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L’APPORTO DI PENSIERO DI FILIPPO VALENTI ALLE DISCIPLINE ARCHIVISTICHE

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L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche

ISBN 978-88-7125-336-7

SAGGI 111

ROMA 2014

pubblicazioni degli archivi di stato saggi 111

L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche

a cura di Euride Fregni

ministero dei beni e delle attivitĂ culturali e del turismo direzione generale per gli archivi 2014


pubblicazioni degli archivi di stato saggi 111

L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche

a cura di Euride Fregni

ministero dei beni e delle attivitĂ culturali e del turismo direzione generale per gli archivi 2014


DIREZIONE GENERALE PER GLI ARCHIVI servizio iii- studi e ricerca

Direttore generale per gli archivi ad interim: Rossana Rummo Direttore del Servizio III-Studi e ricerca: Mauro Tosti Croce

© 2014 Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo Direzione generale per gli archivi ISBN 978 88 7125 336 7 Vendita: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato Piazza Verdi, 10 - 00198 Roma – e-mail: editoriale@ipzs.it Stampato nel mese di ottobre 2014 per i tipi di STEM Mucchi – Modena


Sommario Euride Fregni, Introduzione.....................................................................................................

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Convegno di studi «L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche. Riflessioni sul volume di Filippo Valenti Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di Daniela Grana»: Modena, 23-24 maggio 2002. Programma....................................................................................................................................

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Salvatore Italia, Apertura dei lavori.......................................................................................

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Euride Fregni, Un libro, un convegno.......................................................................................

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Daniela Grana, La genesi di un libro.......................................................................................

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Augusto Antoniella, Archivistica: metodo storico o fine della storia?......................................

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Stefano Vitali, Archivi, fondi, contesti: una riflessione che continua...........................................

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Diana Toccafondi, Osservare, descrivere, comprendere: per una nuova intelligenza degli archivi.....

71

Claudio Torrisi, Ambivalenze e polivalenze dell’archivio..........................................................

83

Paola Carucci, Fondi e versamenti. Alcune riflessioni mosse dalla rilettura dei saggi di Filippo Valenti..........................................................................................................................................

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Maria Guercio, La formazione dei sistemi documentari: l’analisi storica al servizio del futuro.......

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Linda Giuva, Parliamo di nuovo di archivistica...........................................................................

127

Carlo Vivoli, Dal Manuel a la Pratique; qualche riflessione sull’archivistica francese................

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Isidoro Soffietti, Un manuale di diplomatica: Il documento medioevale................................

157

Giorgetta Bonfiglio-Dosio, Strumenti per l’insegnamento dell’archivistica...........................

165

Gabriele Fabbrici, Valenti in cattedra: gli Appunti di archivistica.......................................

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Giuseppe Rabotti, Uno strumento didattico a quasi trent’anni dalla redazione..........................

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Aldo Borsari, Archivi e scuola: promozione e divulgazione........................................................

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Fabio Marri, Valenti muratorista..............................................................................................

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Daniela Ferrari, Problematiche nell’edizione di fonti di età moderna fra tradizione e innovazione tecnologica......................................................................................................................................

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Giorgio Tamba, Come indagare i documenti..............................................................................

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Angelo Spaggiari, Conclusione. Filippo Valenti: la forza della “ragione archivistica”.................

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Seminario su “Archivistica e storia istituzionale” Palermo, 6 giugno 2001..........................

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Elisabetta Arioti, Comparabilità e classificabilità delle strutture archivistiche: un possibile percorso di ricerca.................................................................................................................................

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Presentazione del volume di Filippo Valenti Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale tenutasi presso l’Archivio di Stato di Firenze il 16 ottobre 2000..........

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Rosalia Manno Tolu.................................................................................................................... Claudio Pavone.............................................................................................................................. Silio P.P. Scalfati............................................................................................................................ Angelo Spaggiari........................................................................................................................... Diana Toccafondi......................................................................................................................... Stefano Vitali................................................................................................................................ Isabella Zanni Rosiello..............................................................................................................

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euride fregni

Introduzione

Nel maggio del 2000 uscì nella collana Saggi delle Pubblicazioni degli Archivi di Stato il volume di Filippo Valenti Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di Daniela Grana. Il volume offre una scelta ragionata, molto discussa e alla fine condivisa tra l’autore e la curatrice, degli scritti più significativi di Valenti nelle discipline indicate nel titolo. Il merito particolare del volume è quello di raccogliere una serie di articoli apparsi in vari periodi e su vari periodici, non sempre di facile reperimento, insieme ad introduzioni ad inventari, manuali ormai esauriti, dispense universitarie mai prima edite e riviste integralmente dall’autore. La pubblicazione ebbe un immediato riscontro nel mondo archivistico, d’altronde Valenti, come ricordava la curatrice, non solo era stato uno dei protagonisti del rinnovamento della disciplina archivistica maturatosi negli anni Settanta dello scorso secolo, ma proprio il tipo di riflessione che aveva elaborato sulle strutture degli archivi – e sulla loro “ripetibilità, classificabilità e comparabilità”, se intese come “varianti concrete di una pluralità di modelli teorici, opportunamente individuati e non rigidamente applicati” – aveva portato tutti gli archivisti, che in quegli anni stavano affrontando i nuovi modelli descrittivi, proposti dagli standard internazionali, e l’elaborazione di sistemi informativi archivistici, a confrontarsi con il pensiero di Valenti. Il volume venne presentato all’Archivio di Stato di Firenze il 16 ottobre del 2000, alla presenza dell’autore e della curatrice. A presentarlo, oltre alla direttrice dell’istituto, Rosalia Mannu Tolo – che motivò la scelta della sede nel-


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Euride Fregni

la centralità, a suo parere, del magistero di Valenti nell’esperienza contemporanea dell’Archivio di Stato di Firenze, evidente in particolar modo nelle riflessioni di natura teorica scaturite dai lavori di preparazione del materiale documentario per il trasferimento dell’Archivio dagli Uffizi alla nuova sede di piazza Beccaria – furono chiamati alcuni dei compagni di vita lavorativa e di riflessione scientifica di Valenti: Claudio Pavone, Isabella Zanni Rosiello, Silio Scalfati, Angelo Spaggiari, Diana Toccafondi e Stefano Vitali. Gli interventi, lungi dall’essere meramente celebrativi, furono particolarmente interessanti e a loro volta carichi di spunti critici, tanto che vennero pubblicati sulla Rassegna degli Archivi di Stato (vol. LXI/1, 2, 3, Roma 2001). Pochi mesi dopo, il 6 giugno 2001, fu l’Archivio di Stato di Palermo ad organizzare un seminario incentrato sul volume, una approfondita riflessione su “Archivistica e storia istituzionale”, a cui il direttore dell’archivio, nonché coordinatore del seminario, Claudio Torrisi, invitò a partecipare oltre alla curatrice del volume, anche Elisabetta Arioti e Diana Toccafondi. Purtroppo in questo caso, nonostante i diversi auspici degli organizzatori, non vennero pubblicati gli atti. In quel 2001 maturò anche negli ambienti archivistici modenesi l’interesse a prendere spunto dall’uscita del volume per riprendere una riflessione sull’archivistica, la diplomatica e la storia istituzionale a partire degli scritti di Valenti. Il convegno dedicato a “L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche. Riflessioni sul volume di Filippo Valenti Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale a cura di Daniela Grana” si tenne a Modena il 23 e il 24 maggio del 2002 nella sala Leonelli di palazzo Molza, sede della Camera di commercio locale. Confesso che non fu facile organizzare il convegno e non solo perché appuntamenti di questo genere richiedono l’impiego di molte risorse, umane ed economiche, e forti sinergie istituzionali, non sempre facili da realizzare. In questo caso le sinergie ci furono e il convegno fu il frutto della collaborazione tra amministrazione statale – Servizio V Studi e pubblicazioni della Direzione generale per gli archivi, Soprintendenza archivistica per l’Emilia Romagna e Archivio di Stato di Modena – amministrazioni locali – Soprintendenza per i Beni Librari della Regione Emilia Romagna e Archivio Storico del Comune di Modena – associazioni professionali – ANAI Sezione Emilia Romagna – e di ricerca – Deputazione di storia patria per le antiche province modenesi – che


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espressero anche il comitato scientifico costituito dagli allora direttori dei singoli istituti e servizi1. La difficoltà maggiore consistette però nell’organizzazione scientifica, non essendo volontà di nessuno di noi – in particolare di Filippo Valenti, che partecipò attivamente alla sua realizzazione – tramutare l’evento in una mera celebrazione, ma consapevoli di come potesse essere arduo per i relatori mantenere un atteggiamento critico avendo nel pubblico come principale interlocutore lo stesso Valenti. Il convegno, ben lontano dal trasformarsi in un panegirico, fu l’occasione per i numerosi archivisti che vi presero parte per riflettere sugli aspetti teorici e sui risvolti pratici di una professione che l’evoluzione tecnologica da tempo in atto, lungi dal rendere obsoleta, pone in prima linea nel governare il cambiamento della produzione, comunicazione e conservazione documentaria. Una sfida che è possibile vincere solo facendo affidamento su una salda preparazione teorica. Occasioni come quella modenese sono quindi fondamentali e sarebbe auspicabile che non fossero occasioni sporadiche, ma diventassero appuntamenti costanti. Se tutte le istituzioni aderirono con entusiasmo all’iniziativa, certo il convegno non si sarebbe potuto fare senza l’apporto fondamentale dell’Archivio storico comunale di Modena, che ne curò l’allestimento e ne sostenne in gran parte le spese. Non è il caso qui di indulgere sulle difficoltà che affliggevano già allora come oggi l’amministrazione archivistica, povera di risorse economiche ed umane, ma proprio per questo non può non essere sottolineato le sforzo della Direzione generale per gli archivi per permettere a tutti gli archivisti di stato interessati di partecipare all’iniziativa. Difficoltà però che non permisero la pubblicazione degli atti del convegno nella collana Saggi delle pubblicazioni degli Archivi di Stato, come inizialmente previsto. Fu allora l’ANAI a farsene carico, accogliendoli nella sua rivista Archivi per la storia e prevedendone la pubblicazione nel numero 1 anno XVIII (gennaio- giugno 2005). Il volume, finito di stampare a novembre 2005, riuscì molto bene dal punto di vista editoriale, ma non venne mai distribuito. Durante l’assemblea generale dell’ANAI, tenu1   In ordine di istituzione: Antonio Dentoni Litta, Euride Fregni, Angelo Spaggiari, Rosaria Campioni, Aldo Borsari, Gilberto Zacchè.


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tasi a Roma nel dicembre 2004, era stato deciso il passaggio della direzione editoriale da Enrica Ormanni a Giorgetta Bonfiglio Dosio, il cambio del titolo – Archivi – ed una nuova veste grafica. La registrazione della nuova testata presso il tribunale e il contemporaneo passaggio di consegne tra un direttore e l’altro generarono però un disguido burocratico, per cui di fatto a novembre 2005 Archivi per la storia non esisteva più e Archivi non esisteva ancora. L’associazione corse ai ripari e nel giro di un mese predispose la pubblicazione degli atti nell’altra testata che condivideva con la Direzione generale per gli archivi: Il Mondo degli Archivi. Venne approntato un numero speciale, che recava come sotto titolo gli estremi del convegno. Ma a causa della fretta con cui fu fatta la pubblicazione essa non ebbe una buona riuscita editoriale. Inoltre Il Mondo degli Archivi era un periodico quadrimestrale di informazione e dibattito, erede a sua volta del primo bollettino dell’associazione, ANAI – Notizie, e come tale aveva una diffusione limitata ai soci e una veste grafica economica. Valenti ne fu molto amareggiato. Credo che il convegno di Modena abbia rappresentato per lui la “riconciliazione” con l’archivistica, materia in cui è stato un grande maestro quasi a suo dispetto. In realtà i suoi interessi erano altri: la musica e soprattutto la filosofia. Molti sono i suoi scritti filosofici, conservati tra le sue carte d’archivio, ma del tutto inediti. Pochi al contrario i suoi scritti archivistici, per lo più generati da letture critiche di altri saggi, ma tutti pubblicati. Scoprire che un’intera generazione di archivisti, che non lo aveva mai incontrato personalmente, si era confrontata con le sue riflessioni sul contesto e la struttura degli archivi, penso sia stata non solo una grande soddisfazione personale, ma anche una riappacificazione con se stesso e con la sua vicenda lavorativa, che forse non aveva corrisposto alla sue aspirazioni, ma indubbiamente era stata significativa. Proprio per questo Valenti espresse l’intenzione di procedere alla ristampa degli atti nella collana Saggi delle pubblicazioni degli Archivi di Stato, come inizialmente previsto, sembrandogli la collocazione più idonea. Propose anche di riunire nello stesso volume gli interventi delle presentazioni di Firenze e di Palermo. Purtroppo non è stato possibile esaudire questo suo desiderio lui ancora in vita: Filippo Valenti è scomparso nel giugno 2007. Due anni dopo, donato dalla famiglia il suo archivio personale all’Archivio di Stato, sono maturate le condizioni per dar seguito a quello che era stato uno dei suoi ultimi progetti. È stato così avviato il lavoro redazionale necessario


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per procedere non solo alla ripubblicazione degli atti e delle presentazioni ma anche ad un secondo volume, in cui ricomprendere oltre all’inventario dell’archivio anche alcuni degli studi più interessanti, non apparsi nel volume curato da Daniela Grana. Ed è ciò che ci accingiamo a fare, ottemperando così, sia pure in ritardo, a un esplicito desiderio di Filippo Valenti. Naturalmente ripubblicare a distanza di più di un decennio gli atti di un convegno pone dei problemi, non ultimo quello di un eventuale aggiornamento dei contributi e della bibliografia. In questo caso la scelta è stata di riproporre i testi così come erano apparsi ne Il Mondo degli Archivi e nella Rassegna degli Archivi di Stato. Del seminario palermitano, i cui atti come già ricordato non furono mai pubblicati, viene proposto solo l’intervento di Elisabetta Arioti, anch’esso come era stato redatto in tale occasione.


L’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche Riflessioni sul volume di Filippo Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale (Modena, 23-24 maggio 2002), a cura di Daniela Grana.

Programma del convegno 23 maggio, ore 15 Giuliano Barbolini Salvatore Italia

Saluti Apertura dei lavori Presiede: Antonio Dentoni Litta

Euride Fregni Daniela Grana Augusto Antoniella Stefano Vitali Diana Toccafondi Claudio Torrisi

Un libro, un convegno La genesi di un libro Archivistica teorica Archivistica: metodo storico o fine della storia? Archivi, fondi, contesti: una riflessione che continua Osservare, descrivere, comprendere: per una nuova intelligenza degli archivi Ambivalenze e polivalenze dell’archivio

24 maggio 2002: ore 9,30 Presiede: Paola Carucci Mariella Guercio Linda Giuva Carlo Vivoli

Archivistica teorica La formazione dei sistemi documentari: l’a­nalisi storica al servizio del futuro Documenti e archivi del presente: vecchi compiti e nuove domande per l’archivistica Dal “Manuel” a la “Pratique”: qualche riflessione sull’archivistica francese


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Isidoro Soffietti Giorgetta Bonfiglio-Dosio Gabriele Fabbrici

Programma del convegno

Didattica e manualistica Un manuale di diplomatica: “Il documento medievale” Strumenti per l’insegnamento dell’archivistica

Giuseppe Rabotti Aldo Borsari

Valenti in cattedra: gli appunti di archivistica dell’anno accademico 1975/76 Uno strumento didattico a quasi trent’anni dalla redazione Archivi e scuola. Promozione e divulgazione

24 maggio 2002: ore 15

Presiede: Paola Carucci

Elisabetta Arioti Fabio Marri Daniela Ferrari

Archivio segreto e archivi segreti: tipologie di archivi a confronto Valenti muratorista Problematiche di edizioni di fonti moderne

Giorgio Tamba Angelo Spaggiari

Diplomatica applicata Come indagare i documenti Conclusioni


Salvatore Italia

Apertura dei lavori

Autorità, Signore, Signori! Debbo innanzi tutto esprimervi il piacere di incontrare di nuovo il prof. Valenti in questa occasione proprio nella città che lo ha visto per lunghi anni Direttore dell’Archivio di Stato e docente sia nella Scuola di Archivistica ad esso annessa che all’Università e mi sembra doveroso che, dopo la calorosa presentazione del suo libro, tenutasi a Firenze nel 2000, il successo dell’opera trovi pubblico riconoscimento nella sua città. Il suo apporto scientifico è stato determinante perché ha rimesso in corsa, a partire dai primi anni Settanta dello scorso secolo, la disciplina archivistica che su basi filosofiche e problematiche era ancora ferma alla impostazione di Giorgio Cencetti. Tali teorizzazioni e metodologie sottendono, di fatto, anche alla impostazione della Guida generale degli Archivi di Stato, alla cui realizzazione sistematica contribuì insieme a Claudio Pavone, Piero D’Angiolini e Paola Carucci. L’organizzazione e realizzazione di queste giornate di studio, l’esposizione delle varie tematiche ed il dibattito che ne seguirà sono il frutto di “sinergie culturali” che vedono coinvolti, oltre la Direzione generale per gli Archivi nella persona di chi vi parla e da Antonio Dentoni Litta, anche la Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna, l’Istituto per i beni culturali e la Soprintendenza per i Beni librari e documentari della Regione, l’Archivio di Stato, l’Archivio storico comunale e la Deputazione di storia patria di Modena ed infine la sezione regionale dell’ANAI. Va sottolineato a questo punto la peculiarità modenese che ancora una volta (dopo l’esperienza di Labirinti di carta e del-


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Salvatore Italia

lo Stato estense) vede coinvolti tutti questi Istituti, ulteriore dimostrazione della vivacità culturale e delle potenzialità della provincia italiana. Mi corre l’obbligo a questo punto di rivolgere i più calorosi ringraziamenti all’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e alla direzione dell’Archivio Storico del Comune di Modena nelle persone di Rosaria Campioni e di Aldo Borsari che con la loro generosità e soprattutto con l’impegno finanziario profuso dall’istituzione comunale, hanno permesso la realizzazione di queste giornate e di cui ancora una volta potremo apprezzare la squisita ospitalità. Mi auguro che questo convegno, oltre un punto di arrivo, possa costituire un nuovo stimolo, sia per la tutela e la divulgazione del patrimonio archivistico ma soprattutto per lavori di inventariazione di più ampio respiro, che guardino non a singole serie ma alla documentazione dei vari enti produttori nel suo complesso, in quella visione unitaria dell’archivio in cui possano riflettersi lo stesso coraggio e la stessa razionalità che portarono il prof. Valenti allora giovane archivista giunto da poco tempo nell’Istituto Modenese ma fresco di contatti e confronti col prof. Cencetti, con cui aveva lavorato nell’Archivio di Stato di Bologna, alla redazione di quell’inventario dell’archivio segreto estense, sezione Casa e Stato, che, pubblicato nel 1953, costituisce ancor oggi modello non superato di metodologia. Concludo dicendomi particolarmente onorato di parlare a un centinaio di metri o poco più, mi dicono, dall’abitazione e dalla tomba di colui che, oltre naturalmente che sommo storico, si può forse considerare il più celebre archivista della storia: Ludovico Antonio Muratori, per mezzo secolo conservator iurium della dinastia e del ducato estensi. Ora il folto pubblico che mi trovo di fronte mi sembra attestare come tale aspettativa non sia stata delusa. Ma c’è di più. Il convegno non è soltanto modenese: vedo infatti che molti sono gli archivisti giunti da diverse parti d’Italia per dare il proprio contributo a uno scambio di idee e di progetti che darà senz’altro vita a copiosi frutti scientifici, nonché ad a una chiara dimostrazione della singolare vitalità di una disciplina per sua intrinseca natura poco nota al grande pubblico.


Euride Fregni

Un libro, un convegno

Un libro, un convegno, l’ordine è corretto perché il convegno è un effetto del libro, ma nel presentare l’iniziativa permettetemi di invertire l’ordine e di parlare prima del convegno e poi del libro. Il convegno nasce da due stimoli: da un insegnamento e da un ritardo. L’insegnamento è naturalmente di Filippo Valenti, ed è quello di prestare attenzione alle “novità editoriali” del nostro settore, soprattutto quando le nuove pubblicazioni sono opere di carattere generale: trattati, manuali, o anche testi che manuali non sono e non vogliono essere, ma hanno comunque un grande respiro e affrontano in maniera sistematica una pluralità di tematiche. Una lettura, quella che ci ha insegnato a fare, non di mero aggiornamento, e assolutamente non passiva, ma neppure meramente critica, piuttosto una lettura-dibattito, occasione di stimolo per ulteriori riflessioni, un confronto costruttivo. Alcuni dei suoi articoli più stimolanti e innovativi sull’archivistica e sugli archivi hanno tratto spunto proprio da una lettura di questo tipo di due manuali appena pubblicati, l’Archivkunde di Adolf Brenneke nella traduzione italiana curata da Renato Perella e il Manuel de archivistique dell’Associazione degli archivisti francesi, e da un “non manuale”, ma comunque un testo di carattere generale, come Archivi e memoria storica di Isabella Zanni Rosiello. Da bravi allievi, quali abbiamo avuto la fortuna di essere stati, chi alla Scuola di archivistica dell’Archivio di Stato di Modena, chi, come la sottoscritta e Rosaria Campioni, per averne frequentato le lezioni all’Università di Bolo-


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gna, abbiamo fatto nostro il suo insegnamento ed abbiamo invitato la comunità archivistica italiana a dibattere insieme a noi il suo Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica, e storia istituzionale, che è quanto dire l’apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche, come appunto recita il titolo del nostro convegno. E veniamo al ritardo. Ho detto “bravi” allievi, ma “bravi” non siamo stati, perché in una cosa certo non abbiamo corrisposto a quanto ci era stato insegnato: nella tempistica. Il volume è infatti di recente pubblicazione, ma non recentissima, essendo uscito, nella collana Saggi delle Pubblicazione degli Archivi di Stato nel maggio del 2000, due anni esatti fa. Eppure l’edizione del volume era il classico “evento annunciato”. Tanto annunciato che, quando è avvenuto, ci ha colto impreparati. Sentiremo fra poco, da Daniela Grana, che del libro è non solo la curatrice, ma ne è stata anche la promotrice e sicuramente l’anima trainante, come è nata l’idea della pubblicazione, quale ne è stata la genesi e la progettazione, e le tappe del lungo cammino conclusi poi felicemente nel maggio 2000. Lungo cammino, seguito con grande affetto e partecipazione da tutto l’ambiente archivistico modenese. Quell’ ambiente, come scrive Angelo Spaggiari nella prefazione, fatto non solo dall’Archivio di Stato di Modena, e da chi vi opera, ma dall’insieme degli studiosi, degli ex-allievi, degli enti e degli istituti culturali che negli anni si sono giovati e si giovano del magistero e della consulenza di Valenti. Quando ormai era chiaro che il cammino era alla fine e la pubblicazione imminente, si è incominciato subito a progettare la sua presentazione pubblica, sembrando non solo doveroso da parte nostra, ma ovvio e naturale per tutti che fossero le istituzioni modenesi e regionali a farlo. E invece così non è stato, e sono stati altri “allievi”, più rapidi ed efficaci, ad organizzarne la presentazione, a Firenze il 16 ottobre 2000, a Palermo nel giugno del 2001. E d’altra parte dovevamo aspettarcelo, poiché il pensiero di Valenti aveva avuto, attraverso i suoi articoli, quelli appunto riuniti nel nuovo volume, una diffusione molto più vasta dell’ambiente modenese, aveva, come scrive Daniela Grana nella sua introduzione, influenzato e contribuito a formare molte generazioni di archivisti.


