SAGGI 118
ARCHIVI SUL CONFINE Atti del convegno
a cura di Maria Gattullo
PUBBLICAZIONI DEGLI ARCHIVI DI STATO SAGGI 118
ARCHIVI SUL CONFINE Cessioni territoriali e trasferimenti documentari a 70 anni dal Trattato di Parigi del 1947 Atti del convegno internazionale Torino, Archivio di Stato, 6 - 7 dicembre 2017
a cura di
Maria Gattullo
ROMA 2019
ISBN 9788871252889
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E PER IL TURISMO DIREZIONE GENERALE ARCHIVI 2019
Mentre andiamo in stampa apprendiamo che da dicembre il nuovo direttore dell’Archivio di Stato di Torino sarà Stefano Benedetto. Gli diamo il benvenuto con gli auguri di buon lavoro, mentre salutiamo con simpatia e affetto Elisabetta Reale, ringraziandola per il suo impegno in questo Istituto.
PUBBLICAZIONI DEGLI ARCHIVI DI STATO SAGGI 118
ARCHIVI SUL CONFINE Cessioni territoriali e trasferimenti documentari a 70 anni dal Trattato di Parigi del 1947 Atti del convegno internazionale Torino, Archivio di Stato, 6 - 7 dicembre 2017
a cura di
Maria Gattullo
Indice analitico a cura di Leonardo Mineo
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI E PER IL TURISMO DIREZIONE GENERALE ARCHIVI 2019
DIREZIONE GENERALE ARCHIVI Servizio II Patrimonio archivistico Direttore generale Archivi: Anna Maria Buzzi Direttore del Servizio II Patrimonio archivistico: Sabrina Mingarelli Si ringrazia Antonella Mulè della Direzione generale Archivi per l’attenzione con cui ha seguito la cura redazionale.
Crediti fotografici Archivio di Stato di Torino e Archives départementales de la Haute-Savoie: pp. 141-143 Archives départementales des Alpes-Maritimes: p. 151 Hapax Editore - Riccardo Lorenzino: pp. 15-16, 125-126 Officina delle idee - Diego Giachello: p. 103 Società per gli Studi storici, archeologici e artistici della Provincia di Cuneo: p. 75, foto 1. Si ringraziano Filomena Allegretti, Achiropita Morello, Gianpiero Viviano per le immagini dell’Archivio di Stato di Torino. Per i casi in cui non è stato possibile identificare la fonte delle immagini, si dichiara la disponibilità a regolarizzare.
Ideazione grafica, copertina e impaginazione: Pierangelo Bassignana.
©2019 Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo Direzione generale Archivi ISBN 9788871252889
Sommario
Marco Carassi, Elisabetta Reale, Due parole di saluto non formale VII Maria Gattullo, Invito alla lettura Programma del Convegno. Archivi sul confine
IX XIII
Monica Grossi, Introduzione ai lavori . Un convegno, un progetto, una sfida XV
Politica e Archivi Elisa Mongiano, Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati
3
Raffaele Pittella, Storia, memoria e identità nazionale. Gli archivi restituiti all’Italia dall’Austria-Ungheria a termine della Grande Guerra
19
Valeria Deplano, Archivi d’Africa. Le carte dell’amministrazione coloniale in Italia e nei territori di nuova indipendenza
41
Alfredo Canavero, Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947 53
Il Trattato di pace del 1947. Frattura e continuità Davide Bobba, Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia sugli archivi di Nizza e Savoia (1947 - 1949)
69
Bruno Galland, Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
77
Esiti del Trattato di Parigi sui fondi archivistici Luisa Gentile, I fondi archivistici dell’Archivio di Corte, memoria di uno Stato sovraregionale
89
Maria Paola Niccoli, Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia 107
Daniela Cereia, Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche» dell’Archivio di Stato di Torino 121 Jean Luquet, Au péril des transferts d’archives, approche archivistique et historiographique des documents « restitués » à la France 133 Hélène Maurin, Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui) 137 Yves Kinossian, Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
147
Parigi 1947, Roma 1957. Storie di persone e prospettive europee Leonardo Mineo, «Uno de’ miei predecessori». Gli archivisti torinesi e la cessione delle carte di Nizza e Savoia 161 Daniela Preda, Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea: la rilevanza dei fondi archivistici privati
183
Abstracts
197
Indice analitico a cura di Leonardo Mineo
213
Due parole di saluto non formale
Al varo di questa pubblicazione, che scende maestosamente in mare al termine del fruttuoso cantiere intellettuale coordinato da Maria Gattullo, siamo davvero lieti di formulare il nostro cordiale augurio di buona navigazione. Lo facciamo nella nostra rispettiva veste di direttrice dell’Archivio di Stato in carica al momento della pubblicazione degli atti di questo importante convegno e di ex direttore dell’istituto, ora direttore dell’Associazione Amici dell’Archivio di Stato. Sappiamo bene quanto sia laborioso portare a compimento lavori di lunga lena come questo, ma volgendo lo sguardo al passato profondo dell’istituto archivistico torinese riconosciamo le radici dell’attualità nelle testimonianze di una lunga tradizione, che ancora una volta trova felice e meritevole conferma. Risalendo con lo sguardo fino all’autunno del medioevo, ci sembra di vedere all’opera nella crota domini del castello di Chambéry gli archivisti del duca Amedeo VIII, intenti a dare forma razionale e a descrivere in analitici inventari l’ormai grande patrimonio archivistico della dinastia e dei suoi Stati di qua e di là dalle Alpi. Se poi procediamo idealmente verso l’età rinascimentale, vediamo gli affannosi traslochi in Piemonte e a Nizza per mettere in salvo i documenti più preziosi al tempo della invasione francese del 1536. Ci rendiamo poi conto delle conseguenze della scelta strategica del duca Emanuele Filiberto di spostare la sua capitale a Torino, e soffriamo le ansie degli archivisti nel vedere le file di muli e i carriaggi che valicano le montagne, carichi del tesoro delle carte. Affanni non da poco ci provocano gli archivi sabaudi sballottati qua e là nel Seicento durante la guerra civile tra filo spagnoli e filo francesi. Fin dall’alba del Settecento e poi nel grande secolo delle riforme, due sovrani straordinari come Vittorio Amedeo II e suo figlio ci offrono lo spettacolo di un potere politico profondamente convinto dell’importanza della tutela della memoria istituzionale. E allora nel 1731 vediamo costruire in pochi mesi un palazzo appositamente progettato per i Regi Archivi e poi gli archivisti al lavoro per tutto il secolo al fine di ordinare e descrivere in minuziosi inventari quel gioiello che è l’Archivio di Corte. Il rombo del cannone napoleonico ci annuncia l’annessione alla Francia di Savoia e Piemonte e il doloroso lavoro degli archivisti torinesi per preparare il trasfe-
VIII
rimento di centinaia di casse di documenti a Parigi, al fine di arricchire gli archivi imperiali. La Restaurazione ci presenta il faticoso ritorno dei documenti a Torino, poi l’Unità d’Italia, con il trasferimento della capitale prima a Firenze e poi a Roma, ci mostra l’archivio torinese mentre perde il ruolo di Archivio centrale di uno Stato e dunque perde i documenti che i ministeri ritengono di portarsi appresso (talora inutilmente) nei loro traslochi. I sinistri bagliori dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale ci testimoniano le parziali perdite e gli eroici salvataggi operati dagli archivisti torinesi. Infine, ed è l’oggetto di questo convegno, vediamo le conseguenze archivistiche del Trattato di pace del 1947 che per esigenze politiche vede prevalere il principio di territorialità su quello di rispetto dei fondi. A settant’anni di distanza da quell’esodo doloroso per gli archivisti torinesi, assistiamo oggi con viva soddisfazione agli esiti del rinnovato spirito di collaborazione tra gli archivisti dei due versanti delle Alpi, che lavorano alla ricomposizione virtuale della struttura antica delle serie archivistiche e al miglioramento della loro accessibilità per gli studiosi. Torino, settembre 2019 Marco Carassi Elisabetta Reale
Direttore dell’Associazione Direttrice Amici dell’Archivio di Stato dell’Archivio di Stato di Torino
Invito alla lettura
Il convegno del 6 e 7 dicembre 2017, di cui qui si presentano gli atti, fu l’esito del programma avviato due anni prima da Stefano Vitali che nel 2015 aveva la direzione dell’Archivio di Stato di Torino. Si offrì allora l’occasione del settantesimo anniversario del Trattato di Parigi del 1947 per tornare a studiare le conseguenze che l’articolo 7 aveva procurato agli archivi conservati a Torino riguardanti territori originariamente dello Stato sabaudo, entrati nel 1860 a far parte della Francia. I due anni successivi permisero di organizzare al meglio le tappe del progetto, sostenuto da un generoso contributo della Compagnia di San Paolo. Esso aveva un duplice obiettivo: rendere nuovamente fruibili alla generalità degli studiosi, attraverso una ricostruzione virtuale, gli archivi oggetto dello smembramento; riportare l’attenzione su quell’episodio con una pubblicazione che, aggiornando la ricerca su fonti e bibliografia, evidenziasse nuovi elementi di riflessione. Per la prima tappa, l’intervento si concentrò, per motivi economici, su due soli fondi fra quelli oggetto delle trattative del 1947: le Materie economiche e le Materie ecclesiastiche dell’Archivio di Corte. Il progetto prevedeva la revisione degli inventari settecenteschi per accertarne l’effettiva corrispondenza con il contenuto dei faldoni e la riproduzione digitale dei documenti della serie Materie economiche per categorie e di parte del secondo fondo. In contemporanea si avviò l’approfondimento del contesto storico in cui era maturato l’articolo 7 relativo propriamente alla consegna dei documenti alla Francia. Il risultato di circa due anni di lavoro si tradusse in una banca dati affidabile, un considerevole numero di documenti consultabili on line e un volumetto, poi presentato nel corso del convegno del 2017. Più nel dettaglio se ne troverà il resoconto nelle pagine che seguono. L’eredità del progetto iniziale, tanto lungimirante quanto coinvolgente dal punto di vista professionale, fu raccolta dagli archivisti dell’Istituto torinese dopo il trasferimento di Stefano Vitali in altra sede e rilanciata con la nuova direttrice, Monica Grossi. La logica conclusione del progetto biennale doveva essere una giornata di studi con interventi di studiosi italiani e francesi, anche come segnale di definitivo superamento delle ferite archivistiche prodottesi col Trattato. Si arrivò così all’appuntamento del Settantesimo con il convegno del dicembre 2017, pensato come il traguardo non di una stucchevole commemorazione bensì di una matura riflessione fra archivisti, storici, giuristi al di là e al di qua delle Alpi, per proseguire nella cooperazione avviata da tempo.
X
Riempire di contenuti la struttura del convegno che Luisa Gentile, Davide Bobba, Leonardo Mineo e io (con qualche incursione della direttrice Grossi) avevamo delineato ci costò il rammarico di dover rinunciare a inserire temi attinenti all’argomento, ma che avrebbero dilatato la durata del simposio oltre il consentito. L’articolazione dei contributi scientifici in quattro sessioni è ora riprodotta negli atti. La prima sessione è uno sguardo d’insieme su Politica e Archivi. Nelle prime pagine il lettore troverà un’analisi storico-giuridica, in particolare sulle relazioni fra Stati dell’Europa dell’età moderna e sulle determinazioni variamente adottate per gli archivi al momento della definizione di nuovi assetti territoriali, fino ad epoche recenti. Nel contesto generale sul nesso tra decisioni politiche e ripercussioni archivistiche, si è dato spazio all’esame di due casi emblematici: il patrimonio archivistico e più in generale culturale nei territori già austroungarici e la documentazione riguardante le colonie italiane in Africa, quasi un prima e un dopo le vicende del 1947. Al Trattato di Parigi introduce il saggio dedicato a uno dei protagonisti, Alcide De Gasperi, del quale si possono seguire le scelte sofferte e obbligate nel consesso internazionale. La seconda sessione, Il Trattato di pace del 1947. Frattura e continuità, entra nel merito del dibattito fra archivisti, politici e storici sulle modalità di applicazione dell’articolo 7 per la cessione dei documenti. Negli Esiti del Trattato di Parigi sui fondi archivistici si ha il resoconto delle trasformazioni dei patrimoni documentari conservati a Torino e nei dipartimenti francesi viciniori all’indomani dei trasferimenti dei fondi: complessi documentari organici frantumati da una selezione granulare dei mazzi e di singoli fascicoli, depositi incrementati nella loro consistenza grazie all’arrivo di migliaia di documenti, carte che nel tragitto sostano in località intermedie e delle quali fortunatamente soltanto in non cospicua entità si sono perse le tracce. In definitiva, mutamenti indipendenti da contingenze istituzionali, che tuttavia hanno alterato da una parte e dall’altra l’assetto storico degli archivi. Infine, la sezione Parigi 1947, Roma 1957. Storie di persone e prospettive europee chiude con un confronto ideale tra due periodi diversissimi fra loro benché vicini cronologicamente. In ampia parte degli atti, la storia delle istituzioni si intreccia con le storie e le scelte delle persone, che le immagini a corredo di pagine documentate ci restituiscono fin dove possibile in carne e ossa. Una componente non irrilevante per la completezza delle coordinate generali sarebbe stata l’analisi del rapporto fra diplomazia e cartografia. Le migrazioni di documenti attraverso le Alpi occidentali – per parafrasare il titolo di un volume del 1984 sulle relazioni dal medioevo a oggi tra il Piemonte e le regioni contigue di Provenza e Delfinato – evocano immediatamente il tema del confine, richiamato del resto nella copertina e nell’intestazione del convegno e degli atti di questo volume. Le immagini pubblicate possono solo in minima parte suggerire l’importanza che assume la rappresentazione grafica, in particolare dalla seconda metà del Settecento quando diventa parte essenziale dei trattati in cui la politica definisce i nuovi assetti territoriali
XI
che la cartografia delinea e demarca. I nuovi confini tra Italia e Francia sono immediatamente visibili nella carta annessa al Trattato di cessione di Nizza e della Savoia del 1860, a cui essa è annessa come elemento di validazione. Non aver potuto privilegiare questo argomento costituisce un cruccio, mitigato dalla consapevolezza che il lettore attento saprà riferirsi alla copiosa produzione scientifica sul tema. Mi sia permessa una breve nota sulla scelta non casuale delle persone alle quali per il convegno si chiese di presiedere le varie sessioni. Sono, in ordine di apparizione, Isidoro Soffietti, Guido Gentile, Marco Carassi, Isa Ricci, archivisti della fine degli anni Sessanta e poco più, diventati nel tempo direttori, professori, sovrintendenti, che hanno raccolto la testimonianza diretta o al- Appunti sul fondo 11F degli archivi di Digione, meno la più vicina nel tempo ai fatti vissuti schedati a fine anni Sessanta in una delle misdai loro predecessori. La tradizione del me- sioni italiane in Francia. Archivio privato stiere, che non è fatta solo di trasmissione di regole archivistiche, ha gratificato gli archivisti della generazione successiva di qualche nota informale. Con la discrezione che è loro propria, i presidenti, senza sottrarre tempo alle relazioni, durante il convegno ricordarono solo qualche disputa fra i grandi archivisti dell’epoca e soprattutto vollero rendere omaggio con poche parole alle «persone di valore che vissero quelle vicende, non solo archivisti di gruppo A, come si sarebbe detto un tempo, ma anche uscieri, verso i quali c’è un debito di riconoscenza per le scelte operate; fra queste, innovativa per l’epoca, la microfilmatura dei documenti» (G. Gentile). Aggiungerei che, a distanza di un quarantennio, si ricorse di nuovo al microfilm, non esistendo ancora il digitale, per un’operazione inversa. In occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese, Isa Ricci e Marco Carassi svolsero nelle Archives Nationales di Parigi una ricerca sistematica delle fonti francesi per la storia istituzionale del Piemonte dal 1798 al 1814, fatte poi microfilmare in vista di tre convegni successivi che si sarebbero svolti a Torino. Merita almeno citare che prima ancora, sul finire degli anni Sessanta, Guido Gentile e Isidoro Soffietti furono tra coloro che parteciparono a un vasto programma ministeriale – all’epoca gli Archivi di Stato com’è noto appartenevano al dicastero dell’Interno –, che coinvolgeva Istituti del Nord, Sud e Centro Italia, vòlto a reperire negli archivi europei le fonti della storia d’Italia. Relativamente al Piemonte, le missioni, come risulta da pagamenti, rapporti e qualche verbale reperiti
XII
in archivio per alcune di esse, riguardavano molte località d’Oltralpe, da Avignone a Parigi a Grenoble fino ai Pirenei, secondo una programmazione stabilita in riunioni periodiche. In una di queste del marzo 1970 si verbalizza la presenza, oltre che dei due allora giovani archivisti citati, di Rosa Maria Borsarelli, Gaetano Garretti di Ferrere, Gian Giacomo Fissore, Giovanni Fornaseri e per la Liguria di Giorgio Costamagna; per ognuno si indicavano gli archivi visitati e quelli da vedere. Gli strumenti a disposizione per schedare i documenti durante le missioni erano essenziali come mostra la foto qui pubblicata. Si tratta di una pagina del quaderno di appunti con la schedatura dei fondi conservati, in questo caso, a Digione; l’indagine conoscitiva condotta allora da Isidoro Soffietti – che ringrazio per la disponibilità – ne avrebbe rilevato l’interesse delle serie antiche, prime fra tutte la Camera dei conti di Borgogna e le negoziazioni dei duchi di Savoia, e delle fonti per la storia moderna, dal Settecento ai moti risorgimentali alle guerre d’indipendenza. Il progetto ideato da Stefano Vitali, al quale l’Archivio esprime gratitudine, si colloca dunque, a parere di un’archivista di Torino, in una tradizione di studi e di scambi culturali intrinseci alla natura dell’Istituto torinese, anch’esso Archivio sul confine con un faldone in Francia e una pergamena in Italia; il convegno e ora il volume degli atti sono un mattoncino di quell’edificio di rapporti, ricerche, risultati scientifici. Spetta ora alle generazioni di archivisti più giovani non tralasciare di costruire e di riflettere sull’uso del documento, non strumentale alla politica bensì funzionale a coltivare la memoria collettiva. Prima di invitare ad aprire le pagine degli atti, desidero ringraziare Monica Grossi, che, lasciando Torino, mi ha affidato il coordinamento del volume, e la direttrice che è subentrata, Elisabetta Reale, per gli incoraggiamenti a proseguire. Non ci sarebbe stato il volume senza la disponibilità dei relatori a dare forma scritta agli interventi nel convegno: un ringraziamento vivissimo a tutti loro. Ai colleghi che non sono fra gli autori, in primis Edoardo Garis e Cecilia Laurora, il cui aiuto dietro le quinte è stato costante, come pure ad Anna Maria Lucania e alla rigorosa Elvira Biletta, va la mia personale riconoscenza. Un grato pensiero va a Silvia Corino e a Marco Carassi, raffinati francofoni, a Leonardo Mineo che si è offerto per la redazione dell’indice dei nomi, all’Associazione Amici dell’Archivio di Stato, che ci accompagna nelle nostre iniziative, a Pierangelo Bassignana che, con competenza non disgiunta da pazienza, ha tradotto in forma grafica le esigenze espresse dall’Archivio per la pubblicazione degli atti. Un grazie non formale ad Antonella Mulè che con attenzione assidua e garbata ha seguito dalla Direzione generale Archivi le fasi del lavoro preparatorio alla stampa, favorendone in ogni modo la conclusione. Torino, settembre 2019 Maria Gattullo
Archivio di Stato di Torino
ARCHIVI SUL CONFINE
Cessioni territoriali e trasferimenti documentari a 70 anni dal Trattato di Parigi Convegno internazionale Torino, Archivio di Stato, 6 - 7 dicembre 2017 Mercoledì 6 dicembre 2017 ore 14,30 Saluti istituzionali ore 14,45 Introduzione ai lavori Monica Grossi (Direttore Archivio di Stato di Torino) Un convegno, un progetto, una sfida Politica e Archivi ore 15 Presiede Isidoro Soffietti (Professore emerito Università di Torino) Elisa Mongiano (Università di Torino) Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati Raffaele Pittella (Archivio di Stato di Roma) Territori e archivi. Gli esiti della Grande Guerra sugli archivi degli ex territori austroungarici Valeria Deplano (Università di Cagliari) Archivi d’Africa. La documentazione in Italia e nelle Colonie Alfredo Canavero (Università Statale di Milano) Assetti nazionali dopo le due Guerre mondiali. Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947 Il Trattato di pace del 1947. Frattura e continuità ore 16 Presiede Guido Gentile (già Soprintendente archivistico per il Piemonte e la Valle d’Aosta) Stefano Vitali (ICAR Istituto Centrale per gli Archivi) presenta gli studi pubblicati dall’Archivio di Stato di Torino e dalle Archives départementales de la Haute-Savoie in occasione del 70° anniversario del Trattato di Parigi Davide Bobba (Archivista libero professionista) Dal Trattato di pace del 1947 all’accordo definitivo del 1949 Bruno Galland (Archives départementales du Rhône et de la Métropole de Lyon) Monica Grossi (Direttore Archivio di Stato di Torino) Vincolo spezzato, rétrocession. Punti di vista e collaborazione tra Italia e Francia ore 17,30 Dibattito
XIV Giovedì 7 dicembre 2017 Esiti del Trattato di Parigi sui fondi archivistici ore 9,00 Presiede Marco Carassi (già Direttore dell’Archivio di Stato di Torino) Luisa Gentile, Maria Paola Niccoli (Archivio di Stato di Torino) I fondi archivistici torinesi, memoria di uno Stato sovraregionale Daniela Cereia (Université de Savoie Mont Blanc – LLSH, Chambéry) Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche» dell’Archivio di Stato di Torino Jean Luquet (Direction des archives, du patrimoine et des musées du Département de la Savoie, Chambéry) I fondi archivistici conservati a Chambéry e l’esperienza dei ricercatori savoiardi Hélène Maurin (Archives départementales de la Haute Savoie, Annecy) Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui) Yves Kinossian (Archives départementales des Alpes Maritimes, Nice) I fondi archivistici conservati a Nizza e le esperienze dei ricercatori nizzardi Parigi 1947, Roma 1957. Storie di persone e prospettive europee ore 11 Presiede Isabella Massabò Ricci (già Direttore dell’Archivio di Stato di Torino) Leonardo Mineo (Archivio di Stato di Torino) «Uno de’ miei predecessori». Gli archivisti torinesi e la cessione delle carte di Nizza e Savoia Daniela Preda (Università degli studi di Genova) Dal trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea: la rilevanza dei fondi archivistici privati ore 11,30 Tavola rotonda con i relatori e dibattito Presiede e conclude i lavori Paola Carucci (già Sovrintendente dell’Archivio della Presidenza della Repubblica) Nelle giornate del convegno saranno disponibili i volumi pubblicati dall’Archivio di Stato di Torino e dalle Archives départementales de la Haute-Savoie per il 70° del Trattato di Parigi Davide Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia: il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino, Archivio di Stato, 2017 De part et d’autre des Alpes, le périple des archives savoyardes, 70° anniversaire du Traité de Paris 1947-2017, Archives départementales de la Haute-Savoie – Département de la Haute-Savoie, 2017
La registrazione degli interventi al convegno del 6 e 7 dicembre 2017 è visibile sul canale YouTube dell’Archivio di Stato di Torino all’indirizzo youtube.com/user/ArchiviodiStatoTo
Introduzione ai lavori
MONICA GROSSI Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio Archivio di Stato di Firenze
Un convegno, un progetto, una sfida A nome della Direzione generale Archivi do il benvenuto a tutti i presenti che accolgo con i saluti del Direttore generale degli Archivi, Gino Famiglietti, e con quelli del personale dell’Archivio di Stato di Torino che ho il piacere di dirigere. Il mio intervento di saluto ha un titolo che esprime il nostro stato d’animo e i nostri propositi: Un convegno, un progetto, una sfida. Un convegno dovuto, al termine di 2 anni di lavoro dedicati ai fondi archivistici interessati dalla cessione alla Francia da parte dell’Italia, secondo quanto disposto dall’art. 7 del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario. Nel Trattato, come molti sanno, fu prevista la consegna di una rilevante quantità di documentazione concernente i territori entrati nel 1860 a far parte della Francia e conservata fino a quel momento presso l’Archivio di Stato di Torino. Un progetto che viene da lontano: coltivato dai direttori dell’Archivio di Stato di Torino che nei decenni passati, e insieme ai colleghi francesi, hanno studiato la possibilità di ricostruire l’antica struttura di quei fondi archivistici. È stato ideato nel 2015 da StefanoVitali, che ha diretto per otto mesi questo Archivio di Stato, e attuato sotto la mia direzione nel 2016 e nel 2017 a seguito anche dei contatti con i colleghi Jean Luquet e il suo staff, degli Archivi dipartimentali della Savoia - Chambéry; con Hélène Maurin, degli Archivi dipartimentali dell’Alta Savoia di Annecy e, in occasione di questo convegno, con Yves Kinossian degli Archivi dipartimentali delle Alpi Marittime - Nizza. E, infine, una sfida: avviare una ricerca storico-istituzionale, riprendere la ricognizione degli inventari conservati a Torino, che descrivono i fondi smembrati in occasione della cessione dei documenti alla Francia, e avviarne una prima digitalizzazione quale prosecuzione dell’antica campagna di microfilmatura che fu fatta nei primi anni Cinquanta del Novecento in occasione della cessione stessa.
XVI
Una sfida che è riuscita, per la sua parte operativa: abbiamo un volume, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, di cui è autore Davide Bobba, in cui si ripercorrono le vicende che portarono alla emanazione dell’art. 7 del Trattato di Parigi; abbiamo un’analoga iniziativa degli archivi di Annecy, la pubblicazione De part et d’autre des alpes. Le périple des archives savoyardes curata da Hélène Maurin, in cui è ospitato un saggio di Luisa Gentile, archivista di questo Archivio, e del citato Davide Bobba. E, poi, abbiamo i risultati di un nuovo confronto tra gli inventari archivistici e i relativi documenti appartenenti ai fondi Materie ecclesiastiche e Materie economiche rimasti a Torino, con riproduzione digitale dei documenti, di cui darà conto una specifica relazione. Nei due giorni del convegno si parlerà di altro ancora poiché si è deciso di presentare il caso italo-francese accanto ad altri che hanno interessato le regioni italiane di confine e accanto al caso delle colonie italiane e di riflettere sulle scelte non solo archivistiche che orientarono la consegna della documentazione alla Francia. Non ci accompagneranno la professoressa Paola Carucci, trattenuta a Roma da una brutta influenza, come pure la cara Isa Ricci, per molti anni direttrice di questo Archivio. Le ringraziamo entrambe per gli incoraggiamenti al nostro lavoro. E poiché un progetto così impegnativo non può essere realizzato se non con l’aiuto di molti, molti sono i ringraziamenti dovuti. I primi ringraziamenti sono per l’Associazione amici dell’Archivio di Stato: da undici anni il progetto Manutenzione della memoria territoriale, ideato da Isa Ricci, presentato dagli Amici e sostenuto economicamente dalla Compagnia di San Paolo, permette la realizzazione di progetti di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio archivistico dell’Istituto, comprese la ricerca e la digitalizzazione delle fonti oggetto del presente convegno, oltre alla pubblicazione del volume di Davide Bobba e all’organizzazione del convegno stesso. Grazie ai colleghi francesi che hanno accolto con grande interesse e grande disponibilità questo nostro progetto, affinché si possa continuare a lavorare insieme, auspicabilmente su obiettivi condivisi. Grazie ai relatori e ai presidenti delle sedute: questi ultimi sono stati già direttori e colleghi che hanno seguito nel corso della loro carriera i rapporti archivistici tra l’Italia e la Francia e quindi abbiamo voluto che fossero qui, testimoni di un percorso che stiamo ancora continuando. Grazie all’editore Hapax, in particolare a Riccardo Lorenzino, per aver generosamente partecipato alla coedizione del volume di Davide Bobba. Grazie a tutti i presenti, che sfidando i rigori dell’inverno, hanno deciso di partecipare alle due giornate. Infine, grazie al personale dell’Archivio, di entrambe le sedi: per la collaborazione nella realizzazione del progetto di ricerca, per il sostegno nell’organizzazione amministrativa e nella comunicazione del convegno e dell’intero progetto, per l’assistenza nell’accoglienza e nell’ospitalità dei partecipanti.
XVII
Con la collaborazione di tutti i relatori vorremmo, a conclusione del convegno, dedicarci alla redazione degli atti, che ci auguriamo di poter presto pubblicare. Apro dunque ufficialmente i lavori, usando le parole del collega Jean Luquet, pubblicate in un suo saggio del 2015: ÂŤin francese la parola archives non esiste che al plurale. Gli archivi sono decisamente pluraliÂť. Continuiamo quindi a pronunciare questa parola tutti insieme, in due lingue sorelle. Benvenuti!
Politica e Archivi
ELISA MONGIANO Università di Torino
Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati* (…) la doctrine est incertaine; la pratique est abondante, mais diverse et contradictoire, les solutions retenues sur le plan conventionnel obéissant le plus souvent à des considérations économiques ou politiques étrangères à la théorie de la succession d’États.
In questi termini, il giurista elvetico Jean Monnier valutava, in un saggio edito nel 1984, i contenuti della Convenzione sulla successione tra Stati in materia di beni, archivi e debiti di Stato (Convention on Succession of States in respect of State Property, Archives and Debt), adottata, per impulso dell’ONU, a Vienna l’8 aprile 19831. L’accordo, ponendosi in prosecuzione di quanto già stabilito in tema di successione tra Stati nei trattati dalla precedente Convenzione di Vienna del 19782, si prefiggeva di codificare ulteriormente la successione giuridica in occasione di una successione in fatto tra Stati3. In altri termini mirava a stabilire, nelle materie considerate, regole uniformi per il trasferimento, in capo allo Stato successore, di determinati diritti ed obblighi del predecessore4. La Convenzione, sebbene, ad oltre * Desidero esprimere un vivo ringraziamento al dott. Stefano Saluzzo (Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali - Università del Piemonte Orientale) per il supporto datomi nella ricerca della bibliografia relativa agli attuali orientamenti del Diritto internazionale pubblico sui temi qui esaminati. 1 J. Monnier, La Convention de Vienne sur la succession d’États en matière de biens, archives et dettes d’État, in «Annuaire français de droit international», 30 (1984), pp. 221-229 e per la citazione p. 228. 2 In proposito, si rinvia a T. Treves, Customary International Law, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, November 2006, consultabile all’indirizzo http://opil.ouplaw.com/view/10.1093/law:epil/9780199231690/law-9780199231690-e1393?prd=EPIL; J. Klabbers, Treaties, Object and Purpose, ibid., December 2006, consultabile all’indirizzo http://opil.ouplaw.com/view/10.1093/law:epil/9780199231690/ law-9780199231690-e1681?prd=EPIL . 3 Il testo della Convenzione è, tra l’altro, edito, in traduzione italiana, in R. Luzzatto, F. Pocar, Codice di diritto internazionale pubblico, Settima edizione, con la collaborazione di F. C. Villata, F. Favuzza, M. Franchi, Torino 2016, pp. 59-67. Per un quadro di sintesi in materia e per i relativi riferimenti bibliografici, si rinvia specialmente ai lavori di T. Fitschen, Archives, in Max Planck Encyclopedia... cit., June 2009, consultabile all’indirizzo http://opil.ouplaw.com/abstract/10.1093/law:epil/9780199231690/law-9780199231; e di A. Zimmermann, State Succession in Other Matters than Traties, ibid., April 2007, consultabile all’indirizzo http://opil. ouplaw.com/view/10.1093/law:epil/9780199231690/law-9780199231690-e1108; International Law Association, Berlin Conference (2004). Aspects of the Law of State Succession, pp. 2-4, consultabile all’indirizzo https:// ila.vettoreweb.com . Una dettagliata ricostruzione dei lavori preparatori della Convenzione e dei contenuti della redazione finale è proposta da A. Jakubowski, State Succession in Cultural Property, New York 2015, pp. 165-172. 4 Ai fini della Convenzione, con l’espressione «successione fra Stati» doveva intendersi «la sostituzione di
4
Elisa Mongiano
trent’anni dalla sua adozione, non sia ancora entrata in vigore, non avendo ottenuto il necessario numero di adesioni da parte degli Stati partecipanti5, contiene indubbiamente alcuni punti degni di attenzione riguardo ai trasferimenti di documenti. Il testo dispone in relazione ai soli «archivi di Stato», intendendo con tale dizione «tutti i documenti di qualsiasi data e tipo, prodotti o ricevuti dallo Stato predecessore nell’esercizio delle sue funzioni, i quali, alla data della successione, appartenevano allo Stato predecessore secondo il suo diritto interno ed erano conservati come archivi da esso direttamente o sotto il suo controllo per qualsiasi scopo» (art. 20). Il passaggio della documentazione archivistica viene regolato in rapporto alle diverse categorie di successione in fatto previste dall’ordinamento internazionale. Nel caso di semplice trasferimento di parte del territorio da uno ad altro Stato, la Convenzione prevede che, in mancanza di specifici accordi tra le parti, vengano trasferiti allo Stato successore gli archivi necessari alla normale amministrazione del territorio e quelli attinenti esclusivamente o principalmente al territorio stesso. E fissa inoltre l’obbligo in capo allo Stato predecessore di rendere disponibili al successore, su richiesta ed a spese di questo, idonee riproduzioni degli archivi connessi con gli interessi del territorio ceduto, prevedendo eguale onere a carico dello Stato successore rispetto agli archivi trasferiti al medesimo (art. 27). Analoghe regole sono poi adottate in caso di secessione, ossia di separazione di parte o parti di uno Stato in vista della formazione uno o più nuovi Stati (art. 30), ed in quello di smembramento di uno Stato con la sua conseguente estinzione e la nascita di due o più Stati successori (art. 31). Mentre, nell’ipotesi di unificazione, cioè dell’unione di Stati destinata a formare un solo Stato successore, compete a quest’ultimo acquisire l’intero patrimonio documentario (art. 29). Speciali condizioni sono invece previste in favore degli Stati di nuova indipendenza (art. 28). Avendo precipuamente presenti le situazioni determinate dal processo di decolonizzazione, il testo non solo impone la consegna degli archivi dello Stato predecessore necessari alla normale amministrazione e di quelli che riguardino esclusivamente o principalmente il territorio a cui la successione si riferisce, ma stabilisce pure il diritto del nuovo Stato a recuperare la documentazione appartenuta al proprio territorio e confluita negli archivi dello Stato predecessore durante il periodo di dipendenza. Tuttavia, a salvaguardia dell’integrità dei fondi uno Stato da parte di un altro nella responsabilità per le relazioni internazionali di un territorio» (R. Luzzatto - F. Pocar, Codice di diritto internazionale pubblico... cit., art. 2, p. 59). 5 L’art. 50 fissava in effetti l’entrata in vigore della Convenzione al «trentesimo giorno successivo alla data del deposito del quindicesimo strumento di ratifica o di adesione» (ibid., p. 66). Va, del resto, ricordato che in analoghe difficoltà era incorsa la Convenzione del 1978, entrata in vigore solo nel 1996 e in un numero assai limitato di Stati.
Diritto e prassi
5
documentari affermata in linea generale dalla convenzione (art. 25), si sancisce che eventuali accordi conclusi tra lo Stato predecessore e quello di nuova indipendenza non debbano comunque «violare i diritti dei popoli di tali Stati allo sviluppo, all’informazione sulla loro storia e sul loro patrimonio culturale». È appena il caso di notare che le diverse ipotesi considerate abbracciano situazioni tra loro assai diverse, che, tra l’altro, trovano concreto riscontro in fatti storici verificatisi in epoche recenti o talora recentissime. Basti ricordare, a mero titolo di esempio, nell’Ottocento l’unificazione italiana e quella tedesca e nel Novecento, oltre alle sistemazioni territoriali conseguenti alla Prima e Seconda Guerra mondiale, i fenomeni legati alla decolonizzazione, e, nell’ultimo scorcio del secolo, alla riunificazione della Germania, alle dissoluzioni dell’Unione Sovietica e della Repubblica socialista federale di Iugoslavia o alla separazione della Cecoslovacchia6 . Rispetto alle varie categorie di successione, la Convenzione pone la territorialità degli archivi quale criterio direttivo generale, applicando al riguardo il principio di provenienza (origine) e di pertinenza (importanza funzionale), ma richiamando pure quello di rispetto dei fondi documentari, con la sola, limitata eccezione degli Stati di nuova indipendenza7. Si tratta, a ben vedere, di principi che si erano venuti consolidando nel tempo e che, come si ricava, tra l’altro, dai lavori preparatori, la Convenzione di Vienna aveva desunto dai trattati8 . Sebbene non manchino anche per il tardo Medioevo esempi di clausole riguardanti gli archivi, è soprattutto a partire dalla prima età moderna che esse divengono pressoché una costante nei casi di cessioni territoriali. A favorire il fenomeno, tra Cinque e Seicento, contribuiscono il consolidamento degli ordinamenti statali, con il conseguente rafforzamento della nozione di territorialità, e la formazione di un nuovo sistema di relazioni internazionali ormai basato su una pluralità di Stati, sovrani nelle relazioni interne e, almeno formalmente, eguali in quelle esterne9. E sono appunto gli accordi tra gli Stati ad offrire significativi spunti per cogliere il problema antico, ma tuttora aperto, del destino degli archivi. In proposito merita anzitutto accennare al trattato concluso a Lione nel gennaio 1601 tra il re di Francia e il duca di Savoia che prevedeva lo scambio del mar6 Sull’orientamento seguito in materia di archivi in occasione di tali diversi casi di successione tra Stati, offre un’ampia rassegna A. Jakubowski, State Succession... cit., pp. 175-234; ulteriori riferimenti emergono dal contributo di S. Oeter, State Succession and the Struggle over Equity. Some Observation on the Law of State Succession with Respect to State Property and Debts in Cases of Separation and Dissolution of States, in «German Yearbook of International Law», 38 (1995), pp. 73-102. 7 T. Fitschen, Archives... cit., nn. 6-9. 8 A. Jakubowski, State Succession... cit, p. 166. 9 In proposito, cfr. almeno E. Greppi, La dottrina europea del diritto internazionale. Percorsi della scienza giuridica dal Cinquecento all’Ottocento, in Securitas et tranquillitas Europae, a cura di I. Massabò Ricci, M. Carassi, C. Cusanno, Roma 1996, pp. 134-168, con i riferimenti bibliografici ivi richiamati.
6
Elisa Mongiano
chesato di Saluzzo con la Bresse, il Bugey, Valromey e Gex10. Il testo del trattato, ponendo i contraenti su un piano di perfetta parità, prevede il reciproco impegno a consegnare «tous le papiers, tiltres et enseignements qui peuvent servir pour justifier les droicts des choses eschangées», dando rilievo non tanto all’esigenza funzionale dell’amministrazione quanto a quella di giustificare il legittimo possesso dei territori scambiati11. Tuttavia la prospettiva risulta in parte mutata nella convenzione conclusa nel marzo per dare esecuzione al trattato12. All’art. XV si prevede infatti che «les titres, papiers, comptes, et autres enseignemens concernans les pays, terres et seigneuries échangées seront respectivement rendus de bonne foy», comprendendo quindi anche scritture di interesse amministrativo13. Ma si individuano pure soluzioni concrete di trasferimento della documentazione che riflettono rapporti di forza e posizioni sul terreno differenti tra le due parti. Sempre l’art. XV della convenzione stabilisce in effetti che «pourra dès à présent Sa Majesté retenir ce qui s’en trouvera és Archives et Chambre des Comptes de Chambéry, en donnant un sommaire inventaire et décharge d’iceux aux Officiers de Sa dite Altesse»14. Una differente nozione di territorialità compare poi nei trattati relativi alla Pace di Westphalia del 164815: gli accordi di Münster16 e di Osnabrück17, dovendo ristabilire lo status quo, dispongono che insieme ai territori occupati vengano riconsegnati «archiva et documenta literaria, aliaque mobilia, ut et tormenta bellica, quae in dictis locis tempore occupationis reperta sunt, et adhuc ibi salva reperiuntur»18 . La pertinenza viene ad essere considerata in termini di presenza 10 Traité entre Charles Emanuel I Duc de Savoie, et Henri IV Roi de France pour l’eschange du Marquisat de Saluces avec la Bresse, le Bugey, Valromey et Gex, in Traités publics de la Royale Maison de Savoie avec les Puissances étrangères depuis la paix de Château-Cambrésis jusqu’à nos jours, I, Turin 1836, pp. 194-208. 11 Ibid., p. 202, art. XI. 12 Convention entre le Duc Charles Emanuel I et le Roi de France pour l’exécution du Traité de Lyon, in Traités publics... cit., I, pp. 209-216. 13 Ibid., p. 215. 14 Ibidem. 15 E. Mongiano, Il disegno dell’Europa dalla pace di Westphalia al Congresso di Vienna, in Securitas et tranquillitas... cit., pp. 168-189. 16 Per il testo sottoscritto a Münster dall’Impero e dalla Francia il 24 ottobre 1648, cfr. Traité de paix entre l’Empereur et le Roi de France dans le quel par rapport au Duc de Savoie est confirmé le convenu et accordé par les Traité de Querasque de l’année 1631, in Traités publics... cit., I, pp. 552-600. 17 Per gli accordi conclusi ad Osnabrück, cfr. Traité de Paix entre l’Empire et la Suède conclu et signé à Osnabruch le 24 Octobre de l’an 1648, in J. Dumont, Corps universel diplomatique du droit des gens, VI, pt. I, Amsterdam 1728, pp. 469-490. 18 Come risulta dall’art. CXIV degli accordi stipulati a Münster: «(…) haec restitutio locorum occupatorum tam a Caesarea Maiestate quam a Rege Christianissimo, et utriusque Sociis, Foederatis et Adhaerentibus fiat reciproce et bona fide. Restituantur etiam Archiva et Documenta literaria, aliaque mobilia, ut et Tormenta bellica, quae in dictis locis tempore occupationis reperta sunt, et adhuc salva reperiuntur». Per contro si conveniva che «Quae vero post occupatione aliunde eo invecta sunt, sive in praeliis capta, sive ad usum et custodiam eo per occupantes illata fuerunt, una cum annexis, ut et bellico apparatu iisdem quoque secum exportare et avehere liceat» (ibid., pp. 591-592). In termini analoghi disponeva l’art. XIV del Trattato di Osnabrück (J. Dumont, Corps universel diplomatique... cit, VI, I, p. 488).
Diritto e prassi
7
Ratifica del re di Francia Enrico IV del Trattato stipulato a Lione il 17 gennaio 1601 con il duca di Savoia Carlo Emanuele I per lo scambio del marchesato di Saluzzo con la Bressa, il Bugey, Valromey e Gex, 20 gennaio 1601. ASTo, Corte, Trattati diversi, mazzo 9, n. 4
Particolare dell’articolo XI, che prevede la consegna reciproca degli atti giustificativi del possesso dei territori.
8
Elisa Mongiano
sul territorio, accomunando gli archivi agli altri beni mobili, ed in specie agli armamenti. L’assimilazione tra i due tipi di beni si ritrova, del resto, identica nel trattato di alleanza stipulato a Torino l’8 novembre 1703 tra l’imperatore Leopoldo d’Asburgo e Vittorio Amedeo II di Savoia19, come risulta dalla clausola che obbligava alla consegna dei territori promessi al duca di Savoia, e in particolare del Monferrato, «cum omnibus tormentis bellicis […] et apparatibus militaribus ad ea loca pertinentibus, nec non documentis literariis et titulis illa concernentibus»20. Occorre poi notare che la formula «archiva et documenta literaria», adottata nei trattati di Westphalia, segna un’ulteriore novità, in quanto pare introdurre la distinzione tra archivi amministrativi (archiva) e archivi storici (documenta literaria), disponendo la restituzione di entrambi. È una precisazione di non poco conto, visto che nei successivi accordi di Nimega, conclusi tra Impero e Francia nel febbraio21 e nel luglio 167922, si sarebbe tradotta in un diverso destino degli archivi storici, restituiti allo Stato predecessore, rispetto a quelli amministrativi, consegnati al successore23. 19 Traité, et articles secrets, d’alliance entre S.A.R. Victor Amé II duc de Savoie et l’Empereur Léopold pour continuer la guerre contre la Couronne de France, in Traités publics... cit.,II, Turin 1836, pp. 203-219. Per il contesto politico e diplomatico, nel quale prese vita l’accordo, si rinvia specialmente a G. Poumarède, La rupture entre la France et la Savoie (1703). Un tournant de la guerre de Succession d’Espagne en Italie, in I trattati di Utrecht. Una pace di dimensione europea, a cura di F. Ieva, Roma 2016, pp. 115-138 (I libri di Viella, 217). 20 «(…) de reliquo omnes urbes, loca et munimenta supra cessa Suae Regiae Celsitudini cum omnibus tormentis bellicis, commeatu, annona, armis, et aliis apparatibus militaribus ad ea loca pertinentibus , nec non documentis litterariis, et titulis illa concernentibus extradantur» (ibid., p. 210, art. VIII). Sulle complesse ed annose vicende relative al trasferimento, da Mantova e da Vienna, degli archivi del Ducato di Monferrato, si rinvia a E. Mongiano, Istituzioni e archivi del Monferrato tra XVI e XVIII secolo, in Stefano Guazzo e Casale tra Cinque e Seicento. Atti del convegno di studi per il quarto centenario della morte. Casale Monferrato, 22-23 ottobre 1993, a cura di D. Ferrari, Roma 1997, pp. 219-240 («Europa delle Corti» - Centro Studi sulle società di antico regime. Biblioteca del Cinquecento, 78), e all’ulteriore bibliografia citata in tale lavoro. 21 Pax Noviomagensis inter Leopoldum Romanorum Imperatorem, suo et Imperri nomine, et Ludovicum XIV Regem Galliae, pro se et Confoederatis suis (…). Actum Noviomagi die 5 Februarii 1579, in J. Dumont, Corps universel diplomatique... cit., VII, pt. I, La Haye 1731, pp. 376-380. 22 Traité pour l’Execution de la Paix entre le Serenissime et Très-Puissant Prince Léopold Empereur des Romains et le Serenissime et Très-Puissant Prince Louïs XIV Roi de France et Navarre. Fait à Nimegue le 17 Juillet 1679, ibid., VII, pt. I, pp. 412-413. 23 Il trattato di pace del 5 febbraio, dopo aver stabilito che «castrum et oppidum Friburgense cum tribus ad illud spectantibus pagis Lehn, Metzhausen et Kirckzart» venissero ceduti dall’imperatore al re di Francia, sanciva l’obbligo per quest’ultimo di provvedere «bona fide, absque ulla mora et retardacione, Sacrae Cesareae Maiestati restitui omnia et singula litteraria documenta cuiuscumque generis sint, que in oppido et castro, Cancellaria Regiminis et Camere, aut in aedibus et custodia Consiliariorum aliorumve Officialium, aut alibi tempore occupationis Friburgi reperta sunt», ammettendo comunque che, «si talia documenta sint publica, quae dictum oppidum Friburgense, eoque spectantes tres Pagos simul concernunt», le parti contraenti potessero convenire «quo loco servari debeant; ita tamen, ut exempla authentica, quotiescunque requisita fuerint, edantur» (ibid.., pp. 377-378, art. IX). Riguardo alla restituzione di «archiva et documenta litteraria» disponeva pure l’art. IV dei citati accordi del luglio successivo (ibid., p. 413). Vi accenna A. Jakubowski, State Succession in Cultural Property... cit., p. 33.
Diritto e prassi
9
Frontespizio dell’edizione a stampa di uno dei due Trattati di pace sottoscritti nel 1648 in Westphalia fra le potenze europee dopo la guerra dei Trent’anni. ASTo, Corte, Trattati diversi, mazzo 11, n. 9
Ratifica da parte della Spagna del Trattato di Utrecht del 13 luglio 1713 con cui il re Filippo V cede a Vittorio Amedeo II il regno di Sicilia con tutti i documenti che riguardano il reame conservati negli Archivi Reali di Spagna. ASTo, Corte, Trattati diversi, mazzo 17, n. 8
10
Elisa Mongiano
Il tema degli archivi emerge anche nel quadro dei negoziati di Utrecht ed investe la questione della separazione dei documenti pertinenti ai territori ceduti dagli archivi dello Stato predecessore24. Negli accordi per la cessione del regno di Sicilia a Vittorio Amedeo II del 13 giugno 171325, Filippo V di Spagna si impegna a rimettere «à celui qui sera envoyé par Sa dite Altesse Royale (…) tous les titres, papiers et documents qui concernent le dit Royaume de Sicile et ses dépendances, qui sont et se pourront trouver dans les Archives Royales d’Espagne, ou en celles de ses Conseils et Cours , ou de ses Ministres, Conseillers et Officiers»26 . La clausola include una gamma assai ampia di fonti documentarie potenzialmente oggetto di trasferimento. Tuttavia tale ampiezza, in qualche misura comparabile a quella prevista dalla Convenzione di Vienna per gli Stati di nuova indipendenza, può forse spiegarsi tenendo conto della peculiare posizione della Sicilia, che pur dipendendo al momento della cessione dalla Corona di Spagna, vantava una non trascurabile tradizione di regno autonomo, che aveva le sue lontane radici in età normanna27. Qualche ulteriore spunto si può trarre, sia in merito alla natura degli atti consegnati sia in rapporto alle modalità di selezione dai trattati conclusi, nel corso del Settecento, dal Regno di Sardegna con gli Stati viciniori per la rideterminazione dei rispettivi confini28 . Da un lato infatti ai titoli ed alla documentazione amministrativa vengono ad aggiungersi le carte relative alla catastazione dei territori; ne offrono, 24 In relazione alla forma ed ai contenuti di tali accordi, si veda E. Mongiano, «Universae Europae securitas». I trattati di cessione della Sardegna a Vittorio Amedeo II di Savoia. Nota introduttiva di I. Soffietti, Torino1995; Ead., I trattati di Utrecht nel sistema delle relazioni internazionali, in I trattati di Utrecht... cit., pp. 75-88, con la bibliografia ivi richiamata. 25 Traité et article separé de paix entre le Duc de Savoie et le Roi d’Espagne, par le quel le droit de succession à la Couronne d’Espagne est reservé à S.A.R. et lui est cédé le Royaume de Sicile, in Traités publics... cit., II, pp. 325-347. 26 Ibid., II, p. 337. L’impegno alla consegna degli archivi era già stato assunto, seppure con una formula più generica, nell’atto unilaterale di cessione compiuto dal sovrano spagnolo il 10 giugno 1713. In esso infatti Filippo V si obbligava, tra l’altro, «à faire remettre au Duc de Savoie, ou à ceux qui auront pouvoir de lui, tous les titres, papiers et documens qui regardent le dit Royaume [de Sicile] et ses dépendances, qui pourront se trouver dans le Royaume d’Espagne» (Acte de cession du Royaume de Sicile faite par le Roi d’Espagne en faveur de S.A.R. le Duc de Savoie, in Traités publics... cit., II, pp. 313-325, e nello specifico p. 316). Sul significato di tale atto nel quadro della politica di equilibrio attuata dalla potenze europee riunite ad Utrecht, si rinvia specialmente a I. Soffietti, Nota introduttiva, in E. Mongiano, «Universae Europae securitas»... cit, pp. VII-XVI. 27 Va, del resto, accennato che il trattato in questione imponeva allo Stato successore di «confirmer et ratifier tous les privilèges, immunités, exemptions, libertés, styles et autres coutûmes dont le dit Royaume [de Sicile] jouit ou a joui ci-devant» (art. VII). Analoga clausola sarebbe stata inserita negli accordi relativi alla cessione a Vittorio Amedeo II dell’isola di Sardegna, in cambio della Sicilia, nel 1720 in attuazione degli accordi contenuti nel Trattato di Londra del 1718. Sulla questione, cfr. E. Mongiano, «Universae Europae securitas»... cit., pp. 1833, 78-79 con l’ulteriore bibliografia ivi citata. 28 Per un quadro d’insieme dei «trattati sui confini» conclusi nel corso del XVIII secolo dal Regno di Sardegna, si rinvia a E. Mongiano, La delimitazione dei confini dello Stato: attività diplomatica e produzione cartografica nei territori sabaudi (1713-1798), in «Studi Piemontesi», XX (1991), 1, pp. 45-56; Ead., Delimitare e governare le frontiere: le istituzioni per i confini nello Stato sabaudo del secolo XVIII, in Rappresentare uno Stato: carte e cartografi degli Stati sabaudi dal XVI al XVIII secolo, a cura di R. Comba e P. Sereno, Torino 2002, pp. 165-178.
Diritto e prassi
11
Cartiglio della carta dell’alto Delfinato levata negli anni 1749-1754 per la rideterminazione dei confini con il Regno di Sardegna. ASTo, Corte, Carte topografiche per A e B, Delfinato, n. 1
tra gli altri, esempio l’accordo intervenuto, a Milano, il 4 ottobre 1751 tra il re Carlo Emanuele III e l’imperatrice Maria Teresa in merito ai territori milanesi passati ai Savoia nella prima metà del secolo, nel corso delle guerre di successione29, ed il «traité de limites» concluso, a Torino, dal medesimo sovrano con la Repubblica di Ginevra il 3 giugno 175430. Dall’altro lato, le convenzioni riguardanti la revisio29 L’art. VIII della convenzione, che recava l’eloquente rubrica : «Remissione delle scritture riguardanti i Paesi ceduti», stabiliva : «In conseguenza dei riferiti Trattati avendo il Governo di Milano consegnate le carte del censimento corrispondenti alle Provincie cedute a Sua Maestà il Re di Sardegna contro ricevuta della persona autorizzata dalla Maestà Sua a riceverle, fatta, tanto per dette carte, come per alcune riguardanti i confini, con promessa di far separare le altre, che ancora si trovassero, concernenti sì detta materia de’confini, che le Giudiziali e Camerali appartenenti a dette Provincie, come sovra smembrate, resta convenuto, che dall’accennato Governo si daranno indilatamente gli ordini per terminare la separazione suddetta, ad effetto di fare la successiva consegna delle restanti, che ancora si trovassero in originale, se riguarderanno il solo interesse del paese posseduto da Sua Maestà Sarda, o in copia, a spese della Maestà Sua, se li documenti od atti riguardassero interesse misto» (Traité entre S.M. le Roi de Sardaigne et S.M. la Reine d’Hongrie pour régler les différends survenus par rapport à l’execution des Traités des années 1703, 1738, 1743 et 1748, et pour favoriser le commerce des deux États, in Traités publics... cit., III, Turin 1836, pp. 92-128, e in specie p.112). 30 L’art. XI dell’accordo prevedeva che «Tous les titres, terriers et documens concernant les choses respecti-
12
Elisa Mongiano
ne delle frontiere portano all’assestamento di precedenti obblighi di trasferimento degli archivi ed anche alla nomina di commissioni di esperti per l’individuazione degli atti da consegnare. È il caso del Trattato concluso tra Francia e Regno di Sardegna nel marzo 176031, nel quale si stipula che «les titres et documens» relativi a «cessions et échanges portés par ce Réglement des limites» dovranno essere integrati con quelli «des pays échangés par les Traités d’Utrecht, de Lion et autres précédens», risalendo dunque all’indietro nel tempo almeno sino agli inizi del XVII secolo32. Gli accordi del 1760 prevedono poi che «l’on nommera de part et d’autre des personnes instruites pour venir reconnoître dans les Archives respectives, les titres et documens des pays échangés par ce Traité et par les précédens»33. Con il XIX secolo, per un verso il destino degli archivi si trova talora collegato a quello dei beni artistici e librari, come in occasione delle restituzioni, in epoca di Restaurazione, dei beni trasferiti in età napoleonica34 o come, nel 1866, nel caso di retrocessione all’Italia da parte dell’Austria di quelli appartenuti alla Repubblica di Venezia35. Ma per altro verso le clausole che riguardano i trasferimenti documenvement cédées seront remis de bonne foi le plutôt que faire se pourra, de même que ceux qui peuvent intéresser les sujets du Roi» (Traité de limites entre S.M. le Roi de Sardaigne Charles Emanuel III, et la République de Genève, ibid., III, pp. 150-156, ed in specie pp. 153-154). 31 Traité de limites entre S.M. le Roi de Sardaigne et Sa Majesté Très- Chrétienne, ibid., III, pp. 166-180. 32 «Les tires et documens qui peuvent regarder ces mêmes cessions [portées par ce Règlement de limites], seront remis de part et d’autre de bonne foi dans le terme de six mois, et l’on en fera de même par rapport à ceux des pays échangés par les Traités d’Utrecht, de Lion et autres précédens» (ibid., p. 173, art. XVI). 33 Le Verbal de limites entre les États de S.M. le Roi de Sardaigne, et ceux de S.M. le Roi de France, sottoscritto a Torino il 29 maggio 1760 (Traités publics... cit., III, pp.180-195), stabiliva infatti che «l’on nommera de part et d’autre des personnes instruites pour venir reconnoître et recevoir dans les Archives respectives, les titres et documens des pays échangés par ce Traité et par les précédens » e disponeva inoltre che «les cadastres ou parcellaires des communautés échangées seront remis de part et d’autre le plutôt que possible pour la perceptions des tributs » (ibid., p. 190). 34 In particolare il Traité de paix entre la France et les Puissances alliées, siglato a Parigi il 30 maggio1814, dichiarava, all’art. XXXI, che «Les archives, cartes, plans et documens quelconques appartenans aux pays cédès, ou concernant leurs administration, seront fidèlement rendus en même tems que les pays, ou, si cela était impossible, dans le dèlai qui ne pourra être de plus de six mois après la remise des pays mêmes. Cette stipulation est applicable aux archives, cartes et planches qui pourraient avoir été enlevées dans les pays momentanément occupés par les differentes armées» (Traités publics... cit., IV, Turin 1836, p. 18). In merito alla restituzione delle opere d’arte, si rinvia a quanto rilevato da A. Jakubowski, State Succession... cit., pp. 37-43. 35 L’art. 18 del Trattato concluso a Vienna il 3 ottobre 1866 tra Austria e Italia disponeva che «Les archives des territoires cédés contenant les titres de proprieté, les documents administratifs et de justice civile, ainsi que les documents politiques et historiques de l’ancienne République de Venise, seront remis dans leur intégrité aux commissaires qui seront désignés à cet effet, auxquels seront également consignés les objets d’art et de science spécialement affectés au territoire cédé. Réciproquement, les titres de proprieté, documents administratifs et de justice civile concernant les territoires autrichiens, qui peuvent se trouver dans les archives du territoire cédé, seront remis dans leur intégrité aux commissaires de Sa Majesté Impériale et Royale Apostolique. Les Gouvernements d’Italie et d’Autriche s’engagent à se communiquer réciproquement, sur la demande des Autorités administratives supérieures, tous les documents et informations relatifs aux affaires concernat à la fois le territoire cédé et les pays contigus. Ils s’egagent aussi à laisser prendre copie authentique des documents historiques et politiques qui peuvent intéresser les territoires restés respectivement en possession de l’autre Puissance contractante, et
Diritto e prassi
Carta del contado di Nizza contenente le terre acquisite e cedute alla Francia, levata negli anni 1762-1763 in applicazione del Trattato sul regolamento dei confini del 24 marzo 1760. ASTo, Corte, Carte topografiche per A e B, Nizza, n. 1, foglio 1
L’articolo XVI del Trattato sul regolamento dei confini stipulato tra Francia e Regno di Sardegna nel 1760 richiama i precedenti Trattati di Lione e di Utrecht in merito alla consegna degli archivi dei territori scambiati. ASTo, Corte, Trattati diversi, mazzo 32, n. 1
13
14
Elisa Mongiano
tari si fanno più precise, alle carte di immediato interesse pubblico si aggiungono quelle inerenti alla tutela dei privati; si pongono talvolta dei limiti, quale quello dell’esclusione degli archivi dinastici dalla cessione; si prevedono nuovi strumenti per l’integrazione almeno virtuale delle serie. Ne offre un chiaro esempio proprio l’art. X della Convenzione stipulata, il 23 agosto 1860, dal Regno di Sardegna con l’Impero francese in esecuzione del trattato di alleanza che, in connessione con la seconda guerra d’indipendenza italiana, aveva previsto la cessione di Nizza e della Savoia36 . Tre appaiono i punti fondamentali: gli atti che il Governo sardo era tenuto a consegnare, ossia «les archives contenant les titres de propriété, les documents administratifs, religieux et de justice civile, relatifs à la Savoie et à l’Arrondissement de Nice»; i documenti che il Governo francese si impegnava a sua volta a restituire, e segnatamente «les titres et documents relatifs à la famille Royale de Sardaigne qui pourront se trouver dans les Provinces cédées à la France»; l’impegno reciproco allo scambio di informazioni e di copie in rapporto agli atti non consegnati37. Nonostante il loro dettaglio, dunque tali clausole, come quelle contenute in successivi trattati conclusi tra Otto e Novecento, avrebbero manifestato i loro limiti in sede di attuazione pratica. È quanto, tra l’altro, si ricava dalle trattative riguardanti la destinazione degli archivi austro-ungarici38 e quelle derivanti dal Trattato del 194739. qui, dans l’intérêt de la science, ne pourront être séparés des archives auxquels ils appartiennent». Per il testo del Trattato, si rinvia all’esemplare allegato al progetto di legge, portante la ratifica del medesimo, presentato alla Camera dei Deputati nel dicembre 1866 e discusso nel gennaio-febbraio 1867, consultabile all’indirizzo https:// archivio.camera.it/resources/are01/pdf/CD1100037746.pdf. La relazione ministeriale al progetto, tra l’altro, non mancava di rilevare che l’articolo in questione era stato «argomento di difficili negoziati», stante l’iniziale volontà del Governo austriaco di escludere dal trasferimento «i documenti relativi alla dominazione veneta sull’Istria, Dalmazia, Illiria, ecc.» (Progetto di legge presentato dal ministro degli Affari Esteri (Visconti-Venosta) nella tornata del 22 dicembre 1866, p. 6). 36 Convention entre la Sardaigne et la France ayant pour objet de résoudre les diverses questions aux quelles a donné lieu la réunion de la Savoie et de l’arrondissement de Nice à la France, et de fixer la part contributive de ces Provinces dans la dette publique du Piémont, in Traité publics... cit., Turin 1861, p. 808. 37 «Les deux États s’engagent mutuellement à échanger des renseignements, des copies ou des calques sur la demande des Autorités supérieures de l’un ou de l’autre Pays, pour tous les documents relatifs à des affaires concernant à la fois le Royaume de Sardaigne et les territoires annexés à l’Empire» (ibidem). 38 In proposito, si rinvia al contributo di R. Pittella, Storia, memoria e identità nazionale. Gli archivi restituiti all’Italia dall’Austria-Ungheria a termine della Grande Guerra, in questo stesso volume. 39 Paiono costituire in certo modo un preludio ai successivi contrasti le considerazioni critiche espresse a distanza di qualche decennio dalla Convenzione del 1860 nella Introduction all’Inventaire sommaire des Archives départementales antérieures à 1790 ( I, Chambéry, 1887, p. VI) dell’archivista dipartimentale della Savoia, Alexis de Jussieu, secondo il quale il Governo sardo avrebbe fatto «apporter à Turin quelques mois seulement avant la cession de la Savoie à la France en 1860 des quantités considérables de titres historiques dont la restitution a étè vainement réclamée depuis lors». Tali osservazioni sono riprese anche da G. May, La saisie des archives du Département de la Meurthe pendant la guerre de 1870-71, in «Revue générale de droit international public», 1911, p. 15 [dell’estratto]. Sulle complesse trattative in materia di archivi connesse al Trattato di pace del 1947, cfr. specialmente il contributo di D. Bobba, Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia sugli archivi di Nizza e Savoia (1947-1949), in questo stesso volume.
Diritto e prassi
15
Trattato di cessione di Nizza e Savoia alla Francia del 1860, che, in materia di trasferimento di documenti, costituisce l’immediato precedente storico del Trattato del 1947. Nell’immagine, la ratifica francese con il sigillo di Napoleone III imperatore dei Francesi e il verbale dei plenipotenziari per la Francia e per il Regno di Sardegna. ASTo, Corte, Museo storico
16
Elisa Mongiano
Diritto e prassi
17
Ritornando in conclusione alla citazione iniziale, va detto che il giudizio di Jean Monnier si appuntava nello specifico sulla difficoltà di consolidare, in un testo normativo unitario, una materia sino a quel momento regolata su basi consuetudinarie e in larga misura affidata agli accordi degli Stati coinvolti, accordi sui quali inevitabilmente pesavano fattori politici interni ai singoli Stati e valutazioni legate agli equilibri internazionali. Nella prospettiva del diritto internazionale, con il sostanziale fallimento del tentativo di codificazione, la materia continua ad essere affidata agli accordi pattizi e lascia aperte le incognite derivanti dalla loro pratica attuazione. Tuttavia la collaborazione tra Istituti di conservazione e l’ausilio dei nuovi strumenti di riproduzione digitalizzata potrebbero aprire nuovi orizzonti di cooperazione, consentendo di evitare le occasioni di conflitto o, quanto meno, di superare eventuali contrasti.
Nella pagina a fianco: Carta dei confini tra Italia e Francia annessa al Trattato di cessione di Nizza e Savoia del 24 marzo 1860, con la custodia originale in latta. ASTo, Corte, Trattati nazionali ed esteri, mazzo 1
RAFFAELE PITTELLA Archivio di Stato di Roma
Storia, memoria e identità nazionale. Gli archivi restituiti all’Italia dall’Austria-Ungheria a termine della Grande Guerra
1. Memoria e identità nazionale Negli anni della Grande Guerra, via via che il conflitto andava assumendo i tempi e le caratteristiche di una vera e propria guerra totale, negli intellettuali interventisti maturò in forma sempre più evidente il bisogno di rievocare eventi e personaggi della storia italiana, anche quella più remota, utilizzandoli come strumenti di pedagogia politica e come lente attraverso cui interpretare e dare un senso ad un presente che si mostrava carico di sciagure1. Ne derivò una sorta di frenesia celebrativa che si espresse in una convulsa e spesso magmatica reinterpretazione del passato, dove l’antico si confondeva con il moderno, l’oggi si sovrapponeva al passato, la storia sconfinava nella contemporaneità. Come venne infatti affermato nel 1916 da Giovanni Borelli – l’ideatore di quel laboratorio della memoria che nei suoi progetti sarebbe dovuto essere l’Ufficio Storiografico della Mobilitazione – la guerra non rappresentava una questione di esclusivo interesse militare, ma un fenomeno di portata più ampia che investiva la società nella sua complessità e interezza, «che abbraccia e contiene tutta la Storia e la razza della Patria e trascina con sé e dentro di sé le condizioni e le cose vitali del domani per ogni direzione dell’attività umana»2. Nell’immaginario collettivo la guerra veniva infatti percepita come banco 1 Sul rapporto storia-memoria, resta fondamentale J. Le Goff, Storia e memoria, Torino 1982, insieme a L’invenzione della tradizione, a cura di E.J. Hosbawm - T. Renger, Torino 1987 e M. Halbwachs, La memoria collettiva, a cura di P. Jedlowski - T. Grande, Milano 1996. Ma si veda anche N. Gallerano, Le verità della storia. Scritti sull’uso pubblico del passato, Roma 1999. E ancora: L’uso pubblico della storia, a cura di N. Gallerano, Milano 1995, e nello stesso volume, riguardo alla costruzione della memoria delle guerre, P. Dogliani, Guerra e memoria nella società contemporanea, pp. 223-230. Interessanti spunti di riflessione giungono inoltre da G. Santomassimo, Guerra e legittimazione storica, in «Passato e presente», 54 (2001), ristampato in Id., Antifascismo e dintorni, Roma 2004, pp. 152-154. 2 L’Ufficio Storiografico della Mobilitazione fu ideato dall’interventista Giovanni Borelli – giornalista, fondatore del gruppo dei giovani liberali, poi dei nazional-liberali – e venne posto alle dipendenze del Ministero della Guerra-Sottosegretariato Armi e Munizioni nel 1916, allo scopo di raccogliere, a partire dalla mobilitazione industriale, tutte le testimonianze «degli uomini e delle cose, di masse e di particolari» utili a ricordare la grandiosa prova che la nazione stava affrontando con la guerra. Collaborarono all’iniziativa decine di intellettuali mobilitati nell’esercito, da Gioacchino Volpe ad Antonio Anzillotti, da Luigi Einaudi a Robert Michels e Giuseppe Prezzoli-
20
Raffaele Pittella
di prova necessario e indispensabile per una nazione che da adolescente pretendeva di diventare adulta per collocarsi al fianco delle grandi potenze sullo scacchiere internazionale. La guerra quindi come momento di rottura che chiamava a raccolta tutte le forze del paese, comprese le energie degli intellettuali, e come occasione di sviluppo e crescita. Che la mobilitazione militare non fosse infatti solo il riflesso di un gigantesco sforzo industriale ma anche, e forse soprattutto, il risultato di una capillare mobilitazione sociale, politica e morale divenne infatti una convinzione ampiamente diffusa fra gli intellettuali; è ancora Borelli a lasciarcelo intendere, con la sua prosa complessa e ridondante, affermando che il «dato militare» acquista valore e significato solo se posto in relazione con i «coefficienti concomitanti della più vasta realtà dalla quale esso viene, in cui si illumina e si spiega, e alla quale ritorna»: la guerra è infatti un «fenomeno che attinge la Nazione in ogni sua propaggine e la rappresenta in una dinamica nuova di incalcolabili proiezioni e conseguenza nella vita sociale e politica del dopo guerra»3. Per questa via finì per configurarsi come uno dei doveri principali degli intellettuali quello di tramandare la storia non come un sapere esclusivo destinato ad una ristretta cerchia di colti iniziati, ma come materia divulgabile alle masse utilizzando uno stile comunicativo rapido ed efficace che attingeva al gergo colloquiale. La narrazione storica da esposizione di eventi e figure legati fra loro da rapporti di causa-effetto, e quindi cronologicamente ordinati, si trasformava così in celebrazione di gesta intrepide e in commemorazione delle patrie virtù, e lo storico di riflesso diveniva una sorta di evocatore di racconti edificanti che dovevano ammaestrare ed ammonire; il tutto secondo modi e forme funzionali a quel processo di sacralizzazione dell’identità nazionale già avviato all’indomani dell’unificazione del paese4. La storia dunque come simbolo dell’eroismo e monumento al martirologio politico italiano, tanto più se letta e interpretata in funzione della guerra in corso, che altro non era a giudizio di molti se non l’ultima guerra del Risorgimento. Esplicito e dichiarato era infatti l’obiettivo che gli intellettuali interventisti intendevano perseguire: utilizzare la storia come mezzo di mobilitazione, come strumento di rigenerazione nazionale ni. Il brano sopra citato è tratto dalla relazione dal titolo Per la storia della mobilitazione industriale. Per i problemi di domani presentata da Borelli al Ministero della Guerra il 26 agosto 1916, Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Ministero della Guerra, Comando del Corpo dello Stato dell’Esercito, Ufficio Storiografico della Mobilitazione, b. 1. Sulla figura di Borelli e sui risultati conseguiti dall’Ufficio, si veda B. Bracco, Memoria e Identità dell’Italia della Grande Guerra. L’Ufficio Storiografico della Mobilitazione (1916-1926), Milano 2002. 3 Sulla Grande Guerra come crocevia culturale, si veda l’ormai classico La Grande Guerra. Esperienze, memorie, immagini, a cura di D. Leoni, C. Zadra, Bologna 1986. Sull’affermarsi del mito della rigenerazione, si veda E. Gentile, Un’apocalisse di modernità. La grande Guerra e il Mito della Rigenerazione della politica, in «Storia contemporanea», 5 (1995), pp. 733-787. 4 Sui temi e i luoghi della memoria nell’Italia liberale: I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, a cura di M. Isnenghi, Roma-Bari 1998; B. Tobia, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita (1870-1900), Roma-Bari 1998, e inoltre M. Baioni, Identità nazionale e miti del Risorgimento nell’Italia liberale. Problemi e direzioni di ricerca, in «Storia e problemi contemporanei», 11 (1998), pp. 17-40.
Storia, memoria e identità nazionale
21
per la costruzione della nuova Italia. E a tal fine non esitarono a raccordare la memoria del passato a quella del presente, la memoria individuale a quella collettiva, ponendo in dialogo, spesso in maniera assai originale, momenti e personaggi della storia italiana distanti fra loro sia culturalmente sia cronologicamente5. Di questo uso pubblico – e sovente utilitaristico – della storia le molte orazioni tenute da Ugo Ojetti in varie città della penisola, nei mesi immediatamente precedenti e subito successivi alla disfatta di Caporetto, rappresentano una sintesi quanto mai esemplificativa6 . Fra le città allora toccate dall’intellettuale – arruolatosi volontario nel 1915 – figurava anche Firenze, dove su invito del sindaco pronunciò uno dei suoi più infiammati discorsi nell’estate del 1917, coniugando cultura e politica, guerra e memoria, stabilendo nessi e legami tra il passato remoto e l’attualità. Un discorso ricco di metafore, di allusioni e di inusitate analogie, dove la storia veniva utilizzata come sprone per incoraggiare alla guerra ad oltranza, come strumento per rammentare agli italiani le virtù della razza latina, come argomento accattivante per convincere e autoconvincersi di una vittoria celere e sicura; la storia dunque come deterrente nei confronti della crisi dell’identità nazionale generata da un conflitto che sembrava proprio in quei mesi trascinare il paese nella tragedia più assoluta. Attraverso la sua penna Ojetti non intendeva infatti dialogare solo con la classe degli intellettuali, ma interagire con una platea di più vaste dimensioni, con l’Italia delle istituzioni e l’Italia del dissenso sociale, con l’Italia degli uomini e l’Italia delle donne, con l’Italia in grigioverde e con l’Italia della società civile. Anche la scelta dei luoghi in cui pronunciare i suoi discorsi non era casuale, ma rispondente ad una precisa liturgia patriottica e nazionalista. Il caso di Firenze è in questo senso illuminante. Ojetti si rivolse infatti al «popolo» della città chiamandolo a raccolta nella maestosa cornice della Sala dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, spazio sacro della nazione a partire dal 1866, quando proprio lì Bettino Ricasoli aveva annunciato al Parlamento nazionale la ripresa delle armi contro l’antico nemico, l’Austia-Ungheria. Sono appunto queste le parole di Ojetti: 5 Per quanto riguarda il ruolo svolto dagli intellettuali e dagli storici in particolare, si veda Gli intellettuali e la Grande Guerra, a cura di V. Calì, G. Coni, G. Ferrandi, Bologna 2000. Sull’opera di propaganda politica realizzata dalla scuola, resta fondamentale Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani, G. Turi, 2 voll., Bologna 1993. 6 Ojetti, entrato a far parte dell’esercito come volontario, fu subito incaricato nel maggio del 1915 della tutela dei monumenti e degli oggetti d’arte e di storia presenti nei territori direttamente interessati dalla guerra. Ebbe come base Udine dove, per conto del Comando Supremo, si occupò anche dell’ufficio stampa. I testi delle conferenze tenute in quel torno di anni furono tutti stampati dall’editore Treves di Milano con i seguenti titoli: L’Italia e la civiltà tedesca, 1915; I monumenti italiani e la guerra, 1917; Il Martirio dei monumenti, 1918. Con la conclusione del conflitto, dette alle stampe nell’anno 1919 ben tre volumetti dove le questioni artistiche risultano legate e sovrapposte alle problematiche inerenti alle terre irredente. Questi i loro titoli: Monumenti danneggiati e opere d’arte asportate dal nemico. Difesa dei monumenti e delle opere d’arte contro i pericoli della guerra; Roma e le provincie liberate; Il patto di Roma (con Giovanni Amendola, Giuseppe Antonio Borghese, Andrea Torre). Su Ojetti, si veda Dizionario biografico degli italiani, Roma 2013, vol. 79, ad vocem.
22
Raffaele Pittella
In questo palazzo posto nel cuore di Firenze, a guardia della vostra libertà comunale, in questa sala dove cinquantuno anni fa fu proclamata contro lo stesso nemico la guerra che oggi noi continuiamo e concluderemo, ripetiamo, cittadini, a noi stessi e al nemico la promessa virile di resistere non solo per difendere la libertà nazionale, non solo per raggiungere finalmente la libertà di tutti gli italiani che il dominio straniero strazia ancora e contamina, ma anche in faccia ai barbari la civiltà che i nostri morti hanno fissata nella loro arte serena, la civiltà umanissima che per misura s’era scelto l’uomo, non l’infinito e l’assurdo7.
