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LA CONFLITTUALITA' NEI CONFLITTI INTERNAZIONALI NEL PERIODO 1945 - 1977

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' CONFLITTUALITA

ANALISI DESCRITTIVA DEI CONFLITTI INTERNAZIONALI E DEI CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1945 - 1977

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OTTOBRE 1977

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INDI CE PRESENTAZIONE

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INTRODUZIONE

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25

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Parte Prima - PRINCIPI DI ANALISI DESCRITTIVA DEI CONFLITTI - Franco A. Casadio Gli studi strategici e la conoscenza dei conflitti I. Il controllo degli arml\menti (p. 15) - Il. Il controllo dei conflitti: l'analisi descrittiva dei conflitti (p. 16) - III. Il controllo dei conflitti: l'analisi operativa dei conflitti (p. 21) - IV. Il controllo della pace (p. 23).

Definizione e descrizione del conflitto . I. Definizione di conflitto (p. 25) - II. Gli elementi costitutivi del conflitto (p. 27) - III. I tipi e le forme dei conflitti (p. 31) - IV. Le situazioni conflittuali dal 1945 ad oggi (p. 33).

I soggetti dei conflitti . I. Gli stati come soggetti di conflitti (p. 45) - Il. I soggetti a dimensioni maggiori dello stato (p. 48) - III. I soggetti a dimensioni inferiori allo stato (p. 52) - IV. La posizione dei soggetti nel sistema conflittuale (p. 55).

Le cause dei conflitti . I. Cause oggettive dei conflitti: le motivazioni individuali (p. 59) - II. Cause oggettive dei conflitti: le motivazioni collettive (p. 62) - III. Cause soggettive razionali (p. 64) - IV. Cause soggettive irrrazionali (p. 68).

L'obiettivo dei soggetti e l'oggetto dei conflitti . I. L'obiettivo delle parti in un conflitto (p. 71) - Il. Giustificazione e motivazione degli obiettivi (p. 72) - III. L'oggetto dei conflitti (p. 75).

Mezzi, metodi e strumenti dei conflitti . I. La localizzazione del conflitto nello spazio (p. 77) - Il. La localizzazione del conflitto nel tempo (p. 80) - IIL I mezzi e i metodi della violenza (p. 81) - IV. L'impiego multiplo dei mezzi e dei metodi dei conflitti (p. 82).

Le origini dei conflitti . I. Le fasi della tensione e della crisi (p. 85) - II. Le fasi della controversia' e della pre-ostilitĂ (p. 88) - Ili. La trasmissione e la diffusione dei conflitti (p. 90).

La conclusione e le conseguenze dei conflitti . I. Le conclusioni prevalentemente coercitive (p. 93) - Il. Le conclusioni prevalentemente pacifiche (p. 95) â&#x20AC;˘ III. Le conseguenze dei conflitti (p. 98).


Parte Seconda - ANALISI DEI CONFLITTI INTERNAZIONALI E DEI CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1945 - 1976

I. -

NATURA E TENDENZE DEI CONFLITTI

Pag. 105

1. - I soggetti · dei conflitti I. Premessa (p. 105) - II. La carta politico-strategica del mondo (p. 105) III. La tipologia dei soggetti (p. 106) - IV. Numero e tipo dei soggetti intervenuti (p. 107) - V. Frequenz!l con ·cui alcuni tipi di soggetti sono intervenuti (p. 109) - VI. Evoluzione , dei sogg.etti (p. 113) - VII. Influenza del contesto in cui è immerso il soggetto sui vari tipi di soggetti (p. 113) - VIIL Conclusioni (p. 115).

Pag. 117

2. - L'oggétto dei conflitti . I. Premessa (p. 117) - Il. Il periodo 1945-1953 (p. 117) - III. Il periodo 1954-1963 (p. 122) - IV. Il periodo 1964-1974 (p. 126) - V. . Conclusioni (p. 129).

Pag. 131

3. - Fonne, mezzi e sviluppo dei conflitti . I. Premessa (p. 131) - II. Il periodo 1945-1953 (p. 131) - III. Il periodo 1954-1963 (p. 134) - IV. Il periodo 1964-1974 (p. 137) - V. Sintesi e conclusione (p. 140).

Pag. 143

4. - Esito e soluzione dei conflitti . I. Le conclusioni dei conflitti nella regione europea (p. 143) - Il. Le conclusioni dei conflitti nella regione medio-orientale (p. 145) - III. Le conclusioni dei conflitti nella regione africana (p. 146) - IV Le conclusioni dei conflitti nella regione dell'Asia e dell'Estremo Oriente (p. 148) -V. Le conclusioni dei conflitti nella regione dell'Americ~ Latina (p. 149) VI. Considerazioni conclusive (p. 150).

Il. ·

CAUSE ED ORIGINI DEI CONFLITTI

1. - Cause ed origini dei conflitti internazionali

.

Pag. 155

I. Cause più frequen ti e importanti e loro reciproca influenza (p. 155) Il. Differenze tra versioni e daus.e effettive dei conflitti (p_è 162) - · III. Forme prevalenti assunte dalle origini (p. 163) - IV. Modalità concrete di apertura delle ostilità (p, 167) - V. Grado di respo~sabilità dei protagonisti (p. 168) - VI. Evitabilità dei conflitti (p. 169) - Allegati (p. 171).

2. - Cause ed origini dei conflitti interni I. Premessa (p. 173) - Il. Cause più frequenti ed impo~tanti (p. 173) III. Reciproca influenza fra le diverse cause (p. 176) - IV. Confronto tra le versioni dei protagonisti e le cause effettive (p. 177) - V. Forme delle origini dei conflitti interni (p. 177) - VI. Modalità concrete di apertura delle ostilità (p. 179) - VII. Grado di responsabilità dei protago-. nisti (p. 180) - VIII. Evitabilità dei conflitti (p. 180) - Allegati (p. 182).

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Pag. 173


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3. - Cause ed origini dei colpi di stato .

Pag. 193

I. Premessa (p. 193) · Il. Le cause (p. 193) - III. Le origini (p. 198).

Ili. - CONCLUSIONI E CONSEGUENZE DEI CONFLITTI 1. - Conclusioni e conseguenze dei conflitti internazionali

Pag. 203

I. Sintesi delle conclusioni dei conflitti internazionali (p. 203) - Il. Sintesi delle conseguenze dei conflitti internazionali (p. 207) - lii. Un tentativo di interpretazione polemologica (p. 213) - IV. Elementi per una prospettiva (p. 218) · V. Conclusione (p. 220) · Allegati (p. 222).

2. - Conclusioni e conseguenze dei conflitti interni .

Pag. 229

I. Sintesi sulle conclusioni dei conflitti interni (p. 229) - II. Sintesi delle conseguenze dei conflitti interni (p. 232) - lii. Considerazioni finali (p. 235) · Allegati (p. 237).

3. - Conseguenze dei colpi di stato

Pag. 241

I. Conseguenze dei colpi di stato nella regione europea (p. 241) • Il. Conseguenze dei colpi di stato in Medio Oriente (p. 242) • Ili. Conseguenze dei colpi di stato nella regione africana (p. 244) · IV. Conseguenze dei colpi di stato in America Latina (p. 246).

APPENDICE - Ufficiali frequentatori dei Corsi superiori di SM che hanno partecipato alla elaborazione delle esercitazioni applicative organizzate dalla cattedra di strategia globale

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97° Corso superiore di Stato Maggiore 98° Corso superiore di Stato Maggiore 99° Corso superiore di Stato Maggiore

Pag. 250 Pag. 252 Pag. 254

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PRESENTAZIONE

Nell'ambito delle attività pratico-applicative svolte a cura della Cattedra di "Stra_tegia Globale", gli Ufficiali Frequentatori del Corso Superiore di SM degli anni accademici 1974-75, 1975-76 e 1976-77 hanno compiuto uno studio sistematico dei conflitti internazionali ed interni dell'ultimo trentennio. Lo studio si è svolto in tre fasi successive ....:.... corrispondenti ai tre anni accademici succitati - e ciascun Corso è stato impegnato ad analizzare taluni aspetti di ogni conflitto (oltre trecento!), nell'intento di verificare ed eventualmente rivedere gli schemi generali ed i criteri teoretici proposti per la comprensione del complesso fenomeno della conflittualità. In particolare, i Frequentatori del 97° Corso Superiore di SM hanno affrontato l'indagine su " natura e tendenze " dei conflitti nel periodo in esame (1945-1974); i Frequentatori del 98° Corso ne hanno esaminato "origini e cause"; infine, i Frequentatori del 99° Corso si sono cimentati nell'esame delle "conclusioni e conseguenze". Si è inteso cioè, con uno studio sistematico di un soggetto quanto mai concreto ed attuale di conflittuologia, impostare e sviluppare un'opera organica e unitaria ancorché variamente articolata. Prima di tutto, si è cercato di condurre l'interpretazione conflittuale facendo ricorso a diverse discipline ed ai relativi metodi, al fine di riaffermare la natura interdisciplinare della conflittuologia. In secondo luogo, l'analisi è stata impostata alla luce del principio dei conflitti intesi non solo come sistema ma soprattutto come dinamica della realtà sociale. Infine, si è proceduto per stadi interdipendenti e progressivi: dai lavori individuali sui singoli fenomeni si è passati ai lavori collegiali raggruppando ed esaminando i conflitti per regioni, per grandi temi o per concetti. Va dato atto a tutti i Frequentatori, che si sono avvicendati nei Corsi, di aver condotto lo studio con grande serietà ed estremo rigore scientifico ma, soprattutto, con ampia libertà di pensiero ed assoluta autonomia d'interpretazione storica. Merito dei singoli ma, sia detto senza convenzionali incensi, frutto del sereno ambiente di studio in cui essi hanno operato mercé la guida sagace, sollecita ed appassionata del professor Franco Alberto Casadio e del Colonnello Giuliano Giovannelli, ai quali va il più ampio riconoscimento.

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Preso atto dei risultati, ci e apparso utile e proficuo raccogliere il lavoro compiuto nel corso di un triennio da un così ragguardevole numero di Ufficiali qualificati e darlo alle stampe, quale Appendice straordinaria del "Bollettino d'Informazioni" della Scuola di Guerra. Non già per l'ambizione immodesta di giustapporsi àd altr.i Enti o Istituti, nazionali od esteri, di ricerca sui conflitti internazionali ma perché ci ·è sembrato che quanto è emerso da questa convergenza di studi e,' ancor più, dalle 'mani~ festazioni di pensiero del tutto autonome e libere; possa aspirare ad occupare un posto meritevole di attenzione nel vasto campo del pensiero moderno definito come polemologia, conflittuologia o, se si vuole, come ricerche sulla pace. L'obiettivo della pubblicazione di questo saggio sui conflitti nel periodo 1945-74 è appunto quello di collocarsi - senza pretese ma anche senza falsa umiltà - fra gli altri contributi di studio e di idee in tali discipline nonchè di costituire base indispensabile per i successivi lavori ai quali la Scuola di Guerra chiamerà i Frequentatori dei futuri Corsi Superiori di SM.

Ottobre 1977 IL GENERALE COMANDANTE

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INTRODUZIONE . Tra tutte le possibili relazioni umane quella conflittuale è certamente la più frequente. La stessa s,toria dell'umanità, antica o recente, presenta un tessuto connettivo costituito dal susseguirsi di conflitti, alcuni limitati alle sole fasi di tensione o di crisi, altri sfociati nella forma più cruenta. Appare opportuno precisare, infatti, che relazione conflittuale e guerra non si identificano. Questa può divenire una fase del conflitto, ne rappresenta certamente la parte più evidente e più tragica, ma non ne costituisce assolutamente la forma consueta. Partendo da questo presupposto, la Cattedra di Strategia Globale, che ha fatto della conflittualità il tema centrale dei propri insegnamenti, ha voluto porsi un quesito, che può essere riassunto brevemente. Se la relazione conflittuale rappresenta una costante nella variabilità delle relazioni umane, è razionale ricercare una regola, un filo conduttore che possa guidare nello studio dei diversi conflitti, per comprenderli ind_ividuandone natura e tendenze, cause ed origini, conclusioni e conseguenze e quindi, in ultima anali~i, giungere ad ipotesi sulla conflittualità e sulla possibilità di intervenirvi per prevenirla, interromperla o concluderla?. Lo scopo che ci ha guidati è essenzialmente questo e costituisce il motivo per il quale, come il Generale Comandante della Scuola di Guerra . ha indicato nella Sua presentazione, studio della conflittualità e ricerche sulla pace sono termini che identificano lo stesso problema. In sostanza, i corsi di Strategia Globale tendono a formare gestori manageriali di conflitti; uomini, cioè, in grado di prevedere una situazione conflittuale, di gestirla intervenendo con tutti i mezzi disponibili (che, ripetiamo, non sono mai e·sclusivamente militari) per attenuarla e possibilmente risolverla nella forma migliore. . .. . E' evidente che il contenuto di questo volume non fornisce una risposta al nostro quesito. Tre anni di studi sono stati appena sufficienti per formulare alcune ipotesi di lavoro e per procedere ad una analisi descrittiva dei conflitti awenuti in quest'ultimo trentennio. Soltanto dopo aver compiuto anche l'analisi operativa degli stessi conflitti, cosa che ci ripromettiamo di fare nel prossimo futuro, sarà possibile valutare comparativamente i risultati conseguiti e giungere al fine che abbiamo auspicato.

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Riteniamo necessario, in ogni caso, precisare che ogni ipotesi di conflitto trova inevitabile fondamento nelle opposte dottrine strategiche e nei sistemi socio-politici sottostanti. Non si può negare, infatti, la stretta correlazione esistente tra i due elementi, sia per l'influenza che il sistema stesso impone alle concezioni strategiche, sia per l'utilizzazione della dottrina quale strumento da parte di un determinato sistema. · Naturalmente, gli opposti sistemi vanno valutati sotto il profilo del grado di rigidità e conservazione, oppure di quello di adattamento e dinamicità, come pure sotto l'aspetto della percezione della parte avversa e di loro stessi in determinate condizioni di tensione o di conflittualità. Accertato però che l'insieme costituito da una certa situazione socio-politica e dalla corrispettiva dottrina strategica crea un sistema, occorre chiedersi in quale misura le circostanze esterne all'una o all'altra parte, cioè l'ambiente nel quale un sistema conflittuale è immerso, influiscono sulle dottrine strategiche. Il problema è abbastanza semplice quando si tratti di un sistema conflittuale a due. Ma se intervengono variazioni all'ambiente e si passa ad un sistema a tre o più parti, si presentano diverse dottrine strategiche ed il gioco delle alleanze dà luogo ad innumeri ipotesi di relazione conflittuale, che vanno studiate partitamente e nel loro insieme. Non possiamo dimenticare, inoltre, lo stretto rapporto esistente tra dottrina strategica e capacità di decisione strategica; dobbiamo cioè tenere presente, nella valutazione, il diverso processo decisionale strategico attribuibile alle singole parti in relazione alla loro capacità di rilevare dati, di formulare alternative pos-' sibili, di prendere tempestivamente delle decisioni, di ipotizzare le ·ripercussioni. · Ins,istere ancora sul carattere interdisciplinare dello studio conflittuale sarebbe soltanto una inutile ripetizione di concetti ovvi. Esiste una stretta e diretta correlazione tra la crescente complessità dei sistemi ed il numero delle incognite, il cui valore non può essere più determinato in term.ini esclusivamente strategicomilitari, bensì in una visione globale che comprenda tutti i settori del sapere. A questo punto, possiamo solo sperare di essere riusciti a chiarire, in strettissima sintesi, la scelta del compito ed i risultati che ci auguriamo di conseguire. Le pagine che seguono riportano una delle possibili analisi descrittive dei conflitti dell'ultimo trentennio e potranno indicare se l'ipotesi di lavoro alla quale ci siamo attenuti contiene almeno i primi elementi per la risoluzione del tema che abbiamo voluto proporci. Col. Giuliano Giovannelli

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PARTE PRIMA

PRINCIPI DI ANALISI DESCRITTIVA DEI CONFLITTI FRANCO A. CASAD/0


GLI STUDI STRATEGICI E LA CONOSCENZA DEI CONFLITTI I. . // controllo degli armamen ti: l. . I campi di ricerca rientranti nel controllo degli armamenti · 2. · Le ragioni del contrnllo degli armamenti · II. · J/ controllo dei conflitti: l'analisi descrittiva dei conflitti: 3. · Le ragioni del controllo dei conflitti - 4. - I campi del ,controllo dei conflitti: l'analisi descrittiva e l'analisi operativa dei conflitti - 5. - L'analisi « stòrica » e l'analisi « scientifica » dei conflitti - 6. - L'oggetto dello studio dei conflitti 7. - Metodo induttivo e «modelli» di conflitti · 8. · Il «sistema» conflittuale e gli elementi che lo compongono - 9. - La « statica » conflittuale: soggetti, cause, obiettivo - 10. - La « dinamica » conflittuale: origini, mezzi e metodi, conclusioni e conseguenze - 11. - L'analisi della confliùualità - III. - // controllo dei conflitti: l'analisi operativa dei conflitti: 12. Gli elementi dell'analisi operativa: potenza, vulnerabilità e contesto conflittuale • 13. - Relazioni fra potènza e vulnerabilità delle parti in conflitto - 14. - Cenni sugli elementi costitu.tivi della po~enza e della vulnerabilità - 15. - Il rapporto strategico e il «modello» della analisi operativa - 16. - L'ambiente conflittuale o quadro operativo del conflitto - IV. - Il controllo della pace: 17. - Le ragioni del con trnllo della pace e delle « ricerche sulla pace » 18. - Le correnti delle ricerche sulla pace: la polemologia, l'irenologia, la conflittuologia. SOMMARIO:

I. - Il controllo degli armamenti

In

1. questo momento la maggior parte degli studi strategici vengono raccolti in tre grandi campi di ricerca: quello che va sotto il nome di controllo degli armamenti, quello che è preferibile definire come controllo dei conflitti e quello che ormai viene individuato come il campo delle ricerche sulla pace o controllo della pace. Il "controllo degli armamenti " è una vera e propria dottrina che comprende a sua volta tre grandi settori, sui quali l'attenzione si è venuta progressivamente accent1,1ando negli · ultimi trent'anni. In senso stretto questo campo degli studi strategici studia gli armamenti, i dati quantitativi e le caratteristiche qualitative della loro prod1,1zione, della loro distribuzione nel mondo e del loro commercio, o comunque la loro circolazione. Un secondo settore comprende, per somiglianza di materia, i 'problemi del disarmo, le iniziative bilaterali e multilaterali per la li~itazione, riduzione; disciplina e controllo degli armamenti, il disarmo attuato a seconda delle. categorie di armamenti (di distruzione di massa, convenzionali, neo-copvenzionali) oppure a seconda dei metodi (guerra batteriologica, biologica o ,cltjmiça, terrorismo), le condizioni politiche, sociali ed economiche del disarmo e , le sue con~eguenze. , Per, una successiva estensione del campo di ricerca il controllo degli armamenti giunge fino a comprendere gli equilibri strategici ed i rapporti di forza, nel mondo e pe~ scacchi~ri, e le loro componenti distribuite entro " modelli " di equilibrio, la loro di,namica. Gli equilibri strategici sono oggetto di studio anche da parte del "controllo dei conflitti ", ma preferibilmente per quanto riguarda le condizioni esterne ai conflitti e l'ambiente politico e strategico generale nel quale i conflitti stessi sono immersi. · 2~ - Nel campo degli studi strategici che viene definito come " controllo degli armamenti " convergono tutti agli studi di strategia militare classica. Si tratta, in fondo, dell'impiego della potenza militare per conseguire degli obiettivi essen-

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zialmente militari. La scuola strategica francese aggiunge il concetto di strategia indiretta, che comporta l'impiego di mezzi anche non militari, al concetto di strategia diretta, nel quale si riconosce l'impiego predominante dei mezzi militari convenzionali. La grande novità del controllo degli armamenti rispetto agli studi classici di strategia è rappresentata dalle dottrine e dai metodi di impiego dell'arma nucleare. La prospettiva del'impiego dell'arma nucleare provoca quella globalizzazione delle tensioni internazionali che per la p rima volta rende legittimo parlare di strategia globale, intesa in uno dei suoi possibili significati, e cioè di strategia che ha necessariamente, per proprio teatro operativo, il mondo intero. In fondo, gli studi strategici sono stati affascinati da due fatti, uno militare ed uno politico. Quello militare consiste nell'inaudito aumento del rapporto potenza/ peso dell'arma, specialmente nelle armi nucleari, in quelle biologiche e in quelle chimiche. Il fatto politico è costituito dalla concentrazione di potenza principalmente in due paesi, nelle due superpotenze, condannate al possesso e al possibile impiego di tutti i tipi di armamenti, ed al loro costante e tempestivo ammodernamento. Ma poichè la guerra nucleare deve eS6ere resa impossibile ad ogni costo, gli armamenti e le relative dottrine di impiego acquistano un loro vero significato solo se mantenuti in equilibrio fra loro, se si tratta di armi nucleari, oppure limitate entro rapporti di impiego circoscritto, se sono del tipD convenzio,nale.

Il. - Il controllo dei conflitti: l'analisi descrittiva dei conflitti 3. - L'altro grande campo degli studi strategici va sotto il norne di "controllo dei conflitti". Esso ricerca quali sono state le tensioni, le crisi, le controversie ed i conflitti veri e propri che hanno comportato il ricorso alla violenza, e che s,i sono svolti dentro la struttura di singoli gruppi sociali, all'interno della struttura sociale costituita dalle relazioni fra questi diversi gruppi oppure anche nella stessa struttura della società internazionale. Il controllo dei conflitti propone dei criteri per la conoscenza e l'interpretazione dei conflitti. Come nel controllo degli armamenti le nuove dottrine di impiego dell'arma nucleare hanno messo in evidenza la globalizzazione delle tensioni, così si può dire che nel controllo dei conflitti il fatto saliente è costituito da un fenomeno ·che, in certo senso, è andato in direzione opposta: e cioè il fenomeno · della interiorizzazione delle tensioni e dei conflitti. E' un fatto che dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi i conflitti interni ed i colpi di stato sono diventati molto più numerosi dei conflitti internazionali e che la violenza si è scatenata in modo molto più diffuso entro il tessuto sociale delle diverse società che non nella ~ucietà internazionale, e fra soggetti "strutturati", come ormai si dice, e cioè fra stati. Questa è una delle tante ragioni che fanno sì come è facile constatare, che gli studi strategici, oggi, nel mondo, non siano più di competenza esclusiva degli ambienti militari, ma che, anzi, beneficino dell'apporto o, se si vuole, sopportino l'intrusione, di quelli civili. Negli ultimi trent'anni l'analisi dei conflitti si è imposta per tutta una serie di ragioni profonde come: l'estensione, la profondità e la permanenza della violenza sociale diffusa; la percezione delle trasformazioni radicali e rapide dei rapporti

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I


sociali alle quali non ha sempre corrisposto l'adeguamento delle funzioni media0 trici dei conflitti da parte delle istituzioni sociali; la sostituzione dei vecchi principi dell'ordine internazionale unitario con il discutibile metodo del pluralismo sociale, e quindi delle molte verità; e, sopratutto, una incontrollabile influenza reciproca fra conflitti interni e conflitti internazionali. 4. - Esigenze didattiche hanno suggerito, e la ricerca scientifica vera e propria ha poi confermato, l'utilità di dividere la vastissima materia dell'analisi dei conflitti nei due campi dell'analisi descrittiva e dell'analisi operativa. Con l'analisi descrittiva - che costituisiee il metodo adoperato nella presente ricerca - ci si propone di indicare i soggetti, l'oggetto, le modalità dì svolgimento, l'esito è la soluzione di un dato conflitto . In sostanza si intende dare una descrizione obiettiva del conflitto, senza collocarsi nella posizione interessata di una qualsiasi delle parti. L'utilità di questo metodo consiste nel rendere possibile di rilevare - e poi di presentare in maniera chiara, e comunque « trattabile » con ulteriori elaborazioni - i diversi elementi nei quali un conflitto va scomposto affinché la sua natura e il suo svolgimento divengano comprensibili. L'altro metodo, quello della analisi operativa serve ad indicare come un conflitto possa essere utilizzato o, come pure si dice, « gestito » da una o più delle parti in causa, nell'intento evidentemente di farlo volgere a proprio vantaggio. Per la verità non solo chi vuole vincere un conflitto, ma anche chi volesse risolverlo - àd esempio attraverso una azione di mediazione - compie, su un dato conflitto, lo stesso tipo di analisi operativa. · Questa analisi tende ad ordinare i fattori e le condizioni di potenza e di vulnera- · bilità proprie ed altrui in modo da renderne possibile una utilizzazione che sia orientata verso un obiettivo. Tutti i risultati dell'analisi operativa possono servire· a chiarire meglio i dati forniti dall'analisi descrittiva e viceversa. Il suo scopo rimane però essenzialmente quello di facilitare il conseguimento di un obiettivo da parte di un soggetto determinato. 5. - Qualche anno fa il progressivo accumularsi delle situazioni conflittuali internazionali e sopratutto interne e probabilmente la sensazione sempre più diffusa della loro complessità e della loro interdipendenza fecero provare la tentazione di affidare la soluzione del problema della loro soddisfacente conoscenza col sostituire alla classica analisi storica dei conflitti la cosiddetta analisi scientifica. Veniva fatto rilevare che l'analisi storica dei conflitti era condotta prevalentemente al fine di darne più una descrizione che non una spiegazione, è più che altro per il posto che quel dato conflitto occupava nella serie più ampia degli accadimenti storici, e non quindi come un fenomeno ripetibile e ripetuto sotto forme diverse. Si faceva anche constatare che lo studio di questa classe di fenomeni raramente portava, con questo metodo, a molto di più che non alla compilazione di repertori e di classificazioni cronologiche, integrate da qualche classificazione concettuale, per elementi o secondo i tipi di conflitto. In realtà l'analisi storica, oltre al pregio di collocare il fatto conflittuale nel suo contesto storico, non mancò di operare una vera e propria « concettualizzazione » dei conflitti e· descrizione di dottrine. Alcuni dei concetti scelti come criterio di interpretazione dei conflitti riguardano i loro elementi costitutivi , come il fondamentale concetto

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di potenza, oppure strutture delle situazioni conflittuali, come i concetti di equilibrio o di squilibrio. L'analisi scientifica dei conflitti aggiunge alla analisi storica l'apporto innanzi tutto di metodi come la simulazione, e poi di vere e proprie teorie, come la teoria dei giochi. Altre applicazioni del metodo scientifico si ritrovano in processi di elaborazione dei dati disponibili - come la memorizzazione degli elementi di più conflitti - oppure in processi di proiezione, come la previsione. 6. - Se si vuole che i metodi dell'analisi descrittiva dei conflitti risultino efficaci, bisogna innanzi tutto che il campo dei fenomeni da approfondire sia abbastanza esteso. Abbiamo pertanto ampliato la ricerca dai conflitti internazionali ai conflitti interni ed ai colpi di stato, e non solo ai casi più importanti o significativi ma a tutti quelli che potessero ragionevolmente rientrare in un campo _abbastanza definito di fenomeni. Ci siamo tuttavia accorti che, anche così esteso, il campo dei fenomeni conflittuali non era ancora abbastanza ampio per ispirare tutti gli aspetti utili dell'analisi descrittiva dei conflitti. Ai conflitti ed ai colpi di stato è stato necessario aggiungere lo studio delle altre forme di violenza, compresa la violenza individuale e sociale, che costituiscono il tessuto nel quale i conflitti hanno luogo e, per così dire, l'alone del conflitto vero e proprio. Abbiamo però limitato lo studio delle situazioni conflittuali a un periodo abbastanza chiaramente determinato e cioè quello che prende inizio al termine della seconda guerra mondiale. Abbastanza omogeneo, preso in sè, il periodo in questione presenta situazioni sostanzialmente diverse dalle 14.800 guerre che sembra sia stato possibile individuare nella storia dell'umanità fino al 1945. Naturalmente, il fenomeno conflittuale presenta, lungo l'intero arco della storia, talune caratteristiche comuni e costanti. Nello stesso tempo però basta pensare alla globalizzazione ed alla interiorizzazione dei conflitti per constatare che quelli degli ultimi trent'ann i sono abbastanza diversi da quelli della storia precedente da pretendere propri " modelli " di interpretazione. Ciò non ha impedito peraltro che si rendesse necessario articolare questo periodo in più momenti ragionevolmente individuabili. I diversi periodi (il primo va dal 1945 al 1953, il secondo dal 1954 al 1963, il terzo dal 1964 alla metà del 1973, il quarto dal 1973 al momento in cui appare questo studio) presentano una doppia caratteristica. Per ciascuno dei periodi i singoli conflitti, spesso se riferiti a determinate regioni, hanno dimostrato di avere delle caratteristiche abbastanza comuni o somiglianti. Nei diversi periodi, la conflittualità è chiar'a mente influenzata dall'ambiente in cui si trova immersa, e cioè dalla situazione internazionale e dalle tendenze che essa manifesta in quel momento. 7. - Questa maniera pratica di avvicinarsi alla conoscenza e di procedere alla descrizione dei conflitti richiede l'impiego di un metodo prevalentemente induttivo quando si vogliano scegliere i criteri dell'analisi descrittiva dei conflitti. Con il metodo induttivo si tira dunque fuori da un numero abbastanza esteso di fenomeni la definizione di conflitto e la descrizione degli elementi che lo costituiscono. Non c'è dubbio che questo metodo lascia un grande spazio alla arbitrarietà, nel senso che prima si elencano le centinaia di fenomeni che noi diciamo essere dei conflitti e poi estraiamo, col metodo induttivo, la definizione che meglio sembra adattarsi loro.

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Una buona definizione di conflitto deve rispondere a due caratteristiche: deve essere tratta da ciò che le centinaia di singoli conflitti presi in esame hanno in comune, come elemento caratterizzante; e deve rivelarsi capace di compre~dere fenomeni che in futuro potranno prodursi e che dovrebbero poter essere ncompresi nelle classificazioni formulate. Anche la descrizione dei conflitti, detta anche " tipologia " dei conflitti, segue lo stesso metodo logico. I metodi dell'analisi descrittiva dei conflitti presentano una indubbia arbitrarietà anche i11 un altro senso. Come vedremo, lo studio dei conflitti passa attraverso l'adozione di modelli, che mettono fra loro gli elementi di un conflitto in un certo rapporto, così da renderne più semplic~ ed efficace lo studio. Non esiste nessun modello universalmente applicabile cori successo . Bisogna invece, conflitto per conflitto, escogitare quello che sembra il più utile e poi verificarlo fino a quando si ottengono risultati massimi. 8. - L'analisi descrittiva dei conflitti si articola a sua volta in due campi di studio: /'analisi del singolo conflitto, caso per caso; e l'analisi dei conflitti nel loro insieme, e cioè della conflittualità, per lo più per epoche o per grandi regioni del mondo. L'analisi del singolo conflitto può essere compiuta con l'adottare un certo criterio di interpretazione. Infatti ogni conflitto ed ogni situazione conflittuale acquistano una loro connotazione individuale quando vengano scomposti negli elementi che li costituiscono e quando questi elementi siano descritti e possibilmente misurati. L'analisi del sfogolo conflitto muove dall'ipotesi che ogni situazione conflittuale possa essere riprodotta sotto forma di mode/lo. Il modello, per complesso che sia, permette di individuare i soggetti che prendono parte al conflitto e di riprodurre i rapporti di lotta o di alleanza, di partecipazione o di neutralità che possono sussistere fra loro. Un conflitto viene così raffigurato come un sistema, e cioè come un insieme di elementi che interagiscono fra loro, immersi in un ambiente e in un contesto sul quale agiscono e dal quale sono influenzati. Per ogni situazione conflittuale sottoposta ad analisi è risultato utile il metodo consistente nel prendere in esame, in primo luogo, gli elementi componenti del sistema conflittuale, e in particolare i soggetti del sistema stesso. Questa parte dell'analisi descrittiva del conflitto è stata definita come la statica conflittuale. In secondo luogo, sono state prese in esame le sue trasformazioni e cioè i rapporti stabilitisi a mano a mano fra gli elementi del sistema conflittuale, in ispecie lo svolgimento delle situazioni conflittuali, la loro soluzione e il loro esito. Questa parte dell'analisi descrittiva del conflitto è stata definita come dinamica con-

flittuale. 9. - La statica conflittuale comprende l'analisi dei soggetti, parti o protagonisti del sistema conflittuale, delle cause dei conflitti, degli obiettivi delle parti e quindi - presi gli obiettivi tutti assieme - dell'oggetto dei conflitti. I soggetti dei conflitti sono gli elementi fondamentali del sistema conflittuale. Essi costituiscono i poli del modello che deve essere creato, conflitto per conflitto . La descrizione dei soggetti del conflitto presuppone che si sia studiato quali siano i soggetti possibili ~ che si sia quindi fatta una " tipologia " dei soggetti strategici. In seguito bisogna mdicare quali siano, in concreto, i soggetti che intervengono in quel dato conflitto

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e ·quindi quale sia il loro diverso grado di partecipazione. Si _indica così la posizione e il ruolo dei soggetti strategici nelle. situazioni conflittuali. .Abbiamo normalmente la tendenza a credere che le cause di ogni singolo conflitto abbiano una radice oggettiva, e cioè dipendano dal bisogno di impossessarsi di un territorìo, di accaparrarsi un bene, di affermare la propria potenza, qi difendere il patrimonio ideale o materiale di una nazione o di un gruppo. Effettivafuente · le cause economiche, intese come squilibrio fra bisogni e risorse, e le cause · politiche, intese come squilibrio fra potenza e insicurezza, sono presenti in molti conflitti. Ci preme mettere in luce però anche le cause strutturali e le càuse soggettive. Le cause strutturali sono presenti quando il conflitto nasce dal tipo stesso di società - ingiusta, ossessiva, destabilizzata - entro la quale il ricorso alla violenza rappresenta quasi · uno sfogo obbligato. Le cause soggettive sono quelle per le quali il conflitto nasce da quei dati protagonisti e dal modo col quale essi hanno percepito la situazione conflittuale o rispetto alla quale hanno reagito. · L'obiettiJJo delle parti permette di descrivere e di spiegare il comportamento dei pròt/l.gonisti e, prima ancora, la loro posizione nel conflitto. L'obiettivo reale va dèo~truito con grande attenzione, dato che non coincide mai con la spiegazione o la ·giustifìc"azione che le parti cercano di dare del loro comportamento. Mettendo insieme gli obiettivi presunti ed effettivi delle parti si ha l'oggetto di un dato conflitto, mutevole nelle sue diverse fasi. 10. ·- La dinamica conflittuale compre"nde l'analisi: delle origini del conflitto, dei mezzi, metodi e condizioni del conflitto, e delle sue conclusioni e conseguenze. Per origini di un conflitto intendiamo la maniera nella quale i diverni eventi causali, le occasioni e gli avvenimenti si sono disposti in una serie temperale oppure in sequenze logiche. Lo studio delle cause dice " perchè " un conflitto è nato, quello delle origini dice "come " tale conflitto si è venuto sviluppando. Abbiamo articolato il periodo delle origini, o pre-conflittuale, nelle fasi della tensione, della crisi, della controversia e delle pre-ostilità, e a loro volta, queste fasi, in serie di momenti s,ignificativi. I mezzi, i metodi e le condizioni dei conflitti individuano la fase centrale dei conflitti stessi, quella delle ostilità vere e proprie. Le forme assunte dai conflitti vengono descritte abbastanza ·efficacemente se si riesce a dire quale sia, in ogni momento, la rispettiva " localizzazione nello spazio " e " collocazione nel tempo ". I mezzi adoperati dalle parti nel conflitto sono evidentemente altrettanto interessianti. Abbiamo studiato gli strumenti adoperati e le forme di violenza adottate, per ogni protagonista, e poi le combinazioni e le relazioni che si creano fra gli strumenti impiegati. Infine;, ricordiamo le èònclusioni e le conseguenze dei conflitti. Le ·forme e le maniere di portary a termine un conflitto le abbiamo distribuite lungo una linea che va da quelle prevalentemente coercitive, come la debellatio, a quelle invece pacifiche, come la mediazione. Per le conseguenze, abbiamo capovolto l'andamento adottato, nel senso dell'incrèmento verso la violenza, con lo studio delle origini, , seguendo passo passo il suo decremento, quando c'è. 11. - Accanto all'analisi conflitto per conflitto, di cui ci siamo occupati fino ad

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ora, si colloca naturalmente la cos,iddetta analisi della conflittualità, che prend~ invece in esame gli aspetti ·dei conflitti che sono significativi proprio ..in quanto indichino tendenze generali: se la durata media dei conflitti sia, per una dat~ epoca o una data regione, in aumento o in diminuzione; se prevalgano conflitti internazionali o conflitti interni; in quale misura potenze estranee intervengano in conflitti interni; quale rapporto vi sia fra le spese militari e l'aumento della conflittualità, e così via. La misurazione della conflittualità può essere fatta impiegando degli indicatori di quantità dei conflitti, e in ispecie la loro frequenza e la loro ampiezza, e degli indicatori di natura, sopratutto per . quanto riguarda il grado della loro intensità e del loro impegno. L'intensità dei conflitti è data dalla loro durata e dal tipo di violenza impiegata in essi. L'impegno dei conflitti è dato dal numero e tipo di protagonisti e dall'importanza degli obiettivi in gioco. · lii. - Il controllo dei conflitti: l'analisi operativa dei conflitti 12. - Una volta descritto il conflitto, bisogna essere in grado di controllarlo, orientarlo o, come si dice adesso, di "gestirlo ". La gestione di un conflitto si avvale dell'analisi operativa dei conflitti. I metodi di questo tipo di analisi sono stati formulati in maniera induttiva, nè più nè meno dei metodi di analisi descrittiva, e cioè partendo in concreto dalla realtà s,torica delle diverse centinaia di conflitti internazionali, conflitti interni e colpi di stato degli ultimi trent'anni o poco più. Per formulare i criteri di questa analisi ci si è trovati nella necessità di superare la dottrina in passato giustamente dominante, che suggeriva di interpretare i comportamenti in conflitto sulla base del confronto dei fattori di potenza dei due o più protagonisti. A mano a mano che è diventato predominante il conflitto -di tipo asimmetrico - e cioè fra protagonisti non comparabili fra di loro perchè non omogenei (una superpotenza nucleare che si confronta con un gruppo di guerriglieri, per esempio) - molto più ~ignificativi che non i fattori di potenza si sono rivelate le condizioni di vulnerabilità dei diversi protagonisti. I metodi dell'analisi operativa dei conflitti sono tanto più efficaci quanto più si circoscrive l'insieme dei mezzi e dei metodi che vengono impiegati in maniera dominante in quel conflitto e cioè il suo quadro operativo (detto anche ambiente conf{.ittua!e o contesto co11f{.ittuale). I rapporti fra potenza e vulnerabilità, in pratica, vengono individuati meglio se si prendono le mosse da certi modelli dominanti, i principali dei quali sono caratterizzati dall'impiego di mezzi di distruzione di massa, dall'impiego di metodi e mezzi convenzionali, dall'impiego di guerriglia di campagna, dall'impiego di guerriglia urbana oppure, infine; dall'impiego di metodi di violenza sociale. 13. - Sono fattori di potenza tutti quegli elementi, quei fatti e quelle situazioni che, impiegati razionalmente, dovrebbero mettere un soggetto strategico in· grado di affermare il proprio obiettivo. Fàttore di potenza è dunque tutto ciò che -permette ad un soggetto strategico di prevalere su un altro soggetto strategico. Se però un dato soggetto, venendo a conflitto con un altro soggetto, rivela nei su,oi

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confronti specifiche condizioni di debolezza , che poi Io fanno/o lo farebbero soccombere, diciamo che il primo di questi soggetti strategici presenta certe condizioni di vulnerabilità. Sono condizioni di vulnerabilità di un soggetto strategico dunque quegli elementi, quei fatti e quelle situazioni che, risolvendosi a beneficio dell'avversario, aumentano le possibilità di quest'ultimo di affermare i propri obiettivi di contro al soggetto in questione. Queste due serie di concetti sono collegate fra loro. Se si prende in esame un dato stato, in conflitto con un altro stato, i suoi fattori cli potenza risulteranno indeboliti e svuotati delle sue condizioni di vulnerabilità, che invece vengono ad esaltare i fattori di potenza dello stato avversario. La combinazione dei fattori di potenza e delle condizioni di vulnerabilità danno ad un soggetto strategico, in un dato momento e nei confronti di un altro soggetto strategico, un certo potenziale. I due concetti devono però essere anche mantenuti distinti. Può infatti capitare che uno stato, largamente dotato di fattori di potenza, sia nello stesso tempo esposto a talune gravi cause di vulnerabilità. Oppure uno stato, largamente potente nei confronti di un secondo stato -- una potenza nucleare verso un'altra potenza nucleare - potrebbe essere molto vulnerabile da parte di un terzo soggetto strategico, per esempio nei confronti di un soggetto che pratichi la guerriglia o il sabotaggio. Oppme, ancora, uno stato scarsamente dotato di fattori di potenza potrebbe presentare un alto potenziale grazie alla sua limitata vulnerabilità, dovuta ad esempio alla dis,tanza oppure allo spazio. 14. - Il potenziale di qualsiasi soggetto strategico può essere dunque descritto attraverso la misurazione di due serie di elementi, raggruppati nei fattori di potenza e nelle condizioni di vulnerabilità. Bisogna però che si tratti di un dato soggetto, preso in esame in un dato momento e in confronto con un altro soggetto. Sommariamente i fattori di potenza, diversissimi per natura, contenuto ed efficacia, sono però scomponibili in fattori diretti e fattori indiretti di potenza. I fattori diretti di potenza sono i mezzi disponibili e pronti per essere impiegati, in funzione di un obiettivo. Subito, a ridosso dei mezzi, vengono le risorse disponibili, siano esse già attuali oppure solo potenziali, per l'approntamento e l'impiego dei mezzi. I fattori indiretti di potenza sono rappresentati dalla capacità di messa in valore delle risorse disponibili. e, ancora a monte, dai presupposti mediati o indiretti dell 'impiego efficace dei mezzi in funzione di un obiettivo. Altrettanto sommariamente le condizioni di vulnerabilità sono misurabili se si scompongono negli elementi esterni e negli elementi interni. Gli elementi esterni della vulnerabilità sono rappresentati dal fattore esterno vero e proprio che agisce sul soggetto strategico, nonchè dalle condizioni e dal grado di permeabilità dir~tta del soggetto strategico al fattore esterno (e invers,amente dalla capacità di opporre ad esso una potenzialità difensiva). Gli elementi interni della vulnerabilità sono dati dalle condizioni e dal grado di permeabilità indiretta. nonchè dall'incidenza interna o grado di importanza ( essenzialità) degli effetti che il fattore esterno, dato un certo grado di permeabilità, provoca nel soggetto strategico.

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15. - Una volta elencati i fattori di potenza e le condizioni di vuln.erabilità di una coppia di soggetti strategici, in tensione o in conflitto fra loro, se ne misura e se ne descrive il rapporto strategico attraverso un modello abbastanza semplice. Bisogna cominciare con l'analizzare i fattori di potenza del primo soggetto strategico e metterli a confronto con le specifiche condizioni di vunerabilità dell'altro soggetto. Bisogna poi fare altrettanto, inversamente, col mettere a confronto i fattori di potenza del secondo soggetto strategico con le condizioni di vulnerabilità del primo. E' come se si incrociasse, da una parte e dall'altra, il rapporto potenza mia - vulnerabilità altrui, vulnerabilità mia e potenza altrui. Questo incrocio delle due relazioni è già significativo. Risulta però ulteriormente chiarificatore il confronto fra i fattori di potenza delle due parti, nonchè il confronto delle loro condizioni di vulnerabilità. Infine può essere interessante mettere a confronto, all'interno dell'uno e dell'altro dei due soggetti, i rispettivi fattori di potenza e le rispettive condizioni di vulnerabilità. In regola generale bisogna adottare , per ogni soggetto strategico, non già tutte le condizion i di vulnerabilità o tutti i fattori di potenza, ma solo quei due, tre, quattro fattori o condizioni che siano caratteristici e peculiari. Ancora una volta, nella creazione di un modello conflittuale, vanno scelti gli elementi in numero bensì necessario ma anche minimo sufficiente per raffigurare in modo chiaro ed adeguato la sottostante situazione conflittuale. 16. - Se s,i conosce l'obiettivo, l'analisi operativa dovrebbe essere in grado di suggerire in quale direzione o a quali condizioni un conflitto possa essere controllato, orientato o gestito. Il controllo delle vulnerabilità e della potenza, dell'uno o dell'altro dei protagonisti, riesce però tanto meglio quanto più si è provveduto a circoscrivere l'ambiente conflittuale reale. Per semplificare l'analisi, le ipotesi di ambiente conflittuale che abbiamo adottato come maggiormente probabili sembrano innanzi tutto comprendere le situazioni conflittuali con impiego di armi di distruzione di massa. A loro volta esse comprendono sia tensione o conflitto nucleare, sia tensione o conflitto con altre armi di distruzione di massa, e in ispecie con armi batteriologiche o chimiche. Un altro gruppo di ipotesi comprende le situazioni conflittuali con impiego di metodi convenzionali, che conviene suddividere ulteriormente in conflitti convenzionali di estensione generale, e conflitti convenzionali limitati. Seguono le situazioni conflittuali caratterizzate da guerriglia di campagna, tanto che essa sia in funzione integra tiva del conflitto convenzionale, tanto che la guerriglia di campagna comporti un suo impiego esclusivo. Accanto ad esse si collocano le situazioni conflittuali caratterizzate da guerriglia urbana, in funzione integrativa del conflitto convenzionale o della guerriglia di campagna, oppure con impiego esclusivo. Un quinto ambiente conflittuale è riconoscibile nella violenza sociale. Essa può prendere la forma di terrorismo come uso sistematico della intimidazione a s·copi politici, oppure Ia forma di tensioni sociali. ,

IV. - Il controllo della pace 17. - Anche il controllo della pace, come gli altri due grandi campi degli studi strategici, e cioè il controllo degli armamenti e il controllo dei conflitti, si afferma

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dopo la seconda guerra mondiale. La drammatica globalizzazione delle tensioni mondiali derivante dalla strategia nucleare e dalla inaudita concentrazione di potenza nelle superpotenze, assieme alla profonda penetrazione della violenza nei tessuti sociali di tutti i tipi di società, hanno provocato come reazione l'esplosione delle ricerche sulla pace. Vi hanno concorso due altri fenomeni: uno è l'interesse di tutti gli stati, grandi e piccoli, di tutti i centri di potere e di gran parte dei centri di decis-ione, · a conoscere e a controllare le tensioni e la violenza; l'altro è la curiosità scientifica degli studiosi, oltretutto assai meglio attrezzata che non nel passato, che in fondo aspirano a contribuire al governo ed alla condotta delle società. Sul piano mondiale il bisogno di un ordine internazionale è tanto più acuto quando più soffocanti sono le interdipendenze da cui ognuno è legato agli altri, ed è quindi naturale la speranza di controllare i conflitti, e cioè di controllare la pace. D'altronde, l'esplosione delle ricerche sulla pace, oltre che imposto dall'ambiente, dalla w cietà e si potrebbe dire dalla storia, è reso possibile dal progresso della ricerca scientifica. Si assiste, in particolare, all'aumento degli istituti di ricerca all 'applicazione del trattamento numerico dell'informazione e degli altri sistemi e metodi impiegati neHe scienze esatte, ed alla impostazione realmente interdisciplinare che si dà a questa scienza. 18. - Le ricerche sulla pace si sono orientate in due direzioni. Una parte importante, che si riconosce nella corrente polemologica, parte dallo studio della guerra e delle sue radici per individuare scientificamente le condizioni della pace. La corrente irenologica invece prende la pace come suo oggetto e come suo fine essenziale, e attende dalla conf[ittuologia i dati e le riflessioni sui conflitti e sulle possibilità del loro controllo. Le ricerche. sulla pace hanno approfondito, in questi anni, un numero sconfinato di fenomeni conflittuali, hanno esplorato innumerevoli regioni · ed hanno anche azza rdato proiezioni e piani di controllo dei conflitti . Ma le ricerche continuano, perché. in fondo, un vero e proprio assestamento del concetto stesso di pace non lo abbiamo ancora raggiunto. Molti cons,iderano ancora la pace come un semplice contenimento, una interruzione o anche soltan to la negazione della violenza. Altri concepiscono, in positivo, la pace, e cioè ammettono, anzi patrocinano, l'azione individuale e sociale per la pace, intesa come soluzione dei· conflitti. Altri ancora sostengono che l'unica concezione ammissibile è quella della cosiddetta « pace positiva », costruita logicamente sul rifiuto del concetto di pace come semplice non-guerra. Premeva citare questo grande campo degli situdi strategici moderni perchè è in questo scacchiere di pensiero e di riflessione che, prima o poi, gli altri campi degli studi strategici finiscono per scivolare, o di cui, almeno, finiscono per subire il fascino.

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DEFINIZIONE E DESCRIZIONE DEL CONFLITTO S0MMARlO: I. - Definizione di conflitto: 19. - Conflitto, situazione conflittuale, sistema conflittuale - 20. - Dalla cooperazione al conflitto - 21. - Situazioni analoghe al conflitto: tensione, crisi e controversia - Il. - Gli elementi costitutivi del conflitto: 22. - I modelli' statico e dinamico dei conflitti: elementi oggettivi ecl elementi soggettivi - 23. - La componente psicologica dei conflitti - 24. - Il modello conflittuale come rapporto noi-loro - 25. - segue: ulteriori impieghi del modello - 26. - I meccanismi di diffusione della vìolenza: la violenza fra gruppi strutturati - 27. - segue: le coppie di antagonismi - 28. - segue: la violenza all'interno di gruppi strutturati - III. - I tipi e le forme dei conflitti: 29. - Conflitti interni e conflitti internazionali . 30. - Dimensioni dei conflitti internazionali - 31. - Forme di conflitti interni - 32. Altri sistemi di classificazione dei conflitti - 33. - Conflitti interstrutturali e infrastrutturali - IV. - L e situazioni conflittuali dal 1945 ad oggi: 34. - Criteri di elencazi'one delle situazioni conflittuali - 35. - I conflitti in Europa - 36. - I conflitti nel Medio Oriente 37. - I conflitti in Africa - 38. - I conflitti in Asia ed Estremo Oriente - 39. - I conflitti in America Latina - 40. - La ricerca sulla natura e la tendenza dei conflitti: l'analisi delle singole situazioni conflittuali - 41. - segue: le situazioni conflittuali' transnazionali, dottrine operative e scientifiche, sin tesi per elementi. ,

I. - Definizione di conflitto 19. - Per riuscire a comprandere tutte le diverse situazioni di cui si è concretamente occupata l'analisi descrittiva dei conflitti è stato necessario dare una definizione molto ampia e necessariamente astratta di conflitto. Per conflitto intendiamo infatti una situazione nella quale due o più soggetti, abbastanza somiglianti ed omogenei fra loro da entrare in rapporti di antagonismo reciproco, giudicano a torto o a ragione di essere portatori di interessi, motivazioni od obiettivi contrapposti e reciprocamente incopatibili. Questa è per la precisione la situazione conflittuale che esiste quando si hanno le condizioni perché uno scontro possa prossimamente verificarsi. Pèrchè ci sia un conflitto vero e proprio occorrono due altre condizioni. Occorre che una o più delle parti della situazione conflittuale giudichino che l'incompatibilità degli obiettivi possa essere risolta· col sacrificio degli obiettivi della parte antagonista, ottenuto con l'impiego della forza o almeno con la minaccia del ricorso alla violenza. Occorre inoltre che una almeno delle parti ricorra effettivamente all'uso della forza, alla quale l'altra parte faccia resistenza. Sono rari i casi nei quali un soggetto è a tal punto carico di aggressività da scatenare un conflitto con uno qualsiasi degli altri soggetti. Basta scorrere l'elenco dei conflitti per constatare che essi nascono fra certi soggetti, per coppie di incompatibilità, e cioè proprio fra quei potenziali antagonisti. Si ha un sistema conflittuale. quando si prendono in considerazione gruppi di due o pitt soggetti fra di loro potenzialmente o, se lo si potesse dire, naturalmente antagonisti. 20. ~ La situazione conflittuale non è altro che un momento ed un modo di essere delle relazioni che si stabiliscono all'interno di un gruppo. Dal punto di vista logico, e molto spesso anche dal semplice punto di vista dello sviluppo concreto degli avvenimenti, la siituazione di cooperazione e la situazione di confZitto possono seguirsi l'una all'altra senza che sì possa notare un momento preciso di frattura e trasformazione repentina.

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Una maniera di descrivere il passaggio da una situazione di cooperazione ad una di coesistenza ed infine ad una situazione conflittuale consiste nel chiedersi quale s,ia il gioco del vantaggio, dello svantaggio o dell'indifferenza che le due o più parti di una situazione si attendono. dall'evoluzione di una certa serie di circostanze. Se immaginiamo che due parti entrino in relazione fra di loro e che da questo rapporto possa risultare per le due parti (rapporto l) un vantaggio, si ha una situazione di cooperazione. Altrettanto accadrebbe se si avesse il vantaggio di una e l'indifferenza dell'altra (rapporto 2). Non si avrebbe né cooperazione, né conflitto (rapporto 3) se si avesse un risultato di indifferenza per entrambi. · Saremmo invece in presenza di una situazione conflittuale in tre altri casi e cioè (rapporto 4) se si avesse il vantaggio di una parte e lo svantaggio dell'altra, se si avesse lo svantaggio di una parte e l'indifferenza dell'altra (rapporto 5) o infine (rapporto 6) lo svantaggio di entrambi (1). Sarebbe naturale, in ciascuno di questi casi, che una o più delle parti tentasse di uscire dalla situazione di svantaggio con la negazione dcll 'obiettivo antagonista e quindi col ricorso alla violenza. 21. - Come non è sempre facile definire esattamente il limite di separazione fra confillto e cooperazione, ancor meno facile è separare il conflitto da altre forme, situazioni e circostanze analoghe al conflitto, come la tensione, la crisi, o la controversia. Si può però dire, con sufficiente esattezza, che si ha tensione, o conflitto potenziale, quando la incompatibilità fra gli interessi delle parti risulta bensì evidente ai protagonisti ma questi non pongono in essere in modo univoco alcuna azione tendente a risol vere con la forza il conflitto potenziale. Quasi sempre le parti hanno dunque la percezione dell 'antagonismo dei rispettivi obiettivi. Esse però manifestano la convinzione che non si possa o probabilmente non si debba far ricorso alla violenza per alterare la situazione esistente. In molti casi lo stato di tensione viene mantenuto e prolungato intenzionalmente. Si ha una tensione negativa quando la mancanza di ostilità minaccia di essere precaria. Si ha invece tensione positiva quando essa, come nel caso della dissuasione, è tenuta viva proprio allo scopo di impedire che si faccia ricorso ad un gradino più elevato di violenza. Si ha invece una situazione di crisi quando le parti fra le quali esiste una tensione hanno lasciato insorgere ed accumulare una serie di eventi pericolosi. (1) Si può cercare di semplificare tutto questo ragionamento con una tabella. Immaginando dunque che due parti en trino in relazione fra d i loro e che da questo rapporto possa risultare per le parti 1111 vantaggio o un beneficio (segno + ), uno sva ntaggio o un danno (segno -). o un effetto nullo, né di vantaggio né di svantaggio (segno O) , i possibi li effetti risultanti eia questo rapporto sono appunto 6 rapporto l - vantaggio cli entram bi + + rapporto 2 - vantaggio dell'uno e indifferenza d ell 'altro O rapporto 3 - risultato d i indifferenza per entrambi O O rapporto 4 - van taggio di uno e svantaggio d ell 'altro + rapporto 5 - svantaggio dell'uno e ind ifferenza dell 'altro O rapporto 6 - svantaggio d i entrambi

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Questi eventi possono valere da indizio della tentazione oppure della intenzione di avvicinarsi alla soglia dell'impiego della forza. Nello stesso tempo però essi possono agire, indipendentemente dalle intenzioni, come fattori eccitanti di reazioni o di atteggiamenti aggressivi o comunque, come si dice, belligeri. E' tipico della fase di cris,i il fatto che la determinazione dei rispettivi obiettivi da parte dei soggetti e quindi la ricerca della spiegazione e della giustificazione dei rispettivi atteggiamenti non presentano ancora un buon grado di chiarezza. Si ha infine una controversia quando l'incompatibilità fra gli interessi delle parti prende la forma della pretesa, e si manifesta quindi come tale, ma senza il ricorso alla forza. La formalizzazione della incompatibilità degli obiettivi avviene, ad opera di ciascuna delle parti, attraverso l'indicazione della pretesa, e cioè, quasi sempre, col fornire tanto una spiegazione, quanto una giustificazione del proprio obiettivo. La formulazione delle pretese può costituire tanto una fase del passaggio allo stato di confli tto, quanto invece la premessa per avviare una procedura di soluzione pacifica.

Il. - Glì elementi costitutivi dei conflittì 22. - Gli elementi costitutivi di un dato conflitto sono innanzi tutto i soggetti che vi prendono parte, le cause che agiscono s,ui soggetti e che quindi servono per spiegare l'insorgere del conflitto e la sua natura, e l'obiettivo che ciascuna delle parti dimostra di perseguire attraverso il conflitto. Un primo modello per la descrizione dei conflitti utilizza questi elementi e li colloca in rapporto, uno con l'altro, in un sistema logico. II numero, il tipo e la natura di questi elementi non sono sempre gli stessi lungo l'intera durata del conflitto, ma cambiano nel tempo. Per utilizzare il modello, oltre che in maniera statica, anche in maniera dinamica, conviene raffigurare , descrivere e, per quanto possibile, misurare la situazione conflittuale in tre fasi: quelia delle origini del conflitto; quella centrale, nella quale vengono messi in luce i mezzi ed i metodi impiegati nel conflitto; e infine la fase delle conclusioni e delle conseguenze del conflitto. Quando ci si trova ad interpretare un dato conflitto utilizzando questo modello, può risultare utile fra l'altro domandarsi per ogni elemento che lo costituisce, se in esso prevalga un aspetto oggettivo o un aspetto soggettivo. Può essere utile infatti sapere se quell'elemento dipenda prevalentemente dalle condizioni esterne al soggetto oppure sia influenzato dai meccanismi interni di decisione o di reazione dei soggetti, della maniera con la qu<!le essi percepiscono le circostanze e vi s,i adattano. 23. - Gli elementi soggettivi cli un conflitto sono tutt'uno con la sua componente psicologica. Lasciamo pure da parte la definizione che in psicologia viene data di conflitto interno alla persona. La componente psicologica interviene a "creare " il conflitto almeno in tre momenti diversi: quando contribuisce a costruire il sistema conflittuale e cioè la rete degli antagonismi, nel momento in cui valuta la gravità degli antagonismi e quindi la necessità di negare e cli sacrificare l'obiettivo avversmio, e infine nel momento in -cui adotta come strumento del proprio comportamento il meccanismo della violenza.

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La incompatibilità fra le posizioni delle parti va valutata mettendo a confronto gli obiettivi che le parti al conflitto perseguono, gli interessi che ritengono di trarre od i vantaggi che sperano di conseguire con la soluzione forzata del conflitto, così come essi li percepiscono o come talvolta li " proiettano " sull'avversario. Obiettivi, interessi e vantaggi possono quindi avere, per ognuno dei soggetti, un'importanza relativa, oppure possono essere giudicati come rispondenti ad una esigenza assoluta. Nel caso della nostra ricerca torneremo più volte sulla componente soggettiva dei conflitti. Si noti che essa va ricercata non soltanto quando è materialmente possibile constatarla - e cioè quando, per esempio, essa prende forma di aggressività - ma anche quando consiste in atteggiamenti interiori e non espressi. E' il caso delle situazioni di ostilità, in senso però psicologico, e cioè di atteggiamenti aggressivi che non prendono ancora la forma di aggressione, pur avendone la carica. In conflittuologia invece ostilità indica la fase nella quale prende inizio l'uso materiale della violenza. 24. - In pratica, quando ci chiediamo quale sia stata la percezione che una parte ha avuto delle circostanze e quindi quale sia stata la sua reazione, le cose si complicano. Ci accorgiamo che ognuna delle parti non " percepisce " soltanto l 'avversario, ma sè stessa confrontata con l'avversario, il giudizio che l'avversario sembra dare del'Ia propria e della nostra situazione interna nonchè del proprio e del nostro comportamento esterno, delle ragioni o delle dottrine che sembrano ispirare sè stessa e l'altra parte, e così via. Il numero minimo necessario e sufficiente di rapporti nei quali tentare di scomporre la rete di atteggiamenti psicologici di una situazione conflittuale è pur sempre elevato. Premesso che qualsiasi fatto o atteggiamento capace di creare o realizzare una tensione fra due gruppi si iscrive - quando si tratti di una ricerca di carattere psicologico - in un rapporto "noi-loro ", i possibili atteggiamenti "nostri " o "loro " non sono meno di otto. La tabella di scomposizione del rapporto noi-loro prevede quattro rapporti basati sul termine noi: - nostra situazione interna: 1. - giudizio che noi d iamo sulla nostra situazione interna; 2. - giudizio che loro danno sulla nostra situazione interna; - nostro comportamento verso l'esterno: 3. - giudizio che noi diamo sul loro comportamento verso l'esterno; 4. - criteri ai quali, di conseguenza, noi ispiriamo il nostro comportamen to verso l'esterno. La tabella di scomposizione del rapporto noi-loro prevede altri quattro rapporti basatl sul termine loro: - loro situazione interna: 5. - giudizio che loro danno della loro situazione interna; 6. - giudizio che noi di amo dell a loro si tuazione interna; - loro comportamento verso l'esterno: 7. - giudizio che loro danno del nostro comportamento verso l'esterno ; 8. - criteri ai quali, di conseguenza, loro ispirano il loro comportamento verso l'esterno.

25. - Questo modello di situazione conflittuale non è impiegato soltanto in analisi descrittiva dei conflitti - e cioè per dire, a posteriori, come sono andate le cose - ma anche in analisi operativa. Un esempio interessante di questo modello lo si ritrova tanto per descrivere come sono andati taluni negoziati ·-sul

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disarmo, quanto anche per indicare quali possibilità esistono, in concreto, di raggiungere talune misure di disarmo. Sarà bene comunque tenere presenti due altri aspetti di questo modello, che ne rendono l'applicazione un pò più complessa ma che ne accrescono indubbiamente l'efficacia. Questo modello di indagine deve essere costruito in maniera un pò più complessa per tener conto del fatto che ogni gruppo, in realtà, sperimenta relazioni di tre tipi: le relazioni con altri, oggi; le relazioni con gli altri, nel tempo e in ispecie nel futuro; e le relazioni con sè, proiettate nel futuro. Fra le esperienze più significative del terzo tipo ricordiamo_la proiezione_che il gruppo fa, di sè stesso, in ipotesi di un futuro conflitto, le cui caratteris,tiche - come sì apprende dall'esperienza quotidiana - sono di coinvolgere la popolazione civile ancor più che gli effettivi militari. Si noti infine che il modello di indagine sopra proposto deve essere un pò complicato col considerare i rapporti fra rapporti, e cioè in quale misura, ad esempio, il giudizio che noi diamo sulla loro politica estera (loro comportamento verso l'esterno) determina o influenza i criteri ai quali noi ispiriamo la nostra politica estera. 26. - Come si vede, i due modelli per l'interpretazione dei conflitti che abbiamo illustrato non sono altro che due diverse maniere di prendere in esame gli stessi elementi costitutivi dei conflitti, avendo l'avvertenza però di ordinarli e di presentarli in modo da mettere in maggiore risalto, in questo o quel modello, la posizione statica e dinamica che i soggetti assumono nella situazione conflittuale oppure la percezione che ognuna delle parti ha della minaccia che le incombe. Proponiamo però di prendere in esame anche un terzo modello, orientato in modo da mettere in evidenza i meccanismi della violenza. Con l'impiego di questo modello ci si propone di dire quale sia stato, in ogni conflitto, il cammino percorso dalla violenza, da un soggetto all'altro, fino a portare al conflitto ed al suo sviluppo. Questo modello è un pò più complesso degli altri. Esso è basato sulla success,ione logica (anche se le cose, dal punto di vista cronologico, possono avere degli sviluppi molto diversi da caso a caso) di vari momenti di diffusione della violenza. Si · parte dalla constatazione che in molti conflitti e specialmente nei conflitti etnici il cammino della violenza ha avuto origine nel momento in cui un individuo, per lo più in quanto membro di un gruppo, ha adottato come suo antagonista un individuo, anch'es1SO come membro di un gruppo sul quale ha proiettato la propria violenza (rapporto 1). Questo primo rapporto ne origina automaticamente altri tre: la ricerca, da parte del primo individuo, di appoggio e solidarietà presso il proprio gruppo (rapporto 2) ; la scelta, che qualche volta diventa addirittura la creazione di un capo (rapporto 3) capace di polarizzare la violenza individuale e di gruppo e di dare ad essa un orientamento; e, quasi sempre, la creazione, attorno all'individuo, al gruppo ed al capo, di una " struttura" organizzata, di tipo militare, politico o ideologico (rapporto 4). Questa prima fase della diffusione della violenza e quindi della produzione del conflitto è sempre seguita da una seconda fase nella quale diventa protagonista il secondo individuo, quello sul quale è stata originariamente proiettata la violenza del primo. Egli organizzerà sicuramente la propria violenza in tre modi: ricercherà l'appoggio, la solidarietà e la copertura da parte del proprio gruppo

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(rapporto 5); adotterà il proprio capo (rapporto 6); con la conseguenza che dalla combinazione fra il gruppo e il capo prenderà forma la " struttura " organizzata (rapporto 7), di tipo militare, politico od ideologico.

1

27. - A questo momento della creazione del modello appariran no tutte le altre coppie di incompatibilità e cioè tutte le altre occasioni <li violenza che derivano dal fatto che esistono due o più soggetti portati a scar icare reciprocamente la propria aggressività verso il na turale antagonista. li capo di un gruppo sarà antagonista al capo dell'altro gruppo (rapporto 8) . Le strutture dell'u no e dell'altro gruppo (rapporto 9) si rimbalzeranno la rispettiva violenza, perpetuandola nel tempo per via d i successive accumulaz ioni. Il primo individuo darà vita ad un nuovo rapporto di antagon ismo col capo del gruppo avversario (rapporto 10 a), col grnppo avversario nel suo insieme (rapporto 11 a) e con la struttura organizzata del gruppo avversario (rapporto 12 a). Analoghi rapporti d'an tagonismo saranno posti in essere dal secondo individuo (rapporti 10 b , 11 b e 12 b) rispettivamente col capo, col gruppo e con la struttura della prima parte. Ad ognuno di questi rapporti i diversi soggetti daranno una diversa carica di aggressività e quind i adotteran no manifes tazioni diverse di violenza. Per rendere più semplice la presentazione di questo modello siamo partiti da ll'ipotesi più elementare che l'aggressività del singolo membro di un gruppo scaricasse la propria violenza sul singolo membro di un altro gruppo, constatando poi quanti possano essere i meccanismi attraverso i qua li la violenza si diffonde fino a diventare confl itto. In molti casi la violenza comincia invece a diffondersi quando entra in crisi un rapporto fra strutture (rapporto 9) e, tip icamente, fra stati. L'u tilità del modello non dimin uisce, anzi aiuta grandemente a capire i conflitti più attuali e diffusi, quelli cioè for temente interiorizzati. 28. - Questo modello può essere applicato con vantaggio a due condizioni. In primo luogo bisogna riuscire in qualche modo a misurare l'aggressività che ispira la violenza dei singoli rapporti. Per lo meno bisogna riuscire a individuare quale sia il grado di razionalità opp ure di emotività che c'è dietro i singoli casi di violenza. In secondo luogo bisogna calcolare quanto incidano sui comportamenti aggressivi le circostanze storiche del momento, come l'ambien te delle tensioni mondiali nelle quali un confli tto si trova immerso, e je tradizioni o i precedenti storici, come la tradizione dei rispettivi gruppi re ligiosi ed etnici oppure i precedenti di tensioni fra contendenti . Un modello del genere può essere utilizzato anche nell'interpretazione di conflitti che si svolgono fra l' individuo e la società e quind i all'interno di una data struttura . Il cammino della violenza ha inizio q uando un individuo, non importa se a torto o a ragione, percepisce come violenta la società nella quale vive. Egli proietterà la sua aggressività sulla società (rapporto 1), cercherà appoggio, solidarietà e copertura in un gruppo, più o meno es,teso (rapporto 2) e adotterà un capo capace di polarizzare e o rientare la sua violenza (rapporto 3). QÙesto flusso di violenza sarà poi orien tato o, come anche si dice, operativizzato, nei confronti di taluni obiettivi selezionati (rapporto 4) , scelti per il valore di simbolo della società che l'individuo intende punire . A q uesto pu nto la società e le sue istituzioni cercheranno di adottare un atteg-

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giamento violento verso l'individuo (rappo rto Sa) e ve rso il gruppo che copre l'individuo (rapporto Sb). Quasi sempre la società commette l'errore di prolungare la sua aggressività verso un " ambiente" (rapporto Se), più esteso del gruppo di copertura, per lo p iù inesistente e attraverso il quale pensa di punire i responsabili remoti della violenza individuale.

lii. - I tipi e le forme dei conflitti 29. - La distinzione che è sempre fatta fra con/lilli intemazionali e conflitti interni incontra sempre maggiori difficoltà quando si tratta di applicarla a casi concreti. Per conflitto internazionale si intende tradizionalmente quel conflitto che ha come protagonisti due o più stati o governi posti ai due lati di una frontiera generalmente riconosciuta o una linea di cessate il fuoco o di armistizio. Il carattere internazionale di un conflitto potrebbe derivare però soltanto dalla natura dei contendenti, che devono essere degli stati, indipendentemente dalla posizione del fronte. Un conflitto interno ad uno stato potrebbe internazionalizzarsi per il successivo intervento di altri stati in appoggio all'una o all 'altra delle parti interne. Sono stati considerati come internazionali i conflitti, per loro natura interni, nei quali le Nazioni Unite sono intervenute in base alla loro competenza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Per conflitto interno si intende innanzi tutto la guerra fra due fazioni all'interno di uno stato oppure la guerra fra un governo di fatto o di diritto e degli insorti, dei guerriglieri o delle forze irregolari all'interno del suo territorio. In q uesti casi si parla anche di guerra civile. Alcuni ritengono però che per aversi un conflitto interno sia necessa rio che nelle ostilità siano intervenute forze armate organizzate di uno stato almeno in uno dei campi in lotta. In pratica, per distinguere questi conflitti da situazioni contraddistinte da prevalen te impiego di forze di polizia, si è anche precisato che dovevano essere considerati nella categoria delle guerre civili o dei conflitti interni que i conflitti che comportas.. sero più di 500 perdite umane all'anno. Questa definizione, certamente utile quando si tratta _di compilare in concreto dei repertori di conflitti, non copre tutti i casi nei quali la violenza si scatena all'interno di una data struttura politica fra due soggetti che non hanno ancora raggiunto l'o rganizzazione tipica degli stati. 30. - Una maniera d i classificare i conflitti internazionali è intesa a mettere in evidenza la dimensione che essi possono assumere. Quando in un conflitto foSr sero coinvolte direttamente le due potenze globali oppure qu ando potessero essere tendenzialmente coinvolti tutti i paesi del mondo, esso andrebbe classificato come mondiale. Se si vuol tener conto, oltre che del la dimensione, anche della loro intens·ità , i conflitti fra superpotenze potrebbero essere classificati in due categorie: quella degli iperconflitti e quella, di grado superiore, di ultraconflitti. I conflitti fra altri stati che non siano le superpotenze possono essere classifìcati come internazionali o come statali. Si ha un conflitto internazionale quando, oltre a svilupparsi fra due stati, o comunqu e fra un numero limitato e circoscritto di stati, esso ne coinvol ge altri, specialmente come protagonisti mediati. Taluni li definiscono anche come macroconflitti. Secondo q uesto sistema di classificazione

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gli ultraconflitti, gli iperconflitti ed i niacroconflitti appartengono alla categoria dei conflitti armati maggiori o alle guerre in senso stretto. Sono infine conflitti a dimensione statale quelli nei quali uno stato si oppone ad un altro e quando il conflitto rimane sostanzialmente circoscritto a questi due stati, o comunque ad un numero limitatissimo di stati. Questa categoria di conflitti viene anche definita come microconflitti internazionali. 31. - Mentre la maniera migliore di definire i diversi tipi di conflitti internazionali è basata sulla dimensione che essi possono assumere, per definire i diversi tipi di conflitti interni sembra più opportuno riferirsi alla conseguenza che essi potrebbero avere di modificare il regime politico o il sistema di governo. I conflitti a fini eversivi - detti anche conflitti anti regime - comprendono tre categorie di conflitti. Nei conflitti per l'indipendenza, una popolazione stanziata su un dato territorio si propone di raggiungere l'indipendenza o l'autonomia. Nei conflitti per la secessione una regione, una provincia o un territorio dipendente si adoperano per raggiungere una propria indipendenza od autonomia separandosi dal resto della popolazione. I conflitti che rientrano in queste ·due categorie sono detti anche conflitti per l'autodeterminazione. Nei conflitti eversivi veri e propri, una delle parti si propone di modificare od ha comunque l'effetto di alterare la struttura costituzionale, l'integrità territoriale del paese, la forma _di governo o la effettiva distribuzione del potere politico. Se ci riferiamo invece al modo con il quale le parti intendono raggiungere il loro fine, questi conflitti potrebbero essere sommariamente classificati come colpi di stato oppure come rivoluzione. Nei colpi di stato il mutamento che risulta o che potrebbe risultare nell'esercizio del pote're si compie repentinamente e fra centri di potere concorrenti. Sono conflitti eversivi anche le rivoluzioni, comprensive di fenomeni analoghi come sollevazioni' ed insurrezioni, il cui mutamento di regime o di sistema di potere avviene con la partecipazione determinante di masse o almeno di gruppi abbastanza ampi di popolazione. I conflitti di tipo eversivo sono detti anche conflitti verticali per dare l'idea del cambiamento nei vertici del potere realizzato attraverso un certo comportamento della base della struttura sociale. Gli altri conflitti interni - come quelli che si svolgono fra due gruppi etnici o razziali, e quindi non hanno nè per oggetto nè forse per effetto di alterare la struttura politica del paese - sono detti conflitti orizzontali. 32. - Esistono numerosi altri sistemi di classificazione dei conflitti. Di quello che claSiSifica i conflitti a seconda delle cause, si parlerà nel capitolo dedicato alle cause dei conflitti. Il sistema di classificazione basato sulla dimensione o, meglio, sull'estensione del teatro operativo che il conflitto ricopre, e sulla sua intensità, fa ricorso a taluni indicatori interes-santi: numero di grandi stati antagonisti, estensione del conflitto in spazio ampio, durata, intensità misurata sulla gravità delle perdite, risultati ottenuti (interni o internazionali) , numero di indicatori positivi nel conflitto in esame. Basata invece su un aspetto particolare dell'intensità, e cioè sul numero e sul livello delle ostilità, un'altra classificazione divide i conflitti in : ostilità condotte con intensificazione, ostilità condotte senza intensificazione, ostilità terminate rapidamente senza intensificazione, e ostilità non scatenate. Un altro sistema di classificazione, basato più sulla gravità dei conflitti che non

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sulle dimensioni, li suddivide in conflitti maggiori, conflitti e microconflitti, per esempio, in uno dei migliori sis,temi di classificazione dei conflitti, i conflitti armati maggiori (CAM) considerati nell'elencazione comprendevano: le gutrre straniere e civili, le occupazioni con la forza, le penetrazioni militari, le rivoluzioni, le sollevazioni e le insurrezioni, i massacri tendenti al genocidio, i moti violenti aventi un importante valore di sintomo, di prodromo o di conseguenza oppure importanti riflessi sul piano interno o internazionale. 33. - Il criterio di classificazione dei conflitti al quale abbiamo fatto ricorso più frequentemente e con maggiore profitto è quello che, pur non ignorando la divisione fra conflitti internazionali e conflitti interni, distingue i conflitti fra gruppi strutturali dai conflitti che hanno luogo all'interno di gruppi strutturati. Tutti i conflitti internazionali appartengono alla categoria dei conflitti fra-strutture, e cioè i conflitti mondiali, internazionali in senso stretto e statali. Anche un tipo di conflitti interni appartiene a questa categoria, e cioè i conflitti sub-nazionali, detti anche microconflitti interni, per esempio un conflitto fra il governo centrale di uno stato ed una provincia secessionis,ta e che aspira a raggiungere la struttura e la natura di stato. I conflitti che non si svolgono fra sistemi, si dividono fra conflitti che si risolvono entro una determinata struttura, detti anche infraconf[itti - e cioè i colpi di stato, le rivoluzioni ed i conflitti etnici - e conflitti che hanno luogo nello stesso tempo entro più strutture, detti conflitti transnazionali. Si ha infatti un conflitto a dimensione transnazionale quando il medesimo tipo di conflittualità si verifica all'interno degli stati su aree molto estese (ad esempio, la contestazione giovanile, che ha opposto nello stes-so tempo entro molti stati le stesse generazioni) oppure quando i soggetti dei conflitti non siano degli stati o degli enti sociali assimilati (come, ad esempio, le società multinazionali nelle tensioni relative al petrolio). A nostro parere quindi la classificazione più semplice dei conflitti potrebbe prendere la forma seguente : -

-

-

conflitti internazionali - conflitti mondiali - conflitti internazionali - conflitti statali conflitti interni - conflitti sub-nazionali

l

- colpi di stato - rivoluz;oni - conflitti etnici conflitti transnazionali

\ conflitti all'interno di gruppi strutturali

conflitti fra gruppi struiturali

\ )

IV. - Le situazioni conflittuali dal 1945 ad oggi

34. - Abbiamo messo in luce precedentemente la necessità di basare lo studio dei conflitti su un gruppo ben individuato di s,ituazioni conflittuali se si vuole che il metodo induttivo che abbiamo raccomandato dia i suoi frutti. Abbiamo poi avvertito che non è possibile sottrarsi ad una certa arbitrarietà nel momento in cui si decide in concreto quali conflitti collocare sulla lista di quelli che vogliamo studiare, per non dire delle diverse versioni che si constatano quando si confrontano le date di inizio e quelle di conclusione dei conflitti, a seconda

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dei diversi autori. Abbiamo poi proposto aicuni cdteri per la classificazione dei conflitti, così da integrare la definizione contenutistica dei conflitti con una definizione descrittiva. In concreto, si tratta ora di dichiarare quali sono i conflitti che abbiamo collocato sulla nostra lista e poi di indicare quali sono stati i criteri che abbiamo adoperato per organizzare la prima delle tre ricerche di cui rendiamo conto in questo volume, e cioè la ricerca sulla natura e sulle tendenze dei conflitti. Dobbiamo avvertire che il nostro elenco dei conflitti comprende tanto dei conflitti internazionali e interni, quanto dei colpi di stato. Talvolta si è ritenuto opportuno ricordare delle questioni che non hanno raggiunto la soglia del conflitto, ma non sono state se non delle tensioni o delle controversie, o anche solo delle forme di dissenso. Naturalmente si trattava di situazioni interessanti, per la loro connessione con altre questioni o con l'insieme delle circostanze politiche del momento. Fra i colpi di stato citati, alcuni non sono riusciti, ma valeva la pena farne oggetto di studio per il loro interesse tecnico. 35. -

Le situazioni conflittuali -

conflitti e colpi di stato -

ritenuti per la

regione europea sono i seguenti : CONFLITTI E SITUAZIONI CONFLITTUALI

1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9.

-

questione interna greca questione di Trieste questione del canale di Corfù questione interna cecoslovacca (I) questione della tensione sovietico-jugoslava question,e bulgaro-jugoslava per la Macedonia questione dell'Alto Adige questione di Berlino questione della tensione tra URSS e DDR e questione interna tedesca est-orientale 10. - questione dell'indipendenza di Cipro (I) 11. - I questione interna polacca (I) 12. - questione ungherese 13. - questione d,ella tensione russo-rumena 14. - questione internazionale di Cipro (II) 15. - questione di Gibilterra 16. - questione cecoslovacca (II) 17. - questione dell'Ulster 18. - II questione interna polacca (II) 19. - questione greco-turca per Cipro (III) 20. - questione della tensione tra Grecia e Turchia per l'Egeo 21. - questione del d issenso tra Albania e Cina COLPI DI STATO

21 25 25 15

aprile 1967 - Grecia novembre 1973 - Grecia aprile 1974 - Portogallo luglio 1974 - Cipro

34 .

II.1944 - X.1949 IV.1 945 - X.1 954 X.1946- 1953 Il - V.1948 111.1948- IX.1952 1948 ... 1953 - 16.Xl l.l969 III .1948 - V.1949 VII.1953 1955 - II.1959 VI.1956 X-Xl.1956 1961 - 1968 1963 - 17.VII.1974 .. . 1964 .. . . .. vm -X.1 968 .. . . .. 1969 .. . XII.1970 18.VII.1974 - ... VII.1 976 V II.1 977


36. - Nella regione del Medio Òriente abbiamo registrato 38 conflitti e 21 coipi di stato. In taluni casi le frontiere orientale e occidentale della regione sono state allargate fino a comprendere situazioni che non apparterrebbero alla regione, da un punto di vista geografico. Si capisce però abbastanza facilmente che la connessione con la questione del quarto conflitto arabo-israeliano giustifichi la citazione, in questa regione, della questione del conflitto fra Libia ed Egitto dell'agosto 1977, che geograficamente non avrebbe senso collocare in questo scacchiere. I conflitti repertoriati sono dunque i seguenti: CONFLITTI E S ITUAZIONI CONFLIT TUALI 1. - questione irano-sovietica

1941 · 1946 questione dell'indipendenza sirian a e libanese 1945 · 1946 XII.1 945 · IV.1946 questioni dell'indipendenza dell'Azerbaigian e del Ku rdistan q uestione della sovranità egiziana 1946 - III.1947 questione dell a sovranità giordana 17.1.1946 · 27.IV.1950 1946 · 1948 questione interna irakena (I) II.1 947 -4.IV.1949 ... questione della creazione di Israele o questi one palestinese (I) III.1949- XI.1951 questione della Mezzaluna ferti le e della Grande Si ria questione interna egiziana X 1951 - V I.1 953 questione interna iraniana o dell:i tensione tra Iran e Gran Bretagna IIl.1 95 1 - VIII .1953 questione interna irakena (li) I - XI.1952 questione della frontiera Aden-Yemen I.1 954 - 11.1959 13. - questione di Suez o seconda questione arabo-israeliana (I l ) X - XI.1 956 ... 14.. questione di Muscat e Oman VII· Vlll.1957 15. - questione libanese (T) IV · XII.1958 16. - questione giordana JX.1958 · Xl l.1967 17. - questione della ri volta del Mosul (!rak) III.1959 18. - questio ne dell'oasi di Buraymi V II - VIII.1960 19 . . questione interna dell ' lrak o questione dei curdi (I) V I.1961 · Ill.1970 20. - questione del1'intervento nel Kuwait VI - VIII.1961 21. - questione interna dello Yemen 1962 · 1967 22. - questione dell'Om an V.1963 · 1.1965 23. - questione della fronti era tra Irak e Kuwait X.1963 · VI.1975 24. - questione interna di Aden XII.1963 - 30.XI.1967 25. · q uestione tra Iran e Siria per il Khuzistan ... 1965 . .. 26. - questione della guerriglia nell'Oman o questione del D hofar 1966 - XII .1976 27. · quest ione del terzo conflitto arabo-israeliano (l II) . .. V l. 1967 .. . 28. - questione arabo-palesti nese 1967 . .. . 29. · questione di frontiera fra Jrak e Iran e q uestione detta delle tre isole 1971- V l .1975 30. - questione della frontiera fra la Repubblica Araba dello Yemen (Nord) e la Repubblica Popolare dello Yemen (Sud) II. XI.1972 31. - questione del quarto con flit to arabo-israeliano (IV) 6.X.1973 - .. . 32. - q uestione del conflitto tra l'Oman e lo Yemen del Sud ... 1973 .. . 33. - questione interna de\l ' Jrak o II questione de i curdi 1974 · UI.1975 34. - questione interna siriana o questione dei curdi ]974 35. · questione interna libanese (Il ) JT.1 975 · ... 36. - questione fra Siria e Irak Vl.1975 2. 3. . 4. . 5. 6. 7.. 8, 9. 10. 11 . 12. .

35


37. ~ questione dei curdi in Irak 38. - .questioni del conflitto tra Egitto e Libia

IV.1976 - .. . 21.VIl.1977 - ... ¡ '

COLPI DI STATO

30 marzo 1949 - Siria 14 agosto 1949 - Siria 18 dicembre 1949 - Siria 28 novembre 1951 - Siria 21-23 luglio 1952 - Egitto 21 -23 novembre 1952 - Irak 24 febbraio 1954 - Siria 14 luglio 1958 - lrak 28 settembre 1961 - Siria 28 marzo 1962 - Siria 27 settembre 1962 - Yemen 8 febbraio 1963 - Irak 8 marzo 1963 - Siria 23 febbraio 1966 - Siria 5 novembre 1967 - Yemen 13 novembre 1970 - Siria 22 fe.bbraio 1972 - Qatar 30 giugno 1973 - Irak 17 luglio 1973 - Afghanistan 13 giugno 1974 - Yemen del Nord 11 ottobre 1977 - Yemen del Nord

37. - Nella regione africana abbiamo registrato 49 conflitti o situazioni conflittuali e 50 colpi di stato. Eccoli: CONFLITTI E SITUAZIONI CONFLITTUALI

1. - questione malgascia 2. - questione dei due Togo 3. - questione de!l'indipendenza tumsma 4. - questione dell'indipendenza marocchina 5. - questione in terna della Guinea 6. - questione del Kenya 7. - questione dell'indipendenza algerina 8. - questione interna del Sudan 9. - questione dei Cameroons 10. - questione del Marocco spagnolo 11. - questione del Sud-Ovest africano e poi della Namibia 12. - questione del Ruanda Urundi 13. - questione dell'apartheid nel Sud Africa 14. - questione delle frontiere somalo-etiopiche 15. - questione fra Marocco e Mauritania 16. - questione dell'Angola 17. - questione internazionale del Congo

36

1947 - 1948 1950- 1956 1952 - 31.Vll.1954 1952 - 2.IIl.1956 IX.1952 - 2.X.1958 1952 - 1958 1.XI. 1954 - 18.1 11.1 962 1955 - II.1972 1956- 1960 1957 - 195S V.1958 - ... 1958-1959 1959- ... 1960 - 1964 196011.III.1 961- 11.XI.1975 1960- 1964


VIl.1961 - 1962 questione dell a crisi d i Biserta questione della G uinea portoghese 1962 - 1975 questione d ell a fron tiera marocco-algeri na 1962-1963 1962- 1963 questione del Ruanda e del Burundi questione fra Niger e Da homey 1963 - 1965 XII.1963 - X.1967 questione della fro n tiera fra la Somalia e il Kenya 1964 q uestione dell'insurrezione nei Paesi dell'Africa orientale q uestione del Mozambico 1965 - 1975 questione dell a Somalia francese e poi q uestione degli Afars e degli Issa (Gibuti) 1965 - 27.VI.1977 27. - questione internazionale rhodesiana XI.1 965 - . . . 28. - questione interna d ella Guinea XI.1965 - .. . 29. - q uestione interna congolese 1965 - 1968 30. - q uestione in terna del Ciad 1967 - ... 31. - questione interna del Camer un V.1967 - I.197 I 32. - ques tione della frontlera fra Sudan ed Etiopia 1967 33. - questione del Biafra VI l.1967 - I.1970 VII .1967 34. - q uestio ne fra Guinea e Co sta d 'Avorio 35. - questione della tensione alla front iera fra Zambia e Sud Africa 1968- ... 36. - questione del!a frontiera fra Uganda e Tanzania X.197 1 -5.X.1972 37. - q uestione fra la G uinea Equatoriale e la Spagna III - IV.1969 38. - questione interna etiopica (1) riguard a!1te l'Eritrea 1970- ... 39. - questione interna del Burundi VI-VIII.1972 40. - questione interna dell 'Uganda VIII.1972 41. - questione in tern a etiopica (Il) isti tuzionale 1974 42. - ques tione del Sahara spagnolo VII.1974 - . . . 43. - questione del co nfli tto territoriale tra M ali e Alto Volta XII. 1974 - .. . 44. - questione della controversia tra Spagna e Marocco per i prcs:di s pagnoli 27.I.1975 - ... 45. - questione in terna dell 'Angola Xl.1975 - ... 46. - questione in terna etiopica (I Il ) IX.1 976 - I X.1977 47. - questione tra lo Zaire e l'Angola nel Katanga III.1977 - V.1977 48. - questione della controversia tra Tuni sia e Libia sulla piattaforma continentale Y .1 977 - .. . 49. - q uestione d el conflitto per l'Ogaden tra l'Etiopia e la Somalia VII.1977 - .. . 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26.

-

COLPI DI S TATO

14 settembre 1960 - Congo 12- 13 gennaio 1963 - Togo 13-15 agosto 1963 - Congo (Brazzaville) 28 ottobre 1963 - Dahomey 21 ottobre 1964 - Sudan 18 feb braio 1965 - Sudan 19 giugno 1965 - Algeria 25 novembre 1965 - Zai re 22 dicemb re 1965 - Dahomey 1° gennaio 1966 - Repubblica Centroafrican a

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3-4 gennaio 1966 - Repubblica Alto Volta 15 gennaio 1966 - N iger ia 22 febbraio 1966 - Uganda 24 febbraio 1966 - Ghana 1° agosto 1966 - Nigeria 3 agosto 1966 - Congo (Brazzaville) 29 novembre 1966 - Burundi I 3 gennaio 1967 - Togo 24 marzo 1967 - Sierra Leone 17 dicembre 1967 - Dahomey 18 aprile 1968 - Sierra Leone 3 agosto 1968 - Congo (Brazzaville) 4 settembre 1968 - Congo (Brazzaville) 19 novembre 1968 - Mali 2 aprile 1969 - Ghana 25 maggio 1969 - Sudan 1° settembre 1969 - Libia 2 1 ottobre 1969 - Somalia 10 dicembre 1969 - Dahomey 29-31 dicembre 1969 - Repubblica Popolare del Congo (Brazzaville) 30 gennaio 1970 - Lesotho 25 gennaio 1971 - Uganda 23 marzo 1971 - Sierra Leone IO luglio 1971 - Marocco 19 luglio 1971 - Sudan 13 gennaio 1972 - Ghana 23 febbraio 1972 - Dahomey 7 aprile 1972 - Tanzania 18 maggio 1972 - Repubblica Malgascia 26 ottobre 1972 - Dahomey 28 febbraio 1973 - Dahomey 12 aprile 1973 - Swaziland 5 luglio 1973 - Rwanda marzo 1974 - Uganda 15 aprile 1974 - Niger 11 febbraio 1975 - Madagascar 13 aprile 1975 - Ciad 29 luglio 1975 - Nigeria 1° novembre 1976 - Burundi 16 gennaio 1977 - Benin

38. - I conflitti e le situazioni confli ttuali verificati in Asia ed Estremo Oriente. e di cui abbiamo raccolto la documentazione, sono 54. I colpi di stato sono stati 18 . CONFLITTI E S ITUAZIONI CONFLITTUALI

J. - questione indocinese 2. - questione dell'indipendenza indonesiana

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XI.1946- VII.1954 VIII.1 945 - XI.1949


1946 - 1950 3. - questi one interna cinese 11.1946- 18.1.1948 4. - questione delle sommosse comunali in India 13.1.1946 - 17.X.1947 5. - questione dell'indipendenza birmana II - IIl.1947 6. - questio ne interna cli Formosa VIII.1947 - 11.1949 7. - questione del Kashmir VIII IX.1948 8. - questione interni dello Hyderabad (India) 1948 - 1952 9. - questione interna filippina 1948 - 1954 10. - questione interna birmana 1948 - 1959 11 . - questione dell'insurrezione malese 25.VI.1950 - VIl.1953 12. - questione internazionale di Corea X.195023.V.1951 13. - questione del conflitto fra T ibet e Repubblica Popolare Cinese IX.1954- V.1955 14. - questione di Formosa e delle isole di Quemoy e Matsu (I) 1955 - 1962 15. - questione della rivolta Naga in India 1955 16. - questione del Pakhtunistan fra il Pakistan e l'Afghanistan 1956 1961 17. â&#x20AC;˘ questione interna indonesiana (I) 1956 - IIl.1959 18. - questione interna tibetana 19. - questione fra la Cambogia e la Thailandia 1957 - 1960 20. - questione dello stretto di Formosa e delle isole di Quemoy e di Matsu (Il) VIII - X.195 8 21. - questione interna laoti ana 1959 - VII.1962 22. - questione della frontiera indiano-cinese VIIl .1959 - XI.1962 1959 - 1962 23. - questione vietnamita 1960- 1962 24. - questione dell'Irian occidentale XII.196 1 - III.1962 25. - questione di Goa !II - XII.1 961 26. - questione interna del Nepal I.1962 - 24.1.1973 27. - questione internazionale del Vietnam XII.1962 28. - questione della rivolta nel Brunei 1963 - 1965 29. - questione internazionale della Malaysia Vl.1964 - IV.1975 30. - questione dell a Cambogia e del Laos 1965 31. - questione interna indiana del Kerala 1965 ... 32. - questione interna thailandese 33. - questione internazionale indo-pakistana per il Kashmir e del VIII.1965 - I.1966 deserto del Kutch X. 1965 - I.1966 34. - questione interna indonesiana (Il) 1966 - 1969 35. - questione interna della rivoluzione culturale cinese 1967 -1971 36. - questione interna indiana delle " sommosse contadine " IIl - XII.1969 37. - questione delle fr ontiere fr a l'URSS e la Repubblica Popolare Cinese .. . 1970 .. . 38. - questione delle rivendicazioni delle Molueche meridionali 1971 - .. . 39. - questione interna pakistana del Baluckistan ... 2.V.1971 40. - questione del conflitto tra la Birmania e l'Assam III - 2.XII. 1971 41. - questione del Bengal a Orientale 3 - 20.XIl.1 971 42. - q uestione del Bangladesh I - VI.1971 43. - questione interna di Ceylon III.1972- .. . 44. - questione interna della Malaysia (guerriglia nel Sarawak) 1971 - XII.1976 45. - questione intern a filippina d i Mindanao e Sulu 25.1.1973 - 29.I V.1975 46. - questione tra Vietnam del Sud e Vietnam del Nord 1973 - 1974 47. - q uestione della guerriglia nel Nepal

39


48. 49. 50. 51. 52. 53. 54.

