĂ Prati di Cana le, c quattro frammenti di lame, sempre di sclce, raccolte nelle vicinanze de l fontanile di Cerreto; nonchĂŠ ad altre scoperte inedite di piccoli s trume nti di pietra. I reperti testimoniano la presenza dell'uomo preistorico c rendono quasi certa l'esistenza di inscdiamcnti a ltrcttanto .remoti nella zona, ricca di caverne naturali particolarmente nella valle superiore della Lenta. Le ricerche sul tipo di cultura sor ta nel luogo non sono state ancora compiute approfonditamente, o almeno non sono state ancora pubblicate.
In copertina. Il carnpa11ile della cattedrale. A sinis tra. Panoramica delle rovine dal colle della Madonllella. A des tra in a llo. Cave rne 11ei pressi d i S tigliano. A des tra. Punte di frecce e lame d i pietra del terri10rio canalese.
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Gli studi finora res i noti fanno risalire presumibilmente i piccoli reperti al periodo tardopreistorico, a lmeno due millenni a.C., e accennano al possibile sviluppo a Stigliano di culture appenn iniche, an aloghe a quelle riscontrate ne l versante marittimo dei monti della Tolfa. Nel r imanente territorio cana lese, date anche le caratterist iche morfologiche di alcune zone, sono ritenuti assai probabili a ltri insediamenti preistorici, e sono anche iniziate ricerche in proposito. In particolare, per quanto concerne il territorio più propriamente monteranese, recenti sopralluoghi hanno rilevato importanti, ma non ancora divulgati, indizi e tracce del la presenza di culture preistoriche dello stesso tipo di quelle accertate per i monti della Tolfa e indicate per Stigliano. La greppa dei Falchi
La valle del torrente Bicione nel suo ultimo tratto si restringe tra le due alture tufacec del pianoro della Madonnella a sud e del pianoro di Monterano a nord. Chi percorre la strettoia può notare sul versante sud una serie di grotte artificiali, che si aprono in alto sullo strapiombo roccioso detto greppa dei Falchi. Queste grotte sono inaccessibili e servono soltanto da rifugio a qualche rarissimo rapace che ancora e sporadiéamente è presente nella zona. Le grotte, per la loro particolare ubicazione, hanno suscitato e continuano a suscitare l'interesse e la curiosità della gente, che ne desidera conoscere e prova ad ipotizzarne l'origine c la funzione. Nei discorsi formulati in proposito ricorre particolarmente l'ipotesi secondo la quale il complesso rivela la presenza di insediamenti umani risalenti all'età preistorica. Le grotte in origine dovevano essere sepolcri, facenti parte di una necropoli scavata dai remoti abitanti della zona. La datazione è quanto mai incerta, e, considerati i lavori di escavazione eseguiti, non può essere anteriore alla in troduzione di utensili di mc-
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tallo, e pa rticolarmente di fer ro, capaci di incidere il tufo. Posta ques ta premessa, lo sviluppo de l complesso si può far r isalire, ovviamente con una notevole approssimazione, a i secoli inizia li del primo m illennio a.C.. L' ipo tesi formula ta è verosimile, ma non è s tata fino ra verificata con ricerc he a rcheologic he. So ltanto una indagine geologica de l te rre no, seguita da una a ttenta esplorazio ne su l posto, possono fornire rigo rose r isposte scie ntifiche e probabilmente fare luce sulle fas i cul tura li intermedie tr a la ultima preisto ria e il so rgere della c iviltà e trusca nel territo rio mo nte ranese, e più in gene ra le nel te rri torio sabatino. I campi del Mignone
Secondo la leggenda , Enea, l'e roe tro iano scampato a lla distruzione della s ua c ittà, dopo a ver vagato a lungo per mare giun se ne l Lazio, dove si stabilì definitiva mente con i suoi compagni. Il poeta latino Virgilio, nel narrare le imprese de ll'eroe ne lla sua opera più popola re, !'«Eneide••, ha descritto l'ostilità de lle po po lazioni locali a ll'insediamento degli esuli tro ia ni s barcati a lla foce de l Tevere e la consegue nte reazio ne di Enea, c he r iuscì ad impo rsi con l'aiuto di un eserc ito r accolto tra vari po po li ita lic i. La desc rizione di questo esercito contiene una no tizia inte ressante per la r icostr uzione delle a ntiche vicende monte ranes i. Ne l li bro dec imo del poema s i parla infatti di un contingente d i trecento solda ti provenie nti anc he dai «campi de l Mignone», c itati nella t raduzio ne italiana, con i seguenti ve rsi: « ... • trecento d'un voler so lo in seguita rlo acces i gli aggiungon quei di Ce re, e quei che son.o nei cam pi del Mig none, e Pirgi antiça e la non sa lutifica Gravisca»
L'espos izione leggendar ia, espres sa ne i te rmini sopra riportati, fa supporre l'esistenza agli a lbori della stor ia di genti insediate nelle valli ca-
na lesi e tolfetane attraversate da l torrente Mignone. Il termine «campi », a sua volta, lascia intendere l'assenza di un agglomerato urbano e r ivela la presenza di tanti piccoli stanziamenti d istribui ti lungo le vall i. Da un secolo a questa pa r te la stessa c itazione deli'«Eneide» sta diventando s ignificativa anc he da un punto di vista sto rico, in qua nto trova riscontri in nuove scoperte archeologiche e in nuovi s tudi. Già da lla fine de ll'800 è stata s uffic ienteme nte dimostra ta la presenza di a ntichi ssimi insediamenti nella zona di To lfa , mentre anche pe r il terri torio di Canale, come s i è accennato, recenti ritrova menti, ricognizioni e s tudi stanno confermando la presenza dell'uomo già da lla tarda pre istoria.
Nella pagina a fianco. La g reppa d e i Fa lchi.
Sopra. Il pon.Le di legno sul torre111e Mìgnon e.
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L'età antica Il pianoro di Monterano
Come molte città etrusche Monterano fu costruita alla sommità di una altura, difesa in maniera straordinaria ed inespugnabile. Il pianoro tufaceo, dove sorgeva l'abitato, ha la forma di una «testa di vipera» e si erge fra tre valli comunicanti scavate da altrettanti corsi d'acqua, l'uno affluente dell'altro. A sud-est scorre il piccolo fosso della Palombara, a sud il torrente Bicione e a nord-ovest il torrente Mignone. I pendii sono alti circa cento metri, sono ripidissimi e talora a picco sul fondovalle, rendendo estremamente difficoltoso l'accesso a lla sommità. Il pianoro si congiunge al retrostante altopiano della Palombara attraverso una strozzatura, difesa da una sella naturale detta del fontanile di Monterano. L'opera degli Etruschi ha reso, nel corso dei secoli, ancora più difendibile l'abitato. Le pareti rocciose sono state tagliate a gradoni e in alcuni punti perfino a cornicioni, dei quali si possono ancora facilmente sçorgere le tracce non nascoste tra le sterpaglie. La sella naturale quasi sicuramente fu rinforzata con dei bastioni. Le strade che salivano il colle erano scavate nel tufo e rendevano controllabile ogni accesso alla città.
A destra. Il Cavone, strada etrusca di accesso all'abitalo. Nella pagina a fianco. li pianoro di Monterano, panoramica da ovest.
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Sugli speroni di roccia viva vennero costruite opere murarie, a completamento essenziale delle opere di difesa contro ogni assalto. Le genti che verosimilmente popola\·ano la campagna e le valli montcranesi trovarono nel pianoro il luogo ideale dove concentrarsi per fondare il più munito agglomerato urbano della zona. La citt à etrusca L'aspello esteriore, la strullura e i monumenti di Monterano etrusca sono quasi del tutto sconosciuti per la mancanza di ricerche archeologiche sistematiche, per la deperibilità del materiale impiegato nelle costruzioni c per la sovrapposizionc nello stesso luogo di insed iament i successivi. Il pianoro non è mai stato oggetto di scavi. L'unica eccezione c l'attività illegale e dannosa dei tombaroli clandestini. Le tecniche edilizie etrusche non hanno permesso a gran pane delle costruzioni di lasciare resti consistenti nel corso dei secoli. La pietra era usata solo per le cinte murarie, le porte e le tombe, mentre per le abitazioni e i tempi i si usavano legno c argilla. Le costruzioni medioevali e moderne hanno cancellato o na costo i resti di edifici più remoti. Allo stato auuale l'aspetto della città etrusca può essere soltanto immaginato facendo riferimento alle conoscenze generali della civiltà etrusca. Gli edifici di abitazione dove\'ano essere molto bassi c affiancati. Poggiavano sulla roccia \'iva o su fondamen ta di pietra. Le pareti erano costruite in mattoni crudi, o con intelaiature di pali, canne e rami ricoperti da strati di argilla. Il focolare era addossato al muro o posto al centro della stanza. TI pavimento era d i argi ll a battuta. Il tetto, ricoperto da tegole di terracotta, presentava falde ampie per proteggere i muri dalle intemperie. Tuttavia la maggior parte della popolazione verosimilmente abitava in capanne costruite con pali, rami. canne c ginestra.