L’idea di fondo che si scorge nella riflessione condotta da Ojetti è dunque tutta incentrata sulla convinzione che la Grande Guerra rappresenti la tessera mancante del mosaico risorgimentale; un evento portatore di sacrifici e lutti, ma da intendersi come una sorta di passaggio obbligato in vista del completamento dell’unità nazionale dopo tre guerre d’indipendenza che si erano rilevate incapaci di conseguire i risultati sperati. Il Risorgimento di cui parlava Ojetti non terminava infatti nel 1861, ma si configurava come un’epoca di durata plurisecolare che affondava le sue radici nell’Italia delle libertà comunali e nei principi della cultura umanistico-rinascimentale; un Risorgimento che sconfinava nella contemporaneità, che travalicava il Novecento e che glorificava e attribuiva un fine al sacrificio compiuto dalle masse mobilitate mandate a combattere nelle trincee del Carso, dell’Isonzo e sulle Alpi8 . Ojetti non rappresentava una voce isolata. La sua visione della storia e l’uso che ne fece si inscrivevano in una prospettiva di più ampia portata, condiviso da gran parte della cultura politica interventista. Un contesto indubbiamente più moderno e articolato, se confrontato con i temi, i personaggi e gli argomenti che avevano caratterizzato le feste civili, la monumentalistica e le celebrazioni patriottiche dei primi cinquant’anni del Regno. Con il 1914 si affermò infatti una tendenza nuova e per molti versi originale nelle liturgie legate alla sacralizzazione della nazione: la guerra sembrò infatti promuovere l’uso di memorie e rievocazioni che spaziavano nel tempo come mai era accaduto prima; quasi come se il conflitto avesse determinato una sorta di mobilitazione totale persino nei confronti della storia. Per affermare l’unicità dell’ora presente e per rimarcare come proprio da 7
U. Ojetti, Il martirio dei Monumenti, Milano 1918, pp. 52-53. Da una prospettiva diametralmente opposta a quella di Ojetti, sul legame Rinascimento-Risorgimento tornerà ad insistere anche Benedetto Croce in coincidenza dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, pubblicando nel 1939 nella rivista «La Critica» il saggio La crisi italiana del Cinquecento e il legame del Rinascimento con il Risorgimento. Rinnegando il valore della guerra e confermando la sua fede nella ragione e nella pacifica collaborazione fra gli uomini, anche Croce guarderà al Rinascimento e al Risorgimento sulla spinta degli interrogativi e delle problematiche che gli giungevano dal presente. La guerra in corso lo stimolava infatti a soffermarsi sui due momenti della storia d’Italia in cui le virtù e i vizi dell’ingegno avevano avuto maggior peso che non la forza della violenza e dei combattimenti: la crisi cinquecentesca, che aveva tolto all’Italia il primato rinascimentale sull’Europa, e l’ottocentesco Risorgimento, che aveva reintrodotto con parità di diritti l’Italia nella moderna Europa. Su questo tema, si veda il saggio di C. Dionisotti, Rinascimento e Risorgimento: la questione morale, in Il Rinascimento nell’Ottocento in Italia e Germania, a cura di A. Buck, C. Vasoli, Bologna 1988, pp. 157-169. 8
Storia, memoria e identità nazionale
23
essa dipendessero i nuovi destini della nazione furono infatti rispolverati momenti e personaggi appartenenti alle più svariate epoche, stabilendo rassicuranti analogie tra il presente e il passato9. Per giustificare una guerra che appariva agli occhi di tutti terribile e sconvolgente, gli intellettuali non esitarono infatti ad attingere ad una pluralità di serbatoi, dalla storia sociale alla storia militare, dalla storia culturale alla storia politica, dalla storia delle collettività alla storia delle grandi personalità, dilatando così lo spettro dei contenuti oggetto di rievocazione. Ma non solo. La straordinaria portata del conflitto finì inevitabilmente anche per estendere il campo delle rievocazioni a modi e forme sino ad allora poco utilizzate: non solo i monumenti o la celebrazione delle date-simbolo, non solo i cortei patriottici o l’intitolazione di strade e piazze, ma anche i riti del lutto, l’esposizione dei documenti storici, la creazione di musei tematici, le mostre10. È lo stesso Ojetti a confermarci il consolidarsi di questo nuovo indirizzo nel corso della sua orazione fiorentina affermando che sarebbe un grave «errore» pensare che sia «uno svago da oziosi e un diletto da eruditi» occuparsi di arte e di storia quando le «carni di centinaja di migliaia d’uomini fratelli nostri sanguino e spasimano»; un errore che «deriva prima di tutto dall’aver per troppi anni separato» l’arte e la storia dalla vita senza considerarle «un bene e un bisogno di tutti, una continua e viva funzione sociale, un’espressione sincera del nostro carattere nazionale, un documento solenne e inconfutabile» della nostra civiltà. Ed aggiunge, rivolgendosi agli italiani tutti in uno slancio di enfasi e di retorica: Le saccate dietro le quali avete difese perfino le porte del vostro Battistero e le statue del vostro Orsanmichele che, state tranquilli, nessuna ira nemica riuscirà mai a colpire, non sono tanto spesse ed ermetiche quanto quelle trincee e quelli sbarramenti di carte erudite con le quali esse erano ormai state escluse dal nostro godimento quotidiano, dalla nostra semplice ammirazione, dal nostro lieto orgoglio di italiani legati quasi da un’intima familiarità a quelle sacre bellezze, sangue del nostro sangue, pietre dei nostri monti, volti della nostra razza, sorrisi della nostra fede11. 9 Su questi temi, si veda U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Torino 1992, insieme a M. Isnenghi, La Grande Guerra, in I Luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, a cura di M. Isnenghi, Roma-Bari 1997, pp. 273-309 e B. Bracco, Memoria e identità… cit., pp. 7-18. Sulla sacralizzazione della politica più in generale: E. Gentile, Le religioni della politica fra democrazia e totalitarismi, Roma-Bari 2001; Id. Il culto del littorio, Roma-Bari 1998. 10 Sui riti del lutto: B. Tobia, L’Altare della patria, Bologna 2011 e V. Labita, Il Milite ignoto. Dalle trincee all’Altare della patria, in Gli occhi di Alessandro. Potere sovrano e sacralità del corpo da Alessandro Magno a Ceaucescu, a cura di S. Bertelli - C. Grottanelli, Firenze 1990, pp. 120-153. Sull’allestimento di mostre e musei: M. Baioni, La religione della patria. Musei e istituti del culto risorgimentale (1884-1918), Quinto di Treviso 1994, Id., Per una storia dei musei del Risorgimento, in «Bollettino del Museo del Risorgimento» 42 (1997), pp. 7-29, U. Levra, Fare gli italiani… cit. Per un quadro generale delle celebrazioni sulla Grande Guerra, si veda Commemomare la Grande Guerra. Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, a cura di N. Labanca, numero monografico di «Forum per i problemi della pace e della guerra», 2011. 11 U. Ojetti, Il martirio... cit., pp. 2-3.
24
Raffaele Pittella
L’arte e la storia intesi dunque come strumento di educazione nazionale che agisce sul presente, modellandolo, indirizzandolo, spronando ed esortando alla virtù e all’amor di patria; l’arte e la storia come argomenti centrali della propaganda contro il nemico, vittime e ostaggio a loro volta dello sterile nozionismo tedesco, di quella fredda cultura positivistica ormai pervasiva negli studi e nell’accademia italiana. Se il nuovo imperativo era quello di «combattere, resistere, vincere», necessario ed urgente diveniva allora l’intervento degli intellettuali per affrancare la civiltà italiana dalla sudditanza alla cultura tedesca, da quella sorta di strapotere teutonico dilagante «dopo il 1870 nelle nostre scuole»12. Era agli intellettuali che toccava infatti disseppellire dall’erudizione le «nostre statue», le «nostre pitture», i «nostri monumenti», i «nostri archivi», le «nostre biblioteche»; quegli «oggetti» d’arte e di storia su cui ora si stava accanendo la forza distruttrice di «questi nostri nemici occhialuti e maligni». Il fuoco avversario era infatti ben consapevole di come l’esercito italiano «ad ogni passo che fa nell’aspra via della vittoria» penetrando nelle terre irredente ritrovi «nelle forme dei monumenti, nelle pergamene degli archivi, nei nomi delle antiche tombe i segni delle sue glorie e le prove del suo diritto». Con la discesa in campo degli intellettuali, e grazie alla loro azione pedagogica, anche l’ultimo fante contadino avrebbe infatti appreso che «l’arte romana, l’arte veneziana, l’arte lombarda, di secolo in secolo, hanno illuminato tutte le valli del Trentino e i colli e le pianure del Friuli e la laguna: da Cimego ad Aquileia a Grado». Quando la guerra infuria cosa rappresentano per la società e nella società «l’estetica, la critica, la cronologia, le attribuzioni, le monografie, gli influssi, le derivazioni e i confronti?», si interroga Ojetti; sono forse solo «carte, parole, cenere e polvere e fumo e niente?». E prosegue: gran tesoro certo la dottrina – scrive Ojetti con parole cariche d’ironia – tutta la dottrina, anche quella minuta, microscopica e quasi stizzosa che s’esercitava sui cartellini inchiodati ai piedi dei dipinti o chiusa negli archivii che quasi dimenticava d’andar a guardare i dipinti stessi e, se li guardava, più non li vedeva. Essa ci ha dato una storia abbastanza solida dell’arte nostra, o meglio elenchi, dizionarii, notiziarii, repertori utili e precisi che usurpavano il nome di storia, perché la storia vera e piena è fatta di dottrina e d’arte e deve rappresentarci con passione, accanto al fatto politico, militare, economico, artistico, anche la vita e l’anima del genio dell’eroe, del popolo o della classe che hanno in quel tempo potuto, dovuto, voluto, saputo creare quel fatto13. 12 Nel paragrafo intitolato Il male tedesco nelle scuole italiane, contenuto nel volumetto dal titolo L’Italia e la civiltà tedesca, stampato da Treves a Milano nel 1915 – opera che rappresenta il primo dei molti discorsi antitedeschi tenuti da Ojetti negli anni della Grande Guerra – così scrive: «il primo effetto del metodo tedesco nelle scuole è stato di togliere alle lettere e alla scuola classica ogni possibilità d’informare tutta la cultura anche tecnica dello studente, ogni possibilità di creare l’uomo. L’erudizione e la scienza sono state sostituite all’umanità (era questo il nome delle stesse scuole italiane) e hanno ridotto tutto, la stessa storia politica, la stessa storia delle lettere e delle arti, a un cumulo di materiali ottimi spesso e solidi ma privi di architettura», p. 24. 13 Ibid., pp. 3-4.
Storia, memoria e identità nazionale
25
Dunque, sebbene fosse ancora lontano il successo di Vittorio Veneto e distante fosse pure la firma dell’Armistizio di Villa Giusti, per Ojetti la disfatta del nemico poteva dirsi cosa ormai certa, ferma restante l’onda di crisi che aveva investito la nazione dopo Caporetto. Non poteva del resto essere altrimenti visto che la vittoria italiana era iscritta nella storia della penisola, nella nobiltà delle sue antiche civiltà, nella grandiosità della sua cultura. Convinto quindi che dal passato si potesse trarre la predizione degli accadimenti futuri, l’intellettuale non dimenticava di precisare come al fianco della guerra di trincea si fosse aperto un nuovo capitolo di scontri. Una sorta di guerra nella guerra, combattuta non per fini territoriali, ma a difesa della civiltà italiana contro cui si erano sempre accaniti i popoli tedeschi, soffocandola sotto il peso di studi pedanteschi e sterili, prima, colpendola con la ferocia delle armi da fuoco, ora. Così infatti scrive: bisogna aver veduto, nei primi mesi della nostra guerra, i soldati italiani entrare nella basilica o nel museo di Aquileja, riconoscere stupefatti in quei mosaici, colonne e bronzi, in quei vetri Roma, Napoli, Pompei, Venezia per sapere quanto possa l’arte nella storia e nell’energia di un popolo. Era il documento del diritto di quei soldati ad essere là, armati e vittoriosi; e la fede dei più incolti era la più commovente perché non si perdeva in raffronti minuti ma sorrideva sicura come chi in terra lontana ricorda all’improvviso la propria favella e il proprio dialetto14.
Anche gli intellettuali non potevano dunque esimersi dallo scendere in battaglia. Era loro dovere calarsi nelle piazze, confondersi fra la gente, parlare direttamente al cuore del paese, rifuggendo il chiuso delle accademie e l’aria stantia dei cenacoli intellettuali. Si sarebbe trattato naturalmente di una guerra atipica, diversa per mezzi e modalità di svolgimento da quella in corso; una guerra non scandita dal fuoco delle baionette o dal fragore delle granate, ma dalla forza dirompente della parola: di quella urlata negli slogan dei cortei, ascoltata nelle canzoni popolari, impressa sulle titolazioni dei monumenti o letta nelle epigrafi celebrative15. Una guerra quindi condotta con la penna e l’inchiostro, dove schierati su opposti fronti, barricati tra antiche scritture, magnifici dipinti e nobili architetture avrebbero trovato posto eserciti di nuova formazione, non più composti da militari ma da storici, storici dell’arte, archivisti e bibliotecari, pronti a rivendicare con l’arma della memoria il primato culturale italiano. Anche l’arte e la storia costituivano per Ojetti uno strumento di guerra di cui l’Italia poteva e doveva avvalersi in ambito internazionale, un mezzo attraverso cui offendere e difendersi, per affermare e presidiare «quello stile singolarmente italiano … fatto non di volontà, ma d’istinto … fatale e corrente e visibile dovunque, nella moneta come nel palazzo, nella chiesa di Dio come nel boccale del bevitore, nel monumento dell’eroe come nell’anello della sposa». 14 15
Ibid., pp. 43-44. Sul peso attribuito alla parola parlata e scritta, si veda F. Minniti, Piave, Bologna 2000.
26
Raffaele Pittella
Dunque, alla magnificenza della tradizione italiana che si esprimeva sia nella grande produzione artistica sia nelle testimonianze meno nobili della cultura materiale, alla dolcezza delle forme plastiche tipicamente latine, alla loro intrinseca grazia, all’Italia culla d’arte, patria di Raffaello, di Michelangelo e di Leonardo, si opponeva il mondo incivile e rozzo dei tedeschi di Germania e d’Austria, definiti ora «briganti invasati» ora «nemici occhialuti e cattivi» ora «barbari figli di Attila e Genserico». La loro rabbia contro la storia dei popoli latini durava da secoli, ci dice Ojetti; un’ira «irriducibile, fatta d’invidia e di viltà: invidia di quello che essi, i nostri nemici, non hanno e non potranno mai avere, e che è il segno dovunque e sempre riconoscibile della nostra nobiltà, così che ferir l’Italia nei suoi monumenti e nella sua bellezza dà a costoro quasi l’illusione di colpirla al volto». Sono appunto queste le sue parole: la presunzione, il sussiego, la boria professorale, l’arcano linguaggio dei dotti della ‘specialità’, quasi tutti trionfalmente tedeschi o tedeschi tronfii, s’imponevano ormai con tanto fastidio che il pubblico, anzi il popolo, per cui l’arte è fatta e che l’arte doveva innalzare, consolare, esortare, glorificare, se n’era distaccato e straniato, specie in Italia, con un addio tanto rassegnato che tutti ormai potevano veder i danni di questo distacco.
Ed aggiunge, a proposito dei «tesori» trasferiti dagli austriaci a Vienna in occasione della guerra, e puntando il dito verso gli intellettuali italiani succubi della filologia tedesca: Via quadri, statue, bronzi, via musei, tutt’in fila col passo di parata, col ‘passo dell’oca’ … sotto un numero progressivo da ergastolani, perché il signor professor tedesco … se li potesse studiare seduto … quando i suoi emissari non erano riusciti a rapirci pei suoi musei nebbiosi e lontani, contro la legge e contro il decoro, le effigie dei nostri santi e delle nostre madonne, che erano i ritratti dei nostri uomini e delle nostre donne. E noi Zitti, rassegnati ormai a non ammirare più un quadro …. se non avevamo letto tutto quello che almeno i tedeschi vi avevano scritto sopra. Zitti e rassegnati a misurare la bellezza delle nostre opere d’arte dai due o tre asterischi dell’ottimo signor Baedeker di Lipsia16 .
Ma per Ojetti i tedeschi non si erano limitati a compiere solo questi misfatti. Essi con grande viltà si erano spinti anche oltre, colpendo a cannonate «questa nostra singolare bellezza, che non si può difendere, e percuoterla e ferirla è come percuotere davanti alla madre il suo bambino». Significativo è a tal proposito il racconto che egli fa dell’arrivo delle armate tedesche in Francia, a Reims, nel settembre del 1914; un racconto accorato, attento a sottolineare come il legame fra l’Italia e la Francia, nazioni ora alleate, fosse innanzitutto culturale prim’ancora che 16
Ibid., pp. 7-8.
Storia, memoria e identità nazionale
27
politico e diplomatico; un racconto dove l’arte e la storia sono declinate in senso nazionalistico e dove il filo della narrazione corre lungo il margine sottile dello scontro tra due mondi opposti, fra la tradizione latina, incarnata dall’Italia e dalla Francia, e la tradizione tedesca, l’Austria e la Germania, tra un mondo colto e raffinato ed uno conservatosi incivile ed istintivo. Così scrive a dispetto di un’alleanza che si mostrò spesso vacillante e che vide nella realtà dei fatti l’Italia restare sempre ai margini dell’Intesa e l’Inghilterra e la Francia svolgere spesso nei confronti di essa una vera e propria azione di forza, come nel 1915, quando le imposero di scendere in campo contro l’Impero ottomano, o nel 1916, quando le intimarono di combattere contro il Reich tedesco: L’anima di Reims – annota Ojetti – è tutta, lo sapete, nella sua cattedrale, che è il sacello della storia di Francia perché là Giovanna d’Arco s’è inginocchiata, perché là da Luigi ottavo in poi sono stati incoronati tutti i re della Francia, perché l’arte francese, architettura, scultura, vetrate dipinte, ha lì il suo modello singolare perfetto e venerato. Il 18 settembre comincia il bombardamento della cattedrale. Gli edifici in un raggio di cinquecento metri intorno alla chiesa sono schiantati, abbattuti, frantumati. La cattedrale resiste. Non ha più vetri, non ha più statue, ma agli occhi del nemico che spia dalle colline (…) la mole di quello scheletro ha ancora il profilo superbo della cattedrale com’era prima, intatta e miracolosa17.
Ed aggiunge: andai a Reims nel marzo del 1915. Vidi la cattedrale agonizzante, con quelle sue due torri levate al cielo come le braccia di un genuflesso (…) vidi sui pinnacoli, sui portali, sotto i baldacchini le cento e cento statue schiantate dalle esplosioni, decapitate dalle schegge, consunte dall’incendio (…) classiche e nobili, quasi romane o pisane (…) e parevano fra tanta rovina affermare ancora, sotto la mitraglia degli immutabili barbari, con divina serenità la parentela di quel cuor di Francia col cuore di Roma.
Non era dunque un caso se lungo tutto il Risorgimento l’esercito austriaco aveva più volte inferto colpi micidiali alla storia italiana, spogliando chiese, archivi, biblioteche e palazzi dei tesori che vi si custodivano, distruggendo memorie e testimonianze di un passato glorioso. Dietro queste azioni si celava un preciso progetto politico: indebolire lo spirito nazionale e minare dalle fondamenta l’identità politico-culturale del paese. Il 1848, il 1859, il 1866 e il 1915 rappresentavano le date più significative non solo in riferimento al processo di unificazione nazionale, ma anche rispetto a quella sorta di martirologio del patrimonio artistico e storico italiano redatto da Ojetti nel 1917. È lui stesso a ricordare come il 10 giugno del 1848 verso il tramonto gli austriaci, conquistato il santuario di Monte Berico, pres17
Ibid., pp. 9-10.
28
Raffaele Pittella
so Vicenza, per puro ludibrio avessero saccheggiato l’annesso convento e, penetrati nel refettorio, avessero squarciato a colpi di baionette la gran tela di Paolo Veronese che raffigurava la cena di San Gregorio Magno, riducendola a brandelli. Ma non andava dimenticato neanche che, nel giugno del 1849, Venezia era stata bombardata per 24 giorni, provocando danni notevoli al dipinto di Palma il Vecchio custodito nella chiesa di Santa Maria del Carmine, al ponte di Rialto, alle pergamene dell’Archivio di Stato e al tetto del teatro La Fenice. Né bisognava scordarsi che alle 5 del mattino del 24 maggio 1915 due idrovolanti tedeschi erano apparsi sul cielo della città lagunare lanciando 4 bombe, una delle quali cadde a 100 metri dal palazzo ducale. Sono queste infatti le parole utilizzate da Ojetti allo scopo di impressionare l’uditorio, suggestionandolo, alimentando in esso l’odio contro l’avversario e la convinzione della sua natura corrotta: la mattina all’alba il padre Ferdinando Mantovani entrando lì [nel santuario di Monteberico] (…) vide i soldati croati calpestare i brandelli del dipinto [di Paolo Veronese]. Li tolse di sotto ai piedi di quei forsennati … erano cinque o sei pezzi. Vi tornò nel pomeriggio per porli al sicuro: lo scempio era continuato, a freddo: i pezzi erano trentadue. Quando il generale [austriaco] Culoz lo seppe, obbligò il padre (…) ormai prigioniero di guerra a firmare una dichiarazione che il dipinto (…) era stato ridotto in quelle condizioni dai soldati italiani durante la difesa del convento18 .
2. La Missione Segre e la Commissione Artistica Se questo era dunque lo scenario che faceva da sfondo agli sviluppi della cultura politica italiana negli anni della Grande Guerra, rientra nell’ordinarietà di quel momento l’ostinazione e la determinatezza con cui operarono in materia di risarcimenti storico-artistici i membri della Missione Militare Italiana a Vienna, guidata dal generale Segre, giunta nell’ex capitale asburgica il 28 dicembre del 1918 per ottenere dal neonato governo d’Oltralpe il rispetto delle clausole dell’armistizio di Villa Giusti19. 18
Ibid., pp. 20-21. Roberto Segre, di religione ebraica, proveniente da una famiglia di militari, già distintosi nella guerra di Libia, venne promosso per meriti sul campo brigadiere generale a conclusione della Grande Guerra. Fu a capo della missione militare che operò a Vienna, in Slovenia, in Cecoslovacchia, in Polonia e in Ungheria dal dicembre 1918 al gennaio 1920; fino a quando cioè non venne improvvisamente rimosso dall’incarico per decisione del ministro della Guerra. Sull’attività politico-diplomatica e militare svolta da Segre e dai suoi sottoposti nell’Europa centro-orientale si conserva una fitta relazione spedita da lui stesso al Comando Supremo dell’Esercito a Padova il 4 novembre del 1919, data fortemente simbolica poiché coincidente con il primo anniversario della vittoria sull’Austria-Ungheria e con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, che lo stesso Segre era stato chiamato a far rispettare: Archivio Stato Maggiore dell’Esercito (d’ora in poi AUSSME), fondo E 11, b. 1, fasc. 1, Missione d’armistizio. Relazione sull’attività della missione (dicembre 1918-ottobre 1919). Il documento venne pubblicato, 19
Storia, memoria e identità nazionale
29
L’originario obiettivo della Missione era quello di sovrintendere alla smobilitazione dell’esercito austro-ungarico e alla consegna dei suoi armamenti e della sua flotta alle potenze vincitrici alleate20. Che essa tuttavia, nell’anno e mezzo in cui operò, avesse finito per estendere il suo raggio d’azione ben oltre le questioni militari rappresenta un dato ormai ampiamente acquisito dalla recente storiografia21. Un dato di facile intuizione se solo si pensa come non fosse un’ambizione peregrina per l’Italia (ormai vittoriosa) quella di estendere i propri confini più a nord e più a est rispetto a quelli fissati a conclusione del conflitto, così da conquistare territori e posizioni di potere sull’altra sponda dell’Adriatico. La Missione si trasformò infatti in una sorta di finestra aperta dal governo italiano sull’area danubiana; divenne cioè punto d’osservazione per monitorare lo sviluppo nella nuova Europa centro-orientale dei movimenti bolscevico e monarchico, per controllare le scelte compiute dalle autorità austriache e per tenere sott’occhio gli Stati sorti a seguito del crollo dell’Impero asburgico. Noto alla storiografia è inoltre anche l’atteggiamento assunto dall’Italia nei confronti dell’Austria postbellica. Trasformatosi in profondità il contesto politico, essa perse agli occhi dei vincitori ogni relazione con la precedente monarchia – la grande potenza europea e internazionale nemico storico degli italiani – e venne di fatto riconosciuta come un paese nuovo, anch’esso paradossalmente liberato dall’oppressione asburgica. Un paese con cui necessariamente bisognava fare i conti se tra le finalità della politica estera italiana c’era anche quella di aprirsi un varco verso l’est europeo. Agli occhi dello stesso Segre, l’Austria del 1919 si mostrava infatti assai diversa da quella di epoca imperiale. Altro non era che una porzione residuale dell’antico grande Stato, una realtà macrocefala, con una capitale che contava 1.800.000 abitanti su un totale nazionale che era passato nel volgere di poco dai 52.000.000 della fase asburgica ai soli 6.110.000 della neonata Austria tedesca. Un paese solcato da tensioni rivoluzionarie, che mostrava di non avere la forza e la coesione necessarie per esistere in quanto Stato, una nazione sofferente per la brusca interruzione delle forniture di grano provenienti dall’Ungheria e per la mancanza del carbone importato dalla Boemia. Così scrive Segre tornando con la memoria al suo soggiorno viennese: con aggiunte e integrazioni ed espungendo i brani più compromettenti sotto il profilo politico, dallo stesso Segre nel 1928 per i tipi di Zanichelli con il titolo La missione militare italiana per l’armistizio. 20 Per il testo dell’armistizio e le clausole militari, si veda A. Giannini, Trattati e accordi per l’Europa danubiana e balcanica, Roma 1936, pp. 7-28. Sui rapporti stabiliti dal Regno d’Italia con la nuova Austria, si veda H. Hass, Le relazioni italo-austriache dall’armistizio di Villa Giusti al trattato di Saint Germain, in «Storia e politica», 3 (1973), numero monografico, Atti del 1° Convegno storico italo-austriaco, Innsbruck, 1-4 dicembre 1971, pp. 411-428. 21 Si veda D. Pommier Vincelli, La missione Segre (1918-1920). L’Austria e la nuova Europa centro-orientale, Roma 2010 e La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, a cura di R. Pupo, Roma-Bari 2014, in particolare A. Di Michele, L’Italia in Austria: da Vienna a Trento, pp. 3-72.
30
Raffaele Pittella
costante cura della Missione fu di non creare mai difficoltà inutili al nuovo Stato, anzi di aiutarlo con ogni mezzo, sempre che fu possibile, così da dargli fiducia in noi: come infatti avvenne (…) Naturalmente, quest’opera di soccorso fu specialmente rivolta al popolo minuto. E, mentre si integrava con l’assistenza ad istituti di cura e carità – ormai per lo più mancanti di ogni cosa, viveri, medicinali – (…) essa culminò poi con l’Ostergabe di una porzione di riso ad ogni bisognoso della grande città. Ma, ben convinto che nei grandi rivolgimenti le sofferenze nascoste della piccola borghesia sono spesso altrettanto crudeli delle strettezze del popolo minuto, procurai di non dimenticarla (…) ed ancora ricordo (...) il riso inviato a professionisti, e il formaggio e il latte condensato e i limoni regalati a malati e a vecchi di famiglie per bene22.
Ma se tutto questo risulta essere chiaro agli studiosi, molti aspetti restano ancora in ombra riguardo al ruolo svolto all’interno della Missione dalla Commissione Artistica, cui spettò occuparsi delle «illegittime appropriazioni» che, nel corso dell’Ottocento, «Vienna aveva metodicamente perpetrato ai danni dell’Italia» e di quelle altre «compiute durante la guerra nel Veneto invaso, senza dimenticare i gravi danni artistici che per effetto dell’ultimo conflitto noi avevamo sofferto»23. Sulle decisioni assunte dai tecnici che fecero parte della Commissione – storici e storici dell’arte, archivisti e bibliotecari – si sa ancora troppo poco, così come scarsamente indagati risultano essere i principi politici che guidarono il loro operato. Tuttavia che il ruolo svolto degli intellettuali sia stato centrale anche nella fase postbellica lo apprendiamo dal generale malcontento che si diffuse nelle istituzioni austriache e nella società civile proprio in conseguenza del lavoro svolto dalla Commissione; un malcontento chiaro e manifesto nei confronti del quale a nulla valsero gli sforzi assistenziali messi in atto dai militari italiani di stanza a Vienna. È la voce dello stesso Segre a guidarci nella comprensione di questo complesso capitolo della storia della Missione, venato di crisi che rischiavano di vanificare i risultati fino ad allora conseguiti dal governo italiano con la sua politica di avvicinamento all’Austria. La frettolosità e la determinazione con cui la Missione pretese ed ottenne la consegna del materiale artistico e storico generarono un profondo senso di umiliazione tra gli austriaci, e tanto più in considerazione del fatto che gli italiani si erano mossi in piena libertà di azione prim’ancora che le questioni storico-culturali fossero divenute oggetto di discussione a Parigi o materia di accordi bilaterali. Approfittando del ritardo accumulato dalle altre potenze vincitrici nell’inviare dei propri rappresentanti nell’ex capitale asburgica e contando sulla fragilità degli Stati successori dell’Austria-Ungheria, Segre si rese infatti promotore di una politica del fatto compiuto, procedendo al sequestro «conservativo» dei beni rivendicati, resti archeologici, manoscritti, archivi, biblioteche, quadri, sculture, arazzi e medaglie24. 22
R. Segre, La missione militare... cit., pp. 12-14. Ibid., p. 118. Per quanto attiene al «recupero» della documentazione archivistica, si veda ACS, Ministero dell’Interno, Direzione generale Archivi di Stato, Affari generali e per provincia, bb. 233-235. 24 A tal proposito, si veda la nota di protesta indirizzata da Bauer, ministro degli Esteri del governo provvi23
Storia, memoria e identità nazionale
31
Sono queste le parole di Segre: Le resistenze che si dovettero vincere furono molte e talora molto vivaci, e non soltanto austriache. Scesero specialmente in campo letterati ed artisti con riunioni, con ordini del giorno, con articoli, con opuscoli; fra i quali sembrò avesse particolare diffusione quello, ben illustrato, intitolato: Il rapimento verso l’Italia di opere artistiche viennesi che nel marzo del 1919 scrisse il prof. Hans Tietze con una velenosetta prefazione del prof. Dvorâk per confutare le ragioni da noi portate. Allora, nel maggio dell’anno stesso, per ottenere che queste avessero altrettanta larga diffusione, là sui luoghi, avevo fatto preparare e già stampare in italiano e in tedesco un nostro opuscolo, pure ben illustrato, dal titolo: Perché l’Italia reclama oggi dall’Austria opere d’arte e di storia … Ma la chiesta autorizzazione per la diffusione di questo opuscolo fu negata; e tutta l’edizione finì negli archivi del nostro Comando Supremo25.
L’attenzione e lo zelo manifestato da Segre e dai suoi collaboratori nell’ispezionare musei e archivi, biblioteche e gallerie – al fine di individuare oggetti e documenti ritenuti di proprietà dello Stato italiano – la quasi maniacale meticolosità con cui furono compilati i lunghi elenchi dei materiali di cui si pretendeva la restituzione, testimoniano chiaramente come il settore storico-artistico non rappresentasse per i membri della Missione un’attività di contorno, ma un aspetto centrale del loro operato, caratterizzato da una forte valenza politica e carico di significati simbolici. Era anche attraverso l’arte e la storia che si intendevano infatti ridefinire i rapporti di forza con la nuova Austria, contribuendo al processo di sacralizzazione della nazione, cementando il senso dell’identità nazionale e dell’appartenenza26 . Le parole di Segre sono a tal proposito quanto mai esemplificative; nessun’altra congiuntura gli sembrava infatti essere più: sorio dell’Austria tedesca, a Segre il 19 febbraio 1919, dove, pure precisando che «le gouvernement de l’Autriche Allemande n’est evidentement pas en état de s’opposer à ces demandes appuyées par la force», egli non si esime dal sottolineare che è diritto della nazione da lui rappresentata «de protester de la manière la plus énergique auprès du gouvernement d’Italie lui même, auprès des Etats Unis d’Amerique, auprès des Puissances de l’Etente et devant le monde civilisé tout entier contre le procédé arbitraire» che aveva caratterizzato il lavoro della Commissione Artistica italiana: Ministero degli Esteri, Archivio Storico-Diplomatico (d’ora in poi ASE), Altri uffici dell’amministrazione centrale, Serie “Z”. Contenzioso, 1861-1939, b. 123. 25 R. Segre, La missione italiana… cit., pp. 120-121. 26 La questione delle rivendicazioni storico-artistiche venne affrontata dalla Commissione delle Riparazioni nel maggio 1919 al fine di individuare i principi cui ispirarsi nella stesura del trattato di pace con l’Austria. Principi questi che furono esposti in modo chiaro e sintetico nel telegramma inviato dal ministro degli Esteri Sonnino al direttore generale degli Affari Politici del Ministero degli Esteri Manzoni. Per Sonnino i punti nodali erano i seguenti: «Primo: restituzione di tutto quanto fu asportato da paesi invasi durante recente guerra. Secondo: restituzione di tutti gli oggetti artistici asportati dal giugno 1914 da territori ceduti. Terzo: restituzione di tutti atti documenti politici amministrativi giudiziari asportati da territori ceduti e dei documenti memorie artistiche relativi territori ceduti asportati dai territori stessi a partire dal 1861. Quarto: rispetto integrale clausola trattato 1859 articolo XVIII Trattato 1866 e Convenzione 1868. Quinto: istituzione di un Comitato di tre giuristi che giudichi se alcuni oggetti inclusi annesso elenco furono asportati con violazione diritti provincie italiane e ne ordini eventualmente restituzione. Tale elenco comprende Tesoro Toscana oggetti Modena inclusi Tre manoscritti Tesoro Sacro Romano Impero 98 manoscritti Napoli e documenti relativi a vari Archivi di Stato»: ASE, Serie “Z”, b. 123.
32
Raffaele Pittella
favorevole di questa per rimediare in Vienna stessa ai soprusi dovuti sopportare per anni e anni (…) Nessuno nei nuovi Stati era ancora consolidato; tutti erano distratti da enormi problemi connessi al nascere del nuovo ordine di cose e anche, taluno fra essi, dalle convulsioni di partiti politici in lotta; e l’Austria era profondamente assorta nelle prime elezioni politiche repubblicane, e Vienna cominciava la sua lotta con le regioni del nuovo Stato. Inoltre, l’assenza ancora quasi totale di rappresentati dell’Intesa a Vienna dava, indubbiamente, alla Missione una libertà di manovra che altrimenti non avrebbe forse avuta27.
Ed aggiunge: Occorreva però che sul modo come la consegna del materiale era avvenuta non si insistesse molto: era necessario che il recupero apparisse come amichevole, sollecita restituzione e non come effetto di una qualsiasi mia imposizione (…) e a me non conveniva affatto apparire, subito, quale esecutore di forza, poiché ben prevedevo che ciò avrebbe potuto essere necessario nel seguito.
Una sorta di filo rosso sembra dunque legare le riflessioni formulate a caldo da Ojetti a guerra ancora in corso e le considerazioni espresse da Segre nella fase successiva al conflitto. I temi tipici della retorica risorgimentale finiscono per sconfinare in entrambi i casi in una visione nazionalista della storia, mentre la memoria diventa strumento di pedagogia civile e di celebrazione della politica. Anche per Segre la Grande Guerra aveva rappresentato un momento di snodo fondamentale nella costruzione della nazione. Un’occasione da sfruttare anche in termini culturali. Era giunta infatti l’ora fatale in cui l’Italia poteva finalmente chiedere ed ottenere dal suo nemico ereditario il giusto risarcimento per i soprusi subiti in decenni di dominazione: «autorità e popolazione sia dell’Austria che degli altri Stati successori – precisa infatti Segre – sono sbalordite dall’immensa e per molti versi tragica mutazione di cose, e sono ben lungi dall’avere ancora potuto procurarsi un qualsiasi orientamento, adeguato alle nuove condizioni». La storia, l’arte, le tradizioni – lo spirito italiano, per intenderci – rappresentavano per i membri della Missione, esattamente come era stato per Ojetti, un’arma sia di difesa sia d’attacco: servivano a difendere la nazione da quell’idea ancora viva nella coscienza di molti viennesi secondo cui l’italiano era il nemico storico che, dopo aver sfruttata un’alleanza trentennale, aveva tradito i patti per allearsi con i suoi ex avversari; la storia e l’arte come deterrente nei confronti dell’immagine dell’italiano tipica della propaganda del nemico: «popolo infettato, turba di artigiani mal sfamati, di umili mercatanti volentieri scorretti, di cantori da strapazzo, sempre pezzenti, sempre miserabili»: 27
R. Segre, La missione italiana… cit., pp. 118-119.
Storia, memoria e identità nazionale
33
Non si sono voluti ora prendere a Vienna oggetti di valore – scrive Segre – ma solo i nostri oggetti di arte e di storia, i nostri dipinti, i nostri codici, le nostre vecchie carte d’archivio; oggetti che ci sono cari come i ritratti dei nostri avi, documenti preziosi per noi come le carte della nostra nobiltà; ritratti e documenti della gloriosa famiglia italiana, che in terra straniera facevan testimonianza del nostro servaggio politico, ormai interamente finito.
È evidente che tra gli oggetti d’arte e di storia rivendicati da Segre figurassero anche le carte d’archivio: gli autografi di Mantegna, Tiziano, Ariosto e Tasso, per esempio, estratti dagli Archivi di Stato di Milano e Mantova nel 1830 per arricchire l’autografoteca palatina di Vienna; o le carte relative alle attività investigative e ai processi politici intentati dalle autorità austriache contro i patrioti italiani tra il 1821 e il 1866; o l’archivio del Principato vescovile di Trento, trasferito a Innsbruck28 . Sui tempi e le modalità secondo cui questi documenti giunsero in Italia e sugli istituti di conservazione che li accolsero esistono numerose testimonianze coeve, sia di natura amministrativa sia a sfondo letterario; queste ultime tramandate in molti casi da quegli stessi archivisti che di tutta questa complessa vicenda furono direttamente o indirettamente i protagonisti29. Uno spaccato particolarmente evocativo del clima politico e culturale che caratterizzò queste operazioni è quello che ci è pervenuto tramite Giovanni Vittani, allora giovanissimo funzionario del Ministero dell’Interno che, prim’ancora di costruire la sua brillante carriera nell’Archivio di Stato di Milano, collaborò alla creazione dell’Archivio di Stato di Trento30: la maggior parte di questi documenti – scrive Vittani, riferendosi alle carte che erano andate a costituire i fondi dell’Archivio di Stato di Trento – vi erano stati trasportati da Innsbruck (…) dove il direttore di quell’Archivio di Stato, il dottor Klaar, chinò rassegnato la testa dinanzi alle nostre richieste (…) Quando in futuro 28 Per gli archivi era attiva una sottocommissione ad hoc presieduta da Giovanni Rossano, ispettore generale degli Archivi di Stato, e composta da Roberto Cessi dell’Archivio di Stato di Venezia e da Giuseppe Gerola, soprintendente ai monumenti della Romagna: ibid., p. 126. Si veda per gli aspetti giuridici E. Mongiano, Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati, nel presente volume. 29 La politica del fatto compiuto attuata da Segre attraverso la Commissione artistica trova conferma ad esempio nella relazione indirizzata da Roberto Cessi al ministro dell’Interno nel 1921, dove, a proposito del lavoro svolto dalla sottocommissione archivistica, così si legge: «non posso tacere, come avvertii, che la situazione è delicata e sospesa ad un filo: la contestazione della validità della convenzione 4 maggio 1920 potrebbe coinvolgere anche i nostri accordi per quanto gli sforzi comuni siano stati diretti a scindere da questa le sorti delle questioni archivistiche. Perciò, fono a quando potei, procedetti al ritiro immediato del materiale, per cautelarmi il più possibile col fatto compiuto, e mettermi al sicuro da ogni sorpresa. Perciò (…) insistetti di non indugiare nei ritiri e non accordare proroghe». La relazione, conservata negli atti della direzione dell’Archivio di Stato di Venezia, è stata pubblicata da Renato Scambelluri in appendice a Un archivista: Roberto Cessi, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, Roma 1958, vol. I, pp. XXXII-XLIII. 30 Sulla carriera di Vittani, si rinvia al Repertorio del personale degli Archivi di Stato, a cura di M. Cassetti, Roma vol. I, ad vocem. Sulla nascita degli archivi di Stato di Trento, Bolzano e Trieste: ACS, Ministero dell’Interno ... cit., b. 234.
34
Raffaele Pittella
ripenserò a questo viaggio, è certo che mi si presenterà tosto dinanzi la smilza figura ascetica, mentre assisteva alla collocazione dei documenti nelle casse con uno strazio che chiaramente traspariva dal volto; (…) non mai da quelle labbra uscì una parola meno cortese al nostro indirizzo, ma quando tanto lui che il suo zelante collaboratore a conclusione del loro discorso dicevano ‘del resto voi siete i vincitori, noi i vinti’, sentivo il profondo significato di queste parole31.
Una pagina significativa, questa di Vittani, dove nelle pieghe di una prosa artificiosamente buonista si nasconde un’immagine dell’Italia come nazione forte, caratterizzata da ambizioni di grande potenza, che vuole e rivendica un posto di rilievo nello scenario internazionale. Una pagina significativa anche perché è in queste parole che trova conferma l’idea che tra gli obiettivi politici perseguiti da Segre vi fosse quello di incentivare negli italiani il culto della nazione persino attraverso l’acquisizione di documenti legati alla storia più viva e recente. Scritture fortemente evocative di tutta l’epopea risorgimentale, compreso il sacrificio compiuto dalla nazione in occasione dell’ultimo conflitto, capaci di infiammare le masse e di dare un senso al sangue versato dei soldati morti nelle trincee. Era stato infatti per merito di Segre se Giovanni Rossano, direttore generale degli Archivi, era riuscito a «ricuperare i documenti dei processi politici del 1821 in poi, per quanto, almeno, non già distrutti» insieme agli «atti dei processi del ’21, dei processi ferraresi, della inchiesta veneta del ’48, e dei successivi processi di Venezia e di Trieste del ’49-53, dei ribelli e patrioti friulani, veneti e trentini del ’63-66 e, infine, dei processi di Milano e Mantova del ’51 e ’53, che portarono al martirio di Belfiore». Più complesso era stato invece «il ricupero degli atti del più recente processo Oberdan e, specialmente, dei processi di guerra di Battisti, Filzi, Chiesa e Gottardi. Umani, naturali scrupoli – ci informa Segre – trattenevano le autorità viennesi dal consegnare documenti nei quali erano citate persone tuttavia in vita, divenute cittadini italiani»32. Anche gli archivi – è questa l’impressione che si coglie leggendo testi come quello di Vittani – potevano dunque concorrere ad affermare che la guerra non era stata un inutile dramma ma un passaggio necessario e obbligato per il conseguimento del più nobile dei fini: il compimento dell’unità nazionale e l’annessione delle terre irredente. Archivi intesi come strumenti di educazione nazionale, di mobilitazione, di ricerca del consenso, considerati come una sorta di reliquia oggetto di culto e venerazione patriottica. È ancora Vittani a confermarcelo parlando di Trento ai suoi studenti, città rigenerata dalla guerra sotto il profilo sia politico sia culturale: 31 G. Vittani, Di ritorno da un viaggio archivistico da Trento a Vienna. Prolusione letta il 7 dicembre 1919 nella R. Scuola di Paleografia, Diplomatica e Archivistica annessa all’Archivio di Stato di Milano, Milano 1921. 32 R. Segre, La Missione… cit., p. 134.
Storia, memoria e identità nazionale
35
non posso parlarvi qui della ardente vita novella che pervade tutta la città, già muta, raccolta e percorsa più che latro da numerose soldatesche austriache, e debbo accontentarmi di condurvi meco ad un edificio (…) che era il seminario vescovile (…) Avanti alla guerra europea (…) nessuno poteva prevedere che (…) doveva stabilirvisi come ospite principale un archivio di Stato, poiché l’Austria da tempo aveva accentrato tutto a Innsbruck; ma ciò che nessuno dei trentini pensò nemmeno all’indomani della liberazione, fu spontaneamente voluto e attuato dal Governo italiano su proposta dell’ispettore generale degli archivi Comm. Rossano, il quale, sulle orme fresche dei nostri gloriosi soldati, sin dalla prima ora, aiutato da un manipolo di distinti funzionari, si occupò energicamente di riassicurare all’Italia la ricchezza documentaria che in tempi antichi e recenti aveva valicato le Alpi33.
3. L’esposizione del 1923 ed Eugenio Casanova Non si trattò quindi di un caso se proprio le carte dell’interrogatorio cui Ce sare Battisti fu sottoposto dalle autorità austriache il 12 luglio del 1916, insieme a quelle che si riferivano alla condanna a morte di Nazario Sauro, datate Pola 10 agosto 1916, abbiano costituito l’elemento centrale intorno al quale – grazie all’abile regia di uno storico dell’arte del valore di Ettore Modigliani – fu costruita la grande mostra che si tenne nel 1923 a Roma a Palazzo Venezia, avente per titolo Gli oggetti d’arte e di storia restituiti dall’Austria-Ungheria 34. Un percorso espositivo, quello allora ideato, in cui la Grande Guerra sembrava trasformarsi in una sorta di quarta guerra d’indipendenza, riempendosi di valori e significati intimamente legati alla storia risorgimentale, all’unità nazionale e alla liberazione della penisola dal dominio straniero. Ad accogliere i visitatori nella prima sala c’erano infatti non solo i quadri di Paolo Veronese, che da Venezia erano stati trasferiti a Vienna nella prima metà dell’Ottocento, o gli «oggetti estensi» portati impropriamente con sé dall’arciduca Francesco V d’Austria-Este abbandonando il Ducato di Modena, ma anche tutti gli incartamenti riguardanti i processi politici intentati tra il 1852 e il 1916 nei confronti dei più noti esponenti dell’irredentismo italiano, catturati e giustiziati dalle autorità asburgiche, e ormai entrati a far parte a pieno titolo del pantheon patriottico italiano, elevati al rango di martiri della patria ed eroi nazionali: i martiri di Belfiore, Guglielmo Oberdan. Emilio Kravós, Damiano Chiesa, Cesare Battisti, Fabio Filzi, Nazario Sauro. La mostra, coniugando l’antico e il moderno, ponendo al fianco dei bronzi di epoca romana, delle pergamene medievali, degli arazzi rinascimentali e delle tele barocche le scritture relative alla più recente storia politica del paese, non intendeva però solo celebrare i fasti di un lungo Ri33
G. Vittani, Di ritorno da un viaggio… cit., pp. 3-4. Si veda il relativo catalogo curato da Ettore Modigliani, Catalogo degli oggetti d’arte e di storia restituiti dall’Austria Ungheria ed esposti nel r. Palazzo Venezia in Roma, Roma 1923. 34
36
Raffaele Pittella
sorgimento, ma anche glorificare la grandezza dello spirito italiano, di una nazione rigenerata dalla guerra che aspirava ad un futuro di dominio e potere. La Roma cornice di questo percorso espositivo non era infatti più la città amministrativa espressione della politica liberale; era una Roma diversa, scenario di liturgie nazionaliste, teatro delle masse mobilitate, centro della sacralizzazione della politica. Era stata infatti proprio questa Roma ad accogliere il 4 novembre del 1921 la salma del milite ignoto, che trasformò il Vittoriano da monumento al re Padre della Patria in Altare della Patria, sacello del fante sconosciuto Martire del Dovere35. Esempio significativo dei sentimenti che animarono quella stagione politica e culturale è l’introduzione al catalogo della mostra scritta da Arduino Colasanti, direttore generale delle Antichità e Belle Arti, intrecciando temi patriottici e nazionali. Un brano denso di suggestioni, dove la politica e la cultura dialogano fra loro alimentando ognuna gli argomenti dell’altra e dove sullo sfondo appaiono con contorni netti e definiti le masse e la piazza, protagoniste indiscusse della vita politica proprio a partire dalla Grande Guerra. Così si legge: Era vivo e legittimo desiderio, non soltanto degli studiosi, ma di numerosissimi cittadini di poter ammirare, prima che ciascun oggetto fosse restituito alla propria sede, questo eccezionale complesso di opere d’arte e di storia rivendicate al diritto d’Italia dalle sue armi vittoriose, che oggi in Palazzo Venezia – la riconquista più illustre, perché più ricca di memorie e di ammonimenti – è mostrato alla venerazione e alla gratitudine degli italiani36 .
Del resto, anche la scelta di Palazzo Venezia come luogo in cui tenere la mostra rispondeva ad una precisa finalità simbolica, che si inscriveva pienamente in questo clima culturale caratterizzato da sovrapporsi magmatico di temi patriottici, nostalgie risorgimentali, propaganda nazionalista. L’edificio, appartenuto sin dal 1797 all’Austria, che qui aveva fissato la sede della sua Ambasciata a Roma, era stato infatti espropriato dallo Stato italiano, entrando così a far parte del Demanio nazionale, solo nel 1919, dietro insistenza della classe intellettuale che ne aveva fatto uno dei tanti simboli (da abbattere) del dominio asburgico sulla penisola. L’opuscolo dal titolo Palazzo Venezia pubblicato nel 1916 sotto gli auspici delle associazioni degli architetti, degli artisti e degli archeologi ci restituisce infatti con assoluta evidenza il legame che nell’immaginario collettivo era andato stabilendosi tra i «misfatti artistici» compiuti dal fuoco tedesco e la necessità di sottrarre all’Austria, a titolo di risarcimento, uno dei monumenti più rappresentativi dell’ingegno architettonico italiano. Agli occhi dei contemporanei assurdo e sconveniente sembrava essere che il governo italiano a guerra in corso continuasse a tollerare la 35 B. Tobia, Riti e simboli di due capitali (1846-1921), in Roma capitale, a cura di V. Vidotto, Roma-Bari 2002, pp. 377-378. 36 Dall’Introduzione di Arduino Colasanti in E. Modigliani, Catalogo… cit., p. 3.
Storia, memoria e identità nazionale
37
All’indomani della prima Guerra Mondiale, la grande mostra allestita nel 1923 in Palazzo Venezia a Roma esponeva, prima che fossero ricollocati nelle loro sedi d’origine, quadri, sculture, oggetti portati via dall’Italia sotto il dominio asburgico, accanto ai fascicoli processuali dei più noti esponenti dell’irredentismo italiano condannati a morte dall’Austria.
presenza nemica nel cuore di Roma, in quell’area della città evocativa delle antiche grandezze nazionali, di cui i ruderi di età imperiale erano testimonianza, e dei futuri radiosi destini della patria, incarnati dal Vittoriano37. Così infatti scrivevano a firma congiunta nell’agosto del 1916 l’architetto Tullio Passarelli, l’artista Cesare Bazzani e l’archeologo Ettore Pais: Fino da quando, allo scoppio della nostra guerra, l’Austria iniziò la serie de’ suoi misfatti artistici, con barbaro scempio di nostri insigni monumenti, l’Associazione artistica (…) ferita ne’ suoi più cari ideali, oltre che unire la sua voce indignata a quelle levate contro tanta brutalità, ritenne fosse opera praticamente utile l’apprestare argomenti sulla Storia e sul Diritto intenti ad un’azione di rivalsa, sia pure parziale, dei danni artistici sofferti dalla Nazione. Pertanto si fece promotrice di una cordiale intesa … al fine di cooperare a tener desta l’agitazione per la rivendicazione all’Italia del palazzo di Venezia, il quale nel cuore stesso di Roma stava ancora in possesso del nemico, a maggior oltraggio del Diritto offeso e del sentimento artistico nazionale38 . 37 Si veda A. Roccucci, Roma capitale del nazionalismo (1908-1923), Roma 2001 e S. Bertelli, Piazza Venezia. La creazione di uno spazio rituale per un nuovo Stato-nazione, in La chioma della vittoria. Scritti sull’identità degli italiani dall’Unità alla Seconda Repubblica, a cura di Id., Firenze 1997, pp. 170-205. 38 T. Passarelli, C. Bazzani, E. Pais, Palazzo Venezia, Roma 1916, p. 3.
38
Raffaele Pittella
Naturalmente, le requisizioni compiute ad opera della Missione Segre non ebbero un’eco solo politica. In contemporanea con il braccio di ferro diplomatico, esse comportarono uno sforzo filologico non indifferente. Occorreva infatti stabilire in quale archivio, biblioteca o museo bisognasse collocare una quantità così ingente di materiali diversissimi fra loro per tipologia, supporti, età e contesto di provenienza. Per la riuscita di questa iniziativa furono coinvolti per iniziativa dell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti studiosi ed esperti di varie discipline «che volta a volta – scrive Arduino Colasanti – collaborarono con fervido spirito di italiani a quest’opera di giustizia riparatrice». Tra coloro che si occuparono della parte archivistica figurava anche Eugenio Casanova, che proprio in riferimento all’esperienza compiuta in questi anni pubblicherà, a brevissima distanza l’uno dall’altro, una serie di saggi tutti incentrati sul rapporto guerra/archivi, politica/ cultura. Nel 1914 sarà la volta di due articoli apparsi sulla rivista «Gli Archivi italiani», rispettivamente intitolati Gli archivi e la Guerra e Gli archivi durante la Guerra. Nel 1918, in quella stessa sede, sarà pubblicato il saggio Gli archivi nei trattati internazionali e l’anno dopo il voluminoso contributo su La causa per l’Archivio Medici-Tornaquinci. È datato invece 1921 l’articolo sulle Rivendicazioni archivistiche dall’Austria, stampato sempre nella medesima rivista. Muovendosi tra Vienna e Innsbruck, prendendo contatto con archivi e archivisti appartenenti a realtà diverse dalla sua, Casanova ebbe modo di confrontarsi in maniera sempre più diretta con l’archivio inteso quale strumento di identità politica, espressione delle istituzioni e della cultura dei popoli e serbatoio della loro memoria. Di questa immagine dell’archivio si coglie pienamente il riflesso nelle considerazioni di natura epistemologica condotte dallo studioso in occasione della pubblicazione nel 1928 del suo manuale di archivistica. Infatti, fu proprio in riferimento allo scontro che si innescò tra gli archivisti austriaci e gli archivisti italiani, rispetto ai documenti che dai primi dovevano essere ceduti ai secondi, che egli elaborò le sue riflessioni intorno al principio della ‘provenienza’, muovendo contestualmente una serie di critiche verso quell’archivistica che si ispirava al principio della ‘territorialità’. Dando prova di onestà intellettuale e di rigore scientifico, Casanova non esitò a rivendicare l’autonomia degli archivi e l’importanza di preservarne gli originari assetti dinanzi al mutare convulso della geografia politico-amministrativa. Una distinzione tanto più necessaria da formulare in conseguenza delle profonde trasformazioni che avevano investito e stavano ancora investendo l’Europa con il dissolversi degli Imperi germanico, austroungarico, russo e ottomano. Nello spazio mitteleuropeo, ad esempio, nuove entità statuali erano andate formandosi con la caduta della duplice monarchia, generando profonde tensioni etnico-nazionali e cruenti conflitti militari lungo contese linee di confine. Forse furono proprio queste drammatiche circostanze, i cui effetti potevano rivelarsi disastrosi per gli archivi, a spingere Casanova ad avallare e sostenere, dall’alto della
Storia, memoria e identità nazionale
39
sua autorità scientifica, i timori avanzati da Ludwig Bittner39, vicedirettore dell’Archivio di Stato di Vienna, che: nella sua notevole relazione sull’Archivio della dinastia, della corte e di Stato di Vienna nel dopo guerra, ricorda le speranze degli Stati, sorti dallo sfacelo dell’Impero austro-ungarico, di potersi ripartire tutto quell’archivio e distruggerlo in base al principio che egli chiama dell’appartenenza e noi della territorialità, ‘secondo il qual a ognuno di detti Stati dovevano pervenire, senza riguardo al momento della loro compilazione, tutti gli atti relativi al suo territorio’, e il favore dato a questa tesi dalla Commissione internazionale di liquidazione sotto la data del 10 marzo 191940.
L’archivio – ogni archivio – andava per Casanova salvaguardato nella sua naturale e primitiva organicità e difeso strenuamente dagli attacchi perpetrati dalla politica che, a partire dal secolo XVII, si era fatta sostenitrice del principio secondo cui «gli atti seguono la sorte dei territori sui quali siano stati redatti». Sua convinzione era invece quella che «l’archivio deve essere e rimanere quale fu costituito dall’ente che lo creò e al quale servì», che «non può essere disorganizzato nel suo insieme e neppure nelle sue parti», che «le sue serie quanto i singoli suoi registri o filze debbono rimanere integri e il loro ordine interno immutato e inalterato». Casanova si mostrava cioè apertamente ostile nei confronti di una visione dell’archivio come oggetto scomponibile, fluido, mutevole, le cui architetture cambiavano con il variare degli assetti politici e con il modificarsi dei confini fra gli Stati. Tra i timori nutriti dall’intellettuale c’era infatti anche quello che un terremoto di portata eccezionale stava per abbattersi sugli archivi. La nascita e lo sviluppo di inedite realtà statuali a forte vocazione nazionalista gli sembrava essere infatti foriera di nuove sventure, l’inizio cioè di una catena di manomissioni e smembramenti perpetrati sui complessi documentari in nome di quella visione nazionalistica della storia che aveva raggiunto il suo apice con la Grande Guerra. Sono appunto queste le ragioni che condussero Casanova a convenire con il suo ex nemico, l’archivista Bitter, nell’affermare che: ventura volle che nel febbraio dello stesso anno [1919] i delegati austriaci fossero riusciti a persuadere quelli della Commissione italiana d’armistizio a riconoscere il principio di provenienza. ‘Tale principio, riconosciuto dalla scienza mondiale e, dal lato austriaco, sostenuto sin dall’inizio, prescrive che ogni corpo d’archivio sia conservato sopra tutto nel luogo della compilazione dei suoi atti, nel quale è cresciuto organicamente. Esso poteva bensì riservare all’archivio di Vienna perdite dolorose, ma assicurava almeno la conservazione delle serie più importanti, cioè degli archivi delle Amministrazioni viennesi41. 39 Si veda L. Bittner, Das wiener Haus, Hof und Staatsarchiv in der Nachkriegszeit, in «Archivalische Zeitschrift», 2 (1925), pp. 156 e segg. 40 E. Casanova, Archivistica, Siena 1928, p. 2013. 41 Ibid., p. 213.
40
Raffaele Pittella
Ed aggiunge, spogliandosi di ogni residuo di nazionalismo intellettuale: Secondo noi qualunque sia l’antichità di una asportazione archivistica e della conseguente concentrazione in altro archivio, ove gli atti ai quali si riferisca non avevano ragion d’essere all’epoca della loro redazione; qualunque sia la storia, la dipendenza ulteriore dei territori, ai quali quegl’atti si riportano, tale asportazione è illegittima e quindi, potendo, deve essere corretta con la reintegrazione di quegli atti all’archivio originario42.
42 Ibid., p. 214. Le considerazioni formulate da Casanova trovano eco nell’accordo sottoscritto il 26 maggio 1919 dai rappresentanti delle amministrazioni archivistiche italiana e austriaca, dove così si legge: «i sottoscritti (…) sono concordi nel concetto di considerare l’integrità degli archivi diventati corpi organici e che, nella valutazione della loro sede, non può essere decisivo il fatto se nei loro materiali sia riferimento a qualunque territorio, ma se i materiali componenti l’organismo archivistico abbiano avuto perfezionamento giuridico e amministrativo in qualunque determinato territorio: che perciò per essi può valere solo il principio territoriale della loro formazione, come fu ripetutamente approvato internazionalmente, e non il principio dell’oggetto specifico dei singoli atti»: ASE, Conferenza di pace 1918-1922, b. 19.
VALERIA DEPLANO Università di Cagliari
Archivi d’Africa. Le carte dell’amministrazione coloniale in Italia e nei territori di nuova indipendenza Con la ratifica del Trattato di Parigi del 1947 l’Italia rinunciava ai propri possedimenti coloniali. Si trattava, da una parte, dell’ufficializzazione di una condizione di fatto: le colonie africane erano state occupate dalle potenze alleate nel corso del conflitto mondiale, con l’amministrazione britannica che nel 1941 aveva sostituito quella italiana in Eritrea e Somalia (mentre l’Etiopia era tornata immediatamente sotto il controllo di Hailé Selassié) e nel 1943 in Libia. Dall’altra parte, il Trattato del 1947 obbligava ufficialmente il governo De Gasperi ad avviare un processo di decolonizzazione che non era sentito né come urgente né come necessario dalle forze politiche postfasciste 1. Tanto prima quanto dopo la firma del Trattato di Parigi i partiti di governo e di opposizione sostennero infatti una campagna politica finalizzata al “ritorno dell’Italia in Africa”, che dopo un lungo lavoro diplomatico e attraverso varie fasi si concluse soltanto all’inizio degli anni Cinquanta2. A quel punto la Libia era diventata una monarchia indipendente (1951), e l’Eritrea era stata inclusa all’interno della Federazione etiopica (1952); le aspirazioni africane della neonata repubblica non furono però del tutto disattese, poiché l’Italia ottenne dall’ONU l’amministrazione fiduciaria della Somalia, per un periodo di tempo (il decennio 1950-60) considerato utile ad avviare il territorio all’indipendenza. La vicenda degli archivi dell’amministrazione coloniale non fu decisa soltanto dalle norme incluse nel trattato di pace, specificamente intese a regolare il destino delle carte nel contesto del passaggio di sovranità connesso alla decolonizzazione, ma dipese anche da tutti questi fattori: il ruolo delle diverse colonie come fronte di guerra nel conflitto mondiale; la loro occupazione; la gestione britannica delle stesse negli anni di transizione; la prosecuzione da parte dei governi italiani di una politica di tipo coloniale, cui sono da aggiungere anche la divisione dell’Italia in due parti dal 1943 sino al 1945 e il nuovo assetto dei singoli ex territori coloniali 1 A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell’impero, Roma-Bari 1982; N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna 2002. 2 G. Rossi, L’Africa italiana verso l’indipendenza, Milano 1980.
42
Valeria Deplano
nel dopoguerra, furono tutti elementi che intervennero in diversi modi sulla dislocazione e l’integrità dei complessi documentari. Per questo motivo il presente contributo ripercorre l’ultima parte della vicenda coloniale italiana e gli anni del conflitto mondiale prima di arrivare al secondo dopoguerra inoltrato, al fine di verificare in che modo le diverse vicende politiche che si susseguirono in quell’arco di tempo abbiano ciascuna avuto un ruolo nel determinare l’attuale condizione – e frammentazione – degli archivi coloniali a livello centrale e periferico. Per raggiungere questo obiettivo, accanto all’esperienza diretta dell’autrice come ricercatrice e studiosa del colonialismo italiano, ci si avvarrà delle preziose riflessioni e ricostruzioni pubblicate a proposito dei singoli fondi e archivi da Patrizia Ferrara, Vittorio Pellegrini, Giulia Barrera e Francesca Di Pasquale, cui si rimanda3.
1. L’amministrazione coloniale alle soglie del conflitto mondiale Nel giugno del 1940, quando Benito Mussolini prese la decisione di fare entrare l’Italia nel secondo conflitto mondiale, l’“impero” italiano esisteva da soli quattro anni. Era stata l’occupazione dell’Etiopia, nel maggio del 1936, a segnare una svolta nella politica coloniale che l’Italia aveva avviato nei primissimi decenni dopo la sua unificazione4. La fine del conflitto italo-etiopico aveva decretato non solo l’ampliamento dei territori africani sotto il controllo italiano, ma anche la loro unificazione all’interno di una nuova cornice organizzativa e sotto una nuova denominazione: quella imperiale, appunto, che fu suggellata dall’attribuzione al re Vittorio Emanuele III del nuovo titolo di imperatore d’Etiopia. A parte il portato ideologico e politico, la svolta del 1936 determinò una trasformazione amministrativa che, insieme alla struttura dell’amministrazione coloniale centrale e a quella del possedimento nordafricano, è fondamentale tenere in considerazione per verificare il destino degli archivi durante e dopo il conflitto mondiale. 3 P. Ferrara, Recenti acquisizioni dell’Archivio centrale dello Stato in materia di fonti per la storia dell’Africa italiana: ufficio Studi e Propaganda del MAI, in Fonti e problemi della politica coloniale italiana, Atti del convegno, Taormina-Messina, 23-29 ottobre 1989, a cura di C. Ghezzi, Roma 1996, pp. 77-86; V. Pellegrini, Le fonti del Ministero dell’Africa italiana, ibid., pp. 294-333; G. Barrera, Carte contese. La spartizione degli archivi coloniali e le controversie internazionali in materia di archivi, in L’impero nel cassetto. L’Italia coloniale tra album privati e archivi pubblici, a cura di P. Bertella Farnetti, A. Mignemi, A. Triulzi, Milano 2013, pp.13-30; F. Di Pasquale, La memoria senza archivio. Processi identitari e fonti archivistiche in Libia (1952-2011), in Storia dell’Africa e fonti nell’era della “rivoluzione digitale”, a cura di L. Apa, F. Correale, numero monografico: «Afriche e Orienti», 1 (2017), pp. 35-47. 4 Nel Corno d’Africa il primo nucleo coloniale italiano fu Assab, acquistato dal Regno nel 1882 dalla compagnia Rubattino, e avamposto di quella che poi nel 1890 sarebbe stata costituita come prima colonia italiana, l’Eritrea. Ad essa si aggiunse nel 1908 la Somalia, protettorato italiano dal 1889. Nell’Africa del Nord la guerra del 1911-1912, conclusasi col Trattato di Ouchy (Losanna), portò all’occupazione della Cirenaica e della Tripolitania, cui fu annessa successivamente la regione del Fezzan.
Archivi d’Africa
43
Nel Corno d’Africa la legge organica del 1936 trasformò i territori di Etiopia, Eritrea e Somalia in un’unica entità politico-giuridica, l’Africa Orientale Italiana (AOI) che al suo interno comprendeva, oltre ai governi delle due colonie già esistenti, il Governo dell’Amara, del Galla Sidama, del Harar, dello Scioa (che sostituì quello di Addis Abeba)5. I sei governi avevano il compito di dirigere la politica e l’amministrazione nel territorio di propria giurisdizione; provvedevano alla sicurezza, alla tutela dell’ordine pubblico e al funzionamento di tutti gli uffici e servizi e ne coordinavano l’attività. Il Governatore generale dell’Africa Orientale Italiana era il capo supremo dell’amministrazione locale, ed era alle dirette dipendenze del Ministero dell’Africa Italiana. Egli assumeva anche il titolo di vicerè, carica ricoperta dal 1936 al 1941 da Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani e Amedeo d’Aosta. La legge organica del 1936 dava dunque personalità giuridica all’AOI e la poneva in una posizione di superiorità gerarchica rispetto ai governi locali, ma allo stesso tempo attribuiva anche a questi ultimi il carattere di organo giuridico e una certa autonomia. Ad esempio, i governatori locali corrispondevano direttamente al Ministero dell’Africa Italiana per gli affari ordinari di governo e ne applicavano le direttive, col viceré che si limitava ad una funzione di mediazione. Si trattava di una organizzazione complessa e complicata, come spiega Gennaro Mondaini: Appare come l’organizzazione dell’AOI proceda in linea generale, di diritto o di fatto, per sovrapposizione del governo generale e relativi organi sui governi locali nel campo politico, legislativo, amministrativo, giudiziario, finanziario, tributario; ma senza abbandonare in modo completo od assoluto la vie della divisione dei poteri e funzioni tra governo generale e governi locali, i quali ultimi hanno, con una personalità giuridica propria, una loro particolare potestà di ordine non semplicemente amministrativo ma anche politico e legislativo. Se non è insomma assolutamente una colonia federale, l’AOI non è neppure assolutamente una colonia unitaria. Essa è una colonia sui generis, un vicereame.
Dal punto di vista archivistico, infine, sia il Governatorato generale sia i governi locali avevano il proprio archivio. Questa struttura e questo funzionamento sono particolarmente importanti dal punto di vista della ricerca storica, poiché in una situazione di dispersione degli archivi periferici – di cui si parlerà più avanti – si possono trovare tracce dirette della loro attività negli archivi dell’amministrazione centrale. Per quanto riguarda i possedimenti nordafricani, la riorganizzazione amministrativa era stata di qualche anno precedente all’occupazione dell’Etiopia. Qui 5 G. Mondaini, La legislazione coloniale nel suo sviluppo storico e nel suo stato attuale (1881-1940), Milano 1941. I governi a loro volta si dividevano in Commissariati, che potevano articolarsi in Residenze, divisibili in Vice Residenze.
44
Valeria Deplano
l’ultima e la più importante trasformazione istituzionale, che diede al possedimento la forma con cui esso arrivò prima alla guerra e poi all’occupazione britannica, risale al 1934, quando fu decretata l’unificazione delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica in un’unica colonia6: fu a questo punto che il possedimento assunse ufficialmente il nome con cui lo identifichiamo anche ora, quello di Libia. È ancora una volta Gennaro Mondaini, nel suo lavoro sulla legislazione coloniale, a spiegarne l’organizzazione: la colonia aveva a capo un Governatore generale, che dunque unificava i Governatorati di Tripolitania e di Cirenaica, ed era ripartita in direzioni di governo. Dal punto di vista amministrativo la Libia era divisa in quattro commissariati generali provinciali (Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna) e in un Territorio del Sahara libico; i capoluoghi erano sedi di Municipio, rette da un podestà. Dal punto di vista archivistico, dunque, anche nel possedimento nordafricano esisteva l’archivio del Governatorato generale, che aveva riunito a Tripoli le carte dei due Governi di Cirenaica e Tripolitania, e quelle dei quattro commissariati provinciali. Nel frattempo gli anni Trenta avevano portato ad una trasformazione dell’amministrazione coloniale anche a Roma, dove nel 1912, all’indomani dell’occupazione di Cirenaica e Tripolitania, era stato costituito il Ministero delle Colonie7. Riorganizzato diverse volte nel corso degli anni, nel 1937 il Ministero fu rinominato “Ministero dell’Africa Italiana”, così da rispecchiare la nuova dimensione imperiale, che faceva dei possedimenti africani non un’appendice ma una parte sostanziale che ridefiniva il senso stesso dello Stato8 . Al MAI erano affidate, per i territori coloniali, tutte le competenze che per il territorio metropolitano erano divise tra i diversi soggetti ministeriali. Oltre all’archivio corrente il Ministero aveva un proprio archivio storico, costituito nel 1928 all’interno del Ministero delle colonie: come spiega Pellegrini nel periodo 1933-41 l’archivio fu sottoposto ad una operazione di riordinamento per materia, che ha lasciato dei segni sullo stato attuale degli archivi d’Africa9.
6
RDL 3 dicembre 1934, n. 2012 Per le vicende dell’amministrazione coloniale si rimanda a V. Pellegrini, A. Bertinelli, Per la storia dell’amministrazione coloniale italiana, Milano 1994; C. Marinucci, T. Columbano, Il governo dei territori d’oltremare, (1869-1955), in L’Italia in Africa, Serie giuridico-amministrativa, vol. I, Roma 1963. 8 Non si vuole intendere, con questa affermazione, che i possedimenti africani, e soprattutto quelli del Corno d’Africa, furono inclusi nel territorio metropolitano come accadde ad esempio all’Algeria nel periodo francese. La questione della “dimensione imperiale” era considerata da Mussolini più che altro una spinta perché gli italiani includessero l’impero nelle proprie prospettive di vita, al tempo stesso simbolo della grandeur della nuova Italia e luogo in cui la rinnovata italianità fascista poteva trovare la propria migliore espressione. Per questo motivo le colonie, semplici appendici dipendenti dallo Stato ma non necessariamente connesse alla vita della nazione, lasciarono spazio al più altisonante concetto di “Africa Italiana”. 9 V. Pellegrini, Le fonti del Ministero dell’Africa italiana... cit., pp. 312-315. 7
Archivi d’Africa
45
2. Gli archivi dell’amministrazione coloniale durante il conflitto Ancora prima del trattato di pace, fu la guerra a segnare il destino degli archivi dell’amministrazione coloniale, sia quella periferica sia, dopo, di quella centrale. Come detto, le colonie si trasformarono immediatamente in un fronte di guerra e la disfatta dell’Italia iniziò proprio dai suoi possedimenti coloniali. Nel Corno d’Africa l’avanzata degli eserciti alleati fu rapida: nei primissimi mesi del 1941 le truppe inglesi entrarono in Eritrea e in Somalia per poi raggiungere l’Etiopia, la cui capitale fu occupata nel maggio dello stesso anno, cinque anni esatti dopo l’ingresso degli italiani ad Addis Abeba. L’occupazione alleata segnò la catastrofe per gli archivi dell’amministrazione coloniale periferica nel Corno d’Africa, poiché le carte del governatorato generale e quelli dei governi periferici della Somalia e del territorio etiopico andarono in gran parte distrutte. Scrive Giulia Barrera che probabilmente furono gli italiani stessi a darle alle fiamme, come spesso accade nei momenti in cui i rovesci bellici fanno presagire una perdita di potere10. Resta da verificare se in questi territori si siano conservati gli archivi di qualche sottodivisione amministrativa, come è stato scoperto per l’Eritrea negli anni Novanta del Novecento: qui, infatti, sono stati individuati gli archivi del municipio di Asmara e di due Commissariati, quello dell’Hamasien e dell’Akelè Guzai, fonti preziose che si aggiungono a quelle giudiziarie, parimenti dislocate negli ex-territori coloniali11. Anche a prescindere da tali ritrovamenti, gli archivi della “colonia primigenia” sono stati quelli che nel Corno d’Africa subirono un danno più limitato dagli eventi bellici, almeno dal punto di vista della quantità di carte messe in salvo. Prima dell’arrivo delle truppe britanniche infatti la documentazione del Governatorato d’Eritrea fu inscatolata: 48 casse contenevano la documentazione relativa all’amministrazione della colonia dal momento dell’acquisto della baia di Assab da parte della compagnia genovese Rubattino (quindi nel 1869) sino allo stesso 1941. L’intento era quello di mettere immediatamente in salvo l’archivio, ma a causa del precipitare degli eventi le casse non furono inviate in Italia, e rimasero nel territorio durante l’amministrazione inglese. È in questo periodo che l’archivio subì alcune prime manomissioni, di cui tutt’ora dà conto 10 G. Barrera, Carte contese. La spartizione degli archivi coloniali e le controversie internazionali in materia di archivi... cit., p. 22. 11 Su questi archivi si vedano i lavori di I. Taddia, The Regional Archive at Addi Qäyyeh, Eritrea, in «History in Africa», 25 (1998), pp. 423-425; F. Locatelli, The Archives of the Municipality and the High Court of Asmara, Eritrea: Discovering the Eritrea “Hidden from History”, in «History in Africa», 31 (2004), pp. 469-478. Per quanto riguarda la possibilità dell’esistenza di carte non incluse normalmente nel bilancio di ciò che rimane dell’amministrazione italiana, documentazione prodotta nella seconda metà degli anni Trenta è ad esempio conservata negli archivi nazionali di Addis Abeba.
46
Valeria Deplano
lo stesso inventario reso disponibile dall’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri12. La guerra compromise anche l’archivio dell’amministrazione centrale. Allo scoppio del conflitto le carte del Ministero delle Colonie, ormai Ministero dell’Africa Italiana, furono spostate per precauzione e conservate in parte nei sotterranei del palazzo Colonna e in parte nei locali del Museo africano, in via Aldrovandi13. Nel 1943, quando l’Italia si trovò divisa tra Regno del Sud e Repubblica Sociale, nonostante la precarietà della situazione e nonostante la recente sconfitta subita sul fronte africano, tanto il governo di Salerno quanto quello di Salò dimostrarono un certo interesse per il rilancio della politica coloniale. In quel contesto l’archivio del Ministero divenne uno strumento fondamentale per poter portare avanti sia i primi provvedimenti in sostegno ai profughi, sia soprattutto le primissime campagne di rivendicazione dei territori africani. Fu con questi obiettivi che, nel tentativo di ricostituire al Nord il Ministero dell’Africa italiana, nel 1944 il governo della Repubblica Sociale decise di trasportare gli archivi correnti e quelli di deposito nel nord del paese, nei pressi del lago Maggiore. Ai comprensibili danni causati dallo spostamento dei documenti in condizioni tanto frettolose e precarie, si aggiunse il fatto che un carro ferroviario fu erroneamente attaccato a un treno diretto in Germania, causando la perdita di circa 8000 fascicoli14.
3. Gli archivi dell’amministrazione coloniale centrale nel dopoguerra Dopo la fine del conflitto lo Stato italiano si trovò di conseguenza ad affrontare due ordini di questioni: da una parte lo smembramento dell’archivio dell’amministrazione centrale; dall’altra il destino incerto degli archivi dell’amministrazione periferica. Da un punto di vista diplomatico il destino delle carte dell’amministrazione centrale non destava controversie: l’archivio del Ministero dell’Africa Italiana era destinato a restare in Italia senza subire ulteriori mutilazioni. Di conseguenza, i documenti spostati al nord furono trasportati nuovamente a Roma nel 1945, dal 1946 al 1950 una commissione lavorò alla loro ricognizione, revisione e definizione della loro destinazione. Il Trattato di Parigi, però, come conseguenza della già citata rinuncia alle colonie contenuta al suo interno, sentenziava implicitamente la scomparsa dello 12 E. Serra, Inventario dell’Archivio “Eritrea”, Roma, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, 1977. 13 Inventario dell’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana (1857.1939), Roma, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, 1975. 14 Ibidem.