-

questione questione questione questione questione questione questione

tra Cina e Vietnam del Sud per le isole Paraeel e Spratley interna del " nuovo ordine " de1la Repubblica Kmer interna del " nuovo ordine " nel Laos indiana del Sikkim di Timor orientale della controversia tra Bangladesh e India per il Gange interna ciel Bangladesh

1.1 974 - . . . I V.1975 - . . . IV.1975 - .. . IV. 1975 Xll .1975 - .. . IX.1976 - . . . IX. - X.1977

COLPI DI STATO

9 novembre 1947 - Thailandia settembre 1957 - Thailandia 9 agosto 1960 - Laos 2 marzo 1962 - Birmania 1° novembre 1963 - Vietnam del Sud 30 gennaio 1964 - Vietnam del Sud 24 ottobre 1964 - Vietnam del Sud 20 dicembre 1964 - Vietnam del Sud 26 gennaio 1965 - Vietnam del Sud l O ottobre 1965 - Indonesia 30 settembre 1969 - Indonesia 17 novembre 1971 - Thailandia giugno 1974 - India 7 marzo 1975 - Maldive 15 agosto 1975 - Bangladesh 3 novembre 1975 - Bangladesh 6 ottobre 1976 - Thailandia 20 ottobre 1977 - Thailandia

39. - Infine, l'America Latina. Abbiamo registrato 34 conflitti e situazioni conflittuali. I colpi di stato dovrebbero essere stati 42. CONF LITTI E S ITUAZIONI CONFLITTUALI 1. - questione in!erna boli v:ana (I)

2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

-

9. IO. 11. 12. 13. 14.

-

40

questione questione questione questione questione questione questione Honduras questione questione questione questione questione questione

interna del Paraguay fra il Guatemala e l'Honduras brita nnico interna colomb iana (I) della tensione fra Costa Rica e N icaragua (I) della frontiera fra l'H onduras e Nicaragua interna boliviana (I I) interna del Guatemala (! ) e questione fra Guatemala , e Nicaragua della tensione fra Costa Rica e Nicaragua (Il) interna cu bana interna fra la Repubblica Dominicana e il Venezuela della "baia dei porci " interna dominicana interna venezuelana

Vll .1946 III - Vlll.1947 11.1 948 - V.1951 IJ.1948 - 1953 V. I 948 - 11.1949 1949 - 1963 IV.1952 . . . Vl.1954 ... IV.1954 - 25.I.1 956 Xll. 1956-1°.I.1959 V l.1960- V.1961 IV. 196 1 1961 - 1962 1962- 1967


15. - questione internazionale di Cuba 3 - 10.XI.1962 16. - questione della tensione alla frontiera fra Haiti e Repubblica Dominicana IV - V.1963 17. - questione del Canale di Panama I.1 964- 11.VIII.1977 18. - questione interna boliviana (III) Xl.1 964 - X.1967 19. - quest;one interna del Guatemala (Il ) 1964- 1966 1964 - 1969 20. - questione interna di frontiera fra il Venezuela e la G uiana britannica IV - IX.1965 21 . - questione internaz~ona!e del!a Repubblica Dominicana . . . V.1965 .. . 22. - questione interna colombiana (Il) ... VI.1965 .. . 23. - qu estione interna peruviana 1968- ... 24. - questione interna dell'Uruguay (tupamaros) VII- X.1968 25. - questione interna messicana VIIT.1968 ... 26. - q uestione interna del Guatema la (! I! ) 15.Vll - 10.VIII.1 969 27. - questione fra Honduras e Salvador Vl.1 970 - . .. 28. - questione fra Venezuela e Colombia 29. - questione della controversia tra Argen tina e Cile per il Canale di Beagle V II.1971-2.V.1977 1972- .. . 30. - questione internazionale di Belize lX. 1973 - .. . 31. - questione interna cilena 1974- .. . 32. - questione interna argentina 33. - questione fra Cile, Perù e Bolivia per la mecliterr:ineità della Bolivia Xll.1 975 - .. . 34. - questione interna colombi ana (I Il) IX.1977 COL PI DI STATO

18 ottobre 1945 - Venezuela 30 ottobre 1945 - Brasile luglio 1947 - Bolivia 25 agosto - 3 settembre 1947 - Ecuador 3 giugno 1948 - Paraguay 23 novembre 1948 - Venezuela novembre 1948 - novembre 1949 - Costa Rica 10 maggio 1950 - Haiti 10 marzo 1952 - Cuba 13 giugno 1953 - Colombia 5 maggio 1954 - Paraguay dicembre 1954 - Honduras 16 settembre 1955 - Argentina dicembre 1956 - settembre 1957 - Hai ti 10 maggio 1957 - Colombia novembre 1960 - El Salvador 28 marzo 1962 - Argentina I 8 giug no 1962 - Perù 30 marzo 1963 - Guatemala 11 luglio 1963 - Ecuador 25 settembre 1963 - Repubblica Dom i1:icana 3 ottobre J 963 - Honduras 31 marzo - 3 aprile 1964 - Brasile 4 novembre 1964 - Bolivia

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28 giugno 1966 - Argentina 3 ottobre 1968 - Perù ottobre 1968 - Panama 14 dicembre 1968 - Brasile 26 settembre 1969 - Bolivia 29 ottobre 1969 - Brasile 6 ottobre 1970 - Bolivia 22 marzo 1971 - Argentina 22 agosto 1971 - Ecuador 25 marzo 1972 - El Salvador 4 dicembre 1972 - Honduras febbra io 1973 - Uruguay 11 settembre 1973 - Cile 5 giugno 1974 - Bolivia 22 aprile 1975 - H onduras 29 agosto 1975 - Perù 23 marzo 1976 - Argentina 12 giugno 1976 - Uruguay

40. - Abbiamo preso complessivamente in considerazione 196 conflitti, 135 colpi di stato e quindi 331 situazioni conflittuali in tutto. Di ciascuno di questi 331 casi - e alcuni di e56i dispongono ormai di una vastissima bibliografia abbiamo raccolto l'opportuna documentazione. Poi, per mantener fede al metodo induttivo, che tante volte fin qui abbiamo elogiato, ne abbiamo intrapreso l'analisi e il confronto. La prima ricerca, di carattere generale, riguardava la natura e la tendenza dei conflitti. La ricerca è stata orientata all'approfondimento tan to delle singole situazioni conflittuali, conflitti e colpi di stato, quanto di un gruppo di situazioni conflittuali transnazionali. La ricerca sulle singole situazioni conflittuali tendeva ad accertare i seguenti elementi : -

Per ogni confli tto o tensione, elencare i soggetti : protagonisti (di,r etti o mediati) e non protagonisti (non indhfferent i o indifferen ti); l'oggetto: giustifieazionr date dai soggetti e motivazioni agenti sui soggetti; gli strumen ti,: condizioni di tempo e di spazio e mezzi adoperati; e l'esito: soluzioni, risultati ed effetti.

_- Utilizzando gli element i nei quali il confli-tto o tensione è stato scomposto nell a suddetta analisi: indicare come ogni elemento ha influito sugli altri (ad esempio: come il t ì"po di soggetto ha imposto i mezzi impiegati o le condizioni di spazio e di tempo; come le motivazioni dei soggetti hanno influenzato l'esito, ecc.); individuare i caratteri peculiari d el conflitto o della tensione o quelli che maggiormente li caratterizzano, nonché - q uando possib ile - i caratteri somiglianti rispetto agli altri conflitti del gru ppo preso in esame.

Si è tentato di dare una valutazione di sintesi della natura e delle tendenze dei conflitti, per regione. L'analisi si proponeva di: -

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indicare, per peri0d i significativi (possibilmente: 1945-1 953; 1954-1963; 1964-1974) , i ca-


ratteri predominanti (ad esempio: quantità e tipo di colpi di stato, di conflitti interni, di conflitti .internazionali, ecc.) dell'insieme dei conflitti della regione; -

individuare le cause o le cond izioni (politiche, economi'che, geografiche, ecc.) - interne od esterne alla regione - alle quali si deve in maniera preponderante l'insieme dei conflitti della regione.

41. - La ricerca è poi stata condotta lungo tre altre linee di tendenza: una tendeva ad analizzare le situazioni conflittuali transnazionali, una seconda si propone di dare un panorama delle dottrine operative e delle ricerche scientifìche nello studio e nella gestione dei conflitti (anche questi due settori di ricerca sono stati approfonditi tenendo conto dei tre periodi storici già impiegati nella analisi generale dei conflitti), mentre una terza linea di tendenza tentava una sintesi per elementi. L'analisi delle tensioni e situazioni conflittuali transnazionali è stata concentrata su sei campi di ricerca: a. - tensioni e situazioni con!Httuali nel campo monetario internazionale; b. - nel campo commerciale e della produzione e consumo delle materie prime e prodotti dr base; c. - nel campo della produzione, del consumo e dello scambio cl i prodotti energetici; d. - di natura sociale fra categorie e gruppi di diverso livello econom ;·co: e. · di natura sociale fra classi di età; la contestazione giovanile nel mondo; f. - fra blocchi ideologici e all'interno di blocchi ideologici.

La seconda linea specializzata di ricerca si proponeva di: -

individuare le circostanze che hanno dato origine alle dottrine ed ai metodi operativi oppure alle dottrine scientifiche ed ai metodi di ricerca nel campo dello studio dei conflitti e delle tensioni durante il periodo 1945-74 oppure per periodi significativi (possibi1mente: 1945-1 953; 1954-1963; 1964-1974), e di descrivere le principali dottrine operative oppure scientifiche ed i più efficaci metodi, nonchè le ragioni della loro importanza, ponendo tra l'altro in risalto: il con tributo da esse dato alla definizione di "conflitto" o di "tensione", l'influenza esercitata su altrce dottrine scientifiche o dottrine operative.

Si noti che tanto le dottrine operative, quanto le dottrine scientifiche venivano analizzate con riferimento a casi concreti: a. - nel campo delle tensioni e dei con flitt i di ti po nucleare o con l'impiego di mezzi di distruzione di massa; b. - nel campo delle tensioni e dei conflitti di tipo convenzionale; c. - nei casi di tensioni politiche a livello mondiale; d. - nei casi di tensioni e di conflitti sociali interni; e. - nel campo delle tensioni e dei conflitti con impiego della guerriglia di campagna; f . - nel campo delle tensioni e dei conflitti con impiego della guerriglia urbana; g. - nel campo della violenza generalizzata o nel campo dell'azione non violenta; h . . da parte delle superpotenze (USA, URSS); e, i. . da parte delle altre potenze.

La sintesi della ricerca veniva operata in due modi . In primo luogo venivano confrontati i giudizi sugli elementi dei conflitti: per l'intero periodo 1945-1 974, si tendeva ad accertare la natura e la tendenza dei conflitti in relazione al tipo di soggetto, di oggetto, di sviluppo e di esito, nonchè i giudizi tratti dalle dot-

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trine operative e dalle dottrine e dai metodi seguiti sul piano scientifico. In secondo luogo, un altro tentativo di interpretazione della conflittualità di questi trenta anni veniva fatto attraverso la risposta a tre quesiti : a. - quale ·è la definizione di «conflitto» e di « tensione» che meglio risponde alla· natura degli avvenimen ti verificatisi nel periodo 1945-74; b. - quali sono le dimensionì (mondiale, internazionale, interno) nelle quali si sono presentati e con quale frequenza i conflitti e le tensioni del succitato periodo; c. - quali sono le tendenze più significative constatate nel tipo e nella na tura de] conflitti e delle tensioni più recenti.

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SOGGETTI DEI CONFLITTI

I. - Gli staJi come soggetli di COr!f/itti: 42. - La tipologia dei soggetti dei conlfoli - 43. - La misurazione dei soggetti dei conflitti - 44. - l cara tteri propri al!e superpotenze - 45. - Gli stati medi e minori - 46. - I militari e gli altri organi dello stato - 47. - J soggetti analoghi agli stati - 11. - / soggetti a dimensioni m aggiori dello stato: 48. - I grand i raggruppamenti fra stati - 49. - Le « categorie » di stati: gli stati nucleari - 50. - Gli stati non nucleari - 51. - Gli stati spaziali e gli stati non spaziali - 52. - I paesi industrializzati ed i paesi in via di sviluppo - 53. - Le o rganizzazioni regionali - 54. - Gli enti internazionali di difesa - III. - I soggetti a dimensioni inferiori allo stato - 55. - I soggetti tipici della struttura economica - 56. - I soggetti tipici della struttura demografica - 57. - I soggetti tipici della struttura politica - 58. - I soggetti di natura transnazionale - 59. - L' indi viduo come soggetto stra tegico - 60. - L'individuo come centro di gruppi minori. - l V. - La posizione dei soggetti nel sistema conflittuale - 61. - Protagonisti e non protagonisti dei conflitti - 62. - I protagon isti diretti e mediati - 63. - I non-protagonisti non-indifferenti e indifferenti - 64. - I protagonisti di tipo non statale - 65. - I protagoni sti di tipo statale. SoMMARJO:

I. - Gli stati come soggetti cl! conflitti

42 . - Vanno cons,i derati come elementi costi tutivi di un conflitto tanto i soggetti che vi prendono parte, quanto tutto ciò che concorre all'i nsorgere del conflitto, e cioè le sue cause. Soggetti di un conflitto sono tutti coloro che vi prendono parte e che intervengono nel conflitto stesso con un proprio obiettivo, individui o gruppi, dotati di una organizzazione o di una struttura oppure privi di esse, qualunque sia la posizione che occupano nella dinamica del conflitto. L'analisi degli elementi costitutivi del conflitto si propone di rispondere a due domande : quali sono i soggetti del conflitto e quale posizione vi occupano: e quali sono le cause del conflitto. Uno dei risultati pratici raggiunti dall'analisi descrittiva dei conflitti è quello di aver attirato l'attenzione degli studiosi sulla grande varietà dei possibili protagonisti ed attori dei conflitti di. questi ultimi tre decenni. La costruzione di un modello conflittuale risulta quindi utile e rende più facile la comprensione e più efficace il controllo del conflitto quando la scelta dei soggetti sia stata fatta correttamente. Dinanzi ad un dato conflitto non ci si può limitare a rilevare i soggetti protagonisti, ma si deve cercare di " interpretarne " il ruolo e di verificarne così l'identità. Si tratta infatti di accertare quali siano i veri protagonisti, e per riuscirvi occorre ritentare la composizione del modello con altri protagonisti, per successive approssimazioni, quan te volte sia necessario perchè il modello, come si dice, appaia significativo. La tipologia dei soggetti costituisce quindi la prima parte dell'analisi dei soggetti. Per comodità si è ritenuto opportuno fare una prima distinzione fra i soggetti che prendono parte ai conflitti ripartendoli in tre gruppi, a seconda della loro dimensione: gli stati o i soggetti analoghi agli stati; i soggetti che presentano delle dimensioni superiori a quelle degli stati , come le alleanze o le organizzazioni internazionali; ed i soggetti a dimensioni inferiori a quelle dello stato, come i gruppi etnici, razziali o religiosi.

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43. - Fra gli stati che sono intervenuti nei conflitti degli ultimi trent'anni come protagonisti diretti o mediati oppure anche come non protagonisti la prima distinzione che va fatta è quella che distingue le potenze maggiori, e cioè le superpotenze (superpotenze, attuali e potenziali; potenze maggiori, nucleari e spaziali) e le grandi potenze, da un lato, e, dall'altro, le potenze minori, con particolare riferimento al caso delle cosiddette medie potenze nonchè a quello dei ministati. Peculiare degli ultimi trent'anni è stata innanzi tutto la concentrazione in due soli stati del ruolo di superpotenza, a seguito anche del vuoto di potere risultante dalla scomparsa delle altre potenze maggiori. Al vuoto lasciato dalle altre potenze si è aggiunto il sorgere di condizioni di necessaria "globalità " nella politica delle due superpotenze, dovuto aUa concentrazione nelle loro mani del potere nucleare. La posizione delle superpotenze è risultata ancora accresciuta dalla polverizzazione del potere dello stato in oltre un centinaio di stati minori o piccoli, ognuno dei quali è almeno cinquecento volte meno forte dell'una o dell'altra superpotenza, per esempio dal punto di vista economico. La grande diversità delle condizioni e delle caratteristiche tipiche dei singoli stati si può rilevare in innumerevoli modi , quanti sono i criteri di misurazione possibili e quante sono le ragioni di tali ricerche. Diversi criteri di misurazione - come quello della scala delle capacità con tributive degli stati membri delle Nazioni Unite al bilancio di quella organizzazione - servono benissimo a misurare le differenze di potenziale fra gli stati . Va però detto che tali differenze possono essere così ampie da non avere solo un significato quantitativo (uno stato è più grande di un altro) ma piuttosto una portata qualitati va (u no stato è di tanto più grande di un altro da appartenere ad un altro tipo di stato). In pratica è a questo criterio che si fa ricorso quando si vuole individuare la categoria delle superpotenze o potenze globali. 44. - I caratteri che servono a definire una superpotenza acquistano un loro significato quando sono confrontati con i caratteri di altri soggetti della comunità internazionale. Se si prende come elemento di misurazione il potenziale in armamenti, le superpotenze presentano due caratteristiche loro proprie: in primo luogo il loro potenziale è grandemente superiore a quello degli altri stati e, in secondo luogo, il potenziale di ciascuna superpotenza è comunque superiore a quello di tutti gli altri stati, che non siano superpotenze, presi nel loro insieme. Nell'attuale equilibrio strategico mondiale e date le attuali condizioni della tecnologia degli armamenti, le superpotenze presentano due altre caratteristiche. Innanzi tutto, solo a seguito della disponibilità dell'arma termonucleare da parte delle superpotenze è diventato tecnicamente possibile distruggere la vita della umanità. Questo fatto segna un punto importante di transizione fra una condizione preesistente ed un 'altra condizione diversa e nuova delle potenzialità umane. Sono superpotenze, secondo il modo di vedere di questo periodo storico, gli stati che dispongono in proprio di un potenziale di armamenti sufficiente per ottenere questo risultato. Sono inoltre superpotenze quegli stati che, posti dinanzi alla difesa di un interesse effettivamente vitale, hanno - o ritengono credibilmente di avere - la possibilità di annientare tutti gli altri armamenti e tutte le altre risorse esistenti. Sono superpotenze quegli stati che hanno dimostrato di essere in grado di av-

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valersi di almeno due altri fattori di potenza. bal punto cii vlsta economko, essi dispongono in proprio di una economia di scala adatta a sorreggere un sistema produttivo molto attivo e quindi delle dimensioni capac_i di sostenere un rilevante sforzo economico . Dal punto di vista ideologico, essi dispongono della capacità di influenzare almeno taluni degli altri stati, al fine di far loro adottare determinati modelli di vita politica ed economica o determinate decisioni di politica estera. Da un punto di vista più generale, va poi tenuto conto della dimensione e della posizione geografica, tanto diretta, e cioè con il proprio territorio, quanto indiretta, e cioè attraverso territori di stati amici e alleati, capaci di garantire ad ogni superpotenza la possibilità di azione o manovre compatibili con condizioni di strategia mondiale. 45 . - Il soggetto tipico dei conflitti è dunque lo stato anche se l'esperienza degli ultimi trent'anni dimostra che i conflitti che sorgono fra gli stati sono sempre meno frequenti a confronto dei conflitti che nascono dentro gli stati. Non vogliamo nemmeno dire che i conflitti nascano fra gli stati per via del fatto che lo stato è naturalmente portato a fare la guerra, come sostengono coloro che vedono nello stato e nella sua tendenza ad affermare la propria sovranità ed il proprio bisogno di conquista la causa permanente e mai appagata di guerra. Nella analisi dei conflitti gli stati ricorrono frequentemente fra i soggetti perchè sono entità che già dispongono di una struttura politica e, quasi sempre, di una organizzazione militare che li rende adatti a scaricare la violenza nella forma del conflitto. Il comportamento dello stato come soggetto di conflitti va quindi esaminato da due altri punti di vista. Rimane infatti da prendere in esame la vasta categoria di stati comprendente le medie potenze e gli stati minori o minimi. La loro partecipazione ai conflitti dipende dalla loro dimensione. Va poi messo in risalto il ruolo dominante che le medie potenze possono assolvere in determinate regioni o scacchieri, tanto per la loro eventuale incidenza sugli equilibri mondiali di potenza, quanto per il loro compito di leader in una determinata regione. 46. - Nel comportamento dello stato come soggetto di conflitti acquista poi uno speciale rilievo l'istituto militare o, secondo taluni, la classe dei militari. Molto spes6o i militari rappresentano un soggetto a sè stante di un conflitto, da distinguere per esempio dalla classe politica. Comunque l'obiettivo dei soggetti dei conflitti è sempre influenzato, e secondo taluni in maniera determinante, prima, durante e dopo i conflitti, dai militari. In generale va messo nella dovuta evidenza che per illustrare il comportamento del soggetto politico e strategico tipico, e cioè dello stato, non basta descrivere il suo comportamento " globale ", ma bisogna piuttosto analizzare come sono intervenuti i diversi organi la cui azione converge appunto nel comportamento dello stato. La "collocazione " nei modelli conflittuali degli organi statali può avvalersi di alcuni semplici criteri di classificazione da compiersi, per esempio, sulla base della struttura costituzionale, e in ispecie della posizione che ciascuno occupa nella costituzione formale e scritta (organi di decisione, organi di controllo) e nella costituzione sostanziale (organi di propulsione, centri di potere e di interesse). Un'altra distinzione è quella che può farsi sulla base della struttura politica (organi centralì e organi decentralizzati, per regioni o per settori; organi di

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gestione politica e organi di gestione amministrativa, civili e militari) . Infine, un'ultima distinzione può essere compiuta sulla base dei centri di potere sul piano non politico (nella s1truttura economica , nella struttura sociale, in ispecie i centri di opinione, come i mezzi di informazione di massa) . 4 7. - Una peculiarità dei conflitti degli ultimi trent'anni è quella di lasciare uno spazio molto più ampio che non nel passato ai soggetti diversi dallo stato, ma in modo particolare a protagonisti analoghi allo stato. Per cercare di dare una classificazione di questo gruppo di soggetti, molto ampio e molto diverso da caso a caso, si è propos,to di ordinarli in relazione al loro maggiore o minore grado di prossimità all'esercizio delle funzioni statali. Più vicini o somiglianti alle funzioni dello stato sono gli enti o gruppi che presentano un esercizio parziale diretto delle funzioni statali, come una popolazione di un territoìio dipendente portatrice potenziale di sovranità , oppure una regione secessionista o ancora uno stato federato in via di s,eparazione dalla federazione di cui era membro. Sono abbastanza somiglianti ad uno stato i soggetti che presentano un esercizio parziale indiretto delle funzioni dello stato, come un governo in esilio oppure una entità armata di volontari stranieri operanti sistematicamente nel paese. Gli enti o gruppi con esercizio potenziale, ma non ancora attuale, nemmeno parziale, delle funzioni statali, comprendono innanzi tutto gli enti che aspirano ad impossessarsi del potere statale, come i movimenti di liberazione a base nazionale oppure i movimenti di liberazione a base etnica più ristretta di quella nazionale ma che si propongono di esercitare il potere sull'intero paese. Alla stessa categoria di soggetti possono e&sere riferiti gli enti che aspirano a far valere il loro potere su una zona più ristretta, come i ribelli operanti su di una limitata base regionale oppure i movimenti di opinione tendenti a dare fo rma politica ad un raggruppamento o ad una entità regionale.

Il. - I soggem a dimensioni maggiori dello stato 48. - La descrizione dei conflitti degii ultimi trent'anni ri chiama inevitabilmente diversi soggetti che presentano dimensioni maggiori di quella dello stato. o ~iasi sempre questi soggetti assumono una posizione di non protagonisti non indifferenti. Altre volte, più che veri e propri soggetti, si presentano come "spazio sociale " entro il quale il conflitto prosegue con l'impiego di mezzi di strategia indiretti. In non pochi casi tuttavia queste entità - come le Nazioni Unite, con le loro operazioni per il mantenimento della pace, o gli enti di difesa, come la NATO o il Patto di Varsavia - assumono la posizione di veri e propri protagonisti, anche se mediati e non, quindi, di protagonisti diretti. L'Organizzazione delle Nazioni Unite rappresenta il più ampio " spazio sociale" nel quale ad un certo momento quasi tutti i conflitti internazionali e buona parte dei conflitti interni sono stati controllati o per lo meno evocati. Si sono comportati come veri e propri soggetti dei conflitti altri grandi raggruppamenti di stati, taluni dotati di una struttura istituzionale e di una organizzazione, altri invece dotati di una loro realtà di fat to, con una struttura appena abbozzata . Alcuni di questi raggruppamenti banno la caratteristica di svolgere una funzione essenzialmente politica (tre tipi classici di tale forma di raggruppamento sono

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probabilmente: il grande gru p110 a base eco11omico-sociale rappresentato dal co::.iddetto "gruppo dei 77 " compren<lcnlc oltre 110 paesi in via d i sviluppo ; il raggruppamento politico maggiore, conosciuto come il grnppo degli 80 paesi non allineati; e il raggruppamento economico maggiore che trova il suo esempio nell'OPEC, l'organi zzazione dei paesi esportatori di petrolio). Altre volte si tratta di un grande gruppo a base sociale, come nel caso di ognuna delle grandi "zone " fra le quali la polemo logia individua le linee di frattura e di conflittualità permanente Si tratta, al tre volte, di un a suddivisione di raggruppamento politico maggiore, come la Conferenza per la solidarietà afro-asiatica. In ciascuno di questi casi si può riconoscere un soggetto capace di prendere non solo decisioni politiche ma anche decisioni d i tipo strategico. 49. · Più ampio del raggruppamento di stati è il concetto di calegorie di slati. I criteri che servono a distinguere gli stati in categorie sono molto diversi, ma i più importanti sono quattro criteri che si basano tanto sul grado di sviluppo economico e tecnologico quanto sul prestigio politico di uno stato e sono quelli che distinguono fra gli stati nucleari e gli stati non nucleari, oppure quelli che individuano gli stati spaziali e gli stati non spaziali. U n altro criterio di largo uso è quello che fa una distinzione fra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo. Infine un quarto criterio è quello che distingue fra gli stati alleati ad una delle superpotenze e gli sitati non impegnati o non allineati. Quando uno stato si iscri ve ad una di ques te categorie ovvero, ciò che è più frequente, quando uno stato si trova collocato in una di esse, è come se compisse una scelta politica e strategica generale. Da un lato, molti dei suoi comportamenti risulteranno inevitabilmente ispirati ad un complesso sentimento di solidarietà e nello stesso tempo d i concorrenza con gli altri stati appartenenti alla sua stessa categoria, e ad un altrettanto complesso sentimento di antagonismo e di complementarietà con gli stati della categoria opposta. Dall'altro i suoi comportamenti o le sue decisioni saranno comunque condizio na ti dalla " logica " della categoria di stati nella quale si trova collocato. L'appartenenza di uno stato ad una o ad un 'altra di queste categorie dipende da condi zioni oggettive più ancora che da libere scelte. L'appartenenza o meno alla categoria degli sta ti nucl eari (l) dipende innanzi tutto dalla possibilità ma(I) Secondo il tra ttato sulla non proliferazione di armi n ucleari « uno sia/o dotato di armi nucleari è uno stato che ha fabbrica to ed ha fatto esplodere un 'arma nucleare o un altro dispositivo nucleare esplosivo prima del 1° gennaio 1967 ». La definizione d ata nell'art. fX di questo trattato - entrato in vigore il 5 marzo 1970 - aveva il solo scopo di permettere d i distinguere le respo nsabilità e le facoltà di un certo numero di potenze, gli stati nuclea ri . dagli obblighi e dai diritti di cui era portatore un altro ben determ inato gruppo di stati, gli stati non nucleari. Tuttavia , la distinzione l'ra stati nucleari e stati non dotati di armi nucleari prende form a anche giuridica proprio in vista dell a fi rm a del suddetto trattato. Ln risoluzione 2 153 (XXI) . B, d ell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, « decide d i con vocare una conferenza di Sta/i non dotati di armi nucleari che si riunirebbe nel luglio 1968 al più tardi per esaminare i seguenti problem i nonché altre questi oni collegate: a. · in quale maniera la sicurezza degli stati non nucleari può essere meglio nssicurata?; b. · in quale maniera le potenze non nucleari possono cooperare fra d i loro per prevenire la proliferazio ne d elle armi nucleari?; c. - come possono i materi ali nucleari essere impiega ti a fini esclusivamen te p nci fìc;? » . Ciò permette all a categoria degli stati no n nucleari di indi viduarsi come ornppo e così d i contrapporsi a quell a degli stati nucleari. "

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teriale di esserlo. Per far parte del gruppo degli stati nucleari maggiori bisogna che si verifichino tre condizioni: che dispongano di una potenzialità scientifica e tecnologica atta all'impiego dell'energia atomica nel campo militare non meno che a scopi di pace; che abbiano prodotto e siano in grado di produrre armi nucleari adeguate per numero, per tipo e per affidabilità, e cioè dopo un numero adeguato di esperimenti; e, che dispongano di un sistema adeguato di impiego dell'arma nucleare. Sono stati nucleari minori quelli che hanno alcuni di questi elementi ma non tutti. Sono stati non nucleari tutti gli altri. 50. - L'appartenenza alla categoria degli stati non dotati di armi nucleari dipende da condizioni oggettive oppure da scelte compiute dagli stati stessi. L'incapacità assoluta o relativa di uno stato di realizzare le condizioni economiche o tecnologiche necessarie per la disponibilità delle armi nucleari pone uno stato o in posizione di impossibilità, oppure in posizione di possibilità relativa, detta posizione pre-opzionale, rispetto agli armamenti nucleari ( 1). Può invece darsi il caso di uno stato che sia in posizione opzionale, e cioè che abbia, volendo, la possibilità di dotarsi di un tale armamento, ma che decida di non dotarsene. Gli stati che si trovano in posizione opzionale sono sottoposti all'influenza di diversi tipi di motivazioni a favore o contro la dotazione di armi nucleari. Il primo tipo di alternativa può consistere nella soluzione che si dà al rapporto fra quantità di sicurezza ottenibile grazie al'la eventuale disponibilità autonoma dell'arma nucleare e, dall'altro lato, quantità di sicureza ottenibile, alternativamente, attraverso un sistema di alleanze. Un altro rapporto fra elementi contrapposti tipico dello stato che è posto dinanzi alla opzione nucleare è quello che vede, da un lato, la quantità di sicurezza ottenibile attraverso un sistema di alleanze o di blocchi, capace di mantenere un equilibrio dinamico fra le potenze nucleari, e, dall'altra parte, la quantità di sicurezza possibile attraverso sistemi di disarmo, compreso il sistema delle denuclearizzazioni e quello della non proliferazione degli stati nucleari. Comunque sia, si tratta, come si vede, di condizioni oggettive non meno che di scelte o di decisioni. 51. - La ripartizione degli stati nelle due categorie, ristretta la prima, e vastissima la seconda, degli stati spaziali e degli stati non spaziali corrisponde in certo senso alla separazione fra paesi nucleari e paesi non nucleari, dal punto di vista della misurazione del potere militare. Essa è però ancor più significativa dal punto di vista del potenziale economico e tecnologico, in una parola del potenziale per il progresso, di cui è indice l'appartenenza all'una o all'altra ca-

(I) Un'analisi dei costi di impianto o di esercizio di un sistema di armi nucleari è stata effettuata dal Segretario generale delle Nazioni Unite nel suo . rapporto sugli effetti dell'impiego eventuale dell'arma nucleare. Questa analisi dei costi era intesa a dimostrare l'esistenza posta u_na ~oglia !11inima di ':mere fìna.nziario p~r un armamento nucleare adeguato - di tre categorie d1 paesi: a. - paesi ec(>nom1camente m grado di sostenP.re il relativo onere senza inciderv sensibilmente sugli investimenti sociali (due paesi); b. - paesi in grado di dotarsi di un sistema di armi nucleari previa riduzione, peraltro ancora tollerabile degli investimenti sociali (~.ma diecina di paesi); c. - paesi non in grado, non solo tecnol~gicamente, ma anche economicamente, di sostenere un tale onere (tutti i rimanenti paesi).

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tegoria. Vanno considerati spaziali gli stati che dispongono in proprio deile capacità, dei mezzi e dell'esperienza in materia di vettori, di satelliti e di sistemi di orientamento, guida e controllo capaci di porre in orbita mezzi di guerra significativi. L'appartenenza di uno stato alla categoria degli stati spaziali è up. indicatore della sua capacità potenziale nel campo degli armamenti. Inoltre essa è di regola accompagnata da un elevato potenziale scientifico, rivelato dall'alto rapporto che si può normalmente constatare fra livello di concentrazione tecnologica (dalla ricerca scientifica, a monte, alla innovazione tecnologica, a valle) del settore spaziale, e livello tecnologico generale della struttura economica del paese. E' inoltre utile osservare il rapporto fra ritmo di progresso scientifico e tecnologico negli stati impegnati nel campo spaziale e ritmo di progresso, a parità di altre condizioni, riscontrabile in paesi non spaziali. Se è vero che sono " stati spaziali " quelli che dispongono inizialmente di risorse economiche e tecniche già così consistenti da sopportare i relativi oneri, particolarmente elevati, è altrettanto vero che l'effetto indotto delle applicazioni spaziali eleva la capacità scientifica e tecnologica degli stessi stati. Il divario fra gli stati spaziali e non spaziali, a parità di altre condizioni, tende di per sè stesso ad aumentare e costituire anzi una delle cause indirette di più intensa differenziazione di livello fra gli stati. 52. - La ripartizione più importante degli stati in categorie diverse per la loro natura e quindi per la posizione che gli stati che vi appartengono vengono naturalmente ad occupare nelle relazioni e nelle tensioni internazionali è quella fra paesi progrediti e paesi in via di sviluppo. La ripartizione fra paesi economicamente progrediti, detti paesi industrializzati, e paesi economicamente meno progrediti, detti paesi in via di sviluppo, spiega una gran parte delle motivazioni del comportamento esterno degli stati, influenzate come sono dal livello quantitativo e dalle condizioni qualitative della loro economia, nonchè dal confronto fra i diversi livelli di vita che sono propri ai singoli stati. Accanto a questa prima e sommaria contrapposizione di categorie, che viene fatta dipendere dal livello e dalle condizioni economiche e sociali dei diversi paesi, bisogna ricordare un'altra sommaria contrapposizione, quella fra i paesi ad economia centralmente pianificata, e i paesi ad economia di mercato. La combinazione fra i due criteri ha ormai provocato l'adozione di vere e proprie classi economiche nelle quali vengono collocati, in un modo o nell'altro, tutti i paesi del mondo. Questa ripartizione in classi è però ormai troppo sommaria e non basta più per riprodurre la quantità dei soggetti collettivi che entrano in gioco nelle relazioni economiche internazionali. Nel "terzo mondo" vanno isolati i raggruppamenti di paesi esportatori di petrolio, di grande potenziale economico, nonchè una ventina di " associazioni di produttori " e cioè raggruppamenti di paesi, a diversa composizione, produttori di prodotti di base, che riescano ad avvalersi di condizioni di mercato in qualche modo somiglianti a quelle del petrolio. Soprattutto va ormai individuato un "quarto mondo", comprendente i paesi economicamente più sfavoriti. Ne esistono di diverse categorie: i paesi senza litorale, i paesi insulari, i paesi colpiti dalle guerre di liberazione nazionale, i paesi colpiti dalla crisi energetica, i paesi meno sviluppati fra i paesi in via di sviluppo.

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53. - Le organizzazioni regionali comprendenti un numero circoscritto di stati e che coprono per lo più una cerla regione geografica hanno una parlicolare importanza nei cosiddetti modelli di equilibrio politico specialmente da quando si è dovuto constatare che il sistema di sicurezza collettiva instaurato su base universale· dalle Nazioni Unite è stato parzialmente sostituito da un sistema regionalizzato di sicurezza. Le organizzazioni regionali vanno classificate per grandi regioni, intese in senso politico o strategico. Si pensi alle grandi organizzazioni regionali continentali (Consiglio d'Europa, Organizzazione degli Stati Americani, Organizzazione dell'Unità Africana) ed alle grandi organizzazioni regionali militari o difensive (NATO, Patto di Varsavia, CenTO, SEATO) . Vanno poi tenute presenti le grandi "regioni" in senso economico: i due gruppi principali di tali enti sono basati sul regionalismo funzionale (organi regionali di organizzazioni più vaste, come la Commissione economica per l'Europa nel quadro delle Nazioni Unite ed il gruppo dei paesi del Golfo Persico nel quadro dell'OPEC) o sul regionalismo istituzionale (vere e proprie organizzazioni, come la Comunità economica europea). Esistono infine, e non vanno sottovalutate, le cosiddette regioni minori, come le aree di interesse regionale circoscritto (per esempio, attorno ad un grande fiume) o addirittura risultanti da un accordo bilaterale. 54. - Nei sistemi predisposti per mantenere gli equilibri politici e strategici mondiali le organizzazioni che intervengono più di altre sono gli enti internazionali di difesa. La funzione principale di questi enti consiste nel garantire ad ogni stato membro l'aiuto militare e politico da parte degli altri stati membri in caso di attacco dall'esterno o, in taluni casi, da parte di un altro stato membro. Accessorie, ma forse non meno importanti, le funzioni secondarie: determinare i luoghi, le condizioni e in generale le modalità che rendano possibile, in caso di attacco, il funzionamento del si stema di garanzie; mantenere ed accrescere la capacità dei singoli stati e del gruppo di stati riunito nell'ente di resistere e di replicare ad un attacco; asskurare le consultazioni fra gli stati membri , in caso di emergenza ma anche in situazioni ordinarie; e risolvere, all'interno del gruppo, le eventuali controversie fra stati membri. Rientrano nei compiti degli enti internazionali di difesa an che funzioni accessorie: promuovere la cooperazione economica e sociale fra gli stati membri, in modo da completare la cooperazione militare e politica; mantenere rapporti di compatibilità e di complementarietà fra il sistema particolare di sicurezza, ottenuto attraverso l'ente, ed il sistema generale di sicurezza internazionale rappresentato dalle Nazioni Unite ; assicurare la massima durata possibile del sistema particolare di sicurezza costituito dall'ente, compatibilmente con l'evoluzione delle condizioni politiche e militari generali e particolari.

lii. - I soggetti a dimensioni inferiori allo stato 1

55. - Accanto al gruppo dei soggetti di dimensione pari o superiore allo stato e di natura analoga allo stato l'altra grande categoria di soggetti strategici è quella del gruppo dei soggetti di dimensione inferiore allo stato e di natura diversa dallo stato. Nei modelli dei conflitti degli ultimi trenta anni questa categoria di protagonisti è diventata sempre più frequentemente presente.

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Un metodo per classificare questi soggetti può consistere nell'ordinarli a seconda che essi si collochino più naturalmente nella struttura economica, nella struttura demografica e sociale in senso stretto oppure nella struttura politica dei paesi nei quali tali entità e tali gruppi esistono. Per esempio, è abbastanza facile individuare tre categorie di entità o di gruppi che vivono nella struttura economica. Innanzi tutto vi è la categoria che comprende le entità o i gruppi definiti in base al rispettivo grado di sviluppo economico e di progresso sociale, come le categorie di persone a basso reddito oppure come le regioni meno favorite. Infine una seconda categoria di soggetti interni comprende le entità o i gruppi definiti in base al grado e al tipo di partecipazione al processo produttivo, come i diversi settori produttivi (primario, secondario e terziario), i settori integrati nel sistema produttivo, i settori marginali. Un 'ultima categoria di entità o gruppi che nascono nella struttura economica di un paese comprende i soggetti individuab ili in base a categorie socio-economiche, come nel campo del lavoro (sindacati, organismi imprenditoriali , ... ) o nel campo della produzione (cooperative, accordi fra imprese, ... ). 56. - Altri soggetti che hanno partecipato in maniera diretta ai confli tti degli ultimi trenta anni si coilocano invece nella struttura demografica o pi11 propriamente sociale, in senso stretto, di un paese. Ci riferiamo ad entità , soggetti o gruppi individuabili su una base demografica od etnica, come le classi di età, ad esempio i giovani o gli anziani, oppure in base a valori etnici, come razza, colore, nazionalità di provenienza, oppure come gruppo religioso, linguistico, .. . Moltissimi conflitti interni hanno queste entità e questi gruppi come protagonisti principali e diretti. Una seconda categoria di questi soggetti comprende entità o gruppi definiti in base alla pos,izione occupata nel territorio, come gli stanziamenti urbani, o rurali , o le zone a popolazione concentrata, decentralizzata o diffusa. Una terza categoria comprende dei soggetti diffusi, difficili da circoscrivere, ma indubbiamente importanti, come è l'intera popolazione che risiede nei territori dove hanno luogo man ifestazioni di violenza o nei territori limitrofi. Talvolta questo soggetto esprime degli altri soggetti più circoscritti, come i rifugiati, e cioè quella parte della popolazione che rompe i suoi rapporti col territorio sul quale è stanziata e muove verso altri territori. Altre volte questo soggetto diffuso appare piuttosto come lo spazio sociale nel quale si distribuisce l'alone di sofferenza del conflitto e cioè l'insieme diversificato delle ripercussioni, dei danni e delle conseguenze sopportate dai diversi grnppi, strati o classi della popolazione. 57. - Diversi altri soggetti di conflitti si coilocano nella struttura politica di un paese e in primo luogo quelli politici in senso stretto, e tanto quelli che sono previsti nella costituzione formale di quel paese, come il governo, il parlamento e altri organi istituzionali, quanto quelli che trovano meglio posto nella costitu zione sostanziale e di fatto di un paese, come i partiti politici, i centri di potere economico, i centri dell'infor mazione di massa, i gruppi di opinione politica, i gruppi di pressione. Rientrano in questa categoria tutti i centri di decisione o di influenza politica. Molto frequente è il r ich iamo che si è costretti a fare ai partiti politici, come centro di convergenza degli atteggiamenti emotivi di gruppi o strati più vasti

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di popolazione, oppure ai militari, intesi questi non già come elementi che contribuiscono alle decisioni strategiche dello stato ma piuttosto come soggetti autonomi di decisione, che operano per sè, come soggetto in proprio di una tensione o di un conflitto. Nella struttura politica di un dato paese si vede che i soggetti dei conflitti, che intervengono nella dinamica politica di un paese, sono numerosissimi e difficilmente classificabili. Si tenga presente che occorre comprendere fra questi soggetti entità vastissime e quasi inafferrabili, come l'opinione pubblica generale del paese, ed entità minime, come, tendenzialmente, il singolo individuo, allorchè assuma un ruolo suo proprio, come nella violenza sociale. Fra l'opinione pubblica generale del paese e il singolo individuo trovano posito tutte le altre forme di associazione e di associazionismo. 58. - Diversissimi dai soggetti minori dello stato fino a qui descritti e tuttavia anch'essi di natura nettamente diversa da quella dello stato, vanno poi citati i soggetti transnazionali. Questi soggetti sono organizzati in maniera più o meno rigida. Proponiamo infatti di prendere in esame, in primo luogo, i soggetti transnazionali istituzionalizzati, come le famose imprese multinazionali. Esse operano contemporaneamente in più paesi, senza che la loro azione sia riconducibile sotto il controllo di un solo stato. Carattere tipico delle imprese o società multinazionali è quello di incorporare in un unico schema, non sottoposto al controllo di un solo stato, più investimenti all'estero, più sistemi di esperienza tecnologica e più meccanismi di scambi commerciali. Debbono essere presi in esame separatamente i soggetti transnazionali non istituzionalizzati, come la gioventù di diversi paesi nelle fasi più intense della contestazione giovanile (1964-1968) . 59 . - Il soggetto strategico più significativo della conflittualità degli ultimi trenta anni, fra quelli che abbiamo definito di dimensioni inferiori allo stato, è però l'individuo. La conflittuologia sembra esitante ad iscriverlo fra i soggetti strategici. Invece, solo se si capovolge la lista dei soggetti e, anzichè prendere le mosse dagli stati, si inizia ad elencare i soggetti strategici dall'individuo, si compie quel parallelo capovolgimento di importazione dello studio della violenza e del conflitto che potrebbe rivelarsi capace di spiegare la trasmissione e la diffusione deUe tensioni e dei conflitti. L'individuo viene in evidenza come soggetto strategico in opposizione alla società. Egli può, innanzi tutto, presentarsi isolato, portato alla violenza da una motivazione anarcoide, oppure da una sua dipendenza al mimetismo e predisposizione al contagio, che gli fà fare quello che altri hanno già fatto, oppure infine dalle condizioni che gli si offrono - qualunque sia la motivazione che lo spinge a trarre profitto dalle condizioni favorevoli dei conflitti asimmetrici. . Rientrano in queste categorie l'anarchico, il pirata aereo, il terrorista. L'individuo si presenta come soggetto strategico anche come leader, e cioè tuttora isolato, o comunque con un ruolo personalizzato, ma che diventa importante perchè attorniato dal gruppo e in certo senso suo rappresentante. La posizione dell'individuo come leader va da un massimo di passività - quando l'individuo viene collocato in questo ruolo esclusivamente per un meccanismo di proiezione

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del gruppo, che si riconosce in lui - ad un massimo di autonomia. Ciò si ottiene in due casi: nel caso del rivoluzionario, quando l'individuo capeggia la folla o un gruppo perchè propone un cambiamento nel modo di vivere, oppure nel caso del precursore, che è un individuo che propone un diverso criterio di interpretazione della vita. 60. - L'individuo, come soggetto strategico, ha a sua disposizione, nella .maniera di condurre il conflitto, tanto i mezzi violenti, quanto la non violenza. Quando l'individuo fà ricorso ai mezzi non violenti - come l'ostruzionismo, la resistenza o l'opposizione oppure la non partecipazione, la disobbedienza civile o il rigetto di autorità - esso persegue il suo obiettivo in maniera adatta alla natura del conflitto asimmetrico nel quale è costretto a muoversi, ma non per questo il suo ruolo di soggetto di conflitto viene meno. L'individuo ha la tendenza a diminuire la sua vulnerabilità con la ricerca di una protezione nel gruppo. L'esempio più semplice è dato dalla folla, che diventa a sua volta un soggetto conflittuale nel momento critico in cui si hanno la quantità di persone e la concentrazione in un dato spazio (densità), la sensazione dell'immunità nei singoli (protezione nel gruppo) e l'obiettivo scatenante. Forme più complesse di gruppo creatosi attorno all'individuo si hanno nella violenza penitenziaria (gruppo originato da un ambiente, di tipo ossessivo) e in talune manifestazioni di piazza (provocate dall'incontro fra motivazioni eversive e ambiente sociale permissivo). L'importanza del ruolo dell'individuo nei conflitti interni, specie di tipo verticale, è evidente nei colpi di stato e nelle rivoluzioni. I colpi di stato possono essere definiti in base al tipo di élite - spesso una élite militare - che, per lo più attorno a un individuo, scalza un altro gruppo di potere. Nel caso dei fenomeni rivoluzioni, si ha una vera e propria sostituzione di una cultura con un'altra cultura, imperniata l'una e l'altro sul ruolo rappresentativo di singoli individui. IV. - La posizione dei soggetti nel sistema conflittuale

61. - Dopo aver individuato quali siano i soggetti veri e reali che prendono parte ad un conflitto e che ne sono gli elementi, bisogna collocare questi soggetti nella posizione o, come taluni dicono, nel " ruolo " che ess,i assumono nel conflitto e nella sua dinamica. La maniera più semplice per definire la posizione dei soggetti nel sistema conflittuale è quella che consiste nel distribuirli in categorie diverse a seconda del loro diverso grado di prossimità al conflitto. Il modello della situazione conflittuale va evidentemente composto con tutti i soggetti che vi hanno in qualche modo a che fare. Al fine di calibrare la loro partecipazione al conflitto può essere utile separare i soggetti per ogni conflitto, in soggetti protagonisti del sistema conflittuale e in soggetti non protagonisti. I soggetti protagonisti si collocano nella posizione di protagonisti diretti oppure in quella di protagonisti mediati. I soggetti non protagonisti si collocano nella posizione di non indifferenti oppure in quella di indifferenti. Si noti come le quattro posizioni descritte si allontanino progressivamente dal centro del conflitto. e come in proporzione climinuisca il grado di partecipazione del soggetto, allorchè passi da protagonista diretto, a protagonista mediato, a

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non protagonista non indiffere nte ed infine a non protagonista indifferente. Non si insisterà mai abbastanza sulla necessità di controllare, momento per momento, lungo tutto lo sviluppo del confli tto, i mutamenti di posizione dei di versi soggetti all'in terno del sistema conflittuale. 62. - I soggetti possono dunque assumere una pos1z10ne di protagonisti diretti oppure di protagonisti mediati. La loro posizione diretta o mediata dipende dalla natura dei rispettivi obiettivi oppure dalla forma che prende la loro partecipazione al conflitto. Sono protagonisti diretti quelli per i quali l'obiettivo del conflitto è vitale o di particolare gravità, come il conseguimento dell'indipendenza da parte di una popolazione dipendente, il raggiungimento dell'identità politica da parte di una comunità, la difesa del territorio e della integrità da parte di un governo aggredito o da un governo centrale che deve far fronte alla secessione di una regione. I I carattere di protagonista diretto, oltre che dalla gravità de Il 'obiettivo da conseguire da parte dei soggetti, dipende dalla forma di partecipazione al conflitto e cioè a seguito dell'uso diretto della violenza o della forza o almeno della minaccia di tale uso di cui il soggetto è all'origine. I protagonisti med iati mancano dell'uno o dell'altro di questi due elementi. Quando l'interesse in gioco è altrettanto grave di quello di un protagonista diretto, essi ricorrono a forme media te di partecipazione, come l'assistenza militare ma non la presenza sul terreno . Quando invece se ne constata la partecipazione - come nel caso delle fo rze delle Nazioni Unite - il fine da conseguire è in qualche modo strumento e quindi indiretto. L'interven to nel conflitto da parte dei protagonisti mediati o è di un gradino più lontano dalle operazioni militari , come appunto attraverso l'assistenza o il rifornimento, oppure è parall elo alle operazioni militari, ma in altro campo, come attraverso l'az ione politica, diplomatica o di influenzamento dell'opinione pubblica. 63. - Per i non protagonis,ti il loro diverso grado di partecipazione al conflitto è indicato dal loro interesse, o non-indifferenza, oppure dalla loro indifferenza, nei riguardi dell'esito del conflitto, nei riguardi della ma niera con la quale il conflitto si svolge oppure nei riguardi di entrambi. questi elementi. I non protagonisti non indifferenti sono quei soggetti che non possono o non devono prendere parte al conflitto, ma sui quali la form a del conflitto ed il suo esito avranno sicuramente delle conseguenze. Questa categoria di soggetti E,pinge il proprio intervento fino alla soglia della situazione, superata la quale essi rischierebbero di influire sull'andamento del conflitto. I non protagonisti non indifferenti ricorrono a mezzi politici e diplomatici, si adoperano spesso per esercitare una mediazione, compiono interventi nel campo umanitario e se prendono pos:izione in cam po militare, ad esempio attraverso i rifornimenti , lo fanno a favore di tutti i contendenti. I non-protagonisti ind ifferenti costituiscono invece una categoria nella quale lo studioso dei conflitti colloca intenzionalmente i soggetti che si attribuiscono q uesto atteggiamento di indifferenza ed anzi, di regola, lo sottolineano. In questa categoria van no dunque collocati quei soggetti che pm potendo essere coinvolti nel conflitto tengono a riman ern e estran ei o addirittura che hanno come proprio obiettivo di lasciare che il con Clitlo si scarichi, senza infl uenza rne

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la soluzione oppure nella certezza che il suo esito sia quello prevedibile. Si vsdrà in pratica la grande utilità di prevedere questa categoria d i soggetti. 64. - L'analisi della posizione dei soggetti nel sistema conflittuale conferma che molto spesso in questo periodo i soggetti protagonisti non sono degli stati, ma piuttosto dei gruppi etnici, dei movimenti di opinione, dei centri di potere politico e militare, dei movimenti di liberazione, spesso dei singoli individui e che questo stato di cose ha diverse conseguenze di natura gi uridica. Queste entità non sono portatrici d i diritti e di obblighi rilevanti per l'ordin amento internazionale, e addirittura spesso non si prestano (come nel caso del terrorista) a diventare oggetto di ritorsio ne materiale. Il contro llo dei confli tti e ad diri ttura l'intervento degli enti internazionali per il mantenimen to della pace incontra spesso in questa natura dei soggetti pro tagonisti u lteriori ostacoli rispetto ai conflitti nei q uali i protagonisti sono degli stati. Se la individ uazione dei soggetti viene fatta passando per l'ana lisi delle linee di tensione o delle linee di rottura, si ottiene un risultato analogo . La maggio r parte delle linee di frattura no n segue le frontiere di separaz io ne fra due stati. Molto spesso esse passano all 'interno d i uno stato o di un corpo socia le, oppure, in una li nea continua, all 'interno di pii:1 stati (linee di rottura transnazionali) . Q uando le unità statali si presen tano ne lla loro identità le linee di roltma separano per Io più, invece che stati singoli , gruppi di stati (blocchi). 65 . - In tutto questo periodo è meno frequente di quanto non si pens i il caso in cui le superpotenze sono state protagon iste dirette di un conflitto ed è del tutto raro che lo siano state contemporaneamente nello stesso conflitto . Lo sono state, spesso, come protagonisti mediati e più spesso ancora come non protagonisti non indifferenti . Il loro tipo di interven to ha avuto spesso fun zioni di conservazione di precedenti equili bri o di correzione di equili bri alterati. La posizione mediata o indiretta delle maggiori potenze si è però manifestata spes,so col mantenere talune questioni al di fuori delle competenze delle organizzazioni internazionali . Raram ente invece le maggiori potenze hanno assunto la posizio ne di non protagonisti indifferenti. Anzi, la nozione stessa di superpotenza o di potenza globale contrasta questa possibilità . Ne è derivata una inevitab ile tenden za, da parte delle m aggiori potenze, a strumentalizza re qualsia~i conflitto, anche se insorto contrariam ente o indipendentemente dal le loro intenzioni. Molto spesso una posizione di protagonista mediato è stata assunta da uno stato - an zichè, come si è visto, da parte di soggetti divers i da llo stato - per ragioni diverse, e spesso ricorrenti : o perchè uno stato ha intenziona lmente strumentalizza to questi soggetti non statali, per il cu i tramite, in realtà , agisce; o pcrchè, comunque, la loro esistenza e la lo ro azione ha alterato l'equili bri o di potere fra stati ; o perchè, successivamente al sorgere del confli tto, si è offerta ad uno stato la possibilità d i trarre un beneficio dalla tensione ins.orta .

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LE CAUSE DEI CONFLITTI SOMMARIO: I. - Cause oggettive dei conflitti: le motivazioni individuali: 66. - Le cause e le origi ni dei confli tti - 67. - La spiegazione e le motivazioni dei conflitti - 68. - Le cause economiche ultimative - 69. - Le cause economiche connesse ai conflitti di interesse - 70. Le cause politiche ultimative - 71. - Le cause politiche connesse ai conflitti di potere - II. · Cause oggettive dei conflitti: Le motivazioni collettive: 72. - La natura dell'uomo e la natura della società - 73. - La funzionalità del conflitto come sua causa remota - 74. - La società ingiusta - 75. - La disfunzione sociale - III. - Cause soggettive razionali - 76. - Tipi e categorie di cause soggettive e psicologiche - 77. - La deformazione dell'informazione - 78. - La immagine degli altri - 79. - L'immagine di sè - 80. - Il conflitto come pretesa - 8 I. - Il conflitto come giustizia: la propensione al conflitto - 82. - segue: la critica alla società - 83. - I conflitti per l'esistenza - 84. - I conflitti per la conservazione - IV. - Cause soggettive irrazionali - 85. - Le radici inconscie dell'ostilità - 86. - I conflitti come pretesto o come compenso - 87. Le radici biologiche della violenza - 88. - Le radici sociali della violenza.

I. - Ca.use oggettive dei conflitti: le motivazioni individuali 66. - Cause di un conflitto sono gli eventi, gli atteggiamenti , i comportamenti , i fatti e le circostanze, ai quali , almeno in parte. a torto o a ragione, si attribuisce l'insorgere di una situazione conflittuale. Le cause del conflitto non sono costituite soltanto da questi singoli eventi, ma piuttosto dal loro disporsi in una serie di accadimenti, dal loro scontrarsi reciprocamente e cioè dalla combinazione degli eventi in serie significativa. Di qualunque conflitto ci si occupi, le cause sono sempre estremamente complesse. Per superare questa difficoltà e quindi per trovare ad ogni costo una spiegazione dell'insorgere dei conflitti, tutte le grandi filosofie o interpretazioni della società hanno adottato una delle possibili cause dei conflitti, facendole assumere il ruolo di causa principale, e talvolta di causa unica dei conflitti. Altre dottrine, e in particolare quelle che si trovano a dover spiegare la conflittualità di questi ultimi anni, rifiutano l'adozione di una causa maggiore per ricercare invece le cause dei conflitti caso per caso. Esse preferiscono scegliere come oggetto di indagine la situazione conflittuale, con quei dati elementi, e in ispecie con quei dati soggetti. Quella concreta situazione conflittuale infatti può nascere solo fra quei dati soggetti, in quel dato contesto e per via di incompatibilità che sono loro proprie. E' comprensibile infine la tentazione di superare le difficoltà che si incontrano nella descrizione delle cause di un conflitto, e cioè del perchè un conflitto è nato, col concentrarsi sulle origini di un conflitto, e cioè sul come esso è nato. Per origini di un conflitto vanno intese le modalità con le quali i diversi eventi causali si sono combinati in sequenze temporali oppure in sequenze logiche e non vanno confuse con le cause. 67. - Molto spesso alle radici del comportamento di una o più delle parti che poi entrano in conflitto si è creduto di riconoscere una causa oggettiva, e cioè una serie di situazioni, condizioni e fatti capaci di portare al conflitto "di per sè", quasi indipendentemente dalla maniera con la quale sono stati percepiti, interpretati, elaborati e affrontati dalle parti. Altre volte si è invece preferito mettere

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l'accento su una causa prevalentemente soggettiva, e cioè suila maniera con la quale una o più delle parti hanno percepito, interpretato, elaborato e affrontato le situazioni, gli avvenimenti o il comportamento delle altre parti. Alcuni poi mettono in risalto i motivi che spingono le parti di un conflitto a cercare l'affermazione calcolata dei propri obiettivi. Altri concentrano la loro attenzione sul modo di percepire la realtà esterna come motivo vero del comportamento conflittuale, indipendentemente dalla sua razionalità. Si potrebbe forse ricostruire cause di un conflitto basandosi soprattutto sulle spiegazioni e sulle giusti/icazioni date dalle parti. Per spiegazione si intende la descrizione che si dà degli avvenimenti. Per giustificazione si intende invece la dimostrazione che certi avvenimenti e certi atti sono conformi ad un codice, morale o di altra natura, oppure sono per lo meno coerenti e r ispondenti a ragioni di interesse. Molto spesso però le spiegazioni e le giustificazioni che le parti danno prima , durante e anche dopo il conflitto, non hanno molto a che fa re con le motivazioni, e cioè con le ragioni vere che hanno spinto ad un dato comportamento. Le motivazioni possono essere conscie - e in questo caso spiegazioni e giustificazioni servono soprattutto a coprirle - ma possono anche essere inconscie.

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68. - Fra le cause oggettive dei conflitti alcune hanno radici economiche, altre hanno una natura prevalentemente politica . Le une e le altre denunciano nei soggetti la mancanza o la privazione di qualcosa, sentite in maniera così intensa da spingerli ad affrontare un conflitto. Le cause economiche dei conflitti denunciano un rapporto negativo fra risorse disponibili e bisogni risentiti. Le cause politiche dei conflitti denunziano un analogo rapporto nega tivo fra potenza · e insicurezza provata dal soggetto. Le principali cause economiche dei conflit ti sembrano ritrovarsi nell a necessità di provvedersi di talune materie prime, nell'interesse di accaparrarsi taluni mercati o di con trollare rotte commerciali particolarmente vantaggiose, nello stimolo di ribattere alla concorrenza economica e di prevalere su di essa. Nella impossibilità di elencare tutte le possibili c~mse economiche, può essere utile tornare al concetto di rapporto fra risorse disponibili e bisogni risentiti, e in particolare accertare quanto il conflitto risulti " pagante " rispetto alla gravità del bisogno. Se la gravi tà del bisogno è molto elevata, potremmo trovarci dinanzi ad una cosiddetta situazione ultimativa. Questo grave bisogno economico può derivare da un eccesso di popolazione, e cioè di consumatori ri spetto alle risorse dispon ibili , o da una scarsità generale e cronica di risorse proprie a quel determinato paese, oppure anche da una grave scarsità relativa di una determinata materia prima, di un prodotto, di un mezzo di produzione, essenziali alla vita economica di quel paese in quel momento. Un altro tipo di situazione economica "ultimativa " - e cioè tale da rendere il conflitto, comunque vada, preferibile al prolungamento del gra ve stato di inadegua tezza economica - si ha, ad esempio, quando una cl asse è tenu ta in una situazione cronica di scarsità e di indi genza da parte cli un'altra classe attraverso una data struttura socio-econom ica. Per la classe sfruttata l'obiettivo di in frangere il sistema e cambiare le tecniche di produzione giudicate res ponsabili della sua indigenza ha un valore supe riore a l costo da affrontare durante il peri odo della lotta di classe.

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69. - Una causa economica può essere all'ori gine cli un conflitto anche quando siano in gioco interessi economici non ultimativi, ma quando col conflitto ci si proponga soltanto cli migliorare una certa situazione economica. E' però molto frequente, in questo secondo caso, che entrino in gioco interessi di parte, e cioè interessi di certi gruppi o centri di potere economico. I loro interessi potrebbero anche non coincidere con gli interessi della società alla quale questi gruppi appartengono. La capacità di calcolare il rapporto del costo di un conflitto col beneficio che si spera di ricavare dal conflitto stesso è tipica più di gruppi ristretti, portatori di interessi chiaramente definiti, che non di gruppi più ampi, a finalità e scopi relativamente pit1 difficili da determinare. Nei momenti pre-conflittuali questo genere di decisioni è adatto a gruppi di potere economico, come un settore di industria o un centro commerciale. A questi gruppi o centri di interesse, rimane però da risolvere il problema di far adottare dalla collettività il loro interesse al conflitto, così che es,sa ne divenga, in certo senso, lo strumento di esecuzione. Un comportamento diverso è tenuto normalmente d_a altri gruppi di pressione o centri di decisione, come i centri di potere militare. Da parte di questi ultimi vengono talvol ta coperti con giustificazioni di tipo economico propositi di affermazione attraverso il conflitto. Molti studi sono stati compiuti, e taluni anche senza intendimenti necessariamente polemici, sull 'incidenza che il potere economico-militare ha avuto sulle vicende conflittuali soprattutto da un secolo a questa parte. 70. - Le cause politiche dei conflitti hanno generalmente alla loro radice un grave scompenso fra la potenza desiderata e la insicurezza provata invece dal soggetto . Si ha una posizione prevalentemente passiva, o difensiva, quando il soggetto percepisce l'insicurezza con speciale intensità, ciò che avviene soprattutto quando sono in gioco dei beni politici guaii la sicurezza militare, l'integrità territoriale, l'indipendenza, la stessa sopravvivenza della collettività. Un soggetto assume una posizione passiva e un atteggiamento difensivo quando dimostra di temere l'uso altrui del potere e della violenza. Questa violenza può prendere la forma di minaccie fisiche e di minaccie morali. Le minaccie fisiche sono quelle forse più evidenti: la minaccia di aggress,ione, di occupazione, di sottrazione di parte del territorio o della popolazione, di distruzione del potenziale militare. Le minaccie morali sono più difficili da descrivere, anche se, in concreto, esse non sono meno gravi di quelle fisiche. In generale esse si traducono nella minaccia alla libertà politica, ideologica, religiosa, culturale, di un popolo o di un gruppo. Quando una società, un gruppo o un individuo si trovano in una situazione del genere, che s,pesso riveste un carattere ultimativo, è comprensibile che essi siano portati a ritenere che il conflitto è senz'altro preferibile alla sopportazione di queste minaccie (conflitto ricercato nell'attacco) oppure che l'accettazione della violenza altrui è comunque insopportabile (conflitto accettato come rischio) . 71. - Si ha invece una posizione prevalentemente attiva, o aggressiva, quando il soggetto prova con speciale intensità il bisogno di affermare ed accre~cere il proprio potere, di garantire presso gli amici, i nemici o i neutrali la credibilità del proprio potere, di riconquistare propri terri tori perduti, di dare appoggio a

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gruppi amici di altri stati. Va da sè che la posmone attiva e l'atteggiamento aggressivo sussistano fino a quando il soggetto ritiene che la sua affermazione di potere è più " importante " del costo che dovrà inevitabilmente sopportare nel conflitto. Il movente del potere cambia di caso in caso secondo la concezione del soggetto e le circostanze. Comunque, è essenziale capire il concetto di potere adottato in ogni situazione conflittuale, nonchè conoscere quale sia, in ogni soggetto strategico, per esempio in un dato stato, la persona o il gruppo che " percepisce " in maniera più efficace questo concetto. Sul concetto di potere, in astratto, molti contributi sono stati recati, anche negli ultimi anni, dallo studio delle relazioni internazionali e da altre branche della sociologia . In un modo o nell'altro la ricerca o l'accettazione del conflitto da parte di un dato soggetto cositituiscono una prosecuzione della sua politica. Ad un certo momento una politica " protettiva " di taluni beni, come la sicurezza o l'identità ideologica, può rivelarsi incapace di garantirli se non facendo ricorso alla violenza. Una politica " espansionistica " o una politica di prestigio comportano necessariamente il rischio di tradursi in un comportamento violento.

Il. - Cause oggettive dei conflitti: le motivazioni collettive 72. - Le dottrine di cui abbiamo fatto parola ricercano le cause dei conflitti di preferenza nei soggetti o almeno in ciò che i soggetti decidono di fare quando si trovano dinanzi a certe situazioni. Un altro gruppo di dottrine preferisce invece mettere l'accento, anzichè sui soggetti individuali e nelle loro scelte, sui sistemi sociali e sulle strutture entro le quali i soggetti sono chiamati a vivere. Si pensa infatti che in maniera più o meno deterministica le strutture sociali portino l'individuo e i gruppi al conflitto. Secondo taluni la causa ultima dei conflitti risiede nella natura dell'uomo. Le suddivisioni di questo campo di dottrine sono praticamente infinite. Esse meritano molta attenzione, non tanto per la carica di verità in esse contenuta, quanto per la facilità con la quale esse vengono utilizzate per convincere della inevitabilità dei conflitti. Senza poter essere collocati fra le dottrine che considerano l'uomo naturalmente portato alla contesa ed all'uso della violenza, sono indubbiamente interessanti anche gli studi sul comportamento degli animali. Una delle conclusioni quasi universalmente accettata considera che l'uomo è, di fatto e salvo rare eccezioni, l'unico animale che uccide in/ra-specie. Secondo altri la causa ultima dei conflitti risiede nella natura della società, come proverebbe il fatto che nessuna società è capace di evitarli, prevenirli o comunque impedirli. Alcune dottrine si soffermano sulle carenze funzionali della società. Il gruppo è incapace di evitare la guerra perchè la società nella quale vive non dis,pone, di strumenti di potere capaci, di affermare la giustizia e di istituzioni all'altezza di imporre il coordinamento coercitivo degli obiettivi incompatibili. Altre dottrine si soffermano sulle carenze istituzionali, chiamando a conferma la normale ·e sperienza storica. La tesi, più generale, secondo la quale i gruppi sono naturalmente portati al conflitto e alla violenza, diventa più specifica quando ci si riferisce alla società internazionale. In questa società le situazioni conflittuali sarebbero dovute al fatto che i suoi componenti sono degli A

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stati sovrani e indipendenti. Questa sola circostanza sarebbe di per sè all'origine dei conflitti. · 73. - Alcune dottrine giungono così alla conclusione che il conflitto sia "giusto". Altre dottrine, preferiscono invece concludere - oppure di fatto dimostrano di adottare come punto di partenza delle loro considerazioni - che il conflitto invece debba essere " utile " . La funzionalità del conflitto sarebbe, dunque, una spiegazione della ragion d'essere dei conflitti, non meno efficace della loro "giustizia ". Il coflitto contribuirebbe infatti a selezionare gli individui più forti, a consentire ai gruppi maggiormente capaci di esprimere una civiltà di affrettarne la diffusione, a tenere desta la pratica di talune virtù indubbiamente positive per il vivere sociale, e a stimolare l'inventiva, la conquista, le scoperte e in generale il progresso dell'umanità. Il conflitto non sarebbe quindi assimilabile ad una malattia sociale da curare, ma anzi ad uno degli strumenti di igiene sociale, da accettare e, se non proprio da promuovere, almeno da orientare e da utilizzare. Si capisce che qui si parla del conflitto violento, e non delle semplici tensioni fra gruppi di popolazione, fra centri di interesse o fra classi sociali, che nei sistemi costituzionali rappresentativi vengono tipicamente "mediate", per esempio, dalle istituzioni parlamentari. 74. - La causa oggettiva di molti conflitti potrebbe invece ritrovarsi nella società che tratta ingiustamente individui o gruppi o società minori e che quindi appare iniqua al retto e naturale sentimento degli individui e dei gruppi. Di conseguenza essa provoca individui e gruppi al conflitto, unica alternativa possibile all'iniquità. Momento importante della trasmissione di questa causa è quello della presa di coscienza o percezione dell'iniquità, che si presenta talvolta come vera e propria costituzione o invenzione dell'iniquità. Le radici del conflitto, e cioè il modo di essere della società, rimangono oggettive. Solo il meccanismo psicologico attraverso il quale esse agiscono è tipicamente soggettivo. Perchè una data società giunga a provocare un conflitto di questo genere può essere ingiusta per diverse ragioni e presentarsi come tale sotto diversi aspetti. Può presentarsi come iniqua quando protegge gli interessi degli avversari del soggetto che subisce la tentazione al conflitto {ad esempio i poveri dinanzi alla società che protegge i ricchi e privilegiati); come non protettiva od estranea quando non protegge adeguatamente gli interessi del soggetto; o come alienante quando sia indifferente agli interessi di tutte le parti in tensione. 75. - La causa oggettiva di molti conflitti potrebbe infine essere ritrovata semplicemente nel fatto che i meccanismi di regolamentazione della vita sociale non funzionano e quindi n·ella disfunsione sociale, forma di vera e p1'opria patologia sociale. Quando il- numero dei membri di un gruppo aumenta sensibilmente - come nel caso della società internazionale, che ha più che raddoppiato il numero degli stati nel breve giro di venti anni - quasi sempre la preesistente struttura sociale dimostra di non essere più in grado di " ordinare " questo numero così elevato di rapporti. Tutti i rapporti che non trovano coerenza e compatibilità nell'ambito più generale e ampio, tendono a scaricare la violenza che così si crea o compen-

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sa re l'insoddi sfazione che ne nasce in ambienti sociali diversi, in maniera contraria all'ordine interno e all'ordine intL:rnazionale. Dovrebbe essere possibile descrivere come si manifesta in concreto questa disfunsione sociale applicando una o l'altra di queste tre dottrine: q uella degli indicatori sociali, che cerca di isolare tutti i da ti quantificabili che aiutano a rivelare le tensioni interne deile diverse società e in particolare della società internazionale in trasformazione ; la teoria dell'integrazione, dalla quale risulta quanta parte dei rapporti fra i soggetti converge nell'equilibrio del sistema e quanta parte invece si annulla in tensioni reciproche; e que lla del costo sociale, che indica, di caso in caso, e per una data società, quanta energia è assorbita dalla società stessa per "esistere " e sopravvive re, e quanta gliene r imane per " agire ".

lii. - Cause soggettive razionali 76. - Le cause soggettive dei conflitti sono tan te quante le scuole o le dottrine di psicologia . Per comodità di studio abbiamo raccolto in un primo gruppo le cause psicologiche dei conflitti che si ricollegano soprattutto ai meccanismi tipici del processo di percezione dei fatti, cioè ai meccanismi dell'informazione. Rientrano in questo campo le cause di conflitto originate da ignoranza e da errore, e, in quest'ultima categoria, le cause che portano al conflitto come punizione dell'altro oppure al conflitto come affermazione di sé. In tutti questi casi si è arrivati al conflitto perchè qualcosa non ha funzion ato o ha funzionato male nei meccanismi di percezione e d i ricezione o di prima elaborazione dell' informazione, basata su preconcetti. In un secondo campo abbiamo raccolto le cause soggetti ve che dipendono d alla elaborazione del dato esterno. A parte il carattere conscio o inconscio_ di tali meccanismi - impossibile da definire se non dopo aver fatta propria una specifica dottrina psicologica o psicanalitica - si tratta di meccanismi più razionali, nel senso comune e non nel senso tecnico della espressfone. Rientrano in questa fenomenologia le cause del conflitto come pretesa e del conflitto come giustizia, oppure i conflitti per l'esistenza e i conflitti per la conservazione. In un terzo gruppo raccogliamo le cause soggettive dei conflitti che sembrano avere radici più irrazionali. Sappiamo benissimo che secondo mol te dottrine psicologiche questa espressione è priva di senso. Intendiamo riferirci in pratica alle s,i tuazioni, ai comportamenti ed agli atti che si trovano lungo la linea causale degli eventi, che danno contenuto a tensioni e che danno esca al conflitto e che non_ trovano una spiegazione ragionevole secondo una logica comune. Si tratta, ad esempio, dei casi di conflitto come pretesto e di conflitto come com penso, oppure dei comportamenti irrazionali di ostilità e di aggressività, siano essi naturali oppure siano provocati artificialmente, ad esempio con mezzi biochimici. 77. - I meccanismi della percezione possono diventare causa di tensi one o di conflitto quando l'informazione ha l'effetto di indurre un soggetto o più soggetti a considerare il proprio obiettivo e l'obiettivo altrui come gravemente e insopportabilmente incompatibili. L'obiettiva esattezza, verità o fedeltà dell ' informazione rispetto alla realtà che essa riproduce non ha quasi nessun rapporto con l'effetto che la percezione della m inaccia può provocare.

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Nella fase del rilevamento della notizia e dell'informazione, la percezione della realtà esterna può risultare alterata da fattori naturali o involontari - come la parola, con le sue lingue e i suoi linguaggi - oppure in modo intenzionale, da parte dei produttori dell'informazione o da parte degli utilizzatori, al momento della diffusione o in quello della ricezione. Diversi conflitti sono stati provocati da informazioni distorte o da una quantità inadeguata di informazione disponibile. Comunque, il sorgere di qualsiasi conflitto è accompagnato da una sistematica deformazione dell'informazione ad opera delle parti. Il meccanismo della percezione della realtà esterna, quando è deviato con questi strumenti, si presta in molti casi ad essere corretto, specialmente quando la notizia è insufficiente ed inadeguata. Più difficile può risultare la correzione della notizia distorta intenzionalmente. 78. - Ma è il modo di pensare del soggetto che molto frequentemente " filtra " l'informazione e la deforma orientandola nella direzione dell'aggressività. Due meccanismi psicologici che intervengono spesso .ad alterare la capacità di capire gli altri possono essere spiegati col meccanismo psicologico dell'immagine dell'altro oppure con l'altro meccanismo psicologico dell' immagine di sé. L'immagine dell'altro diventa causa di conflitto quando appare come deprivazione di sé, quando cioè il fatto che l'altro appaia dotato di certi caratteri ce lo fa considerare responsabile di quello che manca a noi. La deprivazione assoluta (per esempio l'aver fame) è meno significativa della deprivazione relativa (aver fame mentre c'è chi mangia a sazietà, e saperlo). Questa sensazione rende gli altri responsabili delle nostre condizioni e quindi ce li rende meritevoli di essere " puniti ". L'immagine dell'altro può infatti mettere in moto due diversi meccanismi di ostilità: o appunto quando l'immagine dell'altro ci appare come responsabile di un disagio al quale vogliamo sottrarci ; oppure, più in generale, quando la immagine dell'altro si presenta come una minaccia. L' " altro " può essere sia un soggetto simmetrico e cioè uno stato agli occhi di un altro stato, un individuo rispetto ad un altro individuo, oppure un soggetto asimmetrico, come nel caso di una società agli occhi di un individuo. 79. - Nella formazione del giudizio sulla compatibilità o sull'antagonismo dei rispettivi obiettivi l'immagine di sé può essere altrettanto deviante per i diversi soggetti quanto l'immagine degli altri. L'etnocentrismo o il nazionalismo - e cioè l'immagine di sé riconosciuta, individuata e proiettata nel gruppo - ispira la manifestazione di interessi e di obiettivi validi in assoluto e quindi destinati a non cedere dinanzi ad obiettivi od interessi altrui. Il senso di appartenenza ad un gruppo e la tendenza ad identificarsi nel gruppo stesso sono fenomeni di per sè molto positivi, e comunque ineliminabili, delle relazioni sociali. L'immagine di sè può diventare causa di tensione ed eventualmente di conflitto in base a tre meccanismi principali. Es,sa interviene a rendere leggittimi dei comportamenti illeciti o immorali del proprio gruppo, a seguito della radicale positivizzazione di quan to è proprio a " noi " . L'immagine di sè agisce inoltre nel senso di far uscire danneggiata per confronto l'immagine degli altri, dei loro moventi o dei loro obiettivi. Essa infine privilegia gli obiettivi nostri mentre rifiuta e rimuove gli obiettivi altrui.

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La proiezione che ciascuno fa di se stesso nel gruppo, ln modo da trovarvi identificazione e quindi compenso, diventa più facile quando si raggiunge la sensazione della permanenza del gruppo nel tempo, e cioè il senso della storia, e quando si ha la percezione della forza del numero, e cioè si prova il senso col-

lettivo di forza. 80. - La inconciliabilità degli obiettivi che è all'origine di qualsiasi conflitto può avere le sue radici nella convinzione, che entrambe le parti o almeno una di esse hanno, della legittimità assoluta della propria pretesa. L'antagonismo e l'ostilità verso il potenziale avversario nascono semplicemente dalla esigenza di affermare la propria pretesa. II conflitto come pretesa nasce infatti quando un individuo o un gruppo sentono con convinzione che il rispettivo obiettivo merita di prevalere su obiettivi antagonisti. Quando l'atteggiamento antagonistico viene vissuto dagli individui attraverso il gruppo nel quale si identificano esso si carica di un valore ideologico che accentua l'intensità della violenza individuale. Può trattarsi invece della manifestazione di uno stimolo eversivo individuale, come negli atteggiamenti anarchici, oppure risultare da un contagio e da un mimetismo rispetto a persuasioni e influenze provenienti da altri o dalla società. Non è facile determinare quando autonome pulsioni all'ostilità si ammantino di pretesa, oppure, al contrario, quando la " pretesa " - intesa come atteggiamento dell'individuo o del gruppo che sceglie la violenza come mezzo per applicare a sè la giustizia - è la vera origine dell'ostilità. 81. - Il conflitto come giustizia è quello che risulta dal bisogno a priori degli individui o dei gruppi di affermare l'ordine giusto, e cioè la giustizia, per gli altri non meno che per sè. Bisogna distinguere quando prevale il concetto di " giusto intellettuale " o razionale oppure quando l'individuo o il gruppo si ispirano al concetto di " giusto morale ". Ogni individuo dà un suo giudizio sulla pace e sulla guerra, sulla liceità e sulla utilità dei conflitti, sulla natura e sulle ragioni delle tensioni. Il giudizio che dà è quello che in quel momento serve meglio a compensare il suo naturale bisogno di sicurezza o ad appagare la sua propensione alla aggressività. Tale giudizio tradisce la disponibilità inconscia dell'individuo alla sopportazione del1a guerra, tanto nel caso in cui riesca ad immaginarla realisticamen te nella sua concretezza, quanto nel caso in cui invece tenda a sublimarla irrealisticamente. Ma l'individuo di regola non sopporta di lasciare nel vago questo suo convincimento, e lo ammanta quindi artificialmente di argomenti, di riflessioni e di dimostrazioni, logiche e convincenti, e cioè lo razionalizza. Con il concetto di giusto intellettuale l'individuo o il gruppo intendono appunto giustifica re in anticipo il loro ricorso alla violenza e al conflitto preparandosi una razionale giusticazione dell'idea stessa di conflitto. Le posizioni possibili - quasi tutte risultanti da un atteggiamento a priori e non già da una riflessione approfondita e aggiornata - variano da quella fatalistica (la guerra è inevitabile) a quella ottimistica (l'uomo ha in sé tutte le condizioni per organizzare la pace). La posizione fatalistica origina di regola da una giustificazione storica (le guerre ci sono sempre state, quindi ci saranno sempre) oppure da una giustificazione sociologica (gli uomini e le società sono

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ispirate dall'egoismo che, a contatto con la potenza, si trasforma in aggressione) . La posizione ottimistica deriva da una giustificazione sociologica (l'uomo è l'unico animale che conosca l'organizzazione della società e che nello stesso tempo faccia la guerra: è questione di volontà) oppure da una giustificazione filosofica (l'uomo è un essere ragionevole).

82. - Con il concetto di giusto morale l'individuo o il gruppo intendono razionalizzare invece l'idea stessa di società. Essi adottano inconsciamente la dottrina sociale che garantisca loro in anticipo la moralità del ricorso, da parte loro, al conflitto e alla violenza. Innanzi tutto la società viene accusata di essere iniqua. In pratica, nei confronti della società l'individuo viene a provare un senso di mancato compenso (la società non protegge) oppure una sensazione di confronto negativo (la società favorisce alcuni e perseguita altri). In questi casi le giustificazioni - per emotivo che sia il loro punto di partenza - prendono quasi sempre la forma di un sistema coerente di proposizioni e cioè la forma di una dottrina sociale. Inoltre la società viene accusata di essere statica, rigida e conservatrice. Nei confronti della società l'individuo prova o un senso di timore dinanzi al poss,ibile cambiamento delle strutture sociali o una sensazione di impotenza dinanzi al perpetuarsi del sistema sociale così com'è. In tutti i conflitti interni o nei conflitti sociali i soggetti pres·e ntano una diversa propensione al mutamento. In molti casi il conflitto nasce proprio dallo scontro di queste due diverse maniere di sentire o di temere il futuro della società . La disponibilità ai mutamenti ovvero la contraria avversione al cambiamento sono tutt'uno con l'attitudine del soggetto a partecipare alla vita sociale. Quando è positiva, questa attitudine presuppone tanto una capacità di adesione, comprensione e solidarietà rispetto ad avvenimenti esterni, quanto una capacità di decisrione, e cioè l'attitudine a trasformare le reazioni in intendimenti ed azioni favorevoli al vivere sociale. 83. - Nei conflitti per l'esistenza la razionalità delle reazioni alla minaccia si manifesta in tre modi. In primo luogo, l'entità della reazione è abbastanza proporzionata all'entità dell'aggressione esterna. In secondo luogo, l'atteggiamento ostile nasce e perdura fin tanto che esiste la minaccia esterna e cessa col venir meno di questo stimolo. Gli atteggiamenti aggressivi irrazionali invece rimangono anche quando continua, ma erroneamente, l'impressione di essere aggredito. In terzo luogo, è importante definire, per il soggetto che percepisce la minaccia proveniente dall'esterno, la natura dell'oggetto che egli vuol proteggere o di cui vuole mantenere il possesso (prole, territorio, sicurezza . . .). E' soprattutto su questo terzo elemento che le varie dottrine hanno dato di volta in volta contributi diversi. Tutte però, pur adottando " oggetti " diversri da proteggere e difendere, ne hanno riconosciuto l'importanza ai fini dell'accettazione di situazioni conflittuali. I casi forse più significativi sono costituiti dalle cosiddette "situazioni ultimative" nelle quali una almeno delle parti in conflitto è posta nella necessità di sopportare due sole possibili decisioni, una delle quali è la scelta del conflitto. In tali casi il giudizio del maggior valore del conflitto rispetto al danno della minaccia può venire alterato e influenzato da fattori del tutto soggettivi.

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84. - Anche nei conflitti per la conservazione, come già nei conflitti per l'esistenza, si ha una certa razionalità di reazione alla minaccia esterna. I conflitti per la conservazione sono un esempio di casi in cui almeno una delle parti considera come insopportabile la minaccia del cambiamento. Questi individui e questi gruppi razionalizzano le informazioni che percepiscono in modo da risultare confermati nei propri atteggiamen ti. L'esempio più semplice è dato da un gruppo di potere che scatena una azione repressiva quando teme che movimenti o gruppi eversivi mettano in atto o anche solo predispongano azioni tendenti a modificare la struttura di potere. L'elemento soggettivo risiede non soltanto nella valutazione della gravità della minaccia, ma soprattutto nella incapacità di accettare almeno talune modificazioni. Molte volte infatti il conflitto viene scatenato per difendere la permanenza di taluni "simboli" del potere, piuttosto che garantire la conservazione di certe realtà più profonde. Sotto il profilo psicologico queste dottrine tendono a spiegare i conflitti come conseguenza del fatto che i protagonisti non hanno capito a tempo le modificazioni inevitabili ed inarrestabili. In modo parallelo, taluni storici spiegano gli avvenimenti come corrispondenza o inconciliabilità fra sovrastrutture istituzionali e sottostanti rapporti di forze, fra un piano for male dei comportamenti e un piano sostanziale delle moti vazioni. IV. - Cause soggettive irrazionali

85. - L'aggressività con la quale un soggetto reagisce ad una aggressione altrui oppure ad una minaccia di aggressione, giustificata o meno che possa essere nella scelta storica, risponde non solo a razionalità ma addirittura al senso comune. L'impulso all'aggressione ispirato dalla certezza di potere così diminuire il rischio di venire aggrediti oppure ridurre i danni dell'aggressione altrui sarebbe in ogni caso razionale, anche quando si basasse su una informazione sbagliata. Una delle caratteristiche dell'aggress,ività di questo tipo consiste nella sua occasionalità, nel senso che essa sorge come reazione ad un fatto esterno e cessa col cessare di questo stimolo. A mano a mano invece che l'aggressività passa da un livello razionale a gradi sempre più elevati di irrazionalità o di emotività si dà invece vita ad un atteggiamento aggressivo, o perchè continua, erroneamen te, l'impressione di essere aggredito o di stare per esserlo, oppure perchè rimangono latenti residui di aggressività non scaricati in occasione di stimoli precedenti. E' chiaramente irrazionale - per definirlo sinteticamente in questo modo - l'atteggiamento aggressivo o gratuito, cioè senza uno stimolo esterno proporzionato, oppure quando le reazioni ad uno stimolo esterno dal quale è peraltro necessario difendersi sono di una durata o di una intensità troppo diverse dal normale e quindi non rientranti in uno schema logico. Le radici psicologiche inconscie o irrazionali dell 'ostilità o dell'aggressività presentano una grande complessità e probabilmente, allo stadio odierno delle ricerche, peraltro estesissime, c'è da chiedersi se i risultati siano effettivamente probanti. Possiamo però adottare senz'a ltro la grande suddivisione di questi fenomeni, a seconda del carattere istintuale e immotivato, costante e profondo,

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dell'aggressività, oppure del carattere motivato e strumentale dell'aggressività. Si accetta ormai da tutti che l'aggressività non sia innata ma che essa sia comunque uno strumento normale di sfogo cli altri tipi di motivazioni, ricollegabili o meno alle forme che prenderà l'atto di aggressione. 86. - Alla radice di molti conflitti l'eviden te incompatibilità degli obiettivi non risulta né da informazioni sbagliate, né da pregiudizi, ma piuttosto da atteggiamenti deformanti. Un atteggiamento ingiustificatamente ostile può derivare da situazioni "esistenziali" come l'angoscia o la frustrazione: la prima disorganizza e disorienta la reazione, mentre la seconda la orienta in un senso non razionale, di per sé, anche se risulta poi " razionalizzante " per l'individuo. Si prenda, ad esempio, il rapporto fra angoscia ed aggressività . L'angoscia è uno stato di apprensione, tensione o malessere dovuto all'anticipazione di un pericolo la cui origine è in gran parte sconosciuta o indeterminata. L'angoscia - da distinguere dalla paura, che è una normale reazione affettiva ad un pericolo esterno ben determinato - è una situazione patologica nella quale l'individuo, colpito da disperazione e disorganizzazione, è nella impossibi lità di raggiungere gli scopi prefissi e presenta un netto squilibrio affettivo. In questi casi, più frequenti come origine delle te1wioni che non forse come causa di conflitti, il comportamento dei soggetti può condurre al conflitto, per c0sì dire, casualmente, attraverso una serie di atti apparen temente privi di logica. Si parla, in questi casi, di conflitti come pretesto e di conflitti come compenso. Questa causa di tensione si ritrova soprattutto nei conflitti infrastrutturali, cioè interni ad uno stato o a un gruppo, oppure fra gruppi minori o fra individuo e il suo gruppo, cioè nei casi di violenza sociale. Le reazioni alle frustrazioni si prestano per essere orientate intenzionalmente, per esempio, :1ccentuanclo la tensione ideologica, o fornendo dei capri espiatori alla violenrn di gruppo, o trasformandole in sentimenti anti-razziali. Gli impulsi derivanti dall'ansia o dalla angoscia lo sono in misura nettamente minore e possono essere strumentalizzati molto meno facilmente. 87. - Altri indicatori della aggressività de li 'individuo o conseguentemente dei gruppi potrebbero essere ricercati nelle condizioni fisiologiche degli individui anzichè nelle loro condizioni ps,icologiche. La propensione all'aggressività potrebbe infatti, come sostengono taluni, essere trasmessa ge neticamente e per ereditarietà oppure, come sostengono altri, essere innata. Nel caso in cui fosse ereditaria, bisognerebbe spiegare come questa eredità venga trasmessa e soprattutto fino a che punto poi essa sia effettivamente condizion:mte. Nel caso in cui l'aggressività fosse innata bisognerebbe spiega re come mai questo impulso si presenti in grado così diverso da indi viduo a individuo e se quindi non sia piuttosto da collegare all a stru ttura neurologica del singolo soggetto. Quest'ultimo campo di ricerca - chiaramente collegato a quello più generic.:> delle basi biologiche del comportamento - ha per oggetto tanto la conoscenza delle origini biologiche del comportamenlo aggressivo quanto l'individuazionr dei mezzi capaci di esercitare un certo controllo di tale comportamento. La possibilità di influire in questo modo sul comportamento della persona solleva diversi problemi di carattere morale. Le ricerche sui fondamenti biologici dei conflitti e della cooperazione si sono ormai orientate per determina re innanzi

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tutto gli effetti di una azione di natura biologica che presenti le caratteristiche di essere involontaria o naturale, operante su lunghi periodi di tempo, e normalmente assorbita dall'ambiente e in genere dalla società. Queste ricerche hanno però ad oggetto anche gli effetti di una eventuale azione di natura biologica che sia invece intenzionale, rapida e finalizzata. 88. - L'aggressività che si manifesta come comportamento non razionale è stata spiegata ricercandone le radici " dentro " l'uomo, senza trascurare di ricercarle anche all'esterno dell'uomo e cioè nella società e nella cultura con le quali l'uomo è venuto in contatto e, naturalmente, nei meccanismi sociali che hanno agito su di lui. L'aggressività di origine sociale o culturale viene spiegata in base alla maniera con la quale, nelle diverse età e nelle circostanze diverse, è stata acquisita la esperienza sociale. I dati soggettivi consis,tono nell'atteggiamento dell'individuo nel momento dell'acquisizione dell'esperienza sociale. I dati oggettivi sono da ritrovare nel contesto di circostanze che per quel soggetto hanno avuto quel dato rilievo. Il collegamento fra questi dati consiste nel modo col quale quel certo ambiente è stato recepito, suscitando emozioni e condizionando i comportamenti futuri. Un'altra delle motivazioni sociali dell'aggressività è stata riscontrata nella reazione contro la densità che si manifesta quando il numero degli appartenenti al gruppo supera certi valori rispetto all'estensione dell'ambiente. Presso talune persone la mentalità belligena è stata molto spesso misiurata dopo averne individuato la correlazione fra di essa e un certo numero di tratti caratteriali, di esperienze d'infanzia e di gioventù , di educazione, di ambiente emotivo familiare. Si è spesso riscontrato che tale " mentalità " è collrgata alla situazione socioprofessionale dell'individuo, come il reddito, la situazione nella scala sociale e altre. Ma non si può generalizzare, dovendosi fare delle nette differenze tanto fra i diversi tipi di soggetti, quanto fra le conseguenti forme di aggressività, a seconda che prendano l'aspetto di violenza individuale, di aggressione compiuta nell'ambito di una società statale, oppure di aggressione come strumento di politica estera.