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Nel pianoro non esistc\'ano orgenti. L'acqua era trasportata con un ingegnoso acquedotto dall'altipiano di Oriolo c conservata in cisterne scavate nella roccia. on è dato di conoscere o meno l'esistenza di una piazza c non è stata individuata l'ubicazionc dell'area aera. Appena fuori dall'abitato si inizia\'a ad estendere la vasta necropoli. La nec ropoli I rest i più s ignificativi del l'insediamento etrusco a Monterano sono le numerose tombe, che circondavano il pianoro c si estendevano fino ad una distanza di circa due chilometri dal cen tro
cittadino. Le tombe più antiche sono situate nei pressi dell'abitato c quelle del periodo medio, coincidente con la massima prosperità, sono le più lontane. Le tombe dell'ultimo periodo, durante il quale la città si avviò verso la decadenza, si trovano nuovamente nelle vicinanze del perimetro urbano. l sepolcri erano sorti lungo le a ntic he vie d i comun icazio ne, che s i irradiavano dal centro abita to ve rso a lt l'c c ittà c ve rso i circostanti fond i agricoli . Il sepolcreto più vic ino a ll 'abita to, di tipo r upestre, era sta to costr uito s ugli stessi speroni tufacci della rocca. Pa rticola rmen te a s ud, verso la valle di Bicionc, c ad oves t, verso la va lle d i
ri della Bandita sono conservati ne lla sede comunale di Cana le Monterano. Al di là del Mignone si trovano a ltri due sepolcreti ne i territori dell'Ara del Tufo e di Frassineta. Infine, i resti di alcune tombe sono stati individuati nella parte iniziale dell'attuale strada che congiunge la via Braccianese-Ciaudia alla Solfatara, a sud di Monterano, mentre sul restante territorio della Madonnella non sono state trovate altre tracce di tombe etrusche. Le vie di comunicazione
Nella pagina a fianco.
La grou a di Tabacco- esterno. Sopra.
La grolla di Tabacco- inte rno.
Mignone, sono visibili molte tombe a camera. La maggio r parte d i queste, danneggiate da r iadattamenti o da croll i na tu rali, è a ttualmente utilizzata come r icovero del bestiame. Sull 'altopiano della Pa lombara s i scorgono i res ti d i una seconda serie d i tombe. Inizia no da llo stesso pia no ro monteranese, seguono il tracciato di una a ntica via e trusca e a rrivano fino a lla località denominata Pozzo Tufo . Oltre il Mignone, s ul colle de lla Ba ndi ta, s i estende il sepolcreto più ricco. Alle due tombe più conosc iute, ricovero da secoli d i agr icolto ri e pas tori, è s tato dato dalla tradjzione po pola re il nome d i «Gro ttino de lla Ba ndita» e di «Grotta d i Tabacco >>. Alcuni reperti provenienti dai cor redi fun era -
Per raggiungere le rovine di Monterano attualmente occorre percorrere sentieri impervi, quas i ostruiti da rocce e sterpaglie. La situazione era ben diversa nel periodo etrusco, quando una fitta rete viaria carrabile collegava il fiorente abitato con le altre città e con le campagne circostanti. La strada p iù importante era diretta a Cere, l'attuale Cerveter i, capoluogo della regione. Appena fuori de ll 'abitato la via scendeva per il Cavone, in una gola scavata nella roccia, fino a lla valle di Bicione. Superato il torrente, risa liva il colle della Madonnella nella strettoia del Canalicchio e, dopo aver attraversato per una ventina d i c hilometri gli attuali territori d i Manziana e Castel Giul iano, giungeva a destinazione. Una seconda strada s i d irigeva verso un'altra grande metropoli dell'Etruria: Tarquinia. Scendeva il colle scavata nel tufo e attraversava il torrente Mignone con un ponte di legno, non molto d issim ile da q ue llo usato fino a qualche decennio fa, e che, dopo la cost ru zione del ponte d i cemento, sta andando in rovina. Proseguiva poi sulla r iva destra del torrente in d irezione della città. Da questa strada, a ll'altezza del guado del Polverino, si staccava il collegamen to per il villagg io e le terme di S tig lia no. Le c ittà etrusche de ll' interno, come Blera e Barba rano, erano collegate con una comoda strada che passava per l'a ltopiano della Pa lombara e po i costeggiava l'alta valle di Mignone. Una str ada rurale di una ce rta impo rtanza attraversa va le campagne coltivate e i sepolcreti
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della Bandita, dell'Ara del Tufo e di Frassineta. Infine, sul la to meridionale una strada vicina le a gradoni raggiungeva rapidamente la sottostante valle di Bicione. E ra probabilmente usata come scorciatoia per greggi, pedoni, animali da soma. Vita economica e sociale
Si può tentare una descrizione della vita economica e socia le della Monterano etrusca attingendo a lla storiografia antica c a lle pubblicazioni sulle scoperte archeologiche locali. Le princ ipali risorse economiche della c ittĂ
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erano costituite dalla produzione agricola (frumento, vino, olio), dall'allevamento (pastorizia) e dal taglio dc i boschi . A q uesto si aggiunse lo sfruttamento delle r isorse minerarie. Si ritiene che la zona sia stata ricca di miniere di ferro, presenti sicuramente nei vicini monti della Tolfa. Non doveva mancare una certa attivitĂ artigianale, come la lavorazione dei metalli, del legno, del cuoio, nonc hĂŠ la tessitura de lla lana e la ceramica. Le esportazioni riguardavano i prodotti agricoli e i minera li, le importazioni vasellame e oggetti di lusso.
In a lto a sinistra. Tomba de l sepo/cre/0 rupes t re.
S opra. Giara con decora zione a slampiglio.
Ne lla p agina a fianco dall'a lto a sinis tra in senso ora r io. Cippo funerario a forma di casa etrusca. Tazza dipinta con immagine di civelta. Piede di ciotola con graffito il nome di persona " Ve! >>. Fondo di coppa con figura femmini le dipinta.
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Il commercio si svolgeva in prevalenza con Ccre, la città egemone alla quale l'economia montcrancse rimase legata, sia nell'espansione, sia nella decadenza seguita all'annessione romana. Strettamente conne se alle \' icendc economiche furono le trasforma~ioni sociali. La scomparsa dei piccoli inscdiamcnti primiti\'i e la fondazione della città ebbero come conseguenza il definitivo consolidamento della proprietà privata. Alla precedente divisione del lavoro per sesso c per età, si era ormai aggiunta l'ulteriore di\'isionc per classi. Il miglioramento dell'agricoltura c dcll'artigia-
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nato c lo svi luppo dci traffici introdussero una maggiore divisione del lavoro, della quale si approfittò per accentuare le differenze sociali. L'adozione della scrillura, appannaggio di pochi, c l'organizzazione religiosa cittadina costituirono due potenti strumenti di controllo delle classi più deboli. La ricchezza e la propricta terricra si concentrarono in poche mani. Gli aristocnltici, in cambio di protezione, dominavano sui cct i medi e inferiori. l servi c g li schiavi erano praticamente privi di diritti civi li. Dopo la conquista i Romani cancellarono rapidamente la struttura sociale etntsca e la so-
s tituirono con la loro, meno rigida c dove trovarono maggiore spazio politico gli emergenti ccti intermedi dci ricchi artigiani c commercianti c talora anche il popolo minuto. Per contro si fecero piu dure le condizioni delle classi scn·ili, tra il consenso o l'indifferenza della restante popolazione. Il nome antico
Recenti st udi hanno argomen tato c he quasi certamente la dcnomina7.ione e trusca di Mont erano ha un'origine di carattere mitico, c spec ificatamcn tc deriva dal nomc della dca Mt111it1 o
Manwma.
Questa dca regnava sull'oltretomba, il luogo sotterraneo c triste dove, secondo le credenze dell'epoca, si raccoglievano gli spiriti dei defunti. Gli Etruschi , presso i quali era awertito con angoscia il senso della morte, la temevano e la veneravano cd associavano ad essa il culto delle rocce erutt ive c dci fenomeni, attinenti a l sottos uolo, di vulcanesimo residuo, dei quali era ed è tutt'ora ricco il territorio monteranese. Mofctc, putizze, solfatare e sorgenti s ulfurcc sono presenti già ne lle vall i sottostanti il pianoro c ittad ino, a Bicionc c a lla Mola Vecchia. Gli s tessi fenomeni, c altre sorgenti di acque minerali c termali, sono presenti a Frassineta, presso il fosso di Rafanello, e più lo ntano, a lle fa lde de l mon te Seccarcccio, a lla Solfa ta ra e a lla Caldara d i Manziana, lungo il corso de lla Lenta c, soprattutto, ne lla zona terma le di Stiglia no. Col nome della dea i «monteranesi», a loro volta, chiamavano anche la immensa «Si /va Man tiana», il bosco di Manturna, che a llora circondava l'abi tato e s i estendeva dai monti Ceri ti allago, dai mo nti della Tolfa all'altopiano di Oriolo. Con un nome della stessa derivazione venne ino lt re ch ia mata, verosimilmente già dagli Etrusch i, una roccia tipica locale, la pietra manziatw, una trachitc di origine vulcanica e ruttata dalle viscere della terra e usata per venire a contatto e resistere a l fuoco in camini, forni, are sacrificali. La dizione del nome antico della città non è conosciuta, forse nella s ua forma latinizzata era Mantura. Tale nome è s tato trasformato ne l periodo tardo-imperiale romano in Manwranum, cd è s tato facilmente corrotto dalla tradizione medioevale nell'attuale Mon te rano.