Archivi d’Africa
47
stesso Ministero dell’Africa Italiana. In realtà, a causa della politica di rivendicazione iniziata dal 1943 e poi portata avanti anche dai governi post-bellici, il Ministero continuò ad esistere e ad operare, mantenendo lo stesso nome e una struttura complessa, sino alla definitiva conclusione della vicenda coloniale: vale a dire sino a quando l’ONU non stabilì finalmente il destino di tutti gli ex-possedimenti coloniali italiani15. A quel punto fu la legge del 29/4/1953 n.430 a chiudere definitivamente il capitolo iniziato nel 1912, imponendo la soppressione del MAI. Da quel momento la vicenda dell’archivio dell’amministrazione centrale fu determinata da altri due eventi: uno, che potremmo definire ordinario, e che riguarda la nomale gestione degli archivi di un ente che scompare, la cui scomparsa però per ovvi motivi non coincide con la cessazione di alcune funzioni che gli erano proprie. Il secondo evento fu l’importanza riconosciuta dai governi alle fonti archivistiche per l’elaborazione della narrativa ufficiale del colonialismo italiano. Le competenze del Ministero dell’Africa italiana furono frazionate tra le amministrazioni dello Stato in base ad un criterio di analogia di funzioni; come ha spiegato Patrizia Ferrara, lo stesso accadde alla documentazione, divisa tra Ministero degli Interni, delle Finanze, della Difesa e del Tesoro16 . In seguito questi hanno versato la documentazione all’Archivio Centrale dello Stato, così come al medesimo Archivio sono stati destinati, «previo reimbustamento e raggruppamento per direzioni generali», anche i circa 3000 pezzi ritrovati nel 1989 nei magazzini del Ministero del Tesoro. All’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri andò invece l’Archivio storico del soppresso MAI, formatosi in seno al Ministero delle Colonie nel 1928. Ad esso si aggiunsero le carte che riguardavano il dibattito sul destino dell’Eritrea, prodotte dalla Direzione Generale Affari politici, che ora costituiscono il fondo II Direzione Africa Orientale. Un ultimo fondo riconnette in maniera evidente la storia archivistica a quella politica: in una Italia che aveva accettato suo malgrado la perdita delle colonie, ma che non aveva davvero tagliato i ponti con il passato coloniale, nel 1952 il decreto interministeriale n.140 decise la creazione di un «comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa». Il comitato, voluto dal ministro Giuseppe Brusasca, fu presieduto da Francesco Saverio Caroselli, dal 1912 funzionario coloniale e dal 15 Per l’articolazione interna del Ministero dalla fine del conflitto mondiale al 1953 si rimanda a V. Pellegrini, A. Bertinelli, Per la storia dell’amministrazione coloniale italiana... cit., pp. 26-27. 16 P. Ferrara, Recenti acquisizioni dell’Archivio centrale dello Stato in materia di fonti per la storia dell’Africa italiana: ufficio Studi e Propaganda del MAI... cit., p. 80. Le carte sull’assistenza dei profughi sul territorio furono attribuite al Ministero degli Interni, la documentazione dell’Azienda Monopolio Banane passò al Ministero delle Finanze, la documentazione sull’assistenza ai militari nelle colonie andò alla Difesa, mentre al Tesoro andarono i risarcimenti dei danni e in generale le carte sulle liquidazioni delle passate gestioni e i fascicoli del personale del passato Ministero.
48
Valeria Deplano
1937 governatore della Somalia. Degli altri ventidue componenti ben quindici erano stati membri dell’amministrazione coloniale italiana: a loro era affidato il compito di pubblicare in una serie specifica una serie di volumi che raccontassero l’azione positiva dell’Italia nelle colonie17. Un’azione dannosa sul piano archivistico quanto su quello storico politico: i membri del comitato, oltre ad essere gli unici ad avere l’accesso alle carte dell’amministrazione coloniale - impedendo a lungo, in questo modo, lo sviluppo di una storiografia critica sulla vicenda coloniale italiana18 - per circa un quindicennio estrassero fascicoli e documenti sia dall’ “Archivio Eritrea” (di cui si parlerà nel prossimo paragrafo) sia dagli altri fondi del soppresso MAI, per i loro fini editoriali. Sebbene teoricamente fosse previsto che la documentazione, una volta utilizzata, fosse reinserita nella posizione di provenienza, il reinserimento fu prevedibilmente impossibile. Le carte che sono effettivamente tornate all’archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri hanno finito per formare ora un fondo miscellaneo, chiamato comunemente Africa 3, che contribuisce all’ulteriore frammentazione e confusione dei fondi relativi al passato coloniale dell’Italia19.
4. Gli archivi dell’amministrazione coloniale periferica dopo la fine della guerra In assenza di una legislazione internazionale apposita, nella maggior parte dei processi di decolonizzazione il destino degli archivi delle amministrazioni coloniali è stato deciso in maniera univoca dai governi delle potenze colonizzatrici, che hanno creato le condizioni per la nascita di dispute e contese internazionali che spesso si trascinano ancora oggi20. Nel caso italiano, invece, il fatto che la fine dell’impero coloniale sia stata contestuale alla sconfitta subita nel corso del conflitto mondiale ha fatto sì che nel regolare gli impegni del paese nei confronti dei territori occu17 Cfr. A.M. Morone, I custodi della memoria. Il Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, «Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale», 23 (2010), pp. 24-38; A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell’impero, Bari 1982, p. 232; R.H. Rainero, Colonialismo e imperialismo italiano nella storiografia italiana del secondo dopoguerra, in L’Italia unita. Problemi ed interpretazioni storiografiche, a cura di Idem, Milano 1981, p. 189. 18 Non solo i membri del comitato ebbero il monopolio nell’accesso agli archivi, ma furono responsabili dell’elaborazione di una narrazione storica assolutoria e agiografica. I limiti storiografici e interpretativi di molti volumi dell’opera L’Italia in Africa, pubblicata sino agli anni Ottanta, sono stati evidenziati da Angelo Del Boca in A. Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Bari 1992. 19 V. Pellegrini, Le fonti del Ministero dell’Africa italiana... cit., pp. 319-321; E. Serra, Inventario dell’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana, volume III (1879-1955), Miscellanea, Ministero degli Affari Esteri, Servizio Storico e Documentazione, Roma 1979. 20 Se da una parte gli Stati europei hanno cercato di tutelarsi portando con sé le carte considerate compromettenti, ben presto i paesi di nuova indipendenza hanno compreso l’importanza degli archivi sia per la costruzione della propria identità sia per la risoluzione di questioni aperte nel periodo di occupazione. G. Barrera, Carte contese. La spartizione degli archivi coloniali e le controversie internazionali in materia di archivi... cit., pp. 19-23.
Archivi d’Africa
49
pati, il Trattato di Parigi del 1947 regolasse anche il destino della documentazione prodotta dalle ramificazioni periferiche del MAI: l’Italia era chiamata a cedere gli archivi prodotti nei territori di cui perdeva la sovranità e a restituire quelli indebitamente portati nella penisola. Dal punto di vista delle colonie la questione riguardava gli unici due archivi rimasti in Africa, quindi quelli di Eritrea e Libia. Nel primo caso, come scritto in precedenza, nella cosiddetta “colonia primigenia” erano rimasti soltanto gli archivi di alcune amministrazioni periferiche. Nonostante il trattato, infatti, negli anni immediatamente successivi al conflitto, l’Archivio Eritrea, sistemato nelle casse prima dell’occupazione britannica, fu successivamente trasportato in Italia. Attualmente è stato versato ed è consultabile, nonostante i danni subiti nel periodo della British Military Administration, presso l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Esteri. Come ha scritto Barrera, l’Archivio Eritrea è un archivio che lo Stato eritreo avrebbe tutto il diritto di rivendicare, non soltanto in osservanza del Trattato di pace ma anche in accordo al principio secondo cui gli archivi dello Stato predecessore relativi all’amministrazione del territorio che passa nella giurisdizione di un nuovo Stato, debbano passare anch’essi alla giurisdizione di quest’ultimo21. Come detto, si tratta di un principio che, nel contesto della decolonizzazione, non è stato applicato in maniera estensiva e completa da nessuna amministrazione coloniale. Questo anche a causa del duplice ruolo ricoperto dagli archivi (beni culturali, ma anche portatori di informazioni), che diventava particolarmente cruciale nel contesto di rapporti diseguali che avevano come proprio presupposto il razzismo e la violenza. Nello specifico caso della ex-colonia italiana d’Eritrea, a differenza di quanto accaduto a proposito delle carte coloniali di altri Stati europei, il diritto alla restituzione di un archivio sicuramente importante per la costruzione di una memoria storica nazionale degli eritrei non è mai stato rivendicato dal governo di Asmara. Questo a causa, probabilmente, degli avvenimenti che hanno coinvolto lo Stato africano dopo il 1952: annesso dapprima ad un’Etiopia che aveva ben poco interesse al recupero di quelle fonti, per i successivi trent’anni la ex colonia è stata teatro di una sanguinosa guerra di indipendenza che, pur vittoriosa, ha portato abbastanza rapidamente ad un’involuzione dittatoriale nel paese. Una posizione particolarmente debole per intraprendere battaglie diplomatiche, tanto più a favore di un archivio la cui accessibilità e fruibilità sarebbe quantomeno dubbia in un contesto di serrato controllo delle informazioni come è quello del regime di Isaias Afewerki. 21 L’International Council for Archives ha operato spesso per la salvaguardia degli archivi di molte ex-colonie, richiamandosi al principio fondante della disciplina archivistica, chiamato in Italia “metodo storico”. Sui limiti di tali interventi, in particolare sulle scivolosità della legislazione, si rimanda nuovamente al saggio di Barrera.
50
Valeria Deplano
In Eritrea, inoltre, l’importanza della memoria del colonialismo sembra molto meno centrale nelle politiche di costruzione dell’identità nazionale del paese, di quanto non sia – o sia stata – ad esempio in Libia. Nello Stato nordafricano, dalla “rivoluzione” del 1969 in poi, la memoria dell’occupazione subita e della resistenza all’occupante italiano è stata utilizzata come collante per tenere assieme una nazione profondamente frammentata e articolata al suo interno. Anche in questo caso però, per dinamiche che potremmo dire diametralmente opposte a quelle viste per l’Eritrea, questo interesse non si è tradotto in un impegno per lo sviluppo di una politica archivistica, e nell’interesse per la valorizzazione delle carte dell’amministrazione coloniale. Ad esclusione del fondo della Prefettura di Derna, che si trova attualmente all’Archivio Centrale dello Stato e sulle cui modalità di arrivo in Italia non sono riuscita a trovare notizie, la maggior parte delle carte dell’amministrazione coloniale periferica, e in particolare le carte del Governatorato generale della Libia non sono state né distrutte, né sono andate disperse, e nemmeno sono state portate in Italia. La documentazione rimase a Tripoli, dove però né nel periodo della monarchia di Idris I (1951-1969), né tantomeno dopo il colpo di Stato degli ufficiali guidati da Gheddafi, fu mai costituito un archivio nazionale. Lasciato nel Castello di Tripoli, dove aveva sede il Dipartimento delle Antichità, e non sottoposta ad alcun intervento di riordino o inventariazione, durante la Jamahiriya la documentazione coloniale italiana fu posta sotto il controllo del Ministero dell’Interno e, come ha scritto Francesca Di Pasquale, «esclusa dalla consultazione, ufficialmente perché considerata strumento per la diffusione del punto di vista del colonizzatore»22. In verità, spiega sempre Di Pasquale, in un contesto in cui la memoria del colonialismo aveva una portata politica notevole, l’inaccessibilità delle fonti serviva a Gheddafi per mantenere il monopolio sulla narrazione di quel periodo e in particolare sul jihad come elemento fondante del mito nazionale. I primi interventi per la valorizzazione della documentazione coloniale e la creazione di un archivio si ebbero solo nel primo decennio degli anni Duemila, in concomitanza con il miglioramento dei rapporti internazionali della Libia di Gheddafi ma in particolare in coincidenza con l’avvio di un programma di ricerca storica italo-libico. In questa occasione il “Centro studi e ricerche sullo jihad libico” non solo sollecitò due missioni di storici ed archivisti italiani, che a Tripoli nel 2000 e nel 2002 si occuparono di una prima valutazione delle condizioni del patrimonio archivistico conservato al Castello, ma creò le condizioni per lo spostamento delle competenze sulle carte dal Dipartimento allo stesso Centro studi, avvenuta nel 200823. L’opera 22 Cfr. F. Di Pasquale, La memoria senza archivio. Processi identitari e fonti archivistiche in Libia (19522011)... cit., p. 40. 23 Sulle vicende relative all’archivio e al Centro si vedano ancora F. Dumasy, F. Di Pasquale, Être historien
Archivi d’Africa
51
di trasferimento, individuazione delle serie e inizio di inventariazione finalizzata alla creazione dell’archivio e all’accessibilità delle fonti, è stata però interrotta dalla rivolta sfociata in guerra civile del 2011; e lo stesso contesto bellico ha interrotto anche il processo di elaborazione di una legislazione archivistica (che pareva avviata, per la prima volta, nel 2012 ma di cui al momento non si ha notizia).
5. Conclusioni Oltre al Trattato di pace del 1947 e alle sue indicazioni (più o meno seguite, o più o meno disattese, come abbiamo visto), sono diverse le dinamiche storico-politiche che hanno avuto un impatto sul destino degli archivi dell’amministrazione coloniale italiana, e ne hanno causato la frammentazione, la dispersione e una difficile fruibilità. Tale condizione è particolarmente deplorevole visto l’interesse che tali archivi hanno per la memoria nazionale e l’identità delle popolazioni precedentemente sottoposte al controllo coloniale dell’Italia; ma anche per la ricostruzione stessa della memoria coloniale dell’Italia e degli italiani. Al momento immaginare interventi che favoriscano la restituzione degli archivi illegittimamente portati in Italia, e la valorizzazione di quelli che si trovano in Africa appare un esercizio velleitario, dato il contesto dittatoriale in cui versa l’Eritrea, e la guerra civile che dal 2011 sino ad oggi, nel 2019, flagella la Libia. Diverso il discorso sugli archivi dell’amministrazione coloniale centrale: nonostante al momento non ci siano rivendicazioni in materia archivistica da parte dei paesi sorti sui territori prima sottoposti a colonizzazione24, dal punto di vista tanto storico quanto politico - diplomatico sarebbe importante e utile pensare di prendere anche in Italia provvedimenti simili a quelli adottati negli archivi nazionali di alcune ex potenze coloniali, che hanno reso disponibili online i propri strumenti di ricerca e a volte anche i propri archivi di interesse per le ex colonie. Un’iniziativa che valorizza gli archivi come istituzioni a favore della trasparenza e della condivisione, e che tiene conto di quanto la storia coloniale rappresenti dans la Libye de Kadhafi. Stratégies professionnelles et pratiques mémorielles autour du Libyan Studies Center, «Politique africaine», 125 (2012), 1, pp. 127-146; e F. Di Pasquale, L’archivio storico libico. Note sulla genesi di un archivio mediterraneo e sulle nuove prospettive di ricerca, in Al Maghrib al-’arabi. The System of Relationships within the Arab-Islamic World: Centre and Periphery, a cura di M. Sciortino, Roma 2013. 24 Vale la pena ricordare almeno come nota che, mentre l’archivio della Prefettura di Derna e l’Archivio Eritrea restano indisturbati a Roma, l’unica rivendicazione fu avanzata, su basi erronee, dalla Libia, a margine del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008. L’ art.16 del trattato tra Berlusconi e Gheddafi conteneva una clausola sulla restituzione di manoscritti e beni culturali che per un momento sembrò poter interessare anche i documenti dell’amministrazione coloniale centrale. Fu sempre Barrera a evidenziare come lo spostamento di singoli documenti, che avrebbe pregiudicato il principio della indivisibilità degli archivi, fosse inaccettabile e inattuabile.
52
Valeria Deplano
non solo un capitolo con cui gli europei devono ancora fare i conti in tutte le sue implicazioni, e che quindi necessita di nuove e più complete ricerche; ma anche e soprattutto un capitolo che oltre all’Europa riguarda tutte le popolazioni, tutti gli uomini e le donne, sui cui territori gli europei hanno esercitato il loro potere. Data la particolare situazione degli archivi italiani, oltre che una sensibilità e una volontà politica un progetto simile richiederebbe un notevole investimento non solo economico ma di coordinamento tra i diversi ministeri: la collaborazione tra Archivio Centrale dello Stato e Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri che porti allo scambio di informazioni e alla realizzazione di strumenti di ricerca comune, già auspicata da Pellegrini, appare ancora lontana dall’essere realizzata. Una situazione che addolora tanto più se si tiene conto che, a quasi trent’anni di distanza dal convegno di Taormina sulle fonti coloniali e a oltre venti dalla pubblicazione degli atti, l’archivistica e l’informatica sono state in grado di superare molte delle difficoltà tecniche ancora esistenti negli anni Ottanta, e offrono ormai tutti gli strumenti e le conoscenze necessarie per la ricostruzione, almeno virtuale, dell’archivio dell’amministrazione coloniale.
ALFREDO CANAVERO Università degli Studi di Milano
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
Alla fine della seconda guerra mondiale gli italiani si convinsero che “un uomo solo”, vale a dire Mussolini, era il responsabile della guerra e della catastrofe conseguente e che quindi nessuna colpa poteva essere ascritta al popolo italiano1. Ogni sia pur vago accenno dei vincitori a un trattamento favorevole per l’Italia veniva percepito come una conferma ed era amplificato dai giornali. E v’è da riconoscere che di vaghe promesse per un trattamento mite e onorevole, che tenesse conto della dichiarazione di guerra alla Germania e del periodo della cobelligeranza erano pur state fatte, specie dagli Stati Uniti. Tuttavia le voci che cominciavano a trapelare sulle intenzioni degli alleati erano tutt’altro che favorevoli. Il silenzio che rispose alla domanda italiana di essere ammessa alla Conferenza di S. Francisco per l’approvazione della Carta delle Nazioni Unite fu eloquente. La nuova Italia democratica e antifascista avrebbe dovuto pagare tutti i debiti del fascismo, era ancora considerata uno Stato ex-nemico. Questa era la situazione in cui De Gasperi, come ministro degli Esteri nel governo Parri e poi come presidente del Consiglio, si trovò a operare, stretto tra le dure posizioni degli alleati e le aspettative esagerate di un’opinione pubblica che si autoassolveva da ogni responsabilità, senza contare l’attività inquietante della Jugoslavia, che intendeva avanzare nella Venezia Giulia fino all’Isonzo e quella altrettanto pericolosa della Francia che cercava di annettersi la Valle d’Aosta. I primi mesi dopo la fine della guerra videro De Gasperi impegnato a fare pressioni su americani e inglesi perché fossero fermati i tentativi francesi e jugoslavi di mettere gli alleati di fronte al fatto compiuto. Le prime concrete informazioni sul trattato di pace arrivarono solo nel mese di giugno del 1945, quando Tarchiani fece sapere da Washington che il Dipartimento di Stato stava predisponendo una bozza di trattato che avrebbe poi confrontato con quella britannica, prima di intavolare discussioni con URSS, Francia, Jugoslavia e Grecia2. 1
Cfr. A. Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washington, Milano 1955, p. 81. A. Tarchiani a A. De Gasperi, Washington, 14 giugno 1945, in Ministero degli Affari Esteri Commissione per la pubblicazione dei documenti diplomatici, Documenti Diplomatici Italiani (d’ora in poi DDI), Decima serie: 1943-1948, vol. II (12 dicembre 1944-9 dicembre 1945), Roma 1992, pp. 352-353. 2
54
Alfredo Canavero
In vista dell’incontro dei Tre grandi, che si sarebbe tenuto a Potsdam nel luglio successivo, De Gasperi inviò una lettera ai rappresentanti a Roma dei paesi latino-americani per chiedere il loro appoggio al fine di evitare che il trattato di pace in elaborazione contenesse clausole troppo pesanti3. Contemporaneamente sollecitò i nostri rappresentanti a Washington (Tarchiani), Londra (Carandini), Mosca (Quaroni) e Parigi (Saragat), perché sondassero i loro interlocutori, sollecitando una rapida conclusione di un trattato di pace. In quel momento non era ancora ben chiaro se gli alleati avrebbero sottoposto all’Italia un diktat o pensassero di ammettere il governo italiano a discutere delle condizioni di pace. Le risposte degli ambasciatori fecero comprendere che si stava delineando una posizione relativamente favorevole all’Italia da parte degli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna, come pure l’URSS, era intenzionata a imporre sacrifici finanziari e territoriali. Rispondendo a De Gasperi, Quaroni molto realisticamente affermava che il trattato sarebbe stato duro, «molto e molto più duro di quanto non si aspetti l’opinione pubblica italiana»4. Per cercare di migliorare la propria posizione agli occhi degli alleati, l’Italia, alla vigilia dell’apertura della Conferenza di Potsdam, dichiarò guerra al Giappone (15 luglio 1945)5. Un filo di speranza per un trattamento migliore di quanto preannunciato venne tuttavia dal cambiamento di governo in Gran Bretagna a seguito delle elezioni del luglio, che avevano dato la maggioranza ai laburisti. Sembrava ne fosse prova il riferimento all’Italia fatto nel documento conclusivo di Potsdam. I governi alleati avevano infatti incluso la predisposizione di un trattato di pace con l’Italia «among the immediate important task to be undertaken», promettendo anche un appoggio per la candidatura dell’Italia all’ONU6 . L’attribuzione al Consiglio dei ministri degli Esteri delle potenze vincitrici dell’elaborazione dei trattati di pace con quelle che erano definite «le potenze minori dell’Asse» faceva però capire che l’Italia sarebbe stata chiamata, forse, a dire la sua, ma non certo a prender parte a una vera trattativa. 3 A. De Gasperi ai rappresentanti a Roma dei paesi latino-americani, Roma, 3 luglio 1945, ibid., pp. 411-412. 4 P. Quaroni a A. De Gasperi, Mosca, 6 luglio 1945, ibid., p. 427. 5 Il presidente del Consiglio Ferruccio Parri fece trasmettere da De Gasperi all’ambasciatore Tarchiani il seguente messaggio al presidente Truman in occasione della dichiarazione di guerra: «Nel giorno in cui la nuova Italia democratica dichiara guerra al Giappone, desidero esprimerle nostra unanime profonda soddisfazione per l’operante solidarietà che ci stringe ormai col vostro paese e cogli Alleati dall’Europa all’Estremo Oriente. Che il nostro allineamento con le Nazioni Unite contro il Giappone coincida col Convegno di Postdam è per tutti gli italiani ragione di fede e di speranza in quell’avvenire di giustizia di cui ella è, signor presidente, l’interprete più alto ed efficace». A. De Gasperi a A. Tarchiani, Roma, 15 luglio 1945, ibid., p. 456. 6 Foreign Relations of the United States (d’ora in poi FRUS): Diplomatic Papers, The Conference of Berlin (The Potsdam Conference), 1945, vol. II, ed. R. Dougall, Washington 1960, p.1509.
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
55
Ciononostante le aspettative dei responsabili del Ministero degli Esteri italiano restavano inspiegabilmente alte, come si vide nell’agosto del 1945, nel corso di una riunione tra De Gasperi, il sottosegretario Giovanni Visconti Venosta, l’ambasciatore a Parigi Giuseppe Saragat, il segretario generale Renato Prunas, il sottosegretario alla guerra Pompeo Chatrian e il diplomatico Enrico Cerulli, famoso orientalista. De Gasperi valutava con molta chiarezza e concretezza la situazione. La questione «principale e più minacciosa - diceva - è quella della Venezia Giulia; poi Alto Adige; poi Francia: il tutto inquadrato nella questione mediterranea e nel problema delle colonie e del Dodecaneso. Su queste due ultime non dobbiamo farci molte illusioni. Il problema coloniale è compromesso da passate dichiarazioni inglesi nonché dagli interessi dell’Impero britannico»7. La maggior parte degli altri intervenuti si dilungò invece, con ingiustificato ottimismo, sulle possibilità di mantenere le colonie, forse dando già per acquisito il mantenimento dei confini della penisola. Nelle settimane seguenti, De Gasperi ricevette informazioni dagli ambasciatori presenti nelle principali capitali estere. Ne usciva un quadro ben poco confortante, con i russi decisi a imporre una pace punitiva, gli inglesi un po’ meglio disposti dopo il cambio di governo, gli americani abbastanza favorevoli e i francesi non ostili, ma decisi a ottenere modifiche importanti al confine occidentale, acquisendo Briga e Tenda. De Gasperi cercò un appoggio negli Stati Uniti e il 22 agosto scrisse al Segretario di Stato Byrnes una lunga lettera in cui precisava il punto di vista italiano sui diversi problemi. Come altre volte avrebbe fatto in seguito, De Gasperi evitava di proporre soluzioni estreme, preferendo dire subito quali erano i punti irrinunciabili. Per la frontiera orientale si proponeva la linea Wilson, che avrebbe comunque lasciato ben 80.000 italiani al di là dei confini. Per Fiume e Zara si chiedeva uno statuto speciale di autonomia che ne salvaguardasse l’identità italiana. La frontiera con l’Austria doveva essere mantenuta al Brennero, mentre per la frontiera occidentale si proponevano amichevoli colloqui con la Francia. L’Italia accettava che le isole del Dodecaneso passassero alla Grecia, mentre per le colonie se ne proponeva il mantenimento, rifiutando l’idea del trusteeship8 . Byrnes rispose il 4 settembre, dicendo che «This frank and statesmanlike exposition of the Italian point of view is most useful and will receive careful study»9, ma senza entrare nel merito. Nel corso della Conferenza dei ministri degli Esteri che si era inaugurata a Londra l’11 settembre, fu deciso di invitare l’Italia a esporre il proprio pensiero sulla questione della frontiera orientale. L’invito pervenne al nostro rappresentante 7 Riunione ministeriale per la conferenza della pace, Roma, 2 agosto 1945, in DDI, Decima serie: 19431948, vol. II... cit, p. 506. 8 A. De Gasperi a J. Byrnes, Roma 22 agosto 1945, ibid., pp. 604-608. 9 J. Byrnes a A. De Gasperi, Washington, 4 settembre 1945, ibid., p. 670.
56
Alfredo Canavero
a Londra, Carandini, la sera del 14 settembre, mentre l’audizione dell’Italia era prevista per il giorno 1710. Carandini informò poi De Gasperi che l’invito era stato voluto da Byrnes e dal premier britannico Bevin dopo che Molotov aveva richiesto di sentire l’opinione della Jugoslavia11. De Gasperi, accompagnato da Visconti Venosta e pochi altri collaboratori, fu accolto gelidamente in Gran Bretagna, tanto che la delegazione italiana dovette passare attraverso le normali procedure doganali e di controllo. Arrivato a Lancaster House, dove si teneva la conferenza, dovette attendere a lungo in anticamera, perché doveva prima essere ascoltato il ministro degli Esteri jugoslavo, Edvard Kardelj12. Per un’indisposizione di quest’ultimo, l’audizione della delegazione italiana fu posticipata e De Gasperi poté parlare solo il giorno 18. Di fronte ai ministri degli Esteri egli pronunciò un conciso discorso in italiano, in cui ribadì la disponibilità dell’Italia a fare sacrifici «in nome della solidarietà europea»13, ricordò i legami con la Jugoslavia, le responsabilità del fascismo, ma anche l’azione degli italiani contro il fascismo. Propose di trovare una linea di divisione equa, che lasciasse il minor numero di minoranze nei confini altrui e ripropose la linea Wilson come base di partenza. Nella sostanza De Gasperi riprese tutte le proposte fatte nella già ricordata lettera a Byrnes. Il tono moderato dello statista trentino, contrapposto a quello acceso di Kardelj, fece buona impressione, anche se, come scrisse lo stesso De Gasperi riassumendo l’esito della sua visita a Londra, era «difficile valutarne effetti date ostilità già precedentemente delineatesi»14. Tuttavia il comunicato del Consiglio dei ministri degli Esteri che faceva riferimento a una linea etnica di demarcazione e all’internazionalizzazione del porto di Trieste, lasciava ben sperare15. De Gasperi capiva sempre più chiaramente che il problema italiano era solo un aspetto, e neppure dei più rilevanti, di una vicenda di politica internazionale molto più vasta e che le ragioni italiane, per quanto potessero essere fondate, erano destinate a essere prese in considerazione solo se funzionali alla sistemazione generale del dopoguerra che sarebbe stata decisa dalle maggiori potenze vincitrici. Prima di lasciare Londra, De Gasperi ebbe colloqui diretti e complessivamente cordiali con Bevin, Molotov, Byrnes e Bidault. Il ministro degli Esteri francese gli consigliò di fermarsi in Francia sulla strada del ritorno a Roma per incontrare 10
N. Carandini a A. De Gasperi, Londra, 15 settembre 1945, ibid., pp. 723-724. Ibid., p. 726. 12 Cfr. Adstans [P. Canali], Alcide De Gasperi nella politica estera italiana (1944-1953), Milano 1953, pp. 32-33. 13 A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, tt. 2, Alcide De Gasperi e la fondazione della Democrazia Cristiana, 1943-1948, Bologna 2008, t. II, p. 1482. 14 A. De Gasperi a R. Prunas, P. Quaroni, A. Tarchiani, G. Saragat, Londra, 21 settembre 1945, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. II... cit., p. 750. 15 Record of the twelfth meeting of the Council of Foreign Ministers, London, 19 September 1945, in FRUS, 1945, vol. II, General: Political and Economic Matters, Washington 1967, p. 255. 11
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
57
il generale De Gaulle, capo del governo provvisorio francese16 . De Gasperi accettò il suggerimento e il 25 settembre lo incontrò a Parigi. Il generale si mostrò molto comprensivo per Trieste, la frontiera al Brennero e le colonie, ma fu irremovibile per quanto riguardava la cessione di Briga e Tenda17. La Conferenza di Londra dei ministri degli Esteri si chiuse senza sostanziali risultati e senza fissare una nuova data di incontro. Le questioni che stavano a cuore all’Italia furono rinviate, salvo quella relativa alla frontiera orientale, che fu demandata allo studio di una commissione di esperti. De Gasperi, sempre puntualmente informato dai nostri rappresentanti diplomatici delle opinioni dei Grandi, si rese conto che il trattato di pace non sarebbe stato predisposto in tempi brevi. Cercò quindi di ottenere un temperamento delle clausole d’armistizio, in modo da eliminare il controllo militare alleato. Le perplessità degli alleati a questo proposito dipendevano anche dalla vita politica italiana che continuava ad essere incerta. Per timore di un esito negativo i partiti rimandavano la consultazione elettorale, cosa che rendeva scettici gli alleati sulla scelta democratica del paese. Parri aveva dimostrato la sua incapacità a gestire i complicati rapporti tra i partiti dell’Esarchia e alla fine di novembre il governo cadde, provocando non poche apprensioni a Washington e a Londra. Dopo lunghe trattative, il 10 dicembre De Gasperi assunse la presidenza del nuovo governo, mantenendo però anche la carica di ministro degli Esteri. Nel momento in cui De Gasperi assumeva il nuovo incarico, i ministri degli Esteri delle potenze vincitrici stavano per incontrarsi a Mosca per risolvere le questioni procedurali rimaste insolute a Londra e riprendere a lavorare sui trattati di pace. Uno dei primi atti di De Gasperi fu quello di inviare una lettera a Truman per augurare successo alla conferenza di Mosca, che si sarebbe tenuta dal 16 al 26 dicembre, e auspicare che i problemi italiani venissero risolti «con quello spirito di equità e di giustizia che ha sempre animato gli Stati Uniti nei nostri confronti e in amichevole collaborazione e consultazione coi popoli interessati»18 . A Mosca fu deciso di escludere la Cina dalle successive riunioni e di limitare la presenza della Francia al solo trattato di pace con l’Italia. Fu un duro colpo per il prestigio della penisola essere accomunati nelle trattative di pace con gli altri ex-alleati della Germania, senza che il periodo della cobelligeranza fosse tenuto in alcun conto. Mentre all’interno incombevano problemi di ogni genere e i partiti cercavano un modo per risolvere la questione istituzionale, De Gasperi si adoperò per 16 A. De Gasperi a R. Prunas, Londra, 22 settembre 1945, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. II... cit., pp. 754-755. 17 Colloquio del ministro degli Esteri, A. De Gasperi, con il capo del governo provvisorio francese, C. De Gaulle, Parigi, 25 settembre 1945, ibid., pp. 765-767. 18 A. De Gasperi a H. Truman, Roma, 16 dicembre 1945, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. III (10 dicembre 1945-12 luglio 1946), Roma 1993, p. 30.
58
Alfredo Canavero
promuovere sulla stampa internazionale una campagna a favore dell’Italia, mobilitando i paesi dell’America Latina, con cui esistevano buoni rapporti. Negli Stati Uniti fu anche istituito un Committee for a Just Peace with Italy, a cui partecipavano i maggiorenti italo-americani, tra cui Fiorello La Guardia, futuro sindaco di New York19. Intanto dal 1° gennaio 1946 anche l’Italia settentrionale, con l’eccezione della Venezia Giulia, passò all’amministrazione italiana, pur se il governo restava comunque sotto il controllo della Commissione Alleata. Verso la metà di gennaio ripresero i colloqui delle grandi potenze a Londra, sia pure a livello dei supplenti dei ministri degli Esteri. De Gasperi parlò l’8 febbraio con l’ammiraglio Stone, vicepresidente della Commissione alleata, che era in partenza per Londra, facendogli presente che né la Consulta, né tantomeno la futura Assemblea Costituente, avrebbero potuto approvare un trattato di pace troppo duro. In quel caso il governo sarebbe stato pronto a dimettersi. Stone approvò l’atteggiamento di De Gasperi, esortandolo a essere fermo e risoluto. «A Londra, disse ancora Stone, solo i Russi sanno quello che vogliono e sono realistici: gli altri non hanno il senso della realtà e si comportano spesso da insensati (stupid)»20. De Gasperi proseguì illustrando i punti che l’Italia giudicava irrinunciabili: la linea Wilson, Trieste e Pola, il confine al Brennero, salvo un eventuale piccolo spostamento della frontiera (zona di San Candido), il mantenimento delle colonie per «poter continuare opera civilizzatrice e colonizzatrice»21. In seguito Stone, che simpatizzava per l’Italia, preparò un lungo memorandum sulle necessità della penisola e lo espose al presidente Truman in un incontro che ebbe il 18 aprile. L’Italia, disse, aveva bisogno di tre cose: una adeguata fornitura di cibo, energia e materie prime e una giusta pace. Insistette poi sul fattivo contributo dato dall’Italia nella guerra contro la Germania e ribadì i punti irrinunciabili per una giusta pace, riproponendo quanto gli aveva detto De Gasperi in febbraio22. Benché accolte con simpatia da Truman, le osservazioni di Stone, come in precedenza la sua azione a Londra, ebbero ben pochi effetti concreti. Quando i ministri degli Esteri si riunirono nuovamente a Parigi (25 aprile-11 maggio 1946) le speranze di una soluzione favorevole all’Italia svanirono. Nel preambolo della bozza di trattato che fu posto in discussione allora, l’Italia veniva considerata responsabile di una guerra di aggressione, si trascurava il ruolo della lotta antifascista e si metteva la cobelligeranza in secondo piano. Era poi previsto che l’Italia avrebbe ceduto il Dodecaneso, le colonie, Briga e Tenda e sofferto notevoli restrizioni delle forze armate. Quando poi venne in discussione il confine del 19
Cfr. S. Lorenzini, L’Italia e il trattato di pace del 1947, Bologna 2007, p. 45. Colloquio De Gasperi - Stone, Roma, 8 febbraio 1946, in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, Alcide De Gasperi... cit., t. II, p. 1591. 21 Ibid., p. 1592. 22 FRUS, 1946, vol. II, Council of Foreign Ministers, Washington 1970, pp. 72-79. 20
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
59
Brennero, fu l’URSS a prendere una posizione favorevole per l’Italia. Nelle elezioni austriache, che si erano tenute il 25 novembre 1945, il partito comunista austriaco aveva avuto un pessimo risultato. Stalin non aveva quindi nessun interesse a favorire Vienna ai danni di Roma23. Come scrisse Nicolò Carandini: «La questione alto-atesina pare si evolva a nostro favore per considerazioni che non hanno nulla a che fare con le nostre ragioni. La Russia considera l’Austria come un cuneo anticomunista e le taglia le ali. Ecco tutto»24. Sull’Alto Adige era invece la Gran Bretagna, come si dirà, a costituire un possibile pericolo. E neppure la posizione statunitense era aliena dal tenere in conto le richieste austriache. Su Trieste le posizioni restavano lontane e poiché il Consiglio dei ministri degli Esteri non riusciva a trovare un punto d’accordo, Molotov propose di sentire ancora una volta Jugoslavia e Italia. De Gasperi si recò dunque a Parigi e il 3 maggio parlò al Palazzo del Lussemburgo, anche questa volta dopo un lungo e violento discorso di Kardelj, che aveva accusato l’Italia e il capo del suo governo di mire aggressive e imperialiste e aveva aspramente criticato l’opera della Commissione degli esperti sulla Venezia Giulia25. De Gasperi, parlando in francese, pacatamente respinse le accuse, insistette sulla linea Wilson come la più vicina a una corretta linea etnica, lodò, pur con qualche riserva, l’operato della Commissione d’inchiesta che aveva riconosciuto l’italianità di vaste zone della Venezia Giulia, e invocò la conciliazione con la Jugoslavia e l’esigenza di una «amicizia feconda» tra i due paesi, anche per garantire meglio le eventuali minoranze restate nell’uno o nell’altro Stato26 . «Il est bien entendu – concluse De Gasperi – comme je l’ai déjà dit à Londres, que l’impossibilité d’éliminer totalement les minorités ethniques engage les deux peuples à consentir les plus larges et plus sûres garanties d’autonomie administrative, linguistique et scolaire, de même que la fixation d’une frontière, quelle qu’elle soit, exige la bonne volonté et la coopération de deux parties, si l’on veut qu’elle soit positivement effective».27 Un elemento positivo per l’Italia fu l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri degli Esteri di modifiche all’armistizio con l’Italia, in modo da alleviare alcune clausole di quelli del 3 e del 29 settembre 1943, abolendo tra l’altro la Commissione Alleata e permettendo il rimpatrio dei prigionieri di guerra28 . A Parigi nei giorni successivi al suo intervento De Gasperi incontrò separatamente i quattro ministri degli Esteri e il 10 maggio fece una lunga, precisa e 23 Un primo accenno alla posizione favorevole sovietica in A. De Gasperi a P. Quaroni, Roma 28 gennaio 1946, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. III... cit., p. 177. 24 N. Carandini a A. De Gasperi, Londra, 7 febbraio 1946, ibid., p. 229. 25 Adstans [P. Canali], Alcide De Gasperi nella politica estera italiana... cit., p.43. 26 A. De Gasperi al Consiglio dei ministri degli Esteri, Discorso, Parigi, 3 maggio 1946, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. III... cit., pp. 471-474. 27 Ibid., p. 474. 28 Approvato il 16 maggio 1946, il testo fu trasmesso da Stone a De Gasperi il 31 maggio. Ibid., pp. 607-609.
60
Alfredo Canavero
circostanziata relazione al Consiglio dei ministri sulla sua missione. Dopo aver esposto in maniera approfondita tutte le proposte in campo per la Venezia Giulia e fatto un sunto degli incontri avuti, rilevò che la considerazione dell’Italia era cresciuta e che vi era «stata una notevole cordialità nei rapporti privati». La situazione tuttavia restava grave e benché ritenesse di cogliere «qualche progresso», De Gasperi ribadì che l’Italia si trovava «fra due macine di mulini» e rischiava di venirne stritolata29. Il 23 maggio De Gasperi scrisse a Truman illustrando le posizioni dell’Italia sul trattato di pace, auspicando un forte sostegno da parte degli Stati Uniti e paventando il rischio che una pace punitiva avrebbe potuto indebolire le fragili basi democratiche del Paese30. Si era infatti alla vigilia delle elezioni per l’Assemblea costituente e per il referendum istituzionale, che si sarebbero svolte il 2 giugno. Subito dopo l’insediamento dell’Assemblea costituente, il 20 giugno, tutti i gruppi parlamentari (a eccezione dell’Uomo Qualunque) approvarono una nota da inviare ai capi di governo e ai ministri degli Esteri delle quattro potenze in cui si affermava che «una pace, la quale ledesse i diritti del popolo italiano e umiliasse la Repubblica, comprometterebbe in modo grave la possibilità di consolidare le libere istituzioni che il popolo italiano si è dato, e renderebbe meno efficiente il contributo che, dopo la sua partecipazione alla guerra di liberazione, l’Italia si appresta a dare con tutte le sue energie alla ricostruzione del mondo nella pace e della giustizia internazionale»31. I lavori del Consiglio dei ministri degli Esteri si chiusero a Parigi il 12 luglio. Man mano che incominciarono a filtrare le prime indiscrezioni sui risultati raggiunti si comprese che le proposte italiane non erano state tenute in alcun conto. La Francia avrebbe avuto Briga e Tenda e il Moncenisio, l’Italia doveva rinunciare alle colonie, anche se la loro sorte sarebbe stata decisa in seguito, Trieste sarebbe stata costituita in territorio libero, che giungeva fino a Duino e Cittanova, ma lasciava alla Jugoslavia il resto dell’Istria, con Parenzo, Umago e Pola. L’Italia cedeva il Dodecaneso alla Grecia e rinunciava a ogni diritto su Albania ed Etiopia. Vi era poi una clausola che autorizzava ogni potenza belligerante a denunciare qualsiasi trattato in essere con l’Italia. Erano previste riduzioni delle forze armate e un’indennità di 100 milioni di dollari all’URSS, da pagarsi in sette anni e cifre imprecisate a Jugoslavia, Grecia e forse Francia. 29 Verbali del Consiglio dei Ministri (luglio 1943-maggio 1948), a cura di A.G. Ricci, vol. VI, tt. 2, Governo De Gasperi (10 dicembre 1945-13 luglio 1946), t. II, Roma 1996, p. 1128, seduta di venerdì 10 maggio 1946, pubblicato parzialmente in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici... cit., vol. III, t. I, pp. 583-588. 30 A. De Gasperi a H. Truman, Roma, 23 maggio 1946, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. III... cit., pp. 573-574. 31 A. De Gasperi agli ambasciatori e ai rappresentanti diplomatici a Londra, Washington, Mosca e Parigi, Roma, 20 giugno 1946, ibid., p. 684.
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
61
Quando i termini del progetto di trattato di pace vennero resi noti dalla stampa italiana, tutti capirono che la pace sarebbe stata dura, punitiva e l’opinione pubblica, che ingiustificatamente non se lo aspettava, ne fu sconvolta. I comunisti accusarono De Gasperi di aver sostenuto posizioni nazionaliste e non aver cercato appoggi nell’Unione Sovietica, mentre la stampa moderata e di destra condannò il governo per la sua remissività. Manifestazioni di piazza contro il governo e gli alleati si ebbero a Trieste32, a Roma e in varie altre città. Il giorno 15 luglio entrò in carica il nuovo governo uscito dalle elezioni del 2 giugno e basato sui tre partiti di massa (più il partito repubblicano). Era guidato ancora da De Gasperi, che teneva l’interim degli Esteri, in attesa di passare le consegne a Nenni appena concluse le trattative di pace. Nella sua veste di futuro ministro degli Esteri, Nenni fu incaricato di visitare alcune capitali estere per sondare il terreno soprattutto con esponenti del socialismo internazionale e fornire informazioni al governo33. Il 27 luglio in Commissione Trattati della Costituente e poi nel Consiglio dei ministri del 31 luglio De Gasperi illustrò la bozza di trattato34, così come era stata pubblicata a New York dall’agenzia Reuter sulla base di indiscrezioni. Il Presidente approfondì tanto le clausole territoriali che quelle economiche e militari, che rendevano poco difendibile il confine orientale. L’impressione fu penosa e ci fu chi pose la questione se si dovesse firmarlo. Epicarmo Corbino fece però presente che il trattato sarebbe entrato in vigore anche senza la ratifica italiana. De Gasperi propose poi la composizione della delegazione italiana per la Conferenza dei Ventuno, che avrebbe dovuto approvare definitivamente i trattati di pace con gli alleati minori dell’Asse. Essa avrebbe dovuto comprendere una commissione politica di alto livello (ministro degli Esteri, presidente della Commissione Affari Esteri e presidente della Costituente), una commissione dei principali ambasciatori, ministri dei dicasteri militari e finanziari. De Gasperi si faceva poche illusioni. L’Italia non aveva avuto la possibilità di «collaborare alla formulazione del progetto» e non lo poteva quindi accettare così come era, a meno che non intervenissero «correzioni soddisfacenti»35. Il giorno dopo così De Gasperi scrisse a Nenni che si trovava a Parigi, trasmettendogli il comunicato stampa emanato alla fine del Consiglio dei ministri36: 32
Dimostrazioni di folla a Trieste disperse con gas lacrimogeni, in «Il Popolo», 7 luglio 1946. Cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, Milano 1981, p.245 (18 luglio 1946). 34 Un sunto della bozza fu pubblicato, assieme a un breve intervento di De Gasperi su «Il Popolo»: «Il trattato è duro al di là di ogni previsione», in «Il Popolo», 31 luglio 1946. 35 Verbali del Consiglio dei Ministri (luglio 1943-maggio 1948), a cura di A.G. Ricci, vol. VII, tt. 2, Governo De Gasperi (13 luglio 1946-2 febbraio 1947), Roma 1997, t. I, pp. 48-52, seduta del 31 luglio 1946, pubblicato parzialmente anche in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, Alcide De Gasperi… cit., t. I, pp.597-602. 36 A. De Gasperi a P. Nenni, Roma 1° agosto 1946, DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. IV (13 luglio 1946-1° febbraio 1947), Roma 1994, pp. 97-98, nota 6. 33
62
Alfredo Canavero
Informoti che testo trattato sia Commissione Esteri sia Consiglio ministri provoca reazione profonda causa mutilazioni territoriali, trattamento flotta come bottino, smilitarizzazione unilaterale frontiere ma specialmente clausole economiche gravissime circa riparazioni, confisca beni italiani estero, nessuna considerazione nostri investimenti e nostri crediti perfino in confronto Germania. Trattato venne considerato iersera Consiglio ministri come puramente punitivo e tale che se non modificato si ritiene inaccettabile. A fatica ottenni unanimità su comunicato interlocutorio37 .
Il 6 agosto, un giorno prima della partenza di De Gasperi e della delegazione italiana per Parigi, dove il 29 luglio si era aperta la Conferenza della Pace, detta anche Conferenza dei 21, si tenne un altro Consiglio dei ministri, in cui Nenni espose i risultati dal suo giro esplorativo nelle capitali estere38. De Gasperi, dopo aver ribadito quali erano gli aspetti più pesanti del trattato, osservò acutamente: «Il Trattato è un quasi disperato espediente dei ‘quattro’ per non arrivare ad un urto che minacci la pace. Donde la difesa quasi solidale di essi delle posizioni raggiunte»39. Il 7 agosto De Gasperi partì per Parigi. Incominciò subito i colloqui con gli esponenti dei vari paesi, non trascurando i piccoli e specialmente i latino-americani. La delegazione tenne anche lunghe riunioni all’Ambasciata d’Italia per predisporre il testo del discorso che De Gasperi avrebbe tenuto di fronte all’Assemblea plenaria, anche se poi, alla fine, fu lo stesso Presidente del consiglio a dargli la struttura e la forma definitiva. Finalmente, nel pomeriggio del giorno 10, De Gasperi poté tenere il suo discorso di fronte all’Assemblea plenaria, discorso giustamente celebre, che iniziava con la frase: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me»40 . De Gasperi parlò per quaranta minuti in italiano, toccando tutti i punti del trattato con dignità e coerenza. Sottolineò l’importanza dell’opposizione clandestina al fascismo, ricordò gli scioperi del 1943 e il ruolo dell’esercito e della marina italiane nello sconfiggere la Germania, ruolo riconosciuto anche dai tre Grandi nella conferenza di Potsdam, i partigiani morti in combattimento. Suggerì il rinvio della soluzione per la Venezia Giulia, così come era stato fatto per le colonie e auspicò una leale collaborazione con la Jugoslavia. Come scrisse «Il Popolo», l’esposizione di De Gasperi era stata «pacata senza essere debole, dignitosa senza essere altezzosa, 37
Ibidem. Cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956... cit., pp. 245-259. 39 Verbali del Consiglio dei Ministri (luglio 1943-maggio 1948), vol. VII, Governo De Gasperi... cit., t. II, p. 63, seduta del 6 agosto 1946, pubblicato parzialmente in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, Alcide De Gasperi... cit., t. I, p. 603. 40 A. De Gasperi, Per una pace nella fraterna collaborazione dei popoli liberi, in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, Alcide De Gasperi... cit., t. II, pp. 1738-1746. 38
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
63
logica, senza divenir sofistica»41. L’Assemblea accolse il discorso con un gelido silenzio. Uscendo dalla sala soltanto il Segretario di Stato americano Byrnes gli strinse la mano42. Due giorni dopo, nella sede dell’Ambasciata italiana, la delegazione discusse come impostare gli incontri con le altre potenze nei giorni successivi. De Gasperi era sconfortato. Riteneva che se non vi fossero state modifiche alla bozza di trattato, in Italia ci sarebbe stata una esplosione di nazionalismo e l’Assemblea Costituente non lo avrebbe approvato. «In tale ipotesi –arrivò a dire- gli Alleati hanno detto che provvederanno a occupare militarmente l’Italia. Se vogliono anche il Governo, avranno anche l’esperienza del suo peso»43. De Gasperi restò a Parigi fino al 23 agosto, incontrando di nuovo i ministri dei quattro Grandi e altri capi delegazione. Il 14 agosto ebbe un colloquio di un’ora con Molotov, che si mostrò freddo e fermo nel negare ogni concessione44. Il giorno successivo incontrò Bevin, trovandolo insolitamente ben disposto45. Ma l’attività della delegazione italiana era volta soprattutto a tenere rapporti con le potenze minori, contando che fossero loro a presentare proposte di emendamenti alla bozza di trattato. Furono fatti in particolare passi presso i brasiliani perché esponessero nell’Assemblea alcune richieste degli italiani. Anche se le speranze di ottenere qualcosa di significativo erano quasi nulle, gli incontri fornirono l’opportunità di riallacciare contatti e gettare le basi di future collaborazioni. Il 24 agosto De Gasperi espose i risultati della sua missione al Consiglio dei ministri, illustrando con ampiezza tutti i suoi colloqui, ma soprattutto cogliendo l’occasione per polemizzare con «l’Unità». Il giornale comunista non aveva infatti lesinato le critiche all’azione della delegazione italiana mentre si trovava a Parigi46 . Replicando alle accuse che gli erano state avanzate da «l’Unità», ottenne scuse sostanziali da parte del comunista Scoccimarro e sostegno da parte di Nenni. A De Gasperi erano spiaciute soprattutto le critiche fatte da Togliatti in una intervista rilasciata a «l’Unità»47. I comunisti rimproveravano a De Gasperi la proposta di rinviare la soluzione del problema di Trieste, cosa che, sostenevano, avrebbe permesso 41
Una parola calma e forte, in «Il Popolo», 11 agosto 1946. J.F. Byrnes, Speaking Frankly, New York 1947, p. 141. 43 Riunione della delegazione italiana a Parigi, Parigi (Ambasciata d’Italia, 12 agosto 1946, in DDI, Decima serie X: 1943-1948, vol. IV... cit., p. 164. 44 Colloquio del presidente del Consiglio, De Gasperi, con il ministro degli Esteri dell’U.R.S.S., Molotov, Parigi, 14 agosto 1946, ibid., pp. 168-172. 45 Colloquio del Presidente del consiglio, De Gasperi, con il ministro degli Esteri di Gran Bretagna, Bevin, Parigi, 15 agosto 1946, ibid., pp. 178-180. 46 Cfr., ad esempio, M. Montagnana, Una critica inevitabile, in «l’Unità», 14 agosto 1946; O. Pastore, Chi sono i veri patrioti, in «l’Unità», 17 agosto 1946; Infelice risposta di De Gasperi alle critiche de «l’Unità», 18 agosto 1946. 47 L’Italia non deve più essere lo zimbello di gruppi reazionari stranieri, in «l’Unità», 20 agosto 1946. 42
64
Alfredo Canavero
la permanenza per lungo tempo delle truppe d’occupazione. De Gasperi rispose punto per punto alle critiche di Togliatti, concludendo poi così: L’on. Togliatti, in una replica giornalistica parla, a propria giustificazione, di «osservazioni», di «diritto alla critica»; ma altro si è il diritto di polemica su questioni interne e all’estero. Ora noi ci trovavamo a Parigi, all’estero, a sostenere una questione d’ordine e d’interesse nazionale. Se critiche si volevano fare dovevano essere fatte alla Commissione degli Esteri della Costituente. Non si può ammettere che anche questo modo – di Togliatti – sia collaborare e servire il nostro Paese. Attacchi così formali che vengono riprodotti diversamente all’estero contro la nostra Delegazione, non costituiscono un servire alla Nazione48 .
A Parigi, intanto, erano iniziate le riunioni delle commissioni che dovevano stendere il testo finale dei trattati. L’Italia non aveva titolo per presentare emendamenti, ma il compito fu assolto dal Brasile, senza peraltro ottenere granché. Poco dopo il ritorno a Roma di De Gasperi, al contrario, arrivò una brutta sorpresa. Con l’appoggio britannico e francese era stata rimessa in discussione una proposta austriaca sulla questione del confine settentrionale. In realtà l’Austria si rendeva conto che nulla sarebbe mutato rispetto alle conclusioni raggiunte dall’Assemblea generale con la conferma del confine al Brennero, ma doveva insistere per questioni di politica interna. Quello a cui l’Austria voleva arrivare era un accordo garantito internazionalmente sulla protezione delle minoranze tedesche che rimanevano in Alto Adige/Sud Tirolo49. Iniziarono allora una serie di colloqui tra Nicolò Carandini e il ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber. Tra i due si instaurò un cordiale rapporto di simpatia, che rese più facile trovare un accordo. De Gasperi era costantemente informato di ogni cosa e seguiva molto da vicino l’evolversi della situazione. Il 28 e il 29 agosto Carandini si recò a Roma da Parigi per discutere con De Gasperi il testo sulla base delle osservazioni austriache. Seguirono altri colloqui che permisero di predisporre un testo che garantisse autonomia alla minoranza austriaca in Alto Adige/Sud Tirolo, collegandola con l’autonomia del Trentino in un quadro regionale. De Gasperi tornò a Parigi il 3 settembre per definire la questione e il 5 settembre gli accordi De Gasperi-Gruber furono firmati50 . Nel pomeriggio del 5 si discusse dell’accordo all’Ambasciata italiana e De Gasperi dovette dare fondo a tutte le sue capacità dialettiche per convincere alcuni esponenti della Delegazione, come Martini e Reale, dell’opportunità di quanto 48 Verbali del Consiglio dei Ministri (luglio 1943-maggio 1948), vol. VII, Governo De Gasperi... cit., t. II, p. 186, seduta di sabato 24 agosto 1946, pubblicato parzialmente in A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, vol. III, Alcide De Gasperi... cit., t. I, p. 610. 49 N. Carandini a A. De Gasperi, Parigi, 24 agosto 1946, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. IV... cit., pp. 238-239. 50 Il testo dell’accordo, nella forma ufficiale in inglese ibid., pp. 305-306.
Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947
65
fatto, soprattutto perché ciò impediva, almeno in un prossimo futuro, che l’Austria riproponesse la questione territoriale di fronte alle Nazioni Unite51. Il 6 settembre De Gasperi trasmise ai quattro ministri degli Esteri il testo degli accordi firmati con Gruber. Byrnes rispose felicitandosi per il buon risultato raggiunto52. Fu l’unico concreto risultato raggiunto dall’Italia. Per il resto non ci fu nulla da fare. Il 18 ottobre De Gasperi lasciò il Ministero degli Esteri a Pietro Nenni, non essendo ormai più possibile modificare sostanzialmente il trattato di pace. A Nenni toccò seguire l’ultima fase delle trattative di pace: la Conferenza dei ministri degli Esteri che si tenne a New York al Waldorf-Astoria dal 4 novembre al 6 dicembre. In questa fase, il 7 novembre, Togliatti, tornando da un incontro con Tito a Belgrado, rilasciò a «l’Unità» un’intervista in cui affermava che il leader jugoslavo avrebbe lasciato Trieste all’Italia in cambio di Gorizia e avrebbe rilasciato tutti i militari italiani ancora prigionieri in Jugoslavia53. Nenni si trovò inaspettatamente scavalcato54 e lo stesso giorno, dopo aver incontrato Togliatti e dopo una lunga discussione in Consiglio dei ministri, rilasciò una dichiarazione in cui si affermava che non si poteva prendere in considerazione la cessione di Gorizia, che era già stata definitivamente assegnata all’Italia55. L’iniziativa del leader comunista lasciò uno strascico polemico tra Togliatti e De Gasperi, ma non cambiò nulla nella definitiva stesura del trattato di pace, il cui testo fu trasmesso all’Ambasciata italiana di Washington il 16 gennaio 194756 . Il problema era ora se firmare o meno il trattato di pace. La questione si intersecò con la crisi di governo a seguito della scissione socialista del gennaio 1947. Il nuovo governo De Gasperi, formato ancora da democristiani, socialisti e comunisti, non vedeva più Nenni agli Esteri, ma Carlo Sforza. Uno degli ultimi atti di Nenni come ministro degli Esteri fu una protesta, inviata agli ambasciatori delle Quattro potenze vincitrici in cui si costatava che nessuna delle proposte italiane era stata accolta, si formulavano le più ampie riserve sul trattato e se ne chiedeva la revisione «nell’ambito dell’O.N.U. e sulla base di accordi»57. De Gasperi era ben consapevole che non si poteva fare altro che firmare, cercando al contempo garanzie per una futura revisione e aiuti in campo economico. La stampa di destra cominciò una campagna contro la firma, facendo leva 51
Riunione della Delegazione italiana a Parigi, Parigi 5 settembre 1946, ibid., pp. 310-313. J.Byrnes a A. De Gasperi, Parigi, 8 settembre 1946, ibid., p. 332. 53 Il Maresciallo Tito è disposto a lasciare Trieste all’Italia, in «l’Unità», 7 novembre 1946. 54 «A dire il vero - commentò Nenni - Tito rinuncia a ciò che non ha e ci chiede ciò che abbiamo». P. Nenni, Tempo di guerra fredda... cit., p. 296 (7 novembre 1946). 55 Le dichiarazioni di Nenni, in «l’Unità», 8 novembre 1946. 56 A. Tarchiani a P. Nenni, Washington, 16 gennaio 1947, in DDI, Decima serie: 1943-1948, vol. IV... cit., p. 770. 57 P. Nenni a tutte le rappresentanze diplomatiche, Roma, 20 gennaio 1947, ibid., p. 780. 52
66
Alfredo Canavero
sul sentimento nazionale58 , ma il governo, il 7 febbraio, decise di firmare59. Per protesta fu però deciso di inviare a Parigi per la firma, fissata al 10 febbraio 1947, Antonio Meli Lupi di Soragna, dunque un diplomatico e non un politico. Era tutto quello che si poteva fare. L’Italia si era trovata a combattere dalla parte sbagliata e aveva perso. Gli errori, le ambiguità del governo Badoglio dopo il 25 luglio, la nuova situazione internazionale del dopoguerra avevano fatto il resto. De Gasperi aveva fatto tutto quello che era umanamente possibile, coadiuvato abilmente dai suoi principali ambasciatori, tutti, con l’eccezione di Quaroni, provenienti dalla politica. Da lì a poco, nel clima di guerra fredda e di separazione del mondo in due blocchi contrapposti, molte cose sarebbero cambiate e molte delle clausole non territoriali del trattato di pace sarebbero state lasciate cadere.
58
Cfr. S. Lorenzini, L’Italia e il trattato di pace... cit., pp. 102-107. Seduta del 7 febbraio 1947, in Verbali del Consiglio dei Ministri, a cura di A.G. Ricci, vol. VIII, Governo De Gasperi (2 febbraio-31 maggio 1947), Roma 1997, p. 15. 59
Il Trattato di pace del 1947 Frattura e continuitĂ
DAVIDE BOBBA Archivio di Stato di Asti
Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia sugli archivi di Nizza e Savoia (1947 - 1949)
Sorta all’indomani della cessione di Nizza e Savoia del 1860, la questione della rivendicazione della documentazione di natura storica relativa ai territori trasferiti impegnò lungamente la diplomazia francese e quella italiana. Se fino alla Seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un ruolo e un prestigio internazionali tali da poter disporre pienamente dei propri archivi e poter rifiutare le richieste da parte francese, la sconfitta del 1945 ebbe i suoi effetti anche sui fondi documentari conservati presso l’Archivio di Stato di Torino1. Il biennio 1946-47 fu caratterizzato da una intensa attività diplomatica intorno al destino degli archivi storici riguardanti Nizza e la Savoia che impegnò direttamente Roma e Parigi, lasciando ai margini Torino. Il Governo italiano stava 1 Sulla questione, si vedano: R.-H. Bautier, Le retour en France des archives anciennes de la Savoie et du comté de Nice, in «Moyen-âge. Bulletin mensuel d’histoire et de philologie», 64 (1951), 57, pp. 437-440; Serie di Nizza e della Savoia. Inventario, I, a cura di R. M. Borsarelli, Roma 1954; Serie di Nizza e della Savoia. Inventario, II, a cura di M. V. Bernachini Artale di Collalto, Roma 1962; C. Pischedda, Problemi dell’unificazione italiana, Modena 1963, pp. 187-269; Archives de l’ancien Duché de Savoie, serie SA, par A. Perret, R. Oursel, J.Y. Mariotte, J. Roubert, Annecy 1966; R. Romeo, Cavour e il suo tempo, III, Bari 1984, pp. 679-699; P. Rück, L’ordinamento degli archivi ducali di Savoia sotto Amedeo VIII (1398-1451), Traduzione di S. D’Andreamatteo, Prefazione di I. Soffietti, Roma 1977, pp. 32-42; Inventario della “Serie D” (Direzione dell’Archivio Storico), a cura di S. Ruggeri, Roma 1980; D. Olivesi, La restitution à la France par l’Italie des archives du Comté de Nice, in «Cahiers de la Méditerranée», 27 (1996), 52 pp. 119-124; P. Guichonnet, Histoire de l’annexion de la Savoie à la France: les véritables dossiers secrets de l’annexion, Montmélian, 1999; S. Cavicchioli, S. Cerato, S. Montaldo, Fare l’Italia. I dieci anni che prepararono l’unificazione, Roma 2002, pp. 96-97; La Savoie et l’Europe. 1860-2010: dictionnaire historique de l’annexion, par C. Sorrel, P. Guichonnet, Montmélian 2009; Aux sources de l’histoire de l’annexion de la Savoie, par D. Varaschin, Bruxelles 2009: in particolare M. Carassi, Céder à la France le berceau de la Maison de Savoie, pp. 167-172 e C. M. Aicardi, S. Ruggeri, Sources pour l’histoire de la Savoie conservées aux Archives historiques diplomatiques du ministère italien des Affaires étrangères, pp. 173-182; G. Vedovato, La questione degli archivi sabaudi tra Italia e Francia: un auspicio, in «Rivista di studi politici internazionali», 78 (2011), 3, pp. 405-416, D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino 2017. Si veda anche la voce Archivio di Stato di Torino, in Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Guida generale degli Archivi di Stato italiani, direttori P. Carucci, P. D’Angiolini, A. Dentoni-Litta, C. Pavone, caporedattore E. Altieri Magliozzi, redattori M. Cacioli, L. Fauci Moro, vol. IV, S-Z, Roma 1994, pp. 361-341, disponibile anche su http://www.guidageneralearchivistato.beniculturali.it/ (tutti i siti web sono stati controllati nel novembre 2018).
70
Davide Bobba
mettendo in atto un tentativo – che non ebbe esito – di escludere la questione del trasferimento delle carte dal testo del Trattato di pace allora in discussione. Diversamente, con il 1948 – mentre si lavorava per assicurare il ritorno in sede dei documenti dai luoghi in cui erano stati messi al sicuro durante la guerra – il Ministero dell’Interno ricominciò a sollecitare la collaborazione dell’Archivio di Stato di Torino. Nell’aprile, Torino veniva messo al corrente di uno scambio intercorso tra Ministero degli Affari Esteri e Ambasciata francese a Roma in cui il Governo italiano si compiaceva per la decisione francese di non richiedere la consegna dei documenti relativi alla casa Savoia, per l’accettazione del principio del rispetto dell’integrità delle serie e per la disponibilità a esaminare caso per caso le situazioni in cui il trasferimento di documenti avrebbe arrecato danni troppo gravi al patrimonio storico italiano. Veniva contestualmente stabilita la creazione di una Commissione mista italo-francese di esperti2. Nel frattempo da Torino venivano fornite a Roma tutte le informazioni necessarie per la trattazione del delicato affare; un documento particolarmente significativo è una relazione redatta da Ernesto Bianco di San Secondo, direttore capo delle Sezioni riunite, nel maggio 19483. L’archivista si concentrava sui fondi delle sezioni Camerale e Finanze, sottolineando in primo luogo il carattere tutt’altro che locale dei Conti delle Castellanie: ben ricordo che negli anni anteriori alla guerra e prima cioè che i vari rotoli, pacchi e registri della sezione III fossero incassati per essere trasportati in sede più sicura, avendo occasione di consultarli a scopo di studio, avevo constatato che difficilmente in un pacco si trovava un documento che non accennasse al Conte, poi Duca di Savoia o a qualche suo Ministro o alto funzionario o, ancor più spesso, a leggi, usi e costumi proprii non solo della Savoia, ma di tutte le regioni comprese nel dominio sabaudo4 .
Bianco di San Secondo includeva nel giudizio la Camera dei Conti della Savoia, la Tesoreria generale di Savoia, e altri fondi caratterizzati per il preponderante interesse nazionale italiano, a fronte di una rivendicazione francese spesso fondata più sulla forma e sulle denominazioni che non sulla sostanza. In conclusione, «dovendosi scegliere il male minore»5, si proponeva di prendere come base un elenco di documenti offerti dall’Italia alla Francia durante trattative diplomatiche risalenti a quarant’anni prima, a cui si sarebbero dovuti aggiungere alcune altre carte fino a giungere a 1.501 registri, 106 mazzi e pacchi, 10 rotoli6 . 2 Lettera dall’Ufficio centrale degli Archivi di Stato, 14 aprile 1948, in Archivio di Stato di Torino (poi ASTo), Corte, Archivio storico dell’Archivio di Stato, Cessione dei fondi di Nizza e Savoia alla Francia, mazzo 1060, fasc. 3770. 3 E. di San Secondo, Relazione sulla sezione III (Camerale) e II (Finanze), dattiloscritto, 7 pp., in ASTo, Cor te, Archivio storico dell’Archivio di Stato, Cessione dei fondi di Nizza e Savoia alla Francia, mazzo 1060, fasc. 3772. 4 Ibidem. 5 Ibidem. 6 Per la ricostruzione del contenzioso diplomatico tra 1860 e 1907, si veda Inventario della “Serie D” ...
Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia
71
Il 1° luglio 1948 il Consiglio superiore degli Archivi discusse il caso dei documenti rivendicati dalla Francia7. Tra gli interventi, è importante ricordare quello di Roberto Cessi che, se da un punto di vista giuridico non riteneva possibile la difesa dei documenti, dal punto di vista tecnico riteneva che sarebbe stato necessario «non smembrare quegli archivi, i quali, pur essendo sorti nella Savoia, si sono poi sviluppati in Italia»8 . Cessi concludeva dicendosi convinto che si sarebbero potuti cedere alla Francia solo gli archivi di carattere locale e municipale. Giorgio Falco coglieva l’occasione per far notare che l’Archivio di Stato di Torino «continuava ad essere chiuso agli studiosi, perché non si vogliono far rientrare in sede gli Archivi della Savoia»9 e pregava il Ministero che ne stabilisse la riapertura, lasciando alla Commissione interministeriale il compito di difendere i documenti. Federico Chabod concludeva: «non si può tergiversare a lungo e non si può salvare tutto. Per quello che concerne la vita dello Stato sabaudo, occorre stabilire il principio della integrità della serie»10. Alla fine del 1948 si riunì a Torino la Commissione interministeriale per gli Archivi di Nizza e Savoia11. L’obiettivo della riunione – secondo le parole di uno dei componenti, Emilio Re – era quello di «studiare un piano concreto di resistenza, lasciando da parte quei sistemi dilatori che si sono dimostrati inefficaci». Su proposta di Chabod, la Commissione stabilì di richiedere al ministro degli Affari Esteri Carlo Sforza di affrontare la questione con il suo omologo francese Robert Schuman, per tentare di mettere in luce favorevole le istanze italiane. L’obiettivo principale era lo svincolamento dall’interpretazione letterale dell’articolo 7 del Trattato di pace, con la creazione a Torino di un Istituto misto italo-francese. Se la Francia avesse acconsentito alla conservazione in quella sede dei documenti contestati, il Governo italiano avrebbe fornito la riproduzione fotografica non solo delle carte rivendicate ma anche di documentazione di interesse francese proveniente da altri istituti nazionali. Inoltre, sarebbero state create borse di studio a favore di ricercatori francesi12. Nel ragionare su una dichiarazione del Governo francese che si impegnava a non richiedere documenti relativi alla dinastia dei Savoia e a rispettare il principio cit., p. 35; P. Caroli, «Note sono le dolorose vicende…»: gli archivi genovesi fra Genova, Parigi e Torino (1808-1952), in Spazi per la memoria storica. La storia di Genova attraverso le sedi e i documenti dell’Archivio di Stato. Atti del convegno internazionale [Genova, 7-10 giugno 2004], a cura di A. Assini e P. Caroli, «Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 93», Roma 2009, pp. 368-380. 7 Verbale della seduta numero 224, 1° luglio 1948, disponibile on-line all’indirizzo http:// dl.icar.beniculturali.it/cons_new/. 8 Ibidem. 9 Ibidem. 10 Ibidem. 11 Informazioni sulla composizione della Commissione e verbali delle sedute in ASTo, Corte, Archivio storico dell’Archivio di Stato, Cessione dei fondi di Nizza e Savoia alla Francia, mazzo 1060, fasc. 3770. 12 Ibidem e in Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Archivi, Archivio Generale, Affari generali e per provincia (1949-52), busta 136, fasc. 2.
72
Davide Bobba
dell’integrità della serie, Chabod sottolineava che la rigida applicazione di quel principio si sarebbe rivelata dannosa per l’Archivio di Stato di Torino, soprattutto per quanto riguardava le categorie Ponti e Strade e Materie Ecclesiastiche. La presenza di documenti riguardanti sia Nizza e Savoia sia gli altri territori dello Stato sabaudo in una stessa serie, infatti, metteva davanti alla prospettiva di dover cedere o trattenere l’intera documentazione, salvo risarcire con le riproduzioni fotografiche la parte soccombente. A questo proposito, Gian Carlo Buraggi ammetteva la possibilità – per quanto riguardava gli Archivi di Corte – di esaminare i fondi carta per carta estraendone i documenti da cedere. Diversa la questione per la sezione Camerale, che per la sua natura di archivio di un organo centrale dello Stato non avrebbe dovuto essere incluso tra le richieste di cessione. Nessuno si illudeva, però, circa la difficile situazione della Commissione, stretta tra la mancanza di «appoggio da parte del Governo italiano, preso da altre cose di utilità più immediata» e «lo spirito antiitaliano degli archivisti del Quai d’Orsay e di Chambéry»13. Nella successiva seduta, aprì la discussione Chabod, proponendo di individuare e suddividere i documenti dell’Archivio di Stato di Torino in carte riguardanti la dinastia dei Savoia, carte riguardanti lo Stato e carte di carattere locale. Se le prime due categorie sarebbero state da difendere strenuamente, nel terzo caso si poteva largheggiare nelle concessioni. Chabod e Re concordavano sulla strategia di offrire ai francesi i microfilm di tutti i documenti in questione, compresi quelli che di diritto era possibile trattenere: «se il Governo poi, piuttosto di spendere i milioni necessari (una trentina) per i microfilm preferisce cedere l’archivio, allora la Commissione declina ogni responsabilità e si dimette»14. Chabod e Mario Toscano sostenevano la necessità che la Commissione mista italo-francese non si installasse a Torino se non dopo la definizione congiunta dei criteri di rivendicazione e selezione. In caso contrario, sarebbe stato forte il rischio che la delegazione francese consultasse gli inventari torinesi e incrementasse il numero di documenti richiesti. Chabod proponeva anche una linea comune in sede di discussione, che avrebbe permesso agli archivisti di sostenere in maniera intransigente la linea più rigida, salvo lasciare in caso di necessità la parola agli storici, che avrebbero fatto da conciliatori. Tra il dicembre 1948 e i primi mesi 1949 la composizione delle due delegazioni nazionali della Commissione italo-francese fu al centro di intensi scambi diplomatici tra Roma e Parigi. In particolare, da parte italiana, venne sondata la disponibilità di Parigi a inserire nella delegazione alcuni storici a fianco degli archivisti. L’obiettivo era quello di spostare il baricentro della scelta dei documenti da 13 ASTo, Corte, Archivio storico dell’Archivio di Stato, Cessione dei fondi di Nizza e Savoia alla Francia, mazzo 1060, fasc. 3770. 14 Ibidem.
Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia
73
questioni esclusivamente tecniche a valutazioni di opportunità storica e politica, ma la scelta dei delegati francesi non lasciò spazio a dubbi: Parigi non intendeva concedere margini di discrezionalità. Nel marzo 1949, il Governo italiano giocò un’ultima carta per risolvere la questione politicamente, cercando di evitare l’applicazione del Trattato. La soluzione proposta dall’ambasciatore italiano a Parigi Pietro Quaroni si basava su alcune concessioni da parte italiana: a. consegna delle serie di atti esclusivamente savoiardi, separati cioè all’origine, ed archivisticamente distinti, relativi ad interessi locali ancora vivi; b. consegna delle copie fotografiche dei documenti desiderati dalla Francia, aggiungendo eventualmente anche copie di materiale che non è contemplato dall’art. 7 del Trattato; c. creazione di un Istituto a carattere internazionale, retto da una convenzione italo-francese ed amministrato da un Consiglio Misto al quale il Governo italiano consegnerebbe i documenti in questione ed anche altri per i quali l’obbligo di restituzione non esiste. Le spese dell’Istituto da crearsi a Torino ed anche di un certo numero di borse di studio potrebbero essere assunte dall’Italia15.
Parigi rifiutò la proposta, non lasciando altra strada che il ricorso alla Commissione franco-italiana incaricata dell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, che si riunì a Torino nel maggio 1949 nei locali dell’Archivio di Stato di Torino16 . Nel caso dell’analisi della documentazione conservata presso la sezione Corte, se in molti casi la scelta non creò problemi, in altrettanti si dovette ricorrere al lavoro delle sotto-commissioni17. Così, ad esempio, per il fondo Ducato di Savoia, che Ruggero Moscati sosteneva contenere esclusivamente documenti concernenti la dinastia allora regnante (destinati a restare a Torino) e non documenti locali (destinati alla Francia). Non potendo pervenire a una decisione unanime, venne stabilito che la sotto-commissione avrebbe analizzato i faldoni relativi alle province di Savoia, Carouge, Chablais, Faucigny, Genevois, Maurienne e Tarentaise al fine di estrarre quelli concernenti esclusivamente la situazione dinastica o familiare dei Savoia e i titoli originali di acquisizione dei diversi domini. Gli stessi criteri sarebbero stati adottati per il fondo Princes de Genevois et de Nemours. Nel caso dei documenti concernenti 15 Lettera del Ministero degli affari Esteri all’Ambasciata italiana a Parigi, 28 marzo 1949, in Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Rappresentanze Diplomatiche e consolari, Rappresentanze diplomatiche in Francia, busta 432, fasc. 2. 16 Copia dattiloscritta dei verbali della Commissione è presente in ASTo, Corte, Archivio storico dell’Archivio di Stato, Cessione dei fondi di Nizza e Savoia alla Francia, mazzi 1064-1065. 17 Per quanto riguarda le sotto-commissioni, si veda D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino... cit., pp. 40-42.
74
Davide Bobba
Nizza, invece, non ci fu alcuna opposizione da parte della delegazione francese circa l’opportunità che le carte riguardanti la politica marittima statale restassero all’Italia, mentre si riservava alla valutazione caso per caso la destinazione dei documenti di altra natura. La sezione Camerale pose problemi di ben altra complessità e la valutazione dei documenti destinati alla Francia venne preceduta da una serrata discussione, che si risolse con l’accordo di posporre la discussione della questione delle Castellanie. Inoltre, venne riaffermato che tutti i documenti riguardanti i territori non ceduti alla Francia nel 1860 sarebbero rimasti a Torino e ribadita la scelta di lasciare all’Italia i documenti di natura dinastica e statale, fatta salva la possibilità per parte francese di ottenere riproduzioni microfilmate. Per quanto riguardava il fondo Antichi inventari, la delegazione italiana ottenne di mantenere a Torino gli inventari dei fondi che sarebbero stati ceduti alla Francia18 . Sciolti i casi dubbi grazie ai lavori delle sotto-commissioni, solo un’importante questione non aveva ancora trovato soluzione: quella dei Conti delle Castellanie. Chabod continuò a ribadire che il valore generale dei Conti superava sempre quello locale, così che sarebbe stato impossibile studiare con continuità la storia degli Stati della casa Savoia se si fosse deciso di smembrare una tale entità storica. Dal canto suo, Jean De Ribier sosteneva che il valore locale sovrastasse completamente quello generale. Visto il permanere del disaccordo, le due delegazioni concordarono nel rimettere interamente la questione ai rispettivi governi. Un aspetto particolarmente importante del testo finale approvato dalla Commissione era la decisione italiana di proporre al proprio Governo la cessione anche dei fondi riguardanti la Bresse, il Bugey, il paese di Gex e la valle di Barcelonnette, che pure non rientravano nel dettato dell’articolo 7 del Trattato. Per parte francese, l’impegno era di proporre al proprio Governo la cessione dei fondi genovesi e dei fondi di alcune Legazioni (Toscana, Venezia, Sardegna) conservati presso il Ministero degli Esteri, i documenti relativi a Saluzzo conservati presso gli Archivi dell’Isère e quelli relativi ad Asti che si trovavano presso gli Archivi Nazionali di Parigi. In ultimo, le due delegazioni erano d’accordo nel proporre ai rispettivi governi la creazione di un regime di prestito speciale tra gli archivi di Torino da una parte e quelli di Savoia, Alta Savoia e Alpi Marittime dall’altra e nel fissare la consegna entro 12 mesi dalla firma dell’accordo. A integrazione dell’intesa, il 30 maggio stesso avvenne uno scambio di lettere 18 In un rapporto redatto in itinere sull’operato della Commissione datato 9 maggio 1949, Chabod sottolineò che, fatto salvo per la questione delle Castellanie la cui decisione era stata rimandata, la delegazione italiana era riuscita ad assicurarsi il mantenimento dei documenti dinastici, di quelli riguardanti la materia militare, della serie Tesoreria generale di Savoia e dei Protocolli dei segretari e notai ducali, ovvero gli obiettivi principali della Commissione del 1907. Si veda F. Chabod, Rapporto, 9 maggio 1949, dattiloscritto, 5 pp. in Archivio dell’Istituto storico italiano dell’età moderna e contemporanea, Fondo Chabod, scatola 33.
Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia Rosa Maria Borsarelli, direttrice della Sezione Corte dell’Archivio di Stato di Torino, poi soprintendente archivistico del Piemonte, qui in una foto di fine sec. XX. Fu impegnata nel 1948-1949 in una delle sottocommissioni per la valutazione della documentazione oggetto delle trattative con la Francia, descritta negli Inventari delle serie di Nizza e della Savoia, di cui fu co-curatrice con Vittoria Bernacchini, pubblicati nel 1954 e 1962 dal Ministero dell’Interno nella collana «Pubblicazioni degli Archivi di Stato».
Pietro Quaroni, ambasciatore a Mosca e dal 1946 a Parigi.
75
76
Davide Bobba
segrete tra i presidenti delle delegazioni: Chabod si dichiarava autorizzato dal proprio Governo a cedere la parte dei documenti dei Conti delle Castellanie richiesta dalla Francia, suggerendo la possibilità che Parigi valutasse di cedere all’Italia una serie di documenti, in particolare il manoscritto latino 10.136 conservato alla Biblioteca nazionale di Parigi. La risposta di De Ribier fu positiva19. Uno scambio di lettere pubbliche tra l’ambasciatore italiano a Parigi Quaroni e il ministro degli Esteri francese Schuman rese effettiva la proposta: l’Italia cedette alla Francia anche le unità numero 50 (parzialmente), 51, 52, 57, 58, 61, 63, 65 e 67 della Camera dei Conti di Savoia e gli articoli 6, 52, 60 e 78 della Camera dei Conti di Piemonte20. Considerando che il compito della Commissione italo-francese consisteva esclusivamente nell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di pace di Parigi, i risultati dell’accordo del 30 maggio 1949 furono positivi per l’Italia. La delegazione guidata da Chabod, infatti, ottenne che la cessione dei documenti non si risolvesse in un semplice prelievo di carte dagli archivi dei vinti a favore di quelli dei vincitori, ma avvenisse nell’ambito di uno scambio internazionale, per quanto fortemente squilibrato. Ciò non toglie che per l’Archivio di Stato di Torino e per la cultura italiana si trattò di una perdita di proporzioni enormi, che poteva essere solamente attenuata dalle previste riproduzioni fotografiche. Si propongono a conclusione di queste pagine le parole che Rosa Maria Borsarelli, protagonista di quegli eventi, dedicò alla questione: Forse anche le trattative diplomatiche generali compromisero dall’origine quelle particolari, poiché in esse prevalsero altri interessi su quelli della cultura, e si sperò, col sacrificio dell’antico archivio sabaudo, di lenire altre ferite, inferte dalla guerra a questa Patria nostra straziata 21.
19
Si vedano Lettere datate 30 maggio ibidem. L’accordo venne reso esecutivo con il D.P.R. 23 febbraio 1950 n. 136, in «Gazzetta Ufficiale», 17 aprile 1950, n. 89, pp. 1154-1164. Presenti in calce lo scambio di lettere tra Quaroni e Schuman. Si veda anche la relazione al Consiglio dei ministri del 17 febbraio 1950 in Verbali del Consiglio dei Ministri. Maggio 1948 – luglio 1953. Edizione critica, a cura di F. R. Scardaccione, Roma, 2005-2007, vol. II, Governo De Gasperi. 27 gennaio 1950 – 19 luglio 1951, p. 20 e F. Chabod, Relazione sull’opera della delegazione italiana per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, dattiloscritto, pp. 42 in Archivio dell’Istituto storico italiano dell’età moderna e contemporanea, Fondo Chabod, scatola 38. 21 Serie di Nizza e della Savoia. Inventario, I... cit., p. VII. 20
BRUNO GALLAND Archives du département du Rhône et de la Métropole de Lyon Université Paris- Sorbonne
Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
Je tiens d’abord à remercier doublement mes collègues italiens, pour avoir organisé ce colloque d’une part et pour m’avoir invité à y participer. L’organisation de ce colloque est un témoignage scientifique et historique assez exceptionnel, si on considère l’événement qui en est le point de départ, forcément douloureux pour un archiviste. Et je suis très honoré d’être invité à y participer, moi qui ai eu la chance de travailler sur les sources turinoises lorsque j’étais membre de l’Ecole française de Rome. En consultant des inventaires où des analyses avaient été rayées d’un trait avec la mention « cédé à la France », j’avais découvert l’épreuve de ce partage. Je n’en ai toujours que davantage apprécié l’accueil que m’ont réservé mes collègues de l’Archivio di Stato de Turin, et singulièrement Isabella Massabò Ricci, alors directrice, et Marco Carassi, qui lui a succédé, accueil aujourd’hui poursuivi par Monica Grossi. Au cours de la première partie de ce colloque, nous avons entendu un rappel sur le contexte juridique des transferts d’archives, ainsi que la présentation de certaines situations particulières. Les organisateurs m’ont invité à évoquer le point de vue français, en contrepoint du point de vue italien ; comme je l’ai indiqué, j’ai découvert cette confrontation des points de vue d’abord dans les instruments de recherche, en confrontant la mention de la « cession » ou de la « prise », vécue de ce côté-ci des Alpes, à celle de la « rétrocession ». De nombreuses publications, et d’abord celles publiées cette année et qui viennent d’être présentées par Stefano Vitali, ont rendu compte des expressions utilisées. Je voudrais ce soir partir brièvement du contexte juridique, pour souligner ce qui me paraît très particulier au Traité de 1947-1949 et qui explique sans doute en partie la position française ; cela me permettra ensuite d’évoquer les véritables motivations des archivistes français, et d’éclairer les raisons pour lesquelles le Traité de 1947 a progressivement été critiqué et pourquoi on a essayé d’en atténuer les effets.
78
Bruno Galland
1. Un accord établi sur des principes anciens et de plus en plus discutés 1.1 Le Traité de 1860, un accord volontairement ambigu Ainsi que cela a été rappelé, le Traité de 1947 est présenté comme le règlement d’un conflit latent depuis le Traité de Turin du 24 mars 1860. Dès cette période, les intentions des négociateurs s’étaient affrontées ; Francis Wey, inspecteur général des Archives, avait réclamé les archives des diverses juridictions des territoires annexés, et avait expressément proposé que « la propriété des documents relatifs à des affaires concernant à la fois le royaume de Sardaigne et les pays annexés, restera acquise à celui des deux Etats qui les aura primitivement reçus au siège d’une administration, d’un établissement ou d’un domaine situés dans son territoire » : cela visait les archives de la Chambre des comptes de Chambéry, transférée à Turin à 17241. Peut-être se souvenait-on que Victor-Amédée II n’avait supprimé la chambre de Chambéry que pour la sanctionner de ses remontrances régulières ? Cette prétention était évidemment inacceptable pour le gouvernement sarde, et c’est pourquoi la rédaction du Traité de 1860 restait neutre ; mais, ce faisant, elle créait une ambiguïté. Le Traité de 1860 s’inscrivait lui-même dans une filiation ancienne, celle des transferts d’archives accompagnant les transferts de souveraineté ; si ces transferts étaient restés limités en volume au Moyen Age et à l’époque moderne, ils devinrent beaucoup plus importants au XIXe siècle, en particulier à l’initiative de la France, lorsque Napoléon Ier prétendit rassembler à Paris, à partir de 1809, les archives des Etats supprimés dont le territoire avait été annexé à l’Empire. Dès 1802, le Piémont et la Savoie se trouvant placés sous administration française, une mission avait été envoyée à Turin pour transférer au bureau de topographie de Chambéry les documents nécessaires à l’établissement du cadastre. Ces documents prélevés n’étaient revenus que très progressivement en Italie, en 1817, en 1825 puis en 18532. Ces transferts étaient bien sûr encore en mémoire chez les négociateurs de 1860.
1 On doit à Francis Wey une description de la Haute-Savoie, La Haute Savoie. Récits de voyage et d’histoire, Paris 1865, dans laquelle il exprime, au détour d’une description de Sallanches, sa conception du devoir de revendication ; il regrette que « le gouvernement piémontais, par une coupable incurie » se soit « laissé dépouillé » des archives du chapitre, et il signale que les statuts du chapitre et le cartulaire d’Aymon de Chissé sont de précieux documents, « propriété publique, dont la revendication serait pour nous un devoir ». 2 Sur tous ces aspects des échanges internationaux, je ne peux que renvoyer au rapport complet de R.-H. Bautier, Les archives dans la vie internationale, rapport général, dans Actes de la 6e conférence internationale de la table ronde des archives, Paris 1963, pp. 7-82.
Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
79
1.2 L’évolution de la réflexion internationale Or, en 1871, la France dut céder à l’Allemagne l’Alsace et une partie de la Lorraine. Un transfert d’archives fut naturellement prévu ; mais face à la demande allemande de transférer les documents « qui se rapportent à l’histoire des territoires cédés » , le négociateur français réussit à limiter les transferts aux documents concernant « l’administration civile, militaire et judiciaire » des territoires cédés et à sauver ainsi l’unité des archives historiques de la Lorraine, qui restèrent toutes en France. Entre temps, le Traité de Vienne du 30 octobre 1866 entre l’Autriche et l’Italie pour la cession de la Vénétie avait affirmé le principe de respect des fonds historiques en prévoyant seulement des copies pour « les documents historiques et politiques qui peuvent intéresser les territoires restés respectivement en possession de l’autre puissance et qui, dans l’intérêt de la science, ne pourront être séparés des archives auxquelles elles appartiennent ». Au même moment, le marquis de Laborde, garde général des Archives de l’Empire, écrivait en 1867, dans une histoire des archives de France : « Les archives (…) ont toujours leur patrie là où elles se sont formées, et elles ne peuvent jamais la perdre, puisqu’elles sont locales et personnelles »3. Après la Première guerre mondiale, la dislocation de l’empire austro-hongrois souleva un problème archivistique de bien plus grande envergure et l’archiviste autrichien, Ludwig Bittner, défendit le principe selon lequel tout fonds d’archives constituait un ensemble organique et devait être conservé dans le territoire où il avait été constitué, indépendamment des territoires qu’il concernait. Ces principes furent partiellement reconnus et permirent d’éviter pour une grande part, l’éclatement des fonds des institutions cetrales de la Monarchie4.
2. Les fondements de la position française Pourtant, cette évolution de la réflexion internationale n’infléchit ni les revendications des archivistes savoyards, ni les négociations du Traité de Turin de 1947. J’y vois deux raisons : d’une part, la motivation des archivistes savoyards n’était pas d’abord juridique ou scientifique, elle était patriotique ; d’autre part, la France sortait traumatisée d’un transfert récent d’archives en faveur de l’Espagne. 2.1 Une motivation patriotique et pas scientifique C’est peu de dire que tout un sentiment national se développa en Savoie et en Haute-Savoie autour des archives conservées à Turin. 3 L. de Laborde, Les Archives de la France, leurs vicissitudes pendant la Révolution, leur régénération sous l’Empire, Paris 1867. 4 R.-H. Bautier, article cité.
80
Bruno Galland
Dans un premier temps, de 1860 à 1887, les archivistes savoyards réclament régulièrement l’application du Traité de 1860, ainsi qu’en témoignent les rapports adressés au Conseil général5. Le mouvement est encouragé, à la fin du XIXe siècle et au début du XXe, par des archivistes passionnés, qui s’attachent à la Savoie comme à un territoire privilégié : en Haute-Savoie, Max Bruchet (1802-1908), Gaston Letonnelier (1908-1919), Robert Avezou (1926-1941), en Savoie, Gabriel Pérouse (1898-1928). Pérouse, arrivé à Chambéry à 24 ans, s’y fixa dans le souvenir d’une épouse trop tôt disparue, refusant les postes plus prestigieux de l’Isère et du Rhône6 ; Bruchet, photographe passionné, s’intéressa aux œuvres archéologiques, artistiques et ethnographiques des deux départements savoyards, et resta attaché à la Savoie même après avoir pris la direction des Archives du Nord. Les expressions utilisées sont significatives. En 1918, Pérouse, dans son discours de réception à l’Académie de Savoie, constate : « Il manque bien des choses, aux archives de la Savoie, et bien des brebis n’y sont plus, dont quelques-unes reprendront peut-être un jour le chemin du bercail »7. Bruchet est un peu plus distancié ; soucieux de ménager ses collègues italiens, il observe simplement que « Les principaux fonds d’archives relatifs à nos régions, – à l’exception de celui du Sénat de Savoie resté à Chambéry – , se trouvaient déjà au siècle dernier à Turin, siège des divers services administratifs des ducs de Savoie » mais il ajoute « ces fonds y sont restés par les aléas de l’histoire, et ils peuvent y être consultés »8 . De fait, Bruchet passait régulièrement son « congé réglementaire » à Turin et il prépara le premier inventaire des fonds dans un travail posthume publié en 19359. Robert Latouche, archiviste des Alpes-Maritimes de 1920 à 1927, et son successeur Léo Imbert (1928-1941), firent de même et publièrent en 1937 l’inventaire du fonds « Città e contado di Nizza ». En 1922, Gaston Letonnelier, successeur de Pérouse, publiait un article au titre éloquent, « les archives de la Savoie à l’étranger »10. Pour analyser la motivation de ces archivistes, on ne peut mieux dire que notre confrère Jean Luquet : « Gabriel Pérouse, observe-t-il, ne cherche nullement à opposer l’Italie et la France, alors même que les contentieux diplomatiques entre 5 Table alphabétique des rapports adressés par les Archivistes au Conseil général du Département de la Haute-Savoie et des délibérations de cette Assemblée 1860-1908, manuscrit de Gaston Letonnelier : Archives départementales Haute-Savoie, 3 T 27. 6 L Levillain, Gabriel Pérouse (1874-1928), dans « Bibliothèque de l’école des chartes » , 89 (1928), pp. 442-444. 7 G. Pérouse, Les Archives de la Savoie. Discours de réception à l’Académie de Savoie, dans « La Savoie littéraire et scientifique », 1918, 13e année, p. 263. 8 Rapport de M. Bruchet au préfet du 18 août 1898 : Arch. dép. Haute-Savoie, 14 J 3. Cité par J. Coppier, Max Bruchet (1868-1929), archiviste de la Haute-Savoie, un historien ami de l’Académie de Savoie , discours prononcé à l’Académie des Sciences, belles lettres et arts de Savoie, 2016 (consultable en ligne). 9 M. Bruchet, Répertoire des sources de l’histoire de la Savoie, dans « Revue des bibliothèques », 39 (1932), pp. 59-131 et 335-360, et 1933-1934, 40, pp. 324-350. 10 Repris dans Les Miettes de l’histoire, Annecy 1933, pp. 280-286.
Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
81
les deux nations et le racisme anti-italien d’une partie de l’opinion d’avant-guerre pouvaient l’aider. Pour conforter sa revendication, Gabriel Pérouse devient un des premiers promoteurs de l’idée régionaliste en Savoie, dans le courant idéologique des « petites patries » qui composent la Grande Nation. Pour lui, il faut que les archives de l’ancien Duché reviennent en Savoie parce qu’elles contiennent l’histoire des anciennes provinces, ce qui fonde en soi la légitimité de la restitution avant l’interprétation aléatoire des traités »11. L’histoire ne peut s’écrire que si on en a les documents sous la main – et principalement les documents du Moyen Âge, qui restent, dans la première moitié du XXe siècle, l’objet privilégié des chartistes. 2.2 Le souvenir de Simancas Les négociateurs français auraient cependant pu prendre de la hauteur par rapport aux revendications savoisiennes ; mais je me demande s’ils n’ont pas aussi été influencés par le traumatisme subi, en 1941, par la cession forcée des archives de Simancas à l’Espagne, un épisode qui n’est pas sans rapport avec le transfert des archives savoyardes 12. En 1810-1811, la France avait saisi une quantité considérable de documents dans les archives historiques d’Espagne, à Simancas, mais après les Traités de Paris de 1814-1815, elle avait refusé d’en restituer une partie, au motif que ces documents, soit étaient issus du trésor des chartes des rois de France et avaient abusivement été exigés par Charles-Quint lors de la captivité de François Ier, soit concernaient en réalité des provinces devenues françaises au XVIIe siècle comme la Franche-Comté et la Lorraine. Entre 1910 et 1914, Julian Paz, directeur de l’Archivio General de Simancas, se rendit à plusieurs reprises à Paris pour examiner les documents et décida d’en insérer l’inventaire dans celui plus général des fonds de la Secrétairerie d’Etat, à la place que ces pièces occupaient avant leur sortie d’Espagne, « sûr que ces documents, écrivait-il, reviendront plus ou moins vite ». En 1940, l’Espagne décida de profiter de la débâcle française et de la présence à la tête de l’Etat du maréchal Pétain, ancien ambassadeur en Espagne et qui appréciait le général Franco, pour réclamer la restitution de plusieurs œuvres d’art espagnoles conservées en France. Sans doute est-ce à l’initiative de Julian Paz, qui avait alors 72 ans, que le directeur des archives de Madrid fit ajouter à la 11 J. Luquet, Les archives de Savoie : une invitation à une lecture européenne de l’histoire, « Mémoires de l’Académie des Sciences, belles-lettres et arts de Savoie, années 2015-2016 », 9e série, 2 (2017), pp. 61-80. 12 Sur cette affaire je me permets de renvoyer à : B. Galland, Les archives de Simancas. De la saisie napoléonienne à la restitution à Franco, dans Saisies, spoliations et restitutions. Archives et bibliothèques au XXe siècle, sous la direction d’A. Sumpf et V. Laniol, Rennes 2012, pp. 199-212.
82
Bruno Galland
demande les archives de Simancas. Sous la pression des responsables des Musées nationaux, le gouvernement français exigea un échange pour les œuvres d’art (échange au demeurant totalement déséquilibré, d’autant que le tableau attribué à Vélazquez et remis en compensation par l’Espagne à la France se révéla être une copie d’atelier) ; mais, s’agissant des archives, le maréchal Pétain en décida la remise sans contrepartie, précisant même aux négociateurs espagnols : « ce sera mon cadeau personnel ». Les Archives nationales de France, alors dirigées par Pierre Caron, ne semblent pas avoir été informées au préalable de cette décision. Mises devant le fait accompli, elles ne purent que s’incliner. Tout au plus réussirent-elles à organiser en hâte le microfilmage des documents. Ceux-ci furent transférés en Espagne dès juin 1941. Mais les archivistes français gardèrent pendant quelque temps une liste des documents qu’ils espéraient encore récupérer si la situation venait à s’améliorer ! Après la guerre, ils préférèrent ne pas revenir sur cet épisode (il ne figure même pas dans les mémoires de Pierre Caron), sinon pour mettre en avant le succès de l’opération de microfilmage. Mais le traumatisme était bien présent dans les mémoires lorsque s’ouvrirent les discussions sur les archives savoyardes. 2.3 La conséquence : la rupture des fonds La conséquence de cette situation fut donc le partage décidé dès 1947 et validé par l’accord de 1949. La manière dont les archivistes, de ce côté-ci des Alpes, accueillirent la nouvelle, s’inscrit dans la continuité des sentiments de leurs prédécesseurs : André Perret, archiviste de la Savoie de 1951 à 1979, déclare dès l’abord, dans un article de synthèse publié dans le Bulletin philologique et historique de 1952, que ses attaches savoyardes lui permettent de parer son exposé d’un attrait « sentimental »13 ; et ce sentiment est largement partagé lorsqu’on lit dans le Progrès que la réintégration des archives permet de ne plus considérer la Savoie comme un « vagabond sans papier ». Robert-Henri Bautier, qui dirigea avec Pierre Duparc la négociation du côté français, le constatait ensuite avec lucidité : « dans l’ensemble, écrit-il un demi-siècle plus tard, on peut dire que l’accord technique du 30 mai 1949, sans constituer et de loin un idéal sur le plan archivistique, a répondu aux désirs des historiens français en leur fournissant les sources de l’histoire locale… »14. 13 A. Perret, La réintégration des archives savoisiennes de Turin, dans Comité des Travaux historiques. Section d’Histoire moderne et contemporaine. Actes du 77e Congrès des Sociétés savantes, Grenoble, 1952, Paris 1952, pp. 563-572. 14 R.-H. Bautier, Présentation, dans Chartes, sceaux et chancellerie, études de diplomatiques et de sigillographie médiévales, Paris 1990, pp. V-XXIV (Mémoires et documents de l’école des chartes, 34),
Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
83
Mais cette application poussée à l’extrême souleva également, vous le savez, des difficultés entre archivistes français. La Savoie accueillit les documents généraux, la Haute-Savoie devant se contenter de ceux qui se rapportaient aux anciennes circonscriptions situées sur son territoire. La correspondance entre les deux directeurs témoigne des difficultés qu’ils eurent à s’entendre. C’est ainsi, par exemple, que les archives de la Haute-Savoie ne reçurent les comtes des châtellenies relevant des comtes de Genève que pour la période antérieure à l’acquisition de ce comté par Amédée VIII ; les comptes de la châtellenie d’Annecy se trouvent ainsi à Annecy avant 1402, mais à Chambéry après cette date.
3. Le traité montre que les principes anciens sont instrumentalisés et ne sont plus opérants 3.1 Comment défendre le traité ? Les explications de Robert-Henri Bautier Ainsi appliqué, le Traité de 1947 montre bien vite ses limites ; chacun est conscient que le principe du respect des fonds a été maltraité. Dans les années qui suivirent, Bautier se trouva ainsi dans une position particulièrement inconfortable. Lui aussi avait d’abord salue le « retour » des archives savoyardes15. Nommé en 1961 professeur de diplomatique à l’école des chartes, chaire élargie à l’archivistique en 1970, il enseignait à ses élèves des principes archivistiques qu’il avait luimême piétiné. Sa défense s’articule autour de plusieurs arguments. D’abord, il rappela que la meilleure solution eût certainement été le transfert intégral du fonds de la chambre des comptes de Chambéry : « Malheureusement, déclare-t-il en 1961 devant la conférence de la table ronde du Conseil supérieur des Archives, les travaux de la commission mixte aboutirent à scinder assez arbitrairement les fonds car les Italiens entendaient conserver, en vertu des accords de 1860, les documents d’intérêt général et ceux relatifs à la Maison de Savoie » 16 propos qu’il tempère d’ailleurs par un hommage à la qualité professionnelle de ses collègues italiens. Ensuite, il se défend d’avoir lui-même contribué à une reconstitution virtuelle des fonds démembrés : « pour venir à bout de certaines réticences, écrit-il en 1990, j’avais pris l’engagement que la France opérerait très raidement l’inventaire de tous les fonds et documents remis. Comme je l’ai dit ailleurs, cette promesse n’ayant été que très partielelment tenue par les autorités françaises, j’ai pris sur moi de procéder à l’établissement d’un guide pour tous les fonds des ar15 R.-H. Bautier, Le retour en France des archives anciennes de la Savoie et du Comté de Nice, dans « Le Moyen Age », 57 (1951), pp. 437-441. 16 R.-H. Bautier, Les archives dans la vie internationale, rapport général, dans Actes de la 6e conférence internationale de la table ronde des archives, Paris 1963, pp. 7-82, à la page 25.
84
Bruno Galland
chives de ces régions. C’est là l’origine première de la série de volumes des Sources de l’histoire économique et sociale de la France médiévale »17. Enfin, il mit en avant les quelques restitutions consenties à l’Italie, et surtout, l’importance des opérations de microfilmage engagées alors – « la plus importante opération de microfilmage jamais faite pour aider à la solution d’un litige archivistique entre deux pays »18 – un argument qui rappelle étonnamment celui utilisé après le retour en Espagne des archives de Simancas. 3.2 L’évolution : les critiques de la pertinence fonctionnelle Cependant, dans la profession, les principes appliqués sont jugés de plus en plus sévèrement. Le coup de grâce est donné par Charles Kecskémeti, secrétaire général du Conseil international des Archives, lors de la table ronde du Conseil international réunie en 1977 à Cagliari : « Selon l’autre interprétation de la « pertinence territoriale », écrit-il, les documents relatifs à un territoire donné devraient revenir à l’Etat qui y exerce la souveraineté. Bien qu’un certain nombre de traités se soient inspirés de ce principe et en aient imposé l’application (tel l’accord entre la France et l’Italie, 1949), il s’agit d’une absurdité d’un point de vue archivistique. Les archives sont construites selon une logique institutionnelle (attributions et fonctions du créateur du fonds d’archives) et toute répartition selon des critères méthodiques, quels qu’ils soient, ne peut que détruire cette logique qui seule rend les documents intelligibles. ». Et Kecskémeti d’enfoncer le clou en démolissant les derniers arguments de Bautier : « la distinction entre « archives de souveraineté » et « archives de gestion » proposée comme critère de partage [par] Bautier, 6e table ronde, p. 44, ne correspond ni aux considérations juridiques ni aux considérations archivistiques… parce que, dans la réalité administrative, la délimitation des attributions ne se fait pas selon les concepts « souveraineté » et « gestion »19. 3.3 Les perspectives Bien sûr, la question initiale du Traité de 1947 – la disponibilité physique des documents – n’est plus aujourd’hui d’actualité. La numérisation, plus et mieux que le microfilmage, permet aux usagers de réclamer les documents non pas dans la ville la plus proche de chez eux, mais à leur domicile même, sur leur poste de travail ; les progrès de la normalisation archivistique permettent d’envisager des portails de recherche non seulement interdépartementaux (Sabaudia) ni même nationaux (France archives) mais aussi européens (Europeana) et mondiaux. 17
R.-H. Bautier, Présentation, article cité, à la p. XVIII. R.-H. Bautier, Les archives dans la vie internationale, article cité, p. 26. 19 Ch. Kecskémeti, Actes de la 17e conférence internationale de la table ronde des archives, Cagliari 1977, Paris 1980, p. 124. 18
Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français
85
Il n’empêche : la dispersion des fonds aurait pu générer – et cela a été le cas à l’origine, c’est légitime – amertume, aigreur ou appréhension. Or, ce qui me frappe depuis plusieurs années, c’est au contraire la collaboration étroite entre les services français, suisses et italiens, une collaboration née incontestablement du besoin de dépasser le contentieux archivistique savoyard et de remédier aux blessures infligées de part et d’autre par un dialogue scientifique et professionnel de haute qualité. Les colloques des archivistes de l’Arc alpin occidental réunissent ainsi les archivistes des zones alpines étendues de l’Italie, de la France et de la Suisse, de manière régulière depuis 1993. Cette collaboration transfrontalière n’est certes pas unique – je pense, par exemple, au programme de recherche sur l’espace du Rhin supérieur qui associe les Archives de Fribourg, en Suisse, celles du Baden-Würtemberg et de la Rhénanie-Palatinat, en Allemagne, et celles du Haut-Rhin et du Bas-Rhin en France – mais elle est remarquable et constitue une véritable réussite.
4. Conclusions Je voudrais, en conclusion, faire deux réflexions sur ces nouvelles relations qui ont succédé au Traité de 1947. En premier lieu, cet échange privilégié se construit autour d’une principauté extraordinaire, partie de la vallée de la Maurienne, dont le développement s’est poursuivi autour des cols alpins, qui a franchi les Alpes et a finalement étendu son autorité sur toute la péninsule. Je trouve assez extraordinaire que, cent cinquante ans après le plébiscite de 1860, au-delà des avatars de l’histoire, un même sentiment continue d’animer les anciens états de la Maison de Savoie ; il y a là, pour l’historien, matière à réflexion sur la pérennité de l’œuvre des comtes et des ducs du Moyen Age. Par ailleurs, l’étude du Traité de Paris nous rappelle que les archives ont toujours joué un rôle important dans les conflits internationaux. Prendre les archives, en interdire l’accès, en détenir les secrets, c’était d’une certaine manière finaliser la victoire, garantir sa domination. Les archives sont une sorte de « corps » symbolique, pour reprendre une notion développée ailleurs par Jacques Krysnen ou Agostino Paravicini Bagliani. C’est d’ailleurs pour cela aussi qu’on s’est acharné à détruire les titres féodaux pendant la Révolution française, par exemple. Or, aujourd’hui, les archives nous apparaissent comme un facteur de dialogue. On ne les enferme plus dans des coffres : on les partage sur Internet. On n’en réserve plus l’accès aux initiés : on les expose, on les médiatise. Et, dès lors, elles offrent la possibilité d’un échange privilégié entre des pays qui se sont jadis opposés. La présente rencontre en est un exemple éloquent. « Vincolo spezzato » ? Peut-être. Mais, aujourd’hui, « vincolo radunato ».
Esiti del Trattato di Parigi sui fondi archivistici
LUISA GENTILE Archivio di Stato di Torino
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte, memoria di uno Stato sovraregionale
Sin dal XVI secolo gli archivi governativi sabaudi seguirono progressivamente lo spostamento del fulcro politico e amministrativo dello Stato da un lato all’altro delle Alpi. Sebbene su scala più ridotta, per tutto il Medioevo e per la prima metà del Cinquecento l’itineranza del principe aveva comportato lo spostamento al seguito della corte di documenti necessari all’esercizio del potere, anche se la gran parte dei titoli del principe e dell’amministrazione finanziaria si era stratificata nell’archivio conservato all’interno del castello di Chambéry. Cogliere questa mobilità delle carte in quanto esigenza di governo è essenziale, se si vuole comprendere la natura della documentazione che fu ceduta alla Francia in base al Trattato del 1947.
1. Gli archivi di uno Stato posto a cavallo delle Alpi: una sedimentazione plurisecolare L’espressione «archives Savoyardes» sotto la quale si tende a indicare in francese tale documentazione ha una sua ambiguità di fondo: sia nella definizione di archivio, sia nell’aggettivo che segue, perché la distinzione che la lingua italiana pone tra «sabaudo» (proprio della dinastia di Savoia) e «savoiardo» (proprio della regione della Savoia), sfuma nel generico, e involontariamente ambiguo, «savoyard». In Italia si parla non di archivi, ma di «serie» o «documenti» della Savoia (o di Nizza), il che permette al contempo di indicare la pertinenza regionale, ma anche la natura non autonoma della documentazione, che proveniva da un complesso unitario: l’archivio dello Stato sabaudo. Uno Stato posto sin dall’XI secolo a cavallo delle Alpi, e composto sino al 18481 da un aggregato di paesi, unificati dalla persona del principe e dalla sua amministrazione: non italiano né francese, o svizzero, unitario benché composito, quale che fosse nel tempo la capitale (Chambéry, poi Torino). Savoiardi sono dun1 Il passaggio dalle antiche patrie a un solo Stato, già avviato con la riunificazione amministrativa della Sardegna agli stati di terraferma, fu sancito dal nuovo assetto politico e giuridico nato dallo Statuto albertino: cfr. P. Bianchi, A. Merlotti, Storia degli Stati sabaudi (1416-1848), Brescia 2017, pp. 227 e sgg.
90
Luisa Gentile
que, in base al principio di provenienza storico-giuridica, quegli archivi prodotti da istituzioni nate e funzionanti a livello locale, come il Senato di Savoia (operante e rimasto a Chambéry); mentre non lo è la documentazione raccolta e ordinata dagli organi centrali dello Stato (ad esempio quella della Camera dei Conti2, ma nemmeno quella del fondo Paesi, Savoie dell’Archivio di Corte), a prescindere dal luogo in cui erano stati redatti i singoli documenti. Gli archivi prodotti dagli organi centrali dello Stato sabaudo erano ripartiti in due grandi nuclei, tutt’oggi visibili nella duplice struttura fisica dell’Archivio di Stato di Torino: l’archivio del principe, quello propriamente governativo, o Archivio di Corte, e quello della Camera dei Conti. La documentazione concernente la Savoia e Nizza giunse a Torino in diversi tempi e a più riprese3, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, con Emanuele Filiberto, ma specialmente nel secolo seguente: non solo dal castello di Chambéry, ma anche dai vari luoghi (Nizza in primis) ove Carlo II, all’epoca dell’invasione francese del ducato (1536) aveva messo in salvo la parte più preziosa del tresor des chartes. Il trasferimento di varie parti dell’archivio ducale si protrasse sino alla fine del XVII secolo. Altri trasferimenti furono determinati nel Settecento dalla soppressione di magistrature provinciali, nell’ambito della centralizzazione dello Stato operata da Vittorio Amedeo II: fu il caso degli archivi delle Camere dei Conti del Genevese (1719), e di Savoia (1724), confluiti in quello dell’ormai unica Camera dei Conti, come riferisce più autorevolmente Maria Paola Niccoli in questa stessa sede4. Per introdurre meglio le righe che seguono, non sarà comunque inutile ricordare che la Camera di Savoia aveva 2 Così facevano notare i membri della commissione italiana nelle prime sedute; cfr. Archivio di Stato di Torino, Archivio storico dell’Archivio di Stato (d’ora in poi ASTO, ASA), mazzo 1060, fasc. 3770, verbale del 17 dicembre 1948, sessione pomeridiana: Gian Carlo Buraggi, già direttore dell’Archivio, osservava che, mentre le serie dell’Archivio di Corte andavano esaminate documento per documento in vista della cessione, la Camera dei conti di Savoia per il periodo anteriore al 1579 non poteva essere presa in considerazione, in quanto organismo centrale della monarchia sabauda; gli storici Giorgio Falco e Federico Chabod aggiungevano anzi che, anche dopo la scissione nel 1579 dalla Camera dei Conti di Piemonte, quella di Savoia continuava a mantenere il carattere di organo centrale, «cosa difficile da fare intendere ai francesi». Ancora nel verbale del 18 dicembre 1948, al mattino, il direttore dell’Archivio Vanzetti sottolineava che i castellani – la cui contabilità veniva versata all’archivio della Camera – erano funzionari dell’amministrazione centrale e non espressione delle comunità. 3 G. Fea, Cenno storico sui Regi Archivi di Corte, a cura degli Archivisti di Stato di Torino, Torino 2006, pp. 49, 67, 68, 71, 78, 85, 86, 91, 97; P. Rück, L’ordinamento degli archivi ducali di Savoia sotto Amedeo VIII (1398-1451), Traduzione di S. D’Andreamatteo, Prefazione di I. Soffietti, Roma 1977, pp. 21-27; Introduzione alla voce Archivio di Stato di Torino, a cura di I. Massabò Ricci, in Guida Generale degli Archivi di Stato Italiani, vol. IV, Roma 1994, pp. 375-383; Ead., Per lo Stato e per la memoria: gli archivi sabaudi fra XIV e XX secolo, in L’Archivio di Stato di Torino, a cura di I. Massabò Ricci e M. Gattullo, Fiesole 1994, pp. 9-15; M. P. Niccoli, La Camera dei Conti, ibid., pp. 41-49; e in generale, Il Tesoro del Principe. Titoli, carte e memorie per il governo dello Stato, catalogo della mostra (Torino, Archivio di Stato), Torino 1989; A. Bottaro, Les sources de l’histoire du comté de Nice à l’Archivio di Stato di Torino: Ancien Régime, Nice 2008, pp. XX e XXII; Aux sources de l’histoire des châteaux, éd. J. Coppier, H. Maurin, Actes de la journée d’études, Annecy, 11 dicembre 2015, Milano-Annecy 2016 (in particolare i contributi di H. Maurin, M. Carassi, E. Bouyé e B. Galland). 4 M.P. Niccoli, Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia, in questo volume.
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
91
funzionato come magistratura a sé stante, con giurisdizione sul complesso delle province «di là dai monti», nel periodo 1577-1719, e il suo archivio conteneva documentazione che per il periodo antecedente al 1577 era pertinente all’amministrazione centrale, quand’era l’unica camera esistente per gli Stati sabaudi. Tra Sette e Ottocento, diversi complessi di carte dell’archivio Camerale furono trasferiti all’Archivio di Corte, in quanto ritenuti necessari al governo dello Stato. Altra documentazione settecentesca fu poi prodotta direttamente per gli uffici governativi e finanziari a Torino, come i catasti, incluse le mappe della perequazione della Savoia, depositate nei Regi Archivi. I movimenti dei fondi dal lato francese a quello italiano dello Stato – qui riassunti sinteticamente in appendice - sono dettagliati nel 1850 da una preziosa memoria del sottoarchivista Giuseppe Fea, intitolata Cenno storico sui Regi Archivi di Corte5. Fea dà anche conto degli spostamenti avvenuti in direzione inversa nel periodo napoleonico. Il Trattato di Parigi del 1796 tra la Repubblica francese e il Regno di Sardegna prescriveva la consegna alla Francia dei documenti relativi ai dipartimenti del Monte Bianco e delle Alpi Marittime. Nel 1802 il Piemonte fu riunito alla Francia, cosicché i catasti e le scritture della perequazione della Savoia presero la direzione di Chambéry, da dove non tornarono più. Infine, nel 1811 i fondi ordinati e inventariati degli ex Regi Archivi presero la via di Parigi, insieme a 7000 documenti della Camera dei Conti: sarebbero tornati alla Restaurazione. Da questi spostamenti nacque un equivoco nel 1947: la delegazione francese chiedeva la restituzione di documenti «portati via da Chambéry nel 1824»6, che in realtà facevano parte dei lotti documentari asportati da Torino in epoca napoleonica e rientrati poi nella capitale. La bipartizione sostanziale degli archivi governativi sabaudi si tradusse a Torino anche nella differente dislocazione fisica dei fondi. Da un lato l’archivio ducale era conservato nel Castello (l’attuale Palazzo Madama, nel XVII secolo), poi dal 1707 nel Palazzo nuovo del duca (oggi Palazzo Reale), e infine dal 1734 nel palazzo progettato da Filippo Juvarra per i Regi Archivi, poi detti «di Corte», tuttora considerato il più antico esempio europeo di edilizia a destinazione archivistica ab origine. La costruzione era stata disposta tre anni prima dal re Vittorio Amedeo II, nell’ambito della generale riorganizzazione amministrativa del Regno di Sardegna7. Per contro, gli archivi della Camera dei Conti erano conservati tra Sette e Ottocento nel Palazzo camerale o Curia maxima: dopo la soppressione della Camera, prenderanno la denominazione di sezione III dell’Archivio di Stato di Torino (la I 5
Cfr. supra, nota 3. Così da verbale della commissione interministeriale italiana, 17 dicembre 1948, sessione pomeridiana: ASTo, ASA, mazzo 1060, fasc. 3770. 7 G. Fea, Cenno... cit., pp. 53, 55, 74, 87; Introduzione... cit.; I. Massabò Ricci, Per lo Stato e per la memoria... cit., pp. 11-13; P. Caroli, Il palazzo del S. Luigi prima della sua destinazione ad archivio, in L’Archivio di Stato... cit., pp. 259-262. 6
92
Luisa Gentile
era l’archivio di Corte). Le altre sezioni (la denominazione non è più in uso) erano la II, Finanze, e la IV, Guerra, denominate dalle rispettive segreterie settecentesche e allocate in altri edifici della città. Nel 1925 le sezioni II, III e IV confluirono nell’antico ospedale San Luigi: di qui il nome di «Sezioni Riunite» con cui questa sede distaccata dell’Archivio è tuttora nota. L’archivio era uno strumento essenziale di governo, pertanto le grandi fasi di riorganizzazione dello Stato comportarono delle campagne di ordinamento e inventariazione8 . Per una prima ricognizione sistematica in età moderna si dovettero attendere le riforme istituzionali di Vittorio Amedeo II. L’archivista François Cullet stilò dal 1707 in poi ben 75 inventari, tra cui quelli dei fondi Savoie, Genevois e Chablais, Faucigny, Maurienne e Tarantaise (1711) e delle carte dei duchi di Savoia-Nemours (1712). Nel 1729 il sovrano nominò archivista l’avvocato fiscale Gian Claudio Garbiglione (Garbillon), al quale vennero date precise istruzioni per l’ordinamento degli archivi. I fondi erano suddivisi tra Materie, per i documenti relativi alle funzioni generali esercitate dallo Stato (Materie per rapporto all’interno, all’estero, ecclesiastiche, economiche…) e Paesi, per il governo delle province soggette. Quest’impostazione diede vita a un ampio sistema di inventari – più di 130, in gran parte tuttora in uso – redatti sino al 1798, poiché vi erano continui versamenti di documenti da parte dei vari uffici dello Stato. Dopo la parentesi francese e il ritorno degli archivi di Corte da Parigi, nel 1821 gli impiegati Giuseppe Fea e Michele Negri avviarono la terza grande fase di riordino e inventariazione. Anche per i fondi della Camera dei Conti vi furono analoghe campagne di inventariazione9. Ciò che preme qui sottolineare è che l’intervento di ordinamento dei regi archivisti sui fondi di Corte, condotto per materie e paesi, fece sì che i documenti non potessero più essere distinti in base alla loro provenienza, ma all’uso politico-amministrativo che ne faceva il governo sabaudo da quel momento in avanti.
2. L’impatto del Trattato di Parigi sul Tresor des chartes La cessione effettiva delle serie di Savoia e Nizza nel 1949-1951, in ottemperanza del Trattato del 1947, comportò uno sconvolgimento negli antichi fondi di Corte e della Camera. Il criterio che presiedeva alla divisione era: mantenere a Torino i documenti d’indole generale e quelli concernenti entrambi i versanti dello Stato; inviare Oltralpe quelli di pertinenza locale relativi a Savoia e Nizza. Per consentire i lavori della commissione, il direttore Vanzetti dovette disporre la temporanea chiusura dell’Istituto10. A Chambéry, che fungeva da luogo di smistamento, vennero 8 Per le quali cfr. G. Fea, Cenno... cit., pp. 66, 71, 111; Introduzione... cit.; I. Massabò Ricci, Per lo Stato e per la memoria... cit., pp. 10-14; M.P. Niccoli, La Camera dei Conti... cit., pp. 44 e 48-49. 9 Per le quali si veda il saggio M.P. Niccoli, Da Chambéry a Torino... citato. 10 Così da lettera del direttore al Ministero dell’Interno, 11 maggio 1949 (ASTo, ASA, mazzo 782, fasc. 2323).
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
93
inviati – stando alle stime dei colleghi francesi11 – circa 900 mazzi, 4000 registri, 9000 rotoli, per un peso complessivo di 15/16 tonnellate ripartite in 4 convogli successivi. I documenti (comprensivi di quelli «nizzardi»), che partirono da Torino ogni tre mesi tra il 31 ottobre 1950 e il 31 luglio 1951, venivano presi in consegna a Torino da Robert-Henri Bautier, a nome del governo francese, e consegnati Oltralpe al prefetto della Savoia, che a sua volta li rimetteva all’archivista capo della Savoia, Jean Sablou12. Nel capoluogo savoiardo gli archivisti francesi smistavano le carte destinate alla Savoia e quelle che dovevano andare a Nizza; tra 1954 e 1955, poi, ci si dedicò a separare i documenti che andavano mantenuti a Chambéry, pertinenti alla Savoia in generale e alla Savoie propre, da quelli destinati ad Annecy, relativi all’Alta Savoia. Presso entrambi gli archivi dipartimentali i documenti trasferiti da Torino sarebbero stati divisi in serie che ricalcavano quelle originarie, indicate con la segnatura SA ([fonds] Savoie Ancien) seguita da un numero arabo13. Come era prevedibile in un trasferimento di tali proporzioni, qualcosa andò storto. Per certo nel 1952 si mandarono a Nizza quattro casse di documenti riconosciuti come non pertinenti a Chambéry14. Ma tutt’oggi giungono in sala studio in Archivio di Stato studiosi francesi alla ricerca di singoli documenti relativi a Nizza, che a Nizza non si trovano e per certo non sono più a Torino: perduti per sempre, o non riconosciuti e finiti altrove? Nella concitazione, alcune serie vennero spezzate: una parte rimase a Torino, una finì Oltralpe, come avvenne per i conti del pedaggio di Chambéry15; in Francia finirono anche documenti che non ci sarebbero dovuti andare, mentre altri che avrebbero dovuto andarci rimasero a Torino16 . Per la cessione vennero prodotti anche migliaia di microfilms, per più di 1.000.000 di scatti: un lavoro che, a detta dello stesso Robert-Henri Bautier, non aveva avuto eguali in Europa17; e che diede origine alla sezione di riproduzione dell’Archivio di Stato di Torino, antenata dell’attuale laboratorio di fotoriprodu11 J. Coppier, H. Maurin, Chronologie des événements, in De part et d’autre des Alpes. Le périple des archives Savoyardes, éd. J. Coppier, H. Maurin, Annecy 2017, pp. 27-49, p. 44. 12 ASTo, ASA, mazzo 1063, fasc. 3782, lettera del 21 giugno 1950 dell’Ufficio Centrale degli Archivi di Stato al Ministero del Commercio Estero, Servizio esportazione; lettera del 5 agosto 1950 di Robert-Henri Bautier al direttore dell’Archivio di Stato di Torino. Nello stesso fascicolo sono gli elenchi dei singoli convogli. 13 J. Coppier, H. Maurin, Chronologie... cit., pp. 46-48. 14 Ibid., p. 45. 15 La maggior parte dei conti del pedaggio di Chambéry è conservata in ASTo, Camerale Savoia, inv. 129, Inventaire des comptes des droit du péage, leyde, gabelle et mesurage du sel de Chambéry, Traverse, La Bridoire et de Pontbeauvoisin, fol. 1 e 17, fatta eccezione per i primi tre esercizi, conservati presso le Archives Départementales de la Savoie (Chambéry), SA 7862 bis. 16 A. Bottaro, Les sources de l’histoire du comté de Nice... cit., p. XXII, cita documentazione proveniente dalle Materie ecclesiastiche e relativa agli Oratoriani di Villafranca Piemonte (confusa con Villafranca di Nizza) finita a Nizza. Per esempi di documentazione relativa a località nizzarde rimasta a Torino, cfr. ibidem. 17 Nota del 22 agosto 1951 all’Ufficio Centrale italiano dei Beni Archivistici (ASTo, ASA, mazzo 1063, fasc. 3782).
94
Luisa Gentile
zione18 . Un lavoro iniziato scientificamente, con la regestazione da parte degli archivisti torinesi dei singoli documenti riprodotti, ma terminato – come ha sottolineato Davide Bobba – in modo approssimativo, con mezzi inadeguati e personale non sempre preparato, sotto la pressione delle autorità che volevano concludere in fretta la cessione19. Quali fondi furono maggiormente interessati dalla spartizione? Nell’Archivio di Corte si procedette o per asportazione massiccia (nei fondi dei Paesi), oppure chirurgicamente, soprattutto a danno delle Materie settecentesche, in base ai criteri di cui tratta più diffusamente Daniela Cereia in questo volume 20. Delle Materie politiche per rapporto all’interno, Per rapporto all’estero, Militari e Giuridiche venne riconosciuto l’interesse generale e non vennero pressoché toccate. Così non fu per le Materie economiche, le Materie ecclesiastiche, e – naturalmente – per i Paesi. Dalle prime (affidate a una sottocommissione composta da Augusta Lange e Robert-Henri Bautier), si asportarono singoli documenti o blocchi di documentazione21. Per le seconde si procedette in vario modo: le Materie ecclesiastiche per categorie (esaminate dagli stessi Lange e Bautier) subirono la stessa sorte delle Economiche. I Benefici di là dai monti e i Benefici di Nizza furono invece ceduti quasi per intero alla Francia. Di altri fondi (Arcivescovadi e vescovadi, Abbazie, Regolari, Monache, Opere pie, vagliati – come i Benefici – da Mario Vanzetti e René Mathieu de Vienne) si procedette in entrambi i modi: chirurgicamente nella parte generale, e per contro mandando in Francia le intere serie relative a enti ecclesiastici d’Oltralpe22. Anche il trattamento dei Paesi non fu uniforme. Per i Paesi per A e B, miscellanea formata tra Otto e Novecento di documenti che non si riusciva più a ricondurre ai fondi d’appartenenza, divisi per località in base al solo ordine alfabetico, si scelse ovviamente fascicolo per fascicolo, estraendo prevalentemente materiale 18 Prova ne sia che, dal 1953, il titolario di classificazione dell’archivio dell’Archivio di Stato prevede un titolo apposito – il XVII – per la sezione di microfilmatura. 19 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino 2017, pp. 45-50. 20 Per le sottocommissioni che si spartirono il lavoro, cfr. ibid., p. 40. 21 Per l’impatto della cessione sulle Materie economiche per categorie e sulle Materie ecclesiastiche per categorie si rinvia al contributo di D. Cereia, Il progetto archivistico sui fondi delle Materie economiche e delle Materie ecclesiastiche dell’Archivio di Stato di Torino, in questo stesso volume. 22 Un’idea più dettagliata, ma pur sempre approssimativa di quanto effettivamente ceduto si ricava confrontando la lista dei documenti individuati nel maggio 1949 dalla commissione franco-italiana in vista del trasferimento (pubblicata nell’Accordo tra l’Italia e la Francia relativo agli archivi della Savoia e scambi di note (articolo 7 del trattato di pace). Torino 30 maggio 1949 – Parigi 1 agosto 1949, Roma 1949) e i due volumi delle Serie di Nizza e della Savoia per i quali infra, nota 41, redatti a consuntivo, ma parziali, in quanto mancanti della parte relativa alle province della Savoia nell’Archivio di Corte, e comunque non riflettenti appieno la situazione effettiva; una terza fonte importante sono gli inventari, dei quali alcuni riportano le annotazioni dettagliate dei fascicoli mandati in Francia.
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
95
Inventario del fondo Benefici del contado di Nizza. La pagina che descrive il fascicolo della località Pigna reca l’annotazione «Resta all’Italia»; con l’eccezione di altri tre fascicoli, i restanti, contenuti in due mazzi, risultano trasferiti alla Francia. ASTo, Corte, Sala studio, Inventario 82
96
Luisa Gentile
Inventario del fondo Duché et province du Genévois: originariamente composto di 42 mazzi, i primi dodici furono ceduti alla Francia come evidenzia l’annotazione a matita. Benché la documentazione non sia più conservata a Torino, restano in Archivio di Stato gli inventari settecenteschi tuttora consultabili. ASTo, Corte, Sala studio, Inventario 7
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
97
d’interesse nizzardo. Chablais, Faucigny, Maurienne, Tarantaise (esaminati da Rosa Maria Borsarelli e Pierre Bernard) partirono quasi in toto per Chambéry. Con Nizza (affidata a Francesco Cognasso e Ernest Hildesheimer) l’operazione era un po’più complicata, perché la provincia comprendeva anche località come Pigna o Ventimiglia che oggi si trovano in territorio italiano. Così Contado di Nizza partì, lasciando i fascicoli di pertinenza italiana a Torino in una sequenza di mazzi talmente esigua da non corrispondere più all’inventario antico, e richiedere una nuova numerazione; le carte relative al Porto di Villafranca e di Limpia e al Diritto di Villafranca23 vennero spartite, perché alcune erano d’indole generale, concernendo la marina e la fiscalità sarde. Il fondo Savoie, infine, è un esempio da manuale del criterio applicato generalmente dalla commissione (nella fattispecie, dalla sottocommissione Borsarelli-Bernard), diviso com’è in due subfondi (analogamente a tanti altri fondi dei Paesi): un subfondo – nel caso, Duché de Savoie – che raccoglie la documentazione dinastica relativa ai diritti di possesso della provincia, e un altro – Province de Savoie – che conteneva titoli di possesso e atti di governo relativi a singole località. Duché de Savoie rimase, Province de Savoie partì. Rimase anche a Torino un piccolo fondo non inventariato denominato Savoia, e a sua volta ripartito in Savoia paesi per province e Savoia paesi per A e B: si tratta prevalentemente di corrispondenza e pratiche degli intendenti delle province transalpine inviate al governo di Torino, il che potrebbe giustificare un «salvataggio» torinese in nome del carattere centralistico della documentazione – né più né meno come furono salvati i registri della corrispondenza degli intendenti con la Segreteria Affari Interni, che fossero di qua o di là dai monti. A essere coerenti, però, anche gli altri fondi «savoiardi» ceduti alla Francia erano stati raccolti dal governo sardo in funzione della propria attività. Come fossero andate realmente le cose, lo rivela una querula nota di Robert-Henri Bautier inviata il 22 agosto 1951 all’Ufficio Centrale (italiano) dei Beni Archivistici, a trasferimento terminato: gli archivisti torinesi gli avrebbero nascosto degli inventari, e di conseguenza ora scopriva da non meglio specificate «sources diverses» l’esistenza nell’Archivio torinese «de très petits fonds ou de pièces isolées, de nature identique aux pièces cédées en 1949»24! Ovviamente i piccoli boicottaggi erano stati più facili laddove i fondi non erano inventariati, e quindi non se ne poteva provare l’esistenza. Già nelle prime sessioni della commissione interministeriale italiana, alcuni commissari avevano proposto delle misure di prudenza: non sollecitare dai francesi 23 E, con esse, le carte connesse ai due porti, conservate in Materie politiche per rapporto all’interno, Cerimoniale, Saluti marittimi (2 mazzi): venne ceduto solo qualche documento del mazzo 1, a differenza di quanto scritto nel testo dell’Accordo tra l’Italia e la Francia... cit., p. 11. 24 In ASTo, ASA, mazzo 1063, fasc. 3782.
98
Luisa Gentile
precisazioni in merito alle loro richieste, il che avrebbe significato dare nelle mani degli archivisti transalpini gli inventari, pericolosa fonte d’ispirazione (così Federico Chabod); non riunirsi con i francesi a Torino, perché la controparte, avendo sotto gli occhi gli inventari e parte dei fondi già rientrati dallo «sfollamento», non si facesse venire in mente nuove idee (Mario Toscano); ritardare la sistemazione delle sedi dell’Archivio e dei fondi sfollati (Ruggero Moscati)25. Le amputazioni subite dalla sezione Corte, concentrate come s’è detto in segmenti vari dei Paesi e delle Materie ecclesiastiche, furono tutto sommato contenute rispetto a quanto avvenne con le Sezioni Riunite, in specie con l’archivio della Camera dei Conti di Savoia. I numeri danno un’idea della ferita inferta: del Camerale Savoia partirono 96 serie su 200 (comprendenti i conti delle castellanie savoiarde)26 . Anche se in modo meno impressionante, neppure le Finanze furono indenni: partirono 17 categorie su 186, tra prima e seconda archiviazione. Va riconosciuto che, in segno di distensione e collaborazione, i due governi – rappresentati dal ministro degli Affari Esteri francese, Schuman, e dall’ambasciatore a Parigi Quaroni – con l’accordo del 1° agosto 1949 si erano impegnati a restituire alcuni complessi di documenti che non ricadevano nel dettato del trattato. Gli italiani offrivano le carte relative alla Bresse, al Bugey, al Gex e alla valle di Barcelonnette (province cedute alla Francia tra il 1601 e il 1760), i francesi documenti vari concernenti la storia italiana27. Le carte arrivarono agli Archivi di Stato di Torino (nel 1951) e Genova (1952); quest’ultima vicenda è già stata delineata ampiamente da Paola Caroli28 . Era ben poca cosa in confronto a quanto era stato ceduto alla Francia: a Torino arrivarono dal Ministère des Affaires Etrangères dei mazzi appartenenti alla legazione sarda a Madrid, poi inseriti nelle Materie politiche
25 In ASTo, ASA, mazzo 1060, fasc. 3770, verbali della commissione interministeriale italiana, 17 dicembre 1948, sessione pomeridiana e 18 dicembre 1948, sessione mattutina; cfr. D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino... cit., pp. 31-33. Ai piccoli fondi sfuggiti alla cessione va aggiunta la documentazione relativa ai feudi savoiardi dei principi di Carignano, rientrata nel 1972 ma all’epoca del Trattato di Parigi custodita al Quirinale, dopo che era stata separata dal resto dell’archivio di Corte alla fine dell’Ottocento: per questa vicenda cfr. P. Gentile, Le carte dei re d’Italia tra dispersioni, epurazioni, occultamenti e (parziali) ritrovamenti, in «Passato e presente», 106 (2019), pp. 73-89. 26 I conti delle castellanie della contea di Nizza vennero invece asportati dall’archivio della Camera dei Conti di Piemonte (4 articoli su 1145). 27 Cfr. Accordo tra l’Italia e la Francia... cit., pp. 32-34; D. Bobba, I fondi dell’Achivio di Stato di Torino... cit., p. 40; per le carte cedute nel 1762 cfr. G. Fea, Cenno... cit., p. 77. 28 P. Caroli, “Note sono le dolorose vicende…”: gli archivi genovesi fra Genova, Parigi e Torino (1808-1952), in Spazi per la memoria storica. La storia di Genova attraverso le vicende delle sedi e dei documenti dell’Archivio di Stato, Atti del convegno, Genova, 7-10 giugno 2004, a cura di A. Assini e P. Caroli, Roma 2009, pp. 273-388, in particolare alle pp. 378-380 per i documenti genovesi. I volumi genovesi, che provenivano anch’essi dal Ministère des Affaires Etrangères, vennero trasmessi dapprima all’Archivio Centrale dello Stato, e di lì a Genova, dove furono inseriti nella raccolta Manoscritti rientrati dalla Francia. Analoga sorte ebbero i documenti delle legazioni a Parigi della Repubblica di Venezia e del Granducato di Toscana, poi inviati a Venezia e Firenze.
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
99
per rapporto all’estero29; dalle Archives Nationales, 28 registri di conti dei tesorieri dell’antica contea orléanese di Asti (comprensivi di due esemplari quattrocenteschi degli Statuta revarum civitatis Ast), giunti a Torino e poi transitati all’Archivio di Stato di Asti30; dalle Archives Départementales de l’Isère pochi documenti relativi al marchesato di Saluzzo, già conservati presso la Camera Delfinale a Grenoble31, e due alberi genealogici dei marchesi di Monferrato32, tutti inseriti poi nell’archivio di Corte, nelle antiche serie del fondo Paesi. Ma le rivendicazioni degli storici d’Oltralpe non erano del tutto appagate, tant’è che lo stesso Bautier – probabilmente sotto pressione – il 22 agosto 1951 si rivolgeva ancora all’Ufficio Centrale dei Beni Archivistici, con la nota di cui s’è già detto33. Dopo aver sottolineato che gli erano stati nascosti a loro tempo alcuni inventari e piccoli fondi, l’illustre archivista osservava che l’Archivio di Stato conservava alcuni mazzi sparsi la cui cessione sarebbe stata gradita. In realtà si trattava di residuati di complessi documentari già ceduti alla Francia nel 176234, che tuttora costituiscono, nei Paesi, i piccoli fondi denominati Dauphiné, Valentinois, Mâcon. La riunione di documenti «dispersés», ricordava Bautier, era «parfaitement conforme à la meilleure doctrine archivistique». La nota si concludeva in toni molto cortesi ma incongrui con le lamentate omissioni della parte italiana, esprimendo soddisfazione sulla «manière parfaite» in cui le operazioni erano state sinora condotte, sottolineando la cordialità dei rapporti con i colleghi italiani e rendendo omaggio alla loro dedizione e comprensione. La captatio benevolentiae finale non evitò il secco diniego del direttore Vanzetti, cui l’Ufficio Centrale aveva girato la richiesta: un diniego che traduceva lo sconforto di chi aveva assistito allo smembramento dell’antico archivio sabaudo e ora vedeva la controparte invocare l’applicazione di quel principio d’integrità dei fondi che l’operazione intera della cessione aveva allegramente calpestato. La risposta torinese fu netta. I mazzi richiesti, sebbene pochi, non ricadevano sotto il trattato (si potrebbe aggiungere, non erano stati nemmeno contemplati dagli ac29 ASTo, Materie politiche per rapporto all’estero, Lettere ministri, Spagna, mazzi 150-159 (dispacci della Segreteria Affari Esteri sarda all’inviato a Madrid, 1723-1799). 30 Archivio di Stato di Asti, Contea di Asti (1387-1499): cfr. G.G. Fissore, I conti della contea d’Asti: una proposta ed un’occasione per la storiografia astigiana, in Archivi e cultura in Asti, Asti 1971, pp. 91-115; M. Cassetti, Guida dell’Archivio di Stato di Asti, Vercelli 1996, pp. 7-9. 31 ASTo, Paesi, Saluzzo, Marchesato di Saluzzo, Documenti ceduti dalla Francia nel 1949 (2 mazzi, anni 1063-1583). 32 Inseriti in ASTo, Paesi, Monferrato, Ducato del Monferrato, Genealogie (mazzo unico), benché i due rotoli, che provavano la discendenza dei Monferrato da Aleramo, provenissero dall’archivio dei marchesi di Saluzzo, anch’essi di ascendenza aleramica. 33 ASTo, ASA, mazzo 1063, fasc. 3782. 34 In quell’anno, a seguito del Trattato sui confini con la Francia del 24 marzo 1760, erano state cedute le scritture concernenti le province di Bresse, Bugey, Gex, Valromey, Delfinato, Diois e Valentinois, Barcelonnette: cfr. G. Fea, Cenno... cit., pp. 77 e 163, nota 56.
100
Luisa Gentile
cordi del 1762); dalla Francia, osservava Vanzetti, era arrivata ben poca cosa, mentre l’Italia aveva ceduto in blocco, tra l’altro, un corpus documentario imponente come i conti delle castellanie savoiarde; come se non bastasse, in base all’accordo amichevole del 1° agosto 1949 erano già stati ceduti altri fondi non compresi nel trattato (Bresse, Bugey e simili), cosicché l’ultima, inopportuna richiesta faceva apparire la controparte francese come insaziabile. Con ciò, per tacitare la questione, il direttore era disposto a cedere un fondino di interesse del tutto locale, sempre sopravvissuto alla cessione settecentesca: i conti della giudicatura del Graisivaudan. Questi, oggi, si trovano comunque al loro posto nell’archivio della Camera dei Conti di Savoia, segno che la diatriba si fermò lì35. La gaffe, umana e scientifica, di Bautier ricorda in realtà come i lavori fossero stati condizionati dall’incertezza e dalla confusione sui criteri da seguire, oggi maggiormente condivisi, e da pressioni politiche.
3. Resilienza: le soluzioni degli archivisti torinesi dinanzi alla dispersione Quando fu evidente che non c’erano alternative all’invio dei documenti in Francia, gli archivisti torinesi dovettero elaborare un metodo di lavoro che permettesse di tenere traccia di quanto veniva ceduto36 . La cessione venne discussa mazzo per mazzo, documento per documento, in un primo momento cercando di regestare tutto: un lavoro, questo, al quale si dedicarono dal 1948 gli archivisti Rosa Maria Borsarelli e Luigi Arborio Mella, coadiuvati l’anno successivo, a tempo pieno, da Maria Clotilde Daviso di Charvensod, autorevole medievista che lavorava su incarico della Deputazione Subalpina di Storia Patria; sinché fu chiaro che non c’era più tempo37. A noi restano, nell’archivio storico dell’Archivio di Stato (in gergo: nell’archivio dell’Archivio), liste di regesti redatti per qualche fondo ecclesiastico e poco più: il resto sono liste sommarie dei documenti microfilmati38 . Più empiricamente, si procedette espungendo dagli inventari settecenteschi con vistose note in matita blu i fascicoli trasferiti alla Francia: 35 Osservazioni del direttore Vanzetti, senza data, allegate alla nota 22 agosto 1951 per la quale cfr. supra, nota 33. I conti offerti per «placare» le richieste di Bautier sono in ASTo, Camera dei Conti, Savoia, inv. 160, Comptes des juges receveurs des droits et emolumens des seaux des judicatures du Viennois et de la terre de Graisivaudan (…), fol. 21, e consistono in un’unità di conservazione (anni 1335-1382), insieme a un’altra unità relativa invece alle miniere del Graisivaudan (fol. 23). 36 Cfr. ASTo, ASA, mazzo 1060, fasc. 3770, verbali della commissione interministeriale italiana, 17 dicembre 1948, sessione pomeridiana. 37 ASTo, ASA, mazzo 782, fasc. 2326 (relazione annuale del direttore, 1948); mazzo 1063, fasc. 3782, corrispondenza tra la Deputazione Subalpina di Storia Patria e la direzione dell’Archivio. Sul fallimento dell’operazione, cfr. ibid., copia di lettera della Deputazione al direttore generale degli Archivi di Stato, 23 novembre 1950; D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino... cit., p. 50 e sgg. 38 Esempi di schedature con i regesti fatti a regola d’arte e di liste di documenti microfilmati, indicati invece sommariamente per data e senza regesto, sono in ASTo, ASA, mazzi 1061 e 1062.
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
101
tuttora, in sala studio, sono questi inventari cum glossa il mezzo di verifica più efficace per capire cosa è rimasto a Torino. L’operazione non fu però sistematica; inoltre, valendo solo per quei fondi che erano stati inventariati analiticamente, si diede soprattutto per l’archivio di Corte, mentre non fu applicabile a gran parte dell’archivio Camerale e di Finanze. S’è detto che uno dei mezzi elaborati per ricomporre, almeno sulla carta, la dispersione fu una campagna di microfilmatura di proporzioni impressionanti, lodata cavallerescamente da Bautier al primo congresso internazionale degli archivi, tenutosi a Parigi nell’agosto 195039. Lo spirito in cui venne concepita l’operazione è esplicito in una relazione del commissario della Deputazione Subalpina di Storia Patria, Vittorio Viale: «L’unità dell’Archivio torinese dev’essere mantenuta. È un dovere nazionale, non solo torinese»40. A rigore – continuava Viale - l’inventariazione analitica del materiale ceduto, documento per documento e non per mazzi o serie, sarebbe stata ancora più importante della microfilmatura, ma s’è visto quale fu l’epilogo. L’impresa di riproduzione di allora è oggi vanificata dall’obsolescenza dei mezzi (sia le pellicole, sia le macchine che servivano a leggerle): situazione che potrebbe oggi essere superata con un aggiornamento concettuale e strumentale, grazie al digitale. Un ulteriore tentativo di ricomposizione fu la redazione di pubblicazioni in cui si forniva il prospetto di quanto ceduto e quanto rimasto, con la menzione dei documenti microfilmati. Così nacquero i due volumi curati da due competenti archiviste torinesi che erano state impegnate nei lavori del 1949-1950, Rosa Maria Borsarelli e Maria Vittoria Bernachini Artale di Collalto: essi davano organicamente conto delle serie colpite dal trattato e vennero pubblicati dall’amministrazione degli Archivi di Stato, allora dipendente dal Ministero dell’Interno. Alla prima si deve l’inventario delle serie di Corte concernenti Nizza, e delle varie materie dalle quali furono estrapolati i documenti oggetto della cessione; alla seconda, quello delle serie delle Riunite interessate dallo smembramento, in primis Camerale Savoia e Finanze41. Non fu mai portato a termine invece il terzo volume, che era stato affidato a Maria Matilde Bassi Costa e doveva essere dedicato alle serie di Corte concernenti la Savoia: nel 1972 il direttore dell’Archivio riferiva che, data la meticolosità della curatrice, il lavoro era ancora in corso42, e l’anno successivo il pensionamento della dottoressa Bassi mise 39
Così a detta dello stesso Bautier nella lettera di cui sopra, alla nota 17. ASTo, ASA, mazzo 1063, fasc. 3782, lettera di Vittorio Viale al dott. Biagio Abbate del Ministero dell’Interno, 13 settembre 1949, allegata a lettera del direttore dell’Archivio Vanzetti all’Ufficio Centrale degli Archivi di Stato, del 17 settembre 1949. 41 Archivio di Stato di Torino, Serie di Nizza e della Savoia, Inventario, I, a cura di R.M. Borsarelli, Roma 1954; II, a cura di M.V. Bernachini, Roma 1962. 42 ASTo, ASA, relazione annuale del direttore (Gaetano Garretti di Ferrere), anno 1972: « Per parte sua la dr. Bassi nata Costa ha proseguito con ogni serietà la sua decennale fatica di revisione, al lume delle superiori direttive, del testo del III tomo di quegli inventari di Nizza e Savoia, i cui due primi tomi furono pubblicati (…) 40
102
Luisa Gentile
la parola fine alla vicenda. Peraltro la pubblicazione sarebbe stata parzialmente vanificata dagli strumenti analitici che gli archivisti d’Oltralpe avevano nel frattempo cominciato a dare alle stampe, a partire da una prima guida delle serie SA pubblicata nel 1966 sino al quadro complessivo (che dava cioè conto dei fondi smembrati tra Italia e Francia) tracciato nel 1995 da Gérard Détraz43. Così si spegnevano le luci, dopo un quarto di secolo, su una vicenda percepita a lungo con dolore dagli archivisti torinesi. Il loro atteggiamento, derubricato talora dalla controparte francese a «mauvaise volonté»44, non fu puramente dettato da sciovinismo o da attaccamento veteropiemontese alla storia sabauda: era la consapevolezza disperata dell’esito disastroso che l’intervento politico degli Stati nazionali, dopo una guerra mondiale tra nazioni, aveva generato a danno della conservazione della memoria di uno Stato sovranazionale. Ma all’inizio, nel 1948, s’era nutrita qualche speranza che le cose finissero diversamente. Nei primi verbali della commissione italiana si coglie l’auspicio di un superamento di questa dimensione, anche se utopistico: ci si aspettava un segnale positivo dall’incontro tra il ministro degli Esteri italiano Sforza e quello francese, che altri non era che Robert Schuman. Una prima ipotesi amichevole, inapplicabile perché cozzava contro quanto rivendicavano da decenni i savoiardi – il non doversi spostare fino a Torino per studiare i documenti relativi alla loro regione – era quella di un istituto misto italo-francese45, ospitato a Torino in una sede offerta dal governo italiano: l’istituto avrebbe dovuto conservare i fondi contesi e inviare in Francia la riproduzione non solo dei documenti rivendicati, ma anche d’altri archivi italiani che presentassero interesse per i colleghi d’Oltralpe, offrendo inoltre borse di studio ai francesi che fossero venuti a consultare le carte al di qua delle Alpi. Soluzione problematica comunque: il proposito era quello di non spezzare le serie, ma non è chiaro come si sarebbe potuto attuare nella pratica, se non scorporandole fisicamente dai due complessi di conservazione originari, Corte e Riunite, o ancora facendo alla fine coincidere l’intero Archivio di Stato con l’istituto misto. con minor rigorismo formale, tra il 1954 e il 1962». Le ricerche di eventuali bozze o testi preparatori del volume non hanno dato risultati. 43 Archives de l’ancien Duché de Savoie, serie SA, éd. A. Perret, R. Oursel, J.Y. Mariotte, J. Roubert, Annecy 1966; seguirono: J.Y. Mariotte, R. Gabion, Guide des Archives de la Haute-Savoie, Annecy 1976; A. Perret, Guide des Archives de la Savoie, Chambéry 1979; État sommaire de la série SA et des archives Savoyardes de Turin, éd. G. Détraz, Annecy 1995. Per Nizza è esemplare il lavoro di A. Bottaro, Les sources de l’histoire du comté de Nice... cit., che compone nel dettaglio quanto conservato oggi alle Archives Départementales des Alpes Maritimes e a Torino. 44 Così in fonti riportate da J. Luquet, Un lourd héritage, les mouvements transfrontaliers des archives savoyardes, in Archives et identités communales. Archives et frontières, Actes du IV e colloque des archivistes de l’Arc alpin occidental, Lausanne, 11-12 mars 2004, « Abido », 2004/5, pp. 35-37, p. 36. 45 ASTo, ASA, mazzo 1060, fasc. 3770, verbali della commissione interministeriale italiana, 17 dicembre 1948; cfr. D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino... cit., pp. 29-30 e 34.
I fondi archivistici dell’Archivio di Corte
103
Di quell’ipotesi che appare peregrina col senno di poi, resta comunque esemplare lo spirito, così espresso nello scarno linguaggio dei telegrammi: «Si trasformerebbe questione controversa in elemento unione et collaborazione due Paesi, primo esempio estensione collaborazione europea anche piano culturale»46 . A settant’anni di distanza, gli archivisti torinesi e transalpini sono ormai abituati a una collaborazione pluridecennale, che potrebbe portare alla riunificazione virtuale di un patrimonio diviso, grazie ai nuovi mezzi digitali, adoperati con una progettualità diversa, in un clima più sereno e senza i condizionamenti cui furono sottoposti i predecessori.
Facciata dell’ex ospedale S. Luigi progettato nel 1825 da Giuseppe Talucchi, sede dal 1925 delle «Sezioni Riunite» dell’Archivio di Stato di Torino.
46
Verbale citato in nota 45.
Appendice Trasferimenti di documentazione dello Stato sabaudo attraverso le Alpi, 1536-1947 n.b.: per esigenze di semplificazione, non sono segnalati i trasferimenti di documentazione dall’archivio Camerale a quello del principe
Archivio ducale Sec. XV
Chambéry
Vercelli
Chambéry
1562 in poi
Torino
Chambéry
1577
Torino
1536
Nizza
Camera dei conti
Camera dei conti di Piemonte
Chambéry
Chambre des comptes de Savoie
Archivio ducale
1690 c.a.
Nizza
Torino
Chambéry
Chambre des comptes de Genevois Annecy
1719‐1724
Torino
1734
Archivio di Corte Torino
1762
Torino
Camera dei conti (unificata)
Francia
Archivio di Corte
1802‐1811
Parigi
Torino
Torino
1815‐1824
Torino
1860
Torino
Archivio di Corte
1925
1947
Nizza
Camera dei conti
Chambéry
Chambéry
Sezioni Riunite*
Torino
Chambéry
Annecy
*= Camera dei conti, Finanze, Guerra
MARIA PAOLA NICCOLI Archivio di Stato di Torino
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
«L’Italia si trova nelle stesse condizioni del signore decaduto che è costretto a vendere il castello avito, ma che vuol gelosamente conservare per i suoi discendenti l’archivio in esso conservato e che costituisce gran parte della storia della propria famiglia»1. Con queste accorate parole si esprimeva Ernesto Bianco di San Secondo, l’allora responsabile delle Sezioni Riunite dell’Archivio di Stato di Torino (la sede in cui era conservato, tra gli altri, l’archivio della Chambre des comptes de Savoye) quando nel 1948 l’Istituto sperava ancora di limitare l’emorragia documentaria prevista dall’art. 7 del Trattato di pace del 19472. Se, certamente, l’impatto emotivo suscitato dalle vicende legate al trasferimento in Francia della documentazione torinese relativa alle terre d’oltralpe è ormai superato, resta però tuttora negli archivisti italiani lo sconcerto per un’operazione quanto meno discutibile dettata da motivazioni di natura puramente politica. E a riprova della inconsistenza e della leggerezza di questa scelta politica che così gravi conseguenze determinò in ambito archivistico è sembrato opportuno ripercorrere la storia della formazione dell’archivio della Chambre des comptes de Savoye che, se certamente nasce a Chambéry e lì sedimenta per lunghi secoli, a partire però dal 1724, a seguito della soppressione voluta da Vittorio Amedeo II dell’istituzione nel 1719, viene trasferito a Torino nei mesi compresi tra gennaio e aprile con l’invio di ben oltre 500 casse, per la precisione 5733. E qui, sottoposto nel corso degli anni successivi a operazioni di inventariazione accurata e diligente, viene a costituire il precedente di una produzione documentaria che prosegue sia a 1 Archivio di Stato di Torino (d’ora in poi ASTo), Corte, Archivio storico dell’Archivio di Stato, mazzo 1060, fasc. 3772: relazione allegata a nota del 13 maggio 1948. 2 Per le vicende legate al trasferimento della documentazione dall’istituto di conservazione torinese alla Francia si veda il recente saggio di D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino 2017; si vedano inoltre Id., Dal trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia sugli archivi di Nizza e Savoia (1947-1949) e L. Gentile, I fondi archivistici dell’Archivio di Corte, memoria di uno Stato sovraregionale, entrambi in questo volume. 3 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Savoia, Miscellanea, mazzo 270, n. 1229.