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L'OBIETTIVO DEI SOGGETTI E L'OGGETTO DEI CONFLITTI I. - L'obietti vo delle parti in un conflitto: 89. - L'obiettivo e i suoi componenti : scopo, interesse, vantaggio, reazione all 'avversario - 90. - Obiettivo reale e obiettivo strategico - 91. - La comparazione degli obiettivi e la determinazione della gravità dei confli tti' - II. Giustificazione e motivazione degli obiettivi: 92. - Motivazione, spiegazione e giustificazione degli obiettivi - 93. - Divergenze fra giustificazione e motivazione - 94. - La gfostificazione nei confron ti dei membri del gruppo - 95. - La giustificazione nei confronti dei soggetti esterni al gruppo - III. - L'oggetto dei conflitti: 96. - L'oggetto reale di un confli tto - 97. - La posta in gioco come oggetto del confli tto. SOMMARI O:

I. - L'obiettivo delle parti in un conflitto 89. - Le parti di un conflitto scendono in campo e poi passano attraverso le diverse fasi della dinamica conflittuale per perseguire un loro obiettivo. L'obiettivo di un soggetto potrebbe quindi es6ere definito sommariamente come Io scopo che il soggetto ritiene o afferma di perseguire attraverso il conflitto. Con maggiore precisione l'obiettivo di una delle parti di un conflitto può essere descritto sulla base del vantaggio che una parte ritiene di trarre dal conflitto nel quale è entrata. Il vantaggio del conflitto viene apprezzato dal soggetto sulla base della misura in cui considera o spera di realizzare il proprio interesse. Una seconda maniera di considerare, descrivere e possibilmente misurare l'obiettivo di un soggetto di un conflitto consiste nel ragionare sulla base dell'ipotesi che l'obiettivo di una parte non sia altro che la reazione al comportamento dello avversario. In pratica è facile constatare che una parte in un conflitto persegue obiettivi opposti agli obiettivi della parte antagonista. Non potrebbe d'altronde essere altrimenti, se si pensa che il conflitto è appunto il risultato della incompatibilità degli obiettivi dei soggetti. Questa maniera di rilevare gli obiettivi degli avversari di un conflitto presenta la debolezza logica di non potere descrivere l'obiettivo della prima delle parti che entrano in un conflitto. Può però essere utilizzata per altre due ragioni. In primo luogo è frutto di esperienza quotidiana constatare che gran parte delle linee stra tegiche e dei comportamenti tattici che ogni soggetto adotta dipendono dagli obiettivi e dai comportamenti dell'avversario. In secondo luogo, bisogna ricordarsi che molte volte è il soggetto stesso di un conflitto che, proiettando all'esiterno la propria aggressività, crea l'avversario. In questo senso, non c'è dubbio che l'adozione del proprio obiettivo coincida con la creazione del proprio avversario. 90. - Più efficace si rivela probabilmente la descrizione dell'obiettivo di una delle

parti di un conflitto come il tramite logico, come la mediazione, fra la situazione à inanzi alla quale il soggetto si trova e il comportamento che esso in pratica terrà . La situazione oggettiva dinanzi all a quale un soggetto si è venuto a trovare entrando in un conflitto può essere definita in tante maniere, ma in modo particolarmente efficace attraverso l'an alisi dell'ambiente del conflitto nonchè del sistema delle incompatibilità che si possono cons,tatare fra le parti del conflitto stesso.

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Il comportamento tenuto dal soggetto è l'altro termine di riferimento. Si noti che talvolta la coerenza del comportamento è molto elevata, quando tutte le azioni del soggetto sono calcolate, organizzate e ordinate al conseguimento di un fine. Altre volte questo comportamento è disorganico, disordinato, addirittura scomposto e incoerente. In questo secondo caso il confronto fra la s,i tuazione e il comportamento non consente di definire un obiettivo chiaro e costante. E' molto probabile che convenga rinunciare ad attendersi che le parti dichiarino in maniera chiara e costante i loro obiettivi, adattandosi invece a r icostruire l'obiettivo perseguito di fatto dalle parti, nei diversi momenti del conflitto. Secondo questo punto di vista, quindi, l'obiettivo di un soggetto è un punto ideale, rilevato o ricostruito da chi si applica a studiare quel dato conflit to, che di momento in momento appare come la risultante del comportamento manifestato o camuffato, coerente o disorganico, di quel dato soggetto. L'obiettivo reale di una parte in un conflitto non va confuso, anche se qualche volta può coincidere, con l'obiettivo che il soggetto ha adottato per dare un senso alla propria strategia. 91 . - La determinazione degli obiettivi reali dei soggetti, nei diversi momenti del conflitto, è indispensabile per poter dire come tali obiettivi si sono combinati nel sistema conflittuale, costituendo di fase in fase l'oggetto del conflitto. La determinazione invece degli obiettivi strategici delle parti , e cioè degli obiettivi pensati, adottati e quindi formalizzati dai diversi soggetti, serve invece per spiega re il loro comportamento individuale. La determinazione degli obiettivi delle parti è quindi indispensabile per spiegare l'andamento dei conflitti e il loro controllo. Serve innanzi tutto per giudicare la propensione al conflitto da parte dei soggetti. Dato un determinato obi ettivo (0), un soggetto vi attribuisce senza dubbio un dato valore (V). Per conseguirlo e~,so è certamente disposto a sopportare un certo onere o costo (C), espresso soprattutto in distruzione di risorse . Quando il rapporto V / C, dato O , non vale più la pena - e cioè, come si direbbe in linguaggio matematico, scende al di sotto di 1 - nasce nel soggetto la propensione inversa ad uscire dal conflitto. La determinazione degli obiettivi reali e strategici delle parti serve anche per l'altra delle due forme tipiche di controllo dei confli tti. e cioè per la fun zione di mediazione e di soluzione dei conflitti. Per indurre le parti a negoziare una soluzione del conflitto bisognerebbe riuscire a fare accettare, a tutte le parti e nello stesso momento. l'idea di poter porre termine al conflitto chiudendo il rapporto V / C in maniera positiva. Bisognerebbe far constatare o che l'obiettivo non ha più il valore attribuitogli prima o che il costo del conflitto è troppo elevato o addirittura insopportabile, o che una parte preferisce un obiettivo minore ma con oneri sopportabili. L'obiettivo diven ta così un indicatore della gravità comparata del conflitto per le singole parti.

Il. - Giustificazione e motivazione degli obiettivi 92. - La scelta dell'obiettivo strategico da parte dei diversi soggetti - operazione che poi si rinnova momento per momento nelle diverse fasi della dinamica conflittuale - ha due aspetti, uno interno ed uno esterno. L'aspetto per così dire interno della scelta degli obiettivi strategici è rappresentato sopratutto dalla mo-

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I.


tivazione, e cioè dalla maniera con la quale il soggetto percepisce i motivi che lo portano al conflitto, e cioè le cause e le condizioni, e dal processo con il quale esso prende le decisioni relative. L'aspetto esterno della scelta dell'obiettivo strategico è rappresentato invece dalla spiegazione e dalla giustificazione che i soggetti cercano di dare dei rispettivi atteggiamenti offensivi e difensivi, dei propri atti o dei propri comportamen ti. Come già si è accennato, la spiegazione consiste nella descrizione di come sono andate le cose, secondo i diversi contendenti. La giustifìcazione consiste invece nel sostenere che il proprio comportamento risponde ad un canone, ad una regola, a un criterio capace in qualche modo di legittimarlo . La spiegazione e la giustificazione che danno le parti non coincidono quasi mai con le cause o le motivazioni reali. Esse sono dei veri e propri mezzi o strumenti del conflitto, che le parti adoperano nei confronti dei membri del proprio gruppo, nonchè nei confronti degli alleati, degli avversari e dei terzi, cioè dei neutrali. 93. - Le spiegazioni e le giustificazioni degli obiettivi servono alle parti per dimostrare l'opportunità o degli atteggiamenti difensivi, assunti a causa di una vulnerabilità da contenere, o degli atteggiamenti offensivi, adottati in ragione di interessi da perseguire. Anche le motivazioni - e cioè l'orientamento oggettivo della scelta .degli obiettivi in base alle cause ed alle condizioni così come vengono percepite dal soggetto - possono originare da vulnerabilità o da in teresse. Ecco alcuni esempi di giustificazione della partecipazione ai conflitti e di corrispondente motivazione. - Nella questione di Suez (1956-1957 ...) la giustificazione delt'atteggiamento della Gran Bretagna e della Franci,a consisteva. nell'intento di separare i contendenti, RAU e Israele , mentre la motivazione per interesse delle due potenze ri siedeva nel riacqui sto del controllo del canale di Suez. - Nella questione internaz:onale d i Cuba (1962) la giustificazione della posizione americana, consistente nel d iritto-dovere della difesa degH interessi vitali (sicurezza) del paese e dell'emisfero occidentale, si combina con la motivazione da vulnerab;Htà, connessa alla estrema permeabilità americana verso missili in postazione a brevissima dis tanza. La motivazione per interesse ha potuto convergere, tanto da parte americana quanto da parte sovietica. sul punto consistente nel manten:1nento, non alterato, dell'equilibrio globale di potenza fra le due maggiori potenze. - Nella questione del Biafra (1967-1970) la giustificazione della posizione passiva e d ella reaz;one del governo centrale nigeriano consiste nel diritto-dovere di mantenere l'integrità ciel paese con tro l'azione secessionista. La giust ificazione dell'atteggiamento attivo delle popolazioni individuatesi nel Bi afra consiste nel diritto all a indipendenza su base etnica e, in sostanza. nell'autodeterminazione. La motivazione eia vulnerabilità risiede in vece nella mancanza di unità etn~ca del paese. mentre quella da interessi è stata indivi duata nella disponibilità, per protagonisti mediati , di risorse economiche e in ispecie di petrolio. - Nella questione della contestazione gfovanile ( .. . 1968 ... ) la giustificazione della posizione attiva dei movimenti giovanili cons:·ste nel diritto-dovere di promuovere la riforma della struttura universitaria, de: codici di comportamento sociale, e deHa struttura del potere. Da parte delle società coinvolte dalla contestazione un a motivazione da vulnerabilità risiede nella carica di aggressivi~à accumulata nei tessuti sociali e non scaricala. Nella motivazione per interesse si ritrova la sostituzione parziale di taluni: soggetti diretti (i movimenti giovanili) con altri soggetti mediati, e quindi u na strumentazione, anch e se parziale o occasionale, dei soggetti diretti secondo le linee di interesse di soggetti' mediati. - Nella questione cecoslovacca (1968) la giustificazt'one dell a posizione del partito comunista cecoslovacco nei riguardi dei partiti comunist;, di al tri paesi del patto cli Varsavia consiste nel diritto-dovere ad una evoluzione delle modalità delle stru tture socio-economiche del

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paese, mentre quella dell'atteggiamento attivo da parte cli paesi ciel patto di Varsavia nel diri,tto-clovere di "proteggere la comunità socialista dal mi li tarismo revanscista tedesco in ascesa". La motivazione per vulnerabilità, da parte sovietica, risiede nella considerazione degli effett~ che la situazione cecoslovacca avrebbe potuto avere sul piano esterno (sicurezza e difesa) e interno (stab ili tà e struttura socio-economica) del grnppo di paesi, e quella per · in teresse, da parte cecoslovacca, nella ricerca di migliori condizioni economiche generali. - Nella questione del Bengala orientale (1 971) la giustificazione della posizione del governo centrale pakistano si r,iltrova nel diritto-dovere di mantenere l'integrità del paese, mentre quella dell'atteggiamen to attivo dei movimenti del Bengala orientale consiste, nel quadro della struttura dello stato pakistano, nel rispetto della volontà popolare e, al di fuori di tale struttura, nell'autodeterminazione_ La motivazione per vulnerabilità dell'azione pakistana risiede negli effetti della mancanza di contigui tà territoriale, mentre quella per interesse risiede nella importanza per il paese delle risorse possedute dal Pakistan orientale.

94. - La giustificazione degli obiettivi è uno strumento impiegato nei conflitti. Per essere efficace, quando impiegata all'interno del gruppo, deve rispondere a diversi requisiti. Ess,a deve innanzi tutto essere credibile, e cioè convincente, t enuto conto di ciò che i membri del gruppo desiderano di venire a sapere o che comunque considerano o sentono tale da confortare i loro convincimenti o soddisfare le loro emozioni. La giustificazione dell'obiettivo deve presentare inoltre una buona durata dell'attendibilità e cioè resistere nel tempo. Deve poi reggere bene al confronto con la giustificazione avversaria e cioè contenere di già al momento della sua enunciazione gli argomenti per contrastare le tesi dell'avversario. Deve però anche prestars,i ad una sua possibile convertibilità o trasformazione. Gli obiettivi dei soggetti d i un conflitto devono poter essere spostati o modificati nel tempo, per ·esempio quando una delle parti incomincia a desiderare di uscire dal conflitto e trova un ostacolo proprio nella cristallizzazione dei suoi stessi obiettivi, così come sono stati enunciati e sostenuti in maniera rigida. Nei conflitti ad elevata carica ideologica la giustificazione degli obiettivi è uno strumento molto importante di lotta, con due conseguenze. In primo luogo, la giustificazione camuffa a tal punto le motivazion i oggettive da diventare un obiettivo in sé e da offuscare la chiarezza degli obiettivi stratel!ici ai soggetti stessi che hanno promosso la lotta e quindi l'impiego cosciente della giustificazione . In secondo luogo, la carica ideologica trasforma un conflitto di fatto che si ha quando due o più interessi si conoscono e si affrontano - in un conflitto psicologico, che è quello nel quale si affrontano due o pitt giudizi che non giungono a conoscersi. 95. - La scelta della spiegazione e della giustificazione viene compiuta dalle parti avendo in mente di impiegarle anche nei confronti degli avversati oppure nei confronti di altri soggetti. Nei confronti dell'avversario la giustificazione deve ottenere i risultati tipici di una contromanovra portata sulla giustificazione dell'avversario. La giustificazione viene quindi pensata, più o meno istintivamente, per annullare la credibilità, la durata, la capacità di confronto e la capacità di convertibilità della giustificazione avversaria. Nell'ultimo trentennio l'intensa interiorizzazione dei conflitti ha avuto fra le sue conseguenze anche un largo ricorso alla giustificazione come strumento di lotta, impiegato quindi accanto agli altri strumenti (impiego delle fo rze armate, ricorso a strumenti di guerriglia, esercizio della minaccia . .. ). Tutte le forme di conflitto

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definite come rivoluzionarie - e, secondo taluni, anche la guerriglia _di campagna e la guerriglia urbana - comportano un largo ricorso alla giustificazione e cioè alla componente ideologica. E' infatti implicita nell'ideologia la certezza che la ragione è tutta da una parte e il torto tutto dall'altra, e che ogni atto dell'avversario (anche l'offerta di pace) non può essere che dannoso. Qualsiasi opera di mediazione deve realizzare una " smitizzazione " del conflitto prima di tentare un confronto fra tesi diverse . Nei confronti dei terzi ogni soggetto si adopera per far servire la giustificazione avendo in mente i propri alleati (protagonisti mediati o non protagonisti non indifferenti), i neutrali (non protagonisti indifferenti) oppure anche tutti gli altri soggetti non protagonisti che potrebbero essere portati a entrare nel sistema conflittuale. Un esempio di quest'ultima categoria di soggetti è dato dalla cosiddetta opinione pubblica mondiale.

lii. - L'oggetto dei conflitti 96. - Per oggetto di una tensione, di una controversia o di un conflitto si intende l'insieme di tutti gli obiettivi delle parti e anzi la loro combinazione in un sistema. L'oggetto di un conflitto è costituito in prima approssimazione dalla elencazione ragionata degli obiettivi strategici delle parti, illustrati dalle spiegazioni e dalle giustificazioni date dai vari soggetti, chiariti dalla conoscenza delle motivazioni di cui i soggetti sono coscienti, e posti l'uno rispetto all'altro nei loro naturali rapporti di incompatibilità, o antagonismo o opposizione. L'oggetto reale del conflitto è invece quello che risulta quando vengono combihati fra loro degli obiettivi reali delle parti, e cioè gli obiettivi veri, di cui le parti stesse molto spesso non hanno piena coscienza. L'oggetto di un conflitto o, in senso più tecnico, l'oggetto reale di un conflitto sono dunque il frutto di una interpretazione da parte di chi deve dare una descrizione del conflitto, qualunque sia lo scopo in vista del quale egli intenda poi utilizzare questa conoscenza. L'oggetto di un conflitto deve essere messo a confronto con i soggetti individuati e scelti in precedenza per creare il modello di una data s,ituazione conflittuale. Solo un chiaro oggetto di un conflitto permette di dire che la scelta dei soggetti reali è stata fatta bene. Se le coppie di incompatibilità non risultano abbastanza convincenti, quasi sicuramente conviene rivedere l'elenco dei soggetti prescelti per la costruzione del modello conflittuale oppure la loro collocazione nelle diverse categorie di partecipazione al conflitto. Molto spes,so, infine, l'oggetto è pitt utile per valutarne l'importanza o la gravità che non la quantità o la natura dei mezzi impiegati oppure il suo carattere più o meno cruento. 97. - Qualche volta è possibile equiparare l'oggetto di un conflitto indicando quale è la posta in gioco, come se l'uno o l'altro degli avversari avessero il medesimo obiettivo, sia pure considerato e perseguito da posizioni antagoniste. T1 caso più semplice è quello di due o più parti antagoniste le quali vogliono accaparrarsi un territorio che non è ancora di nessuna di loro. La difficoltà a impiegare la posta in gioco come equivale11te dell'oggetto di un

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conflitto dipende dal fatto che normalmente l'obiettivo è diverso per ognuna delle parti e quindi sostanzialmente non sovrapponibile. Fra due gruppi etnici o razziali, fra due classi sociali, fra due " culture " che si affrontano in una guerra rivoluzionaria la posta in gioco è, per ciascuna, la soddi:,fazione derivante dalla distruzione dell'avversario, non già della semplice occupazione del territorio o dello spazio sociale che l'avversario occupa in quel momento . Esistono però dei casi nei quali oggetto e posta in gioco coincidono, come in quello della tensione nucleare. In questo caso l'obiettivo della tensione risiede nella contemporanea sopravvivenza, almeno fino a quando non esistano le condizioni per distruggere l'avversario senza subirne la ritorsione. Quando ciò sia possibile, la definizione della posta in gioco come oggetto del conflitto facilita ovviamente la descrizione sintetica della situazione conflittuale ed il suo confronto con altri conflitti.

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MEZZI, METODI E STRUMENTI DEI CONFLITTI SOMMARIO: I. - La localrzzazione del conflitto nello spazio: 98. - Le forme e i mezzi dei conflitti - 99. - La localizzazione nello spazio: regione, area, zona - l 00. - La dimens ione delle tensioni e dei conflitti - 101. - La dimensione s ub-nazionale d ei conflitti - 102. - La dimensione statuale, internazion ale e mondiale dei conflitti - 103. - Teatro operativo e spazio sociale - Il. - La localizzaz ione del confU/lo nel tempo: 104. - La durata dei conflitti - 105. - Le fas i dei conflitti - 111. - I mezzi e i metodi della violenza: 106. - Tendenze dei mezzi e dei metodi impiegati nei conflitti - 107. - Classificazion i dei mezzi impiegati nei conflitti 108. - Classificazione dei metodi impiegati' nei conflitti - IV . - L'impiego multiplo dei mezzi e dei metodi dei conflitti - 109. - L'impiego lineare e progressivo d egli strumenti del con flitto - 110. - L'impiego complementare e contemporaneo degli strumenti del conflitto - 111. - La trasm issione lineare dei conflitti .

I. - La localizzazione del conflitto nello spazio 98. - L'analisi dello svolgimento delle situazioni conflittuali si propone di isolare e di mettere in evidenza gli elementi che d escrivono come un conflitto si s,viluppa. Bisogna naturalmente avere già individuato chi vi prende parte e perchè il conflitto sia sorto. Questo momento dell'analisi descrittiva dei conflitti risulta poi molto utile per chiarire con quale esito il conflitto si sia ulteriormente sviluppato e risolto. Lo schema più pratico per classificare gli aspetti dei conflitti connessi al loro svolgimento distingue, fra le forme assunte dai conflitti, quelle che descrivono la loro localizzazione nello s,pazio e la loro col!ocazione nel tempo e, fra i mezzi adoperati nello svolgimento dei conflitti, gli strumenti e le forme della violenza e la combinazione o le relazioni fra strumenti impiegati. Si tratta in sostanza di accertare quali forme prende la violenza. Naturalmente la forma della violenza dipende dai soggetti che la scatenano e dai soggetti sui quali viene esercitata, dagli obiettivi che i soggetti si sono dati per rispondere alle loro motivazioni e dall 'oggetto del conflitto sul quale hanno agito le cause che ne sono alla radice. Bisogna però fare uno sforzo per isolare concettualmente le modalità con le quali la violenza si è manifes tata. E' bensì vero che la violenza prende le sue forme da coloro che la scatenano, ma è altrettanto vero che chi scatena la violenza o l'aggressione le incanala nelle forme possibili e attraverso i mezzi disponibili. 99. - Ogni conflitto copre un certo spazio, nei cui confini vanno compresi tutti i soggetti che al conflitto medesimo prendono parte. La semplice definizione dello S1Jazio coperto da un confli tto va però perfezionata col dire quali siano gli spazi coperti realmen te dal gruppo dei protagonisti diretti, da quello dei protagonisti mediati, dai non protagonisti non indifferenti e dai non protagonisti indifferenti. In linea di larga massima si può dire che l'area coperta da un conflitto è quella che comprende le due categorie cli soggetti protagonisti ma non le due categorie di soggetti non protagonisti. La dimensione dello spazio coperto da un conflitto è rappresentabile col concetto di regione quando si voglia indicare l'insieme dei soggetti coinvolti o

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comunque interessati al conflitto, e piuttosto col concetto di area o zona lo spazio coperto dalle operazioni connesse al conflitto. Ma questa terminologia è molto relativa. Riguardo alle regioni coinvolte dalle tensioni o dai conflitti, può effettivamente essere utile accertare se il conflitto colpisca l'equilibrio globale, cioè il sistema mondiale di equilibrio (come nel caso della tens,i one nucleare) oppure se colpisca soltanto l'equilibrio di regioni limitate, detto anche equilibrio di sotto-sistemi. Un conflitto però, come nel caso di quelli del Medio Oriente, pur senza investire l'equilibrio mondiale, può aver effetto di coinvolgere un vasto sotto-sistema di equilibri. Riguardo allo spazio coperto dalle operazioni connesse al conflitto, la valutazione di tale spazio è importante specialmente nel caso di conflitti localizzati. Tutte le grandi potenze hanno elaborato diverse dottrine strategiche a seconda dei diversi teatri operativi possibili. 100. - La localizzazione di un conflitto può essere fatta innanzi tutto col misurare la sua dimensione. Da questo punto di vista i conflitti possono presentarsi in più forme. Si ha una dimensione sub-nazionale quando il conflitto si risolve all'interno di uno stato. Il conflitto ha invece una dimensione statuale quando esso oppone uno stato ad un altro rimanendo sostanzialmente circoscritto a questi due stati o a un numero di stati comunque limitatissimo. Si ha invece una dimensione internazionale quando il conflitto, oltre a svilupparsi fra due stati, o comunque fra un numero limitato e circoscritto di stati, ne coinvolge altri, specie come protagonisti mediati. La dimensione mondiale del conflitto è raggiunta quando es,so coinvolge direttamente le due potenze globali oppure quando coinvolga o possa coinvolgere tutti i paesi del mondo. Si ha un conflitto a dimensione transnazionale quando il medesimo tipo di conflittualità si verifica all'interno degli stati su aree molto estese. Sono molti i conflitti che presentano però più dimensioni diverse nello stesso tempo. Le ragioni sono probabilmente due. Una dimensione, per esempio locale e sub-nazionale, è giustificata se si tiene conto del gruppo dei protagonisti diretti, mentre, a tener conto dei protagonisti mediati, una nuova dimensione, magari mondiale, deve essere aggiunta. Un conflitto, a seconda delle fasi in cui passa, è di dimensioni prima locali, poi internazionali, poi mondiali. 101 . - Le dimensioni di un conflitto sono dunque mutevoli nel tempo, tanto nel senso, più frequente, di un suo allargamento, quanto in senso inverso, e cioè nella tendenza ad una sua progressiva limitazione. La questione palestinese (1948-1949), che ha opposto i movimenti pacifici, rivoluzionari e terroristici per l'indipendenza di Israele all'amministrazione britannica. Essa ha però assunto anche dimensione internazionale quando ha coinvolto l'atteggiamento degli stati arabi della regione, e mondiale in quanto alla ricerca di una sua soluzione hanno partecipato organi delle Nazioni Unite e, in quella sede, le maggiori potenze. La questione indocinese (1944-1954) poteva essere considerata a dimensioni interne (una delle guerre di liberazione, tendenti ad affermare l'indipendenza di uno stato). Essa assume dimensione statuale quando si trasforma nella questione vietnamita (1959-1962) e diventa internazionale e mondiale quando dà vita alla questione internazionale del Vietnam (1962 ...). Tn realtà la questione indocinese era, in atto, locale ma, in potenza, mondiale.

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La questione del Bengala orientale ( ... XI.1971) in ongme a dimensioni locali, avrebbe potuto diventare a d imensioni mondiali, ma è stata contenuta in dimensioni internazionali quando si è trasformata n~lla questione ciel Bangladesh (XI-Xll.1971). La questione interna congolese (1961-1964) nasce come tipica questione locale, ed è forse l'esempio più evidente di trasformazione in questione a dimensione mondiale, circoscritta poi in dimensione internazionale. La questione dell'indipendenza di Cipro (1955-1959) e la questione di Cipro (1963 ... ) han no assunto anche, in talune fas i, dimensione internazionale, ma non effettivamente mondia le, nonostante l'inter vento delle Nazioni Unite . Infi ne, si può citare l'esempio della questione interna dell'Uruguay ( " Tupam aros " ) (1968 ... ), a dimensioni locali , che presenta però anche caratteri di dimensione transnazionale. Possono essere considera~e a dimensioni sub-nazionali la questione dell'Ulster ( . . . 1969 . .. ) e la questione interna indonesiana (X.1965-1.1 966), che ha mantenuto un caratter,e locale nonostante la particolare gravità delle perdite umane che ne sono derivate. La questione del conflitto arabo-palestinese (1967 ...), che oppone movimenti arabi di liberazione palestinese a governi locali, in particolare la Giordania, potrebbe polemicamente essere mantenuta nel novero di conflitti a dimensione sub-nazionale.

102. - I conflitti a prevalenti dimensioni statali o a dimensioni internazionali sono relativamente meno numerosi di quelli a dimensioni originariamente o prevalentemente locali. Di dimensione statuale sono: la questione dell'indipendenza algerina (Xl.1954-VII.1962), la questione della frontiera marocco-algerina (1 962-1963), la questione ciel Kashmir (19481949 . . . ), la questione dell'Irian occidentale (1960-1962). Di dimensione internazionale - e cioè quando il conflitto, oltre a svilupparsi fr a due stati, o comunque fra un numero ridotto e circoscritto di stati ne coinvolge altri, specialmente come protagonisti mediati - sono: la questione cli Suez (1956- 1957 ... ) e la connessa Terza questione dei conflitto arabo-israeliano (1967 ... ), le cui dimensioni internazionali si sono, in taluni momenti e sotto taluni aspetti, trasformate in dimensioni mondiali; e la seconda questione interna cecoslo vacca (1968), che non ha assunto dimensioni mondial i, e ch,e anzi può essere presa in esame come questione « interna » a un gruppo internazionale di stati, e cioè al patto di Varsavia ; o la questione dell'apartheid nel sud Africa.

I conflitti a dimensione mondiale possono essere raggruppati in tre categorie, a seconda del diverso tipo di partecipazione ad essi delle due maggiori potenze, e cioè in tensioni globali di tipo potenziale, situazioni conflittuali di confronto potenziale diretto, e infine in situazioni conflittuali mediate. Esempio di tensione globale di tipo potenziale è l'equilibrio strategico fra armi offensive dell'una e dell'altra parte, fra arm i ofiensive e armi difensive, fra presupposti della potenza nucleare. Può essere considerato la situazione conflittuale potenziale caratterizzante l'attuale equilibrio politico mondiale. Esempio di situazioni conflittuali di confronto potenziale diretto sono la questione di Berlino (1948-1949 ... ) e sopralutto la questione internazionale di Cuba (3-10. XI. 1962). Infine esempi di situazioni confl ittuali mediate sono la questione coreana (1950-1953) e la questione internazionale del Vietnam (1962-1 973).

Le situazioni conflittuali a dimens,ione mondiale hanno mantenuto nell'ultimo trentennio un assetto sostanzialmente stabile. Anzi, va rilevato che la tensione fra le maggiori potenze, basata sull'equilibrio strategico nucleare, pur comportando impegni finanziari particolarmente elevati, è rimasta allo stato della conflittualità potenziale, ed ha inoltre contribuito a ridurre sensibilmente il numero e la gravità dei confronti mondiali. Al di sotto di questo sistema di equilibrio, basato sopratutto sugli armamenti nucleari, hanno trovato spazio tutte le altre

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forme di conflitto, le principali delle quali sono quelle a dimensione locale (substatuaie) e transnazionale. 103. - Lo spazio interviene nei conflitti in molti altri modi oltre a quello fin qui descritto, e che forse è il più superficiale, della dimensione della situazione conflittuale e cioè, in certo senso, dei confini esterni del fenomeno. Lo spazio interviene anche come modo per impiegare i mezzi e gli strumenti dell'azione violenta. Rapporta to alla qu antità delle forze proprie e delle forze altrui per unità di territorio lo spazio interviene a determinare la densità delle forze in campo. La distan za che separa le parti, calco.lata nelle diverse ipotesi operative, e combinata con il livello della densità, dà l'ind icazione della concentrazione delle forze. La rapidità di spos,t amento delle forze , riferita allo spazio percorso e alla quantità delle forze spostate, è ri velatrice dell 'i ndice del famoso rapporto mobilitàpotenza, che è forse il più sign ificativo nel calcolo dei fattori di potenza. Queste riflessioni - e tutte le altre che trovano la loro sede naturale nell'analisi operativa dei conflitti, alla quale quindi facciamo ri nvio si riconducono al concetto cli spazio inteso come teatro operativo. A questo concetto bisogna però aggiungere quello di spazio sociale, inteso come lo spazio nel quale trovano collocazione, indipendentemente dai luoghi, i diversi elementi che compongono la società, gli individui e le classi sociali , i centri di potere e le istituzioni politiche, i gruppi intermedi e l'opinione pubblica. Basti pensare alla differen za dei conflitti che si risolvono in colpi di stato (lotta "orizzontale" fra centri di potere) o in rivoluzioni (lotta "verticale" fra la base della popolazione e il vertice del centro di potere o del regime vigente). Lo spazio sociale coincide di fatto con tutta l'area nella quale si fa sentire quell'alone cli sofferenza di cui si farà parola al momento dell'analisi delle conclusioni e delle conseguenze dei conflitti.

Il. - La localizzazione del conflitto nel tempo 104. - Le tensioni ed i conflitti assumono forme determinate anche in dipendenza del fattore tempo. Il primo elemento da tenere in linea di conto è la durata del conflitto in generale per comprendere le ragioni interne od esterne del prolungarsi o del concentrarsi del conflitto e, in particolare, per valutf!re l'incidenza che tale durata può avere sulla maggiore o minore vu lnerabilità e resistenza dei soggetti della situazione conflittuale. Dalla durata del conflitto dipende una delle più importanti condizioni di vulnerabilità, il grado cli sopportazione o di resistenza. Il grado di sopportazione diretta è misurato col rapporto fra la forza dell'avversario e la durata con la quale viene applicata, da un lato, e, dall 'altro, la nostra forza di reazione. La possibilità cli soluzione alternativa è invece una forma di sopportazione indiretta. Essa indica la capacità da parte di uno dei soggetti di cambiare il proprio tipo di risposta. 105. - Sono molto significative, per l'analisi descrittiva di un conflitto, le fasi che esso attraversa. Rimane va lida la suddivisione più semplice nelle tre fasi del

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pre-conf[itto, del conflitto, del post-conflitto. La prima fase si articola nei ·momenti della tensione, della crisi, d ella controversia, raggruppate nel periodo delle origini del conflitto, fino alla soglia delle pre-ostilità. La fase centrale, quella del conflitto, si differenzia dalle altre perchè in essa prevalgono le scelte o le opzioni militari, mentre nelle altre due prevalgono le scelte e le opzioni politiche. Questa fase d el conflitto si articola a sua volta in tre momenti: pre-ostilità, ostiHtà aperte, post-ostilità. La terza fase, quella del post-conflitto, prende inizio con il momento della conclusione del conflitto e poi prosegue con la fase degli effetti o delle conseguenze dei conflitti. In realtà ogni conflitto richiede una diversa articolazione nelle sue varie fasi. E' molto importante poter indicare, per ognuna delle fasi nelle quali si riterrà opportuno dividere lo svolgimento del conflitto, come siano eventualmente cambiati i soggetti, la loro posizione nel sistema conflittuale, le rispettive giustificazioni e motivazioni, e come siano eventualmente cambiate le dimensioni del conflitto e le altre modalità, come i mezzi impiegati e le forme di violenza adottate. lii. - I mezzi e

metodi della violenza

106. - I conflitti comportano l'impiego della violenza , che prende la forma di

mezzi adoperati per applicare la forza e di metodi per la sua applicazione. La prima fondamentale suddivisione dei mezzi impiegati distingue i mezzi che comportano l'impiego della violenza dai mezzi non v iolenti di gestione dei · conflitti. Specialmente nei conflitti interni e nelle tensioni sociali la non violenza si è rivelata un mezzo di lotta di cui non è più possibile ignorare l'esistenza. Questa classificazione dei mezzi adoperati nei conflit ti comporta una varietà di categorie che vanno dalla violenza aperta alla pressione indiretta . Un'altra suddivisione fondamentale raggruppa gli strumenti adoperati nelle situazioni conflittuali a seconda che di tali strumenti sia stato minacciato l'impiego - come n ella questione internazionale di Cuba (1962), nella quale era stato richiamato il concetto di interesse vitale, corrispondente all'impiego eventuale di armi nucleari - oppure sia stato realmente effettuato l'impiego. Un tratto saliente dei mezzi adoperati nei conflitti riguarda il loro incremento quantitativo e sopratutto il loro miglioramento qualitativo e la loro sofisticazione. Questa tendenza è riscontrabille non soltanto negli armamenti di distruzione di massa e negli armamenti convenzionali, che possono trarre vantaggio dal progresso tecnologico che caratterizza le grandi potenze, ma anche nella guerriglia, nella violenza sociale e nel terrorismo. Da un lato, il miglioramento dei mezzi si è accompagnato co n uno sviluppo ancor più rapido dei metodi e delle dottrine di impiego. D all'altro i mezzi impiegati nei conflitti si sono dimostrati ogni giorno meno suscettibili di essere realmente sottoposti ad una limitazione, ad una riduzione e comunque ad una disciplina. 107. - I mezzi impiegati nei conflitti possono essere classificati in innumerevoli maniere. La più interessante è quella basata sui destinatari della violenza. ·Su questa base, le tre categorie più significa ti ve raggruppano i mezzi adoperati

f.'. 1

r.


contro elementi materiali ad alto grado di vulnerabilità, contro la popolazìone

o contro risorse. Esempi di mezzi impiegati in azioni contro elementi materali ad alto grado di vulnerabilità possono ritrovarsi: negli attentati terroristici impiegati nella questione dell'Ulster ( ... 1969 ... ); nei rapimenti di personalità nazionali o straniere, impiegati nella questione interna cubana (1956-1959) o nella questione interna dello Uruguay (tupamaros) (1968 ... ); oppure nelle forme di pirateria aerea, impiegate in molti conflitti, fra i quali quello connesso alla questione arabo-palestinese (1 967 .. . ). Mezzi impiegati contro la popolazione sono, sempre per esempio: la segregazione razziale che caratterizza la questione dell'apartheid nel Sud Africa ( 1959 ... ) o la distruzione diretta o indiretta di gruppi estesi di popolazione, impiegata nella questione del Bia/ra (1967-1970) e nelle questioni del Bengala orientale ( ... 1971) e del Bang/a Desh (Xl-Xll.1971). Esempi della cosiddetta azione contro risorse sono: l'embargo, la limitazione e la chiusura dei rifornimenti, impiegati ad eS!;!mpio nella questione del Biafra (1967-1970) o le interruzioni di transito, come nella questione di Suez (1956-1957) o nella questione del terzo conflitto arabo-israeliano (1967 .. . ).

108. - I metodi di impiego della forza o della violenza vanno innanzi tutto classificati a seconda che rientrino fra le forme convenzionali o fra le altre forme di conflitto. Queste ultime comprendono l'impiego o la minaccia di impiego delle armi di distruzione di massa, dalle armi nucleari, da un lato, alle armi batteriologiche e chimiche, dall'altro, nonchè l'impiego di armi tipiche della soglia sub-convenzionale dei conflitti, e cioè la guerriglia di campagna, la guerriglia urbana, la violenza sociale e il terrorismo . Interessante, in questi ultimi anni, il tentativo di regolamentare l'impiego delle armi neo-convenzionali. Lo studio dell'impiego dei mezzi e dei metodi è però rinviato alla parte della strategia globale che si occupa di analisi operativa dei conflitti. Un secondo sistema di classificazione è quello che colloca, accanto ai metodi ed alle dottrine operative per l'impiego dei mezzi più chiaramente militari, i metodi per l'impiego di mezzi politici, e cioè tutte le azioni che impiegando la forza d'urto di gruppi organizzati o facendo ricorso alla applicazione di rigide norme di comportamento sociale, giungono pur sempre ad esercitare una violenza nei confronti di individui o di gruppi. Un ultimo sistema di classificazione dei metodi di impiego dei mezzi nei conflitti è basato sul giudizio di legittimità che su di essi viene dato. Come risulta ad esempio dal diritto umanitario internazionale, molti mezzi di guerra sono condannati a causa del loro carattere proditorio o perfido, a causa delle sofferenze e dei mali superflui che provocano, in ragione del loro carattere non discriminatorio fra obiettivi militari e civili. IV. - L'impiego multiplo dei mezzi e dei metodi dei conflitti 109. - L'analisi degli strumenti e delle forme di violenza adoperati nei conflitti va integrata da una analisi, un pò più complessa, della combinazione di più stru"!enti impiegati nel conflitto. Jn larga approS6imazione esso comprende due tipi di casi. Si tratta dei casi di impiego lineare e progressivo degli strumenti conflittuali o delle forme di violenza, esemplificato dalia possibile " escalation "


del conflitto. Si tratta inoltre dell'impiego complementare e contemporaneo di tali strumenti. L'impiego progressivo degli strumenti del conflitto prende due forme : la successione degli strumenti presi in sè, oppure la vera e propria successione e concatenazione fra conflitti. Un esempio dell'impiego successivo di strumenti, e di correlazione ad andamento lineare è dato dal passaggio della guerra convenzionale alla guerriglia di campagna e alla guerriglia urbana. Esiste certamente una connessione fra la questione della guerra civile cinese (1945-1949) ed i metodi di guerra convenzionale-guerriglia lì impiegati, e la questione indocinese (1944-1954), .illa quale si deve una elaborazione non trascurabile dei metodi della guerriglia di campagna. Dovrebbe anche essere possibile individuare una correlazione fra la guerriglia di campagna della questione indocinese con, da un lato, il perfezionamento della guerriglia di campagna integrata dalla guerriglia urbana, risultante dalla questione interna cubana (1956-1959) e la guerriglia urbana del tipo della questione interna dell'Uruguay (tupamaros) (1968 ... ), e, dall'altro lato, il p.erfezionamento della guerra convenzionale (questione coreana, 1950-1953) combinata con la guerriglia di campagna, quale risulta con evidenza dal conflitto connesso alla questione internazionale del Vietnam.

Va osservato che la contagiosità dei metodi di lotta comporta sempre una adattamento alle condizioni locali e quindi, per dir così, un " arricchitnento " quantitativo e qualitativo di tali metodi. Si può avere una diffusione dello stesso metodo di lotta in ambienti diversi, oppure si può assistere, più ispesso, a una trasformazione della natura dei metodi stessi. Per esempio, la guerriglia di campagna adottata in talune regioni a forte urbanizzazione ha, pressochè da sola, ispirato metodi di guerriglia urbana. L'assorbimento dei metodi di lotta è naturalmente funzione della comunicazione esistente fra i teatri di conflitt.o e la loro almeno relativa omogéneità o somiglianza. Si noti infine come la diffusione dei metodi di lotta si sia rivelata, in questi ultimi anni, molto più rapida della corrispondente diffusione dei metodi di difesa o di protezione. 11 O. - Per semplificare la claSiSificazione delle ipotesi di impiego complementare e contemporaneo di strumenti di conflitto in analisi operativa dei conflitti abbiamo previsto cinque situazioni conflittuali del genere : il conflitto di tipo convenzionale con impiego complementare di armi nucleari tattiche oppure il conflitto convenzionale complementare del conflitto nucleare limit~to; la guerriglia di campagna in funzione complementare del conflitto convenzionale; la guerriglia urbana complementare di quella di campagna o di un · conflitto convenzionale; la violenza sociale oppure il terrorismo individuale come complementari al conflitto convenzionale, alla guerriglia di campagna o alla guerriglia urbana. Tutti questi casi richiedono che il ricorso ai diversi metodi ed ai relativi mezzi avvenga secondo certe regole, e in particolare a quella della complementarietà e a quella della supplementarietà. L'impiego della guerriglia nelle retrovie dello avversario è chiaramente complementare al ricorso ad un'offensiva lanciata con mezzi convenzionali. L'uno e l'altro metodo fanno parte dello stesso disegno operativo. Il ricorro al terrorismo o alla guerriglia urbana avviene talvolta quando non è possibile condurre le operazioni in altro modo, o quando il conflitto è talmente asimmetrico da impedire alle parti di far ricorso agli stessi strumenti,

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e:>: quat1qo_H cq11flitto

convenziqnale, per _fare . tm esempio, ~ ~Q1Jgelato. In :questo caso far ricorso a un metodo esclude che se ne possa usare un altro.

11 L -, ll caso più semplice _di successione .o concatenazione,. o comunque di ~rasrois.sione dei ,conflitt,i ·si. ha quando un conflitto " riprende " un conflitto preceden.te, per lo. più ,non riso_lto adeguatamente. S i parla, in questi casi, di trasmissione lineare dì confljtti. .I quattro -conflitti -arabo-israeliani, m~i · quali va considerata come ramificazione lineare anche la questione arabo-palestinese, sono un esempio chiaro di ques,ta contagiosità fra conflitti -o di permanenza di conflittualità. Si ha tina trasmissione oriz_f.ontale fra conflitti quando un · conflitto, che nascé in.un certo contesto; evoca o . f_a cilita l'insorgere di un altro conflitto, in situazioni analoghe. Per esempio, i numerosi conflitti sorti per conseguire la decolonizzazione, pur essendo nati comprensibilmente nel rispettivo contesto, si sono "evocati" e provocati reciprocamente. Si · ha invece una trasmissione verticale dei conflitti quando un conflitto interno si trasforma in un conflitto internazionale, quando un conflitto internazionale fa sorgere dei-conflitti interni, oppure quando un conflitto interno, cJ1e coinvolge una certa struttura, per esempio una struttura locale o regionale, ne provoca :un altro ad un liv.ello più ampio, rimanendo nell'ambito di uno stato. Si parla infatti di · trasmissione verticale interna o internazionale.

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LE· ORIGINI DEI CONFLITTI L .. .Le. fasi della tensione e della crisi: 112 . .• Origine -e cause dei confli.tti -., Le .fasi .delfo origini' - 113. - La fase della tensione: le cause remote ·e la percezi9_n e della incompati,bi_li.t~ degli obiettivi - 114. - La manifestazio ne indiretta della' incompatibilità e le cause media.ti - 115. - La fase ·della crisi: la soglia della violenza . e là hegàiione dell'obiettivo -aVversariò , o1 l 6. - L'affermazione del proprio obiettivo e la causa ·diretta - li. ·- Le fasi della : controversia e delle pre-ostilità: 117. - La fase della controversia: la fo rmulazione della prej:esa e la spiegazione del.rispettivo obiettivo - 118. - La spiegazione _dell'incompatibilità_ frµ gli obiettivi e la giustificazione del proprio obiettivo - 119. - La fase della apertura delle ostilità: l'èvento chiave e la convenienza unilaterale al conflitto ·. r20. - Il "puntci di non fuga". e l'apertura delle ostilità - TII. - .La trasmissione e la diffusione· dei conflitti: 121. - La trasmissione lineare dei conflitti - J 22. - La trasmissione verticale dei conflitti. - . 123. - La trasmis• sione orizzontale dei conflitti - 124. - Una ipo\esi di analisi _dell_e origini dei conflitti.

L

~ · Le

fasi della tensione e della crisi

1 i2. - Le cause delle tensioni e dei conflitti vengono messe fo evidenia i11 ·ma~ niera corretta quando si giunge ad identificare i fatti e gli atti che li hanno p1·0:. vocati. Altre volte ci si limita invece ad elencare i fatti e gli -atti che li hanno preceduti, presentati naturalmente secondo una certa logica o secondo un seguito di 8\'.Venimenti. In que~to caso, anzichè inçlicare perchè un conflitto sorge, si preferisce mettere l'accento su come un COlJ.flitto nasce, e quindi non sulle cause vere e proprie ma piuttosto sulle sue origini; Si definisce infatti come " origi9e -è: di un -conflitto la maniera con la quale -i diversi eventi causali si sono combina-ti in sequenze temporali oppure in sequenze logiche. Le dottrine -che si adoperano per spiegare le cause dei conflitti, per lo più mettendo l'accento su uno -o su un altro tipo di cause, -sono molto più numerose delle, dottrine dedicate ad analizzare- le origini dei conflitti. .Probabilmente la spiegazione delle, cause dei conflitti viene data di preferenza .sulla base di idee preconcette, e cioè lasciandosi ispirare dalla propria concezione -della società e della storia, di cui sì ricerca la conferma col dare appunto una certa -desedzione delle ca.use . Di fatto l'analisi delle -origini- è, un momento fondamentale ·· dello studio obiettivo della " dinamica " dei conflitti. . Come abbiamo visto, lo sviluppo dei conflitti passa per cinque · fasi fondamentali: pre-conflitto, pre-ost_ilità, ostilità·, post0 ostilità e post-conflitto. Le fasi del ,preconflitto e delle pre-ostiHtà possono a loro volta essere• suddivise nelle fasi della tensione, della crisii, della controversia e dell'apertura delle ostilità.- Si noti che queste varie fasi hanno diversa ~forata e diversa importanza nei singoli -conflitti-.

·1_1\ ~ Nella.fase ·d~lla t_e_nsione gli obiettivi deli~ parti sono 11e)la 1:eaftà discprd'i è arizi incorpp~tibili _tna le parti non còmpiono nessim atto inteso a ds'olverè iµ modq univoco, a prop1·io favor_e e attraverso il rie.orso alla violenza, questa potenziale siti.tazione conflittuale. Nella fase della tensione si ritrovano quindi le radici più Iontai1e e tè condizioni potenziali dei cÒnflitti. Il n1omeÌ1to 'iniziale della tensione coincide col momento nel quale è possibile individuare· la causa remota .della situazione che potrebbe portare ad ,un conflitto. Esso è seguito dal momento in cui le parti hqnno la perce~ione 4.ella: incompatibilità dei rispettivi obiettivi, pur manifestando la convjnzione che non si debba o non si possa far

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ricorso alla violenza per alterare il rapporto di fatto esistente tra gli obiettivi. Il momento della causa remota viene individuato a posteriori perchè sul momento non è necessario che se ne abbia una percezione nemmeno approssimativa. Alcune delle cause remote possono essere trovate all'esterno della situazione conflittuale come, per esempio, in atti che rivelano la tensione o la crisi fra i grandi blocchi di potere e la necessità che entrambi i blocchi provano di contenere il blocco avversario o di espandere l'influenza della propria area di potere. Altri esempi di cause remote esterne ai conflitti si possono ritrovare nella tendenza alla decolonizzazione, negli atteggiamenti di contestazione da parte dei paesi poveri nei riguardi dei paesi ricchi, nella stessa natura generale della conflittualità manifestatasi a partire da un certo momento. Le cause remote possono essere ritrovate anche all'interno della situazione conflittuale. Conflitti insorti fra l'e parti in un passato ormai lontano, e poi considerati sopiti, che invece riemergono; la separazione fra gruppi etnici; la rigidezza delle strutture sociali che tendono alla conservazione e che non presentano elasticità e capacità di adattamento alle trasformazioni sociali; il progressivo emergere di una presa di coscienza dei divari sociali e delle disparità di livelli economici. 114. - Il terzo momento della tensione - che succede a quello della percezione della incomp~tibilità degli obiettivi delle parti - è quello della sua manifestazione indiretta, attraverso indizi e sopratutto attraverso atteggiamenti capaci di rivelare che le parti hanno capito quale sia la loro posizione nel potenziale sistema conflittuale. Nel momento ulteriore della fase della tensione accadono fatti ed avvenimenti nei quali si potrà poi riconoscere la esistenza di cause mediate dell'eventuale conflitto. La manifestazione indiretta della percepita incompatibilità prende forma in atti che non sono ancora rivolti contro l'antagonista, ma che non sarebbero stati posti in essere se la percezione della tensione non fosse già stata raggiunta. Un esempio può essere visto in un paese che aumenta gli stanziamenti per la difesa senza però concentrare la nuova capacità di spesa nel tipo di armamenti da impiegare eventualmente verso un dato avversario. Molto spesso la prova che una almeno delle parti rivela di aver percepito questa incompatibilità di obiettivi si manifesta col semplice rallentamento delle concessioni, della distensione, degli atteggiamenti . conciliativi verso il potenziale antagonista. I fatti che potranno poi apparire come le cause mediate del conflitto possono anch'essi ritrovarsi all'esterno o all'interno del sistema conflittuale. All'esterno del sistema conflittuale possono ritrovarsi in trattati o convenzioni internazionali che tentano di risolvere lo stato di tensione almeno provvisoriamente oppure in decisioni di organismi internazionali che prendono posizione per l'uno o per l'altro dei soggetti in tensione. All'interno i fatti o gli atti che saranno poi riconosciuti come cause mediate del conflitto possono consistere nella situazione giuridica del paese o del territorio, nella costituzione o nella sostituzione di un dato governo o di un centro di potere o ancora nel sorgere di certi partiti o movimenti. 115. - Si ha la fase di crisi quando si è lasciata accumulare fra le parti una serie di eventi pericolosi, tanto nel caso in cui le parti vi abbiano consentito o addirittura che li abbiano provocati, quanto nel caso in cui le parti abbiano

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assistito passivamente al loro insorgere. Questa fase può innanzi tutto prendere l'aspetto di indizio della tentazione o della volontà di avvicinarsi alla soglia dell'impiego della violenza. Si intende che gli eventi pericolosi che contraddistinguono la fase di crisi sono nello stesso tempo manifestazione della tensione esistente e causa del suo aumento di intensità. Essi possono infatti diventare fattori eccitanti di reazioni o di atteggiamenti aggressivi. La tentazione di passare all'impiego della violenza si rivela attraverso manifestazioni indirette di pressione, come gli scioperi o talune forme di nonviolenza che hanno un chiaro significato di antagonismo, oppure attraverso le fasi iniziali della preparazione e dell'organizzazione della violenza, come la costituzione segreta di ali militari di movimenti di liberazione. A questo momento iniziale della crisi segue di regola il momento della negazione dell'obiettivo avversario, che si ha quando le parti escono in manifestazioni di intolleranza dell'atteggiamento, delle reazioni o del comportamento dell'altra parte. Anche questa fase di avvicinamento alla soglia di un conflitto può prendere forme diverse. Una può consistere nel negare la validità dell'obiettivo avversario con l'insistere e l'amplificare gli eventuali errori o le iniquità dell'avversario, recenti o anche passati. Altre volte può aver luogo una drastica riduzione del dialogo con l'avversario oppure la sensazione che sarebbe sleale, da parte di elementi del nostro campo, mantenere un tale dialogo. Nei confronti dell'opinione pubblica ha inizio un processo di influenzamento tendente a negare la stessa legittimità dell'avversario, non potendo ovviamente negarne l'esistenza. 116. - L'altro momento della crisi è quello dell'affermazione dell'obiettivo proprio, che normalmente segue quello della negazione dell'obiettivo avversario, nonostante che dal punto di viSlta della logica tutte> farebbe pensare il contrario. Si tratta, di regola, di una affermazione che non comporta ancora una spiegazione e ancor m·e no una giustificazione. Questa fase è sempre accompagnata da una azione di marcata influenza presso l'opinione pubblica. L'opinione pubblica sulla quale ci si propone di agire può essere quella dei neutrali oppure quella degli avversari. Può ovviamente trattarsi anche della propria opinion'e pubblica, ma essa è per lo più oggetto di attenzione nella fase precedente, e cioè in quella della negazione dell'obiettivo avversario. L'affermazione del proprio obiettivo prende forme diverse nelle varie situazioni conflittuali. In molti colpi di stato l'affermazione del proprio obiettivo si giustica attraverso il bisogno, e quindi il valore, deWordine. Nei casi di rivolte, ove domina l'eversione sulla conservazione, può essere fatto ricorso più opportuno alla giustificazione della giustizia. Il momento finale della fase della crisi può essere visto nell'avvenimento o nella situazione che potrà poi apparire come causa diretta dell'ulteriore conflitto. La causa diretta consta quasii sempre di un avvenimento, di un fatto o di una circostanza che è abbastanza facile isolare. Potrebbe trattarsi di manifestazioni non violente, oppure anche di manifestazioni violente, ma allora circoscritte, come un attentato. Questi atti si presentano come fattori immediatamente eccitanti della situazione. Fattori alm:eno temporaneamente riducenti possono invece verificarsi, come arresti, la destinazione al confino o al domicilio coatto di soggetti di violenza. A distanza di tempo essi potrebbero rivelarsi però altrettanto eccitanti.

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Il. - Le fasi del.la controversia e delle pre-ostilità 117. - Prima di giungere alla fase delle ostilità le situazioni preconflittuali passano di regola, ma non necessariamente, attraverso la fase della controversia. Si è in questa fase quando le parti, portatrici di obiettivi fra loro incompatibili, non soltanto li riconoscono, ma li formalizzano. Il momento iniziale della controversia - intesa in senso non giuridico, come contrapposizione antagonistica di interessi formalizzati - consiste nella formulazione della pretesa delle parti, e cioè nel confronto fra le convinzioni del l'una e dell'altra parte sul valore del rispettivo q_biettivo. La formulazione della pretesa è abbastanza chiara quando si trovano uno contro l'altro due gruppi strutturati, per esempio due stati, e lo è meno quando si trovano di fronte, specialmente nei conflitti interni, gruppi meno strutturati, . come gruppi etnici, minoranze, gruppi religiosi. Va notato che proprio in questa fase incide ancor più che non in altre il già citato meccanismo psicologico della proiezione, secondo il quale la propria pretesa nasconde di regola la motivazione reale e la propensione al conflitto, sempre pressochè diverse dalla pretesa enunciata. Le parti della controversia passano normalmente, a questo punto, al momento della spiegazione del rispettivo obiettivo. Questa spiegazione ha lo scopo, specialmente col ricorso a precedenti o ad avveni.menti che si collocano nel passato, di legittimare " storicamente " · il proprio obiettivo. Non. si tràùa ancora di affermarne il fondamento secondo la morale o la giustizia, ma soltanto secondo la _logica storica e come seguito dei precedenti. Questa spiegazione viene fornita sopratutto nel proposito di confortare gli aderenti al proprio gruppo e per suscitare simpatia per la propria causa da parte di soggetti neutrali o comunque estranei al potenziale sistema conflittuale. 118. - Il momento successivo della controversia è quello della spiegazione dell'incompatibilità degli obiettivi, e quindi della spiegazione del valore del proprio obiettivo confrontato con la spiegazione dell'infondatezza dell'obiettivo altrui. L'obiettivo dell'avversario viene confrontato col proprio obiettivo, non tanto nel proposito di dimostrarne la minore fondatezza o legittimità, quanto per val utare la gravità del confronto fra gli obiettivi e quindi il rischio di un ulteriore aggravamento della controversia . La spiegazione della incompatibilità fra gli obiettivi comporta tre diversi aspetti: la denuncia della infondatezza della sp.iegazione storica (non giu ridica) dell'obiettivo avversario; l'accusa rivolta all'avversario di falsità della spiegazione da lui fornita; e una prima attribuzione all'avversario della responsabilità del passaggio dalla crisi al conflitto. · La fase ulteriore della controversia è quella della giustificazione del proprio obiettivo, e quindi della sua spiegazione in base a qualche codice-morale o di convenienza, che serva ad affermare che quell 'obiettivo è giusto, e quinéli " merita " di prevalere. E' interessante notare che non è necessario che il codice al quale ci si richiama sia accettato anche dall'avversa rio , ciò che sarebbe invece indispensabile se si ricercasse effettivamente e in buona fede un ' giudizio obiettivo sulla controversia. La giustificazione del proprio obiettivo integra la spiegazione storica che ne è stata data, e si basa di regola· su ui1 richiamo a ·n orme, per così dire, processuali , che rendano legittimo anche il ·modo con iI quale il soggetto cerca di farsi dare ragione.

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Si noti come in tutte queste fas,i non si abbiano manifestazioni aperte di violenza, o come esse siano comunque contenute al di sotto di un livello critico. In realtà, come si è già detto, la fase della controversia può anche non essere presente nelle origini di un conflitto, che potrebbe passare direttamente dalla fase della crisi a quella delle ostilità. Di fatto però è raro che nei conflitti, e specialmente nei conflitti internazionali di tipo simmetrico, la incompatibilità degli obiettivi non venga formalizzata attraverso i meccanismi della controversia. 119. - Le origini di un conflitto possono così giungere alla quarta delle fasi nelle quali, sopratutto per convenienza e comodità di ragionamento, le abbiamo articolate: quella delle ostilità, cioè del ricorso aperto alla minaccia prossima dell'uso della violenza o del suo impiego attuale. Il momento iniziale di questa fase - che taluni definiscono, in senso stretto, di pre-conflitto - coincide con il verificarsi dell'evento-chiave, cioè di un fatto che successivamente verrà riconosciuto come l'ultimo, anche se non forse il principale, responsabile del l'apertura del le ostilità ._ Come già negli elementi della causa remota o della causa prossima, anche l'evento-chiave è un fatto o un avvenimento al quale il conflittuologo attribuisce a. posteriori un determinato valore e significato. E' interessante notare che nei colpi cli stato l'evento-chiave si presenta in due modi diversi: o come un fatto (mozione di sfiducia al governo, scioglimento delle camere, ecc.) che obbliga la parte ad agire per la conquista del potere; oppure come una s,ituazione (accertata vulnerabilità o debolezza del governo in carica, ecc.) che invoglia la parte ad intraprendere un 'azione per impossessarsi del governo. L'evento-chiave risulta efficace nel momento successivo, e cioè quando una o più parti del potenziale conflitto giungono alla conclusione della convenienza unilaterale del conflitto. Si ha questa situazione quando una o più delle parti ritengono che il valore dell'obiettivo da conseguire è superiore al costo del conflitto, o, detto con un ideogramma, quando V /C = 1. Questo momento è già stato vissuto, in anticipo, dalla parte che contribuirà in modo determinante a far aprire le ostilità, ma è stato sempre mantenuto sotto controllo. Questo momento è particolarmente importante , nell'analisi delle origini di un dato conflitto , per due ragioni. Per spiegare le motivazioni reali del conflitto bisogna cercare di rilevare gli errori di valutazione che, nella maggior parte dei casi, vengono commessi dalle parti, proprio in questo momento. In secondo luogo, il controllo del conflitto e l'azione di mediazione o comunque dì conclusione del conflitto, altro non è che la correzione della motivazione che ha indotto una o più parti ad entrare nel conflitto stesso.

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120. - Il momento ulteriore di ques,ta fase, detto anche punto di non fuga coincide col momento in cui le parti oppure una sola di esse, ma determinante, giunge alla decisione della inevitabilità ciel conflitto o alla " affermazione " dèl sistema conflittuale. Per "inevitabilità " del conflitto si intende una motivazione agente sul soggetto strategico più vincolante · di quella rappresentata dalla sua semplice "convenienza ". Se dipende dal soggetto stesso, essa equivale a "ineluttabilità " del conflitto. Può però dipendere anche dalla certezza di essere aggredito cli lì a poco, e quindi equivale alla necessità di attacca re per primo o comunque di anticipare l'avversario. Come si intende dalla espressione di

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"punto di non fuga ", in questa fase qualunque tentativo per impedire che si giunga al conflitto è ormai praticamente inutile. Il momento conclusivo di questa fase è quello della apertura delle ostilità, che può prendere forme quanto mai varie. Possono essere classificate in una serie di eventi che, come l'aggressione, hanno una loro importanza dal punto di vista giuridico, perchè fanno sorgere una diversa responsabilità. Esse possono invece essere considerate dal solo punto di vis,ta dei mezzi adoperati per la gestione operativa dei conflitti, e prendere forme che vanno dalla violenza sociale diffusa ai moti di piazza, dall'impiego di forze convenzionali su larga scala a colpi di mano e ad attacchi di sorpresa, ·e così via. Quasi mai l'apertura delle ostilità coincide ormai, nella attuale conflittualità, con una dichiarazione di guerra o con altri atti giuridicamente rilevanti. Come si vede, in questa articolazione in fasi e in momenti delle origini dei conflitti può aiutare a ordinare in una sequenza temporale e, in certo senso, in una sequenza logica una serie di avvenimenti che così assumono il valore di tendenza verso il conflitto. Vale la pena però mettere ancora una volta in guardia contro un uso troppo complesso di ques,te proposte di analisi e interpretazione, e cioè con il ricorso, come si direbbe in matematica, ad un numero eccessivo o ridondante di variabili. lii. - La trasmissione e la diffusione del conmttl 121. - L'esperienza dimostra che esiste una stretta connessione fra i diversi conflitti e fra le diverse forme di conflitto. Quando i conflitti si collocano uno dopo l'altro si può ragionevolmente sostentare che l'uno abbia provocato l'altro. Si ha, in questo caso, una successione di conflitti o, più esattamente, una trasmissione di conflittualità. I quattro conflitti arabo-israeliani - del 1948, del 1956, del 1967 e del 1973 e la questione arabo-palestinese (che consideriamo iniziare nel 1967) sono uno collegato all'altro. Naturalmente tutte le cinque questioni citate originano a loro volta da cause remote ancora più generali.' Sta di fatto che ogni questione ha origini nelle conclusioni e nelle conseguenze del conflitto precedente, così da costituire una situazione essenzialmente continua. Un altro caso evidente di trasmissione dei conflitti s,i ha nelle diverse questioni dei curdi. Una diecina di questioni, che hanno coinvolto il sub-continente indiano, possono essere fatte risalire alla maniera con la quale è stata compiuta la spartizione fra India e Pakistan nel 1947. In generale si può dire che la trasmissione di situazioni conflittuali ha origine da conflitti des,tabilizzanti. Si tratta di conflitti che non si concludono, magari per effetto di coercizione, con una attenuazione o con l'annullamento delle originarie incompatibilità di obiettivi, ma piuttosto con una prolungata carica di incompatibilità, magari fra soggetti diversi. In tutti questi casi si hanno fenomeni di trasmissione lineare dei conflitti. 122. - Un'altra forma di diffusione dei conflitti è quella della loro trasmissione verticale e in particolare del trasferimento della conflittualità dal piano delle relazioni internazionali al piano interno dei gruppi strutturati, oppure, inver-

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samente, da quello interno a quelle internazionali. Stranamente gli studi su questo gruppo di problemi non sembrano molto numerosi. Dal piano internazionale le conflittualità filtrano al piano interno sopratutto per tre serie di ragioni. Può trattarsi semplicemente del riflesso, sul piano interno, di forti tensioni internazionali, esistenti fra gruppi politici o addirittura fra ideologie (la lotta ideologica che ~pacca la popolazione di un paese) oppure fra zone di influenza. Può trattarsi, altre volte, di un riflesso della concorrenza economica scatenatasi fra grandi potenze. Nella questione del Biafra la linea di frattura si è approfondita lungo la frontiera etnica, ma è originata o almeno accentuata dalla tensione economica volta ad impossessarsi di importanti risorse. Può trattarsi, ancora più semplicemente, della diffusione nei villaggi e nelle famiglie dell' " alone di sofferenza " provocato da un conflitto internazionale. Sempre in direzione verticale, ma in senso inverso, le situazioni interne possono provocare condizioni internazionali di conflittualità. Le due fasi della decolonizzazione - dal 1945 al 1950 e poi dal 1956 ~l 1962, grosso modo - non sono state altro che una generalizzata tendenza a ricercare la propria identità, caso per caso, e attraverso conflitti interni, in un numero così esteso di territori non autonomi da dar vita a una diffusa conflittualità. Essa è poi stata seguita da numerosi colpi di stato, sintomi di un lungo e ancora non completato periodo di assestamento per approssimazioni s,uccessive. 123. - Molti altri casi di diffusione dei conflitti prendono la forma della trasmissione orizzontale della conflittualità. Il più semplice è quello detto della contemporaneità delle tensioni o dei conflitti, che si verifica quando in più paesi le stesse categorie di parti si pongono in posizione di corrispondente antagonismo, come nel caso tipico della contestazione giovanil'e. Per ragioni demografiche diverse, negli anni 1964-1968 certe classi di età si sono scontrate ad una struttura sociale che non era in grado di accoglierle. Tutti i casi di tensioni e conflitti transnazionali rientrano in questa classe di fenomeni. La trasmissione orizzontale dei conflitti può avere per oggetto, in realtà, la diffusione degli stessi metodi e mezzi impiegati nei conflitti. In questi casi si parla di mimetismo conflittuale, particolarmente evidente nei conflitti infra-strutturali, nella violenza sociale, nel terrorismo e nella violenza individuale. Naturalmente questa diffusione dipende da due valori qiversi : la suggestività del metodo di lotta, nel senso che esso attira e appaga individui e gruppi, e la sua efficacia, calcolata sulla base di rilevanti effetti di affermazione ottenuta con mezzi relativamente ridotti e a buon mercato. Rilevante il ruolo dei mezzi di informazione di massa nella diffusione dell'impiego di questi mezzi. Molto più complesso è il ruolo del progressivo perfezionamento dei metodi di lotta e della sua diffusione, che è in qualche modo parallelo alla costante sofisticazione dei mezzi impiegati in ipotesi di conflitto convenzionale e in ipotesi di conflitto con impiego di mezzi di distruzione di massa. E' interessante notare la progressiva diffusione dei metodi della guerriglia di campagna e della guerriglia urbana, il perfezionamento dei metodi per il loro impiego complementare, da epoca ad epoca, e spesso da continente a continente. 124. - Quando si è trattato di analizzare, conflitto per conflitto, le origini delle singole situazioni conflittuali si è fatto ricorso ad un piano di ricerca che teneva

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nettamente separate le cause e le origini dei conflitti , ciò che molto spesso sembra difficoltoso realizzare. Si è quindi proposto uno schema di analisi che pr!!vedeva, per quanto concerne le cause: -

descrivere le version i date dai protagonisti per spiegare e per giustificare la loro partecipazione al confl itto; individuare le cause più probabili del conflitto, precisandone la relativa importanza èd indicando come queste si sono reciprocamente influenzate; confrontare le versioni date dai protagonisti con le cause reali, spiegandone l'eventuale di ffercnza; dire se e come il conflitto avrebbe potuto essere evitato.

Per quanto concerne invece le origini, si prevedeva che l'analisi riuscisse a:

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individuare gli avvenimenti più importanti dell'origine (preparazione o maturazioitc) delle situazioni conflittuali, raggruppandoli in fas i o momenti significativi (tensione,' crisi, controversia, pre-ostilità, ecc.); analizzare in quale forma si è giunti all'apertura delle ostilità o all'inizio delle manifostazioni cli violenza; valut are il grado di respo11sabi litì1 elci protagonisti; indicare in quale fase dell 'origine del conflitto cd a quaÙ con<lizioni ii conflitto stesso avrebbe potuto essere evitato. ·

La verifica dell'esatta valutazione dei momenti e delle fasi : dell'origine dei conflitti consisteva,- come appare evidente, nel tentativo di soppesare· la responsabilità dei protagonisti e le possibilità di evitare i conflitti.

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LA CONCLUSIONE E LE CONSEGUENZE DEI CONFLITTI SOMMARIO: 1.': Le conèlusioni prevaientemente coercitive - 125. - Conclusione e conseguenze - 126. - La debellatio dell'avversario - 127 . - Forme giuridiche della co nclusione coercitiva 128. - Lo scompenso di potenza - Il. - Le conclusioni prevalentemente pacifiche - 129 . - La partecipazione delle parli alla soluzione dei conflitti - 130. - Il ruolo mediatore della « parte terza » - 131. - La conclusione «adeguata" di un conflitto - 132. - Il conflitto e la trasformazione d ei sistemi di relazione - 133. " Cause sogget tive di conclusione di un conflitto - 134. · Cause oggettive cli conclusione di un conflitto , III. - Le conseguenze dei conflitti · 135. Conseguenze simmetriche e asimmetriche - 136. - Conseguenze stabilizzanti o destabilizzanti · 137. - Effetti. di conser vaziòne - 138. - Effetti di innovazione - 139. - Effet ti a medio ·e· i ungo termine - 140. - Proposte per l'analisi descrittiva d elle conclusioni e d elle conseguenze dei con flitti. ·

I. - Le conclusioni prevalentemente coercitive

125. - La maniera con la quale i conflitti hanno termine, e cioè la fase finale della dinamica conflittuale, può_essel·e . esaminata innanzitutto col concentrare l'attenzione sulle forme assunte dalla conclusione di un conflitto nonchè sui mèzzi adç,perati per giungervi, e cioè principalmente sulle forme prevalentemente coercitive· e sulle forme prevalentemente pacifiche. Nello stesso momento andrebbero studiate le . cause che. hanno . progressivamente portato alla conclusione del conflitto. . . · Dellè cinque fasi principali della dinamica del conflitto - pre-conflitto, pre-ostilità, ostilità, post-ostilità· e post-conflitto - la fase della conclusione del conflitto coincide grosso modo con quella delle post-ostilità. Con la fase del post-conflittb coincide · invece, ·sempre approssimativamente, la fase delle conseguenze di un conflitto, e cioè degli effetti che quel con1litto, e anzi che l'esito di quel determinato conflitto, possono aver avuto in maniera chiaramente percepibile. Si è già avuto occasione di ricordare che in conflittuologia la fase conclusiva dei conflitti è assai pqco studiata, a paragone della quantità di ricerche che sono invece state dedicate alla fase iniziale delle tensioni e dei conflitti. Solo nèl campo del diritto i mome~tr finali del conflitto hanno riscosso una certa attenzione ma i risultati_ delle ricerche giuridiche e lo stesso diritto positivo vigente nori corrispondono più interamente alla maniera con la quale i conflitti stessi vengono condotti e, talvolta, conclusi. Sembra sempre più conveniente considerare il conflitto né più né meno di un momento della trasformazione del modo di essere , del tessuto sociale entro i1 quale il conflitto si sviluppa. 126. ·- Le forme prevalentemente -coercitive di conclusione di un conflitto sono quelle· che comportano la debellatio di una · o più delle parti in conflitto oppure quelle che, senza comportare l'annientamento dell'avversario, lo portano a preferire l'abbandono .del cohflitto alla sua prosecuzione. La debellatio dell'avversario si è avuta, ad esempio, riei casi della eliminazione della struttura militare e· amministrativa biafrana nella · questione del Bìafra (1967-70) e della elimi.hazione della sècessione del KaUmga tiella questione interna congolese (1961-1964) oppure anche nel caso della questione · interna indonesiana (1965-1966) . . L'annientamento dell'avversario può consistere in · un mero fatto materiale. l n

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caso di conflitto termonucleare la cessazione del conflitto per via di annientamento di una oppure di entrambe le parti segue regole del tutto peculiari a questo genere di conflitto. Negli altri casi l'annientamento viene ottenuto quando una dellle parti non è più in grado di con;ibattere e di esistere come forza combattente significativa. L'annientamento delle forze avversarie può essere accompagnato dalla distruzione delle risorse potenziali. Bisogna richiamarsi al concetto di vulnerabilità, che impieghiamo in analisi operativa, per misurare il punto al di là del quale si verifica la debellatio materiale dell'avversario. L'annientamento dell'avversario può dar vita anche a un fatto giuridico, quando il conflitto si conclude con la legittimazione della parte vincente. I conflitti attraverso i quali un territorio ha raggiunto l'indipendenza, e cioè i cosiddetti conflitti della decolonizzazione, pur non essendosi conclusi necessariamente con l'annientamento dell'avversario, hanno la caratteristica di legittimare i movimenti di liberazione nazionali col portarli a costituire, assieme ad altri elementi, uno stato sovrano e indipendente. 127. • Dal punto di vista giuridico infatti la conclusione di un conflitto presenta due aspetti diversi. La conclusione porta progressivamente al momento del passaggio dal tempo di guerra al tempo di pace, per difficile che sia talvolta individuarlo. La conclusione del conflitto ha poi, di per sé, tutta una serie di effetti importanti dal punto di vista giuridico, che appartengono però soprattutto al campo delle conseguenze. . Negli ultimi trent'anni, la maggior parte dei conflitti ha preso inizio senza una dichiarazione di guerra e sono terminati senza un trattato di pace. Quando vi è stato, l'atto conclusivo di un conflitto può avere avuto forma unilaterale o multilaterale ed essere stato provvisorio o definitivo. Sono mezzi provvisori di sospensione delle ostilità il cessate il fuoco, l'armistizio o la tregua. Sono mezzi definitivi di sospensione delle ostilità, la resa, la capitolazione, la capitolazione senza condizioni, la conquista. Sono mezzi di conclusione del conflitto, e non soltanto delle ostilità, i trattati di pace, tipici atti multilaterali, anche se talvolta la loro efficacia è compromessa dalla posizione troppo asimmetrica delle parti. Tutte queste forme di cessazione o delle sole ostilità, o del conflitto, risentono del loro carattere più o meno coercitivo, che lascia minore o maggiore spazio alla libera adesione all'accordo da parte del soggetto soccombente, che potrà avvalersene per contestare poi in futuro, moralmente o giuridicamente, gli effetti a lui derivati da quel conflitto. 128. · Un conflitto viene portato al suo termine in modo coercitivo anche quando si produce un forte scompenso di potenza fra le parti, senza necessariamente giungere alla debellatio di una o più delle parti in conflitto. Può prodursi un forte incremento della vulnerabilità di una delle parti - come nell'ultima fase della questione indocinese (1944-1954) oppure in alcune fasi della questione della contestazione studentesca (... 1968 ... ) - o, al contrario, un forte incremento delle posizioni di forza o dei fattori di potenza di una delle parti. Si può avere una cessazione del conflitto anche a seguito della scomparsa di uno degli avversari. Nella questione interna greca (1949) i partigiani , più che arrendersi, scomparvero. Si hanno questi tipi di soluzione dei conflitti quando una delle parti, pur non

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avendo dato fondo alle proprie risorse, e quindi senza essere stata annientata, avverte il peso del costo insostenibile del conflitto, abbia esso valore assoluto la prosecuzione del conflitto porterebbe a dar fondo alle risorse - o relativo, e cioè confrontato col valore di altri interessi . Molte potenze coloniali, pur essendo in grado materialmente di continuare il conflitto con i movimenti di liberazione nazionale dei territori dipendenti, hanno constatato che il costo del conflitto era eccessivo rispetto ai benefici ottenuti o ad altre opzioni. Per talune delle parti in lotta l'uscita dal conflitto può avvenire attraverso soluzioni sostitutive della resa o della sconfitta, come quando, all'interno, si sostituiscono la classe al potere o i dirigenti responsabili, oppure quando, all'es,terno, si sostituiscono le alleanze alle quali le parti sono associate. Il. - Le conclusioni prevalentemente pacifiche

129. · La conclusione di un conflitto con mezzi pacifici può dipendere innanzitutto dagli stessi protagonisti del conflitto o almeno da una parte di essi che ritengono conveniente uscire dal conflitto. La conclusione può invece dipendere, prevalentemente o in misura significativa, da altre parti, dette " parti terze ". Nel caso della gestione delle fasi conclusive del conflitto da parte degli stessi protagonisti bisogna che tali forme di accordo intervengano fra i protagonisti veri, e cioè fra i soggetti di un conflitto che hanno un effettivo grado di partecipazione al conflitto stesso. Tali accordi devono infatti intervenire fra i protagonisti diretti del conflitto, come nel caso degli accordi fra la Francia e il governo provvisorio algerino a soluzione della questione dell'indipendenza algerina (1954-1962), o nel caso della questione internazionale di Cuba (1962). Essi però possono intervenire anche fra protagonisti mediati, specialmente quando essi sono potenze maggiori che appoggiano i contendenti dall'esterno. Sul piano teorico la soluzione del conflitto da parte dei protagonisti solleva il problema dell'individuazione dell'interesse convergente a cessare il conflitto, tanto che esso nasca contemporaneamente, quanto invece che esso si produca, nelle parti, in momenti diversi e successivi. Sul piano giuridico, la soluzione del conflitto prende la forma - se i soggetti sono degli stati - dei trattati di pace, che richiedono l'adesione da parte di tutti i soggetti in conflitto. I trattati di pace sono spesso multilaterali e non bilaterali. Si ricordi come la prima guerra mondiale comprendesse 79 guerre bilaterali e come la seconda guerra mondiale abbia comportato 161 guerre bilaterali e quindi altrettanti scambi bilaterali di manifestazione di volontà, organizzati in un numero molto elevato di accordi multilaterali. 130. - La conclusione del conflitto con mezzi prevalentemente pacifici può essere raggiunta a seguito dell'intervento mediatore di soggetti non partecipanti al conflitto, dette "parti terze ". Sul piano teorico questo tipo di conclusione del conflitto richiede la individuazione dell'interesse altrui a veder cessare il conflitto, siano essi singoli soggetti oppure enti collettivi come le organizzazioni internazionali. Diversi conflitti internazionali e interni sono stati portati a termine grazie alla funzione mediatrice di stati terzi, di organizzazioni regionali - come la Orga-

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nizzazione degli Stati Americani o l'Organizzazione dell'Unità Africana - o di organizzazioni a base universale, come le Nazioni Unite. Due esempi di intervento esterno per la soluzione di un conflitto sono la que9tione palestinese (1948-1 949) e la questione dell'lrian occidentale (1960-1962). Il ruolo mediatore delle organizzazioni internazionali può essere assolto - come nel caso degli enti internazionali di difesa, che intervengono per mettere pace fra i propri membri - allo scopo di non lasciar diminuire pericolosamente la solidarietà e quindi la forza del gruppo. Nelle organizzazioni internazionali a base universale, come le Nazioni Unite, la soluzione pacifica delle controversie_ e dei conflitti internazionali è invece la naturale applicazione del sistema di sicurezza internazionale. Il ruolo mediatore di queste organizzazioni richiede comunque una partecipazione ed una adesione da parte degli stati coinvolti nel conflitto, ai quali spetta di conformarsi alle regole poste in essere al fine di realizzare il mantenimento della pace. 131. - La conclusione di un conflitto raggiunta con mezzi pacifici e sopratutto mediante l'accordo può rivelarsi adeguata o inadeguata, a seconda che dia oppure no una soluzione effettiva e relativamente stabile alle tensioni sottostanti al conflitto. Un accordo è "adeguato " quando provoca un cambiamento in almeno una delle serie di motivazioni oppure quando dimostra di avere addirittura risolto le cause che erano all'origine del conflitto. L'apprezzamento dell'adeguatezza dell'accordo è positivo quando si confronta l'intesa risultante dall'accordo, da un lato, con la situazione preesistente al conflitto. Il confronto fra l'intesa, e cioè la struttura dell'accordo raggiunto, e la situazione preesistente al conflitto prende due forme principali. In primo luogo si tratta di confrontate gli obiettivi delle parti e la loro incompatibilità, con la situazione uscita dall 'accordo, sempre in termini di maggiore o minore compatibilità degli obiettivi di cui sono portatrici, attualmente, le parti. L'inadeguatezza dell'accordo si presenta ·assoluta quando l'accordo non costituisce se non una fase di una serie di atti conflittuali, oppure relativa quando, pur continuando ad essere insufficiente per annullare il conflitto, è sufficiente per provocarne una sospensione od una sensibile attenuazione, sia che si tratti di una soluzione di tipo armistiziale, come nella questione coreana (1950-1954 ... ), sia che si tratti di un mero contenimento della situazione conflittuale, come nella questione internazionale di Cipro (1963 . . .). Più esattamente l'inadeguatezza è assoluta quando la cessazione , delle ostilità è adottata per riprendere in migliori condizioni il conflitto (con gli stessi mezzi o con mezzi alternativi); è invece relativa quando consente l'apertura di ne·goziati e la ricerca delle condizioni di una pace, che non si ri vela tuttavia come certa. 132. - La maggiore o minore adeguatezza dell'accordo o almeno della soluzione del conflitto risulta anche dal confronto tra il sistema di relazioni fra le parti, nel suo insieme, prima del conflitto e dopo l'accordo che vi ha posto termine. Il sistema delle relazioni fra le parti che si può constatare al termine del conflitto è inadeguato non solo quando perpetua le precedenti incompatibilità fra gli obiettivi, oppure quando ne fà nascere di nuove, ma anche allorchè si presenta come un sistema rigido. La capacità delle istituzioni di mediare i conflitti dipende

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anche dalla capacità dei sfatemi di relazioni di adattarsi alle circostanze ed alle situazioni nuove. E' invece una condizione di efficacia del sistema e di capacità di mediare le tensioni sottostanti la rappresentatività, da parte delle nuove istituzioni, dei gruppi sociali che costituiscono il sistema di relazioni. Molti conflitti da decolonizzazione sono risultati utili nel senso di risolvere, a favore del territorio dipendente che raggiungeva così l'indipendenza, le tensioni e talvolta i conflitti fra la popolazione di quel territorio e il governo della potenza metropolitana. Essi però, per via delle istituzioni alle quali hanno dato vita, sono stati all'origine di altri conflitti, orizzontali (fra gruppi etnici) e verticali (colpi di stato), che hanno costituito la conseguenza dalla incapacità delle nuove istituzioni di mediare in maniera pacifica le più profonde tensioni fra i gruppi. 133. - Le cause di cessazione di un conflitto sono ovviamente collegate alle cause che sono intervenute a creare o a provocare il conflitto stesso. Come queste ultime, le cause di cessazione del conflitto possono essere soggettive o oggettive. Le cause soggettive della cessazione di un conflitto sono dovute principalmente al cosiddetto andamento dei motivi psicologici. Le due interpretazioni più diffuse sono basate rispettivamente sulla teoria del progressivo abbassamento, dopo un certo periodo, della co&iddetta "febbre di guerra" - come se si trattasse di una epidemia che presenta un suo andamento di espansione e poi di autospegnimento - sulla teoria della prevalenza, sulle incomprensioni, dei motivi di comprensione fra le parti ed i loro obiettivi. Fra le cause soggettive della pace, e cioè fra i motivi soggettivi che conducono alla cessazione del conflitto, bisogna distinguere, da un lato, i citati motivi psicologici, e, dall'altro, la cosiddetta capacità decisionale dei soggetti del conflitto a prendere questo tipo di decisione. Un problema speciale è rappresentato dal tipo di intesa che dovrebbe intercorrere fra le autorità militari ed i poteri civili sulla decisione di uscire dal conflitto. Nello stesso ambito delle autorità militari la decisione di cessare un conflitto richiede che si trovino d'accordo, nonostante la loro possibile divergenza di vedute, il comando operativo, i servizi e le strutture militari, e il comando generale posto nella capitale del paese. 134. - Sono cause oggettive della conclusione o della cessazione di un conflitto o il prevalere di una delle parti o il venir meno dell'interesse al perseguimento con mezzi violenti dei rispettivi obiettivi. La maggior parte delle teorie che, per dimostrare le condizioni per la cessazione di un conflitto, si richiamano ad un solo criterio fondamentale, spiegano tuttavia soltanto in parte quest'ultima fase della dinamica conflittuale. Analoghe alle cause oggettive di cessazione dei conflitti sono le cosiddette cause esterne, riconoscibili sopratutto nell'azione di potenze maggiori che ritengono opportuno che si ponga termine al conflitto e riescono effettivamente ad indurre le parti a questo comportamento. Fra le cause esterne di cessazione del conflitto va posta anche la cosiddetta deviazione del conflitto, che si verifica quando due parti, fra loro antagoniste, vengono convinte ad allearsi contro un altro s,tato. Queste cause esterne possono essere orientate più o meno intenzionalmente a questo fine. La inutilità o la impossibilità di proseguire il conflitto possono essere dovute o a cause contingenti (I 'allontanamento fra Jugoslavia e URSS nel 1949

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porta allo svuotamento dell a que~tlone intern a greca), oppm'e a tendenze piìt profonde e durature, come nel caso del progressivo passaggio dall'atmosfera della guerra fredda a quella della coesistenza pacifica e infine a quella della distensione. lii. - Le conseguenze dei conflitti 135. - Le conseguenze dei conflitti e del modo con il quale ogni conflitto è stato portato a termine vengono di regola presi in esame da due diversi punti di vista: da quello dei soggetti sui quali la cessazione del conflitto porta le sue conseguenze, e da quello dei tempi nei quali queste conseguenze si manifestano. La conclusione di un conflitto può essere simmetrica, e cioè risolversi con beneficio o danno proporzionati fra le due parti, oppure - e ovviamente questa è la situazione più frequente - in modo asimmetrico, con benefici e danni distribuiti in maniera ineguale fra le parti. D i regola un conflitto rende la situazione delle parti ancora più asimmetrica di quanto non fosse prima del conflitto, anche se probabilmente con segni e direzioni diverse. Un conflitto ha quasi sempre l'effetto di alterare la posizione relativa delle parti e di mutare le condizioni dell'equilibrio del gruppo di stati, talvolta della stessa società in ternazionale, in cui le parti vivono. Questa asimmetria risulta di regola accentuata non solo all'esterno - e cioè nella posizione relativa di uno stato verso un altro, per esempio dello stato vincitore verso quello vinto - ma anche all'interno, nel senso che l'onere e il peso del conflitto r isultano poi ripartiti in maniera iP.eguale fra le diverse classi o gruppi di popolazione. Uno degli effetti più sensibili dei conflitti degli ultimi trenta anni, proprio a causa del carattere " interno " che essi presentano, è costituito dal sorgere del grave problema dei rifugiati. Inoltre, a partire dalla guerra di Corea, le vittime civili dei conflitti hanno di regola superato il numero delle vittime militari. 136. - La situazione che segue la cessazione di un confli tto può essere descri tta anche in un altro modo, e cioè indicando se le conseguenze del conflitto sono stabilizzanti o destabilizzanti della società nella quale i conflitti hanno avuto luogo. La cessazione di un conflitto ha un effetto stabilizzante quando ogni appartenente a quella società trova, meglio di prima, il suo posto nel gruppo. Un conflitto che ha l'effetto di togliere delle iqgiustizie dalle quali era derivata fino ad allora una carica di "violenza strutturale " ha effetto stabilizzante. Da un conflitto conclusosi con conseguenze stabilizzanti non c'è normalmente da attendersi il sorgere di nuovi conflitti. Invece, si ha un effetto destabilizzante quando il conflitto ha reso il sistema ancor meno stabile o lo ha lasciato ancora, e forse differentemente, alterato, scompensato, socialmente ingiusto. Può darsi che il conflitto abbia ridistribuito il potere in maniera non equa e sopratutto in maniera che non può durare. Può darsi che il conflitto abbia prodotto un profondo e diffuso " alone di sofferenza ", che provocherà a sua volta nuove tensioni, crisi e infine conflitto. 137. - Le conseguenze di un conflitto vanno calcolate anche in funzione del tempo entro cui si manifestano, e in ispecie a seconda che siano a breve termine oppure

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a medio e lungo termine. La differenza è relativa, tanto che non può tracciarsi un limite preciso fra le diverse ipotesi . Si può però dire che sono a breve termine gli effetti che, oltre ad avere un rapporto diretto con la cessazione del conflitto, avrebbero potuto esse re previsti a quel momento. Gli effetti a breve termine hanno due orientamenti poss·ibili: la cessazione del conflitto può comportare effetti cli conservazione o stabilizzazione oppure può dar vita ad effetti di innovazione o rinnovamento. Gli effetti di conservazione, all'interno ciel sistema sociale o istituzionale dei gruppi considerati, si hanno, per esempio quando si raggiunge l'integrità territoriale o istituzionale di un paese (la Nigeria come stato federale al termine della questione del Biafra, il Congo al termine della q uestione congolese ... ) oppure quando si è trattato della conservazione di un prees,i stente sistema socio-politico (questione cecoslovacca, questione interna indonesiana .. .). Effetti di conservazione possono risultare anche all'esterno delle parti, in ispecie quando il conflitto si è concluso in modo da contribuire alla stabilizzazione dei rapporti fra parti di un conflitto (questione cli Berlino, questione della frontiera marocco-algerina ... ). In tutti questi casi a breve termine si può ottenere una soluzione positiva, consis.tente cioè in un risultato o effetto ciel confl itto, oppure negativa, consistente in un non-risultato (congelamento), e tuttavia significa tivo come effetto del conflitto. 138. - Effetti di innovazione p0ssono derivare dal conflitto e più in particolare dalla maniera con la quale il con fii tto si è concluso. Si hanno tali effetti, sia che si tratti di dar vita ad una nuova unità statale (Israele al termine della questione palestinese, Algeria al termine della questione dell'indipendenza algerina . . .) sia che si tratti di innovare la struttura politica del paese. Fra i tipici effetti in novativi di un conflitto vanno citate le acquis;izioni di territorio-a seguito di conquiste. I due aspetti - quello materiale della annessione di fatto di un territorio, e q uello formale o giuridico della legittimità di mantenere poi il possesso del territorio - sono spesso divergenti. Uno dei sistemi di misurazione dell'entità del cambiamento intervenuto a seguito di un conflitto, e in ispecie di un conflitto interno e del grado di innovazione che ne risulta consiste nel confrontare la tensione esistente nella struttura precedente e il tipo e grado di tensione che si ritrova nella struttura che esce dal conflitto e che da quest'ultimo è provocata. Questo metodo presuppone però che si possa calcolare di quanta "violenza strutturale" sia carica una detenninata società.

139. - A lungo termine, o con effetto mediato, l'esito dei conflitti va innanzitutto misurato in funzione dei conflitti successivi la cui motivazione possa essere ritrovata nel modo di svolgimento e di soluzione di uno o più conflitti precedenti. Ne sono esempi la ques,tione dell'indipendenza di Cipro (1955-1959) la cui soluzione contiene il presupposto diretto della questione di Cipro (1963 ... ); o la questione palestinese, la cui soluzione (1949) comporta il problema dei rifugiati palestinesi, condizione essenziale per il sorgere, quasi vent'anni dopo, della questione arabo-pales,t inese ( 1967 ... ) . L'effetto a lungo termine della cessazione o del termine di un conflitto può

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essere misurato in base al numero e al tipo di altri conflitti , anch'essi success1v1, le cui modalità si richiamano ad esso, come, ad esempio, nel caso dei conflitti in cui i metodi della violenza o guerriglia urbana applicati risultavano chiaramente essere stati messi a punto in conflitti precedenti. Specialmente fra gli effetti a lungo termine vengono in evidenza i fenomeni di trasmissione dei conflitti, a tal punto da dover concludere che l'onda che si espande da un dato conflitto si allarga e s,i diffonde senza limiti. Vanno distinti i casi nei quali un conflitto è, per così dire, "implicito " nei conflitti precedenti, dai casi nei quali a trasmettersi non è l'insorgere di un conflitto ma l'adozione di taluni metodi conflittuali, come le dottrine ed i metodi della guerriglia di campagna, della guerriglia urbana o del terrorismo. 140. - L'analisi delle conclusioni e delle conseguenze dei conflitti è stata condotta, nelle esercitazioni applicative, secondo una " proposta " di interpretazione, articolata in un ristretto numero di punti. Per quanto concerne la conclusione del conflitto è stato dunque proposto di concentrare l'esame sui seguenti punti: - individuare i fa tti e gli avvenimenti che hanno progressivamente portato alla conclusione del conflitto e con i quali il conflit to si è concluso, raggruppandoli in fasi o in momenti significativi; - descrivere se e come gli obiettivi dei protagonisti del conflitto si sono trasformati durante la fase conclusiva del conflitto stesso e, in particolare, descrivere le versioni che i p rotagonisti hanno dato per cercare di sp iegare e giustificare la conclusione del conflitto; - analizzare: a. - il ruolo che, nella conclusio ne del conf1itto, hanno avuto i protagonisti stessi oppure parti terze, e cioè mediatori, diretti o indiretti; b. - l'fmportanza che può aver avuto, per la conclusione del conflitto, il mutamento delle condizioni esterne al conllitto stesso; - descrivere forme, natura e contenuto degli atti, dei mezzi e delle condizioni con cui si è concluso il conflitto, analizzandoli, se possibile, dal punto di vista militare, politico, economico e sociale.