Nella pagina a fianco a sinistra. fi1Lemo di caverne nella valle di B icione.
Nella pagina a fianco a destra. Sorgente solforosa nella valle di Bicione.
Montera no e Cere
La m uraglia di Casale
Cere, l'a!!ualc Cerveteri, era uno dei centri più popolosi c potenti del mondo mediterraneo. Fu protagonista dell'affermazione etrusca sulla penisola, principalmente verso il Lazio e la Campania, c sul mare, in conflitto con i Cartagines i c i Greci. Nel corso del VII secolo a.C. iniziò la sua espansione verso l'interno oltre la catena de i monti Cerili. Tolse ad un'altra metropoli etrusca, Ta rquinia, il controllo dci monti della Tolfa, ricchi di miniere, e occupò i monti Sabatini. Ne lle regioni occupa te vennero fondati o fortificati numerosi abitati pe r motivi bellici e per lo s fruttam ento razionale delle abbondanti risorse economic he. Tra questi assunse una particolare importanza Monterano, c he già nello stesso secolo si affermò come un centro fiorente. Nel successivo VI secolo e in parte del V, Monterano conobbe l'apice del suo sviluppo economico e cultura le, come testimoniano l'abbondanza di tombe c la ricchezza dei corredi funerari risalenti a que i periodi. La disfatta navale, infli tta a lla flotta etrusca dai Siracusani nel 470 a.C., segnò l'in izio della decadenza di Cere. Si ridussero i traffici marittimi, la produzione, le attività cultura li e artis tic he. I centri dell'interno segu irono la c ittà egemone nel declino economico. Monterano vide diminuire le sue esportazioni di legname, derrate alimentari e minerali . Chiuse le proprie miniere, ritornò ad una economia agricola c pastorale sempre più modesta. La conquista romana, avvenuta nella metà del IV secolo, segnò la fine dell'organizzazione poli tica ed economica dello Stato cerite. Cere divenne una c it tadina secondaria e molti piccoli centri dell'entro terra scomparvero, tagliati fuo ri dalle nuove cor renti di traffico. Mo nterano restò in vita, ma venne a bbandonata da gran par te dell a popolazione e si r id usse ad un mi sero villaggio.
La piccola valle di Stigliano, dove affiorano le acque !ermo-minerali, è dominata dal colle di Casale, un aspro spero ne di roccia eroso dal torrente Lenta c dal suo affluente, il fosso di Sette Cannelle. La somm ità del colle, c he può essere raggiunta con difficoltà in più lati dove i fianchi formano dei dirupi, ha l'unico lato di facile accesso, verso il retrostante pianoro, sbarrato dai resti di una an tica muraglia di peperino. Il luogo ha attirato l'attenzione degli archeologi ed è s tato oggetto di campagne di scavo, organizzate dalle Università di Chieti e di Macerata a pa rtire da l 1970. La muragli a è stata ripulita e sono state effettuate r icerc he s is tematic he nel territorio circos tante con interessanti ris ultati. Il colle no n ospitò mai ant ichi insediamenti etruschi, come fino ad a llora s i era creduto. La muraglia e ra sic urame nte un'opera di difesa, costruita nel periodo immediatamente antecedente o successivo alla conquista romana della zona. Casa le probabilmente era una roccaforte militare attrezzata dai Romani per la difesa del territorio conquis tato, per il controllo della importante st rada, c he attraversava la valle, e per la preparazione della guerra di conquista contro il limitrofo Sta to di Tarquinia. La roccaforte è s tata usata per poco tempo e poi pres to abbandonata, oppure non è stata affatto utilizzata, verosimilmente a causa di sviluppi bellici non coincidenti con le previsioni strategiche. Consolidato il dominio ne lla regione, i Romani non ebbero nessuna necessità di ripristinare la fortezza, c Casale venne comple tamente abbandonato, mentre ne lla valle si s viluppava il centro termale ed agricolo di Stigliano. Stigliano Il te rritorio di Stigliano è particolarmente r icco di me mo rie a rcheologiche.
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Vi sono s ta te ritrovate, come si è vis to, tracce della presenza dell'uomo preistorico. Gli Etruschi vi fondarono un villaggio, come testimoniano le necropoli e gl i oggetti antichi ivi ritrova ti . L'abita to e trusco, localizzato probabilmente nel bosco a nord dell'attua le s tabilimen to termale, era sorto in corrispondenza de lla importante via di comunicazione che partiva da Cere ed arrivava a Tarquinia a tt raverso l'attuale tetTitorio di Castel Giuliano, le Pietrisc he e la media va lle del torrente Mignone. La presenza delle acque salutari e la passione dei Roma ni per le terme salvarono Stigliano da lla decadenza in cu i erano precipitati i centri et m· schi dell'entroterra ccrctano dopo la conquista romana. Mentre Monterano s i veniva spopolando, Stigliano c resceva di importa nza ed e ntrava ne l periodo più felice de lla s ua sto ria. La fioritura econom ica c culturale del centro romano è testimoniata principa lmen te dai resti di una strada selciata, detta la «Selciatella», e dai ruderi de lle terme e de l tempio, scoperti occas ionalmentc ne l.l928 e mess i in luce e s tudiati durante i recenti scavi archeologici s istematic i. Il santuario e le terme erano dedicati ad Apollo, il dio guaritore delle malattie. Il nome del villagio romano era «Aquae Apollinares», come è stato definitivamente accertato nel corso de lla campagna di scavo de l 1975, col ritrova me nto di una e pigrafe marmorea. L'abitato di Stigliano era il centro di riferimento di una zona agricola molto popolata. Lungo la Selciatella o sparsi nella campagna sorgevano piccoli insed iamenti a carattere agricolo e molte ville-fattoria, a bitate da piccoli e medi proprie tari tcrrieri e dai loro servi tori c braccian ti . Ancora oggi nei quarti di Canale c Manziana, durante l'esecuzione di lavori agricoli, affiorano dal terreno nuovi resti di muri, frammenti di la te rizi c di oggetti di te rracotta. A sinistra in a lto.
Resti della muraglia di Casale. A s inistra.
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Epigrafe marmorea
CO li
dedica ad Apollo.
Sopra. Mu cche maremmane al pascolo ni i prati di Stigliano. A destra. La Selcialella a Stigliano.
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Il ponte del Diavolo
Forum Clodii
La Selciatella, una bella strada romana lastricata con basoli di selce, collegava le terme diStig liano con la importante via Clodia. I resti della strada, alcuni dei quali molto ben conservati, sono visibili poco prima del l'attuale ab itato di Bracciano dove si staccava dalla \'ia Clod ia, intorno al convento dei Cappuccini, s ul li mite meridionale della macc hia di Manziana, nel pianoro di Pian Gugliano c lungo la valle di Sette Cannelle. Ma soprattutto, lasciato il territorio manzianese, colpiscono i resti di una imponente opera di edilizia stradale, che permetteva a lla Sclciatella di attraversare un fosso c la relativa valle: i l viadotto c i l ponte del Diavolo. Il viadotto è lungo circa 90 metri, largo 6 c a lto 9, supera il fosso con una unica arcata, la cui luce è di quasi 7 metri. È costruito in grandi blocchi di pcpcrino, che raggiungono fino a 2 metri di lunghezza, incastrati tra loro a secco senza malta di collegamento. Le spalle del viadotto sono rinforzate con dci contrafforti costruiti alla stessa maniera. La datazione del monumento non è conosciuta. Con ogni probabilità da un primo esame delle tecniche di costruzione, che tra l'altro rivelano e\·identi influenze etrusche, il ponte risale alla fine del periodo repubblicano nel I secolo a.C.. Le attuali condizioni di stabilità dell'opera sono precarie. La mancanza di manutenzione, dovuta al progressivo abbandono della strada, ha permesso la crescita di a lberi e sterpagl ie sul piano stradale. Le piante hanno fatto crollare alcuni blocchi di pietra dell'arco, oltre ad aver d issestato il lastricato c i parapetti. La stabi lità del ponte è attualmente legata alla esistenza di un grosso leccio che, crescendo, s i è quasi sostitu ito a lla chi ave di volta. Alla morte dell'albero, se non si eseguono nel frattempo adeguati lavori di consolidamento, seguirà inevitabilmente il crol lo del ponte.