Un libro, un convegno

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Nella presentazione fiorentina, Rosalia Manno Tolu ricordava quanto le riflessioni di Valenti sulle tipologie dei fondi e su come essi si sono andati aggregando e ridisegnando all’interno dei grandi archivi generali, fossero state al centro dell’attenzione degli archivisti fiorentini negli anni in cui si andava progettando prima e realizzando poi il trasferimento dell’Archivio di Stato dalla sua sede storica alla nuova di piazza Beccaria. In un certo senso il convegno di oggi costituisce il frutto dell’ap­puntamento fiorentino, in cui anche gli interventi di Stefano Vitali e Diana Toccafondi sottolineavano il loro incontro con il maestro attraverso la lettura dei suoi articoli, l’impatto che ne avevano avuto, gli effetti di quelle letture sulle loro ricerche, il desiderio che ne era scaturito di una conoscenza personale, di uno scambio diretto di idee. Quanto aveva scritto Daniela Grana nell’introduzione trovava immediata conferma nelle parole degli archivisti fiorentini. L’idea di verificare quale era stato il contributo di Filippo Valenti ai nuovi orizzonti dell’archivistica nacque allora. Desiderosi comunque di presentare pubblicamente il libro a Modena, come doveroso ringraziamento per quello che a tutti noi aveva dato negli anni, non solo attraverso gli scritti, ma anche nella frequentazione diretta, consci che una semplice presentazione, oltre che tardiva, sarebbe stata insufficiente, abbiamo pensato di presentare il volume attraverso una lettura critica di quanto in esso contenuto, facendo il punto, non tanto e non solo su quanto in esso viene proposto, ma sugli effetti che tali proposte avevano già avuto sullo sviluppo delle discipline archivistiche in Italia negli ultimi anni. Da qui l’articolazione del convegno, che ripropone nella scansione delle sue sezioni l’articolazione del libro: archivistica teorica; didattica e manualistica; inventari, storia delle istituzioni, ed edizioni di fonti; diplomatica applicata. Non identico però, tra convegno e volume, il peso delle sezioni. La sezione dedicata all’archivistica teorica è infatti nel convegno nettamente preponderante. E non poteva essere diversamente, sono infatti gli scritti teorici quelli che hanno avuto maggior diffusione ed influenza a livello nazionale, a riprova che non è la quantità di pagine, ma la loro qualità ad essere rilevante. In realtà avremmo potuto impostare tutto il convegno su questa sezione, ma non ci è sembrato giusto, in particolare ci premeva sottolineare anche l’im-


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pegno didattico di Valenti, estrinsecatosi sia nella produzione manualistica stessa, sia attraverso una continua riflessione sulle forme e modalità di insegnamento della diplomatica prima e poi, e con molta più problematicità, dell’archivistica, sia infine riguardo alla funzione didattica e promozionale dell’istituto archivistico stesso. Il dibattito sul rapporto tra archivio e scuola, sulla didattica in e sull’archivio, da un lato, e sulle modalità e i contenuti dell’insegna­mento dell’archivistica sia rispetto agli strumenti didattici a disposizione sia rispetto ai contesti e alle finalità per cui la si insegna, nelle scuole d’archivio o all’università, in corsi professionalizzanti o in corsi di carattere più generale, è oggi forse ancor più sentito di quanto non lo fosse negli anni ’70, quando ne scriveva Valenti. Riflettere su questi temi e in particolare sugli strumenti didattici ci è sembrato necessario. Su quelli di Valenti in primo luogo, in particolare su quegli Appunti delle lezioni di archivistica, che solo ora nel volume di scritti, trovano una compiuta edizione, per altro molto modificata e ampliata rispetto alle versione dattiloscritta, sotto il nuovo titolo di Nozioni di base per una archivistica come euristica delle fonti documentarie. Una vicenda molto particolare, quella degli Appunti, sottovalutati ancora oggi dal suo autore, visti come una bozza, un prodotto non finito, ma che circolano per quasi un quarto di secolo in modo informale, quasi un passaparola, fotocopie che passano tra studenti, che arrivano ad altri docenti, che girano tra le scuole d’archivio, diffondendosi così, in questo modo del tutto informale, lungo tutta la penisola. Una bozza, un prodotto non finito, non pubblicato, non difeso da nessuna legge sul copyright, eppure così riconoscibile, così diverso da ogni altro da riuscire a farsi valere, semplice dattiloscritto di appunti di lezioni, in un processo per plagio. La terza sezione, quella dedicata agli inventari, alla storia delle istituzioni e all’edizione di fonti, quantitativamente la più cospicua del libro, è la meno rappresentata invece nel convegno. La scelta è voluta. Non perché non sarebbe stato interessante fare il punto degli studi sulle istituzioni del ducato estense, ma perché questo è stato fatto nel recente convegno sullo Stato di Modena, di cui sono appena usciti gli atti, sempre nella collana Saggi delle Pubblicazioni degli Archivi di stato. Non potevamo però trascurare una riflessione sugli “archivi segreti” né sulle problematiche che pone l’edizione di fonti moderne.


Un libro, un convegno

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E neppure la problematica, oggi molto sentita, ma già affrontata da Valenti negli anni sessanta, dell’edizioni di fonti moderne. Infine l’ultima sezione, la diplomatica applicata: come indagare i documenti. Un tema affascinante che prende spunto da una indagine affascinante. Questo il convegno, ora veniamo al libro. Cosa dire di un libro della cui genesi, dalla progettazione alla realizzazione, ci parlerà tra poco la curatrice, e il cui contenuto sarà sviscerato nei 16 interventi che seguiranno? Una presentazione potrebbe sembrare del tutto superflua, ma lasciatemi tentare, cercherò di presentarvi il libro da un altro punto di vista. Proviamo a guardare il libro da un’ottica archivistica. Il libro è un prodotto nuovo non la semplice riedizione riunita di un insieme di articoli pubblicati in tempi e luoghi diversi. Per alcuni si tratta, come dice l’autore, di una «nuova edizione riveduta e corretta», in un caso addirittura di una prima edizione: le Nozioni di base per una archivistica come euristica delle fonti documentarie sono infatti una rielaborazione completa di quei famosi appunti delle lezioni di archivistica già ricordati. Un libro nuovo dunque, e non solo una raccolta di scritti. Da questo punto di vista si giustificano l’assenza di una nota biografica e di una bibliografia generale dell’autore, che penso si potranno inserire negli atti di questo convegno. Ora questa nota biografica mancante proviamo a desumerla dal libro stesso, guardandolo appunto con un’ottica archivistica, applicando proprio i modelli tipologici che ci ha insegnato ad usare Valenti. Potremmo dire che abbiamo di fronte un archivio in senso proprio, che riflette l’attività e la storia di un unico e ben individuato individuo, ma che non mantiene però la fisionomia originaria. Non un archivio sedimento, ma un archivio thesaurus, cioè una deliberata, sistematica e ordinata selezione di materiali già prodotti, creata con l’intento di lasciare ai posteri una precisa immagine di sé. La struttura gerarchica delle partizioni riflette una graduatoria di rilevanza e propone un approccio di lettura ben preciso: prima gli scritti teorici, poi quelli didattici, quindi gli esempi concreti e per finire, come conclusione, un esempio di indagine magistrale. Ora proviamo a scomporre il tutto e a ripristinare l’ordinamento originale, e ripercorriamo l’attività e il pensiero di Filippo Valenti seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione e vediamo quale nota biografica emerge.


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In primo luogo gli estremi cronologici: 1949-2000. La datazione delle Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti non può infatti che essere quella di pubblicazione del libro, poiché gli “appunti” del 76 non ne sono che un “embrione”. Quasi cinquantanni di attività e di riflessioni che si sono sviluppate in un ordine del tutto diverso da quello proposto dal sommario: dapprima l’attività pratica, poi la didattica, infine le riflessioni teoriche, di cui le Nozioni di base costituiscono il prodotto finale, il punto di arrivo in un continuum fino agli inizi degli anni ’80, sporadicamente poi. La nostra biografia inizia nel 1949, quando troviamo il giovane Valenti alle prese con un archivio privato gentilizio, l’Archivio Albergati-Capacelli, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, allora diretto da Giorgio Cencetti, da lui definito “suo indimenticabile maestro” (p. 569, n. 1), ma dalle cui posizioni teoriche sembra prendere subito le distanze. L’archivio è composto da due nuclei fondamentali cui se ne era aggiunto un terzo per acquisto. Di esso, il giovane Valenti scrive sulla RAS nel 1949: «un esame più approfondito e per così dire più tecnico delle serie, volto non tanto alla loro fisionomia esteriore, quanto alla logica intrinseca della loro struttura – specchio delle varie fasi attraverso cui si sono andate formando – ci consiglia di articolare il nostro esame da un’altra tripartizione che … ci sembra meglio aderente al concetto d’archivio come organismo vivente e diveniente secondo una propria interiore legge di sviluppo». Siamo nel 1949, è il primo articolo, e c’è già in embrione tutta la futura riflessione teorica. Quattro anni dopo lo troviamo all’Archivio di Stato di Modena, da dove non si sposterà più, già pronto a pubblicare l’inventario della sezione “Casa e Stato” dell’archivio segreto estense nella collana delle Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Dalle date desumiamo che il nostro archivista ha una eccezionale capacità lavorativa e non si spaventa di fronte alle grandi imprese, né teme di misurarsi con chi l’ha preceduto. Anche in questo caso l’oggetto è un complesso documentario a cui mal si attaglia la definizione cencettiana di archivio, ma che presenta però caratteristiche e peculiarità comuni «ad altri archivi di famiglie principesche italiane, formatesi su per giù nello stesso periodo e in condizioni più o meno analoghe», quasi si potesse pensare ad una tipologia degli archivi rispetto ai soggetti produttori e a modalità di produzione e di organizzazione della


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documentazione, tipiche di periodi storici e di contesti politici e geografici. Perché, forse, più che di archivi bisogna parlare di una complessa realtà archivistica, che però presenta, se guardata con occhio critico e comparativo, tipologie ricorrenti e definibili. E poi una storia, un divenire dei complessi documentari man mano che da un deposito passano ad un altro, in cui si vanno aggregando ad altri e vengono ricomposti e ridefiniti, in un continuo divenire che è storico, istituzionale, giuridico, ma anche propriamente archivistico. Certo guardare al fenomeno archivio avendo a disposizione, come laboratorio di indagine, il residuo documentario di una intera dinastia durata senza soluzione di continuità per cinque secoli e mezzo vuol dire disporre di un laboratorio eccezionale. Non solo, è l’insieme del patrimonio archivistico presente a Modena ad essere eccezionale: oltre all’intero archivio dello Stato estense, l’archivio del comune con atti dall’XI secolo, e gli archivi ecclesiastici, dal capitolare, ricchissimo di codici rarissimi e di documenti pubblici già dal VII secolo, al coevo archivio abbaziale di Nonantola. Il campo di indagine, a livello cittadino è smisurato, la tradizione archivistica di altissimo livello, si rifà addirittura a Ludovico Antonio Muratori. Tanta eccezionalità potrebbe intimorire, ma non certo il nostro archivista, che definisce il cinquantennio in cui il Muratori fu archivista ducale «il più vuoto di avvenimenti specifici che la storia dell’archivio ricordi». L’impatto con l’archivio estense lo porta ad approfondire negli anni successivi l’organizzazione amministrativa del ducato, abbiamo così i due saggi sulla Cancelleria degli estensi a Ferrara dalle origini alla metà del secolo XVI e sui consigli di governo presso gli estensi dalle origini alla devoluzione. Potremmo dire dalle carte alle istituzioni, dopo l’incontro con il groviglio delle carte il bisogno di porvi ordine attraverso uno studio approfondito degli organi che le hanno prodotte. Si conclude così il primo decennio di attività tutto incentrato sull’archivio estense. Siamo arrivati al 1961 e le celebrazioni per il primo centenario dell’unità d’Italia interrompono le indagini sul ducato e spingono Valenti ad occuparsi di un momento storico molto più prossimo e molto convulso: i mesi dal giugno 1859 al marzo 1860 in cui si realizzò il passaggio di Modena dagli Austro-Este ai Savoia.


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Cosa abbia significato, per gli archivisti che vi parteciparono, lavorare al riordino e all’inventariazione degli archivi dei governi provvisori e straordinari degli anni 1859-1861, progetto ideato e coordinato da Claudio Pavone, lo ha sottolineato Isabella Zanni Rosiello, dichiarandosi segnata da tale esperienza, nel bene e nel male, per almeno un decennio. Tra l’altro si trattava dei primi inventari analitici di archivi ottocenteschi che l’amministrazione archivistica accettava nella sua collana. Ma ancor di più si trattava di individuare nei depositi le carte di quella miriade di organismi, in carica a volte solo per pochi giorni, di cui era stato possibile ricostruire l’esistenza solo attraverso la stampa locale e le raccolte di leggi. Per il Valenti medievista fu l’incontro con un periodo storico che non smetterà più di interessarlo, troviamo infatti nel volume altri due saggi dedicati a Francesco V e al momento del suo abbandono di Modena, l’uno del 1973, l’altro del 1981. Ma torniamo indietro, al 1961. Oltre agli inventari dei governi provvisori, in quell’anno Valenti pubblica anche il suo primo manuale: Il documento medievale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia. Scopriamo così l’interesse di Valenti per la diplomatica e la sua attività di docente. Dal 1958 infatti insegna diplomatica nella Scuola dell’Archivio di Stato di Modena, e successivamente anche in quelle di Mantova e Parma. Non mi soffermo, perché ne parlerà, meglio di me, domani, Isidoro Soffietti. Dal nostro punto di vista cosa possiamo sottolineare? Anche qui il ruolo fondamentale dell’archivio modenese, che fornisce tutto il materiale dell’apparato illustrativo del testo. Potremmo aggiungere che emerge dalla lettura del testo che l’impegno didattico è per Valenti in primo luogo necessità di chiarezza metodologica. Da questo punto di vista non c’è differenza tra il Valenti diplomatista, tra le Nozioni di diplomatica generale e di cronologia, sottotitolo del Documento medievale, e le Nozioni di base per una archivistica come euristica delle fonti documentarie. E forse potremmo dire che alla base del Valenti archivista c’è il Valenti diplomatista. Rispetto ad entrambe le materie il bisogno di ridefinirne l’oggetto e di ampliarne il campo di indagine. Come non vedere un parallelo tra il Valenti diplomatista, che nel 1961 propone un ampliamento degli oggetti della critica diplomatistica dai «documenti finalizzati a comprovare formalmente fatti di natura giuridica, quelli che qualcuno suol chiamare documenti in senso stretto» a «qualsiasi scrittura redatta


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per scopi giuridici o comunque pratici, in quanto … risulti compilata con l’osservanza di forme abbastanza tipiche da poter essere rapportate ad un determinato modello o paradigma e criticamente confrontate con esso», e il Valenti che propone l’ampliamento dell’oggetto dell’archivistica dall’archivio “in senso stretto”, di cencettiana definizione, alla realtà archivistica, agli archivi in senso lato dei quali, sebbene ognuno frutto di una propria e singolare vicenda, è possibile proporre una tipologia secondo la loro struttura. La struttura dell’archivio come la forma del documento. Di ambedue è possibile individuare dei modelli, modelli e non classi, non rigidi comparti … ma dei parametri, o dei paradigmi, come strumento per penetrarne dal di dentro l’intima struttura, individuandone all’occorrenza le articolazioni. Come non ritrovare la formazione del diplomatista nell’attenzio­ne alla terminologia, nell’esigenza di definire il senso e il significato del nome rispetto all’oggetto che quel nome denota e connota: «parole denotanti oggetti», del termine archivio dice che «sembra andar oltre la semplice “denotazione” di un certo luogo o di un certo insieme di oggetti per “connotare” una sorta di elemento costitutivo dell’u­mano operare: quello della memoria». Siamo arrivati solo al 1961 e la nostra biografia dovrebbe continuare, ma vorrei fermarmi, perché da qui saranno gli interventi dei relatori a continuarla. In realtà ciò che mi premeva sottolineare è che le riflessioni teoriche di Valenti sono sicuramente il frutto del suo incontro con la realtà archivistica, in particolare con la ricchissima e complicatissima realtà archivistica modenese. Un laboratorio eccezionale che aspettava solo di essere utilizzato e che lui ha saputo utilizzare magistralmente, guardandolo con occhio critico, ma non preconcetto, da archivista ma anche da diplomatista e da filosofo. E vorrei concludere con le parole con cui, nel 1986, Albano Biondi commentava l’indagine sui più antichi documenti dell’archivio di San Pietro di Modena, che aveva appena finito di leggere. «Perdio che nerbo! che vigore d’argomentazione e che finezza metodologica. Non permettere mai più, a me o ad altri, di chiedere cosa ne hai fatto della filosofia: è tutta in ciò che scrivi, nella sodezza dell’argomentare e nella determinatezza con cui tieni il ragionamento sino all’esito trionfale».


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Permettetemi, prima di entrare nel vivo del tema del mio intervento, una breve digressione autobiografica che potrebbe intitolarsi “storia di un’archivista per caso”. La storia risale all’ormai lontano 1979, allorché, vincitrice di un concorso per archivista di Stato, fui destinata all’Archivio di Stato di Modena. Malgrado lo studio di certa manualistica, anche quella scelta per caso e funzionale al superamento delle prove d’esame, confesso che non avevo che una pallidissima idea di cosa fosse un Archivio di Stato e in che cosa consistesse il mestiere dell’archivista. Il primo impatto con i 30 chilometri in cui si sviluppava allora l’Archivio modenese mi procurò una sensazione di smarrito sgomento. Non sapevo se mai sarei riuscita ad orientarmi in quella sorta di labirinto di scaffalature fitte di buste, filze e registri polverosi, né cosa avrei dovuto farne. Ma ecco, di lì a poco, il mio primo incontro con Filippo Valenti, non più direttore dell’archivio modenese ma passato a più alti incarichi ministeriali. Fu lui stesso a propormi una visita guidata ai depositi e, man mano che si procedeva, quelle interminabili, silenziose teorie di scaffali cominciavano ad assumere fisionomia, corpo e spessore. Prendevano così vita ai miei occhi i marchesi poi duchi estensi con la loro storia di fasti e di miserie a Ferrara e a Modena; prendeva corpo la corte col suo cerimoniale, i suoi notabili, i suoi poeti, i suoi funzionari, la servitù; si animava il palazzo con le sue sale, i suoi arredi, la biblioteca, persino la tavola imbandita. Ma soprattutto si delineava la fit-


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ta rete dei rapporti politici e diplomatici e dei canali d’informazione su cui gli Estensi potevano contare per la politica estera, e con essi, d’altro lato, i veri e propri strumenti di governo: le magistrature e gli uffici via via istituiti per l’amministrazione delle entrate e delle spese, della giustizia, dei rapporti con i sudditi degli Stati mediati ed immediati. Era come un percorrere nello spazio e nel tempo le vie del ducato e delle sue città. Ma cominciavano contemporaneamente ad assumere una pur vaga fisionomia anche i maggiori complessi documentari in quanto tali, con le loro ramificazioni interne e la loro storia martoriata spesso da richiami, amputazioni, rimaneggiamenti ed estrapolazioni; e, insieme ad essi, i diversi metodi e criteri di organizzazione delle carte succedutisi nel tempo. Insomma – per riprendere una delle più illuminanti metafore dello stesso Valenti – l’antica città prendeva «fisionomia e vita, coi suoi quartieri, i suoi centri di potere, i suoi servizi. Ma sarà e non sarà, al tempo stesso, una sola e medesima città: col succedersi delle epoche e dei regimi nuove cinte murarie, nuovi sistemi di fortificazione, nuovi edifici … e nuovi quartieri in parte si sostituiranno e in parte si sovrapporranno ai vecchi, utilizzandone le fondamenta, incorporandone delle porzioni, piegandoli alle nuove esigenze»1. Credo che quella visita guidata ad oltre cinque secoli di storia e di carte estensi e austro-estensi non sia durata che qualche ora, ma debbo a Filippo Valenti l’avermi fatto dono della “bussola” (altra metafora sua) che d’allora in poi mi ha consentito di orientarmi e muovermi in piena autonomia nei meandri dell’archivio; non solo ma anche l’avermi insegnato quel che le carte e gli archivi sapevano e potevano dire. E, soprattutto, l’avermene svelato la capacità seduttiva. Erano quelli gli stessi anni in cui era in dirittura d’arrivo la voce Modena della Guida Generale degli Archivi di Stato, da lui curata. Per ovvie ragioni questa ‘voce’ che a mio avviso costituisce un vero e proprio capolavoro, non è stata inserita nel volume che oggi si celebra. E tuttavia inviterei a visitarla quale limpido esempio di organicità e di chiarezza nella ricostruzione del complesso delle magistrature estensi; non solo, ma anche 1   F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. 88.


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di acume e di metodo nell’individuare e rendere immediatamente perspicua la natura e struttura dei vari fondi e le reciproche relazioni ed intrecci. Cose tutte particolarmente complesse in un Archivio di Stato come quello modenese, il cui nucleo è costituito dall’archivio di una dinastia tra le più longeve dell’Italia preunitaria, nonché di una corte rinascimentale, nel suo piccolo, tra le più culturalmente brillanti. Non si può non concordare, al riguardo, con quanto ebbe a dire Claudio Pavone in occasione della presentazione del volume di scritti archivistici del Nostro tenutasi nell’anno 2000 presso l’Archivio di Stato di Firenze: «Nella raccolta … la voce Modena non figura; ma per tratteggiare a pieno tondo la figura di Valenti archivista non è possibile prescinderne». Si vedano, ad esempio, in tale ‘voce’, le soluzioni di volta in volta adottate, da una parte, per uniformarsi ai criteri redazionali della Guida e, dall’altra, per dare esatto conto, con tratti tanto sintetici quanto efficaci, delle concrete realtà storiche, istituzionali e soprattutto archivistiche, e delle relative modalità di sedimentazione. Si rileggano, sempre ad esempio, le note introduttive al fondo Archivio Segreto Estense: «Quali che siano le denominazioni tradizionali dei raggruppamenti, vi si possono riconoscere tre fondamentali tipi di scritture: quelle attinenti alle ‘ragioni della serenissima Casa’, quelle formatesi in seno alla cancelleria, e quelle costituenti gli archivi di magistrature particolari che della cancelleria vennero ad un certo momento assumendo le funzioni. Tipico archivio di corte, povero fin dall’origine di fondi organici a causa altresì del particolare stile di governo privatistico ed accentratore che fu sempre caratteristico degli Estensi, fu soggetto nel corso dei secoli a ripetuti rimaneggiamenti. Donde il costituirsi da un lato di raccolte artificiali o quanto meno di serie artificialmente integrate e, dall’altro, di formazioni le quali, assai meglio che serie, potrebbero definirsi pratiche secolari, relative al periodico rappresentarsi di particolari contingenze o controversie»2. E si vedano, in fine, le note relative agli Archivi giudiziari: «Gli archivi giudiziari preunitari sono venuti a raggrupparsi in un unico complesso, articolato fondamentalmente in archivi di magistrature centrali e archivi di magistrature periferiche (giusdicenze). Specie per questi ultimi, le cui serie molto spesso pro  Guida Generale degli Archivi di Stato, vol. II, voce Modena, p. 1003.