Lo studio delle conseguenze dei conflitti è stato condotto attorno a questi punti: - confrontare la situazione esistente al momen to del sorgere del confl itto con la situ azione risultante alla conclusione del conflitto stesso, analizzando: - in quale misura le cause oggettive e soggettive del conflitto appaiono effettivamente giustificate (nel loro insieme oppure a seconda delle versioni fornite dai protagonisti); · se la situazione risul tante alla fine del conflitto sia effettivamente p iù stabile di quella dalla quale il conflitto era originato; - valutare l'onere materiale e morale del conflitto ed in particolare da chi e in quale misura tale onere sia stato effettivamen te soppo rtato; - individuare i fatti e gli avvenimenti più importanti accaduti a partire dal momento della cessazione delle ostilità o del conflitto, raggruppandoli, se possibile, in fasi o momenti significativi; - analizzare i diversi tipi di effetti del conflitto, a breve e a lungo termine, e specialmente indicare se nella fase conclusiva del conflitto studiato sia possibile riconoscere le o rigini di altre situazioni conflittuali successive.

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PARTE SECONDA

ANALISI DEI CONFLITTI INTERNAZIONALI E DEI CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1945 -1976


NATURA E TENDENZE DEI CONFLITTI


I SOGGETTI DEI CONFLITTI I. Premessa (parr. .I - 2) - li. La carta puliticu-strategica del mondo (3 · 4) - 111. La tipologia dei soggetti (5 - 6) - IV. Numero e tipu dei soggetti intervenuti (7 -10) - V. Frequenza con cui alcuni tipi di sagge/li sono intervenuti ( 11 - 20) - VI. Evoluzione dei soggetti (21) - VII. Influenza ciel contesto in cui è immerso il soggetto sui vari tipi di soggetti (22-23) - V 111. Conclusioni (24 - 28) .

SOMMARIO:

I. Premessa J. - Nel quadro della tensione sorta fra il mondo occidentale e quello orientale a partire dal J 945, la conflittualità presenta caratteri diversi da quelli del periodo antecedente all' ultimo conflitto, pe r quanto r iguarda i sogget ti, le motivazioni, la natura, le te ndenze. Limitando l'analisi ai soggetti intervenuti nelle situazioni conflittuali, occorre analizzare ed interpretare il periodo storico (1945-74) per puntualizzare in quale misura questi si sono modifica ti ed, in particolare, individuarne il grado di permanenza oppure i coefficienti di variazione . ln una simile ricerca, d elicata e nuova, i limiti imposti dalla informazione sono inevitabili anche perché il metodo di analisi ed i suoi strumenti sono sperimentali ed imperfetti. Esporre la fisionomia d'insieme della conflittualità degli ultimi tre decenni , in funzione dell'evoluzione dei soggetti, analizzarne i livelli a cui si è manifestata (guerre internazionali , microconflitti tra stati, manifestazioni minori di aggressività collettiva), cercare di .i ndividuare la permanenza o le linee evolutive , i concatenamenti e la continuità nel tempo e nello spazio è compito non faci le che postula un accurato esame della conflittualità sotto il punto di vi sta della localizzazione, della morfologia , dell'intensità , della genesi, della periodicit à e della tipologia. 2. . In particolare per pervenire all a detenninazione dei fattori di variazione dei soggetti

occorre : a. - esaminare la carta politico-strategica del mondo e la tipologia della condotta dei soggetti; b. - individuare quanti e quali sogge tti sono intervenuti; i moli assunti dai soggetti individuati e con quale frequenza i singoli soggett i hanno assunto ruoli di protago nis ta di retto, mediato e d i non protagonista indi!Tcrente o non indi!Tcrente; c. - analizzare il contesto socio-politico-economico in cui è immerso ogni soggetto per indi viduare in quale misura tale contesto ha condizionato il sog· getto medesimo a svolgere il ruolo assunto nel conflitto o, viceversa, come, bon ificando l'ambi en te, si sare bbe potuti g iungere ad evitare la conflittualità.

Il. La carta politico - strategica del mondo 3. - Dal 1945 ad oggi, i conflitti hanno pos to generalmente in rilievo, p er i soggetti strategici e politici tipici, l'esistenza di zone vitali e di zone marginali. In particolare , tra le zone vitali, possiamo individuare: l'Europa che, con il suo potenziale um ano e tecnologico e la sua divisione in zone d 'i nfluenza, costituisce la prima delle zone vitali, dove la posta in gioco è tanto alta che nessuna delle due grand i potenze potrebbe accettare uno scacco; l'A merica Centrale (con Panama ed i Caraibi) che è altrettanto sensibile; la frontiera russo-cinese c he, fra i due grandi dell 'est, segna u n limite che nessuno dei due potrebbe accettare di vedere violato.

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In queste zone, qualsiasi scontro diretto, ogni grave perturbazione internazionale od interna verrà evitata (come già dimostrato dagli avvenimenti cecoslovacchi, berlinesi, u ngheresi, cubani e dell'Ussuri). Tra le zone marginali possiamo an noverare il Medio Oriente, l'Asia peninsulare, l'Africa e l'America Meridionale, dove azion i indirette, conflitti armati e disordini sono ammissibili e possono svilupparsi a condizione che siano accmatamente controlla ti, limitati e localizzati per evitare una modifica del rapporto di forze mondiale ed il rischio di una spiralizzazione nucleare. Tutti i conflitti, in particolare dell'ultimo decennio, segnano con la loro evoluzione il carattere marginale di queste -regioni. 4. · Ora accanto all'esistenza della dissuasione nucleare di cui si è accennato esiste, ritengo . una dissuasione politica che completa e rafforza la prima. Guardando , infatti, l'età degli stati sovrani notiamo che ben il 47% di questi esistono da meno di 25 an ni e sono ben lontani dall'aver raggiunto una stabilità interna ed una univoca posizione in ternazionale. Davanti a tale vulnerabilità, quasi tutti gli stati, come per tacito consenso, scartano la eventualità di mod ificare le frontiere o lo status quo territoriale. nel timore che una minima modifica , a seguito dell'uso della forza. possa scuotere successivamente il fragile edificio di questa costruzione e la stabilità interna degli Stati. Le conversazioni Kennedy-Kruscev e l'attività dell 'OUA attestano questa volontà di stabilizzazione e spiegano l'isolamento e l'andamento delle guerre, per esempio , in Nigeria. Sudan, Jrak, Vietnam e Medio Oriente (1 ). Possiamo pertanto affermare che la carta del mondo può aver dato e anche ora può dare l'impressione di essere come congelata , ma a1l'interno delle frontiere l'aggressività sviluppa forme di violenza interna e limi tata come il terrorismo. in particolare aereo. La resistenza. la guerriglia urbana e di campagna, gli assassinii politici. gli interventi di soggetti esterni alla regio ne. più o meno mascherati, le

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perturbazioni interne, i confli tti per il potere, mirano, pur senza modificazioni di frontiere o !erri toriali, a far passare i soggetti o gli stati da uno schieramento all'altro.

lii. La tipologia dei soggetti 5. - Cercare di stabilire la tipologia dei soggetti è un problema reso delicato dalla necessità di rispondere a diverse condizioni. In particolare questa tipologia deve essere sufficientemente generica per ricoprire la totalità dei soggetti presenti e passati cd abbastanza elast ica per accogliere i nuov i soggetti che, per evoluzione o cambiamento, possono presentarsi o si possono prevedere sin da ora. La tipologia in questione deve inoltre essere sufficientemente precisa per consentire di distinguere le varie specie e sottospecie ed abbastanza flessibile per consentire il ricorso, caso pe r caso, è cioè conflitto per conflitto, a gruppi distinti di soggetti. Quanto detto postula l'analisi e lo studio del numero più ampio possibile di soggetti intervenuti nei con flitt i durante un periodo di tempo sufficientemente lungo. Il trentennio allo studio, anche se illuminato dalla conoscenza dei periodi precedenti, potrebbe non esserlo abbastanza. Possiamo tuttavia tentare di pervenire ad una generica ed approssimativa tipologia almeno politica dei soggetti. 6. - L'esame della conflittualità del trentennio consente, tenuto conto del diverso grado di prossimità al conflitto, l'individuazione di tre grandi tipi di condotta seguiti dai soggetti : a. - dello status quo, che non equ ivale ad immobil ismo, ma solo accettazione delle linee generali del sistema. E' un atteggiamento sostanzialmente difensivo, nonostante tattici accenni offensivi. T ale politica cerca la stabilizzazione pi L1 che il mutamento, ed il soggetto (1 ) Talune re~ioni ritenute originalmente marginali, _si

sono rivelale vilal i con l'andar del tempo (per esempio il Medio Oricnle in quanto h.:ogo in cui si incrociano le linee slrate~ichc <lclle due grandi potenze) così da ricadere sollo le leggi regolanti l'assetto delle aree vitali. Una volta concl11s0 o attutito il conflitto . nell'area si esercita la len(len7,u verso una certa stabilità.


che 111 persegue subisce il conflitto, raramente lo promuove, e, se coinvolto, cerca la soluzione al più basso livello di tensione possibile; b. - revisionista, cioè basata su una concezione di scopo-ob iettivo che tende alla modificazione, in senso più favorevole, della propria posizione nel sistema internazionale. La sua impostazione strategica è offensiva, poiché postula mutamenti del sistema e la ricerca di opportunità di agire. La stabilizzazione giunge dopo aver raggiu nto gli obbiettivi, per cui ne co nsegue un sistematico atteggiamento di ostilità verso le fo rme istituzionalizzate . T soggetti revisionisti sono q uelli che, più che accettare i conflitti, tendono a promuoverli, vivono in tensione, ed in caso di controversia sono i più propensi a toccare i li velli più acuti di con fli ttualità ed a favo rire l'escalation. Essi, dunque, iniziano i conflitti' e ne orientano la durata ed i risultati; c. - rivoluzionaria, che si pone su un pi ano d i completo antagonismo rispelto al sistema. negando di questo la strultura e le norme giuridiche. Una tale condotta mira a scard inare l'assetto vigente, colpendolo alle basi e sostituendolo con forme diverse. Ciò postula una completa coincidenza tra ideologia eversiva ed azione politica. Un tale atteggiamento può essere tenuto unicamente da u n soggetto esterno al sistema (un governo rivol uzionario) o da u na forza politica non ancora soggetto internazionale (gruppo rivoluzionario). Tale atteggiamento è. peraltrn, transitorio, in quan to il gove rno rivoluzionario o conqu ista il potere (subisce allora la stessa dinamica) o 11011 svolge u n'azi'one sul sistema. Perciò i soggetti che seguo no la strategia r ivoluziona ria subiscono i con dizion11men ti del sistema entro cui operano e tendo no a diventare revisionisti. La strategia sovietica e cinese ha costituito una eloquente riprova. nel trentennio esaminato. del rapido adattamento alla logica revisionista .

IV. Numero e tipo dei soggetti intervenuti 7. - Una volta definita la tipologia politica generica dei soggetti, in fonzione della loro

linea di condotta, occorre determinare la quantità dei soggetti delle situazioni di conflittualità che, nel trentenn io preso in esame, è stata caratteristica e sintomatica per la molteplicità e la multiformità. Tale determinazione, perchè sia scienti ficamente valida, postula un breve richiamo ai modelli di equilibrio politico ovvero alle relazion i esistenti, nei tre periodi, tra i spggetti strategici. 8. - Il primo periodo (1945 - 1953) è caratterizzato da quattrn elementi: guerra fredda ed assestamento dei confini tra i due blocchi; prima fase dell a decolonizzazione; inizio dei colpi di stato, che danno l'avvio al movimento di trasformazioni politi'che interne; e primo accenno alla interiorizzazione dei conflitti. L'esame della conflittualità d i questo decenn io, condotto alla luce dei fattori caratterizzanti, consente di individuare: - tra i soggetti politici e strategici tipici: ic due grandi poten ze; la Cina; le potenze europee ex coloniali; e gli stati emergen ti dalla decolonizzazione; - tra i soggetti analogh i allo stato: i movimenti di liberazione a base nazionale ed etnica; i governi conservatori degli stati emergenti dalla decolonizzazione; tra i soggetti di dimensioni inferiori a quelle dello stato: cittadini europei residenti nei territori d 'oltremare; alcuni mov imenti di opinione; gruppi portatori di interessi religiosi ed etn ici; movimenti progressisti e riformi sti; partiti comunisti locali; - tra le organizzazioni maggiori: l'O N U; - tra le organizzazion i regionali : la NATO; la Lega Araba; i'OSA; e l'ODECA ; - tra i soggetti transnazionali istituzionali zzati: le società multinazionali, peraltro non ancora svincolate dagli USA o in genere dai cosidd etti "paesi madre". 9. - TI secondo periodo (1954 · 1963) è caratterizzato innanzi tutto da un aumento di tensione tra i due blocchi, pur sempre in u na situazione d i eq uilibrio, segu ito da u na progressiva stab ilizzazio ne, nonchè dall'accelerato processo di decolonizzazione, che porta alla ribalta della scena mondiale gli attori del te!·zo

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mondo. La loro comparsa in fluisce su i rapporti est - o vest perchè le due grandi potenze, ritenendo d i poter migliorare le rispettive posizio ni di equilibrio, cercano di conquistare l'appoggio e l'ad esione dei nuovi Stati. li periodo in questione è inoltre caratterizzato dal so rgere dei p roblemi relati vi all'alimentazione, alla esplosione demografica , alla san ità; da u na accentuata interiorizzazione dei conflitti; e da un incremento del numero dei colpi d i stato. L'analisi dei con flitti e delle tensioni di q uesto d ecennio evidenzia una conflittualità essenzialmen te conseguente alla decolonizzazione, per cui i soggetti tendono ad essere semp re meno gli Stati e sempre più dei gruppi etnici, dei centri di decisione politica, economica, ecc. I n particolare possiamo annoverare: - tra i soggetti politici e strategici ti pici: le due grand i potenze e la Ci na comunista; la Cina nazionalista; gli Stati emergen ti d al prosegui re d el processo di decolon izzazione; gli Stati dell'est europeo; alcun i paesi a regime dittatori ale (Sud America); le potenze " regionali" asiatiche; e le residue potenze coloniali europee; - tra i soggetti analoghi allo stato: i movimenti di liberazione a base nazionale ed etnica; i governi conservatori di varia tendenza; soggetti' con esercizio potenziale delle funzioni s tatali , quali gruppi di guerrigli a operanti su stretta base regionale; grupp i m ilitari; - tra i soggetti di dimensione inferiore a quella dello stato: gruppi portatori di interessi etnici ; gruppi a base religiosa (cattolici, bu ddisti, ecc.) ; masse contadine ed operaie; movimenti di opin ione pubblica; i p arti ti comun isti locali ; i parti ti politici filo-occi dentali. filo- comunisti e neutrali ; i movimenti progressisti e riformisti di varia tendenza; - tra le organizzazioni maggiori: l'ONU: - tra le organ izzazion i regionali : la SEATO. la Lega Araba, l'OUA , i'OSA e la NATO; - tra i soggetti transnazionali istituzionalizzati : le società multinazionali (specie in Sud America); - tra i soggetti trasnazionali non istituzio nalizwti: i moviment i studenteschi (in Sud America).

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10. - L 'ultimo periodo (1964 - 1973) preso in esame presenta innanzi tutto come elementi caratterizza nti: la comparsa della Cina quale terzo grande, in campo politico; il pentapolarismo, in campo economico; il condizionamento, in campo politico-economico, del comportamento degli USA e dell'URSS, ad opera del terzo mondo. Si registrano inoltre in questo periodo: un'attenuazione d ella tensione ideologica tra i due blocchi; un'accentuazione della conflittuali tà subnucleare; un'ulteriore conferma cd estensione della interiorizzazione dei conflitti ; ed un generico aumento del terrorismo e d ella violenza. Dall'esa me della conflittualità del d ecennio si rileva la presenza : - tra i soggetti politici e strategici ti pici , di: le tre grandi potenze; tutte le medie e picco le potenze regionali , specialmen te in Asia; alcune medie potenze europee; Australia e N uova Zelanda ; - tra i soggetti analoghi allo stato, d i: movimenti di liberazione nazionale; gru ppi di guerriglia; governi partitici del Medio Oriente; gruppi militari di potere; - tra i soggetti di dimensione inferiore allo stato. di: gruppi portatori di interessi religiosi; classe rurale (in Indonesia); popolazioni viven ti nei territori sede cli manifestazion i di violenza o comunque · di conflitti ; forze militari; op inione pubblica; partili com.u nisti locali ; alcune classi di età; - fra le organizzazioni maggiori, l'O NU ; - fra le o rganizzazioni regionali, di: NATO ; Lega Araba; OUA; OPEC; OSA; - tra i soggetti transnazionali non istituzion alizz:1ti, d i: mov imenti studenteschi ; reclusi dei penitenziari (2).

(2) Significat iva è l'influenza del «fatto pe11ite11ziario», Con ritardo la violenza ha raggiunto il mondo delle curccri: 14 disordini. più o meno gravi , nel 1970-7 1, ossia 1' 1,7% dei microconflitti inlerni , contro I micro-

conllitto del 1968-69 , ossia lo 0,1 % . La presa di coscienza e le esigenze accresciute. favorite dalla clifrusionc dei mezzi di informazione di mossa ed una certa

contagiosità spiegano questo m, mento. L e società moderne si trovano alle prese con u n nuovo problema: il loro regime carcerario. ·


V. Frequenza con cui alcuni tipi di soggetti sono intervenuti 11. • Dalla semplice elencazione ora fatta dei soggetti che, in q ualche modo, hanno subìto delle situazioni conflittuali o che vi hanno partecipato si possono trarre scarsi elementi scientifici per lo studio che si vuol condurre. Occorrerà pertanto individuare i ruoli assunti dai soggetti rappresentativi elencati e con quale /requenza essi sono stati ricoperti, tenendo presente che tale frequenza, specialmente per i soggetti tipici strategici, varia in funzione della localizzazione delle situazioni conflittual i: e cioè da regione a regione e da periodo a periodo, a seconda dei modelli di equilibrio esistenti, dell'importanza della posta in gioco e a seconda che vengano coinvolte le zone vitali o quelle marginali. 12. · In particolare, prendendo successivamente in esame i tre decenni considerati, in relazione al numero delle tensioni e dei conflitti, nel primo decennio i protagonisti diretti sono rappresentati soprattutto da soggetti politici e strategici tipici in contrapposizione tra loro e, talvolta, da soggetti analoghi allo stato, con esercizio potenzi:\le delle fun zioni statali, quali i movimen ti di liberazione a base nazionale ed etnica. La frequenza con cui i vari soggetti hanno ricoperto questo ruolo è determinata dalla localizzazione, come già detto, delle situazioni conflittuali. Le grandi potenze infatti hanno assunto questo ruolo solo in corrispondenza della linea di contatto (Europa). Le potenze europee, invece, hanno assunto tale ruolo là dove interessi diretti le chiamavano in causa, ovvero nelle aree già o ancora coloniali, dove esse avevano ancora sufficiente margine di manovra per agire senza temere interventi stranieri. Dal canto suo la Cina, norm almente assen te in questo· decennio, svolge il ruolo di prota· gonista diretto laddove possono essere com· promessi i suoi interessi specifici (Corea, Tibrt, Kashmir). Per la prima volta compaiono, in questo ruolo.

anche alcuni soggetti di dimensione inferiore allo stato, quali ad esempio alcune forme di associazione politica (partiti comunisti locali) in particolare in Asia, in America Latina ed· anche in Medio Oriente sotto la forma di movimenti progressisti. I protagoni·sti mediati sono rappresentati generalmente da enti tà strategiche politiche tipiche, ma non manca la presenza di soggetti inferiori allo stato, generalmente strutturati. In particolare, la presenza delle potenze europee coloniali ha luogo ogni volta che non si configura la situazione di cont rapposizione coi governi degli stati ex coloniali, ed è allora mediata dai governi conservatori, che si oppongono a soggetti in genere analoghi allo stato e contrari ad ogni tipo di dipendenza di memoria coloniale. Le grandi potenze hanno rivesti to questo ruolo in corrispondenza dei segmenti della linea di confine, per reconditi tenta tivi di assestamento dei confini, o per mantenere determinate questioni al di fuori della competenza delle organizzazioni interna· zionali. Le Nazioni Unite e le organizzazioni regionali, tranne che in Asia (Corea) ed in Africa (Congo), hanno generalmente svolto un'azione da taluni giudicata sterile e limitata alla formulazione di raccomandazioni od al voto di mozioni che ben poco hanno influito sul reale andamento della conflittuali tà. I non protagonisti non indifferenti sono sempre costituiti da soggetti strategici politici tipici ed in particolare dalle due grandi potenze. 13. · Possiamo pertanto concludere che in questo primo decennio le potenze coloniali (special mente Francia, Gran Bretagna , Olanda), sono sempre presenti direttamente, o attra· verso i governi conservatori in opposizione a soggetti generalmente analoghi allo stato (movimen ti progressisti interni). Gli Stati Uniti, praticamente assenti dal Medio Oriente e dall'Africa, sono invece presenti in America Latina, in Asia ed in Europa. L'Unione Sovietica, assente dal Medio Oriente, dall'Africa e dalla America Latina, è sempre presente in Europa ed in Asia . La Cin a, assente dal Medio Oriente, dall'Africa e dall'America Latin a, è sempre

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presente in Asia. Le Nazioni Unite, ancora poco presenti in Africa e in America Latina, svolgono in Asia una più diretta e frequente attivi tà, nonchè in Medio Oriente. Fra le organizzazioni regionali , la Lega Araba svolge u1rn funzione di rilievo se non altro nel coordinare i n1pporti tra i paesi arabi e, specie in questo decennio, costi tuisce una dimostrazione dell 'aspirazione dei singoli stati della zona a confederarsi. L'OSA è presente nell'America Latina in tentativi di mantenimento della pace, secondo il principio del non intervento nelle [accende interne. L'ODECA è presente nei tentativi di affrancare l'area caraibica dal regime coloniale e nell a questione GuatemalaHonduras. l movimenti di liberazione nazionale ed etnica sono attivi e determinanti ovunque: in Medio Oriente, in Africa ed in Asia. Poco frequente la partecipazione di gruppi portatori di interessi religiosi. Le grandi società multinazionali, in America Latina, uni tamente a paesi esterni a regi me dittatoriale ed a soggetti di dimensione inferiore a quella dello stato, in prevalenza strutturati, agiscono quali protagonisti mediati sempre a sostegno di governi conservatori, in contrapposizione a movimenti progressisti d i centro e di sinistra. 14. - Nel secondo decennio ( 1954 - 1963) i protagonisti diretti sono rappresentati da soggetti strategici politici tipici e, sempre piit frequentemente, da un maggior numero di soggetti analoghi allo stato, con esercizio potenziale dell e fu nzioni statali (movimenti di liberazione nazionale oppure gruppi di guerriglia operanti su stretta base regionale). Per la prim a volta compai ono, quali soggetti a sè stanti e meritevoli di una menzi one particolare, i centri mi litari di decisione. Sempre nella categoria dei protagonisti diretti va annoverato un maggior numero di soggetti di dimensione inferiore a quella dello stato, quali i partiti politi ci ed i gruppi di opinione politica (movimenti progressisti di varia natura e tendenza, specie in America Latina). In sintesi, si può dire che le grandi potenze sono coi'nvolte direttamente solo nella questione mondiale di Cuba (1962) mentre le potenze

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colonia!. sono rmcora impegnate nel processo di decolonizzazione, ma limitatamente alla regione medio-orientale ed africana. Dal canto loro le piccole e medie potenze regionali , partori te dal processo di decolonizzazione, rivestono in questo decenn io frequentemente tale ruolo pcrchè impegnate, a causa della vulnerabilità e debolezza delle strutture politiche interne, a ricercare una comune coscienza naz ionale, a realizzare l'omogeneità della società e ad isolare ed elimi nare fo rze centrifughe. In tale quadro si inseriscono i militari che, assimilate le idee politiche del tempo, tendono a fa mil iarizzarsi con i problemi politici de lle loro società, assumendo frequentemente, nelle situazioni conflittuali, posizion i di rilievo. 15. - I protagon isn m ediati sono rappresentati ancora da soggetti strategici e politici tipici, ma sono anche presenti i soggetti di dimensione inferiore a quelle dello stato, con un grado di struttu razione, peraltro, inferiore al periodo precedente (masse contad ine ed operaie, minoranze etniche, movimenti studenteschi cd opinione pubblica, in America Latina) oltre a gruppi portatori di interessi religiosi ed a categorie politiche (in particolare i partiti comunisti) in Asia. Esam inan do più da vicino la situazio ne, le potenze coloniali, risentendo della stanchezza dovuta ai continui tributi di sangue e di capitali e restringendosi il loro spazio di manovra a seguito dell'attenzione rivolta alle nazioni emergenti da parte degli Stati Uniti e della Unione Sovietica, tendo no a mutare il loro a tteggiamento specie nelle regioni marginali. Le grandi potenze tendono a sostituire l'Europa nel vuoto di potere che incomincia a palesarsi nelle regioni coloniali, ed a tale scopo forn iscono appoggio (sia in Asi a che in Africa) ai movimenti di liberazio ne nazionale o mobilitano in modo massiccio quella parte di opinione pubblica o quei movimenti di opinione politica che riescono a controllare nelle diverse parti del mondo. Le organizzazioni internazionali maggiori , q uali le Nazioni Unite, raramente hanno assunto questo ruolo, a causa del carattere della conflittualità di questo decennio


essenzialmen te in terna, mentre più frequenti sono gli interventi del le organizzazioni regionali. Passando infine ai non prolagon}sli non indifferenti, va detto che per il carattere globale dell a loro strategia le grandi potenze, conscie della runzionc di controllo e spinte d ai loro interessi globali, anche se non protagoniste, non possono rimanere indifferenti ai rivolgimenti che prendono vita e sviluppo nel mon do. Stati Un iti e Unione Sovietica - cui si aggiunge , prima in misura larvata e poi apertamente, la Cina - nel Medio Oriente, n ell 'America Latin a ed in Africa, con più o meno palesi tentativi di penetrazione nelle regioni, hanno dimostrato una tendenza a strumentalizzare ogni situazione conflittuale anche se non sorta d alle loro intenzio ni. 16. - In sintesi, in que~to secondo decennio, le potenze coloniali europee scompaiono dalla regione asiatica e dal Maghreb, mentre rimangono presenti direttamente o tramite intermediari costituiti dai governi conser vatori, in Medio Orie111c ed in Africa . Si assiste alla tendenza, in alternativa alla politica di concessioni o mandataria, a sostenere iniziative che permettano d i salvaguardare i loro interessi anche dopo che i nuovi stati h anno raggiunto l'indipendenza fo rmale. Tali man ovre, almeno nel Medio O rien te, vengono sp esso concluse con trattat i bilaterali che incidono sulla effettiva libertl1 degli Stati che accedono all'indipendenza e permettono ai ceti privilegiati e reazionari di proseguire nel controllo del governo. L'Unione Sovietica, presente in Europa (questione ungherese e tensione con la Polo nia) è in questo periodo assen te nei conflitti internazionali ed interni dell'Asia, mentre unitamente alla Cina ed agli Stati Uniti comincia a fa r sentire la sua presenza nello scacchiere medio-orien tale ed in Africa. L'URSS è per la prima volta presente in America Latina. La Cina è quasi sempre presen te nei conflitti di ogni livello. Gli Stati Uniti in tervengono in modo pressoch è costante nei conflitti europei ed in quelli dell'Asia e, unitamente alle società multinazionali, sono costantemente in at-

tÌvità in America Ladna anche se ora svolgono un'atti vi tà in linea con quanto previsto dalla Alleanza per il progresso. i ntervengono, peraltro, con decisione n ella questione cubana. I gruppi militari, considerati qui come soggetti analoghi a llo stato, assumono sempre p iù frequentemente posizioni determinanti nello sviluppo di conflitti in terni in Medio Oriente ed in Africa. I partiti comunisti sono sempre presen ti in As ia, frequentemente in America Latina. Le Nazioni Unite, data la natura essenzialmente in terna dei conflitti, sviluppano una a tti vità relativamente limitata . La presenza della SEATO si fa sentire in Asia dove in terviene in tu tti i conflitti internazionali del periodo. La Lega Araba è risultata sempre p resente nel tentativo di conferire un indirizzo unitario alla politica araba. Ugualmente attive come nel primo decennio l'OAS e l'ODECA. Le prime presenze d ella NATO si registrano in tutte le tensioni regionali europee. Le masse contadine ed operaie ed i movimenti studenteschi sono particolarmen te attivi nell'America Latina. 17. - Nel terzo decennio (1964 - 1973) la conflittua lità presenta aspetti particola ri rispetto ai due p recedenti periodi, in quanto si assiste, da u n lato, ad u na accentuazione del processo d i interiorizzazione d elle manifestazioni di violenza, e, d all'altro, ad un crescente numero di tensioni a carattere internazionale, specialmente in campo monetario, commerciale, della produzione e del consumo delle materie prime, dei prodotti d i b ase ed energetici. Nella conflittualità con man ifestazioni d i violenza d i questo periodo i protagonisti dire/ti sono in genere rappresen tati dagli stessi soggetti strategici e politici tipici del periodo precedente, a cui si aggiungono, in misura decisamente superiore ai periodi precedenti : - soggetti di dimensione analoga allo stato, q uelli con esercizio: a. potenziale delle funz ioni s tatali (movimenti di liberazione nazionale e gruppi d i guerriglia); b. - parziale diretto delle fu nzion i statali (regioni secessioniste); c. - parzi ale indiretto d elle funzioni statali (governi in esilio); - soggetti di dimens ione inferiore a quella

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dello stato, individuabili su base demografica ed etn ica, quali le classi di età (contestazione giovan ile), gruppi re ligiosi o in base a categorie socio-economiche (sindacati), c ivili (reclusi dei penitenziari) e politiche (partiti o genericamente gruppi di opinione politica) . In particolare è da notare tra i soggetti politici e strategici tipici , una generica assenza, in questo ruolo, delle grandi potenze e delle potenze coloniali. li ruolo di protagonisti diretti è definitivamente svolto dalle medie e piccole potenze regionali. 18. - 1 protagonisti mediati sono generalmente rappresentati dalle grandi potenze a cui si aggiungono, moderatamente interessate, special-mente in Asia, le medie pote nze europee nonc hè l'Australia e la N uova Zelanda. Anche in questo decennio, le organizzazioni regionali e le Nazioni Unite, nel ruolo di protagonisti med iati, inter vengono relativamente poche volte a cau sa del carattere interno de lla conflittualità. Da notare, in q uesto decennio, l'evoluzione del ruolo d ella NATO che da strumento d ella guerra fredda diventa mezzo di distensione. In sintesi, questo decennio h a visto, nelle situazioni con flittu ali con m anifestazione di violenza: - l'Un ione Sovietica presente come protagonista in Europa ed in Asia per la questione dei confini con la Cina , mentre si allontana dall'America Latina ed interviene in forma m ediata in Medio Oriente, nella q uestione arabo israelia na nonchè in Africa; - gli Stati Uniti presenti, come protagonisti , in Europa e quasi sempre coin volti, quali protagonisti diretti, nella questione v ietnamita, in Medio O riente, in forma mediata, ed in AmeriLa tina. in a ppoggio ai governi progressisti; - la C ina tende all'infiltrazione ideologica in Ame rica Lati na ed in Africa, nel tentativo di dimostrare il fa llime nto d ella politica sovietica; dimostra un a più accentuata a ttivi tà in Asia . nei conflitti interni. Per quanto riguarda altri soggetti conflittuali le potenze e uropee dimostrano un moderato ritorno di inte resse in Asia, in Africa ed in Me dio Orien te. Le fo rze armate. ovvero i grup-

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pi m ilita ri , sono sempre più frequentemen te i soggett i delle s ituazioni conflittuali in Medio Oriente, in America Latina ed in Africa. I movimen ti stu denteschi sono sempre p resen ti nei sistemi conflittua li interni europei , e qualche volta a nche in quelli asiatici e sud american i. 19. · Le tensioni internazionali in campo m onetario, commerc iale, della produzione e de l consumo di materie prime, sono sorte essenzialmen te nel mondo occidentale e tra questo ed i paesi in via d i sviluppo. In tali tensioni i protagonisti diretti sono costitui ti, in genere, dai soggetti strategici e politici ti pici che d etengono il potere. Nelle tensioni a carattere mone ta rio, i protagonisti diretti sono i paesi c he detengono realmente ed o b iettivamente il potere monetario (Stati Uniti) in contrapposizione ai paesi c he tendono a conservare gli a ntic hi privilegi od il potere posseduto nel passato (Francia, Gran Bretagna, .. .) , ma c he per motivi congiunturali o strutturali del siste· ma non possono obiettivamente continuare a detenere. Per le tens ioni di carattere commerciale il ruolo di protagonista diretto è svolto essenzialme nte dai paesi produttori di m aterie prime in contrapposizione a q uelli consumatori, ovvero dai paesi esportatori d i prodotti finiti di base con trapposti a quelli impor tatori e consumatori di detti beni . Una caratterizzazione analoga , anche se in c hiave e con toni diversi. presenta la tensione relativa a i prodotti e ne rgetici, in cui peraltro, ai soggetti strategici e politic i tipici si affiancar10 soggetti transnazionali strutturati, quali le compagnie petrolifere. In sintesi, assumono questo ruolo: Stati Uniti. Europa e Giappone, nella c r isi del doll aro; Stati Uniti e Gran Bretagna, nella crisi della ste rlina; Francia e Germania Occidentale. nella c risi de l franco e della rivalutazione del marco tedesco; paesi p roduttori e paesi consumatori sia in via di sviluppo sia industrializzati. (nelle ten sioni in campo energetico si aggiungono le compagnie petrolifere e l'OPEC). 20. - Nelle tensioni e ne lle situazioni conflit-


tuali di natura economica i protagonisti mediati sono rappresentati da: a. - soggetti strategici e politici tipici: Stat i Uniti ed Unione Sovietica, uniche due potenze tendenzialmente autosu fficien ti in campo energetico, paesi industrializzati e quelli social isti, le potenze europee ed i paesi dell'area della sterlin a; b. - soggetti transnazionali istituzionalizzati , come le compagn ie petrolifere e le associazi oni internazionali di produttori ed espor,atori (es. bauxite); c. soggetti inferiori allo stato, individuabili in base a categorie socio-economiche (istituti finanz iari e banche centrali europee di paesi aderenti al Fondo Monetario Internazionale). I non protagonisti non indi/ ferenti sono rappresentati : per le questioni monetarie, dai p aesi esterni all'area d'influenz a della moneta in questione; per la questione delle materie prime, dai paesi in via di sviluppo non produttori; e per le questioni energetiche, dalle economie americana e sovietica oltre che dalle p iccole e medie potenze autosufficienti in campo energetico. I non protagonisti indi/ferenti sono rappresentati dai paesi del COMECON, per le questioni di carattere fìnanziario, e, per il momento, dalla Cina, per le questioni relative alle materie prime.

V!. Evoluzione dei soggetti 21. - L'esame fìn qui condotto della conflittualità registrata nel corso dei tre decenni pone in evidenza come la morfologia dei conflitti sia mutata con il passare del tempo. Dalle guerre tra Stati si è, infatti, passati a quelle legate al riflusso della decolonizzazione ed all a nascita di Stati nuovi, fr agi li e spesso artificiali e a quelle in cui razze ed etnie si contendono l'eredità del vecchio stato sovrano ed a con flitti, sempre più numerosi, legati a rivendicazioni di carattere e natura sociale o nati da motivazioni disparate . Ciò ha determinato l'affiancamento alla form a classica e convenzionale dei con flitti di una forma rivoluzionaria.

A questi due tipi di guerra va aggiunta la conflittualità sociale e l'immanenza della guerra nucleare. Quest'ultima ipoteca, unitamen te alla volontà dello status quo territoriale da parte ciel maggior numero di stati, ha fatto in modo che la conflittu alità sia rimasta estremamente limitata e circoscritta. Come già si è visto, al variare della conflittualità è direttamente legata la linea evolutiva dei soggetti, i cui parametri cli variazione vanno ricercati appunto nella caratteristica morfologia assunta dai conflitti. I soggetti infatti sono costituiti non più e solamente dagli stati, ma eia molti enti interni e di dimensione inferiore a quella dello stato: gruppi etnici, movimenti cli opinione, movimenti di liberazione, centri cli potere politico o ltre ch e militare ed a volte singoli individui . Tale tipologia nuova di soggetti determina un generico carattere asimmetrico della maggior parte dei conflitti cli questo periodo, con una più marcata caratterizzazione verso l'ultimo decennio. Queste nuove entità, infatti, come è facilmente intuibile , non essendo sottoposte a diritti e doveri di rilevanza per gli ordinamenti internaz ionali , spesso non sono suscettibili di ritorsione materiale. Un'u lteriore conseguenza derivante da tale nuova natura dei soggetti si riflette sull'azione degli enti internazionali, in quanto questi soggetti vanificano o rendono addirittura problematico il loro intervento per il mantenimento della pace.

VII. Influenza del contesto in cui è immerso il soggetto sui vari tipi di soggetti 22. - Per completare lo studio tendente ad individuare le linee evolutive dei soggetti, è indispensabile esaminare in quale misura il contesto sociale, politico, geografìco ed economico ha im posto ai soggetti di assumere determinate linee di condotta (dello status quo, revisionista, rivoluzionaria) ed in definitiva di rivestire i

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ruoli già descrittì, ovvero in quale modo si possa bonificare l'ambiente per attenuare od evitare le situazioni conflittuali. Tale esame, come è facilmente intuibile, comporta uno studio, anche se sommario, delle motivazioni generiche generatrici degli stati di conflittualità. I conflitti, infatti, al di là di cause accidentali e congiunturali, nascono da motivazioni strutturali (geografiche, demografiche, socio-economiche, mentali, ecc.) che agiscono sui soggetti e questi, specie se politici strategici tipici, avvalendosi di quelle, possono sviluppare la loro azione per aggravare od attenuare gli stati di tensione. Le differenti motivazioni condizionano, in genere, determinati tipi di soggetti. ln particolare nei conflitti tra stati le più evidenti motivazioni accidentali sono quelle che influenzano essenzialmente i soggetti di dimensione inferiore a quella dello stato, con un minimo grado di strutturazione (movimenti di opinione politica, opinione pubblica) e soggetti individuabili in base a categorie socioeconomiche o civili (classi di età, masse contadine ed operaie, movimenti studenteschi). Le m otivazioni congiunturali agiscono invece prevalentemente su soggetti analogh i allo stato, con esercizio potenziale e parziale delle funzioni statali, e sui soggetti transnazionali non istituzionalizzati. Infine, le motivazioni strutturali, in genere meno apparenti, agiscono essenzial mente sui soggetti politici e strategici tipici, sulle organizzazioni maggiori e regionali e, tal volta, sui soggetti analoghi allo stato con esercizio potenziale e parziale diretto delle fun zioni statali. Nei microconflilli interni, a causa della scala ridotta dei fenomeni e della mancanza di informazioni esaurienti ed obiettive, le cause accidentali , al contrario, sono mal conosciute ed hanno scarsa rilevanza sul comportamen to dei soggetti. Le moti vazi oni congiunturali, invece, anche se difficilmente individuabili, agiscono prevalentemen te sui soggetti di dimensioni inferio ri a quelle dello stato e su quelli transnazionali non ist ituzionalizzati. Le motivazioni strutturali , discernibili grazie all'analisi statistica comparata della confli ttualità, influenzano

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i soggetti strategici e politici tìplci, ì soggetti analoghi allo stato ed i soggetti transnazionali non istituzionalizzati. 23. - Per esaminare in quale modo è possibile evitare la confl ittualità attraverso la " bonifica" dell'ambiente può risultare più agevole raggruppare i soggetti a seconda dei livelli di conflitt ualità. A tal proposito, mi sembra che si possa individuare: a. - un primo livello, entro il quale normalmente agiscono, come protagonisti diretti, soggetti inferiori allo stato, più o meno strutturati, e soggetti transnazionali non istituzionalizzati, in contrapposizione ad un unico soggetto politico tipico (la conflittualità assume la forma di microconflitti interni); b. - un secondo livello, al di sotto del quale operano normalmente soggetti analoghi allo stato, con esercizio potenziale o parziale delle funzioni statali, o soggetti politici tipici, contrapposti sempre a soggetti politici tipici (la conflittualità assume dimensioni interstatali, ma è limitata e ci rcoscritta a pochi stati, in genere due) ; un terzo livello, entro cui operano, quali protagonisti diretti , soggetti analoghi allo stato e soggetti poli tici tipici e, quali protagonisti mediati, le grandi potenze (la conflittualità si manifesta come macroconflitto, come nel Vietnam, nell a guerra arabo-israeliana, ecc); un quarto li vello, al di rntlo del quale vengono coinvolti come protagonisti diretti essenzialmente soggetti strategici e poli tici tipici, comprese le grandi potenze (la conflittualità tende allo iperconflitto, e cioè alla gueua mondiale); e un quinto ed ultimo livello, in cui i protagonisti diretti più significàtivi sarebbero le grandi potenze (la conflittualità si scatenerebbe in ultraconfl itto, e cioè nella guerra nucleare). In tutti i livelli , insieme ai soggetti individuati. vanno considerati come non protagon isti non indifferenti alcuni soggetti di dimensioni inferiori a quella dello stato, in genere non strutturati (popolazione, movimenti di opinione, ecc.). Tra i livelli così ind ividuati mi sembra di vedere alcune relazioni probab ili, ma ciò che risulta di primaria importanza è che il passaggio da un livello a quello successivo determ in a


un intervento nella situazione conflittuale di soggetti cli rilevanza sempre crescente, con conseguente ri schio di escalation e di propagazione incontrollabile dai livelli inferiori a quelli crit ici (quarto e quinto)_ Ritengo peraltro che a parte i pericoli derivanti da determinate situazioni congiunturali il miglior indice di allarme per il rischio di un'esplosione di uno stato conflittuale è costituito dal potenziale d i tensione secreto dalle strutture (per esempio dalle strutture demografiche). Osservare bene le strutture, quindi, ed agire a lungo termine su di esse diventano aspetti della pol itica più efficace e pit1 del icata.

VIII. Conclusioni 24. - Frequenza dei conflitti e delle tensioni. I dati statistici contenuti in un'indagine svolta d all' Istituto fr ancese di studi polemologici indicano chiaramente come il numero delle manifestazioni conflittuali, con il passar degli anni , nel trentennio in esame, cresce con il diminuire del livello della conflittualità. Nell'ultimo decennio, in particolare, il numero dei microconflitti intern i è di gran lunga superiore alle altre situazioni conflittuali. 25. - Tendenze più significative constatate nel tipo e nella natura dei conflitti e deUe tensioni. L'interiorizzazione dei conflitti è strettamente connessa con: l'aumentato numero dei soggetti; con il congelamento della conflittualità maggiore, operato dall'ipoteca nucleare; e con il fatto che tutti i soggetti - in particolare quelli di dimensione inferiore allo stato o, ancor di più , il singolo individuo - possono provocare uno stato di tensione o di conflitto anche con i soggetti politici e strategici tipici. L'altro fatto significativo è rappresentato dalla internazionalizzazione della violenza. La conflittualità minore di cui abbiamo parlato si manifesta con forme inedite di violenza, adatte alla evoluzione storica e mentale della società. I microconflitti indicano che l'aggressività collettiva, talvolta indicizzata, tende ad introdursi

negli spazi liberi dove può svilupparsi più liberamente ed efficacemente. Pertanto, un'aggressività che non può esprimersi direttamente contro l'apparato o il potere statale viene rivolta contro personalità straniere per manifestare ed esercitare un'azione indiretta contro lo stato e per perseguire obietti vi tattici ed ideologici (liberazione di rivoluzionari, detenuti politici, manifestazioni di violenza , ...). La tendenza all'internazionalizzazione della conflittualità, peraltro, non si esaurisce nel fatto che la violenza investe direttamente e coinvolge persone e beni innocenti o non interessati, ma anche per gli effetti di violenza indotta che essa genera anche a distanza e per la partecipazione diretta a cui viene chiamata la coscienza internazionale. 26. - Questi ultimi due aspetti dipendono essenzialmente da due fattori. Il primo è rappresentato dal contagio, nel senso che molti confli tti interni sono i prodromi o l'accrescimento di d isordini precedenti nello stesso stato o in altri vicini (ad esempio, il conflitto vietnamita, come principale focolaio di violenza, ha svolto un a funzione di eccitazione nel mondo intero, tanto che si può trovare un collegamento fra quel conflitto ed il gran numero di conflitti razziali verificatisi negli Stati Uniti)_ Un conflitto provoca quasi sempre rapidi effetti di accrescimento (a volte anche di inibizione) per cui una situazione d i disordine, trasmessa dai mezzi di informazione di massa, può generarne altre per contagio a più o meno grandi distanze. Un altro fa ttore è quello della risonanza ideologica. L'estendersi ed il ripetersi dei microconflitti rende l'opinione pubblica e la coscienza internazionale più sensibile a questi tipi di situazioni conflittuali, per gli aspetti emotivi suscitati d a11e perdite umane da essi provocate. Queste, pur costituendo una minima parte dellà mortalità globale (nel 1970-71, 19780 morti pari a 0,01% ) hanno tuttavia un carattere sintomatico e traumatizzante. La mortali tà naturale o accidentale è d i fatto accettata con fatalità, mentre ciò non vale per le perdite attribuibili alla violenza co11ettiva in quanto pongono un problema alla coscienza umana

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che sente la sua responsabilità impegnata o che teme di vedere passare questi conflitti limitati ai livelli superiori di conflittualità. 27. - Definizione di conflillo. - D a quanto finora è stato detto si può affermare che si è in presenza di u n conflitto quando si verifica un contrasto tra due o pii'.t soggetti, di cui a lmeno uno p<!rsegue una linea politica revisionistica o addirittura rivoluzionaria. Detto contrasto, n ato d alle strutture, sviluppato dalle congiunture ed espresso da eventi accidentali, costituisce un'accumulazione di violenza potenziale differente e variabile ad ogni istante,

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in ogni luogo, dei soggetti.

in

ogni soggetto e nell'insieme

28. - Definizione di tensione. - Si è in presenza di una tensione quando il contrasto si verifica trn soggetti che al momento perseguono la linea politica dello status quo. Tale contrasto - in gen ere nato dalle s trutture - non viene peraltro sviluppato da motivazioni di carattere cong iunturale nè intervengono eventi accidentali ad alimentarlo o a turbare i ten tativi di "gestire" il contrasto medesimo mediante accord i o concessioni.


L'OGGETTO DEI CONFLITTI SOMMARIO: I. Premessa (parr. 29 - 30) - I I. Il periodo 1945 - 1953 (31): a. - Conseguenze della guerra fredda (32 - 34); b. - Prima fase della decolonizzazione (35 - 38); c. - Questioni sociali, economiche, ideologiche (39 - 40) - III. Il periodo 1954-1963 (41): a. - Tensione est-ovest (42-43); b. - Decolonizzazione (44-46); c. - Problemi economici e sociali (47); d.· Questioni ideologiche, etniche, religiose (48) - IV. Il periodo 1964 - 1974 (49 - 50): a.· Conflitti internazionali (51 - 53); b. - Conflitti interni (54 - 55) - V. Conclusionò (56 - 58).

I. Premessa 29. - La necessità di ricercare una classificazione delle tensioni e dei conflitti caratterizzanti un determinato periodo storico scaturisce dall'esigenza, tipica di ogni indagine speculativa, di individuare le analogie e le differenze nel comportamento dei soggetti attivi del sistema in esame. Jdenti ficati i soggetti, occorre determinare le cause che possono averli portati alla ribalta e che hanno influenzato il loro atteggiamento. L'analisi delle condizioni strutturali dell 'in tero sistema è il punto di partenza dal quale prende avvio l'esplorazione degli obiettivi e degli interessi dichiarali delle parti in conflitt o e delle motivazioni che tali parti hanno spinto ad agire. Il passo successivo consiste nella ricerca di quelle situazi'oni congiunturali che obiettivamente sono la causa prossima della crisi dei rapporti fra le parti. Le situazioni individuate hanno bisogno, infine, di essere raggruppate allo scopo di mettere a confronto il comportamento dei diversi soggetti che sono chiamati ad affrontare problemi similari.

30. - L'evoluzione dei con flitti dell'ultimo trentennio e in particolare l'evoluzione del loro oggetto si ricollega indubbiamente ai tre modelli di equilibrio che si sono succeduti a scadenze pressochè decennali sulla scena mondiale. Essi infatti forniscono il quadro strutturale che, come abbiamo visto, è alla base dell'indagine. Nell 'ambito di ogni singolo periodo, infatti, è possibile individuare le cause generali di con-

fli ttualità che discendono dai rapporti internazionali, i quali hanno il loro fondamento nelle situazioni oggettive (geografiche, sociali, politiche, economiche) e nelle caratteristiche soggettive dei protagonisti. In effetti, il contrasto si verifica sempre fra una parte che tende a mantenere lo status quo ed una parte che non è soddisfatta della precedente situazione e spinge per modificarla a proprio vantaggio. Nello stud10 che segue non saranno esaminati i soggetti che fanno parte delle due distinte categorie, in quanto non di competenza. Tuttavia nel complesso delle cause remote e prossime di contrasto si tenterà di mettere in evidenza anche quelle che hanno attinenza con le caratteristiche intrinseche dei soggetti. Le cause generali 11011 sono, però, sufficienti a fornire la fisionom ia dei conflitti di ogni singolo periodo. E' necessario infatti' esplorare le motivazioni che hanno determinato l'atteggiamento dei soggetti più significativi nella problematica scaturita da ogni singola causa generale, nonchè verificare la coincidenza di tali motivazioni con le giustificazioni addotte. E' infatti dall e linee di comportamento nel tempo di tali soggetti che possono derivare gli elementi più validi ai fini di una indagine.

Il. Il periodo 1945-1953 31. - La Conferenza di Yalta e la morte di Sta lin sono i due eventi significativi che delimitano il periodo in esame, caratterizzato in

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prevalenza dalla tensione tra mondo occidentale e mondo orientale. La suddivisione in zone di influenza esprime praticamente l'obiettivo delle parti di creare delle aree di sicurezza ma, nello stesso tempo, pone il suggello ad un sistema di equilibri completamente nuovo. Dalla guerra emergono sostanzialmente tre fatti sconvolgen ti: l'uscita dell'URSS dall 'isolamento in cui era stata tenuta fin dalla rivoluzione di ottobre e la sua conseguente promozione al rango dì potenza mondiale; la trasformazione degli Stati Uniti da potenza prevalentemente economica in superpotenza militare, grazie anche al possesso in "esclusiva" dell'arma atomica ; e il definitivo decadimento dell'importanza politica dell'Europa. La conflittualità del periodo in esame prende origine da questi tre fatti. I protagonisti sono costretti a muoversi in aree rese spesso sensibili dal trauma della guerra. Le conseguenze più significative della trasformazione nell'assetto internazionale del potere sono quindi due : la creazione di blocchi attorno alle superpotenze e l'immediata contrapposizione tra essi (guerra fredda); e l'inizio della fase di decolonizzazione a spese degli stati europei indeboliti irreparabilmente dalla guerra. Si possono infine consi'derare come cause di confli ttualità le questioni di carattere sociale, economico, politico ed ideologico - anche in aree lontane dai teatri del con flitto mondiale - che in forma più o meno violenta dan no l'avvio a trasformazioni politiche interne.

a. CONSEGUENZE DELLA GUERRA FREDDA 32. - La tensione tra i due blocchi, occidentale ed orientale, è motivo di conflittuali tà soprattutto in Europa e in Asia. In Medio Oriente essa si fa sentire marginalmente ed in mìsura ridotta, mentre in Africa ed in America Latina è praticamente assente. L'Europa è la re!!ione ove si concentra gran parte della conflittualità a livello mondiale. Essa paga infa tti il tributo maggiore alle esigenze di assestamento dei confini tra i due blocchi con la divisione politica in due parti antagoniste. All'inizio del periodo in esame P olonia, Un-

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gheria, Bulgaria e Romania fann o già parte della sfera di influenza sovietica, mentre la Cecoslovacchia è in una situazione di equilibrio instabile. L'Unione Sovietica, dell'epoca di Stalin, si muove subito con spregiudicatezza, spinta da due ordini di motivazioni: da quelle che definiamo da vulnembilità, che hanno come scopo la creazione di una cintura protettiva avanzata verso ovest; e da quelle che definiamo da interesse, che tendono a conseguire ogni possibile vantaggio dalla scomparsa di validi antagonisti europei e dalla condiscendenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, il cui comportamento non è che il riflesso psicologico di un complesso di colpa nei confronti di un paese che alla guerra aveva pagato un tributo enorme. D 'altra parte risulta evidente come ne!i'azione sovietica di questo primo scorcio di periodo vi sia una sostanziale identità tra motivazio ni da vulnerabilità e giustificazioni. Queste ultime, infatti, vertono essenzialmente sul diritto-dovere dell'URSS di evitare che una eventuale guerra futura investa subito il territorio russo. 33. - Le potenze occidentali, dal canto loro, rimangono fedeli agli impegni presi a Yalta. In particolare gli Stati Uniti svolgono una politica ispirata ancora largamente alla dottrina Monroe, limitando i loro interventi diretti solo nel campo economico. Il clima generale di ottimismo da parte degli occidentali comincia però a deteriorarsi allorchè essi si rendono conto che l'Unione Sovietica andando oltre gli accord i, sfrutta le vulnerabilità del sistema per estendere maggiormente . la propria sfera di influenza. Le avvisaglie dell'espansionismo sovietico si rivelano soprattutto nelle manovre di 11vvicinamento al Mediterraneo, con la minaccia all'indipendenza di Grecia e Turchia, nonchè nel tentativo di accedere al Golfo Persico, messo in luce dalla questione con l'Iran. Scatta quindi un meccanismo di autodifesa da parte degli occidentali: gli Stati Uniti ripudiano la dottrina Monroe ed elaborano la "dottrina T ruman", i blocchi si coagulano e prende avvio la fase critica della guerra fredda. Motivazioni da vul-


nerabilità spingono quindi gli occidentali a ricercare i mezzi per l'attuazione di una politica di contenimento dell'espansio nismo sovietico. L'URSS avverte il freno messo alle sue manovre e stringe i tempi per la creazione di un blocco compatto nell'Europa orientale. L'irrigidimento dà vita nel 1948 al passaggio definitivo della Cecoslovacchia nell'area d i influenza sovietica, alla questione di Berlino ed alla tensione sovietico-jugoslava. Gli scarsi risultati ottenuti con gli ultimi due tentativi spingono Mosca a cercare altre strade: alleanza con la nuova Repubblica Popolare Cinese (1950) , acquisizione dell'arma atomica, intensifìcn ione dell'offensiva ideologica soprattu tto negli stati coloniali dell 'Asia. 34. - In questo quadro di contrapposizione nasce la questione internazionale di Corea. dalla quale l'URSS si propone di ricavare vantaggi in ogni caso. Se l'i ntervento occidentale fosse mancato, questo fatto avrebbe portato l'intera Corea a far parte del gruppo degli stati comunisti e la posizione strategica degli USA in Giappone sarebbe stata gravemente minacciata. L'intervento degli Stati U niti e dei loro alleati avrebbe comunque deteriorato in modo irreparabile i rapporti della neonata Repubblica Popol are Cinese con l'occidente, accelerandone la trasformazione in uno stato marxista. Il verificarsi della seconda ipotesi 5pinge infatti la Cina allo scontro diretto con le Nazioni Unite e dà luogo al la formazione del blocco cino-sovietico, la cui carica di volontà espansionistica. legata all'attivismo ideoloqico. incombe come causa di conflittualità sia nelle questioni d i decolo nizzazione, sia nelle question i interne di molti stati. L'assestamento dei confin i tra i due blocchi non è quin di che la conseguenza del comoortamento delle due suoerpotenze. le cui r:rn:ioni si possono così sintetizzare. L'Unione Sovietica è consapevole di essere divenl'ata 1111a potenza mondiale ma si sente limital 11 rial suo ruolc "continentale". Essa cerca ouind i di 1·on,oer{ l'accerchiamento insinuando il cuneo della oropria azione politica. militare ed ideolMicn nei punti deboli del blocco avversario. Gli Stati

Uniti vedono minacciata la compattezza dello schieramento di cui hanno la leadership e si trovano quindi costretti ad una attività di contenimento dell'iniziativa avversaria attraverso misure militari, politiche ed economiche.

b.

PR I MA FASE DELLA DECOLON IZZAZIONE

35. - L'indebolimento politico ed economico dell'Europa e quindi delle due maggiori potenze coloniali , e cioè della Francia e della Gran Bretagna, porta come conseguenza un mutamento dei rapporti tra queste ed i rispettivi territori dipendenti. Ciò accade soprattutto in corrispondenza delle aree investite dalla guerra o che di questa hanno avvertito gli effetti di trasformazione dell'assetto politico mondiale. Tl Medio Oriente e l'Asia peninsulare ed insulare sono i teatri maggiormente interessati da tali mutamenti, mentre in Africa si rivelano sensibili solo alcune aree del nord magrebino ed il Madagascar. Jn America Latina, infine, si ha un solo caso di conflittualità legata a questo tipo di problema. JI quadro si può delineare nei seguenti termini. Da un lato assistiamo alla presa di coscienza da parte di molti paesi coloniali del rliritto dovere all'indipendenza ed all'autodeterminazione. Da un altro lato Francia , G ran Bretagna e gli altri paesi colo niali avvertono la vulnerabilità della loro posizione e si vedono costretti ad agire per non perdere i vantaggi connessi al loro stato di potenze coloniali'. D al ca nto loro le due superpotenze svolgono un rnolo d i protagonisti mediati in alcuni casi e di non protagonisti non indirrerenti in altri. Esse, pur così lontane sul piano ideologico. attuano entrambe una politica nettamente anticoloniale. anche se motivata da interessi diversi. 36. - E ' interessante analizzare la diversità di comportamento delle due maggiori potenze coloniali' in relazione ai rispettivi interessi nelle varie aree. Le spinte indipendentistiche che la G ran Bretagna deve fronteggiare fin dal primo momento si localizzano· in Africa ed in Medio Oriente.

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E' però nei possedimenti asiatici che la Gran Bretagna avverte l'inevitabilità dell'emancipazione dei propri possedimenti. Ne consegue un atteggiamento che tende ad attuare uno sganciamento progressivo, il quale si risolve in un restringimento dell'area dei propri impegni là ove la situazione si palesa insostenibile, ma che nel contempo assicu ri il mantenimento, nel peggiore d ei casi, di legami economici e commerciali con le ex-colonie. La raggiunta emancipazione politica delle colon ie non determina, tuttavia, l'esauri mento delle cause di conflittualità nella regione bensì una loro trasformazione. La ricerca di una valida forma di governo è portatrice e lievitatrice degli interessi più disparati d a parte d i ~oggetti promossi al rango di protagonisti grazie al processo di decolonizzazione. E' questo un fenomeno, comune a tutti gli stati ex-coloniali. ma che già in quello in esame è oggetto di confli ttualità palese e latente. La graduale trasformazione dell a natu ra dei contrasti porta come co nseguenza una spiccata asimmetria nelle situazioni conflittuali : da un a parte vi è infatti la Gran Bretagna che cerca di perfezionare il passaggio dal coloniali smo territoriale ad una specie di colonialismo economico; dall 'al tra si p resentano i nuovi stat i che, raggiunta l'i1idipendenza politica. sentono crescere nel proprio interno spinte affatto nuove verso la risoluzione di problemi economici, sociali. religiosi e razzial i. Il baricentro dei contrasti si sposta quin di dal binomio potenza colon ial e-colo ni a al rapnorto molto più complesso tra nuovo governo nazionale e gruppi politici, religiosi, sociali ed etnici, portatori d i interessi spesso contrapposti. 37. - Anche in Med io Oriente la Gran Bretagna si trova a fronteggiare la volontà di indipendenza dei propri possed imenti e protettorati, ma il suo comportamento è in parte assai diverso d a quello tenuto in Asia. Ciò è dovuto all a maggiore carica delle motivazion i che spingono Londra a mantenere lo status quo nell a regione. Tali motivazioni consistono essenzialmente nell'esigenza v itale di conservare il diretto controllo di aree strategicamen te impor-

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tanti (canale d i Suez) e di zone ricche di materie prime (petrolio). E' per tale rag ione che il primo attegg iamento assu nto dalla Gran Bretagna è di netta contrapposizione ai movimenti di liberazione, attraverso metodi repressivi basati sull'intervento diretto sul piano militare. Successivamente, una più attenta valutazione dei rapporti internazionali ed una crescen te influenza d ell'opini one pubblica interna consigliano la trasformazione del tipo di presenza britannica nella zona: non più diretta (con il man tenimento d i contingenti militari) ma indiretta, tramite governi filo-occidentali, docili strumen ti nelle mani del governo d i Londra. Si può quindi notar~ un accavallamento d i motivazioni per la Gran Bretagna. Le motivazioni d a vulnerabili tà spingono dapprima ad assumere un atteggiamento intransigente nei confronti delle spinte indipen dentiste, poi ,1 favorire un autogoverno strettamente controllato. Le motivazioni da interesse fanno ritenere indispensabile la presenza britann ica nell'area. a fronte d i giusti ficazion i che proclama no il diritto-dovere della salvaguardia d ei beni e del le persone, nonchè quello di assicurnre il graduale passaggio all'autogoverno mediante l'appoggio alle autorità locali incapaci di controllare gli clementi sovversivi. Fa tal mente anche nell'area medio rientale il confli tto tra i governi nazionali (conservatori e fil o-britannici) e le fo rze interne fautrici d ell'indipendenza totale (di natura progressista e psicologicamente portate ad un atteggiamento anti-occidentale) p rendono il sopravvento. causando un a ulteriore perdita di credibili tà della potenza britannica. Questa, non potendo piì:1 ricorrere all 'interven to diretto, è costretta ad assistere alle trasformazioni politiche interne dei nuovi stati ed a perdere grad ualmente gran parte d ei van taggi assicurati in p recedenza dal controllo diretto d ella regione . Nello stesso tem po gli elementi al potere giustificano la loro azione di contenimento più o meno violento degli elementi p rogressisti con il d iritto-dovere di difendere lo stato da ogn i tipo di sovvertimen to, mentre le motivazion i d el loro comportamento repressivo ri specch iano la vul nerabi-


lità del sistema che c,si cercano di difendere. Tali vulnerabilità si basano sull'arretratezza delle strutture economiche e sociali favorite da una gestione del potere di tipo feuda le o semi-feudale. Infine si assiste allo scontro degli interessi contrapposti delle parti che tendono le une a conquistare il potere, le altre a conservarlo. 38. - Per q uanto concerne la Francia, il processo di decolonizzazione dei suoi possedimenti si localizza, in questo periodo, .in alcuni paesi del nord-Africa ed in Asia. Mentre nei confronti dei primi essa riesce a contenere le deboli spinte indipendentiste con la concessione di una maggiore autonomia locale a i governanti filo-francesi, in Asia deve affrontare il movimento d i liberazione indocinese, molto fo rte ed ideologicamente sostenuto dal blocco cinosovietico. La concess ione dell'ind ipendenza avreb be portato come conseguenza la perdita di tutti i vantaggi derivanti da un legame anche soltanto econom ico con il paese, nonchè un d ecremento dell 'influenza occidcnt11le in un'area molto importante. Moti vazioni sia da vulnerabilità che da interesse spingono qui ndi la Francia a scendere sul piano militare, innescando un conflitto nel quale avrà modo di entrare , quale soggetto medi ato, il blocco cino-sov ietico. Questo giustificherà il suo intervento con l'esigenza cli sostenere i popoli in lotta per l'indipendenza e l'autodeterminazione. Il cambiamento cli equilibri che scaturisce dall 'es ito del confli tto costi tuirà motivo di conflittual it/1 nel la regione per i successi vi periodi.

C. Q U ES TIONI

SOC IAL I,

ECONOM I CHE,

IDEOLOGICHE

39. - Come cause a sé stanti - ma pur ~ern pre collegate alle va riazion i struttural i derivate dal secondo conflitto mondial e quelle socioeconomiche e quelle ideologiche riguardano essenzialmente la conflittualità in terna. Pur avendo v issuto solo di riflesso le vicende

del conflitto mondiale quasi tutti i paesi latinoamericani devono risolvere gli antichi problemi economici interni, aggravati dal forte incremento demografico e dalla mancanza quasi assoluta cli un sistema indu striale. Ai problemi economici si aggiungono ben presto quelli sociali derivan ti da una anacronistica di stribuzio ne della ricchezza , retaggio della condizione colon iale dei secoli precedenti. A ta li esigenze, per contro, non corrisoonde una volontà riform istica delle classi al potere, le quali hanno lutto da guadagnare dal mantenimento d ei regimi in carica. Sorgono quind i forze p rogressiste intern e che tendono a togliere il potere alle ammin istrazion i avide e trascurate per instaurare regimi che tengano conto delle condizioni di sottosviluppo d ella maggioranza della popolazione. Di conseguenza si assiste a confl itti interni che hanno come protagonisti forze conservatrici e movimenti progressisti: le prime avvertono la pericolosità dei secondi e reagiscono in genere con la creazione di governi autoritari che non concedano loro spazio poli tico; i secondi svolgono un 'azione d iretta a far prendere coscienza all e popolazioni dei loro problemi e bisogni. Nel contrasto si inseriscono minoranze d i fede marxista , ma la loro attività r isulta slegata e poco efficace. 40. - Di c,llattere socio-economico, ma con forte influsso della componente ideologica, sono altri conflitti interni che in Europa e in Asia si aggiungono a quelli già inquadrati nel tema della decolon izzazione. Sono quelli in cu i una minora nza con ideologia marxista tende all a conq uista del potere approfittando dell'indebolimento delle strutture governative causato dal passaggio della guerra e facendo leva sugli storici squilibri soci ali ed econom ici del paese. Sono tipici gl i esemp i delle ques tioni in terne greca e cinese, le qu ali , peraltro . pu r trovando le proprie cause nelle condizioni strutturali interne e nella natura soggetlivR dei protagon isti, si inseriscono nel tema più genera le della guerra fredda , in quan to ritenute capaci d i influire sul sistema d i equi]ihri a li vell o mond iale.

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lii. Il periodo 1954-1963 41. - La morte di Stal in e la conseguente lotta al vertice per la conquista del potere impediscono all'Un ione Soviet ica di mantenere, p er un periodo abbastanza lungo, la pressante iniziativa caratteristica del precedente decennio. Permane, tuttavia, la preoccupazione determinata essenzialmente da motivazioni di vulnerab ilità - di conseguire il rafforzamento e possibilmen te l'allargamento d ei blocchi da parte di entrambe le superpotenze. Ne sono indici i numerosi trattati di alleanza militare proliferati nei p rimi anni di questo periodo. Con essi il blocco occidentale completa l'accerch iamento di quello orientale, mentre questo ul timo, costretto ad agire sempre p er linee interne, ricerca innanzi tutto la compattezza militare e politica. Ne deriva un au mento della tensione est-ovest ma, paradossalmente. u na maggiore stabilizzazione dell'equilibrio mondiale ed u n allentamento d ella guerra fredda conseguente dalla carica aggressiva d ell'Unione Sovietica dell'epoca di Stalin . Si d eli nea cosl più chiaramente la linea d i demarcazione tra i b locchi soprattutto in Europa e in Asia . Dalla situazione di stallo che ne discende, i due sch ieramenti avvertono u n incremen to delle vulnerabilità dei rispettivi sistemi nei confronti delle strategie indirette avversarie. Contemporaneamente nuovi soggetti sign i'fìcativi nascono dal processo di decolonizzazione in Africa, in Asia e in Medio Orien te, creando aree sensibili' che p ortano il confron to est-ovest fu ori dai tradizionali scacchieri. I noltre, con la sensazione che l'equilibrio tra i blocchi - reso p iù stab ile d alle strategie di ritorsione nucleare - possa assicurare per lungo tempo un sensibile d ecremento dell a confli ttualità a livello mondi ale, emergono problemi economici e sociali che si affermano co me causa di con flittualità all'i n terno degli sch ieramenti ed all'interno dei sinii;oli stati. Si determina p ertanto un repen tino fncrem en to d i situazioni conflittuali in terne. alla soluzione d elle quali le potenze più attive cont ribuiscono direttamen te e indirettamente per tra rre vm, taggi o per mantenere interessi.

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Sostanzialmente le cause di conflittualità di qu esto periodo si possono così configurare : tensione est-ovest e stabilizzazion e dei blocchi; proseguimento della prima fase di d ecolonizzazione ed effetti di q uesta nei p aesi di recen te indipendenza; problemi economici e sociali; questioni ideologiche, etniche, religiose.

a. T E NSJONE EST-OVEST 42 - G li effetti derivanti dai residui della guerra fredda si riscontrano soprattutto in Europa e in Asia, mentre in America Latina il caso di Cuba, anche se isolato , ha conseguenze molto significative sui rapporti est-ovest nonchè su i fu turi atteggiamenti dell'U RSS derivanti da cambiamenti interni. I n Europa il confronto tra i blocchi si radicalizza con l'ingresso della Germania n ella NATO e con la creazione del Patto di Varsavia; come già detto, tu ttavia, in quest'area la tensione consolida la stabilizzazione degli schieramen ti sotto la min accia nucleare. In Asia, per contro, si assiste all'attivismo statu niten se, che tende a conseguire in modo definitivo l'arginamento d ell'espansione russocinese verso sud a ttraverso du e linee d i azione diretta, con la stipulazione di trattati militari di mutua difesa che con tribuiscono a formare una b arriera senza soluzion e d i continuità d al Medio O riente al Giappone: indiretta, con interventi massicci nei conflit ti interni al fin e di orientare in senso filo-occidentale i governi favorevoli al containement. L'azione degli USA è le~ata sia a motivazioni da vulnerabilità (quelle che tendono a creare un cordone protettivo nei confronti del comunismo), sia a motivazion i da interesse (quelle ch e li spingono a sfruttare la scomparsa delle potenze coloniali europee per ottenere vantaggi economici' e politici). 43 - Mancando la presen za politica e militare sovietica nell'area. la Cina rimane u nica rappresentante del blocco orientale. Essa è mossa soprattutto da motivazioni da v ul nerabilità in quanto, come stato di recente formazione, è


alla ricerca di una prnpria zona di influenza ch e le p ermetta di rompere l'isolamento n el quale è costretta a nord dalla Unione Sovietica, a sud e ad est dagH Stati Uniti e dai loro alleati . La sua azione, pur seguendo le linee di espansione del periodo imperiale, s i sviluppa sostanzialmente in modo indiretto, attraverso l'uso dell 'arma ideologica nei conflit ti interni. Come già accennato, l'Unione Sovietica 11pparc in questo p eriodo poco impegnata sul fronte della strategia d iretta , mentre sviluppa in modo poco palese ma efficace azioni d i infilt r?tzione politica indiretta sop rattutto n elle aree interessate dalla decolonizzazione - a ttraverso la proliferazione dei parti ti e dei movimenti clandestini comu n isti nazionali . I motivi di questo cambiamento di rotta si possono ricercare nella difficoltà d i giustificare gli interventi repressivi a Berlino. in Polonia e in Ungh eria, nonchè nel disagio verificatosi nella classe di rigente sovietica e all 'interno del blocco comunista in segu ito alla destalinizzazione ed all'inizio del dissid io ideologico con la Cina. Il caso della questione internazionale di Cuba sembra quindi il can to del cigno di un cer to tipo di politica sov ietica basata sull a ostentazione della potenza militare e della capacità tecnologica e scientifica. L'insuccesso d, tale politica, stigmatizzato dai fatt i di Cuba. oltre a provocare un cambio della guardia al vertice dirigente. fa indi rizzare la stratep:ia di espansione essenzialmente verso forme indirette che, come si vedrà. avranno mol to più successo. Ciò non esclu de, comunque. i1 man tenimento della potenza militare: è durante questo periodo, infatti, che vengono impostati i programmi di sviluppo della marina, che porteranno l'Unione Sovietica. nel giro di un decennio. a trasformarsi da potenza continentale a potenza realmente globale.

b.

DECOLONIZZAZIONE

44 - Prosegue in questo periodo la conflittualità legata al raggiungimento dell'indipendenza da parte dei paesi coloniali. Ne sono in teres-

sati l'Africa e, in misura minore, il Medio Oriente, mentre in Europa la sola questione di Cipro è connessa a questo tipo di problema. Tn particolare l'Africa nel suo complesso appare l'ultima arrivata al traguardo dell'indipendenza e dell'autodeterminazione. E' fo rse per questo motivo che gran p arte della sua decolonizzazione si attua in misura molto maggiore sotto la tu tela interessata degli Stati U niti, dell'Unione Sovietica e d ella Cina, i quali ravvisano la possibilità di conseguire notevoli vantaggi con l'acquisizione dell'influenza sui nuovi stati , soprattutto su quelli strategicamente importanti. A differenza dei soggetti mediati, la cui azione indiretta nei conflitti è mossa esclusivamente da interesse, i paesi europei protagonisti diretti assumono atteggiamenti che provengono d a considerazioni sia di vulnerabili tà che di interesse. TI loro comportamento è molto vnri o: dalla contrapposizione sul piano militare (come la Francia in Algeria) all'abb andono precipitoso della colonia (come il Belgio in Congo). In ogni caso la preoccupazione comune è quella di n on perdere completamente i vantaggi derivanti da un rapp orto privilegiato con gli ex-possedimenti, restringendo l'area d ei propri in teressi a legami economici e commerciali, in particolare con i paesi più ricchi di materie prime. Come nel primo periodo, l'accesso all'indipendenza ha in sè i germi di un tipo diverso di conflittualità, le cui cause sono facilmen te d efinibili: i paesi di recente indipendenza, trovandosi nella quasi totalità a dover risolvere per la prima volta con le sole proprie forze i problem i politici (interni ed esteri) , economici e sociali, sono alla ricerca affannosa di una identità nazionale che li affranchi defin itivamente da osm i residuo di colonialismo. Ne con segue che le forze interne p iù disparate, messe in condizione di esprimersi liberamente. portano alla ribalta nuovi problemi. n onchè visioni p articolari di p roblemi simili, incrementando quella carica di aggressività che in precedenza veniva tenuta comp ressa dal peso coloniale. Non altrett,mto facilmente classificabili sono

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le motivazioni dei comportamen ti dei vari soggetti , vuo i p er l'esplosione numerica di q uelli diretti , vuoi per la complessità dei problemi d i cu i sono portatori, vuoi per l'elevata d imensione dell a componente irrazionale nelle varie contro versie, vuoi infìnc per !a molteplicità di interessi ch e si vengono man mano presentando ai soggetti medi ati di maggior peso. Nascono quindi quest ion i d i carattere essenzialmente interno, i cui con traccolp i però, somm ati u no all 'altro, determinano nuovi ti pi d i rappor ti internazio nali che fann o scivolare il con fron to es t-ovest (semp re immanente) verso un confronto nord-sud. 45 . . Per q uan to rigu arda i protagon isti d irei/i, le motivazioni che li spingono nd agi re uno co ntro l'altro d ipendono essenzialmen te d ai risu ltat i che il governo succeduto immed iatamente alla proclamazione dell 'indi pendenza o ttiene nella riso luzione d ei problemi più urgent i. ella 111aggior p ar te dei casi le p otenze colon iali, prima d i abb andon are i loro possedimen ti. favoriscono l'ascesa al potere d i clementi fì dat i che assicurino il ma ntenimen to d i legami d i natura economi ca e politica . Come già visto nel periodo precedente, a ques ti regimi d i ti po conserva tore e fìl o-occidcntale si contrappongono fo rze p rogressiste, animate per lo più da s pi rito n azionalistico e quindi cont rarie ai residui legami d i dipendenza con la mad repatria. All'az ione , violenta e non , di ques te forze, sp in te da mo ti vazioni da in tc· resse (conquista d el potere), i governi in carica reagiscono perch è mossi da mo ti vazion i da vu ln erab ilità (perd ita del potere) . T ~1 li contrasti in terni d iven tano subilo un terreno molto fe rtile per gl i interven ti d i soggetti mediati che offrono la lo ro collaborazione alle parti co ntrapposte per aiutarle a conseguire i loro ob iettivi. G li interven ti in d iretti d i questo tipo saranno p iù numerosi e significa tivi nel terzo d ecennio, ma già in questo secondo periodo le potenze esterne (so prattutto le maggiori) fanno sentire la loro presenza per mo tivi d i interesse (am pl iamen to d ella loro influenza) no nchè per motivi d i

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vu lnerab ili tà ( imped ire che la potenza avversa po ssa incrementare la propria influenza). A questo tipo di colonialismo mol ti paesi però reagiscono: fenomeno caratteristico di q uesto ed ancor p iù del successivo periodo è la volon tà, da parte de i paesi nuovi , di staccarsi d ai modelli di v ita e di società proposti e sp esso imposti dalle potenze esterne e d i r icercare, nell'ambito d ella solidarietà reciproca, un a p ropria identità nazionale o regio nale. Si assiste quindi in molti casi al rigetto d el sostegno esterno, anche se grazie ad esso i go vernan ti in carica sono riusciti a mantenere o a conqu istare il p otere. Anche in questi casi però, rimangono insolu ti i gravi problemi interni, di cui i più ricorrenti sono il sottosv iluppo e la mancanza di quadri dirigenti capaci. Ta li proble mi faranno da sfondo a molti casi di confli tw alità fino ai giorni nos tri. 46. • Prob lema ati pico, ma che fa da filo cond u l!ore a i ra ppor ti tra g randi potenze e terzo mondo, è quello arab o-israeliano. Nello stato di fsraelc i paes i arabi non vedono che il residuo concreto e pericoloso d el col onialismo occidentale e la loro lotta accanita contro di esso si può spiegare con la volontà di eliminare questa vulnerab ilità e nello stesso tempo con il ten tativo d i ricercare q uell'unità panaraba che sola può assicurare il soddisfa cimento dei lo ro sentimenti nazio nalisti. La fru strazione conseguen te all'incapacità d i svolgere un 'azione comune - e q u indi politicamente vali da - incrementa il lasso di irrazionalit à nel d isaccordo tanto da rendere es tremamente difficile la ricerca d i una compos izio ne diplomatica . Per ques ta ragione i paesi arab i assumo no se paratamente a tt eggiamenti radicali sia contro Tsraele. sia contro gli in teressi europe i ancora presenti nella reg ione , con il du pl ice scop o già menzionato . TI fallim ento mi litare e poli tico dell'intervento europeo a Suez (moti vi di interesse d a pa rte di Fran cia e Gran Bretagna) apre u na sensibile fa lla negli eq u ilibri d i potenza. favorendone il riempimento d a parte delle due s11pcrpo lenze .


L'insiem e delle cause oggettive di conflittu alità e d elle motivazioni che muovono i soggetti rende quindi faci le la constatazione che problemi derivanti dal processo di decolonizzazione sono di gra n lunga i più gravidi di conseguenze per l'assetto politico mondiale, non solo nel periodo in esame ma anche nel successivo. C. PROBLEM I ECONOMICI E SOCIALI

47. - Come già visto in preceden za, gran parte dei paesi di recente indipendenza sono interessati da tensio ni e ccinflitti interni d erivat i essenzialmente dal le asimmetrle, createsi a segu ito delle più o meno r apide conclusioni dell a prima fase della decolonizzazione. Fanno da sfondo e da oggetto di giustificazione del comportamen to delle par ti in lotta i problem i di carattere economico e sociale in terno, n on risolti dal vecchio r egime coloniale ed esplosi quindi n o n appena superato il momento d i euforia per il conseguimento dell'indipendenza. La conflittualità che ne discende rientra quindi in quella più generale, esaminata so tto la voce " d ecolonizzazio ne " . Di caratteristiche affatto diverse, sotto il p rofi lo dell 'oggetto, sono le questioni di questo tipo in Europa e in America Latina. In Europa, alla sta bilizzazion e del confronto est-ovest fa r iscontro un fermento all'interno d ei b locchi. In campo occidentale si assiste ad una diversificazione degli elementi costitutivi soprattutto sul p iano economico: inizi a una competitività tra paesi europei e Stati Uniti che però si m ant iene nei limiti del confronto concorrenziale . T ale divers ificazione si evidenzia in due campi di>tin ti ; e cioè tanto nei rapporti con il "terzo mondo", quan to nelle relazioni bilaterali che gli europei occidentali in iziano ad in trattenere con i paes i minor i del blocco orientale. Nell'est europeo , al contrario, i tentativi autonomistici che traggono le loro motivazioni dalla destalinizzazione e dalla volontà d i seguire vie nazionali n el campo econo mico e sociale, trovano contrapposta l'in transigenza sovietica. L'azione violenta da parte dell'Unione Sovie-

tica nasce essenzialmente da motivazioni da vul nerabilità, in quanto prevale la considerazione che azioni del genere da parte di due paesi come la P olonia e l'Ungheria non potrebbero avere che effetti d isastrosi sulla compattezza militare e politica del blocco oriental e, in corrispondenza cli un 'area estremamente sensib ile come i! centro-Europa. Nell'America Lat ina invece la conni ltualità all 'interno degli stati prosegue sull a fa lsariga g ià esamin8la ne l primo periodo, in quanto ben pochi paesi sono in grado di risolvere i p rob lemi socio-economi ci determ inati dai forti squilibri interni. A d ifferenza del p rimo decennio si può tu ttavia rilevare il m agg ior peso esercita lo dalle minoranze comuniste, il cu i attivismo ideologico assume il ruolo di mol tiplicatore dei confl itti e dei colp i di stato. Qu esti si r isolvono i n genere con l'acquisizione del potere da parte di elementi che vedono pit':1 nel riformismo che nella classica dittatura di d estra il mezzo per competere con l'idea marxista, alla cui espan sione contribuisce notevolmente l'affermazione del regime castrista a Cuba.

d.

QU ES TIONI RELIGIO SE

IDEOLOGICHE,

ETNICHE,

48. - Le cause d i conflittualità di carattere ideologico riguardano esclusivamente il campo d ei p aesi comunisti. l'n par ticolare, al sempre presente dissidio fra l' Unione Sovietica e la Jugoslavia, si aggiunge quello ben più denso di cause conni ttuali tra l'Unione Sovietica e la Cina . 11 riflesso di quest'ultimo si evidenzia nel disorientamen to sovietico rilevato nella mancanza di attività nell'area asiatica e nel giro d i vite imposto ai satelli ti europei . La tens ione che ne deriva si può r ilevare anche nella corsa all'accaparramento ideologico e politico d ei paesi cli recente indi pendenza. La graduale ricerca , da p arte della Cina, di u na posizione autonoma nei con fronti d ell'Unione Sovietica trova la su a . motivazio ne più appariscente nella diversità d i concezione del comunismo. L'accusJ di revisionismo - pe-

125


~

Il' 11

raltro confermata dai fatti - si accompagna tuttavia alla volontà cinese di accelerare il coagulo di tutti i paesi in via di sviluppo (in massima parte generati da lla decolon izzazione) al fine di contrapporsi al modello bipolare. Resta da stabilire se tale linea è suggerita essenzialmente da una esigenza ideologica (come risul ta dalle giustificazioni add otte), oppure se lo sforzo di imporsi come grande potenza fornita di influenza su altri stati derivi da una motivazione di tipo imperialista. I n ogni caso si può dire che la contrapposizione ideologica si è rivelata, per la Cina, un mezzo assai efficace per sganciarsi da un blocco ai cui appartenenti è fatto ob· bligo di riconoscere l'Unione Sovietica come stato guida. Il risultato ottenuto spiega almeno in parte lo sforzo politico cinese: la creazione di un nuovo polo politico (quello dei paesi del terzo mondo) è una risposta assai valida ai tentativi delle due superpotenze d i mantenere l'equilibrio su una base bipolare, vantaggiosa per esse ma non accetta da chi tale modello deve subire. Nel terzo periodo si vedrà infatti come molti conflitti e tensioni abbiano come sottofondo il condizionamento del Terzo Mondo sul comportamento delle superpotenze. Per quanto concerne le questio ni etniche e religiose, è molto difficile individuare la linea di demarcazione tra motivazioni che hanno come oggetto esclusivo problemi d i tale tipo oppure cause di altro genere. In massima parte esse si inquadrano nel più vasto contesto della decolonizzazione, in quanto l'indipendenza degl i stati non si è molto spesso accompagnata ad effetti ve unità geografiche, etniche e religiose. I conflitti interni seguiti all'acquisizione della sovranità hanno infatti come soggetti comunità e movimenti in contrasto con il governo centrale su problemi di tale tipo. la soluzione dei quali condiziona in modo rilevante la ricerca della migliore forma istituzionale.

IV. Il periodo 1964-1974 49 .. In questo periodo si assiste al più si-

126

gryificativo cambiamento d i equilibri globali dalla fine del conflitto mond iale. Tale cambiamento avviene gradualmente nel campo politico, nel campo economico ed in quello sociale in genere. Le caratteristiche principali del decennio sono: l'influenza che i muta· menti di vnsto rilievo a livello planetario esercitano sulla conflittualità di carattere interiore e, viceversa, l'accelerazione che i contrasti nati all'interno degli stati apportano alle modificazioni di equilibrio nei sistemi. Vi è quindi, più che nel secondo periodo, una stretta connessione tra le cause di conflittualità generate dalle condizioni strutturali e quelle che hanno le loro radici nella natura sogget· tiva dei protagonisti. I risultati di questo nuovo modello, che si fanno luce fin da un esame di prima approssimazione, riguardano essenzialmente la bru· sca caduta in termini quantitativi dei conflitti internazionali. Le questioni di decolonizzazione che avevano monopolizzato la conflittualità del precedente ventennio si riducono infatti in misura drastica. Rimangono però aperti alcuni conflitti di frontiera, altri derivanti d a conclusioni non equilibrate della fase di decolonizzazione e altri infine che non hanno al momento trovato una soluzione per la vastità e la complessità degli interessi dei protagonisti mediati. Volendo dare una spiegazione di questo fatto, si può osservare che fin dal secondo decennio altri poli di potenza si affacciano sulla scena mondiale in aggiunta ai due tradizionali. Ciò, oltre a creare una maggiore complessità delle relazioni internazionali, allontana l'eventualità dei confli tti tra stati in considerazione spesso della non convenienza dei conflitti stessi. Per contro l'a~gressività dei soggetti attivi tende a scaricarsi all'interno dei singoli sistemi, nei quali crescono le difficoltà di equilibrio, sia a causa dell'aumento dei soggetti stessi, sia a causa dell'esplosione degli interessi più disparati. Tn ogni caso l'attivismo della miriade di nuovi protagonisti trova il suo fondamento nell'accresciuta mobilità sociale e, soprattutto, nella determinante influenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa nei confronti


del fenomeno del contagio su sistemi distinti ma con strutture similari. 50. - Il quadro che si delinea nel corso del decennio in esame permette quindi di constatare: che le superpotenze ed i loro rispettivi alleati sviluppano una politica di distensione che li mette al riparo da congiunture conflittuali; e che i paesi emergenti sul piano politico esercitano un influsso affatto nuovo sulle vicende degli equilibri mondiali ma, nello stesso tempo, sono alla ricerca della stabilità interna, resa molto fluida dai non ancora rfaolti problemi di carattere economico, sociale, istituzionale. Inoltre le questioni economiche assurgono ad un'importanza mai registrata in precedenza, così da creare tensioni e situazioni conflittuali non solo tra opposti schieramenti ma anche all'interno di blocchi già consolidati in senso politico. Infine, la violenza interna ed il terrorismo diventano mezzi abituali di lotta per quei soggetti che, pur non avendo personalità giuridica nazionale o internazionale, ritengono di possedere valide giustificazioni per contrapporsi sul piano politico ai soggetti istituzionalizzati. Non è facile, in definitiva, individuare cause distinte di conflittualità come nei primi due periodi, così come non è facile classificare le motivazioni e le giustificazioni del comportamento dei soggetti attivi. Conviene, quindi , procedere per esempi significativi che possano fornire, per estrapolazione, la sensazione di ciò che è oggetto di conflittualità nel terzo decennio.

a.

CONFLITTI INTERNAZIONALI

51. - La conflittualità internazionale si pola-

rizza essenzialmente sulla questione arabo-israeliana e su quella del Vietnam. In entrambe si assiste al confronto indiretto tra le due superpotenze, anche se nella seconda gli Stati Uniti intervengono direttamente come protagonisti. In Medio Oriente prosegue il contrasto vio, lento tra israeliani da un lato e arabi - con tutte le loro diversificazioni - dall'altro. Nei

confronti del precedente periodo decrescono per gli arabi le motivazioni da vulnerabilità (timore per i residui del colonialismo) mentre aumentano quelle da interesse (volontà di creare una grande nazione araba che abbia come presupposto la continuità territoriale e quindi la scomparsa dello Stato di Israele). Il negativo esito del conflitto del '67 crea ancora una inversione di tendenza nelle motivazioni. Crescono nuovamente quelle da vulnerabilità, soprattutto per quegli stati che avevano assunto fino a quel momento un atteggiamento intransigente nel quadro di una sorda lotta per la conquista della leadership del mondo arado. Si dà più importanza quindi alla ricerca dell'unità panaraba ed il risultati non si fanno attendere. Una certa stabilizzazione dei rapporti induce infatti gli avversari di Israele a tentare nuovamente la via del conflitto armato, ma con giustificazioni e motivazioni diverse dalle precedenti: non più l'eliminazione fisica dello Stato di Israele, bensì l'acquisizione di una posizione vantaggiosa in vista di negoziati futurl Il contenimento in senso moderato degli interessi arabi si rivela alla prova dei fatti molto pro conveniente dell'intransigenza assoluta, in quanto indebolisce notevolmente la posizione di Israele. Nel contesto del conflitto si assiste intanto al confronto fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Quest'ultima giustificando come gi'à nel precedente periodo il suo sostegno alla causa araba con il diritto-dovere di aiutare i popoli in lotta contro l'imperialismo persegue fini dettati chiaramente da considerazioni di interesse. Queste vertono sulla possibilità di aggirare da sud il blocco occidentale senza scontrarsi direttamente con la potenza americana. Gli Stati Uniti invece, aiutando Israele senza troncare i legami con i paesi arabi più influenti, tendono ad eliminare la estrema vulnerabilità dell'occidente nel caso di una stabile influenza sovietica nella sponda sud-orientale del Mediterraneo. Rìmane ancora sullo sfondo del conflitto la componente irrazionale, costituita dal permanere dell'odio reciproco, aggravato dalla estre-

127


ma difficoltà cli trova re una soluzione al problema pa!estinese. Come corollario a tutta la q uestione ma con peso determinante si aggiunge il conflitto di ti po econom ico che i paesi arabi scatenano nei confronti dell'ocei'd en tc industrializzato per indurlo a rivedere il suo atteggiamento nella questione. 52. · La guer ra del Vietnam si inseri sce nel fil o ne cli quei confli tti che, causati dal p rocesso di decolonizzazione nel primo periodo, p roseguono fino a l terzo per efTetto sia del con fro nto est-ovest, sia della tensione cinosovirctica. L'in ter vento diretto degli Stati Uniti rientra in fatt i nel quadro d ell a poli tica d i contenimento perseguita fin dal periodo della guerra fredda. Quello indiretto dell'Un ione Sovietica si giustifica, per contro, con la necessità di creare un contrappeso alla crescente in fl uenza cinese nell.'area, anche se ad essa s i possono attribuire motivazioni d a interesse (incremento dell'influenza sovietica ai danni di quella americana con ripercussioni favo revoli nel resto del mondo). 53 .. O ltre ai due conflitti esaminati, altri , di diversa natura, si registrano nel decennio in esame. Ne perm angono infatti alcuni che si possono considerare tip ici della prima fase d i decol onizzazione (Angola e Mozambico) mentre altri nascono per questioni d i front iera, soprattutto in corrispondenza di stati di recente indipendenza in Africa e in Asia. La tensione russo-cinese, infine, ha conseguenze di particolare rilievo: una p ressione di carattere mili tare al confine tra i d ue s tati; una tendenza dell'Unione Sovietica a vani fic are gli sforzi cinesi d i allargare la propria influenza nell'Asia Meridionale (qu<!stione in do-cinese e q uestione del Bangla-Desh); u no scisma ideologico nei partiti e nei mov imen ti comunisti nazion ali di tu tto il mondo; una ricerca cli d istensione da p ar te dell'Unione Sovietica nei confronti d ell'occ idente.

b.