Dopo la conquista, i Romani o rganizzarono il territorio dello Stato di Cere secondo gli interessi politici, economic i e mili tari di Roma, nuova potenza egemone. La regione dci monti Sabatini fu interessata da una nuova corrente d i traffico che segu iva il tracciato della via Clodia, la s trada c he co llegava Roma con il lago di Bracciano c passava per gli attuali territori d i Manziana e d i Oriolo per poi prosegu ire verso il nord. Il territorio monte rancsc, tagliato fuori dalla nuova strada, r imase validamente legato alla rete \IÌaria romana soltanto in parte, dal diverticolo della Selc iatella, c he, come si è visto, raggi ungeva le terme di Stigliano. A partire dal II secolo a.C., la regione fu ogge tto di una intensa colon izzazione roma na. Gli appezzamenti di terreno vennero assegnati a i ve terani di guerra, che li disboscarono e vi impiantarono aziende agricole. Col crescere degli inscd iamt.:nti fu awcrtita l'es igenza di fornire di un centro urbano adeguatamente attrezzato i piccoli villaggi rurali e i casali sparsi nella campagna. Prese così importanza l'abitato sorto lungo la via Clodia, verso la collina di S. Liberato sul lago di Bracciano, al quale fu dato il nome di Forum Clodii. Le vicende storiche di questa città sono conosciute sol tanto in minima parte.
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A destra. Cippo funerario romano hmgo la Selciatella aStigliano. Nella pagina a fianco. Il ponte del Diavolo.
È sicuro che fu sede di prefettu ra e che si affermò come il centro, non solo amministrativo, ma anche economico e cultura le della regione sabatina. Le u ltime notizie della c ittà r isalgono al VI secolo d.C., periodo durante il qua le fu probab ilmente abbandonata. I resti eli Forum Clod ii sono attua lmente sepolti sotto una boscagl ia d i proprietà privata. Ogni tanto si vedono affiorare dal ~erreno reperti arc heologici ed ep igrafi, c he, dopo un accurato s tudio, permettono di ricostru ì re particolari interessanti del la storia locale.
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Il medioevo I Longobard i A parti re dal IV secolo d.C., i p o po li germa nic i in izia rono ad invadere l'impero ro ma no, orma i in piena crisi economica c s ocia le. L'agricoltura, la p rincipa le risorsa economica dello stato, e ra c rolla ta p rinc ipa lmente a seguito dell 'estenders i di grand i la tifo ndi, chetalo ra avevano la vastità d i in te re province. li sistema schiavis tico, c he fo rniva manodo pera deq ua lifica ta e a b asso cos to, aveva impedito lo svilup po de lle tecnic he d i pro duzione. Le c ittà s i e ra no impoverite. Le campagne, a bba ndona te o mal colti va te, s i ricoprivano di boschi, s tc rpaglic c pa ludi. Le s tra d e, prive di ma nutenzione, di venta va no impra t icabili pe r il c ro llo dc i ponti ed e ra no a ltresì infes tate da ba nde impu n it e d i ra pina to ri. L'ir rigidimento della divisione in classi socia li, segu ito a lla is tituz ione de ll 'impero, e ra comp letamen te degenera to ne lla con t ra pposizione rad icale t ra pochi r icchissimi possidenti e una massa d i braccia nti, ch e, vessati da leggi ingiuste e da un sistema tributa r io in iq uo, a vevano a b bandona to ogn i in iziat iva c si erano posti sotto la p rotezione dei potenti in condizione d i semilibertà. I p rivilegiati, c hiusi nel loro egoismo, a \·cvano perso ogni senso dello stato, e le popolazioni immiserite non avevano alcun interesse a battersi con tro gli invasor i. Per tali mot ivi la Ga ll ia c la Spagna fu rono fac il mente invase nel 406 c solo quattro a nni più ta rd i fu saccheggia ta per la prim a volta Roma. Nel 476 venne deposto l'ultimo impera tore roma no, men tre in iziava, in Ita lia e in Europa, la fo rmazio ne dci regni romano-ba rba ric i. Nel secolo successivo la penisola ita lia na, sempre più devasta ta e s popo la ta da gue rre, carestie e pesti lenze, fu invasa da i Lo ngoba rdi. So tto la nuova ennesima do minazione le condizioni de lle popolazioni non m iglio ra rono e neJr pure cessò il sanguinoso susseguirsi dei conflitti. L' invasione lo ngobarda ri veste una pa r ticola-
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re impo rta nza ne lla ricostru zione d elle vicende s to ric he mo ntc ra ncs i. A ta le e poca, infa tti, s i fa comunemen te risali re l'abbandono di Forum Clodii c la conseguente im migrazione verso il piccolo a bita to di Monterano. La città medioevale La pau ra delle cont inue invasioni dei popo li germanici spinse il vescovo c ris tia no e i residui ab it ~ nti d i Fo rum Clo dii ad abbandona re la pro p ria c ittà, posta s u un territorio scarsamente difendib ile c forse reso a nc he ma la rico dalla incuria dc i campi, c a cerca rs i un luogo più s ic uro dove rifug iarsi. La scelta cadde necessaria mente nel vicino villaggio di Monte ra no, s itua to a lla sommità de ll' imprend ib ile colle, u n te mpo sede de lla fio ren te c ittà e trusca. L'abita to venne a mplia to c fo rti fica to. Furono s is temate le s t rade di accesso, 1·ipris tina te le o pe re d i d ifesa c costr ui te le mu1·a. At torno agli edi fici di culto, a lle residenze del vescovo, degli ecclesiastici e dci fun zionari si addensarono le dimore e gli a bituri de lla popolazione bracciant ile. In questo modo Monterano tom ò a d essere nuovamente il cen tro più importante de lla regione dei monti $abat in i c tale restò fino al decimo secolo, quando la d iocesi fu assorbita da Sut ri. Venu to a mancare il vescovo e i fu nzionari della curia, la città perse di im portanza e si ridusse a castello, abitato dal proprietario o dagli a mm inistratori del feudo e da poch i braccia nti e servi tori. Soltanto dopo il 1300 in iziò la 1·ipresa c ulturale, econom ica c demografica de ll'an tico insed iamento, q uando o r mai il prima to della zona s i e ra sposta to nuovamente, c questa vo lta per sempre, su lle rive del lago a favo re de ll 'eme rgen te centro d i Braccia no. A questo punt o è inte ressante r ipo rtare una b reve descrizione de ll'abita to monte ran cse, contenuta in una relazione su un viaggio di papa Clemente VIII, c he ne l 1597 già in e poca postmedicvale, raggiunse Braccia no di rito rno da All umie-
r e passando pe r una s tra da o ra scompa rsa che a ttraversava la valle di Mignone, forse segue ndo il traccia to d ella a ntica via e trusca: « ... cavalcando pe r c hine scoscese, passato il Mignone, che con c hia re e freschiss ime acque a ttraver sa quelle montagne, ent rammo ne l vago e dile ttevole paese di Mo nte rano, famoso pe r gli o ttim i vini, verdcggiantc pe r gli spessi e fo ltissimi g rani ... » La serie dc i vescovi c ll'ana rc h ia che s i accompagnò a lla di sfa tta de ll' impe ro roma no c a lle invasio ni germa nic he, il vescovo c ris ti ano, capo s piritua le inizia lme nte e letto da l cle ro c dal popolo, assunse a nc he poteri c ivil i c rimase l'u n ica a u to r ità pubblica che r iuscì a d assicura re una certa con tinui tà ammini st ra tiva a lle c ittà. Successivamente i poteri dc i vescovi fu rono a lla rgati da i Bizantini , c he a ttribuiro no lo ro determina te fu nzio ni pubblic he nei territo ri it a lia ni conq uis ta ti con le sang uinose spediz ioni de l Vl secolo. La fo rmazio ne de llo S tato Pontific io, sorto ne ll 'VIII secolo sulle rovine del b izantino Ducato Romano, vide definitivamen te confer mato il po te re poli tico de lla Ch iesa su Roma e il ten-ito rio circostante. Nella regione sabatina il ve. covo si insta llò natu ralmen te nel centro più importante: Foru m Clodii. La p r ima not izia della dioces i fo roclodiesc è del 3 13 c l'ul tima dci primi anni dc i SOO. Il tras po rto della sede vcscovilc da q uesta città a Monterano viene collocato tra i primi de l 500 e il 649, a nno ne l q ua le appa re pe r la p rima volta u n vescovo di Mo nte ra no.
Nella pagina a fianco. Il palazzo feudale 11el 1781.