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seguono ininterrottamente dall’origine fino ai primi anni o decenni dopo l’Unità, la suddivisione in periodi adottata per questa Guida, più che riflettere la reale struttura dei fondi, obbedisce di conseguenza ad esigenze di uniformità redazionale e non ha potuto essere condotta con assoluto rigore»3. Capitava di frequente, allora, che si discutesse a livello nazionale sui criteri di impostazione della già menzionata Guida generale degli Archivi di Stato. In quanto amico di Claudio Pavone, responsabile dell’assemblaggio dell’opera come capo dell’Ufficio studi e pubblicazioni della Direzione Generale, Valenti – così mi raccontava – tentò, insieme ad altri e forse più di altri, di fare da moderatore ufficioso tra l’esigenza della massima possibile uniformità strutturale tra le diverse voci-istituti pretesa dalla redazione centrale, da un lato, e quelle, d’altro lato, di una più libera e concreta aderenza alle singole effettive realtà storiche, di ordinamento (e talora addirittura di gergo) sostenute ovviamente dalla maggior parte dei rispettivi direttori, presso alcuni dei quali si recò in brevi trasferte. Ma ciò con ben scarso successo; a parte le interessantissime interminabili discussioni e qualche aggiustamento di carattere puntuale. Non già perché Pavone non condividesse le perplessità prospettategli, ma perché Valenti – sempre secondo quanto egli stesso raccontava – concretamente introdotto nell’ottica della redazione centrale, non poté non convenire sulle enormi difficoltà che ogni soluzione più articolata e puntuale avrebbe comportato: tali da rendere impensabile la realizzazione dell’opera quanto meno in tempi ragionevoli. Ebbe infatti ad ammettere, per iscritto, che «la scelta fatta, anche se talora un po’ troppo cogente, … si sia rivelata all’atto pratico l’unica in grado di rendere possibile la realizzazione dell’impresa entro tempi ragionevoli»4. In realtà, quello che emerse soprattutto da questi ed altri incontri e scambi d’idee fu un altro problema: quello cioè del vero significato o, se si preferisce, del corretto uso del termine fondo; tanto largamente usato da essersi potuto parlare di “Guida ai fondi”, e da prospettare il “fondo o archivio” come unità di base della descrizione. Se n’era occupato a lungo, nell’ultima parte delle Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, anche Filippo Valenti.   Ibid., p. 1023.   F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 213. 3 4


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Il quale però, in vista della pubblicazione di questo mio intervento, ebbe a dirmi di avere in seguito cambiato idea riguardo alla rilevanza attribuita al problema. In realtà – a suo parere – si rimase fermi al termine fondo, già ampiamente usato nella pratica quotidiana e mutuato a suo tempo dall’uso diffusissimo in Francia di fonds d’archives, grazie alla sua duttilità e polivalenza, in quanto, tradotto fondo o archivio (si noti l’evidenzazione della “o” intensiva) e assunto ai fini della Guida ad indicare appunto le unità di base della descrizione, risolveva almeno in parte non pochi problemi. Un’ulteriore prova – direi – della concretezza del suo pensiero; unita alla consapevolezza della natura effimera di molte magistrature preunitarie, legate spesso alle persone dei titolari, della loro frequente ambiguità istituzionale e territoriale, degli interventi di archivisti settecenteschi e ottocenteschi, nonché delle secolari vicissitudini subite dalle carte e dagli archivi, risultato spesso di concentrazioni e smembramenti per ragioni ora istituzionali ora funzionali ora semplicemente materiali. Il problema, per lui, non era, e non è già quello di sapere cos’è un fondo, ma quello di scoprire cosa di fatto contiene, come si è formato e qual è la sua struttura. Mentre preparavo queste brevi riflessioni, ho trovato un estratto della Guida di Modena con alcune note manoscritte a matita del Valenti. E mi sono ricordata che quelle sue glosse sono le tracce di una sorta di gioco: quasi un test per verificare, da una parte, se le unità base di descrizione corrispondessero ai possibili concetti di “fondo o archivio”; e dall’altra, se rappresentassero effettivamente la partizione dei nuclei fondamentali dell’Archivio Segreto Estense, o fossero invece state alterate dalle forzate cesure imposte dai criteri redazionali. Ma il gioco consisteva anche nell’indagare se concrezioni documentarie di struttura e genesi diverse potessero essere assimilabili a strutture “tipo”, a modelli di concentrazione e sedimentazione delle carte5.

5   E si badi bene, modelli e non classi: «Niente tradirebbe di più il mio pensiero di proporre con ciò una tassonomia da applicare, anzi da imporre dal di fuori alla multiforme realtà degli archivi». «Il problema infatti o quanto meno il primo problema non è quello di classificare i fondi non ancora adeguatamente noti e inventariati … ma quello bensì di capirli, di esplorarli e di penetrarne dal di dentro l’intima struttura individuandone all’occorrenza le articolazioni. Dopo di che si potrà parlare di riordinamento, di inventariazione ed eventualmente di classificazione e informatizzazione dei dati»: Ibid., p. 217.


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Così accanto al fondo Partimenti dello Stato si legge «ordinato secondo i criteri teorico-deduttivi»; accanto a Carteggi con rettori, vescovi e oratori di Stati e città «serie di dubbia spontaneità»; accanto a Condanne e condannati «miscellanea»; Magistrato, poi Giunta di Giurisdizione Sovrana «vero e proprio archivio»; Buogoverno, acque e strade, Consiglio di economia «blocco inestricabile di archivi e magistrature diverse». Quando l’Ufficio Studi della Direzione Generale per gli Archivi approvò la riedizione in volume dei più importanti scritti di Valenti, egli era noto soprattutto per essere stato uno dei più brillanti ed attivi protagonisti del rinnovamento della disciplina archivistica che si andò maturando intorno agli anni Settanta. Il dibattito riapertosi tra la fine degli anni Ottanta e i giorni nostri sugli standard della descrizione archivistica, scaturito dalla prepotente e massiccia diffusione delle nuove tecnologie informatiche, aveva portato quasi tutti gli archivisti a ispirarsi e confrontarsi con il pensiero del Valenti. Era stato lui infatti, unitamente a Claudio Pavone, ad aprire la strada verso la normalizzazione della descrizione archivistica con la denuncia del sostanziale fallimento del metodo storico, il quale «… identificando troppo pretenziosamente e semplicisticamente la struttura degli archivi con la storia delle istituzioni, ha finito col trascurane il valore eminentemente formale e strumentale»6. È stato lui che in qualche modo ha posto le premesse teoriche per la descrizione separata di complessi documentari e soggetti produttori ora imposta dagli standard internazionali di descrizione. Ora, oltre a voler riuniti i saggi di archivistica teorica pubblicati sulla «Rassegna degli Archivi di Stato» dal 1969 al 1989, da più parti si chiedeva di vedere finalmente edite quelle Lezioni di archivistica, peraltro diffusissime, che da tempo venivano utilizzate come appunti, quale fondamentale strumento didattico, da numerose Scuole di archivistica. E per l’edizione nel nuovo volume, quegli appunti sono stati riveduti e aggiornati dall’autore col titolo di Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie. L’opera, che specie nell’ultima parte Valenti ha di fatto riscritto, «va oltre il presumibile interesse e forse anche la comprensione degli studenti» e tocca i temi fondamentali della materia, fino a presentarsi come una sorta di summa dei suoi saggi di archivistica teorica, culminante nella tipologia dei possibili modelli strutturali dei complessi archivistici.   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica, ibid., p. 188.

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Ma non è tutto. Insieme alle Nozioni di base, nella seconda parte, in cui sono stati raggruppati gli scritti didattici, è stato ripubblicato anche il noto e ormai da anni irreperibile manuale di diplomatica Il documento medioevale, che riflette il contenuto delle lezioni di diplomatica tenute dal Valenti dal 1958 in poi presso la scuola d’archivistica di Modena e in seguito adottato anche dalle scuole di Parma e di Mantova. Meno nota era infatti la professionalità a tutto tondo di Valenti: un archivista che – caso unico, direi, nel panorama archivistico italiano – è al tempo stesso dotto paleografo, raffinato diplomatista, acuto storico delle istituzioni. Un archivista dunque nel senso più ampio del termine, che non ha disdegnato di cimentarsi con il quotidiano mestiere di indagare e descrivere complessi archivistici di diversa specie e natura, di riordinarli e inventariarli, di compilare regesti, e che ha voluto, saputo e amato trasmettere il proprio sapere e la propria esperienza sia attraverso i suoi scritti che attraverso una pluriennale attività didattica svolta presso l’Università bolognese e presso le Scuole annesse agli Archivio di Stato di Modena, Mantova e Parma. Gli scritti raccolti nel volume costituiscono dunque i contributi più significativi a testimonianza dell’ingegno poliedrico e versatile del Valenti, della sua capacità di spaziare dalla teoria alla applicazione concreta di teoria e metodo al quotidiano operare, della sua particolare maestria nell’analisi e interpretazione delle fonti documentarie, della sua straordinaria capacità di penetrare le carte e i loro contesti dal Medioevo ai nostri giorni. Si è cercato di offrire, in sostanza, il frutto denso e sostanzioso di una esperienza di circa mezzo secolo autenticamente vissuta a contatto con le carte da chi è ben lungi dall’essersi rifugiato nell’astratta teoria per sfuggire al lavoro d’archivio. Così nella terza parte sempre del volume edito nel 2000, nel settore Inventari, storia delle istituzioni, edizioni di fonti, sono stati raccolte le più significative opere di storia archivistica e istituzionale, introduzioni ad inventari, inventari, saggi di applicazione della diplomatica alla storiografia, edizioni di fonti e via dicendo. Oltre ai “classici” che costituiscono un fondamentale contribuito alla storiografia dei ducati estensi – mi riferisco alle Note storiche sulla cancelleria degli Estensi e ai Consigli di governo –, sono stati anche scelti alcuni inventari di esemplare rigore descrittivo.


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Tra gli altri lavori, vorrei segnalare ancora, oltre agli inventari relativi ai Governi provvisori e al Governo delle provincie dell’Emilia (1859), già noti ad un vasto pubblico perché editi fra le ‘Pubblicazioni degli Archivi di Stato’, l’inventario del Fondo pomposiano, particolarmente significativo per il ricchissimo e dotto apparato descrittivo, ma anche per l’analisi della struttura del fondo che presenta «un ordine tutt’altro che sistematico e funzionale, ma che costituisce pur sempre l’unico vincolo archivistico storicamente fondato sul quale basarsi»7. In sostanza la piena padronanza delle tecniche proprie delle discipline cosi dette ausiliarie della storia, il servirsene quali discipline euristiche oltre che interpretative, ovvero come metodologie tese alla corretta individuazione, lettura e interpretazione delle fonti documentarie – considerate non tanto singolarmente quanto sedimentate in complessi documentari stratificatisi nel tempo – hanno fatto sì che Valenti abbia sviluppato una straordinaria capacità e un modo particolare di fare storia. Testimonianza ne è Un’indagine sui più antichi documenti dell’archivio di S. Pietro di Modena, che costituisce da sola la IV sezione del volume. L’opera infatti costituisce un raro esempio, per rigore metodologico e perfetta padronanza degli strumenti del mestiere di esame critico comparato di diverse tipologie di fonti: documentarie, agiografiche, cronachistiche. Il risultato è non solo la confutazione, attraverso la scoperta del “falso”, di una lunga ed erudita tradizione storiografica adagiata su se stessa, ma è soprattutto la costruzione, attraverso l’analisi di appena nove documenti, di una appassionante storia delle vicende urbanistiche della Modena altomedievale. Se è vero che Modena con la sua storia e i suoi archivi fa da sfondo a quasi tutta la produzione scientifica di Filippo Valenti, è vero anche – come ha ben messo in evidenza Angelo Spaggiari nella Presentazione al volume – che essa se ne distacca per raggiungere una dimensione e una valenza nazionale. Prova ne è lo straordinario successo del volume, richiestissimo, che, fra l’altro, è stato adottato quale testo in numerose scuole di archivistica e in altrettanto numerose facoltà universitarie. Non solo, ma anche la straordinaria presenza di tanti ospiti illustri e di tanto pubblico a questo convegno.

F. Valenti, Il fondo pomposiano nell’Archivio di Stato di Modena, ibid., pp. 512-513.

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Augusto Antoniella

Archivistica: metodo storico o fine della storia?

Da qualche decennio a questa parte la letteratura archivistica italiana (non diversamente da quella di altri paesi) è stata fortemente caratterizzata da un tema dominante fin quasi ad esaurirsi in esso: l’applicazione delle tecniche informatiche agli archivi ed all’attività archivistica. Tema che ha suscitato, fin dall’inizio, un fervore di interessi e di iniziative ed una serie di opportune, quasi sempre sensate e comunque necessarie riflessioni circa la natura e la portata dei mutamenti indotti (e da indursi) dalle nuove tecnologie sul lavoro d’archivio e circa la trasformazione, ritenuta e più volte definita epocale, della professionalità degli archivisti, facendo intravedere anche la possibilità di una vera e propria mutazione della disciplina archivistica in quanto tale. Quest’ultimo aspetto – quello della possibile mutazione disciplinare – rimasto a lungo sospeso, visto da alcuni come una promessa e paventato da altri come una minaccia, costituiva, a ben vedere, il punto cruciale della questione che richiedeva di verificare se quello archivistico fosse uno dei casi in cui la rivoluzione delle tecniche porta con sé una rivoluzione logica nel modo di concepire la realtà a cui quelle tecniche si applicano. Per la verità l’evoluzione del fenomeno sembra essersi fatta carico di dimostrare da sola, al di là di molti dibattiti spesso inconcludenti, che non si trattava di uno di quei casi. Ad una prima fase, caratterizzata, quasi inevitabilmente, da eccessivi entusiasmi e dalla tendenza troppo semplicistica ed in qualche modo deviante a privilegiare in maniera esclusiva gli aspetti della mera descrizione archivistica e della circolazione dei dati informativi da essa emergenti, ha


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fatto seguito, infatti, una fase di più ponderata riflessione che ha consentito di recuperare visibilità agli aspetti più specifici del prodotto archivistico, già definiti “di contesto”, riportando correttamente in primo piano le peculiarità degli intrecci istituzionali e documentari che individuano, di volta in volta, la struttura degli archivi e nella cui comprensione e valutazione vengono a frutto i principi della disciplina. Verificato così che i termini del problema si sono collocati negli spazi loro propri e che non sussistono rischi misurabili di possibili “tradimenti archivistici” da parte dell’informatica, ormai rientrati anche là dove se ne poteva, all’inizio, sospettare l’esistenza, non resterebbe che prendere atto positivamente delle potenzialità di una tecnologia altamente sofisticata che può essere piegata in una molteplicità di direzioni, tutte utili alla gestione e alla valorizzazione degli archivi e che vanno ormai ben oltre l’uniformazione dei criteri descrittivi e la ricostruzione degli elementi contestuali di riferimento, per aprire lo spazio ad una serie pressoché illimitata di operazioni, in grado di tesaurizzare, a livello informativo, una quantità di dati suscettibili delle più diverse aggregazioni relazionali e funzionali, a tutto vantaggio della ricerca. Non resterebbe, allora, che rimuovere definitivamente un falso problema; e tuttavia ciò non risolve un problema vero, sottostante e preesistente, non riconducibile direttamente al processo di informatizzazione in atto e che pure trova in esso, per una coincidenza forse inevitabile, una sorta di rifugio e, insieme, la maniera di negarsi come tale. Molti segni sembrano infatti indicare che il dibattito teorico sull’archivistica che non ha saputo o potuto svilupparsi ultimamente come tale, fino a bloccarsi in una specie di punto morto, abbia finito per appiattirsi su quello relativo all’informatizzazione fino a conferire a quest’ultima, indirettamente e fors’anche inconsapevolmente, una funzione surrogatoria e, quindi, una valenza di indirizzo metodologico che, di per sé, non le appartiene. Sembrerebbe allora il caso di puntualizzare la distinzione – non certo la separazione – dei due dibattiti, lasciando all’informatica archivistica (e non all’archivistica informatica, come impropriamente ormai la si definisce) il compito di esplicitare la sua ricca valenza strumentale e riflettendo contemporaneamente sulla debolezza dell’attuale fase di elaborazione disciplinare che rischia di utilizzare il processo di informatizzazione come uno schermo dietro cui mascherare un prolungato e imbarazzante silenzio.


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Il tempo del dibattito disciplinare, così fervido in passato, sembra essersi ormai arrestato ed il fenomeno – sempre che sia reale e lo sia nei termini in cui io lo vedo – non solo non è conseguenza dell’invadenza (in qualche misura pur esistente) della tecnologia ma, avendo radici diverse e più antiche, potrebbe addirittura ridurre, a lungo andare, la tecnologia stessa ad immagine di un rigoglioso rampicante che fa verdeggiare, solo in apparenza, un albero divenuto in realtà secco. Coerentemente con le premesse fatte, non mi sembra tanto il caso di ribadire qui, in maniera meramente elogiativa, l’attualità del pensiero archivistico di Filippo Valenti – attualità che do tranquillamente ed ampiamente per scontata e di cui lamento, semmai, l’insufficiente messa a frutto – quanto di riflettere piuttosto sul fatto che l’analisi teorica del Valenti, interrottasi ormai da molto tempo, rappresenta l’ultimo momento veramente significativo ed innovativo di un’elaborazione disciplinare che – sempre che non dipenda da mia ignoranza o da una mia superficiale valutazione di quanto prodotto nel frattempo – ha fatto registrare, da allora, un vuoto sostanziale e pressoché assoluto. Mi viene quindi del tutto spontaneo riconsiderare i contenuti di un lavoro dello stesso Valenti, a me particolarmente caro e tale comunque da racchiudere in sé anche il senso di scritti precedenti e persino successivi, così da porsi come una sorta di sintesi del pensiero dell’autore: quel Parliamo ancora di archivistica dove il verbo adoperato, nell’ormai lontano 1975, all’indicativo, in termini di normalità del percorso progressivo della disciplina, assume oggi un timbro più direttamente esortativo a fronte di un vuoto intervenuto di quella riflessione di tipo critico dalla quale l’archivistica, come ogni altra disciplina, trae le ragioni della propria esistenza e l’impulso al proprio divenire storico. Nell’assumermi la responsabilità di quanto fin qui affermato è tuttavia necessario che io ne precisi meglio la portata effettiva, avvertendo – per quanto la cosa risulti evidente di per sé – che il mio discorso poggia sul presupposto di alcune distinzioni valentiane, fatte da me proprie e tali, non foss’altro, da non conferire al discorso stesso un tono troppo velleitario e, peggio ancora, irragionevole nei confronti dell’opera di tanti, eminenti e in ogni caso di me più valorosi, colleghi archivisti. Ho già esordito facendo riferimento ad una vasta produzione di letteratura archivistica, ricca per quantità e per qualità, che ha accompagnato e accompagna lo sviluppo tuttora fervidamente in atto del processo di informatizzazione ma che, anche a prescindere da questo, si è


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espressa in opere, forse meno numerose ma non certo meno pregnanti (e che non sto qui a ricordare per essere universalmente note in ambiente archivistico), che hanno affrontato o riproposto temi di carattere normativo, operativo, gestionale nel senso più ampio e talora persino rievocativo, non trascurando gli aspetti legati alla produzione e all’organizzazione degli archivi correnti e in via di formazione, oggetto anzi di un’attenzione del tutto particolare anche sul versante di quelli non più cartacei e che, solo qualche anno fa, si denominavano ancora archivi del futuro. Opere, tutte quante, ivi comprese quelle di carattere più direttamente manualistico, che privilegiano, nel loro quid caratterizzante, gli aspetti legati alla trasformazione progressiva del ruolo istituzionale degli archivi-istituto, delle funzioni e della preparazione professionale degli archivisti, del ruolo dell’informazione sullo sviluppo della ricerca e di quanto altro; opere che, al di là della loro rilevanza specifica di cui ho (né potrei non avere) piena consapevolezza, esulano però dal tema che mi sono dato e che mi impone di distinguere, sulla traccia del Valenti, «il discorso-dibattito sulle funzioni, sui compiti e sui problemi degli archivi e degli archivisti» dall’archivistica in quanto «disciplina vera e propria»1. Ed è inevitabile che, proseguendo per questa strada di puntualizzazione progressiva dell’argomento, io intenda assumere anche l’altra, più importante e fondamentale distinzione operata da Valenti fra una «precettistica», intesa come complesso di norme per la tenuta e l’ordinamento degli archivi, ed un’«euristica delle fonti documentarie», vera disciplina di ricerca in grado di indagare le ragioni ed i nessi delle strutture archivistiche e di riaprire, in questo modo, lo spazio per un’archivistica teorica i cui sviluppi sono destinati ad avere immediate conseguenze sul versante della precettistica ed a costituire un capitolo ulteriore della storia della disciplina. Ed eccoci arrivati così al nocciolo duro della questione. Valenti è stato il primo a dare formulazione teorica alla distinzione fra euristica e precettistica, conviventi nella linfa dell’archivistica, ad individuarne i rispettivi contenuti ed a far capire, per questa via, che l’archivistica stessa si è veramente realizzata come tale solo allorché l’unica e primitiva valenza precettistica è stata affiancata e regimentata da quella euristica: la sola in gra1   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. 48.


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do di trasformare una semplice diplomatica pratica in una disciplina poggiante su propri fondamenti teorici. La natura prioritaria e qualificante dell’euristica è così evidente per Valenti che i metodi archivistici, egli dice, non insegnano «tanto ad ordinare gli archivi quanto a muovercisi dentro e quindi anche a cercarvi dentro»2, nel senso, credo, ed al fine della loro comprensione genetica, della ricostruzione delle vicende della loro formazione-trasformazione, dell’individuazione delle dinamiche regolative di una serie di confluenze e di contaminazioni reciproche. Ed è proprio nella mancata o insufficiente percezione di un’indispensabile funzione euristica della disciplina che risiedeva quella sottovalutazione dell’archivistica da parte degli stessi archivisti, denunciata da Valenti nella convinzione che i metodi archivistici in generale, e quello storico in particolare, si ha un bel dire che costituiscano «precetti, ricette, metodi di ordinamento» mentre configurano «soprattutto il superamento di ogni metodo e di ogni ricetta: la vanificazione di ogni metodo in nome di ciò che gli archivi sono, vuoi riguardo alla loro struttura, intesa come data, vuoi riguardo all’atteggiamento che non è possibile non assumere quando su questa struttura si vuole operare»3. Quest’ultima considerazione – tanto fondamentale quanto sottile: bisogna riconoscerlo – ben lungi dall’intaccare il presupposto metodologico della salvaguardia dell’identità anche strutturale degli archivi (in senso proprio o meno), trasferisce, bensì, quel presupposto dall’esterno all’interno degli archivi stessi, talché la sua formulazione, generale ed astratta, si sostanzia di contenuti specifici emergenti dalla natura dei fondi indagati, scongiurando il rischio, o meglio l’antico vizio, di dettare ogni volta la stessa precettistica, prescindendo dai risultati dell’indagine euristica dei contenuti e dei percorsi documentari. Ciò detto, appare quanto meno singolare che una simile impostazione teorica, vivificante di per sé, abbia faticato a suo tempo ad affermarsi – sempre che si sia veramente affermata a livello di consapevolezza generale – in un clima archivistico che, ormai da tempo, aveva fatto la sua bandiera del metodo storico, di cui quell’impostazione, peraltro del tutto congeniale, costituiva con ogni evidenza lo sviluppo e, certo, l’unico sviluppo possibile. Bisogna pensare ragionevolmente che proprio perché affermato da tempo, quel metodo avesse   Ibid., p. 61.   Ibid., p. 60.

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ormai subito, nel momento in cui Valenti operava e scriveva, una forma di dogmatizzazione fossilizzante che lo votava a un destino di immobilismo e lo confinava in una prassi di passiva adorazione dei fondi archivistici così com’erano, rendendo impossibile l’approccio alla conoscenza di quei processi dinamici di formazione e trasformazione dei sedimenti archivistici in grado di spiegare storicamente, e non per via di logica, la natura complessa e problematica di gran parte dei nostri archivi fino a ridurre notevolmente, al di là dell’opinione comune, il numero di quelli da considerarsi tali «in senso proprio» in quanto ancora in possesso della loro «unità originaria»4. La complessità del panorama archivistico che si veniva così discoprendo e che non sfuggiva al Valenti, archivista fra i fondi, costituiva per i sacerdoti del metodo storico solo una serie, più o meno fortuita, di varianti di disturbo in un disegno concettuale definito per sempre e poggiante sulla limpidezza, troppo spesso solo apparente e fideistica, del binomio istituzione-archivio e dell’assioma un archivio-un’istituzione. Tale disegno concettuale si sostanziava (e in parte continua a sostanziarsi) nella formula del cosiddetto “rispetto dell’ordine originario”. Formula che, ove non assunta nel suo contenuto più ovvio, ed in tal senso banale, si risolve in un precetto-feticcio privo di contenuti vivi in quanto il concetto di ordine originario, di per sé inafferrabile ed euristicamente fuorviante, può assumere un contenuto possibile solo nel senso di ordinamento ultimo, di assetto finale di un processo storico da individuarsi nella sua valenza dinamica ed evolutiva, nei suoi percorsi e nei suoi intrecci5 cosa possibile, com’è di tutta evidenza, solo attraverso l’esercizio di quell’euristica delle fonti che si rivelava, invece, tanto ostica da digerire. Il preteso rispetto di un fantomatico ordine originario delle carte, del quale era consentito solo il ripristino nel caso in cui lo si riscontrasse sconvolto (ma è difficile procedere al ripristino di qualcosa che non si sa bene cosa sia stata), ha finito per produrre – anche se non ha prodotto soltanto questo – due atteggiamenti (o meglio, un atteggiamento e una mera ipotesi) fra loro contraddittori ed ugualmente negativi. 4   Si può vedere lo «Schema-esempio per una tipologia dei fondi d’archivio secondo le loro strutture» nel saggio Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 218-224. 5   A. Antoniella, Problemi di inventariazione in archivi di antico regime in Archivi e chiesa locale. Studi e contributi, a cura di F. Cavazzana Romanelli e I. Ruol, Venezia 1993, pp. 183-194.