CONFLITTI I NTERN I

54 .. Come si è visto, alla diminuzione quantitativa dei confli tti internazional i corrisponde u n aumento quasi incontrollabile elci contra-

128

sti all 'interno degli stati . La generalizzazione del fenomeno induce a pensare che nelle var;e soc ietr1 naziona li , sopra ttutto in quelle in via d i sviluppo, le vulnerabilità delle strullure si rivelano talmente elevate d a consentire con d ifficol tà la composizione dei contrasti in presenza di una fo r te carica di aggressività . E' infalli la ricerca d i una valida form a isti tuzio nale d i governo la causa più ricorren te elci confli tti, la cui natura è, nella maggioranza dei casi, socio-economica. Nei p aesi ex-colon iali si hanno gli esempi più significativi delle motivazioni che spingono i soggetti ad entrare in con trasto tra loro e, nell 'esaminarli , si può constatare come gli atteggiamenti dei p rotagonisti d iretti sono assa i sim ili a quelli già visti nel precedente decennio in s ituazioni del genere. Aumenta però il numero dei colpi cli stato e ciò fa rilevare come molto spesso i cambiamenti istituzionali avvengono soltanto al vertice, senza l'Intervento delle masse popolari. Pertanto , l'a vvento al potere di una certa élite - anche se an imata da volontà riformatrice - non è una condizione sufficiente per assicurare la soluzione dei problemi economici, sociali, etnici e religiosi. Si creano in tal modo le condizioni per un successivo colpo di stato, che nella maggioranza d ei casi porta al potere i militari, fautori in genere di sistemi d i governo con matrice socia\-totalitaria. Come già v isto nel secondo periodo, le grandi potenze (S tati Uniti, Unione Sovietica ed anche la Cin a) intervengono nelle questioni interne come protagonisti mediati o non protagonis ti non indifrerenti, con motivazioni sia d a interesse che da vulnerabilità. Ciò contribuisce senza dubbio a moltiplicare i conflitti, se si consi dera l'a iuto ma teriale, psicologico ed ideologico da esse forni to a soggetti sprovvisti di suffi ciente forza intrinseca. 55 .. I conflitti interni dell'America Latina, dal canto loro, rispecchiano l'eterno contrasto tra forze progressiste e forze con servatrici. Tu ttavia la lotta d iviene man mano più asp ra e generalizza ta per l'influsso esercitato sui protagonisti dall 'ideologia comun ista, la quale,


per sua natura, riesce ad infiltrarsi con estrema facilia1 nelle strutture ad alto grado di vulnerabili tà politica, sociale ed economica. In Europa, i colpr di stato hanno lo stesso carattere di quelli del Sud-America, mentre le questioni interne riguardano in parte il blocco orientale (Cecoslovacchia e Polonia) ed in parte il blocco occidentale (Cipro, Ulster). Pet· la Polonia le cause sono esclusivamente economiche e quindi la questione si risolve nell'ambito dello stato. In Cecoslovacchia, per contro, alle spinte interne di autonomia nel campo economico e politico fa riscontro l'intervento militare diretto dell'Unione Sovietica che agisce, come nel secondo periodo, per motivaz;on i da vulnerab ilità. La rivoluzione culturale cinese, infine , rappresen ta un esempio unico di conflitto verticale interno che viene giustificato con l'affermazione della superiorità della rivoluzione su tutte le in terp retazioni che la società può dare alla rivoluzione stessa. Tale giustificazione non si accorda però con le accertate motivazioni d a vulnerabilità ch e spingono la parte al potere a scatenare la lotta contro altre forze interne che potrebbero minacciarne la su premazia. L'impiego d el! 'ideologia come giustificazione di comportamenti che nascondono motivazioni da in teresse o da vulnerabilità diventa man mano più diffuso per i soggetti di natura rivoluzionaria che si muovon o all'interno d i s trutture statali particolarmente deboli.

V. Conclusioni 56. · L'esame, effe ttuato per periodi significativi, dei '' perchè" della conflittualità n ell'ult imo trentennio ha messo in luce che la natura dei conflitti ha subito una trasformazione in seguito alla variazione delle cause che li hanno genernti. L'aspetto più significati vo di tale evoluzione si può individuare nel congelamento imposto dall'ipoteca nucleare ai conflitti di più elevato livello internazionale . All'eliminazione dei macroconflitti non ha fatto però riscontro un pari annullamento dei contrasti viòlenti e delle

tens ion i di carattere internazionale. La guerra fredda ed il processo di d ecolonizzazione hanno visto infatti tramutarsi in conflitti tra stati le va riazio ni strutturali che hanno fatto seguito alla seconda guerra mondiale. Ciò è avvenuto tuttavia nel rispetto dei sempre meno precari equilibri fra le due superpotenze, condizione indispensabile per scongiurare la d istruzione nucleare. Stabilizzati i rapporti est-ovest e terminate le guerre di decolonizzazione, la conflittualità di carattere interno ha subito una forte accelerazione. Le disfunzioni socio-economiche all'interno degli s tati hanno fatto accumulare un tasso di aggressività così elevato e così difruso da rendere inevitabili scontri violenti e tensioni. L'aumento asintotico dei soggetti attivi e le motivazioni ideologiche che hanno spinto all'azione una buona parte di essi si so no rivelati come elementi moltiplicatori ed hanno portato al limite della controllabilità i contrasti. 57. · Questo fenomeno non h a limitato i suoi effett i alle strutture statali in cui si è verificato. Esso h a assunto una vastità a tal punto rilevante da determin are variazioni negli stessi modelli di equilibrio. La presa di coscienza dei propri it1teressi e delle proprie vulnerabili tà da parte dei nuovi protagonisti s1 e accompagnata in misura crescente agli interessi ed alle ·vulnerabilità dei soggetti di maggior "peso " ed il confronto fra i vari poli delle relazioni internazionali si è arricchito di un aggetiivo (economico) in aggiunta a quelli tradizionali (politico, militare, ideologico). L'incremento dell'uso di mezzi quali il terrorismo, la violenza sociale e la guerriglia (propagandati da moderni mezzi di comuncazione) ha evidenziato tutte le vulnerabilità che una struttura statale presenta nei confronti delle varie forme di strategia indiretta. Inoltre la proliferazione dei colpi d i stato ha messo in luce la difficoltà di ricercare forme di governo che, al di fuori dei modelli tradizionali , siano in grado di soddisfare le esigenze di una società in rapid a evoluzione.

129

n


In sÌl)tesi, la tendenza generale delle tensioni e dei conflitti più recenti fa comp rendere di quanto si siano ridotte le possibilità di azione dei soggetti istituzionalizzati nei confronti di soggetti minori che nelle motivazioni scgget· tive e soprattutto nelle giusti ficazioni di carattere ideologico trovano la " forza " sufficiente per radicalizzare i contrasti di natura strutturale. 58. - Concludendo s~ possono fornire le seguenti definizioni : - si ha -un conf/illo ogni volta che un cambiamento di equilibri all'interno di un sistema rende incompatibili i contrasti di natura

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strutturale, fÌ no al moni.ènto dtenutÌ compò· nibili attraverso un compromesso tra le parti , inducendo ognuna di queste a sostenere i propri interessi e le proprie concezioni - a fronte di quelli altrui - con l'uso della forza o con l'impiego di altri mezzi coercitivi; - si intende per tensione una situazione nella quale i soggetti portatori di interessi contrapposti hanno la volontà di rendere i fattori di contrasto quanto più possibile compatibili, al fine di rendere evitabile un conflitto considerato dai soggetti come non conveniente per i propri interessi, senza peraltro rinunciare all'acquisizione di vantaggi ottenibili sul piano del confronto.


FORME, MEZZI E SVILUPPO DEI CONFLITTI ·SOMMARIO: I. Premessa (par. 59) - li. Il periodo 1945 - 1953 (60): a. - Forme assunte dai conflitti (61 - 64); b. - Mezzi adoperati nello svolgimento dei conflitti (65 - 67) - III. Il periodo 1954- 1963 (68): a. - Forme assunte dai conflitti (69- 71); b. - Mezzi adoperati nello svolgimento dei conflitti (72 - 73) - IV. Il periodo 1964 - 1974 (74): a . - Forme assunte dai conflitti (75 77); b. - Mezzi adoperati nello svolgimento dei conflitti (78 - 79) - V. Sintesi e conclusione (80- 85).

I. Premessa 59. - Il presente studio sintetizza, sotto il profilo del tipo di sviiuppo, le si tuazioni conflittuali verificatesi nel mondo dopo il 1945, riproponendosi di indicarne natura e tendenze. T ali situazioni sono state esaminate per quanto si riferisce alle forme assunte ed ai mezzi adoperati. In particolare, si è cercato di definire la loro localizzazione nello spazio, studiandone dimensioni, teatro operativo e spazio sociale, nel quale si sono svolte e la collocazione nel tem po analizzandone durata e fasi, per trarre elementi di valutazione in ordine al grado di intensità e ad eventuali modifiche dimensionali e di natura. L'esame, poi, dei mezzi variamente adoperati è risultato utile per configurare le tecniche di applicazione .della forza e di altri strumenti idonei a pro porre soluzioni all'incompatibilità tra i soggetti. E' apparso così utile ricercare l'a/onè di sofferenza caratterizzante talune conflittualità ed i destinatari della violenza. In conclusione, sulla base degli elementi portati in superficie dall'analisi, si sono tentate le definizioni apparse più rispondenti di "conflitto" e di "tensio ne", si è fornita una indicazione dimensionale delle situazioni conflittuali del periodo in esame e, infine, di quelle più recenti, sono state precisate le tendenze più significative nel tipo e natura.

Il. Il periodo 1945-1953 60. - Pochi elementi sono sufficienti per inquadrare un periodo che, pur breve, ma assai importante nella storia contemporanea, ha visto divenire operanti le linee tracciate sulla

carta geografica a Y alta da Winston Churchill sotto lo sguardo di approvazione di Stalin. Tali elementi sono costituiti dalla frattura in due blocchi rivali, la guerra fredda e il successivo assestamento dei confini delle zone d 'influenza, e dall'inizio della decolonizzazione. La fine del secondo conflitto mondiale ha segnato davvero una svolta determinante nei destini dell'umanità. E' tramontato il ruolo di grand i potenze degli stati europei mentre sono assurti ai massimi vertici Stati Uniti e Unione Sovietica. E' iniziata poi la presa di coscienza del diritto all a autodeterminazione da parte dei paesi coloniali. L'i nevitabile conseguenza è stata lo svilupparsi di due ordini di conflitti, uno legato alla tensione tra i due blocchi e un altro legato al mutamento dei rapporti tra potenze europee e paesi coloniali. Il primo ordine di conflitti ha interessato essenzialmente il continente euroasiatico (Praga, Berlino, Grecia, Iran, Corea), dove l'applicazione della dottrina Truman ai fini del containment ha portato al realizzarsi di un sistema di alleanze in funzio ne antisovietica e al rafforzarsi di legami politici mediante aiuti economici. Il seco ndo ordine di conflitti ha avuto iniziro con priorità in quei paesi già teatro operativo della seconda guerra mondiale (Nord Africa, Medio Oriente e Asia sud-orientale) dove le principali potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna, avvertita la loro vul·nerabilità, hanno reagito variamente, mal rassegnandosi al tramonto dei loro imperi.

131


a.

FORME ASSUNTE DAI CONFLITTI

61. · Passando all'esame delle forme assunte dai conflitti, il primo problema da porci è quello delle dimensioni da essi assunte. Da un punto di vista strettamente statistico si hanno, in questo periodo, 20 conflitti e tensioni di livello internazionale e 37 interne. In particolare: l'Europa è stata teatro di 4 conflitti internazionali (fra cui uno di livello mondiale, Berlino) e 3 interni; in Asia si sono avuti 5 conflitti internazionall' (di cui 3 definibili " macroconflitti ") e 8 interni; l'America Latina ha visto lo svilupparsi di 9 situazioni confliltuali, fra cui solo 2 a livello internazionale e ben 7 interne; nel Medio Oriente si sono registrati 18 conflitti, 6 internazionali e 12 a carattere interno (7 subnazionali e 15 colpi di stato); l'Africa infine è stata per il momento colpita solo limitatamente dal fenomeno della guerra, dato che vi si segnalano solo 5 conflitti (3 internazionali e 2 subnazionali). In sintesi, appare un elevato rapporto fra conflitti internazionali e conflitti interni (pari a 0,5) ed in particolare una conflittualità relativamente limitata nel continente africano.

sovranità limitata riduceva a mera lotta di potere una contesa che, in altre dimensioni, avrebbe sortito ben diversi effetti, ove il soccorso dell'Occidente si fosse manifestato in maniera più incisiva.

63. - La ricerca di una localizzazione spaziale della conflittualità (teatro operativo e spazio sociale) ha particolare interesse in questo periodo riguardo a situazioni di carattere interno. In Europa, ove gran parte dei conflitti è da addebitare a cause politiche conseguen ti all'assestamento d i una situazione concordata a Yalta e a Potsdam, si nota una dominante collocazione geografica nei Balcani. Generalmente la conflittualità nell'interno dei singoli paesi è stata localizzata in zone limitate, quali le capitali (come a Praga, nella prima questione interna cecoslovacca) e zone impervie (come la Grecia). Inoltre, in genere, la lotta ha avuto, dal punto di vista sociale, carattere o rizzontale. In Asia, ove le principali motivazioni dipendono dalla decolonizzazione, si ha una localizzazione spaziale diffusa nei singoli paesi e con una partecipazione ora di tipo verticale (nel minor numero dei casi), ora di tipo orizzontale. Nell'America Latina, i teatri operativi sono in genere localizzati nelle zone di 62. - E' esistita inoltre una spiccata tendenza confine (nei conflitti di frontiera) e nelle cada parte di alcune situazioni conflittuali di pitali (nei colpi di stato), con una dimensione passare da dimensioni interne a dimensioni sociale quasi esclusivamente orizzontale. più ampie, di livello statuale, quando non IL Medio Oriente si configura come un'area addirittura di livello internazionale o mondiffusamente interessata a situazioni confli tdiale (come ad esempio, le questioni paletuali, senza che vi, sia stata concentrazione in stinese ed indocinese e la tensione russo-jugozone limitate (se non attorno a Gerusalemme slava). Ciò è dipeso (e lo si è visto meglio ed al Cairo). In termini di spazio sociale è nell'ultimo decennio) tanto dalla eco crescente esistita una certa verticalità, almeno nelle queche i mezzi d'informazione procurano attorno stion i irakena ed egiziana, ove peraltro i centri a conflitti originariamente limitati, quanto, di potere hanno sviluppato feroci duelli tra e soprattutto, perchè solo in chiave interloro, conferendo alla lotta fisio nomia orizzonnazionale vengono richiamati gli interessi più tale. In Africa , infine, si è riscontrata nella ampi. Da segnalare tuttavia un caso nel quale conflittualità interna una localizzazione della si è voluto contenere le dimensioni della conlotta nei centri urbani, attorno ai centri di flittualità in termini strettamente nazionali: potere (Afrìca settentrionale) e limitatamente Praga 1948, divenuta simbolo (confermato a con una guerriglia di campagna (Africa settenBerlino) della frattura del mondo in due blocchi. In Cecoslovacchia, nel '48, infatti la/ trionale e Kenia). Ne è conseguita una generale o rizzontalità sociale dei conflitti, anche applicazione ante lilleram della dottrina della

132


in quelli nei quali l'accesso all'indipendenza risultava fra le motivazion1 di fondo. 64. - L'esame della collocazione nel tempo della conflittualità in ordine a durata e fasi porta a trarre elementi di consi,derazione scarsamente differenziati tra i cinque continenti. In Europa le durate minori (1-2 anni) si riscontrano in quei conflitti ove sono stati in gioco gli interessì sovietici (Praga 1948, Berlino 1948), mentre quelle maggiori si riferiscono a lotte alla cui base sussistono elementi storici o etnici. In Asia si ha una durata media superiore (4 anni), con fasi preconflittuali di origini sovente assai lontane nel tempo, fasi conflittuali brevi, ma esattamente collocabili nel tempo e fasi postconflittuali tendenti spesso al prolungamen to degli effetti. In America Latina i conflitti subnazio nali e statuali si sono risolti in termini di tempo che vanno da 3 ad 8 anni (con eccezioni a 13 anni del conflitto Honduras-Nicaragua). Le fasi appaiono, in genere, di difficile individuazione. Ancora minore appare la durata in Medio Oriente, ove le fasi conflittuali sono contenute mediamente in due anni, ma con un elevato grado di intensità. Quelle preconflittuali hanno un inizio difficilmente definibile (essendo legate al passato coloniale francese ed inglese). Bene localizzabili risultano quelle più propriamente conflittuali, mentre quelle successive non sempre esistono. Anche in Africa è possibile definire in due anni un valore medio di durata. Per quanto si riferisce alle fasi, sono sempre individuabili quelle dei conflitti d'indipendenza e dei colpi di stato; meno distintamente invece quelle pre e postconflittuali dei conflitti internazionali. Risulta , in sostanza, un quadro variamente colorato e non rispondente ad una regola unica generale, se non quella che prevede una contrazione di tempi per i conflitti che trovano l'Un ione Sovietica impegnata in prima persona. Questo fa tto risulterà confermato nei periodi successivi . Sempre con rife rimento alle fasi, si può fare ancora un a considerazione: non sempre esiste un post conflitto chiaramente

collocabile nel tempo, dal momento che molte questioni (specie in Medio Oriente e in Asia) sono conseguenti l'una dell'altra e non hanno soluzione ben definita .

b.

MEZZI ADOPERATI NELLO SVOLGIMENTO DEI CONFLITTI

65. - Da un sintetico esame si può rilevare come, di massima, il ricorso effettivo alle armi secondo una formula di guerra tradizionale sia avvenuto in maniera estesa solo in Asia (Corea, Cina ed Indoci na) . Tuttavia i mezzi violenti sono stati impiegati pressoché ovunque. E' iniziata l'applicazione sociale del terrorismo, mentre in materia di agitazioni e violenze di piazza le masse hanno proseguito l'apprendimento di tecnkhe che, nel terzo periodo, risul teranno molto perfezionate. Parimenti si ha la prim a applicazione combinata di mezzi e forme di violenza. Jn Europa, in particolare, il ricorso alle armi è avvenuto esclusivamente in Grecia, dove la guerriglia dell'ELAS ha avuto significato interlocutorio in attesa di scontri in campo aperto. In genere, si è avuta violenza essenzialmente psicologica integrata da mezzi tradizionali, soprattutto da parte dell'Unione Sovietica. Rilevante specie nelle questioni di Berlino, di Praga e russo-jugoslava, l'uso del ricatto economico, impiegato ad integrazione di mezzi di pressione politica. L'Asia presenta una gamma completa di mezzi violenti e non , dall e operazioni di guerra tradizio nale (Corea ed Indocina) al terrorismo selettivo (Cina '45-'49), dalle operazioni di guerriglia (Cina, Malesia, Indocina) alle agitazioni ed alle violenze di piazza (sommosse comunali in India nel '48-'49), dalle pressioni sul governo (Indocina) alla propaganda idelogica (Cina '45-'49). In America Latina il ricorso ad operazioni tradizionali non è avvenuto così macroscopicàmente come nel continente asiatico. Sono però stati impiegati mezzi violenti e non, dalle agitazioni di piazza al terrodsmo , dagli appelli ai militari ed alla popolazione alle pressioni politiche ed economiche. Si è fatto inoltre am-

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pio uso della minaccia dell'impiego di mezzi violenti (questione Guatemala - Honduras Britannico) e si è assistito anche ad un impiego lineare e progressivo di mezzi non violenti e di quelli violenti (questione Honduras - Nicaragua). Nel Medio Oriente il periodo è caratterizzato da insurrezioni, sommosse ed attentati, da scontri armati fra fazioni militari e da furiose azioni di guerra quali quelle registrate nella questione della creazione dello Stato d'Israele (battaglia di Gerusalemme e "operazione 1O piaghe"). In concreto, l'impiego dei mezzi di violenza, in Medio Oriente, non è stato solo minacciato, ma effettivo. L'Africa, in questo periodo, è scossa dai primi sussulti anticolonialisti e si assiste così a lotte armate fra potenze coloniali e movimenti di liberazione. Per i colpi di stato la violenza è stata più minacciata che effettiva. Nei confli tti internazionali il ricorso alla violenza diretta è stato molto raro. Diffusamente attuata, per contro, la propaganda ideologica. 66. - Esaminando il problema per quanto ha tratto con i destinatari della violenza si può osservare come i mezzi impiegati si siano tradotti in genere in azioni contro elementi ad alto grado di vulnerabilità o rappresentanti della parte avversa (come, in Indocina, gli attentati a civili e militari francesi, con lo scopo di provocarne la reazione: caso Haiphong) , in pressioni politiche contro uomini di governo (come, in Cecoslovacchia, i casi di Benes e Masaryk). Attuate anche azioni contro la popolazione, gruppi etnici e religiosi nelle colonie d'Africa e d'Asia (Marocco, Tunisia e Indocina) e in Medio Oriente (battaglìa di Gerusalemme. maggio 1948). Non sono mancate azioni nei confronti di regimi in carica e sulle forze armate (per esemp~o, in America Latina). Questo periodo è chiaramente caratterizzato da una vasta gamma di destinatari della violenza, che va dai governi in carica alle forze armate. Non c'è ancora però quell'azione rrofonda contro la popolazione che si avrà nei successivi periodi. Specialmente nei paesi co-

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loniali d'Asia e d'Africa il terrorismo colpisce già duramente fra gli strati sociali più umili, onde sollecitarne una partecipazione o al fine di evidenziare ai vertici la decisa volontà di perseguire i propri obiettivi. 67. - L'alone di sofferenza che ha circondato le situazioni conflittuali è stato particolarmente ampio ove la lotta non ha interessato orizzontalmente i soli centri di potere, ma dove vi è stata una partecipazione corale all'azione. Ciò si è verificato particolarmente in Medio Oriente (per esempio, nella questione della creazione dello Stato d'Israele) ove sia per gli Ebrei, in afflusso dalle varie parti del mondo, sia per le popolazioni arabe locali, il primo e più urgente problema era quello della sopravvivenza fisica, oltre al superamento del trauma derivante dall'aver perso un tetto e dal profilarsi d i un futuro quanto mai incerto. Anche nei paesi dell'Asia sud-orientale, duramente colpiti da conflittualità laceranti, l'alone di sofferenza ha avuto un'estensione notevole. Meno ampio, forse, il fenomeno in Africa, ove gran parte delle lotte è stata essenzialmente di tipo orizzontale fra i centri di potere.

lii. Periodo 1954-63 68. - Per caratterizzare questo periodo basterà ricordare come per ben due volte il mondo si sia trovato sull'orlo di un conflitto mondiale: Suez 1956 e Cuba 1962. Sono questi gli anni d i Krusèev, Eisenhower (e poi Kennedy) , Mac Millan, De Gaulle: i 5 Grandi. Sono anche gli anni <lell'eroismo ungherese, della guerra d'Algeria, dell'U 2 e del fallimento della conferenza al vertice (1960). Stalin è morto, la guerra di Corea è terminata e Mac Arthur, proconsole d'Asia, è stato prontamente richiamato prima che il suo atteggiamento potesse compromettere l'equilibrio fra le due superpotenze. L'avvenimento più clamoroso che apre questo periodo è la sconfitta francese di Dien Bien-Phu, ove, per la prima volta, un esercito di bianchi, simbolo di una grande potenza coloniale, è stato sconfit to da uomini di colore, miseri e male ar-


mati. Come non intuire che la vittoria degli asiatici moltiplicherà il coraggio dei popoli che in Africa vivono ancora sotto il giogo coloniale ? Nel 1953 ci sono solo quattro stati africani all'ONU, cinque anni dopo ve ne sono più di una trentina e la loro influenza è considerevole. Successivamente diminuirà, ma ora l'Occidente sembra credere che il Terzo Mondo incarni la coscienza morale. Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica si sforzano di attirare, ciascuna nel proprio campo, le piccole nazioni, ieri ancora sconosciute, meravigliate e felici oggi di scoprirsi all'improvviso tanto importanti. L'Unione Sovietica poi comincia a pensare soprattutto alla Cina Comunista, con la quale, verso il 1959, iniziano a sorgere serie difficoltà; e Kruscev ritiene giunto il momento di sondare in modo pacifico gli Occidentali, non solo per avere le mani libere all'est, ma anche per affrettare la modernizzazione dell'Unione Sovietica. L'incidente dell'U 2 (maggio 1960) fa però fallire la Conferenza al vertice, mentre la secessione katanghese, e poi la morte di Lumumba, scuotono profondamente le Nazioni Unite. L'episodio della baia dei Porci (aprile 1961) e più ancora quello macroscopico di Cuba (ottobre 1962) mostrano gli Stati Uniti determinati a voler mantenere l'equilibrio nel cémtinente americano, sia pure con il gravissimo rischio di far esplodere un conflitto mondiale. Gli accordi di Evian (marzo 1962) nel quadro della decolonizzazione segnano, con la dichiarazione d'indipendenza algerina, la fine di un certo tipo di politica imperialista, che non trova più i favori dell'opinione pubblica occidentale. Infine, questo periodo vede, nel quadro di una politica di containment attivo, il progressivo inserimento americano nell'area dell'Asia sud-orientale.

a.

FORME ASSUNTE DAI CONFLITTI

69. - Volendo definire la conflittualità del periodo dal punto di vista della dimensione si possono registrare globalmente 72 conflitti (con un aumento di circa il 40% rispetto al periodo precedente), di cui 23 internazionali e 49 (più

del doppio) interni. Da notare che i colpi di stato sono 24 (10 ·invece nel primo periodo). Non sono mancate, inoltre, le situazioni conflittuali evolute pericolosamente in senso mondiale: in questi anni sono state due. Se si esamina la situazione dal punto di vista delle principali regioni del mondo si rileva che: - in Europa, ove l'elemento principale di conflittualità è dato dalla volontà sovietica di conservare e rafforzare le posizioni conseguite, si hanno 4 conflitti internazionali e 6 interni; - l'Asia turbata da tensioni derivanti sia da mutamenti socio-economici (problema del sottosviluppo), sia dall'inserimento del partiti comunisti, sia da problemi di frontiera, è colpita da 4 conflitti1 internazionali e da 6 interni; - in America Latina, ove il fermento nella zona caraibica è sollecitato da una politica estera -sovietica particolarmente attiva, si assiste allo svilupparsi di una ventina di conflitti, fra cui il noto "affare" di Cuba (ottobre 1962), e di ben 13 colpi' di stato, che interessano l'intero continente; - in Medio Oriente, gran parte della conflittualità è interna; le sole questioni di Suez (1956) e del Libano (1958) hanno vistosi risvolti internazionali; - l'Africa, infine, vede triplicato il numero dei conflitti, in maggior parte di livello ·internazionale, ispirati ai gravi · problemi connessi con il raggiungimento dell'indipendenza. Si conferma, anche in questo periodo, la tendenza delle principali situazioni conflittuali ad internazibnalizzarsi. Si vedano, ad esempio : la questione indocinese, che-raggiunge nel quadriennio 1959-62 il livello statuale; la questione di Suez (1956) che fa rischi'a re al mondo il rogo nucleare; ed il problema dell'indipendenza di Cipro, che richiede l'intervento delle Nazioni Unite. 70. - La ricerca della localizzazione spaziale dei conflitti interni (teatro operativo e spazio sociale) non appare difficile ove si rammentino le principali cause e le condizioni ricorrenti. In Europa, ad esempio l'atteggia·


mento politico e strategico russo e gli ultimi sussulti coloniali configurano una conflittualità localizzata in Europa centrale (Polonia ed Ungheria) e i11 Mediterraneo (G ibilterra e Cipro) e sviluppantesi essenzialmente in senso verticale. In Asia la lotta interna è essenzialmente orizzontale fra centri di potere (si vedano ad esempio, il Laos e l'Indonesia), sviluppata nel quadro di una frenetica deco lonizzazione e di un'insistente penetrazione comunista. L 'America L'a tina invece presenta aspetti conflittuali di netta verticalità nella sola questione interna cubana , nella quale il tentativo di rendersi ind ipendente dagli Stati Uniti s i svolge in un teatro o perativo esteso all 'intero paese; per contro la lotta per il potere negli stati sudamericani (ben 13 sono i colpi di stai o) assume una fisionomia p rcssochè esclusivamente orizzontale. Anche nel Medio Oriente prevale l'orizzontali tà dello spazio sociale della lotta, con un 'estensione del teatro all 'intero paese (si vedano la questione interna di Aden, quella d ello Yemen, quella d ei Curd i e co sì via). L'Africa presenta infine situazioni conflittuali di ti po verticale e diffuse estesamente nei singoli paesi (quali l'Algeria e Kenia, o ve peraltro, oltre alla lotta tra la base e il centro, cioè la po tenza coloniale, si è sviluppata una sorda lotta Orizzontale tra i leaders nazio nalisti). Tutte le questioni razziali del periodo. inoltre, localizzate in Ruanda Urundi, Sudan e Sud Africa. sono d a considerarsi di tipo orizzontale. 71. - Dal punto di vista della collocazione nel tempo, in ordine alla durata delle lotte si possono fare le seguenti considerazioni: in Europa, essenzialmente nulla di diverso da quanto emerso nel primo periodo; in Asia, una durata di 3 anni , leggermente inferiore quindi a quella precedente; in America Latina, 2-3 anni per tutti i conflitti (esclusi naturalmente i colpi di stato), salvo la questione interna venezuelan a, che s i prolunga oltre 7 an ni e la ques tione cubana d el '62, che durn invece 6 soli mesi.

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In Medio Oriente si assiste in generale ad un prolungarsi nel tempo delle situazion i conflittuali rispetto al primo periodo: si p arla di 4 e in taluni casi di 5 anni (questio ne di frontiera Aden - Yemen, problema dei Curdi, questione giordana); inoltre, si nota come i conflitti per l'indipendenza dalla G ran Bretagna si svolgano in archi temporali maggiori d i quelli del primo periodo. L'Africa infine fo rn isce dati estremamente diversi tra loro. Quasi istantanei e ad alto grado d i in tensità i confli tti per l'indipendenza, intorno al 1960 (ad eccezione del Congo, a lungo e intensamen te travaglittto), mentre nel quinquennio precedente erano stati più lunghi. Da uno a 4 ann i invece dura no le lotte razziali e le guerre internazionali. Per le fasi s i conferma quanto già d etto per il primo periodo.

b.

MEZZI AOOl'ERATI NELLO SVO LGIMEN·

TO DEI CONrLI TTI

72. - Complessivamente il periodo appare caratterizzalo d a u n impiego esteso e intenso di mezzi violenti. Operazioni di guerra tradizionale sono state condotte in Medio O riente, in Indocina, nei Ca raibi, in Africa e in Europa orienta le. La guerriglia si è im posta efficacemente in tutti i lcalri operativi, particolarmente in Medio Oriente. Fra i mezzi non violen ti si sono estesi la propaganda ideolog ica, il richiamo alla opinione pubblica mondiale e la pressione economica. Da noti1 re che almeno in u n caso la minaccia dell'impiego dell'arma nucleare è stata d eterm h1ante ai fìni della soluzione della situazione con flittu ale (Cuba '62). Dall'esame più particolare, riferito alle diverse regioni del mondo risulta quanto segue: - in Europa, sia pure in maniera contenuta. le prime manifestazioni di lotta non convenzionale si sono avute in Alto Adige e a Cipro. In Polonia e in Ungheria le agitazi on i di piazza e i sommovimenti popolari sono sta ti spontanei e non st rumentalizzati. A Cipro il contrasto è sfociato q u asi subito in confronto armato tra-


dizionale, integrato da attentali. Pressioni economiche sono state effettuate (più che altro a scopo rappresentativo) dalla Spagna per Gibilterra: - in Asia si passa da forme di guerra tradizionale (come nella questione del contenzioso confinario indiano-cinese e nella questione dello stretto di Formosa e delle isole Quemoy) integrate da propaganda ideologica, alla lotta rivoluzionaria (si veda l'annuncio ufficiale dato all'aprile 1959 da radio Hanoi circa la costituzione del FNL) al terrorismo (si veda il Vietnam); - anche in America Latina si fa uso della intera panoplia conflittuale, dal blocco navale (azione contro risorse) e dalla di ssuasione nucleare esercitati a Cuba nel '62 alle operazioni di sbarco nella baia dei Porci' (1961), dalla guerriglia sulle Sierre dell'America cen trale contro governi dittatoriali a pressioni economiche (questione San Domingo -Venezuela); - nel Medio Oriente il fatto caratterizzante è la comparsa della guerriglia , adottata soprattutto negli Stati del!' Arabia meridionale (Yemen e Aden) nei confronti con la Gran Bretagna. E' questo un mezzo di lotta che, sebbene lentamente, dimostra di produrre risultati notevoli e quindi viene sfruttato in maniera crescente, specialmente dai Curdi, dai Palestinesi e nello Oman. Non mancano naturalmente operazioni di guerra tradizionale (vds. l'eclatante azione a Suez nel 1956); - l'Africa è caratterizzata in questo periodo dalla lotta dei movimenti di liberazione contro le potenze coloniali (No rd Africa e Congo) e da diatribe interne, anche di carattere razziale (si ricordi in proposito l'importanza in Africa dei valori etn!ci). Si ha quindi l'impiego di ogni mezzo violento e non, in taluni casi in maniera indiscriminata (Congo , Ruanda). in altri con intermediari (Nord Africa e Congo). Frequente il ricorso alla guerriglia (famosa quella kikuiu in Kenia). 73. - Riguardo ai destinatari della violenza si assiste in questo periodo ad un più esteso ampliamento della gamma. Si passa infatti dai rapimenti di personalità nazionali o straniere,

attuati nella questione interna cubana (1956-59), ad azioni contro la popolazione, quali la segregazione razziale che caratterizza la questione dell'apartheid in Sud Africa e le deportazioni conseguenti ai fatti d'Ungheria ( 1956), dalla azione contro risorse (blocco navale a Cuba e interruzione di transito a Suez) a quella contro clementi materiali ad alto grado di vulnerabilità. Profondamente doloroso ed esteso è risultato quindi l'alone di sofferenza che ha contornato la conflittualità del periodo. Dai deportati ungheresi del l 956 alle segregazioni razziali sudafricane, dallo strazio del popolo palestinese alla disperazione israeliana di morire per crearsi una patria, dai pianti dei profughi vietnamiti alla rabbia dei "pieds noirs " francesi, tutto ciò configura un accumularsi di do]ore che incancrenisce quelle situazloni che potrebbero, forse, anche essere risolte. L'estendersi di tale alone rende difficile la delimitazione esatta in profondità delle fasi postconfli ttuali (soprattutto nelle questioni del Medio ed Estremo Oriente). In sintesi, c'è in questo periodo un accenno di partecipazione da parte dell'opinione pubblica mondiale ai drammi che colpiscono ora questo ora quel paese. Si cerca di assumere un atteggiamento più attivo, per lo più da parte della classe intellettuale e degli studenti di molti paesi. Ciò avrà notevole peso nel successivo periodo.

IV. Il periodo 1964-1974 74. - E' il decennio del disgelo e del riavvicinamento tra i blocchi, della fine della partecipazione americana alla guerra nel Vietnam. del riconoscimento della realtìi cinese e ciel pressochè completo raggiungimento dell'indi pendenza da parte dei paesi coloniali. Ma è anche il periodo del Biafra. dei sanguinosi attentati palestinesi, dei carri armati a Praga , degli assassinii politici in Ulster, dei sussulti colonialistici portoghesi, dell'acuirsi della lotta in Medio Oriente, del ricatto del petrolio e della violenza sociale più esasperata. Nixon a Mosca. Breznev a New York. Ni xon a Pechino, Ki ssinger al Cairo ed a Tel Aviv:

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tutto ciò può apparire un intreccio rassicurante di costruttive attività politiche. Purtroppo invece la conflittualità di questo periodo è mostruosamente ingigantita rispetto agli anni precedenti e in taluni teatri operativi la lotta è radicalizzata al punto che si parla ormai più di gestire il conflitto che di risolverlo. Si veda appunto la situazione nel sud-est asiatico, ohe dopo Dien Bien-Phu ha conosciuto l'impegno crescente americano, fi no al completo disimpegno del gennaio '73, senza che, peraltro, venissero ristabili ti i presupposti per effettive condizioni di pace nella regione. Analogamente, l'altra situazione esplosiva mondiale, quella del Medio Oriente, ha registrato in questo decenni'o l'urto fron tale dei contendenti per ben due volte, senza tuttavia lasciar intravedere realistiche possibilità di componimento. Né si può dire che negli altri continenti siano sorte serie prospettive di accordo ove si consideri la lacerante guerra civile etiopica, le esplosi'Ve situazioni in talune repubbliche sudamericane (Cile, Argentin a, Bolivia, ecc.) ed il dualismo greco-turco sul problema cipriota. Non si dimentichino infine le tensioni nel campo monetario ed in quello energetico. In sintesi, la conflittualità del 3° periodo, se si escludono poch i e limitati casi, è ancora viva realtà dei nostri giorni. Comprenderne appieno la tematica può apparire ambizioso, ma tentativi di adombrarne gli aspetti più macroscopici possono essere util i.

a.

F ORME ASS UNTE DAI CON FLITTI

75. - Si è accennato in precedenza all 'espandersi della conflittuali tà. Si registra infatti, rispetto al precedente periodo, un forte incremento: si passa da 72 ad oltre 100 conflitt i. E mentre la confli ttu ali tà in ternazionale permane generalmente costante (24 conflitti) esplode quella interna (78 conflitti ), a conferma appunto di quella lnteriorizzazione e radicalizzazione dei contrasti, causa di tante diffi coltà per la loro composizione. Esaminando la problematica in termini dimensionali per continente, si tilevano i seguenti dati :

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- l'Europa è in teressata a 8 situazioni confli ttuali, per lo più interne (ben 4 sono i colpi di stato, limitati però a paesi con scarso grado di sviluppo sociale); - l'Asia e l'Estremo Oriente ne registrano 14, 7 di livello internazionale e altrettante interne, a conferm a di una costante conflittuali tà in tutto l'arco dei trent'anni; - in America Latina (21 conflitti) c'è un'esplosione di colpi d i stato per quella precarietà soc iale e politica cui ·si accennava in precedenza, tipica del continente sud-americano; - nel Medio Oriente scema decisamente la conflittualità interna (4 conflitti) mentre si mantiene costante quella internazionale (5 conflitti) , che assume il carattere di maggiore pericolosità, dal momento che evolve verso dimensioni mondiali; - l'Africa è testimone, per contro, di un esteso manifestarsi di questioni interne (ben 44), mentre la conflittualità internazionale diminuisce rispetto al precedente periodo. 76. · La localizzazione spaziale (teatro operativo e sp azio sociale) della conflittualità di carattere interno consente di · rilevare come, di massima, i teatri operativi in teressino per intero i singoli paesi e si tenda, per buona parte, ad una certa verticalità di lotta. Ciò potrebbe significare, con l'interiorizzazione dèi confli tti, un estendersi della piattaform a partecipativa, quale dimostrazione di un'accresciuta presa di coscienza del senso dello stato e di aspirazioni libertarie. Questo discorso può essere valido · particolarmente in Europa, ove le principali questioni interne (Cecoslovacchia '68, Alto Adige '66-70, Polonia '71, Ulster) hanno una base territori ale di lotta estesa all'intero paese e un'estrema verticali tà in materia di spazio sociale. L'Asia presenta forse solo parzialmente gli aspetti citati. La rivoluzione cinese infatti (1966) è un fa tto di massa, che ha interessato tutto il paese e, direi, verticalmente. Ma la questione interna indon·esiana si è risolta in lotta fra centr i di potere; analogamente la questione thailandese (1 965); non così , forse, la guerriglia nel Sarawak, che ha opposto una buona fetta


della base ai vertici. L'America Latina registra ben 15 colpi di stato e gravi problemi socio-politici interni, quali, per esempio, quello dei "tupamaros" uruguaiani e di altre formazioni politiche simili in tutti gli altri paesi. Il teatro operativo della lotta non è esteso e si limita ai punti sensibili (capitali e città principali). La partecipazione non è sempre corale. La conflittualità si sviluppa per lo più orizzontalmente. In Medio Oriente la conflittualità intern a ha essenzialmente carattere orizzontale (esclusa forse il problema curdo) dal momento che configura una lotta fra centri di potere. 77. - L'esame della collocazione nel tempo (durata e fasi) porta a confermare gran parte delle considerazioni tratte allorchè ci si riferiva ai periodi precedenti. Di massima, però, si nota una diminuzione della capaciltà di sopportazione ed un aumento, per contro, del grado di intensità soprattutto delle lotte a base sociale ed etnica. · Passando ad un esame più particolareggiato, si può rilevare che: - in Europa, il ri petersi delle s'tuazioni conflittuali fr a Grecia e Turchia e la loro durata porta a confermare come siano dr difficile e lunga soluzione quelle che affondano le loro radici in motivazioni storiche ed etniche. Sono invece più brevi quelle legate agli interessi sovietici (per esempio, Praga 1968) che tendono a mettere l'osservatore di fronte al fatto compiuto; - in Asia, se si eccettua il con flitto vietnamita , la durata media è di 2 anni. Si ha così, rispetto al primo periodo, una costante e progressiva diminuzione della durata. Invece i1 grado di intensità risulta crescente ed ha punte quasi parossistiche; - in America Latina si ha una durata di 3-5 anni , con un aumento nei confronti del periodo precedente; - nel Medio Oriente la durata di tutti i confli tti è assai limitata; in alcuni casi, anzi , è di pochi giorni , ma con una enorme quantità d; energia spesa nell'unità di tempo. Un cenno specifico merita la questione arabo-israeli ana

che, contraddistinta da quattro conflitti ben individuabili nel tempo, per altri versi ~i può dire che non abbia limiti di durata; - in Africa si hanno valori diversi da una situazione all'altra; la questione dell'indipendenza delle colonie portoghesi dura da 10-12 anni, quella sudafricana è ancora in corso, come pure quella rodesiana. Passando a definire le fasi, si possono fare queste considerazioni: le fasi preconflittuali, generalmente non sono determinabili con esattezza; quelle conflittuali , sono invece ben localizzabili; le fas i postconflittuali, come già nel secondo periodo, tendono al prolungamento degli effetti. Alcune sono attualmente in corso.

b.

MEZZI ADOPERATI NELLO SVOLGIMEN· TO DEI CONFLITTI

78. - Caratteristico di questo periodo è l'irnpiego di mezzi non violenti combinato con quelli violenti. Ci si riferisce, per esempio, alle pressioni esercitate variamente sull'opinione pubblica e al ricatto economico fatto scattare in occasione dell'ultimo conflitto arabo-israeliano a carico dei paesi europei industrializzati, in sistema con attentatr e stragi. L'arma economica, in particolare, si sta rivelando un formidabile strumento. Esaminando il problema per continente si rileva: - in Europa il ri'corso alle armi è stato registrato solo a Cipro. Si è diffuso maggiormente, invece, quello a forme di lotta non tradizionali: attentati e terrorismo in Alto Adige, a Cipro e soprattutto nell'Ulster; - in Asia si assiste ad un impiego esteso di tutti i mezzi, da quelli violenti tradizionali nel contenzioso confinario russo-cinese, nel Bangla Desh e soprattutto nel Vietnam, alle operazioni di guerriglia e al terrorismo in Malesia, in Vietnam, a quelli non violenti come la propaganda ideologica esercitata nei confronti della opinione pubblica mondiale al fine di un disimpegno americano nel sud-est asiatico; - nell'America Latina non risultano particolari differenze rispetto al periodo precedente: - in Medio Oriente le forme di violenza più largamente impiegate sono quelle di guerra con-

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venzionalc nei due conflitti a rabo-israeliano e di guerriglia n ella questione arabo-palestinese. Di rilievo, in quest'ultima, il ricorso a stragi e al terrorismo indiscrim inato e, fra i mezzi non violenti, il ricatto petrolifero. 79. - In relazione ai destina/ari della violenza i m ezzi impiegati nel terzo perrodo si sono tradotti in tre tipi d i azioni. Innanzi tutto le azioni contro elementi m a teriali ad alto grado d i vulnerabilità. Si p re ndano, come esempio: gl i a ttentati ter roristici attuati nella questione dell 'Ulster; i rapimenti di p e rsonalità effettuati nella quest ion e interna uruguayana (1968); le forme di pirate ria aerea attu ata in sistema con la questione arabo-palestinese (ma anche di altre); la propaganda ideologica sviluppata dai partiti comunisti sull'opinione pu bblica a car ico d ella partecipazione USA alla guerra in Vietnam. In secondo luogo, si registrano azioni contro la popolazione: d istruzione di gruppi d i popolazione effettuata nelle queston i del Biafra ('6 7-70) , del Bengala O r ientale e del Bangla Dcsh (dicembre 1971). In terzo e ulti mo luogo vanno registrate le azioni con tro le risorse, quali l'embargo praticato nella questione biafrana ; e le interruzioni d el transito realizzate in occasione del conflitt o arabo-israeliano del 1967. Anche in questo periodo risulta esteso e doloroso l'alone di sofferenza a margine dei conflitti . Par ticolarmente marcato appare n ella questione biafrana e nelle altre question i razziali d el continente africano. Di livello inaudito, poi. si ritie ne sia nella penisola ind ocinese, ove 30 anni di guerra , impedendo uno sviluppo d i vita al lim ite più in fi mo della accettabilità , stanno lasciando u n segno sui milioni di p rofughi vietnamiti , cambogiani e laotiani, c he difficilmen te potrà essere cancella to. Analoga è la situazio ne palestinese, che vede migliaia di' famiglie accantonate in cond izioni subumane e ormai d a generazioni in ·ambienti ove l'odio è come l'aria che si respira. Si compre nde così come il con flitt o possa essere l'anello fìnale di una catena di even ti ma-

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turati in limiti di tempo più o me no brevi.

V. Sintesi e conclusione 80. · La seconda guerra mondiale ha segnato una ta ppa fondamen tale nella storia dell'umanità, tanto che il 1945 è l'anno ch e dà in izio ad una nuova epoca, quella d el dopoguerra. E' a questa epoca, di circa un trentennio, costellata di ben 250 situazioni conflittuali, che è stato dedicalo lo studio. Si' deve riconoscere che si è assistilo ad una costante evoluzione dell a conflittualità, non tanto forse negli elemen ti della " durata" e delle "fasi ", quanlo invece n elle d imensioni assunte e soprattutto nei mezzi adop erati. Ne è derivata una r apida obsolescenza di dottrine strategic he c he pure erano uscite vincitrici dal secondo confli tto mondiale. ln particolare, l'esame dei mezzi adoperati h a rivelato come si sia addivenuti nel corso degli a nni ad una tecnica d'impiego veramente raffinata . Direi anzi che in materia di p ropaganda ideologica e d i terrorismo c'è al mondo chi è più avanti di altri. E' chiaro o rmai che c'è chi ha capito quali debbano essere i veri destinatari della violenza e quali persone o gruppi sociali siano par ticolarmente v ulnerabili. L 'andamento d elle battaglie sul cam po ha conseguentemente un valore relativo. L a guerra del Kippur lo può insegnare. Un altro fattore che è apparso degno della massima a tte nzione, se si vogliano dedurre alc une spiegazioni d alla storia recente, è costituito dall' "alone di sofferenza", che contorna quali pi ù quali meno la m aggior parte dei conflitti e che è stato fino ad ora uno degli elemen ti più trascu rati dagli studi strategici. E' proprio questo alone che marc hi a a fuoco l'a n imo di c hi è colpito, d i chi è fru strato nei se n timen ti p iù cari, di chi vede calpestate le pr opri e asp irazioni. Esso è alla base d i certe situ azioni conflitt uali c he all 'osservatore disattento a ppaiono sorgere improvvise e senza apparente motivo. E' l'alone di sofferenza la parte immersa dell'iceb erg, che straziando generazion i su generazioni fa matmare gli eventi in modo tale che l'esplosione di un


conflitto è poi solo l'anello finale della catena. 81. · Alla luce degli avvenimenti ciel trentennio 1945-74, quale può essere allora una definizione di conflitto e di tensione ? Se si elesse fede ali 'affermazione di Bertrand Russe!: " Lascia perdere, quel che accade nel mondo non dipende da te. Dipende dal Sig. Krusciov, dal Sig. Mao, dal Sig. Foster Dulles. Se loro dicono "morite", noi morremo, se dicono "vivete" noi vivremo", credo si addiverrebbe ad un tipo di definizione fatalistica e piuttosto semplicistica. Ritengo invece che l'ultimo concetto espresso in merito all'alone di sofferenza possa servirci meglio. E' stato scritto da taluni che la conflittualità è un fenom eno ambientale , dovuto all'instabilità socio-politica in cui vive il mondo e alle ideologie che vi si diffondono. Allora ci si può chiedere in quale misura si è condannati a fare la guerra proprio dall'ambiente. E facendo riferimento a casi concreti, in quale misura arabi ed ebrei sono condannati alla ormai trentennale conflittualità che li strazia ? Analoga domanda possiamo porci per il sudest asiatico, per l'Ulster, per Cipro, per il Kurdistan. Ritengo allora si possano tentare le seguenti definizioni : - Conf[ìtto: situazione di massima estrinsecazione di un'i'ncompatibilità d'interessi preesistente, che determina un'accelerazione e una intensificazione di azioni ostili fra i soggetti, con un impiego della forza fatto non necessariamente sul campo e sovente (specie ove esista forte asimmetria fra i soggetti) a carico di estranei o innocenti e di mezzi violenti tendenti a mobilitare a proprio favore strati i più ampi possibili dell'opinione pubblica. - Tensione : situazione preliminare o sostitutiva o successiva di un conflitto in base alla quale l'estrinsecazione della incompatibilità di interessi viene gestita accumulando posizioni favorevoli in campo politico, ideologico, ed economico, ove sussista la probabilità di uno scontro, oppure tentando accordi (anche se parziali) ove si cerchi di evitare il confronto armato oppure garantendosi lo sfruttamento

completo di eventuali vittorie e limitando i danni subiti ove si concluda una vertenza armata. Ne discende, nel caso intermedio, un valore utile delle tensìoni, dal momento che l'accesso allo scontro può venire sbarrato o comunque almeno dilazionato, in attesa di una non impossibile composizione della disputa. 82. · In ordine alle dimensioni con cui si sono presentati conflitti e tensioni nel trentennio, ritengo si possa affermare come oltre il 70 per cento abbia carattere interno · (subnazionale o colpo dl stato) a seguito di una progressiva interiorizzazione a partire dal '45, nonchè a seguito dell'aumento delle motivazioni sociali .della conflittualità. E' da notare peraltro quanto si& rilevante quella parte di conflittualità interna evoluta in senso internazionale. Ciò è capi tato in genere nei conflitti da decolonizzazione (Palestina, Cipro, Indocina, Congo), ma non in quelli in cui è stata direttamente interessata l'Unione Sovietica (Praga '48, Polonia '56-'58, Ungheria '56, Cecoslovacchia '68). Sul piano della dimensione mondiale si è mantenuto un assetto sostanzialmente stabile. Anzi va rilevato che la tensione fra le maggiori potenze, basata sull'equilibrio strategico nucleare, è rimasta allo stadio di conflitto potenziale ed ha inoltre contribuito a ridurre il numero e la gravità dei confronti mondiali (solo 5 in tutto il trentennio). 83. · Qualora si volessero trarre delle considerazioni in merito alla / requenza dei conflitti, risulta possibile affermare che sono essenzialmente tre i teatri interessati a ritorni conflittuali : Indocina, Medio Oriente, Cipro. Alla cui base sussistono motivazioni storico-social i, legate in partenza alla decolonizzazione. Tn merito alle tendenze più significative constatate nel tipo e nella natura delle conflittualità più recen ti, sono del parere che stiamo assistendo ad un fenomeno singolare, quello della partecipazione richiesta a mezzo di una sistematica propaganda ideologica e, se neces· sario, di un diffuso terrorismo. In pratica, la

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partecipazione viene sollecitata al punto che

il genocidio di una tribù al centro dell'Africa balza quale problema di primo piano a Stoccolma come a Parigi come a Timbuctù. Gli attentati palestinesi' contro innocenti ed in punti lontani dal deserto del Sinai sono una maniera di fare la guerra come lo è un contrattacco al Passo di Mitla. li petrolio poi si è dimostrato un mezzo efficacissimo per convincere avversari e spettatori sulla bontà delle proprie tesi. La conflittualità si è talmente orientata in tal senso che si sta creando un senso di responsabilità a livello di opinione pubblica mondiale, che ritiene doveroso intervenire tanto a proposito del Bangla Desh, come del genocidio degli lbo, come della strage di My Lay. Lo dimostra la riluttanza attuale del Congresso americano, sollecitato dall'opinione pubblica, a proposito di un eventuale reimpegno, anche solo finanziario, nel sud-est asiatico. 84. - Un'altra tendenza particolare dei conflitti risulta inoltre facilmente constatabile negli ultimi tempi: quella cioè di addensarsi lungo linee dette fronfi di aggressività collettiva. Tali fronti potrebbero essere ideologici, razziali o etnici e potrebbero trovarsi fra gli stati o anche negli stati. Essi non sono continui e talora presentano una certa profondità, dovuta a sovversione interna o guerriglia. Alcuni studiosi ne hanno individuati nove: nord-a/ricano, fra Africa settentrionale bianca e islamica e Africa centrale nera; sud-africano, fra Africa australe bianca e Africa centrale nera; nord-americano, fra America settentrionale bianca e America centrale e insulare; sud-americano, attraverso gli stati a etnia bianca dominante; nord-asiatico, fra la Cina ed i suoi vicini asiatici; est-asiatico, fra mondo bianco e mondo giallo; af ,o-asiatico, essenzialmente religioso, fra il mondo arabo e islamico e le

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altre etnie bianche; est-europeo, fra il mondo occidentale e quello comunista; nord-irlandese. 1n particolare, si nota come la conflittualità più recente, e cioè i primi sette fronti, tenda a disporsi nel senso nord-sud, mentre i vecchi conflitti armati si sviluppavano, in genere, lungo i paralleli, in spazi climatici simili, nell'asse delle grandi pianure e dei mari interni. Ritengo, infine, si possa fare un'altra osservazione, sempre in ordine alle tendenze più significative: è tipico degli ultimi anni il ricorso alla tensione gestita, a volte di comune accordo tra le parti, in maniera tale da evitare il baratro del conflitto armato e consentendo contemporaneamente ai governi interessati di stornare l'attenzione dell'opinione pubblica da problemi interni di rilievo. E' in certo senso una situazione di stallo e di per sé pericolosa. ma recentemente è parsa dare discreti risultati. 85. - In sintesi, trent'anni di pace guerreggiata o, se si preferisce, di guerra "nonostante la pace", hanno significato molto nella storia dell'umanità. La conflittualità si è perfezionata ed è evoluta verso impieghi combinati di mezzi violenti e non violenti. Questi ultimi, in particolare, come stanno indicando le tendenze più recenti, hanno assunto un ruolo che, nel quadro della gestione dei conflitti, appare insostituibile, ove non si voglia accedere al confronto armato. Si rileva poi come la piattaforma parteci'pativa, soprattutto indiretta ed emozionale, si vada allargando. L'opinione pubblica che è colpita vivamente dall'impiego indiscriminato di certune forme di lotta, quali l'attentato, la strage ed il ricatto economico, intende avere un peso nell'attività decisionale dei vertici, vuole contare qualche cosa iln più. In concreto, essa aspira a che le rassegnate parole di Bertrand Russe! possano essere vigorosamente smentite.


i:$1T0 E SOLUZIONE Oi:I CONFLltTI SOM MAR IO: I. Le conclusioni dei conflitti nella regione europea (parr. 86 - 90) II. Le conclusioni dei conflitti' nella regione medio-orientale (91 - 93) - II!. Le conclusioni dei conflitti nella regione africana (94 - 98) - I V. Le conclusioni dei conflitti nella regione dell'A sia e dell'Estremo Oriente (99 - 100) - V. Le conclusioni dei conflitti nella regione de/l'America Latina (1 01 - 105) - VI. Considerazioni conclusive (106- 107).

I. Le conclusioni dei conflitti nella regione europea 86. - Le form e di soluzione delle situazioni conflittuali registrate in Europa sono state prevalen temente pacifiche nel primo periodo (tranne in Grecia e in Cecoslovacchia, dove la parte vincente ha conseguito la supremazia con atti di forza) come pure nel secondo perlodo (tranne in Ungheria, dove l'opposizione è stata stroncata). Sono invece state prevalentemente coercitive nel terzo periodo (tranne in Alto Adige), anche supponendo che le questioni ancora aperte si concludano tutte pacificamente. Tale cambiamento si può ricollegare alla tendenza all'interiorizzazione dei conflitti e con i tipi di soggetto che hanno agito nei vari periodi. Esso si spiega inoltre tenendo conto soprattutto della differenziazione delle cause di contrasto. In genere infatti a motivi prevalentemente politici è stato possibile ovviare con. trattative diplomatiche. Dove si sono riscontrate cause storiche o etniche o sociali o psicologiche, il contrasto è invece stato risolto solo imponendo determinate condizioni a una delle parti o a entrambe. Intese a tavolino hanno condotto solo a compromessi o a contenimenti della situazione conflittuale, destinata a riprendere vigore in tempo successivo (si veda l'esempio di Cipro). 87. - L'intervento di mediazione è stato prerogativa dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, ed è stato più frequente nel primo periodo. Il suo intervento può esplicarsi solo

in questioni internazionali , e in quelle interne solo se interpellata. Soprattutto dopo il 1954, gli accordi sono stati raggiunti direttamente fra le parti. In pratica, quando l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti erano in qualche modo interessati il conflitto si è concluso allorchè l'eventuale contrasto fra i loro obiettivi è stato composto. Ciò è stato causa e insieme effetto della diminuzione di credibilità delle Nazioni Unite che, incapaci costituzionalmente di interventi autonomi, si sono in genere ridotte a teatro degli accordi. Unione Sovietica e Stati Uniti non hanno invece mai agito con funzioni di mediazione, se si prescinde dal tentativo ancora in essere dei secondi di comporre la questione grecoturca. Non si sono nemmeno mai verificati interventi in tale veste di altri stati od organizzazioni internazionali. Evidentemente chi intende agire da mediatore deve avere credibilità presso le parti in conflit to e rendersi quasi garante presso ciascuna per conto dell'altra. In Europa, a parte l'URSS che è spesso parte attiva o interessata, non esiste alcun soggetto in grado di rendersi credibik 88.. Cause soggettive di cessazione dei conflitti sono riscontrabili, nel primo periodo, solo a Trieste e a Berlino (dove le parti in confHtto si sono convinte in proprio della convenienza o della necessità di un riavvicinamento) e nella tensione russo-jugoslava, nella quale l'URSS ha accettato una conclusione a essa sfavorevole per poter rialzare il proprio prestigio fuori d'Europa. Nel secondo periodo

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tale genere di cause è riscontrabile solo a Cipro, dove la Gran Bretagna ha dovuto accontentarsi dell'obiettivo minimo per il sommarsi di cause estranee alla quest!one. Nel terzo periodo non sembra di poter identifìcarc c.iuse soggellive, perchè metà dei casi,_ si ricollegano alla questione greco-turca ancora aperta, e perchè la situazione di Gibil1 terra, dell'Ulster e in Po rtogallo non è stata definita. Sembra comunque probabile che a risolvere G ibilterra e l'U lster contribuiranno cause in buona parte soggettive. Le cause oggetti ve di cessazione dei conflitti sono diverse in tutti i conflitti. Le più ricorrenti sono state lo strapotere dell'Unione Sovietica quando essa è intervenuta direttamente o quasi (in Cecoslovacchia nel 1948 e nel 1968, in Ungheria e in parte in Poloni a) e la prevalenza del soggetto " ribelle " nei colpi di stato. In genere, quindi , i conflitti in Europa sono giunti a una conclusione non perchè sia cambiato l'atteggiamento dei soggetti, ma perchè · i rapporti fra le parti sono giunti a un punto tale da non renderne più economica la continuazione. ·',>' Tenendo conto di ciò, e mettendolo in relazione con la durata dei conflitti e con i mezzi usati, si può dedurre che generalmente la capacità di sopportazione dei conflitti è stata abbastanza elevata nella regione per i primi due periodi, salvo naturalmente i casi di impiego delle forze armate. Per il terzo non si dispone ancora degli elementi sufficienti per poter giudicare. 89. - Gli effetti verso i soggetti, nel primo periodo, sono stati simmetrici in tre casi (Corfù. Berlino e T rieste) e asimmetrici in altri tre (Grecia e Cecoslovacchia, dove la parte soccombente ha perso ogni possibilità di azione ulteriore, e tensione russo-jugoslava). Nel secondo periodo questi effetti sono stati asimmetrici in tre questioni su quattro: in Polonia, dove la "primavera d'ottobre" è riuscita almeno nei primi tempi a salvare le proprie tesi di front e all'URSS; in Ungheria, dove quest'ultima ha imposto del tutto la sua

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volontà; a Cipro, dove la Gran Bretagna ha perso la sua influenza, e dove anche all'interno è stata sancita una netta sproporzione fra greco-ciprioti e turco-ciprioti. Nel terzo periodo la tendenza all'asimmetria si è accentuata , riscontrandosi nella questione intern azionale di Cipro (all'interno, con il mantenimento della supremazia greco-cipriota e all'esterno con il prevalere degli interessi americani rispetto alle mire sovietiche) e in tutti i colpi di stato. E' probabile che almeno a Gibilterra si arrivi a una conclusione simmetrica, ma la la propensione nel tempo all'asimmetri a sembra acquisita. 90. - Passando all'esame degli effetti nel tempo, si può rilevare che, a breve scadenza, la maggior parte dei conflitti del primo e del secondo periodo hanno stabilizzato la situazione europea, definita al termine della seconda guerra mondiale , e han no con tribuito alla delimitazione dei blocchi contrapposti. Ha fatto eccezione la tensione russo-jugoslava, dato che la Jugoslavia è riuscita a contenere la so vietizzazione del paese e a far riconoscere valid a. da parte dell'Unione Sovietica la propria via al marxismo, collocandosi in posizione in certo modo intermedia fra i due blocchi. La stessa questione ha però avuto effetti stabilizzanti nei Balcani, perchè ha contributo alla r isoluzione della questione interna greca e del-. la questione internazionale di Trieste. Anche la questio ne cecoslovacca, con enettt completamente innovativi all'i-nterno, ha contribuito alla stabilizzazio ne del Centro Europa. L'assorbimento del paese nella sfera russa era premessa indispensabile per la compattezza del blocco cui mirava l'URSS. Vi sono però buone ragioni per pensare che la Cecoslovacchia abb i·a materiali zzato l'obietlivo di massima espansione di Stalin nella zona, e che tale convincimento abbia spinto il Cremlino ad accentuare la presenza russa nei Balcani, anche a rischio di mettersi in contrasto con la Jugoslavia, com'è poi avvenuto. Nel terzo periodo, invece, sono prevalsi effetti innovativi e destabilizzanti nell 'area sud-orientale e in Portog:illo (come probabilmente avverrà an-


che nell'Ulster), mentre nell'Europa Centrale si è riconfermata la conservazione delle strutture e del sistema preesistente. A media e lunga scadenza, quasi tutti i conflitti fino al 1963 (del terzo periodo non si può ancora trattare) hanno avuti effetti destabilizzanti. Tranne Trieste e l'Alto Adige, essi hanno influito reciprocamente: la questione greca del 1944 contiene i germi del colpo di stato del 1967 e degli sviluppi successivi nel paese; quella cecoslovacca del 1948 prelude alla " primavera cli Praga " ciel 1968; la tensione russo-jugoslava consentirà quella russo-polacca, la rivoluzione ungherese, la seconda questione cecoslovacca e, all'esterno della regione, lo " scisma" cinese; nella questione dì Cipro del 1955 sono i prodromi di quella del 1963 e cli quella greco-turca in corso.

Il. Le conclusioni dei conflitti nella regione medio-orientale 91. - Tutti i conflitti ciel Medio Oriente si concludono praticamente con una soluzione coercitiva imposta da una delle parti in causa o da un protagonista mediato. Molto spesso tale soluzione è e!Tettivamente legata alla superiorità delle armi del vincitore, ma sin dall'inizio del primo periodo si può notare come tale superiorrtà non sia un fattore sufficiente per concludere vantaggiosamente una contesa. Intervengono infatti altri fattori, quale l'opinione pubblica del fronte i'nterno o quella mondiale, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le pressioni di prntagonisti mediati militarmente più forti dei protagonisti diretti, fattori economici e così via. La stessa G ran Bretagna, protagonista della maggior parte dei conflitti del Medio Oriente, dopo il 1956 e l'amara esperienza di Suez eviterà sempre l'intervento diretto, mentre fa. rà in modo di' legare alla sua causa gruppi conservatori, presenti in ogni paese, gruppi che grazie al suo aiuto e all'impiego di forze militari , riescono generalmente a fare fronte ai movimenti di liberazione nazionale, agendo

con un crisma ufficiale di legalità che alla Gran Bretagna stessa non sarebbe stato mai riconosciuto. A parte Israele e i problemi che la presenza di questo nuovo Stato determina in al tre nazion i medio-orientali, quasi' tutte le altre question i trovano una soluzione, anche se coercitiva. 92. - Nel secondo periodo invece, non solo si continua a tentare di risolvere le questioni con mezzi coercitivi, ma molto spesso, almeno in cinque casi, non si giunge comunque ad una soluzione. Inoltre molti dei conflitti risolti in modo coercitivo portano in tale soluzione l'embrione di un conflitto successivo, fatto questo che in qualche caso si era riscontrato anche nel periodo precedente. Nel terzo periodo infine prevale sempre la tendenza alla soluzione coercitiva, e in alcuni casi sii può ritenere che si riesca a conseguire un buon grado di stabilizzazione, anche se per il tipo stesso della soluzione esiste una certa asimmetria finale. Rimangono insolute quelle questioni più complicate, con Israele e con i Palestinesi, che ormai da molti anni travaglrano la zona, e che fino ad ora le parti interessate hanno cercato di risolvere solo con la fo rza e che le potenze maggiori hanno cercato di sfruttare a loro vantaggio. Riimane insoluta anche la questione deì Curdi, che ad un certo punto sembrava avviata a soluzione, ma che, nonostante la ripresa della guerriglia, mantiene presupposti favorevoli per una conclusione pacifica. 93. - Passando dall'esame delle soluzioni a quello degli effetti delle situazioni confli'ttuali, si nota, nel primo periodo, una certa mescolanza di effetti conservatori ed innovatori nell'esito di ogni conflitto. In generale sl può ravvisare l'effetto conservatore nella progressiva intromissione degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica nella regione, nel tentativo di sostituire la Gran Bretagna. Si può riscontrare l'effetto innovatore nel conseguimento di maggiore autonomia o dell'indipendenza da parte degli stati medio-orientali, e nel rafforzamento, pur lento e discontinuo, dell'ideo-

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logia del panarabismo. Tra il 1954 ed il 1963 anche per il tipo di contrasto opposto dalla Gran Bretagna in Arabia, e per l'instabilità di alcune nazioni come Irak e Siria, si ha una evoluzione continua delle fazioni politiche, alcune delle quali in senso nazionalista panarabo, altre in senso progressista. Dati i mezzi e la psicologia dei soggetti, gli effetti dei molti scontri sono di radicalizzazione delle posizioni, cosicchè si incontrano maggiori difficoltà nei tentativi di composizione dei conflitti. Ne consegue pertanto il ricorso a mezzi violenti. Gli effetti sono quindi alternativamente innovatori e conservatori, ma già verso la fine del periodo si nota un deciso incremento degli effetti innovatori con situazioni di una certa simmetria. Nel terzo periodo tale tendenza si accentua e ne traggono vantaggio tutte le questioni , tranne quella arabo-israeliana, almeno inizialmente. Si acuisce infatti il problema dei territori occupati e quello dei Palestinesi e, per l'insuccesso, si determinano nel mondo arabo fratture acuite anche dall'importanza che ha dimostrato il possesso del petrolio. Il quarto conflitto invece si può affermare che abbia effetti decisamente innovatori. Infatti, le difficoltà incontrate da Israele nella condotta della guerra determinano una certa simmetria nella situazione, favorevole a nuovi sviluppi nelle trattative di pace, con possibili favorevoli riflessi anche sulla questione palestinese.

m.

Le conclusioni dei conflitti nella regione africana

94. - Negli anni immediatamente precedenti al-

la seconda guerra mondiale soltanto un paese africano, la Liberia, godeva di una indipendenza quasi completa, temperata soltanto dalla paternalistica tutela degli Stati Uniti. Attualmente l'aspetto politico del continente nero è radicalmente cambiato. A nord, la fascia arabo-berbera che si affaccia sul Mediterraneo è completamente libera dal 1962. Al centro, nell'Africa nera propriamente detta, il processo indipendentistico è ultimato nel 1964, con

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il rientro della secessione delle provincie congolesi. A sud il Portogallo ha posto recentemente termine alla lotta coi movimenti di liberazione dell'Angola e del Mozambico e si appresta a lasciare i due paesi entro l'anno. Resiste invece ancora - benchè scosso dalla concorde condanna della opinione pubblica di tutto il mondo e dall'indebolimento della sua pos1z10ne conseguente alla resa portoghese il bastione di origine anglo-olandese formato dalla Repubblica Sud Africana, dalla Rhodesia e dagli altri stati che, per la loro natura di enclaves, sono costretti a subirne l'influenza. I risultati della lotta per l'indipendenza potrebbero quindi, nel complesso, apparire pienamente soddisfacenti se ci si fermasse soltanto all'apparenza esteriore. In realtà ad una piena sovranità, che è soltanto nominale, si contrappongono in parecchi casi situazioni di netta dipendenza che configurano - secondo la terminologia ormai in uso - un vero e proprio neo-colonialismo. Questo fenomeno, che interessa quasi esclusivamente gli stati della fascia centrale del continente, trova le proprie origini in motivi di carattere essenzialmente economico. Perchè un paese possa essere indipendente, infatti, occorre che egli sia in grado di produrre in proprio quanto è necessario alla sua sopravvivenza senza dover ricorrere con frequenza ad aiuti esterni. Le condizioni generali di arretratezza, soprattutto tecnologica, degli stati africani fanno invece sì che essi debbano contare su massicce importazioni di manufatti dal mondo occidentale. Ne risulta una posizione di debolezza che si traduce, in pratica, in una dipendenza quasi comp_leta nel campo delb politica internazionale. 95. - Una valutazione degli effetti delle situa-

zioni conflittuali e delle tensioni che hanno caratterizzato il continente africano dal 1945 ad oggi richiede che vengano effettuate tre grandi distinzioni. La prima riguarda il tipo di problema che ha generato la situazione conflittuale. Si può infatti trattare della questione dell'accesso alla indipendenza (16 fra conflitti o si-


tuazioni conflittuali) oppure di questioni minori, derivanti da situazioni createsi nei vari paesi durante i primi anni di autogoverno. Fra di esse tre sono particolarmente importanti: la questione razziale ed etnica (14 fra conflitti e tensioni conflittuali); la scelta della forma di governo ed istituzionale (9 fra conflitti e tensioni conflittuali); e l'avvento al potere dei militari (39 conflitti). 96. - La seconda distinzione che potrebbe contribuire allo studio degli effetti dei conflitti è invece su base geografica e consiste nel suddividere l'intero continente africano in tre fasce parallele. La prima comprende i paesi arabo-berberi, la seconda l'Africa nera propriamente detta, la terza il bastione bianco del Sud. Questa suddivisione in fasce riveste importanza notevole innanzi tutto in quanto il problema dell'indipendenza si pone in epoche diverse nei tre settori, forse a causa del difTerente livello di evoluzione e di sviluppo dei paesi interessati. A nord esso inizia con la presa di coscienza immediatamente successiva alla fine della seconda guerra mondiale, continua per tutto l'arco degli anni '50 attraverso due conflitti - di cui uno, Algeria, di notevole portata, - termina nel 1962 con il reimbarco degli ultimi soldati fra ncesi. Al centro invece (a parte il caso anomalo del Madagascar che oltretutto, per questioni razziali e geografiche, non è ben classificabile) le prime avvisaglie si hanno verso il 1955 ed il processo, oltre ad iniziare con ritardo, risulta anche più ristretto nel tempo. Nel giro di 7-8 anni esso è praticamente giunto alla fine, con la non trascurabile eccezione della guerra portoghese. Il prezzo pagato risulta complessivamente alto : 6 conflitti caratterizzati da un ricorso generalizzato alla violenza (Cameroon, Congo, Rwanda, Madagascar, Kenya, Guinea Portoghese). A sud la questione deve ancora trovare una soluzione definitiva. Iniziata nel 1953 con il varo della politica sud africana di apartheid, proseguita fra il '60 ed il '70 con la lotta di liberazione dell'Angola e del Mozambico

nonchè con fa secessione della Rhodesia dai' Commonwealth, essa ha fatto di recente un notevole passo avanti per merito della concessione della indipendenza alle colonie portoghesi. Resta ora da vedere quanti anni saranno ancora necessari perchè il governo di Pretoria receda dalle sue posizioni oltranziste. 97. - Sempre riguardando il problema nella prospettiva geografica, va poi notato che le questioni razziali e tribali, ormai praticamente superate in tutto il resto del continente, rimangono ancora aperte invece lungo le linee di fra ttura fra le tre fasce, ove civiltà, religioni e popoli diversi si mescolano e si scontrano. Si aggiunga che la scelta della forma di governo ed istituzionale è stato un problema che, considerato soltanto nella sua veste po.1 i tica, ha interessato unicamente l'Africa nera. Nell'Africa australe infatti - dominata da popolazioni di origine europea - le vecchre istituzioni hanno mantenuta intatta la loro valid ità. A nord, di contro, esse hanno talvolta subito modifiche, ma ciò è avvenuto (Libia ed Algeria) non come fenomeno a sè stante ma in coincidenza con la presa del potere da parte dei militari. Infine va ricordato sopratutto il fenomeno dell'affermarsi' di governi militari a seguito di colpi di stato. Esso ha però interessato soltanto la fascia settentrionale e quella centrale del paese. Nel nord esso ha prodotto sempre effetti di stabilizzazione. Al centro, invece, quest~ effetti spesso non sono stati raggiunti ed alcuni paesi, come ad esempio il Dahomey, travagliato da sei colpi di stato nel corso dell'ultimo decennio, continuano ancora a ricercare una politica adatta alla situazione. 98. - La terza distinzione, infine, è sulla base della potenza coloniale che governava il paese prima dell'indipendenza. Ciascuna di esse ha seguito infatti una politica diversa. La Francia ha tentato sino al 1960 di difendere la propria posi.zione con la forza delle armi. In seguito, vista l'impossibilità di mantenere il passo con lo sforzo richiesto, ha concesso l'indipendenza, mantenendo però legati a sè

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i nuovi stati con legami abbastanza stretti e dotandoli di istituzioni molto simili a quelle della madrepatria. Dal punto di vista francese l'operazione si può definire particolarmente ben riuscita in quanto il governo di Parigi è fr a i governi europei - quello che mantiene una maggiore influenza nel continente nero. Dal punto di vista africano invece le cose assumono un aspetto del tutto diverso in quanto la comunità francofona è forse quella che paga la dipendenza dall'estero con la maggiore instabilità politica. Il Belgio ha cercato di affrettare i tempi delJa concessione dell'indipendenza alle sue colonie, sicuro che l'immaturità delle popolazioni avrebbe prodotto tali tensioni e conflitti da rendere necessario rl suo rientro. Il disegno è fa llito, ma esso conserva una certa influenza residua nel Congo attraverso gli interessi economici. La Gran Bretagna, dopo essere stata colta di sorpresa d alla insurrezione dei Kikuyu, ha semplicemente ceduto il posto a quelle élites nazionali che - secondo la sua tradizionale politica - aveva sempre mantenuto in vita, utilizzandole per controllare le masse indigene. In un primo tempo questa è sembrata la politica più giusta. In seguito però anche essa, oltre a portare ad un annullamento quasi totale dell'influenza britannica in Africa, si è rivelata fon te d i notevole instabilità . Il Portogallo ha condotto una politica coloniale di completa integrazione, sostenuta da una massiccia presenza militare. L'insuccesso è stato completo, al punto che le ripercussioni derivanti dalla guerra colo niale, hanno addirittura prodotto un mutamento di istituzioni nella metropoli. A titolo di definitiva conclusione è da ultimo interessante considerare come le politiche svolte da Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina all'interno del continente nero siano risultate diverse nella qualità dei mezzi impiegati, identiche negli o biettivi che si proponevano di raggiungere. L'azìone dei governi africani ha saputo però vanificare - o quasi - gli sforzi delle grandi potenze. Sostenuti dall'orgoglio e dall'intransigenza dei popol i nuovi, essi hanno

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infatti preferito ricercare, sia pure fra notevoli diflìcoltà, una propria vita autonoma piuttosto che ricadere sotto un nuovo e forse pi ù pericoloso dominio.

IV. Le conclusioni dei conflitti nella regione dell'Asia e dell'Estremo Oriente 99. - Per quanto riguarda la soluzione dei confli tti nella regione considerata, si può dire, in larghissima sin tesi, che essa ha preso una forma prevalentemente pacìfica in ognuno dei tre period i considerati come significativi. Passando invece alle cause di cessazione dei confli tti la conflittualità nella regione manifesta sopratutto tre ragioni principali: i mutati rapporti di forza tra paesi ex coloniali e potenze europee (rese vulnerabili per costo insosten ibile) nei conflitti inerenti allo sviluppo del prncesso di decolonizzazione; la debellatio degli insorti o quella del gruppo rivelatosi inferiore, nonchè l'adozione di misure a carattere sociale mediante l'avvio di vaste riforme, nei conflitti interni; i conflitti internazionali, aventi per oggetto l'annessio ne di territor i o la rettifica di posizioni di confine. Fanno da sfondo a queste cause d i cessazione dei conflitti due altri fattor i: la necessità di non alterare l'equilibrio politico nella regione; e la constatazione di simmetrici rapporti di potenza fra i soggetti in causa. I 00. - Passando infine agli effetti dei conflitti della regione, si rileva che sì hanno effetti prevalenti di innovazione nei conflitti che si concludono con l'accesso all 'indipendenza dei paesi ex coloniali, mentre si hanno effetti prevalenti di conservazione nei conflitti internazionali aventi per oggetto l'annessione di territori o la rettifica di posizioni d i confin e e nei conflitti interni etnici o religiosi. Carattere innovativo presentano i conflitti interni che, pur concludendosi con il mantenimento del preesistente sistema politico-sociale, costringono i governi centrali all'adozione di misure tendent i al miglioramento delle condizioni d i vita, specie nelle classi contad ine.


V. Le conclusioni dei conflitti nella regione dell'America Latina 101. · Il tipo p redominante di soluzione delle situazioni conflittuali e delle tensioni in tutto il periodo considerato, è quello delle forme coercitive accompagna te da cause d i cessazione oggettive. In par ticolare, nel primo periodo, esse con sistono nei colpi di stato ch e si traducono in soluzioni coercitive, imp oste da u na delle due p arti in causa e accompagn ate d a cause d i cessazion i oggettive (fa eccezione il colpo di stato del 1953 in Colombia dove si h a u na forma di soluzione p aci fi ca); mentre nei conflitti sub-nazionali e statali p revalgono le fo rme di soluzione pacifiche, talvolta precedute da forme coercitive. Tali sol uzibni sono state imposte per lo p iù da p arte d i protagonisti med iati, q uali i'O SA e l'OD ECA. Per quanto riguarda il secondo periodo, nei colpi d i sta to si han no le stesse forme del periodo p recedente, con due sole eccezioni , il colpo d i stato del 1957 in Colomb ia e il colpo d i stato d el 1962 in Per ù, in cu i sono impiegate forme d i solu zione pacifica. Nei colp i di stato sub-n azionali, a differenza d el primo p eriodo, le form e d i soluzlone sono esclusivamen te coercitive con cause di cessazione oggettive . Nel conflitto statuale riguard an te le questioni d ella Baia dei Porci (1 96 1), la soluzione assume la fo rma coercitiva . Si nota l 'insuccesso d ell'interven to mediatore delle Nazion i Unite. Nel conflitto internazion ale (questione interna fra R epubblica D ominicana ed il Venezuela del 1960-6 1) , la soluzione ha forma coercitiva con cause di cessazione oggettiva. L'Intervento deli'O SA con l'applicazion e d i sanzion i economiche, risulta efficace. Infin e n el conflitto mond iale riguardante la questione internazionale di C uba (1962), la soluzione assume forma coerd tiva. Le cause d i cessazione risultano: soggettive, ind ivid uate nell a capacità decisionale dei protagonisti (specie d el P residente Kenned y e d i Kruscev); ed ogge1ti11e individuate nell'i nteresse convergente delle superpotenze ad evitare u na guerra termonucleare e a stabilizzare l'equilibrio globale di potenza. Efficace è risultato l'intervento delle Nazioni Uni te, che

hanno il contro ll o sulla esecuzion e degli accordi d iretti fra gli Stati Uniti e l'Un ione Sovietica. Durante il terzo periodo, nei colpi di stato si hanno forme d i soluzione coercitive come nei periodi p recedenti. Anche nei conflitti subnazionali si sono avute fo rme di soluzioni coerci tive (da notare che resta insoluta la questione interna del G u atemala d el 1968). Nei conllitti statuali (questione del Canale di Panama, q uestione internazionale della Repubblica Dominicana, questione fra l'Hon duras ed El Salvador del 1969) si sono avute fo rme d i soluzione prevalentemente pacifiche, con cause d i cessazione soggettive. Efficace è risu ltata l 'opera di mediazibnc dell'OSA e dell'O DECA . Nella controversia riguardante la questione interna fra il Venezuela e la Gu ian a Britannica non si è avuta ancora nessuna soluzione. 102. - R igu ardo agli effetti dei con flitti si rileva, nel corso del primo periodo, che ln tu tti i confli tti gli effetti verso i soggetti sono stati asinunetrici, con l'eccezione della prima questione della ten sione fra Co starica e N icaragua (1948-49). Per quanto riguarda gli effetti nel tempo t"Ìsultano: a breve termine, innovatori e stabilizzatori d ella struttura politica, sociale ed economica del paese; a lungo term11ne: dcstabili"zzanti, in quan to creano i p resupposti di altri conflitti per lo più di tipo orizzon tale per questioni sociali , ideologiche e d i frontiera. 103. - Passando al secondo periodo, in tu tti i conflilfi gli efTelli verso i soggetti sono sempre asim metrid, con l'eccezione della seconda questione d ella tensione fra Costarica e N icaragua ( 1954-56). Per quanto riguarda gli effetti n el tempo si ripetono grosso modo quelli del periodo preceden te. Effetti di particolare rilievo che si posson o notare nella questione interna cubana (1956-59) sono stati: a breve termine: rinnovamen to della stru ttura p oliticosociale del Paese; a medio term ine: instaurazione di uno stato d i tipo socialista; a lungo term ine: creazion e d elle condizioni per l' infiltrazione dell'URSS nella "sfera di

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influenza " degli USA (e conseguente conflitto fr a le superpotenze). Le modalità di svolgimento influenzano i conflitti successivi in America Latina. Passando alla questione della Baia dei Porci (1961) , gli effetti salienti sono stati: a breve termine, l'indebolimento della posizione internazionale degli USA e la stabilizzazione del regime di Castro e l'accelerazione del processo di rinnovamento del preesistente sistema sòcio-politico; mentre quelli a medio termine sono staH la creazione dei presupposti per un ulteriore conflitto, dato che fornis cono a Cuba la giustificazione e la motivazione per l'atteggiamento adottato nella " crisi dei missili " . Nella questione internazionale di Cuba (1962) gli effetti sono sfati, a breve termine, la stabilizzazione realizzata mediante l'accettazione sovietica di rimu'overe le installazioni missilistiche, previo l'impegno statunitense di non invadere Cuba, e il mantenimento inalterato dell'equilibrio globale di potenza delle due superpotenze. Glf Stati Uniti so tto questo aspetto essenzialmente strategico sembrano poter vantare un bilancio maggiormente positivo. La loro mancata accettazione delle condizioni di Castro per chiudere la crisi e il conseguente rifiuto cubano del controllo da parte delle N azioni Unite non pregiudicano la soluzione fra i protagonisti principali. Gli effetti a mediolungo termine no n sono definibili. Sembra di poter comunque affermare che gli aspetti politici tornino a vantaggio dell'URSS. Questa infatti, apparsa conciliante all'opinione mondiale , ha costretto gli Stati Uniti a rinunciare definitivamente all'isolazronismo e a impegnarsi a giro d'orizzonte. 104. - Nel terzo periodo, per quanto riguarda i colpi di stato ed i conflitti sub-nazionali, gli effetti verso i soggetti sono sempre asimmetrici. Per quanto concerne gli effetti nel tempo questi sono analoghi al periodo precedente. Nei conflitti statali, a differenza del periodo precedente, gli effetti verso i soggetti risultano simmetrici. Gli effetti nel tempo non variano. Nella questione del Canale d i Panama (1964) è opportuno porre in evi denza che gli effetti

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comportano, a breve termine, una stabilizzazione della situazione (possesso effettivo della zona da parte degli USA) sia pure con accordi su nuove basi; mentre, a lungo termine, essi si trasformano in presupposti di rivendicazioni territoriali e conseguentemente di tensione. 105. . In sintesi si può affermare che nella regione, per quanto riguarda la soluzione, vi è la tendenza ad assumere: nei conflitti interni, for me di soluzione coercitive imposte da una delle due parti in causa, accompagnate da cause di cessazione oggettive; e, nei conflitti internazionali, forme prevalentemente pacifi che, accompagnate da cause di cessazione miste (soggettive ed oggettive), dovute anche all'opera di mediazione delle organizzazioni internazionali e regionali. Per quanto concerne gli effetti essi risultano nei conflitti interni verso i soggetti: asimmetrici; a breve termine: innovatori o stabilizzatori (in misura minore) di strutture politiche, sociali ed economìche; a lungo termine: destabilizzanti, in quanto creano i presupposti di altri conflitti. Nei conflitti internazionali gli effetti risultano verso i soggetti simmetrici'; a breve e lungo termine: stabilizzanti.

VI. Considerazioni conclusive 106. - Negli ultimi trenta anni l'esito dei conflitt i si è manifestato con forme in maggioranza coercitive. Le cause sono soprattutto oggettive, dominate dal prevalere di una parte sull'altra, nei conflitti interni (intendendo come tali anche quelli avvenuti all'interno di coalizioni "compatte"). Nei conflitti internazionali o tra blocchi contrapposti la causa prevalente è stata il venire meno dell'interesse a perseguire i propri obiettivi con mezzi violenti, talvolta per l'intervento di pressioni-mediazioni dall'esterno. Questa è sovente un'ammissione di vulnerab ili tà e, quindi, rientra nelle forme " morbide " di coercizione. Gli' effetti hanno manifestato una tendenza di


fondo all'asimmetria. Quelli innovatori per la caratteristica intrinseca del tipo. Quelli conservatori' per il loro associarsi o a manifestazioni di reazione o alla denuncia implicita della propria debolezza, da parte di protagonisti tendenti all'obiettivo minimo di mantenere quanto più possibile le posizioni di partenza. L'equilibrio nucleare ha portato al ricorso a nuovi " mezzi di lotta ", che si identificano nei fattori sociali, politici, economico-finanziari, ideologici, di costume. . . Di conseguenza, l'uso o la minaccia dell'uso della forza e della violenza sono diventate condizioni sufficienti ma non necessarie a configurare una tensione o situazione con!Httuale. Tensioni e conflit ti locali hanno pertanto assunto, assumono e assumeranno in futuro, anche in assenza di atti armati di ostilità, valore per quanto potranno incidere sui fattori considerati. Le mediazioni, infine, possono temporaneamente comprimere o frenare la spirale della deflagrazione, ma la loro capacità risolutiva di risolvere alla radice le situazioni conflittuali è simile a quella che hanno toppe cenciose di trasformare un vestito vecchio in un "frac". Ciò nonostante, il solo determinare una battuta d'arresto o almeno un tempo di rallentamento ai momenti acuti del conflitto, costituisce un obiettivo che giustifica e consiglia il ricorso a quelle "toppe ".

partendo dallo studio della loro fase finale, ci induce a dire che sono tensioni o conflitti quelle manifestazioni in cui volontà contrapposte tendono a sopraffarsi a vicenda. La sopraffazione può concretizzarsi in espressioni massime (" debellatio " ) o minime (ritiro di una parte per diminuito interesse). Le cause oggettive di cessazione costituiscono la maggioranza e, nei paesi totalitari, sono le uniche sostanzialmente valide. Q uelle soggettive possono configurarsi ed essere determinanti solo nei paesi non totalitari. Sono, ancora, conflittuali le tensioni e le situazioni tendenti a conseguire effetti asimmetrici. Sul piano globale, attribuendo alle ideologie il ruolo, che ad esse compete, di protagonisti ultimi della conflittualità, sono, infine, tensioni e situazioni conflittuali quelle caratterizzate dalla contrapposizione radicalizzata e inconciliabile (filosoficamente) di concezioni di vita tali che l'affermarsi dell'una sull'altra determini effetti - a vario termine - innovatori. Sono " fasi " di tensioni o conflitti quelle risolte con il ricorso a terzi mediatori. Più che una " convergenza d'interessi ", rappresentano una reciproca volontà di tregua, indotta da sollecitazioni interne e/o esterne. Non concludono la controversia e i loro effetti comportano una incubazione di ulteriori " fasi " conflittuali.

J 07. - Un tentativo di definizione dei conflitti

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CAUSE ED ORIGINI DEI CONFLITTI


CAUSE ED ORIGINI DEI CONFLITTI INTERNAZIONALI I. Cause più frequenti ed importanti e loro reciproca influenza: a. - Cause oggettive dei conflitti rifer ite al periodo 1945 - 1953 (parr. 1 · 5); b .. Cause oggettive dei conflitti riferite al periodo 1954-1963 (6 -8); c . . Cause oggettive dei conflitti riferite al periodo 1964 -1974 (9 · 10); d. · Cause soggettive dei conflitti (11 · 15); e. · Tendenze nel campo delle cause dei conflitti (1 6 · 19) - Il. Differenze tra versioni e cause effettive dei conflitti (20 · 22) - III. Forme prevalenti assunte dalle origini: a. · Individuazione delle fasi di evoluzione dei conflitti (23 · 25); b. · Durata delle fasi dei conflitti (26 -29) ; c . . Aspetti caratteristici assunti dai conflitti nelle fasi di "preostilità (30 · 35); d. - Mezzi impiegati nello sviluppo delle fasi di preostilità (36. 37) - IV. Modalità concrete di apertura delle ostilità (38. 39) - V. Grado di responsabilità dei protagonisti (40 - 41) - VI. Evitabilità dei conflitti: a. · Fasi di evitabilità (42) b. · Condizioni per evitare i conflitti (43) - Allegato A: Elenco dei conflitti classificati di tipo internazionale. S0MMAR10:

I. Cause più frequenti ed importanti e loro reciproca influenza a.

CAUSE OGGETTIVE DEI CONFLITTI R I· FERITE AL PERIODO 1945-1953

I. · All 'origi ne delle 28 situazioni conflittuali verificatesi in questo periodo sembra di riconoscere una serie di cause oggettive di natura essenzialmente politica e derivanti dal profondo sconvolgimento degli equilibri internazionali scaturito dall a seconda guerra mondiale. In prima approssimazione, le motivazioni politiche che maggiormente hanno in fluito sull'insorgere dei conflitti possono essere ricono· sciute nella tensione tra blocco occidentale ed orientale e nella conseguente esigenza di assestamento dei confini nell'ambito delle rispettive zone di influenza, nonchè nell'indebolimento poli tico ed economico dell'Europa, con conseguente mutamento dei rapporti tra ltmaggiori potenze coloniali (Francia, Gran Bretagna ed Olanda) ed i propri possedimenti d'oltremare. D'altro canto, e quasi corrispondentemente, si assiste all'avvio del processo di decolonizzazione, a partire dalle aree maggiormente coinvolte da! secondo conflitto e nelle quali più violentemente erano stati avvertiti gli effetti di trasformazione dell'assetto politico mondiale,

accompagnato dallo sviluppo di uno spirito indipendentista e nazionalista nei paesi ex coloniali. Contemporaneamente - e a mio parere come fattore indipendente di tensione si afferma nel teatro medio orientale il sionismo, operante in qualità di vera e propria forza politica protesa verso la costituzione di uno stato ebraico. NoTA METODOLOGICA. · L'elenco dei conflilti internazio-

nali veri e propri è riportato nel!' Allegato A.

Oltre ai conflilti definiti come tali nella dizione dello elen_co forn ito ~alla cattedra di strategia globale, sono sla!J con siderai, come fnlernazionali anche i conflilti nei quali sono intervenuti in veste di protagonisti diretli: i soggetti politic i e strategici tipici, quali : le due superpotenze, la Cina, le potenze europee ex coloniali, gli stati emergenti dalla decolonizzazione e le medie e p iccole potenze regionali. nonchè i soggetti analoghi allo staio quali: i movimenli di liberazione a base nazionale cd etnica, governi conservatori di varie tendenze, gruppi di guerriglia con esercizio p otenziale dei· le funzioni stalali ; e gruppi militari di potere. I casi du bbi sono slali risoili sulla base d elle seguenli considerazioni. Ai paesi in Dmministrazione fiduciaria ed a quelli non au1onomi o di pendenti è attri buito ii

ruolo di soggelli con dimensioni analoghe allo stato in quanlo fo rmalmente essi saranno poi dotati di personalità internazionale. I territori e le regioni d'oltremare sono "de jure" parte integranle della madrepatria, a meno che non diano vila a forme di governo originate da movimenti cli liberazione nazionale che siano stati lega!menle riconosciuti alle Nazioni Unite. Le questioni che annoverano le Nazioni Unite tra i protagonisti di· retli vengono c lassificate di ti po "internazionale vero e proprio" . I confli tli tra Unione Sovietica e gli slati appartenenti alla sua area di sicurezza non sono com·

presi tra quelli internazionali a causa della peculiare s ituazione "interna" nel gruppo dei paesi aderenti al Patto di Varsavia . Talune situazioni che hanno assunto eccezionale rilevanza per il peso ed il risultalo degli inlerventi di superpolenze e organismi mondiali sono considerali alla stregua di conflilli di ti po inlernazionale.