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L'unione della diocesi a Sutri viene fatta risalire intorno all'anno l 000, in quanto l'ultima notizia di un vescovo monteranese è del 998. Infine, per una maggiore completezza di questa breve illustrazione, si riporta di seguito la lista dei dodici vescovi monteranesi finora conosciuti, con a fianco indicata la data dei concili romani cui hanno partecipato l . Reparato,
2 3 4 5 6 7 8 9 lO Il
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Esilarato, Opportuno, Don no, Bono, Teodosio, Teodoro. Floro l, Floro I l , Giovanni l, Ma rtino, Giovanni II,
649 680 721 761 769 826 853 869 964 967 998
I contadini
I foroclodiesi trovar·ono sul pianoro di Monterano un rifugio più sicuro alle scorrerie degli invasori, ma per il resto le loro condizioni sociali ed economiche non migliorarono di molto. L'economia monterancse rimase verosimilmente basata su una povera agricoltura di sussistenza, alla quale erano dedite le masse dei braccianti in condizione di asservimento e di miseria. L'aratro di legno riusciva soltanto a scalfire il terreno e non a rivoltare a fondo le zolle, mentre le concimazioni erano raramente praticate per la mancanza del letame di stalla. Di conseguenza la resa dei campi era irrisoria: ogni sacco di grano seminato ne restituiva al massimo due ad ogni raccolto annuale. Le cares tie erano ricorrenti c la sottoalimentazione dci bracc ianti era una costante. Molte risorse dovevano tuttavia essere repcrite con la utiliaazionc della ricostituita Silva Mantiana. In questa immensa zona boscosa pascolavano i maiali, nidificavano le api e ne lle radure si a l-
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levavano le pecore. Gli alberi fornivano il combustibile e la materia prima, non solo per la costruzione delle abitazioni dei contadini, ma anche per la fabbricazione della quasi totalità degli attrezzi agricoli e degli utensili di uso comune. Dopo l'anno 1000 il miglioramento delle tecniche agricole rese meno miserabile l'alimentazione del popolo minuto. Vennero introdotte le rotazioni tricnnali delle colture, l'aratro di ferro a vcrsoio, le lcguminosc (i fagioli), i mulini ad acqua. La resa del grano comunq ue non riuscì a salire ·o ltre il rapporto di l a 5 tra seminato e r·accolto. Nel XII-X lii secolo l'aume nto degli scambi commercia li ebbe come conseguenza il passaggio da una agricoltura d i suss istenza ad una agricoltura a lme no pa rzia lmente di mercato, e iniziò la tendenza a l supcramento della servitù della gleba, che tra l'a ltro aveva pe rso i suoi connotati più vistosamente rcpressivi, verso altri sistemi di conduzio ne dci camp i, qua li la mezzadria e l'affitto. Con i nuovi rapporti di lavoro vennero c liminate alcune ingiustizie c fu resa possibile alla lunga una certa mobilità dci lavoratori, ma non migliorarono sensibilmente le condizioni di vita, nè cessò l'asservimento di fatto del bracciante al proprietario della terra. La condizione contadina, così delineata, rimase grosso modo inalterata per circa c inque secoli. fino alla seconda metà del XIX secolo. I feudata ri I feudatari, cioè gli assegnatar-i o comunque i titolari di territori più o meno vasti, erano nominalmentc sottoposti a ll 'autorità regia, ma sovente s i comportavano come governanti assoluti di s tati sovran i. Comandavano le forze militari, amministravano le terre ed eserc itavano attività giud iziarie . Riscuo tevano o anche imponevano il pagamento d i tributi persona li, tasse per l'uso obbligatorio dei pro pri forn i, mulini e franto i, e dazi d i trans ito. Esigevano prestazioni g ratuite d i manodopera per l'esecuzio ne d i lavori agricoli.
Nel vasto Stato Po ntificio l'autorità del papa era per lo pi(r nominale c i s ingoli feudi locali e rano continuamente sconvolti da crisi interne e conflitti esterni. Soltanto nella prima metà del XVI secolo, i papi dell'epoca riuscirono a contenere i poteri delle s ignorie locali ed iniziarono ad assoggettarle al potere centrale. Dopo di che i feudatari si qualificarono soltanto come grandi latifondisti, beneficiari di rendite agrarie parassitarie . • Dopo il trasferimento della sede vescovile a Sutri, anche il territorio di Monterano fu oggetto di una se rie di concess ioni, compravendite cd anche usurpazio ni da parte di singoli feudatari o di enti ecclesias tici. Nel X seco lo la S. Sede donò metà de l feudo a ll a Abbazia d i S. Paolo, conservandone la restan te me tà. S uccess ivamente Montera no venne d iviso tra vari proprietari e comproprietari, i cu i nom i non sono tu tti conosciuti. Ne l '400 s i ebbe un vero ca rosello d i passaggi d i titolarità, s ia a benefic io di s ignorotti loca li, come un certo Pensoso e i suo i fi gli, sia de lla nobiltà cittadina, come i Colonna, gli Anguillara, i Mellini, i Rovere, i Cibo, mentre l'Amministrazione pontificia inte rveniva continuamente nelle vendite come parte o come sostenitrice di una parte. Nel 1492 Monterano fu venduto da Franceschetto Cibo, figlio naturale del papa, alla famiglia Ors ini, che restò proprietaria del te rritor-io per circa due secoli, sa lvo tre brevissime intcrr·uzioni. Nel l 671 la città fu acquistata, insieme a Viano, Oriolo e Montevirginio dagli Altieri, che furono gli ultimi titolari del fe udo monteranesc. I condottieri
La guerra, attività tipica del feuda lesimo, era comunemen te usata come un ordina rio mezzo di com petizio ne econom ica a llo scopo d i dominaNella pagina a fian co. Il Conven 1o di S. Bonaventura nel 1781.
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re nuovi mercati e abbattere la concorrenza commerciale. Con la formazione delle grandi monarchie o degli stati regionali, la guerra, non più limitata a modeste spedizioni di poche decine di giorni, si specializzò e divenne essa stessa oggetto di speculazione economica. I sovrani, che non si fidavano della lealtà dei loro feudatari, c questi ultimi, che diffidavano di armare i loro sudditi più poveri e vessati, preferirono costituire le loro forze armate con truppe mercenarie. Cadetti delle principali famiglie feudali, reduci, disoccupati, sbandati e anche amanti del risch io e del guadagno facile formarono numerose compagnie di ventura che si ponevano al servizio del migliore offerente. Ogni compagn ia e ra comandata da un condottiero, c he trattava la convenzione, o condotta, per i propri uomini. I condottieri naturalmente cons ideravano la guerra un affare e non esitavano a passare, per conseguire maggiori guadagni, da un campo al campo avversario, o a saccheggiare tanto il paese amico che nemico. Alla fine del '300 e agli inizi del secolo successivo anche Monterano divenne noto per i suoi capitani di ventura, vale a dire per Coluzia e Gentile. Di Coluzia da Monterano si hanno scarse informazioni. Si sa che fu inviato nell382 dal papa a sedare la rivolta di Comcto, l'attuale Tarquinia. Gentile da Monterano è invece più conosciuto c di lui si hanno maggiori notizie. Era comproprietario del feudo monteranese e partecipò in vario modo alle vicende legate all'anarchia baronale e alle lotte di successione del regno di apoli, venendo considerato uno dei più celebri capitani del suo tempo. Si pose al servizio del re di Napoli, Ladislao di Durazzo, che tentò invano di estendere la sua egemonia sulla penisola, c poi del suo rivale, Luigi Il d'Angiò, mentre, contemporaneamente, nel 1410, riceveva da l papa importanti inca richi amm in is tra ti vi. 1?. difficile dare un giudizio storico su i due per-
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sonaggi stanti le grosse lacune nelle loro biografie, si può solo affermare che essi furono due tipici rappresentanti della loro epoca. Il vino Negli ultimi secoli del medioevo Monterano non era famoso soltanto per i suoi condottieri, ma anche per il suo vino, definito la migliore bevanda della penisola. La fama del vino monteranese trova particolare eco in una lettera-relazione del 1549, redatta da Sante Lanccrio, l'esperto bottigliere di papa Paolo III, della quale si riportano i seguent i brani: Caratteristiche del vi11o. «TI vino di Monte rano s i porta a ll 'alma Roma per terra da un castell o così chiamato, distante da Roma una grande e grossa giornata. Questo è un caste llo ant ico di casa Ors ina e t vi è una grandissima selva denominata Lamantiana. Questo vino è tanto buono, c he a voler narrare la sua propria bontà e t scrivere assai, sa re i troppo lungo et non potrei tanto scriverne e laudarlo, quanto più merita essere laudato. Tale vino credo certo, secondo il mio giudizio et la mia esperientia, non habbi pari bevanda in tutta Italia. In questo vino sono tutte le proprietà che possa et debba ha vere un vino, in esso è colore, odore e sapore, l'odore di viola mammola, quando comincia la sua stagione, il colore è di finissimo rubino, et è saporito s i che lascia la bocca come se uno avesse bevuto o mangiato la più moscata cosa che si possa ». Il rerre110. «Et questo credo che proceda, che il terreno, dove si piantano le vigne è molto forte c tufato, et è luogo ca lido, rispetto alle grandissime se lve che lo circondano, et anco in molti luoghi il terreno, per la sua calidità, sente il zolfo». L'«egoismo» del papa e la «pazienza» dei cq.rdinali. «D i tale sorte di vino Sua Santi tà beveva volentieri et assai, cl cominc iava a berne a lli primi vini novi. Et il principio era S. Martino c he pria non havria portato vino nuovo, non che bevutone, et
continuava a bere a tutto il maggio delli dolci, et anco, se si salvavano, ne beveva a tutto luglio. Et gli asciutti ne beveva nella stagione rimanente, et faceva onore a l luogo. Di tali vini molti prelati vorriano bere, ma per essere il luogo picciolo, vi si fa poco vino, onde bisogna che essi habbino patienza>>. Co11clusio11e. «Io non mi sazierei mai, nè potrei dare tante lodi al detto vino, quanto è meritevole la bontà et pcrfettione sua, ma lascerò luogo a ll 'esperienza, et al vino la sua bonta, per non affaticarmi a cosa impossibile». Sotto. Ruderi della ca1tedra!e altomedioevale. Nella pagina a fianco. Canale nel 1781.