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Per un verso (e dico qui dell’atteggiamento) il rispetto dell’ordine esistente, inteso come originario – che è anche rispetto del disordine eventuale: esso stesso originario e quindi intangibile – ha giustificato ogni forma di comodo rifugio nella palude del quieta non movere, conferendo patente di originarietà, e quindi di legittimità, a una quantità di manipolazioni e di destrutturazioni, del tutto arbitrarie ed empiriche, subite dagli archivi al di là, e soprattutto al di qua, del loro spazio di vita amministrativa. E giova richiamare, a questo proposito, quanto rilevato da Piero D’Angiolini e Claudio Pavone nell’introduzione alla Guida generale degli Archivi di Stato, circa l’accettazione e la continuità assicurata per pigrizia, superficialità e mancata conoscenza della storia degli archivi, a simili manipolazioni e rimaneggiamenti6, e quanto postulato a suo tempo dal Brenneke e posto a base del suo “principio di provenienza liberamente applicato”, di cui si può senz’altro contestare la scelta dell’avverbio usato ma non altrettanto o non del tutto, credo – anche se il Valenti non sarà forse d’accordo – le argomentazioni sottostanti, tese a rivedere criticamente le posizioni degli Olandesi, troppo fiduciosi sulla bontà degli ordinamenti dati ai fondi archivistici e sull’organicità del loro sviluppo7. Per altro verso (e mi riferisco ora alla mera ipotesi) la pretesa di ripristinare un ordine originario, rinvenuto sconvolto, era tale da configurarsi come meramente velleitaria e, peggio ancora, pericolosa, visto il rischio che vi era insito di scambiare per disordine intervenuto riassetti e persino trasmigrazioni documentarie, giustificate storicamente sul piano amministrativo e istituzionale, con il singolare risultato di correggere ciò che corretto non andava (ma eventualmente solo spiegato) e tutto ciò mentre, sull’altro versante, si correva invece il rischio di accettare per buono ciò che andava effettivamente corretto. Per dir6  Si veda la Guida generale degli Archivi di Stato italiani, vol. I, Roma 1981, p. 7. Rilevando l’ambiguità del metodo storico, gli autori dell’Introduzione osservano che, secondo la pratica corrente di tale metodo, «da una parte la storia da rispettare viene indicata come quella dell’istituto produttore dell’archivio…; dall’altra si tende a dare autonomia alle vicende comunque subite dalle carte anche per cause estranee alle vicende dell’istituto come tale e al mutare dell’organizzazione che esso ha dato alla propria memoria». In questo modo «quanto causato, ad esempio, da incuria, guerre o alluvioni <ma anche da riordinamenti impropri> finisce per essere considerato come immodificabile». In conclusione «La pigrizia dell’amministrazione e degli archivisti viene così nobilitata come omaggio alla storia». 7   A. Brenneke, Archivistica. Contributo alla teoria e alla storia archivistica europea, trad. it. di R. Perrella, Milano 1968, pp. 112-113.


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la in breve, la mancanza di esercizio euristico rendeva ugualmente impraticabili sia l’una che l’altra direttrice di marcia. Del resto in difficoltà simili sembra dibattersi, a tutt’oggi, anche quel principio di provenienza a cui il metodo storico, direttamente o indirettamente, si rifà. Se si deve dar credito all’archivista olandese Cornelis Dekker, l’applicazione della ‘Bibbia’ di Muller, Feith e Fruin, congelata, a suo dire, da «inquisitori impietosi», risulta ormai uno strumento insufficiente sul piano operativo, non foss’altro perché andare alla ricerca di un ordine originario, da rispettare o da ristabilire, «sarebbe più laborioso che cercare il proverbiale ago in un pagliaio», o sarebbe addirittura impossibile perché tale ordine semplicemente «non è mai esistito»8. Ma abbandono qui il parallelo perché il rimedio suggerito, o addirittura attuato, dagli archivisti olandesi, consistente nella predisposizione di titolari analogici validi per tipologie di enti, ci porta lontano dal clima e dai toni dell’archivistica di casa nostra alla quale ci conviene, dunque, ritornare il più in fretta possibile. In quel clima, abbastanza rarefatto e sonnolento come si è visto, venne ad inserirsi ad un certo punto la figura di Giorgio Cencetti, la cui elaborazione teorica si configurò come fenomeno in qualche modo a sé, originale e per certi aspetti persino geniale, e tuttavia destinato a far blocco con il metodo storico per così dire tradizionale fino a costituirne l’espressione estrema e il punto d’arrivo ultimo, definitivo e, in questo senso, letale. Ciò che il metodo storico aveva sostenuto, fin lì, su un piano eminentemente precettistico e con quel tanto di incertezze e anche di contraddizioni, in parte appena accennate, conseguenti alla sua natura fortemente pragmatica, venne elevato dal Cencetti a lucida costruzione teorica che andava alle sue conseguenze estreme senza dubbi e incertezze di sorta. La sua convinzione circa l’assoluta corrispondenza fra archivi ed istituzioni e circa l’altrettanto assoluta determinatezza del vincolo archivistico da cui discenderebbe categoricamente il solo ordinamento possibile, tagliò le gambe ad ogni sforzo euristico e, insieme, a qualsiasi forma di precettistica: ogni percorso di ricerca sulla storia dei fondi d’archivio si identificò così con un percorso di storia delle istituzioni, risolvendosi, sul versante archi-

8   C. Dekker, Che ne è stato della ‘Bibbia’ degli archivisti olandesi?, in L’archivistica alle soglie del 2000, Roma 1992 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 24), p. 72.


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vistico, nella formulazione di una verità rivelata in cui il vincolo era il verbo e l’ordinamento era la carne. È qui, argomenta sagacemente Valenti, che «precettistica ed euristica, anziché presentarsi come due facce di una stessa medaglia, sono venute a sovrapporsi e quindi ad elidersi a vicenda, causando l’autoconsunzione della medaglia medesima»9. La pretesa intangibilità di un vincolo che rende ogni volta intoccabile l’ordinamento, l’assoluto relativismo discendente dal considerare gli archivi come realtà irripetibili e incorruttibili, senza più spazio per spiegazioni diverse da quelle, consustanziali, desumibili dalla storia delle singole istituzioni, il fatto di ignorare semplicemente l’esistenza di complessi documentari, sedimentati per aggregazioni di fondi o di parti di fondi diversi sulla spinta di necessità storicamente da individuare, hanno determinato la sensazione di muoversi in una dimensione tutta cerebrale, dove si trovano a fluttuare monadi chiuse e non comunicanti. Sensazione tale, questa, da farci chiedere se il silenzio denunciato del dibattito teorico non sia per caso dovuto all’esaurirsi delle ragioni stesse del dibattere, conseguente magari alla riduzione della disciplina archivistica a qualcos’altro da sé (storia delle istituzioni allora; che cosa oggi?) e quindi alla progressiva elisione delle sue ragioni forti, sopravviventi solo in forma di precettistica dei divieti (non sconvolgere l’ordine, non recidere il vincolo) secondo criteri definiti per sempre e sublimati nell’eternità che equivale alla morte. L’accettazione di ogni ordinamento pregresso e la conseguente depressione di ogni tentativo di analisi critica hanno forse innescato un meccanismo per cui – non diversamente da quanto Nietzsche affermava nei confronti della storia – un eccesso di rispetto per ogni produzione del passato, per ogni forma di operato archivistico del passato, sembra avere precluso la possibilità di sviluppare un’archivistica per il futuro. Nietzsche parlava di una malattia storica10; dobbiamo parlare, per quanto ci riguarda, di una malattia archivistica in conseguenza della quale il metodo storico – quello stesso che Francesco Bonaini definiva, orgogliosamente, tale «non perché serve alla storia ma perché trova nella storia il suo fondamento» e che ben alte prove ha dato di sé   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 64.   F. Nietzsche, Considerazioni inattuali II: sull’utilità e il danno della storia per la vita, Opere III.1.5. 9

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come, per citare solo l’esempio più immediato, nell’inventario dei documenti lucchesi di Salvatore Bongi – rischia di costituire, per la nostra disciplina, la fine della storia? Del resto, come ricordato dallo stesso Valenti, un’ipotesi del genere era già stata adombrata, ed in maniera del tutto coerente alle premesse, da Ruggero Moscati – archivista, storico e sodale di Cencetti – quando, nel 1967, era arrivato a conclusioni propense «a negare alla nostra disciplina ogni possibilità di continuare a teorizzare oltre il nudo dogma, ormai definitivamente acquisito, del metodo storico e, quindi, in ultima analisi, a dissolverla senza residui nella pratica: se non addirittura nel semplice auspicio di veder migliorato, nell’interesse della ricerca, il livello di competenza e di rendimento» degli archivisti11. E ognuno sa quanto quest’aria, che non esito a definire mefitica, abbia spirato e in qualche misura continui ancora a spirare, appena trattenuta e filtrata da qualche sottile schermo di garbata considerazione per l’importanza (sempre ai fini della ricerca storica) del nostro lavoro. Siamo, insomma, ancora di fronte al rischio evocato da Valenti quando sosteneva, sempre a proposito della teoria cencettiana, che il polo euristico e quello precettistico della disciplina avrebbero prodotto, in conseguenza di quella teoria, «una sorta di corto circuito nel quale sono rimasti entrambi bruciati» e che «sulle ceneri del piccolo incendio» si richiudevano così «le acque della pura e semplice storiografia» o, con altre parole ma nello stesso senso, che «da un metodo storico di fare l’archivistica» si sarebbe passati «ad un metodo archivistico di fare la storia»12. Per quanto contraddittorio possa apparire sul piano semantico, dove il sostantivo storia e l’aggettivo storico sono continuamente evocati fino ad agitarsi e scontrarsi all’interno di un piccolo turbine, che la teoria del Cencetti sia in qualche modo non storica – il metodo viene da lui definito semplicemente “archivistico” – è impressione, se non opinione, ormai condivisa da molti e, credo, con buone ragioni. Fra queste ce n’è una meno visitata delle altre, almeno in maniera diretta, ed è che l’attenzione dedicata esclusivamente alla storia particolare delle singole istituzioni fa sì che non resti spazio non solo per una storia particolare dei sin  F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 66.   Ibid., pp. 63-64.

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goli archivi, ma nemmeno per una loro storia generale, quella che attiene all’atteggiamento della cultura nei confronti della memoria e del documento e che, caratterizzandosi diversamente nel corso del tempo, caratterizza a sua volta i criteri di formazione e la struttura degli archivi, definendo le finalità stesse da conseguirsi attraverso la loro conservazione. Trascurare questo aspetto della storia degli archivi, che evidenzia, in ultima analisi, il loro rapporto con la cultura nelle sue diverse accezioni, equivale a configurarli come una semplice ed automatica produzione burocratica, eludendo ogni discorso circa il loro ruolo nel processo della conoscenza e condannandoli ad essere strumenti ma non, contemporaneamente, soggetti di quella cultura. Quanto sembra esserci di antistorico in questo ed in altri aspetti del pensiero del Cencetti può ben apparire paradossale in una personalità la cui formazione culturale è, a dire dello stesso Valenti, «di rigoroso impianto storicistico»; e tuttavia meno paradossale se ci si domanda a quale storicismo si faccia riferimento. Senza dubbio a quello italiano e, in particolare, a quello del Croce, che vede nella storia lo sviluppo dello Spirito, non facendo mistero, com’è noto, del suo scetticismo e della sua stessa avversione verso la storia “filologica” e verso quegli eruditi, storici o archivisti che fossero, che si ostinavano, più o meno pedantescamente, a decifrare e catalogare i documenti, fraintendendo e sopravvalutando il loro peso per la ricostruzione di una storia che è storia della realizzazione del Pensiero. Non sembra sussistere molto spazio, in questo ambito, per una storia degli archivi, né per una teoria archivistica e forse nemmeno per una disciplina meramente precettistica. Siamo, con ogni evidenza, di fronte ad uno storicismo ben diverso da quello, simboleggiato dall’opera di Dilthey, che rifiuta la concezione idealistico-hegeliana di storia, rifacendosi ai grandi storici tedeschi del secondo Ottocento, alla loro fedeltà ai documenti, al rigore del metodo critico-filologico che trova espressione nell’opera del Kehr e della scuola archivistica di Marburgo, o in quella del Droysen e del suo trattato sul metodo storico, solo per fare qualche esempio. Una forma di superamento del metodo storico – che non è, beninteso, rinnegamento ma sviluppo attraverso la dialettica delle contraddizioni implicite in esso – prese forma e consistenza nelle riflessioni di Filippo Valenti che cominciò, nel 1968, col porre in discussione la teoria della corrispondenza, pura e semplice, fra archivi e istituti produttori per chiedersi, quanto meno, in quali forme si sostanziasse una tale corrispondenza e come si configuras-


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se, nel tempo e nelle diverse realtà storiche, l’evoluzione di queste forme13. Il ragionamento fu ripreso, com’è noto, da Claudio Pavone e risolto nel concetto che l’archivio riflette semplicemente «la maniera in cui l’istituto organizza la sua memoria»14. Emergeva così, accanto a quello costituito dalla storia dell’istituto, un campo d’indagine del tutto nuovo, all’interno del quale l’esercizio euristico avrebbe potuto applicarsi ad individuare, di volta in volta, le diverse “maniere” di organizzazione dei documenti con un’operazione di per sé innovativa che, però – a causa della sinteticità estrema dello scritto di Pavone e, forse, dell’importanza marginale che l’autore gli attribuiva – si presentava più come conseguenza implicita dell’affermazione fatta che come indirizzo propulsore, a livello teorico, per la ricostruzione di una linea di sviluppo delle forme di organizzazione archivistica, che restava, per così dire, occultata nella particolarità e nel particolarismo dei singoli archivi. È stato poi ancora Valenti a sviluppare il discorso per giungere alla conclusione che, una volta rifiutata l’immediata rispondenza fra archivi e istituti, bisognava ipotizzare un rapporto più ampio fra gli archivi stessi e le dimensioni circostanti e rendersi conto, in questo nuovo contesto, sia del fatto che gli archivi «presentano strutture storicamente ed intrinsecamente condizionate», sia dell’esigenza di «verificare sul vivo quale sia la natura di questo condizionamento, onde individuare, pur entro l’infinita varietà delle singole fattispecie, se non proprio delle leggi generali, quanto meno dei parametri che ci permettano d’intessere gradualmente una tipologia delle strutture dei fondi d’archivio»15. In ciò Valenti trovava (o ritrovava) lo spazio, precedentemente precluso dall’ingombranza dello stereotipo delle strutture date e non modificabili, per l’esercizio euristico della disciplina; esercizio estensibile – io credo – anche alla conoscenza di quanto di “estrinseco” risulta storicamente determinante nel processo di condizionamento delle strutture archivistiche, sempre che sia legittimo considerare come estrinseco ciò che fa capo non tanto a motivazioni interne legate alla rete amministrativo-istituzionale di riferimento, quanto a motivazio13   F. Valenti, A proposito della traduzione dell’Archivistica di Adolf Brenneke, in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 3-16. 14   C. Pavone, Ma è poi tanto pacifico che l’archivio rispecchi l’istituto?, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXX (1970), pp. 145-149. 15   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 76.


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ni di ordine più ampio (politico, storiografico, filosofico) da cui quelle di ordine interno sono spesso derivate. Si tratta, in ogni caso, di dare forma ad una teoria archivistica basata non più su formulazioni logiche, bensì sulla «storia archivistica»: una strada, aperta dal Brenneke e rimeditata, con maggior rigore, da Valenti, che dovrebbe portare alla realizzazione «di una morfologia generale degli archivi, la quale non si limiti alla enumerazione e descrizione storica del contenuto, ma ponga a confronto le singole forme d’archivio e le inserisca in una tipologia costruita su basi teoretiche»16. Questa storia archivistica da ricostruire, di cui il Brenneke e poi il Valenti avevano indicato la natura e le finalità, ha finito per veder diluito, presso di noi, il suo significato innovativo, essendo venuta a calarsi, sia pure a livello di semplice esigenza, nel bel mezzo della riflessione su altre due storie: quella degli archivi e quella dell’archivistica, delle quali si stava discutendo nel tentativo di definirne i rispettivi contenuti e di stabilire addirittura la loro attinenza o meno con l’archivistica operativa. È sintomatico in tal senso che già nella prefazione della traduzione italiana della ‘Bibbia’ degli archivisti olandesi, Giuseppe Bonelli e Giovanni Vittani precisassero che l’opera – che universalizzava presso di noi la conoscenza del principio di provenienza – era rivolta a chi operava negli archivi e, quindi, «non confondeva l’archivistica con la storia degli archivi»17 stessi. Insomma: mentre era chiaro di quale storia archivistica parlava il Brenneke, non era altrettanto chiaro di quale storia, o meglio di quali storie, parlassero gli archivisti italiani. Leopoldo Sandri cercò di mettere qualche ordine nella questione, arrivando, nel 1958, quanto meno alla conclusione che fare archivistica e fare storia degli archivi non significava applicarsi a cose così diverse, e che, facendo storia degli archivi, si faceva contemporaneamente anche storia dell’archivistica18. Come poi questa storia degli archivi e/o dell’archivistica si ponesse in rapporto con la storia auspicata dal Brenneke, che era storia di “forme” e di “tipolo  A. Brenneke, Archivistica … cit., pp. 22-24.   S. Muller - J. A. Feith - R. Fruin, Ordinamento e inventario degli archivi, trad. it. di G. Bonelli e G. Vittani, Torino 1908, p. VII. 18   L. Sandri, La storia degli archivi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XVIII (1958), pp. 109-134. 16 17


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gie archivistiche”, è problema da lui non affrontato e non saprei dire se perché non percepito o perché non percepito come tale. Di queste storie (congiunte o separate rispetto a se stesse e rispetto all’archivistica in generale) sarebbe arduo seguire i percorsi: di storie degli archivi in senso stretto se ne trovano in tutti i grandi trattati di archivistica, a cominciare da quello del Casanova; di storie dell’archivistica (o anche dell’archivistica) se ne trovano di meno, e considero eccellente – al di là dell’etichetta che l’autore preferisca attribuire al suo lavoro – quella tracciata da Arnaldo D’Addario in diversi suoi saggi e lezioni19. Quanto alla storia archivistica di Brenneke e di Valenti – che ci interessa qui più da vicino e che è in gran parte ancora da scrivere – essa si presenta, rispetto alle altre, liberata da una serie di valenze, certamente connesse e conseguenziali e, tuttavia, collaterali rispetto al suo fine precipuo: quelle stesse valenze in cui ha finito per identificarsi la storia degli archivi comunemente intesa, più particolarmente attenta allo studio delle legislazioni e delle politiche archivistiche, degli istituti destinati alla conservazione degli archivi, delle concezioni e delle definizioni stesse di archivio. Alla storia delle forme archivistiche si richiede infatti – certo senza operare indebite lacerazioni all’interno di un contesto unitario – di concentrarsi sul nocciolo duro delle “leggi dello sviluppo archivistico” attraverso le quali costruire progressivamente la “morfologia” di cui parla il Brenneke, ma anche su quello, duro a sua volta, dell’evoluzione degli indirizzi culturali che presiedono alle dinamiche di quello sviluppo e che configurano anche le forme, forse le prime, di condizionamento degli archivi e della loro maniera di costituirsi e di strutturarsi. Simili forme di condizionamento culturale, di natura per così dire esterna, credo che, ben lungi dal configurarsi come secondarie, rappresentino invece un dato fortemente qualificante che si evidenzia non solo come naturale conseguenza del rapporto vivo che gli archivi hanno sempre avuto con il quadro culturale dei diversi periodi storici e delle diverse aree politiche, ma anche come contributo fornito dagli archivi medesimi alla definizione complessiva di quel quadro. E qui non si possono non ricordare, ad esempio, le parole di Leopoldo Sandri per cui «la storia degli archivi va collocata nella storia della storiografia 19   A. D’Addario, Problemi di storia e metodologia archivistica, Milano 1989 e, più di recente, Id., Origini e sviluppo dell’archivistica come dottrina, in L’archivistica alle soglie del 2000 … cit., pp. 161186.


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per l’incidenza della ricerca archivistica nella metodologia delle scienze storiche e per il fatto che la maggiore o minore attenzione portata dallo storico alle fonti della documentazione va posta in stretto rapporto con le teorie filosofiche sul modo di concepire e scrivere la storia»20. Non c’è dubbio che, al di là delle più ampie riserve circa la “collocazione” di quella degli archivi nella storia della storiografia, la considerazione del Sandri, risalente al 1968, fosse poco più che una scintilla, capace di illuminare la premessa al suo discorso sulla storia degli archivi,che finiva poi per privilegiare principalmente quegli aspetti che ho già individuato come collaterali per la definizione di quella storia. Ciò non toglie che si dicesse lì una verità evidente circa il coinvolgimento degli archivi nei processi storico-culturali di ampio respiro e che, anche per questa via, si potesse contribuire in qualche modo alla costruzione di quelle tipologie archivistiche che Valenti proponeva con lungimiranza e la cui natura egli mutuava, come si è visto, anche dal Brenneke. In realtà non so dire – perché il dubbio mi si affaccia – se e quanto la prospettiva fatta intravedere dal Sandri andasse oltre il progetto disegnato dal Brenneke o esulasse dal campo d’indagine di ciò che il Valenti intendeva per euristica; se e quanto – in fin dei conti – stia sconfinando anch’io su un terreno del tutto ipotetico e forse improprio, ma troppo forte è l’esigenza (o la tentazione) di non trascurare, di non continuare a considerare come ‘altro’, la natura e il peso dei condizionamenti indotti sugli archivi e sulle loro vicende di formazione e di trasformazione, dalle concezioni filosofiche che hanno informato, in passato, il concetto di storia attraverso la definizione di un rapporto mutevole fra questa e la “filologia” e, in altre parole, fra la storiografia e l’archivistica. La presenza o il rifiuto di una filosofia della storia non c’è alcun dubbio che abbiano determinato un riverbero di natura conseguenziale sulla storiografia e, quindi, sulla maniera di essere degli archivi e sul modo di porsi, dall’esterno e dall’interno, di fronte ad essi. Come non ricordare ad esempio che il criterio selettivo, ed anche fortemente selettivo, con cui vengono organizzati nel Medioevo gli archivi ‘thesaurus’, costituiti esclusivamente da documenti solenni – con esclusione di tutte le altre fonti collaterali, preziose quanto e di più ai nostri occhi ma seconda20   L. Sandri, La storia degli archivi, in «Archivum», XVIII (1968), p. 104. L’articolo riprende, a distanza di dieci anni, i temi di quello apparso, con lo stesso titolo in «Rassegna degli Archivi di Stato» … cit., nota 16.