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2. • La tensione est-ovest, per riprendere il primo dei fattori sopra indicati, rappresenta il motivo dominante della conflittualità di questo dopoguerra. Essa prende corso allorchè gli Stati Uniti si rendono conto che l'Unione Sovietica, andando oltre gli accordi di Yalta e di Potsdam, stava srruttando le debolezze del sistema occidentale per estend ere la propria sfera di influenza. Il gradua le d ecadimento dell'importanza politica delle nazioni europee accelerava queste tenden ze sovietiche e imponeva agli Stati Uniti di intervenire per la tutela degli interessi occidentali , assumendo nelle varie parti del mondo quel r uolo tradizionalmente svolto da Francia ed Inghilterra. Le prime avvisaglie dell'espansionismo comunista si rivelavano in maniera più intensa nelle aree adiacenti ai confini dell'URSS, quali, ad esempio, il Centro-Europa, ove si assisteva alla definitiva conquista politica dei paesi già occupati militarmente, ed in As ia, in cui l'ingerenza sovietica si manifestava sotto forma di appoggio ai movimen ti di liberazione o di governi popolari comunisti (Corea del Nord). Nel confronto tra i due blocchi che ne sca turiva come ovvia conseguenza ed apparso nella sua massima ampiezza durante il peri'odo della guerra fredda, si individuano da am bo le parti due motivazioni di ordine politico, una passiva e l'altra attiva, che spingono le superpotenze a fronteggiarsi decisamente. L'Unione Sovietica si oppone alla manovrn di contenimento st,1tun itense (motivazione da vulnerabilità) ed è mossa d all'aspirazione di avere libero accesso ai mari caldi dell'Atlantico, del Mediterraneo e del Golfo Persico, d alla necessità di creare stati cuscinetto attorno ai propri confini e di operare ingrandimenti territoriali (moti vazioni da interesse). Gli Stati Uniti tentano di arginare l'espansionismo soviet ico (moti vazione da vulnerabilità) e cercano di conseguire vantaggi economici e politici con il controllo delle aree medio orientali ed asiatiche (motivazione da interesse). 3. · Indebolimento delle potenze europee , avvio del processo di decolonizzazione e svi lup po dello spirito nazionalista ed indipendentista: le

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tre cause sono strettamente interagenti nel senso che la prima ha determinato l'i nsorgere delle altre e queste hanno accelerato con i loro effetti globali il definit ivo d ecadimento politico dell'Europa. Le occasioni d i mutamen to del preesistente sistema di equilibri mondiali si locali zzano maggiormente nei teatri medio-o rientali ed asiatico peninsulare ed insulare . In Africa, invece, nel primo decennio unicamente alcune aree del nord magrebino sono interessate dal processo evolutivo. Analogamente, l'America Latina presenta nello stesso periodo solo un caso di conflittualità legato al problema della decolonizzazione (questi'one tra Guatemala cd Honduras Britannico). La di versità di comportamento delle due maggiori potenze coloniali (Francia e Gran Bretagna) e d egli altri paesi con possedimenti d'oltremare, pur se producono inizialmen te situazioni dissimili, non determinano tuttavia alla fine modelli di evoluzione notevolmente differenziati. Talune nazion i, in particolari circostanze o aree colo niali, decidevano di attua re uno sganciamento progressivo ed una riduzione dei propri imp egni; altre optavano p er la concessione di maggiori autonomie locali pur mantenendo legami economici e commerciali con le colonie; altre ancora attuavano forme indi rette di governo concedendo l'ap poggio a capi locali dispos ti a collaborare con le potenze occupanti. In molti casi, infine, si è preferito opporre nei confronti delle aspirazioni indipendentisliche la politica della maniera forte, laddove particolari motivazioni da vulnerabilità o da interesse spingevano alla conservazione dello "status quo". 4. - Anche nei paesi che avevano raggiunto l'indipendenza senza conflitt o i motivi di contrasto, all'i nterno o all'esterno, non si sono esau riti con la raggiunta emancipazione politica . La ricerca di una valida fo rma d i coesistenza tra stati di nuova costituzione e lo istaurarsi tra essi di rapporti di "buon vicinato", sono stati spesso ostacolati dagli interessi più disparati e da odi etn ici e tribali. Per quanto attiene, poi, allo spirito indipcn-


dentista dei paesi del terzo mondo da considerarsi una delle cause determinanti del mutamento del sistema politico mond iale è indubbio che deve essere riguardato come un grandioso movimento spontaneo, pur se agevolato da certe corrent i ide:)logiche non sempre d isinteressate. Aveva contributo al loro nascere anche la civiltà occidentale portata in quei territori dalle potenze occu panti. Esse diffusero nuove idee, più razionali tecniche e efficienti metodi. per la gestione delle strutture economiche e sociali che, assimil ate progressivamente dai popoli colonizzati, si ritorsero in alcun i casi contro i loro dominatori. Non deve sorprendere q uindi che le potenze europee, indeboiite d al secondo conflitto mondiaie e prive di ogni efficace difesa, abbiano perso credibilità nei confronti delle genti ad esse sottoposte. Contemporaneamente si avvertiva nel mondo afro-asiatico una specie di "razzismo antiocci dentale" desideroso, quasi n rappresagli a del passato dom inio, di dare l'ostracismo all'Occidente, pur domandandone gli aiuti. 5. - L'affermazi one del movimento sionistico e la creazione dello stato d'Israele rappresen ta, nel contesto conflittuale del periodo in esame, un fenomeno a sé stante che tuttavia è destinato rapidamente a condizionare il sistema degli eq uilibri mondi ali. Nel fu turo l'area medioorientale sarebbe stata motivo di contrasto difficilmente compo nibile ed occasione d i slitt amento della tensione est-ovest dalle regio ni europea ed asiatica verso zone più marginali, come appunt o è il Medio Oriente. Sin dall'inizio la parte ebraica assume posizioni decisamente "attive", tese all 'a!Termazione del proprio diritto storico e morale ad insediarsi nelle terre della Palestina, assegnatele dalle Nazion i Unite. Da parte araba, invece, prevalgono al momento moti vazio ni da vulnerabilità, determinate dal tipo d i azione israeliana . Questa viene ritenuta responsabile di aver turbato la sicurezza nell'area e di averne compromesso l'integrità territoriale, provocando tra l'altro pericolose

occasioni di penetrazioni neocolon ialistiche occidentali.

b.

CAUSE OGGETTIVE DE L CONFL ITTI R I FER ITE AL P E RIODO

1954-1963

6. - All'origine delle 29 situazioni conflittuali veri ficates i in questo decennio esiste una complessi tà di cause oggettive tanto politiche, quanto economiche. Esse rappresentano la natura le evoluzione di quelle già 1\ilevate nel p recedente periodo e possono così riassumersi: stabil izzazione dei blocchi ed intensificazione della penetrazione ideologica sovietica e cinese; completamento del processo di decolonizzazione; ricerca di identi tà nazionale da parte dei paesi d i recente indipendenza; tentati vi, per contro, ad opera delle potenze excoloniali di ricreare un qualche sistema di tipo neocoloniale; problemi economici e sociali che sorgono in seno ai popoli emergenti d urante il loro iter evolu tivo. 7. · Per quanto si riferisce alla localizzazione spazia le, si rileva che la conflittualità interessa soprattutto gli ex possedimenti coloniali ed i paesi in via di sv iluppo, e raggiunge i valori di massi ma intensità principalmente in Africa. In questo continente le tensioni sono provocate principalmente dalle asimmetrie ven utesi a creare a segui to della p iù o meno rap ida conclusione della prima fase del processo d i decolonizzazione. Q ueste asimmetrie vanno r icondotte tan to all e reali d ifficoltà ins ite in questo profondo sommovimento di strutture, quanto alle specu lazion i economiche ed ideologiche ed alle ingerenze esterne che si sono manifestate no n appena i nuovi stat i stavano per raggiungere l'autonomi a politica. Gli in terventi delle potenze ex-coloniali, intesi a mantenere lo "status quo" o almeno a salvare in parte i vantaggi derivanti da rapporti commerciali privilegiati come le ingerenze ideologiche e pol itiche dell'URSS e della Cina costi tuiscono frequenti cause d i conflittualità nel continente africano ed asiatico e rappresentano un tipico esempio di reciproca influenza tra motivazioni oggettive di verse, che

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nel precedente decennio non erano apparse interagenti in simile misura. 8. - Il tentativo di influenza sovietica e, in parte, cinese nei paesi di nuova costituzione - frequente nel decennio 55-65 ed elemento turbativo del naturale processo di decolonizzazione - rappresenta in questo periodo un diverso e più complesso modo di manifestarsi della tensione est-ovest. La preoccupazione sovietica di conseguire il rafforzamento e l'allargamento del blocco comunista, ha dato luogo non tanto a manovre di strategia diretta, quanto invece a forme poco appariscenti ma efficaci di influenzamento politico ed ideologico indiretto. Strumento indispensabile di simile offensiva è costituito dai vari partiti e movimenti clandestini nazionali che svolgono attiva azione soprattutto nelle aree interessate alla decolonizzazione e nei paesi sottosviluppati del continente africano, dell'Estremo Oriente e dell'America Latina, agevolati anche dalla arretratezza sociale ec.l economica esistente tra le classi meno abbienti. C. CAUSE OGGETTIVE DEI CONF LITTI RI-

FERITE AL PERIODO

1964-1974

9. - Le cause oggettive delle 21 situazioni conflittuali di questo periodo rivelano innanzi tutto le tendenze assunte dai conflitti, da un lato, a polarizzarsi su questioni di rilevanza mondiale (guerra arabo-israeliana e vietnamita), dall'altro, ad interiorizzarsi. Avviene cioè, la coagulazione degli interessi fondamentali dei principali soggetti strategici (USA, URSS e Cina) su problemi di particolare importanza ai fini dell'equilibrio mondiale. Inoltre, i mutamenti profondi esistenti a livello internazionale si trasferiscono sempre più rapidamente ed in maniera diretta sul piano interno, provocando riflesssi di natura sociale e strutturale. Un altro aspetto saliente di questa nuova conflittualità è rappresentato dall'influenza maggiore che i contrasti nati all'interno degli stati esercitano sul sistema degli equilibri mondiali, contribuendo così ad accelerare il processo

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evolutivo. In termini quantitativi i conflitti internazionali veri e propri sono diminuiti, ma sono aumentate le motivazioni oggettive di ca.ratiere sociale e strutturale e quelle di origine soggettiva. 10. - Le più importanti cause di tensione dell'ultimo decennio possono farsi risalire, innanzi tutto, alla nascita, sulla scena mondiale, di nuovi poli di potenza, in aggiunta ai due tradizionali, con la conseguenza di una maggiore articolabilità dei rapporti internazionali e di una minore convenienza a risolvere i contrasti attraverso la contrapposizione diretta. Va poi registrato il peso più determinante assunto dai paesi emergenti nelle vicende mondiali, così che in esse sono avvertibili in misura notevole gli effetti delle instabilità esistenti nell'interno degli stati in via di sviluppo e delle divergenze che caratterizzano i loro rapporti reciproci. Si noti, in terzo luogo, l'evoluzione delle relazioni tra le superpotenze, portate ora a risolvere i propri problemi di potenza non già solo sul piano della strategia diretta e del confronto tra blocchi, ma soprattutto attraverso una politica di distensione che tenga conto dei reciproci interessi e vulnerabilità, pur sempre nel rispetto dei precari equilibri mondiali. Dal canto loro i nuovi soggetti protagonisti, di dimensioni pari o inferiori allo Stato, portatori di interessi molteplici (essenzialmente di natura ideologica e socio-economica) hanno accresciuto le difficoltà di composizione dei microconflitti, esaltando il fenomeno del contagio nei confronti di altri sistemi con strutture similari. Due altre cause di tensione vanno ravvisate, una, nell'acuirsi delle divergenze nel campo comunista, messe in evidenza nel contenzioso di frontiera cino-sovietico e soprattutto nella corsa all'accaparramento ideologico dei Paesi di recente indipendenza; e nell'accentuarsi delle questioni economiche, anche tra stati di nuova costituzione, e della tensione tra paesi arabi produttori di petrolio e l'occidente industrializzato per indurre questo a modificare, attraverso veri e propri metodi di ricatto e-


nergetico, il suo atteggiamento in senso antiebraico.

d.

CA USE SOGGETTIVE DEI CONFLITTI

11 . - La maniera con la quale i protagonisti delle tensioni o dei conflitti hanno percepito la gravità delle minacce ha costituito sempre un fattore determinante nella conflittualità internazionale del secondo dopoguerra. Lungo linee di tendenza sempre più chiare, i contrasti sono venuti maturando con una partecipazione sempre maggiore da parte dell'opinione pubblica, di gruppi demografici, etnici e soc.iali, fino a coinvolgere la "coscienza internazionale ", con la conseguenza che i conflitti hanno assunto motivazioni soggettive, psicologiche ed irrazionali sempre più forti. Ciò ha comportato taluni importanti riflessi nella . dinamica delle vicende internazionali. Si è assistito ad un controllo, una "gestione " ed una manipolazione delle controversie, da parte dei centri di potere, in modo da condizionare le correnti di opinione nazionali o mondial i ed indirizzare di conseguenza i comportamenti delle masse nel senso voluto. Numerosi sono stati i tentativi di incanalare le tensioni sociali ed interne più pericolose verso obiettivi esterni, capaci di distrarre l'attenzione del paese ed in grado di svolgere la funzione di sfogo dei fermenti popolari. La cosiddetta interiorizzazione dei conflitti e la radicalizzazione dei motivi di contrasto risultano chiaramente da una più fo rte carica di aggressività collettiva esistente nelle società attuali. In conclusione, sempre maggiore è la difficoltà di comporre le crisi con i metodi di soluzione pacifica. 12. - Tra le molteplici cause soggettive che è stato possibile individuare nei conflitti presi in esame, alcune sono apparse più frequenti di altre. Citiamo innanzi tutto: il bisogno di conservazione di determinati valori ideali, quali la tutela della propria indipendenza, sovranità e etnia; l'importanza di mantenere un certo sistema sociale, politico ed economico, oppure il senso della difesa di entità spaziali, ritenute

parte integrante del territorio nazionale. Il sentimento di conservazione è tipico dei popoli con forte spirito etnocentrico e caratterizzati da una propria individualità geografica, da comun i tradizioni e da una consolidata civiltà (conflitti europei, medio orientali e magrebini). li mantenimento della propria identità prende la forma di bisogno di salvaguardare la propria esistenza etnica o territoriale, che si avverte gravemente minacciata da altro soggetto i cui atteggiamenti aggressivi confermano la pericolosità della situazione. Ne sono un esempio i conflitti per la sopravvivenza condotti dallo Stato di Israele (seconda e terza questione arabo-israeliana), dalle repubbliche separatiste del Biafra e del Bangla-Desh, dai profughi palestinesi, e da altri. 13. - Si riconosce spesso, fra le cause psicologiche, quella che è detta dell'affermazione dell'immagine di sé, riconosciuta, individuata e proiettata in un determinato gruppo. E' la motivazione che p iù spesso ricorre nelle forme di neonazionalismo più acceso o nei paesi di recente costituzione che, sentendosi carenti di una propria fisionomia originale, avvertono la necessità di acquisire o di riscoprire una specifica connotazione storica e geografica. Il risveglio arabo e l'assunzione da parte egiziana del molo guida del panarabismo costituiscono il classico esempio di causa soggettiva di conflittualità provocata ad arte e quindi sfruttata come mezzo d i esaltazione del mondo isl amico nella lotta contro l'ebraismo. Altrettanto frequente è la causa detta della percezione della immagine della controparte in una prospettiva tale da ritenere l'avversario come elemento deprivante di sé e quindi responsabile delle proprie carenze. E' l'accusa che si riscontra in genere nei conflitti di decolonizzazione o in que11i verificatisi nell'ambito dei paesi del terzo mondo in via di sviluppo lanciata contro le potenze coloniali, i governi locali da queste sostenuti e la società capitalista occidentale nel suo complesso. 14. In diversi casi è stato possibile riconoscere il ricorso alla tipica elaborazione degli

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avvenimenti esterni in modo che i soggetti interessati avvertano la legittimità delle proprie pretese e affermino con convinzione la giustezza morale dell'azione intrapresa (con flitti come pretesa e come giustizia) . La radicalizzazione delle tensioni degli ultimi decenni è riconduc ibile in larga misura a tale mo tivazione soggettiva. Tale fenomeno è stato reso possibile o comunque accentua to dal rapido diffondersi, attraverso i modern i mezzi di comunicazione d i massa e l'attivismo organizzato dei movimenti ideol ogici, di temi propagandistici di sicura presa psicologica collettiva atti a conferire validi tà morale alla lotta (la gestione della guerra vietnamita da parte di Hanoi, e del mondo comuni sta in genere, rappresenta l'esempio più s ignificativo). In altri casi si è avuta una distorta e lacunosa elaborazio ne dei dati percepiti (conflitti per ignoranza o per errore) . L'origine di simile motivazione psicologica è stata individuata più s pesso nell 'ambito di soggetti facilmente condizio nabili, pri vi di una chiara vis ione della realtà dei fatti e carenti d i una propria personalità poli tica e sociale. E' frequente nelle questioni cli fron tiera avutesi nell'America Lati na ed in Africa. 15. - Alle cause soggettive o ra indicate - riconduci bili tutte più o meno ad una comune matrice di razionalità dei compo rtamenti sono da aggiungersi altre cause originate invece da motiv i irrazionali, non giustificabil i secondo la logica e tanto p iù determinanti nella maturazione dei conflitti quanto più elevato è il grado di aggressività esistente nel contesto sociale nel quale i protagonisti sono immersi. Q uando le situazioni con flittuali internazionali risentono in misura elevata di simile componente d'irrazionalità, le vicende mondiali sono caratterizzate da atteggiamenti oltre modo v iolenti, intransigenti e preclusi da ogni possibilità di accordo, tipici dei soggetti protagoni sti di tensioni sociali e di contrasti interni a i gruppi strutturali. 11 fenomeno può essere spiegato con il fatto che i conflitti subnazionali tendono o rmai ad

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uscire dai ristretti limiti territoriali, a con tagiarsi reciprocamente (trasmissione orizzontale e m imetismo conflittuale), quindi, ad in ternazionalizzarsi ( trasmi ssione verticale). Ciò provoca anche da parte dei soggetti di d imensioni maggiori l'assimilazione di certi metodi irrazionali per la gestione dei contrasti. L'odio etnico e di classe, i pregiudizi razziali, l'esaltazione della violenza indiscriminata come mezzo abituale di lo tta, l'estremismo p olitico e sociale, sono d a considerarsi altrettanti virus. Essi moltiplicano le occasion i di contrasto, sfuggono ad ogni schema logico o codice di comportamento e rendono ardua la comp osizione delle tensioni per v ia diplomatica. Volendo, poi , indicare la localizzazione spaziale dei conflitti nei quali determinante è stata la componente irrazionale, si può affermare, in p rima apprnssimazione, che .il tasso d'irrazionalità è apparso superiore presso i paesi del "Ter zo Mondo " alla ricerca di una individu alità nazionale ed etnica e travagliat i da una generale arretratezza culturale e sociale c da acuta ind igenza economica.

e.

T ENDENZE NEL CAMPO DELLE CA US E DEI CON FLITTI

16. - La conflittualità d egli ultimi anni sembra aver rivalutato, in un primo tempo, le motivazioni di ordine economico e, successivamente, quelle socio-strutturali , a scap ito entrambe delle cause politiche, aITermatesi solo agli in izi del periodo conflittuale in esame. Nell'ultimo decennio i motivi d i contrasto si sono spesso sovrapposti con il risultato d i rendere spesso disagevole ed artificiosa qualsiasi caratterizzazione discriminatoria delle cause con flittuali. Si no ti infine come la maturazione delle tensioni internazionali sia avvenuta in un contesto di sempre maggiore aggressività e partecipazione collettiva, talmen te condizionante delle vicende mo nd iali d a obbligare i centri decisionali a tenere nel dovuto con to gli orientamenti e gli umori delle correnti di opinione pubblica.


17. - E' ovvio che il ruolo delle superpotenze sarà ancora per molt i anni decisivo per l'assetto geopolitico mond iale e le loro scelte influ iranno pur sempre in misura notevo le sulla connittualità futu ra. ln passato, il sistema di equilibri g lobali ed avente, invece, come per iferia il resto del mondo, sul quale si tendeva a scaricare le tensioni prodottes i al centro, si avvaleva d i un meccanismo di sicurezza che assolveva le funzioni di filtro delle crisi marginali del sistema. In futuro, potrebbe darsi che esso non sia agevolmente realizzabile o controllabile, a causa della moltiplicazione dei centri decisionali cu i faranno capo contrastanti e numerosi in teressi parzi al i e soprattu tto in conseguenza della maggiore difficoltà di mediazione da parte delle superpotenze. Per quanto riguarda possibili future cause di conflittualità, è prevedibile una sensibile d im inuzione di quelle di ordine politico, e ciò proprio a ragione della improbabi lità che possano ricrearsi di stinte sfere d 'influenza di tipo tradizionale, risultato di una logica immobilistica d i contrapposizione dei blocchi ormai non più realizzabile nell'assetto mondiale di doman i. Potrebbero in vece acquistare un a importanza ancora maggiore le motivazio ni socio-economiche e quelle ideologiche.

18. - Le motivazioni socio-economiche saranno possib ili nei paesi dell'America Latina, del sud-est asiatico c dell'Afr ica ove gli attuali e già gravi motivi d i tensione sociale e d i arretratezza economica tenderanno ad acu irsi a causa del crescente d ivar io tra le nazioni che, dotate di r isorse naturali , avranno occasione di progredire secondo linee di sviluppo accelerate ed altre, meno fornite, che necessariam ente dovranno seguire un ritmo evolutivo più lento. Perciò il gap economico e tecnologico sarà presente non più solo tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, ma anche nell 'ambito di questi ultimi tra i più r icchi e quelli più poveri . Si aggiunga a questo il fenonÌeno dell'esp losione demografica, già si n d'ora manifestatosi tra i popoli meno evoluti e più b isognosi, per avere

il quadro di una prospettiva molto amara e foriera di situazioni esplosive. Il p roblema socio-econom ico del futuro, si porrà, in defi n itiva, non già a livello nazionale o regionale, ma dovrà essere visto principalmente attraverso un'ollica mondiale. Le varie s ituazioni parziali non potranno non interessarsi reciprocamente in misura più complessa di quanto non avvenga adesso , così che le realtà locali, innescate dall 'imperfetto ed egoistico sistema economico - finanziario degli stati indus trializzati, provocheranno reazion i a catena, i cui effetti globali investiranno tutto il meccanismo dei rapp or ti internazionali. 19. - Le seconde motivazioni - cioè quelle ideolog iche - lungi dal ridursi col tempo, troveranno nelle disarmonie economiche e sociali il loro terreno più fertile per p roliferare in maniera ind iscriminata. Le società m od erne e future, a s imilitud ine di quanto in un certo senso avveniva presso le civi ltà medioevali per i problemi di natura religiosa e dogmatica, portano in sè i germi di una pericolosa intolleranza di concezioni e di idee che si traduce in conflittu alità non solo sul piano dottrinale ma soprattutto su quello pratico, politico ed esistenziale. li dissidio prima esistente tra la società di tipo liberale-capitalista e q uell a marxista-leninista, e che vede sempre p iù decisamente l'afferma rsi della visione socialista sull'altra (di or igine occidentale), si è trasferito nell'ambito dell a stessa dottrina comu nista, i cui principi fi losofici trovano d iversa interpretazione da p arte sovietica e cinese e mostra d i arricchirsi ogni giorno di più di espressioni violente e polemiche. La inconciliabilità delle posizioni è oggi tale da re;1dere fac ile la previsione che in u n immediato fu turo il contrasto ideologico por terà a tragiche conseguenze anche sul piano politico e costituirà moti vo di conflittualità in quelle stesse aree, africane ed asiatiche, che, superata la fase di decolonizzazion e, diverranno il terreno d i con fron to di due concezioni e sistemi di vita ugualmente totalitari cd estremisti .

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11


Il. D;fferenze ira versioni e cause effettive dei conflitti 20. - Normalmente esiste una generale discordanza tra le motivazioni reali dei conflitti e le giustificazioni fornite dai principali protagonisti. Non mancano tuttavia le situazioni in cui tale giudizio ha trovato smentite o eccezioni alla regola. Ad esempio, nei conflitti le cui cause sono riconducibili alla tensione tra est ed ovest emerge una sostanziale identità tra giustificazioni e cause, qualora però quest'ultime coincidano con motivazioni da vulnerabilità. Infatti le versioni fornite dalle due superpotenze - necessità di creare una cintura protettiva avanzata, per l'URSS, o esigenza di attuare una politica di contenimen to, per gli USA - corrispondono esattamente alle ragioni effettive di crisi. Se ciò è vero per le motivazioni da vulnerabilità, non si riscontra analoga concordanza tra cause reali e le versioni date dalle medesime potenze a giustificazione dei loro interventi nei diversi scacchieri mondiali quando detti interventi sono stati suggeriti da motivazioni di interesse e di convenienza srategica tipiche di ogni superpotenza. Nè l'Unione Sovietica nè gli Stati Uniti hanno mai ammesso di essere state attratte in Medio ed Estremo Oriente o in Africa dalla prospettiva di trarre vantaggi economici, politici ed ideologici, richiamate dal vuoto di potere lasciato dalle potenze coloniali europee. E' naturale che si tenda invece a giustificare la propria presenza con l'aspirazione a rendere più agevole il processo di decolonizzazione, oppure con la necessità di attuare una politica di liberazione dei popoli dal bisogno economico o da ingerenze straniere, oppure ancora allo scopo di garantire un rapido ed armonico processo di sviluppo nei paesi emergenti. 21. - I maggiori punti di divergenza tra versioni e cause effettive si riscontrano anche in quelle situazioni che affondano le loro radici nel processo di decolonizzazione. Infatti le motivazioni reali sono state individuate soprattutto nel contrasto esistente tra le potenze co-

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loniali, tendenti a mantenere lo '' status quo 11 negli ex possedimenti o mandati, e i territori dipendenti. Questi, per nulla soddisfatti delle varie soluzioni proposte dalle prime, spinsero per modificare la situazione a loro vantaggio e per acquisire totale ed effettiva autonomia sotto ogni aspetto. Da parte delle nazioni europee coinvolte nel processo di decolonizzazione si sono avute molteplici versioni e giustificazioni della loro permanenza nei territori d'oltremare o dell'ingerenza economica e politica in essa mantenuta anche ad indipendenza conseguita. Le motivazioni addotte si sono basate in genere sull'opportunità di favorire il graduale passaggio all'autogoverno, sul diritto-dovere di garantire la sicurezza e la difesa del paese posto sotto la loro protezione, sull'impegno a promuovere lo sviluppo sociale ed economico delle nuove entità statali, ed altre ragioni analoghe. Per contro, vi è stata la tendenza da parte delle potenze ex-coloniali o degli elementi al potere da esse appoggiate, a riversare la responsabilità delle frequenti crisi, o dei contrasti insuperabili, sull'attività eversiva svolta dai movimenti progressisti e da fronti di liberazione nazionali che, sostenuti da potenze esterne, venivano accusati di aver condizionato in maniera negativa il già difficile processo di emancipazione dai regimi coloniali. 22. - Identità tra giustificazioni e cause è stata invece riscontrata con una certa frequenza nei conflitti per l'indipendenza, nelle guerre di liberazione e nelle questioni di frontiera, relativamente però, alle versioni offerte dai minori soggetti protagonisti. A conclusione di tale raffronto, è possibile affermare che nelle situazioni in cui sono presenti, in qualità di protagonisti diretti, soggetti di dimensione pari o inferiori allo stato o con minimo grado di strutturazione (movimenti di liberazione, minoranze etniche, fronti popolari , classi sociali, ecc.) le versioni dei fatti da essi fornite sono sostanzialmente concordanti con le cause individuate. Le ragioni di tale identità possono essere rav-


vlsate nel fatto che le modvazioni che hannò sospinto tale specie di soggetti ad intervenire attivamente sono accidentali o emozionali e quindi facilmente recepibili dalle masse perchè contengono elementi capaci di suscitare passioni o sensazioni istantanee. Nei comportamenti dei protagonisti, tra le cause che li ha provocati e l'effetto conseguito esiste un rapporto più immediato diretto e difficilmente modificabile. Per contro i soggetti politici e strategici tipici - e cio è tanto più vero per le potenze maggiori - sono portati ad intervenire nelle situazioni conflittuali avvalendosi di motivazioni meno appariscenti e cioè di quelle strutturali, profondamente radicate nel sistema e pertanto di non agevole individuazione. Tali motivazioni, però, se opportunamente manipolate possono incidere sugli stati di tensione, aggravandone o alterandone i motivi di attrito e quindi diventano , nelle mani dei soggetti più influen ti, un vero e proprio strumento per la gestione della controversia. Le cause reali dei macroconflitti, o dei conflitti che vedono come protagonisti le potenze e gli organismi maggiori, difficilmente si identificano con le versioni fornite dagli stessi.

lii. Forme prevalenti assunte dalle origini

a.

INDIVIDUAZIONE DELLE FASI DI EVOLUZIONE DEI CONFLITTI

23. - La forma con la quale hanno avuto origine i contrasti è stata, nelle sue linee maestre, pressochè analoga nelle varie regioni del mondo. I vari momenti che hanno preceduto l'apertura delle ostilità così come quelli con i quali si è avuta la composizione pacifica del dissidio sono quasi tutti collocabili in una sequenza temporale articolata nelle fasi di tensione, crisi, controversia ed ostilità. Dal punto di vista strettamente statistico è rilevabile che su 78 conflitti internazionali: la fase di tensione è presente nella totalità dei casi; la fase di crisi è presente nel 90 per cento (70 su 78); la fase di controversia è presente

nei1'88 per cento (68 su 78); e ia fase di ostìtitt'l è presente nel 72 per cento (56 su 78). 24. - E' interessante però sottolineare le differenze significative che p:ure possono essere riscontrate nelle varie regioni. In Europa, teatro di appena sette situazioni conflittuali, cinque di esse, e precisamente tutte quelle strettamente continentali, non hanno dato luogo, tra i soggetti protagonisti, a reali aperture di ostilità con concrete manifestazioni di violenza. Queste ultime si sono avute infatti solo nelle due questioni riguardanti Cipro. In Medio Oriente, quasi tutti i 16 conflitti registrati nella regione hanno attraversato le fasi di crisi ed in misura inferiore quella di controversia. Nell'assoluta totalità dei casi sono sfociati in evidente ostilità armata, anche se talvolta questa non si è manifestata attraverso l'impiego cruento della forza. In Africa si sono sviluppate 18 situazioni co1iflittuali, delle quali il 25 per cento non ha presentato le fasi di crisi e controversia, pur ravvisandosi invece una elevata percentuale di tensioni pervenute a forma di aperta ostilità (85 per cento). In Asia ed Estremo Oriente un alto numero di conflitti, dopo aver attraversato gli stadi della crisi e controversia, ha dato luogo a forme di violenza aperta (76 per cento). In America Latina, su 11 situazioni conflittuali, ben 8 sono state composte con mezzi pacifici e la controversia ha avuto termine con la sola minaccia dell'uso della forza, grazie all'intervento di organizzazioni internazionali. E' il caso di rammentare tuttavia che di tali questioni 7 erano rappresentate da conflitti di frontiera a dimensione statuale, circoscritti nell'ambito di due paesi vicini. 25. - Da questi valori statistici è possibile ricavare una prima generica deduzione. L'alto tasso di violenza (70%) individuato nei contrasti internazionali e l'ancora più elevato numero di essi, che prima di pervenire ad una qualche soluzione pacifica o cruenta, è maturato attraverso le fasi di tensione, crisi e controversia (88%), costituiscono un chiaro sintomo del grado di incompatibilità degli obiettivi, della

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esasperata intransigenza di atteggiamenti e della facile radicalizzazione della lotta, di modo che il ricorso alla violenza appare come l'inevitabile sbocco di molti dissidi, sino a quel momento in q ualche modo contenuti e quindi non più componibili.

b.

DURATA DELLE FAS I DEI CONFLITTI

26. · L'esame della conflittualità internazionale, per quanto attiene alla durata delle sue origini , porta a trarre i seguenti elementi di considerazione e di differenziazione nell'ambito delle cinque regioni del globo. Per quanto riguarda il periodo medio delle fas i di preconflitto è pari a 10 anni così ripartito nei vari stadi : tensioni, interessanti un arco di tempo variabilissimo, da 1 mese (questione di Trieste) a 24 anni (problema dell'Alto Adige) ; crisi limitate (da 1 mese a 2 anni); controversie di durata estremamente variabili (2 mesi · 25 anni) ; preostilità brevissime (da 1 a 3 mesi). Si può osservare però che durate complessive minori sono state individuate nei conflitti (Ber.lino '48 · Praga '48 e '68) in cui erano direi· tamente in gioco interessi sovietici, che potevano venire danneggiati dal perdurare di motivi di contrasto nella propria area d'influenza, o per quelli nei quali l'elevatissimo grado di pericolosità poteva determinare un confronto diretto tra le due superpotenze. Invece i periodi p iù lunghi sono caratteristici di situazioni che affondono le loro radici in motivazion i storiche ed etniche (questione dell'Alto Adige e. quella internazionale di Cipro). 27. · Nel Medio Oriente il periodo di maturazione dei conflitti è contenuto mediamente in un arco di 5 · 6 anni ma con un elevato grado di intensità e di pericolosità che non risparmia con le sue forme violente nemmeno il periodo iniziale della tensione. La durata delle singole fasi precedenti l'apertura delle ostilità ha assunto i seguenti valori: tensioni comprese in pochi anni , con tendenza a ridursi in durata parallelamente al cronicizzarsi delle questioni; crisi brevi (da 1 mese

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a 4 anni); controversie ridottissime (pochi mesi); preostilità rapidamente sfocianti verso il conflitto violento. L'estensione nel tempo delle ostilità vere e proprie, è sempre limitata (da pochi giorni a I · 2 ann i) ma estrinseca un'enorme quantità di energie spesa nell'unità di tempo. Ciò è la conseguenza sia della necessità di acquisire obiettivi significativi, la cui conquista ponga le potenze esterne e le organizzazioni internazionali di fronte al fatto compiuto (e quindi in grado di non vanificare gli sforzi intrapresi), sia anche della cronica insufficienza di riserve strategiche e della scarsa possibilità di sostegno delle economie n azionali. Un cenno specifico merita la questione araboisraeliana in quanto sintomatica della virulenza dei processi degenerativi presenti nell'area. Essa costituisce un chiaro esempio di trasmissibilità lineare d i un conflitto nei confronti del successivo, talché i suoi quattro avvenimenti bellici , ben individuati come collocazio ne cronologica e durata della fase attiva di ostilità, in un certo senso appartengono ad un nuovo conflitto senza precisi limiti di tempo . 28. · L'Africa e l'Asia hanno fornito dati estre· rnamente variabili e diversi da una situazione all'alt ra. Si oscilla da valori in cui l'intero ciclo preconflittu ale è d urato qualche anno (come nelle questioni di frontiera), 10-1 2 anni (guerre d'indipendenza nelle colonie portoghesi, q uestione internazionale del Vietnam), diversi decenni (nei conflitti aventi o rigine nella colonizzazione della regione). Comunque orientativamente è stato possibile rilevare che: la fase di tensione è stata la più lunga e con limiti di durata compresi da 1-2 anni a taluni decenni ; le fas i di crisi e controversia sono comprese in periodi di tempo più ristretti e con minori escursioni tra minimi (2-3 mesi) e massimi (2-3 anni) ; la fase di preostilità ha sempre assunto valo ri ridottissimi ed è sfociata nel 76 per cento dei casi in aperto conflitto. r dati sopra riportati sono da ritenersi pura· mente indicativi e di larga massima, anche perchè non sempre è stato possibile individuare


disti ntamente le fasi di preconflitto di talune questioni internazionali specie laddove la radice lontana affondava nel processo di decolonizzazione o in antiche rivalità tribali ed etniche. I problemi di interpretazione e di analisi di avvenimenti così complessi si accrescono inoltre a causa della non sempre accertata imparzialità delle notizie e della loro frammentarietà. 29. - l nfìnc, per quanto riguarda l'America Latina, le origini dei conflitti risultano comprese in termini di tempo relativamente brevi cd omogenei, pari a circa 7-8 anni, con una sensibile riduzione per le questioni di frontiera. Comunque il rapporto relativo ha posto in risalto quanto già emerso nelle altre regioni mondiali, cioè l'esistenza di lunghe tensioni, di contro a crisi e controversie ridotte (al limi te inesistenti come per la questione internazionale della Repubblica Domincana), e preostilità brevissime. C. ASPETTI CARATTERI STIC I ASSUNTI DAI CONFLITTI NELLE FASI DI PREO· STILITÀ

30. · Nei conflitti degli ultimi trent'ann i la fase della tensione presenta una durata variabilissima in quanto le cause potenziali dei conflitti risalgono ad eventi dalla più complessa e disparata origine ed affonda le sue radici in situazioni lontane nel tempo. Tuttavia essa evidenzia una generica tendenza a comprimersi progressivamente, come momento preconfl ittuale, man mano che le questioni si acutizzano nel tempo. Specie negli ultimi 15 anni tale fase si è ristretta in limiti più brevi in conseguenza di una crisi permanente che è andata istituzionalizzandosi e che ha impedito in molti paesi, nei rapporti tra le parti, il ritorno alla normalità. Il momento iniziale della tensione, nella quasi totalità dei casi, è da individuare in una delle seguenti cause remote o nella combinazione di esse : frattura del sistema mondiale in due blocchi rivali , con conseguente necessità di creare, nelle rispettive zone d'influenza , aree· cuscinetto dai confini sicuri e stabilmente con· trollabili; esigenza, da parte degli USA, di

contenere l'espansionismo comunista nel mondo; insorgere di rivendicazioni indipendentistiche nei confronti di regimi coloniali o mandatari ed affermarsi di esasperati sentimenti nazionalistici; rapido processo di decolonizzazione c ripercussioni negative da esso derivanti durante i primi anni di autogoverno. Sono riconoscibili altre cause remote: la difficoltà d'integrazione, nell'ambito della medesima nazionalità, da parte di etnie diverse, ne è una. Si aggiunga la accresciuta presa di coscienza dei popoli e la loro più sentita aspirazione alla libertà, al progresso ed alla equità economica e sociale. Una terza "causa" è rappresentata dalla scarsa lungimiranza e dalla arretratezza politica di vecchi partiti oligarchici e conservatori, restii ad introdurre le riforme necessarie e propensi invece a perpetuare lo "status quo " a proprio esclusivo beneficio. 31. · li momento final e della fase di tensione, da identificare con la causa mediata che solitamente determina il passaggio alle successive fasi di crisi, è costituito da una certa ricorrenza dei seguenti eventi : stipulazione di trattati internazionali o alleanze i cui accordi e contenuti siano ritenuti, da una delle parti, incompatibili e condizionanti in maniera negativa ; avvicendamenti di potere, scioglimenti di governi o di assemblee ed instaurazione di nuovi regimi; ammissioni di territori o rifìuto di porre fine a mandati giuridicamente decaduti ; risoluzioni di condanna o di censura da parte di organismi internazionali; applicazione di sanzioni di carattere economico e commerciale o cessazione della concessione di aiuti; o, ancora, costituzione di partiti nazionalisti o di movimenti di li berazione ed infiltrazione di elementi sovversivi in territorio nemico. 32. - La fase della crisi è uno stadio di durata relativamente modesta, in rapporto a quella dell'intero ciclo preconflittuale, anche talvolta di difficile determinazione. Tale fase è stata esasperata dalle parti, con frequenza maggiore negli ultimi decenni, a cau-

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sa dell'assunzione di atteggiamenti intransi· genti tesi all'affermazione dell'obiettivo proprio, assieme alla qrastica negazione di quello avversario. Questa intolleranza, sintomatica di una maggiore tend~nza a volersi approssimare all'uso violento della forza, è tipica della conflittualità del trentennio in esame e testimonia le crescenti difficoltà di composizione dei conflitti. Gli organismi preposti alla risoluzione pacifica delle crisi, quali le Nazioni Unite, appaiono relativamente sempre meno efficaci e meno idonei ad interporre i propri buoni uffici, ma anzi i condizionamenti e le remore, che a volte ne paralizzano il corretto funzionamento, agiscono in senso acceleratore sui tempi della disputa (terzo conflitto araboisraeliano). In questa fase si assiste, pertanto, all'accumulo ed alla maturazione dei motivi di contrasto, in una maniera così incontrollata da far sorgere il sospetto che le parti siano in qualche modo responsabili di averli provocati ad arte per trarre sul piano conflittuale determinati vantaggi. 33. - Vengono utilizzati, a tal proposito, certi eventi che opportunamente amplificati dai mezzi di comunicazione moderni possono produrre notevoli riflessi p~icologici sulle masse. Alla lunga questi procedimenti propagandistici, di pressione dell'opinione pubblica, valgono a paralizzare la politica della parte avversa, a privarla della sua libertà d'azione e a negare la validità delle sue motivazioni. La casistica dei temi a tal uopo sfruttati è quanto mai vasta, e riguarda, per esempio, il desiderio di pace, la volontà di riunificazione o di creazione di un proprio focolare nazionale, l'aspirazione a ricostruire su basi diverse strutture statali non più valide, la lotta allo sfruttamento coloniale, economico e sociale, e altri. Risulta comunque evidente il fatto che questa fase rappresenta lo scontro diretto, in linea di massima politico o con mezzi non violenti, delle opposte volontà, per dare al conflitto la soluzione reclamata. Di qui alla causa diretta del conflitto il passo è breve: è sufficiente

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un attentato o una incursione in territorio avversario, oppure il sequestro di una nave, o ancora l'eliminazione di un capo carismatico ovvero il solo suo arresto, per attribuire alla situazione conflittuale un marcato carattere di radicalizzazione. 34. · La fase della controversia si presenta anch'essa con una durata limitata nel tempo e vede l'inasprirsi dei motivi d'attrito individuati nella precedente fase. Le posizioni contrapposte si formalizzano nel tentativo di giusdfìcare il proprio punto di vista, imporlo all'avversario anche con la forza e garantirsi il massimo consenso di opinione pubblica. Frequente, in questo stadio del conflitto, il ricorso ad accuse reciproche, scambiate in sede di congressi , durante conferenze-stampa o dalla tribuna delle Nazioni Unite. Tutto ciò allo scopo di spiegare il rispettivo obiettivo ed i motivi di incompatibilità con quello avversario, per legittimare gli stessi agli occhi degli osservatori esterni e sollecitare la loro partecipazione. Inoltre, accade spesso, che conflitti scaturiti da una situazione iniziale definibile come interna si internazionalizzino rapidamente influenzando altre questioni in aree limitrofe secondo un modulo di trasmrssione orizzontale (come è avvenuto nei paesi interessati al processo di decolonizzazione). 35. - In questa dinamica l'evento chiave, cui attribuire le responsabilità dell'inizio delle ostilità, riveste una importanza secondaria, in quanto, oltre a costituire la manifestazione della inevitabilità del conHitto, rappresenta solo l'occasione attesa ( la causa innescante) di una precaria situazione che ha le sue vere ragioni in molteplici altri fattori. Pertanto l'indicare una casistica degli eventi-chiave più ricorrenti nelle conflittualità mondiali non ha alcun significato ai fini del presente studio. E' da sottolineare poi il fatto che in talune situazioni verificatesi in Africa o Medio Oriente è mancata del tutto la fase della controversi a, ed il conflitto si è trasferito direttamente da quella della tensione o crisi alla fase di ostilità aperte. Ciò rappresenta un sintomo della


virulenza presente in quelle aree ed evidenzia così un elevato tasso d'irrazionalità nel disaccordo.

d.

MEZZI DELLE

IMPIEGATI NELLO SV ILUPPO FASI DI PREOSTILTTA'

36. - Le form e esteriori con cui si sono estrinsecati i motivi di contrasto nello stadio precedente all'apertura di ostilità hanno visto pressochè ovunque l'applicazione di un'estesa gamma di mezzi di lotta violenti o meno. Nell'immediato secondo dopoguerra prendono l'avvio le manifestazioni di terrorismo sociale, condotte secondo tecniche progressivamente raffinate e con lo scopo di provocare la crisi delle istituzioni ed il sovvertimento della vita del paese. Nello stesso tempo la guerriglia urbana o di campagna si è imposta efficacemente su tutti i teatri operativi. Tra i mezzi non violenti si sono sviluppate la propaganda ideologica, la pressione economica, il ricatto energetico e la violenza psicologica, ad integrazione dei mezzi di pressione politica e delle minacce d'impiego della forza. 37. - Passando ad una prospettiva "regionale", risulta che in Europa le prime manifestazioni di lotta non convenzionali si sono verificate, sia pure in maniera contenuta, in Alto Adige e a Cipro. Agitazioni di piazza e sommosse popolari in Polon ia ed Ungheria. Ricatto economico e pressione politica nella questione di Berlino e russo-jugoslava. L'Asia ha offerto una gamma completa di mezzi violenti e non, quali il terrorismo e la guerriglia, la propaganda ideologica nei confronti dell'opinione pubblica. Il Medio Oriente è caratterizzato da insurrezioni, sommosse, attentati, scontri armati fra le fazioni militari. Più recentemente si sono avuti frequenti casi di pirateria e terrorismo aereo ed infine l'attuazione del ricatto petrolifero nei confronti dei paesi europei e cioè una tipica violenza di tipo contro risorse. In Africa lo stadio preconflittuale si manifesta sotto forma di rivendicazioni indipendentistiche anticoloniali, di diatribe interne aventi anche

carattere razziale. Ricorrente è l'impiego di strumenti di guerriglia. In America Latina, infine, le fasi di preostilità hanno visto sommovimenti popolari, guerriglia, scambi violenti di accuse reciproche e, in conflitti di frontiera, di note di protesta e minaccia dell'impiego della forza con ammassamenti di truppe al confine.

IV. Modalità concrete di apertura delle ostilità 38. - L'innesco della fase conclusiva delle ostilità e della violenza manifesta si è verificato in modo diverso nelle varie situazioni conflittuali. In Europa il ricorso alle armi è avvenuto solo nelle due questioni riguardanti Cipro. Inizialmente si è avuta una serie d'incidenti, agitazioni e scontri sporadici, in forma alquanto confusa, tendenti da ambo le parti a provocare uno scontro armato, il quale in effetti si è. manifestato nel 1974 secondo le tecniche convenzionali dello sbarco, l'aviosbarco ed attacco di villaggi (questione greco-turca). In Medio O riente il numero di conflitti provocati da episodi di guerra convenzionale limitata è abbastanza elevato (36%), anche se in qualche caso questi non hanno dato luogo a impiego violento della forza (occupazioni incruente di territori come nelle questioni di Buraymi, del Kuwait e irano-sovietica). Nello ordine poi vengono gli atti di guerriglia di campagna (30%) e le manifestazioni di rivolta (14%). In Africa, trattandosi per la maggior parte di contrasti motivati da aspirazioni indipendentistiche o da questiol'\i di frontiera, l'avvio delle ostilità è rappresentato da azioni di guerriglia. Nei rimanenti casi - disaccordi razziali o etnici - sono episodi di terrorismo e sabotaggio che individuano l'inizio della violenza. In Asia, nel 70% dei casi l'inizio delle manifestazioni cruente è avvenuto con metodi tipici della guerriglia. Il rimanente 30% è rappresentato da scontri di tipo convenzionale. In America l'apertura di ostilità vere e proprie è avvenuta solo nel 28% dei conflitti e co-

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munque sempre sotto forma di interventi armati o invasioni territoriali di stampo convenzionale. 39. - I n sintesi dai valori statistici sopra indicati emerge che un posto importante, quale detonatore della fase conclusiva della preconflittua!ità, spetta senz'altro agli episodi di guerriglia (66% dei casi). E' questo un mezzo di lo tta che dimostra di produrre risultati notevoli e quindi viene sfruttato in maniera crescen te nell'ambito degli scontri tra soggetti molto asimmetrici (quali i movimenti nazionalistici o di massa, i gruppi etnici, i terroristi , ecc.) nei confronti di forze regolari o di organi legali dello stato. Solitamente tali soggetti , di dimensione analoga allo stato, sono portatori d 'ideologie politiche cli sinistra e trovano appoggio materiale e propagandistico nei movimenti in ternazionali di tendenza marxista-lenin ista, il cui ruolo è di concorrere ad accentuare l'incompatibilità degli obiettivi tra le parti in lotta. Nelle regioni in cui ancora elevato è il numero di conflitti caratterizzati da operazioni di guerra tradizionali (Medio Oriente ed America Latina) si individua più frequ entemente la presenza di protagonisti a livello statuale, strutturati ed organizzati in maniera permanente (stati arabi, Israele, paesi latino-americani) che attraverso l'impiego convenzionale di forze regolari cercano di pervenire rapidamente a risultati concreti che mettano le potenze esterne e gli organismi in ternazionali di sicurezza d i fronte al fatto compiuto, e tali d a consentire al vincitore d i negozi are da posizioni di forza.

V. Grado di responsabilità dei protagonisti 40. - )1 ruolo ricoperto in questi ultimi tren ta ann i dai soggetti, intervenuti in un modo o n ell'altro n elle situazioni conflittu ali, e cioè il grado di prossimità ai con flit ti e di responsabilità dei diversi soggetti strategici, è stato quanto mai vario. Esso h a avuto motivazioni ed incidenze diverse in fu nzione dell'area di localizzazione dei contrasti, dei modelli di

168

equilibrio in questa esistenti, dell'importanza della posta in gioco. Le grandi potenze, ad esempio, hanno assunto il ruolo di protagonisti diretti solo in corrispondenza della linea di contatto tra i due blocchi e cioè in Europa (questione di Berli no) oppure laddove più direttamente ed in maniera più incombente erano minacciati i propri interessi vitali (Cuba, Repubblica Dominicana, tensione sovietico-jugoslava, questione irano-sovietica, questione della frontiera fra l'Unione Sovietica e la Cina). Casi a sè stanti sono rappresentati dai conflitti nel Vietnam ed in Corea, nei quali l'intervento degli Stati Uniti rientrava nella politica di contenimento del comunismo in Asia il cui dilagare avrebbe compromesso la posizione strategica statunitense ed indebolito lo schieramento difensivo realizzato in Estremo Oriente. In queste situazion i il grado di responsabilità delle superpotenze è quindi da ritenersi massimo. La partecipazione delle due grandi potenze ai conflitti internazionali q uali protagonisti mediati o comunque quali soggetti non indifferenti ha rappresentato u n fatto ricorrente con elevata frequenza. Ciò appare ovvio a causa del carattere globale della loro strategia, che impone ad esse di esercitare una costante funzione di controllo su tutti i mutamenti che si manifestano nel mondo. Stati Uniti ed Unione Sovietica, cui si è aggiunta in seguito anche la Cina, hanno dimostrato nel Medio Oriente, in Africa ed in America Latina una inevitabile tendenza a strumentalizzare ogni situazione confl it tuale, anche se prodottasi spontaneall"!ente e al di fuori dei loro in tendimenti. Per quanto riguarda, poi le aree ex coloniali, le grandi potenze vi si sono trovate coinvolte in conseguenza della necessità di colmare il vuo to di potere ivi creato d all'allontanamento delle potenze eu ropee ed a tale scopo il loro interesse si è manifestato, in modo diretto, sotto forma di appoggio ai movimenti d i liberazione nazionale o, indirettamente, mobilitando i meccanismi di orientamento e di condizionamento dell'opinione pubblica mond iale. 41. - Le potenze coloniali europee hanno avuto


un grado di pross imità ai confiilti, e quindi di responsabilità immediata, alquanto elevato. Tuttavia la localizzazione di detta partecipazione è b en individuata nello spazio e nel tempo. Infatti le aree sono state quelle degli ex possed imenti e mandati. I n esse si è verificata la tendenza a sostenere determinate iniziative rivolte a salvaguardare i propri in teressi e gli an tichi privilegi anche dopo che era stata raggiun ta l'ind ipendenza da parte dei nuovi Stati. La presenza nel tempo delle potenze coloniali si riduceva progressivamente nella regione asiatica, nel Magreb e nel Medio Oriente, ove la stessa scompariva negli anni 60. A tal proposi to d ue particolarità balzano subito evidenti . Una è che le prime forme di conflittualità nel continente africano, in ordine d i tempo, in teressano soprattutto i paesi mediterranei, come la Tunisia, Marocco ed Algeria che più intensamente avevano avvertito e ass imilato l'influ en za europea e grazie alle quali si era maturato un certo fermento di sviluppo ed una ch iara presa di cosc ienza delle popolazioni. Il secondo aspetto caratteristico è, invece, rapp resentato dal rapido incremento della confli ttu alità internazionale in A[rica a processo d i decolonizzazione avvenuto, pari al 300 % rispetto al precedente periodo. Questo fatto testimon ia non solo la contagiosità di certe situazion i, in una regione ove i conflitti si sono evocati o provocati reciprocamente , ma evidenzia soprattutlo quali ripercussioni negative siano d erivate d al rapido allontanamento delle potenze colo niali specie in alcune nazioni di nuova costituzione non sufficientemente ca paci di autogovernarsi nei primi anni di vita . Dal canto loro le p iccole e medie potenze hanno quasi sempre assunto il ruolo d i protagonisti d iretti d elle question i di tipo statuale o di quelle internazionali vere e proprie sor te nel l'ambito dei propri confin i terri tori ali. Il loro grado di responsab ilità, nelle varie situazioni conflittuali che le riguardavano, è sta to sempre piuttosto elevato a causa d i diversi motivi: l'inca pac ità o la scarsa volontà nel risolvere i problemi d i fondo del proprio paese . L'esasperato spirito n azionalistico ed

an ticolon ialistico che mal tollera ogni consiglio o interferenza straniera nel timore, a volte condizionante, che l'interesse delle potenze esterne possa essere mot ivato da mire neocolon ial iste ; la vulnerabilità e la debolezza delle strutture politiche, economiche e sociali d egli stati di pil'.1 recente c.:ostituzione, par tenti d al proceso cli d ecolon izzazione. Sempre più rilevan te in questo trentennio è in vece la presenza di soggetti analogh i allo stato o di dimensione inferiore allo stato, come i movimenti di li berazione, i gruppi di guerriglia, i partiti politici, ciò che ha contribuito ad attribuire un carattere progressivamente asimmetrico ai conflitti dell'ultimo decennio, specie in quelli avvenuti in Africa, Estremo e Medio Oriente. La responsabilità cli dett i soggetti è stata in fu nzione diretta dell'enti tà degli interessi di cui erano portatori ed ha raggiunto un grndo tanto maggiore quanto più i medesimi hanno concorso ad inasprire i contrasti, sino a renderli molto spesso incomponibili. La loro violenza, aumentata da forti motivazioni ideologico-religiose e frequen temente accettate d all 'opinione pubblica in quanto espressione di intolleranza contro un sistema di ingiustizie sociali e politiche, h a compor tato come conseguenza la paralisi d i quei meccanismi ed enti internazionali preposti alla sicurezza cd al man tenimento della p ace, van ificandone l'intervento mediatore. La irrazionalità e imprevedibilità dei loro comportamenti, che spesso rifugge la logica propria dei tradizionali mod elli di equilibrio esisten ti nel passato p er la composizione dei confl itti, si è rivelata q uale elemento moltiplicatore dei con trasti difficilmente control labile ed inquadrabile nel complesso s istema delle relazioni internazionali.

VI. Evitabilità dei conflitti

a.

FAS I DI EVITABILITÀ

42. - Da un punto di v ista statistico si può rilevare come, su 56 confl itti che hanno dato luogo a concrete man ifestazioni di ostilità, 23 erano evitabili nella fase d i tensione, 11 lo era-

169


no nella fase della crisi, 6 in quella della controversia, 2 all'inizio della fase di ostilità, mentre 14 erano inevitabili in qualsiasi fase. E' interessante, pertanto, osservare che un'altissima percentuale dei confli tti (85%) è ap'p arsa inevitabile o evitabile solo nelle fasi iniziali di tensione e di crisi, Ciò induce a ritenere alquanto bassa la soglia della conflittualità e quindi, corrispondentemente, elevato il grado di pericolosità dei contrasti in quanto i loro motivi originatori, nella maggioranza dei casi, sono apparsi insanabili o inconciliabili. Tale deduzione apporta un'ulteriore conferma a quanto già rilevato in precedenza trattando delle caratteristiche salienti individuate nei rapporti internazionali durante il periodo in esame e del grado di responsabilità di determinati soggetti strategici. Per quanto riguarda, invece, i casi confli ttuali nei quali non si è verificata l'apertura di ostilità ed in cui si è avuta una composizione pacifica dei contrasti (22 su 78), i principali motivi di tale soluzione sono da ascriversi principalmene o alla maturità delle parti in causa (ad esempio la Gran Bretagna in Birmania ed in India) o anche alla validità di determinati meccanismi d'intervento mondiale. Significativo è a tal proposito l'esame della conflittualità in Europa, risoltasi in maniera non cruenta in 5 casi su 7, da cui è facile arguire quale importanza le Superpotenze annettono al mantenimento in questo Conti nente di un equilibrio stabile e duraturo. Sotto questo aspetto meritano attenzione anche le questioni di Formosa, Quemoy e Matsu, quelle di frontiera tra Cina e URSS e la crisi di Cuba del 1962, chiari esempi di composizione dei contrasti, prima che questi sfociassero in ostilità, onde evitare il rischio maggiore di un confronto diretto e totale delle Grandi Potenze.

b.

CONDIZIONI PER EVITARE I CONFLITTI

43. - Appare arduo azzardare un giudizio circa

170

la possibilità di evitare i conflitti e le condizioni alle quali ciò avrebbe potuto verificarsi. Infatti perdurando i fattori di crisi che hanno caratterizzato le origini delle situazioni prese in esame e sussistendo tutti i motivi di incompatibilità tra le parti è molto difficile individuare in quale modo si sarebbe potuto scongiurare il ricorso alla violenza. E' stato già fatto cenno al particolare aspetto che ha contraddistinto la conflitualità mondi ale negli ultimi trent'anni e cioè alla variabili tà dei comportamenti e alla virulenza del disaccordo. Per questi motivi si r itiene che i contrasti divengono incomponibili dal momento in cui riescono a varcare la soglia dello " indizio della tentazione a impiegare la violenza". Rimane da rispondere al quesito consistente nell'individuare quali atteggiamenti o risoluzioni avrebbero eventu almente eliminato del tutto o privato dei toni più accesi i motivi di contrasto internazionale manifestatisi nel secondo dopoguerra. In genere le possibilità di soluzione sarebbero dipese innanzi tutto dal fat to che le parti fossero venute reciprocamente ad un compromesso ed a una formulazione meno intransigente delle proprie· pretese e avessero dimostrato chiaramente questa intenzione attraverso concreti atti politici, economici e sociali. Dal canto loro le potenze coloniali avrebbero dovuto rinunciare ad esercitare la propria influenza sugli ex possedimenti e mand ati coloniali. Sarebbe poi stato necessario che le superpotenze avessero ricercato una effettiva distensione e composizione dell,e crisi piuttosto che inseguire mire di espansionismo ideologico, politico ed economico o tentativi di contenere ad ogni costo ed in maniera poco accorta tale espansionismo. I regimi più conservatori avrebbero dovuto accettare di promuovere una politica di riforme e di democratizzazione della vita pubblica.


ALLEGATO

A. - ELENCO DEI CONFLITTI CLASSIFICATI DI TIPO

INTER NAZ lONALE

EUROPA

1. Questione di Trieste (1945-54) 2. Questione del canale di Corfù (1946-53) 3. Questione della tensione sovietico-jugoslava (1948-52) 4. Questione dell'Alto Adige (1953..(59) 5. Questione di Berlino (1948-49) 6. Questione internazionale di Cipro (1963-74) 7. Questione greco-turca per Cipro (1974)

MEDIO ORIENTE

1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

9. 10. 11. 12. 13. 14.

15. 16.

Questione irano-sovietica (1 941-46) Questione dell'indipendenza siriana (1 945-46) Questione dell'indipendenza libanese (1945-46) Questione della sovranità egiziana (1946-47) Questione della sovranità giordana ( 1946-50) Questione della creazione d'Israele o l questione arabo-israeliana (1948) Questione della frontiera Aden-Yemen (1954-59) Questione di Suez e li questione arabo-israeliana (1955-57) Questione libanese (1 958) Questione giordana (1958-67) Questione dell'intervento nel Kuwait (1 961) Questione dell'oasi di Buraymi (1960) Questione del Ili conflitto arabo-israeliano (1967) Questione di frontiera fra lrak e Iran e questione delle 3 isole (1971) Questione del IV conflitto arabo-israeliano (1973) Questione del conflitto tra Oman e Yemen del Sud (1973)

AFRICA

1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

8. 9.

10. 11. 12.

Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione Questione

dell'indipendenza tunrsma (1952-54) dell'indipendenza marocchina (1952-56) dei Cameroons (1956-60) del Marocco Spagnolo (1957-58) del Sud-Ovest africano e poi della Namibia (1958-............) del Ruanda Urundi (1958-59) delle frontiere somalo-etiopiche (1960-64) dell'Angola (1961-...........) internazionale del Congo (196 1-64) della frontiera marocco-algerina (1 962-63 ) del Rwanda e del Burundi (1962-63) della frontiera fra Somalia e Kenya (1963-07)

171


13. 14. 15. 16. 17. 18.

Questione Questione Questione Questione Questione Questione

internazionale Rhodesiana (/965-.... ......) della frontiera fra Sudan ed Etiopia (1967) del Biafra (1967-70) tra Guinea e Costa d'Avorio (1967) della tensione alla frontiera Ira Zambia e Sud Africa (1968-............) tra Guinea Equatoriale e Spagna (1969)

ASIA ED ESTREMO OR IENTE 1. Questione indocinese (1946-54) 2. Questione dell'indipendenza indonesiana (1945-49) 3. Questione delle sommosse comunali in India (1946-48) 4. Questione dell'indipendenza birmana (1948-54) 5. Questione del Kashmir (1948-49) 6. Questione dell'insurrezione malese (1948-49) 7. Questione internazionale di Corea ( 1950-53) 8. Questione del conflitto tra Tibet e Rep. pop. Cinese (1950-51) 9. Questione della tensione tra Iran e Gran Bretagna (1951 -53) 10. Questione di Formosa e delle isole Quemoy e Matsu (1954) 11. Questione della rivolta Naga in India (1954-64) 12. Questione del Pakhtunistan tra Pakistan e Afghanistan (1955) 13. Questione dello stretto di Formosa (1958) 14. Questione tra Cambogia e Thailandia (1958-59) 15. Questione della frontiera indo-cinese (1 959-62) 16. Questione vietnamita (1959-62) 17. Questione dell'lrian occidentale (1960-62) 18. Questione internazionale del Vietnam (1962-73) 19. Questione internazionale della Malaysia (1963-65) 20. Questione della Cambogia e del Laos (1964 -..........) 21. Questione internazionale indo-pakistana per il Kashmir (1965-66) 22. Questione delle frontiere tra URSS e Rep. pop. Cinese (1969-..........) 23. Questione del Bengala Orientale (1971) 24. Questione tra Vietnam del Sud e Vietnam del Nord (1973-............) 25. Questione tra Cina e Vietnam del Sud per le isole Paracel ( 1974-............) AMERfCA LATINA

1. Questione tra Guatemala ed Honduras britannico (1948-51) 2. I questione della tensione tra Costarica e Nicaragua (1948-49) 3. Questione della front iera tra Honduras e Nicaragua (1949-63) 4. Questione tra Guatemala, Honduras e Nicaragua (1954) 5. II questione della tensione tra Costarica e Nicaragua (1954-56) 6. Questione della " Baia dei Porci" (1961) 7. Questione internazionale cli Cuba (1962) 8. Questione della tensione alla front iera tra Haiti e Rep. Dominicana (1963) 9. Questione del canale di Panama (1964-............) /0. Questione cli frontiera tra Venezuela e Guaia,1a britannica (1964-69) 11. Questione internazionale della Repubblica Dominicana (1965) 12. Questione tra Honduras e Salvador (1 969}

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CAUSE ED ORIGINI DEI CONFLITTI INTERNI SOMMARIO: I. Premessa (par. 44) - II. Cause più frequenti ed importanti (45): a. - Cause oggettive (46 · 53); b. - Cause soggettive (54) Il I. Reciproca influenza fra le diverse caL1se (55 · 56) - I V. Confronto Ira le versioni dei protagonisti e le cause ef/ellive (57) - V. Forme delle origini dei con/lifti interni (58 - 62) - VI. Modalrtà concrete di apertura delle ostilità (63) - VII. Grado di responsabilità dei pro/agonisti (64 · 65) - VlIJ. E vitabilità dei conflitti: a . • Fasi di evitabilità (66 - 67); b. - Possibilità e condizioni di evitabilità (68) - Allegati: Allegato A: Elenco dei conflitti classi fi cati di tipo interno - Allegalo B: Conflitti interni nel periodo 1945 · 1953: I. Individuazione; 2. Andamento; 3. Di slocazione - Allegalo C: Conflitti interni nel periodo 1954 - 1963: l. Individuazione; 2. Anda mento; 3. Dislocazione - Allegato D: Conflitti interni nel periodo 1964 · 1974: 1. Individuazione; 2. Andamento; 3. Dislocazione - Allegato E: Forme d ei conflitti interni - Allegalo F: Fasi di evitabilità.

I. Premessa

Il. Cause più frequenti ed importanti

44. - Attraverso un'indagine sulle cause che hanno determinato l'insorgere dei conflitti interni e sulle forme assunte dalle loro origini, ci si propone di mettere in evidenza i caratteri comuni o p iù frequenti che la conflittualità interna ha assunto nel mondo nell'ultimo trentennio. Cercare di unificare in una comune visione tutti i paesi interessati a questa conflittualità è cosa molto difficile perchè ogni stato è diverso dall'altro per posizione geografica, condizione climatica, etnica, p olitica, cuhurale, economica e sociale. E tuttavia, nel periodo considerato, i paesi presi in esame dimostrano tutti di avere nel lo ro interno forze capaci di esprimere un nuovo modo di pen sare, un'aspirazione al progresso, alla libertà, indipendenza e democrazia, che li accomuna nella faticosa ricerca del benessere sociale. Sotto questo aspetto le cause dei conflitti, anche se singolarmente appaiono molto diversificate, si possono ricondurre ad alcune radici fon d amentali a cui si richiamano tutte le altre cause. Allo stesso modo le origini, tanto diverse per durata e manife stazioni concrete, possono essere suddivise in fasi in cui si ritrova a fattor comune il grado di sofferenza e d i travaglio vissuto dalle par ti in conflitto p er raggiungere gli obiettivi che si sono proposti.

45. · In tutte le 58 situ azioni conflittuali interne esaminate ( Allegato A) sono stati riscontrati elementi, condizioni o fatti che sono da ritenersi cause oggettive, cioè cap aci di per sé di ingenerare un conflitto. Queste cause oggettive, anche se diversamente sentite nei vari paesi, sono strettamente legate alla situazione strategica, politica ed economica mondiale. Per comodità si è quindi deciso di studiarle alla luce dell 'evoluzione della situazione mondiale suddividendo il periodo considerato nelle tre epoche che individuano delle tendenze significative: 1945 · '53, dell'equilibrio bipolare ch iuso; 1954 -'63, dell'equilibrio bipolare aperto; e 1964 · 1974, del multipolarismo. Per le cause soggettive, intese come percezioni ed interpretazioni degli avvenimenti da parte d ei soggetti contrapposti, tale suddivisione è stata abbandonata perché ritenuta non signifi cativa.

a.

CAUSE OGGETT IVE

46. · Nel primo periodo considerato i paesi interessati a i conflitti ( Allegato B) risentono, anche se in diverso grado, della situazione creatasi alla fine della seconda gu erra mondiale. In essi ini zia e progredisce rapidamente una

173


sfer a di attività che comprendé, da Urt lato, la lotta che una classe definita di uomini conduce all'interno dello stato per conquistare o tnantènere il potere, utilizzando le esigenze e le richieste che emergono nel campo sociale; dall'altra la forma zione o la modificazione dell'ordinamento costituzionale dello stato, la determinazione della disciplina dei rapporti tra lo stato e gli individui o i gruppi che ne fanno parte. Questa sfera di attività, che altro non è se non la linea politica che le p arti interessate tentano di seguire, costituisce la comune e principale causa oggettiva della conflittualità interna nel primo dopoguerra. Detta causa politica assume però diversi aspetti, nettamente distinti fra loro, a seconda della dislocazione spaziale e del grado di maturazione civica e storica dei soggetti sui quali agisce. Essa infatti è percepita dai vari paesi o come necessità di scelta fra le concezioni di vita diametralmente opposte offerte dalle due superpotenze; oppure come ricerca di una propria identità nazionale da parte dei paesi colonizzati direttamente coinvolti nella seconda guerra mondiale o che per primi hanno avvertito il decadimento delle potenze coloniali; opp ure, infine, come sforzo di adeguare alla nuova situazione mondiale le strutture politiche rimaste ancorate al periodo prebellico. 47. - La prima di queste tre motivazioni ha determinato i conflitti interni europei nei paesi limitrofi alla linea di demarcazione fra le zone di influenza occidentale ed orientale causandone l'assestamento e quindi stabilizzando le parti nel senso stabilito a Yalta e Potsdam. La seconda ha influito in modo determinante in Medio Oriente, in Africa e nell'Estremo Oriente. In queste regioni i conflitti sono localizzati infatti nei paesi che hanno forni to alle potenze colonizzatrici contingenti di truppa o il cui territorio è stato interessato a operazioni belliche. Sono i paesi medio-orientali mediterranei e quelli dell'Estremo Oriente insulare, che per primi avvertono i sintomi del declino del prestigio britannico ed europeo e cercano di liberarsi dalle vecchie strutture

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colon,ali. Si notano le avvisaglie de11a pritrtà fase della decolonizzazione anche in Africa nei paesi so tto dominazione della Francia che, ancor più rapidamente della G ran Bretagna, mostra chiari segni di crisi. li terzo aspetto della causa politica si manifesta, invece, in modo particolare, nell'America La tina non tocca ta direttamente dalla guerra, ma interessata ad essa dal punto di vista economico e dal risveglio nella coscienza delle masse dei problemi politici e sociali. Il flusso delle esportazioni generato dall'aumento della domanda dei paesi in guerra determina profonde trasform azioni nelle strutture produttive e rende ancor più vistosi i già grandi squilibri sociali. Il difficile sforzo di adattamento alla situazione post-bellica provoca ulteriori crisi nel già precario equilibrio delle strutture e dei sistemi latino-americani. 48. - Complessivamente questa causa politica, pur nei suoi diversi aspetti, testimonia lo sforzo compiuto dai vari paesi per ritrovare un equilibrio interno compromesso dalla nuova situazione mondiale, che ne rappresenta dunque la radice comune. Sembra ancora interessante notare che la maggior parte dei conflitti si svolge negli anni 1947-'49, quando la situazione politica mondi ale è ancora fluida, mentre diminuisce verso la fine del periodo considerato, quando la situazione è più stabile. Ne discende che la conflittualità interna risulta essere proporzionale o in qualche modo collegata alla stabilità mondiale, per cui essa aumenta quando questa è maggiormente precaria. 49. - Nel secondo periodo (1954-1963) i 20 conflitti considerati (Allegato C) presentano cause oggettive più diversificate. Fra di esse si mette sempre in luce quella economica, accompagnata spesso da cause politiche e sociali. Anche in questo periodo la causa economica assume diversa fisionomia in dipendenza della dislocazione spaziale dei paesi interessati ai conflitti interni. Si hanno così cause economiche derivanti da contrasti fra i modelli di sviluppo economico


occidentale ed orlentale; oppure dalla nèèeSsità di trasformare le strutture economiche; oppure anche dalla necessità di mantenere quei beni ritenuti essenziali. 50. - La p rima coinvolge soprattutto i paesi ad economia centralmente pianificata in cui l'imposizione di un modello di sviluppo economico, quello sovietico, deve fare i conti con le differenze strutturali tra essi esistenti, provocando un depauperamento dei loro sistemi economici e gravi sacrifici ai lavoratori, che quindi si sentono spinti verso la ribellione. La seconda è presente nell'Estremo Oriente, a segui to della decolonizzazione. L'estromissione degli occidentali e la necessità di inserirsi nel sistema economico mondiale in piena sovranità ha privato l'Asia dell'unica burocrazia esistente ed ha reso difficile la continuazione di normali rapporti economici. La conseguenza è un lungo periodo di disorganizzazione economico-sociale dei paesi asiatici, reso più drammatico dalla contrapposizione tra capitalismo privato e autoritarismo statale. Ciò porta un rapporto complesso fra governo nazionale e gruppi politici, sociali ed etnici portatori di interessi spesso contrapposti. La terza causa interessa i conflitti interni conseguenti al processo di decolonizzazione nel Medio Oriente e in Afri ca. Nel Medio Oriente la potenza più interessata al processo di decolonizzazione è la Gran Bretagna la quale, avvertendo la vulnerabilità della sua posizione, ricerca l'appoggio di regimi feu dali timorosi di perdere le proprie prerogative. Nel vuoto mano a mano creato dalla sempre decrescente credibilità britannica, le grandi potenze (USA e URSS) intervengono nelle questioni interne con motivazioni derivanti sia da interesse che da vulnerabilità. In Africa, a rendere più complesse le cause economiche agenti sulle potenze europee, intervengono anche quelle portate dai fortiss imi gruppi di residenti europei. Altra causa oggettiva è quella politico-econom ica che determina tutti i conflitti interni nell'America latina. In questa area i grandi squilibri economici tra le classi, le storture del sistema economico, le ricorrenti crisi dovute

ad utt sistefilà politico di tipo europeo estra• neo perciò alla realtà latino-americana, sono le cause inseparabili della sua conflittualità. 51. - Nel complesso la causa individuata, pur presentando tracce evidenti di quella politica e le avvisaglie di quella sociale, conferma, anche con un numero maggiore di conflitti rispetto al periodo precedente, che la conflittualità evolve in concomitanza con la variazione della situazione mondiale. Il modello bipolare, infatti, deve fa r posto ad una componente nord-sud rappresentata dal terzo mondo, che prende posizione dinanzi al sistema economico vigente confe rendogli un aspetto tripolare. 52. - Nel terzo periodo (1964-'74) i 21 conflitti considerati (A llegato D) presentano una maggiore complessità in quanto in generale, le cause che li provocano hanno nello stesso tempo caratteri politici e caratteri socio-economici. Questi caratteri diffic ilmente si possono separare per vedere se uno prevale sugli altri perchè essi contribuiscono in uguale misura allo stato conflittuale e si influenzano reciprocamente tanto che non si devono considerare cause diverse, ma una sola causa globale. Questo carattere ben si evidenzia in Africa ed in Medio Oriente dove i contrasti generano conflitti interni fra una provincia e l'altra o fra un gruppo etnico e l'altro. In genere si tratta di grup pi minoritari p oliticamente ed economicamente discriminati che tendono a raggiungere una propria autonomia od una integrazione nella gestione del potere che li faccia accedere al tenore di vita ed al livello economico delle altre etnie al potere. Questa causa globale ha assunto caratteri completamente diversi nell'America latina dove, nonostante le differenze etniche esistenti, non si sono mai avute lotte o contrasti di carattere razziale né nel settore politico, né in quello sociale. La vera causa consiste nella diversa concezione della gestione politica esistente fra le destre conservatrici ed i progressisti. Le de· stre tendono a mantenere intatto il sistema tradizionale che presenta una scarsa mobilità

175


sociale ed u na economia di sopravvivenza; i secondi mi rano ad un a politica di investimen ti sociali e d i ridistribuzione dei reddi ti. Anche in Est remo O r iente questa causa globale assume una cara tteri stica di versa cioè quella del riaggiustamento dei sistemi e delle s trutture interne minacciati da movimenti tend enti ad allontanare i paesi dalla strada intrapresa in precedenza. 53. - Nel corso degli ul timi tren ta anni le cause oggettive si sono modificate in misu ra sensibile divenendo sempre più glob al i e quindi complesse. Ora la causa prin cipale della conflittualit à interna investe tutte le componenti delle strutture di un paese e là d ove esistono ancora profondi squili bri, anche in un solo aspetto, prima o p oi si ingenererà un conrntto . Ciò è agevolato anche d all'attuale situazione mo ndi ale che, data la sua fluidità, lascia maggiore spazio alle fo rze dei singoli p aesi. L'aumento d el numero dei confli tti in terni destina to forse a crescere, ne è una dimostrazione . Nelle regioni dove i regimi sono au toritari, lo sviluppo econom ico è lento o nullo e l'incremen to demografico è alto, lì la conrnttualitì1 in terna sarà sempre presen te. Ne sono una prova i numerosi ri volgimenti che in mi sura più o meno ampia si sono verificati negli ultim i dieci anni in q uasi tutti i paesi ch e presen tavano simili condizioni. La con fl ittualità interna decrescerà q uando lo at tuale or ientamento dei va ri paesi verso stab ili regim i d emocratici potrà essere realizzato e q uando la situazione mon diale sarà stabile. Si potrà mai giu ngere a questo? Forse no, ma la srada giusta è senz'altro q uell a che lo stud io c i ha indicato anch e se essa p are lunga ed irta d i ostacoli.

b.

CA USE

SOGGETTI VE

54. - Fra le numerose cause soggettive che sono state r iscontrate, le p iù freq uen ti , e forse le più im portan ti , appaio no quelle che h anno prodotto d ei conflitti interni intesi d ai contendent i come esigenza di affermazione dell a propr ia pretesa oppure come esigenza d i con-

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scrvazione e d i esistenza. Queste cause assumono un notevole valore nei conflilli interni, sono talvolta presenti contemporaneamente in un solo contendente m a quasi sempre agiscono separatamente sulle due pa rti in lotta. La pretesa è portata dai par titi com un isti, nell a radicala convinzione d i ra ppresentare il popolo e di 11vere quindi dir itto al governo della nazione; dalle correnti nazionalistiche, per le quali ogni tipo d i interferenza esterna costituisce un motivo di reazione all a fru strante esperienza colon iale; d ai movimen ti secessionisti dalla madrepatria emopea, africana, o euro-africana, basati su costruzione etnocentrica dell'immagine d i sé. Il m ovimento di conser vazione, tenden te a non acce ttare alcuna modi fica , viene espresso da superpotenze q uali l'U nione Sovietica e da i paes i colonizzatori, quali la Francia e l'Inghi lterra, che hanno interesse a non modific are ::ilcune situazion i. E' inoltre espresso da tutt i i governi legittimi o di fatto i quali, considerando insopportabile q ual siasi minaccia , reagiscono con azioni repressive tendenti ad impedire che l'opposizione m odifichi la struttura del paese. Significativi, m a meno numerosi e lim itati ali ' Afr ica centrale e parte del Medio O riente, sono i conflitti per l'esistenza d eterminati da d ivers ità di interessi tra grup p i etnici conviventi nell'interno dell a stessa strnttura statale.

lii. Reciproca influenza fra le diverse cause 55. L'ins ieme delle cause oggettive dei confli tti p assa d a un sistem11 relativamente semplice di cause ad uno che possiamo definire globale. All'inizio del periodo considernto, intatti, la mutala situ azione mondiale impone in via prioritar ia la ri cerca di tutta una serie di r isistemazio ni politiche interne che m eglio si adattino all 'am biente em erso dalla seconda guerra mond iale. Questo non vuol dire che manchino le componenti sociali ed economiche. ma semplicemente che esse sono su bordinate a quella politica. Fino a quando n on è operata una scelta in tale campo (scelta cli un blocco, in-


dipendenza o un certo progressismo) non è possibile determinare la direzione lungo la quale indirizzare le altre componenti. In sintesi si individua inizialmente un rapporto di dipendenza delle cause socio-economiche da quelle di carattere politico. Nel secondo periodo considerato, in cui l'assetto politico mondiale si presenta più chiaramente delineato, assume maggiore importanza la causa economica che discende da quella politica e che unita ad essa determina la causa sociale. E' stata notata quindi una dipendenza delle cause sociali da quelle economiche. Negli ultimi anni presi in esame una così netta distinzione fra le cause non è più possibile in quanto esse interagiscono intimamente fra loro modificandosi a vicenda. Una variazione di uno di questi fattori non cambia solo il sistema nella sua generalità, ma produce anche un mutamento degli altri due elementi, alla ricerca di un nuovo equilibrio più soddisfacente del precedente. Le diverse cause quindi, non sono indipendenti ma legate fra di loro da una legge ciclica che può essere così sintetizzata: le cause politiche agiscono su quelle economiche; le cause politiche ed economiche agiscono su quelle sociali; le cause economico-sociali agiscono su quelle politiche. 56. - Nei conflitti interni anche le cause soggettive individuate non sono fra loro indipendenti. Trattandosi di lotte non fra stati, ma fra governi legittimi o di fatto e movimenti politici, etnici, di liberazione o di opinione pubblica, appare chiaro che le cause soggettive che danno luogo a conflitti di pretesa o di conservazione sono fra loro antitetiche. Esse però, anche se opposte, sono dipendenti e legate intimamente fra loro in quanto l'insorgere di una di esse provoca la nascita dell'altra. Spesso infatti è stato rilevato che proprio la ferma posizione assunta da uno dei contendenti ha radicalizzato il punto di vista dell'altro facendo insorgere violenti e crudeli conflitti. Si deve inoltre mettere in luce come le cause oggettive influenzino quelle soggettive le quali nascono, a meno di rare eccezioni , appunto

da motivazioni generali ed obiettive determinate dalla particolare situazione esistente in un paese. Non si è invece maj riscontrato il contrario.

IV. Confronto fra le versioni del protagonisti e le cause effettive 57. - Salvo qualche raro caso, tutti i protagonisti intervenuti nei conflitti interni hanno giustificato il proprio comportamento. In genere si tratta di dichiarazioni che richiamano di volta in volta cause politiche, economiche e sociali, spesso frammischiate a motivazioni nazionalistiche ed etniche o che richiamano semplicemente la necessità di mantenere l'ordine e garantire il libero sviluppo della vita democratica. Non sono infine mancate giustificazioni chiaramente di comodo o elusive. Prendendo in considerazione solo quel1e significative, cioè quelle che denotano la volontà di chiarire inequivocabilmente le motivazioni addotte dalla parte in lotta, le versioni fornite risultano nella maggioranza dei casi parziali rispetto alle cause effettive riscontrate. Partendo da situazioni analizzate oggettivamente, esse tendono a mettere in particolare evidenza solo alcuni aspetti, soffermandosi su quelle cause che meglio si prestano, per semplicità ed immediatezza, ad essere recepite dalla popolazione. Nei conflitti interni l'atteggiamento emotivo del singolo è infatti di estrema importanza ai fini dei risultati ed è quindi comprensibile come le varie parti cerchino di presentare la loro posizione corrie la più giusta possibile. Questo determina il ricorso a versioni che mettono in evidenza solo poche motivazioni possibilmente esprimibili mediante slogans. Di qui sorgono le differenze riscontrate, che appaiono maggiori nei riguardi delle motivazioni portate dai partiti di opposizione.

V. Forme delle origini del conflitti interni 58. - In tutti i conflitti interni considerati è possibile rilevare come la situazione conflit-

177

,..,


tuale evolve nel tempo e rende manifesto, col verìficarsi di determinati avvenimenti, la sua scansione in fasi. Tali fasi non sono. sempre tutte presenti o perfettamente distinte le une dalle altre, ma perrnetto~o ugualmente di de· lineare la sequenza logica che le parti in lotta, percorrono per giungere al conflitto (Ali. E). Tutti i paesi interessati alla conflittualità in esame presentano al loro interno le condizioni potenziali perchè essa possa insorgere. Cioè esistono quelle cause oggettive capaci di de· terminare la prima fase,- e cioè la tensione. Anche se per alcuni conflitti è difficilmente individuabile e localizzabile nel tempo, essa è quindi sempre presente. Ha una durata estremamente variabile che non dipende dalla posizione geografica del paese in cui si verifica, ma dalla sua situazione interna particolare venutasi a creare in seguito a precedenti con- ·, flitti, alla decolonizzazione e contrasti di natura politica, sociale ed economica o etnici. Anche se estremamente variabile, la fase di tensione ha però, in genere, una durata più lunga rispetto alle altre fasi del conflitto, segno evidente della difficoltà che incontrano le parti a stabilire quale deve essere il loro obiettivo concreto. Questa fase è accompagnata spesso dalla nascita di organizzazioni politiche, di gruppi con particolari interessi, di movimenti di opinione, da una parte, e dalle prime forme di persecuzione e repressione delle manifestazioni ostili al regime, dall'altra. 59. - La seconda fase, quella della crisi, è anch'essa generalmente sempre presentè. Ha una durata variabile ma difficilmente supera i tre o quattro anni. E' una fase decisamente rilevante nello sviluppo della conflittualità interna, poichè in essa si possono raccogliere già gli indizi dell'inevitabilità o meno del successivo conflitto e del suo progredire. La crisi inizia generalmente con l'insorgere di ribellioni, complotti, scioperi, manifestazioni di piazza, e costituzione di fronti di liberazione o in forma anche· più violenta, come episodi di terrorismo, di guerriglia urbana e di campagna, rapimenti e talvolta uccisioni. Queste manifestazioni costituiscono gli indizi della vo--

178

Iontà delle parti di essere disposte ad usare la violenza per imporre la propria causa. Nei conflitti interni esse acquistano particolare importanza perchè servono a dimostrare alla popolazione l'esistenza della tensione, a propagandare la causa, a fare proseliti, contribuendo così in modo diretto ad aumentare la conflittualità, cioè lo stato di crisi del paese. A queste forme, di norma, si contrappongono repressioni governative. In tale contesto la negazione dell'obiettivo dell'avversario e l'affermazione del proprio è ottenuto, di massima, mediante l'eliminazione politica, quando non fisica, dell'avversario e con l'uso generalizzato della violenza. 60. - La fase successiva, quella della controversia, non acquista nei conflitti interni particolare importanza. Essa è infatti presente solo nella metà dei conflitti esaminati e spesso è quasi indistinguibile dalla fase di crisi. Presenta sempre una durata molto limitata. Le parti contrapposte sembrano non attribuirvi molta importanza; in realtà essa manca probabilmente perchè le parti in lotta sono incapaci di formulare la pretesa. Bisogna infatti ricordare che nei conflitti interni i contendenti sono di norma molto asimmetrici ed il soggetto con dimensione inferiore allo stato ha scarsa capacità di pilotare lo svolgimento della " questione ". Nei conflitti in cui la fase di controversia è stata individuata, la formalizzazione degli obiettivi si manifesta attraverso decisioni politiche tese al mantenimento di un certo "status quo", da parte governativa, e attraverso decise prese di posizione, da parte dei gruppi che si op. pongono al potere. Ove le controversie siano portate in sede internazionale, ad occuparsene sono in genere le Nazioni Unite e gli organismi regionali. Spesso però, si nota l'iniziativa di una superpotenza al di fuori dei predetti organismi. In nessun caso la trattazione in sede internazionale ha portato a delle soluzioni nè è valsa ad evitare gli episodi cruenti della successiva fase di ostilità. 61. - La quarta fase, infatti, e cioè quella delle


ostilità, è presente in tutti i conflitti considerati ed ha nella totalità di essi uno sbocco violento. La sua durata è estremamente variabile, ma in genere non lunga, ed è inversamente proporzionale all'attenzione rivolta dalle superpotenze alla questione. Ciò deriva dalla pericolosità che un conflitto riveste in tal~ fase per una superpotenza, la quale, per difendere i propri interessi, deve appoggiare una parte, ma. nello stesso tempo rischia di rim~nere coinvolta o di entrare in confronto diretto con le altre potenze. Da qui la necessità di contenere in breve tempo questa fase che nei casi esaminati si è sempre conclusa con l'apertura delle ostilità.

62. . Le origini dei conflitti interni hanno generalmente uno sviluppo lineare, cioè evolvono secondo le tappe in cui, per comodità di ragionamento, si è ritenuto utile suddivide~e le fasi pre-ronflitto e pre-ostilità della dinamica d~lle situazioni conflittuali. Ciò è dovuto essenzialmente al tipo stesso di conflitto che matura e progredisce in un ambiente nel quale lo scontro fra le parti è caratterizzato da numerose schermaglie politiche, richieste, temporeggiamenti, concessioni che dilazionano nel ~e~po il progressivo peggioramento delle relaz1om. Questa evoluzione però, è accompagnata molto spesso da manifestazioni di violenza eh~ presentano una costante recrudescenza net passaggi dalla fase di tensione a quella di ~stilità. Nella metà dei casi considerati tale v10lenza, non adeguatamente controllata dalle parti, non ha dato loro neppure la possibilità di formalizzare i rispettivi obiettivi, facendo passare i conflitti dalla fase di crisi direttamente a quella di ostilità. Il superamento della fase della controversia, che si verifica in questi casi, denota la presenza di uno stato generale di tensione dal quale emergono pretese incompatibili, che non si pos: sono o non si vogliono attenuare, nonchè la facilità con cui gli obiettivi vengono radicalizzati. Denota ancora la bassa soglia che la violenza ha raggiunto nel mondo con punte notevolissime in Africa e nell'America latina.

VI. Modalltà concrete di apertura delle oetllltà 63. - L'apertura delle ostilità si presenta in forme differenziate riconducibili tuttavia a tre classi. Innanzi tutto le agitazioni di piazza. La protagonista di questa forma è la folla che esplode con manifest~oni, scioperi e cortei suscettibili di degenerare in episodi di guerra civile. La piattaforma partecipativa tende ad aumentare col trascorrere degli anni e a interessare tutti i popoli del mondo. Que8ta forma, inizialmente adottata soprattutto nei paesi europei del blocco orientale, si è gradualmente estesa alle altre regioni in relazione alla progressiva maggior consapevolezza sociopolitica delle masse . .Risultano cosi interessati prima l'Estremo Oriente, poi l'Africa e quindi l'America latina, sotto la spinta dei partiti com~nisti che vanno man mano affermandosi. Lo spazio sociale interessato all'agitazione di piazza inizialmente comprende per lo più gli studenti e gli intellettuali e solo in un secondo tempo le masse contadine o la classe operaia, ove questa esista. Il suo campo d'azione è la città. L'altro aspetto dell'apertura delle ostilità è dato dalla guerriglia. Portata da bande armate organizzate, essa assume la forma di guerriglia urbana soprattutto nell'America latina in considerazione della scarsa partecipaziÒne delle masse contadine ai conflitti, della distribuzione della popolazione ed in genere della ristretta cerchia di persone interessate alla lotta per il potere. Assume per lo più la forma di guerriglia di campagna nel resto del mondo. Nelle questioni interne si è notato il costante incremento nel tempo del suo impiego. Infine, i colpi d~ mano. Questa forma di apertura delle ostilità ha come protagonisti principali le forze armate ed i partiti comunisti ed è localizzata, per i conflitti interni, nell'America latina e nell'Estremo e Medio Oriente. In molti di questi paesi infatti, le forze armate sono le uniche forze organizzate capaci di esprimere una volontà all'interno del paese. Esse però sono facilmente influenzabili dagli avve-

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nimenti che ruotano loro attorno e sono quin• di facili preda di particolarismi che determinano interventi di iniziativa o ribellione. Ciò è essenzialmente dovuto alla mancanza di Jradizione ed alla estrazione sempre più popolare dei quadri.

VII. Grado di responsabllltà del protagonisti 64. - Nei conflitti interni considerati è possibile distinguere due tipi di soggetti protagonisti: quelli diretti e quelli mediati aventi un grado di responsabilità diverso . ed in generale decrescente. I soggetti diretti sono costituiti da due grandi categorie: i governi in carica, ed i movimenti di opinione, nazionalisti o etnici, i partiti politici, i centri di potere militare e, a volte, singoli individui. La parte maggiore della responsabilità si deve attribuire ai governi in carica, incapaci di risolvere i problemi di fondo dei rispettivi paesi e restii a cedere anche parte del potere che viene esercitato quasi sempre in modo autoritario. Spesso è stato poi notato che, oltre alla incapacità, è presente anche la volontà di non interpretare i sentimenti nazionalistici o indipendentistici dei popoli, di non concedere riforme e di non garantire un minimo di autonomia a minoranze indiscutibilmente esistenti. I governi perseguono invece, senza eccessivi scrupoli, i propri interessi di supremazia politica o etnica o religiosa conservando condizioni di discriminazione razziale o di tipo feudale non più accettabili. Invero anche le controparti non sono immuni da responsabilità, ma il loro grado di colpa non è in funzione della pretesa avanzata bensì del modo in cui hanno saputo o voluto affrontare lo scontro. Infatti in questi soggetti si nota la volontà di manifestare la propria pretesa attraverso la violenza e non, almeno fino a quanto ragionevolmente possibile, sul piano politico. La loro responsabilità si aggraya, poi, quando non sono più in grado di controllare le forze che hanno in precedenza sollecitato. La spinta alla violenza si accentua

180

quanto più i soggetti contrapposti sono asimmetrici e i governi in carica sono autoritari. 65. - I soggetti mediati si identificano normalmente nelle due superpotenze, nelle 'potenze coloniali ed in alcuni casi in quelle regionali. Questi soggetti intervengono nella quasi totalità dei conflitti interni, anche se in diversa maniera, condizionando lo svolgimento della conflittualità con il peso della propria presenza. Il loro grado di responsabilità è decrescente a seconda che: abbiano strumentalizzato una delle due parti in lotta per allargare il proprio spazio di influenza; che siano intervenuti per conservare i precedenti equilibri o ristabilire quelli alterati; oppure che si siano adoperati per mantenere le questioni interne al di fuori della competenza delle organizzazioni internazionali.