L'età moderna Gli emigr anti tosca ni Nel '500 la c risi commerciale, art igianale c manifa tturiera c he iniziava a colpire l'Italia, nonché il contemporaneo attenuarsi, nello Stato Pontiric io, dei conflitti tra i vari potcntati locali, incoraggiarono gli investimenti agricoli c spinsero i la t ifond is ti ad impiegare capita li ne llo svilu ppo de i loro vast i possed imen t i. Anche gli Ors ini di Monterano c di Braccia no, come i S;ntac rocc di Viano c l' Is tituto di S. Spirito, proprietari di larghe quote della Silva Mantia na, fumno presi dal deside rio di rendere pro·
duttivi i terreni boscosi con l'impia nto di redditizi vigneti e colture razionali c si misero alla ricerca di nuovi braccianti per la colonizzazione. Ne llo stesso periodo una grave crisi politica attanagliava gli stati toscani. La Repubblica di Fi re nze ven iva abbattuta defin itivamente ne l 1530 dalle forze imperia li e la vic ina Repubbl ica di Siena subiva la stessa sot·tc qualche decennio più tardi. l governi repubblicani, di tradizione libertaria, vennero sostituiti dal dominio assoluto del· la casata fiore ntina dc i Med ic i, che fondò il Ducato d i Toscana. Le devastazio ni prodotte d a i lunghi conflitti e la conseguente crisi economica spinsero molti toscani, cd anche molti abitanti della limit rofa Umbria, ad abbandonare la propria ter ra. Un buon numero di emigranti, in prevalenza
taglia lcgna e boscaioli, s i stabilì nella Sil\'a Mantiana, bene accolto dai proprietari del luogo, dove iniziò l'opera di disboscamento c la messa a coltura di nuo\'e piantagioni. I nuovi venuti si o rgan izzarono in vari nuclei di capanne, costr uite principalmente a lle fa lde del monte Sassano, l'a l!uale monte de ll'Eremo. Quando le capanne furono sost ituite da edirici in muratura, ebbero origine, con varie vicende, i primi insediamcnt i stabi li degli a ttuali centri di Canale, Mo ntevirg inio, Ma nz iana, Quadron i, Orio lo. La di scendenza toscana delle popolazioni de lla zona è tuttora testimoniata da var i elementi: aspetti del ca rattere, motivi religiosi, e sopratLUtto dall'inflessione del linguaggio c da molti termini comunemente usati nei dialetti locali.
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Oriolo e Manziana
Oriolo. L'abitato di Oriolo fu fondato per volontà di Giorgio Santacroce, feudatario di Viano, sul colle omonimo di sua proprietà, fino ad allora coperto da una fitta boscaglia e abitato soltanto da pochi capannari. I primi coloni del nuO\'O insediamento giunsero dall 'Umbria nel 1562, probabilmente in ades ione ad un bando di reclutamento. Il piano urbanistico orio lcse era molto dettagliato c finaliuato ad un ordinato sviluppo agricolo, artigianale c commerc iale. Vennero previste le zone fabbricabili, le arce agricole di proprietà diretta del Santacrocc c quelle da affittare ai coloni, le zone da lasciare a bosco c quelle da destinare a pascolo. Furono costru iti i necessa ri se rvizi, c he rimasero di proprietà del feudatario: il forno, la panetteria, il macello, la pizzicheria, il mulino, il frantoio, una osteria-albergo. Vennero altresì impiantati due stabi limenti artigianali: una ferriera e una vetreria. Il Santacroce inoltre fece costru ire il suo palazzo sulla piaaa principale, pane delle mura cit tadine c la chiesa di S. Giorgio fuori dal centro abitato. Nel 1606 il feudo fu venduto agli Orsini, che lo rivendcttcro nel 1671 agi i Al tieri. l nuovi proprietari favorirono l'ampliamento dell'abitato, fecero ingrandire il palazzo e ricostruire dalle fondamenta la chiesa di S. Giorgio. Attualmente il palazzo Santacroce-Altieri è di proprietà dello Stato c viene aperto al pubblico a cura della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio.
Ma11ziww. Contemporanea o di poco posteriore ad Oriolo è la fondazione di Manziana sulle falde meridionali del monte Sassano, dove i capannari avevano iniziato mezzo secolo prima la messa a coltura delle terre. ~infatti intorno a l 1570 che l'Istituto di S. Spirito, proprietario del territo rio, promosse l'edificazione di un abitalo in muratura, a poca dis tanza dai resti del diruto villaggio medioeva le di S. Pupa.
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Come Oriolo, l'abitato venne dotato dei necessari esercizi commerciai i. Furono inoi tre costruiti il palazzo dell 'Is tituto e la chiesa di S. GioYanni. c poco lontano sorsero le borgate del Vicinato e di Quadroni. Qualche anno più tardi Manziana venne ordinata dall 'architetto Ottaviano Mascherino con un progetto urbanistico, che ancora oggi ne caratterizza validamente il centro storico. Canale l col0ni, s tabilitis i nella prima metà del '500 sul versante occidentale del monte Sassano, diedero vita a l primo nuc leo abitato dell'attuale Canale Monterano. Le loro abi tazion i furono all' inizio. come avveniva nell'intera zona, delle capanne. c he non dovevano essere molto diverse da quelle che s i cos truivano in campagna per uso agricolo fino a qualche decennio fa. Avevano la pianta quadrata o circolare, l'ossatura era composta da pa li, mentre le pareti c il tetto erano ottenuti con rami, canne, ginestra c scopa. Gli edifici in muratura furono costruiti successivamente quando gli immigrati si fecero più numerosi. L'abitato di Canale non è sorto in base ad un rigoroso piano regolatore come Oriolo, concepito per un «insediamento modello ••, né è stato ordinato con precisione come Manziana, regolarizzata da un architetto della statura del Mascherino. Canale è sorto secondo un progetto-base assai semplice, frutto con ogni probabilità della sola esperienza delle maestranze locali, ed è cresciuto spontaneamente secondo le esigenze dei singoli coloni. Il nucleo principale del paese, corrispondente all'attuale corso, è stato ottenuto dal disboscamento delle falde del monte a forma di un «canale» con direzione da nord a sud, lungo il quale sono sorte le abitazioni, le botteghe artigiane, g li eserc izi commerc iali, c una piccola c hiesa, oggi c hiama ta Oratorio. Ne l nuovo insediame nto non vennero costruite opere di particola re valore a rtist ico, present i
invece a Monterano, capoluogo del feudo. La Chiesa dell 'Assunta, uno dci pill riusciti edifici di culto dell'intera zona, fu costruita più tardi. In origine l'abitato non aveva un nome preciso ed era indicato dai montcrancsi col termine generico «le capanne», così come Manziana era conosciuta come •clc capanne del S. SpiritO». Successivamente venne chiamato Villa di Canale di Mag liano o semplicemente Canale. Soltanto dopo l'annessione allo Stato italiar1o assunse l'attuale nome di Canale Monterano. I castelli
Nella zona intorno a C<111a lc, per un raggio di c irca un ch ilometro, sorsero in vari pe riodi tanti piccoli inscdiamcn ti, ottenuti dal disboscamento della se lva. Ques ti insed iamcnti venivano chiama ti dtllla popolaziom: castelli o castel/e/li, secondo una terminologia di derivazione tardo-romana. Ad ovest dell'attua le st rada provincia le si formarono i cas telli del Giglio, di Bonivcnto, dell a Carraiola, del Ghetto, dci Marioni, delle Case Nuove, mentre nella parte alta presero vita i castelli di Monte Cavallo, della Riccia, del Castagno, dei Bravi, c, più lontano, del Monte della Rosetta e del Monte Guasto. Tra un castello c l'altro c tra questi c Canale, si estendevano boschi, anche piantati a castagno, prati, ,·igne e orti. Le strade di comunicazione erano semplici sentieri di campagna in terra battuta c delim itati da siepi. Col crescere degli abitanti, o comunque del numero delle case di abitazione, i vari castelli si trasformarono in quartieri. I primi ampliamenti interessa rono le Case Nuove, Monte Cava llo, la Carraiola c i Bravi. Tuttavia la gran parte degli inscdiamenti perife rici è stata unita al centro cittadino soltanto in epoca recentissima, c precisamente dopo il 1960. Il Mon te Guas to, abbandona to definitivamente c irca venti a nni fa, c il Mon te de lla Rose tta, invece, sono rimasti separat i da l restante abitato e sono anco ra c ircondat i da bosch i di castagno.
Sopra.
L'er emo
Ma11:ia11a: il palazzo del S. Spiri/o.
Sopra a destra. Oriolo: il palaz:.o Sa/1/acruce-AIIieri.
Per ques te lo ro carnueris tic he a 11ua lmente cost ituiscono gli uhimi esempi di castelli rura li canalcsi c rappresentano una s ignificativa testimoni anza de lla evoluzione u rbanistica del terriIOrio.
ci primi anni del '600 gli Orsini di Bracciano c di Monterano, da poco proprietari anche di Oriolo, Viano c Rota, manifcst arono la loro intenzione di favorire la costruzione di un eremo su l monte Sassano. In pal'licola rc Virginio Ors in i. frate carmelitano c fig lio dell'omonimo duca, rinunciò ai suoi beni e impose a l fratello , il nuovo duca Paolo Giordano, l'onere di donare all'ordine religioso dci Carme li tani Scalzi una consistente somma di danaro pe r avviare la cost ruzione dell'eremo.