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rie rispetto agli usi e agli interessi esclusivamente politico-dinastici e patrimonialistici dei produttori – fosse la conseguenza di una concezione filosofica che vedeva nella storia la realizzazione del disegno divino nel mondo e nella storiografia un’opera eminentemente edificatoria, ad uso prevalente dei regnanti, ed alla quale non necessitava alcun rapporto diretto con le fonti? Quella filosofia della storia, con il suo finalismo che trascendeva la storia stessa dette vita ad un tipo d’archivio condizionato anche strutturalmente da esigenze di ordine meramente politico-dinastico. Va da sé che il Rinascimento, per continuare negli esempi, riconsiderando in termini antropocentrici e pragmatici il concetto di storia, e non avvertendo l’esigenza di una filosofia della medesima, si ponesse in termini diversi di fronte agli archivi, le cui concentrazioni cominciarono ad avvenire, da allora, in maniera complessiva e non selettiva anche se il loro uso storiografico risultò condizionato da altri fattori e, in primo luogo, dal concetto di riservatezza degli archivi stessi, visti prevalentemente e ancora per lungo tempo, nella loro veste di “arsenali” giuridici e diplomatici. L’affermazione poi dell’Illuminismo che, preconizzando l’avvento di una nuova era e di un destino di libertà e di progresso, ripropose in termini laici le concezioni finalistiche della storia che erano state proprie del Medioevo, determinò – com’è noto – un rifiuto del passato e delle sue fonti storiche, che rischiarono addirittura il rogo durante la Rivoluzione e che furono poi concentrate e conservate più come prova di misfatti sociali da evitarsi per il futuro che come documenti per l’indagine conoscitiva e propositiva di epoche storiche condannate e date definitivamente per chiuse. La libertà di accesso a quelle fonti, sancita nel 1793 e da vedersi principalmente in quest’ottica politica, pose comunque il problema della loro organizzazione i cui criteri non poterono non ispirarsi ai presupposti razionalistici ed enciclopedici che stavano alla base del pensiero illuminista e che determinarono la forma forse più macroscopica e brutale di condizionamento degli archivi mediante l’applicazione del ‘metodo per materie’. Come dubitare poi che il principio del “respect des fonds” fosse il frutto del superamento dell’antistoricismo illuministico e dell’affermazione intervenuta delle nuove concezioni romantico-idealistiche per cui ogni nazione, ogni istituzione, ogni manifestazione del passato e del presente andava vista in sé, con le sue luci e con le sue ombre, all’interno di un progredire, ciclico o dialet-


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tico che fosse, di una storia intesa come sviluppo, senza più rifiuti e soprattutto senza fratture? E che definire questo metodo, come faceva il Cencetti, «l’ultima nefasta manifestazione del metodo per materia» fosse, a ben vedere e certo senza volere, una forma di scarsa comprensione storica che si risolveva, in ultima analisi, non tanto nel rifiuto del metodo, ormai già ampiamente superato, quanto nella pretesa di togliere via da una catena alcune maglie, pensando di non spezzare così la catena stessa? Come non considerare, infine, che il principio di provenienza ed il nostro metodo storico non siano il frutto di un'evoluzione culturale che trasferisce sul piano archivistico, in termini di rapporti fra archivi e istituzioni, il superamento del processo razionale tipico della conoscenza cartesiana, e la teorizzazione, operata dal Vico e assunta dal pensiero filosofico tedesco, di un nuovo processo conoscitivo che identificava verum e actum, conoscenza filosofica ed esperienza storica o, in altri termini ancora, filosofia e storiografia, per cui la conoscenza era conoscenza della storia e la storia era manifestazione del Pensiero? Né può destare meraviglia in questo clima di totale storicismo, che la storiografia abbia finito spesso per coincidere con la stessa filologia; aspetto determinante, questo, ai fini di quell’ulteriore identificazione fra storia e archivi ed indicativo dell’ingombrante invadenza dell’erudizione, come il Croce non mancò di evidenziare con una buona dose di acrimonia sia nei confronti degli storici eruditi, sia di quella che chiamava, con non celato dispregio, la storia filologica. Certo molte cose sarebbero da chiarire, a questo riguardo, in maniera più puntuale e che richiederebbe maggior competenza della mia: a cominciare dalle differenze fra storicismo tedesco e storicismo crociano e dalla natura del rapporto fra scuola storicista e scuola positivista che, nonostante la diversa matrice filosofica, finiscono, almeno ad un certo punto, per condividere la stessa fiducia nel progresso e nello sviluppo positivo della storia al punto che si è potuto parlare di “storicismo positivista” e, contemporaneamente, di “una contraddizione essenziale” dello storicismo, consistente nel suo sforzo «di fondare una fede positiva, in un universo fornito di significato, sul relativismo storico»21. E qui, per quanto ci riguarda più da vicino, è ancora il Cro21   G. Barraclough, Atlante della storia. 1945-1975, Roma-Bari, 1977, p. 22 e, più in generale, pp. 1-26.


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ce a proporsi come chiave di lettura quasi obbligata e tuttavia problematica. Il Croce che condannava quel tanto di filosofia della storia operante nella storiografia romantica con il suo afflato finalistico-provvidenziale, già presente nella matrice vichiana, ma condannava, ancor più, l’atteggiamento degli storici eruditi, colpevoli ai suoi occhi di ridurre lo sviluppo ideale della storia alle dimensioni minute dei dati documentari, per non parlare degli storici positivisti che, introducendo nella storiografia i sistemi delle scienze sociali e matematiche, confondevano la “Natura” con lo “Spirito” e riducevano, a suo giudizio, la storia stessa ad una piatta successione di cause ed effetti, votandola così al più assoluto determinismo. Non è mia intenzione (se pur sapessi farlo) indagare qui in merito all’aporia filosofica della storia-determinismo storico, risolta dal Croce in termini di coincidenza fra storia e filosofia, disegnando così un cerchio che sembra andarsi a chiudere giusto là dove il Vico l’aveva aperto. Riesco tuttavia ad intravedere uno spazio di riflessione archivistica nella constatazione di come quel tanto di venerazione e perfino di feticismo nei confronti del documento, voce obiettiva della storia, e quindi anche degli archivi in quanto organizzazioni di documenti, tipico di certa mentalità positivista e scientista, possa essere alla base del metodo storico e del principio del rispetto dell’ordinamento originario più di quanto non lo sia, come si dice e si ripete, lo storicismo crociano sul quale il peso dei documenti e della loro analisi era, come si è detto, del tutto relativo. Di ispirazione non positivista appariva già, del resto, la garbata e tuttavia ferma polemica del Brenneke nei confronti della scuola archivistica olandese e della sua fede assoluta nello sviluppo degli “archivi come organismi” e la sua ironia circa quell’archivista che portava la parrucca e le cui azioni, più o meno opinate, conferivano all’archivio quella struttura che gli Olandesi credevano frutto di un processo di sviluppo organico e, in quanto tale, intangibile. Resta comunque il fatto che le teorie positiviste erano destinate a lasciare una traccia duratura e che le neonate scienze sociali (fra cui principalmente la sociologia, tanto invisa al Croce) avrebbero contribuito a caratterizzare in maniera duratura una storiografia dagli orizzonti più ampi e complessivi, propensa a privilegiare la storia delle strutture sociali stabili e di lunga durata, al punto che Marc Bloch, uno dei fondatori della scuola delle Annales, poteva affermare di non ravvisare nessuna differenza concreta fra la storia e la sociologia stessa.


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Considerazioni in qualche modo simili sono state fatte, circa dieci anni fa, da Bruno Delmas22 che identificava i punti di snodo della reciproca interazione fra storiografia e archivistica in coincidenza della Rivoluzione francese e dell’età dei Lumi, del Romanticismo e dell’«Epoca industriale», oltre (naturalmente) che della fase contemporanea e dei mutamenti in atto, sui quali sembra ormai impossibile, per lui come per chiunque, dire qualcosa di nuovo e di originale. Per quanto l’attenzione di Delmas fosse (quasi) esclusivamente rivolta all’archivistica pratica – ciò che noi chiamiamo ormai, con Valenti, precettistica – e che il discorso teorico non andasse più in là di qualche accenno al “principio di provenienza” e al “respect des fonds”, è significativo che l’autore individuasse le tappe di un processo e che, in relazione al periodo da lui definito industriale (con riferimento sociologico evidente), sottolineasse due fatti concomitanti e indicativi della cesura prodottasi nello sviluppo del processo individuato: la fecondità del rapporto archivi-storiografia nel contesto della cultura positivista e la crisi di questo stesso rapporto intervenuta già alla fine dell’Ottocento, nel momento del suo stesso «apogeo», e poi, sulla scia degli studi sociologici, con Bloch, Febvre e gli storici delle Annales. Nel progressivo venir meno della distinzione concettuale e metodologica formulata da Dilthey23 e propria dello storicismo tedesco fra storia dell’uomo e scienze della natura – fra storia “idiografica” e storia “nomotetica”, secondo la formulazione di Windelband – si sono venuti affermando, infatti, criteri storiografici di ordine più generale e complessivo e modelli interpretativi di carattere sociologico – i “tipi ideali” di Max Weber o, in senso meno astratto, le “strutture” della storiografia annalista – capaci di coagulare dalla molteplicità e dall’apparente separatezza degli eventi storici i tratti caratterizzanti di formazioni sociali, stabili al di là delle periodizzazioni ufficiali e dei contesti politicoistituzionali, attribuendo così significato e valore ad una quantità di dati trascurati dall’analisi storicistica o collegati da un mero legame di causalità da quella positivista. La nuova storia dell’uomo in società si è presentata così come una storia a tutto tondo, sollecitando la storiografia ad ampliare i propri orizzonti e ad appro22   B. Delmas, Bilancio e prospettive dell’archivistica francese alle soglie del terzo millennio, in L’archivistica alle soglie del 2000 … cit., pp. 79-107. 23   W. Dilthey, Introduzione alle scienze dello spirito, Firenze 1974.


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priarsi dei contenuti e contemporaneamente degli strumenti operativi di una quantità di altre discipline, superando le vecchie forme di specializzazione e gli ambiti di storie particolari comunque aggettivate. Non c’è dubbio che la nuova storiografia abbia, per queste vie, allentato progressivamente il vecchio rapporto, di tipo critico-filologico, con le fonti archivistiche fino a realizzare (almeno nelle intenzioni), così come Lucien Febvre auspicava, quell’emancipazione dai documenti e dal loro angolo visuale, certamente importante e tuttavia parziale. Del resto l’interesse non più, o non più esclusivamente, politico di tale storiografia – che si presentò come predominante nella seconda metà del XX secolo e non solo in Francia – si è concentrato sempre di meno sulle istituzioni (e su quelle pubbliche in particolare) talché gli archivi, che di quelle istituzioni sono (in maniera propria o impropria) espressione, hanno visto scemare il loro valore storiografico mentre la stessa metodologia archivistica – il metodo storico ma anche il semplice respect des fonds – ha rischiato di perdere il suo significato più qualificante. Se si tiene conto poi che, sempre per via dell’influenza esercitata dalle scienze sociali, la storiografia è venuta assumendo a sua volta strumenti operativi di natura matematica e poi tecnologica e che si deve ai computer gran parte delle fortune della storia cosiddetta ‘quantitativa’, può essere utile tornare per un momento allo spunto iniziale circa quella ventilata trasformazione dell’archivistica in sé e può risultare non del tutto assurdo ipotizzare (paventare?) una nuova forma di condizionamento culturale degli archivi. Se non proprio delle loro strutture almeno della maniera di aggregarne e presentarne descrittivamente i contenuti in funzione tematica; cosa che l’informatica potrebbe ben realizzare attraverso la creazione di appositi ‘archivi’, che non sarebbero certo né tali né reali, ma che potrebbero tranquillamente restare virtuali in qualunque modo si intendesse, poi, più precisamente denominarli. Forse ciò sta già avvenendo, senza che ce ne accorgiamo, ogni volta che si parla di «Fonti per la storia di …» (o, peggio ancora, di «archivi per …») e sta avvenendo senza traumi per i fondi documentari ma con la conseguenza possibile di relegare su piani più circoscritti i metodi archivistici (in quanto maniera di muoversi tra le fonti) che resterebbero sullo sfondo come aspetti di mera tecnica operativa mentre i procedimenti di utilizzazione storiografica seguirebbero percorsi diversi e non più coincidenti come in passato. Uno scadimento anche


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rispetto alla ricordata posizione del Moscati che, quantomeno, poggiava sulla coincidenza fra storicismo e metodo archivistico, pur riservando a quest’ultimo solo una funzione di supporto. Anche abbandonando qui un’ipotesi come questa – in grado di resuscitare, stavolta senza guasti reali, il metodo per materie e che formulo comunque in senso esclusivamente dialettico – resta comunque il fatto che l’articolazione degli indirizzi storiografici, affermatisi, in prevalenza, dal secondo dopoguerra in qua, dopo aver misurato la caduta di ogni forma di finalismo storico – con la sola eccezione della storiografia marxista che della storia operò, per altro verso, una vera e propria sociologizzazione – e dopo aver superato il rapporto troppo viscerale e quasi fideistico, instaurato dal positivismo con le fonti archivistiche, ha oggettivamente interrotto la visibilità di quel rapporto diretto fra storiografia e archivistica, la quale ultima (ma che ultima non era stata) appare attestata da tempo, fors’anche per questo motivo, su una linea di sostanziale indifferenza fino a solidificarsi, senza grossi stimoli teorici, sulle forme ormai acquisite e, in buona sostanza, su quelle del metodo storico. L’antica interazione fra le discipline ha lasciato il campo all’apertura di cammini distinti, facendo diramare l’antico fiume lungo percorsi diversi, che finiscono, nel loro procedere, per perdersi di vista fino a lasciare sopravvivere solo quei legami indispensabili fra ricerca storica e fonti documentarie, non più sottovalutate, queste ultime, alla maniera crociana, ma viste, sempre più, solo come materia prima per la confezione del prodotto storiografico, qualunque esso sia. Nella misura in cui ciò è vero, è altrettanto vero che la sottovalutazione dell’archivistica starebbe intervenendo allora anche su un piano esterno e generale, per cui la mera precettistica sarebbe più che sufficiente ad approntare, in funzione nuovamente ‘ausiliaria’, ciò che ho definito la materia prima, e che l’euristica delle fonti in quanto «disciplina di ricerca» – ma anche la stessa storia delle istituzioni – potrebbero apparire, rispetto a quella precettistica di servizio, come appendici ingombranti, non richieste, e quindi superflue24, e tali da configurarsi persino, nella men24   È interessante, a questo riguardo, quanto riferito ancora dal Delmas circa la «tendenza» francese «a ridurre le introduzioni storiche degli inventari…e, in compenso, a pubblicare articoli che illustrano le istituzioni, i loro archivi e l’organizzazione … delle procedure di formazione dell’archivio in riviste specialistiche riguardanti le istituzioni in questione». Al di là della asserita maggior diffusione di tali strumenti rispetto agli inventari, è evidente che la separazione delle parti introduttive e di quelle descrittive, naturalmente coniugate ed interattive all’interno


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talità di storici non troppo perspicaci, disabituati al contatto vivo con le fonti e interessati ai dati più che ai contesti di attinenza, indebiti e forse inadeguati sconfinamenti di campo. Ciò che fra le due discipline c’era stato di reciprocamente coinvolgente e persino di coincidente – al punto da non ravvisarsi nessuna differenza di metodo fra l’archivista e lo storico impegnato nella ricerca – nel momento di maggiore slancio dello storicismo e del positivismo, si è gradualmente avvicinato ad un bivio da cui si diparte, per un verso, una storiografia dai percorsi più ambiziosi e avvolgenti, non più necessariamente coincidenti con quelli politico-istituzionali di tipo archivistico e, per altro verso, un’archivistica dove il metodo storico, pietrificato (anche presso di noi) da «inquisitori impietosi», ha visto venir meno non solo le ragioni filosofiche a cui si ispirava, ma le stesse certezze storiche a cui si appoggiava. Si pone allora la necessità di rimeditare sull’archivistica in quanto disciplina: sulle sue ragioni, sugli spazi della sua autonomia – oggi più che mai necessaria e addirittura indispensabile nell’intervenuta solitudine del cammino – e sulle sue capacità di elaborazione teorica, così da scongiurare che su di essa si richiudano, in senso diverso ma certo più grave, quelle «acque della pura e semplice storiografia» di cui parlava Valenti. Più in particolare sembra necessaria un’archivistica per il presente (per gli archivi del passato recente), la cui esigenza non può essere elusa saltando semplicemente sul carro dell’archivistica del futuro. E sarebbe allora opportuno in questo senso riflettere, in maniera euristica, sul fatto che gli archivi contemporanei – quelli sviluppatisi dall’Unità ad oggi e, in maniera più specifica, a partire dal secondo dopoguerra – presentano, quanto alla loro organizzazione (ed alla conseguente possibilità di utilizzazione), una panoramica generalmente desolante che sarebbe troppo semplice attribuire solo all’incuria di conservatori e protocollisti (di enti, di associazioni ed anche di uffici dello Stato), scambiando per una serie di incidenti di percorso ciò che costituisce, invece, un elemento caratterizzante, in negativo, i modi di organizzazione della memoria. degli inventari stessi, è sintomo evidente di una svalutazione di questi tradizionali strumenti di ricerca in presenza del progressivo venir meno dell’aspetto euristico dell’archivistica e della sua riconduzione ad altre discipline o ad ambiti comunque diversi.


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Di fronte al tema del disordine generalizzato degli archivi contemporanei, si appalesa con maggiore evidenza la vanità sia della pretesa pragmatica di poterlo eliminare recuperando un ordine originario, inesistente anche in presenza di titolari, sia di quella teorica per cui quel disordine sarebbe solo il risultato di una forma di vincolo, rivelatosi in realtà così poco vincolante25. Non resta allora che aprire una nuova fase d’indagine – riallacciandoci così al pensiero di chi, come Valenti, di tale indagine ha già tracciato le coordinate teoriche – ed andare ad identificare un periodo di storia archivistica, all’interno del quale verificare, fra l’altro, come si siano alterati i modi di concepire e di gestire le istituzioni, nella loro funzione ‘politica’, e insieme la maniera con cui queste ultime si sono poste non solo nei confronti dell’organizzazione della propria memoria, ma anche nei confronti della memoria in quanto tale, ritenuta talora necessaria, talora superflua, talora perfino ingombrante e pericolosa. In un contesto archivistico come quello (appena) accennato, dove sono venute meno precise chiavi di lettura di ordine storico-filosofico (o filosoficostorico) e dove la stessa funzione di ‘anteacta’, esercitata dalla documentazione sul piano amministrativo e giuridico, può essere stata subordinata e persino sacrificata ad esigenze di ordine politico-sociale, più ampie e preminenti, sarebbe importante stabilire, assieme alla natura dei condizionamenti interni subiti dagli archivi contemporanei sul piano burocratico e gestionale – specie in coincidenza di trasformazioni amministrative profonde – anche la natura di condizionamenti esterni di nuovo tipo. Si potrebbe allora accertare quale significato assuma il diffuso disinteresse archivistico delle istituzioni; quali ragioni abbiano presieduto, al di là della pigrizia e dell’incuria, alla costituzione di tanti cimiteri delle carte; quante sparizioni e distruzioni di documenti siano state frutto solo della guerra e dei terremoti; quante trasmigrazioni di carte siano state suggerite solo da esigenze delle amministrazioni; quanto, in fin dei conti, il disordine che è conseguito da tutto questo sia il sintomo di un disordine della società di cui sono restati vittime, in ugual misura, gli archivi e la ricerca storica. Per chiudere qui un discorso, che rischia continuamente di scivolare su piani diversi, anche se concomitanti, rispetto all’assunto iniziale, mi affido alla 25   A. Antoniella, Archivi moderni e principi archivistici, in Studi in onore di Arnaldo D’Addario, vol. I, Lecce 1995, pp. 19-41.


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sola considerazione che mi sento in grado di fare: alla considerazione che ogni tipo di indagine sulla tipologia delle strutture (o delle non-strutture) archivistiche non può che passare attraverso l’esercizio di quell’«euristica delle fonti» (che ho forse rischiato di tirare troppo sul mio versante) che Valenti ha definito sul piano teorico, praticato ed affidato agli archivisti di buona volontà: a quelli stessi che, come egli dice in privato, non pensano di definirsi archivisti-storici prima di scendere (o evitando di scendere) nei depositi e di misurarsi con la complessità e la problematicità dei fondi documentari. Almeno di questo sono certo. Senza dimenticare, tuttavia, che le certezze archivistiche, come tutte le altre, non possono non fare i conti, in un contesto postmoderno, con la destrutturazione di ogni concetto forte, di ogni conoscenza di carattere troppo assoluto, di ogni pretesa di summarietà, per cui può essere giocoforza prendere atto dell’avvento di un’archivistica “debole” nella cui configurazione l’informatica, le tecniche della comunicazione ed il panorama mediatico complessivo esercitino quello stesso peso determinante che esercitano, più in generale, sulla configurazione del pensiero e sullo stesso concetto di storia, avviata a perdere un filo unitario di sviluppo ed a configurarsi come mera «quantità di informazioni e di cronache»26.

G. Vattimo, Filosofia al presente, Milano 1990.

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Archivi, fondi, contesti: una riflessione che continua

Chi, come l’autore di questo contributo, ha cominciato a praticare il mestiere di archivista negli anni Ottanta non può non avere molti debiti di riconoscenza nei confronti di Filippo Valenti. Avviatosi ad una professione che stava, più o meno rapidamente, modificandosi, ha potuto costruirsi, grazie alle sue riflessioni, strumenti teorici e modi di ragionare che gli hanno permesso di accostarsi in modo critico e creativo ai fondamenti della disciplina. La prima cosa che dei suoi scritti non poteva non colpire era uno stile argomentativo aperto alla ricerca e al confronto che, prima di ogni altra cosa, insegnava un metodo o, meglio, un’etica. Che era, semplicemente, quella di non pretendere di applicare agli archivi, con i quali si aveva a che fare, schemi preconfezionati, per quanto autorevole fosse la tradizione da cui essi discendevano. Gli archivi andavano indagati per quello che erano, cogliendone, senza esitazioni, gli aspetti di complessità, di contraddizione, di irriducibilità a modelli prefabbricati. C’è soprattutto un ambito nel quale l’influenza di Valenti è stata particolarmente rilevante per quella generazione di archivisti (come d’altronde anche per le successive) ed è stato senza dubbio quello della concezione del fondo, dalla sua struttura e dei suoi rapporti con i soggetti produttori. Le riflessioni che Valenti svolse, fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, su queste tematiche erano, in parte non piccola, alimentate da suggestioni che provenivano dalla letteratura archivistica internazionale, come i saggi sul manuale del Brenneke e sul Manuel d’archivistique francese indicano chiaramen-


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te1. Anzi esse si inquadravano, a tutti gli effetti, in una fase di ripresa del dibattito internazionale sui concetti di archivio e di fondo, all’interno del quale non poche delle tesi fino ad allora consolidate venivano rimesse in discussione, o quanto meno problematizzate, alla luce dei caratteri degli archivi contemporanei e di una nuova lettura dei processi di sedimentazione documentaria. Proprio in quegli anni l’australiano Peter J. Scott veniva elaborando le basi teoriche del cosiddetto «series system», i cui echi non rimanevano confinati alla sola Australia2. Non radicali come quelle di Scott, ma ugualmente critiche, erano anche le considerazioni di Mario D. Fenyo sui concetti di record group e di fonds in un articolo per «The American Archivist»3, ricordato dallo stesso Valenti assieme a quello di Michel Duchein, edito nel 1977 sulla «Gazette des Archives» e destinato ad incidere non poco nel dibattito internazionale degli anni seguenti4. Ma, al di là del panorama internazionale che faceva loro da sfondo, le elaborazioni teoriche di Valenti erano ben radicate nella realtà italiana, traendo diretto alimento dall’impegno profuso proprio in quegli anni nell’impresa della Guida generale degli Archivi di Stato, la cui realizzazione costringeva gli archivisti italiani ad interrogarsi sul rapporto fra mutamenti istituzionali di vertice, conti1  Entrambi ripubblicati in F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Saggi 57), rispettivamente pp. 3-16 e 17-44. D’ora innanzi, nelle citazioni, si farà riferimento alla raccolta degli Scritti e lezioni di archivistica di Valenti, senza riferirsi, se non necessario, al saggio da cui le citazioni sono state estratte. 2  Cfr. P. J. Scott, The Record Group Concept: A Case for Abandonment, in «The American Archivist», vol. 29, 4 (ottobre 1966), pp. 493-504. Come è noto l’australiano series system individua nella serie, in quanto manifestazione della permanenza nel tempo di determinate funzioni, un criterio di aggregazione della documentazione più significativo e coerente con i caratteri dell’amministrazione contemporanea di quello costituito dal record group, che è in buona sostanza l’equivalente, in ambito anglosassone, del francese fonds. 3   M. D. Fenyo, The Record Group Concept: a Critique, in «The American Archivist», vol. 29, 2 (aprile 1966), pp. 229-239. 4   M. Duchein, Le respect des fonds en archivistique: principes théoriques et problèmes pratiques, in «La Gazette des Archives», n. 97 (2° trimestre 1977), pp. 71-96. Valenti cita i due articoli in Riflessioni sulla natura e la struttura degli archivi, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 107. Qualche anno dopo l’articolo di Duchein è stato pubblicato in Canada in traduzione inglese: M. Duchein, Theoretical Principles and Practical Problems of Respect des fonds in Archival Science, in «Archivaria», 16 (estate 1983), pp. 64-82.