108
Maria Paola Niccoli
Torino sia negli ormai uffici periferici di Chambéry in costante relazione con quelli della capitale sabauda. Istituzione di antichissima origine, i suoi primi statuti risalgono al 13514, la Chambre des comptes de Savoye e in parallelo e poi successivamente la Camera dei conti di Piemonte esercitano il controllo su tutta la contabilità degli organi centrali e periferici dello Stato sabaudo, funzione questa che continuerà ininterrotta sino alla sua soppressione nel 1859, quando la Camera dei conti diverrà Corte dei conti, precedente istituzionale della Corte dei conti italiana5. Altra funzione destinata a durare nel tempo sarà quella introdotta da Amedeo VIII nel 1430 con i suoi Decreta seu statuta6 e cioè la capacità di celebrare con rito sommario le cause relative al fisco e al patrimonio del principe. Il Magistrato giudica anche in materia di gabelle e in tutti gli ambiti di sua competenza, nonché quanti, suoi ufficiali, si macchino di delitti legati alla propria attività; fondamentali anche le amplissime competenze in materia feudale e la capacità di “interinare”, cioè di esercitare il controllo di legittimità e di merito su editti e ordini sovrani relativi a materie economiche e fiscali prima che vengano registrati e quindi resi esecutivi. Anche questo istituto avrà vita lunghissima, pur con le inevitabili limitazioni che gli saranno imposte da un sovrano assoluto come Vittorio Amedeo II; ancora nel 1837 infatti il Codice civile albertino prevede per Camera dei conti e Senato il diritto-dovere di interinare e registrare editti e patenti dopo l’inoltro al sovrano di eventuali rappresentanze relative a provvedimenti considerati non conformi al servizio regio7. Zecca e notariato sono altre materie di competenza della Camera, come pure la sorveglianza sullo sfruttamento delle miniere, delle acque e in generale del territorio di pertinenza del patrimonio ducale. 4 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Savoia, Inventario 1, f. 1, n. 1, ff. Ir-Xv. Per una più puntuale storia della Camera dei conti si rimanda all’ormai classico testo di F.G. Capré, Traité historique de la Chambre des comptes de Savoye, iustifié par titres, statuts, ordonnances, edicts et autres preuves tirées des Archives, Lyon, chez Guillaume Barbier 1662, e per anni più recenti a M.P. Niccoli, La Camera dei conti, in Ministero per i beni culturali e ambientali – Ufficio centrale per i Beni archivistici, L’Archivio di Stato di Torino, a cura di I. Massabò Ricci e M. Gattullo, Firenze 1995, pp. 41-49 (I Tesori degli Archivi); Ead., Una fonte per lo studio delle famiglie nobili di Antico regime: l’archivio della Camera dei conti, in Nobiltà e Stato in Piemonte. I Ferrero d’Ormea, Atti del convegno, Torino-Mondovì, 3-5 ottobre 2001, Torino 2003, pp. 491-499. 5 Leggi nn. 3705 e 3706 di soppressione della Camera dei conti e del Controllo generale di finanze e di istituzione della Corte dei conti pubblicate in Raccolta di leggi, decreti, circolari ed altri provvedimenti dei magistrati ed uffizii pubblicati negli Stati Sardi nell’anno 1859, vol. XXIII, Serie V, Torino 1859, pp. 1261-1263, 1263-1267. 6 Cfr. il secondo libro dei Decreta seu statuta. Copie di essi nell’Archivio di Stato di Torino sono conservate nel Museo storico di Casa Savoia e nel fondo Materie Giuridiche. Sugli Statuti del 1430 si rinvia a E. Mongiano, «Statuta Sabaudiae», secolo XV, in Archivio di Stato di Torino, Il Tesoro del Principe. Titoli carte memorie per il governo dello Stato, Catalogo della mostra, Torino, Archivio di Stato, 16 maggio-16 giugno 1989, a cura di M. Carassi, A. Griseri, I. Massabò Ricci, E. Mongiano, Torino 1989, pp. 82-83; I. Soffietti, Amedeo VIII di Savoia, duca legislatore, antipapa: problemi di una riforma legislativa, in «Archivi per la Storia», III (1990), pp. 281-286. 7 Codice civile per gli Stati di S.M. il re di Sardegna, Torino 1837, art. 7.
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
109
Nella storia dell’istituzione Chambre des comptes de Savoye due sono i momenti salienti che avranno conseguenze sostanziali per la produzione documentaria: la creazione nel 1577 di una Camera dei conti di Piemonte con sede a Torino8 , naturalmente legata allo spostamento della capitale nel capoluogo piemontese (1563), e la soppressione nel 17199 della Chambre di Chambéry con conseguente trasferimento delle sue competenze a quella di Torino10. Entrambi gli editti che tali momenti istituzionali definiscono, oltre ad articolare competenze e funzionamento degli organismi appena creati danno rilievo alla conservazione e gestione documentaria attribuendole ad un «chiavaro» il primo e ad un archivista coadiuvato da due «sostituiti» archivisti il secondo. Ed è proprio negli anni di Vittorio Amedeo II e con la soppressione della Chambre che si colloca lo snodo fondamentale per capire e conoscere la storia di questo straordinario archivio che nel 1724 arriva a destinazione miracolosamente integro; a Torino da subito la Camera dei conti approva le istruzioni «per la formazione dell’inventaro delle scritture esistenti negli archivi della Camera di Savoia oggidì suppressa»11 e per chiarire quanto importante sia considerata l’acquisizione di questa documentazione, è il primo presidente della Camera, Nicolis di Robilant, che, rivolgendosi al presidente Cullet e all’intendente generale di Savoia Riccardi, dà indicazioni sulle modalità di redazione dell’inventario delle carte ancora esistenti a Chambéry, insistendo sull’opportunità di verificare la presenza di documentazione presso gli eredi di funzionari della Chambre defunti. Le istruzioni, pur dando indicazioni di carattere generale, sono in realtà abbastanza puntuali e toccano tutte le tipologie documentarie sino allora prodotte e soprattutto lasciano intravvedere l’interesse primario della Camera di Piemonte a poter affrontare gli affari che sarebbero nati dalla «jurisdiction que S.M. lui a nouvellement accordé»12, avendo a disposizione i titoli attestanti diritti sovrani in materia di patrimonio, in materia beneficiaria e di benefici vacanti, in materia feudale; è posta molta attenzione, ovviamente, anche alla documentazione contabile, sia quella della Tesoreria generale dello Stato, sia delle Tesorerie provinciali e delle Gabelle. 8 Nuovi ordini per Sua Altezza fatti intorno alla giurisdittione et auttorità della sua Camera de’ conti di là e di qua da monti, in G.B. Borelli, Editti antichi e nuovi de’ sovrani prencipi della Real Casa di Savoia: delle loro tutrici e de’ magistrati di qua da monti, raccolti d’ordine di Madama Reale Maria Giovanna Battista, Torino, per Bartolomeo Zappata libraro di S.A.R. 1681, pp. 459-462. 9 Regio viglietto col quale S.M. proibisce ai membri della Camera di congregarsi in Magistrato e di far funzione alcuna unitamente o separatamente sotto il nome della medesima, 28 dicembre 1719, in F.A. Duboin, Raccolta per ordine di materie delle leggi, editti, manifesti, ecc. pubblicati dal principio dell’anno 1681 sino agli 8 dicembre 1798 sotto il felicissimo dominio della Real Casa di Savoia in continuazione a quella del senatore Borelli, Tomo III, Parte II, Torino 1827, p. 600. 10 Ibid., pp. 601-612: Editto di riorganizzazione della Camera dei conti di Piemonte del 7 gennaio 1720. 11 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Sessioni Camerali, art. 614, 1720, vol. 68, f. 30r . 12 Ibid., f. 30v.
110
Maria Paola Niccoli
Seppure dato quasi di sfuggita e in relazione alla sola documentazione riguardante la «conservation des droits royaux tant à l’égard de Genève que des eveché, abbayes et benefices qui sont de la nomination royale»13 emerge tuttavia con evidenza il criterio di ordinamento richiesto per la descrizione documentaria: «en separant (…) les mattières»14. Criterio che tornerà sempre in tutte le istruzioni successivamente fornite agli archivisti camerali che si dovranno confrontare con la documentazione ormai giunta a destinazione dalla Francia e non solo. L’interesse primario per una attività descrittiva finalizzata al disbrigo degli affari correnti è testimoniato dall’indicazione data a proposito delle ordinanze della Chambre per le quali è richiesta la separazione di quelle degli ultimi trenta anni dalle più antiche e per le quali è sufficiente la segnalazione della consistenza complessiva. Il primo presidente Nicolis accenna anche alla possibilità (o forse lo spera …) dell’esistenza di un inventario degli archivi, cosa questa che renderebbe sufficiente la sua trascrizione e l’eventuale annotazione di spiegazioni o aggiunte; infine segnala anche l’evenienza di documentazione di cui potrebbe essere sfuggito al momento il ricordo e fa un’ennesima raccomandazione per la sua individuazione. Ma la «formazione dell’inventaro» (considerato con tutta evidenza come elenco patrimoniale e non come strumento di consultazione) richiede, come è scontato, molto tempo e solo nel gennaio del 1724 si realizzano le condizioni per poter pensare al trasferimento della documentazione da Chambéry a Torino; è stato davvero un colpo di fortuna insperato il rinvenimento nella Miscellanea dell’archivio della Chambre des comptes de Savoie del documento, un volume dall’apparenza dimessa e ordinaria intitolato: «Inventaire des titres et ecrittures transportés de la Chambre des comptes de Savoye en celle de Turin en l’an 1724»15. Grazie al registro è stato possibile individuare i nuclei documentari pervenuti a Torino da Chambéry e in gran parte tuttora consultabili nella sede istituzionale se non di produzione quanto meno di conservazione. È stata una vera sorpresa la sovrapposizione quasi sempre perfetta della descrizione fatta nell’elenco del 1724 con quanto registrato negli inventari redatti nel corso del Settecento dopo l’arrivo delle carte a Torino. Per fare alcuni esempi significativi segnalo i conti dei tesorieri generali dello Stato16 per gli anni compresi 13
Ibidem. Ibidem. 15 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Savoia, Miscellanea, mazzo 270, n. 1229. Devo alla sollecitudine di Livia Orla, che qui ringrazio, la comunicazione di questo prezioso documento rinvenuto durante il suo lavoro di schedatura della grande miscellanea dell’archivio della Chambre des comptes de Savoye, lavoro svolto per l’Archivio di Stato di Torino grazie al sostegno dell’Associazione Soroptimist, Club di Torino nel corso dell’anno 2017. 16 Ora descritti nell’Inventario 16 del Camerale Savoia. 14
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
I conti delle castellanie, conservati negli archivi camerali in numero superiore a 3000 pezzi, sono un unicum in Italia tra le fonti medievali, anche per la forma: rotoli in pergamena, come quello nell’immagine, di varia lunghezza, fino a cm 4430, formati da pergamene (peciae) cucite insieme.
Parte iniziale del conto dei redditi e delle spese per il periodo da gennaio 1313 ad aprile 1314, reso dal castellano di Chillon, località svizzera, all’epoca sotto il dominio dei conti di Savoia. ASTo, Camerale Savoia, inventario 69, foglio 5, rotolo 20, pecia 1
111
112
Maria Paola Niccoli
Conto del ricevitore fiscale dei redditi di Biella per il periodo 1465-1469, parte iniziale. ASTo, Camerale Piemonte, art. 10, rotolo 56
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
113
tra 1398 e 1717 (la documentazione conservata in realtà copre un arco cronologico ben più ampio dal 1297 al 1799) giunti a Torino con le prime due spedizioni di casse, partite da Chambéry tra gennaio e febbraio 1724: in entrambi gli strumenti i conti sono descritti non solo con il nome del tesoriere che li ha prodotti, ma anche con l’anno ed il quartiere finanziario di riferimento a riprova di come l’elenco del 1724 sia stato considerato dall’archivista piemontese testo base per l’inventariazione dei volumi di conti. E così è per i registri del Controllo generale di finanze17, o ancora per i conti delle castellanie. In quest’ultimo caso, a dire il vero, la descrizione della documentazione è più sbrigativa, si è in presenza infatti di una elencazione di consistenza nella quale vengono segnalati il numero dei rotoli o dei registri e quasi sempre il nome della castellania, ma non si danno estremi cronologici, a riprova ancora una volta della natura sostanzialmente patrimoniale dell’inventaire. Sono invece segnalati eventuali danni ai documenti come nel caso di 57 rotoli di pergamena «dont la plupart sont partie emportés de pourriture»18 . Sono comunque elencate una volta per tutte le castellanie: quelle del Piemonte, della Valle d’Aosta, del Genevois, di Rumilly, di Ugine, Chaumont, Clermont, del Faucigny, di Chambéry, Montmélian etc., la cui documentazione è in seguito più puntualmente descritta negli inventari settecenteschi torinesi. Un caso particolarmente significativo è poi quello dei protocolli dei notai ducali e camerali, cui toccò in sorte una serie di trasferimenti da un luogo di conservazione all’altro: originariamente a Chambéry arrivano a Torino con la prima spedizione del gennaio 1724. Descritti minuziosamente nell’elenco dello stesso anno, li ritroviamo nell’inventario redatto una volta acquisiti dalla Camera dei conti19, ma la loro permanenza nell’archivio della Chambre des comptes de Savoye dura poco più di un secolo poiché nel 1843 li ritroviamo elencati nell’inventario della Camera dei conti di Piemonte, redatto dall’archivista camerale Luigi Bonino20. La loro peregrinazione non finisce qui: seguendo una prassi consolidata già dal Settecento che prevedeva l’acquisizione da parte degli Archivi di Corte di quanto concernesse il governo politico o materie di Stato, presero la via dell’edificio juvarriano nel 1876 per rimanervi poi definitivamente21. 17
Ora descritti nell’Inventario 17 del Camerale Savoia. ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Savoia, Miscellanea, mazzo 270, n. 1229, terza spedizione, cassa
18
n. 264.
19 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Savoia, Inventario 108, Noms des notaires et secrétaires ducaux dont les protocolles existent dans les Archives de la Royale Chambre des comptes. Un’annotazione a matita sull’inventario ed una più circostanziata sull’inventario dell’archivio della Camera dei conti di Piemonte chiarisce che la documentazione fu comunicata nel 1876 agli Archivi di Corte. 20 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Inventario generale provvisorio per sommi capi delle carte componenti l’Archivio Camerale detto di Piemonte compilato dal sostituito archivista camerale Bonino, 1843: art. 695, Protocolli di notai e segretari comitali e ducali (…). 21 ASTo, Corte, Materie politiche per rapporto all’interno, Protocolli dei notai della Corona.
114
Maria Paola Niccoli
Come bene evidenziato da Leonardo Mineo in un suo recente contributo22, non sono in realtà motivazioni esclusivamente di natura archivistica quelle che portano a tali frequenti passaggi dagli archivi camerali a quelli di Corte nuclei documentari anche di grande pregio; è ben presente infatti in chi si occupa della documentazione l’urgenza di salvaguardare l’integrità del potere sovrano, spesso minato dal ruolo della Camera dei conti da sempre funzionante come scomodo contraltare e del quale l’archivio è perfetta rappresentazione. E dunque, nella posizione subalterna che il sovrano ha per essa disegnato, le recenti riforme istituzionali del 1720 richiedono un progetto globale di intervento sul funzionamento della magistratura: da subito durante le sue sessioni viene decisa la predisposizione di nuovi ambienti che accolgano gli uffici di Camera e Senato (da sempre fisicamente collocati in spazi adiacenti nell’isolato compreso tra le attuali vie Corte d’appello, Sant’Agostino, delle Orfane e San Domenico) e la loro produzione documentaria, progetto questo, affidato al primo architetto di S.M. Filippo Juvarra che corre parallelo al restauro delle antiche carceri senatorie castellamontiane, anch’esse fisicamente situate nella stessa zona, avviato negli stessi anni e definitivamente sospeso nel 1727 23. Nel contempo viene prevista la catalogazione di tutta la documentazione camerale esistente, di Piemonte e di Savoia, così come previsto dal regio editto di riorganizzazione della Camera dei conti del 7 gennaio 1720 alla quale viene richiesto di «formare un esatto regolamento per l’inventaro e custodia delle scritture archiviate e da archiviarsi …»24. Già nel 1723 infatti, mesi prima dell’arrivo a Torino degli archivi savoiardi, nella sessione camerale del 30 agosto25 viene deciso che «il trasporto di dette scritture si faccia con tutta quella cautela e diligenza che si richiede e vengano in dette camere distribuite e collocate con buon ordine e separazione delle materie perché susseguentemente si possa formare l’inventaro con facilità et esatezza come richiede il regio servizio»26 . Dunque un criterio di ordinamento per materia, secondo la prassi abituale in vigore anche negli Archivi di Corte e solitamente all’epoca; a questa indicazione di carattere generale ne viene aggiunta successivamente una più specifica secondo cui «si osserverà il metodo col quale sono state ordinate et inventarizate le scritture del 22 L. Mineo, Dai Regi Archivi di Corte all’Archivio di Stato. Strategie archivistiche e contesto politico-culturale a Torino (1831-1886), in Erudizione cittadina e fonti documentarie. Archivi e ricerca storica nell’Ottocento italiano (1840-1880), Atti del convegno,Verona, 22-24 ottobre 2015, a cura di A. Giorgi, S. Moscadelli, G.M.Varanini, S. Vitali, Firenze 2019, pp. 223-257. 23 G. Gritella, Juvarra. L’architettura, Modena 1992, vol. I, pp. 514-520 e vol. II, p. 105. 24 F.A. Duboin, Raccolta per ordine di materie delle leggi... cit., tomo III, parte II, p. 608. 25 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Sessioni Camerali, art. 614, 1723, vol. 71, ff. 153v e segg.; vedi anche ibid., Ordinati camerali, istruzioni ed altre provvidenze concernenti gli archivi camerali, art. 1074 §1, vol. n. 36 della Sala Inventari, f. 6. 26 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Sessioni Camerali, art. 614, 1723, vol. 71, f. 153v.
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
115
Monferrato» ponendo «le intitolazioni alle scanzie et alli pacchetti e libri nella forma che si vede praticata nell’archivio nel quale si trovano disposte»27, viene dunque suggerita attraverso l’uso di targhe o insegne una sorta di visualizzazione di quanto contenuto nell’armadio. Alla divisione per materia va affiancata e sovrapposta quella geografica per Stato e provincia28 (Ducato di Savoia, Ducato d’Aosta, Principato di Piemonte, Contado d’Asti, Marchesato di Saluzzo e Monferrato vecchio). Vengono poi date indicazioni anche per la tenuta dei conti cui devono essere sempre allegate le pezze giustificative, distinguendo i conti delle gabelle da quelli delle tesorerie e avendo come criterio di sequenza quello cronologico29. È richiesta anche l’individuazione di un sito «conveniente e di sufficiente capacità»30 da utilizzare per riporvi le scritture riguardanti gli interessi dei vescovadi, delle abbazie e dei benefici ecclesiastici. L’ordinato camerale si sofferma anche sulle misure legate alla conservazione documentaria, come ad esempio sull’opportunità di lasciare i vani del piano inferiore alla documentazione «delle materie più esenziali, recenti ed usuali al Magistrato, destinando le camere superiori» alle carte «meno importanti per la loro qualità o antichità»31, lasciando inoltre gli spazi necessari alla documentazione che ogni fine anno viene trasferita in archivio perché non più necessaria al disbrigo degli affari correnti. E contro «l’umido delle muraglie»32 è previsto che le guardarobe e gli scaffali siano tenuti distanti dalla parete. Negli anni si susseguiranno molti altri provvedimenti legati alla tenuta e alla conservazione degli archivi camerali, puntualmente registrati nei verbali delle sessioni del Magistrato: nel marzo del 1724, quando dunque è già stato avviato il trasferimento delle carte da Chambéry, il primo presidente della Camera dei conti Zoppi chiede un preventivo delle spese necessarie ai lavori di riordino e inventariazione, di costruzione delle guardarobe che avrebbero dovuto contenere la documentazione predisponendo a tale scopo un apposito fondo di spesa33. Viene così prevista la necessità di impiegare per i lavori archivistici 12 scritturali, dei quali tre destinati all’intervento sulle scritture della Savoia e nove al resto della documentazione per un periodo di tempo che avrebbe compreso anche l’anno 172534. Particolarmente interessante in quanto anticipatore di competenze successivamente sviluppate da Juvarra con gli Archivi di Corte appare l’intervento del pri27
Ibid., f. 154v. Ibidem. 29 Ibidem. 30 Ibidem. 31 Ibid., f. 153v. 32 Ibid., f. 155r. 33 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Sessioni Camerali, art. 614, 1724, vol. 72, f. 76v. 34 Ibid., f. 78r; si vedano inoltre i pagamenti effettuati già nel giugno 1724 a Ignazio Gerolamo Chiaves, f. 133v; agli scrivani David, Oberto, Vittone, Veglina, Cassone, Notta, Ponte, Testa, Anselmo, Notta, Blanchet, Galliard Domenge e Dentis. 28
116
Maria Paola Niccoli
mo architetto di S.M. nella definizione della distribuzione delle guardarobe in un ambiente del piano terreno, originariamente destinato ad attuaria del Senato, ma successivamente adibito ad archivio proprio per la documentazione della Camera dei conti35. Di concerto con Juvarra il mastro uditore Ponte ridisegna il profilo delle guardarobe alzandone la parte superiore ma uniformandone il più possibile la parte ornamentale36 . In realtà i lavori di riordino e inventariazione andranno avanti ben oltre il 1725, se nel 1731 il primo presidente Cotti trasmette al secondo sostituito archivista camerale Vittone un’istruzione per l’«adeguato compimento alla separazione e distribuzione delle scritture esistenti negli archivi della Regia Camera»37: ancora una volta si raccomanda, come preliminare a qualsiasi altro, l’intervento di separazione delle carte in base alla categoria di attribuzione, quindi il loro ordinamento fisico secondo un criterio cronologico e solo a questo punto l’operazione finale e cioè l’annotazione sul quinternetto dedicato ad una specifica categoria della documentazione così riordinata. Anche per i conti dei tesorieri e dei contabili, cui vanno allegati mandati e recapiti, è previsto un ordinamento cronologico e l’annotazione nel quinternetto di competenza. L’istruzione si sofferma inoltre sull’opportunità di individuare le scritture cosiddette “inutili”, come ad esempio le memorie dei patrimoniali ritirate in archivio dopo la loro morte o le carte a suo tempo sequestrate dei contabili; fortunatamente con saggezza non ne viene ordinata la distruzione, ma il loro semplice accantonamento. L’istruzione si chiude con la richiesta di «rimettere» agli Archivi di Corte quelle scritture «che concernono il governo politico e materie di Stato»38 . Tra 1732 e 1733 poi vengono date una serie di istruzioni che riguardano la tenuta e la predisposizione di strumenti di accesso alla documentazione dell’archivio corrente, diremmo oggi, sia per la materia contabile39, sia per la gestione dei processi civili e criminali40. Molta attenzione è attribuita alla tenuta delle carte relative ai benefici ecclesiastici, sia quelli cosiddetti «ripieni», sia quelli vacanti41 in un momento in cui la competenza in materia è ancora affidata alla Camera dei conti, mentre di lì a poco sarebbe stato creato l’Economato dei benefici vacanti42. 35
Ibid., f. 136r. Le sessioni camerali dell’anno 1725 (ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, art. 614, 1725, vol. 73, ff. 204 e segg.) riportano inoltre la «Nota delle guardarobbe necessarie construersi per allogarle nelle sei stanze delli Archivi camerali» sottoscritta da un non meglio identificato Pietro Francesco Badarello, probabilmente falegname, e dal direttore degli Archivi camerali Ignazio Gabuto. 37 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Istruzioni, art. 673 §3, vol. 17, f. 86r. 38 Ibid., f. 87r. 39 Ibid., f. 90r. 40 Ibid., f. 91r. 41 Ibid., f. 96r, «Instruzione che dovrà osservarsi dalli segretari di detta Camera», 8 febbraio 1732. 42 Regio viglietto 21 maggio 1733 (ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Regi biglietti, art. 692 §1, 36
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
117
Nota dell’artigiano incaricato dal direttore degli archivi camerali di costruire le «guardarobbe», ossia gli armadi per la conservazione della documentazione, da collocare nelle sei stanze degli archivi, 1725. ASTo, Camerale Piemonte, art. 614, 1725, vol. 73
118
Maria Paola Niccoli
Istruzione al ÂŤsostituitoÂť archivista camerale per riordinare i documenti per categorie in sequenza cronologica, 1731. ASTo, Camerale Piemonte, Istruzioni, art. 673, par. 3, vol.17
Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia
119
E così ancora per le pratiche relative alla feudalità, la registrazione delle patenti, la corrispondenza. Nella parte finale dell’istruzione si fa un preciso riferimento alle «materie della Savoja, del ducato d’Aosta e delle Valli di nuovo acquisto» segnalando che vanno separate da quelle di Piemonte ripercorrendo dunque ancora una volta la già tracciata via dell’ordinamento geografico e per materia43. L’ultimo atto “archivistico” della storia del fondo della Chambre des comptes de Savoye (ultimo per lo meno in relazione a quanto sinora individuato) si colloca nell’anno 1749, quando la Camera dei conti redige un’«istruzione al signor Francesco Gagliardi per la formazione di indici particolari e generali alli registri stati trasportati dalla già Camera del ducato di Savoja in questi Archivi»44. Si tratta degli indici e delle rubriche di patenti, editti, ordini per gli anni dal 1560 al 1719 e degli arrêts e interinazioni per gli anni dal 1559 al 1720, strumenti questi tuttora in uso nella sala di studio dell’Istituto di conservazione torinese. All’istruzione è allegato il calcolo dei volumi di cui eseguire lo spoglio e redigere poi le relative rubriche, redatto dall’archivista Francesco Gagliardi45. Quest’ultimo e i suoi scritturali in realtà non si limitarono al lavoro indicato, ma nel corso degli anni descrissero ciascun sub-fondo appartenente alla Chambre des comptes in inventari anch’essi tuttora in uso, per la precisione 200 e nei quali il numero dell’inventario individua il nucleo documentario descritto (ad esempio l’inventario 16 corrisponde ai conti della Tesoreria generale di Savoia); qualora all’interno di un sub-fondo esistano serie documentarie diverse, ciascuna di esse è individuata dal numero dell’inventario seguito dal numero del primo foglio in cui inizia la descrizione delle carte46 . In coda ai 200 volumi, il volume 201 è una sorta di inventario degli inventari che consente di individuare il numero di repertorio cui si è interessati tramite l’elencazione alfabetica delle «materie» dei vari nuclei documentari (conti dell’hôtel, conti di castellania, lettere, miniere, benefici etc.); una seconda parte invece elenca secondo il numero progressivo degli inventari tutti gli strumenti di accesso alla documentazione. L’organicità di questo prestigioso archivio subisce un primo colpo già nel 1762, a seguito del Trattato con Sua Maestà Cristianissima del 19 agosto 1760 che ridisegna i confini tra regno di Sardegna e Francia47; in applicazione infatti vol. 44, ff. 198 e segg.). 43 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Istruzioni, art. 673§3, vol. 17, f. 97r. 44 Ibid., vol. 18, f. 127r. 45 Ibid., ff. 129-130. 46 Ad esempio i conti dell’hôtel sono genericamente individuati dal numero 38, ma al foglio 1 troviamo i conti per le spese di viaggi, al foglio 21 i conti della spesa per conti e duchi, al foglio 46 i conti giornalieri della spesa sostenuta per i conti di Savoia. 47 ASTo, Sezioni Riunite, Camerale Piemonte, Regi biglietti, art. 692 §1, vol. 1758 in 1762, ff. 230 e segg.
120
Maria Paola Niccoli
dell’articolo XVI i titoli e i documenti relativi alle terre oggetto di reciproca cessione vengono trasmessi allo Stato che quelle terre ha acquisito48 . Ma si tratta di poca cosa rispetto alle conseguenze dell’articolo 7 del Trattato di pace del 1947 che, riprendendo le antiche richieste francesi che datavano già dal 1860 con la cessione di Nizza e Savoia, sancisce quello strappo archivistico che romperà definitivamente la perfetta unitarietà del fondo documentario.
Particolare della pianta del locale degli archivi camerali collocati nell’antica Curia maxima, nell’attuale via Corte d’appello, sede anche del Senato di Piemonte, riportante la disposizione delle «guardarobbe» e del contenuto di ciascuna. Il disegno è successivo all’«ordinato camerale» (verbale) del 1787 in cui si stabilisce di spostare in altra sala alcuni armadi dell’archivio di Savoia perché troppo pesanti. ASTo, Camerale Piemonte, art. 663, 04-2 48 Si veda E. Mongiano, Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati, in questo volume.
DANIELA CEREIA Archivio di Stato di Torino
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche» dell’Archivio di Stato di Torino
La scelta dei criteri da adottare per la selezione dei documenti da cedere alla Francia fu oggetto di un lungo dibattito e diede origine a non poche dispute anche tra gli stessi funzionari italiani1. Federico Chabod, primo delegato della Commissione italiana, ragionando su una dichiarazione del Governo francese, che si impegnava a non richiedere documenti relativi alla dinastia Savoia e a rispettare il «principio dell’integrità della serie», sottolineava che una rigida applicazione di tale principio si sarebbe invece rilevata particolarmente dannosa per l’Archivio di Stato di Torino, soprattutto per quanto riguardava alcuni fondi che nel corso del Settecento erano stati organizzati per categorie; in particolare faceva riferimento a Strade e ponti, categoria del fondo Materie economiche, e a Materie ecclesiastiche. Di parere contrario era Gian Carlo Buraggi, ispettore generale dei regi Archivi di Stato e membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, che ammetteva invece la possibilità, per quanto riguardava i soli Archivi di Corte – senza valutare le gravissime ripercussioni che tale scelta avrebbe avuto sui fondi della Camera dei conti di Savoia – di esaminare i fondi procedendo all’esame di ogni singola carta ed estrarre quindi soltanto i documenti da cedere alla Francia. Questa proposta non teneva per nulla conto del principio del rispetto dei fondi2. Prevalse infine proprio la proposta di Buraggi. Le serie – e talvolta persino i singoli fascicoli – furono quindi smembrati, come si evince ancora oggi sia dalle annotazioni scritte a margine degli inventari del secolo XVIII sia dalle lacune documentarie. Anche la Commissione francese compilò un elenco dei documenti che venivano acquisiti; ma nella redazione finale dell’elenco degli archivi che provenivano da Torino, pubblicato nel 1955 e compilato da Robert-Henri Bautier, incaricato del Governo francese di seguire i lavori della Commissione, non sono inserite le 1 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino 2017, pp. 17-18. 2 P. Carucci, L’ordinamento, in Archivistica. Teorie, metodi, pratiche, a cura di L. Giuva, M. Guercio, Roma 2015, pp. 137-178, 161-164.
122
Daniela Cereia
carte estratte dai fondi Materie economiche e Materie ecclesiastiche3. L’assenza di tali descrizioni è piuttosto curiosa, poiché lo stesso Bautier, insieme ad Augusta Lange, funzionario dell’Archivio di Stato di Torino, aveva fatto parte della sottocommissione incaricata di selezionare proprio le carte di questi due fondi4. Per ricostruire il dibattito italiano, ma soprattutto quello torinese e più precisamente quello che coinvolse i funzionari dell’Archivio di Stato e gli storici piemontesi, le carte conservate nell’archivio dell’Archivio sono fondamentali; ma altrettanto preziosa è la testimonianza, pubblicata a distanza di oltre quarant’anni da Bautier nella prefazione alla raccolta di saggi e testi pubblicata nel 1990. In quelle pagine il funzionario francese ricordava il periodo trascorso a Torino tra il 1949 e il 1952 per prendere in carico i documenti e consegnarli, a seconda della pertinenza geografica, agli Archivi di Savoia o delle Alpi Marittime5. L’impegno assunto da Bautier per conto del Governo francese di far compilare assai rapidamente un inventario di tutti i fondi e i documenti che erano stati consegnati dall’Archivio di Stato di Torino alla Francia, per permettere agli studiosi di accedere immediatamente alle carte, fu solo parzialmente mantenuto, secondo quanto scrive Bautier. Fu proprio tale mancanza a stimolare l’archivista francese a compilare una guida dei fondi archivistici di Nizza e della Savoia e fu anche l’idea che diede origine alla collana di volumi Sources de l’histoire économique et sociale de la France médiéval che sarebbero stati pubblicati vent’anni dopo6 . I fondi Materie ecclesiastiche e Materie economiche erano già essi stessi l’esito di interventi archivistici operati nel corso del secolo XVIII: furono infatti creati ex novo, trasferendo nei neo-nati Archivi di Corte voluti da Vittorio Amedeo II gli atti estratti dalle serie documentarie delle Camere dei conti di Piemonte e Savoia dal secolo XIV in poi, come è evidente soprattutto nelle carte della serie Zecca e monete, che comprende i rotoli pergamenacei dei conti delle monete e delle zecche sabaude. La selezione settecentesca, che era ancora in atto nel corso del secolo XIX, aveva compreso tutti i documenti ritenuti utili per testimoniare la storia della dinastia Savoia, per provare i diritti della famiglia regnante su beni di natura feudale e anche per conservare memoria dei provvedimenti di governo presi verso tutti i sudditi del regno, distinguendoli dai provvedimenti che riguardavano solo i sudditi di determinate province e territori. Gli atti emanati a beneficio di comunità o di 3 R.H. Bautier, État des inventaires des Archives national départementales, communales et hospitalières. Supplément (1937-1954), Parigi 1955, pp. 288-292. 4 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia… cit., p. 18. 5 R.H. Bautier, Chartes, sceaux et chancelleries. Études de diplomatique et de sigillographie médiévales, Parigi 1990, pp. XVII-XVIII. 6 G. Fourquin, R.H. Bautier, J. Sornay, Les sources de l’histoire économique et sociale du moyen âge, t. I, Provence-Comtat Venaissin-Dauphiné-Etats de la Maison de Savoie, vol. II, Archives ecclésiastiques, communales et notariale, Archives des marchands et des particuliers, Parigi 1971.
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche»
123
“Pays”, termine ancora di uso comune nel Regno di Sardegna7, avrebbero costituito invece quella che ancora oggi è conosciuta come la serie Paesi. Agli atti estratti dagli archivi Camerali, organizzati per materie, e ordinati cronologicamente, furono aggiunti i documenti prodotti nel corso del secolo XVIII dagli ufficiali del Regno, quali memoriali e relazioni. L’organizzazione dei documenti in nuove serie riguardava egualmente i territori italiani, cioè Piemonte, i così detti Paesi di nuovo acquisto (Oltre Po Pavese, Lomellina, Alessandrino, Novarese, che comprendeva anche la Valsesia, e l’Ossola), e i territori francesi cioè Savoia e Nizza. Strumento fondamentale per la selezione dei documenti da cedere alla Francia erano stati proprio gli inventari per materia compilati a fine Settecento, che sono ancora oggi in uso e a disposizione del pubblico e che costituiscono uno degli strumenti di corredo più efficaci per la consultazione dei fondi. L’organizzazione in serie archivistiche, che spesso, nel titolo attribuito, contenevano precise indicazioni geografiche (per esempio Gabella del sale Savoia), e la precisione dei regesti, talvolta perfino prolissi e ridondanti, avevano reso più agevole per gli inviati francesi l’individuazione delle carte da trasferire in Francia. La funzione svolta dagli inventari è confermata anche dalle annotazioni di mano di Augusta Lange a margine dei regesti dei documenti, che segnalano – non senza qualche nota di rammarico e soprattutto di protesta – i fascicoli ceduti. Se dai verbali delle sedute della Commissione e dalla lettura degli inventari potrebbe sembrare che un solo e univoco criterio sia stato seguito per la selezione dei documenti, un’analisi più approfondita degli atti rivela invece le ulteriori lunghe discussioni e il travagliato lavoro che gli archivisti affrontarono nel corso dell’esame delle serie archivistiche. Il progetto archivistico che ha preso in esame i fondi Materie ecclesiastiche e Materie economiche è consistito in un riscontro delle carte rimaste all’Archivio di Stato di Torino con gli inventari settecenteschi per verificare l’eventuale presenza di copie rimaste all’Italia dei documenti ceduti. La microfilmatura eseguita prima della cessione, a causa delle difficoltà incontrate nel corso delle operazioni8 , non permetteva infatti di ricostruire con precisione le cessioni9. Il lavoro capillare sulle carte ha permesso di verificare in quali casi sia stato effettivamente applicato il criterio descritto nei verbali della Commissione e quando invece siano state 7 Per la storia della complessità ed eterogeneità degli Stati sabaudi si rinvia a P. Bianchi, A. Merlotti, Storia degli Stati sabaudi, Brescia 2017. 8 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia… cit., pp. 48-49. 9 Il lavoro archivistico sui fondi Materie economiche e Materie ecclesiastiche, avviato nel 2016 sotto la direzione dell’allora direttore Stefano Vitali, rientra nel progetto La manutenzione della memoria territoriale, finanziato dalla Compagnia di San Paolo e gestito dall’associazione Amici dell’Archivio di Stato di Torino. Oltre al riscontro degli atti con gli inventari si è proceduto alla digitalizzazione delle carte delle Materie economiche.
124
Daniela Cereia
scelte soluzioni differenti fondate sulla natura stessa degli atti. Inoltre l’analisi puntuale dei documenti ha permesso di quantificare, in rapporto a ogni fondo e serie, la percentuale di documenti ceduti. Su iniziativa personale della scrivente è stato anche condotto un riscontro sui documenti conservati presso le Archives départementales de la Savoie per completare le descrizioni archivistiche e le informazioni che non potendo essere desunte dagli inventari, necessitavano dei documenti originali10 .
1. Il fondo «Materie ecclesiastiche» Il fondo Materie ecclesiastiche per categorie, così denominato per l’organizzazione data per materie nel secolo XVIII, si articola in cinquanta categorie; ognuna di esse riguardava e serviva a regolare i rapporti tra la Santa Sede e la Corte in quegli ambiti che, sebbene di prerogativa regia, trattavano questioni ecclesiastiche sia in ordine a privilegi ed esenzioni fiscali sia in materia di inquisizione, di regi exequatur – cioè la sottomissione a un preventivo controllo regio degli atti pontifici11 –, di nomina dei cardinali. Si tratta per lo più di disposizioni generali, memoriali, relazioni, istruzioni e quesiti di natura giuridica sottoposti a ministri o ufficiali camerali. Su un totale di 2297 fascicoli, soltanto 31 furono ceduti alla Francia; ma nessuna copia è rimasta all’Italia. Delle cinquanta serie che costituivano il fondo, ne furono smembrate solo due: la categoria XVI, Usi gallicani e la categoria XX, Dîmes, subsides, contributions écclésiastiques. Della prima furono ceduti 5 fascicoli su un totale di 19, invece della seconda furono ceduti 26 fascicoli dei 27 descritti in inventario. La differenza – davvero significativa – si spiega analizzando la diversa funzione degli atti delle due serie. Gli Usi gallicani si riferivano alle immunità e ai privilegi liturgici dei quali la Chiesa di Gallia aveva goduto fin dal secolo IX; in particolare il Concilio era ritenuto superiore a qualsiasi autorità papale e perfino il potere papale sulla chiesa di Francia era limitato sia dai canoni più antichi sia dall’autorità del sovrano12. Le carte si riferiscono soprattutto a beni situati nelle diocesi francesi di Nizza, Embrun e Belley, ma anche di quelle parrocchie del Pinerolese che, prima del 1696 facevano parte del Delfinato e quindi dipendevano dalla diocesi di Grenoble. I documenti sono datati tra il 1715 e il 1767; sono memorie e pareri espressi dai procuratori fiscali della Camera dei conti di Piemonte 10 Ringrazio M. Jean Luquet, direttore delle Archives départementales de la Savoie, per avermi permesso di accedere ai documenti originali della Série SA e i colleghi francesi per la loro disponibilità e la preziosa collaborazione scientifica. 11 Sul tema dei regi exequatur si rinvia agli studi di Arturo Carlo Jemolo; in particolare A.C. Jemolo, Stato e Chiesa negli scrittori politici italiani del Seicento e del Settecento, Milano 1914. 12 G. Martina, Il gallicanesimo, in La Chiesa nell’età dell’Assolutismo, Brescia 1989, pp. 186–201.
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche»
125
Frontespizio dell’inventario settecentesco delle Materie ecclesiastiche: l’applicazione del Trattato del 1947 incise in misura minima sulla compattezza del fondo archivistico. ASTo, Corte, Sala studio, Inventario 79
126
Daniela Cereia
Dalla categoria XVI, Usi Gallicani, del fondo Materie ecclesiastiche furono estrapolati pochi fascicoli per lo piĂš privi di interesse pratico. ASTo, Corte, Sala studio, Inventario 79
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche»
127
e del Senato di Nizza finalizzati alla ricerca di un legittimo fondamento giuridico che dimostrasse che quei territori erano sempre stati soggetti agli usi gallicani e che quindi il sovrano – non importa quale, si trattasse del re di Francia o di quello di Sardegna – aveva l’autorità per limitare quella papale; l’inevitabile e pratica conseguenza, ben altro che teologica, era la possibilità per il Fisco regio di esigere il pagamento di imposte e sussidi anche dagli ecclesiastici. Se i documenti estratti dalla serie Usi gallicani sono di carattere teorico-giuridico, quelli estratti dalla Categoria XX, Dîmes, subsides sono invece di natura pratica. Oltre a memoriali e pareri, comprendono infatti ordini, patenti e suppliche per ottenere esenzioni; gli atti datano dal secolo XIV. Si riferiscono tutti a diocesi transalpine, compresa quella di Ginevra, della quale facevano parte anche alcune parrocchie in territorio francese; i dispositivi degli atti riguardano la concessione di immunità dal pagamento di contribuzioni ordinarie e straordinarie. Nella selezione degli atti di questa serie da cedere alla Francia è evidente che fu il carattere locale dei documenti a determinare la cessione. L’unico fascicolo rimasto all’Italia riguarda, non a caso, la Valle d’Aosta13. Un altro elemento che, quasi certamente, contribuì nella scelta del Governo francese di richiedere la consegna di questi documenti, fu la distruzione degli archivi ecclesiastici e delle comunità avvenuta durante la Rivoluzione francese14. Le carte conservate a Torino permettevano, infatti, di recuperare, anche se in minima parte, informazioni storiche di carattere locale relative alle comunità francesi. Il mero criterio della territorialità, senza considerare l’integrità delle serie o le cessate funzioni, determinò la cessione quasi totale dei documenti, proprio come temuto dal Governo italiano, che nel 1949 inviava precise indicazioni all’ambasciatore italiano a Parigi di proporre una soluzione che prevedesse la consegna delle carte esclusivamente savoiarde e relative a «interessi locali ancora vivi»15.
2. Il fondo «Materie economiche» Anche le carte che formano il fondo Materie economiche furono in parte estratte nel corso del secolo XVIII dalle serie della Camera dei conti di Savoia per 13 Si tratta del fascicolo 17, conservato nel mazzo 1 da inventariare: «Résolution du clergé d’Aouste, où on démontre, qu’il n’est pas compris dans la bulle du 9 mars 1660 portante le payement des dîmes sur les rentes écclésiastiques de l’Italie, parce que son diocèse est subjet à l’église gallicane». 14 Si rinvia al numero monografico Archives et révolution : création ou destruction ? (actes du colloque organisé par l’Association Archivistes Française, groupe régional Provence-Alpes-Côte-d’Azur, Châteauvallon, 10-11 mars 1988), «La Gazette des archives», 146-147 (1989). 15 Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Rappresentanze Diplomatiche e consolari, Rappresentanze diplomatiche in Francia, busta 432, fasc. 2: Lettera del Ministero degli Affari Esteri all’Ambasciata italiana a Parigi, 28 marzo 1949.
128
Daniela Cereia
formare l’archivio di Corte16 . Le operazioni di selezione dei documenti e del loro nuovo ordinamento si svolsero in tempi diversi, come dimostrano i tre inventari redatti: il secondo e il terzo sono infatti intitolati rispettivamente di prima e di seconda addizione. Questa precisa denominazione delle due addizioni è un’ulteriore conferma del fatto che la creazione del fondo Materie economiche avvenne su un lungo periodo. Anche in questo caso, le operazioni erano ancora in corso e non furono mai portate a termine. La struttura del primo volume degli inventari e l’ordine delle categorie si ripetono in ogni volume di addizione; la collocazione dei documenti in una delle diverse addizioni non risponde a precisi criteri scientifici o cronologici, dipende invece dal susseguirsi ininterrotto delle ricerche di documenti nell’archivio della Camera dei conti da trasferire poi all’Archivio di Corte, operazioni di trasferimento del resto necessarie poiché imposte all’archivista camerale nel 1731 da una specifica istruzione17. Un’ulteriore dimostrazione della continuità delle operazioni di prelievo, seguito da riordino e inserimento dei documenti nelle categorie, sono i mazzi di carte sciolte, ancora oggi denominate “da inventariare”, che contengono gli atti prelevati e mai inseriti nelle serie settecentesche. Tali documenti, proprio perché privi di inventario, non rientrarono nelle operazioni di selezione della Commissione per la cessione alla Francia. Il fondo Materie economiche, si articola in 47 serie, per un totale di 3704 fascicoli; dei quali 162 furono ceduti alla Francia. A differenza delle Materie ecclesiastiche, all’Italia rimase copia di 13 documenti. Solo cinque furono le serie interessate dalla cessione: la Péréquation de Savoie, che fu interamente ceduta alla Francia; Caccia e boschi, Demanio, donativi e sussidi, Gabella del sale Savoia e Miniere. Sulla perequazione di Savoia non si poneva per la Commissione alcun dubbio: le verifiche fiscali fatte eseguire sui beni demaniali e privati ordinate nel secolo XVIII dal re di Sardegna Vittorio Amedeo II riguardavano infatti tutte le comunità transalpine. Il solo criterio di appartenenza territoriale alla Francia era quindi stato ritenuto sufficiente. La serie, in seguito alla cessione, è stata ulteriormente smembrata tra le Archives départementales de la Savoie (Chambéry) e le Archives départementales de la Haute-Savoie (Annecy): le carte di ogni comunità furono inviate prima a Chambéry dove furono poi assegnate, a seconda dell’appartenenza amministrativa in vigore nel 1949 di ogni comunità, al Dipartimento dell’Haute-Savoie o della Savoie18 . 16 Per approfondimenti sulla documentazione della Camera dei conti si rinvia ai contributi di L. Gentile, I fondi archivistici dell’Archivio di Corte, memoria di uno Stato sovraregionale, e M.P. Niccoli, Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia, in questo volume. 17 In merito alle istruzioni ricevute dall’archivista camerale, si rinvia al contributo di M.P. Niccoli, Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia, in questo volume. 18 A. Perret, Guide des Archives de Savoie, Chambéry 1979, pp. 64-65.
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche»
129
Il medesimo criterio dell’appartenenza territoriale fu applicato anche alle serie Demanio e alla serie Gabella del sale Savoia. Ogni atto riferibile esplicitamente a un territorio o a una comunità oltralpe fu ceduto; al contrario gli atti di carattere generale, come per esempio le patenti, perfino quelle dei re di Francia, che concedevano a privati lo sfruttamento delle saline, furono lasciati all’Archivio di Stato di Torino, anche se documenti originali e muniti di sigillo dei sovrani francesi. Si tratta delle patenti del re di Francia Filippo VI concesse a favore del conte Aimone di Savoia19, delle lettere del Delfino Luigi (il futuro Luigi XI) con il quale si revocava l’imposta sui sali in transito verso la Francia20 e degli ordini di Carlo VII di annullare ogni imposta sui sali in transito dalla Savoia alla Francia21, degli ordini di Francesco I, che revocavano qualsiasi aumento sull’imposta dei sali provenienti dalla Provenza22. Per quanto riguarda invece le copie rimaste all’Italia, si tratta di atti già presenti nel fascicolo originale al momento della cessione alla Francia, ed estratti dall’archivio della Camera dei conti. Sono copie autentiche di documenti datati tra il 1605 e il 1607, che si riferiscono ai diritti di don Amedeo di Savoia, figlio naturale del duca Emanuele Filiberto23, sulle miniere saline di Tarantasia e ai contrasti con il cantone svizzero di Sciaffusa in ordine alla gabella imposta sui sali e all’appalto concesso dal duca di Savoia al mercante di Zurigo Jean Henry Locman24. Un fascicolo in particolare, che contiene carte datate tra il 1569 e il 1572, fu vistosamente smembrato durante le operazioni di selezione: attualmente presso l’Archivio di Stato di Torino sono rimaste solo le copie autentiche delle concessioni fatte dal duca Carlo Emanuele I al fratello naturale don Amedeo25. Tutto il resto del carteggio, che contestualizzava il fascicolo, fu invece ceduto. Una nota databile intorno al 1950 indica che alle carte cedute fu «Unita un’altra copia autentica dell’investitura 9 marzo 1592»26 . Diversi furono invece i criteri di selezione applicati alle serie Caccia e Boschi e Miniere: a quelli geografici si unirono quelli economici. La scelta dei documenti infatti non fu determinata solo dalla specificità o dall’appartenenza o meno a una comunità 19
Archivio di Stato di Torino (d’ora in poi ASTo), Materie Economiche, Gabella del sale Savoia, mazzo 1, fasc. 1. Ibid., mazzo 1, fasc. 3. 21 Ibid., mazzo 1, fasc. 4. 22 Ibid., mazzo 1, fasc. 6. 23 Per i rapporti tra don Amedeo di Savoia e la corte sabauda si rinvia a P. Bianchi, Una riserva di fedeltà. I bastardi dei Savoia fra esercito, diplomazia e cariche curiali, in L’affermarsi della corte sabauda. Dinastie, poteri, élites in Piemonte e Savoia fra tardo medioevo e prima età moderna, a cura di P. Bianchi, L.C. Gentile, Torino 2006, pp. 305-360; P. Bianchi, Politica matrimoniale e rituali fra Cinque e Settecento, in Le strategie dell’apparenza. Cerimoniali, politica e società alla corte dei Savoia in età moderna, a cura di P. Bianchi, A. Merlotti, Torino 2010, pp. 39-72. 24 ASTo, Materie Economiche, Gabella del sale Savoia, mazzo 1, fascc. 5, 12, 16, 18, 21 e 22; mazzo 2, fasc. 1. 25 Ibid., mazzo 1, fasc. 12. 26 Ibid., mazzo 1, fasc. 12. 20
130
Daniela Cereia
francese. A differenza delle altre serie dove gli atti di carattere generale quali le disposizioni regie, gli ordini agli ufficiali territoriali, erano stati lasciati all’Archivio di Stato di Torino, furono acquisiti dalla Francia memoriali e altri documenti, anche non ufficiali, che contenevano dati e informazioni ritenuti strategici per lo sfruttamento dei beni. Esempi significativi sono un ordine del governatore di Nizza datato 21 marzo 1668, con il quale si proibiva di esportare fuori dal ducato di Savoia legname27, o una relazione di carattere tecnico-giuridico, senza data, ma certamente del secolo XVII, relativa a una lite con il signore di Montagny, accusato di vendere legname adatto alla costruzione di navi al re di Francia28. La ragione di queste scelte è evidente: i boschi erano, e sono tuttora, beni demaniali; quindi qualsiasi diritto attestato perfino secoli prima poteva ancora essere utile allo Stato. Lo stesso criterio fu applicato alla serie Miniere, della quale furono cedute anche le pergamene originali delle patenti di infeudazione e i diritti concessi nel secolo XIV ai e dai conti di Savoia e del Genevese29. In particolare furono gli atti che riguardavano il territorio del Genevese e i possedimenti dei duchi di Nemours a essere ceduti, secondo l’appartenenza geografica dei beni. A rafforzare le richieste del Governo francese contribuiva il fatto che i duchi di Nemours erano considerati, sebbene ramo discendente dai duchi di Savoia, dinastia francese. I duchi di Nemours avevano ricevuto in feudo numerosi beni dal re di Francia Francesco I30; inoltre i duchi di Savoia-Nemours si erano uniti a principesse appartenenti alla Casa reale francese e quindi anche le rivendicazioni sulla storia dinastica avanzate dalla componente italiana della Commissione erano difficili da sostenere. Nella necessità di completare celermente le operazioni di selezione, anche alcuni documenti che si riferivano a località italiane furono ceduti e in seguito, come si evince dalle annotazioni a margine degli inventari, restituiti, come nel caso di un atto relativo alle miniere della Valle Stura31. Furono ceduti atti anche non strettamente pertinenti ai territori francesi, come lamentava Augusta Lange con un’annotazione a margine dell’inventario delle Materie economiche di prima addizione, nella quale segnalava che il fascicolo «contiene numerosi documenti relativi alla legislazione e all’attività mineraria di tutto lo Stato sabaudo». Il fascicolo si riferiva alle miniere di Peisey e conteneva pareri e osservazioni di natura commerciale, giuridica, ma soprattutto politica relative all’opportunità o meno di concedere alla Compagnia Inglese lo sfruttamento della miniera32. 27
ASTo, Materie economiche, Caccia e boschi, mazzo 1, fasc. 2. Ibid., mazzo 1, fasc. 3. 29 ASTo, Materie economiche, Miniere, mazzo 1, fascc. 1, 3, 4, 6, 7. 30 L. Perillat, L’apanage de Genevois au XVIe-XVIIe siècles : pouvoirs, institutions, societés, tomo I, Annecy 2006. 31 Ibid., mazzo 3, fasc. 3. L’annotazione a margine dell’inventario indicava «Da ricollocare in sede. Non di interesse per la Francia». 32 Ibid., mazzo 1, fasc. 5. 28
Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche»
131
3. Conclusioni I criteri stabiliti dalla Commissione quindi, come si deduce sia dalle carte sia dalle note a margine degli inventari, non furono applicati indistintamente a ogni fondo, ma furono adattati all’appartenenza territoriale e anche alla tipologia dei beni. Infatti la natura demaniale di un bene – ad esempio un bosco o una miniera – poteva ancora comportare un potenziale uso amministrativo e giuridico degli atti, come dimostra proprio il caso di una comunità del Faucigny (in Haute-Savoie). Nel 2015 gli abitanti di questa comunità francese si sono rivolti all’Archivio di Stato di Torino in cerca di documenti conservati nel fondo della Camera di Savoia. La comunità infatti era in causa contro una famiglia del luogo, che sosteneva di essere l’unica proprietaria di un bosco sito nel territorio comunale. Il bosco invece, sosteneva la comunità, apparteneva al demanio – e quindi alla comunità – da secoli. Gli archivi comunali erano stati distrutti durante la Rivoluzione francese e perciò gli abitanti non potevano produrre in giudizio prove a sostegno dei loro diritti; la famiglia invece sosteneva di custodire nel proprio archivio documenti che dimostravano che il bosco era di loro proprietà. Naturalmente la famiglia non aveva messo a disposizione della parte avversa tali atti e alla comunità non era rimasto che rivolgersi all’Archivio di Stato di Torino, nella speranza che nei fondi della Camera dei conti di Savoia fosse rimasta traccia della demanialità del bosco. Questo episodio, non certo comune, ma significativo, permette un’ulteriore riflessione non solo sull’importanza e soprattutto sull’attualità e utilità di alcuni archivi, benché prodotti da organi e magistrature soppresse da secoli, ma anche sulla necessità di un’unità, almeno virtuale, degli archivi medesimi. Già nel 1947 Robert Schuman e Carlo Sforza proponevano di creare un Istituto misto italo-francese che preservasse l’unità dei fondi a prescindere dai confini33.
33
D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia... cit., p. 29.
JEAN LUQUET Archives départementales de la Savoie
Au péril des transferts d’archives, approche archivistique et historiographique des documents « restitués » à la France
La Maison de Savoie a régné jusqu’au 18e siècle sur des états principalement unis par la personne du souverain, lui-même arbitre après Dieu des pouvoirs féodaux et de la Justice. Mais les États de Savoie sont aussi les héritiers d’une longue tradition de droit écrit, codifiée au début du 17e siècle selon le droit romain rénové, et revisitée en monarchie absolue dans les Royales Constitutions, par la volonté de Victor-Amédée II. Une forte centralisation que l’on peut qualifier de bureaucratie tentaculaire et pointilleuse, à bien des égards policière, caractérise l’organisation administrative des provinces du royaume de Piémont-Sardaigne. Mais c’est aussi une monarchie éclairée qui affirme son goût pour le savoir et tient à appliquer des principes rationnels de gouvernement. Elle a besoin d’agents bien formés et bien informés. À cette fin, l’expédition régulière, depuis les différentes provinces, d’énormes masses de documents provenant des institutions et administrations provinciales inaugure, dès l’installation à Turin de la capitale, le long cycle des transferts d’archives transalpins. Le tableau des sources d’archives savoyardes morcelé et souvent difficile à appréhender dont les chercheurs contemporains ont hérité est, en grande partie, la résultante de cette tradition historique. L’histoire mouvementée du 19e siècle, entre conquêtes du Premier Empire, Restauration sarde et Annexion de 1860 ajoute, à ce morcellement administratif des fonds d’archives, une dimension nationale et politique qui ouvre la voie aux revendications de « restitutions d’archives ». Le Traité de Paris du 10 février 1947 qui rétablit la paix entre la France et l’Italie prévoit ainsi, dans son article 7, que les documents intéressant les provinces devenues françaises sont rétrocédés à la France. Depuis le 18e siècle toutefois, ces archives avaient été regroupées par les secrétaires royaux puis les archivistes turinois, en fonds structurés soit par provenance, soit par matière. Les documents restitués à la France ont été extraits de ces fonds. Les inventaires et index turinois ont été transcrits en français, pour la partie des documents transférés. Ces instruments de recherche constituent encore la principale description disponible pour ces archives. Les éléments des fonds d’archives désormais conservés aux Archives départementales de la Savoie et aux Archives départementales de la Haute-Savoie s’orga-
134
Jean Luquet
nisent en trois grands ensembles qui, fort heureusement, préservent la structure des fonds turinois d’origine. Les Archives de Cour rassemblent, en six grandes catégories héritées des inventaires turinois, les actes ou copies d’actes de l’administration des provinces savoyardes, mais aussi toutes sortes de rapports et décisions locales susceptibles d’intéresser Turin, souvent pour des raisons évidentes mais, aussi bien, pour des motifs conjoncturels : le fonds des provinces pour chacune des intendances savoyardes, le fonds des évêchés, le fonds des abbayes, d’autant plus précieux que la plupart des sources conservées localement en cette matière ont été détruites dans l’incendie du château de Chambéry en 1793, le fonds des bénéfices ecclésiastiques, le fonds de l’instruction publique, le fonds des matières économiques, peut-être un des plus riches encore à explorer pour les historiens, mais aussi un des plus complexes à aborder du point de vue archivistique tant les pièces qui le composent ont des origines diverses. Les deux autres ensembles sont extraits du fonds de l’Agence générale des finances, toujours pour les décisions intéressant les intendants savoyards et surtout du fonds de la Chambre des comptes de Turin, dit fonds des Archives camérales. Parmi ces éléments des Archives camérales désormais conservés dans les archives savoyardes, il est important de distinguer les archives de l’ancienne Chambre des comptes de Chambéry, transférées à Turin après la suppression de cette institution en 1720 et conservés avec les archives de la Chambre des comptes de la capitale, des archives de la Chambre des comptes de Turin concernant les provinces savoyardes au 18e siècle, documents qui ont dès leur création été destinés à Turin. C’est au premier de ces ensembles qu’appartient la collection des comptes de châtellenies et de subsides, 10 532 articles, la plupart en rouleaux de parchemin, désormais répartis entre les archives départementales de Savoie et de Haute-Savoie. Le bilan de ces mouvements d’archives peut aussi être fait du point de vue du travail archivistique ainsi que de l’historiographie. Les archivistes turinois engagent sans attendre l’inventaire des fonds morcelés. Dès 1954, Rosa Maria Borsarelli publie les séries Nice et Savoie conservées à l’Archivio di Stato di Torino. Ses successeurs Isabella Massabò Ricci, Marco Carassi et leurs équipes ont réalisé une œuvre exceptionnelle d’inventaire, d’exposition, d’enseignement, de numérisation et diffusion qui placent les archives turinoises au cœur des enjeux culturels du Piémont. Dans les deux services d’archives de Savoie et Haute-Savoie, les documents transférés connaissent une nouvelle cotation, avec une série spécifique de cotes, SA. L’inventaire des archives de Cour est repris, pour les 259 premiers articles, le reste des cotes étant simplement reporté sur les inventaires turinois en version française. Il faut toutefois attendre 1976 avec le Guide des archives de la Haute-Savoie d’Yves Mariotte et Robert Gabion et 1979 avec le Guide des archives de la Savoie d’André Perret pour une présentation synthétique des fonds de la série SA. Le regretté Gérard Détraz dresse ensuite un État sommaire de la série SA et des archives savoyardes
Au péril des transferts d’archives
135
de Turin (1995), permettant enfin un tableau complet des archives partagées entre la France et l’Italie. Nous ne disposons malheureusement pour les départements savoyards d’aucun équivalent au travail d’Alain Bottaro sur Les sources de l’histoire du comté de Nice à l’Archivio di Stato di Torino (2008). Les travaux historiques sur les archives savoyardes ont manifestement souffert de ce morcellement : ainsi les écoles historiques italiennes, à commencer par l’Université de Turin, qui ont mené des travaux de référence en analyse et publication des sources d’histoire, pour la période médiévale en particulier, mais aussi en matière d’histoire du droit et des institutions de l’époque moderne, qui ont donné des biographies remarquées des souverains de la Maison de Savoie, ont rarement traité des provinces « au-delà des Alpes ». C’est aux historiens de l’Université de Savoie qu’appartient probablement, autour des éléments du Trésor des chartes auxquels ils ont eu accès à Chambéry et Annecy, d’avoir développé les études sur les origines du comté de Savoie. Christian Guilleré, Jean-Michel Poisson, Laurent Ripart et leur collègues se sont par exemple intéressés au royaume de Bourgogne autour de l’an mil (2008) après que Bernard Demotz publiait Le comté de Savoie du XIe au XVe siècle : Pouvoir, château et État au Moyen Âge (2000) et que François Demotz étudiait La Bourgogne transjurane (8551056) : l’évolution des rapports de pouvoirs dans le monde post-carolingien en 2002 (publiée en 2008). Le principal centre d’études historiques se développe toutefois autour des comptes de châtellenies. Dès 1898, l’archiviste de Haute-Savoie Max Bruchet souligne pour La revue savoisienne l’intérêt des « comptes de châtellenies de Savoie aux archives de Turin ». C’est encore la question des archives de la Savoie qui, en 1948, en application du Traité de paix avec l’Italie, entraîne Robert-Henri Bautier, alors au CNRS, dans la mission de restitution des archives de la Savoie et Nice conservées à Turin. En étudiant les comptes de châtellenies, il initia son travail de référence, mené avec Janine Sornay, sur Les sources de l’histoire économique et sociale du Moyen-Age (1968). Un autre exemple de travaux transfrontaliers sur les sources d’archives doit être relevé, même s’il ne porte pas sur les archives revenues en Savoie : l’Université de Lausanne a publié depuis les années 1980 de nombreux travaux innovants, utilisant le Trésor des chartes et les comptes de châtellenies, notamment le travail de Bernard Andenmatten sur La Maison de Savoie en Pays de Vaud (1990). Mais c’est à Christian Guilleré qu’il revient d’avoir lancé en France le très fructueux mouvement d’étude et d’édition de ces sources turinoises : « Des rouleaux et des hommes : premières recherches sur les comptes des châtellenies savoyardes » dans la revue Études savoisiennes (1992). Bénéficiant à partir des années 1996 des nouveaux moyens de numérisation à la disposition des archives départementales de la Savoie, il a pu imaginer la mise en ligne et l’édition collaborative désormais à la disposi-
136
Jean Luquet
tion des chercheurs sur le site Internet castellanie.net. La totalité des comptes du 13e siècle sont désormais disponibles ou publiés, ainsi que nombre de comptes des châtellenies qui ont attiré l’attention des chercheurs. Nous mentionnerons par exemple Christian Guilleré dans la première partie de l’ouvrage Le château des ducs de Savoie : dix siècles d’histoire (2011) et les précieux renseignements qui ont permis de renouveler la compréhension de sa construction et de son architecture à Chambéry ou encore, dans le registre de la recherche scientifique, la table ronde dirigée par Guido Castelnuovo et Olivier Matteoni à l’Université de Savoie les 11 et 12 octobre 2011 « De part et d’autre des Alpes », les châtelains des princes à la fin du Moyen Age. Esquisser le développement futur des recherches dans les anciens domaines de la Maison de Savoie appartient désormais peut-être aux archivistes, grâce aux progrès des moyens de numérisation et diffusion : peut-on imaginer un jour de reconstituer virtuellement et publier les fonds des Archives de Savoie matériellement à jamais morcelé ?
HÉLÈNE MAURIN Archives départementales de la Haute-Savoie
Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui)
1. La (difficile) création des Archives départementales de la Haute-Savoie : une voie vers les revendications Les Archives départementales ont été créées en 1861, au lendemain du Rattachement de la Savoie à la France et de la création des deux départements de Savoie et de Haute-Savoie. Elles sont donc de création beaucoup plus récente que celles des autres départements français, apparues pendant la Révolution pour recueillir les titres des institutions d’Ancien Régime disparues et recevoir les archives produites par la nouvelle administration. Sans être épargnée par les destructions et dispersions de la période révolutionnaire, la Haute-Savoie n’a pas connu la centralisation des documents des institutions administratives et judiciaires ni des établissement religieux supprimés au chef-lieu de district puis de département. De plus, Annecy n’a pas toujours été le siège des divisions administratives du territoire, concurrencée par Genève, Chambéry ou Grenoble. De l’avis du premier archiviste départemental, Albert Lecoy de la Marche, nommé en 18611, les archives locales sont « livrées au désordre et à l’abandon, et cette négligence a engendré les disparitions et les dispersions les plus regrettables ». L’archiviste dispose d’un local au rez-de-chaussée de l’Hôtel de Ville d’Annecy, où se trouvent les papiers de l’ancienne intendance sarde et de la Préfecture qui l’a remplacée. Les fonds sont enrichis rapidement par des transferts depuis les sous-préfectures et par des restitutions en provenance des Archives départementales de la Savoie de documents du Moyen Age et de l’époque moderne, dont le cadastre des années 1730 ou encore les archives des intendances de Chablais, Faucigny et Genevois2. Lecoy de la Marche fait de la (re)constitution des archives de la Haute-Savoie 1 P. Tapponnier, R. A. Lecoy de la Marche, premier archiviste départemental de la Haute-Savoie, dans « Revue Savoisienne », Annecy 1961. 2 A. Lecoy de la Marche, Restitutions faites aux archives de la Haute-Savoie, dans « Revue savoisienne », Annecy 1862, pp. 36-37.
138
Hélène Maurin
son cheval de bataille, parlant de « grouper peu à peu tous les matériaux renfermant l’histoire de la Haute-Savoie ». Ayant connaissance d’inventaires de pièces transférées aux archives de Turin, il s’y intéresse et estime que leur « restitution » serait un « acte de justice », prévu par la convention internationale conclue lors de l’annexion3. Il écrit ainsi en 1862 : « On s’occupe de revendiquer, auprès du gouvernement sarde, tout ce qui appartient à la Savoie : faisons des vœux et si nous le pouvons, des efforts, pour hâter le succès des démarches entreprises ou à entreprendre dans un but aussi louable »4. Son successeur, le chanoine Claude-Antoine Ducis, archiviste départemental de 1864 à 1892, prêtre, enseignant, archéologue, rassemble des archives relatives à des établissements religieux, à des familles, mais aussi des minutes de notaires grâce à ses réseaux personnels et ses appels au don5. Max Bruchet qualifie sa méthode de « chasse aux parchemins ». Lui-même estime que regrouper les archives au chef-lieu de chaque département et en publier les inventaires sont les deux conditions à réunir pour que les matériaux pour l’histoire soient accessibles et utiles aux chercheurs6 . Le chanoine Ducis constate les lacunes de son dépôt et évoque des « détournements », notamment vers Turin. Le Conseil général de Haute-Savoie délibère régulièrement en faveur de la remise des archives historiques anciennes, soutenu par les sociétés savantes (par exemple en 1862, 63, 65, 66, 67, 69)7. Dans ce concert de revendications tous azimuts, une autre attitude était possible, qu’illustre Max Bruchet, archiviste de la Haute-Savoie entre 1892 et 1908 : il privilégie l’étude des fonds turinois, dont il fait connaître, par ses publications, l’intérêt historique8 . Avec son adjoint Joseph Serand, en poste depuis 1891, Max Bruchet œuvre à l’enrichissement des fonds par la voie des versements d’archives parfois anciennes encore conservées par des administrations (tabellion) ou encore 3 L’article 7 des conventions internationales passées entre Napoléon III et Victor-Emmanuel II le 23 août 1860 indique que « le gouvernement italien remettra au gouvernement français toutes les archives historiques et administratives antérieures à 1860 qui se rapportent au territoire cédé à la France par le Traité du 24 mars 1860 et par la Convention du 23 août 1860 ». L’article 10 prévoit la remise à la France des « archives contenant les titres de propriété, les documents administratifs, religieux et de justice civile » de la Savoie et du Comté de Nice. Mais ce texte imprécis donne lieu à des interprétations diverses et n’est pas appliqué. 4 A. Lecoy de la Marche, Restitutions faites aux archives de la Haute-Savoie, dans « Revue savoisienne », Annecy 1862, pp. 36-37. 5 M. Bruchet, Notice sur la vie & les travaux de M. le chanoine C.-A. Ducis, dans « Revue savoisienne », Annecy 1895, pp. 14-40. 6 C.-A. Ducis, Les Archives historiques de Savoie, Annecy 1870. 7 La situation est tout à fait comparable en Savoie. Cf. A. Perret, La réintégration des archives savoisiennes de Turin, dans Comité des travaux historiques. Section d’histoire moderne et contemporaine. Actes du 77e congrès des sociétés savantes, Paris 1952, pp. 563-572. 8 Sur ce sujet, nous renvoyons à l’article très complet de J. Coppier, Max Bruchet (1868-1929), archiviste de la Haute-Savoie et pionnier de la recherche en histoire médiévale, dans L’Histoire à la source : acter, compter, enregistrer (Catalogne, Savoie, Italie, XIIe-XV e siècles), Volume 1 des Mélanges offerts à Christian Guilleré, Chambéry 2017, pp. 211-229.
Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui)
139
des dons de papiers de famille. Lors de voyages réguliers en Piémont, à Genève, à Chambéry, aux archives des cantons de Vaud, Fribourg, Berne, Bâle ou encore aux archives de Lyon, Max Bruchet établit un répertoire des sources manuscrites de l’histoire de Savoie9. La nécessité et l’utilité de ces missions sont sanctionnées par la prise en charge des frais de déplacement par l’administration française. Ces recherches méthodiques de sources originales, assorties de projets de publication, le conduisent à nouer de bonnes relations avec les archivistes et historiens turinois. Ses homologues des Archives départementales de la Savoie, de l’Ain et des Alpes-Maritimes suivent son exemple, ainsi que ses successeurs, qui prennent l’habitude de se rendre chaque année à Turin ou Genève pour poursuivre les dépouillements. C’est le cas de Gaston Letonnelier, puis de Robert Avezou. Archiviste départemental de 1926 à 1941, parlant parfaitement l’italien, ce dernier accomplit ainsi plusieurs voyages à Turin afin d’explorer les fonds et transcrire certains documents, qui alimentent ses recherches sur l’histoire des XVIIIe et XIXe siècle10. Il encourage les étudiants à explorer et exploiter les fonds conservés à Turin, il oriente notamment Paul Guichonnet vers l’étude du XIXe siècle italien, dont il devient le spécialiste11.
2. Le Traité de 1947 et ses conséquences Pierre Duparc est diplômé de l’Ecole des chartes en 1936. Sa thèse, exploitant notamment le chartrier des comtes de Genève conservé alors à Turin, porte sur l’histoire des comtes de Genève et est publiée en 1955, après le transfert des archives de Turin à Chambéry, par la Société d’histoire et d’archéologie de Genève12. Son étude concerne à la fois l’histoire institutionnelle et l’histoire économique et sociale du comté de Genève. Archiviste départemental de 1941 à 1945, Pierre Duparc, soutenu par des membres des Forces françaises de l’Intérieur (FFI), met sur pied en 1944 un projet pour se rendre à Turin et organiser le transfert des archives, dans le contexte de la guerre entre la France et l’Italie. Cette « Mission Duparc » avorte car les archivistes turinois, pour protéger les fonds des bombardements, les ont cachés dans les environs de Turin13. Pierre Duparc fait ensuite carrière au Ministère des Affaires Étrangères14, où il intervient en faveur du transfert des archives savoyardes 9 Il poursuit ainsi une tradition bien établie au XIXe siècle, par les érudits savoyards, à l’instar de Léon Ménabréa, Costa de Beauregard ou Amédée de Foras. 10 P. Duparc, Robert Avezou (1899-1993), dans « Revue savoisienne », Annecy 1995, pp. 30-34. 11 Correspondance de P. Guichonnet à H. Maurin, datée du 2 novembre 2017. 12 P. Duparc, Le comté de Genève : IX e-XV e siècle, dans « Mémoires et documents publiés par la Société d’histoire et d’archéologie de Savoie », XXXIX (1955). 13 Archives départementales Haute-Savoie, 64 J, courrier dactylographié du 21 septembre 1944 du lieutenant Gardet au capitaine Bontan. 14 J. Coppier, Pierre Duparc (1912 – 2003), une carrière entre droit et histoire, dans « Mémoires de l’Aca-
140
Hélène Maurin
conservées à Turin15. Dès 1945, chercheurs et érudits de Savoie et Haute-Savoie parviennent à avoir des nouvelles des fonds conservés à Turin et expriment leur soulagement de les savoir intacts et leur souhait de voir réussir les revendications françaises16 . Le professeur Paul Guichonnet intervient auprès du docteur Amédée Guy, membre de la première Assemblée constituante, qui contacte à son tour Vincent Auriol, futur premier président de la IVe République, et le Président de la Commission des affaires étrangères à l’Assemblée. Les négociations sont relancées et aboutissent le 10 février 1947 au Traité de Paris rétablissant la paix entre la France et l’Italie17. Pierre Duparc est membre de la commission d’experts français et italiens qui est chargée d’organiser le transfert des archives, aux côtés notamment de Robert-Henri Bautier18 . En pratique, quatre convois se succèdent du 31 juillet 1950 au 31 juillet 1951, de Turin à Chambéry. Raymond Oursel est archiviste départemental depuis 1949. Il écrit à Pierre Duparc pour lui exprimer sa reconnaissance « pour cette victoire »19. Il consacre ses premières années de travail à la question de l’accueil et de la conservation en Haute-Savoie d’archives transférées de Turin. A l’été 1949, est évoquée l’installation éventuelle des archives de Turin au château d’Annecy, mais cette hypothèse est rapidement écartée. En 1952, le Conseil général de Haute-Savoie prend la décision de financer l’agrandissement du bâtiment des Archives pour être en mesure d’accueillir les fonds turinois. Après un accord intervenu entre les présidents des Conseils généraux de Savoie et de Haute-Savoie, une décision ministérielle répartit les documents entre les dépôts des deux départements savoyards, le 16 juin 1954. Concernant les archives de Cour, le partage est opéré selon le critère géographique ; chaque dépôt reçoit les pièces intéressant les localités ou les anciennes provinces correspondant - approximativement - au territoire du département : Genevois, Chablais et Faucigny pour la Haute-Savoie. À l’inverse, c’est l’historique des fonds qui prévaut pour répartir les comptabilités locales ; ainsi la Haute-Savoie reçoit-elle les comptes de châtellenie rendus aux comtes de Genève (XIVe siècle) et aux Genevois-Nemours (XVIe siècle). Les liasses de documents rapatriés de Turin démie des Sciences, Belles Lettres et Arts de Savoie », 2013, 8ème série, XII (2013), pp. 418-438. 15 Arch. dép. Haute-Savoie, 64 J, fonds Pierre Duparc, non classé. 16 Arch. dép. Haute-Savoie, 64 J, fonds Pierre Duparc, courriers de P. Guichonnet à P. Duparc et d’A. Guy à P. Duparc (mai à décembre 1945). 17 Article 7 : « Le Gouvernement italien remettra au Gouvernement au français toutes les archives historiques et administratives antérieures à 1860 qui se rapportent au territoire cédé à la France par le Traité du 24 mars 1860 et par la Convention du 23 août 1860 ». 18 La délégation française est composée d’archivistes du Ministère des Affaires Étrangères, des Archives nationales et d’archivistes départementaux, dont ceux de Savoie et de Haute-Savoie. Ces experts, tous archivistes-paléographes, mettent l’accent dans leurs demandes sur les archives anciennes. La délégation italienne est composée de professeurs d’université et d’archivistes des Archives d’État de Turin, du Ministère des Affaires Étrangères et de la bibliothèque du Sénat à Rome. 19 Arch. dép. Haute-Savoie, 64 J, fonds Pierre Duparc, courrier de R. Oursel à P. Duparc du 4 novembre 1950.
Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui)
Max Bruchet, directeur de 1892 à 1908. Arch. dép. Haute-Savoie, 12 Fi 760
141
142
Hélène Maurin
Robert Avezou, directeur de 1926 à 1941. Arch. dép. Haute-Savoie, 2 Fi 3916
Pierre Duparc, directeur de 1941 à 1946 Arch. dép. Haute-Savoie, 2 Fi 3917
Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui)
Raynond Oursel, directeur de 1949 à 1963. Arch. dép. Haute-Savoie, 2 Fi 3919
Jean-Yves Mariotte, directeur de 1963 à 1983. Arch. dép. Haute-Savoie, 2 Fi 1260
143
144
Hélène Maurin
qui intéressent l’ensemble du territoire des deux départements sont conservées à Chambéry. Trois transferts ont lieu entre Chambéry et Annecy en 1955, représentant 64 mètres linéaires de documents.
3. Au cœur du travail des archivistes : la communication et la valorisation des archives de la série SA La conservation et donc la consultation sur place à Annecy et à Chambéry est l’occasion de donner aux chercheurs côté français un accès plus facile à ces fonds. Les archivistes l’ont bien compris et se sont employés dans un premier temps à mettre des inventaires à disposition des usagers. Dès 1954, il est décidé que les fonds forment une seule et unique série : SA (archives de l’ancien duché de Savoie), dont la cotation est continue, que les pièces soient conservées à Chambéry ou à Annecy. Sous la direction de Jean-Yves Mariotte, archiviste départemental de 1963 à 1983, paraît en 1966 l’inventaire des archives de Cour (série SA) conservées à Annecy et Chambéry20. Jean-Yves Mariotte conçoit ensuite son Guide des archives de la Haute-Savoie, paru en 1976, comme un instrument de travail global : il complète la présentation des fonds par des chapitres de méthode appuyés sur des pièces d’archives conservées à Annecy. Il va plus loin en 1978 en publiant la Pratique des documents anciens, un manuel d’usage des sources médiévales, précieux notamment pour l’exploitation des comptes de châtellenies. Son successeur Elisabeth Rabut, grâce au soutien financier de l’Entente régionale de Savoie, mène une campagne de microfilmage des rouleaux en 1985, puis sous la direction d’Hélène Viallet de nouveaux instruments de recherche facilitent encore l’accès aux fonds : l’Etat sommaire de la série SA et des archives savoyardes de Turin en 1995, l’Inventaire-index des comptes de châtellenies et de subsides conservés aux Archives départementales de la Savoie et de la Haute-Savoie en 1996 et enfin le Catalogue des sceaux des Archives de Haute-Savoie, publié en 1998. Ces inventaires sont le fruit du travail de l’archiviste Gérard Détraz. Le catalogue des sceaux recense 642 empreintes, représentant 408 sceaux différents, un corpus qui couvre la période de 1204 à 1511. A plus de 80%, ces empreintes sont issues de la série SA (Archives de Cour). Les Archives départementales de la Haute-Savoie consacrent ainsi à ces objets fragiles à la fois des mesures protectrices de conservation (campagnes de restauration et de moulages, photographies) et une publication scientifique, qui constitue depuis un ouvrage de référence. Depuis les années 1950, les archives transférées ont fait l’objet de recherches constantes de la part d’historiens et ont donné lieu à de nombreux mémoires de 20 A. Perret, R. Oursel, J-Y. Mariotte, J. Roubert, A. Chamson (avant-propos), Archives de Cour SA 1 à SA 259, Annecy 1966, p. 145.
Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui)
145
recherche universitaires21, à des publications de travaux de chercheurs amateurs et professionnels et à des entreprises d’éditions de sources22. Le Département de la Haute-Savoie encourage ces recherches, notamment via l’attribution de bourses d’aide à la recherche à l’attention des étudiants, toutes spécialités confondues. Une bourse a ainsi été attribuée à Pierre Brugnon, doctorant en histoire à l’Université d’Avignon, pour l’année universitaire 2017-2018, pour ses travaux sur les élites seigneuriales et nobiliaires dans la principauté de Savoie aux XIVe et XVe siècles. Les Archives départementales de la Haute-Savoie sont également à l’origine, seules ou en partenariat, de projets de mise en valeur des archives transférées de Turin. En 2016, à l’occasion du 600e anniversaire de l’élévation du comté de Savoie en duché, un ensemble d’événements ont permis de faire connaître et étudier ces sources : une journée d’étude sur les sources de l’histoire des châteaux23, une exposition en partenariat avec le Musée-château d’Annecy24, des ateliers d’initiation à la recherche dans les comptes de châtellenies, organisés dans et hors les murs, pour le public scolaire et le grand public, une publication et une conférence sur les documents médiévaux conservés aux Archives départementales de la Haute-Savoie en partenariat avec le professeur Christian Guilleré et l’Université Savoie Mont Blanc25. Parallèlement, les Archives départementales de la Haute-Savoie ont travaillé sur l’accès aux rouleaux de parchemin des comptabilités locales : ceux-ci pouvant mesurer plusieurs dizaines de mètres, leur consultation est assez mal aisée. Pourtant, l’accès au document original est une condition pour étudier son contenu, à moins de disposer d’une copie numérique. Dans la perspective des commémo21 Parmi d’autres travaux universitaires, B. Demotz, La châtellenie d¹Annecy à la fin du XIV e siècle, manuscrit de Diplôme d’Etudes Supérieures, Faculté des Lettres de Lyon, 1960 ; F. Demotz, La châtellenie de Rumilly d’après les comptes de châtellenie, de 1325 à 1349, Mémoire de maîtrise, Université de Lyon III, 1983-1984 ; L. Perrillat, Le duché de Genevois aux XVIe et XVIIe siècles : aspects institutionnels d¹un apanage savoyard , Ecole nationale des Chartes, thèse pour le diplôme d¹archiviste paléographe, 1999 ; J. Coppier, Les finances du comté de Genève au XIV e siècle, Mémoire de DEA d’Histoire et d’Archéologie médiévales, Université de Savoie, Chambéry 2000-2001 ; N. Carrier, La vie montagnarde en Faucigny à la fin du Moyen Age : Economie et société, fin XIIIe-début XVIe siècle, sous la direction du professeur Bernard Demotz, Thèse pour le doctorat de l’Université Jean Moulin, Lyon III, 2000. 22 Deux exemples d’éditions de sources récentes : C. Guilleré, Les comptes de la châtellenie de Bonneville : registres de comptes de construction de 1385, opera castri de 1355 à 1400, transcription et traduction, publié par les Amis du château de Bonneville, Samoëns 2005 ; S. Coram-Mekkey et M. de la Corbière, Entre Rhône et Mont-Blanc au XVI e siècle : Inspections dans l’apanage de Genevois-Nemours de 1553 à 1572, dans « Mémoires et Documents publiés par l’Académie Salésienne », 122 (2015). 23 J. Coppier et H. Maurin (dir), Aux sources de l’histoire des châteaux, Actes de la journée d’étude d’Annecy (11 décembre 2015), Milan 2016. 24 Les vies de châteaux, de la forteresse au monument : les châteaux sur le territoire de l’ancien duché de Savoie, du XV e siècle à nos jours, Commissariat scientifique de l’exposition, Sophie Marin et Julien Coppier, Commissariat général, Elodie Kohler et Hélène Maurin, Milan 2016. 25 J. Coppier, C. Guilleré, H. Maurin, Hommes et femmes du Moyen Âge en Chablais, Faucigny et Genevois : Florilège de documents médiévaux des Archives départementales de la Haute-Savoie, Annecy 2016.
146
Hélène Maurin
rations de l’année 2016, les 2000 rouleaux conservés aux Archives départementales de la Haute-Savoie ont fait l’objet d’un constat d’état et d’une campagne de reconditionnement, et sont peu à peu restaurés et numérisés, à l’exception des rouleaux trop endommagés où l’information est très lacunaire et difficilement exploitable en raison de dégâts causés par un incendie ou par l’eau. L’objectif est de mettre en ligne une partie des comptes et de favoriser la consultation, l’édition et la traduction de ces documents riches d’enseignements sur la vie quotidienne dans le ressort des châtellenies26 . Dans le même objectif de faciliter l’accès aux archives, une convention entre le Département de la Haute-Savoie et l’École Pratique des Hautes Études (EPHE) a permis la mise en ligne du catalogue et des images numériques des sceaux de Haute-Savoie, au sein du programme SIGILLA27. Enfin, les Archives départementales de la Haute-Savoie ont, en 2017, à l’occasion du 70e anniversaire du Traité de 1947, commémoré le périple des Archives savoyardes, de part et d’autre des Alpes, par la parution d’un volume dédié dans leur collection de Vademecum, en partenariat avec les Archives départementales de Savoie et les Archives d’Etat de Turin28 . Ce travail a fait écho au colloque organisé par les Archives d’Etat de Turin et à la parution de l’ouvrage de Davide Bobba. Cela a été l’occasion notamment de faire enfin connaître en France le point de vue italien sur cette question et de nouer des liens durables entre nos institutions, pour des collaborations futures, dont nous nous réjouissons d’avance et que nous souhaitons fructueuses.
26
La mise en ligne est prévue sur le site Internet http://archives.hautesavoie.fr/ http://www.sigilla.org/fr/sgdb/lieu-de-depot/1102?dev=1 28 D. Bobba, J. Coppier, L. Gentile, J. Luquet et H. Maurin, De part et d’autre des Alpes, le périple des archives savoyardes, Annecy 2017. 27
YVES KINOSSIAN Archives départementales des Alpes-Maritimes
Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
À la lumière de l’organisation des États, des collectivités et des services d’archives, la relation entre Turin et Nice se décline selon une problématique géo-politique (via Chambéry) et une problématique archivistique. La question géo-politique est originale pour Nice et sa subdivision, intégrés en 1860 dans un vaste ensemble territorial, le département des Alpes-Maritimes, qui englobe aussi l’arrondissement de Grasse distrait du département voisin du Var. Par le Traité multilatéral du 10 février 1947, des archives conservées à l’Archivio di Stato di Torino regardant Nice et son territoire lui sont attribuées. La question archivistique regarde les sources, leur cohérence et leur exploitation. Au-delà des vicissitudes des transferts d’archives, des instruments de recherche plus ou moins avancés, des plans de classement parfois peu homogènes, des analyses plus ou moins détaillées, on constate une différence d’échelle. Cette double problématique conduit à différencier trois temps : Trois temps seront abordés : - 1388-1860 : de la dédition de Nice à l’Annexion - 1860-1947/1955 : de l’Annexion au Traité de Paris - 1955-2017 : de la mise en œuvre du Traité de Paris à nos jours.
1. Un lien (presque) indissoluble entre Nice et Chambéry, puis Turin (1388-1860) 1.1 Un compagnonnage d’un demi-millénaire (1388-1860) La ville de Nice est située au XIVe siècle dans le comté de Provence. Au décès de la reine Jeanne Ière de Naples, Louis d’Anjou, que la reine a adopté, affronte Charles III de Naples, neveu de la reine Jeanne de 1382 à 1388. Les Provençaux choisissent Louis d’Anjou. Charles III de Naples nomme Jean Grimaldi, seigneur de Beuil, gouverneur des régions de Provence. Grimaldi le trahit et s’entend avec le comte de Savoie Amédée VII en 1388. En septembre 1388, Amédée VII signe des accords avec les syndics de Nice et de villes voisines. C’est la « dédition » de
148
Yves Kinossian
Nice – terme réfuté en 2001 par Laurent Ripart1 – et le point de départ d’un lien qui aurait pu être indissoluble. Dès lors, Nice et son pays ne sont plus orientés vers Aix et le comté de Provence, mais le comté de Savoie et Chambéry, puis, à partir de 1561, vers Turin et le Piémont. À partir de 1388, le Nice, son pays et leurs archives suivent la destinée savoyarde. En 1561, le duc Emmanuel-Philibert transfère sa capitale de Chambéry à Turin. Une partie des archives fait ce premier voyage l’année suivante. Nice n’a pas été capitale, quoiqu’en 1536, quand le duc Charles III est dépossédé de la Savoie et d’une partie du Piémont par l’invasion française, il se réfugie à Verceil, puis à Nice où il emporte une partie de ses papiers ; ceux-ci ne gagnent Turin qu’un demi-siècle plus tard (1691) pour intégrer les archives de la Chambre des comptes et en 1716, les archives de Cour. Sauf cet épisode prestigieux, ni les archives princières ni celles des comptes (répartition mentionnée dans les Statuta Sabaudiae en 1430) n’y ont été conservées. Seules y ont été produites ou reçues les archives des institutions locales : pour l’Ancien Régime (essentiellement XVIIe siècle-1792) - l’intendance générale de Nice qui est créée en 1689 (transférée à Tende de 1792 à 1794) compétente pour la fiscalité, les affaires militaires, la frontière, les affaires religieuses, les affaires économiques (1729-1794) - le sénat de Nice qui est créé en 1614 est la plus haute instance judiciaire du comté (jugement en première instance et en appel au criminel)2 et est également pourvu de compétences administratives (enregistrement des édits royaux, droit de remontrance, reconnaissance des bornes frontalières et des instructions des contentieux frontaliers, affaires ecclésiastiques, droit d’asile) (1625-1792) - la préfecture de Nice qui est créée sans doute au XIIIe siècle, confirmée après la dédition. C’est une juridiction contrôlant les juridictions inférieures (contentieux entre communautés, entre vassaux) et évoquant des litiges délicats (1582-1792) - le consulat de commerce et de mer qui est créé en 1626 (un premier consulat est établi à Nice en 1448) qui est la juridiction pour le commerce et la mer avec compétence judiciaire et administrative (1724-1792); pour la Restauration sarde (1814-1860) - l’intendance générale de Nice - le sénat de Nice 1 L. Ripart, La « dédition » de Nice à la Maison de Savoie : analyse critique d’un concept historiographique, dans « Cahiers de la Méditerranée », 62 (2001), pp. 17-45. http://cdlm.revues.org/63 consulté le 5 décembre 2017. 2 Le titre de comté, qui désigne Nice et son territoire, semble apparaître au XVIe siècle. R. Schor (dir.), Dictionnaire historique et biographique du comté de Nice, Nice 2002, pp. 107-108.
Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
149
- la préfecture, le tribunal de préfecture, le tribunal provincial de Nice - les mandements intra et extra-muros de Nice - le magistrat de santé - le consulat de la mer et tribunal de commerce de Nice. Pourtant à la suite du Traité de paix multilatéral du 10 février 1947, ces fonds locaux s’enrichissent des archives rétrocédées par l’Italie à la France et dont une partie, regardant le territoire de l’ancien comté de Nice, gagne les Alpes-Maritimes et sont accueillies aux Archives départementales. Les aléas de la conservation des fonds expliquent qu’aux Archives départementales des Alpes-Maritimes, service territorial d’archives, soient déjà conservées des archives relevant de la souveraineté avant même la mise en œuvre de la rétrocession décidée en 1947. Il s’agit du fonds du consulat de France (fin XVIIIe siècle-1860 : partie de la série C et sous-série 1 Z)3.
2. Un lien indissolublement archivistique entre Nice et Turin (1860-1947/1955) 2.1 L’omission de 1860 et le pèlerinage de Turin Dans les Alpes-Maritimes comme en Haute-Savoie et en Savoie, la revendication par le conseil général des archives regardant son territoire cédé par le Traité du 24 mars 1860 commence dès l’annexion. Il s’agit d’appliquer l’article 10 de la convention du 23 août 1860. L’article dispose que « les archives contenant les titres de propriété, les documents administratifs, religieux et de justice civile relatifs à la Savoie et à l’arrondissement de Nice qui peuvent se trouver entre les mains du Gouvernement sarde, seront remis au gouvernement français ». L’article n’a jamais connu de mise en œuvre. Les rapports du préfet et procès-verbaux des délibérations du conseil général des Alpes-Maritimes répètent à partir de 1865 un vœu du conseil général « Que les archives du comté de Nice, qui se trouvaient au moment de l’Annexion dans le dépôt de Turin, soient remises au département des Alpes-Maritimes ». En 1865, le ministre de l’Intérieur communique une dépêche informant que la remise des archives, conforme à l’article 10 de la convention conclue le 23 août 1860, est restée « jusqu’à présent sans résultat ». En 1866, le conseil général saisit le ministre de l’Intérieur. En 1867, il saisit le ministre des Affaires Étrangères sans plus de résultats4. À mesure que 3 Archives départementales des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique de la série C dressé par Henri Moris et Michel Barucchi, Nice 1912 (C 2978-3019 ; 1749-1792), p. 19. Archives départementales des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique de la sous-série 1 Z (1814-1860). Consulat de France à Nice dressé par Henri Moris et Michel Barucchi, Nice 1912. 4 Département des Alpes-Maritimes. Conseil général, Session 1865. Rapport du préfet et annexes. Procès-verbaux des délibérations. Nice 1865, p. 27. Département des Alpes-Maritimes. Conseil général, Session 1866. Rapport du préfet et annexes. Procès-verbaux des délibérations. Nice 1866, p. 139. Département des Alpes-Maritimes. Conseil général, Session 1866. Rapport du préfet et annexes. Procès-verbaux des délibérations. Nice 1867, p. 159.
150
Yves Kinossian
le temps passe, l’affaire devient embarrassante. En 1871, l’administration préfectorale s’agace « Bien que ce vœu, plusieurs fois renouvelé, ait régulièrement été adressé au ministère, aucune réponse n’a encore été faite » 5. Tout se passe comme si les États considéraient l’affaire close et la question, somme toute, secondaire. Au-delà de la consultation, la connaissance de l’existence des sources préoccupe érudits et archivistes. Les archives révèlent l’histoire des États, et localement celle du territoire, de ses habitants par le prisme des représentants du pouvoir. Les sources conservées à Turin s’avèrent d’indispensables compléments pour les archivistes départementaux de Haute-Savoie, de Savoie et des Alpes-Maritimes dans leur souci de mettre à disposition des chercheurs le matériau le plus complet. C’est ainsi que le voyage de Turin s’est très tôt imposé aux archivistes français, mêlant le sens du devoir, le plaisir et la curiosité intellectuels, quand ce n’était pas la gourmandise des mets et vins piémontais. La mention du séjour d’archivistes départementaux français à l’Archivio di Stato ne manque pas. Le séjour engendre des dépenses qu’il faut justifier. Ainsi le conseil général examine-t-il dans sa séance du 9 juin 1923 « l’autorisation à l’archiviste de se rendre aux Archives de Turin » ; il s’agit de lui rembourser près de 600 francs6 . Pour le comté de Nice, cette tradition connaît un point d’orgue avec la publication bilingue en 2008 d’Alain Bottaro, conservateur aux Archives départementales des Alpes-Maritimes, portant sur les sources d’Ancien Régime conservées à l’Archivio di Stato et embrassant les archives de Cour et les archives camérales7. 2.2 Entre droit des archives et raison d’État (1947-1955) L’opinion publique ne semble pas s’émouvoir de ce transfert. La presse locale (Nice Matin, Le Patriote) aborde les enjeux internationaux (Guerre froide) et la souveraineté territoriale avec l’intégration de Tende et La Brigue et les questions prégnantes du ravitaillement de la population, mais l’enjeu des archives touche peu l’opinion publique. Le titre local Nice Matin se fait l’écho des revendications territoriales, mais reste discret sur les archives. En mars 1946, le titre aborde l’intention française de revendiquer Vintimille, le col de Tende et l’autonomie totale du Val d’Aoste8. 5 Département des Alpes-Maritimes. Conseil général, Session 1871. Rapport du préfet et annexes. Procès-verbaux des délibérations. Nice 1872, p. 43. 6 Département des Alpes-Maritimes. Conseil général, 2e session 1923. Rapport du préfet. Procès-verbaux des délibérations et annexes. Nice 1923, pp. 484-485. 7 A. Bottaro, Les sources de l’histoire du comté de Nice à l’Archivio di Stato de Turin. Ancien Régime (13881792). Le fonti storiche del contado di Nizza all’Archivio di Stato di Torino, Nice 2008. La publication est consultable en ligne à l’adresse https://www.departement06.fr/instruments-de-recherches/les-sources-de-l-histoire-ducomte-de-nice-a-l-archivio-di-stato-de-turin-4389.html. 8 « Nice Matin », 1er mars 1946.
Turin et Nice. Un lien gĂŠo-politique, un lien archivistique
Minutier notaire Cabagni, Tende, pris en charge julliet 1955. Arch.dĂŠp. des Alpes-Maritimes
151
152
Yves Kinossian
L’inventaire du fonds Comté de Nice (XVIIIe siècle), conservé aux Archives d’État de Turin.
Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
153
Pourtant un rapport de l’archiviste départemental Ernest Hildesheimer mentionne en juillet 1946 une lettre du ministre des Affaires Étrangères en date du 18 mars 1946 au président du conseil général, le communiste Virgile Barel, revendiquant les archives du comté de Nice conservées à Turin. Pour le ministre, ces documents ont « place évidemment dans nos bibliothèques »9. Le vœu insatisfait de la décennie 1860-1870 connaît un renouveau au sortir de la Seconde Guerre mondiale. La question de la rétrocession des « archives concernant le comté de Nice conservées en Italie » apparaît de façon récurrente dans les rapports annuels d’activités des Archives départementales des Alpes-Maritimes à partir de 1945 ; la rubrique ne disparaît qu’en 1957 s’étant entre-temps étendue à la « remise par l’Italie des archives des territoires rattachés ». Il s’agit de faire jouer l’article 10 de la convention additionnelle de Paris du 23 août 1860, qui procède du Traité de paix de Turin du 24 mars 1860 cédant Nice et la Savoie à la France. L’archiviste Hildesheimer (1941-1978) rappelle que le fonds le plus important est celui de Città e contado di Nizza. Il a été inventorié par ses prédécesseurs, Robert Latouche (1920-1927) et Léo Imbert (1928-1941). Après une inspection des Archives départementales en avril 1945, Hildesheimer reçoit l’encouragement mesuré du ministre de l’Éducation nationale : « Un certain nombre de documents de l’histoire régionale sont encore à Turin : M. Hildesheimer les connaît. On peut espérer que ces documents pourront, après les hostilités, être remis à la France et déposés aux Archives départementales pour compléter le bel ensemble documentaire qui s’y trouve déjà constitué ». L’attente est si élevée qu’Hildesheimer ne se soucie pas d’arguments contradictoires : d’abord la remise des archives bénéficiera aux « études sur notre région et, par extension, [à] la connaissance de l’histoire nationale » (octobre 1945). Puis, après la lettre de Barel (mars 1946), ces archives « ont un caractère strictement local et n’ont d’intérêt que pour l’histoire de notre région » (juillet 1946). Et Hildesheimer de s’enflammer « très précieux pour des Niçois, ces documents ne sont d’aucune utilité à Turin et rien ne justifie par conséquent leur absence de nos dépôts niçois »10. La commission franco-italienne d’experts chargée de l’application de l’article 7 du Traité de paix du 10 février 1947 se réunit à Turin en mai 1949. Nommé par arrêté du 15 février 1949, Hildesheimer est présent. L’article 7 prévoit que « le Gouvernement italien s’engage à remettre au Gouvernement français toutes les archives historiques et administratives antérieures à 1860 qui se rapportent au territoire cédé à la France par le traité du 24 mars 1860 et la convention du 23 août 1860 ». Les travaux d’experts aboutissent à la conclusion du protocole du 31 mai 9
Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 17 juillet 1946). Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapports d’octobre 1945 et juillet 1946).
10
154
Yves Kinossian
1949 sanctionné par la convention du 1er août 1949 entre les deux gouvernements. Dans son rapport annuel d’activités de l’année 1950, Hildesheimer atteste que « les discussions se sont déroulées dans un esprit de compréhension et d’amitié ». Outre le fonds Città e contado di Nizza, celui des Paesi per A e B, les comptes de châtellenies sont inclus dans la rétrocession. Il est convenu que certaines liasses intéressant l’histoire générale des États placés sous la souveraineté de la Maison de Savoie seront maintenues à Turin, contre la réalisation d’un microfilmage par l’Archivio di Stato. C’est notamment le cas du fonds du Port de Villefranche11. L’archiviste Ernest Hildesheimer invoque en 1950 la perspective de remises de documents depuis Turin pour promouvoir l’extension du bâtiment des Archives dont les 5,5 kilomètres linéaires de rayonnages sont saturés. Il obtient le financement de 750 mètres linéaires de rayonnages nouveaux l’année suivante12. Trois caisses comportant des documents issus de la Chambre des comptes de Piémont (comptes de châtellenies, comptes de fermiers, gabelles de 1399 à 1751) sont reçues à Nice en 195113. La principale remise a lieu l’année suivante. C’est la série Città e contado di Nizza, les archives du Port Lympia (Nice), du Port de Villefranche (peu d’originaux sont remis : les documents sont majoritairement microfilmés), des Saluti marittimi, du Fiume Varo, de l’évêché et du clergé régulier de Nice, de la province de Nice et d’Oneille et enfin les rapports des intendants du XVIIIe siècle. En outre, 192 rouleaux de microfilms sont remis aux Archives départementales des Alpes-Maritimes ; ils sont issus des séries Gabelle de Piémont et de Nice, Consoli stranieri, Sénat de Nice, Tasso del Piemonte e contado di Nizza, correspondance des princes relatives à Nice, Lettere di particolari ou correspondance des gouverneurs et intendants de Nice14. La ventilation des documents originaux n’est pas sans surprises : en 1954, les Archives départementales de la Savoie remettent aux Archives départementales des Alpes-Maritimes cinq liasses, quatre registres et 56 rouleaux de microfilms portant sur les Matières économiques (routes et ponts), les Matières de commerce (consulat de Nice), la Gabelle du sel de Nice, les Galères de Villefranche15. Dans la même optique et conformément à l’article XIV du Traité de paix du 10 février 1947, la convention franco-italienne du 6 octobre 1954 dispose le versement aux Archives départementales des Alpes-Maritimes des registres d’insinuation des bureaux de Tende et La Brigue (1610-1816). Le transfert a lieu en juillet 195516 . 11
Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 17 août 1950). Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapports des 17 août 1950 et 7 septembre 1951). 13 Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 7 septembre 1951). 14 Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 17 septembre 1952). 15 Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 13 septembre 1954). 16 H. Moris et M. Baruchi, Répertoire numérique des archives antérieures à 1792. Série C. Administrations provinciales, Nice 1912 [supplément dactylographié]. 12
Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
155
En amont, Hildesheimer a été désigné par le ministre des Affaires Étrangères pour la question des archives des communes touchées par la modification du tracé de la frontière : Tende et La Brigue. Il travaille avec le préfet De Dominicis, inspecteur général du Ministère de l’Intérieur italien et président de la commission italienne des experts civils pour les questions relatives à la nouvelle frontière. Les archives intéressant les biens communaux (cadastre, domaine, forêts, ponts et chaussées, électricité…) et leur attribution posent d’épineux problèmes. Mais c’est pour permettre la continuité du service public qu’on procède sans tarder à la remise des documents d’état civil, les hameaux de Piene et Libre étant devenus français (et rattachés à la commune de Breil-sur-Roya), tandis que ceux de Realdo (commune de Triora, Liguria), Upega, Carnino et Piaggia (commune de Briga Alta, Piémont) dépendant antérieurement de la commune de La Brigue demeurent italiens. L’échange d’état civil est officiellement réalisé à la préfecture des Alpes-Maritimes à Nice le 27 décembre 195017. La question générale des archives est sanctionnée par la décision arbitrale de la commission de conciliation italo-française le 9 octobre 1953 (voies ferrées, cadastre, domaine public, services électriques, notaires de Tende et La Brigue, forêts domaniales, routes, actes historiques portant sur les deux communes). L’accord est signé à Rome le 6 octobre 1954 et prévoit les dispositions portant sur l’attribution de documents originaux ou des opérations de microfilmage. Un arbitrage spécial détermine la délivrance de copies ou d’extraits d’actes notariés conclu avant le 15 septembre 194718 . En 1955, les Archives départementales des Alpes-Maritimes reçoivent les archives allant de 1610 à 1940, dont les actes notariés, ainsi que 21 rouleaux de microfilms de documents historiques concernant Tende et La Brigue et provenant de la collection « Città e contado di Nizza » des Archives d’État de Turin dont les originaux ne pouvaient [nous] être remis, car ils sont inclus dans des fonds intéressant également des localités piémontaises ». Le dernier temps des remises de document pour les Alpes-Maritimes s’ouvre quand, en 1956, le préfet De Dominicis informe Hildesheimer qu’on avait retrouvé aux archives notariales à Rome deux minutiers, des répertoires et trois enveloppes contenant des testaments, issus du notaire mentonnais Attilio Raimondi (février 1941-décembre 1942). Ces documents avaient été mis dans les mains de l’agent préposé au contrôle du service notarial pendant l’occupation italienne de Menton. Hildesheimer, autorisé à recevoir ces documents par le ministre des Affaires Étrangères, les remet à l’étude Pégurier à Menton, détentrice des autres minutes du notaire Raimondi19. 17
Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 7 septembre 1951). Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 8 octobre 1955). 19 Arch. dép. Alpes-Maritimes, 476 W 6 (rapport du 28 octobre 1956). 18
156
Yves Kinossian
Les archives communales de La Brigue déposées aux Archives départementales des Alpes-Maritimes ont fait l’objet d’un classement en 1998. Chronologiquement, le fonds s’étend de 1378 à 1947, avec une lacune de 1814 à 181920. Déposés en juillet 1955, conformément à la convention franco-italienne du 15 septembre 1952, les minutiers des notaires de La Brigue (Fenogli, Lanteri et Banaudi, 1815-1881) ont été classés, comme ceux de Tende (Cabagni, Viale, Bottassi, Musso, Barberis, 1837-1950)21.
3. Un lien archivistique soluble entre Nice et Turin (1955-2017) Après un long sommeil commencé peu avant la Première Guerre mondiale et une frénésie à la fin des années 1950 et dans les années 1960 (Ni mazzo), une politique résolue de classement approfondi des archives du comté de Nice naît à compter des années 1992-1993. Tenant compte des aspirations des chercheurs, c’est le fonds sarde qui est privilégié. Le classement qui prévalait au moment de la remise des documents a été maintenu dans les Alpes-Maritimes. Ainsi, à l’égal de SA dans les départements de Haute-Savoie et de Savoie, a-t-on créé une série Ni. Le cadre de classement réglementaire des Archives départementales en France s’élargit ainsi à une nouvelle série pour les trois seuls départements créés part l’Annexion de 1860. Les documents proviennent des trois sections des Archives d’État de Turin : archives de Cour, archives des Finances, archives camérales. La série compte 128 articles et occupe 24 mètres linéaires22. Les articles, ainsi que d’autres qui n’ont pas été remis en 1952-1953, ont fait l’objet d’un inventaire sommaire papier publié en 193723. Aujourd’hui, la description des archives remises par l’Italie sous la forme d’originaux en 1952-1953 est consultable en ligne. Les Archives départementales des Alpes-Maritimes ne disposent pas moins de 112 microfilms d’archives conservées en originales à l’Archivio di Stato regardant le territoire de l’ancien comté de Nice. Une partie (modeste) est numérisée et consultable en ligne. S’agissant des archives des administrations territoriales de la Restauration 20
Département des Alpes-Maritimes, E depôt 95. Archives communales de La Brigue. Répertoire numérique détaillé dressé par Simonetta Tombaccini-Villefranque, [Nice] 1998 (639 articles ; 90 mètres linéaires). En ligne : http://www.basesdocumentaires-cg06.fr/os-html/comm/home_elab.html (saisir dans la rubrique « origine » : « La Brigue »). 21 Inventaires en ligne : saisir dans commune « Brigue » ou « Tende » : http://www.basesdocumentaires-cg06.fr/os-html/arno/home_elab.html. 22 Saisir « mazzo » dans le champ « analyse » : http://www.basesdocumentaires-cg06.fr/os-html/arca/home_ elab.html. 23 Département des Alpes-Maritimes, Inventaire sommaire du fonds « Città e contado di Nizza » des archives d’État de Turin par MM. R. Latouche et L. Imbert, Cannes 1937.
Turin et Nice. Un lien géo-politique, un lien archivistique
157
sarde (1814-1860), un projet de classement en série B, C et FS (fonds sarde) est engagé résolument dans les années 1992-1993. L’intendance générale de Nice (classement en 2013)24, le sénat de Nice (classement 2002)25, préfecture-tribunal de préfecture-tribunal provincial de Nice (classement 2005)26 , mandements intra et extra-muros de Nice (classement 1993)27, magistrat de santé (classement non daté)28 , consulat de la mer et tribunal de commerce de Nice (classement non daté)29. C’est ensuite les sous-séries 1 à 3 B qui font l’objet d’une reprise de classement et surtout de l’approfondissement de la description des dossiers de procédure (sénat, préfecture, consulat de commerce et de mer)30.
4. Et maintenant ? Pour les Archives départementales des Alpes-Maritimes, la priorité de classement pour l’Ancien Régime (essentiellement XVIIe siècle-1792) porte sur le fonds de l’intendance générale de Nice de 1729 à 1794 (transférée à Tende de 1792 à 1794 : C1-39). Trop sommairement classé et décrit, il demande à être repris, comme le fonds de la viguerie du comté de Vintimille et de la vallée de Lantosque (15151550 : C 102-103) ou celui de l’insinuation du comté de Nice (1610-1792 : C 104-2447, 3020-3061) et son supplément pour Tende et La Brigue (1610-1816 : C 3201-3294)31. 24 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 1 FS. Intendance générale de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2013, 1346 articles. Répertoires mis en ligne : http://www.basesdocumentaires-cg06.fr/os-html/amam/home_elab.html (saisir dans « Cote » : « FS »). 25 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 2 FS. Sénat de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2002, 912 articles (106 mètres linéaires). 26 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 3 FS. Préfecture-tribunal de préfecture-tribunal provincial de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2005, 666 articles. 27 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 4 FS. Mandements intra et extra-muros de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice sd, 208 articles. 28 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 5 FS. Magistrat de santé de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice sd, 192 articles. 29 Pour la sous-série, voir Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la soussérie 6 FS. Consulat de la mer et tribunal de commerce de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice sd, 270 articles. 30 Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la sous-série 1 B. Sénat de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2008, 610 articles (60 mètres linéaires). Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la sous-série 2 B. Préfecture de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2008, 2013, 48 articles (4 mètres linéaires). Département des Alpes-Maritimes, Répertoire numérique détaillé de la sous-série 3 B. Consulat de commerce et de mer de Nice par Simonetta Tombaccini-Villefranque, Nice 2015, 84 articles (5 mètres linéaires). Ces instruments de recherche sont aussi consultables au format pdf à l’adresse : https://www.departement06.fr/expositions-et-publications/instruments-de-recherches-2898.html. 31 H. Moris et M. Baruchi. Répertoire numérique des archives antérieures à 1792. Série C. Administra-
158
Yves Kinossian
Quant à la série Ni mazzo et la fin du classement des sous-séries du Fonds sarde, le contexte a évolué. Au-delà de la pénurie de chercheurs et de la pénurie de moyens, la demande des lecteurs conduit à réviser les priorités. Pour les Archives départementales des Alpes-Maritimes, les objectifs ne sont pas que les sources du comté de Nice. Quid des sources de l’arrondissement de Grasse ? À ce constat s’ajoute la concurrence des sources complémentaires de Monaco (palais princier) et des Archives départementales des Bouches-du-Rhône (intendance de Provence, États et chambre des comptes de Provence). Des perspectives optimistes peuvent néanmoins naître de la convergence de volonté et de moyens que peuvent mobiliser les archivistes italiens et français. Il y aurait sans doute intérêt à travailler à une convention de principe entre l’Union européenne, l’État italien (Archivio di Stato), la Région de Piémont, les trois départements français (Haute-Savoie, Savoie et Alpes-Maritimes) pour - élaborer et mettre en œuvre un projet commun ayant pour objectif la reconstitution de l’instrument de recherche du XVIIIe siècle de l’Archivio di Stato, encodé selon la DTD-EAD en vue de sa mise en ligne. - éventuellement engager un projet de restauration – parent abusivement pauvre des opérations de classement et de numérisation – en vue de la numérisation des documents pour rattacher les images aux descriptions archivistiques32.
tions provinciales. Nice 1912. Répertoire mis en ligne : http://www.basesdocumentaires-cg06.fr/os-html/comm/ home_elab.html (saisir dans « origine » : « La Brigue »). 32 Voir le projet « La manutenzione della memoria territoriale » des Archives d’État de Turin: D. Cereia, Il progetto archivistico sui fondi delle Materie economiche e delle Materie ecclesiastiche dell’Archivio di Stato di Torino, dans ce volume.
Parigi 1947, Roma 1957 Storie di persone e prospettive europee
LEONARDO MINEO Università di Torino
«Uno de’ miei predecessori». Gli archivisti torinesi e la cessione delle carte di Nizza e Savoia * Come sovente si riscontra nella storia degli archivi, non solo quella scritta nei documenti, alcuni eventi sono destinati a rompere la quiete in cui giacciono le carte e con essa quella degli archivisti chiamati a custodirle, eventi la rilevanza dei quali sembra lasciare tracce destinate ad essere trasmesse di generazione in generazione, spesso più – può sembrare paradossale affermarlo a proposito dei templi della memoria documentaria – dalla tradizione orale o dalle suggestioni evocate dalle mura dei vetusti edifici che ospitano gli istituti archivistici. La cessione alla Francia delle carte relative alla Savoia e a Nizza è uno di quegli eventi che rappresenta senz’altro un tornante nella storia dell’Archivio di Stato di Torino e di quanti vi operarono. Analizzando sul lungo periodo le reazioni dello stato maggiore dell’Istituto torinese dinanzi alla questione, aperta nel 1860 e conclusa solo nel 1949, è possibile cogliere continuità e fratture, tradizione e contaminazioni nella vita dell’Istituto torinese nel corso di quasi un secolo, vita che riflette, da un lato, la “grande storia”, risentendo dell’andamento sinusoidale dei rapporti con la potente Sorella latina e, dall’altro, la “storia minuta” dell’evoluzione degli usi degli archivisti subalpini.
1. Alle origini delle rivendicazioni. Il primo lustro postunitario Le origini della vicenda, com’è stato anche di recente ricostruito, risalgono all’indomani della stipula della convenzione franco-sarda di Parigi del 23 agosto 1860, al centro di una lunga trattativa seguita alla fine della seconda guerra d’indipendenza agli accordi di Plombières1. Inizialmente, il Governo francese aveva * Sono state utilizzate le seguenti abbreviazioni: ACS = Archivio Centrale dello Stato; ASTo = Archivio di Stato di Torino; ISIEMC = Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea. I siti web citati s’intendono visitati al 3 gennaio 2019. Ringrazio Davide Bobba per avermi generosamente messo a disposizione i materiali da lui raccolti presso l’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Ilaria Curletti e Roberto De Rose per la loro consueta e preziosa disponibilità. 1 Si veda D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino ceduti alla Francia. Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Torino 2017 e la ricca bibliografia ivi citata a p. 4, nota 3; per la prima fase del contenzioso e le sue implicazioni diplomatiche si veda G. Vedovato, La questione degli Archivi sabaudi tra Italia e Francia: un auspicio, in «Rivista di studi politici internazionali», 78 (2011), pp. 405-416, in particolare pp. 405-412.
162
Leonardo Mineo
proposto a quello italiano lo scambio dei documenti conservati a Torino che riguardassero le province cedute con quelli conservati in quest’ultime e relativi alla famiglia reale. La proposta imperiale, attenta alle istanze dell’erudizione savoiarda, e le perplessità piemontesi, suscitate dal timore di veder così spogliati gli Archivi generali del Regno, trovarono una sintesi nella formulazione dell’articolo 10 della convenzione che dispose, per parte sarda, la cessione di tutti «les archives contenant les titres de propriété, les documents administratifs, religieux et de justice civile, relatifs à la Savoie et à l’Arrondissement de Nice»2. Gli esiti dell’accordo lasciarono, di fatto, inalterata la geografia conservativa delle carte, così com’era venuta definendosi nel corso dell’ultimo secolo e mezzo a riflesso dell’irreversibile processo di italianizzazione della dinastia che vedeva, in quei documenti, le tessere di un mosaico raffigurante la propria storia gloriosa. Al di là delle Alpi quegli stessi documenti rappresentavano, invece, un monumento della propria identità regionale che non poteva essere surrogato da copie o riproduzioni. «Partout on fouille les Archives», ovunque cerchiamo gli archivi, scriveva Eugène Burnier nella prefazione alla sua storia del Senato di Savoia del 1864, ben tratteggiando il contesto nel quale era maturata l’insoddisfazione del mondo culturale savoiardo: Française par le coeur autant que par l’intérêt, notre vieille province éprouve le besoin de se recueillir pour classer ses richesses et montrer à ses soeurs aînées qu’un noble rang lui appartient dans la grande famille gauloise, dont elle a toujours fait partie intégrante3.
Iniziate le schermaglie fin dall’indomani della stipula della convenzione di Parigi, la prima richiesta formale di cessione delle carte relative alla Savoia e a Nizza conservate a Torino risale al 1866. Pur negando la possibilità di risolvere in contraddittorio la questione, il Governo italiano tentò di chiudere la vertenza promuovendo un’indagine sui fondi archivistici torinesi che individuasse delle carte cedibili. La replica di Michelangelo Castelli, direttore generale degli Archivi del Regno4, apriva 2 Raccolta dei trattati e delle convenzioni commerciali in vigore fra il Regno d’Italia e gli stati stranieri compilata per cura del Ministero degli Affari Esteri di S.M. il Re di Sardegna, Firenze 1862, p. 827. Contestualmente, il Governo francese si impegnava a consegnare i documenti relativi alla famiglia reale eventualmente presenti negli archivi governativi delle province acquisite. 3 E. Burnier, Histoire du Sénat de Savoie et des autres compagnies judiciaires de la même province, Paris 1864, I, p. II, ripreso in G. Vedovato, La questione degli archivi sabaudi... cit., pp. 411-412. 4 Nato a Racconigi (To) nel 1808, fu alto funzionario del Ministero dell’Interno e stretto collaboratore di Cavour; insediato da Rattazzi nel 1854 alla guida degli Archivi generali del Regno di Sardegna, ove sarebbe rimasto fino al 1870, Castelli, senatore del Regno dal 1860, morì nel 1875. Si vedano G. Talamo, Castelli Michelangelo, in Dizionario biografico degli italiani, XXI, Roma 1978, pp. 734-740 e P. Gentile, Sentimento, progresso, politica. Michelangelo Castelli, testimone del Risorgimento, in «Rassegna storica del Risorgimento», XCVII (2011), pp. 220-234; sulla direzione di Castelli presso gli Archivi generali del regno si veda L. Mineo, Dai Regi archivi di corte all’Archivio di Stato. Strategie archivistiche e contesto politico-culturale a Torino (1831-1870), in Erudizione cittadina e fonti documentarie. Archivi e ricerca storica nell’Ottocento italiano (1840-1880), Atti del convegno (Verona,
«Uno de’ miei predecessori»
163
alla possibilità di consegnare 30 documenti «concernenti alcuni paesi» già ceduti nel 1764 dalla Francia al Regno di Sardegna, 13 registri di consegnamenti feudali della Savoia trasferiti a Torino nel 1860 dall’Archivio governativo di Chambéry, un cospicuo numero di manoscritti acquistati a Parigi nel 1822 da Prospero Balbo e donati ai Regi Archivi di Corte nel 1822; infine, nucleo assai consistente, le pratiche relative alle province cedute di competenza del Ministero dell’Interno dal 1814 al 1860 e i processi verbali di pubblicazione delle leggi del Ministero di Finanze5. Il rilancio della diplomazia francese, disposta ad accettare parte dei documenti offerti relativi a Nizza e Savoia, ma interessata ora anche agli archivi della Corsica conservati presso gli Archivi governativi di Genova6, provocò il fermo diniego della controparte italiana, ponendo momentaneamente fine alla questione. Sarebbe riduttivo leggere l’offerta iniziale di Castelli alla luce della deferenza dovuta al potente alleato, in quel momento arbitro influente dei destini del neonato Regno d’Italia. Assai più utile a lumeggiare quell’apertura, il ruolo ancora incarnato in quel momento dall’Archivio di Torino e le dinamiche che ne avevano governato l’evoluzione a partire dai primi anni Trenta: siamo nel 1866 e l’Istituto torinese risultava, in quel momento, ancora più un’emanazione degli ex Regi Archivi di Corte, che non l’espressione d’identità del neonato Stato unitario7. I Regi Archivi di Corte avevano incarnato le caratteristiche proprie degli arsenali di autorità di antico regime, “costruiti” mediante continui ordinamenti seguiti ad acquisizioni e cessioni, più o meno forzose8: un tesoro di carte destinato a raccogliere da qualunque provenienza – geografica ed istituzionale – e conservare, fior da fiore, tutta la documentazione in grado di supportare strategie politiche, corroborare prerogative e testimoniare diritti patrimoniali del potere del quale erano diretta emanazione. Anche nel corso dell’Ottocento, pur mutando la finalità del nesso conservazione-uso delle carte, i Regi Archivi, ormai più istituto di storia che 22-24 ottobre 2015), a cura di A. Giorgi, S. Moscadelli, G.M.Varanini, S. Vitali, Firenze 2019, pp. 223-257, in particolare pp. 248-254. 5 La vicenda è dettagliatamente ricostruita sulla scorta dei carteggi originali nel «Parere del direttore del Regio archivio di stato di Torino» Giovanni Sforza del 14 settembre 1907 in ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3768 poi sinteticamente ripreso in Rivendicazione alla Francia degli archivi della Savoia conservati nel R. Archivio di Stato. Relazione della Commissione speciale, Roma 1907, pp. 8-9. 6 Il governo francese nel novembre 1866 si era detto disposto ad accettare l’offerta dei documenti già ceduti al Regno di Sardegna nel 1764, degli affari di competenza del Ministero dell’Interno e dei registi di consegnamenti feudali (ibid., pp. 9-10). Sui destini degli archivi del dominio genovese in Corsica in conseguenza della cessione dell’isola nel 1768 alla corona di Francia si veda S. Gardini, Archivi e sovranità: le carte genovesi in Corsica all’indomani della cessione dell’isola (1768), in «Le Carte e la Storia», XXI (2015), 1, pp. 159-172. 7 Sul nesso continuità/rottura nell’impianto degli Archivi di Stato italiani all’indomani dell’Unità si veda S. Vitali, Dall’amministrazione alla storia, e ritorno: la genesi della rete degli archivi di Stato italiani fra la Restaurazione e l’Unità, in Erudizione cittadina e fonti documentarie... cit., pp. 21-69, in particolare pp. 50-60. 8 Per una serrata cronologia del processo di formazione, gestione e ordinamento del corpus documentario dei Regi Archivi di Corte si veda il sempre utile G. Fea, Cenno storico sui Regi Archivi di Corte, 1850, a cura degli Archivisti di Stato di Torino, Torino 2006.
164
Leonardo Mineo
non di governo9, continuavano – soprattutto per chi vi operava – a rappresentare, nel panorama conservativo del Regno di Sardegna, la sede naturale di tutte le carte «riflettenti a materie di Stato e di governo e concernenti la storia della real casa di Savoia»10 a prescindere dalla loro effettiva provenienza, elemento del resto destinato a perdere importanza una volta ricollocate nello schema ordinamentale delle “materie” di ispirazione settecentesca. Nessun altro soggetto nei Regi Stati dunque, foss’anche pubblico11, era legittimato a conservare documentazione di tal fatta e con l’avvento del regime statutario dopo il 1848, cessato cioè formalmente il diretto legame con la dinastia, si mantenne desta negli archivisti sabaudi la preoccupazione di provvedere al recupero di carte che per natura o contenuto avrebbero ben figurato nelle guardarobe dei saloni juvarriani. Concorrevano tradizionalmente al processo di costruzione del tesoro documentario della Monarchia la rivendicazione di atti perduti in virtù di vicende belliche, lo scambio di documenti con studiosi e collezionisti (spesso le due figure coincidevano), la cessione ad altre istituzioni statali o pubbliche di carte d’interesse prettamente locale o di natura amministrativa senza trascurare, extrema ratio, la distruzione di quelle ritenute ormai di nessuna utilità pratica12. La cauta apertura di Castelli alla prima richiesta francese del 1866, per quanto concerne il materiale più antico, risultava dunque ispirata da un sapiente impasto di realpolitik diplomatica e tradizione archivistica subalpina, vestale fedele della quale fu l’ultima generazione lunga degli archivisti piemontesi, formatisi in età preunitaria e destinati ad operare a cavaliere dell’Unità13. Questi ultimi erano stati, loro malgrado, testimoni della riforma cavouriana dell’amministrazione centrale del 1853, che aveva però posto le basi per la messa in discussione del tradizionale ruolo incarnato dagli ex Regi Archivi di Corte, disponendo il versamento in blocco, senz’altra selezione, delle «pratiche ultimate» dei ministeri 9 In generale, sull’evoluzione della natura e della funzione svolta dai Regi Archivi di Corte a partire dall’avvento al trono di Carlo Alberto nel 1831 fino alla costituzione nel 1870 del Regio archivio di Stato di Torino si veda Mineo, Dai Regi archivi di corte... citato. 10 Così nelle «Memorie per affari dei Regii Archivi di Corte da proseguire o da intavolare» redatte nel 1832 dal regio archivista Luigi Nomis di Cossilla (ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1, fasc. 12). 11 Significative in tal senso le decennali querelles con le città di Genova e di Casale, come pure anche con istituzioni statali, poco disposte invece a vedersi privare del più pregiato portato documentario della loro antica grandezza, come la Camera dei conti (L. Mineo, Dai Regi archivi di corte ... cit., pp. 239-241) o gli Archivi governativi di Genova (P. Caroli, «Note sono le dolorose vicende ...»: gli archivi genovesi fra Genova, Parigi e Torino [1808-1952], in Spazi per la memoria storica. La storia di Genova attraverso le vicende delle sedi e dei documenti dell’Archivio di Stato, Atti del convegno internazionale [Genova, 7-10 giugno 2004], a cura di A. Assini e P. Caroli, Roma 2009, pp. 273-387). 12 Su tali dinamiche si vedano i numerosi esempi riportati in L. Mineo, Dai Regi archivi di corte... citato. 13 Sull’avvicendarsi delle leve archivistiche presso l’Istituto torinese in quel torno di anni si veda Repertorio del personale degli archivi di Stato (1861-1918), a cura di M. Cassetti, Roma 2008, I, pp. 15-17; più in generale sul rapporto fra quest’ultime e le generazioni di storici sabaudisti, organici alla monarchia, si veda U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazioni del Risorgimento, Torino 1992.
«Uno de’ miei predecessori»
165
Michelangelo Castelli (1808-1875), direttore generale degli Archivi del Regno dal 1854 al 1870. ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, mazzo 1232, fasc 4288
166
Leonardo Mineo
agli Archivi generali del Regno. Essi si erano così trovati nella condizione di opporre una resistenza via via sempre più debole dinanzi alla pressione quantitativa di carte che improvvisamente avevano cessato di avere ogni utilità pratica, che non mostravano alcun valore dal punto di vista storico e che, tuttavia, dovevano in qualche modo trovare un ricovero. Opponendo l’antico ruolo degli Archivi generali del Regno di custodi di un selezionato tesoro, si tentò a più riprese di risparmiar loro il destino di deposito generale delle scritture di tutti i ministeri. Fu però la rivoluzione toccata agli archivi dei dicasteri traslocati a Firenze nel 1865 a indurre alla resa l’Istituto torinese, obbligandolo a farsi carico sebbene di malavoglia dell’ingombrante eredità documentaria14, comprese le pratiche relative a Nizza e Savoia offerte, forse senza troppi rimpianti, da Castelli al Secondo Impero nel 1866.
2. «Per un riguardo di cortesia istituzionale». La Commissione Gorrini (1906-1908) Il novello Stato unitario non aveva però soltanto comportato la traslazione della capitale da Torino a Firenze: la sua costituzione aveva creato infatti un vero e proprio crogiuolo archivistico nel quale avevano finito col rapportarsi prassi amministrative, consuetudini inveterate e diverse concezioni nell’approccio ai lavori d’archivio. Il credo di Francesco Bonaini – e con il suo quello degli archivisti veneti e napoletani – era uscito sconfitto dal punto di vista organizzativo nel 1870 negli esiti della commissione presieduta dal conte Luigi Cibrario15, aveva finito però col divenire il pensiero forte dal punto di vista metodologico, canonizzato dalla legge archivistica del 1875 e destinato a rivestire con una patina uniforme – senza forse cambiarle alla radice – le prassi delle molte patrie archivistiche che componevano (e forse compongono ancora) il nostro paese16 . Canoni come quello del rispetto dell’integrità dei fondi e del principio di provenienza finirono così nel trovare cittadinanza anche fra gli archivisti di Stato 14
Su tale processo si veda L. Mineo, Dai Regi archivi di corte... cit., pp. 251-253 Il dibattito in merito alla collocazione istituzionale degli archivi di Stato in età postunitaria trovò, com’è noto, conclusione nei lavori della commissione nominata nel 1870 che si pronunciò, di fatto, in favore della loro affiliazione al Ministero dell’Interno rispetto a quello dell’Istruzione, soluzione quest’ultima caldeggiata, in particolare, da Francesco Bonaini. Sul tema si rimanda al classico A. D’Addario, La collocazione degli Archivi nel quadro istituzionale dello stato unitario. I motivi ottocenteschi di un ricorrente dibattito (1860-1874), in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV (1975), pp. 11-115. 16 Sul «particolarismo» che ha caratterizzato le patrie archivistiche italiane si veda I. Zanni Rosiello, Archivi e memoria storica, Bologna 1987, in particolare pp. 33 sgg. nonché, più di recente, le acute riflessioni di Stefano Vitali, secondo il quale il processo di creazione del sistema archivistico del Regno d’Italia sancì «la sostanziale sopravvivenza, all’interno di un involucro unitario, delle strutture archivistiche ereditate dagli Stati preunitari» (S. Vitali, Gli archivi di Stato italiani fra memoria nazionale e identità locali, in «Le carte e la storia», XVII [2011], 2, pp. 119-129, in particolare p. 121). 15
«Uno de’ miei predecessori»
167
torinesi, entrati in servizio a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento17. Furono questi che si trovarono a fronteggiare, dopo oltre un quarantennio, le nuove rivendicazioni francesi, avanzate per via diplomatica a partire dal 1906 ed aventi ad oggetto, questa volta, soprattutto l’archivio della Camera dei conti18 . È ad un archivista torinese, formato però negli Archivi di Stato di Firenze e di Siena e destinato a lasciare il segno nella storia dell’archivistica, non solo italiana, Eugenio Casanova19, che si deve l’approntamento dei capisaldi lungo i quali si snoderà la linea di difesa degli archivisti subalpini rispetto alle rivendicazioni francesi, reiterate per tre volte nella prima metà del Novecento, fino alla capitolazione imposta dal Trattato del 1947. Casanova, capo della Sezione Camerale, la III, dell’Archivio di Stato di Torino dal 1903 fino al 1907, in una lunga e chiarissima relazione rivendicava con forza l’organicità dell’Archivio dell’antica Camera dei conti, peraltro già fortemente depauperato nel corso dei secoli dalle numerose cessioni di atti agli Archivi di Corte, descrivendo per ciascuna serie, connessioni e vicendevoli relazioni, impossibili da dipanare senza procedere ad una vera e propria mutilazione dell’intero complesso documentario: sì come nei tempi più recenti, gli atti governativi e sovrani emanavano da Torino, capitale del Regno, e raccoglievansi in serie promiscue ad una parte e all’altra dello Stato, così nei tempi più remoti sede del Governo, dimora abituale del Principe era la Savoia, da questa Provincia si promulgavansi gli atti che concernevano anche il Piemonte e nelle serie promiscue d’allora raccoglievansi, dove oggi ancora si trovano. Se per esprimere archivisticamente questi due momenti storici della vita di uno Stato, oggi ancora noi 17 Il primo archivista assunto dopo l’Unità presso l’Archivio di Stato di Torino fu Luigi Vaccarone, nel 1878; seguirono, fra gli altri, Alessandro Baudi di Vesme e Umberto Dogliotti nel 1881, Giovanni Battista Rossano nel 1891 e Giancarlo Buraggi, entrato come alunno nel 1903 (Repertorio del personale... cit., I, pp. 123 sgg.). Per una prima riflessione sul confronto fra il modus operandi degli archivisti subalpini e i dettami bonainiani nella loro declinazione postunitaria si veda L. Mineo, Dai Regi archivi di corte... cit., pp. 250-251. 18 Sulla genesi e lo sviluppo di questa seconda fase delle rivendicazioni francesi si veda D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino… cit., pp. 13-15. In generale, sull’Archivio Camerale si veda P. Rück, L’ordinamento degli archivi ducali di Savoia sotto Amedeo VIII (1398-1451), Traduzione di S. D’Andreamatteo, Prefazione di I. Soffietti, Roma 1977 (Ed. orig. 1971), pp. 29-32, 47-56 e M.P. Niccoli, La Camera dei conti, in Ministero per i beni culturali e ambientali – Ufficio centrale per i Beni archivistici, L’Archivio di Stato di Torino, a cura di I. Massabò Ricci e M. Gattullo, Firenze 1995, pp. 41-45 (I Tesori degli Archivi), nonché il contributo Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia, nel presente volume. 19 Nato a Torino nel 1867, Eugenio Casanova entrò nel 1886 come alunno di I prima categoria presso l’Archivio di Stato di Firenze, ove rimase in servizio in qualità di sottoarchivista fino al 1899, quando fu trasferito all’Archivio di Stato di Siena. Nel 1903, ormai archivista di Stato, prese servizio presso l’Archivio di Stato di Torino dal quale, nel 1907, partì alla volta della direzione dell’Archivio di Stato di Napoli. Dal Grande Archivio partenopeo nel 1915 fu trasferito a Roma, ove assunse la direzione dell’Archivio di Stato di Roma che mantenne fino al 1933, anno del suo collocamento a riposo. Su Eugenio Casanova e sul suo ruolo nello sviluppo della disciplina archivistica si veda l’amplissima bibliografia riportata in Repertorio del personale... cit., I, pp. 438-440, 687-698. Sugli anni torinesi di Casanova, con riferimento a una vicenda particolare della sua attività professionale, si veda D. Brunetti, Eugenio Casanova a Busca nell’estate del 1905, in «Archivi», II (2007), 2, pp. 103-115., in particolare pp. 113-115.
168
Leonardo Mineo
si nominano queste ultime Carte della Savoia, mentre le altre vengono appellate Carte del Piemonte o di Sardegna, non bisogna concludere che vi sia tra loro una distinzione perfetta per regione, sì da poter separare nettamente gli atti relativi ad una di esse da quelli riferentisi all’altra. Tale distinzione non esiste se non nella mente di chi non abbia mai veduto un solo dei nostri registri, ovvero di chi l’abbia preoccupata da malsana cupidigia. Per fare materialmente una tale divisione sarebbe d’uopo sbranare tutti i registri, stracciare ogni rotolo di pergamena, separare con affilatissimo rasoio ambe le facciate di una medesima carta, senza neppur riuscire, poi, nell’intento desiderato.
Il nodo della questione per l’archivista torinese non era tanto individuare questa o quella serie di atti da poter cedere come fatto fino ad allora, quanto invece riferirsi alla natura stessa della documentazione che impediva qualsiasi concessione: son documenti che riguardano lo Stato, un dì appellato il nome di Contea o Ducato di Savoia, in sé stesso come ente sovrano, e non le sue singole parti, come sarebbero gli attuali dipartimenti francesi della Savoia. Emanano dall’Autorità sovrana governativa e tutto quanto il territorio concernono e non una sola e speciale località20.
Dal punto di vista metodologico, il rapporto di Casanova costituì il nerbo della relazione trasmessa poi al Ministero dell’Interno da Giovanni Sforza21, direttore dell’Archivio di Stato di Torino dal 190322. Per parte sua Sforza, impegnato fin dal suo arrivo in Piemonte in un’alacre attività di studi sul Risorgimento, mostrava di essere in piena sintonia con l’impronta ideologica del coeso sodalizio sabaudista che reggeva le sorti dell’Istituto torinese23, ribadendo in quel frangente che 20 Si veda la «Relazione del capo della Sezione III del R. Archivio di Stato in Torino sulla domanda del governo francese tendente ad ottenere la cessione delle carte della Savoia» del 25 febbraio 1907 in ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3768. 21 Si confronti la Relazione di Casanova, per larghissimi tratti ripresa de verbo ad verbum nel «Parere del direttore del R. Archivio di Stato di Torino» del 14 settembre 1907 (ibidem). 22 Nato a Montignoso (Ms) nel 1846, Giovanni Sforza era entrato nel 1865 come volontario nell’Archivio di Stato di Lucca, ove si era formato sotto il magistero di Salvatore Bongi rimanendovi fino al 1887, eccettuata una breve parentesi all’Archivio di Pisa. Nel 1887 assunse la direzione dell’Archivio di Stato di Massa di cui curò l’istituzione. Nominato direttore dell’Archivio di Stato di Torino nel 1903, fu collocato a riposo nel 1918, rimanendo a lungo membro del Consiglio superiore degli archivi. Morì a Montignoso nel 1922. Su Sforza si veda Repertorio del personale... cit., I, pp. 341-343. 23 Si pensi ad esempio alle severe critiche mosse da Sforza all’opera storiografica di Nicomede Bianchi, successore di Castelli alla guida dell’Archivio di Stato di Torino dal 1870 al 1886 ed espressione, nell’ambito della seconda generazione degli storici sabaudisti, del laicismo moderato di stampo cavouriano, che rappresentava l’altera pars rispetto al cattolicesimo di stretta osservanza di Antonio Manno. L’avvento nel 1886 alla direzione di Emanuele Bollati di Saint Pierre, protetto di Manno, segnerà la «reconquista clerico-moderata» dell’Archivio di Stato, nel cui solco si muoverà Giovanni Sforza. Sui legami della seconda leva di storici piemontesi “sabaudisti” e il loro stretto rapporto con l’Archivio di Stato di Torino si veda U. Levra, Fare gli italiani… cit., pp. 173-298, in particolare p. 256 da cui è tratta la citazione e Id., Gli storici “sabaudisti” nel Piemonte dell’Ottocento: personaggi, istituzioni, carriere, reti di relazioni, in Politica e cultura nel Risorgimento italiano. Genova 1857 e la fondazione della Società Ligure di Storia Patria, Atti del convegno (Genova, 4-6 febbraio 2008), a cura di L. Lo Basso, Genova 2008, pp. 113-125; sul giudizio di Sforza su Bianchi si veda G. Sforza, Uno storico del Risorgimento italiano. Nicomede Bianchi, in «Rassegna storica del Risorgimento», IV (1917), II-III, pp. 213-266 e W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, Torino 1962, pp. 289-302.
«Uno de’ miei predecessori»
169
nei documenti chiesti dalla Francia, a nome degli eruditi della Savoia, è immedesimata la storia della Dinastia, che, dopo tanti secoli di dolori e lotte e speranze, dette agli Italiani una patria; è immedesimata la storia del vecchio e forte Piemonte, che nel Risorgimento nazionale ebbe tanta e così gloriosa parte. L’Italia né può né deve disfarsene24.
Le due relazioni rappresentarono l’ossatura di quella trasmessa al Ministero degli Esteri dalla commissione speciale investita del compito di affrontare in via riservata la questione e composta da Sforza, Paolo Boselli e Antonio Manno, rappresentanti della Real casa, e dal relatore Giacomo Gorrini, alto funzionario degli Esteri25, tutti membri del Consiglio superiore degli archivi, affiancati, in qualità di segretario, dall’archivista torinese Giovanni Battista Rossano26. La commissione, in stretto contatto col sovrano Vittorio Emanuele III, per «un riguardo di cortesia internazionale» e per concludere la vicenda, aveva ipotizzato la cessione di alcune serie «a titolo di graziosa cessione»27. Tali «seriette» erano state individuate, obtorto collo, «per ordine espresso verbale» del direttore da Casanova, fortemente contrario invece a qualsiasi cedimento che avrebbe potuto creare un pericoloso precedente dando così «l’adito a nuove richieste, a nuove insistenze»28. L’offerta italiana riformulava l’antica proposta di Castelli che individuava nell’Archivio Camerale e in quello di Corte, non senza forzature, le serie di atti veramente savoiarde, quelle cioè che sono state separate fin dall’origine, o che riuscirono archivisticamente distinte, che costituiscono serie o collezioni archivistiche speciali, che riguardano interessi materiali e ancora per qualche parte 24
Cfr. supra nota 21. Nato a Molino di Torti (Al) nel 1859, fu nominato direttore degli archivi del Ministero degli Affari Esteri nel 1886. Tra i numerosi incarichi ricoperti, fu delegato del Ministero degli Affari Esteri nella Commissione De Paoli per il riordinamento degli archivi delle amministrazioni centrali e a lungo membro del Consiglio superiore degli archivi. Console a Trebisonda nel 1909, fu particolarmente attivo nel denunciare il genocidio del popolo armeno. Morì a Roma nel 1950. Sulla partecipazione di Gorrini ai lavori della Commissione speciale per la rivendicazione alla Francia degli archivi della Savoia si vedano ACS, Carte Giacomo Gorrini, scatole 1, 3 e 4. 26 Nato a Torino nel 1871, Rossano era entrato nei ranghi dell’Amministrazione archivistica nel 1891 in qualità di alunno di I categoria presso l’Archivio di Stato di Torino. Direttore dell’Archivio di Stato di Siena dal 1912, Rossano fu nominato nel 1914 ispettore generale degli archivi di Stato per divenire, nel 1920, capo di gabinetto del Ministero dell’Interno nell’ultimo governo Giolitti. Rossano morì nel 1921 mentre attendeva al progetto di riforma degli archivi di Stato. Su Rossano, oltre al Repertorio del personale… cit., I, pp. 489-490, si vedano anche E. Re, Giovanni Battista Rossano, in «Gli Archivi italiani», VIII (1921), 1, pp. 14-17; A. Giovannelli, Rossano Giovanni Battista, in Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Le biografie dei magistrati (1861-1948), a cura di G. Melis, Milano, 2006, I, pp. 1233-1234; C. Zarrilli, Da Luciano Banchi agli anni Venti del ‘900, in I centocinquant’anni dell’Archivio di Stato di Siena. Direttori e ordinamenti, Atti della giornata di studio (Archivio di Stato di Siena, 28 febbraio 2008), a cura di P. Turrini, C. Zarrilli, Roma 2011, pp. 11-38, in particolare pp. 2930 e M. Capperucci, Direttori e reggenti dell’Archivio di Stato di Siena, pp. 171-174, ibid., in particolare p. 172. 27 Rivendicazione alla Francia… cit., § 7. Elenco delle serie di atti e documenti della Savoja che la commissione propone di offrire alla Francia a titolo di graziosa cessione, pp. 30-39. 28 Lettera del capo della Sezione III al direttore dell’Archivio di Stato di Torino del 27 febbraio 1907, con annotazione del 9 marzo: «Compilata e consegnata, pur protestando di non cedere nulla. Non credo che sarò soddisfatto nelle mie proteste» (ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3768). 25
170
Leonardo Mineo
attuali o viventi della Savoja, e che possono essere tolte dagli Archivi di Torino senza produrre lacune, o guasti, o rovine29.
Riproposti in parte i documenti già offerti nel 1866, la commissione negava, tuttavia, la possibilità di procedere allo scompaginamento della Raccolta Balbo e, soprattutto, delle serie del Ministero dell’Interno relative alle Province di là dai monti, come ventilato da Castelli30. In maniera ben più vivace di quanto esplicitato nella relazione conclusiva della Commissione, Sforza sintetizzava per i suoi superiori la definitiva evoluzione del sentimento archivistico subalpino, stigmatizzando l’antica proposta di Castelli, «uno de’ miei predecessori»: io non so in nessun modo capire, come al senatore Castelli, uomo di mente larga, e di valore vero, sia venuta in mente l’idea infelice di cedere i documenti riguardanti la Savoia, che si trovano mescolati tra le carte del Ministero dell’Interno. È un deturpare e rovinare addirittura l’archivio importantissimo del Ministero dell’Interno31.
Come quarant’anni prima, il mordente delle rivendicazioni transalpine sembrò svanire dinanzi alla controproposta italiana, integrata, in piena continui tà con la tradizione dei Regi Archivi di cui evidentemente Manno era l’attento custode in seno alla commissione, dalla richiesta di restituzione delle numerose carte che avevano preso la via di Francia durante le varie dominazioni negli Stati italiani, in particolare quella napoleonica, al centro degli sforzi vani degli archivisti sabaudi per almeno un trentennio dopo la Restaurazione32. La disponibilità dichiarata dalla Commissione di procedere «all’invio, anche gratuito, delle copie, fotografie e calchi dei documenti richieste dalle autorità e dai cittadini della Savoia, e ad un intrattenimento di favore a loro riguardo» era stata infine accolta nel 1912 dal Governo italiano su nuova richiesta di quello francese33. Pareva così 29
Rivendicazione dalla Francia… cit., p. 30. Furono riproposti i 30 documenti ceduti dalla Francia nel 1764 e i registri di consegne feudali, in realtà soltanto duplicati degli originali conservati presso l’Archivio torinese (ibid., p. 38). 31 ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3768, «Parere del direttore del R. Archivio di Stato di Torino» del 14 settembre 1907. 32 Ibid., pp. 40-43. Sulla missione di Ludovico Costa a Parigi dal 1815 al 1818 si veda G.P. Romagnani, Storiografia e politica culturale nel Piemonte di Carlo Alberto, Torino 1985, pp. 9-10, 48-50; sul tentativo di recupero delle carte del governo provvisorio di età rivoluzionaria individuate a Grenoble si vedano i riferimenti presenti in L. Mineo, Dai Regi archivi di corte... cit., p. 239; sulla rivendicazione del cospicuo nucleo di codici genovesi, comprendenti fra gli altri gli Annali di Caffaro e i Libri iurium, si veda P. Caroli, «Note sono le dolorose vicende ... » ... cit. In generale, sul progetto napoleonico di concentrazione a Parigi degli archivi dei territori annessi all’Impero si veda il recente M.P. Donato, Gli archivi del mondo. Quando Napoleone confiscò la storia, Roma-Bari 2019 e, con particolare riferimento al caso torinese, le pp. 31-34. 33 Dinanzi alla richiesta francese di dar seguito all’offerta della Commissione di cessione gratuita di copie per gli studiosi si aprì in Consiglio superiore degli archivi un dibattito fra quanti ritenevano poco opportuno un simile regime di favore e quanti, invece, ritenevano che un diniego avrebbe potuto dar di nuovo la stura alle richieste degli originali. In particolare, il presidente Paolo Boselli opinava che, «trattandosi di documenti attinenti alle funzioni di governo», fosse particolarmente rischioso non esercitare alcun controllo. L’accordo fu trovato concordando la pro30
«Uno de’ miei predecessori»
171
Giovanni Sforza (1846-1922), direttore dell’Archivio di Stato di Torino dal 1903 al 1918. ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, mazzo 1232, fasc 4288
finalmente risolta la questione e con essa le rivendicazioni savoiarde, complice, sosteneva Manno in Consiglio superiore degli archivi, la destinazione ad altra sede dell’archivista degli Archivi dipartimentali dell’Alta Savoia che, «dato il suo cedura: le domande di copie avrebbero dovuto essere trasmesse dal Consolato francese al Ministero dell’Interno in modo da poterne preventivamente vagliare l’opportunità (verbale della seduta del Consiglio superiore per gli archivi n. 181 del 25 novembre 1912. I verbali sono disponibili all’indirizzo http://dl.icar.beniculturali.it/cons_new/).
172
Leonardo Mineo
fervore pel ricupero delle carte Savoiarde, avrebbe potuto avere pretese che altri difficilmente accamperanno»34.
3. «La ripresa di questa offensiva archivistica». Fra le due guerre mondiali La guerra divampata nel 1914 tacitò le ostilità sul fronte archivistico occidentale italiano innescando, tuttavia, su quello orientale un nuovo tourbillon di archivi e archivisti, coinvolti in trasferimenti precipitosi, rivendicazioni e cessioni imposte. Gli archivisti italiani si trovarono coinvolti in una vera e propria archivomachia che sembrò interessare l’Europa in quel torno di anni a margine della guerra guerreggiata. Fu innanzi tutto una battaglia di offesa, come quella condotta nei confronti degli archivi dell’ex Impero austro-ungarico, sui destini dei quali finirono per essere arbitri influenti molti degli archivisti torinesi, forti dell’esperienza maturata una dozzina di anni prima nel rintuzzare le richieste francesi. Giovanni Battista Rossano, nelle vesti di ispettore generale archivistico, ed Eugenio Casanova, coadiuvati fra gli altri da Giovanni Carlo Buraggi ed Edoardo Malvano, entrambi archivisti di Stato a Torino35, furono tra i protagonisti dei lavori di ricognizione e delle trat34 Manno si riferiva a Max Bruchet, in servizio in Alta Savoia dal 1892 al 1908, che nel 1900 aveva dato alle stampe uno studio sulla storia della Camera dei conti di Chambéry giovandosi dei documenti conservati a Torino (M. Bruchet, La Chambre des comptes de Savoie et ses Archives, communication faite au Congrès des sociétés savantes savoisiennes tenu à Chambéry en 1899, Chambéry 1900), oltre a numerosi studi e repertori di fonti sulla Savoia. Dopo la sua morte, nel 1929, uscì postumo il suo repertorio di fonti per la storia della Savoia (Id., Repertoire des source de l’histoire de Savoie, in «Revue des bibliotheques», 39 [1932], pp. 59-131, 335-378; 40 [193334], pp. 324-350). Su Bruchet si vedano i contributi di Hélène Maurin, Les archivistes de Haute-Savoie et les fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui) e Bruno Galland, Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français nel presente volume e, per un’analitica rassegna della sua produzione scientifica J. Coppier, Max Bruchet (18681929), archiviste de la Haute-Savoie, un historien ami de l’Académie de Savoie. Discours prononcé à l’Académie des Sciences, belles lettres et arts de Savoie, 2016 (consultabile all’indirizzo https://www.academiesavoie.org/images/ discours/Communication_Max_Bruchet.pdf ). 35 Nato a Finale Ligure (Savona) nel 1881, Giovanni Carlo Buraggi entrò nel 1903 come alunno di II categoria in Archivio di Stato di Torino, dove trascorse gran parte della sua carriera, fatta eccezione per una breve parentesi fra 1930 e 1931 quando diresse l’Archivio di Stato di Genova. Direttore dell’Archivio di Torino dal 1932, fu protagonista delle operazioni di evacuazione del materiale archivistico sotto l’incalzare dei bombardamenti alleati, durante uno dei quali, peraltro, andò completamente distrutta la sua abitazione. Libero docente di Storia del diritto italiano, membro dell’Accademia delle scienze di Torino e della Deputazione subalpina di storia patria, fu collocato a riposo nel 1947, divenendo membro del Consiglio superiore degli archivi. Morì a Torino nel 1978. Edoardo Malvano nacque nel 1874 a Torino, divenendo prima commesso d’ordine nel 1906, poi alunno di I classe nel 1908 presso l’Archivio di Stato di Torino, ove percorrerà tutta la carriera. Sospeso dal servizio con d.m. del 5 settembre 1938 perché di razza ebraica, Malvano non incappò nella dispensa dal servizio per motivi razziali che sarebbe scattata il 19 novembre ai sensi del r.d.l. 17 novembre 1938, n. 1728, perché, grazie ai buoni uffici di Buraggi, risultò aver presentato domanda di collocamento a riposo per raggiunti limiti di età già dal 27 ottobre. Malvano morì a Torino nel 1958. Sullo stato matricolare dei due archivisti torinesi si veda Repertorio del personale ... cit., I, pp. 574-576, 594-595. Sulla vicenda legata al collocamento a riposo di Malvano si veda Repertorio del personale degli archivi di stato (1919-1946), a cura di M. Cassetti, U. Falcone, M.T. Piano Mortari, Roma 2012, II, pp. 124-131, in particolare p. 126 e la relativa pratica “riservata” in ASTo, Archivio storico dell’Archivio
«Uno de’ miei predecessori»
173
tative per il recupero degli archivi delle «Terre liberate» in sede di conferenza di pace36 . In quel contesto si riaffermò il principio che la restituzione degli atti rivendicati da parte italiana fosse circoscritta a quelle serie che, in tempi diversi, erano state asportate dagli Asburgo dai territori ora annessi al Regno d’Italia, limitando l’applicazione del principio di territorialità ai soli atti indispensabili a garantire la continuità amministrativa nelle nuove province37. A un’applicazione integrale di quest’ultimo principio, faceva invece appello la nuova «offensiva archivistica» mossa nel 1919 dal Governo francese per tutti gli atti relativi alla Savoia conservati a Torino38 . A condurre le operazioni di difesa dalla direzione dell’Archivio di Stato di Torino non fu più Sforza, collocato a riposo l’anno precedente, ma Alessandro Luzio39, giunto da Mantova sul finire del 1917 insieme alle carte dell’Archivio Gonzaga precipitosamente sfollate sotto la minaccia dell’esercito austriaco dopo la rotta di Caporetto40. Le nuove rivendicazioni francesi furono più circostanziate ed estese anche all’antico Archivio di Corte, fino a quel momento sostanziamente ignorato, ma oggetto delle lunghe ricerche condotte dagli studiosi savoiardi sulle carte e sugli inventari torinesi negli anni precedenti41. “Marchio di fabbrica” dell’Istituto, in stretta continuità col clima di di Stato, b. 1226, fasc. 4283, nonché A. Capristo, G. Fabre, Il registro. La cacciata degli ebrei dallo Stato italiano nei protocolli della Corte dei conti 1938-1943, Bologna 2018, p. 85. 36 Su tali vicende si veda E. Casanova, Rivendicazioni archivistiche dall’Austria, in «Archivi italiani», VIII (1921), 3, pp. 89-94 e il Repertorio del personale… cit., I, pp. 170-172, nonché il contributo di R. Pittella, Storia, memoria e identità nazionale. Gli archivi restituiti all’Italia dall’Austria-Ungheria a termine della Grande Guerra, in questo volume. 37 Le vicende legate alle rivendicazioni francesi della carte conservate a Torino e ai destini degli archivi asburgici sono alla base delle riflessioni sviluppate da Casanova nel suo manuale (E. Casanova, Archivistica, Siena 1928, pp. 213-215 e 391-396). Sul rapporto fra principio di provenienza e principio di territorialità si veda P. Carucci, Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione, Roma 1983, pp. 223, 228. 38 La definisce tale il parere del direttore dell’Archivio di Stato in seno alla commissione convocata ad hoc (ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3769, alla data 21 dicembre 1919. 39 Nato a San Severino Marche (Mc) nel 1857, Alessandro Luzio divenne direttore dell’Archivio di Stato di Mantova nel 1899 dopo aver lungamente esercitato la professione giornalistica che lo aveva costretto, fra il 1893 e il 1898, all’esilio a Vienna a seguito di una condanna per diffamazione a danno del deputato Felice Cavallotti. Nominato direttore dell’Archivio di Stato di Torino nel 1918, vi rimase fino al 1931, anno del suo collocamento a riposo. Membro del Consiglio superiore degli archivi, poligrafo, concentrò i suoi interessi di ricerca sulla storia del Risorgimento, della quale ottenne la libera docenza. Accademico dei lincei e d’Italia fino alla sua espulsione per l’adesione alla Repubblica sociale, morì nel 1946. Su Luzio si vedano R. Pertici, Luzio Alessandro, in Dizionario biografico degli italiani, 66, Roma 2006, pp. 708-712 e gli atti del convegno di studi Alessandro Luzio dal Risorgimento al Fascismo (Mantova, 15 novembre 2008) pubblicati nel «Bollettino storico mantovano», n.s., 8 (2009): R. Pertici, Alle origini della storiografia del Risorgimento: la “carriera” di Alessandro Luzio prima della grande Guerra, pp. 9-33; M. Carrattieri, Capelli bianchi e camicia nera: Alessandro Luzio e il fascismo, pp. 101-118; D. Ferrari, Alessandro Luzio archivista, pp. 119-140. 40 Sul punto di vista torinese sull’operazione si veda ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 358, fasc. 1523. 41 Ad esempio, nel 1877, complici i suoi buoni rapporti col capo della Sezione I dell’Archivio di Stato di Torino, Emanuele Bollati di Saint Pierre, poi direttore dell’Istituto dal 1886 al 1903, l’erudito savoiardo Amédée de Foras era stato ammesso con l’autorizzazione del Ministero dell’Interno a consultare carte e inventari relativi
174
Leonardo Mineo
favore con cui in età preunitaria erano state agevolate le ricerche del sodalizio della Deputazione di storia patria42, la liberalità con la quale erano stati accolti gli eruditi d’oltralpe giunse perfino a divenire un argomento a favore di quanti, in Consiglio superiore degli archivi, in sede di redazione del regolamento per gli archivi di Stato del 191143, avevano invano auspicato una generalizzata stretta sulla comunicazione agli studiosi degli inventari, «essendosi in passato verificato che con la consultazione di essi si voleva giungere in possesso di indicazioni e notizie in cose alle quali poter avanzare pretese per recupero di atti»44. Rispetto a quella precedente, la nuova vertenza aperta nel 1919 segnò il tentativo di condurre la questione sul terreno, particolarmente insidioso, del contradditorio diretto sulle carte, provocando la convocazione di una nuova commissione, presieduta ora da Francesco Ruffini e composta da Gorrini e Sforza, membri del Consiglio superiore degli archivi, oltre che da Luzio e Buraggi per l’Archivio di Stato45. La replica di Luzio, assai vicino al mondo culturale germanico e assai meno disposto verso quello transalpino46, ripartiva metodologicamente dalle conclusioni della Commissione Gorrini del 1907, accentuandone i toni e, con un ampio ricorso alla storia dell’Archivio torinese, rilanciando con forza sul tavolo la questione della restituzione di quanto trasferito in Francia in epoca napoleonica47. Se era ormai pacifica la difesa alla Savoia e a trarne copia con grandi facilitazioni. Quest’operazione nel 1907 aveva suscitato le critiche di Casanova che vi aveva intravisto l’origine delle rivendicazioni successive: «la soverchia larghezza e il poco accorgimento dell’Amministrazione pro tempore degli Archivi torinesi» aveva, secondo Casanova, dato la stura alle richieste degli studiosi di Chambéry ed Annecy che, «insinuandosi abilmente in questi archivi sotto la scusa speciosa di studi eruditi, seppero approfittare della predilezione che [Bollati] nutriva per tutto quanto fosse ultramontano, per esaminare tutte le serie di carte senza alcun controllo, copiarne gli inventari, averli in prestito, non meno che i documenti contemplativi e talvolta anche trafugarli» («Relazione del capo della Sezione III» del 25 febbraio 1907 in ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3768). 42 Si veda in proposito L. Mineo, Dai Regi archivi di corte… cit., pp. 229-233 e la bibliografia ivi citata. 43 R.d. 2 ottobre 1911, n. 1163, che approva il regolamento per gli Archivi di Stato. Sul Regolamento si veda A. Lodolini, Del regolamento 2 ottobre 1911, n. 116, per gli Archivi di Stato, Roma 1961. 44 Così il senatore Cesare Salvarezza, appoggiando la proposta del direttore dell’Archivio di Stato di Napoli Eugenio Casanova, evidentemente memore dei trascorsi torinesi, di tradurre in norma la massima del Ministero dell’Interno con «cui si vietata agli studiosi ed ai privati di avere comunicazione degli inventari». Da prevedere, secondo Paolo Boselli, «per il pubblico e per gli stranieri» e non per «gli studiosi», il divieto, visto come un mezzo per disincentivare anche le «ricerche dei dilettanti», non fu recepito dal testo approvato, ipotizzando tuttavia «una certa libertà di azione ai direttori» (verbale della seduta del Consiglio superiore per gli archivi n. 176 del 17 maggio 1909). 45 La richiesta dell’Ambasciata di Francia in Italia risale al 31 marzo 1919 (ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3769, Verbale della seduta del 30 agosto 1920, Allegato A); a monte di essa, l’attivismo in Savoia dell’archivista Gabriel Pérouse sul quale si veda l’intervento di B. Galland, Vincolo spezzato – rétrocession... citato. 46 W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento … cit., pp. 440-443; A. Metlica, Il Risorgimento austriacante di Alessandro Luzio, in Il fantasma dell’Unità. Riletture del Risorgimento tra Grande Guerra e Fascismo, a cura di A. Metlica, P. Favuzzi, Milano 2013, pp. 121-137. 47 Durante la direzione di Mantova Luzio aveva studiato a fondo la questione delle carte Gonzaga trasferite negli archivi viennesi (A. Luzio, Documenti degli archivi di Mantova asportati dagli Austriaci, in «Memorie del R. Istituto lombardo di scienze e lettere», XXIV [1917], pp. 1-19).