T lavori, i n it. ia t i nel 1651 su l terreno dona to dallo stesso Paolo Giordano, ebbero termine nel 1668. Il comcn to si presenta,¡a come una imponente costrut.ione a pianta re11angolarc. Nel primo piano erano s is temate le dodic i celle dei frati, nove stanze per g li ospiti, i luoghi di preghiera c molti serviz i come la c ucina, il rcfeuorio , la di s pensa, la libreria, la sala per con¡ fcrcnze . cl piano superiore selle stanze per i religios i addetti ai servizi , i granai e i depositi per la frulla. ci sol!crranci s i 1rovavano le cant ine, i laboratori, la falegnameria e il forno.
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All'interno della costruzione si apriva un ampio chiostro. L'intera tenuta, che comprendeva anche cinque romitori sul monte, venne delimitata da una lunga cinta muraria, con la porta principale situata verso settentrione in direzione dell'abitato di Montevirginio. L'eremo divenne presto anche una fiorente azienda agricola con terreni seminativi, orti, vigne, frutteti, stalle c ricoveri per il bestiame. I boschi, periodicamente tagliati, fornivano combustibile c legname vario. Vennero inoltre a ttivati due impianti industriali: una cava di pietra, talora data in affitto, e una fornace di laterizi, che restò in funzione per lungo tempo c fino a l 195 1. Ora l'eremo, sempre di proprietà dei Carmelitani, è abitato da pochi frati. La fiorente azienda agricola s i è praticamente ridotta a lla produzione di poche derrate destinate in preva lenza alla piccola comunità, i terreni scm inativi c i vigneti nella quasi totali tà sono diventati pascoli, mentre i viali c le pinete, ormai coperti di sterpaglic, sono in rovina. Montevirglnio I coloni agricoli del versame settentrionale del monte Sassano diedero origine ad un borgo, cui dettero lo stesso nome del monte. Nel 1615 il duca Virginio Orsini, volendo far costruire un eremo nel medesimo luogo, espropriò il borgo e in cambio conferì agli agricoltori una buona estensione di pascoli e boschi ai piedi del monte, che per tali motivi venne chiamato Virginio. L'anno successivo i beni espropriati più una notevole quantità di terreno degli Orsini, vennero donati ad un ordine religioso, gli Eremiti del Senario, che però nel 1623 rinunciò alla donazione. Successivamente gli immobili furono donati ai Carmelitani, che, prima di costruire il convento, acquistarono le residue proprietà degli abitanti locali. Gli agrico ltori, viste abbattute le proprie case per fare posto a lla fabbrica religiosa, iniziarono l'edificazione di un nuovo abitato più a set-
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tentrione, che fu chiamato Montevirginio, dal nome da poco attribuito alla retrostante altura. Inoltre, intorno alla tenuta del convento sorsero altri insediamemi, abitati da braccianti ed operai, occupati nell'azienda agricola, nella cava di pietra e nella fornace dei frati. Tra le alture boscose sorsero i vari Casali, nella zona pianeggiante furono costruite le case della Piana, mentre presso un varco secondario della cinta muraria fu costruito l'agglomerato dal significativo nome di Castel Donato. Dopç> l'acquisto del feudo, gli Alt ieri favorirono lo sv.iluppo della valida sistemazione urbanistica di Montcvirgin io, imperniata su una ampia e comoda piazza, collegata con il palazzo dei principi e con Oriolo da una bella strada bordata da più file di olmi, c he ancora oggi costituisce una delle attrattive della zona. Il nepotismo Nel '600, ormai consolida tasi l'unità dello Stato Pontific io, i papi abbandonarono la pratica del primo nepotismo, secondo la quale miravano a costruire uno stato per i propri nipoti nell'ambito dei territori della Chiesa o a spese di stati vicini, e ripiegarono sulla prassi detta del piccolo nepotismo, mediante la quale conferivano ai propri parenti i più alt i incarichi pubblici e favorivano l'arricchimento della propria casata. I papi del '600, inoltre, si distinsero per la protezione accordata agli anisti che dettero vita alle sfarzose architetture, sculture e pitture del barocco romano. TI cardinale Emilio Bonaventura Altieri, diventato papa nel 1670 col nome di Clemente X, non si comportò diversamente dai suoi predecessori. Nominò «Cardinale nipote», cioè primo ministro, un proprio parente del quale aveva la massima fiducia c che diventò di fatto la prima autorità dello Stato. Favod i propri fami liari, peraltro adottivi, nell'acquisizione di nuove terre e mise a disposizione di questi i maggiori artisti della capitale. Soltanto un anno dopo l'elezione a papa de l loro congiunto, gli Allicri, diventati la più potente famiglia romana, acquistarono, come s i è vi-
sto, i feudi di Monterano, Oriolo e Viano. Continuando una tradizione cinquecentesca, che aveva visto in tutto l'Alto Lazio un susseguirsi di nuove costruzioni e trasformazioni di palazzi, chiese e borghi, gli Altieri perseguirono l'ampliamento e il miglioramento urbanistico dei centri appena acquistati. Monterano in particolare venne abbellito con notevoli costruzioni, della cu i progettazione fu felicemente incaricato il maggiore artist.a del barocco romano: Gian Lorenzo Bernini. L'insigne architetto stilò i progetti della ch iesa di S. Bonaventura c del relativo convento, della fontana ottagonale c riordinò in maniera mirabile la fa cciata del pa lazzo feuda le. Ora, di tali opere, con l'eccezione della fontana ottagonale trasportata recentemente a Canale, ne rimangono soltan to i rude ri distribuiti tra i resti del paese distrutto, c anche due belle vedute dipinte ne l 178 1 da Giuseppe Barberi e conservate nel palazzo Alticri di Oriolo. Il convento La chiesa c il convento di S. Bonaventura a Monterano, progettati dal Bernini, furono realizzati in breve tempo, dal 1677 al 1679, sotto la direzione di Mattia de Rossi. TI complesso venne costruito fuori dell'abitato a circa duecento metri dalla porta ovest. La chiesa, con pianta centrale a croce greca, presentava quattro cappelle laterali. Nella parete absidale si aprivano due porte di collegamento con le sacrestie e il convento. La facciata era semplice con quattro pilastri dorici a sostegno dell'architrave c del frontone triangolare. Ai lati si innalzavano due campani li. La copertura, sormontata da una lanterna, era internamente a cupola c es ternamente a tetto ottagonale. Il convento, unito a lla c hiesa, aveva la piant a rettangolare, con i l bracc io occidentale incompleto, mentre nella parte centrale si apriva il cortile c ircondato da un ampio portico. Le vicende del convento montcranesc furono piuttosto c uriose. Il fabbricato, pur pregevole c
comodo, cambiava continuamente inquilini cd era abitato malvolentieri o comunque non senza contrasti. Venne realizzato per i frati delle Scuole Pie, che, pur avendo dato il loro assenso preventivo, non raggiunsero mai Monterano, forse per un disaccordo con gli Altieri o per la ubicazione disagevole. Il principe allora ospitò nel suo convento gli Agostiniani Scalzi, che però vennero allontanati una ventina di anni più tardi, nel 1710, in quanto non celebravano le messe di suffragio nel numero pattuito, e sos tituiti da sacerdoti secolari. Dimessi i secolari nel 1719 perché troppo costosi, il convento fu affidato agli Eremiti del Senario. I nuovi inquilini s i lamentarono dell'aria insalubre e acquistaçono una residenza estiva nel vicino paese di Canale, ma rimasero fede li a l convento per circa 80 anni fino alla distruzione dell' inte ro abitato. Il pa lazzo e le fontane Il palazzo del feudatario dominava la cittadella fortHicata. Cost ruito nel periodo alto-medioevale, era stato più volte rimaneggiato e trasformato nei secoli successivi. Alla fine del '600 la faccia ta fu mirabilmente ordinata su progetto del Bernini. Le due torri, circolare quella di destra e quadrata quella di sinistra, furono collegate da una loggia a sci arcate sistemate a finto rudere e ad imitazione degli archi del vicino acquedotto. Sotto la loggia fu costruita una fontana veramente geniale, appoggiata alla base rocciosa che sosteneva le mura portanti del palazzo. Alla sommità della scogliera venne collocato un Icone di pietra, raffigurato nell'atto di scuotere la roccia con una zampa per far sgorgare una abbondante cascata d'acqua, che prec:ipita-
A destra.
L'abitato di MonLevirginio ne/1781.
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La piazza di Monterano con i ruderi del palazzo feudale c la chiesa di S. Rocco.
Resti della facciata di S. Bonaventura.