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nuità amministrative e vischiosità archivistiche. Li impegnava in riflessioni sulla struttura dei fondi e sulla loro rappresentazione negli strumenti di ricerca, cioè – si direbbe oggi – sulla loro articolazione in livelli di descrizione. Li spingeva, infine, ad affrontare il problema di come conciliare, in una realtà archivistica, come quella italiana, contrassegnata da complessi processi di trasmissione documentaria, il rispetto della concreta fenomenologia dei fondi e il richiamo alla centralità del soggetto produttore, quale chiave di accesso e interpretazione della documentazione conservata. Nel cuore stesso della tradizione archivistica nazionale si collocava anche l’interlocutore privilegiato delle riflessioni di Valenti, il punto di riferimento teorico da cui prendere le mosse, con il quale confrontarsi, di cui esaminare criticamente l’eredità disciplinare. Intendiamo, ovviamente, Giorgio Cencetti, la figura chiave dell’archivistica italiana dei decenni centrali del Novecento. La lucida messa a fuoco dei punti deboli delle teorie cencettiane, argomentata in forma distesa in Parliamo ancora di archivistica, ma presente, più o meno sotto traccia, in quasi tutti i suoi scritti su queste tematiche, ha rappresentato, per molti archivisti italiani, una sorta di liberazione da una concezione dell’archivistica che era andata, negli anni, fossilizzandosi e un po’ dogmatizzandosi. Essa rimetteva in discussione certezze consolidate, spalancava un ampio orizzonte di problemi e forniva, infine, l’indicazione di nuove direzioni di ricerca che, a partire da allora e, può ben dirsi, fino da oggi, hanno marcato il percorso professionale di non pochi di quegli archivisti. Non sarebbe né giusto né corretto nei confronti di Valenti (che non ne porta la responsabilità, né nel bene, né, soprattutto, nel male, se ve n’è) attribuirgli ciò che nel suo pensiero hanno trovato o creduto di trovare gli archivisti che sono venuti dopo, né le possibili conseguenze metodologiche e pratiche che ne hanno tratto. Certo è, tuttavia, che a partire dalle considerazioni di Valenti, e in continuità più o meno diretta con esse, si è andata facendo strada negli ultimi anni una visione della natura degli archivi e del loro rapporto con i soggetti produttori certamente meno lineare ed assai più problematica di quella che presentava il modello cencettiano. Uno degli esiti più significativi di questo nuovo indirizzo è certamente costituito dall’affermarsi di nuovi paradigmi di descrizione degli archivi. Pur se indubbiamente influenzati dai dibattiti e dagli orientamenti internazionali, tali paradigmi hanno conosciuto in Italia accentuazioni e torsioni determinate pro-


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prio dal peculiare percorso della riflessione teorica svoltasi nel nostro paese a partire dagli anni Settanta. Ciò non è affatto casuale. I modelli di descrizione degli archivi non possono non essere in stretta relazione alle idee che si hanno della natura e dei caratteri di questi ultimi. È sulla base di queste idee che gli archivisti, in modo variabile nel corso della storia, hanno creduto di individuare ciò che è effettivamente funzionale alla loro identificazione e che offre una chiave per esplorarli, conoscerli, comprenderli. Anche nel pensiero di Cencetti, la concezione della natura dell’archivio, del suo ordinamento, del suo rapporto con i soggetti produttori, aveva notevoli implicazioni nei caratteri che gli strumenti di ricerca dovevano assumere. E a dar conto della distanza che ormai intercorre fra la concezione cencettiana dell’archivio e quella che si va facendo strada nel presente sono proprio le profonde difformità che separano, sul piano concettuale e delle rispettive «filosofie descrittive», prima ancora che su quello tecnologico, l’inventario cencettiano dai sistemi in ambiente digitale che si vanno progettando e realizzando in questi anni. Tale distanza si misura innanzitutto per il fatto che, se per Cencetti non esisteva «un problema del metodo di ordinamento», poiché «ogni archivio ha il suo ordinamento»5, tanto meno poteva esistere uno specifico problema di criteri di descrizione, intesi come tecniche di rappresentazione della realtà archivistica, linguaggi di comunicazione, convenzioni formali, cui gli strumenti di ricerca devono conformarsi per permettere agli utenti di accedere agli archivi sulla base delle proprie mutevoli esigenze e finalità. Se su queste tematiche oggi si discute molto, ciò non deriva soltanto dall’orizzonte tecnologico contemporaneo, ma da motivazioni più profonde. Dal fatto cioè che è entrata in crisi l’identificazione univoca e meccanica fra archivio e soggetto produttore, che, per Cencetti, aveva una ricaduta inevitabile anche sul piano degli strumenti di ricerca. Come è noto, l’inventario cencettiano doveva essere tutto centrato sull’introduzione dedicata alla «minuta e pur comprensiva ricostruzione» dell’ufficio, della magistratura, di cui l’archivio era prodotto e che in esso si rispecchiava, perché solo così esso, «incapace di vita autonoma», poteva realmente essere vivificato e al contempo far «idealmente rivivere e funzionare» l’ente che lo aveva prodotto6. 5   G. Cencetti, Il fondamento teorico della dottrina archivistica, in Id., Scritti archivistici, Roma 1970, p. 41. 6   G. Cencetti, Inventario bibliografico e inventario archivistico, ibid., pp. 56-69.


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Gli attuali sistemi digitali mostrano invece una ben maggiore complessità, che deriva dalla consapevolezza che per descrivere un archivio cioè per dar conto di tutti gli elementi che consentano una sua piena comprensione e che rendano possibile una sua efficace esplorazione non è sufficiente ricostruire storia e struttura del soggetto produttore. Se il rapporto fra fondi archivistici e soggetti produttori resta assolutamente centrale, esso si è tuttavia andato problematizzando, per la crescente consapevolezza di quanto esso sia, per usare le parole di Valenti, «mediato ed articolato»7, non quindi statico ed unilinerare, quanto piuttosto multidimensionale e dinamico. È mutato perciò, all’interno dei sistemi di descrizione archivistica, anche il modo di dar conto di tale rapporto e di elaborare le descrizioni dei soggetti produttori. Come è noto, queste ultime non vengono in genere più integrate all’interno delle descrizioni degli archivi, ma sono gestite in modo autonomo e intrecciano con esse relazioni non univoche, ma molteplici e complesse. Tuttavia, accanto alla descrizione del soggetto produttore e della sua storia, altri elementi hanno acquistato importanza cruciale nella descrizione archivistica. Ad esempio la cosiddetta «storia archivistica», cioè la ricostruzione delle vicende che i fondi archivistici hanno attraversato nel corso dei decenni e dei secoli, di quei processi – sui quali tanto ha insistito Valenti – di scissione e aggregazione, di selezione e scarto, di ordinamento e riordinamento, che hanno inciso più o meno profondamente nell’assetto delle carte. Ma questo non basta. Nei sistemi archivistici complessi (quelli che includono descrizioni di una singola o di più istituzioni archivistiche, quali, ad esempio, il Sistema dell’Archivio di Stato di Firenze e, rispettivamente, il Sistema unificato delle Soprintendenze archivistiche8), non è raro che si dia conto anche dei   F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 73.   Sulla guida on-line ai fondi dell’Archivio di Stato di Firenze, cfr. D. Bondielli - S. Vitali, Descrizioni archivistiche sul Web: la guida on-line dell’Archivio di Stato di Firenze, in «Bollettino d’informazioni. Centro di ricerche informatiche per i beni culturali della Scuola normale superiore», X (2000), 2, pp. 7-27 e La guida on-line dell’Archivio di Stato di Firenze. Atti della presentazione, Firenze, 3 dicembre 2002, a cura di M. Taglioli e L. Valgimogli, in «Bollettino d’informazioni. Centro di ricerche informatiche per i beni culturali della Scuola normale superiore», XII (2002), 2, pp. 121-198, entrambi anche on-line, <http://www.archiviodistato.firenze.it/ materiali/materiali.htm>; sul Sistema unificato delle Soprintendenze archivistiche cfr. SIUSA - Sistema informativo unificato per le soprintendenze archivistiche. Genesi e sviluppo di un progetto a cura di D. Bondielli, in «Bollettino d’informazioni. Centro di ricerche informatiche per i beni cultu7 8


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cosiddetti «soggetti conservatori», cioè degli istituti di conservazione o degli archivi di concentrazione, nei quali le carte sono o sono state conservate. La ragione di ciò non sta in una banale esigenza di completezza dell’informazione (indicare cioè dove si trovano ora le carte o dove stavano nel passato), ma nella profonda consapevolezza che – come ci ha insegnato Valenti, riflettendo sulla «tettonica degli archivi di concentrazione» – l’interazione fra l’archivio di concentrazione e il fondo è sempre fondamentale per la stessa identificazione di quest’ultimo, i cui confini – abbiamo ormai imparato – non sono mai dati una volta per tutti, ma sono a geometria variabile, e sono destinati a cambiare a seconda della conformazione tettonica dell’archivio-istituto all’interno del quale sono collocati. D’altronde, il fondo con il quale ha a che fare l’archivista, – almeno quello che si occupa di documentazione storica o di documentazione che ha perso in tutto o in parte l’utilità corrente – emerge e viene in genere percepito come un’aggregazione dotata di propria organicità e di una struttura più o meno definita, solo all’interno di un archivio di concentrazione, sia esso una istituzione di conservazione permanente oppure un archivio di deposito. Anzi, estremizzando un poco, ma non andando troppo lontano dal vero, si potrebbe anche dire che il fondo, nelle variabili conformazioni che può aver conosciuto nel corso della sua storia è, in moltissimi casi, un montaggio, una costruzione degli archivisti che se ne sono presi cura all’interno di quegli istituti di concentrazione. L’elencazione degli elementi che confluiscono o possono confluire nei sistemi informativi archivistici potrebbe ancora continuare, ricordando, ad esempio, come alcuni di essi, nel solco della tradizione avviata con la Guida generale degli Archivi di Stato, contemplino anche la presenza di profili dei contesti statuali nei quali hanno operato le varie istituzioni. Ma ciò che è importante mettere a fuoco non sono tanto i particolari costituitivi di questi sistemi, quanto piuttosto la loro logica profonda, che è basata sulla consapevolezza dell’irriducibilità dei fondi archivistici ad un elemento, pur importante, che costituisca la chiave unica della loro comprensione ultima. Slargando le prospettive talvolta un po’ anguste cui lo riduceva il riduzionismo implicito nell’equazione cencettiana archivio=soggetto produttore, una rali della Scuola normale superiore di Pisa», XI (2001), 2; cfr. anche M. G. Pastura - D. Iozzia - D. Spano - M. Taglioli, Il Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, di prossima pubblicazione in «Archivi e computer», XIV (2004), 2.


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logica di questo genere vuol restituire al fenomeno archivio la dimensione multiforme che gli è propria ed esaltarne la ricchezza di significati, di interpretazioni possibili, di sfaccettature. Mi pare che questa prospettiva sia già tutta nelle parole di Filippo Valenti. Ad esempio in queste: «tra ente produttore e archivio non c’è di massima corrispondenza assoluta, ma corrispondenza mediata tramite il diaframma dei sistemi di memorizzazione (come ha icasticamente messo in luce Claudio Pavone), nonché degli eventuali successivi interventi: non soltanto cioè sistemi di archiviazione, ma anche ulteriori vicende di ordinamenti e di eventuali riordinamenti applicati e sovrapposti gli uni agli altri dagli archivisti nel tempo, a seconda delle esigenze dell’ente e dei suoi successori, se non addirittura a seconda delle mode archivistiche succedutesi o del capriccio del singolo riordinatore»9.

Questo passo costituisce, a ben vedere, non solo una precisa definizione degli elementi che contribuiscono a plasmare un fondo, ma anche la decisa affermazione di una concezione degli archivi che ne sottolinea fortemente la polisemia e ne fa, di conseguenza, un crocevia dal quale possono dipanarsi percorsi di conoscenza molteplici ed originali. Mi pare anche che essa rispecchi una sensibilità che è in particolare consonanza con alcuni aspetti della cultura e della mentalità contemporanee e che, proprio per questo, tenda oggi a diffondersi largamente fra chi di archivi si occupa per professione (siano essi archivisti o storici) ma anche, a dire il vero, fra un pubblico più ampio. Alla luce di questa idea, gli archivi appaiono come una realtà complessa che può essere “letta” da molteplici angolature. Visti non più soltanto quali strumenti di azione amministrativa e di tutela giuridica né come depostiti di documenti, notizie e informazioni in grado di rivelare frammenti della storia passata, gli archivi sempre più spesso si presentano come documenti in se stessi, documenti da studiare, interrogare e interpretare. Li si investiga, in primo luogo, come tecnologie della memoria, cioè come «protesi cognitive (…) ausili esterni alla mente, che ne aumentano sia la potenza di comunicazione e di memoria sia la potenza di pensiero»10. E si tratta di artefatti tanto più signi  F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 206.   P. Legrenzi, Prima lezione di scienze cognitive, Roma-Bari 2002, p. 112.

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ficativi, poiché hanno un impianto ed una dimensione necessariamente «sociali», o quanto meno intersoggettivi. Gli archivi, infatti, – almeno a quelli prodotti da enti o famiglie – conservano e trasmettono documenti, informazioni, conoscenze non tanto dei e per i singoli, quanto delle e per le collettività. Per questo, anche la loro evoluzione puramente «tecnologica» è in già in grado di rivelare come cambino, a livello molecolare, attitudini, comportamenti, forme di comunicazione e modalità organizzative di istituzioni e strutture sociali, nonché di testimoniare assetti e conflitti di potere. Ma gli archivi possono essere osservati e studiati anche da ben altre prospettive. I fondi archivistici, nei loro «pieni» e nei loro «vuoti», nella loro struttura ed articolazione, talvolta nella loro stessa conformazione materiale possono dirci molto non solo su chi li ha prodotti, ma anche su chi li ha, nel corso del tempo, conservati, tramandati, utilizzati (o non utilizzati). Gli archivi, ora curati e difesi perché investiti di un forte valore simbolico, ora pressoché dimenticati o fortemente decimati dalle distruzioni e dalle dispersioni, sono in grado di gettare luce su quale variabile miscela di memoria ed oblio ha caratterizzato i rapporti che le diverse generazioni hanno intrecciato con il proprio passato. Non è un caso che essi si siano talvolta trovati (e si trovino ancora) al centro di vere e proprie «lotte per la memoria»11, attraverso le quali classi sociali, ceti, partiti o fazioni hanno cercato di assicurarsi il controllo sul passato, come strumento di dominio politico, secondo la famosa massima del George Orwell di 1984: «who controls the past, controls the future». Insomma, gli archivi, visti a tutto tondo, come complesso fenomeno sociale e culturale, hanno una pluralità di significati che una lettura eccessivamente riduttiva rischia di impoverire irrimediabilmente. Tali significati sono posti in grado di emergere quando i fondi archivistici sono posti al centro di una complessa costellazione di contesti, così come si cerca di fare nei sistemi descrittivi che ricordavo precedentemente. 11   Cfr. ad esempio la vicenda degli archivi della Segreteria intima dei Granduchi lorenesi, all’indomani della cacciata di Leopoldo II, in Fra Toscana e Boemia. Le carte di Ferdinando III e Leopoldo II presso l’Archivio Centrale di Stato di Praga, Inventario a cura di S. Vitali e C. Vivoli, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali. Ufficio centrale per i beni archivistici, 1999; cfr. anche i contrasti che si svilupparono attorno agli “spurghi” settecenteschi degli archivi toscani in S. Vitali, Conoscere per trasformare. Riforme amministrative e ambivalenze archivistiche nella Toscana di Pietro Leopoldo, in «Ricerche storiche», XXXII (2002), 1, pp. 101-125.


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Una concezione del fondo archivistico, come quella che ispira quei sistemi, rinvia in realtà anche ad una peculiare visione del «contesto». La categoria di «contesto» è entrata nel nostro lessico solo negli ultimi decenni, sotto l’influenza dell’uso che del termine si è fatto, con l’affermarsi dello strutturalismo e della semiologia, in linguistica e in teoria letteraria, ma anche in antropologia culturale ed in sociologia. È uno di quei termini, niente affatto neutrali, che rivelano schemi mentali profondi e modi di rappresentare entità e concetti, tipici di una determinata epoca. In espressioni quali «contesto archivistico» o «contesto di produzione» esso è diventato familiare agli archivisti, direi, di tutto il mondo (almeno di quello occidentale). Attraverso l’uso di questo vocabolo vengono anche in qualche modo riformulati, adeguandoli alle sensibilità e alle pratiche contemporanee, concetti e principi fondanti della disciplina. «Contesto archivistico» sta, ad esempio, ad indicare il «tutto» (cioè il fondo, la serie e via dicendo, l’articolazione gerarchica dell’archivio, insomma), all’interno del quale le singole componenti (le serie, i fascicoli, i documenti, ecc.) devono necessariamente essere preservate e presentate, perché acquistino una piena intelligibilità e possano essere correttamente interpretate. Estranea, a quanto mi consta, sia al linguaggio di Cencetti che a quello di Valenti, la categoria di «contesto archivistico» corrisponde, all’ingrosso, all’interno del paradigma teorico del primo, a quella di «ordinamento», come estrinsecazione del vincolo necessario e non intenzionale che caratterizza in modo specifico e peculiare ciascun archivio. Nel pensiero di Valenti, alquanto critico nei confronti del «dogma della spontaneità genetica di formazione dell’archivio»12 e del «carattere univoco del «vincolo»13 e più incline, invece, ad una lettura per così dire «attenuata» di quest’ultimo, al concetto di «contesto archivistico» corrisponde, più o meno, la categoria di struttura, vista come risultato di un processo storico da studiare nei suoi elementi determinanti. Gli archivisti hanno, nella sostanza, sempre affermato che il «contesto archivistico» – o ciò che in qualche modo gli equivale – sta in una qualche correlazione con il «contesto di produzione» cioè con gli enti, le persone, le famiglie che hanno prodotto l’archivio nel corso del tempo. Quale sia la natura esatta di questo rapporto è stato, invece, ed è oggetto di discussione. Rispecchia  F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 206.   Ibid., p. 72.

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mento o meglio totale identificazione, secondo la visione di Cencetti, rapporto più mediato, come abbiam ricordato sopra, a giudizio di Valenti. In realtà si potrebbe discutere anche su cosa debba esattamente intendersi per «contesto di produzione» di un archivio, o, detto altrimenti, qual è l’insieme di elementi che ne hanno determinato, influenzato, condizionato la produzione e che contribuisce a dotarlo di significato. Si tratta soltanto della storia, dell’organizzazione, delle funzioni e delle competenze esercitate dal soggetto produttore? O vi è qualcosa di più? E come si determina questo supplemento di situazioni, fatti, circostanze, che ineriscono al contesto di produzione? Come abbiamo ricordato precedentemente, la Guida generale degli Archivi di Stato e alcuni dei sistemi informativi messi a punto recentemente, ritengono non completa una descrizione del soggetto produttore priva di una collocazione in un più ampio quadro politico o costituzionale. Recentemente l’International Standard Archival Autority Records (Corporate Bodies, Persons, Families) ha incluso, fra gli elementi informativi che devono confluire nei record d’autorità dei soggetti produttori, il «contesto generale» («Fornire ogni informazione significativa sul contesto sociale, culturale, economico, politico e/o storico all’interno del quale l’entità descritta ha operato»)14. In un ambito totalmente diverso, quello dell’analisi dei fattori che intervengono nella produzione di documenti ed archivi elettronici, il contesto appare differenziato in molteplici componenti (il contesto giuridico amministrativo, il contesto procedurale, quello tecnologico, ecc.)15. Di fronte a questa pluralità di elementi, si deve continuare a parlare di «contesto», oppure, di «contesti» come, forse, appare più opportuno, solo che si pensi che oltre al «contesto di produzione», gli archivi sono sensibili anche ai «contesti» nei quali sono stati conservati, oppure utilizzati ed interpretati? Insomma, sembra che anche per gli archivi valgano le considerazioni recentemente formulate da Paolo Jedloswky, secondo il quale «il contesto a cui

14   International Council on Archives, ISAAR (CPF). International Standard Archival Authorities Record for Corporate Bodies, Persons and Families, 2nd edition, Parigi 2004, paragrafo 5.2.8. 15   Cfr., in particolare, le considerazioni svolte, nella presentazione dei risultati del progetto InterPARES (International Reserach in Permanent Authentic Records in Electronic Systems), da E. MacNeil, Providing Grounds for Trust II: The Findings of the Authenticity Task Force of InterPARES, in «Archivaria», 54 (autunno 2002), pp. 33-34.


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ogni testo può essere riferito è sempre infinito»16. Anche per gli archivi, in quanto veicoli in sé stessi di una complessa stratificazione di significati interpretabili e in quanto «contenitori» di quella peculiare categoria di testi che sono i documenti, il contesto di riferimento può essere tendenzialmente infinito. La scelta di quali contesti far interagire con archivi e documenti e, soprattutto, il loro peso reciproco, nonostante o, meglio, al di là dei consolidati principi disciplinari, non può essere, in realtà, che funzione dei caratteri specifici degli uni e degli altri e del taglio interpretativo adottato, che seleziona, fra i molteplici contesti, quelli che appaiono più rilevanti. Così, ad esempio, privati di un forte rapporto con i contesti conservativi e d’uso sette-ottocenteschi, all’interno dei quali sono stati profondamente riorganizzati e plasmati in nuove forme, gli archivi della Repubblica fiorentina perderebbero molti dei loro significati o, più semplicemente, potrebbero prestarsi oggi ad interpretazioni fuorvianti17. Ma il contesto determina anche il significato di volta in volta attribuito agli archivi, secondo criteri che possono divergere profondamente da quelli tipici dei contesti di origine. Particolarmente sconcertante è, ad esempio, quanto sta avvenendo in Nuova Zelanda dove, nel quadro di una radicale riconfigurazione del rapporto fra cultura conquistatrice e cultura colonizzata, gli archivi della amministrazione coloniale britannica sono investiti di un forte valore simbolico, tanto da suscitare un consistente movimento che rivendica, ribaltando il principio più sacro agli archivisti, quello di provenienza, la «restituzione» di parte di essi al popolo Maori. Si tratterebbe non tanto di un risarcimento per l’espropriazione dell’identità, di cui essi sono stati vittima, quanto del riconoscimento del fatto che la stessa sedimentazione di quegli archivi è stata condizionata, più che dalle istituzioni che le hanno prodotte, dalle popolazioni indigene che, loro malgrado, vi hanno lasciato impresse le proprie tracce18. 16   P. Jedlowski, Il contesto infinito, in Id., Fogli nella valigia. Sociologia, cultura, vita quotidiana, Bologna 2003, pp. 133-147, in particolare p. 136; il corsivo è nel testo. 17   Per le vicende degli archivi della Repubblica fiorentina nel corso degli interventi dell’età Leopoldina e all’epoca della fondazione dell’Archivio Centrale di Stato di Firenze, cfr., rispettivamente, S. Vitali, Conoscere per trasformare, e Id., L’archivista e l’architetto: Bonaini, Guasti, Bongi e il problema dell’ordinamento degli Archivi di Stato toscani, in Salvatore Bongi nella cultura dell’Ottocento. Archivistica, storiografia, bibliologia. Atti del convegno nazionale, Lucca 31 gennaio - 4 febbraio 2000, a cura di G. Tori, Roma 2003, pp. 519-564. 18   E. Wareham, «Our Own Identity, Our Own Taonga, Our Own Self Coming Back»: Indigenous Voices in New Zealand Record-Keeping, in «Archivaria», 52 (autunno 2001), pp. 26-46.