«Uno de’ miei predecessori»
175
Alessandro Luzio (1857-1946), direttore dell’Archivio di Stato di Torino dal 1918 al 1931. Sulla foto la dedica «All’Archivio di Stato di Torino e agli ottimi collaboratori che n’ebbe. Ricordo affettuoso e riconoscente di A. Luzio». ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, mazzo 1232, fasc 4288
176
Leonardo Mineo
dell’Archivio Camerale nel suo complesso, ad essere rivendicata con forza era ora l’organicità dell’antico Archivio di Corte, «dove» – osservava Luzio – l’ordinamento per materia e l’impossibilità di discernere la vera provenienza dei documenti si prestava alle «audaci usurpazioni di chi voglia oggi impinguarsi delle carte savojarde e domani, perché no? delle nizzarde». Troppo fragile, proseguiva, opporre a difesa di ciascun documento l’invocazione dell’«egida protettrice d’un qualche principe sabaudo che vi sia nominato»48 . La Commissione Ruffini confermava le conclusioni della Commissione Gorrini e respingeva fermamente la possibilità di un contraddittorio sulle carte, sorte peraltro risparmiata agli archivisti viennesi dopo la fine della Guerra mondiale; la Commissione rinnovava infine l’«offerta amichevole del 1907» chiedendo in cambio la cessione di un elenco di documenti ancora «giacenti in Francia contro le stipulazioni de’ trattati o di accordi speciali»49. Acquietata la vicenda per altri nove anni, il Governo francese tornò alla carica nell’estate 1929 e, nel richiedere la consegna dei documenti originali di un tratto di frontiera del Cantone di Ginevra, minacciò di risollevare da capo l’intera questione. Mussolini, ministro degli Esteri pro tempore, intervenne direttamente sancendo che la questione di massima della restituzione degli originali degli atti archivistici della Savoia dovesse essere risolta in senso negativo per sempre. Questo atto energico e sapiente del capo del Governo ha chiuso per sempre e felicemente – osservava compiaciuto Gorrini in Consiglio superiore degli archivi – una questione che si trascinava insoluta da ben 69 anni e che costituiva una grave minaccia ed un pericolo di smembramento per l’Archivio di Stato di Torino; un grave danno per il nostro patrimonio politico, storico e culturale, nonché per la storia dell’augusta nostra Reale casa e Famiglia regnante50 .
Il superiore intervento sembrò questa volta aver chiuso per sempre la questione per parte italiana. Deposto ogni timore, nel corso degli anni Trenta gli archivisti torinesi poterono nuovamente esercitare la loro tradizionale ospitalità, agevolando le ricerche dell’archivista delle Alpi marittime Leo Imbert che, insieme al suo precedessore Robert Latouche, aveva dato alle stampe nel 1937 l’inventario sommario del fondo Città e contado di Nizza rammentando, nella prefazione, il clima di grande cordialità che aveva accompagnato le loro ricerche 51. Altri eventi bussavano però alle porte dell’Archivio torinese e sull’Europa intera: sul limitare degli anni Trenta ad essere rivendicate dal governo francese non 48 ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1060, fasc. 3769, Verbale della seduta del 30 agosto 1920, Allegato B, Sulle carte savojarde reclamate dalla Francia. Parere del sovrintendente del R. Archivio di Stato di Torino. 49 Ibid., Relazione 1° settembre 1920. 50 Così nel verbale della seduta del Consiglio superiore degli archivi n. 205 del 27 novembre 1929. 51 R. Latouche, L. Imbert, Inventaire sommaire du fond Città e Contado di Nizza, Nice 1937. Riferimenti all’accoglienza riservata ad Imbert in ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 951, Carte Buraggi, fasc. «1946», lettera di Giovanni Carlo Buraggi a Emilio Re, 24 agosto 1946.
«Uno de’ miei predecessori»
177
furono più le carte di Nizza e Savoia, ma all’inverso Nizza e Savoia dal governo italiano. L’ottimismo seguito alla rapida e ingloriosa guerra con la Francia nel 1940 aveva dato il via ad una riservatissima indagine dell’Ufficio centrale degli archivi di Stato sugli atti trafugati in epoca napoleonica in vista di una loro restituzione, impresa, ancora una volta, destinata all’insuccesso52.
4. «Né l’uno né l’altro potevamo avere illusioni sull’esito delle trattative». La resa (1946-1949) L’andamento della guerra finì col far mutare rapidamente le prospettive appena vagheggiate nell’estate del 1940: la dura incursione aerea alleata dell’8 dicembre 1942 distrusse un’intera ala della sede delle Sezioni riunite dell’Archivio di Stato, mandando in fumo, tra le altre, le carte offerte alla Francia da Castelli nel 1866. Il materiale più antico dell’Archivio di Corte e di quello Camerale fu così precipitosamente incassato e sfollato in diversi castelli piemontesi ove attenderà la fine della guerra53, salvandosi così perfino dal progetto di un audace colpo di mano a Torino da parte dei maquisards savoiardi, la cosiddetta «Mission Duparc», dal nome dell’archivista dell’Alta Savoia che l’aveva vagheggiata54. La fine della guerra colse dunque l’Archivio di Stato in precarissime condizioni logistiche e privo di archivi, così come la notizia, deflagrata nel febbraio 1946, che la rivendicazione delle carte savoiarde e nizzarde era stata formalmente avanzata dal Governo francese, corredata da una lunga lista dei desiderata e inserita nell’articolato del trattato di pace in discussione alla conferenza di Parigi55. I capisaldi della linea difensiva italiana, venuti articolandosi nel corso dei decenni precedenti – rifiuto di esame congiunto delle carte, organicità dell’Archivio di Corte e dell’Archivio Camerale, risoluzione in via pregiudiziale con l’offerta di documenti individuati unilateralmente e restituzione delle carte trafugate in epoca napoleonica – avevano ora i fianchi clamorosamente scoperti: venuta meno la dinastia regnante e con essa i riguardi dovuti alle carte che rappresentavano il portato delle sue antiche origini, la questione diveniva un campo di facili compensazioni, dove 52
ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 1227, fasc. 4283. Sulle vicende patite dall’Archivio di Stato nel periodo bellico si veda L. Mineo, L’Archivio di Stato di Torino in guerra, in Storie di archivi, storia di uomini. L’Archivio di Stato di Torino fra guerra e resistenza, catalogo della mostra documentaria (Torino, 13 marzo-30 novembre 2016), a cura di L. Mineo, M.P. Niccoli, in corso di pubblicazione. Per una stima delle perdite del materiale documentario Ministero dell’interno, Direzione generale dell’Amministrazione civile, Ufficio centrale degli Archivi di Stato, Gli archivi di Stato al 1952, Roma 1954, pp. 8-9. 54 J. Coppier, H. Maurin, Chronologie des événements, in De part et d’autre des Alpes. Le périple des archives savoyardes, Annecy, Archives départementales de la Haute-Savoie, 2017, pp. 27-49, in particolare p. 41. 55 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato di Torino… cit., p. 17. 53
178
Leonardo Mineo
gli Archivi avrebbero potuto pagare a parziale risarcimento della debolezza italiana al tavolo della pace. Ad aggravare la situazione il rango della richiesta inserita non più in una convenzione integrativa, ma in un trattato fondamentale, una vera e propria testa di ponte che andava eliminata, o come minimo circoscritta, riportandola all’enunciato del 186056 . Tale consapevolezza pervase da subito Buraggi, direttore dell’Archivio di Stato dal 1931, ed Emilio Re57, commissario agli archivi di Stato, i fitti carteggi personali dei quali ben ci illustrano quei momenti58 . Dilazione del rientro delle carte dai ricoveri59, riproduzione degli atti rivendicati e resistenza a oltranza furono le schermaglie diplomatiche messe in atto per tentare di arginare le richieste circostanziate del governo francese60. Ma la questione, prescindendo ormai da considerazioni di tipo dottrinario, le cui coordinate avevano trovato ormai una canonizzazione almeno dal 1907, si stava risolvendo altrove, con altri referenti e su un piano squisitamente politico, sul quale la possibilità di intervento degli archivisti italiani si sarebbe rivelata irrilevante. Nella lunga estate del 1946, l’offerta spontanea del Ministero degli Esteri all’Ambasciata francese di designare un membro che partecipasse ai lavori della costituenda commissione italiana, incaricata di esaminare la questione, fu la prima crepa nel sistema difensivo approntato fino a quel momento dagli archivisti
56 Ibid., pp. 17-19, con riferimento alle relazioni di Buraggi all’Ufficio centrale degli archivi di Stato del 9 agosto e del 3 settembre 1946, nonché di Ruggero Moscati alla delegazione italiana a Parigi in sede di conferenza di pace del 5 agosto dello stesso anno. 57 Nato a Roma nel 1881, Re entrò nei ruoli dell’Amministrazione archivistica nel 1908 come alunno di I categoria presso l’Archivio di Stato di Modena. L’anno successivo fu trasferito all’Archivio di Stato di Roma, istituto presso il quale svolgerà gran parte della sua carriera. Direttore dell’Archivio di Stato di Napoli dal 1929, nel 1934, fu chiamato alla direzione dell’Archivio romano succedendo a Eugenio Casanova e rimanendovi fino al 1947. Nominato nell’ottobre 1944 commissario per gli Archivi del Regno «con l’incarico di proporre le misure necessarie per la revisione e il graduale riordinamento di tutto il patrimonio archivistico nazionale e per l’immediato recupero delle serie eventualmente allontanate dalla loro sede naturale», fu protagonista di molte vicende sorte in quel tormentato torno di anni, come quelle connesse alla conservazione degli archivi della Resistenza e alla ripartizione degli archivi giuliani e sabaudi in esecuzione dei trattati di pace. Ispettore generale archivistico dal 1947 e collocato a riposo nel 1951, fu tra i promotori della nascita dell’Associazione nazionale archivistica italiana. Morì a Roma nel 1967 (E. Re, Per la formazione di un’associazione nazionale degli archivisti italiani, in «Notizie degli archivi di Stato», VIII [1948], 2-3, pp. 195-196; Repertorio del personale ...cit., I, pp. 600-602 e M. Del Piazzo, Il primo anniversario della morte di Emilio Re, in «Rassegna degli archivi di Stato», XXVIII [1968], 1, pp. 179-180). 58 ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 951, Carte Buraggi. 59 «Lo stato odierno dell’Archivio di Torino mi sembra non un pretesto, ma un ottimo motivo per ottenere un po’ più di respiro»: così Emilio Re a Giovanni Carlo Buraggi in una lettera del 4 aprile 1946; di analogo tenore quella di Buraggi a Re del 25 maggio (ibid.). Sulle operazioni di rientro del materiale archivistico a Torino, concluse nel dicembre 1948, si veda L. Mineo, L’Archivio di Stato di Torino in guerra... citato. 60 «Un grande assegnamento si fa qui [a Roma], generalmente, come espediente transazionale, sulle riproduzioni fotografiche (…). Sono alquanto scettico in proposito. Tuttavia, date le insistenze che ricevo in proposito, qualche preventivo sondaggio potrà essere utile e te lo raccomando» (ibid., lettera di Re a Buraggi, 21 agosto 1946).
«Uno de’ miei predecessori»
179
italiani61. La via del contradditorio con gli archivisti francesi era spianata e con essa l’inevitabile prospettiva della difesa ad oltranza, documento per documento, senz’alcuna possibilità di esclusione dei documenti di carattere storico62. Argine troppo debole per le mire francesi e per la gran voglia di accondiscendervi da parte dei diplomatici italiani e dei vertici dell’Interno e degli Esteri, si dimostrò anche la ferma posizione di Luigi Einaudi, di lì a poco primo presidente della Repubblica, che, memore delle ore trascorse in gioventù nelle sale di studio delle Sezioni di finanze e camerale dell’Archivio di Stato, si era fatto araldo nell’opinione pubblica di quanto stava accadendo pubblicando prima sul «Risorgimento liberale», poi su «La Stampa», un articolo dall’eloquente titolo In difesa della “nostra” storia che, ispirato forse da Buraggi, riprendeva le conclusioni della Commissione Gorrini63. La costituzione, caldeggiata da Re, di una commissione interministeriale di esperti italiani che esaminasse le richieste francesi anticipò di una settimana l’approvazione dell’articolo 7 del Trattato nel corso dell’undicesima seduta della conferenza di Parigi, il 12 settembre64. L’articolo del Trattato di pace, ratificato poi definitivamente il 10 febbraio 1947, sanciva la rimessione al Governo francese «di tutti gli archivi, storici e amministrativi, precedenti al 1860» che riguardavano le province cedute alla Francia in quell’anno. Con l’approvazione del Trattato cadevano, così, le speranze di parte italiana di sfuggire al temuto confronto diretto sulle carte. Il volontario collocamento a riposo di Buraggi alla fine di novembre risulta un gesto significativo della consapevolezza dell’esperto archivista65, e con essa di 61
Ibid., lettera di Re a Buraggi, 7 luglio 1946 e replica del 18 luglio 1946. È del 2 agosto la disponibilità dichiarata al Ministero degli Esteri da parte dell’Ufficio centrale degli archivi di Stato di mutuare lo stralcio dell’articolo 7 del progetto di trattato di pace con l’impegno di prendere, come base per la cessione dei documenti relativi a Nizza e Savoia, l’elenco del febbraio, fermo restando il diritto dei membri italiani della commissione mista di rappresentare quali fossero i documenti di interesse «prevalentemente italiano o anche tali da vulnerare, con la loro asportazione, l’integrità delle serie torinesi». L’apertura italiana diede il via a una serrata trattativa della delegazione italiana presso il Ministero degli Esteri francese (ISIEMC, Archivio Federico Chabod, II.1.33, rapporto dell’Ufficio centrale degli archivi di Stato, «Stato delle trattative ufficiali per la determinazione dei criteri relativi alla ripartizione dei documenti», note del 2, 20 e 25 agosto 1946). 63 Rispettivamente il 12 e il 22 agosto. Sulla eco dell’articolo, «buono ma non opportuno» si vedano ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 951, Carte Buraggi, fasc. «1946», lettera di Re a Buraggi del 14 agosto 1946 e risposta del 24 agosto 1946. Sul tenore dell’articolo si veda D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato ... cit., pp. 21-22. 64 La commissione, formalmente costituita con l’intervento della Presidenza del consiglio dei ministri e del Ministero dell’Interno era presieduta da Luigi Einaudi, sostituito di lì a breve da Leopoldo Piccardi, Federico Chabod e Mario Toscano, docenti rispettivamente di Storia e Storia dei trattati internazionali presso le Università di Milano e Cagliari, Cristoforo Fracassi Ratti Mentone, alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri, Biagio Abbate, capo dell’Ufficio centrale degli archivi di Stato, Ruggero Moscati, direttore dell’Archivio storico del Ministero degli Affari Esteri, Buraggi e Mario Vanzetti, direttore e funzionario dell’Archivio di Stato di Torino ed Emilio Re, in qualità di commissario per gli archivi (ibid., p. 18). 65 Buraggi, provato dalle lunghe fatiche che aveva dovuto sobbarcarsi durante il periodo bellico per lo sfollamento dell’Archivio inoltrò formale richiesta di collocamento a riposo il 18 giugno 1947. Nella sua domanda, accettata a decorrere dal 1° dicembre, Buraggi osservava significativamente che «le condizioni dell’Archivio di Torino purtroppo non sono ancora ritornate normali, sia perché i locali non si trovano ancora in grado di ricevere 62
180
Leonardo Mineo
quella di Emilio Re, di poter incidere, sia pure soltanto limitando i danni, a valle delle trattative che, condotte a livello diplomatico, avevano ormai concordato sulla costituzione di una commissione mista di esperti della quale avrebbero fatto parte gli agguerriti colleghi archivisti d’oltralpe66 . Il tempo della dilazione era terminato: nella seconda seduta del ricostituito Consiglio superiore degli archivi del 1° luglio 1947 lo storico Federico Chabod tracciava l’ultima linea di difesa, preludio alla resa condizionata: niente più tergiversazioni; non potendo salvare tutto occorreva almeno «stabilire il principio dell’integrità della serie», almeno per quanto concerneva la vita dello Stato sabaudo67. In piena coerenza coi criteri che erano stati sottesi alla formazione dell’antico Archivio di Corte, l’integrità da tutelare venne individuata nella pertinenza degli atti e non nella provenienza storico-istituzionale, come da sempre invocato dagli archivisti francesi: carte d’interesse locale alla Francia, documenti relativi alla vita dello Stato e alla dinastia regnante all’Italia, con quanto di negativo sarebbe conseguito per l’organicità soprattutto dell’Archivio Camerale. Tramontata l’ipotesi, auspiscata da Chabod, del coinvolgimento di storici francesi che potessero in qualche modo stemperare le richieste dei loro connazionali archivisti nella commissione mista68 , quest’ultima fu in grado di operare nel maggio 1949. Vi partecipò lo stato maggiore archivistico torinese al gran completo69, costretto invero ad agire in una posizione ancillare rispetto alla guida della delegazione, Chabod, vero dominus delle trattative in diretto contatto con la Farnesina70. Il negoziato, com’è stato gli atti sfollati, sia perché diversi gravi problemi, d’ordine internazionale, incombono sul nostro Istituto» (ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 951, fasc. 3357). 66 ISIEMC, Archivio Federico Chabod, II.1.33, Rapporto dell’Ufficio centrale degli archivi di Stato, promemoria dell’Ambasciata di Francia del 24 dicembre 1947 e dell’11 febbraio 1948; promemoria del Ministero degli Affari Esteri del 2 febbraio 1948. 67 Verbale della seduta del Consiglio superiore degli Archivi n. 224 del 1° luglio 1947. 68 La delegazione francese fu composta dagli archivisti del Quay d’Orsai Jean de Ribier, primo delegato, Pierre Duparc e René Mathieu de Vienne, segretario; da quelli del Dipartimento del Varo, Luis Jacob, della Savoia, Pierre Bernard e delle Alpi marittime, Ernest Hildesheimer; Robert Henry Bautier completava la delegazione in rappresentanza degli Archivi nazionali. 69 Membri della delegazione italiana, per l’Archivio di Stato di Torino Mario Vanzetti, nel frattempo succeduto a Buraggi alla direzione dell’Archivio di Stato di Torino, ed Ernesto Bianco di San Secondo, direttore delle Sezioni riunite dell’Archivio di Stato, appartenenti entrambi alla leva archivistica di Buraggi e di Re. Ai lavori delle sotto-commissioni, incaricate dell’esame dei fondi archivistici oggetto del negoziato, parteciparono Rosa Maria Borsarelli, direttrice della Sezione di Corte e futura soprintendente archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, Vanzetti, Augusta Lange, a lungo impiegata presso l’Istituto torinese, oltre al docente universitario Francesco Cognasso. Sul cursus honorum degli archivisti piemontesi Repertorio del personale... cit., I e II, ad indicem; sulla composizione complessiva della delegazione si rimanda a D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato... cit., pp. 39-40. 70 La quota “laica” della delegazione italiana previde una nutrita componente accademica: oltre a Chabod, capo-delegazione, Carlo Morandi, docente di Storia moderna dell’Università di Firenze, il già rammentato Mario Toscano – “in quota” Ministero degli Affari Esteri – e Francesco Cognasso, docente dell’Università di Torino. In rappresentanza dell’Archivio storico della Farnesina Ruggero Moscati; segretario Mario Bori, direttore della Biblioteca del Senato. Sugli stretti contatti fra Chabod e la Farnesina durante le trattative si vedano ISIEMC,
«Uno de’ miei predecessori»
181
ampiamento ricostruito71, si concluse col dirimente intervento governativo, sollecitato dall’accorta regia di Chabod, che acconsentì infine alla cessione dei rotoli di castellania72, da sempre ritenuti il cuore dell’Archivio Camerale e nodo sul quale il negoziato si era arenato; in cambio, si ottenne la restituzione delle carte genovesi, oggetto del desiderio lungamente inseguito, e quelle relative ad Asti e al Marchesato di Saluzzo, ancora conservate negli archivi francesi, secondo quanto ipotizzato dallo storico valdostano fin dal 194773. La stipula dell’accordo finale fu salutata come un successo dal ministro dell’Interno, Mario Scelba, dagli ambienti diplomatici italiani e dal ministro degli Affari Esteri, per uno strano scherzo del destino Carlo Sforza, figlio dell’antico direttore dell’Archivio di Stato74. Fra gli archivisti italiani, la consapevolezza di aver giocato una partita ad armi impari. «Né l’uno né l’altro potevamo avere illusioni sull’esito delle trattative in corso», scriveva Emilio Re a Buraggi nel giugno 1949. Tu avevi sempre detto che il giorno che gli archivisti si fossero riuniti a un medesimo tavolo la partita sarebbe stata perduta; e, da parte mia, avevo sempre ritenuto che l’unica arma a nostra disposizione era la dilazione. Ma bisogna riconoscere che la presente situazione politica e il bisogno che abbiamo ogni giorno – sul terreno internazionale – dell’appoggio della Francia, non ci permettevano questa volta una simile tattica. Piuttosto è da rammaricarsi – se le mie impressioni non sono inesatte – che non si fosse fatto da parte nostra tutto quello ch’era possibile per la costituzione d’una delegazione professionalmente omogenea, com’era invece quella francese e che si sia quindi arrivati alla battaglia senza forse una preparazione, vorrei dire un “addestramento” e un coordinamento adeguato75. Archivio Federico Chabod, II.1.33, lettere di Carlo Morandi del 5 e 12 maggio 1949; lettera di Ruggero Moscati dell’11 maggio 1949. Più in generale, sul ruolo svolto da Chabod nel corso delle trattative si veda A. Dallou, Federico Chabod. Lo storico, il politico, l’alpinista, Aosta 2014, pp. 369-371. 71 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato… cit., pp. 22-44. 72 ISIEMC, Archivio Federico Chabod, II.1.33, lettera «Secret» a Jean de Ribier del 13 maggio 1949; lettera di Vittorio Zoppi, segretario generale del Ministero degli Affari Esteri a Federico Chabod del 27 maggio 1949. 73 Ancora nel dicembre 1948, in sede di commissione interministeriale italiana Chabod aveva espresso forti dubbi sulla possibilità di salvare i rotoli di castellania. Per una serrata ricostruzione degli eventi si vedano il contributo in presa diretta adespoto, ma con tutt’evidenza opera collettiva degli archivisti torinesi, con un elenco dei materiali ceduti, La distruzione di un grande Archivio, in «Bollettino storico bibliografico subalpino», XLVII (1949), pp. 5-28. La disamina più attenta delle cessioni e delle acquisizioni documentarie effettuate e subite dall’Archivio di Stato di Torino è stata condotta in P. Rück, L’ordinamento degli archivi ducali... cit., pp. 32-42. 74 ISIEMC, Archivio Federico Chabod, II.1.33, lettere di Mario Scelba e di Carlo Sforza a Federico Chabod del 9 settembre e del 21 novembre 1949. 75 ASTo, Archivio storico dell’Archivio di Stato, b. 951, Carte Buraggi, fasc. «1949», lettera del 2 giugno 1949. Riferimenti allo scarso coordinamento della delegazione italiana si colgono nell’articolo, apparso sulla «Gazzetta del popolo» di Torino il 1° giugno, Preziosi documenti d’archivio saranno consegnati alla Francia, a firma Mar.Ber., ovvero Maria Vittoria Bernachini Artale di Collalto. Nata a Torino nel 1908, entrò con la qualifica di aiutante presso l’Archivio di Stato di Torino nel 1932. Autrice di numerosi studi di storia piemontese e impiegata presso le Sezioni riunite ove attese all’Archivio Camerale, collaborò fattivamente alle operazioni di microfilmatura. Trasferita presso la Soprintendenza archivistica dal 1953, fu collocata a riposo nel 1971. Morì a Orbassano (To) nel 1994 (Repertorio del personale... cit., II, p. 443).
182
Leonardo Mineo
Calato il sipario sul negoziato, iniziava la corsa contro il tempo per la microfilmatura di una parte, stante l’esiguità delle risorse disponibili, delle carte che avrebbero dovuto essere cedute alla Francia entro il luglio dell’anno successivo76 . L’opera degli archivisti torinesi sarà l’unico contributo governativo all’intera operazione, sostenuta integralmente dall’Unione industriale di Torino, con l’apporto organizzativo della Deputazione subalpina di storia patria77. Nel nuovo contesto politico e istituzionale gli archivi della terra culla della dinastia, non rappresentavano ormai più un elemento fondante della storia nazionale. L’origine latina della Monarchia, l’espansione del “vecchio Piemonte”, fulgido prodromo dell’Unità, il ruolo di Casa Savoia nel Risorgimento, cedevano il passo ad altri interessi e ad altre fonti con cui alimentarli78. Da questione nazionale, in grado di provocare reazioni ai più alti livelli nell’anteguerra, i destini delle carte dell’Archivio di Stato di Torino divennero un caso “locale”, confinato entro gli angusti confini dell’antica capitale e del suo dominio regionale79. «La notizia della firma del protocollo per l’esecuzione dell’articolo 7 del Trattato di pace è stata accolta con la più assoluta e legittima indifferenza da tutti coloro che hanno del trattato in parola un vago ricordo… e che, al solo vocabolo “protocollo” avvertono un qualcosa che sta fra la noia e la nausea», scriveva nel luglio 1949 un giovane giornalista cuneese, Giorgio Bocca. E proseguiva: In sostanza gli italiani al gran completo. Ebbene in tale vastissima, compatta, nazionale, indifferenza un gruppo di uomini, esiguo, piccolo come un granel di sabbia, forse cento, forse duecento individui sta vivendo ore drammatiche, ore di vero dolore, come capita a chi si vede strappata una persona carissima e cerca disperatamente di ritardare l’ora della separazione. Questi cento, questi duecento, hanno riunito tutte le loro energie, provocano accese discussioni in seno al consiglio comunale, spediscono telegrammi al presidente del Consiglio, a quello della Repubblica francese, alle Nazioni unite. Gli altri, gli infiniti altri si accorgono appena di questa febbrile lotta e, saputine i motivi, proprio non riescono a capire perché ci si affanni tanto a difendere qualche quintale di vecchie carte80.
76 D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato... cit., pp. 44-49. Gli inventari dei microfilm furono editi a stampa fra il 1954 e il 1962: Archivio di Stato di Torino, Serie di Nizza e della Savoia. Inventario, I, Microfilm di sostituzione dei documenti di Nizza e della Savoia, a cura di R.M. Borsarelli, Roma 1954 e Archivio di Stato di Torino, Serie di Nizza e della Savoia. Inventario, II, a cura di M.V. Bernachini, Roma 1962. 77 La distruzione di un grande Archivio... cit., pp. 14-17. 78 Sul dopoguerra come momento di cesura e di svolta nella vita degli istituti archivistici e degli interessi storiografici si vedano le riflessioni di Isabella Zanni Rosiello in L. Giuva, S. Vitali, I. Zanni Rosiello, Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea, Milano 2007, pp. 6-15. 79 Sulla vasta eco mediatica sorta a livello regionale intorno al caso si veda D. Bobba, I fondi dell’Archivio di Stato… cit., pp. 43-44. 80 G. Bocca, La guerra c’è costata anche un archivio. Cinquantamila documenti da Torino oltre le Alpi, in «Giornale dell’Emilia», 7 luglio 1949.
DANIELA PREDA Università di Genova
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea: la rilevanza dei fondi archivistici privati
1. Dal Trattato di pace all’avvio dell’integrazione europea Il Trattato di pace di Parigi1 pone le basi non solo per il ritorno dell’Italia su un piede d’uguaglianza tra i popoli liberi, ma anche per la ricostruzione del Paese su basi nuove di democrazia, pace e libertà. In uno dei suoi numerosi interventi sul trattato di pace, quello pronunciato alla Conferenza dei Ventuno riunita al Palais de Luxembourg di Parigi, nell’agosto 1946, il Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi affermava: sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazione umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tuttora rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire2.
Il mese successivo, avrebbe pronunciato a Londra un discorso storico in cui emergeva un nuovo concetto di diplomazia, avulso da qualsiasi nazionalismo, ponendo l’accento sui «sacrifici che possiamo fare in nome della solidarietà europea e della ricostruzione di un mondo più giusto»3. De Gasperi era consapevole che l’interesse nazionale non poteva più ormai essere isolato rispetto al più ampio contesto europeo 1 R.H. Rainero, Il trattato di pace delle Nazioni Unite con l’Italia. Parigi, 10 febbraio 1947, Bologna 1997; S. Lorenzini, L’Italia e il Trattato di pace del 1947, Bologna 2007; I. Poggiolini, Diplomazia della transizione. Gli alleati e il problema del trattato di pace italiano, Firenze 1990; Ch. Seton-Watson, Il trattato di pace italiano. La prospettiva inglese, in «Italia contemporanea», 182 (marzo 1991); G. Vedovato, Il trattato di pace con l’Italia: documenti e carte, Roma 1947. 2 Discorso di De Gasperi alla Conferenza della pace, Palais de Luxembourg di Parigi, 10 agosto 1946, pubblicato in A. De Gasperi, Il ritorno alla pace, Roma 1977, pp. 165-166. Si tratta del famoso discorso in cui De Gasperi affermò: «Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione». 3 La dichiarazione di De Gasperi al Consiglio dei ministri degli Esteri riunito alla Lancaster House di Londra, 18 settembre 1945, è riprodotta in A. De Gasperi, Il ritorno alla pace... cit., pp. 40-46 (la citazione è a p. 40).
184
Daniela Preda
e mondiale. «Nella nostra sventura – avrebbe commentato – noi ridivenimmo più che mai consapevoli della comune civiltà e del nostro comune destino»4. L’Italia era pronta a imporsi «quelle autolimitazioni di sovranità» che l’avrebbero resa «sicura e degna collaboratrice di un’Europa unita in libertà e in democrazia»5, augurandosi che anche gli altri popoli europei, «abbandonando gli egoismi propri di tradizioni ormai superate»6, fossero pronti a negligere l’abilità della tattica machiavellica e a confidare nelle grandi linee strategiche d’una solidarietà rinnovatrice. Era chiara la percezione che l’Italia, proprio in virtù del suo passato prossimo di Paese sconfitto e dilaniato al proprio interno, era più disposta rispetto ad altri Stati europei a entrare in una nuova dimensione dei rapporti internazionali, non più basata sulla politica di potenza, ma fondata piuttosto su una politica d’integrazione. Libertà politica e giustizia sociale non erano più concepibili al di fuori della pace. Occorreva, secondo De Gasperi parlare di un trinomio, in cui i fattori erano interdipendenti e solidali: libertà, giustizia e pace7. Quest’ultima, dunque, doveva costituire il fine dell’azione democratica e politica. E la prima difesa della pace stava, a suo giudizio, in uno sforzo unitario che, comprendendo anche la Germania, avrebbe eliminato in Europa il pericolo della guerra di revanche e il perpetuarsi degli odi incrociati. Pace significava prima di tutto, per De Gasperi, unità europea: la federazione europea avrebbe permesso, a suo parere, di realizzare la democrazia a livello internazionale, consentendo il raggiungimento della pace. Considerazioni analoghe esprimeva, a fine luglio 1947, il futuro Presidente della Repubblica italiano, Luigi Einaudi, durante la discussione in aula del disegno di legge presentato dal governo per la ratifica del trattato. Riprendendo alcune riflessioni sulla guerra mondiale e sulla necessità dell’unificazione europea scritte dopo la prima guerra mondiale8 , stendeva alcune note sulla ratifica del trattato di pace che per tanti versi possono definirsi rivoluzionarie: La prima guerra mondiale fu la manifestazione cruenta dell’aspirazione istintiva dell’Europa verso la sua unificazione (…). Non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche (…). Furono guerre civili, anzi guerre di religione. (…) Quelle due grandi guerre furono combattute dentro di noi. Satana e Dio si combatterono nell’animo nostro, dentro le nostre famiglie e le nostre città. Dovunque divampò la lotta fra i devoti alla libertà e la gente pronta a servire. 4 Alcide De Gasperi, Le basi morali della democrazia, discorso pronunciato alle Grandes Conférences catholiques di Bruxelles il 20 novembre 1948, in A. De Gasperi, L’Europa. Scritti e discorsi, a cura di M.R. De Gasperi, Brescia 2004, pp. 55-71 (citazione a p. 70). 5 Ibid., p. 71. 6 Ibidem. 7 Cfr. D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Bologna 2004, cap. 6. 8 Cfr. L. Einaudi, La Società delle Nazioni è un ideale possibile? e Id., Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle Nazioni, in «Corriere della Sera», rispettivamente 5 gennaio e 28 dicembre 1918. I saggi federalisti di Einaudi sono raccolti nel volume L. Einaudi, La guerra e l’unità europea, Milano 1948 (ultima ed. Bologna 1986).
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea
185
(…) Noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa, invece della spada di Satana, la spada di Dio; e cioè, invece della idea della dominazione colla forza bruta, l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune9.
Volendo proporre concretamente una via d’uscita al nazionalismo nefasto fautore di guerra, Einaudi tratteggiava le linee essenziali di un nuovo sistema di rapporti internazionali, basato non più sulla sovranità assoluta degli Stati, cui imputava la vera causa del processo disgregativo della stessa civiltà europea, quanto sulla limitazione della sovranità nazionale che avrebbe permesso di dar corpo all’unificazione dell’Europa. Se noi non sapremo farci portatori di un ideale umano e moderno nell’Europa d’oggi, smarrita ed incerta sulla via da percorrere, noi siamo perduti e con noi è perduta l’Europa. Esiste, in questo nostro Vecchio continente, un vuoto ideale spaventoso. (…) L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno, è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini, sino all’estremo limite in cui essi siano compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità10.
Il ministro degli Esteri, Carlo Sforza, considerava a sua volta il trattato di pace un «relitto del XVIII secolo», tutto «clausole di confini, di servitù militari, di imposizioni e limitazioni economiche»11. Sforza, che già durante il volontario esilio nel periodo tra le due guerre aveva manifestato una concezione di politica estera ardita, di carattere federalistico affermando la stretta connessione tra interesse nazionale e costruzione europea, era convinto che i problemi italiani dovessero essere considerati come lati italiani dei problemi europei. È solo attraverso una politica internazionale di collaborazione profonda – avrebbe dichiarato alla Costituente in occasione del dibattito sulla ratifica del trattato di pace – che sarà possibile salvare la democrazia e la pace anche in casa nostra12.
Per Sforza l’unificazione del continente era una priorità assoluta e gli statisti dovevano, a suo parere, essere incoraggiati a intraprendere il cammino della federazione europea. 9 Discorso di Einaudi all’Assemblea costituente, 29 luglio 1947, in L. Einaudi, La guerra e l’unità europea... cit., pp. 44-51. La citazione è alle pp. 45-47. 10 Ibid., p. 49. 11 Discorso di Sforza all’Assemblea Costituente, 24 luglio 1947, in C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi. La politica estera italiana dal 1947 al 1951, Roma 1952, p. 32. 12 Ibid., p. 25.
186
Daniela Preda
Il mondo va verso una trasformazione internazionale che diminuirà di più in più l’importanza delle frontiere fra stato e stato; non è forse così lontano il giorno in cui i confini delle nazioni saran di più in più scritti col lapis invece che con statico inchiostro; non è lontana una serie di decisioni che porranno fine a quella anarchia internazionale da cui scaturirono due guerre mondiali in una sola generazione; se gli uomini di Stato di questo secondo dopoguerra – affermava – saran così ciechi e ingenerosi da non capire che bisogna andare verso una federazione europea, ci saran dei popoli che faran loro sentire quanto sono antiquati13.
De Gasperi, Einaudi, Sforza chiedevano tuttavia la ratifica del trattato perché avrebbe permesso all’Italia di rientrare nella comunità internazionale, a parità di condizioni con gli altri Paesi. Non vogliamo fare dell’Italia una navicella in balìa del vento – sosteneva De Gasperi in una conversazione con Sforza – se vogliamo dare all’Italia delle fondamenta sicure per l’avvenire, dobbiamo ratificare, accada quello che vuole accadere: non mi importa niente di essere Presidente del Consiglio, non m’importa niente di rimanere al potere, voglio servire la mia coscienza14.
Un sacrificio da compiere, dunque, per incamminarsi verso la nuova dignità e indipendenza dello Stato. Quel voto significava «fede nella pace», fede nell’opera ricostruttiva della cooperazione internazionale e soprattutto dell’unificazione europea. Cominciava così per l’Italia una stagione di apertura agli accordi sovrannazionali di carattere europeo, che avrebbe portato il Paese ad aderire dapprima ai primi timidi passi di associazione continentale (l’OECE, il Consiglio d’Europa), poi alle prime Comunità, facendosi paladino dell’integrazione politica dell’Europa.
2. Le fonti documentarie Nel processo di unificazione europea, come in tutti i processi volti a modificare l’ordine esistente, accanto a governi e istituzioni, hanno avuto un ruolo attivo e influente soggetti non governativi, in particolare i movimenti europeisti e federalisti sorti in Europa nell’immediato dopoguerra. Divisi su modalità e forme, ma non sull’obiettivo dell’unificazione, i loro militanti sono stati un fattore di primaria importanza nella costruzione europea, sia sul terreno dell’approfondimento ante litteram dei problemi e delle opportunità poste dall’integrazione europea sia nel promuo13 Carlo Sforza, Andare avanti, veder lontano (capitolo I del volume L’Italia alle soglie dell’Europa, Milano 1947), discorso del febbraio 1944, in Id., O federazione europea o nuove guerre, Firenze 1948, p. 79. 14 La conversazione era ricordata da Sforza, che commentava: «Tanto meglio per l’Italia se ogni tanto ci sono degli uomini che preferiscono la coscienza al potere». Cfr. De Gasperi scrive. Corrispondenza con capi di stato, cardinali, uomini politici, giornalisti, diplomatici, a cura di M.R. De Gasperi, Brescia 1974, vol. II, p. 75.
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea
187
vere la sensibilizzazione sui temi europei dell’opinione pubblica sia infine, in alcune occasioni, nell’indirizzare il corso stesso degli avvenimenti attraverso un’assidua opera di ‘pressione’ su governi e centri di potere e un importante ruolo di chiarificazione sui temi del governo sovrannazionale. Ciò ha conseguenze rilevanti dal punto di vista storiografico, orientando la ricerca verso un’attenzione equamente distribuita al fattore dell’»iniziativa» – i movimenti per l’unità europea – e a quello dell’“esecuzione” – i governi nazionali – , ugualmente necessari al processo, seppur spesso disgiunti. Se lo studio dell’azione dei governi e dei loro rappresentanti può contare sugli archivi consolidati dei ministeri degli Esteri e sugli archivi Centrali dello Stato, oltre che su quelli delle istituzioni europee, la ricostruzione del ruolo svolto dai movimenti non è agevole sia per la dispersione e l’eterogeneità delle fonti15 e la conseguente difficoltà nel reperire la documentazione in un ambito in cui l’azione pionieristica dei protagonisti mal si conciliava con le necessità della conservazione della memoria, sia soprattutto per l’assenza di un progetto storico-archivistico mirato alla conservazione di questo tipo di fonti non istituzionali. Un’opera meritoria è stata quella avviata dall’ex direttore degli Archivi storici delle Comunità europee (oggi Archivi storici dell’Unione europea - ASUE16), Jean-Marie Palayret. Su sua iniziativa, infatti, presso gli archivi di Fiesole, a partire dal 1987, l’anno in cui venne depositato il fondo archivistico di Altiero Spinelli, la raccolta di fondi privati – di singole personalità del mondo politico e dell’alta amministrazione comunitaria o di movimenti e organizzazioni che hanno svolto un ruolo nel processo d’integrazione europea – è stata affiancata alla documentazione storica proveniente dai servizi d’archivio delle istituzioni di Bruxelles e Lussemburgo, anche se il riconoscimento ufficiale della vocazione degli ASUE ad acquisire e trattare depositi privati sarebbe giunto solo nel 2004. A partire dalla fine degli anni Novanta, poi, gli Archivi di Fiesole hanno sviluppato preziosi programmi di raccolta di fonti orali. Tra i fondi privati più importanti, essi annoverano quelli di alcuni movimenti per l’unità europea (il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, la Lega Europea per la Cooperazione Economica, il Movimento Europeo Internazionale, l’Unione dei Federalisti Europei, il Centro Internazionale di Formazione Europea) e una consistente collezione di archivi federalisti: oltre alle carte del già citato Altiero Spinelli, quelle di Klaus Schondube, Etienne Hirsch, Ernesto Rossi, Jean-Pierre Gouzy, Georges Rencki, Bino Olivi, Fernand Dehousse, Raymond Rifflet, Pier Virgilio Dastoli, Philippe Deshormes, Piero Malvestiti, Albert Coppé, Alexandre Marc. 15 A ciò si aggiunga, dal punto di vista temporale, che, mentre la vita di alcuni movimenti non ha conosciuto soluzione di continuità dal dopoguerra a oggi, l’esistenza di altri è stata breve e spesso effimera. 16 Le banche dati degli ASUE sono accessibili via Internet. Gli inventari sono online e anche le collezioni di storia orale. Molti fondi sono anche interamente digitalizzati.
188
Daniela Preda
Accanto agli ASUE, fondamentale risulta l’opera di numerosi Centri europei che hanno avviato un lavoro certosino di recupero e riordino degli archivi e di pubblicazione di riviste, documenti e studi17 e sui quali sarebbe auspicabile venisse condotto un lavoro unitario di ricerca che sfociasse in una prima ricognizione delle fonti archivistiche sui temi europei a disposizione degli studiosi a livello continentale. Tra i Centri meno conosciuti, particolare interesse per il ricercatore che si occupi dell’avvio del processo d’integrazione europea riveste la sezione Gianni Merlini della Biblioteca Bobbio dell’Università di Torino, che comprende il patrimonio dell’Istituto Universitario di Studi Europei nonché Centro di Documentazione Europa (CDE). Si tratta di una raccolta particolarmente ricca, forse la più completa a livello europeo, per quanto riguarda le riviste europeiste – oltre cinquecento –, provenienti in larga parte dall’emeroteca del Centro Studi sul Federalismo di Torino (CSF) alimentata dai lasciti del prof. Sergio Pistone e del Centro Einstein di studi internazionali (CESI) di Torino. Tra le più importanti: «Il Federalista» (Albertini), «Il Federalista» (Minoletti), «Das Föderalist», «Forum E», «Gauche européenne», «Giornale del Censimento», «Giovane Europa», «Het Europese Volk», «Informations européennes», «Informations de “Le Fédéraliste”», «Informations fédéralistes», «Iniziativa Europea», «The International Spectator», «ISSF», «JEF. Bulletin d’Informations», «Jeune Europe», «Lettre fédéraliste», «Lettres au militant fédéraliste», «Liaisons fédéralistes», «Milano federalista», «Monde Nouveau», «Monde Uni», «Nouvelles de la Campagne européenne de la Jeunesse», «Nuova Europa», PiemontEuropa», «Popolo europeo», Quaderni della crisi», «Quaderni del Movimento Europeo», «Quaderni dell’AEDE», «Sardegna Europa», «Sciopero Europeo», «Scuola d’Europa», «Sinistra europea», «Lo Spettatore internazionale», «UniEuropa», «L’Unità Europea». Anche il patrimonio librario della sezione Gianni Merlini ha un nucleo originario proveniente dal CESI, cui si sono aggiunti altri fondi confluiti nel CSF e implementati costantemente da quest’ultimo. Consta di circa 14.000 volumi, tra cui sono comprese anche tesi di laurea che affrontano le tematiche dell’integrazione europea e delle integrazioni regionali, e ha come ambito tematico lo studio del pensiero federalista e delle integrazioni regionali.
3. L’Archivio storico dell’Università di Pavia Mi sia consentito, per concludere con una esemplificazione relativa al prezioso lavoro di raccolta documentaria in corso, di soffermarmi su un Centro poco noto agli studiosi, nonostante l’importanza del materiale da esso conservato ai 17 Basti pensare, tra i più importanti, all’Association Jean Monnet pour l’Europe di Losanna, al Centre International de Formation Européenne fondato nel 1954 da Alexandre Marc, alla Konrad-Adenauer Stiftung, alla Maison Robert Schuman di Scy-Chazelles.
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea
189
fini della ricerca sul processo d’integrazione europea: il Centro di studi storici sul federalismo e l’unificazione europea «Mario Albertini» di Pavia presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia (ASUP), che ha raccolto l’eredità archivistica della Fondazione europea Luciano Bolis18 . Presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia sono depositati, in originale o in fotocopia, numerosi fondi relativi alla storia dell’integrazione europea e ai movimenti europeisti e federalisti19. Essi comprendono sia archivi di movimenti organizzati a livello nazionale e internazionale, sia fondi privati di alcuni dei protagonisti della battaglia per l’unità europea legati ai suddetti movimenti. Sono depositati presso l’archivio pavese i fondi di Luciano Bolis, Mario Alberto Rollier, Guglielmo Usellini, Celeste Bastianetto, Renato Brügner, Alberto Cabella, Giacomo Centazzo, Magda Da Passano, Edgard Milhaud, Umberto Rossi, Alberto Majocchi, Gianni Merlini e, in copia, di Adriano Olivetti, Altiero Spinelli, Clarence K. Streit, Enzo Giacchero, Ivan Matteo Lombardo, Nicolò Carandini, Lodovico Benvenuti, Umberto Serafini, Alexandre Marc. Per quanto concerne i movimenti, i depositi (in originale o in copia) riguardano in particolare il Movimento federalista europeo (MFE) e le sue sezioni (1949-1973)20, il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (CCRE), la Gioventù federalista europea (GFE)21, le Jeunesses fédéralistes européennes (JEF), il Movimento europeo (ME), il Comitato italiano per la democrazia in Europa (CIDE), l’Union Européenne des Fédéralistes (UEF). Il fondo di Luciano Bolis, eroe della Resistenza, vicesegretario dal 1948 al 1959 del Movimento federalista europeo, e poi, dal 1961, anche vicepresidente, segretario generale del Congresso del popolo europeo dal 1958 al 1961, membro del Comitato federale dell’UEF e della Commissione italiana del MFE sovranazionale, presidente della Federazione italiana delle Case d’Europa, nominato nel 1964 Alto funzionario al Consiglio d’Europa, responsabile dei servizi stampa, informazione e documentazione, è depositato in originale presso l’archivio pavese e consiste di centodieci dossier. 18 F. Zucca, Le fonti archivistiche nelle Università italiane. Il caso del recupero dell’Archivio storico dell’Università degli Studi di Pavia, in «Annali di Storia delle Università italiane», 2011, 15, pp. 381-386; L’archivio storico dell’Università di Pavia, a cura di F. Zucca, A. Beretta, M. P. Milani, Pavia 2010. 19 Cfr. C. Rognoni Vercelli, Gli archivi europeisti e federalisti e il ruolo della Fondazione Bolis, in Gli archivi storici delle università italiane e il caso pavese, a cura di S. Negruzzo e F. Zucca, Pavia 2001, pp. 181-191; Ead., Gli archivi dei movimenti per l’unità europea, in Fonti e luoghi della documentazione europea. Istruzioni per l’uso. Atti del Seminario organizzato dal Polo Universitario Europeo Jean Monnet-Luigi Einaudi, Roma, 19-20 Febbraio 1999, a cura di M.G. Melchionni, Roma 2000, pp. 69-83. Il censimento degli archivi federalisti depositati a Pavia è stato eseguito dalla dott.ssa Susanna Sora. 20 Le carte della Segreteria nazionale del MFE dalla fondazione fino al 1958 sono conservate presso il Centro Einstein di studi internazionali (CESI) di Torino. 21 Alcune cartelle contenenti documenti che si riferiscono alla GFE sono state depositate da privati che hanno ricoperto un ruolo importante nel movimento, come per esempio Antonio Majocchi, già presidente della GFE.
190
Daniela Preda
Il Fondo di Mario Albertini, anche’esso depositato in originale, è stato versato dal prof. Giovanni Vigo tra il 2013 e il 2015. Contiene documenti che coprono l’intero arco della vita politica di Mario Albertini e fanno riferimento alla sua attività di presidente dell’UEF e del MFE a livello nazionale e internazionale, nonché alla sua azione europeista e federalista. Contiene corrispondenza con Andreotti, Barthalay, Bogliaccino, Berlinguer, Bobbio, Bolis, Cabella, Caizzi, Cannillo, Cavalli, Cesolari, Chiti-Batelli, Chizzola, Craxi, Da Milano, De Michelis, Dierickx, Eickhorn, Einaudi, Anita Garibaldi, Garosci, Giarini, Gori, Gouzy, Granelli, Hirsch, Spinelli, Lesfargues, Arrigo Levi, Malagodi, Marc, Gianni Merlini, Molenaar, Nenni, Occhetto, Orsello, Paolini, Petrilli, Pistone, Praussello, Romita, Ruta, Scheel, Spadolini, Usai, Zanone, Zanzi. Il Fondo di Celeste Bastianetto contiene documenti che coprono l’intero arco della sua vita politica e concernono la sua attività all’interno della Democrazia cristiana a livello locale, nazionale e internazionale, nonché la sua azione europeista e federalista, con particolare riferimento alla sua militanza nell’UEF e nel MFE e le sue funzioni nel Consiglio d’Europa. Il fondo è conservato nei faldoni originali (ventuno). Contiene anche il diario personale dei coniugi Celeste ed Eleonora Bastianetto, ritagli di articoli di giornali italiani e stranieri, dispense di diritto internazionale e costituzionale, appunti, riviste e pubblicazioni, documenti della Federazione Universitaria Cattolici Italiani (FUCI), giornali quali «Il mondo europeo» e «Azione fucina», bozze di discorsi e articoli, atti parlamentari (Senato e Camera dei Deputati), corrispondenza privata e politica (tra gli altri, con Spinelli e Coudenhove-Kalergi). Il fondo di Mario Alberto Rollier22 è stato diviso dalla famiglia in quattro parti. Una prima parte è stata depositata, nel 1981, presso l’Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia, a Milano23, e contiene documenti concernenti in modo prevalente l’attività politica svolta da Rollier nel Partito d’azione e nel Partito socialdemocratico. Una seconda parte si trova, dal 1986, presso la Società di Studi valdesi, a Torre Pellice, e contiene documenti di carattere prevalentemente religioso. La terza parte, quella conservata all’Università di Pavia, comprende documenti che si riferiscono per lo più al periodo 1941-1945 e all’impegno antifascista e federalista di Rollier, presso la cui abitazione di Milano, si tenne, il 27-28 agosto del ’43, il convegno di fondazione del MFE. Consiste di sette dossier e alcune cartelle. Presso l’Università di Pavia, e più precisamente, presso l’Istituto 22 Il regesto del fondo Mario Alberto Rollier depositato presso l’Ateneo pavese è pubblicato in appendice alla tesi di laurea di C. Rognoni Vercelli, Mario Alberto Rollier. Un valdese federalista, Università di Pavia, relatore prof. Giulio Guderzo, a.a. 1986-87. 23 In attesa del definitivo riordino, il fondo è stato descritto da Grazia Marcialis in modo da fornire un primo quadro d’insieme delle carte raccolte. Cfr. Guida agli archivi della Resistenza, a cura della Commissione Archivi-Biblioteca dell’Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia, coordinatore G. Grassi, Roma 1983.
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea
191
di Chimica, a lungo diretto da Rollier, si trova una quarta parte del fondo che concerne la sua attività in campo scientifico. Interamente depositato in originale presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia è il fondo di Guglielmo Usellini24. Composto da ventiquattro dossier, documenta l’impegno politico di Usellini sia nel Partito socialista, sia nel Movimento federalista europeo e nell’UEF, nella cui fondazione svolse un ruolo centrale, diventandone segretario aggiunto nel 1948 e segretario generale nel 1950. Documenta inoltre l’attività professionale di Usellini come sceneggiatore e soggettista di film e il suo rapporto con Comencini. Nel fondo sono conservate anche carte che si riferiscono all’attività del Movimento autonomista di Federazione europea (MAFE). La maggior parte dei documenti è compresa nel periodo 1944-1948. Come già ricordato, il ricco fondo Spinelli si trova in originale presso gli Archivi dell’Unione europea25, a Firenze, e in microfiches presso il CESI di Torino. La parte dell’archivio Spinelli riguardante l’attività del CIDE si trova, invece, presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia26 . Le carte depositate a Pavia documentano l’azione del CIDE, nato nel 1963, e del suo fondatore, Spinelli, che all’inizio degli anni Sessanta abbandonò la militanza attiva nel MFE per dedicarsi agli studi sulla difesa militare dell’Europa e sul rilancio dell’azione federalista. Il passo successivo al CIDE fu la fondazione, nel 1965, dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). Il fondo, che contiene documenti preziosi per la ricostruzione del dialogo intorno ai rapporti strategici fra Europa e Stati Uniti nella prima metà degli anni Sessanta, è formato da cinque dossier, è ordinato e dispone di regesto. Tra i fondi conservati in originale, particolarmente ricco è quello del MFE (circa quattrocento buste, solo parzialmente schedate). Comprende materiale relativo all’attività svolta da Sezioni, Centri provinciali e Centri regionali del Movimento, nei loro rapporti con la Segreteria nazionale, circolari, verbali, volantini e manifesti, ritagli di giornale relativi all’attività delle singole sezioni, campagne annuali di tesseramento, scambi epistolari, materiale informativo e propagandistico27. 24 Il regesto del fondo Usellini è pubblicato in appendice alla tesi di laurea di C.R. Merlo, Guglielmo Usellini: un socialista federalista rifugiato in Svizzera, dicembre 1943-maggio 1945, Università di Pavia, relatore prof. Luigi V. Majocchi, a.a. 1994-‘95. 25 Per una più dettagliata descrizione del fondo Spinelli depositato a Firenze si veda A. Becherucci, L’Archivio privato di Altiero Spinelli presso gli Archivi storici delle Comunità europee, in A. Spinelli, Dalla lotta antifascista alla battaglia per la Federazione europea 1920-1948: documenti e testimonianze, a cura di E. Paolini, Bologna 1996, pp. 25-28. 26 Per il regesto della parte del fondo Spinelli depositata a Pavia si vedano le tesi di laurea sull’argomento discusse presso l’Ateneo pavese rispettivamente da G. Affini, Altiero Spinelli dal Congresso del popolo europeo al Comitato italiano per la democrazia europea. Le carte dell’Archivio Cide, relatore prof. Giulio Guderzo, a.a. 1990‘91; M. Antichi, Per una biografia politica di Altiero Spinelli, relatore prof. Giulio Guderzo, a.a. 1991-‘92; I. Pugliese, Altiero Spinelli e le relazioni atlantiche nell’età kennediana. Le carte dell’Archivio Cide, relatore prof. Luigi V. Majocchi, a.a. 1992-93. 27 Il censimento del fondo MFE è stato eseguito dalla dott.ssa Katia Moruzzi, ma è in corso un nuovo
192
Daniela Preda
Altri fondi europeistici conservati a Pavia in originale sono quelli di Gianni Merlini, Umberto Serafini, Angelo Doneda, Alberto Cabella, Alessandro Cavalli, Andrea Chiti-Batelli, Giulio Guderzo, Alberto Majocchi, Luigi V. Majocchi, Francesco Rossolillo. Alcuni fondi, come si è detto, sono invece conservati dall’Archivio di Pavia in copia, l’originale essendo stato depositato o presso gli ASUE, sulla base di accordi intercorsi tra le due istituzioni, oppure essendo ancora depositato presso privati. Fanno parte della prima fattispecie i fondi CCRE e Lombardo. Il Fondo CCRE28 è stato depositato, grazie all’interessamento di tecnici e docenti dell’Ateneo pavese, presso gli Archivi storici dell’Unione europea a Firenze dove è stato ordinato ed è a disposizione degli studiosi. Presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia sono stati depositati, in fotocopia o copia dattiloscritta, i documenti dell’archivio CCRE relativi all’attività politica svolta dall’associazione a favore del processo d’integrazione europea. Gli organi internazionali del CCRE hanno avuto sede prima a Ginevra, dal 1951 al 1955, poi a Parigi. Proprio nell’area parigina, esattamente in un deposito definito garde meuble presso l’aeroporto Roissy Charles de Gaulle è stato rinvenuto l’archivio storico internazionale del CCRE, praticamente dimenticato dallo stesso movimento, conservato in condizioni non certo ottimali e mancante, tranne che per pochi frammenti, dei documenti relativi al periodo svizzero29. Il fondo di Ivan Matteo Lombardo è stato versato dalla Fondazione Bolis agli Archivi storici delle Comunità europee, a Firenze, con un contratto di deposito nel 1999. Le carte di Lombardo, membro del MFE dal 1947, sono state preziose per la ricostruzione della vicenda della Comunità europea di difesa (CED), essendo stato presidente della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi per la CED, in sostituzione di Paolo Emilio Taviani, dall’autunno del ’51. Il Fondo è particolarmente interessante anche per quanto attiene al Trattato di pace. Fu infatti Ivan Matteo Lombardo, deputato all’Assemblea costituente, sottosegretario per l’Industria e il Commercio nel ministero Parri e nel primo governo De Gasperi, a concludere gli accordi di Washington per la sistemazione delle pendenze tra Italia e Stati Uniti a seguito del Trattato di pace. La parte di documenti che si riferisce alla sua attività europeista e federalista si trova in fotocopia presso l’Università di Pavia. Il fondo, che consta complessivamente di ottantadue dossier, è stato riordinato e dispone di regesto. Tra i fondi ancora conservati presso famiglie private e depositati parzialmente in copia nell’archivio pavese, si ricordano in particolare quelli di Giacchero, Carandini e Benvenuti. riordino da parte della dott.ssa Loredana Pasquini. 28 Per la consistenza dei fondi e lo stato di ordinamento si veda F. Zucca, L’archivio del Consiglio dei comuni e delle regioni d’Europa e i fondi ad esso collegati, in Gli archivi storici delle università italiane e il caso pavese. Atti del convegno nazionale, Pavia, 28-29 novembre 2000, a cura di S. Negruzzo e F. Zucca, Pavia 2001, pp. 193-203. 29 La schedatura analitica parziale del fondo è stata effettuata dal dott. Ezio Alpi nel 2010.
Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea
193
Il Fondo di Enzo Giacchero, primo rappresentante italiano nell’Alta Autorità della CECA, presidente del Gruppo parlamentare italiano per l’Unione europea dapprima alla Costituente e poi alla Camera dei Deputati, vicepresidente dell’Union Parlementaire européeene (UPE), membro del Comitato esecutivo del Consiglio italiano e di quello internazionale del Movimento europeo e poi, nella seconda metà degli anni Cinquanta, presidente dell’UEF, è in parte depositato presso le Archives cantonales Vaudoises e in parte presso la Biblioteca Merlini di Torino. Parte delle carte, due dossier riferibili all’attività europeista e federalista di Giacchero negli anni 1949-1954, si trova in fotocopia anche presso l’Archivio pavese. Il Fondo di Niccolò Carandini è conservato, ordinato e con relativo regesto, presso la tenuta della famiglia di Torre in Pietra, a Roma. I documenti che si riferiscono all’attività professionale di Carandini, primo ambasciatore italiano a Londra, e al suo impegno politico, rappresentano un elemento di primaria importanza per la ricostruzione del ruolo internazionale dell’Italia tra guerra e immediato dopoguerra. Le carte che documentano l’attività europeista e federalista di Carandini – uno tra i rappresentanti più autorevoli del MFE, oltre che membro del Comitato centrale dell’UEF e del Comitato di coordinamento del Movimento europeo, capo della delegazione italiana al congresso dell’Europa nel maggio 1948 – sono depositate in fotocopia presso l’Università di Pavia. Comprendono corrispondenza politica, discorsi e interviste, verbali, memorandum, rapporti e resoconti di sedute, articoli e note. Il Fondo di Lodovico Benvenuti si trova presso l’abitazione della famiglia a Ombriano di Crema. La parte che riguarda la sua attività europeista e federalista, riferibile soprattutto agli anni 1949-1954, si trova anche in fotocopia presso l’Archivio pavese ed è molto preziosa per la ricostruzione delle vicende legate ai lavori dell’Assemblea ad hoc e alla Comunità politica europea. Lodovico Benvenuti, infatti, oltre ad essere stato rappresentante italiano presso l’Assemblea Consultiva di Strasburgo, sottosegretario al Commercio con l’estero nel settimo gabinetto De Gasperi, dal giugno del ’51 al luglio 1953, è stato anche membro del Comitato di studi per la costituzione europea (CECE) presieduto da Paul-Henri Spaak, membro dell’Assemblea comune della CECA, sottosegretario agli Affari Esteri dal ’53 al ’55, vicepresidente della Commissione costituzionale e relatore della sottocommissione per le attribuzioni dell’Assemblea ad hoc, vicepresidente dell’Assemblea dell’UEO, capo della delegazione italiana alla Conferenza intergovernativa di Bruxelles per il Mercato comune e l’Euratom, segretario generale del Consiglio d’Europa dal ‘57 al ’63. Il Fondo comprende memorandum, resoconti di riunioni, appunti autografi, verbali, testi di conferenze, rapporti, comunicati stampa, corrispondenza politica, tra gli altri con Altiero Spinelli, Francesco Cavalletti, Richard Coudenhove-Kalergi, Paul Henry Spaak. La parte del fondo depositata in fotocopia a Pavia è composta da sei dossier ed è provvista di regesto.
194
Daniela Preda
Presso l’Archivio storico dell’Università di Pavia è conservata infine una raccolta di fonti orali. Tra queste, ricordiamo quelle di Gianni Merlini, Alberto Cabella, Franco Praussello, Mario Albertini, Giulio Andreotti, Maria Romana Catti De Gasperi, Paolo Emilio Taviani, Angelo Bernassola, Giuseppe Petrilli, Anna Anfossi, Luigi Vittorio Majocchi, Enzo Giacchero, Carlo Ernesto Meriano, Franco Nobili. Arricchisce la documentazione una raccolta di opuscoli, libri, riviste e giornali di argomento europeista e federalista, tra cui «L’Unità Europea», «Europa Federata», «Popolo Europeo», «Europa in cammino», «Bollettino d’informazione» del MFE, «Fédéralisme européenne», «Journal du recensement», «Milano Federalista», «Informazione federalista», «Azione federalista», «L’Europe en formation», «France et progrés», «Agenor».
Abstracts
Politica e Archivi
Elisa Mongiano Diritto e prassi. Gli archivi nei trattati internazionali dei trasferimenti territoriali fra Stati Nella prospettiva del diritto internazionale le cessioni territoriali e i trasferimenti documentari ad esse collegati rientrano nel più ampio fenomeno della successione tra Stati. Si tratta di una questione antica e controversa di cui anche nel XX secolo si sono avuti vari significativi esempi tra loro di segno diverso: le sistemazioni territoriali conseguenti alla Prima e Seconda Guerra mondiale, la decolonizzazione, la riunificazione della Germania, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e quella della Repubblica socialista federale di Iugoslavia. L’intervento intende proporre brevi cenni sugli indirizzi adottati dalla dottrina internazionalistica in tema di archivi nelle diverse ipotesi di successione fra Stati e richiamare poi alcuni casi relativi alla pratica seguita nel sistema delle relazioni internazionali tra XVII e XIX secolo. Droit et praxis. Les archives dans les traités internationaux de transferts territoriaux entre États Dans la perspective du Droit international, les cessions territoriales et les transferts des documents relatifs, font partie du phénomène plus vaste de la succession entre États. Il s’agit d’une question datée et controversée dont on a eu - même au cours du XXème siècle – plusieurs exemples significatifs, très différents les uns des autres : l’aménagement des territoires qui a suivi la Première et la Deuxième Guerre Mondiale, la décolonisation, la réunification de l’Allemagne, la dissolution de l’Union Soviétique et celle de la République fédérale socialiste de Yougoslavie. Cette présentation veut proposer un bref aperçu sur les orientations adoptées par la doctrine internationaliste au sujet des archives, en tenant compte des différentes hypothèses de succession entre États et veut aussi rappeler certains cas concernants la pratique adoptée dans le système des relations internationales entre le XVIIème et le XIXème siècle.
Raffaele Pittella Storia, memoria e identità nazionale. Gli archivi restituiti all’Italia dall’Austria-Ungheria a termine della Grande Guerra Negli anni a cavaliere della Grande Guerra, si consolidò fra gli intellettuali italiani l’idea che il compimento dell’unità nazionale non riguardasse solo l’espansione dei confini territoriali ma anche la restituzione del patrimonio artistico e documentario impropriamente incamerato dall’Austria negli anni in cui aveva dominato sull’Italia: archivi, biblioteche, quadri, arazzi e materiali archeologici. Di questo comune sentire sono testimonianza le operazioni di recupero svolte dalla Commissione
198 Artistica che operò a Vienna e negli ex territori asburgici nell’ambito della Missione Militare Italiana, guidata dal generale Roberto Segre, attiva tra il 1918 e il 1920. Il legame che venne così a stabilirsi fra la politica e la storia, fra la cultura e il pensiero nazionalista tornò nuovamente a riecheggiare in occasione della grande mostra del 1923 sugli «oggetti d’arte e di storia restituiti dall’Austria-Ungheria». La mostra, curata da Ettore Modigliani, si svolse a Roma nella suggestiva cornice di Palazzo Venezia, edificio dotato di una straordinaria forza simbolica poiché espropriato dallo Stato italiano all’Austria nel maggio 1916 a parziale risarcimento «de’ suoi misfatti artistici» compiuti in occasione dell’ultimo conflitto. Histoire, mémoire et identité nationale. Les fonds d’archives restitués à l’Italie par l’Autriche-Hongrie à la fin de la Grande Guerre Pendant les années autour de la Grande Guerre pris pied parmi les intellectuels italiens l’idée que derrière l’activité menée par les historiens et les archivistes qui participèrent à la mission militaire italienne à Vienne, guidée par le général Segre entre 1918 et 1920, se cachaient des objectifs non seulement culturels, mais surtout politiques. Les choix effectués par ces intellectuels dévoilent l’idée, dérivée de l’époque du Risorgimento, que l’accomplissement de l’unité nationale ne concernait pas seulement l’expansion des frontières territoriales, mais aussi la restitution des « objets d’art et d’histoire » qu’on considérait avoir été improprement exportés d’Autriche au cours des années de domination de l’Italie. Outre ces motivations, on peut en observer toutefois d’autres, à savoir : la nécessité d’affirmer, par le biais des bibliothèques, des musées et des archives, le rôle de grande puissance internationale que la classe italienne des dirigeants, libéraux et nationalistes, avait poursuivi pendant des années. Le lien qui de cette façon naquit entre la politique et l’histoire, entre la culture et la pensée nationaliste retrouva une certaine importance dans la grande exposition de 1923 (réalisée par Ettore Modigliani) qui eut lieu à Rome à Palais Venezia, édifice possédant une extraordinaire force symbolique, car il fut exproprié par l’Etat Italien à l’Autriche, en mai 1916, comme dédommagement partiel « pour ses méfaits artistiques » menés dans les territoires italiens en guerre.
Valeria Deplano Archivi d’Africa. La documentazione in Italia e nelle colonie Con la firma del Trattato di Parigi del 1947 l’Italia rinunciava ai propri possedimenti coloniali. Si trattava, da una parte, dell’ufficializzazione di una condizione di fatto: le colonie africane erano state occupate dalle potenze alleate nel corso del conflitto mondiale (nel 1941 i territori del Corno d’Africa, nel 1943 la Libia), e si trovavano già da alcuni anni fuori dal controllo dei governi italiani. Dall’altra parte, la firma del 1947 obbligava il governo De Gasperi all’avvio di un processo di decolonizzazione che non era sentito né come urgente né come necessario dalle forze politiche postfasciste. Tanto prima quanto dopo la firma del Trattato di Parigi i partiti di governo e di opposizione sostennero infatti una campagna politica finalizzata al “ritorno dell’Italia in Africa”. L’insieme di questi fattori (il ruolo delle colonie come fronte di guerra nel conflitto mondiale; la loro occupazione; la gestione britannica delle stesse negli anni di transizione; la firma del Trattato e la prosecuzione da parte dei governi italiani di una politica di tipo coloniale) influirà sul destino degli archivi dell’amministrazione coloniale italiana. Il presente intervento propone una ricostruzione delle vicende politiche e diplomatiche che hanno determinato la fine del capitolo coloniale della storia italiana, al fine di verificare in che modo queste si siano intrecciate con quelle archivistiche, e
199 abbiano determinato l’attuale condizione della documentazione coloniale italiana sia a livello centrale (dunque le carte del Ministero dell’Africa Italiana, erede del Ministero delle Colonie) sia periferico (le carte dei Governatorati previsti dall’ordinamento delle colonie alla fine degli anni Trenta). Archives d’Afrique. La documentation en Italie et dans les colonies Avec la signature du Traité de Paris de 1947, l’Italie a renoncé à ses possessions coloniales. Il s’agit, d’une part, de l’officialisation d’une situation de fait : les colonies africaines avaient déjà été occupées par les puissances alliées au cours du conflit mondial (en 1941 les territoires de la Corne de l’Afrique, en 1943 la Lybie), et se trouvaient, depuis quelques années, hors du contrôle de la part des gouvernements italiens. D’autre part, la signature en 1947 obligeait le gouvernement De Gasperi à mettre en place un processus de décolonisation qui n’était perçu ni comme urgent ni comme nécessaire par les forces politiques postfascistes. Aussi bien avant qu’après la signature du Traité de Paris, les partis au gouvernement e d’opposition ont en effet soutenu une campagne politique finalisée au « retour de l’Italie en Afrique ». L’ensemble de ces facteurs (le rôle des colonies comme front de guerre dans le conflit mondial ; l’occupation des colonies ; la gestion britannique de ces dernières au cours des années de transition ; la signature du Traité et le maintien, par les gouvernements italiens, d’une politique coloniale) aura une influence sur le destin des archives de l’administration coloniale italienne. Ma présentation propose une reconstruction des évènements politiques et diplomatiques qui ont déterminé la fin de l’ère coloniale de l’histoire italienne, afin de vérifier de quelle façon de tels évènements se sont liés aux archives et ont défini la condition actuelle de la documentation coloniale italienne aussi bien à niveau central (les documents du Ministère de l’Afrique italienne, ancien Ministère des Colonies) que périphérique (les documents des Gouvernorats prévus par la législation des colonies à la fin des années 30).
Alfredo Canavero Assetti nazionali dopo le due Guerre mondiali. Il ruolo di Alcide De Gasperi nel Trattato di pace del 1947 Il Trattato di pace imposto all’Italia fu firmato il 10 febbraio 1947, ma fu elaborato nel corso della conferenza per la pace che si era inaugurata a Parigi il 19 luglio 1946. Quando la delegazione italiana guidata da Alcide De Gasperi e composta, fra gli altri, da Ivanoe Bonomi e Giuseppe Saragat, giunse nella capitale francese nell’agosto, le linee principali del trattato erano già state definite dagli incontri tra i ministri degli Esteri dei Quattro grandi. Lunghe e intense riunioni nell’ambasciata italiana precedettero il discorso che De Gasperi fece di fronte all’Assemblea dei Ventuno nel pomeriggio del 10 agosto. De Gasperi, come è noto, cercò di improntare il suo intervento a un carattere che andasse al di là dei meri interessi dell’Italia, per convincere i presenti che il nostro paese si stava mettendo «sui grandi binari della democrazia». Il discorso non sortì però alcun effetto pratico e grandi rinunce territoriali e d’altro genere furono imposte all’Italia. De Gasperi riuscì solo a salvare il confine del Brennero con l’Austria trattando direttamente col ministro degli Esteri austriaco Gruber. In cambio l’Italia concesse uno statuto d’autonomia alla regione che tutelava la minoranza di lingua tedesca, ma nello stesso tempo soddisfaceva le richieste autonomistiche dei trentini. L’operazione riuscì perché tanto l’Italia che l’Austria erano due paesi sconfitti e nessuna grande potenza prese in seria considerazione la richiesta austriaca di ottenere l’Alto Adige. Risultati molto diversi si ebbero invece al confine con la Francia e soprattutto con la Jugoslavia. Ma in questi casi il rapporto era con
200 paesi vincitori, mentre l’Italia, nonostante la cobelligeranza e la Resistenza, doveva pagare il conto per la guerra fascista. Situation nationale après les deux Guerres mondiales. Le rôle de Alcide De Gasperi dans le Traité de paix de 1947 Le Traité de paix imposé à l’Italie fut signé le 10 février 1947, mais il fut élaboré lors de la conférence de paix inauguré à Paris le 19 juillet 1946. Quand dans le mois d’août la délégation italienne guidée par M. Alcide De Gasperi et constituée, entre autres, par Ivanoe Bonomi et Giuseppe Saragat arriva à Paris, les ministres des Affaires Étrangères des Quatre Grandes Puissances avaient déjà défini les lignes principales du traité pendant des rencontres. Des réunions longues et intenses dans l’Ambassade d’Italie précédèrent le discours de M. De Gasperi face à l’Assemblée des 21 dans l’après-midi du 10 août. On sait que De Gasperi essaya de donner à son discours un caractère allant au-delà de simples intérêts de l’Italie pour convaincre le public que notre Pays était en train de se mettre sur le « la grande ligne de la démocratie ». Toutefois le discours n’eut pas des effets pratiques et de grandes renonciations territoriales et d’autre sorte furent imposé à l’Italie. De Gasperi réussit à sauver seulement la frontière du Brennero avec l’Autriche en négociations directes avec le ministre des Affaires Étrangères autrichien, M. Gruber. En échange, l’Italie, accorda le statut d’autonomie à la région qui, pour la majorité de langue allemande, mais, au même temps, elle satisfit les exigences d’autonomie des habitants du Trentin. L’affaire eut de succès vu que aussi bien l’Italie que l’Autriche étaient deux Pays vaincus, et par ailleurs, aucune grande puissance considéra la demande de l’Autriche d’obtenir le Haut-Adige. Les résultats concernant les frontières avec la France, et notamment avec la Yougoslavie, étaient très différents. Mais, dans ces cas, le rapport était avec des pays vainqueurs, alors que l’Italie, malgré la belligérance commune et la Resistenza, devait payer la note pour la guerre fasciste.