VIII. Evltabllltà del conflitti a.

FASI

DI

EVITABILITA'

66. - La quantità dei conflitti interni in cui oggettivamente si è riconosciuta la possibilità di una composizione pacifica decresce con lo svilupparsi delle fasi delle origini (Allegato F). Infatti mentre in quasi nessun caso sarebbe stato possibile comporre la questione nella fase ostilità, per un terzo dei conflitti lo si sarebbe potuto fare in quella di tensione, per un quinto in quella di crisi e solo per un sesto in quella di controversia, ove esistente. I dati, anche se diversi nelle varie regioni del mondo, indicano come i provvedimenti da prendere dalle parti responsabili devono essere .tempestivi per non aggravare la situazione conflittuale. Nella tensione infatti, gli obiettivi sono appena percepiti e la parte contrapposta al governo è ancora debole e mal organizzata sicchè è più facile poter trovare una soluzione di compromesso. Nella crisi e nella controversia invece, mano a mano che i contendenti acquistano maggior consapevolezza, è sempre più difficile giung~e ad una compo-


sizione. Addirittura eccezionale è risultato pervenire ad un accordo in fase ostilità. 67. - Lo studio ha dimostrato infine che una dura repressione è il modo peggiore per risolvere il problema perchè, anche se sembra riuscire, dilaziona la questione nel tempo non dando alternative e richiamando dall'altra parte la violenza. Solo attraverso una sensibile interpretazione del volere popolare ed un onesto confronto di opinioni fra gli opposti schieramenti, è possibile non giungere alla fase di crisi nella quale la questione è già ad un punto molto pericoloso. Questo però presuppone una capacità di governo basata su solide radici democratiche che ai giorni nostri sono ben lontane dall'essere possedute dalla maggioranza dei paesi del mondo tuttora ancorati ai privilegi delle classi al potere ed alla arretratezza dei loro sistemi socio-economici.

b.

POSSIBILITA' E CONDIZIONI DI EVITA· BlLITA'

68. Lo studio condotto ha messo in evidenza che circa un terzo dei conflitti considerati era inevitabile dimostrando la difficoltà di risolvere una situazione conflittuale una volta che

essa si è innescata. Infatti alla base della conflittualità interna sono state riscontrate in tutto il mondo delle cause politiche e socio-economiche che, per il loro carattere oggettivo, non permettono di ipotizzare un diverso corso degli eventi. I contrasti politici economici e sociali discendenti dalla decolonizzazione e la complessità della situazione mondiale odierna non possono ragionevolmente non riflettersi in maniera drammatica sulla evoluzione politica e sullo sviluppo socio-economico dei singoli paesi. Queste cause che hanno interessato tutti i paesi del mondo, sono state recepite in maniera diversa da ognuno di essi ingenerando situazioni conflittuali nei più impreparati a sostenerle o in quelli in cui non si è voluto adeguare i sistemi all'evolversi della situazione. Solo a posteriori è possibile individuare le condizioni che avrebbero potuto se non evitare, almeno mitigare lo stato di conflittualità esistente. Tali condizioni vanno ricercate nelle capacità dei vari governi di prendere soluzioni equilibrate che tengano conto delle esigenze di tutti gli strati sociali senza particolarismi di casta e censo, di razza e religione. Ove questa capacità non sussista nascono necessariamente i contrasti fra le parti, la situazione interna del paese diviene incerta ed instabile e le possibilità di progresso e di sviluppo vengono affidate alla violenza.

181


ALLEGATO A -

ELENCO DEI CONFLITTI CLASSIFICATI DI TIPO INTERNO

EUROPA

1. Questione interna greca (1944-49); 2. I questione interna cecoslovacca (1948); J. Questione ungherese (1956); 4. Il questione interna cecoslovacca (1968); 5. Indipendenza di Cipro (1955-58); 6. Quest-ione de/l'Ulster (1969 . .. . .).

ASIA

1. Questione interna cinese (1946J50); 2. Questione interna di Formosa (1947); J. Questione interna dell'Hyderabad (1948); 4. Questione interna birmana (1948-52); 5. Questione interna filippina (1948-,52); 6. Questione interna tibetana (1956-59); 7. Questione interna laotiana (1959-62); 8. I questione interna indonesiana (1956-59); 9. Rivoluzione culturale cinese (1966); 10. Il questione interna indonesiana (196~); 11. Questione interna di Ceylon (1971).

MEDIO ORIENTE

1. Questione della Mezzaluna fertile e della Grande Siria (1949-51); 2. I questione irakena (194648); J. Il questione irakena (1952); 4. Questione egiziana (1951.JSJJ; 5. Questione di Mosul (1959); 6. Questione di Muscat e Oman (1957-59); 7. I questione curda (1961-70); 8. li questione curda (1974-75); 9. Questione dello Yemen (1962-67); 10. ¡Questione di Aden (196J..67); 11. Questione araberpalestinese (1967-.....-.....J.

182


segue

ALLEGATO A

APRICA

1. Questione dell'indipendenza algerina (1954<i2); 2. Questione malgascia (1947-48); J. Questione della Guinea portoghese (1962-74); 4. Questione del Mozambico (1965-75) ; 5. Questione del Sud-Ovest africano, poi della Namibia (1958-....- ...-J; 6. Questione del Sudan (1955-72); 7. Questione dell'Etiopia riguardante l'Eritrea (1970-..........); 8. Questione del Congo (1966-68); 9. Questione della Guinea (1952-54); 10. Questione deli!Etiopia (1974); 11. Questione dell'Uganda (1972); 12. Questione del Kenya (1952-58); 13. Questione del Ciad (1967); 14. Questione del Camerun (1967-71); 15. Questione dell' "Apartheid'' del Sud Africa (1959-............); 16. Questione del Burundi (1972).

AMERICA LATINA

1. I questione boliviana (1946); 2. Il questione interna boliviana (1958) ;

3. III questione interna boliviana (1964-07); 4. Questione interna del Paraguay (1947);

5. Questione interna colombiana (1948-53); 6. Questione interna cubana (1956-59); 7. Questione interna dominicana (1961-02); 8. Questione interna venezuelana (1962); 9. I question,e interna del Guatemala (1964-66); 10. Il questione interna del Guatemala (1968); 11. Questione interna dell'Uraguay (1968); 12. Questione interna messicanĂ (1968).

183


segue

A LLEGATO

RIEPILOGO

N. Conflitti

REGIONE

6

Europa Asia

11

Medio Oriente

13

Africa

16

America latina

12

PERIODO

REGIONE 1945-53

1954-63

1964-74

Europa

2

2

2

Asia

5

3

3

Medio Oriente

4

6

3

Africa

3

s

8

America latina

3

4

s

17

20

21

TOTALE

184

A


ALLEGATO

B. - CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1945 - 1953

1.

INDIVIDUAZIONE

1. 2. J. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17.

Questione interna greca (1944-49J; I questione boliviana (1946); Questione interna cinese (1946-50); Questione del Paraguay (1947); Questione malgascia (1947-48); Questione interna di Formosa (1947); I questione interna cecoslovacca (1948); Questione interna colomblana (1948-53); Questione del Hyderabad (1948); Questione interna birmana (1948-54); Questione interna filippina (1948-52); Questione della Mezzaluna fertile e della Grande Siria (1949-51 ); I questione irakena (1949-51); Questione interna egiziana (1951-53); 11 questione irakena (1952); Questione interna della Guinea (1952-58); Questione interna del Kenya (1952-58).

2.

ANDAMENTO

14

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55

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185


S.&uè:

Au.8GATO

B - 3. DISLOCAZIONB


ALLEGATO

1.

C.

CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1954 - 1963

INDIVIDUAZIONE

1. Questione dell'indipendenza di Cipro (1955-59); 2. Q""8tione interna algerina (1954-62); J . Questione interna del Sudan (1955-72); 4. Questione interna. ungMrese (1956); 5. Questione interna cubana (1956-59); 6. ·Questione interna tibetana (1956-59); 7. I questione interna indonesiana (1956-59); 8. Questione interna d{ Muscat e Oman (,1957-59); 9. li questione Interna boliviana (1958); 10. Questione interna del Sud Ovest africano (1958-_._.....); 11. Questione del Mosul (1959); 12. Questione dell'ApartMid del Sud Africa (1959-.....•.....); 13. Questione interna laotiana (1959-62); 14. Questione interna dominicana (1961<i2); 1'. I questione dell'Oman (1961-70); 16. I questione curda (1961-70); 17. Questione interna venezuelana (1962); 18. Questione interna dello Yemen (1962<i7); 19. Ouestione della Guinea portogMse (1962-74); 20. Questione interna di Aden (196J<i7).

2. ANDA~ENTO 14...---.....,....- - , - - - - - r - - ~ r - - - , - - - - - , - - - , - - - - -~ - ~ - 12 1----+---+----+--f-----+----1~---+-----1----1-----1---l

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187


....

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Segue: ALLBGATO C â&#x20AC;¢ 3 .

DISLOCAZIONE


ALLEGATO

1.

O . - CONFLITTI INTERNI NEL PERIODO 1964-1974

INDIVIDUAZIONE

1. II I questione boliviana (1964-67 J; 2. I questione del Guatemala (1964-66); 3. Questione interna del Mozambico (1965-75);

4. li questione interna indonesiana (1965-66); 5. Questione interna del Congo (1966-68/; 6. Rivoluzione culturale cinese (1966); 7. Questione interna del Camerun (1967-71); 8. Questione arabo-palestinese (1967-............ ); 9. Questione interna del Ciad (1967); 10. Il questione interna del Guatemala (1968); 11. Questione interna dell'Uruguay (1968): 12. Questione interna messicana (1968) ; 13. Il questione interna cecoslovacca (1968); 14. Questione dell'Ulster (1969-............); 15. Questione dell'Etiopia riguardante l'Eritrea (1970-............); 16. Qllestione interna di Ceylon (1971) ; 17. Questione interna dell'Uganda (1972); 18. Questione interna del Burundi (1972); 19. Questione interna dell'Etiopia (1974); 20. Questione curda ·(1974-75);

2.

ANDAMENTO

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Segue: ALLEGATO D â&#x20AC;¢ 3. DISLOCAZIONE


ALLEGATO

E - FORME DEI CONFLITTI INTERNI

REGIONE FASI EÃ&#x2122;ropa

Asia

Medio Oriente

Africa

America latina

6 su 6

10 su 11

13 su 13

15 su 16

12 su 12 100% 12 su 12

%

97%

TENSIONE

100%

91%

100%

94%

6au6

10 su 11

13 su 13

13 su 16

94%

CRISI

100%

91%

100%

81%

1 su 6

8 su 11

5 .su 13

11 su 16

16%

72%

38%

63%

6 su 6

11su11

13 su 13

14 su 16

100%

48%

CONTROVERSIA

12 su 12

97%

OSTILITA'

100%

100%

100%

87%

100%

191


ALLEGATO

F - FASI DI EVITAB/LITA'

REGIONE FASI

Totale %

Europa

Asia

Medio Oriente

TENSIONE

2

2

3

10

2

CRISI

1

2

3

2

1

12 21%

CONTROVERSIA

2

3

2

2

-

9 15%

-

-

1

-

-

1

4

4

2

6

84%

64%

70%

88%

50%

OSTILITA' Conflitti non evitabili EvitabilitÃ

192

Africa

America latina

19 33%

1 1% 17 30% 71%


CAUSE ED ORIGINI DEI COLPI DI STATO SOMMARIO: I. Premessa (par. 69) - II . Le cause: a. • Cause oggettive più frequenti ed importanti (70 - 76); b. · Cause soggettive più frequenti ed importanti (77 - 79); c. · Reciproche influenze fra le diverse cause (80 • 81) - III. Le origini: a. - Forme delle origini d ei colpi di stato (82 - 83); b. · Modalità di apertura delle ostilità (84); c. - Grado di responsabilità dei protagoni sti dei colpi di stato (85) ; d. · Fasi e condizion i in cui i conflitti avrebbero potuto essere evitati (86 - 88).

L Premessa 69. - Il "colpo di stato" - comunemente defini to come atto illegale con il quale viene alterata o cambiata la costituzione di uno stato - risulta sempre presente nella storia, anche se cambiano le circostan ze e le motivazioni che lo generano. Resta da esaminare e far emergere le cause e. le origini caratterizzanti i colpi di stato degli ultimi trenta anni. Questa ricerca ed i suoi esiti non potranno però risultare così semplici e limitati ai soli aspetti contingenti, come lo sarebbero stati se rivolti all 'esame degli eycnti dei secoli passati. In fat ti. la seconda guerra mondiale ha seppellito un mondo e ne ha generato un altro in cui sono esplosi , e continuano ad esplodere, fermenti di rinnovamento sociale, nuove contrastanti filosofie e concezioni di v ita, indirizzi morali e concezioni esistenziali. Anche. i col.pi di stato di questi ultimi anni sono immersi in questa· complessa realtà, le cui componenti e le cui motivazioni risultano così strettamente interconnesse da non poter essere separate con bisturi anatomico. L'esame degli avvenimenti ha tuttavia permesso di constatare un'identità di base, o almeno un'analogia,-· tra le cause dei conflitti interni e quelle dei colpi di stato, tanto da farli apparire entrambi modalità di estrinsecazione diverse, ma di medesime motivazioni.

Il. Le cause

a.

CAUSE OGGETTIVE PI Ù FREQUENTI ED IMPORTANTI

70.· · Preminenti in ordine di importanza ri:

sultano essere q uel complesso di eventi che, portando improvv isamente a disporre delle libertà istituzionali, hanno provocato, in mi· sura e con sfumature diverse, · l'acuirsi di latenti stati di tensione. In molti casi tali cause possono essere catalogate come "postumi della decolonizzazione " e si possono considerare, nel loro complesso, oggettive. L'acquisita iridipendenza dai regimi coloniali ha portato in sé, quasi dovunque, · )'esplosione di una carica di aggressività radicata, anche se non sempre palese, causata dal preesistente squilibrio nella dis tribuzione del potere e delle ricchezze tra le classi o tra particolari gruppi etnici. Nei paesi che hanno acquisito l'indipendenza, rimanendo la necessità di dover risolvere per la prima volta la complessa problematica interna, hanno preso vita sfumati sistemi poli tici o regimi solo vagamente sorretti . da libere scelte costituzionali e che sono risultati quasi subito come caratterizzati da estrema incertezza ed instabilità. Libere dai me'ccanismi equilibratori propri dei paesi di matura costituzione, si sono sprigionate allora forze interne, le più disparate, in grado di convogliare e strumentalizzare la latente carica di rivalse nelle masse, fìno allora contenuta dai detentori deJ potere coloniale. La situazione si è aggravata quando questo insorgere violentò ha obbligato il gruppo o la classe al potere a reagire con misure repressive altrettanto esasperate. Si sono create così le condizioni di una vera e propria spirale, che si è conclusa con lo scontro violento definitivo. 71. - Circostan za quasi comune in tali situazioni è l'emergere della classe militare. I militari sono di solito gestori dei colpi di stato,

193

, ..


ma, per essere formati ed educati nel precedente periodo coloniale, costituiscono una categoria relativamente amalgamata ed evoluta, spesso al di sopra delle lotte di parte e solitamente ben vista dalle masse. Risultano inoltre essere gli unici capaci di sostituirsi alla debolezza ed inefficienza della classe politica, per risolvere i problemi economici e sociali del paese, che appunto emergono puntualmente dopo pochi anni dall'avvenuta indipendenza. Essi cosl, sia che fin dall'inizio aspirino palesemente e decisamente al potere, come è avvenuto più frequentemente nel Medio Oriente, sia per selezione naturale tra le classi, come più spesso in Africa, si trasformano in élite politica e pervengono il più delle volte al successo, attraverso un moto di accelerazione politico-istituzionale, con il quale arrivano a porsi in posizio ni di sinistra più decise degli stessi partiti progressisti. Anche di questo aspetto non mancano però le differenziazioni contingenti. Infatti alla posizione di estremo baluardo della fazione conservatrice a difesa delle dinastie regnanti, come ad esempio in Giordania, si oppone l'atteggiamento più equilibrato e positivo, che potremmo con siderare illuminato, degli Ufficiali "Liberi" dell'Egitto. Con la rivolta essi hanno scardinato completamente il mondo politico egiziano fermentato all'ombra della corte, hanno dato l'avvio all'evoluzione rivoluzionaria regionale e si sono dimostrati, soprattutto nelle fasi iniziali, preparati e capaci a garantire al paese, senza violenti contraccolpi, un certo equilibrio interno e una bilanciata posizione nel contesto internazionale. 72. - In altri casi invece l'assunzione del potere da parte dei militari non ha comportato il raggiungimento di una stabile ed accettabile situazione interna. Questa validità della separazio11e del contesto militare dal più instabile ambien te politico è inoltre confermata da casi come quelli riscontrati in alcuni paesi africani (Congo Brazzaville, Dahomey) dove, a colpo di stato compiuto, i militari hanno provato anche a restituire le leve di comando ai civili. per poi doverle subito riprendere per l'insor-

194

gere di cr1s1 acu te. Crisi che non si sono manifestate, o sono risultate meno consistenti, laddove essi hanno mantenuto il potere senza soluzioni di conti nuità, sforzandosi di dare un contenuto ideologico e politico alla loro gestione nella ricerca di unà configu razione originale e nuova dello stato, diversa ed equidistante sia dai modelli marxisti che da quelli capitalisti e liberali. Ciò risulta anche da analoghi fenomeni riscontrati in Medio Oriente dove, sulla scia d ello esempio egiziano, l'iniziativa rivoluzionaria si è propagata, seppur con scelte e soluzioni diverse, in Siria, nell'Iraq e nello Yemen. Ed anche qui peraltro i militari sembrano essere riusciti a velare con fondate motivazioni ideologiche le loro aspirazioni al potere, tanto da poter giustificare, anche sotto il profilo istituzionale, il proprio atteggiamento contro il potere costitui to. 73. - Nell'America Latina i passaggi di potere repentini tra diversi gruppi, protagonisti quasi sempre i militari , sono stati relativamente frequenti. In questa regione, le forze armate hanno svolto un ruolo decisivo nelle sorti dei loro paesi, s pesso sollecitati dalla fedeltà allo ordine ed ai poteri istituzionali costitu iti ma comunque violando le procedure ed i principi dei sistemi democratici rappresentativi. Anche questi sistemi politici, costituitisi con "il colpo di stato", hanno spesso cercato di ufficializzare democraticamente la loro posizi one ricorrendo ad elezioni , o mettendo in atto una serie di provvedimenti tesi a dare un crisma dì legittimità formale al regime imposto invece con la forza. Principi propri dei regimi "golpis ti " dell'America Latina risultano essere l'affermazione del concetto dell'ordine e l'istituzionalizzazione del "colpo di stato" come regolare mezzo di lotta politica. Da queste caratteristiche e prospettive insorge una particolare problematica giuridico-politicoistituzionale tesa tuttora a definire i punti di distinzione tra società civile e società militare. Si tratta di definire il ruolo delle forze armate nella vita dello stato, la validità e la misura della politicizzazione dei militari che, soprat-


tutto qui, riescono a presentarsi come gli unici interpreti legittimi, seppur in chiave emozionale e confusa, della continuità storica e dell 'integrità nazionale del Paese. 74. - Un aspetto particolare di questa causa complessa e diffusa è rappresentato d agli analoghi eventi dell'Estremo Oriente (Laos, Vietnam del Sud, Indonesia, Afganistan). Qui il colpo di stato insorge non tanto ad esclusiva opera dei militari, o per mancanza di altre più valide alternative istituzionali, quanto dall'impatto tra la forte e trainante corrente indipendentistica asiatica e le deboli organizzazioni statali che ad essa avrebbero dovuto adeguarsi. L'incapaci tà a gestire le crisi hanno reso così questi apparnti statali estremamente deboli e labili di fronte alla complessità dei problemi emergenti, tanto che ne sono derivati una diffusa corruzione e la tendenza a sv iluppare po litiche "personali", nepot istiche, inconsistenti al punto da provocare reazioni popolari violente ed incon trollabili. A tulto ciò si sono aggiunte le lotte interne nello stesso gruppo o classe dom inante, l'opposizione oltranzista degli intellettuali , l'assenza quasi completa di indirizzi politici ed economici tali da assicurare alle istituzioni statali l'assenso, l'appoggio e la partecipazione dei più vasti e rappresentati vi settori sociali. 75. - Causa principale dei tipi di conflitto in esame risulta qu indi quella che è stata definita "da postumi della decolonizzazione" . Resta da rispondere alla domanda sulla persistenza attuale di questi postumi, sulla definitiva conclusione o sulla possibilit à che in prospettiva generino ulteriori analoghi conflitti. Infatti il potere, di massima, si è concentrato finora nelle mani d i una élite nazionale ristretta, portata ad erigersi in classe politica piì:1 o meno chiusa, od incarnandosi in una personali tà dominante. Conseguita però l'indipendenza, si sono verificate e si verificano ancora fenom eni di rigetto, dato che il cambiamento apportato dai nuovi governi si è limitato, e conti nua tuttora in certi casi a limitarsi, ad una modifica puramente formale . Un potere

si è sostituito all'altro, ma le strutture dello stato non sono cambiate e l'ambita personalità, identità di sé stessi come popolo, nazione, contesto-religioso non emergono ; anche di qui quindi le motivazioni per il ripetersi dello scontro, la possibilità del verificarsi, ancora nel tempo, dei colpi di stato, come verrà più avanti illustrato. 76. - Tra le cause oggettive assumono importanza gli interventi da/l'esterno. Gli stati di tensione interna diventano terreno fertile per l'inserimento di soggetti mediati, il cui attivismo assume di solito il ruolo di moltiplicatore delle cause delle crisi, e così dei colpi di stato. La presenza mediata o diretta dell'elemento esterno si può quindi considerare, in tale forma d i conflitti , costante (variabile solo in relazione all'entità ed alla for ma del suo appoggio) e d i solito comunque consistente e spesso determinante. Si tratta tra l'altro di uno dei casi più evidenti di influenza fra situazioni esterne e situazioni interne. Un sintomatico esempio è rappresentato dal1' America Latina ove i colpi di stato furono in un certo senso legittimati, d al 1964 in poi, da una specie di imprimatur derivato da una particolare decisione in proposito del governo statunitense. In quell'anno, infatti, il Dipartimento di Stato annunciava un importante mutamento in politica estera nell'area latino•americana. Non si trattava più - secondo Washington - di imporre in ogni caso la democrazia rappresentativa nel Sud America. Era soprattutto importante di poter contare su alleati sicuri, tanto che i famosi colpi di stato sud-americani no n sarebbero stati più considerati, con pregiudiziale ostilità, in base a criteri ideo logico-isti tuzionali. Veniva così riconosciuta pubblicamente l'efficacia degli eserciti quali strumenti politici, tanto che quella mossa diplomatica servì di fatto come vero e proprio mezzo di lievitazione di numerosi stati latenti di tensione. Da un'indagine statistica si rileva che dei 33 colpi di stato ivi riscontrati, ben 19 si svilupparono dopo il 1964.

195


b.

CAUSE SOGGETTIVE ED IMPORTANTI

PIÙ

FREQUENTI

77. · Ma lo studio della particolare conflittualità e la ricerca delle cause che la provocano d eve tener conto dei motivi soggettivi che contribuiscono all 'insorgere del fenomeno. Si tratta in particolare di motivazioni che sviluppano conflitt i per /'esistenza, per la conservazione o come pretesto. Queste cau se sembrano essere state determinanti, o almeno importanti, soprattutto per il verificarsi dei colpi di stato europei, quell i greci e portoghesi. Sono da ascrivere al timore di essere esclusi dal potere ("cause d a pretesto") e di trasformazioni istituzionali ("cause per la conservazione"), le preoccupazioni della destra greca di affrontare le elezioni del 1967 ed il conseguente convincimento, da parte dei militari, di dover intervenire con la forza contro il prevalere delle fazioni di sinistra. Motivazione " per l'esistenza " si può definire ancora l'ans ia di Papadopulos, nel 1973, di "democratizzare" il regime per riconquistare il consenso popolare interno e quello mondia le, atteggiamento peraltro interpretato dai militari come tentativo di escluderli dalla effettiva gestione del potere. Lo stesso Joan nides sembra essere intimamente sollecitato da un a "causa per l'esistenza" quando, agganciandosi al radicato nazionalismo po polare, tentava contro Makarios di consegui re un successo nella soluzione del problema di Cipro e garant irsi la stabilità al potere. Rimangono nell'ambito delle cause soggettive i tentativi di indirizzare l 'adesione delle masse verso determinati fini. Si possono considerare, tra queste, le cause che h anno dato innesco alla conflittuali tà tra gruppi etnici o nazionalistici, come si è verificato nel Medio Oriente. Q ui il "panarabismo" ha fatto da lievi to a quasi tutte le altre motivazioni contro il potere costituito, attraverso lo sfruttamento delle fru strazioni coloniali e della contrapposizion e al "sionismo". 78. - Le cause soggettive rivestono particolare importanza nella spiegazione dei motivi che

196

de terminano il colpo di stato. C'è da chiedersi quali cor relazioni sussistano tra queste e q uelle oggettive in precedenza indicate. Certamente le prime coinvolgono l'uomo, protagonista della s toria . Egli lotta e combatte per rimuovere os tacoli alla sua esistenza o per acquisire direttamente benefici, o riparare ingiustizie subite. Ma il suo comportamento non deriva da oggettive realtà universali, ma perchè egli attraverso le sue lenti psicologiche così ha interpretato, definito, c quindi oggettivato la realtà. In tutte le cause che usiamo considerare "oggettive", da quelle economiche a quelle politiche e sociali , sussiste sempre un·a indiscriminabile componente soggettiva che le defin isce. E' per questo che nella storia non esiste .il torto o la ragione, ma essi sono solitamente invece attribuiti rispettivamente allo sconfi tto ed al vincitore. Questa problematica è affron tata dalle cosiddette nuove scienze dell'uomo; in p a rticolare Levi-Strauss e Freud hanno ricercato e trovato le motivazioni d i tutto, eventi storici compresi, nell'interiore composizione dell'uomo. cioè nella sua complessa interezza bi opsichica. Lo s torico ed il politico di oggi tendono a manifestare interesse per la composizione chi mica dell'uomo, per le motivazioni del suo "inconscio", cercando d i far con cordare tutto questo con la percezione della realtà, e quindi con la storia e la politica. Sono sorte così le dottrine come quella dello "strutturalismo" d i Strau ss che si prefigge di far convergere il metodo delle scienze naturali in quelle sociali. Essa mira ad elaborare un metodo che consenta di trasformare ogni problema sociale e politico comp lesso, in uno d i struttura. In tal modo dove l'esperienza comune non riesce a riconoscere che gli avvenimenti e le cose, la an alisi strutturale può descrivere invece la rete delle relazioni, quindi l'ordito di motivi ed effetti che anche noi, studiand o cause ed origini, ricerchiamo. L'altro grande pensiero seguito attualmente per ricercare le interconnession i dell 'uomo con la storia, è quello di Freud. 79. - Fin da questi primi cenni al problema


si può affermare che o si vede lo sviluppo di un conflitto motivato da cause ben definite, oggettive, acquisite o sedimentate già dall'interpretazione storica, ed in cui si intendono intimamente amalgamate tutte le altre implicazioni di carattere psicologico, ideale, morale; oppure, se si insiste categoricamente nella distinzione tra la causa "oggettiva" e quella "soggettiva", non si può non rischiare di rimanere invischiati nei sottilissimi giochi speculativi, di queste suggestive correnti di pensiero e teorie. Se si vuol dare infatti credito alle cause "soggettive" come valide, da sole, a motivare il conflitto, lo si può fare solo in chiave psicanalitica, che consente di analizzare il comportamento di un gruppo di individui alla luce delle loro motivazioni inconsce, dei differenti strati della loro personalità. Fenomeni umani e sociali quali l'aggressività, la violenza, la sete di dominio, l'autoritarismo, peraltro sempre presenti nel rovesciamento violento del potere stabilito, sembrerebbero poter trovare con lo aiuto della psicoanalisi una più larga comprensione. C. RECIPROCHE INFLUENZE VERSE CAUSE

FRA

LE

DI-

80. - L'insorgere del colpo di stato, come si è visto, non può che derivare da una serie di cause che conducono all'evento dopo un processo di integrazione reciproca ed un successivo sviluppo. Il rapporto di influenza reciproca si presenta sostanzialmente in tre modi distinti che possono essere definiti di: interconnessione conseguenziale logica e cronologica, e che può peraltro far sfumare lo svi luppo delle cause in quello delle origini; interconnessione polarizzata su una causa oggettiva; o di interconnessione polarizzata su una causa soggettiva. Nel primo caso, ove il grado di rapporto tra le varie cause è da individuarsi nella loro conseguenziale scansione cronologica, si ritrovano i fatti dell'Europa ed in particolare della Grecia. Qui infatti partendo dalla prima causa (inefficienza ed impopolarità della giunta mi-

litare che aveva preso il potere nèl '67) si fa dipendere da essa un successivo avvenimento (il colpo di stato del '73) che è a sua volta causa parziale (data la precarietà e la necessità di una affermazione del nuovo regime) del successivo evento di Cipro del '74. I fatti in Estremo Oriente danno corpo invece al caso definito di "interconnessione polarizzata su una causa oggettiva". Infatti tutte le cause parziali individuate, si fondano in un'unica motivazione che costituisce loro presupposto ed origine. Nel caso dell'Estremo Oriente la causa "madre" è identificata nello stato di endemica crisi sociale ed istituzionale di quei paesi. L'organizzazione statale è sorta in Asia come reazione al precedente modello occidentale, del quale ha assorbito i difetti senza avere la possibilità di poterlo imitare nei pregi. La limitazione della partecipazione sociale alla gestione del potere ha comportato, nelle fasi iniziali, una fragilità istituzionale che è stata motivo di tutta una serie di altre cause-effetti. Queste ultime vanno dalla mancata partecipazione popolare al potere, dalla corruzione dei governanti, dalle crisi morali dei giovani al fallimento della politica economica. Una sola grande motivazione "oggettiva", quindi. in cui si agitano tutte le altre minori e conseguenti. 81. - Si possono considerare invece casi di "interconnessÌ'one polarizzata su un·a causa soggettiva", gli avvenimenti dell'America Latina ed in particolare del Medio Oriente. Qui si rileva come tutte le cause sembrino fondersi , o meglio confondersi, in una motivazione fondamentale che si traduce nella lotta per la conquista del potere. Soprattutto in Medio Oriente il risentimento anticolonialista si è rivelato il fattore determinante dell'accrescimento dell'indice di aggressività delle masse, tale da rendere inevitabile la conclusione violenta. Sembra quindi possibile affermare che. tutte le motivazioni individuate non siano altro che sfaccettature dell'unica causa, fondamentale: la ricerca del potere. Quindi una sola grande causa soggettiva, schermo o lente di tutte le altre.

197


lii. Le origini a.

FORME DELLE ORIGINI DEI COLPI DI STATO

82. • Le origini dei colpi di stato prendono avvio da tensioni sociali, crisi economiche, questioni politiche e di potere che si sviluppano in un clima di violenza e si acutizzano fino ad esplodere in vere e proprie ostilità. La caratteristica contrazione del tempo di questa specie di conflitto, risulta causa del diretto passaggio, dopo le fasi di tensione e di cris11, a quella di ostilità senza che si verifich i l'altra intermedia della controversia. Al termine della fase critica si impone una decisa accelerazione dei tempi di azione da parte del soggetto eversivo, pena l'insuccesso causato da una tempestiva reazione di chi detiene il potere legale. La controversia, pertanto, seppur valida su un piano prettamente metodologico e interpretativo, sembra perdere di fatto effettivo valore intrinseco. La fase di tensione si sviluppa di massima attraverso contrasti sulla gestione del potere, su motivi di carattere socio-economico, su questioni connesse con la scelta della li nea di politica estera da seguire e su pro blemi cticoreligiosi. E' da sottolineare che i diversi eventi casuali non risultano determinanti da soli , ma si integrano e si fondono creando quei complessi ed articolati presupposti che poi inducono alla fase successiva: la crisi. 83. - Quest'ultima, a volte avvertibile in modo impercettibile ed a volte inesistente (in Africa infatti su 40 colpi di stato, ben 10 non presentavano la fase di crisi), si esprime per lo più attraverso manifestazioni popolari e disordini volti a denunciare i dissesti economici e le mancate riforme. A tali eventi segue la reazione del regime al potere fino alla proclamazione dello stato di assedio o la sospensione delle garanzie costituzio nali. Questi fatti sono caratteristici della conflittualità nell' America Latina. Aspetti particolari riscontrati in questa fase ri sultano: la freq uenza delle crisi di governo e dell'acuirsi dei contrasti in occasione delle

198

elezioni presidenziali (America Latina), mentre le nomine a cariche di potere o le desti tuzioni si pongono come momenti più significat ivi di quei processi definiti come " negazione-affermazione degli opposti obiettivi". La fase di controversia, come si è rilevato, è rintracciabile solo in pochissimi eventi e rappresenta un passaggio scarsamente significativo. Può essere identificata, soprattutto in Medio Oriente, solo in una forma di propaganda radicalizzata e chiaramente antigovernativa. La fase di ostilità, di solito breve, prende avvio da quello che in termini interpretativi è defini to evento chiave. Sono questi ultimi che determinano il ricorso alla violenza e risultano di natura politica come: mozioni di sfiducia al capo dello stato o del governo , dichiarazioni di emergenza e scioglimento delle camere. Altri "eventi chiave" . infine, possono essere generati dalla constatazione di vulnerabilità in seno alla classe dirigente tali da stimolare, e rendere possibile, l'azione violenta delle forze all 'opposizio ne.

b.

M01JAL!T1\ DI APERT URA DEL LE OSTI· LIT,\

84. · L'apertura del le ostil ità si materializza in una serie di atti politici e tecnico-militari che

si propongono di pervenire alla sosti tuzione dei centri di potere nel minor tempo possibile. Ciò si sviluppa a ttraverso l'arresto dei capi, lo sci oglimento degli organi rappresentativi, la sospensione o abrogazione della carta costituzionale e la formazione dei cosiddetti "comitati di salute pubblica". Contempora neamente si provvede all'occupaz io ne improvvisa di punti nevralgici del paese ed all'imposizione di severe misure di sicurezza per prevenire eventuali reazioni ed isolare la nazione dal resto del mondo. li ricorso alla violenza non è però sempre necessario essendo sufficiente palesare la minacc ia di essa. Un aspetto caratteristico del colpo di stato è dato dalla mancanza della partecipazione di masse popolari. Il conflitto risulta una spietata lotta al vertice per la tra~posizione di potere fra élites politiche e militari, non sufficiente-


mente partecipi o interessate alle istanze degli strati più significativi e rappresentativi del paese (eccezioni risultano essere i colpi di stato in Iraq ed in Siria nel periodo 1952 · 1962). Un cenno particolare meritano i colpi di stato europei di Grecia e di Cipro. In Grecia si sono sviluppati sulla base di una pianificazione militare preesistente, senza essere preceduti da chiari segni premonitori, e si sono conclusi con un rapido trapasso di poteri senza reazioni significative e cruente. ln Portogallo, invece, l'apertura delle ostilità sembra avvenire alla insegna di una maggiore improvvisazione. La insurrezione è posta in atto da un'aliquota delle unità militari delle città principali ed il passaggio alla guerra civile è evitato per l'adesione delle altre forze fedeli al regime, compresa la Guardia repubblicana ed eccezion fatta per la polizia segreta.

c.

GRADO DI RESPONSABILITÀ DEI PROTAGONI STI DEI COLPI DI STATO

straendoli dalla politica, successivamente li ha indotti a riprenderla in considerazione con maggiori e più concrete ambi zioni e possibilità. Infatti, acquistata la padronanza dei nuovi mezzi, sembra riemergere in essi il vecchio spirito di casta tanto che, consapevoli della loro potenza, hanno teso a considerarsi i veri arbitri della situazione confondendo gli interessi personali con quelli del paese. In altre regioni, oltre ai protagonisti già ricordati , si rilevano responsabilità su soggetti esterni. Ad esempio il governo greco, nel colpo di stato di Cipro sostenitore della forza dello Eoka, il governo statunitense in molti "golpe" dell'America Latina (Honduras, Argentina, Cile e Guatemala). Sotto il profilo sociale è da sottolineare, sempre in America Latina, un progressivo allargarsi della partecipazione dei vari strati della popolazione fino a interessare, se non a comprendere negli ultimi conflitti, anche i contadini.

d. 85. - Ciò è quello che generalmente avviene ma occorre spingere l'indagine sul grado di responsabilità dei protagonisti. Essa varia in relazione alle diverse regioni prese in esame ed alle diverse "ottiche" degli interpreti. Significativo è l'esempio africano. Qui risulta agevole addossare il massimo onere di responsabilità sui governanti e sui militari. Ai primi si può far carico di aver creato, alimentato, esasperato le cause a monte dei conflitti, già identificate nell 'incapacità o mancata volontà di risolvere i complessi problemi ereditati dalla decolonizzazione. Ai secondi la materiale esecuzione dell 'atto basato sulla disponibilità degli strumenti per effettuarlo, e sulla privilegiata posizione della categoria, nel contesto in cui viveva. Questa posizione induce a particolari c011siderazioni. Oltre alla consapevolezza da parte della classe militare africana di costitui re una élite e già questo di per sè stesso motivo di tentazione a gestire il potere, la tecnicizzazione degli eserciti sembra aver prodotto nel tempo due effetti diversi. In una fase iniziale ha rafforzato lo spirito professionale dei militari , di-

FAS I E CONDIZIONI IN CU I I CONFLITTI AVREBBERO POTUTO ESSERE EV ITATI

86. - L'analisi delle cause e delle origini dei

colpi di stato e la ricerca di responsabilità risulterebbe incompleta se non si cercasse di individuare le condizioni che avrebbero potu to evitare la particolare conflittualità. Le differenze contingen ti tra gli avvenimenti nelle singole regioni non hanno consentito sempre un esame a fattor comune, bensì un riscontro statistico . In Africa ri sulta che dei 40 colpi di stato esaminati , circa 30 potevano essere eventualmente evitati nelle prime fasi di tensione e di crisi, mentre per 10 (e tra questi in particolare quelli nel Sudan , nel Congo Brazz., nel Dahomey, nel Burundi, dove la esasperata radi calizzazion e delle posizioni dei protagonisti non aveva lasciato intravedere alcuna soluzione po· litica della questione) non vi era altra obiettiva possibilità se non nello scontro armato. La possibilità di evitare il conflitto nei primi casi risulta però strettamente collegata all'esistenza stessa delle cause che lo avevano pro-

199


vocato, tanto c_hc sembra lecito affermare che i conflitti si sarebbero potuti evitare solo se i responsabili att ivi dello stato di tensione avessero veramente voluto o potuto opporsi al loro insorgere, attraverso una più oculata, lungimirante e democratica azione in campo politico, economico e sociale. Questo gioco di cause ed effetti sembra comunque artificioso e irreale. 87. · In Europa invece fasi e condizioni sembrano meglio identificabili. Considerata per tutti e quattro i colpi di stato la fase di tensione quella in cui essi si sarebbero potuti evitare, r isulta in particolare che: - negli eventi in Grecia del '67 e del '73 il conflitto poteva n,on insorgere a condizio ne che si fosse accettata una limi tazione all'autonomi a dell'esercito e dei suoi poteri, e che si fosse riusci ti ad acquisire il sostegno delle forze po.litiche e sociali necessarie alla democratizzazione, o in alternativa, coinvolgere gli esponenti militari nella ricerca e nella scelta di aperture più democratiche; - nel colpo di stato a Cipro, se fo sse mancato il sostegno ai gruppi eversivi ciprioti da parte della giunta greca, o, dall 'altra parte, se Makarios avesse concesso le richieste autonomie locali; - in Portogallo, infine, se si fossero preventivamente elimi nati i motivi del grave malcontento nell'ambito delle forze arm ale, prima che si sviluppassero i moti di liberazione nelle colo nie. Altre possi bilità di evitare il conflitto si ~ono

200

ripetute nel '73. in Grecia, allora nell 11 fase di crisi, se il regime avesse accettato le istanze dei militari. Lo stesso poteva verificarsi nel colpo di stato a Cipro, allora nella fase di contro versia, se Makarios avesse reso di dominio pu bblico i piani eversivi in suo possesso. 88. · Nel Medio Oriente, invece, dati per inevitabili i colpi di stato dello Yemen nel '62 e del Qatar nel '72, risul ta statisticamente che: q uattro potevano essere evitati in fase di tensione, tre in fase di crisi e nove in quella di ostilità. Anche qui, come peraltro risulta per l'America Latina, le condizioni di evitabilità si identificano nella assenza delle cause che hanno provocato il conflitto. Un orientamento nei confronti delle potenze straniere più aderente alle effettive esigenze nazionali, una più oculata e meno interessata scelta nelle nomine pubbliche di rilievo, una maggio re considerazione delle fond amentali libertà poli tiche del paese sarebbero valse ad annullare o a far regredire le cause confli ttuali . In Estremo Oriente, in conclusione, si è avuto modo di riscontrare la possibi-lità di evitare il conflitto solo in due casi: nel Laos e nel Vietnam del Sud, entrambi nella fase di crisi. Nel primo caso, a condizione che fossero rimosse le palesi tendenze all a corruzione e ad una polit ica estera esasperatamente fil o americana; nel secondo caso, invece, se avesse avuto defini tivo buon esito il tentativo di Diem di accordarsi saldamente con i massimi esponen ti buddisti.


CONCLUSIONI E CONSEGUENZE DEI CONFLITTI


CONCLUSIONI E CONSEGUENZE DEI CONFLITTI INTERNAZIONALI r. Sintesi delle conclusioni dei con/lilli internazionali (par. 1): a. - Conclusioni dei conflitti attraverso la mediazione (2 - 4); b. - Conclusioni dovute ai protagonisti e alla condotta delle operazioni (5 - 6); c. - Atti, mezzi e condizioni con cui si è concluso il conflitto (7 - 11) - Il. Sintesi delle conseguenze dei con/lilli internazionali (12): a. - Situazione alla fine dei confl itti (13 - 15); b. - Onere morale e materiale dei confl itti (16 -18); c . - Effetti dei confli tti a breve e a lungo termine e riflessi sulla situazione politica per continente e mondiale (19 - 23) - lll. Un tentativo di interpretazione polemologica (24): a. - Il grande rivolgimento dell'anno 1945 (25); b. - li fatto nucleare (26); c. · La decolonizzazione (27); d. - Le basi della potenza mond iale (28); e. - 11 mondo geostrategico ne l .1975 (29 - 36) - IV. Elementi per una prospettiva: a. - Prospettiva a lungo, medio e breve termine (37); b. - Alcune grandi ipotesi polemologiche (38 - 43) - V. Conclusione (44) - Allegati: Allegato A : Confli tti internazionali nel periodo 1945 - 1975; - Allegato B: Localizrnzione dei fronti dell'aggressività mondiale dal 1945 al · 1975; - Allegato C: Ipotesi polemologiche per la sequenza prospettica 1976 - 2000. SOMMAR IO:

I. Sintesi delle conclusioni del conflitti internazionali 1. - Nel trentennio 1946-1975, la società internazionale è stata caratterizzata da u na conflittualità molto vasta, indiscriminata e multiforme. I meccanismi internazionali preposti al mantenimento della pace e gli equilibri dinamici, più o meno stabili, che possono farsi risalire al termine della seconda guerra mondiale, sono riusciti ad impedire Io scoppio di un macroconflitto o di un iperconflitto tra le d\le superpotenze detentrici in massima parte del potere nucleare. Tuttavia , quegli s tessi meccanism i e sistem i di equilibrio non hanno potuto evitare l'accumu larsi delle tensio ni e delle crisi che, formalizzate in grado più o meno spinto, hanno condotto alle ostilità vere e proprie o anche alla minaccia credibile dell'uso della forza. In alcun i casi, le ostilità sono esplose in maniera non sempre controllabile o p revedibile.

a.

C ONCLUSION I

DEI

CONFLITT I

ATTRA·

VERSO LA MEDI AZ IONE

2. - Come è noto, la mediazione internazionale

è rivolta a promuovere o facilitare il regolamento amichevole di una crisi internazionale mediante l'in ter pos izione di uno o più stati o di altri enti. La mediazione, infatti, è esercitata da soggetti che agiscono in posizione di parità tra le parti, cercando di conciliare le opposte tendenze, al fine di raggiungere il regolamento che non si è potuto realizzare attraverso negoziazioni dirette. Inoltre, il mediato re non si limita a intavolare trattative, ma esercita una fu nzione attiva nel ricercare una sol uzione della vertenza. Delle 59 situazioni conflittuali esaminate, soltanto 25 mostrano l'interven to di uno o più mediatori, vale a dire nel 42 per cento dei casi. Tuttavia, una siffatta percentuale può indurre in errore circa l'efficacia della mediazione ove non si tenga presente una serie di fattori, rilevanti reg ione per regione. Tn Europa (3 conflitti mediati su 5), è mancato quasi sempre un mediatore in grado di gesti re effettivamente ed efficacemente il conflitto. Infatti , nell'unico caso (questione di Trieste) in cui abbia avuto pieno successo. l'opera di conciliazione ha potuto avvalersi di una indubbia superiorità politico-economico-mili tare nei confron ti dei controvertenti. E' da porre in rilievo che l'attività med iatrice di

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terzi estranei ha dato qualche risu ltato soltanto nelle controversie relat ive a stati posti al di fuori dell'orbita sovietica, nella quale è stata praticamente resa impossibile dalla politica adott,1ta dall' Unione Sovietica. D 'altra parte, i tenta tivi di composizione pacifica delle controversie sono stati condotti dalle grandi potenze o dalle superpotenze e da rilevanti organismi internazionali, tra i quali, com'è naturale che sia, le Nazioni Unite . Appare evidente che, tranne che per gli interventi dell'ONU, è mancalo spesso quell'alone d i imparzialità che do· vrebbe circondare qualsiasi mediatore. 3. · In Medio Oriente, soltanto 5 su 13 con· flitti si sono risolti grazie all'in tervento dctcr· minante di un mediatore. Com'è logico attcn• dcrsi, tali conflitti si sono conclusi con azioni non violente e di natura politica, anc he in virtù della presenza risolutiva del medi atore. In fatti , la sua azione si è r ivolta, in alternativa, a rimuovere le principali cause della controversia per uno o entrambi i contendenti ovvero a perseguire o salvaguardare gli interessi cli protagonisti medi ati o di non protagonist i non indifferenti. Tuttavia, 3 su 5 dei con flit ti in ques tione hanno visto la mediazione delle Nazioni Unite desti nata a scomparire d opo il 1955 soprattutto per il cambiamento prodottosi nel quadro poli tico internazionale che rimanda alle due superpotenze la possibilità e la capacità di bloccare un conflitto che comporti il rischio dello scontro diretto. In tal senso, dopo il 1956 le Nazioni Unite hanno perso gran parte della loro credibilità di esercitare efficacemen te opera autonoma di mediazione. In Africa, due terzi dei conflitti , e cioè IO su 15, si sono conclusi con l'intervento del mediatore. Nel mondo africano, è rilevante l'opera degli organismi internazionali , quali l'ONU e l'OUA. In particolare. il primo agisce fino al 1963, anno di costituzione del secondo. Tn effetti, l'OUA, sorta al fine di pro· muovere l'unità africa na, viene investita delle controversie inerenti le frontiere, in mezzo al proliferare dei particolarismi e alla minaccia della balcanizzazione. D 'altronde, l'ONU è intervenuta nelle questioni africane con molte-

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pli ci raccomandazioni, d imostrando notevole interesse per la costituzione d egli stati ex-coloni ali asp iran ti all 'indipendenza, e a nche con interventi diretti (questione internazionale del Congo). Da parte sua, l'OUA ha ottenuto notevoli successi nel mediare alcune controversie relative alle frontiere, anche pcrchè la grande maggioranza degli stati africani è concorde nell 'affermare la non mutabilità delle front iere. 4. · J n Asia ed Estremo Oriente, solo 7 su 19 con flit ti hanno avuto nella loro conclusione la mediazione di parti terze. Anche per questa regione d el mondo il mediatore dimostra di avere un ruolo effetti vo fino al 1966. Di no· tevole interesse l'opera mediatrice svolta dalla Gran Bretagna, rivolta al mantenimento di le· garni economici e commcrciali con le sue cxcolonie, e dall'Unione Sovietica fino a quando essa non ha interessi primari nell'area. L'ONU , peraltro, svolge una frequente attività cli mediazione nelle questioni relative all'in ciipendcnza dell'Indonesia e nella questione del Kashmir. T mezzi impiegati consistono soprattutto in forme larvate di coercizione, tendenti a sfrut tare l'incremento di vulnerabilità d i una delle parti tale da rendere evidente per questa il costo insostenibi le del conflitto. [n America Latina, in nessu n conflitto internazionale l'opera del mediatore è r isultata determinate. Nell'arca caraibica c'è poc_o spa· zio per la mediazione in senso stretto. L'area, infatti, è d i v itale interesse per gli Stati Uniti che non h anno esitato ad impiegare o a minacciare l'impiego dell 'uso della forza. L'ONU nella crisi di Cuba e i'OSA nella questione dom inicana non hanno svolto una funzi one determinante, anche se h anno favorito il di alogo Fra le parti e, pertanto, la conclusione dei conflitti.

b.

CONCLUSIONI

DOVUTE A l PROTAGONI·

S T! E 1\LLA CONDOTTA DELLE OPERA· Z ION!

5. - Nella loro maggioranza i confli tti internazionali esaminat i si sono conclusi. ad opera dei protagon isti e alla condotta delle operazioni


e non all'intervento dominante della mediazione. In generale, le parti in contrasto hanno dato luogo ad un ridi mensionamen to dei rispettivi obiettivi ini zia li a segui to della percezione· che una soluzione violen ta del conflitto non sarebbe stata pagante. ln Europa, nella questione di Berlino le due su perpotenze hanno percepito in maniera esatta il rischio di un confronto diretto e sono pervenute ad u na composizione del conflitto mediante un accordo, mentre nella questione sov ieticojugoslava la severa azione contro risorse attuata dai paesi dell'Eu ropa Orientale non ha avuto successo e h a condotto a cristallizzare la questione in una fase cli controversia per manente. Jn Medio Oriente, 8 conflitti internazionali su 13 s i concl udono nel modo suddetto. Essi , nell'avviarsi a conclusione, traggono origine da u n atto po li tico, cui segue d i massima una azione militare non violenta usala come deterrente oppure come dimostrazione di forza e di determinazione. Ad ogni modo, mentre si assiste ad una notevole espansione dell'impiego di mezzi pacifici, si avverte la globalizzazione d ei conflitti interessan ti l'aren delle ricorrenti guerre arabo-israeliane. 6. · In Africa, molti conflitti per l'indipendenza si concludono con negoziati diretti e gran parte d i essi sono stati citali in p recedenza perchè mediati dall'ONU che ha provveduto a legi ttimare la parte vincente. Si assiste, peraltro, a due casi di debeffatio nella questione malgascia e nella qu estione internazion ale ciel Co ngo. In Asia ed Estremo Oriente, la conclusione di 12 conflitti su 19 è dovuta agli stessi protagonisti. ln due casi (questione della Cambogia e del Laos e questione fra i due Vietnam, entrambe giunte :il loro epilogo nel 1975) si è avuta la debe//atio. Appare opportuno nota re come la presenza di una superpotenza renda molto difficoltoso l'esercizio di una qualsiasi mediazione che conduca alla conclusione del conflitto. Basti citare i conflitti coreano e vietnamita e la questione delle frontiere · tra Unione Sovietica e Cina. Questi conflitti si concludono infatti con la cristalizzazione della

situazione, peraltro molto instabile. In America Latina, l'esame dei conflitti mostra come si s ia giunti alla loro conclusione soltanto sulla base delle oggettive s ituazion i politiche e militari determinatesi tra i protagonisti direlti. Le posizioni di questi sono talmente asimmetriche che, nel caso dell a " baia dei porci ", s i assiste all'an nientamento degli insorti e, nelle crisi internazionali d i Cuba e dominicann. all'ac.:cetlazione delle richieste degl i USA. C. ATT I, MEZZI E CONDIZIONI CON CUI SI E' CONCLUSO I L CONFLITTO

7. - Per quanto riguarda l'Europa, gli a/li presentano in netta prevalenza forme per lo p iù pacifiche di risoluzione delle contese. D all 'esame degli atti finali è p ossi bile ind ividuare la tendenza ad evolversi, attraverso incon tri diplomatici, in formali trattali internazionali. Appare possibile, inoltre, intravvedere alcune costanti Ira le quali il d ecrescere p rogressivo della vio lenza, nonostan te alcune sp inte contrarie, e la notevole lunghezza dei tempi di soluzione delle controversie a sfondo etnico, storico o sociale, in contrapposizione alla relativa b revità dei confronti a contenuto politico. Quanto ai mezzi di conclusione , essi non sono i non violenti in senso proprio, in quanto coercizioni di vari a natura si sono avute praticamente in tutte le fasi terminali delle varie crisi. E' da porre in evidenza la minaccia, sovente scoperta, di un possibile ricorso alla forza come è avvenuto nella questione d i Berlino. Comune a tulli i conflitti è la pressione po litica che accompagna ogni inizi ativa diplomatica. Appare, comunque, la tendenza, nel la situazione di stra tegia indiretta d eterm inata d all'avvento dell'arma nucleare, verso un imp iego più articolato e complesso d i mezzi di v aria natura, tutti comunque d iretti al fine ultimo d'indebolire la posizione avversaria. Per le condizioni che h anno reso possibile la conclusione dei conflitti, occorre riferire i conflit ti alla mutevole situazione internaziona le il cui inquadramento appare opportuno secon

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do i modelli dell'equilibrio bipolare chiuso (1945-1953), del bipolarismo aperto (1954-1963) e del multipolarismo (dal 1964 in poi). Un esempio tipico è rappresentato dalla grave crisi di Berlino negli anni 1948-49, uno dei periodi più gravi della guerra fredda che ha visto coagularsi in Europa la creazione di aree di sicurezza attorno agli Stati Uniti e all'Unione Sovietica. Infine, la questione di Cipro, non ancora conclusa, pare intrecciarsi con le ten· sioni in Medio Oriente c con il crescente aumento della presenza navale russa nel Meditenaneo. 8. · In Medio Oriente, gli atti conclusivi dei conflitti sono bi/multilaterali. I mezzi impiegati nei conflitti mediati sono non violenti, di natura politica e di forma prevalentemente pacifica, mentre nei conflitti la cui conclusione è dovuta esclusivamente agli stessi protagonisti, essi sono, in larga misura, militari coercitivi per lo pitt usati per la loro capacità deterrente. Per le condizioni, rifacendosi alla schematizzazione in periodi sopra riportata, appare op· porluno sottolineare: nel primo periodo, la scomparsa delle potenze coloniali europee a seguito d ella conclusione del secondo conflitto mondiale; e, nel secondo, il senso di naziona· Ji.smo panarabo, rivoluzionario e antimonarchico, fomentato dalla crescente influenza sovietica nell'area contrastata da quella statuni· tense. A partire da questo periodo, si nota l'incremento del carattere globale dei conflitti nel Medio Oriente. Nell'ultimo periodo, le vit· torie mili tari israeliane rafforzano la globa/iz. zazione dei confitti in q uanto coinvolgono aspetti inizialmente estranei all'area della con· troversia, come ad esempio la guerra del petrolio che interessa molto eia vicino l'Europa Occidentale e il Giappone p er il temuto strangolamento delle loro economie. 9 . . In Africa, per quanto riguarda gli atti, appare opportuno distinguere le lotte per la indipendenza dagli altri conflitti. Nel primo caso, l'accettazione di colloqui ufficiali implica il riconoscimento almeno de jacto della parte avversa, che no n si perfeziona poi in trattati

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di pace, ma con la firma di un protocollo di in tesa, cli dichiarazione di concessione di indipendenza o di ricorso all'autodeterminazione. Per gli altri conflitti, vale a dire, le controversie cli frontiera , esse si concludono, in gran part e, per l'interve nto di mediatori, con accordi multilaterali. Quanto ai mezzi, i conflitti risolti con mezzi pacifici sono in rapporto di circa 3 a 1 ri~petto a quelli conclusisi con mezzi ·violenti. Essi sono, comunque, quando impiegati, di una violenza spi nta fino alla completa debel/atio dell'avversario. E' da notare come nelle crisi cli fronti era gli stati non appaiono disposti all 'impiego armato oltre ad una certa misura. Per quanto riguarda le condizioni, i conflitti della regione vanno visti alla luce del clima generale di decolonizzazione che, in successione rapida di tempo, ha consentito un generale accesso all'indipendenza di oltre 40 paesi a partire dal 1960. In questo modo, è venuto a crearsi un vuoto di potenza lasciato dagli imperi coloniali c he tende ad essere colmato dalle superpotenze. Esse trovano nell'area ampi margini di confronto per il controllo dei nuovi stati, possessori peraltro di importanti materie prime (ad esempio, le risorse metallifere del Katanga) e situati in punti cli interesse strate· gico per il controllo delle rotte oceaniche (quali il Sud Africa e la Somalia). Nei conflitti di frontiera , infine, ha prevalso il mantenimento dello status quo ormai c ristallizzato, anche se molti stati sono in notevoli difficoltà per la presenza cli forti minoranze etniche, appoggiate dall'estemo, il c he porta a rilevare una tendenza generale alla interiorizzazione dei conflitti. 10. · In Asia ed Estremo Oriente, gli atti relativi alla conclusione dei conflitti possono identificarsi nell'avvio di negoziati, favoriti talvolta dall'intervento di un mediatore, con l'ac· ccttazione di un accordo finale. Raramente, questo accordo ha carattere definitivo, quanto piuttosto armistiziale o cli tregua. Infatti, esso porta ad una sospensione o sensibile attenuazione del con flitto, ma contiene in sè i germi di una nuova situazione conflittuale.


I mezzi impiegati rispecchiano in genere le condizioni di vulnerabilità che, nel momento della conclusione, caratterizzano la situazione politica, militare, economica e sociale dei protagonisti. Nei conflitti della regione si ravvisa spesso che essi diventano per qualche soggetto insosten ibili in relazione all'elevato valore del rapporto costo/effetto. I mezzi, dunque, sono di natura prevalentemente politica, accompagnati peraltro da forme di pressione. Mezzi particolarmente violenti si hanno nelle conclusioni per debella/io, anche perchè essa avviene al termine di lunghissime guerre come è nel caso della penis<:Jla indocinese. Quanto alle condizioni, anche per questa regione occorre rifarsi alla nota suddivisione in periodi. Nel primo, l'accesso all'indipendenza di nuovi stati è origine di conflitti per ragion i di confini non definiti in precedenza ovvero erroneatnente fissati, come pure la volontà di opporsi all'espansione comunista nell'area, nella consapevolezza comunque di evitare qualsiasi spiralizzazione del conflitto come, ad esempio, è accadµto nella questione coreana. Nel secondo periodo, viene ad incrinarsi il blocco cino-sovietico e vengono a porsi le premesse lontane di un riavvicinamento cino-americuno. Nell'ultimo periodo, si conclude il conflitto vietnamita ed emerge la tendenza al mantenimento dell'quilibrio globale nell'area. 11. . Nell 'area caraibica, infine, ove si consideri a sè la questione della "baia dei porci " , gli atti- conclusivi sono stati caratterizzati da negoziati tra le parti , senza azioni militari vere e proprie, ma con minaccia di ricorso alle stesse. La conclusione è stata determinata dall'accettazione , da parte dei soggetti. di un accordo. I mezzi, a cui sono ricorse le parti nell a fase conclusiva , sono classificabili come pressioni politiche con minaccia d'impiego della forza. Le condizioni, prevalentemente esterne, hanno avuto un certo peso nel concorrere a determinare la conclusione dei conflitti. La conclusione della crisi di Cuba nel 1962 rivela peraltro la tendenza al mantenimento d ell 'equilibrio globale, valida per tutti i casi in cui

i conflitti siano di particolare rilievo ed importanza ed in stretta connessione al grado di potenza dei protagonisti.

Il. Sintesi delle conseguenze dei conflitti internazionali 12. - La seconda guerra mondi ale ha suggellato in maniera definitiva l'indebolimento dell'Europa e la sua irrevocabile decadenza come fattore principale degli affari mondiali. Ciò può essere considera to come una conseguenza definitiva e permanente e, da questo punto di vista, il conflitto chiude un capitolo di cui la prima guerra mondiale era stata l'ntroduzione. Ma, a parte questo risu ltato, il ricordo degli ultimi trenta anni trascorsi ci è troppo vicino ancora per poter discernere in modo oggettivo quelle linee che un più lontano futuro, col vantaggio di una prospettiva p iù lunga, potrà far considerare come le sue direttrici fondamentali. Eventi, crisi, d ibattiti, i quali, nel momento in cui accadono, sembrano avere grande significato, successivamente appaiono di scarsa importanza, mentre, al contrario, in avvenimenti poco noti si scopre poi il seme di sviluppi molto più significativi. Alcuni pun ti possono, comunque, essere fissati al termine del secondo conflitto mondiale con ragionevole chiarezza. L'indebolimento dell'Europa, sopra menzionato, è uno di esse; la corri sp ondente ascesa delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, ad un livello molto più alto di qualsiasi altra potenza , e la cui ri vali tà domina la scena mondiale, Europa inclusa, l! un altro aspetto dello stesso fenom eno; un gran numero di conflitti d i assestamento sulle linee di demarcazione fissate come limite alle zone di rispettiva influenza e l'avvio del processo di decolonizzazione in Asia ed Estremo Oriente, nonchè alcuni avvenimenti di fondamentale importanza in Medio Oriente, costituiscono un ulteriore punto di partenza nell'esame d elle conseguenze dei conflitti internazionali dell'ultimo t1·entennio.

207


a.

SITUAZION E ALLA F INE DEI CONFLITTI

13. - In Europa, 4 conflitti internazionali su 5 portano ad una situazione fin ale che presenta caratteri di maggiore sta bilità rispetto alla situazione pre-conflittuale. In realtà, ciò è stato possibile per l'a ttenuazione o evoluzione, durante il conflitto, delle cause e degl_i obiettivi persegu iti dalle parti e per la loro volontà di giungere alla soluzione del conflitto anche mediante un compromesso. Tuttavia, alcune s ituazioni post-conflittuali non appaiono del tutto adegu ate a dirimere definitivamente la conflittualità nell'area. Piuttosto, si è di fro nte alla cristallizzazione di situazioni di fatto che in vero appaiono come le un iche soluzion i possibi li. Appare interessante notare come le principali crisi siano avvenute e si siano concluse nel primo decennio e che la situazione nell'area è nel complesso stabilizzata con l'unica eccezione della questione internazionale di Cipro conclusasi con il colpo di s tato del 1974. In Med io Oriente, 9 conflitti internazionali su 13 hanno condotto a situazioni meno stabili di qu elle prc-conflittuali. Nel primo periodo, e cioè fino al 1953, ciò è imputabile a crisi, di assestamento della regione a seguito del ritiro delle p oten ze colo niali. Nel decennio 1954-1963, la crisi di Suez del 1956 ha avuto conseguenze di estrema importanza per la re: gione e per l'equilibrio mondiale. Un avven imento altamente significativo, allora non por-· tato alle es treme con seguenze, è stata la chiu-' sura temporanea d el Canale d i Suez, la quale fece in travved ere il valore potenziale dell'arma d el pet ro lio. E' indubbio che da questa cris i abbia origine il terzo conflitto arabo-israeliano.· Nel p eriodo che giunge ai nostri giorni, le cri si nell'area e principalmen te gli ultimi due confli tt i arabo-israeliani hanno avuto conse-. guenze no n sempre univoche. Appare difficile po ter tra rre conclusioni valide per la regione, in quanto si è in presenza di una situazione in netta evoluzione e d i un d e-· ciso impegno dell e parti interessate per trovare u na soluzione negoziata al problema dei' riconoscimento dello stato d'Israele da parte· degli stat i arabi. L'area, anche sul pi ano in-'

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terno, è fortemente destabi.lizzata e soggetta all' influenza di tensioni che hanno origine in altre aree e che tendono ad avere elfetti cumulativi molto pericolosi. La regione è indubbiamen te una delle zone di cerniera fra alcun i fronti di · aggressività e, pertanto, appare destina ta ad essere luogo di avvenimenti la cui importanza si ripercuote in contesti più ampi. 14. - I n Africa, la constatazione dell'i nstabilità post-confli ttuale riscontrabile in quasì tutti i paesi di nuova indipendenza è da · collegare a lla rapid ità del cambiamento strutturale . Per questa regione non appare significativo compilare un raffronto statistico tra paesi con una situazione post-conflittuale più o meno stabile di q uella pre-conflittu ale, in q uanto le situazioni prima e dopo la decolonizzazione sono completamente diverse. !· Tuttavia, è possibile affermare che le lotte per l'indipendenza prima e le question i internazionali poi hanno dato luogo a situazioni post-conflittuali piuttosto dissimili, ma caratterizzate da un comune denominatore· di in: stabilità, e sono state all'origine d i crisi che in quasi tutti gli stati esaminati sono state, in successione d i tempo, causa di ulterio_i·i agi tazioni. Interessante appare evidenziare la rapidità della successione degli eventi ove si consideri che la maggior parte degli stati del continen te hanno raggi unto l'indipenden za d al 1960 in poi. Comunque, è possibile individuare alcune aree più instabili nel continente,· le quali si collocano nel cosiddetto Corno d'Africa e negli stati sorti dalle colonie portoghesi. 15. - In Asia ed Estremo Oriente, le conclusion i di IO dei 23 conflitti nell'area hanno determi nato condizioni più stabili di quelle originarie. I motivi possono individuarsi nel termine del processo di decolonizzazione, in una diversa configurazione dell'equilibrio mondiale o continentale, nel timore di una possibile evoluzione dei conflitti armati in altri di ·dimen sio ni mondiali e, infine, nella "debellatio" di u no dei protagonisti. Quanto ai motivi d'instabilità, essi sono dovuti essenzialmente alla comparsa sullo scenario


continentale di nuove potenze che hanno accentuato i contrasti preesistenti, alla esasperazione delle difficoltà i,nterne aumentate dalla precaria definizione dei confini e, infine, alla radicalizzazione dei motivi di .contrasto. Appare conveniente accennare sin d'ora alla localizzazione spaziale delle aree più stabili, le quali sono identificabili nella Cina e nei paesi dell'ex-Indocina, mentre destabilizzata appare la situazione del sub-continente indiano ove esistono ancora tensioni irrisolte. Nell'area caraibica, infine, 2 delle 3 questioni internazionali esaminate hanno dato luogo a situazioni più stabili di quelle pre-conflittuali, mentre la questione della "baia dei porci", che in ordine di tempo è la prima, ha avuto effetti destabilizzanti a premessa del successivo conflitto (la questione di Cuba del 1962), che ha dato luogo ad effetti rilevantissimi in campo internazionale, di cui si dirà in seguito.

b.

ONERE MORALE E MATERIALE DEI CON·

FLITTI

16. - In Europa l'onere materiale è sopportato dalle popolazioni civili e dai governi che le appoggiavano. Tuttavia, è da rilevare come la maggioranza delle situazioni conflittuali evolve in maniera molto lenta attraverso passi successivi di approccio · alla situazione finale e senza gravi o imP,rovvise turbative. Appare conveniente, in tal contesto, accennare a parte ai problemi delle minoranze etniche sulle quali si abbatte in maniera drammatica l'alone di solferenzà e che pagano il prezzo più caro del conflitto. Quanto all'onere morale, esso viene sostenuto dalle popolazioni civili e dai governi, peraltro, molto sensibili alle perdite di prestigio nei confronti dell'opinione pubblica internazionale. A tal proposito, i conflitti in esame si collegano in maggior parte (3 su 5) nel periodo più buio della guerra fredda e ciò spiega perchè l'onere morale del conflitto abbia avuto un peso determinante nella sua conclusione. Basti pensare allo scacco subito dall'Unione Sovietica nella tensione sovietico-jugoslava del 1948-1952. Nel Medio Oriente, l'onere materiale è stato

sopportato per la maggior parte dalle popolazioni dei paesi interessati, in particolare dalle popolazioni arabe. Nei conflitti per l'indipendenza, molte conseguenze materiali si sono scaricate sugli operatori economici delle potenze coloniali. Esse, peraltro, sono state gravate dei pesanti oneri della spedizione di Suez del 1956. Anche Israele ha sopportato notevoli oneri materiali per tutto il periodo, specialmente nel quarto conflitto arabo-israeliano. Ad ogni modo, nell'area un problema notevole è rappresentato dai pr~fughi palestinesi che hanno in realtà subito le conseg:ienze di ogni tentativo di stabilizzazione nella regione, sia ~'interno che all'esterno dei paesi interessati. L'onere morale ricade in parte sugli stati coloniali (Francia e Gran Bretagna) nel primo periodo, mentre nel secondo si aggiungono ad essi gli stati arabi interessati i cui capi, in particolare, hanno risentito le conseguenze della perdita di prestigio per gli eventi del 1956 ai quali sono da aggiungere quelli del 1967. Nel terzo ed ultimo periodo, a seguito del quarto conflitto arabo-israeliano, "i palestinesi appaiono abbandonati ed anche Israele sopporta l'onere di uno scacco politico pur avendo conseguito la vittoria militare: 17. - In Africa, l'onere materiale e morale dei conflitti internazionali, sia per la conquista dell'indipendenza, sia per le questioni di confine, è stato sopportato dalle popolazioni. Esso si è concretato in persecuzioni, eccidi in massa e guerre civili, talvolta in emigrazioni di massa verso i paesi vicini. Oltre alle popolazioni, hanno sopportato l'onere dei conflitti i capi nazionalisti, sovente arrestati o deportati, gli ex-coloni costretti a rimpatriare e molte soci&tà straniere i cui beni sono stati nazionalizzati. Appare difficile, comunque, valutare le conseguenze di tali oneri che non sono sempre proporzionati alla quantità di persone coinvolte. Al termine dei conflitti, le popolazioni sono state sottoposte per lo più a gravi dissesti economici che la solidarietà internazionale ba saputo solo in parte alleviare. Infine, il terrore scatenato da gruppi estremisti non ha fatto che aggravare la situazione, tanto da far t&-

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mere un · ritorno a condizioni di grave arretratezza in alcuni stati del continente. 18. - In · Asia ed Estremo Oriente, l'onere materiale è stato sopportato dalle popolazioni civili, le quali hanno avuto notevoli perdite umane e un ingente movimento di profughi, e dalle forze regolari o irregolari che hanno preso parte ai conflitti. In .tutti i paesi che sono stati teatro delle .ostilità si è avuto un lungo periodo di ristagno economico. Per quanto riguarda gli oneri morali, essi sono stati subiti dalle potenze coloniali europee e dagli Stati Uniti a seguito di notevoli perdite di prestigio e del conseguente rafforzamento politioo-ideologico dei paesi comunisti neJJ_'area. Il notevole numero di conflitti internazionalf e la loro lunga durata, con l'esigenza di disporre di arsenali militari sempre più consistenti, ha posto le premesse per una dipendenza sia economica che militare degli stati locali da parte di potenze esterne. Nell'area _caraibica, infine, l'onere materiale in due questioni su tre è stato a carico dei soggetti protagonisti diretti assieme alle accentuate condizioni depres~e del proletariato locale. Nelle stesse questioni, l'onere morale è stato sopportato dagli Stati Uniti che, in un'area così vicina e così importante, hanno dovuto subire un governo dichiaratamente comunista come quello di Castrò e non sono riusciti ad esimersi dall'intervento nella Repubblica Dominicana. Per la questione internazionale di Cuba, l'onere materiale è parimenti a carico dei protagonisti .diretti, ma l'onere morale ricade sull'Unione Sovietica nonchè su Castro. Per-tanto, mentre le conseguenze sono state da una parte il successo della rivoluzione castrista, dall'altra ·si sono avute la normalizzazione dei· rapporti est-ovest e l'affermazione degli Stati Uniti nella area. C. E,FFETTI DEI CONFLITTI A BREVE E A LUNGO TERMINE E RIFLESSI SULLA SITUAZIONE POLITICA PER CONTINENTI E MONDIALE

19. - In Europa, gli effetti a breve termine-

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sono di innovazione all'interno del sistema sociale o istituzionale dei gruppi considerati e di conservazione o stabilizzazione (più chiaramente cristallizzazione) all'esterno del sistema stesso. Effetti opposti ha sortito la tensione sovietico-jugoslava che, peraltro, assume aspetti più significativi a medio e lungo termine. L'approfondimento di questi ultimi è possibile solo inquadrandoli nei noti periodi. Nel primo periodo, quello dell'equilibrio bipolare chiuso, i conflitti interessati, tra cw principalmente la questione di Berlino, riguardano la dinamica di assestamento dei confini tra il sistema strategico orientale e occidentaL·, con il progressivo coagularsi di "aree di sicurezza " attorno agli USA e all'URSS, e nella progressiva e in~ne definitiva frattura dell'Europa in blocchi e della Germania in due stati. Va considerata a sé la tensione sovietico-jugoslava che realizza nel tempo la pos-sibilità di una "via nazionale al socialismo". Alla Jugoslavia va ascritto il merito di aver condotto una sua politica di non allineamento e di essere in un certo senso la progenitrice dell'attuale eurocomunismo. E' da sottolineare c:;he questi conflitti non hanno condotto ad ulteriori tensioni e crisi. Nel secondo periodo, quello della destalinizzazione, si assiste all'intervento sovietico in -Ungheria, peraltro considerato tra i conflitti interni, tra i quali sono state poste tutte le questioni interessanti il blocco orientale. Questi conflitti, come pure quelli del terzo periodo che comprende l'i~tervento delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia nel 1968, · hanno chiari effetti di conservazione, che vengono sanciti infine nella CSCE ad Helsinki nel 1975. E' appena ìl caso di accennare alle vicissitudini delle alleanze di natura politico-militare che si fronteggiano in Europa, l'Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia, nonchè ai contatti, conferenze e trattati che costellano l'attività diplomatica delle superpotenze e che interessano anche l'Europa (CSCE, MBFR, SALT). Tutto ciò è possibile per la politica di distensione perseguita dalle superpotenze, la quale ha posto la regione in situazione più


stabile di quanto fosse stata in precedenza. In realtà, la stabilizzazione dell'area non va vista in termini statici, ma in termini di:namici. Basti accennare alla questione di Cipro, non ancora risolta, che mette in crisi il fianco meridionale della NATO, ed anche ai feµ.omeni del dissenso all'interno del blocco comunista e della stessa Unione Sovietica. 20. - In Medio Oriente, gli effetti a breve termine di molti conflitti sono stati innovativi, con notevoli conseguenze sul piano interno. La quasi totalità dei conflitti del primo periodo può essere riconosciuta all'origine di successive controversie. Durante tale periodo, i conflitti hanno avuto ripercussioni nell'area dovute al sorgere della questione dei profughi palestinesi, alla creazione dello stato ·d'Israele e al suo mancato riconoscimento, alle influenze esterne. Ma, anche su un piano più vasto, questi conflitti hanno influito sulle relazioni tra Francia e . Gran Bretagna e sulle relazioni tra gli stati arabi e il resto del mondo, ed anche sull'interessamento delle superpotenze ai problemi della regione. Nel secondo periodo, gli effetti dei conflitti sono stati per alcuni di innovazione, per altri di conservazione. Sovrasta su tutti i conflitti la questione di Suez che ha avuto come conseguenza un periodo di rilancio rivoluzionario in tutto il mondo arabo: la costituzione della RAU, l'eliminazione della dinastia hascemita in Iraq, l'allontanamento del Libano dall'Occidente. Anche in questo caso, la questione df Suez è da ritenersi all'origine del terzo conflitto arabo-israeliano. Sul piano regionale, si è potuta delineare la divisione tra stati arabi conservatori e progressisti, anche . se la loro reciproca influenza si è equivalsa. Sul piano mondiale, la conseguenza principale è rappresentata dal deciso intervento delle grandi potenze nella regione. L'URSS è riuscita ad inserirsi nell'area medioorientale per assumere la guida della rivoluzione socialista araba, al fine di rompere dall'esterno. l'accerchiamento costituito dalla NATO e dalla CENTO. Gli Stati Uniti a loro volta sono stati indotti ad accentuare la loro

politica antisovietica (dal containment al rollback) e ad interessarsi al Medio Oriente, assumendo in parte il ruolo fino ad allora svolto dalla Gran Bretagna. L'intervento americano nell'area segna il declino della Francia e della Gran Bretagna e una crisi nei rapporti reciproci che porterà, in seguito, la Francia fuori dell'Alleanza Atlantica. Nel terzo periodo, il terzo e quarto conflitto arabo-israeliano hanno notevoli effetti. Sul piano dei r11pporti inter-arabi, si assiste dopo il 1967 a un riavvicinamento tra stati conservatori e progressisti e ad un certo isola· mento degli stati più radicali. Il nuovo orientarr.ento consente di impiegare l'arma del petrolio a vantaggio di tutto il mondo arabo. Dopo il 1973, i leaders moderati hanno il sopravvento su quelli radicali e l'avvio della conferenza di Ginevra rappresenta il primo passo verso il riconoscimento dello stato di Israele e il reperimento di una patria per i Palesti· nesi. Sul piano mondiale, l'influenza sovietica nell'ultimo decennio ha conosciuto vicende alterne, mentre quella americana è in continua crescita con conseguente spostamento dell'equilibrio strategico del Medio Oriente a favore dell'Occidente. Una conseguenza di grande importanza è derivata dall'impiego dell'arma del petrolio soprattutto nei confronti dei paesi europei costretti, pertanto, ad assumere atteggiamenti decisamente filo-arabi. Altri effetti, di cui è difficile valutare per ora le conseguenze, sono quelli a riguardo della formazione di un quarto mondo, cioè del gruppo di paesi in via di sviluppo che non dispon• gono di petrolio o alti:e materie prime da esportare, sul quale si sono abbattuti gli effetti cumulativi di questa nuova forma assunta dalla strategia indiretta. 21. - In Africa, gli effetti delle situazioni postconflittuali a breve termine sono state la causa delle crisi successive, sia per quanto riguarda le lotte per l'indipendenza sia per le questioni internazionali vere e proprie. Si tratta di avvenimenti recenti, se non addirittura recentissimi, che hanno origine a cavallo degli anni 60. Si può affermare che quasi tutti gli stati

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africani hanno visGuto e vivono in situazioni di ·emergenza. Sul piano regionale, sono state scarse le influenze reciproche tra gli avvenimenti essendo molto . spesso limitati al solo p_aese interessato, salvo che per le lotte per l'indipendenza ove ciascun conflitto si è posto come modello da imitare. Particolarmente .significative appaiono la questione algerina e del Kenia: la prima per }!esempio, imitato poi nelle colonie portoghesi, dell'indipendenza conseguita a mezzo di une vera e propria guerra rivoluzionaria; la seconda per avere elimin~to, tramite l'intervçnto diretto della Gran Bretagna, il rischio che il predominio della minoranza bianca provocasse situazioni anomale. ~mbra opportuno considerare a parte lo Zaire, dove la conclusione di ogni conflitto è stato la premessa del successivo. I tentativi recentissimi di una secessione della provincia dell'exXatanga, secessione alimentata e sostenuta da "avanguardie" castriste, potrebbe generare su questo fronte d'aggressività situazioni altamente destabilizzanti. Le possibilità di infiltrazione 'diretta e indiretta da parte del mondo comunista nell'area potrebbero essere le premesse di un "imperialismo comunista" nel continente, al quale per ora sembrano opporsi con decisione gli stati del .Nord-Africa. 22. - In Asia ed Estremo Oriente, gli effetti a breve termine di 19 su 23 situazioni conflittuali sono stati innovativi, conseguenti in tutto o in parte all'acquisizione di nuovi territori, al raggiungimento dell'indipendenza; alle modifiche statuali strutturali, alla conquista dell'autonomia di una regione rispetto al governo centrale e, infine, all'affermazione di un forte spirito nazionalista. Per le rimanenti quattro controversie · gli effetti sono di conservazione, attraverso la stabilizzazione della situazione preesistente, l'affermazione dell'integrità territoriale o istituzionale di un soggetto e, talvolta, l'impossibilità materiale per i contendenti di alimentare il confronto militare per conseguire i propri obiettivi. Esaminando gli effetti a medio e lungo termine, le soluzioni del 70 per cento dei con-

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tlitti conteng!)no le cause per il verificani di nuovi conflitti, mentre al rimanente 30 per cento si possono far risalire le modalità per la condotta di ulteriori lotte. Trattasi, in particolare, di guerriglia e terrorismo selettivo cl» diventano d'ora in avanti J!lCzzi abituali della guerra rivoluzionaria. Nel primo periodo, che vede il 10rpre della Repubblica Popolare Cinese, si ha la guerra di Corea in cui la Cina si pone come la più diretta antagonista nell'area degli USA. Si et. linea cosl l'asse Mosca-Pechino che determina il passaggio degli Stati Uniti dalla 1tratfCia difensiva a quella offensiva. Del re1to, un duro colpo alla visione illuministica di Nehru è portato dalla conquista cinese del Tibet. Questo periodo è caratte~to da una p-ande instabilità della regione. Nel secondo periodo, in cui si opera la deltaIinizzazione, nonostante i principi della ·cc» sistenza ·pacifica sottoscritti dalla Cina e dall'India, avvengono i fatti di Suez e, a causa di essi, un dialogo di tipo nuovo tra USA e URSS. Si origina da ciò il processo di emarginazione della Cina da parte dell'URSS e il riavvicinamento di questa all'India. La Cm.a ricerca un'alternativa all'influenza delle super.potenze sugli stati locali minori. in grado d'inserirla stabilmente nella definizione dell'assetto del continente. La questione di frontiera indocinese e l'accordo USA-URSS sulla IOlpeDlione degli esperimenti nucleari isolano an~ di più la Cina. Comunque, la situazione del continente, pur accentuando in alcune aree lo stato di tensione, mostra segni premonitori di un graduale processo di stabilizzazione. Nell'ultimo periodo, l'internazionalizzazione della guerra del Vietnam rischia di compromettere i risultati raggiunti tra USA e URSS nel campo della distensione. Ma, se si vuole evitare uno scontro diretto con i cinesi, ~ corre che gli Stati Uniti rivedano le loro posizioni e ciò avviene con la cosiddetta dottrina di Guam. Nel conternp.o, si acuisce la tensione tra Unione Sovietica e Cina per la secolare questione dei confini, che esplode, ·infine, negli scontri sul fiume UBSUli. Il successivo riconoscimento della Cina Popo-


lare da parte degli Stati Uniti e la fine della guerra del Vietnam concorrono a determinare l'attuj\le indice di stabiliuazione dell'area. 23. · In America Latina, gli effetti dei tre conflitti esaminati non sono raggruppabili per categorie. Conviene esaminarli brevemente in modo separato, alla luce della loro collocazione temporale alla fine del secondo periodo e all'inizio del terzo. La questione della " baia ~ei porci " stabilizza a breve termine il successo castrista e permette l'accelerazione del processo di rinnovamento nell'isola caraibica, mentre a medio termine pone i presupposti per -u n ulteriore conflitto. La questione internazionale cubana conduce alla soglia di un possibile nuovo conflitto mondiale. Dalla soluzione di una crisi di tali dimensioni ha avuto inizio la messa in atto della coesistenza pacifica e la definizione di un codice dei rispettivi comportamenti tra USA e URSS, con un più stretto collegamento tra di loro attraverso la " linea calda ". La questione internazionale dominicana genera a breve termine, oltre l'instabilità interna, anche il proposito americano di colpire con -la forza ogni tentativo rivoluzionario di sinistra nell'America Latina e pone le premesse di un intervento diretto. A lungo termine, una tale conclusione mantiene latenti le antiche cause del conflitto.

lii. Un tentativo d'Interpretazione polemologica 24. · Passando dall'analisi all'interpretazione, si continua certamente a osservare gli stessi fenomeni, ma da un punto di vista differetTte. L'analisi è oggettiva e si basa su dati quantitativi o per lo meno apprezzabili con una certa sicurezza. L'interpretazione, in polemologia, pur restando in gran parte oggettiva per il suo essere strettamente legata alla realtà, rimane, per la sua visione dei fenomeni, più ·profonda e globale che nell'analisi, più aleatoria. Ma una disciplina che non effettuasse un tentativo d'interpretazione non raggiungerebbe il suo scopo.

Occorre dunque riprendere gli elem.enti del· l'analisi condotta sulle conclusioni e co,ve. guenze dei conflitti internazionali, insieme con gli studi condotti sulla loro natura e tendenze e sulle loro cause e origini, in un ordine difforente e, attraverso combinazioni più complCAe, cercare di pervenire costantemente a nuovi confronti e di scoprire, ove possibile, quak:bl ragione d'essere degli avvenimenti.

a. IL GRANDE 1945

RIVOLGIMENTO DELL'ANNO

25. - Nel 1945 avviene l'irruzione nel mondo e nella guerra della bomba atomica (prima bomba A, poi H) e della bomba demografica (bomba P), l'inizio del declino delle 10Cietà tradizionali e l'ingresso del terzo mondo nella società politica e industriale internazionale. Questo grande rivolgimento, strettamente legato a quello avutosi nel 1914, sta rendendo esponenziali queste tre· grandezze: la potenza nucleare, svilupp(lllte, al di là delle capacità · di sopravvivenza umana, il potere di . distruzione e la sua portata; la potenza demografica, attraverso un'esplosione delle nascite curi01amente contemporanea a quella nucleare, come se, confusamente la specie umana cercasse un antidoto, parimente pericoloso, a quel potere di distruzione, oppure_ come se essa atessa, presa da vertigini, gonfiasse il suo potere di procreazione allo stesso livello del suo potere di distruzione; il potere di movimento, per l'aumento delle velocità e delle portate (aerei aupersonici, missili, macchine spaziali). A partire dal 1945, questo rivolgimento delle potenze di distruzione,. di procreazione e di movimento, modificando profondamente le strutture politiche e umane degli stati e della società internazionale, ha trasformato i conflitti. Per paura di una apocaline nucleare, sono state accantonate fino ad oggi le vecchie grandi guerre internazionali di coalizioni, ma sembra che in contropartita si siano sviluppate le azioni indirette: negli spazi secondari marginali, delle guerre esterne localizzate e controllate alla meno peggio per evitare la scalata verso forme più generali; negli stati, delle

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guerre civili divenute più vumerose, attentamente isolate, e dei massacri; nel mondo, una atomizzazione della violenza attraverso la. guerriglia e il terrorismo; e nella strategia economica e nella strategia culturale, divenute più incisive a causa della relativa limitazione della strategia militare conseguente alla paura nu cleare. Dal 1945, in un mondo sotto la minaccia nucleare e l'equilibrio del terrore, ci sono state delle tentazioni nucleari (in Corea e in Indocina), un ricatto nucleare (Suez, 1956) e due crisi , nucleari (Cuba 1962 e Suez 1973). La guerra nucleare, possibile per calcolo, per dis~razione, per errore o per accidente, non ha avuto luogo e, se essa non dipendesse che dalla volontà e dalla ragione, sarebbe senza dubbio il più possibile evitata. In queste condizioni, la guerra nucleare rappresenta una incognita. Non si conosce ancora a sufficienza il fenomeno guerra, ma certamente non si sa che cosa potrebbe essere una guerra nucleare. Per ora l'impiego eventuale dell'arma atomica in una situazione bipolare o anche multipolare - impiego evitato di misura durante il conflitto di .Cuba nell'ottobre 1962presenta delle incognite di prima grandezza. b. lL FATTO ,'iUCLEAlfr.. 26. - Esistono due estremi alla violenza politica: al vertice, la violenza nucleare; alla base, la violenza del terrorismo. Esse sono, essenzialmente, la capacità delle masse di sopportare il terrore e la capacità di dominio della situazione nell'istante della decisione. E' da sottolineare come una guerra nucleare pQtrebbe, eventualmente, condurre a una dominazione politica e ideologica dei belligeranti da parte di un non belligerante.

c. LA

DECOLONIZZAZIONE

27. - Come la decolonizzazione ha seguito per realizzarsi quattro modi simultanei o successivi secondo i casi - e cioè si ebbe una colonizzazione militare, politica, economica, culturale - cosi la decolonizzazione ha seguito

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il processo inverso attraverso gli stessi modi. Il periodo coloniale si può considerare concluso nel 1937 con la conquista effimera del!'Etiopia. Il grande periodo della decolonizzazione comincia nel 1947 con l'indipendenza dell'India, è al suo culmine nel 1962, in cui ha fine la guerra d'Algeria e raggiunge l'indipendenza la maggior parte dei territori africani, e si è completato in questi giorni con la raggiunta indipendenza del territorio di Gibuti. Ma la decolonizzazione è ancora ben lontana dall'aver prodotto tutti i suoi effetti, principalmente nei domini economico e culturale. La decolonizzazione segna in geopolitica una rivuluzione paragonabile a quella di Copernico e di Galileo nella concezione dell'universo. Infatti, durante l'epoca coloniale, l'Europa, la parte più sviluppata del mondo, aveva la coscienza e il potere di costituire il centro della terra per cui gli altri continenti erano niente altro che i suoi satelliti. A partire dal 1945, dopo la " spartizione del mondo " a Yalta, e soprattutto dal 1955 con l'emergere del terzo mondo a Bandung, l'Europa, rovinata da due guerre mondiali, non è più il centro del mondo, che ora da essa sfugge. E per l'Europa da cui tutto dipendeva nel passato, il 1973 segna la sua relativa dipendenza, il che comporta una profonda crisi di coscienza che essa deve affrontare. La struttura der mondo tende a polarizzarsi nel senso sud-nord ed est-ovest. L'Europa riceve il colpo di ritorno della decolonizzazione. Un nuovo equilibrio tende a stabilirsi, ma esso si presenta difficile. La società mondiale è ringiovanita, come mostr~ la piramide delle età degli stati rappresentati alle Nazioni Unite. In effetti, dal momento in cui i due gruppi di stati, quelli del nord e quelli del sud, hanno delle capacità troppo differenti e sproporzionate, il campo degli scambi tra di loro si trova ristretto, creando cosi una situazione di conflitto. Lo si può constatare facilmente, ad esempio, nel fissare i termini di scambio tra petrolio, moneta e tecnologia. D'altro canto l'interscambio fra il sud e l'est del mondo non rimpiazza quello fra il sud e l'ovest.


d.

LE BASI DELLA POTENZA MONDIALE

28. - L'attuale potenza mondiale si basa su una serie di fattori, che sono sostanzialmente mutati negli ultimi anni. Essa si basa innanzi tutto su una grande estensione in superficie, su numerosi meridiani e paralleli del globo, che assicurino profondità e dispersione, varietà e abbondanza di risorse agricole e minerali, esistenti e potenziali, capacità d'adattamento a climi molto differenti. Cinque milioni di kmq sono una buona base geografica e costituiscono la superficie che assicura a chi la possiede una ottima circolazione e coesione. Un altro fattore di potenza è dato da una popolazione abbastanza numerosa per valorizzare il territorio e per poter inviare all'estero quadri e tecnici, a supporto della influenza economica e politica. Cento milioni d'abitanti costituiscono un minimo, ma meglio appare un numero di 200-300 milioni. Si richiede inoltre una forte omogeneità etnica o culturale e ideologi.ca, possibilmente tutte e tre, per cementare l'unione di questa popolazione su un cosl grande spazio e per ottenere un valido consenso nazionale. Un'altra serie di fattori di potenza consiste: in una certa autonomia economica, per le ricchezze e la diversità delle risorse; in un largo potenziale tecnologico e in una capacità tecnica; e in una penetrazione all'estero, tecnica, economica e ideologica, la più invisibile possibile. Sul piano più strettamente militare, occorrono: una aviazione .e una marina, commerciali e militari, per mantenere dentro l'impero ·e le sue influenze esterne i collegamenti e i supporti necessari; una · potenza nucleare, mili-are e pacifica; e uno spirito nazionale, una volontà d'esistere, di affermarsi, di difendere e di irradiare la propria esistenza. Pochi stati (USA, URSS, Cina) . hanno pressochè tutte le basi · della potenza mondiale. Parecchi (Canadà, Australia, Giappone) ne hanno soltanto alcune. Ai nostri giorni, nessuno stato dell'Europa occidentale, preso isolatamente, dispone da solo delle basi sufficienti di potenza mondiale che possiedono per contro, in gradi diversi, stati di altri continenti -

America, Asia - o a cavallo di due continenn, cioè l'URSS. P~r iJ_momento, nessuno stato africano possiede le basi sufficienti per la suddetta potenza, anche se due stati, Nigeria e Zaire, hanno notevoli possibilità. I conflitti armati della seconda guerra mondiale in poi hanno fatto evolvere non soltanto i rapporti della potenza fra stati, ma anche tra gli stati e le organizzazioni internazionali Basti accennare alle Nazioni Unite e alle sue medfazioni, sanzioni ed interventi militari, tra cui quelli in Corea, nel Congo, a Cipro, nel Sinai e sul Golan. Inoltre, accanto alle Nazioni Unite, si sono costituite delle organizzazioni regionali a vocazione polilticà, appog,, giate da forze militari messe o tenute a disposizrone dagli stati membri, come ad esempio la NATO, il Patto di Varsavia, la Lega Araba.

e. IL

MONDO GEOSTRATEGICO NEL

1975

29. - La situazione geopolitica attuale del mondo è indubbiamente funzione delle condizioni geopolitiche classiche (popolazione, estensione, posizione, relazioni) e del potenziale umano e materiale presente e prevedibile di ciascuno degli stati costituenti. Ma essa dipende anche dal passato di ciascuno stato, nella misura in cui la sua storia influisce sulla sua mentalità e su quella degli altri stati. Pertanto, appare utile· considerare per primo le età dei differenti stati, poi, in successione logica, la stabilità delle frontiere terrestri e l'instabilità di quelle marittime e, infine, lo spostamento dei fronti di aggressività collettiva, concetto questo di grande ausilio al fine di avere elementi concreti per una prospeltiva polemologica. 30. - La piramide delle età attuali degli stati è molto significativa. Il 48% degli stati, nati dalla seconda guerra mondiale e dalla decolonizzazione, hanno meno di 30 anni di vita. Ciò ha prodotto un triplice fenomeno nell'ultimo trentennio: aumento del numero degli stati; ringiovanimento della società degli stati; e democratizzazione della società internazionale.