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L’interazione fra i contesti e gli archivi, quindi, restituisce a questi ultimi tutta la loro intrinseca polisemia. Rispetto a molte di quelle ereditate dal passato, la categoria di «contesto» appare più duttile e consona ad interpretare una realtà complessa come quelle degli archivi. Essa fa parte di quell’attrezzatura concettuale che, messe da parte o ridimensionate nella loro portata esplicativa talune categorie, apparentemente «forti», ma in realtà incapaci di «mordere» davvero la realtà, le ha sostituite con strumenti in grado di descrivere ed interpretare più efficacemente una fenomenologia archivistica complessa e sfaccettata, come è quella con la quale cerchiamo di confrontarci nel nostro lavoro quotidiano. Molti di questi nuovi strumenti concettuali ce li ha forniti, o ci ha aiutato a costruirli grazie alle sue riflessioni teoriche, Filippo Valenti. Senza il suo pensiero, l’archivistica italiana dell’ultimo trentennio non sarebbe probabilmente stata la stessa e molti degli archivisti italiani (certamente chi scrive) si sentirebbero intellettualmente e professionalmente più poveri.


Diana Toccafondi

Osservare, descrivere, comprendere: per una nuova intelligenza degli archivi

Abbiamo oggi l’occasione, come ebbi a dire quando presentammo a Firenze il volume che, per la sollecitazione e l’attenta cura di Daniela Grana, raccoglie gli scritti e le lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale di Filippo Valenti1, non solo di tributare un omaggio dovuto ad una figura centrale della riflessione e della professione archivistica degli ultimi quaranta anni, ma di esprimere un moto di affettuosa riconoscenza nei confronti di un “maestro”. Una situazione solo apparentemente analoga a molte altre (il legame maestrodiscepolo da cui si origina una “scuola” è ancora riconoscibile in ambito accademico e costituisce, come sappiamo, uno dei canali privilegiati di trasmissione del sapere), in realtà una situazione del tutto singolare: la singolarità sta nel fatto che la maggior parte degli “allievi” che si riconoscono nell’insegnamento di Valenti vi sono arrivati indipendentemente uno dall’altro e in totale assenza di contatti diretti con lui, ognuno seguendo un proprio percorso e senza che egli stesso ne sia stato a conoscenza. Unico riferimento, unico contatto per tutti: quegli articoli apparsi in anni e occasioni diverse sulla «Rassegna degli Archivi di Stato» tra il 1969 e il 1981. Un discorso diverso va invece fatto per le lezioni universitarie tenute a Bologna nell’anno accademico 1975-76, che per molti anni hanno avuto una circolazione “alla macchia” nella versione degli Appunti, non facilmente attingibi1   Gli atti della presentazione sono stati poi pubblicati in «Rassegna degli Archivi di Stato», LXI (2001), 1-2-3, pp. 272-298.


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li fuori dell’ambito emiliano, note a molti più per l’affaire giudiziario che avevano scatenato (e il bell’articolo di Isabella Zanni Rosiello), che per diretto, personale contatto. Dietro tutto questo c’è un fatto che va, a mio parere, ancora una volta sottolineato: al di là delle sue intenzioni, e forse malgrado lui stesso e la sua personale vicenda, Valenti è stato ed è soprattutto un maestro. Non solo perché le importanti cose che ha scritto hanno messo radici e dato frutti talvolta imprevisti anche a distanza di molto tempo, ma prima di tutto per il particolarissimo modo in cui ha “affrontato” e “trasmesso” l’oggetto del suo sapere, e su questo “modo” vorrei spendere qualche parola perché sono convinta che in esso risieda più di un significato, ancora oggi molto attuale per noi. Affrontato e trasmesso, dicevo: non sempre, non necessariamente queste due azioni sono ben correlate nel lavoro intellettuale, non sempre l’indagine si accompagna ad una capacità comunicativa che rende partecipe l’ascoltatore dei percorsi, anche complessi e articolati, delle argomentazioni, non sempre la prosa restituisce adeguatamente il lavoro mentale nel suo divenire e quindi nella sua duttilità e morbidezza, nelle possibili variazioni del tema, prima di irrigidirsi nelle conclusioni, non sempre l’autore è abbastanza dialettico e pedagogico da presentare le sue argomentazioni in modo più problematico e aperto che apodittico e definitorio. Ha scritto W. Benjamin: «Il lavoro ad una buona prosa ha tre scalini: uno musicale dove viene composta, uno architettonico dove viene costruita, e infine uno tessile, dove viene intessuta»2. Sono convinta che questi tre scalini siano presenti non solo nella bella prosa di Filippo Valenti, ma che siano costitutivi insieme della forma e della sostanza del suo insegnamento. È evidente che non è alla qualità letteraria che qui interessa fare riferimento, ma alla capacità di introdurre – con un’unica operazione intellettuale – un nuovo “metodo” e un nuovo “linguaggio” capace di esprimerlo e trasmetterlo adeguatamente. Quello che Benjamin definisce lo scalino musicale è per esempio ben riconoscibile, in Valenti, nella generale tonalità critico-discorsiva che si esprime con un fraseggio articolato e dialogico (che sarà un potente strumento di interrogazione quando ci saranno da porre domande fondamentali e destabilizzanti ad una disciplina sclerotizzata in formule, impoverita in una precettistica acriti  W. Benjamin, Strada a senso unico. Scritti 1926-1927, Torino 1983, p. 22.

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ca, quale era l’archivistica dei manuali); quello architettonico è riconoscibile invece nella capacità di costruire significati, di riconoscere e descrivere volumetrie e strutture, avvalendosi di un uso rigoroso e controllato del linguaggio, costantemente e attentamente verificato in corso d’opera; quello tessile, infine, lo si ritrova nell’attenzione costante al fatto particolare e concreto, da indagare “punto per punto”, ma anche nella considerazione della dignità e dell’importanza della “materialità” e del lavoro che stanno dietro ad un oggetto come l’archivio e alle vicende che storicamente lo hanno costituito e reso tale. Ho dato a questo intervento un titolo che mi ha poi creato qualche imbarazzo. Ora mi rendo conto che la difficoltà viene dalla pretesa di andare oltre la riproposizione dei principali temi sui quali Valenti è intervenuto nel campo archivistico per tratteggiare, come dicevo all’inizio, lo stile e il senso di un metodo, come appare sia dagli articoli che dal corso universitario, nonostante la diversità degli ambiti e delle finalità. Il motivo di questa pretesa è essenzialmente questo: mentre da un lato ritengo che l’apporto critico di Valenti faccia ormai parte della coscienza comune della categoria, o almeno della sua parte più sensibile e attenta, e che continui a rappresentare un punto di riferimento costante anche nei nuovi temi che oggi ci troviamo ad affrontare, ho qualche dubbio che il senso generale del metodo che vi sta dietro sia stato pienamente compreso nella sua “struttura” portante. E sono invece altrettanto convinta che proprio riflettendo più consapevolmente su questo metodo possiamo trarre indicazioni per proseguire e sviluppare quella fondamentale lezione. Una lezione che vorrei comunque qui ricordare in forma estremamente sintetica riconducendola, mi si perdoni lo schematismo, a quattro punti fondamentali, in ciascuno dei quali cercherò di individuare brevemente una pars destruens ed una, corrispettiva, pars construens. Il primo, fondamentale, punto da cui prende le mosse la riflessione di Valenti è la critica al “concetto” e soprattutto al concetto idealistico di archivio («l’archivio come supponiamo che sia o dovrebbe essere»). A fronte di questo aspetto critico troviamo il richiamo all’archivio reale, osservabile, non tanto nel suo inesistente essere statico e primigenio ma nel suo divenire storico. Il secondo punto è costituito dalla critica all’identificazione fra archivio e istituto produttore (e al conseguente schiacciamento dell’archivistica sulla storia delle istituzioni), a fronte del quale troviamo la proposta di indagare le cosid-


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dette “modalità archivistiche” in cui si esprime il rapporto tra archivio e suo produttore, fino all’identificazione di alcune “leggi di formazione “ e di altrettante tipologie di archivi. Il terzo punto possiamo individuarlo nella critica al concetto demiurgico di “ordinamento” come ricostruzione di un mitico ordinamento originario e, a fronte, nella definizione di ordinamento non come di un qualcosa che si dà ma che si trova, si riconosce, dopo un attento lavoro di osservazione e analisi che faccia emergere le dorsali fondamentali, le strutture portanti. Il quarto punto, infine, è costituito dalla messa in crisi di termini e concetti dati per scontati nello strumentario della professione (come il concetto di “fondo”, di “serie”, ecc.) e, a fronte, nella loro riproposizione adogmatica come moduli di identificazione e descrizione della struttura delle formazioni archivistiche. Il tutto, animato da un’attitutidine problematica attenta più agli aspetti descrittivi e stratigrafici che precettistico-ordinativi, che non a caso si è felicemente incontrata con gli sviluppi successivamente indotti dall’informatizzazione. Detto questo, vorrei che facessimo lo sforzo di riflettere sul modo in cui Valenti compone, costruisce, intesse (tanto per riprendere l’immagine citata sopra) la sua riflessione, in una parola sullo strumentario metodologico di cui si serve. Il titolo che ho proposto fa riferimento a tre operazioni fondamentali: osservare, descrivere, comprendere. Come tutte le formule molto sintetiche, questa scansione può risultare troppo generica per essere significativa, quindi cerchiamo di vederla più da vicino e di calarla nell’ambito che ci interessa. Osservare. L’osservazione obiettiva della realtà è un tratto distintivo del metodo scientifico e può sembrare, in questa sede, un richiamo dal sapore positivistico. Niente di tutto ciò: Valenti non teorizza, anche se ben conosce le teorizzazioni, si limita ad avere, come lui stesso dice “l’ossessione per la concretezza”. Sicuramente, uno dei tratti distintivi del suo modo di affrontare i problemi è quello di farsi guidare da un forte senso della realtà, che nel caso della riflessione archivistica si traduce nel restituire all’oggetto “archivio” quella pregnanza che la sua idealizzazione gli aveva sottratto. Di fronte alle affascinanti e ben elaborate definizioni cencettiane sul “concetto di archivio”, una sola, piccola ma deflagrante osservazione: «d’accordo sul concetto, ma… gli archivi reali, quelli che incontriamo nella nostra esperienza quotidiana, nel nostro concre-


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to lavoro, non sono così …». Se anche qualcuno l’aveva pensato, nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo. La capacità di osservare si traduce in capacità di rilevare dettagli visivi e concettuali che a volte sfuggono all’astratto esame interpretativo, di mettersi davanti all’oggetto di studio come a un oggetto reale, non come ad un concetto, un’ipostasi, e di farsi interrogare da ciò che si vede. Ma significa anche assicurare il più alto grado possibile di indipendenza reciproca tra l’oggetto e i metodi di indagine, i linguaggi usati per descrivere. In una parola, significa marcare con cura la differenza relativa, la distanza fra l’oggetto e i discorsi che si possono fare su di esso. «La nostra prima preoccupazione sarà dunque di garantire all’oggetto la sua più forte presenza e la sua massima indipendenza. Esso non è in me, mi sta di fronte, e il mio interesse più valido non è di appropriarmene sotto l’aspetto che gli attribuisce il mio desiderio, ma di lasciare che affermi tutte le sue proprietà, tutte le sue determinazioni particolari»3.

Sono parole di Jan Starobinski a proposito di letteratura, testi e interpreti: tanto per sottolineare una volta di più l’analogia tra “testo” e “archivio”, anch’esso, in definitiva, un testo, in quanto forma elaborata e complessa di comunicazione, storicamente condizionata, sottoposta a varianti, espunzioni, manipolazioni, pubblicazioni. Questo rispetto per l’oggetto, questo mantenere il senso della distanza fra esso e il linguaggio che usiamo per descriverlo, indagarlo, trasmetterlo, questo accettarlo nelle determinazioni materiali e concrete che esso ha, oggi, davanti a noi, senza volerlo piegare alle nostre aspettative o al nostro bisogno di ridurlo dentro categorie preformate, tutto questo è, oggi, tutt’altro che un dato assodato. Se Valenti ha potuto usare la piccola, davidica fionda di un argomento incontrovertibile (gli archivi reali sono fatti in un altro modo) di fronte alle concettualizzazioni metafisicheggianti è perché non ha accettato di ridurre o addirittura di sostituire l’archivio reale al linguaggio che pretendeva di definirlo e descriverlo. Tutto questo non può lasciarci indifferenti. Siamo proprio sicuri di essere a nostra volta vaccinati da quest’ansia di riduzione, di non essere anche noi 3   J. Starobinski, La letteratura: il testo e l’interprete, in Fare storia a cura di J. Le Goff e P. Nora, Torino s.d.


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esposti alle lusinghe di nuovi e sempre più raffinati simboli linguistici che si interpongono fra noi e la realtà? Siamo sicuri, per esempio, che la “virtualità” non abbia preso il posto della metafisica? Che, nel nostro dibattere su archivi e modelli normalizzati di descrizione, lo strumento descrittivo non stia diventando prevalente rispetto all’oggetto da descrivere? Quando ci avviciniamo ad un archivio cerchiamo davvero di capirlo nelle sue determinazioni reali o non piuttosto di vedere come possiamo fare a “dirlo”, a inscatolarlo quanto prima possibile, in modo da renderlo simile non tanto e non più al concetto di esso (questa era la metafisica) ma alle categorie logico-linguistiche che oggi hanno il compito di rappresentarcelo? L’oggetto reale mantiene ancora la sua indipendenza e pregnanza rispetto all’oggetto virtuale? Quanta libertà, quanto spazio, siamo ancora disposti a concedere all’osservazione del reale? Ancora con Starobinski: «Prima di ogni spiegazione, prima di ogni interpretazione comprensiva, l’oggetto deve essere conosciuto nella sua singolarità, ossia in ciò che lo sottrae ad un’illusoria annessione»4. Una vecchia questione, una questione delicata: il circolo ermeneutico tra osservare e comprendere (conoscere e interpretare) è noto, ma non è nelle discussioni filosofiche che si decidono le sorti di una professione che ha aspetti di grande concretezza. Non possiamo ignorare che ogni professione, e quindi anche la nostra, si esprime in tecniche e che queste devono produrre risultati. Lo slittamento progressivo e impercettibile che sembra tendere, da un po’ di tempo in qua, a rimettere le cose sulla testa invece che sui piedi (avrebbe detto Marx) è forse figlio non di una scelta teorica consapevole ma della necessità di ottenere risultati, un’urgenza che può portare alla “tecnicizzazione” e quindi alla banalizzazione delle scelte e alla sterilizzazione delle problematiche. Forse non ci farà male maturare una maggiore consapevolezza a questo proposito. Descrivere. Come l’osservare, anche il descrivere ha bisogno di una sorta di understatement del soggetto rispetto all’oggetto, e, insieme, di una familiarità quasi fisica con esso. Aby Warburg, nel creare la sua biblioteca, si preoccupò di liberarla dai vecchi criteri sistematici perché lo schedario non sostituisse quella familiarità che si acquista sfogliando le pagine dei libri, cioè percorrendoli inter  Ibidem.

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namente e nel loro insieme: a suo giudizio, solo questo percorso poteva condurre lo studioso alla considerazione delle costanti e delle metamorfosi che nel corso dei secoli aveva assunto la cultura. Osservare e descrivere sono in realtà, come è intuibile e come risulta chiaro dagli scritti archivistici di Valenti, due azioni strettamente coordinate. L’osservazione consegue il risultato non di proiettare ma di far emergere le strutture costitutive, le dorsali intelligibili intorno alle quali si è andata storicamente aggregando e sedimentando la documentazione, dorsali e strutture che per noi diventeranno anche i percorsi della ricerca. Una cosa va subito chiarita: descrivere è tutt’altra cosa che classificare. Verso le classificazioni, soprattutto quando divengono ridondanti ed eccessive, Valenti mostra una dichiarata avversione, come appare dal capitolo delle Nozioni dedicato alla classificazione delle fonti storiche. Di certe classificazioni elaborate, e alla fine equivoche, egli dirà che sono «troppo concettuali e nient’affatto empiriche, troppo intese ad individuare l’essenza dei vari tipi di fonte e troppo poco a mettere a fuoco i differenti problemi di reperimento e di competenza interpretativa che la loro genesi, la loro conservazione, la loro utilizzazione comportano. In definitiva: più pseudologiche che metodologiche».

Anche quando si tratterà di proporre una tipologia degli archivi, egli premetterà che si tratta di modelli (o di tipi, in senso weberiano), non di classi. Classificare è introdurre criteri sistematici estrinseci, formativi, autoritativi: non è compito dell’archivista, semmai dell’«archiviatore», che agisce in nome e per conto di un’istituzione, senz’altro riferimento se non quello strettamente funzionale. Attiene alla produzione corrente, non allo studio successivo delle formazioni documentarie e del loro significato storico. Descrivere è invece percorrere dall’interno, far emergere o ri-emergere qualcosa che c’è già, anche se non è sempre o non è più facilmente osservabile (da qui il concetto di ordinamento come qualcosa che si ritrova, non si dà). Per evitare un eccesso di realismo, sarà bene dire che ciò che emerge non è sempre qualcosa di univoco e coerente: come un palinsesto, talvolta anche l’archivio presenta redazioni diverse, anche contraddittorie o diversamente ispirate. È compito dell’archivista storico e del ricercatore, dello studioso, dell’interprete, rintracciarle, spiegarle, darne conto. La “memoria culturale” depositata nelle strutture della conservazione documentaria può diventare dunque oggetto di indagine e, nella proposta di


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Valenti, l’analisi strutturale è lo strumento più adeguato a riconoscerla. Il suo compito è quello di far emergere la tridimensionalità dell’archivio, recuperare la sua volumetria nascosta nella linearità della disposizione topografica o nella elencazione inventariale, dar conto delle relazioni interne fra le parti componenti e fra loro e i contesti di produzione, e infine allargarsi in modo centrifugo fuori dall’archivio, per riconoscere la ricorrenza di situazioni analoghe o comparabili. Ma questa analisi ha bisogno di verificare il proprio linguaggio, di saggiare la propria grammatica: nelle Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi ma anche nella Parte II delle Nozioni, Valenti affronta il problema della definizione di alcuni termini-chiave, e soprattutto di quello, particolarmente problematico, di “fondo”. Non entro nel merito ma, anche in questo caso, mi soffermo sul metodo: nell’ultima parte del II Capitolo delle “Nozioni”, aggiunto dall’autore in occasione di questa pubblicazione, Valenti parla dell’esperienza della Guida generale, delle sue difficoltà di fronte alla difformità delle situazioni di conservazione, alla poliedricità delle storie istituzionali, alla diversità delle aspettative. Fa notare come in quella esperienza il termine “fondo” si trovò a giocare un ruolo particolare e, almeno apparentemente, contraddittorio: da un lato, per dare unitarietà alla Guida generale, lo si investì di un significato forzatamente assiomatico imponendolo «come unità basilare di scansione del contenuto di ogni possibile Archivio di Stato» e presupponendo un’altrettanto assiomatica e certo non pacifica equivalenza fra fondo e archivio, dall’altro ci si sottrasse esplicitamente ad una sua teorica definizione. Valenti sottolinea, con la consueta lucidità, questa contraddizione ma poi ci sorprende con una conclusione: che essa in realtà non esiste. «Basta infatti pensare alla nostra quotidiana esperienza di archivisti per rendersi conto che “fondo” è uno di quei termini che non solo mal sopportano una definizione rigorosa e univoca, ma neanche ne hanno bisogno, uno di quei termini, cioè, che si definiscono piuttosto da sé medesimi, nell’uso stesso che di Archivio in Archivio, di contesto in contesto, di scopo in scopo, se non addirittura di volta in volta se ne fa». Ecco di nuovo riaffermato con forza un fondamentale principio di metodo, con il richiamo all’esperienza concreta, all’uso strumentale, al contesto reale: anche i linguaggi si definiscono, si verificano, si provano, all’interno di un uso al quale bisogna fare costante riferimento, al quale bisogna tornare per


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comprendere il loro substrato reale. All’uso che del termine “fondo” si fa nella pratica e addirittura alle sue declinazioni gergali all’interno degli Istituti archivistici e ai diversi livelli gerarchici del personale, Valenti dedica tre interessanti pagine di taglio quasi “sociologico”, in cui rileva la diversa percezione dei funzionari (che, nel definire il fondo, si richiamano a principi di dottrina quali la provenienza, la tradizione, l’ordinamento, ecc.) e il personale che ha una quotidiana frequentazione con i depositi (che invece si richiama a fattori di concreta identificazione come la denominazione unitaria e la collocazione). La nuova grammatica, dunque, non la si definisce a tavolino, ma in relazione allo scopo, all’uso e, aggiungerei, in costante dialogo con la tradizione. È questo un principio di metodo che Valenti applica costantemente e che ha, per noi oggi, delle conseguenze importanti. Oltre ad indurre una considerazione adogmatica e laica dei nostri linguaggi e della nostra capacità strumentale – che non è né scontato né facile di questi tempi – può salvarci da quella “perdita di memoria” di cui anche la nostra professione rischia di ammalarsi, come tutta la nostra civiltà. Dobbiamo essere coscienti, io credo, del fatto che l’analisi strutturale che costituisce l’attività del “descrivere”, la nuova grammatica che da essa si genera, oggi ha di fronte due scelte, che purtroppo si nascondono nelle pieghe di una illusoria neutralità linguistica: può irrigidirsi nei suoi schemi, può ridursi a mera “tecnica descrittiva”, ad una “trascrizione” dei dati rilevati nelle sigle di un metalinguaggio, generando un testo nuovo, senza radici, illudendosi di cominciare da capo, oppure può scegliere di radicare questo lavoro in una tradizione, di viverlo non come una applicazione della tecnica ma come una cosciente attività di reinterpretazione, oserei dire come un’occasione di rinascita culturale o come una preparazione ad essa. Warburg diceva: «Bisogna sempre di nuovo strappare Atene dalle mani di Alessandria». Non è colpa nostra se ci tocca il ruolo di grammatici alessandrini, l’importante è non perdere di vista Atene, la radice, la storia, il senso della continuità e del significato del nostro lavoro. Oppure costringeremo le generazioni future a smontare le nostre “grammatiche” per ritrovare la “lingua” e la sua anima. Comprendere. Quando Valenti introduce il suo corso universitario ribadisce un concetto che ritroveremo nei suoi scritti archivistici sulla «Rassegna»: la duplice natura dell’archivistica fra precettistica ed euristica. In realtà, la linea


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di demarcazione fra questi aspetti è tutt’altro che netta e, par di capire, si risolve in quella che nel titolo ho chiamato “una nuova intelligenza degli archivi”, comunque la si voglia definire. Le strutture, le articolazioni, le stratificazioni che l’osservazione e la descrizione mettono in luce, disegnano e definiscono anche i percorsi della ricerca. Se è compito precipuo dell’archivista rintracciarle e darne conto, non possiamo ignorare che queste dorsali intelligibili divengono strumento di comprensione e di interpretazione. L’archivista di Valenti non è solo un osservatore attento e rispettoso, un descrittore duttile e intelligente, è anche un interprete, è soggetto attivo di conoscenza. E conoscere non è solo descrivere, transcodificare o tradurre (la tecnica descrittiva, da sola, non fa che creare parafrasi, reiterazioni) è aver chiaro il senso del proprio ruolo e della propria relazione con l’oggetto e assumersi delle responsabilità. Come ci insegna la critica letteraria, la conoscenza e l’analisi della struttura interna di un’opera si accompagna sempre con l’interpretazione, con l’interrogazione del testo nel suo interesse per noi: allo stesso modo, ricerca storica e descrizione sono interdipendenti. È così che le strutture che emergono dalla descrizione archivistica divengono interpretazione, ermenuetica. Ogni panorama si traduce, alla fine, in una prospettiva. La lezione di Valenti ce ne fornisce un esempio: aver superato lo schiacciamento, la sovrapposizione immobilizzante tra archivio ed ente produttore, tra archivistica e storia delle istituzioni ha significato aprire spazi a nuove interrogazioni: una fra tutte, la possibilità di studiare gli archivi come sistemi comunicativi dentro ai quali agiscono almeno tre livelli di mediazione: quello, immancabile ma non unico, che opera al momento della produzione, quello che interviene nella gestione (il livello dei professionisti del documento, i loro linguaggi, le loro storia, la loro cultura, le intenzionalità dichiarate e quelle taciute), quello della trasmissione successiva (il livello dei trattamenti e degli ordinamenti posteriori, in cui agiscono altre motivazioni, spesso anche altre culture, altre professioni). Tutto questo ha offerto nuove sollecitazioni sia allo storico che all’archivista, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui perché l’indicazione di metodo è, anche in questo caso, chiara e sollecita a riprendere argomenti che ultimamente appaiono troppo poco battuti. Si tratta di riprendere a studiare il deposito storico rappresentato dagli archivi come forma di memoria culturale e politica, farne oggetto di indagi-


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ne e affrontare il compito di reinterpretarla periodicamente. Si tratta di non accettare che questo deposito venga congelato nell’immobilità, ma rimetterlo in gioco, nel circolo ermeneutico dell’interpretazione critica del passato e dell’azione politica del presente, imparando a muoversi lungo la frattura fra passato, presente e futuro, a riconoscerla, a darne ragione davanti alle ragioni dell’oggi. Si tratta, in una parola, di non sottrarsi alla necessità e al dovere di comprendere. Hanna Arendt cita uno sconcertante aforisma di René Char, poeta ed eroe della Resistenza francese, che suona così: «Notre héritage n’est précedé d’aucun testament»5. La nostra, è un’eredità senza testamento. Il testamento – fuor di metafora, la tradizione – lega beni passati ad un momento futuro, senza di esso il tempo manca di continuità. La perdita di questo tesoro – dice la Arendt – «fu dovuta all’oblio, ad una lacuna della memoria che non colpì soltanto gli eredi, ma anche gli attori, i testimoni …». Non è un caso, sia detto per inciso, che questa perdita della memoria-tradizione si accompagni all’affermazione della “memoria-cultura” con i suoi aspetti museali, dispersi, frammentari, e, per quanto più direttamente ci riguarda, ad una frammentazione della nozione di documento … ma questo ci porterebbe lontano. Quello che qui ci interessa sottolineare è che oggi è necessario legare di nuovo l’eredità al testamento, dare un nome al tesoro perduto, ovvero ritrovare la relazione che lega il nostro agire a qualcosa che potremmo chiamare “interesse pubblico”, responsabilità, senso etico-politico del nostro compito o, per usare le parole di Habermas, «agire comunicativo che è esercizio di responsabilità». La relazione fondamentale che ci lega al nostro oggetto (la nostra professione, i suoi oggetti, i suoi strumenti, i suoi scopi) non può essere che una relazione che rimanda verso la collettività e che quindi non si può sottrarre ad un ultimo compito, appunto quello di comprendere. Comprendere, prima di tutto, in quale terreno affondi le sue radici la memoria storica, dove trovi alimento la necessità della sua conservazione e valorizzazione, in quale direzione ci stiamo oggi muovendo in questo ambito, a quale compito siamo chiamati, quale stiamo in realtà assolvendo.