Il Trattato di pace del 1947. Frattura e continuità
Davide Bobba Dal Trattato di Parigi all’accordo tra Italia e Francia sugli archivi di Nizza e Savoia (1947-1949) Oltre a importanti clausole territoriali, militari, politiche ed economiche, il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 tra l’Italia e le potenze alleate prevedeva la consegna alla Francia della documentazione italiana riguardante Nizza e Savoia precedente al 1860. Quest’ultima imposizione derivava da un antico contenzioso internazionale originato dalla cessione da parte del Regno di Sardegna dei due territori in questione all’Impero francese a seguito della Seconda Guerra d’Indipendenza. La definizione degli effetti materiali della clausola archivistica impegnò la Commissione franco-italiana incaricata dell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, composta dalle migliori figure di archivisti e di storici nominati dai rispettivi governi nazionali. Fu l’Accordo tra l’Italia e la Francia relativo agli archivi della Savoia dell’agosto 1949 a sancire definitivamente il destino dei documenti, per lo più conservati a Torino, prevedendo sia la cessione dei documenti italiani alla Francia sia il trasferimento in Italia di documenti legati alla storia nazionale fino ad allora conservati in istituti francesi. Tra 1950 e 1951 partirono da Torino i documenti, che furono trasferiti dopo essere stati sottoposti a un’imponente operazione di microfilmatura. Du Traité de paix de Paris aux accords entre France et Italie concernant les archives de Nice et Savoie (1947-1949) Le Traité de paix de Paris du 10 février 1947 entre l’Italie et les puissances alliées prévoyait la cession à la France de « toutes les archives, historiques et administratives, antérieures à l’an 1860 » relatives à Nice et à la Savoie. La France avait sollicité cette cession plusieurs fois, depuis le transfert des deux territoires après la deuxième guerre d’indépendance italienne du 1859. Une Commission franco-italienne, composée des meilleurs archivistes et historiens nommés par les respectifs Gouvernements, choisit les documents qui devaient être transportés en France, après une discussion caractérisée par l’honnêteté intellectuelle et la rigueur scientifique. Entre 1950 e 1951 les documents furent envoyés en France, après leur reproduction en microfilm.
202 Bruno Galland Vincolo spezzato – rétrocession. Un point de vue français Le Traité de Paris de 1947 (et l’accord de 1949 qui en découle, ainsi que celui de 1954), intervenu à la fin de la 2nde guerre mondiale, est l’héritier d’une conception ancienne de la restitution des archives, et ce d’autant plus qu’il procède lui-même du Traité de 1860, volontairement ambigu. Il est le dernier grand traité international consacré à des transferts d’archives entre États déjà constitués, exception faite des dispositions liées dans les décennies suivantes à la décolonisation, bien entendu. Pourtant, ce ne sont pas les grands principes du droit ou de l’archivistique qui ont inspiré ce traité (en tout cas pour les dispositions relatives aux archives de Turin), mais des considérations locales (la volonté de disposer des sources à proximité), auxquelles s’ajoute sans doute du côté français, le traumatisme de la perte des archives espagnoles restituées à Simancas en 1941. C’est que déjà sans doute, les principes précédents apparaissent fragiles. De fait, progressivement, ce transfert apparaît contestable même aux archivistes français. Robert-Henri Bautier cherchera, dans les années qui suivent, à mettre en valeur les compensations obtenues par l’Italie, voire à reconstituer virtuellement l’unité des fonds par la publication d’un Guide. Enfin, en 1977, à la conférence internationale de la table ronde des Archives, Charles Kecskémeti n’hésite pas à critiquer ce partage. Entre-temps, des conventions générales ont été adoptées entre de nombreux pays, qui ont fait émerger de nouveaux principes. Compte tenu du rôle que tiennent alors les archivistes français dans le Conseil international des archives, le souvenir du partage des archives savoyardes a certainement joué un rôle important dans cette évolution. Le partage de 1947 a ainsi permis d’accélérer la prise de conscience d’un patrimoine commun et d’une indispensable collaboration, qui s’est mise en œuvre de bien des manières, comme en témoigne la présente rencontre. Vincolo spezzato – rétrocession. Un punto di vista francese Il Trattato di Parigi del 1947 (e l’accordo del 1949 che ne deriva, così come quello del 1954), avvenuto alla fine della seconda guerra mondiale, è l’erede di un’antica concezione della restituzione degli archivi, tanto più che consegue dal Trattato del 1860, volontariamente ambiguo. È l’ultimo grande trattato internazionale dedicato a trasferimenti di archivi tra Stati già costituiti; fatta eccezione, ben inteso, per disposizioni legate alla decolonizzazione nei decenni seguenti. Tuttavia, non sono i grandi principi del diritto o dell’archivistica che hanno ispirato questo trattato (in ogni caso per le disposizioni relative agli archivi di Torino), ma considerazioni locali (la volontà di disporre di fonti vicine), alle quali si aggiunge senza dubbio dal lato francese, il trauma della perdita degli archivi spagnoli restituiti a Simanca nel 1941. Il fatto è che forse i principi precedenti appaiono fragili. In seguito, progressivamente, questo trasferimento appare discutibile anche agli archivisti francesi. Robert-Henri Bautier cercherà negli anni seguenti, di valorizzare i risarcimenti ottenuti dall’Italia, ossia ricostituire virtualmente l’unità dei fondi con la pubblicazione di una Guida. Infine, nel 1977, in occasione della conferenza internazionale della tavola rotonda degli Archivi, Charles Kecskémeti non esita a criticare questa suddivisione. Nel frattempo, sono state adottate convenzioni generali tra numerosi paesi, che hanno fatto emergere nuovi principi. Tenuto conto del ruolo che gli archivi francesi tennero all’epoca presso il Consiglio internazionale degli archivi, il ricordo della suddivisione degli archivi della Savoia ha certamente svolto un ruolo importante in questa evoluzione. La suddivisione del 1947 ha così permesso di accelerare la presa di coscienza di un patrimonio comune e di una collaborazione indispensabile, che è stata avviata in vari modi, come testimonia l’incontro di oggi.
Esiti del Trattato di Parigi sui fondi archivistici
Luisa Gentile I fondi archivistici dell’Archivio di Corte, memoria di uno Stato sovraregionale Dal XVI secolo alla Restaurazione, gli archivi governativi sabaudi seguirono progressivamente lo spostamento del centro politico e amministrativo dello Stato da un lato all’altro delle Alpi. I due principali complessi archivistici – l’archivio di Corte e quello della Camera dei Conti – furono oggetto di vari interventi di riordino e inventariazione, tanto che i documenti non poterono essere più distinti in base alla loro provenienza, ma all’uso politico-amministrativo che ne faceva il governo sardo. Così, l’applicazione del Trattato di Parigi al «trésor des chartes» comportò lo sconvolgimento, se non la distruzione, di un antico complesso archivistico, con il trasferimento di 15/16 tonnellate di documenti al di là delle Alpi e un inevitabile corollario di confusioni e dispersioni. Nell’archivio di Corte i Paesi, le Materie economiche, le Materie ecclesiastiche furono smembrati in base a criteri sì concordati, ma applicati in modo discontinuo. A fronte delle rivendicazioni, talora contradditorie, degli storici d’Oltralpe, le reazioni degli archivisti torinesi furono ora collaborative, nonostante tutto, ora ostili, spesso di difesa, con l’occultamento di piccoli fondi non inventariati. Furono elaborati strumenti che tentavano di ricomporre, almeno sulla carta, la dispersione: una campagna di microfilmatura di proporzioni impressionanti e la pubblicazione di volumi che davano conto delle serie colpite dal trattato. Caduti i condizionamenti cui furono sottoposti i loro predecessori, gli archivisti torinesi e transalpini sono oggi abituati a una collaborazione pluridecennale, che, grazie ai nuovi mezzi digitali, potrebbe portare alla riunificazione virtuale di un patrimonio diviso. Les fonds des Archives de Cour de Turin, mémoire d’un Etat suprarégional Les transferts d’un côté à l’autre des Alpes des archives de l’Etat savoyard eurent lieu de façon progressive, du XVIe siècle à la Restauration, en fonction du déplacement du centre politique et administratif de la monarchie. Les deux grands archives principales, de la Cour et de la Chambre des Comptes, firent à plusieurs reprises l’objet de travaux de classement et d’inventaire : bientôt il ne fut plus possible de distinguer les chartes sur la base de leur provenance, car elles étaient ordonnées selon les intérêts politiques et administratifs du gouvernement sarde. Ainsi, le Traité de Paris bouleversa, et en partie détruisit, un ancien ensemble archivistique, par le déplacement de 15/16 tonnes de documents au-delà des Alpes, avec son inévitable corollaire de confusions et dispersions. Dans les Archives de Cour, les fonds Paesi, Materie economiche et Materie ecclesiastiche furent démembrés selon des critères qui avaient été concordés entre les deux commissions nationales, mais qui furent appliqués par intermittence. En réponse aux revendications des historiens français, parfois contradictoires, les réactions des archivistes turinois furent tantôt collaboratives, tantôt hostiles, de défense, comportant l’occultation de petits fonds non inventoriés. On élabora des outils pour recomposer, au moins sur le papier, la dispersion : une campagne de microfil-
204 mage de proportions impressionnantes et la publication de volumes qui donnaient la liste des séries touchées par le traité. Libres des conditionnements politiques de leurs prédécesseurs, les archivistes turinois, savoyards et niçois sont désormais accoutumés à une longue collaboration, qui, grâce à la révolution numérique, pourrait conduire à la réunification virtuelle d’un patrimoine divisé.
Maria Paola Niccoli Da Chambéry a Torino: il lungo viaggio degli archivi camerali di Savoia L’intervento è focalizzato sull’archivio della Chambre des comptes de Savoye quale esempio particolarmente significativo per la sua unitarietà e coerenza documentaria. Vengono presi in esame, grazie ad un prezioso documento ritrovato in occasione della schedatura di una corposa miscellanea esistente in coda al fondo, sia la modalità di conservazione e di aggregazione delle carte a Chambéry sia il loro trasferimento a Torino dopo la soppressione dell’istituto transalpino nel 1719 e gli interventi del magistrato piemontese che in occasione del suo arrivo predispone gli spazi necessari ad accoglierlo. Si esaminano anche gli interventi degli archivisti piemontesi che con il loro lavoro di riordino e di descrizione hanno conferito alla documentazione la veste tuttora visibile nelle serie documentarie conservate e rimaste in Italia. La relazione si conclude con una riflessione sul pesante intervento di sottrazione della documentazione che fu trasferita in Francia in applicazione del Trattato di pace del 1947: l’operazione ruppe l’organicità e l’unitarietà date all’archivio fin dal Settecento e così giunto fino a noi. De Chambéry à Turin : le long voyage des archives de la Chambre des Comptes de Savoie Le but de cet article est d’explorer les archives de la Chambre des comptes de Savoye en tant qu’exemple particulièrement significatif de son unité et de sa cohérence documentaire. Ils sont examinés, grâce à un précieux document découvert lors du classement d’une grande recueil, à la fois la méthode de conservation et d’agrégation des cartes à Chambéry et leur transfert à Turin après la suppression de l’institut transalpin en 1719. à l’occasion de son arrivée le magistrat piémontais prépara les espaces nécessaires pour l’accueillir. Les interventions des archivistes piémontais sont également considérés. Celles-ci, avec leur travail de classement et de description, ont donné à la documentation l’apparence encore visible dans les séries documentaires préservées et restées en Italie. Le rapport se termine par une réflexion sur l’intervention grave de la soustraction de la documentation transférée à la France en application du Traité de paix de 1947 : l’opération cassa l’organicité et l’unité des archives depuis le XVIIIe siècle et ainsi arrivées à nous.
Daniela Cereia Il progetto archivistico sui fondi delle «Materie economiche» e delle «Materie ecclesiastiche» dell’Archivio di Stato di Torino I fondi Materie economiche e Materie ecclesiastiche sono l’esito di interventi archivistici operati nel corso del secolo XVIII: furono infatti creati estraendo dalle serie documentarie delle Camere dei conti di Piemonte e di Savoia i documenti ritenuti utili per provare diritti del regno di Sardegna. A
205 tali atti, organizzati per materie e ordinati cronologicamente, furono aggiunti i documenti prodotti nel corso del secolo XVIII dagli ufficiali del Regno. L’organizzazione in nuove serie riguardava egualmente i territori italiani, il Piemonte, e i cosiddetti «Paesi di nuovo acquisto» (Oltre Po Pavese, Lomellina, Alessandrino, Novarese, che comprendeva anche la Valsesia, e l’Ossola), e i territori francesi, cioè Savoia e Nizza. Furono proprio i documenti relativi alle due regioni transalpine l’oggetto della cessione da parte dell’Italia negoziata con il Trattato di Parigi del 1947. Le projet concernant les fonds «Materie economiche» et «Materie ecclesiastiche» conservés aux Archives d’Etat de Turin Les fonds Materie economiche et Materie ecclesiastiche sont le résultat de nombreuses opérations effectuées pendant le XVIIIe siècle : ils furent crées en tirant des séries des Chambre des comptes de Savoie et de Piémont les documents considérées nécessaires pour prouver les droits du royaume de Sardaigne. Aux documents extraits des Chambres des comptes furent ajoutés ceux qui avaient été produit par les officiers du Royaume pendant le XVIIIe siècle. Cette nouvelle organisation de la documentation touchait également les territoires italiens, c’est-à-dire le Piémont, les « Pays de nouveau achat » (Oltre Po Pavese, Lomellina, Alessandrino, Novarese, ce dernier comprenait aussi la Valsesia, et l’Ossola) et les territoires français (Savoie et Nice). Une partie des documents concernant les régions transalpines furent l’objet de la cession faite par l’Italie lors de la négociation du Traité de Paris du 1947.
Jean Luquet Au péril des transferts d’archives, approche archivistique et historiographique des documents « restitués » à la France Les éléments des fonds d’archives désormais conservés aux Archives départementales de la Savoie et aux Archives départementales de la Haute-Savoie s’organisent en trois grands ensembles qui, fort heureusement, préservent la structure des fonds turinois d’origine. Les Archives de Cour, le fonds de l’Agence générale des finances, et surtout le fonds de la Chambre des comptes de Turin, dit fonds des Archives camérales. C’est à cet ensemble qu’appartient la collection des comptes de châtellenies et de subsides, 10 532 articles, la plupart en rouleaux de parchemin, désormais répartis entre les archives départementales de Savoie et de Haute-Savoie. Dès 1954, Rosa Maria Borsarelli publie les séries Nice et Savoie conservées à l’Archivio di Stato di Torino. Ses successeurs Isabella Massabò Ricci, Marco Carassi ont réalisé une œuvre exceptionnelle qui placent les archives turinoises au cœur des enjeux culturels du Piémont.Dans les deux services d’archives de Savoie et Haute-Savoie, l’inventaire des archives de Cour est repris puis des Guides des archives sont publiés en 1976 pour la Haute-Savoie, en 1979 pour la Savoie. Gérard Détraz dresse ensuite un État sommaire de la série SA et des archives savoyardes de Turin (1995), tableau complet des archives partagées entre la France et l’Italie. Les travaux historiques sur les archives savoyardes ont souffert de ce morcellement : les historiens de l’Université de Savoie développent les études sur les origines du comté de Savoie. Le principal centre d’études historiques se développe toutefois autour des comptes de châtellenies, dans la suite de l’archiviste de Haute-Savoie Max Bruchet et de Robert-Henri Bautier. Mais c’est à Christian Guilleré qu’il revient d’avoir lancé en France le très fructueux mouvement d’étude et d’édition des sources turinoises.
206 Esquisser le développement futur des recherches dans les anciens domaines de la Maison de Savoie appartient désormais peut-être aux archivistes, grâce aux progrès des moyens de numérisation et diffusion : peut-on imaginer un jour de reconstituer virtuellement et publier les fonds des Archives de Savoie matériellement à jamais morcelé ? Sul rischio di trasferimenti degli archivi, un approccio archivistico e storiografico dei documenti “restituiti” alla Francia Le serie archivistiche ora conservate negli Archivi dipartimentali della Savoia e in quelli del dipartimento dell’Alta Savoia sono organizzate in grandi gruppi che, fortunatamente, conservano la struttura dei fondi torinesi originali. Gli Archivi di Corte, i fondi dell’Agence générale des finances e in particolare, i fondi della Camera dei conti di Torino sono fondi degli Archivi camerali. È a questo insieme che appartiene la raccolta dei conti delle castellanie e dei sussidi, 10.532 articoli, la maggior parte dei quali in rotoli di pergamena, ora distribuiti tra gli archivi dipartimentali della Savoia e dell’Alta Savoia. Già nel 1954, Rosa Maria Borsarelli pubblicava la serie Nizza e Savoia conservata presso l’Archivio di Stato di Torino. I suoi successori Isabella Massabò Ricci e Marco Carassi hanno prodotto un’opera eccezionale che colloca l’Archivio di Torino al centro delle questioni culturali del Piemonte. Nei due istituti archivistici della Savoia e dell’Alta Savoia, l’inventario degli Archivi di Corte viene ripreso nella Guida degli archivi, pubblicata nel 1976 per l’Alta Savoia, e nel 1979 per la Savoia. Gerard Détraz redige poi una Sintesi degli archivi SA e degli archivi sabaudi di Torino (1995), un quadro completo degli archivi condiviso tra Francia e Italia. I lavori storiografici sugli archivi sabaudi hanno sofferto di questa frammentazione: gli storici dell’Università della Savoia sviluppano gli studi sulle origini della contea di Savoia. Il fulcro principale degli studi si sviluppa tuttavia attorno ai conti delle castellanie, sulla scia dell’archivista dell’Alta Savoia Max Bruchet e di Robert-Henri Bautier. Ma è di Christian Guilleré il merito di aver lanciato in Francia il movimento molto fruttuoso di studio e le edizioni delle fonti torinesi. Abbozzare il futuro sviluppo delle ricerche negli ex domini di Casa Savoia è ora in mano agli archivisti, grazie al progresso dei mezzi di digitalizzazione e diffusione: è possibile immaginare un giorno di ricostruire virtualmente e pubblicare i fondi degli archivi di Savoia materialmente frammentati?
Hélène Maurin Les archivistes de Haute-Savoie et le fonds turinois (de 1860 à aujourd’hui) Les Archives Départementales de la Haute Savoie sont fondées en 1861, après le rattachement de la Savoie à la France et la création des deux nouveaux départements, ayant comme chef lieu Chambéry et Annecy. Les archivistes en charge du nouveau Service de la Haute Savoie travaillent à en développer le patrimoine. Les premiers directeurs montrent tout de suite un grand intérêt pour les séries concernant la Savoie conservées à Turin et en souhaitent l’acquisition en s’appuyant sur le Traité de cession de 1860. Parmi eux Max Bruchet et ses homologue de la Savoie, de l’Ain et des Alpes Maritimes font connaitre aux chercheurs français – entre fin XIXe et première moitié du XXe siècle – les fonds turinois en les faisant objet de différentes publications. Pierre Duparc participe aux travaux de la commission franco-italienne pour la répartition des fonds turinois, suite au Traité de paix de 1947. Il avait déjà conçu en 1944 un projet de transfert
207 qui n’avait pas eu lieu car les archivistes turinois avaient mis les archives à l’abri des bombardements en les dispersant en dehors de la ville. C’est à Raymond Oursel qu’incombe de répartir entre Savoie et Haute Savoie les documents transférés entre 1950 et 1951, qui forment pourtant une seule série dénommée SA. A partir des années soixante, sont publiés les inventaires des documents conservés à Chambéry et Annecy, on produit des microfilms et on publie le catalogue des sceaux. En 2016, à l’occasion des six cent ans de l’institution du duché, on organise en Haute Savoie plusieurs initiatives pour favoriser l’étude et la divulgation des sources historiques. Parallèlement on met en chantier restaurations, reconditionnements, et campagnes de reproduction numérique des rouleaux des comptes, dans la perspective de la publication avec traduction. Le catalogue et les images des sceaux de la Haute Savoie sont consultables en ligne dans le cadre du projet SIBILLA. Deux volumes ont été publiés en 2017, un par les soins des Archives de la Haute Savoie, avec la collaboration des Archives départementales de la Savoie et des Archives d’Etat de Turin, l’autre par ces dernières, en offrant ainsi un panorama des points de vue français et italien sur l’opération archivistique de 1947 et en renforçant les liens de collaboration entre les deux pays. Gli archivisti dell’Alta Savoia e i fondi torinesi (dal 1860 ad oggi) Gli Archivi Dipartimentali dell’Alta Savoia sono istituiti dopo il 1861, all’indomani della cessione (per i Francesi «Rattachement», ricongiunzione) della Savoia alla Francia e la creazione dei dipartimenti della Savoia (Chambéry) e dell’Alta Savoia (Annecy). La relazione illustra l’impegno degli archivisti per incrementare il patrimonio del nuovo Istituto. I primi direttori mostrano notevole interesse per le serie documentarie relative alla Savoia conservate a Torino e ne rivendicano la consegna appellandosi al Trattato del 1860; con Max Bruchet (direttore delle Archives départementales de la Haute-Savoie fra 1892 e 1908) e con i suoi omologhi della Savoia, dell’Ain e delle Alpi Marittime, fino a tutta la prima metà del secolo XX si privilegia lo studio sul posto dei fondi torinesi, facendone conoscere l’importanza attraverso una serie di pubblicazioni. Per quanto riguarda propriamente le vicende connesse con il Trattato del 1947, è Pierre Duparc a occuparsi del trasferimento delle carte: già nel 1944, come archivista, guida una missione a Torino, fallita perché la documentazione era stata spostata in un luogo sicuro per sottrarla ai bombardamenti; poi come esponente del Ministero degli Esteri e membro della commissione di esperti italiani e francesi sostiene con convinzione il trasferimento in Francia. Tocca poi a Ray Oursel organizzare la destinazione delle carte fra i dipartimenti di Savoia e Alta Savoia: 64 metri lineari di documenti fra Chambéry e Annecy. Per comodità di consultazione sono tutti individuati come un’unica serie: SA, Savoia Antica. Dai primi anni Sessanta si pubblicano gli inventari degli archivi di Corte (série SA) conservati a Chambéry e ad Annecy e nuovi strumenti di consultazione, fra cui microfilm, inventari sommari e un catalogo dei sigilli. In Alta Savoia, nel 2016, per i 600 anni dell’istituzione del Ducato, si sono organizzati vari eventi finalizzati allo studio e alla divulgazione delle fonti storiche. Parallelamente si è avviata una campagna di ricondizionamento, restauro e riproduzione digitale dei 2000 rotoli di conti, con l’obiettivo di pubblicarli on line con la traduzione. Sono già consultabili on line, nel programma SIGILLA il catalogo e la riproduzione dei sigilli dell’Alta Savoia. Nel 2017, due volumi pubblicati uno a cura delle Archives départementales de la Haute-Savoie con la collaborazione delle Archives départementales de la Savoie e la partecipazione dell’Archivio di Stato di Torino, l’altro dall’Istituto archivistico torinese hanno fatto conoscere il punto di vista francese e italiano sull’operazione archivistica del 1947, rafforzando la collaborazione fra i due Paesi.
208 Yves Kinossian Turin et Nice, un lien géo-politique, un lien archivistique Le transfert de parties de fonds de l’Archivio di Stato aux trois départements français de la Haute-Savoie, de la Savoie et des Alpes-Maritimes en conséquence du Traité de Paris du 10 février 1947 pose la question, pour ce qui regarde les Alpes-Maritimes, des relations entre Turin et Nice. De là, une problématique archivistique, une problématique géo-politique. Archivistique d’abord. La question des archives conservées à l’Archivio di Stato de Turin pour la période antérieure à 1860 traduit une différence d’échelle : ce sont les archives du pouvoir souverain et du territoire piémontais. Or les archives conservées dans les services d’archives départementales de Haute-Savoie, de Savoie et des Alpes-Maritimes ressortissent aux administrations locales. Géo-politique ensuite : au-delà du déplacement de la frontière sur le Var, puis sur la ligne de crêtes en 1860, incluant le Mercantour, Tende et La Brigue en 1947, la géographie historique nous apprend que le comté de Nice n’est pas le département des Alpes-Maritimes (l’arrondissement de Grasse et le comté de Nice forment ce département en 1860), alors que les départements de Haute-Savoie et de Savoie sont de statut historique plus homogène. Trois temps seront abordés. 1 - Un lien (presque) indissoluble entre Nice et Turin (1388-1860) 2 - Un lien indissolublement archivistique entre Nice et Turin (1860-1947/1955) 3 - Un lien archivistique soluble entre Nice et Turin (1955-2017) Et maintenant ? Des obstacles : une pénurie de chercheurs, une pénurie de moyens. Quelles priorités ? Des (bonnes) volontés : les archivistes, quelques chercheurs autour d’une volonté de travailler ensemble. Torino e Nizza, un legame geo-politico, un legame archivistico Il trasferimento di parte dei fondi dell’Archivio di Stato di Torino ai tre dipartimenti francesi dell’Alta Savoia, della Savoia e delle Alpi Marittime, in conseguenza del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, pone il problema, per quanto riguarda le Alpi Marittime, delle relazioni tra Torino e Nizza. Da ciò una problematica archivistica e una problematica geo-politica. In primo luogo sotto il profilo archivistico. La questione degli archivi conservati all’Archivio di Stato di Torino per il periodo anteriore al 1860 denota una differenza di scala: si tratta infatti degli archivi del potere sovrano e del territorio piemontese. Gli archivi conservati nei Servizi d’archivio dipartimentali dell’Alta Savoia, della Savoia e delle Alpi Marittime concernono le amministrazioni locali. Sotto il profilo geo-politico occorre osservare che, oltre allo spostamento della frontiera sul fiume Var, poi sulla linea di cresta nel 1860, includendo il Mercantour, Tenda e Briga nel 1947, la geografia storica mostra che la contea di Nizza non coincide con il dipartimento delle Alpi Marittime (formato nel 1860 unendo l’arrondissement di Grasse con la contea di Nizza), mentre i dipartimenti dell’Alta Savoia e della Savoia hanno uno status storico più omogeneo. Si esaminano tre fasi temporali successive: 1 - Un nesso quasi indissolubile tra Nizza e Torino (1388 - 1860) 2 - Un nesso archivisticamente indissolubile tra Nizza e Torino (1860 - 1947/1955) 3 - Un nesso archivisticamente solubile tra Nizza e Torino (1955 - 2017) Ed ora? Gli ostacoli: penuria di ricercatori e carenza di risorse. Quali priorità? La (buona) volontà: archivisti e qualche ricercatore uniti dalla volontà di lavorare insieme.
Parigi 1947, Roma 1957. Storie di persone e prospettive europee
Leonardo Mineo «Uno de’ miei predecessori». Gli archivisti torinesi e la cessione delle carte di Nizza e Savoia Il contributo intende riflettere sull’impatto che la vicenda della cessione alla Francia delle carte relative a Nizza e Savoia ebbe sull’Archivio di Stato di Torino e su quanti vi operarono. Analizzando sul lungo periodo le reazioni dello stato maggiore dell’Istituto torinese dinanzi alla questione, aperta nel 1860 e conclusa solo nel secondo dopoguerra, è possibile cogliere continuità e fratture, tradizione e contaminazioni nella vita dell’Istituto torinese. Dinanzi alle rivendicazioni francesi, alla cauta apertura italiana del 1866, fortemente influenzata dal più generale contesto politico e ancora dalla pragmatica tradizione archivistica sabauda della Restaurazione, seguono gli intransigenti dinieghi del 1907 e del 1921, che si giovarono anche della cornice teorico-normativa dello Stato unitario, improntata ai principi del rispetto dei fondi e della provenienza archivistica. Infine, nel 1947, la resistenza degli archivisti italiani fu resa vana al cospetto della ragion di Stato, sull’altare della quale furono sacrificati documenti non più percepiti come fondanti dell’identità nazionale. « Uno de’ miei predecessori ». Les archivistes de Turin et la cession des documents concernant Nice et la Savoie Cette présentation illustre l’impact que la cession des documents concernant Nice et la Savoie a eu sur les Archives d’État de Turin et sur ses opérateurs. En analysant sur la longue période les réactions de l’état majeur des Archives d’État turinoises face à la question, ouverte en 1860 et conclue après la Deuxième Guerre Mondiale, il est possible de percevoir la continuité et les fractures, la tradition et les persistances dans la vie culturelle du Service d’archives turinois. Aux revendications françaises font pendant d’abord les ouvertures prudentes du côté italien en 1866, très influencées par le contexte politique général, ainsi que le pragmatisme de la tradition archivistique de la maison de Savoie à la Restauration. Ensuite viennent les refus intransigeants des années 1907 et 1921, soutenues aussi par le cadre théorique et normatif de l’État italien unifié, inspiré par les principes du respect des fonds et de la provenance archivistique. En dernier lieu, en 1947, la résistance des archivistes italiens fut frustrée face à la raison d’État qui imposa de sacrifier sur son autel les documents désormais considérés comme ne faisant plus part des fondements de l’identité nationale.
210 Daniela Preda Dal Trattato di Parigi all’avvio dell’integrazione europea: la rilevanza dei fondi archivistici privati All’inizio del 1947, l’Italia guardava alla ratifica del Trattato di pace come a una dolorosa necessità che avrebbe permesso al Paese di entrare su un piede di parità e a testa alta nel consesso delle nazioni libere. Quel trattato, tuttavia, poneva le basi per la costruzione di una nuova dimensione dei rapporti internazionali, fondata su una politica d’integrazione, solidarietà e cooperazione. Accanto ai governi, un ruolo fondamentale nel processo di unificazione europea, sarebbe stato svolto da singole personalità e da numerosi movimenti per l’unità europea, sorti in maniera endemica su tutto il continente nel periodo della guerra e nell’immediato dopoguerra. Ciò ha conseguenze rilevanti sia dal punto di vista storiografico sia da quello archivistico e documentario. Mentre per l’azione dei governi nazionali le fonti archivistiche sono note, per quanto riguarda i movimenti europeistici e soggetti non governativi manca a tutt’oggi un progetto storico-archivistico mirato alla conservazione delle relative fonti documentarie. La ricerca ne ha risentito; la costellazione vasta e dispersa dei movimenti non è infatti ancora stata oggetto di una ricognizione sistematica sia per la vastità del tema sia per la difficoltà nel reperire la documentazione in un ambito in cui l’azione pionieristica dei protagonisti mal si conciliava con la necessità della conservazione della memoria. Negli Archivi storici dell’Unione europea, dove nel 1987 fu depositato il fondo archivistico di Altiero Spinelli, la raccolta di fondi privati è stata affiancata alla documentazione storica proveniente dai servizi d’archivio delle istituzioni di Bruxelles e Lussemburgo. Altri Centri di raccolta documentaria sull’integrazione europea – come l’Archivio storico dell’Università di Pavia e la sezione della Biblioteca Bobbio dell’Università di Torino intitolata a Gianni Merlini – sono meno conosciuti, e su questi, in particolare, si sofferma l’intervento qui sintetizzato. Du Traité de Paris au début de l’intégration européenne : l’importance des fonds d’archives privées Au début de l’année 1947, en Italie on considérait la ratification du Traité de paix comme une nécessité douloureuse qui aurait permis au Pays d’entrer la tête haute et sur un pied de parité dans le concert des nations libres. Ce traité, toutefois, posait les bases pour la construction d’une dimension nouvelle des rapports internationaux, fondée sur une politique d’intégration, solidarité et coopération. À côté des gouvernements, un rôle fondamental au cœur du processus d’unification européenne devait être joué par des personnalités individuelles e par plusieurs mouvements en faveur de l’unité européenne, jaillis de façon endémique un peu partout sur le continent au temps de la guerre et tout de suite après. Ceci a des conséquences importantes au point de vue historiographique ainsi que du point de vue archivistique et documentaire. Les sources archivistiques institutionnelles sont connu, mais il manque encore un projet pour la conservation historique de la documentation des mouvements et de l’action européiste d’acteurs non gouvernementaux. La recherche en est à l’évidence influencée. L’univers vaste et dispersé des mouvements n’a pas encore été l’objet d’une reconnaissance systématique en raison de l’étendue du thème et de la difficulté à repérer la documentation. L’action de pionnier des protagonistes mal se conciliait en effet avec la nécessité d’en conserver la mémoire. Les Archives Historiques de l’Union Européenne depuis 1987 (lorsque y fut déposé le fonds d’Altiero Spinelli) collectent des fonds privés aussi bien que la documentation historique provenant des services d’archives des institutions de Bruxelles et Luxembourg. Moins connus sont d’autres centres de collecte documentaire sur l’intégration européenne, comme les Archives historiques de l’Université de Pavia et la Section intitulée à Gianni Merlini de la Biblioteca Bobbio de l’Université de Turin. La communication içi synthétisée se concentre particulièrement sur ces cas.
Indice analitico a cura di Leonardo Mineo
Per indicare i toponimi è stato utilizzato il carattere corsivo. Per indicare gli antroponimi è stato utilizzato il carattere tondo. Il carattere maiuscoletto è stato utilizzato per indicare gli autori citati. L’abbreviazione /n indica che la citazione è presente, alla pagina indicata, sia nel testo sia in nota.
Abbate, Biagio 101n, 179n Addis Abeba 43, 45/n Adriatico, mare 29 Adstans [Paolo Canali] 56n, 59n Afewerki, Isaias 49n Affini, Guido 191n Africa/Afrique X, 41, 42n, 44/n, 45, 48, 49, 51, 198, 199 Aicardi, Cinzia Maria 69 Aimone di Savoia, conte di Savoia 129 Ain 139, 207 Aix 148 Akelè Guzai 45 Albania 60 Albertini, Mario 189,190, 194 Aleramo del Monferrato, marchese 99n Alessandria 123, 205 Algeria 44n Allemagne v. Germania Alpi/Alpes VII, VIII, IX, X, 22, 35, 77, 82, 85, 89, 102, 104, 135, 203 Alpi, Ezio 192n Alpi Marittime/Alpes-Maritimes XV, 74, 80, 91, 122, 139, 147, 149, 150, 153, 154, 155, 156, 157, 176, 180n, 206, 207, 208 Alsazia/Alsace 79 Alta Savoia XV, 74, 78n, 80/n, 83, 93, 128, 131, 133, 135, 137, 138, 140/n, 144, 145, 146, 149, 150, 158, 171, 172n, 177, 205, 206, 207, 208 Altieri Magliozzi, Ezelinda 69n Alto Adige 55, 59, 64, 199, 200 Amara 43 Amedeo di Savoia (don) v. Savoia (di), Amedeo (don) Amedeo VII di Savoia/Amédée VII de Savoie, conte di Savoia v. Savoia (di), Amedeo VII, conte di Savoia
Amedeo VIII di Savoia/Amédée VIII de Savoie, conte poi duca di Savoia v. Savoia (di), Amedeo VIII, conte poi duca di Savoia Amedeo di Savoia-Aosta, duca di Aosta v. Savoia-Aosta (di), Amedeo, duca di Aosta Amendola Giovanni 21n Andenmatten, Bernard 135 Andreotti, Giulio 190, 194 Anfossi, Anna 194 Angiò (d’), Giovanna I, regina di Napoli 147 Angiò (d’), Luigi, conte di Provenza 147 Angiò-Durazzo (d’), Carlo III, re di Napoli 147 Annecy XV, XVI, 83, 93, 105, 128, 135, 137, 144, 145, 174n, 207 Anselmo, scrivano della Camera dei conti 115n Antichi, Maria 191n Anzillotti, Antonio 19n Aosta 115, 119, 127n Aquileia 24, 25 Arborio Mella, Luigi 100 Ariosto, Ludovico 33 Asburgo (d’), Carlo V, imperatore del Sacro Romano impero 81 Asburgo (d’), Leopoldo I, imperatore del Sacro Romano impero 8 Asburgo (d’), Maria Teresa, imperatrice del Sacro Romano impero 11 Asburgo-Este (d’), Francesco V, duca di Modena 35 Asmara 45, 49 Assab, baia 42n, 45 Assini, Alfonso 71n, 98n, 164n Asti 74, 99, 115, 181 Attila, re degli Unni 26 Auriol, Vincent 140 Austria/Autriche 12/n, 21, 26, 27, 29/n, 30, 31/n, 32, 35, 36, 37, 55, 59, 64, 65, 79, 197, 198, 199, 200 Austria-Ungheria 28n, 30, 35, 198
214 Avezou, Robert 80, 139, 142 Avignone/Avignon XII, 145 Aymon de Chissé 78n Badarello, Pietro Francesco 116n Baden-Würtemberg 85 Badoglio, Pietro 43, 66 Baedeker, Fritz 26 Baioni, Massimo 20n, 23n Balbo, Prospero 163 Bâle / Basilea 139 Banaudi, [Casimir] 156 Barberis, [Joseph-Pierre] 156 Barcelonnette 74, 98, 99n Barel, Virgile 153 Baretta, Alessandra 189n Barrera, Giulia 42/n, 45/n, 48n, 49/n, 51n Barthalay, Bernard 190 Barucchi, Michel 149n, 157n Bassi Costa, Maria Matilde 101/n Bassignana, Pierangelo XII Bas-Rhin v. Rhin 85 Bastianetto, Celeste 189, 190 Bastianetto, Eleonora 190 Battisti, Cesare 34, 35 Baudi di Vesme, Alessandro 167 Bauer, Otto 30n Bautier, Robert-Henri 82, 83, 84, 93/n, 94, 97, 99, 100/n, 101/n, 121, 122, 135, 140, 180n, 202, 205, 206 Bautier, Robert-Henri 69n, 78n, 79n, 82n, 83n, 84n, 122n Bazzani, Cesare 37 Bazzani, Cesare 37n Becherucci, Andrea 191n Belfiore 35 Belgrado 65 Belley 124 Bengasi 44 Benvenuti, Lodovico 189, 192, 193 Berlinguer, Enrico 190 Berna/Berne 139 Bernachini Artale di Collalto, Maria Vittoria 101, 181n
Bernachini Artale di Collalto, Maria Vittoria 69n, 101n, 182n Bernard, Pierre 97, 180n Bernassola, Angelo 194 Bertella Farnetti, Paolo 42n Bertelli, Sergio 23n, 37n Bertinelli, Anna 44n, 47n Beuil 147 Bevin, Ernest 56, Bianchi, Nicomede 168n Bianchi, Paola 89n, 123n, 129n Bianco di San Secondo, Ernesto 70/n, 105, 180n Bidault, Georges 56 Biella 112 Biletta, Elvira XII Bittner, Ludwig 39, 79 Bittner, Ludwig 39n Blanchet, scrivano della Camera dei conti 115n Bobba, Davide X, XVI, 94, 146, 161n Bobba, Davide 14n, 69n, 73n, 94n, 98n, 100n, 102n, 107n, 121n, 122n, 123n, 146n, 161n, 167n, 177n, 179n, 181n, 182n Bobbio, Norberto 190, 210 Bocca, Giorgio 182 Bocca, Giorgio 182n Boemia 29 Bogliaccino, Paolo 190 Bolis, Luciano 189, 190, 192 Bollati di Saint Pierre, Emanuele 168n, 173n, 174n, 175 Bolzano 33n Bonaini, Francesco 164 Bonaparte, Carlo Luigi Napoleone (Napoleone III), imperatore dei francesi 15, 138n Bonaparte, Napoleone (Napoleone I), imperatore dei francesi 78 Bongi, Salvatore 168n Bonino, Luigi 113 Bonomi, Ivanoe 199, 200 Bontan, capitaine 139n Borbone (di), Enrico IV, re di Francia 6n, 7 Borbone (di), Filippo V, re di Spagna 9, 10/n Borbone (di), Luigi XV, re di Francia 119 Borelli, Giovanni 19/n, 20/n
215 Borelli, Giovanni Battista 109n Borghese, Giuseppe Antonio 21n Borgogna XII Bori, Mario 180n Borsarelli, Rosa Maria XII, 75, 76, 97, 100, 101, 134, 180n, 205, 206 Borsarelli, Rosa Maria 69n, 101n, 182n Boselli, Paolo 169, 170n, 174n Bottaro, Alain 135, 150 Bottaro, Alain 90n, 93n, 102n, 150n Bottassi, [Carlo] 156 Bouches-du-Rhône 158 Bouyé, Édouard 90n Bracco, Barbara 20n, 23n Brasile 64 Breil-sur-Roya 155 Brennero 55, 57, 58, 59, 64, 199, 200 Bresse 6/n, 7, 74, 98, 99n, 100 Briga v. La Brigue/Briga Bruchet, Max 80, 135, 138, 139, 141, 172n, 205, 206, 207 Bruchet, Max 80n, 138n, 172n Brügner, Renato 189 Brugnon, Pierre 145 Brunetti, Dimitri 167n Brusasca, Giuseppe 47 Bruxelles 187, 193, 210 Buck, August 22n Bugey 6/n, 7, 74, 98, 99n, 100 Buonarroti, Michelangelo 26 Buraggi, Gian Carlo/Giovanni Carlo 72, 90n, 121, 167, 172/n, 174, 176n, 178/n, 179/n, 180n, 181 Burnier, Eugène 162 Burnier, Eugène 162n Byrnes, James Francis 55/n, 56, 63/n, 65/n Cabagni, André 151, 156 Cabella, Alberto 189, 190, 192, 194 Cacioli, Manuela 69n Caffaro di Rustico da Caschifellone 170n Cagliari 84 Caizzi, Teresa 190 Calì, Vincenzo 21n Canali, Paolo v. Adstans
Cannillo, Elio 190 Capetingi (dei), Luigi VIII, re di Francia 27 Caporetto 21, 25, 173 Capperucci, Mino 169n Capré, François 108n Capristo, Annalisa 173n Carandini, Nicolò 54, 56/n, 59/n, 64/n, 189, 192 Carassi, Marco X, XII, 77, 134, 205, 206 Carassi, Marco 5n, 69n, 90n, 108n Carlo II di Savoia, duca di Savoia v. Savoia (di), Carlo II, duca di Savoia Carlo III d’ Angiò-Durazzo, re di Napoli v. Angiò-Durazzo (d’), Carlo III, re di Napoli Carlo V d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero v. Asburgo (d’), Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero Carlo VII di Valois, re di Francia v. Valois (di), Carlo VII, re di Francia Carlo Alberto di Savoia-Carignano, re di Sardegna v. Savoia-Carignano (di), Carlo Alberto, re di Sardegna Carlo Emanuele I di Savoia, duca di Savoia v. Savoia (di), Carlo Emanuele I, duca di Savoia Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna v. Savoia (di), Carlo Emanuele III, re di Sardegna Carnino (fraz. di Briga Alta) 155 Caroli, Paola 98 Caroli, Paola 71n, 91n, 98n, 164n, 170n Caron, Pierre 82 Caroselli, Francesco Saverio 47 Carouge 73 Carrettieri, Mirco 173n Carrier, Nicolas 145n Carso 22 Carucci, Paola XVI Carucci, Paola 69n, 121n Casale Monferrato 164n Casanova, Eugenio 35, 38, 39, 40n, 167/n, 168, 169, 172, 174n, 178n Casanova, Eugenio 39n, 173n Cassetti, Maurizio 33n, 99n, 164n, 172n Cassone, scrivano della Camera dei conti 115n Castelli, Michelangelo 162/n, 163, 165, 168n, 169, 170, 177
216 Castelnuovo, Guido 136 Cavalletti, Francesco 193 Cavalli, Alessandro 190, 192 Cavicchioli, Silvia 69n Cecoslovacchia 5, 28n Centazzo, Giacomo 189 Cerato, Sabina 60n Cereia, Daniela 94 Cereia, Daniela 94n, 158n Cerulli, Enrico 55 Cesolari, Bruno 190 Cessi, Roberto 33n, 71 Chablais/Chiablese 73, 92, 97, 137, 140 Chabod, Federico 71, 72, 74/n, 76/n, 90n, 98, 121, 179n, 180/n, 181/n Chambéry VII, XV, 6, 72, 78,80, 83, 89, 90, 91, 92, 93/n, 97, 104, 105, 107, 108, 109, 110, 113, 115, 128, 134, 135, 136, 137, 139, 140/n, 144, 147, 148, 163, 174n, 204, 207 Chamson, André 144 Charles III de Savoie v. Savoia (di), Carlo II, duca di Savoia Charles V de Habsbourg, imperatore v. Asburgo (d’), Carlo V, imperatore Chatrian, Pompeo 55 Chaumont 113 Cherasco 6n Chiaves, Ignazio Girolamo 115n Chiesa, Damiano 34, 35 Chillon 111 Chiti-Batelli, Andrea 190, 192 Chizzola, Caterina 190 Cibrario, Luigi 164 Cimego (fraz. di Borgo Chiese) 24 Cina 57 Cirenaica 44 Cittanova d’Istria/Novigard 60 Clermont-Ferrand 113 Cognasso, Francesco 97, 180n Col di Tenda/Col de Tende 150 Colasanti, Arduino 36, 38 Columbano Tomaso 44n Comba, Rinaldo 10n Comencini, Luigi 191
Contea Franca v. Franche-Comté Coppé, Albert 187 Coppier, Julien 145n Coppier, Julien 80n, 90n, 93n, 138n, 139n, 145n, 146n, 172n, 177n Coram-Mekkey, Sandra 145n Corbière (de la), Matthieu 145n Corbino, Epicarmo 61 Corino, Silvia XII Corni, Gustavo 21n Corno d’Africa/Corne de l’Afrique 42n, 43, 44n, 45, 198 Corsica 163/n Costa de Beauregard, Pantaléon 139n Costa, Ludovico 170n Costamagna, Giorgio XII Cotti, Giovanni Ottavio 116 Coudenhove-Kalergi (di), Richard Nikolaus 190, 193 Craxi, Bettino 190 Croce, Benedetto 22n Cullet, François 92, 109 Culoz (von), Karl 28 Curletti, Ilaria 161n Cusanno, Chiara 5n D’Addario, Arnaldo 166n D’Andreamatteo, Sandro 69n, 90n, 167n D’Angiolini, Piero 69n Da Milano, Mario 190 Da Passano, Magda 189 Dallou, Antonella 181n Dalmazia 14n Dastoli, Pier Virgilio 187 Dauphiné v. Delfinato David, scrivano della Camera dei conti 115n Daviso di Charvensod, Maria Luisa 100 De Dominicis, Adolfo 155 De Gasperi, Alcide X, 41, 53/n, 54/n, 55/n, 56/n, 57/n, 58, 59/n, 60, 61/n, 62, 63/n, 64/n, 65/n, 66, 183/n, 184/n, 186, 192, 193, 198, 199, 200 De Gasperi, Alcide 56n, 58n, 60n, 61n, 62n, 64n, 183n, 184n
217 De Gasperi, Maria Romana 186n De Gasperi Catti, Maria Romana 194 De Gaulle, Charles 57, 192 De Michelis, Gianni 190 De Paoli, Enrico 169n De Ribier, Jean 74, 76, 180n, 181n De Rose, Roberto 161n Dehousse, Fernand 187 Del Boca, Angelo 48n Del Boca, Angelo 41n, 48n Del Piazzo, Marcello 178n Delfinato X, 99, 124 Demotz, Bernard 135, 145n Demotz, François 135, 145n Dentis, scrivano della Camera dei conti 115n Dentoni Litta, Antonio 69n Derna 44, 50, 51n Deshormes, Philippe 187 Détraz, Gérard 102, 134, 144, 205, 206 Detraz, Gerard 102n Di Michele, Andrea 29n Di Pasquale, Francesca 42, 50 Di Pasquale, Francesca 42n, 50n, 51n Dierickx, Ludo 190 Digione XI, XII Diois 99n Dionisotti, Carlo 22n Dodecaneso 55, 58, 60 Dogliani, Patrizia 19n Dogliotti, Umberto 167 Donato, Maria Pia 170n Doneda, Angelo 192 Duboin, Felice Amato 109n, 114n Ducis, Claude-Antoine 138 Ducis, Claude-Antoine 138n Duino 60 Dumasy, François 50n Dumont, Jean 6n, 8n Duparc, Pierre 82, 139, 140/n, 142, 177, 180n, 206, 207 Duparc, Pierre 139n Dvorâk, Max 31 Eickhorn, Gerhard 190
Einaudi, Luigi 19n, 179/n, 184/n, 185/n, 186, 190 Einaudi, Luigi 184n, 185n Emanuele Filiberto di Savoia/Emmanuel-Philibert de Savoie, duca di Savoia v. Savoia (di), Emanuele Filiberto, duca di Savoia Embrun 124 Enrico IV di Borbone, re di Francia v. Borbone (di), Enrico IV, re di Francia Eritrea 41, 42n, 43, 45, 48, 49, 50, 51/n Espagne v. Spagna Etiopia 29, 41, 42, 43, 45, 49, 52, 54n, 60, 172, 176, 184, 185, 186, 189, 190, 191, 193 Fabre, Giorgio 173n Falco, Giorgio 71, 90n Falcone, Ugo 172n Famiglietti, Gino XV Fauci Moro, Lucia 69n Faucigny 73, 92, 97, 113, 131, 137, 140 Favuzza, Federica 3n Favuzzi, Pellegrino 174n Fea, Giuseppe 91, 92 Fea, Giuseppe 90n, 91n, 92n, 98n, 99n, 163n Fenogli, [Pierre] 156 Ferrandi, Giuseppe 21n Ferrara, Patrizia 42, 47 Ferrara, Patrizia 42n, 47n Ferrari, Daniela 8n, 173n Fezzan 42n Fiesole 187 Filippo V di Borbone, re di Spagna v. Borbone (di), Filippo V, re di Spagna Filippo VI di Valois, re di Francia v. Valois (di), Filippo VI, re di Francia Filzi, Fabio 34, 35 Firenze VIII, 21, 22, 164, 167/n, 192 Fissore, Gian Giacomo XII Fissore, Gian Giacomo 99n Fitschen, Thomas 3n, 5n Fiume 55 Foras (de), Amédée 139n, 173n Fornaseri, Giovanni XII Fourquin, Guy 122n
218 Fracassi Ratti Mentone, Cristoforo 179n Francesco I di Valois-Angoulême, re di Francia v. Valois-Angoulême (di), Francesco I, re di Francia Francesco V d’Asburgo-Este, duca di Modena v. Asburgo-Este (d’), Francesco V, duca di Modena Franche-Comté 81 Franchi, Marina 3n Francia/France VII, IX, X, XV, XVI, 12, 13, 15, 26, 27, 53, 55, 56, 57, 60, 73, 74, 76, 77, 79, 81, 82, 83, 84, 85, 89, 91, 94, 95, 96, 98, 100, 102, 104, 110, 119, 121, 122, 123, 124, 127, 128, 129, 130, 133, 135, 137, 138n, 146, 149, 156, 163, 169, 169n, 174n, 177, 179, 180, 181 , 182, 199, 201, 204, 206, 209 Franco, Francisco 81 François Ier de Valois-Angoulême v. Valois-Angoulême (di), Francesco I, re di Francia Friburgo/Fribourg 8n, 85, 139 Friuli 24 Gabion, Robert 134 Gabion, Robert 102n Gabuto, Ignazio 116 Gagliardi, Francesco 119 Galla Sidama 43 Galland, Bruno 81n, 90n, 172n, 174n Gallerano, Nicola 19n Galliard Domenge, scrivano della Camera dei conti 115n Garbiglione/Garbillon, Gian Claudio 92 Gardet, lieutenant 139n Gardini, Stefano 163n Garibaldi, Anita 190 Garis, Edoardo XII Garosci, Aldo 190 Garretti di Ferrere, Gaetano XII, 101n Gattullo, Maria VII Gattullo, Maria 90n, 108n, 167n Genève v. Ginevra Genevese/Genevois 73, 90, 92, 96, 104, 113, 130, 137, 140 Genova 98, 163, 164n, 172n
Genserico, re dei Vandali 26 Gentile, Emilio 20n, 23n Gentile, Guido X Gentile, Luisa X, XVI Gentile, Luisa 107n, 128n, 129n, 146n Gentile, Pierangelo 98n, 162n Germania 5, 26, 27, 46, 53, 58, 62, 79, 85, 184, 197 Gerola, Giuseppe 33n Gex 6/n, 7, 74 Gheddafi, Muammar 50 Ghezzi, Carla 42n Giacchero, Enzo 189, 192, 193, 194 Giannini, Amedeo 29n Giappone 54/n Giarini, Orio 190 Ginevra 11, 83, 110, 127, 137, 139, 140, 176, 192 Giorgi, Andrea 114n, 163n Giovanna d’Arco 27 Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli v. Angiò (d’), Giovanna I, regina di Napoli Giovannelli, Andrea 169n Giuva, Linda 121n, 182n Gori, Umberto 190 Gorizia 65 Gorrini, Giacomo 169/n, 174, 176, 179 Gottardi, Policarpo 34 Gouzy, Jean-Pierre 187, 190 Grado 24 Graisivaudan 100 Gran Bretagna 23n, 54, 56, 59, 63n Grande, Teresa 19n Granelli, Sante 190 Grasse 147, 158, 208 Graziani, Rodolfo 43 Grecia 53, 55, 60 Gregorio I «Magno», papa e santo 28 Grenoble XII, 99, 124, 137 Greppi, Edoardo 5n Grimaldi, Jean 147 Griseri, Andreina 108n Gritella, Gianfranco 114n Grossi, Monica IX, X, XII, 77 Grottanelli, Cristiano 23n
219 Gruber, Karl 64, 199, 200 Guderzo, Giulio 191n, 192 Guercio, Maria 121n Guichonnet, Paul 139/n, 140/n Guichonnet, Paul 69n Guilleré, Christian 135, 136, 145, 205, 206 Guilleré, Christian 145n Guy, Amédée 140/n Halbwachs, Maurice 19n Hamasien 45 Harar 43 Hass, Hans 29n Haute-Savoie v. Alta Savoia Haut-Rhin v. Rhin Hildesheimer, Ernest 97, 153, 154, 155, 180n Hirsch, Etienne 187, 190 Hosbawm, Eric John 19n Idris I, re di Libia 50 Ieva, Frédéric 8n Illiria 14n Imbert, Léo 153, 176/n Imbert, Léo 156n, 176n Inghilterra 27 Innsbruck 33, 35 Isère 74, 80, 99 Isnenghi, Mario 20n, 23n Isonzo, fiume 22, 53 Italia/Italie XV, XVI, 12n, 17, 21, 22, 25, 26, 27, 29/n, 30, 31, 32, 36, 37, 41, 42, 46, 47, 48, 49, 53, 55, 57, 58, 59, 60, 62, 63, 65, 74, 78, 84, 85, 100, 102, 107, 133, 135, 149, 173, 183, 185, 186, 190, 197, 198, 199, 200, 205, 206, 209, 210 Jacob, Luis 180n Jakubowski, Andrzej 3n, 5n, 8n, 12n Jeanne Ier de Anjou v. Angiò (d’), Giovanna I, regina di Napoli Jedlowski, Paolo 19n Jemolo, Carlo Arturo 124n Jemolo, Carlo Arturo 124n Jugoslavia 5, 53, 56, 59, 60, 62, 65, 197, 199, 200
Jussieu (de), Alexis 14n Juvarra, Filippo 114, 115, 116 Kardelj, Edvard 56, 59 Kecskémeti, Charles 84, 202 Kecskémeti, Charles 84n Kinossian, Yves XV Kirckzart 8n Klaar, Karl 33 Klabbers, Jan 3n Kohler, Elodie 145n Kravós, Emilio 35 Krysnen, Jacques 85 La Brigue/Briga/Briga Alta 55, 57, 58, 60, 150, 154, 155, 156/n, 157, 208 La Guardia, Fiorello 58 Labanca, Nicola 23n Labita, Vito 23n Laborde (de), Léon 79n Lange, Augusta 94, 122, 123, 130, 180n Lanioi, Vincent 81n Lanteri, [Martin] 156 Lantosca/Lantosque 157 Latouche, Robert 156n, 176n Latouche, Robert 80, 153, 176 Laurora, Cecilia XII Lausanne v. Losanna Le Goff, Jacques 19n Lecoy de la Marche, Albert 137 Lecoy de la Marche, Albert 137n, 138n Lehn 8n Leonardo da Vinci 26 Leoni, Diego 20n Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero v. Asburgo (d’), Lepoldo I, imperatore del Sacro Romano Impero Lesfargues, Bernard 190 Letonnelier, Gaston 80/n, 139 Levi, Arrigo 190 Levillain, Léon 80n Levra, Umberto 23n, 164n, 168n Libia/Lybie 41, 44, 49, 50, 51/n, 198, 199 Libre 155
220 Limpia 97 Lione/Lyon 5, 6n, 7, 12/n, 13, 139 Lipsia 26 Lo Basso, Luca 168n Locatelli, Francesca 45n Locman, Jean Henry 129 Lodolini, Armando 174n Lombardo, Ivan Matteo 189, 192 Lomellina 123, 205 Londra 55, 56/n, 57, 58, 59, 60n, 183/n Lorena/Lorraine 79, 81 Lorenzini, Sara 58n, 66n, 183n Lorenzino, Riccardo XVI Losanna 42n, 135, 188n Lucania, Anna Maria XII Lucca 168n Luigi d’Angiò, conte di Provenza v. Angiò (d’), Luigi, conte di Provenza Luigi VIII dei Capetingi, re di Francia v. Capetingi (dei), Luigi VIII, re di Francia Luigi XI di Valois, re di Francia v. Valois (di), Luigi XI, re di Francia Luigi XV di Borbone, re di Francia v. Borbone (di), Luigi XV, re di Francia Luquet, Jean XV, XVII, 124n Luquet, Jean 81n, 102n, 146n Lussemburgo 59, 187, 210 Luzio, Alessandro 173/n, 174/n, 175, 176 Luzio, Alessandro 174n Luzzatto, Riccardo 3n, 4n Mâcon 99 Madrid 81, 99n Maggiore, lago 46 Majocchi, Alberto 189, 192 Majocchi, Antonio 189n Majocchi, Luigi Vittorio 191n, 192, 194 Malagodi, Giovanni 190 Malvano Edoardo 172/n Malvestiti, Piero 187 Manno, Antonio 168n, 169, 170, 171, 172n Mantegna, Andrea 33 Mantova 8n, 33, 173/n, 174n Manzoni, Gaetano 31n
Marc, Alexandre 187, 188n, 189, 190 Marcialis, Grazia 190n Maria Teresa d’Asburgo, imperatrice del Sacro Romano Impero v. Asburgo (d’), Maria Teresa d’Asburgo, imperatrice del Sacro Romano Impero Marin, Sophie 145n Marinucci, Cesare 44n Mariotte, Jean Yves 134, 143, 144 Mariotte, Jean-Yves 69n, 102n, 144n Martina, Giacomo 124n Martini, Mario Augusto 64 Massa 168n Massabò Ricci, Isabella X, XVI, 77, 134, 205, 206 Massabò Ricci, Isabella 5n, 90n, 91n, 92n, 108n, 167n Mathieu de Vienne, René 180n Matteoni, Olivier 136 Maturi, Walter 168n, 174n Maurienne v. Moriana Maurin, Hélène XV, XVI, 139n, 145n Maurin, Hélèn 90n, 93n, 146n, 172n, 177n May, Gaston 14n Mazzini, Giuseppe 183 Medici-Tornaquinci, famiglia 38 Melchionni, Maria Grazia 189n Meli Lupi di Soragna, Antonio 66 Melis, Guido 169n Ménabréa, Léon 139n Mentone/Menton 155 Mercantour 208 Meriano, Carlo Ernesto 194 Merlini, Gianni 188, 189, 190, 192, 194, 210 Merlo, Cristiano 191n Merlotti, Andrea 89n, 123n, 129n Metlica, Alessandro 174n Metzhausen 8n Michels, Robert 19n Mignemi, Adolfo 42n Milani, Maria Piera 189n Milano 10, 11n, 21n, 33, 190 Milhaud, Edgard 189 Mineo, Leonardo X, XII, 114
221 Mineo, Leonardo 114n, 162n, 164n, 166n, 167n, 170n, 174n, 177n, 178n Minniti, Fortunato 25n Misurata 44 Modena 31n, 35, 178n Modigliani, Ettore 35, 198 Modigliani, Ettore 35n, 36n Molenaar, Johannes Hubertus Cornelius 190 Molotov, Vjačeslav Michajlovič 56, 59, 63 Monaco 158 Moncenisio 60 Mondaini, Gennaro 43, 44 Mondaini, Gennaro 43n Monferrato 8/n, 99, 115 Mongiano, Elisa 6n, 8n, 10n, 33n, 108n, 120n Monnier, Jean 3, 17, 188n Monnier, Jean 3n Montagnana, Mario 63n Montagny 130 Montaldo, Silvano 69n Monte Berico 27, 28, 91 Montignoso 168n Montmélian 113 Morandi, Carlo 180n, 181n Moriana 73, 85, 92, 97 Moris, Henri 149n, 157n Morone, Antonio M. 48n Moruzzi, Katia 191n Mosca 54/n, 57, 60n, 75 Moscadelli, Stefano 114n, 163n Moscati, Ruggero 73, 98, 178n, 179n, 180n, 181n Mulè, Antonella XII Münster 6/n Musso, [François] 156 Mussolini, Benito 42, 44n, 53, 176 Napoleone I Bonaparte/Napoléon Ier Bonaparte, imperatore dei francesi v. Bonaparte, Napoleone (Napoleone I), imperatore dei francesi Napoleone III Bonaparte, imperatore dei francesi v. Bonaparte, Carlo Luigi Napoleone (Napoleone III), imperatore dei francesi Napoli 25, 31n, 167, 174n, 178n Negri, Michele 92
Negruzzo, Simona 189n, 192n Nemours 73, 92, 130 Nenni, Pietro 61/n, 62/n, 63, 65/n, 190 Nenni, Pietro 65n New York 58, 61, 65 Niccoli, Maria Paola 90 Niccoli, Maria Paola 90n, 92n, 108n, 128n, 167n, 177n Nicolis di Robilant, Francesco 109, 110 Nimega 8 Nizza/Nice VII, XI, XV, 13, 14, 15, 17, 69, 71, 72, 74, 80, 89, 90, 92, 93/n, 94, 95, 97, 101/n, 104, 105, 120, 122, 123, 124, 127, 130, 135, 138n, 147, 148/n, 149, 153, 154, 155, 156, 157, 161, 162, 164, 176, 177, 179n, 201, 205, 206, 208, 209 Nobili, Franco 194 Nomis di Cossilla, Luigi 164n Notta, scrivano della Camera dei conti 115n Novara 123, 205 Oberdan, Guglielmo 34, 35 Oberto, scrivano della Camera dei conti 115n Occhetto, Achille 190 Oeter, Stefan 5n Ojetti, Ugo 21/n, 22/n, 23, 24/n, 25, 26, 27, 28, 32 Ojetti, Ugo 22n, 23n, 24n Olivesi, Dominique 69n Olivetti, Adriano 189 Olivi, Bino 187 Oltre Po Pavese 123, 205 Ombriano di Crema 193 Oneglia/Oneille 154 Orbassano 181n Orla, Livia 110n Orsello, Gian Piero 190 Osnabrück 6/n Ossola 123, 205 Ouchy 42n Oursel, Raymond 140/n, 207 Oursel, Raymond 69n, 102n, 144n Padova 28n Pais, Ettore 37
222 Pais, Ettore 37n Palayret, Jean-Marie 187 Palma «il Vecchio», Jacopo 28 Paolini, Edmondo 190 Paolini, Edmondo 191n Paravicini Bagliani, Agostino 85 Parenzo 60 Parigi /Paris VIII, IX, X, XI, XII, XV, XVI, 12n, 41, 46, 49, 54, 57, 58, 59/n, 60/n, 62, 63/n, 65, 66, 69, 72, 73/n, 75, 76, 78, 81, 91, 92, 101, 105, 127n, 147, 153, 161, 162, 177, 179, 183, 192, 198, 199, 200, 201, 202, 203, 205, 208 Parri, Ferruccio 53, 54n, 192 Pasquini, Loredana 192 Passarelli, Tullio 37 Passarelli, Tullio 37n Pastore, Ottavio 63n Pavia 189, 190, 191, 192, 193, 194, 210 Pavone, Claudio 69n Paz, Julian 81 Pégurier, studio notarile di Mentone 155 Peisey 130 Pellegrini, Vittorio 42, 44, 52 Pellegrini, Vittorio 42n, 44n, 47n, 48n Perillat, Laurent 130n Pérouse, Gabriel 80, 81, 174n Pérouse, Gabriel 80n Perret, André 69n, 82n, 102n, 128n, 144n Perret, André 82, 134, 138n Perrillat, Laurent 145n Pertici, Roberto 173n Pétain, Philippe 81, 82 Petrilli, Giuseppe 190, 194 Piaggia (fraz. di Briga Alta) 155 Piano Mortari, Maria Teresa 172n Piccardi, Leopoldo 179n Piemonte/Piémont VII, X, XI, 78, 91, 108, 109/n, 112, 113, 114, 115, 120, 123, 124, 133, 139, 148, 154, 155, 167, 168, 169, 204, 205, 206 Piena/Piène 155 Pigna 95, 97 Pinerolo 124
Pirenei XII Pisa 168n Pischedda, Carlo 69n Pistone, Sergio 188, 190 Pittella, Raffaele 14n, 173n Plombières 161 Pocar, Fausto 3n, 4n Poggiolini, Ilaria 183n Poisson, Jean-Michel 135 Pola 58, 60 Polonia 28n Pommier Vincelli, Daniel 29n Pompei 25 Ponte, mastro uditore della Camera dei conti 116 Ponte, scrivano della Camera dei conti 115n Port Lympia (Nice) 154 Potsdam 54/n Poumarède, Géraud 8n Praussello, Franco 190, 194 Preda, Daniela 184n Prezzolini, Giuseppe 19n, 20n Provenza/Provence X, 129, 147, 148, 158 Prunas, Renato 55, 56n, 57n Pugliese, Isabella 191n Quaroni, Pietro 54/n, 56n, 66, 73, 75, 76/n, 98 Rabut, Elisabeth 144 Raimondi, Attilio 155 Rainero, Roman H. 48n, 183n Rattazzi, Urbano 162n Re, Emilio 71, 72, 176n, 178/n, 179/n, 180/n, 181 Realdo 155 Reale, Egidio 64 Reale, Elisabetta XII Reims 26, 27 Renania-Palatinato/Rhénanie-Palatinat 85 Rencki,Georges 187 Renger, Terence 19n Rhin/Bas-Rhin/Haut-Rhin 85 Rhône 80 Ricasoli, Bettino 21
223 Riccardi, Carlo Francesco 109 Ricci, Aldo Giovanni 60n, 61n, 66n Rifflet, Raymond 187 Ripart, Laurent 135, 148 Ripart, Laurent 148n Roccucci, Adriano 37n Rognoni Vercelli, Cinzia 189n, 190n Rollier, Mario Alberto 189, 190/n, 191 Roma/Rome VIII, XVI, 25, 27, 35, 36, 37, 44, 46, 55n, 56, 57n, 59, 60n, 61, 65n, 69, 70, 72, 77, 140n, 155, 167/n, 169n, 178n, 193, 197 Romagnani, Gian Paolo 170n Romeo, Rosario 69n Romita, Pier Luigi 190 Rossano, Giovanni Battista 33n, 34, 35, 167, 169/n, 172 Rossi, Ernesto 187 Rossi, Gianluigi 41n Rossi, Umberto 189 Rossolillo, Francesco 192 Roubert, Jacqueline 69n, 102n, 144n Rubattino, Compagnia 42n, 45 Rück, Peter 69n, 90n, 167n, 181n Ruffini, Francesco 174, 176 Ruggeri, Stefania 69n Rumilly 113 Ruta, Gianni 190 Sablou, Jean 93 Salerno 46 Sallanches 78n Saluzzo 6/n, 7, 74, 99/n, 115, 181 Saluzzo, Stefano 3n Salvarezza, Cesare 174n San Candido 58 San Francisco 53 San Severino Marche 173n Santomassimo, Gianpasquale 19n Sanzio, Raffaello 26 Saragat, Giuseppe 54, 55, 56n, 199, 200 Sardegna/Sardaigne 10/n, 11/n, 12, 13, 14, 15, 74, 78, 89n, 91, 119, 123, 127, 133, 163, 164, 168, 201, 204, 205 Sauro, Nazario 35
Savoia/Savoie VII, XI, XII, XV, 8/n, 10n, 14/n, 15, 17, 69, 70, 71, 71, 72, 73, 74, 78, 80/n, 81,82, 83, 84, 85, 89, 90, 92, 93, 97, 100, 101/n, 104, 105, 109, 110, 111, 113, 114, 115, 119/n, 120, 121, 122, 123, 124/n, 127, 128, 130, 133, 135, 136, 137, 138/n, 139, 140/n, 144, 145, 148, 153, 154, 158, 161, 162, 164, 167, 168, 169, 169n, 170, 173, 174n, 176, 177, 179n, 180n, 201, 202, 204, 205, 206 207, 208, 209 Savoia (di), Amedeo (don) 129/n Savoia (di), Amedeo VII, conte di Savoia 147 Savoia (di), Amedeo VIII, conte poi duca di Savoia VII, 83, 108 Savoia (di), Carlo II, duca di Savoia 90, 148 Savoia (di), Carlo Emanuele I, duca di Savoia 6n, 129 Savoia (di), Carlo Emanuele III, re di Sardegna 11 Savoia (di), Emanuele Filiberto, duca di Savoia VII, 90, 129, 148 Savoia (di), Vittorio Amedeo II, duca di Savoia poi re di Sicilia poi re di Sardegna VII, 8, 9, 10, 78, 90, 91, 92, 107, 108, 109, 122, 128, 133 Savoia (di), Vittorio Emanuele II, re di Sardegna poi re d’Italia 138n Savoia (di), Vittorio Emanuele III, re d’Italia 42, 169 Savoia-Aosta (di), Amedeo, duca di Aosta 43 Savoia-Carignano (di), Carlo Alberto, re di Sardegna 164n Scambelluri, Renato 33n Scardaccione, Francesca Romana 76n Scelba, Mario 181/n Scheel, Walter 190 Schondube, Klaus 187 Schor, Ralph 148n Schuman, Robert 71, 76/n, 98, 102, 131, 188n Sciaffusa 129 Scioa 43 Scoccimarro, Mauro 63 Scy-Chazelles 188n Segre, Roberto 28/n, 29, 30, 31/n, 32, 33/n, 34, 38, 198 Segre, Roberto 30n, 31n, 32n, 34n Selassié, Hailé, imperatore d’Etiopia 41
224 Serafini, Umberto 189, 192 Sereno, Paola 10n Serra, Enrico 46n, 48n Seton-Watson, Christopher 183n Sforza, Carlo 65, 71, 102, 131, 181/n, 185, 186/n Sforza, Carlo 185n, 186n Sforza, Giovanni 163n, 168/n, 169, 170, 171, 173, 174 Sforza, Giovanni 168n Sicilia 9, 10/n Siena 167/n, 169n Simancas 81, 82, 84, Slovenia 28n Soffietti, Isidoro XI, XII Soffietti, Isidoro 10n, 69n, 90n, 108n, 167n Soldani, Simonetta 21n Somalia 41, 42n, 43, 45, 48 Sonnino, Sidney 31n Sornay, Janine 122n Sornay, Janine 135 Sorrel, Christian 69n Spaak, Paul-Henry 193 Spadolini, Giovanni 190 Spagna 9, 10/n, 81, 82, 84 Spinelli, Alterio 187, 189, 190, 191/n, 193, 210 Spinelli, Altiero 191n Stalin, Josif 59 Stati Uniti d’America 31n, 53, 54, 58, 60 Stone, Ellery Wheeler 58, 59n Strasburgo 193 Streit, Clarence K. 189 Sumpf, Alexandre 81n Svizzera/Suisse 85 Taddia, Irma 45n Talamo, Giuseppe 162n Talucchi, Giuseppe 103 Taormina 52 Tapponnier, Paul 137n Tarantasia/Tarantaise 73, 92, 97, 129 Tarchiani, Alberto 53/n, 54/n, 56n, 65n Tarchiani, Alberto 53n Tasso, Torquato 33
Taviani, Paolo Emilio 192, 194 Tenda/Tende 55, 57, 58, 60, 148, 150, 151, 154, 155, 156/n, 157, 208 Testa, scrivano della Camera dei conti 115n Tietze, Hans 31 Tito, Josip Broz 65 Tobia, Bruno 20n, 23n, 36n Togliatti, Palmiro 63, 64, 65 Tombaccini-Villefranque, Simonetta 157 Torino/Turin VII, VIII, IX, X, XII, XV, XVI, 11, 12n, 14n, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 74, 76, 77, 78, 79, 80, 89, 90, 91, 93, 97, 98, 99, 102, 103, 105, 108, 109, 110/n, 113, 114, 121, 122, 127, 129, 134, 135, 138, 139, 140/n, 145, 146, 147, 148, 149, 150, 153, 154, 156, 161, 162, 163, 164, 164n, 167/n, 168/n, 169n, 170, 172/n, 173/n, 175, 176, 179n, 181n, 182, 189n, 193, 201, 202, 204, 205, 206, 207, 208, 209, 210 Torre in Pietra 193 Torre Pellice 190 Torre, Andrea 21n Toscana 31n, 74 Toscano, Mario 72, 98, 179n, 180n Trebisonda 169n Trentino 24 Trento 33/n, 34 Treves, Fratelli, Casa editrice 21n Treves, Tullio 3n Trieste 56, 57, 58, 59, 60, 61, 63, 65, 155 Tripoli 44, 50 Tripolitania 44 Triulzi, Alessandro 42n Truman, Harry 54n, 57, 58, 60/n Turi, Gabriele 21n Turrini, Patrizia 169n Ugine 113 Umago 60 Ungheria 21, 28n, 29 Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche 5, 53, 54, 59, 60, 61, 197 Upega 155 Usai, Giuseppe 190 Usellini, Guglielmo 189, 191/n Utrecht 10/n, 12/n, 13
225 Vaccarone, Luigi 167 Valentinois 99/n, 99n Valle d’Aosta/Val d’Aoste/Vallée d’Aoste 53, 113, 127, 150 Valois (di), Carlo VII, re di Francia 129 Valois (di), Filippo VI, re di Francia 129 Valois (di), Luigi XI, re di Francia 129 Valois-Angoulême (di), Francesco I, re di Francia 81, 129 Valromey 6/n, 7 Valsesia 123, 205 Vanzetti, Mario 90n, 92, 99, 100/n, 101n, 179n, 180n Var 180n Var/Varo, fiume 154, 208 Varanini Gian Maria 114n, 163n Varaschin, Denis 69n Vasoli, Cesare 22n Vaud 139 Vecellio, Tiziano 33 Vedovato, Giuseppe 69n, 161n, 162n, 183n Veglina, scrivano della Camera dei conti 115n Vélazquez, Diego 82 Venezia/Vénétie 12/n, 25, 28 33n, 74, 79 Venezia Giulia 53, 55, 58, 59, 60, 62 Ventimiglia 97, 150, 157 Vercelli/Verceil 104, 148 Veronese, Paolo 28, 35 Viale, [Jacques] 156 Viale, Vittorio 101/n Viallet, Hélène 144 Vicenza 28 Vienna/Vienne 3, 5, 8n, 10, 12n, 26, 28n, 30, 31, 32, 33, 39, 59, 79, 173n, 198 Vigo, Giovanni 190 Villafranca di Nizza/Villefranche 93n, 97, 154 Villafranca Piemonte 93n
Villata, Francesca C. 3n Vintimille v. Ventimiglia Visconti Venosta, Giovanni 55, 56 Vitali, Stefano IX, XII, XV, 77, 123n, 166n Vitali, Stefano 114n, 163n, 166n, 182n Vittani, Giovanni 33/n, 34 Vittani, Giovanni 34n, 35n Vittone, Giovanni Antonio 116 Vittone, scrivano della Camera dei conti 115n Vittorio Amedeo II di Savoia/Victor Amédée II de Savoie, duca di Savoia poi re di Sicilia poi re di Sardegna v. Savoia (di), Vittorio Amedeo II, duca di Savoia poi re di Sicilia poi re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Sardegna poi re d’Italia v. Savoia (di), Vittorio Emanuele II, re di Sardegna poi re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia, re d’Italia v. Savoia (di), Vittorio Emanuele III, re d’Italia Vittorio Veneto 25 Volpe, Gioacchino 19n Washington 53, 55, 57, 60n, 65/n, 192 Westphalia 6, 8, 9 Wey, Francis 78/n Zadra, Camillo 20n Zanni Rosiello, Isabella 182n Zanni Rosiello, Isabella 166n, 182n Zanone, Valerio 190 Zanzi, Luigi 190 Zara 55 Zarrilli, Carla 169n Zimmermann, Andreas 3n Zoppi, Giovanni Cristoforo 115 Zoppi, Vittorio 181n Zucca, Fabio 189n, 192n Zurigo 129
Finito di stampare nel mese di novembre 2019. Stampato in Italia da Graf Art, Venaria (To) – Italia