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va tra gli scogli e s i raccoglieva in una vasca bordata da grand i mass i. L'effetto scenico, stando anche a l dipinto del Barberi, doveva essere di notevole suggestione. Altre opere degne di nota presenti a ll'interno della c ittadella fort ificata, della quale si può ancora oggi scorgere tra le sterpaglie la rete di strade e di viuzze, erano la cattedra le altomedioevale di S. Maria, facilmente identificabile dai resti del campanile, la c hiesetta probabi lmente dedica ta a S. Rocco s ull a piazza principale, e il be lvedere sul lato nord del pa lazzo che dominava la valle di Mignone. Fuori dell'abitato, ad occide nte, s i ergevano le pregevoli architetture della chiesa e de l convento di Sa n Bonaventura, descritti nel paragrafo precedente, con la fontana ottagona le posta sul piazzale an ti s tante. Nel la to orie nta le s i a mmirava il doppio ordine di archi dell'acquedotto, che a ttraversava la piccola va lle a ntistante le mura c ittadine, e anc he una ter:t.a mostra d'acqua, a c inque cannelle, pos ta a lla base dell'arcata nel luogo dove o ra sorge il fontanile rurale. La malaria La fioritura a rtistica e il benessere di Monterano, dovuti a lla intraprende nza e a i lavori fatti eseguire nell'ultimo quarto del '600 da i nuovi proprieta ri del feudo. gl i Altieri, ebbero vita breve. Deceduto il papa Altieri, svanita l'autorità dell'impulsivo e a mbizioso primo minis tro della stessa casata e terminate le opere berniniane, i monteranes i s i ritrovarono nuovamente di fronte a gravi di fficoltà, legate al disordine amministrativo, al malgoverno e a lla c ri si economica c ronica de llo S tato Pontificio. Alla decadenza de lla principale attività produttiva, l'agricoltura, s i aggiunse a lmeno a partire dai primi ann i del '700 un grave fl agello: la malaria, una mala ttia che pro babilmente s i presentava ad ogni periodo critico de ll'antico centro. Le valli di Mignone e di Bicione, sottostanti il pianoro c ittad ino. non c ura te quanto dovuto, s i r iempivano in esta te di stagni, che favorivano il
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diffonders i de lle febbri . La s ituazione era aggravata nelle stesse valli dal disboscamento, dalla natura del suolo, dalla umidità, dalla mancanza di venti forti pe r scuote re l'aria, e, nel pianoro, dalla scarsità di acqua corrente e potabile I più colpiti dall a ma laria e rano i con tad ini, la stragrande maggioranza della popolazione, che si dovevano recare ogni giorno a l lavoro nelle campagne insalubri. Nel periodo esti vo i pochi a bita nti che potevano s i a llontanavano da Monte ra no e andavano a soggiornare nei paesi circostanti. I frati de l convento di S. Bonaventura, già ne l 17 19, fecero inserire ne ll a convenzione s tipul ata con g li Altie ri il diritto di soggio rna re tre mes i a ll'anno fuori Mo nterano, ad eccezione di un religioso d i turno. Appena pochi a nn i dopo comprarono una casa e costruirono una c hiesa a lle Crete di Canale, ove s i fermarono non tre ma ben sei mesi all'anno. Probabilmente a lla malaria e a lla le nta decadenza della c ittà s i accompagnò un progressivo spopolamento a vantaggio dei vic ini paesi di Canale e Montevirginio fino al completo abbandono, seguito alla improvvisa e violenta d istruzione dell'intero a bitato.
L'episodio è con nesso con le vicende de l vicino paese d i Tolfa. appena reduce da un grave fatto, la cruenta ins urrezione antifrancese, e alle prese con un fatto ordinario di ben minore ri levanza, l'insufficienza del mu li no a soddisfa re le necessità c ittadine. Tor•nata la ca lma do po la ribel lione e la conseguente repressione sanguinosa, gli agrico ltori tolfe tani che non potevano mac inare il gra no nella loro Mo larella del Se lce, forse pe rché troppo occupata o perché non uti lizzabile a causa de lla stagione asciutta, s i reca rono a ll a mola di Mon te rano. I monteranes i a loro volta, memori de lla st rage e ignari sul motivo de l ricorso a lla propria mola, imped irono a i to lfe ta ni di mac ina re per evitare ogni poss ibi le gua io. Il comanda nte francese di To lfa, avvertito de l rifiuto, rimandò indiet ro la ca rovana so tto una nutrita scorta. Al la vista de i soldati, g li abitanti d i Monterano, pres i da lla paura, raccolsero quanto potevano e lascia ro no il paese. Le truppe frances i, per una esagerata rappresaglia, oppure per dare una dimos trazione di forza, saccheggiarono e incendiarono l'intero abitato e l'ad iacente convento.
La distruzione
L'abba ndono
La fine del '700 vide il diffondersi anche in Italia delle idee di libertà e uguag lianza, che poco prima avevano spinto i frances i alla rivoluzione. Nel 1798 decadde il potere temporale de l papa e sorse nel Lazio, Umbria e Marche, la Repubblica Romana, protetta dalla Francia. L'anno seguente la Repubblica cadde sotto i colpi dell'esercito borbonico di Napoli e Fu restaurato lo Stato Pontificio. Nello s tesso anno 1799 avvenne, inaspetta ta e improvvisa, la distruzione di Monterano ad opera de lle truppe frances i. Si trattò di un atto di vio lenza gra tuita , come s i verifica s pesso in guerra. I motivi furono banali, ma le conseguenze que lle di distruggere un centro abitato, le cui origini risa livano a lla preistoria.
Partite le truppe francesi. che s i erano accanite con particolare violenza s u Monterano, e gli agricoltori tolfetani, con il loro grano finalmente trasformato in farina, i monteranesi tornarono per constatare i danni del saccheggio e dell' incendio. La scena che s i presentò ai loro occhi fu impressionante e senz'altro peggiore d i quanto potevano immaginare: l'abitato, già fati scente, e ra di strutto, il pa lazzo e gli a ltri edific i erano diventati inabitabili . Ogni possibilità di restauro venne ritenuta impraticabile o comunque molto cos tosa. Nella pagina a fia nco. Le arcate dell'acquedotto.
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Gli sfortunati abitanti, allora, scartarono l'idea di restaurare le loro case c presero la decisione di trasferirsi nei vicini paesi di Canale c Montevirginio, dove, tra l'altro, l'aria era salubre tutti i mesi dell 'anno c le strade d i collegamento con gli a ltri paesi più comode. I meno convinti a lasciare Mon terano furono i due frati del convento d i S. Bonaventura. Anche i danni provocati alla loro abitazione erano gravissimi e avevano reso l'edificio pericolante, ma essi vollero tornare ad abitarvi con la speranza che i proprietari, gli Altieri, avessero prO\'\'Cduto al restauro. Ma i principi, che avevano subito troppe perdite c danni con l'avvento della Repubblica Romana, risposero negativamente ad ogni richiesta. Nel marzo de l 1800, vanificatc le loro aspetta-
t ive, i due frati fu rono cost rell i a lasciare il convento c a raggiungere qualche altra casa del loro ordine. Da a llora il piano ro mon te ranesc è r imasto praticamente d isabitato. Solo q ualche casa meno pericola nte venne ancora s po rad icamente utilizzata nei prim i decenni del seco lo scorso e poi lasciata cadere in rovina. Dagli edifici è stato via via asportato ogni materiale riutilizzabile: camini, tegole, stipiti, infissi, travature, mattonelle. Sui ruderi sono cresciuti rovi, sterpaglie e alberi che, non più ostacolati dall'opera dell'uomo, ogni anno avanzano e cancellano sempre d i più le t raccc dell'ant ica città. Francesco Stefani
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Francesco Stefani è nato a Canale Monterano nel 1948. Ha conseguito la laurea in economia c commercio presso l'Università degli Studi di Roma c lavora al le dipendenze de l Minis te ro del Lavoro. t:: assessore a l Bilancio del Com un e d i Ca na le Monte ra no da l luglio 1983. La present e ri ce rca bibliogra fica è s ta ta realizza ta con lo scopo d i fo rnire un quadro conciso ma il p iù possibile completo della storia mon teranese a lla luce delle a tt uali conoscenze. La consultazione è necessariamente iniziata dal testo fondamentale per ogni studioso di cose monteranesi, vale a dire il saggio • Monterano. Un centro minore dell'Etruria meridionale» di Lidlo Gasperini. cittadino canalcse, professore ordinario al la Il Universi tà di Roma, studioso di Mont erano e direttore degli scavi a i·cheologie i d i Stigliano. Senza le sue ricerc he le conoscenze del Monteranese anti co sa reb be ro pressoché nulle . La consultazione essenziale ha poi avuto come ogge tto a ltre 23 pubbl icazioni, reperit e ta lo ra con difficoltà, che cos tituiscono pra ti ca mente la to ta lità de l ma teria le fi no ra edito sull 'argomento specifico.
INDICE Presentazione ... . ............................................................................................................. Cenni storico-geografici .................................... ....................................... La preistoria ..................................................................................................................... L'età antica Il medioevo L'età moderna . .............................................................................................................. Bibliografia ............................................................................................................ ..............
pag. l pag. 2 pag. 3 pag. 6 pag. 18 pag. 23 pag. 32
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Illustrazioni e coordinamento a cura di Angelo Stefani . Grafica di Antonio .Dosa
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Lago
di Bracciano