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Questa struttura internazionale delle età degli stati è un fatto importante e originale, poichè esprime e contiene una certa opposizione tra stati giovani e vecchi. Se ne possono notare gli effetti alle Nazioni Unite dove tutti gli stati hanno voto uguale, fatto salvo il cosiddetto diritto di veto dei cinque grandi.

superpotenze, alcuni conflitti di frontiera localizzati degeneriQ.o in più vasti confronti che rischierebbero di condurre al ricorso alle armi nucleari. Cosicchè il gioco-delle potenze è piuttosto quello di favorire, all'interno degli stati e· senza attentato alle frontiere, il mantenimento o il rivolgimento dei regimi politici, a seconda che siano più o meno a loro favorevoli.

31. • Mentre, prima del 1945, i conflitti ave-

vano per scopo e per risultato una modifica

delle frontiere, a partire dal 1945, le frontiere hanno una eccezionale stabilità. Sui 59 conflitti internazionali esaminati nel periodo 19451975: · 1'82% non ha comportato alcun cambiamento di frontiera; il 16% ha modificato le frontiere a seguito di guerre d'indipendenza coloniale; il 4%, e cioè soltanto 2, hanno variato le frontiere. Essi sono l'occupazione cinese del Tibet e la guerra del Bangladesh. Non si considerano peraltro le frontiere attuali tri Israele e gli stati arabi, essendo esse delle linee di "cessate il fuoco". La stabilità delle frontiere è stata netta in Africa e nel Medio Oriente dopo la nascita dei nuovi stati a seguito della decolonizzazione. Esse, d'altra parte, non sonp state finora in . alcuna regione rimesse in causa, anche se lasciano sussistere, in realtà, due Germanie e due Coree. Questo notevole status quo territoriale può spiegarsi per tre motivi. Dopo il rivolgimento della seconda guerra mondiale, della decolonizzazione e della vasta ridistribuzione delle sovranità che è in atto, gli stati non sembrano inclini a rimettere in causa lo status quo territoriale, risultato di un tale rivolgimento. In particolare, gli stati africani, nati dalla decolonizzazione, giovani e ancora mal consolidati, non sono favorevoli a rimettere in questione le frontiere, poichè l'argomento potrebbe ritorcersi contro di essi. In secondo luogo, gli stati hanno inoltre preso coscienza che nell'epoca attuale non è l'espansione territoriale che contraddistingue la potenza, ma piuttosto il potenziale e l'influenza ideologica ed economica. Un terzo fattore di stabilità delle frontiere va poi riconosciuto nella paura che, nell'epoca atomica e tenuto conto dell'equilibrio delle due

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32. · Se le frontiere terrestri sono per il momento fissate, le / rontiere marittime diventano luogo di confronto. A partire dal 1945 numerosi fattori hannò conribuito a dare al mare un valore nuovo, anche nel tempo di pace. Basti citare che i fondi marini hanno rivelato nuove ricchezze (idrocarburi, minerali, proteine) e appaiono all'umanità, sovrappopolata e bisognosa, come una grande riserva di vita. Pertanto, gli oceani, e più in generale il mare, sono divenuti un luogo di conflitti nuovi e proteiformi. In questo quadro, la sicurezza degli stretti, vie intense di circolazione, viene a porsi in primo luogo. 33. - Infine, esistono dei fronti di aggressività collettiva a somiglianza dei fronti climatici e vegetali, dei fronti meteorologici è dei fronti sismici (le grandi foglie della crosta terrestre). Meno determinati ma ugualmente reali sono i fronti d'aggressività, dai quali possono sorgere più frequentemente che non altrove manifestazioni di violènza, interna o internazionale: fronti razziali o etnici, fronti ideologici o politico-economici, nati dalla storia ma più o meno reattivi a causa della congiuntura. Ci sono sia dei fronti internazionali che attraversano o lambiscono i continenti, scavalcano o separano parecchi stati, sia dei fronti interni che dividono certi stati. A partire dal 1945 fino al 1975, c'è stata una ridistribuzione dei fronti d'aggressività, dovuta essenzialmente all'indebolimento dell'Europa e all'emergenza del Terzo Mondo. Se si riportano sul planisfero i conflitti internazionali e interni, come pure i colpi di stato rilevati dal 1945 al 1975 (vds. allegato B), secondo una interessante ipotesi avanzata dallo Istituto Francese di Polemologia, al quale qui


facciamo riferimento si constata che essi si sono dislocati in modo privilegiato su nove fronti d'aggressività mondiale: un fronte nordafricano (Fl)) tra l'Africa centrale nera e la Africa settentrionale islamica bianca; un fronte sud-africano (F2) tra l'Africa centrale nera e l'Africa meridionale bianca; un fronte nordamericano (F3) tra l'America settentrionale bianca e l'America centrale-Caraibi amerindi; un fronte sud-americano (F4), più complesso, attraverso l'America del sud; un fronte cinese (FS) che passa ai confini della Cina; un fronte est-asiatico (F6) dall'Australia al Giappone, attraverso gli arcipelaghi e le penisole del SudEst asiatico; un fronte afro-asiatico (F7) tra il mondo arabo ed islamico e le altre etnie bianche, da Gibilterra all'India; un fronte est-europeo (F8) tra il mondo comunista e il mondo occidentale ("cortina di ferro"); un fronte nordirlandese (F9) attraverso l'Irlanda del Nord; altri fronti (secondari e in generale interni). A partire dal 1945, sono nell'ordine i fronti afro-asiatico (F7) ed est-asiatico (F6) ad essere i più agitati. Dietro questi nove fronti principali che sono a volte razziali o etnici, socioeconomici o ideologici, esistono, in alcune decine dr stati di tutti i continenti, alcuni fronti secondari interni (come il fronte interno razziale "nero" degli Stati Uniti) che possono dar luogo a delle ·sovvi::rsioni attive e generalizzate, come avvenne per i conflitti etnici, religiosi o ideologici ché l'Europa ha conosciuto nel corso della sua storia. 34. · Questa nozione dei fronti di aggressività mondiale, che è una ipotesi polemologica, richiama parecchie osservazioni importanti. Con la mondializzazione · e la globalizzazione dei problemi, i fronti di aggressività hanno preso dal 1945 in poi una dimensione continentale e di preferenza un orientamento generale ovestest, lungo dei paralleli che attraversano o separano i continenti. Mentre, prima del 1945, i differenti fronti di aggressività erano soprattutto, fra un continente e l'altro, ovvero anche all'interno di uno stesso continente, relativamente indipendenti, essi sono ora, con la mondializzazione dei fenomeni,

relativamente interdipendenti. L'evoluzione e l'attivazione di un fronte sono funzione del dinamismo più o meno grande de.gli altri fronti ed in particolare dei fronti vicini. E' abbastanza naturale che si manifestino quindi delle strategie interfronte, più o meno coscienti ed affermate, come ad esempio è avvenuto per: Israele, aiutata all'inizio dell'esie stenza di un fronte Fl a tergo del fronte afroasiatico F7, sul quale essa era impegnato; gli Stati Arabi, aiutati in seguito sul fronte F7 dalla messa in letargo di quel fronte Fl; la Africa del Sud e il Portogallo, aiutati sul fronte africano F2 dall'esistenza del fronte nord-africano FL 35. · Fino a che questi fronti (da Fl a F9) sussistono e sono attivi, gli stati che si trovano dislocati alla cerniera tra i fronti occupano una posizione particolarmente sensibile. E' il caso dello Zaire e della Tanzania, tra i fronti nord-africano Fl e sud-africano F2; di Grecia, Turchia e Iran tra i fronti afro-asiatico F7 ed est-europeo F8; del Bangladesh tra il fronte afro-asiatico F7 e cinese FS; del Giappone e delle due Coree tra i fronti cinese FS ed est-asiatico F6. · L'atteggiamento che prendono o che prender?nno questi stati in caso di conflitti aperti sui fronti suddetti è quindi particolarmente importante. I fronti di aggressività scaturiscono dalla constatazione della localizzazione della violenza bellica, che segue certe linee privilegiate e certi contesti, in particolare di tipo razziale, etnico, religioso, ideologico. Ma la nozione di fronti d 'aggressività non ha alcun carattere di discriminazione razziale, nè a maggior ragione di razzismo. La nozione di fronti d'aggressività, sempre secondo le ipotesi della scuola polemologica francese, esclude qualsiasi fatalità o determinismo e riconosce le evoluzioni, spesso importanti, che si producono. Nella nostra epoca d'interdipendenza e di modificazione rapida delle situazioni, la nozione di nemico ereditario e di alleato eterno ha perso il suo valore e uno studio scientifico dei fenomeni di violenza deve sempre essere pronto ad accogliere e perfino a

217


svelare le variazioni di comportamento, la sostituzione di antagonismi con solidarietà, i passaggi dall'ostilità al compromesso e dal compromesso all'intesa.

IV. Elementi per una proepettlva

36.. E' importante prendere nota di quattro cambiamenti importanti avvenuti nel corso del periodo 1945-1975. A partire dal 1970 il fronte est-europeo ha perduto gran parte della sua aggressività. Dal 1971 il fronte afro-asiatico è attivo soltanto tra Cipro e l'Irak. In particolare un compromesso si è sviluppato tra gli stati mediterranei dell'.Europa occidentale e gli stati dell'Africa settentrionale. Dal 1974, con lo sganciamento portoghese dall'Angola e dal Mozambico, il fronte sud-africano F2 è in netta evoluzione. Infine, e questa è la modifica più importante, il fronte nord-africano Fl, che era stato particolarmente attivo dal 1967 al 1972, è caduto d'intensità dal 1973, salvo che nella sua parte orientale, l'Eritrea, mentre, al contrario, i due fronti vicini, sud-africano a sud e afro-asiatico a nord tra Cipro e l'Irak, sono diventati più intensi. Questa messa in letargo del fronte esaminato si esprime, e può spiegarsi: con il ristabilimento della pace in Nigeria e nel Sudan; con Io sviluppo della solidarietà africana sormontante gli antagonismi interafricani; con una intensificazione della lotta sul fronte F7 (guerra arabo-israeliana) e sul fronte F2 (lotta contro l'Africa bianca); e con un'offensiva araba, sia diplomatica, religiosa e ideologica sia economica in direzione del mondo africano nero. Due insegnamenti, di ordine polemologico, possono essere tratti fa questo rovesciamento di situazione: l'aggressività esistente su un fronte può essere trasferita su altri fronti; non c'è alcun determinismo assoluto dei fronti di aggressività, perchè nonostante il peso e l'inerzia di certi fattori, essi sono sottoposti da un lato all'azione politica e dall'altro all'azione sulle mentalità. Quel fronte che esisteva ieri può sparire domani, ma esso può anche riapparire più tardi. E l'altro fronte che non esiste, ovvero quello che era da lungo tempo in letargo, può aprirsi.

37. · Nel linguaggio corrente si parla di lungo, medio e breve termine. Si tratta di nozioni assai vaghe, che comportano dei vasti margini. Per ciò che concerne le scienze umane, e in particolare la polemologia, ai stima che il lungo termine corrisponderebbe alla modificazione delle ~trutture e delle mentalità, che sono in generale lente. Ma a tal proposito bisogna tener conto dell'accelerazione della s~ ria, fenomeno sempre più sorprendente, e anche del fatto che le variazioni di struttura si producono lentamente nelle società dove sono nate le invenzioni che le hanno condizionate. Così è stato per le nazioni dell'Europa Occidentale dove sono nate la scienza moderna e la rivoluzione industriale. Ma la variazione srtutturale può essere molto più rapida nelle nazioni che non avranno dovuto fare altro che apprendere una scienza e una tecnica interamente già fatta. li medio termine corrisponderebbe alle congiunture che presentano un carattere di minore rigidezza. Ora sono proprio qu~te uno dei f~ nomeni generatori di conflitti armati, pe~ ciascuna entità politica sovrana si sviluppa in maniera differente senza cercare mai di armonizzare la sua· crescita con le ·altre. Le espansioni indipendenti sono tra le ~use dei principali squilibri c.he si vedono talvolta delinearsi molto tempo in anticipo. La congiuntura conta anche degli elementi la cui probabilità si aggiunge in certi casi agli altri. Cosl avviene per la periodicità o meglio per le periodicità. Sembra di poter comprendere nella congiuntura il tempo (variabile) che occorrerà perchè alcune variazioni strutturali siano risentite e anche perchè esse si manifestino in avvenimenti storici, interni o esterni. All'interno, l'influenza e l'autt>rità crescenti o al contrario declinanti di certi gruppi. A ciò si aggiunga un'altra forma delle congiunture, soprattutto in materia di polemologia, per le quali si costituiscono le alleanze e le coalizioni

218

a.

PROSPETTIVA A LUNGO, MEDIO E BRE• VE TERMINE


dal momento che esse producono delle modificazioni, talvolta immediate, degli equilibri internazionali. Quanto alla prospettiva a breve termine, la sua portata è mutevolissima a seconda che ci si trovi in periodo di crisi, di mutamento o di stabilità. D'altra parte, in materia polemologica, la prospettiva potrà applicarsi per calcolare quale tipo di questione o d'incidente scatenerà un conflitto armato del quale tutte le condizioni strutturali e congiunturali appaiono riunite. Questa conoscenza potrà permettere di scongiurare, deviare o ritardare lo scoppio di una guerra.

b.

ALCUNE GRANDI IPOTESI GICHE

POLEMOLO-

38. - Dal punto di vista della conflittualità, il periodo trentennale più recente, 1945,1975, è stato governato da un certo numero di fattori. li fatto atomico e l'equilibrio nucleare nel suo stato attuale, hanno portato ad una certa limitazione dei conflitti armati. Le due superpotenze, vincitrici e beneficiarie della seconda guerra mondi.aie, hanno consolidato la loro preminenza con una avanzata in campo nucleare o spaziale. Le grandi potenze, che non hanno ancora conosciuto nessuna grave crisi nella successione dei poteri, hanno presentato una apprezzabile stabilità politica interna. Si registrano inoltre altri fattori che hanno influito sulla conflittualità del periodo: un certo stato delle risorse e delle tecniche; un reiativo rilassamento, dopo le pesanti perdite della seconda guerra mondiale e dei conflitti che l'h&nno seguita. A tal proposito, quasi tutti gli uomini di 35 anni e oltre hanno conosciuto queste guerre o i loro seguiti, come pure l'avvenimento e le minacce dell'era nucleare. L'ac~esso del Terzo Mondo all'indipendenza attraverso la decolonizzazione - violenta o tramite accordo e l 'apparizione di nuovi centri di decisione è stato accompagnato, seguito o addirittura preceduto dalla moltiplicazione degli stati sovrani, il cui numero è raddoppiato in trenta anni, dalla affermazione di una

sovranità senza limiti degli stati e dall'esistenza di una organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, che costituisce, come luogo di discussione e di negoziati, una certa valvola di sicurezza alla violenza, pur priva di alcuna porzione di sovranità e di alcuna forza di dissuasione o di coercizipne. 39. - In ragione del blocco nucleare e di una certa inerzia delle strutture, a partire dal 1968 si assiste ad un sensibile incremento del terrorismo. Soprattutto, occorre rilevare l'importanza dello squilibrio mondiale sul piano istituzionale della società internazionale. Da una parte, nelle zone temperate dei due· emisferi, esistono alcuni vecchi stati di razza bianca, tecnicamente sviluppati e industrializza~, ricchi ma relativamente poco popolati e fortemente limitati nelle loro risorse energetiche e in materie prime. Dall'altra parte, in posizione centrale (equatoriale, tropicale e subtropicale}, si sono affermati numerosi giovani stati, d'altre razze e d'altre etnie; tecnicamente poco sviluppati, 1 forte demografia, dalle risorse energetiche e di materie prime spesso considerevoli, ma relativamente poveri in produzione agricola e industriale. Attualmente il rapporto di popolazione è di 7 a 3 a favore di questi giovani stati rispetto ai vecchi stati industrializzati. Infine, gli squilibri che è dato constatare nella società internazionale possono essere fatti risalire anche alla moltiplicazione dei centri di decisione, con una tendenza a un mondo multipolare, che provoca una frammentazione dei diversi blocchi (apparizione recente di un "Quarto Mondo", ecc.). 40. - Se queste condizioni del periodo 1945-1975 non cambiassero ovvero evoluissero poco nel corso dei due prossimi decenni, si può ritenere come ipotesi per il futuro che i conflitti armati dei prossimi 25 anni (1976-2000) rassomiglierebbero a quelli dei trenta anni testè trascorsi. I punti sensibili si situerebbero sui nove fronti d'aggressività mondiale attualmente esistenti, più o meno attivi oppure più o meno in letargo. Ma alcune condizioni del periodo 1945-1975 cambieranno, alcune sicuramente, altre proba-

219


bilmente e, con l'accelerazione del progresso, senza dubbio rapidamente. Già quattro cambiamenti importanti appaiono nel campo del presente e del prossimo avvenire: alcune innovazioni tecniche; una accentuazione degli squilibri demo-economici; la precarietà dello equilibrio nucleare; la presa di coscienza di una minaccia globide per la specie umana. Le innovazioni tecniche modificano gli equilibri, gli scambi, i rapporti di forza, i fronti di tensione. Ieri il predominio del carbone e della energia idroelettrica; recentemente la supremazia del petrolio·; domani l'ascesa di altre risorse energetiche e di altre materie prime, il sorgere di nuove sintesi, di scoperte biologiche che possono modificare la geografia e la dinamica degli scambi e dei rapporti. Già a partire dal 1973, si è prodotta una doppia frattura. All'interno del Terzo Mondo, i paesi poco popolati, che dispongono di materie pri· me abbondanti e remuneratrici, hanno una posizione meno diversa dai paesi molto popolati senza tali risorse; all'interno del mondo industrializzato, la "resistenza" varia tra stati che dispongono di una certa indipendenza energetica e minerale e stati che dipendono dall'estero in questi campi. 41. . Se le innovazi_oni nei campi tecnico ed economico sono ancora incerte, almeno nelle loro scadenze, c'è un cambiamento fin d'ora inscritto nella piramide delle età attuali: la accentuazione degli squilibri demo-economici, sia nell'insieme dell'umanità sia nelle diverse regioni geografiche. Qualche anno fa l'Istituto di Princeton ha calcolato che verso l'anno 2000 il rapporto di popolazione tra il Terzo Mondo e il mondo industrializzato, che è attualmente di 7 a 3, passerà a quello di 9 a 1. Questo ulteriore squilibrio se non venisse compensato da fattori che ne diminuirebbero lo scompenso, potrebbe dar luogo a dei conflitti interni locali e ad un diffuso conflitto nord-sud: scontro fra strategie economiche, culturali, diplomatiche ed eventualmente - il rischio non può essere escluso - vaste infiltrazioni disordinate di popolazioni immigranti.

220

In questa ipotesi, i diversi fronti di aggressività collettiva potrebbero avere tendenza a ridursi ad un fronte unico di al_lgressività mondiale nord-sud, che prende obliquamente tutto il globo terrestre riunendo i fronti F3 (nordamericano), F7 (mediterraneo, medio-orientale e indiano), F5 (cinese) e F6 (est-asiatico). In questo caso l'Iran, la Cina, il Giappone e perfino l'URSS si troverebbero in situazione arbitrale. 42. · Un altro iattore degli equilibri attuali, che potrebbe cambiare, è la stabilità dell'equilibrio nucleare. Fino a quando esistesse un certo equilibrio nucleare, fondato sulla dissuasione i conflitti armati del prossimo avvenire, cosl contenuti, rassomiglieranno probabilmente a quelli del recente passato. Ma nel caso che, anche a causa della proliferazione di questi armamenti, la potenza dell'atomo sfuggisse al potere degli uomini di stato, allora l'umanità entrerebbe in una nuova era di distruzioni di massa, accompagnate da sovversioni. Si avrebbero, cioè, gli ultra-conflitti (guerra nucleare, biologica o chimica) con le loro megaperdite e con la rovina di vaste parti considerevoli della civiltà mondiale. Questa catastrofe potrebbe essere provocata da diverse cause: per tragico malinteso, per errore di calcolo, per incidente, per volontà di potenza, per volontà di distruzione (terrorismo nucleare di provocazione o di annientamento). 43. - Un quarto cambiamento, attualmente in corso, può fortunatamente controbilanciare le minacce che presentano i due cambiamenti precedenti, e cioè la sovrapopolazione (la bomba P) e gli squilibri demo-economici e la precarietà dell'equilibrio nucleare (la bomba H). Si tratta della recente presa di coscienza di una minaccia globale per la specie umana, davllllti al doppio pericolo dell'esaurimento delle risorse vitali e dell'inquinamento della biosfera.

V. Conc:luslone 44 .. Nel 1977 il mondo resta fondato sulla soverchiante potenza dei due grandi vincitori


della seconda guerra mondiale. La realtà sta cambiando, ma non ancora tanto da imporre quel mutamento globale, che non è soltanto modificazione di strutture politico-militari, ma di prospettive sociali e culturali, di tavole di valori. Negli anni settanta la solidarietà nella conservazione del duopolio esistente tra Mosca e Washington si è rafforzata piuttosto che indebolita. A Vladivostok, nell'autunno del 1974, USA e URSS si sono accordati per una riduzione alla corsa agli armamenti nucleari, che era stata la premessa e la promessa del trattato per la non proliferazione delle armi nucleari a garanzia di chi vi rinunciava, ma per ulteriore sviluppo paritetico dei loro arsenali. Cosi i potenti diventano sempre più forti e i deboli ancor più indifesi. Nulla fa .ritenere che, almeno a medio termine, questa situazione possa subire variazioni di fondo. Eppure, i nodi da sciogliere aumentano, le sollecitazioni che vengono dal grembo della società umana si fanno sempre più pressanti. Il Medio Oriente è ancora un'area di scontro. L'Asia e l'Estremo Oriente, con le loro grandi masse umane indigenti, costituiscono una grave incognita. Nell'America Latina, le dittature

militari, di destra e di sinistra, non riescono a risolvere i problemi vitali delle società che controllano. L'esperienza di Fidel Castro appare irripetibile intorno all'ardua e decisa tematica della libertà. Dalla fine del 1973 è esplosa la crisi energetica, quando i paesi esportatori di petrolio, in grandissima parte arabi, hanno più che quadruplicato il prezzo del greggio. L'economia occidentale ha subito una scossa drammatica, ha visto sorgere il pericolo inatteso di un assoggettamento senza scampo a un nuovo imperialismo unidimensionale, un ribaltamento radicale dei tradizionali rapporti di potenza, con i poveri divenuti di colpo ricchissimi, ma anche con molti, troppi poveri caduti in una condizione ancor più disperata. Il Terzo Mondo non è infatti uscito indenne da questo rivolgimento: una parte è degradata a Quarto Mondo, formando un altro nodo, e non dei più facili, da sciogliere. Ma dietro a tutti questi problemi e difficoltà, che toccano la sfera della politica, dell'economia, dell'assetto sociale, c'è il nodo prioritario della crisi interiore del mondo contemporaneo, nel quale per ora i segni positivi si sommano confusamente con quelli negativi.

221


N N N

A LLEGATO

A - CONFLIITI INTERNA ZIONALI NEL PERIODO 1945-1975 '45 '461'47 1'48 '49 '50 '5 1 ·52 I·53 '54 ·55 I '56 '57 '58 '59 '60 '61 '62 '63 '64 '65 '66 '67 '68 '69 ·10 1·1 1 ·12 I ·n I ·14 '75

E U ROPA /. 2. 3. 4. 5.

Q11esrione di Tries re (1946- /954) Quesrione della rensione sovietico-j11gos!ava (1948-1952) Questione di Berlino (/948- 1949) Questione dell 'Alro Adige (1953-1969) Q11 es rione i11ternazio11ale di Cipro (Il) (/ 9&3-/974)

·-

Nel pe riodo

MEDIO OR I ENTE I. 2. 3. 4. 5 .. 6. 7. 8. 9. IO. //. 12.

/3.

Quesrione de/l 'indipendenza siriana e libanese (/945-1946) Quesrione della sovrani/a egiziana (/946-/947) Qu esrione della sovranità giordana (1946-1 950) Ques1ione dello creazione d 'Is raele e qu estione pales tinese (I) (194 7-1948) Questione di Suez e seconda questione arabo-israeliana (1956) Quesrione di Mu scar e 0111011 (1957) Qu,srione giordana (1958- /967) Ques1ione de/l 'intervento nel Kuwai1 (1 961) Qu esrione inrerna dello Yemen (/962-1 96 7) Qu esrione inrerna di Aden (1963- /967) Quesrione del terzo conjlirro arabo-israeliano (lii) (/ 967) Quesrionedellafrontiera fra la Repubblica Araba dello Yem en e la Repubblica Popolare dello Yemen (1972) Qu,srione del quarto co njlirro arabo-is raeliano (IV) (1973)

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(3)

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Nel periodo

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15)

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AFRI C A

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Q11esrione malgas cia (/94 7-1948) Quesrion e dell'indipenden za 11111isina (1952-/954) Questione de/l'indip enden za marocchina (1 952- /956) Quesrione del Kenia (/952- 1958) Ques1ione dell 'indipenden za algerina (1954- 1962) Questione i11rernazio11a/e del Congo (1960- 1964) Questione de/le frontiere somalo-e fiopiche (1960-/964) Qu estione della crisi di Biserta (/96/-/ 962) Questione della fron/iera marocco-algerina (/ 96 2-/963) Que5tio ne de/1'.Angola (196/- / 915) Que.<tione della Guinea portoghese (1962-1975) Questione del/a fron1iera f ra Somalia e K enia (/963-/ 967) /3. Questione del Monzambico (1965-19 75) /4. Ques1ione della frontiera fra Sudan ed Etiopia (/96 1) /5. Ques fione della fron fiera fra Uganda e Tanzania (/91/ - /972) I. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. IO. //. 12.

Nel per iodo

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segue ALLEGATO A •45 '46 '47 '48 '49 '50 '51 ·52 ·53 '54 '55 '56 ·57 ·53 '59 '60 '61 '62 '63 '64 '65 '66 '671'68 '69 '70 '71 ' 72 ·73 ·74 '75

ASIA ED ESTREMO ÙRIENT E / . Questione dell'indipendenza indonesiana (1945-1948) 2. Questione indocinese (/948-/954) 3. Questione de/l'indipendenza birmana (1946-/947) 4. Question e dell'insurrez ione malese (1948- 1959) 5. Questione delle sommosse co munali in India (/ 946-1948) 6. Questione del Kashmir (/947-J 949) 7. Quesllone inrernaztonale dt Cor,eu (1950-1953) 8. Questione del conflitto fra 7:ibet e Repubblica Popolare Cin ese (/950-195/) 9. Questione di Formosa e delle Isole Quemoy e Matsu (I) (/954-1955) IO. Questione della rivolta Naga in India (/955-/962) //. Questione dello stretto di Fo rmosa e delle Isole ·Quemoy e Matsu ( IJ) (/958) 12. Questione della frontiera indian a-cinese (1959- 1962) 13. Questione vietnamita (/959- / 962) 14. Questione dell'/rian Occidentale (1960-/962) 15. Questione tra la Cambogia e la Tailandia (1957-1960) 16. Questione internaz io nale del V,·etnam (/962-/973) 17.

18.

19. 20. 2/. 22. 23.

Questione internazionale indo-pakistana per il Kashmir

I

I

- -

- 1 - -1 - -

I

-

(/965-1966)

Questione internazionale indo-pakistana per il deserto del Kutch (1965-1966) Questione della Cambogia e deI Laos (1964-/975) Questione delle frontiere f ra /'U RSS e la R epubblica Popolare Cinese (1969) Questione del Bengala Orientaie (/97 I) Questione del Bang/a-Desh (/9 71) Questione tra Vietnam del Sud e Vietnam del Nord (1973-/975)

-

1--

, ~~

(8)

}'lei periodo

7)

8)

AMERICA LA TINA

-

/. Questione della "Baia dei Porci.• (/96/) Questione in ternazionale di Cu ba (/962) Questione internazionale della R epubblica Dominicana (1965)

2. 3.

Nel periodo

I

TOTALE TOTALE G ENERA LE (58)

'

-

-

(*)

(2)

( I)

(17)

(21)

(21)

-


ALLEGATO

B - LOCALIZZAZIONE DEI FRONTI DELL'AGGRESSJV/TA' MONDIALE DAL 1945 AL 1975


--~---~-~-- ----~-~--------~-----

ALLEGATO C -

J1

IPOTESI POLEMOLOGICHE PER LA SEQUENZA PROSPETTICA 1976 - 2000

IPOTESI

H

CAUSE A FAVORE

(e sotto ipotesi S)

Hl. Catastrofe nucleare (o biologica o chimica)

1.

Strutture demo-economiche fortemente squilibrate

SI. Guerra nucleare internazionale

2. Rottura dell'equilibrio nucleare

S2. Guerra civile nucleare (può condurre a Sl)

3. Impotenza a dominare:

S3. Terrorismo nucleare (può condurre a Sl)

-

CONSEGUENZE POSSIBILI

I. Megaperdite 2. Interi settori della civiltà rovinati 3. Trauma della coscienza un iversale

le guerre non nucleari; i micro-conflitti endemici; le crisi; le sommersioni umane o i rischi di sommersione.

4. Disperazione e fuga in avanti 5. Errore, accidente o provocazione 6. Messa in scacco della dissuasione nucleare 7. Gravi crisi nell a successione del potere H2. Guerra mondi ale (senza impiego di armi NBC o con impiego tattico molto limitato) (tipo: 1939 • 1945 con novità rimarchevoli) S4. Lo spazio e parecchi continenti sono il teatro di operazioni importanti lv lv VI

S5. Un solo continente è il teatro di operazioni importanti

Stesse cause a favore

l. Megaperdite 2. Rivolgimenti territoriali, politici, sociali ed economici


segue IPOTESI

H

CAUSE A FAVORE

CONSEGUENZE POSSIBILI

1. Strutture demo-economiche locali o

1. Perdite importanti (possono superare il milione)

(e sotto ipotesi S)

H3. Conflitti internazionali_ e interni localizzati e limitati con situazione intermedia " né pace né guerra " (tipo: quelli del periodo 1945-1975 con novità aggravanti) S6. Nelle zone più sensibili (Europa, Cina, URSS, Medio Oriente)

ALLEGATO

regionali fortemente squilibrate 2. Impotenza a dominare: -

i microconflitti; le crisi.

2. Rivolgimenti locali o "incancrenimento" delle guerre 3. Contraccolpi economici

S7. Nelle zone più marginali H4. Sommersione di certe regioni da parte di popolazioni di altre regioni spinte da squilibri demo-economici accentuati (tipo: forme moderne di grandi invasioni) S8. Sommersione dell'Europa S9. Sommersione del!'America del Nord SlO. Sommersione dell'URSS S11. Sommersione dell'Africa australe S12. Sommersione dell'Australia S13. Sommersione della parte divenuta ricca del Terzo Mondo

1. Strutture demo-economiche regionali e intercontinentali fortemente squilibrate 2. Impotenza a ridurre questi squilibri e a dominare i microconflitti corrispondenti

C

1. Zona di caos

2. Ridistribuzione del potere

I


segue ALLEGATO G

IPO TES I

H

CAUSE A FAVORE

CONSEGUENZE POSSIBILI

I

(e sotto ipotesi S)

HS. Pace con crisi importanti (politiche, economiche e sociali) malamentt: dominate

1. Strutture demo-economiche locali squi-

librate

l . Conflitti interni 2. Tensioni c incidenti internazionali

2. Insufficienza della concertazione inI

ternazionale 3. Paura nucleare

H6. Pace senza crisi importanti o con crisi dominate

1. Limitazione, dominio e riequilibrio

Umi pace relativa

degli squilibri demo-economici 2. CapacitĂ di prevenzione e di dominio

I

delle crisi 3. Paura nucleare

ĂŹ

I

I

I I


CONCLUSIONI E CONSEGUENZE DEI CONFLITTI 1·NTERNI SOMMARIO: I. Sintesi delle conclus'ioni dei conflitti interni: a. - Conclusioni mediate e mezzi impiegati (45 - 46); b. - Conclusioni non mediate (47); c. - Forma, natura e contenuto degli atti, dei mezzi e delle condizioni con cui si sono concluse le situazioni conflittuali (48- 51) - II. Sintesi delle conseguenze dei conflitti interni: a. - Indice di stabilità (52); b. - Alone di sofferenza (53); c. - Effetti a breve e a lungo termine (54); d. - Reciproci influssi con le condizioni esterne (55 - 57) - III. Considerazioni finali (58 - 61) - Allegato A: Situazioni conflittuali prese in esame - Allegato B: Situazioni conflittuali con conclusione mediata - Allegato C: Indice di stabilità.

I. Sintesi sulle conclusioni dei conflitti interni a.

CONCLUSIONI MEDIATE E MEZZI I MPIEGATI

45. - Dei trentadue conflitti interni presi in

esame otto, e cioè un quarto, hanno avuto nella loro fase conclusiva l'intervento utile di un mediatore, ma soltanto per quattro di essi, tutti di tipo etnico, questo intervento è stato chiaramente determinante. Principali mediatori sono apparsi gli Stati Uniti, il cui intervento è risultato decisivo in due questioni, quella di Formosa del 1947 e quella libanese del 1958, ed ha in fluenzato notevolmente la conclusione di tre dei quattro confHtti interni dell'America Latina. Tale ruolo di mediazione non è stato mai disinteressato, bensì orientato a salvaguardare i propri interessi, limitando o annullando la vulnerabilità di una delle parti o esercitando una consistente e valida pressione su entrambi. E' da rilevare, inoltre, che questi interventi sono risultati possibili e utili laddove non era cointeressata in modo evidente l'altra grande potenza. Le Nazioni Unite sono riuscite a svolgere un ruolo mediatore nell a questione dell'indipendenza d i Cipro e, in misura assai minore tramite la FAO, in quella sudanese, dove il ruolo principale è stato svolto dall'Etiopia. Una certa influenza mediatrice, pur se marginale, è stata esercitata dalla Gran Bretagna nelle controversie riguardanti i paesi di nuova

formazione, dove ha continuato a mantenere interessi politico-economici e un certo prestigio, peraltro meritato. Tuttavia i suoi interventi, come quelli di altri stati od organismi in vario modo interessati, non possono essere considerati di vera e propria mediazione, soprattutto perchè di intensità e durata inadeguata. Da rilevare che l'Unione Sovietica non ha mai svolto un ruolo di mediazione determinante. Nessuno dei conflitti esaminati ha interessato regioni ricche di materie prime strategiche o, comunque, importanti per entrambe le principaii potenze. 46. - I mezzi impiegati dai mediatori sono stati ovviamente incruenti, ma più o meno apertamente coerciti vi, trattandosi o di intervento militare per dividere materialmente le parti, come in Libano, o di pressione-ricatto attivo o passivo, cioè minaccia di azione o di non azione, di natura essenzialmente economicomilitare.

In sintesi, nei conflitti interni, l'azione di un mediatore ha avuto successo quando: è stata in grado di svolgere un'azione coercitiva nei confr onti di almeno uno dei contendenti; ha realizzato così il consenso delle parti contrapposte; ha indotto i protagonisti diretti alla interpretazione dei rispettivi obiettivi in modo almeno parzialmente convergente; e non è risultata incompatibile con gli obiettivi dei protagonisti mediati o di soggetti di rilevante statura internazionale comunque interessati.

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b.

CONCLUSIONI NON MEDIATE

47. • Le conclusioni che non hanno comportato l'impiego della mediazione, sempre nei conflitti interni, sono state la grande maggioranza, e doè i tre quarti, e, prevalentemente coercitive, nel senso che una delle parti è stata debellata o ha avuto interesse a porre termine al conflitto per il realizzarsi di un eccessivo scompenso di interessi e di potenza, che ne ha reso insostenibile il costo. Ciò è stato particolarmente evidente nell'Europa Orientale, dove la Unione Sovietica ha ristabilito, in tempi brevi, "l'ordine socialista" con interventi dall'esterno. Nelle altre aree i conflitti sono stati caratterizzati nella loro fase conclusiva dalla eliminazione, spesso anche fisica, di una delle parti. Con questa eliminazione non sempre sono state rimosse le cause del contrasto, ma a volte è stato realizzato solo il rinvio del problema. Questo tipo di controversia ha visto per lo più contrapposti a un governo legale parti prive di personalità giuridica internazionale, quali minoranze etniche, movimenti rivoluzionari, partiti politici, movimenti d'opinione, ecc. Qualsiasi interferenza mediatrice da parte di organismi internazionali, comportando l'automatica legittimazione degli oppositori, non è stata tollerata dal potere legale, che ha quindi cercato sempre di circoscrivere e mantenere all'interno la questione. Gli organismi internazionali, e in special modo le Nazioni Unite, pur non escludendo possibili azioni di mediazione o di coercizione, hanno lasciato alla competenza esclusiva degli stati sovrani le questioni interne o riconosciute tali. In realtà molti dei conflitti esaminati hanno avuto tra i protagonisti mediati o interessati veri e propri stati e, spesso, le stesse grandi potenze, che hanno così cercato di modificare o mantenere le rispettive aree di interesse senza rischiare un più pericoloso confronto diretto. Le controversie interne sono state spesso l'attuazione - circoscritta nello spazio, negli obiettivi e nei mezzi - di conflitti tra soggetti statali, che hanno suscitato o sfruttato obiettive tensioni, rendendo impossibile o inutile l'intervento mediatore di organi-

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smi internazionali o, comunque, di parti terze. C. FORMA, NATURA E CONTENUTO DEGLI ATTI, DEI MEZZI E DELLE CONDIZIONI CON CUI SI SONO CONCLUSE LE SITUAZIONI CONFLITTUALI

48. - La fase conclusiva dei conflitti ha avuto generalmente inizio con atti sostanziali, unilaterali e provvisori, messi in essere da uno dei protagonisti diretti o da parte terza mediatrice. In diciotto casi (56 %) questi atti si sono manifestati come azioni armate, in otto (25% ) come coercizione o pressione politico-economica, mentre solo in sei casi (19%) vi è stato accordo politico-ideologico. Pertanto il 56% degli atti inizi ali sono stati violenti. Dopo una evoluzione più o meno protratta nel tempo e con sostanziale equilibrio tra atti violenti e non, il termine di questa fase conclusiva è stato per lo più caratterizzato (75 %) dagli atti violenti con cui una parte ha realizzato la debel/atio materiale o anche solo giuridica dell'avversario. In questi casi, evidentemente, la conclusione è da attribuirsi quasi esclusivamente a cause oggettive ed ha avuto carattere per lo più definitivo. Nei rimanenti otto conflitti (25% ) gli atti conclusivi non violenti sono stati accordi compromissori, per lo più ottenuti coattivamente da una parte terza, di natura politica o politico-militare, formalmente sanciti da accordi bilaterali o da consultazioni elettorali, difficilmente a carattere definitivo. 49. - Da rilevare che nell'Europa Orientale gli interventi sovietici sono stati condotti con tale risolutezza da creare un immediato squilibrio di potenza e indurre la controparte alla rinuncia. Tuttavia a questa rinuncia è stato sempre dato un aspetto legalitario a mezzo di atto formale, produttivo di conseguenze giuridiche, siano esse un'elezione generale, un trattato sullo stanziamento di truppe o, più semplicemente, la costituzione di un nuovo governo. Ciò. probabilmente, per il desiderio da parte sovietica di ostentare un atto che. concludendo la


controversia, ne legittimasse in qualche modo l'operato di fronte all'opinione pubblica interna e mondiale. In conclusione le controversie di questo tipo hanno messo in evidenza la tendenza a concludersi con atti violenti, di natura militare o politico-militare, quasi sempre unilaterali e sostanziali. Le più numerose sono infatti le conclusioni scaturite dalla condotta delle operazioni o, comunque, dalle azioni dei protagonisti diretti, per i quali, molto spesso, il compromesso avrebbe significato la perdita del conflitto stesso. 50. · I mezzi impiegati per giungere alla conclusione dei conflitti sono stati quelli coercitivi (70%) di natura mlitare o poliziesca e che si sono manifestati essenzialmente come operazioni di guerriglia, qualche volta scontro militare in campo aperto, più spesso repressioni poliziesche, sommosse, atti di terrorismo, e cioè come azioni cruente. In un numero inferiore di casi, specie in quelli che hanno visto una parte terza mediatrice, vi sono state pressioni incruente di natura politico-ideologica ed economica, con sanzioni a volte solo minacciate. Spesso l'impiego di questi mezzi è stato chiaro ed evidente nella fase iniziale e terminale della conclusione, mentre in quella di sviluppo si è vistò un impiego più elastico e alternato dei diversi strumenti, quasi che le parti agissero per tentativi. In questa fase intermedia particolarmente importanti sono state le pressioni economiche, l'epurazione di capi e classi politico-militari locali, le limitazioni alla libertà d'espressione, le manifestazioni di piazza. Di rilievo è anche l'impiego dei mezzi di comunicazione di massa, all'interno per forzare la mano alla controparte e minarne lo spirito di lotta, all'esterno per creare e mantenere correnti favorevoli di pressione nell'opinione pubblica mondiale e ottenere anche aiuti materiali per il proseguimento e la conclusione della lotta. 51. - La condizione che più frequentemente ha determinato o concorso a determinare le conclusioni delle questioni interne, in assenza di

mediazione o compromesso, è risultata la realizzazione di un chiaro squilibrio di potenza. Questo ha causato l'abbandono di una delle par ti perchè eliminata materialmente oppure convinta della inutilità di proseguire, almeno provvisoriamente, la lotta. In molti casi questo abbandono è stato provocato dall'isolamento psicologico, politico, economico e culturale di uno dei protagonisti, che ha impedito ogni supporto dall'esterno. Ciò è particolarmente evidente nell'Europa Orientale, per cui l'Unione Sovietica è riuscita con molta facilità a realizzare questo squilibrio di potenza, anche perchè in vario modo ha potuto eliminare e neutralizzare i capi carismatici della controparte. In Africa - affiitta ancora da problemi sociali elementari quali la lotta alle malattie, il sottosviluppo, l 'analfabetismo, e dai particolarismi etnici conseguenti alle arbitrarie suddivisioni coloniali - è stato difficile realizzare le condizioni per la conclusione dei conflitti. I tribalismi, il latente spirito di rivincita di gruppi o classi emarginate, le difficoltà di aggregare le diverse fazioni in lotta, sono stati superati solo dall'avvento di uomini forti, capi carismatici, capaci di coagulare le molteplici spinte centrifughe facendo prevalere sui principi razziali lo status quo africano ormai cristallizzato. Questi capi, riscoprendo e suscitando attraverso la ricerca della cultura autoctona una forma di nazionalismo "supertribale ", sono riusciti a convincere le masse a concentrare i loro sforzi per la conquista della libertà dal bisogno; dalle malattie, dal sottosviluppo, materializzata nella eliminazione, a v.o!te anche fisica, della controparte. In Asia queste condizioni di squilibrio sono state realizzate con una lenta ma efficace azione rivoluzionaria che ha interessato tutti gli strati della popolazione. In Medio Oriente invece vi hanno concorso dei mutamenti interni, conseguenti a colpi di stato o riflessi più o meno diretti delle vittorie israeliane. In America Latina e, in genere, nelle questioni mediate delle altre regioni ha condizionato la conclusione dei conflitti sia la capacità di una parte terza di realizzare la necessaria pressione sulle parti, sia quella di in-

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durre le parti stesse a interpretare i rispettivi obiettivi in modo almeno parzialmente convergente. Sono state così possibili trattative da posizioni di sostanziale parità, evitando le interferenze delle opposte frangie più estremiste.

Il. Sintesi delle conseguenze dei conflitti interni a.

INDICE DI STABILITÀ

52. - La situazione post-conflittuale è risultata più stabile di quella esistente prima del conflitto in ventitrè casi, uguale a quella originale in tre, meno stabile in sei. Considerando come indice di stabilità, in un lasso di tempo determinalo, il rapporto tra numero delle situazioni stabili e numero di conflitti, questo indice è risultato uguale a 0,72 per l'intero periodo, e a 0,83 per l'ultimo decennio. Pertanto, se il campione dei conflitti fosse rigorosamente rappresentativo, si potrebbe affermare che questo indice di stabilità tende ad un lento aumento. In generale le ragioni di questa stabilità si possono far risalire alla sparizione, perlomeno operativa, di una delle parti per debellatio, all'epurazione dei capi ideologici della parte perdente e alla instaurazione di regimi forti, sostanzialmente basati sul partito unico, capaci di "gestire la rivoluzione". Tuttavia non meno importanti appaiono anche: l'avvio di processi di pacificazione interna; il sorgere, più o meno spontaneo, di nazionalismi coagulanti; l'avvento al potere della classe militare, spesso l'unica nei paesi di recente formazione, in grado sia di esprimere una élite omogenea e preparata, sia di tenere a freno le spine centrifughe di origine tribale o, comunque etnica; e le trasformazioni strutturali tendenti a ridurre gli squilibri socio-economici che molto spesso hanno originato o giustificato uno degli obiettivi del conflitto.

b.

ALONE DI SOFFERENZA

53. - Gli oneri materiali e morali sono stati

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sopportati principalmente dalle popolazioni civili e, in misura assai minore e in pochi casi, dalle forze armate regolari o rivoluzionarie. In Africa e in Asia l'alone di sofferenza materiale è stato particolarmente forte per la perdita di molte vite umane, come nella questione interna cinese (4.000.000 di morti) o in quella del Biafra (circa 200.000 morti). Ciò testimonia ancora una volta il carattere cruento di questo tipo di conflitto che non ha offerto obiettive possibilità di compromesso. In Europa, Medio Oriente e America Latina il numero delle vittime è stato sensibilmente inferiore e spesso nullo. Ciò sembra dovuto alle diverse condizioni esterne nelle quali erano inseriti i conflitti o alle maggiori possibilità di intervento limitativo di parti terze, che ha facilitato pressioni di mediazione o la rapida realizzazione della netta superiorità di uno dei protagonisti e che ha fatto quindi apparire inutile ogni sacrificio di vite umane. Inoltre la vicinanza culturale e psicologica di queste regioni alla vecchia Europa, " cassa di risonanza " dell'opinione pubblica mondiale, ha consigliato la ricerca di mezzi coercitivi incruenti, come dimostra l'elevato numero di profughi seguito ad alcuni conflitti. E' da rilevare che le sofferenze materiali sono state sopportate principalmente dalle classi socialmente ed economicamente più deboli, come le masse operaie e contadine o le minoranze etniche, faci lmente indotte a divenire protagoniste dirette di tentativi di disintegrazione delle istituzioni responsabili della cristallizzazione del loro status. Gli oneri morali , invece, sono apparsi più largamente distt:ibuiti. In generale in Asia e in Europa hanno intaccato essenzialmente la credibilità dell'ideologia comunista, mentre in Africa e America Latina hanno interessato di più le posizioni filogovernative. essenzialmente conservatrici e filo-occidentali. C. E FFETTI A BREVE E A L UNGO TERMINE

54. - In diciannove questioni (59% ) gli effetti a breve termine verso l'interno sono risultati inn ovatori, cioè hanno comportato mutamenti socio-politici ed economici, spesso radicali, ri-


ducendo le sperequazioni tra i diversi strati sociali esistenti prima del conflitto. Tuttavia queste riforme strutturali non sono state sempre inquadrate in un più vasto e organico programma o sono state attuate sopravvalutando le reali possibilità del paese. Sono quindi risultate inadeguate alle effettive necessità, lasciando così sussistere i mali endemici e qualche volta originandone degli altri. I conflitti rimanenti hanno invece comportato il rafforzamento della parte al potere e, a volte, una sua involuzione in senso autoritario e conservativo. Anche a seguito di questi conflitti si sono, però, avuti degli effetti innovatori, in quanto anche i governi conservatori, nel tentativo di realizzare una pacificazione, hanno cercato di accogliere alcune istanze a favore delle categorie più emarginate. Verso l'esterno gli effetti sono stati per lo più innovatori per i mutamenti apportati nelle relazioni interstatali da una diversa collocazione nella sfera di influenza delle superpotenze o da dispute confinarie, spesso innescate da risorgenti nazionalismi. Gli effetti di innovazione verso l'esterno sono stati più frequenti in Asia. Africa e Medio Oriente, mentre in America ed Europa sono prevalsi quelli di stabilizzazione e conservazione. Ciò può essere una conferma che in queste due ultime regioni il " gioco delle parti " fra le grandi potenze è ben definito e quindi non vi sono difficoltà a controllare anche le situazioni interne. A medio e lungo termine le conclusioni di quattordici conflitti hanno costituito germi di incubazione per altri successivi, spesso in terstatali. Tuttavia gli effetti più importanti, in genere innovatori, sono stati quelli sulla situazione internazionale. Infatti molti dei conflitti esaminati hanno comportato variazioni, spesso notevoli, nella carta ideologica del mondo e, quindi, nel controllo diretto o indiretto di aree strategicamente rilevanti o vitali (per esempio. Cina e Cuba). Ciò inoltre può essere stato indirettamente all'origine di altri conflitti interni in altre aree di rilievo strategico, provocati per bilanciare le posizioni perdute. anche se risulta estremamente difficile mettere in evidenza i rapporti di casualità.

d.

RECIPROCI I NFLUSSI CON LE CONDIZIONI ESTERNE

55. - L'esame di siffatti influssi mal si presta ad essere condotto nel suo insieme. Tuttavia, nel tentativo di delineare un quadro globale, si è cercato di mettere in evidenza gli aspetti fondamentali di queste interazioni. Per semplicità si è suddiviso il trentennio in esame in tre periodi, ognuno corrispondente a un decennio, secondo il noto schema. Il primo periodo è stato caratterizzato fondamentalmente dal bipolarismo chiuso. La condizione esterna che ha esercitato la propria influenza sulla conclusione dei conflitti interni in Europa e in Asia è stata la divisione del mondo in due blocchi. Ciò ha condizionato l'appoggio decisivo delle grandi potenze alle parti in conflitto, che sono state indotte a concludere le loro controversie nel rispetto di queste aree di influenza. In Medio Oriente ha invece influito il deciso ritiro dall'area della Gran Bretagna e l'avvio di un primo processo di penetrazione ideologica da parte dell'Unione Sovietica. Nel complesso si può quindi ritenere che le conclusioni delle controversie interne, avendo rispettato sostanzialmente gli accordi tra le superpotenze, hanno rafforzato questa divisione del mondo in due blocchi distinti. A sè stante si può considerare la questione interna cinese, che ha mutato completamente la situazione in Asia. La sua conclusione, oltre a rivoluzionare i rapporti sociali, politici ed economici interni, ha ribaltato le posizioni strategiche scaturite dal secondo conflitto mondiale. La Cina così è uscita dall'area di influenza americana per entrare, anche se controvoglia, in quella sovietica, attivando nella regione asiatica un dinamico confronto estovest, reso possibile dall'assenza di una rigida spartizione delle zone di interesse. 56. - li secondo periodo è stato caratterizzato dall'affacciarsi sulla scena internazionale di numerosi paesi ex-coloniali di recente forma zione. Ciò ha indotto le grandi potenze a ricercarne con ogni mezzo l'appoggio, provocando una

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apertura nei precedenti rigidi rapporti bipolari. Nella conclusione dei conflitti europei, però, l'esigenza di rafforzamento interno dei blocchi contrapposti ha ancora una volta condizionato gli interventi diretti o indiretti delle due superpotenze, entrambe rispettose del principio del non intervento nell'area di interesse della controparte . In Asia, invece, la continuazione del confronto per conquistare e definire le rispettive zone di influenza, ha costituito un elemento destabilizzante con ripercussioni nelle conclusioni dei conflitti. Nel complesso però i due blocchi hanno raggiunto, anche come conseguenza di questi conflitti, un più stabile assetto, evidenziato daI!a creazione del Patto di Varsavia da parte sovietica e dal completamento dell'accerchiamento strategico di URSS e Cina mediante patti militari regionali (METO, poi CENTO, e SEATO) da parte americana, per assicurarsi il controllo del cosiddetto " arco marginale ". Rilevante, altresl, la frattura determinata all'interno del blocco comunista dal processo di destalinizzazione e dal peggioramento dei rapporti URSS-Cina. I suoi effetti sono stati essenzialmente il tentativo da parte sovietica di aprirsi la via verso i mari caldi e di attrarre nella propria orbita ideologica gli altri partiti comunisti, specie nei paesi del terzo mondo. Ciò ha determinato una maggiore attenzione alle situazioni in Medio Oriente e in America Latina dove, agendo dall'interno, essa è riuscita a "esportare " la propria ideologia e quindi la propria influenza, riuscendo a rompere la cintura antisovietica del Patto di Baghdad denunciato dalla Siria. Pertanto le conclusioni dei conflitti interni nel periodo hanno comportato un primo sostanziale mutamento della situazione mondiale, attraverso la penetrazione dell'ideologia marxista che ha tracimato in due punti la diga anticomunista. E' da rilevare, altresì , che le Nazioni Unite hanno cominciato a dimostrnre la loro sostanziale difficoltà a mediam i conflitti interni, mentre i protagonisti diretti di queste controversie (gruppi etnici, partiti politici, movimenti di liberazione, movimenti di opinione pubblica.

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ecc.) sono venuti ad assumere grande rilievo, anche in campo internazionale, riuscendo ad inserirsi come elementi perturbatori nelle relazioni tra gli stati. Questo ha facilitato l'affermazione di una concezione glohale dello stato, invero già emersa nel precedente periodo, e del suo inserirsi nella realtà internazionale. Americani e sovietici, disattendendo i vecchi principi della diplomazia tradizionale, hanno cominciato ad arrogarsi le funzioni di arbitri del giusto e dell'ingiusto, superando gli elementi di diritto internazionale in contraddizione con la loro esigenza di dominio. 57. · Nell'ultimo periodo la ricerca di un nuovo equilibrio quadripolare conseguente all'aumentata rilevanza politica di Cina e Terzo Mondo ha fat to convergere USA e URSS verso una politica di distensione, pur nella continuazione del confronto dialettico del precedente periodo. In Europa, però, malgrado le aperture estovest, delineate dalla "Ostpolitik" prima e dalla Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa poi, è stata ancora una volta confermata la volontà di mantenere inalterate le rispettive aree di influenza. Per contro, in Asia il lento ravvicinamento tra USA e Cina ha avuto il potere di fac ilitare la conclusione di questo tipo di controversia. La contrapposizione dei blocchi ha però manifestato la sua influenza nei conflitti interni delle altre regioni dove, per assicurarsi importanti posizioni strategiche e la libera disponibilità di ingenti risorse naturali, sono state esaltate le tensioni interne esistenti in alcuni paesi, rendendone difficile la soluzione senza la debellatio di una delle parti. In conclusione, nei tre periodi esaminati, in Europa è rimasta costante l'interazione tra conclusioni dei conflìtti interni e suddivisione delle aree di influenza. Nelle altre regioni le influenze sono state più varie, nel senso che i conflitti si sono conclusi sfruttando momentanee pos;zioni di forza o di debolezza delle superpotenze, che hanno cercato di condizionare a loro favore le parti in conflitto evitando


però un pericoloso confronto diretto.

lii. Considerazioni finali 58. - Lo studio fin qui condotto ha messo in evidenza gli aspetti salienti delle conclusioni dei conflitti interni e delle loro conseguenze, quaii è stato possibile rilevare in alcune questioni dell'ultimo trentennio. Al termine del lavoro sorge spontanea una domanda: come si concluderanno e q uali conseguenze avranno i futuri conflitti interni? E' necessario tener presente che lo spazio geografico è oggi diviso in due grandi blocchi. Da una parte gli stati marittimi, uniti o comunque non divisi dal mare, facenti capo agli Stati Uniti, dall'altra quello degli stati continentali, in posizione centrale, facenti capo all'Unione Sovietica. Il sorgere di altri poli economici o politici, quali Cina ed Europa Unita, non sembra costituire, almeno in un futuro prossimo, elemento di superamento di questi due blocchi, pur rappresentando fattore o di equilibrio fra i due o di incremento per uno di essi. Nel trentennio passato gli Stati Uniti sono riusciti a realizzare una triplice linea cli contenimento della naturale spinta espansionistica dell'Unione Sovietica e di difesa del continente americano. Essa è articolata sul contenimento terrestre delle alleanze N ATO-CENTO-SEATO, su basi USA e britanniche più all'esterno e, infine, su basi di difesa diretta dell 'America Settentrionale. La situazione mondiale sembra però caratterizzata dall'immanenza della catastrofe nucleare. Persino gli stati di non guerra sono dominati dall'idea della catastrofe. Essa condiziona in modo particolare le azioni, i comportamenti, la vita stessa delle grandi potenze. Ogni !oro atto, ogni loro intervento sulla scena internazionale, ogni parola dei loro leaders deve tener conto che un conflitto armato tra i due blocchi è "impossibile " per la catastrofe atomica che esso implicherebbe. Di contro aumenta sempre più la necessità di influenzare e controllare gli accessi alle materie prime strategiche, la cui disponibilità diventa sempre più critica.

59. - Sarà quindi sempre maggiore la provocazione o, quantomeno, l'utilizzazione da parte dell'Unione Sovietica delle tensioni interne, sfruttando il margine di libertà di azione lasciato dalla dissuasione nucleare, per rompere il triplice accerchiamento di cui abbiamo parlato. Essa troverà interesse ad attivare i focolai loculi, specie nelle aree di obbligato passaggio e di risorse energetiche capitali, sfruttando e alimentando le spinte interne etniche, sociali, culturaii e politiche. Gli Stati Uniti, al contrario, si troveranno nella necessità di svolgere in queste aree un ruolo di stabilizzazione e perciò conservatore e di sostegno dello status quo, malgrado gli attuali sforzi per prendere le distanze da alcuni regimi troppo compromessi sul piano della democrazia. All'interno dei blocchi difficilmente la situazione potrà subire mutamenti. E' presumibile, infatti, che anche i fermenti del "dissenso " nella cintura di sicurezza dei paesi satelliti potranno essere agevolmente controllati dall'Unione Sovietica, pur se è auspicabile che i protocolli di Helsinki possano fare evolvere questi popoli verso una maggiore democrazia poli tica. D'altronde, per il rispetto del gioco delle parti, l'Unione Sovietica difficilmente forzerà la mano in America Latina o nell'Europa Occidentale, mentre in Asia sembra che l'interesse comune sia per la realizzazione del consolidamento delle posizioni raggiunte. 60. - L'epicentro della conflittualità interna sarà quindi presumibilmente il continente africano, dove sin da oggi gli avvenimenti sembrano legati da un fil o comune: la lotta che Stati Uniti e Unione Sovietica stanno combattendo per acquisire posizioni di vantaggio. La posta in gioco è altissima sia dal punto di vista economico che strategico. Il mondo capitalistico e quello socialista hanno bisogno di quell'immenso serbatoio di materie prime che è l'Africa e hanno la necessità di controllare il Mar Rosso, il Canale di Suez e la Via del Capo, che rappresentano le grandi vie di comunicazione per il loro trasporto. In questa battaglia Stati Uniti e Unione Sovie-

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tica sono guidati solo da principi di "realpolitik", e non sembrano accordare particolare importanza alle affinità ideologiche. Quindi è ragionevole ritenere che dietro i fu turi conflitti interni, specie nel Corno d'Afri ca e nell'Africa Australe si troveranno sempre più spesso le grandi potenze. Cio potrà comportare la disponibilità per i protagonisti diretti di notevoli risorse materiali, ma soprattutto di un considerevole supporto propagandistico e ideologico. Saranno così sfruttate le tensioni dovute all'inflazione, alle carestie, all'immane sottrazione di risorse finanziarie per le spese militari, ai non risolti problemi razziali. E' fac ile infatti, dove la naturale inclinazione a eludere i problemi di compatibilità tra r isorse e aspirazioni costringe una larga parte della popolazione a rimanere emarginata, risuscitare miti e leggende sulla società contadina, esaltare le differenze razziali e tribali, vivificare il desiderio della libertà dal bisogno, dalla fame, dal sottosviluppo, esasperare cioè la lotta facendo dimenticare l'atavico fatalismo. 61. - Quest'insieme di fattori, accrescendo le possibilità materiali dei protagonisti diretti e

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dando loro una forte carica ideologica, potrà aumentare la rigidità degli obiettivi dei conflitti, rendendone più difficili le conclusioni. Queste pertanto saranno condizionate ancor più che nel passato dalla realizzazione della debel/atio di una delle parti. All'interno la situazione post-conflittuale evolverà presumibilmente verso un più avanzato progresso economico e sociale, confermando la tendenza a una maggiore stabilità, magari favorita dall'affermazione di governi autoritari. Più difficile è invece ipotizzare quella esterna. Già oggi si intravvedono le linee di penetrazione dell'influenza sovietica per la creazione di un asse tra Corno d'Africa e Africa Australe. Ma è difficile ipotizzare il risultato finale. Di certo è che il continente sembra già una polveriera. Il popolo africano rischia di combattere molte battaglie per la realizzazione di nuovi e p iù articolati equilibri sul suo territorio tra i due blocchi. Tutto ciò potrebbe far regredire l'importanza politica del Terzo Mondo nel suo complesso, diviso anch'esso in sfere di influenza, ma soprattutto potrà rendere vani i generosi sforzi di queste popolazioni per ricercare e percorrere una propria via verso un modello di sviluppo autoctono.


ALLEGATO A -

SITUAZIONI CONFLITTUALI PRESE IN ESAME

EUROPA

1. 2. 3. 4. 5.

Questione interna greca (1944--49); I questione interna cecoslovacca (1948); Il questione interna cecoslovacca (1968); Questione interna polacca (1956); Questione ungherese (1956); 6. Questione della tensione tra URSS e DDR e questione interna tedesca est-orientale (1953); 7. Questione dell'indipendenza di Cipro (1955-59).

MEDIO ORIENTE

1. 2. 3. 4. 5.

Questione della Mezzaluna fertile e della Grande Siria (1949-51); I questione interna irakena (194648); Il questione interna irakena (1952); Questione della rivolta del Mosul (lrak) (1959); Questione interna dell'Jrak o I questione dei Curdi (1961-70); 6. Questione interna dell'Jrak o II questione dei Curdi (1974-75); 7. Questione interna egiziana (1 951-53); 8. I questione interna libanese (1958) .

AFRICA

1. Questione interna del Sudan (1955-72); 2. Questione dell'insurrezione nei Paesi de/l'A frica Orientale (1964);

3. Questione interna congolese (1965-68); 4. Questione del Biafra (1967-70).

AsIA ED EsTRE1'1o ORIENTE

1. I questione interna indonesiana (1956-61 );

2. 3. 4. 5. 6. 7.

8. 9.

II questione interna indonesiana (1965-66); Questione interna cinese (1946-50); Questione interna di Formosa (1947) ; Questione di Goa (1961.(52); Questione interna indiana del Kerala (1 965); Questione interna laotiana (1959-62); Questione interna thailandese (1965) ; Questione interna della rivoluzione culturale cinese (1966-69) .

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segue ALLEGATO A

AMERICA LATINA

1. 2. 3. 4.

Questione interna cubana (1956-59); Questione della "baia dei porci" (1961); III questione interna boliviana (1964-67); Questione interna dominicana (1961-62).

ALLEGATO

B - SITUAZIONI CONFLITTUALI CON CONCLUSIONE MEDIATA

QUESTIONE

MEDIATORE

PARTI ESTRANEE AL CONFLITTO IL CUI INTERVENTO E' STATO IN QUALCHE MODO UTILE

-

libanese del 1958

USA

-

interna di Formosa (1 947)

USA

-

indipendenza di Cipro (1959)

ONU

Governo greco, turco e UK

-

interna del Sudan (1955-1972)

Etiopia, FAO

OUA, Francia, URSS, Israele

-

Paesi dell'Africa Orientale (1964)

T anganica, UK

-

interna cubana (1956-1959)

USA

-

interna dominicana (1961-1962)

USA

-

interna boliviana (1964-1967)

USA

238


ALLEGATO

è - INDICE iJJ STABILII'A;

1945 - 1953

1954 - 1963

1964 - 1975

Stabilità finale rispetto all'iniziale

QUESTIONE

PERIODO -

cinese (1946-1950) di Formosa (1947) greca (1944-1949) cecoslov:cicca (I) (1948) tra URSS e DDR e tedesca est-orientale (1953) irakena (I) (1946-1948) Mezzaluna fertile e Grande Siria (1949-1 951) irakena (Il) (1952) egiziana (1951-1953)

-

indonesiana (I) (1956-1961) di Goa (1961-1962) laotiana (1949-1962) polacca (1956) ungherese (1956) indipendenza di Cipro (1 955-1959) Mostù (1959) libanese (I) (1958) cubana (1956-1959) Baia dei Porci (1961) dominicana (1961 -1962)

--

Kerala (1965) indonesiana (II) (1965-1966) rivoluzione culturale cinese (I 966-1969) thailandese (1965) cecoslovacca (II) (1968) dei Curdi (I) (1961-1970) dei Curdi (II) (1974-1975) boliviana (III) (1964-1967) congolese (1965-1 968) Biafra (1967-1970) Sudan (1955-1972) Paesi dell'Africa Orientale (1964)

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RIEPILOGO 1945 - 1953 Totale conflitti: Stabilizzanti: Destabilizzanti: Indifferenti: Indice di stabilità:

1954 - 1963

9 6

11

7 4

3 0,66

LEGENDA : I: inferiore: conflitti destabilizzanti. U: uguale: conflitti indifferenti.

0,63

1964 - 1975 12 10 2

0,83

TOTALE 32 23 6 3 0,72

S: superiore: conflitti stabilizzanti. -

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CONSEGUENZE DEI COLPI DI STATO SOMMAR IO: I. Conseguenze dei colpi di stato nella regione europea (62 - 64) IL Conseguenze dei colpi di stato in Medio Oriente: a. - I colp i di stato nel periodo 1945 - 1954 (65 - 66); b. - I colpi di stato nel periodo 196 1 - 1970 (67 - 69) - Allegato A: Tabella dei colpi di stato veri fi catisi in Medio O riente nei periodi 1945- 1954 e 1961 - 1970 - lii. Conseguenze dei colpi di stato ne//(/ regione africane, (70- 75) - TV. Conseguenze dei colpi di stato in America Latina (76 - 79).

I. Conseguenze dei colpi di stato nella regione europea 62. - Se si consid era la situazione venutasi a creare all 'immediato termine di questa par ticolare forma di conflitto (in genere rapido ed incruento) confrontandola con quella iniziale, se ne deduce un'impressione d i decisa maggiore stabili tà, quando una struttura di potere di tipo democratico viene sostituita da una di tipo autoritario (Grecia), e invece di decisa minore stabilità, quando una struttura di potere di tipo autoritario viene sostituita da una di tipo democratico (Portogallo). Questa impressione non risponde al vero. Nei colpi di s tato non è possibile usare lo stesso metro dei conflitti intern azionali o interni per dare un a risp osta oculata al quesito in esame, ma è necessario focalizzare l'attenzione sulle conseguenze o meglio sul concetto della in tegrazione fu nzionale degli ind ividui e de i gruppi nella società. In partico lare bisogna fare riferimento ad alcuni parametri essenzial i quali : la collocazione del potere (d istri buzione equilibrata o accentramento in uno o in pochi settori); l'adesione o il consenso popolare a chi detiene il potere: e l'esistenza di grossi contras ti d 'i nteressi nel campo politico, sociale ed economico. Si n ota allora che, quando il potere s i concen tra nelle mani di una certa élite ristretta o si incarna in una personalità dominante, tali parametri evolvono in senso n egativo creando anche le condizioni per un successivo colpo di stato. Q u ando invece le strutture dello stato vengono effettivamente cambiate coinvolgendo, anche se

in maniera estremamente dinamica, larghi strat.i della popolazione, ci si avvia, anche se lentamente, verso una maggiore stabilità. E' questa, quindi, la reale situazione fi nale : una decisa maggiore instabili tà che solo in un caso ( Portogallo) va man mano evolvendo verso una realtà stabilizzante. 63. - Passando ad esaminare l'onere materiale e morale dei conflitti e dei colpi di stato, va sottolineato innanzi tutto che l'alone di sofferenza che ha ci rcondato e circonda le situazion i conflittuali è di tale determinante importatiza eia rendere difficoltosa la delimitazione esatta in profondità delle conseguenze dei conflitti. Sono questioni latenti, difficilmente quantificabili che portano in se i germi della insoddisfazione e della sofferenza e che possono esplodere proprio quando sembra che siano o rmai definitivamente sopiti , generando nuove s ituazioni conflittuali. Non vi è dubbio che nei colpi di stato chi sopporta l'onere del conflitto è la classe politica che perde il potere mentre se ne avvantaggia il gruppo di persone che lo conqu ista (normalmente un'élite di militari). Anche in questa indagine statistica Cipro rappresenta l'eccezione perchè le conseguenze negative del colpo di stato (attacco turco, guerra civile e nuova questione internazionale) si sono abbattute con particolare d rammaticità sulla popolazione greco-turca dell'isola .

64. - A breve termine i colp i di stato portano sempre ad una innovazione della struttura politica di potere e pertanto questo tipo di ef-

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16


fetti all'interno del sistema considerato sono sempre di innovazione. Per quanto attiene agli effetti che si manifestano all'esterno, dei quattro colpi di stato avvenuti in Europa nel trentennio in esame: due hanno sortito effetti di conservazione (quelli avvenuti in Grecia), mentre gli altri due hanno determinato effetti di innovazione (quello di Cipro per la situazione di crisi creata nell'ambito dell'Alleanza Atlantica, quello in Portogallo per la concessione dell'indipendenza alle colonie d'oltremare). In definitiva sembra che si possa concludere che gli effetti a breve termine sono stati diversi all'interno o all'esterno del sistema sociale o istituzionale dei gruppi considerati. All'interno, gli effetti sono stati di innovazione, nei conflitti internazionali (4 su 5), di stabilizzazione o conservazione, nei conflitti interni (5 su 7) e di innovazione nei colpi di stato (4 su 4). All'esterno degli stessi sistemi, gli effetti sono stati di conservazione e stabilizzazione, con soluzione in genere di tipo negativo, nei conflitti internazionali (4 su 5); di stabilizzazione o conservazione, nei conflitti interni (6 su 7). Per quanto attiene agli effetti a breve termine provocati all'esterno dai colpi di stato si è notato che sussiste .un perfetto equilibrio fra situazioni di conservazione e di innovazione.

Il. Conseguenze dei colpi di stato in Medio Oriente

a. I COLPI 1954

DI STATO NEL PERIODO

1945-

65. - I cinque colpi di stato che si susseguono in Siria dal 1949 al 1954 sono tipici del periodo postcoloniale e sono dovuti alla mancata coincidenza tra conquista dell'indipendenza e maturità della classe politica. L'onere materiale dei vari colpi di stato è stato sopportato dai detentori pro tempore del potere, emarginati e talvolta sbrigativamente tolti di mezzo anche fisicamente. L'onere morale ha gravato sui partiti e sulle fazioni che sostenevano di volta in volta i governanti, ma

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si può ritenere che anche la popolazione abbia sofferto notevolmente per il clima di insicurezza e di incertezza politica nel quale era costretta a vivere, anche se alla maggior parte dei sommovimenti ha reagito in modo pi~ttosto passivo. Gli effetti sono stati alternaÌivamente di abolizione di ripristino del sistema parlamentare pluripartitico, di crescita e di calo del potere dei militari, di avversione e di favore nei confronti del movimento comunista, di avvicinamento e di allontanamento dalle potenze occidentali (specie Gran .Bretagna) dall'Egitto e dall'Arabia Saudita, di auge e di ripudio del progetto della Grande Siria. In quest'ultimo progetto si possono trovare le cause, od almeno le motivazioni, dei successivi putsch . 66. - Quest'altalena di situazioni alle volte si verificò anche come conseguenza dello stesso colpo di stato (ad esempio di quelli del 19 dicembre 1949 e del 29 novembre 1951). Maggior rilievo per le sue conseguenze sia sul piano interno sia su quello regionale merita l'ultimo colpo di stato. Le elezioni ad esso seguite, infatti, segnarono un forte progresso dei comunisti e dei partiti di sinistra. Questo successo provocò un atteggiamento di cauta riserva del governo verso il mondo occidentale, che si volse in aperto sfavore ed in avvicinamento ai paesi comunisti a seguito di un presunto progetto di aggressione da parte della Turchia e di un altrettanto presunto complotto degli Stati Uniti. Sul piano interarabo, la conseguenza di maggior rilievo fu la federazione con l'Egitto nella RAU, voluta dal presidente Kuwatli, preoccupato per la sempre maggiore influenza dei comunisti e per il pericolo di una nuova presa di potere da parte dei militari. Anche questa unione si rivelò ben presto artificiosa. Le condizioni, teoricamente paritarie, furono volte a favore dell'Egitto ed in Siria ricominciarono i fermenti, prodromi del colpo di stato del 1961. Si può quindi affermare che ogni colpo di stato ne originò uno successivo, e che pertanto essi si possano tutti classificare come destabilizzanti.


b. l COLPI 1970

DI STATO NEL PERIODO

1961-

67. - Anche in questo periodo si sono verificati ben cinque colpi di stato, variamente giustificati, ma causati in realtà dall'incapacità del partito Baa'-th di reggere il potere per mancanza di preparazione, di impegno e soprattutto di unità. l colpi di stato di questo periodo, eccetto il primo, vengono sempre portati a termine da frazioni del partito di ispirazione radicale, con continue proclamazioni (o presunzioni) di scavalcamento a sinistra. Per l'onere materiale e morale vale quanto già detto per la prima serie di colpi di stato. Da ricordare che il quarto (23 febbraio 1966) ebbe anche un alto costo in vite umane. Gli effetti sono consistiti per il primo colpo di stato nella secessione dalla RAU, nello spostamento a destra, nella relativa liberalizzazione dell'economia, nel ripristino di un temperato regime parlamentare. Per gli altri nel continuo spostamento a sinistra, nell'eliminazione successiva di frazioni del Baa'-th, nella soppressione del regime parlamentare, nella statalizzazione (peraltro abbastanza moderata) dell'economia. Anche su un piano regionale si è determinata un 'alternanza di fasi di amicizia e di ostilità nei confronti dell'Egitto e dell'Iraq. Sul piano internazionale, la Siria si è andata progressivamente avvicinando al blocco orientale. 68. · Un cenno particolare sembra meritino le conseguenze del colpo di stato del 13 novembre 1970, che ha portato al potere il generale Assad. Dopo una fase iniziale caratterizzata all'interno da un moderato pluripartitismo ed all'esterno da un riavvicinamento all'Egitto (Federazione delle Repubbliche Arabe) si è tornati a posizioni più radicali ed all'alleanza con l'Iraq, il potere è stato fortemente personalizzato, la influenza dell'URSS è stata limitata. L'economia ha conosciuto un periodo abbastanza felice. La simpatia per i profughi palestinesi, già piuttosto tiepida nel 1971, si è mutata in aspra avversione ed in contrasto dichiarato. Sembra che le posizioni, originariamente molto forti, di Assad si stiano ora indebolendo, spe-

cialmente per la frattura che va determinandosi tra i vertici dei partiti, allineati col governo, e la loro base radicale e per le simpatie che il dittatore va mostrando nei confronti delle minoranze a danno dei Sunniti. Ciò comunque non autorizza ad affermare che attualmente la situazione siriana non sia stabile, per qua nto lo può essere una dittatura. Dovendo dare un giudizio sµi cinque colpi di stato, sembra di poter affermare che i primi quattro sono stati destabilizzanti, mentre l'ultimo ha avuto effetti di s_tabilizzazione, sia pure nell'unico modo che era possibile in Siria, e cioè mediante una forte centralizzazione del potere. 69. · In una valutazione generale delle conseguenze, stabilizzanti e non stabilizzanti, di tutte le situazioni conflittuali verificatesi in Medio Oriente - e non soltanto qundi dei colpi di stato - va innanzi tutto accennato che dei con/fitti internazionali solo tre su quattordici sono risulati sicuramente stabilizzanti. Sono quelli di minore rilevanza, avvenuti in zone periferiche rispetto al focolaio dei conflitti mediorientali. Un quarto, importante ed in zona focale, è incerto con tendenza alla stabi-. lizzazione. Se le sue conseguenze saranno stabilizzanti, ciò sarà dovuto al mutamento della politica delle Superpotenze, che sembrano fi. nalmente impegnate a favorire la soluzione della situazione. Sembra di poter dedurre da quanto esposto che solo controversie lontane dalle zone di attrito e non troppo rilevanti si possono risolvere favorevolmente senza accordo tra le Superpotenze. Dei conflitti interni, cinque su otto sono risultati stabilizzanti. Tra i cinque, hanno avuto miglior esito quelli nei quali non si è puramente ricorsi alla forza, ma si è attuata una serie di compromessi tra le parti, con l'elimic nazione delle frange più radicali. Corre però il dovere di osservare che nei due casi nei quali il ricorso alla forza c'è stato, e deciso, le fazioni sconfitte non godevano di un sufficiente appoggio popolare. Per i colpi di stato (Allegato A), uno solo su dieci ha sortito effetti stabilizzanti, quello che

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ha avuto la soluzione più strettamente dittatoriale. Ciò sembra dimostrare che il ricorso al colpo di stato non garantisce di per sè un aumento di stabilità e che quanto più le situazioni sono deteriorate, tanto più è necessario intervenire d rasticamente. Resta solo un piccolo inconveniente, che è difficile abituare i cittadini alla democrazia senza farli vivere in un ambiente democratico. Si può ancora di re qualcosa riguardo alla tendenza verso la stabilità o meno delle conseguenze dei vari tipi di conflitto.

lii. Conseguenze dei colpi di stato nella regione africana. 70. - L'attuazione di un colpo d i stato, o anche soltanto il suo tentativo, rappresenterebbe di per sè la prova della instabilità della situazione pre-conflittuale, avente di norma già in sè gli elementi causali dell'iniziativa. Più che un confronto tra le situazio ni a monte e a valle dell'evento si ritiene quindi più significativa la valutazione della siwazione finale determinata dai fatti, per accertarne il grado di stabilità, in assoluto o in relazione a situazioni postconflittuali di altri paesi o in altri tempi. T eoricamente la natura stessa dell'evento non dovrebbe di massima generare stnbilità e l'asserto risulta accettabile, sulla base di rilevamenti storico-statistici . C iò non di meno è opportuno, particolarmente per la regione africana, valutare i fatti singolarmente onde individuare eventuali elementi stabilizzanti, in grado di smentire o ridimensionare la precedente affermazione. Si pensi, fra l'altro, alle particolari caratteristiche ambientali, al grado di emancipazione delle popolazioni o dei gruppi sociali, a lla possibi lità di esprimere una idonea classe di rigente, a i mezzi e alle risorse su cui ciascun paese può materialmente contare. Questi element i sono pregiudiziali ri spetto a qualsiasi programma o processo d i emanci pazione. 71. - I colpi di stato attuati in quest'ultimo trentennio hanno volta a volta determinato situazioni d ifferen ti , che in q uesta sede , per

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comod ità di sintesi, si cercherà d i raggruppare, tenendo conto del maggior numero possibile di parametri qualificanti. Quello che più degli altri evidenzia una propria fisionomia è il gruppo di paesi dell'area mediterranea, nei quali la buona stabi lizzazione seguita all'evento si può far risnl ire a motivnzioni ben individuabili. Esse riguardano, innanzi tutto, l'affermazione di un leader o di una classe dirigente disinvolta e spregiudicata o di un capo carismatico molto avveduto, che oltre a recepire esattamente le varie istanze sociali hanno anche valutato con cura le p roprie possibilità operative in politica interna ed estera. Si aggiunga la presenza di una classe amministrativa, sia pure acquisita o ridotta nei termini q uantitativi, ma tale da servire d a modello ad una nuova generazione di quadri dirigenti, in grado di valorizzare la routine di governo. l nfìne ha avuto la sua importanza anche la possibilità di scaricare su altri cam pi (per esempio in quello d i una solidarietì1 panaraba) pnrte delle tensioni interne o di cogliere con tempestività gli ind izi di un malcontento crescente e riuscire a controllare ben due complotti falliti di fatto (Marocco) (1) . Qualche perplessità può però collegarsi, da un lato, alla troppo facile "manovrabilità" delle masse, che potrebbe portare a rapidi tramonti anche capi prestigiosi; e, dall'altro lato, all'imprevedibilità degli atteggiamenti e delle scelte di taluni leaders (quello libico in particolare) specie in politica estera, che potrebbero innescare, nel caso più sfavorevole, anche delle reazioni a catena. Non va dimenticata, per certi versi, la constatazione che solo la forza delle armi è tuttora in grado di garantire la tempest ività d'intervento, necessaria alln conservazione del potere. 72. - La situazione post-confl ittuale nppare abbnstanza stabile, se pur assicurata con la forza, in un altro gruppo di paesi (Mali, Sierra Leone. Alto Volt a, Madagascar) i quali sono peraltro a fflit ti da analoghi problemi di sottosviluppo, (I) Anche gli esiti della q uestione del Sahara spagnolo ~ono serviti ad nccresccre l'unità nazionale e conferire

maggiore stabilità al regime.


senza per di più disporre di risorse significative. Tale stabilità si può spiegare innanzi tutto con l'esistenza di una classe militare evoluta, rappresentante la sola compagine in grado di guidare il difficile sviluppo di questi paesi verso obiettivi limitati con una certa razionalità e moderazione, e con il ripristino di istituzioni pseudo-democratiche in alcuni e l'instaurazione dello stato socialista in altri, allo scopo in entrambi i casi di mantenere il controllo sulle opposizioni, comunque private di fatto di ogni margine di manovra. Contribuiscono alla stabilità di fatto dei sistemi e dei regimi tanto la possibilità, da parte della classe dirigente, di tenere in mano la situazione, disponendo di tutte le leve di potere gradualmente acquisite, quanto un certo disinteresse da parte delle popolazioni, connesso con le delusioni del periodo post-indipendenza e comunque legato ad una certa rassegnazione all'indigenza, che diffici lmente può esprimere una opposizione. 73. - Un altro gruppo di paesi individuabili pressappoco nell'area equatoriale ovest (Ghana , Niger, Nigeria, Zaire, Congo ex francese) è caratterizzato da situazioni post-conflittuali di stabilità solo apparente, che taluni indizi recenti non sembrano confermare. Tutto questo nonostante che questi paesi si differenzino da quell i del gruppo precedente per la disponibilità di risorse, talvolta ingenti, anche sotto il profilo qualitativo; per la presenza di governanti " illuminati" o comunque abbastanza accorti, in grado di controllare odi tribali, spinte secessionistiche e tensioni sociali; e per la possibilità di programmare con realismo il proprio sviluppo, sulla base del consenso popolare, con significative aperture in politica estera, senza preclusioni ideologi che, nè eccessive ambizioni. In questi paesi il decollo economico è strettamente legato alla situazione di stabili tà raggiunta dopo i vari colpi di stato. Esso ne è allo stesso tempo causa ed effetto e risente soprattutto delle divisioni interne palesi, come in Nigeria o momentaneamente sopite, come nello Zaire.

74. - In un ultimo· gruppo di paesi, localizzato nell'area equatoriale est (Rwanda, Burundi, Repubblica Centrafri cana, Uganda) le conseguenze dei colpi di stato non solo non sono state stabilizzanti, ma hanno dato vita a situazioni estremamente precarie, se non proprio esplosive. In questi paesi il colpo di stato non ha risolto nessuno dei gravi problemi sociali. L'emigrazione in massa di migliaia di profughi determina un tasso di instabilità sempre più preoccupante. La classe dirigente e per essa il dittatore non mostra nessun desiderio di rappresen tarc l'unità della nazione, ma si pone come paladino della propria etnia, incoraggiando persecuzioni e massacri. La personalità del leader sconfinerebbe nel grottesco se taluni atteggiamenti non causassero danni e perdite ingenti, il di scredito della propria credibilità e l'inclinazione a far si strumento di fra nge disperate dell'estremismo internazionale. 75. - In sintesi, sulla base di quanto precedentemente illustrato si possono trarre alcune conclusioni specifiche sui colpi di stato. Nel continen te africano esssi hanno dato origine normalmente a situazioni post-conflittuali più stabi li di quanto non lo fossero quelle precedenti l'evento, in quei paesi nei quali la disponibilità di risorse è sata ben valorizzata da una comunità nazionale sufficientemente amalgamata dalla lotta per l'indipendenza o da comuni fisionomie etnico-religiose. Spesso in questi paesi un capo carismatico o un leader prestigioso guidano con b"uoni risultati il processo di svi luppo (Marocco , Algeria, Tunisia , Libi a, Sudan, Somalia). Frequentemente si è avuto un effetto stabilizza nte laddove odi tribali e divisioni interne sono prima attenuati e quindi controllati da una élite militare in grado di mantenere l'ordine, sia pure con la forza delle armi e di avviare il progresso sociale, valorizzando in concreto le proprie risorse, talvolta cospicue, con realismo e senza eccessiva velleità (Mali, Sierra Leone, Alto Volta, Madagascar, Ghana, Niger, Nigeria, Zaire, Congo ex fr ancese). lforamente il colpo di stato ha portato una

:MS


situazione più stabile quando divisioni interne radicalizzate aggravano una situazione di indigenza cronica, nella quale alla scarsità di risorse si accompagna l'opera di una oligarchia di grandi inesperti, obbligata a mantenere solo con la forza la propria leadership interna; (Rwanda, Burundi). Solo eccezionalmente, e comunque senza alcuna prospettiva, la situazione è più stabile laddove, a tutte le caratteristiche negative sopra citate, si aggiunge l'alea di un leader dispotico, spesso al di fuori di ogni razionalità, imprevedibile nelle scelte sia in politica estera sia nei riguardi della popolazione, sulla quale s'impone solo col terrore esercitato tramite qualche manipolo di pretoriani (Uganda, Impero Centrafricano).

IV. Conseguenze dei colpi di' stato in America Latina 76. - Le conseguenze dei colpi di stato hanno rivelato una generale tendenza a situazioni post-conflittuali destabilizzanti, anche se con diverse sfumature e hanno messo in evidenza che gli effetti di conservazione e di innovazione si equivalgono, con una leggera prevalenza dei primi, e che quasi tutti i colpi di stato -sono all'origine di quello successivo o, comunque, di altra situazione conflittuale interna. Una costante significativa nelle conseguenze dei colpi di stato è rappresentata dal ruolo dei militari nella dinamica della conflittualità. Una chiave esplicativa di tale ruolo va ricercata nel rapporto fra ritmo della modernizzazione socioeconomica e grado di istituzionalizzazione delle procedure e delle organizzazioni politiche. Se il ritmo è troppo rapido e provoca una espansione accelerata della partecipazione politica in assenza di procedure e organizzazioni in grado di assorbirla e incanalarla, si avrà una crisi delle istituzioni politiche. Allora i militari interverranno per impedire la disgregazione della società. Un'altra chiave esplicativa va ricercata nel rapporto fra istituzione militare, classi sociali e sistema interamericano. L'oligarchia conser-

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vatrice considera i colpi di stato militari un mezzo per riacquistare il potere - politico. Le classi medie appoggiano i militari per paura che qualsiasi regime civile che segua la sua traiettoria naturale finisca per cedere il potere alle classi popolari. Il colpo di stato militare ha quindi acquisito e mantenuto una diffusa legittimità sociale, sembra cioè costituire il fattore necessario ad un raffreddamento della temperatura politica e a una ricomposizione del gioco politico senza lacerazioni sostanziali. Inoltre esso si giustifica nel contesto del continente in quanto la strategia dell'organizzazione interamericana conta sulla sua prontezza per la lotta al comunismo e all'eliminazione della guerriglia: "debellatio" che non avviene solo in modo repressivo, ma cercando di tagliare le radici di questo fenomeno sia con alcune riforme, come quella agraria messa in atto in Perù o la lotta all'analfabetismo in Brasile, sia con lo sviluppo economico. 77. - In conclusione, vedere le conseguenze dei colpi di stato militari solo in forma repressiva equivale ormai ad ancorarsi ad uno schema preconcetto. Il fatto che quasi tutte le situazioni post-conflittuali siano destabilizzanti rivela che esiste, in linea di massima, da parte dei militari, solo la necessità di colmare temporaneamente un vuoto. Così in Brasile come in Argentina, non era possibile negare il fallimento dei partiti tradizionali a risolvere problemi strutturali moderni. Tanto meno, in Argentina, lo erano il partito radicale di Illia o quello di Frondizi, legati ad ideologie superate e sopratutto alleati di forze soltanto apparentemente interessate allo sviluppo. Anche il peronismo appariva logoro, fermo al ricordo di situazioni antiche. Ugualmente in Perù, l'azione popolare del presidente Bellaunde, in convergenza con la democrazia cristiana, si era ridotta ad un raggruppamento clientelare, avulso dalle necessità del Paese. Quanto ali' APRA di Haya de la T orre, aveva perduto lo slancio originario per ripiegare su posizioni conservatrici , così come in Bolivia, dove il processo rivoluzionario apertosi sotto i migliori auspici , aveva subito una decisa involuzione.


78. - Si è anche tentato di ricercare se le conseguenze di un colpo di stato influivano su uno successivo, di altro paese deJla regione, ossia di stabilire se esisteva un certo "effetto di dimostrazione" fra gli stessi. Si è notato, in genere, che tale effetto è stato quasi sempre presente, sino agli anni 60, quando i colpi di stato hanno avuto come conclusioni la caduta di dittature, (1) ed anche successivamente, nel decennio dal 1964 al 1974, in particolare fra quelli verificatisi in Argentina, Brasile, Bolivia e Cile, a corollario della teoria del Gen. Ongania di far fronte comune con gli stati latino-americani contro il comunismo, sostituendo il concetto di "frontiera geografica" con quello più rispondente di "frontiera ideologica". 79. - Infine, un particolare cenno meritano i colpi di stato che seguirono la caduta del primo regime peronista e quello cileno per l'atipicità deJle conseguenze che hanno provocato. Infatti, in Argentina non solo i governi civili ma anche quelli militari, dopo il colpo di stato del '55, dovettero riconoscere di fatto quell'integrazione degli strati popolari nella vita sociale e politica del paese che, nonostante le sue ambiguità, Peron aveva volu to e che alla fine qualifica positivamente il "fenomeno peronismo" e giustifica la durata di un ciclo politico conflittuale - pro e contro - come

la più lunga di tutta l'America latina. La situazione cilena dopo Allende provocò un deterioramento soprattutto nelle situazioni interne dei paesi latino-americani e una radicalizzazione della lotta politica. Infatti l'estrema sinistra rivoluzionaria confermava la necessità di contrapporre, con accresciuta violenza, la tesi della conquista armata del potere a quella sostenuta dai comunisti ortodossi, dell'alleanza con la borghesia nazionale per una progressiva trasformazione delle strutture capitalistiche. Di contro, i comunisti, suJla base di tale esperienza, ribadivano che il progetto della conquista armata era inattuabile essendo la reazione conservatrice ancora imbattibile. Ciò provocava ulteriori dissidi nei movimenti di sinistra . Inoltre, l'ambiguità della democrazia cristiana cilena - il caso è stato assimilato alla situazione italiana - accentuava i problemi della funzione di tutti i partiti democratici centristi latino-americani rivelandone il ruolo passivo. Di conseguenza, ciò incoraggiava i regimi militari a confermare la funzionalità dell'avvento al potere delle forze armate, viste le carenze dei corpi politici intermedi. (!) Nell'Argentina del gen. Peron nel settembre '55,

in Nicaragua del gen. Sonora nel settembre '56, nello Honduras del gen. Diaz nell'ottobre '56, ad Haiti del gen. Magloi re nel dicembre '56, in Columbia del gen. Pinilla nel '57, in Venezuela del gen. Jimenez nel '58, a Cuba del gen. Batista nel '59, nella Rep. dominicana <lei gen. Trnyillo nel ' 61.

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