H. Arendt, Tra passato e futuro, Milano 1991, p. 25.

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Di fronte a queste domande, la sensazione di sgomento credo sia generale e altrettanto generale la sensazione di aver perduto qualcosa. «Notre héritage n’est precédé d’aucun téstament». Il testamento perduto parlava di valore civile degli archivi, di cultura, di senso critico della storia. Non di una precettistica da bravi esecutori di ordini, da descrittori “normalizzati”, da burocrati senza intelligenza. Il testamento parlava di interesse collettivo, di servizio, di civiltà… Forse non è stato perduto, è solo nascosto in qualche archivio e aspetta che lo ritroviamo. E poi pretendiamo che venga applicato.


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Ambivalenze e polivalenze dell’archivio

[…] l’ambivalenza è intrinseca alla natura stessa degli archivi, e non può essere rimossa con lo spezzarli in due in forza di una norma che interponga un rigido diaframma tra ciò che è ancora soltanto amministrativo e ciò che è già soltanto storico. Filippo Valenti1

Il confronto con un magister passa attraverso molteplici percorsi. Più facili e conosciuti quelli dei partecipanti ad una scuola, ad uno specifico percorso di formazione. Più complesso, e difficile, il riconoscimento del magisterio che non si fondi su frequentazione, su condivisione di luoghi e percorsi ma che derivi dall’attingere alla formalizzazione della saggezza, della scienza, del sapere del maestro. Una conoscenza mediata che, probabilmente, è – auspicabilmente, sia – impermeabile rispetto a condizionamenti o a scelte di appartenenze. Qualche lustro fa iniziavo la mia avventura nel mondo degli archivi, decidendo di lasciare l’insegnamento, motivato dalla passione per la storia, dalla 1  F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, oggi in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. 101.


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volontà di riprendere ricerche e approfondimenti, di “usare le carte”, di tornare a frequentare gli archivi. Tuttavia, acquisivo subito la consapevolezza che l’approccio da archivista con gli archivi deve essere altro rispetto all’uso che il ricercatore fa degli archivi. Una verità spesso scontata, a volte misconosciuta, che scoprii gradualmente come elemento fondante della professionalità archivistica, del nuovo mestiere che avevo deciso di intraprendere. In quegli anni di formazione, di autoformazione, iniziai la frequentazione con testi fondamentali per la professionalità. Ripercorsi alcune annate della «Rassegna degli Archivi di Stato», ripresi testi di archivistica, scelsi, anche a motivo della mia personale formazione, di ricercare un approccio laico agli archivi. Una pregnante presenza di stampo neoidealista, infatti, continuava a presidiare il dibattito e le considerazioni in tema di archivio. Quest’ultimo come elemento totalizzante nella sua storicizzazione tanto da divenire quasi altro rispetto alla fase della formazione; la invasiva sovrapposizione dell’istituzione rispetto alla documentazione. La profondità della disamina scientifica, capace di recuperare i “fondamentali” del pensiero archivistico italiano e di metterli in relazione con un contesto culturale laico, o meglio, e più compiutamente, illuminista, la ritrovavo nei testi e nelle argute considerazioni di Claudio Pavone, di Piero D’Angiolini e, soprattutto, di Filippo Valenti. Non la tradizionale ricerca dell’archivio in sé compiuto quanto la necessità scientifica di commisurarne l’oggettiva specificità, di valutarne le peculiarità interne ed esterne, di coglierne l’essenza insieme al suo concreto articolarsi. Significativamente, il dibattito archivistico faceva da pendant con il dibattito storiografico: non più la “storia” quanto le “storie”, non più la magistra vitae quanto la complessità della ricerca scientifica. Se volessimo esasperare le similitudini, la ancilla archivistica viveva, pur nella sua specificità, analoghe riflessioni epistemologiche rispetto alla magistra storia. Da una parte si sarebbe arrivati a teorizzare il superamento, la inutilità della storia, di rimando della memoria e di quanto attiene ad essa; si sarebbero avviati percorsi di rivisitazione della storia, fino all’enfasi revisionista. D’altra parte, in archivistica, si sarebbe rivendicata ed esaltata la peculiarità della tecnicità, finendo con il sovrapporre e confondere il mezzo ed il fine.


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Innanzi ai dubbi, alle semplificazioni occorre sapere ritornare ai punti certi: non agli assiomi quanto alla riflessione critica e serena, in questo senso profondamente “laica”, dei maestri. Fra i tanti lavori di Filippo Valenti, per chi voglia comprendere il termine, il concetto di archivio risulta fondamentale il saggio Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, pubblicato nella «Rassegna degli Archivi di Stato», XLI (1981). In quel saggio l’autore introduce una notazione essenziale al fine della comprensione degli archivi, del lavoro degli archivisti, del come e perché la ricerca usi gli archivi. Muovendo dalla conoscenza, o meglio dalla capacità di comprensione del termine “archivio”, Valenti ne ricorda la essenza di fondo, che va al di là del luogo e degli oggetti che lo costituiscono: «… elemento costitutivo dell’umano operare: quello cioè della memoria»2. L’archivio non è solo un luogo di conservazione, non è solo l’insieme della documentazione che lo costituisce, non è solo le singole parti nelle quali si articola; fondamentalmente, insieme a tutto il resto, l’archivio è memoria dell’umanità. In questa definizione concorre la tradizione della scuola archivistica italiana, in particolare l’insegnamento del Cencetti circa l’archivio come organismo, tuttavia risulta prevalente la valenza civile e culturale. Nel coniugare il senso della civiltà con la cultura e la consapevolezza, che è ricerca, della propria identità si evidenzia la formazione dell’autore proiettato nel cumulare cultura e impegno civile, secondo la migliore tradizione culturale “illuminista”, laica e liberale. L’umano operare significa confrontarsi con l’uomo nella sua essenza e nella sua specificità, nel suo essere e divenire, ma anche in relazione al “come” essere, secondo l’oggettivo operare, secondo l’immanenza dell’operare e dell’agire piuttosto che in relazione alla trascendenza assoluta dell’uomo. Definire la complessità in termini di unicità. Si potrebbe così apoditticamente ridurre il percorso comune e diffuso di definizione dell’archivio. Valenti ci ha indotto, al contrario, a riflettere sulla «poliedricità» oltre che sulla «ambiguità» del concetto di archivio. Non basterebbe, infatti, definire l’archivio quanto porsi in relazione rispetto all’uso, meglio agli usi, dell’archivio. L’archivio non come risultato di una   Ibid., p. 84.

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attività o di interventi mirati – la biblioteca, il museo ne possono essere esempio compiuto – quanto come “residuo”, che non significhi marginalità. Dall’ambiguità del concetto di archivio derivano fondatamente le ambivalenze e le polivalenze del termine. Archivio: ma archivio in senso lato ovvero archivio in senso proprio? Un interrogativo dietro il quale si pone non un gioco nominalistico quanto l’essenza stessa della definizione che tende a focalizzare l’uso che ne deriva. L’archivio come spontanea sedimentazione di attività ovvero l’archivio come deliberata, sistematica, ordinata selezione: usi diversi di un processo di costruzione della memoria, secondo modalità diverse in epoche storiche diverse. È sempre possibile distinguere in modo netto ed inequivocabile l’archiviosedimento dall’archivio-selezione? L’archivio-thesaurus non racchiude in sé, nel suo oggettivo formarsi, elementi di sedimentazione? Nell’oggettivo delinearsi dell’archivio-sedimento non si ritrovano elementi derivanti da scelte di testimonianza e documentazione? Il nodo resta quello del come e, soprattutto, del chi seleziona e testimonia. È il tema dell’autore e del conservatore, dell’interazione operativa fra i due soggetti. L’ambiguità concettuale dell’archivio include il ruolo del conservatore e di rimando la sua attività di organizzazione, di ordinamento, dell’archivio stesso. L’intervento archivistico può risultare del tutto asettico, capace cioè di riprodurre pedissequamente la originaria forma – lapidariamente, il “riordino” – ovvero, nel ricostruirlo, incide sull’intrinseca articolazione del complesso? Che sia ambiguo, oltre all’archivio, anche il lavoro dell’archivista? Un’ulteriore ambiguità del concetto di archivio la si ritrova nel concetto stesso di archivio come bene culturale. A fondamento, infatti, del patrimonio culturale si pone la possibilità di fruizione dello stesso. C’è da interrogarsi circa la possibilità che l’archivio in sé, e nel suo articolarsi, sia fruibile in modo eguale ovvero simile rispetto ad un bene architettonico, figurativo. Certamente non può escludersi la possibilità di fruizione del bene archivistico purché si evidenzi la differenza dell’uso del bene stesso. Fruire di un museo presuppone percorsi anche differenziati, per livelli di approccio, che possano prevedere la semplice visita al museo stesso fino alla conoscenza del percorso di ricerca che sta a monte del museo e/o della singola sala espositiva. Fruire del bene archivistico implica la possibilità di visitare una mostra documentaria opportunamente organizzata e, anche in questo caso, limitarsi alla visio-


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ne della documentazione ovvero tendere a conoscere il percorso di ricerca che precede la mostra stessa. Tuttavia, fermandosi a questa fase di fruizione mutileremmo l’archivio di una sua ulteriore peculiarità che, in modo incisivo, Valenti identifica nella «disponibilità alla ricerca»3. È possibile, infatti, fruire dell’archivio interrogandolo, tentando di penetrare nel suo oggettivo articolarsi, nel complesso delle singole parti; in caso di archivio generale l’interrogazione potrà tendere ad individuare gli autori potenziali di uno specifico elemento di indagine. L’archivio è anche un coacervo di ricerche che attende percorsi di conoscenza, che attende abilità di recupero della memoria. L’archivio è un bene culturale particolare fatto di similitudini, forti, con il complesso patrimonio culturale ma anche di specificità che andrebbero valorizzate. Non basta conservare gli archivi, non basta tutelarli: occorrerebbe intendere più compiutamente il concetto stesso di tutela, in riferimento agli archivi. Occorrerebbe garantire gli archivi lungo tutto il percorso del loro divenire, dalla formazione alla storicizzazione. L’asserita separatezza fra le fasi dell’archivio ha finito con l’enfatizzare il punto terminale del processo archivistico, puntando a fare prevalere la fase della conservazione rispetto a quella della definizione stessa del complesso archivistico. Anche in riferimento alla definizione dell’archivio come bene culturale, caratterizzato dalla «disponibilità alla ricerca», il contributo di Valenti è stato essenziale nel superare le canoniche assimilazioni con gli elementi classificatori museali per evidenziare quello che museale non è. Egli ha saputo mettere in relazione l’archivio, ed il suo articolarsi, con lo scavo archeologico che, nel ricercare le testimonianze del passato, non dimentica «la città viva che ancora gli brulica attorno»4. È la contemporaneità della storia, e della ricerca in genere. È l’attenzione costante e viva rispetto al contesto di riferimento del conservatore-ricercatore. È la testimonianza concreta dell’impegno civile intrecciato alla valenza culturale. La similitudine dell’archivio con lo scavo archeologico porta con sé la possibilità di ricordare la polivalenza dell’archivio. Nel corso dello scavo archeologico, nell’addentrarsi lungo gli strati inferiori, si ritrovano le testimonianze di epoche diverse: più numerose e complesse quelle di età più recente; meno   Ibid., p. 87.   Ibid., p. 88.

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numerose, spesso assai rare, le testimonianze di epoche più antiche. Queste ultime, pertanto, meritevoli di analisi accurate, minute e minuziose. La quantità delle testimonianze più recenti induce nel ricercatore un’attenzione seriale piuttosto che “individuale”. E in archivio? Il processo sembrerebbe del tutto analogo. Ancora di più, la tradizione archivistica ha inteso privilegiare la documentazione più antica e, per come detto, meno numerosa, rispetto alla documentazione contemporanea, quantitativamente, oltre che tipologicamente complessa, finendo con lo stabilire una sorta di gerarchia documentaria correlata diacronicamente piuttosto che funzionalmente. Un retaggio che ha portato allo studio privilegiato della documentazione medievale e spesso all’abbandono della documentazione contemporanea. L’insegnamento di Valenti – e con lui di Claudio Pavone, anche da autorevolissimo storico “contemporaneo” – ha saputo indirizzare intere generazioni a studiare la specifica complessità degli archivi motivando la opportunità di valorizzare la residuale testimonianza anche degli elementi costituenti la contemporaneità. Valenti aveva alle spalle l’autorevolezza di un testo di diplomatica, ancora oggi utilissimo e opportunamente citato ed adottato nelle Scuole di archivio, Il documento medievale, edito nel 1961. Negli anni successivi la sua dottrina in materia di archivistica teorica avrebbe potuto fissare l’essenzialità della analisi critica degli archivi, anche di quelli contemporanei, secondo percorsi scientifici analoghi e coerenti rispetto agli archivi più antichi. L’archeologo osserva, analizza e studia i reperti nel contesto delle stratificazioni, che segnano il trascorrere del tempo, ponendo ad ognuno di essi analoghe interrogazioni e fornendosi di strumentazione pressoché analoga per quanto più complessa: l’archeologo dell’antichità e l’archeologo industriale ricercano e studiano le testimonianze residuali di età diverse. L’archivista deve potere approcciare i complessi documentari di età diverse dotandosi della stessa motivazione, della stessa curiosità scientifica nell’intento di riuscire a comprendere e descrivere l’articolarsi oggettivo del complesso documentario analizzato. La similitudine fra l’archeologo e l’archivista si fonda altresì su una ulteriore specificità capace di ridimensionare le tentazioni della tecnicità. L’archeologo e di converso l’archivista possono cogliere e comprendere nei reperti analizzati, rispettivamente archeologici e archivistici, la storia di una cit-


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tà ovvero di una istituzione, di una famiglia, di un “soggetto produttore” solo in quanto «… già quella storia in buona parte conosc[ono]; secondo una sorta di circolo vizioso che costituisce un po’, come dicevano i retori, il cilizio della ricerca»5. L’archeologo innanzi ad una tomba, all’ordine costituito e formalizzato dei vari reperti rinvenuti, che egli recupera e ricostruisce analiticamente, avrà certamente la capacità di correlare la sedimentazione con la testimonianza ricercata, il tempo trascorso con la memoria formalizzata e codificata. Il repertosedimento ed il reperto-thesaurus – per riprendere la analogia sopra citata per gli archivi – ancora una volta definiscono elementi di coincidenza, di sovrapposizione, di integrazione correlata. È la ambivalenza ovvero la polivalenza della ricerca archeologica e/o di quella archivistica? Probabilmente, per dirla con Valenti, è la complessità della ricerca. La polivalenza che è ambiguità, e viceversa, dell’archivio si ritrova anche nella ricerca della struttura dello stesso. La struttura, per adottare una definizione generale, presuppone «il complesso dei rapporti funzionali che sussistono fra gli elementi di un sistema organico e unitario non materiale, […] determinato non dalla somma di questi elementi a sé stanti ma dalla relazione di interdipendenza e di solidalità che intercorrono tra di essi e dalle quali essi derivano la loro funzionalità rispetto al complesso»6. La definizione di struttura attiene alle varie discipline dello scibile umano e tende a definire quell’intreccio, quell’articolazione che, al fine della conoscenza scientifica e della ricerca, vanno opportunamente ricercati e scoperti. Non si riferisce a degli elementi che vanno assunti in sé, in quanto dati. In archivistica, ricordava opportunamente Valenti, si tendeva ad usare il termine, e di rimando il concetto di “ordinamento”, piuttosto che di “struttura”. Non si tendeva a scoprire l’oggettivo articolarsi, in

Ibid., p. 89.   Struttura, leggiamo in un testo di divulgazione scientifica, è «la costituzione e la distribuzione degli elementi che, in rapporto di correlazione e d’interdipendenza funzionale, formano un complesso organico o una sua parte (…). Il complesso dei rapporti funzionali che sussistono fra gli elementi di un sistema organico e unitario non materiale, che è quindi determinato non dalla somma di questi elementi a sé stanti ma dalla relazione di interdipendenza e di solidalità che intercorrono tra di essi e dalle quali essi derivano la loro funzionalità rispetto al complesso». Cfr. La Piccola Treccani, Roma 1997, ad vocem, passim. 5 6


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termini di correlazione e di interdipendenza funzionale, della documentazione quanto a recuperare un ordine dato. In sintesi, la scienza archivistica italiana sembrava porsi in un’ottica di silenzio e disattenzione rispetto ad un complesso dibattito culturale che, nel corso della prima parte del Novecento, aveva attraversato il panorama degli studi in vari campi: dalla filosofia alla linguistica, dall’antropologia al diritto ed alla sociologia. Essa sembrava ferma alla riproposizione di un modello storicistico e, peraltro, non attenta alle argute considerazioni di Adolf Brenneke, riprese e argomentate dall’insegnamento di Valenti. Nel solco della scoperta della articolazione strutturale dei complessi documentari, le definizioni delle partizioni interdipendenti e correlate, le “serie”, le “sottoserie”, finivano con l’assumere dimensioni oggettive, scientificamente individuabili e descrivibili. Nel panorama archivistico nazionale si pone, o dovrebbe porsi, all’attenzione della scienza archivistica, e del dibattito correlato, il tema del superamento ovvero del forte ridimensionamento dell’archivio statale. L’apparato statuale, nel corso degli ultimi anni, ha avviato una decisa destrutturazione di compiti e funzioni con conseguente assegnazione di competenze e funzioni ad organi diversi. Il caso di più immediata e facile rappresentazione è certamente quello della amministrazione finanziaria. La sua struttura avviata negli anni successivi all’unità nazionale, con l’istituzione della Intendenza di finanza, e nel corso degli anni integrata da funzioni e articolazioni diverse, pur sempre statali, e radicate nel territorio, ha subito una radicale trasformazione. Sono sorte le Agenzie del territorio, delle entrate, del demanio; non più organi statali quanto Amministrazioni autonome e disarticolate rispetto alla tradizionale strutturazione statuale. Si aggiunga a ciò anche la attuazione di modifiche costituzionali che hanno avviato una graduale assegnazione agli Enti pubblici territoriali di funzioni originariamente gestite, in termini esclusivi, dallo Stato. Il nodo che ne deriva non attiene, in termini archivistici, al tema della variazione del soggetto produttore, ovvero alla individuazione del soggetto istituzionale preposto all’esercizio della funzione di tutela quanto alla complessità della politica di conservazione e di oggettiva, e funzionale, tutela del patrimonio archivistico.


Ambivalenze e polivalenze dell’archivio

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L’osservanza delle norme in materia di conservazione archivistica, oggi aggregate nel vigente Codice7, sembrerebbe far prevedere la moltiplicazione di archivi di conservazione, la cui responsabilità ricadrebbe direttamente sul soggetto produttore. Una scelta coerente, in termini assoluti e di principio, contraddetta, nell’esplicazione immediata, dalle richieste provenienti dai nuovi soggetti conservatori, indirizzate ai soggetti già preposti alla conservazione – gli archivi di Stato –, propensi alla adozione di soluzioni che non implichino oneri, certamente non irrilevanti, in materia di sedi e attrezzature idonee. Difficoltà di conservazione, difficoltà di fruizione attenta e soddisfacente, difficoltà a garantire in modo compiuto il diritto d’accesso e d’informazione. Difficoltà di efficace tutela del patrimonio archivistico di riferimento. È innanzi a problemi del genere che si pone il nodo della unicità della gestione archivistica. Di una politica archivistica che sappia coerentemente, ed erga omnes, promuovere indirizzi, argomentare analisi e problemi, proporre soluzioni, fissare regole. In sintesi, è superata nei fatti la bicefala organizzazione archivistica che guardava, da una parte, agli ‘archivi statali’ e, dall’altra, agli ‘archivi non statali’: con emblematica definizione gerarchica ed in negativo, nel secondo caso. Ad essere profondamente modificato è il concetto di archivio statale, e di rimando di ‘stato’, proprio in relazione alla diversa articolazione delle funzioni e delle attività statuali, o meglio già statuali. In questa prospettiva innovativa, la lezione del Valenti in materia di unicità e organicità dell’archivio dovrebbe impegnare verso la ridefinizione normativa e organizzativa, nell’intento di perseguire e garantire l’efficace ed efficiente tutela del patrimonio archivistico, non tanto in relazione al “soggetto produttore” quanto in riferimento alla nozione del complesso documentario. Anche nell’auspicio che, in considerazione della poliedricità del concetto di archivio, non si finisca col promuovere la policentricità disarticolata, piuttosto che organica e funzionalmente organizzata, della memoria documentaria dell’umano operare.

D. lgs. 42/2004, succeduto al Testo unico (D. lgs. 490/99).

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Premessa Per un archivista che si occupi di fonti contemporanee, la pratica costante della sorveglianza sugli archivi correnti delle varie amministrazioni, le visite nei loro depositi, le valutazioni per lo scarto, la cura dei versamenti e la conseguente analisi comparata con i documenti degli stessi uffici già presenti in Archivio consentono di seguire in fieri il processo che trasforma un archivio corrente in versamenti distinti da ricomporre, presso l’Istituto di conservazione, in un determinato fondo archivistico o, eventualmente, in più di un fondo archivistico. Tale processo, in termini sostanzialmente analoghi, si verificava anche nel passato, anche se specie nell’età prenapoleonica la configurazione dei fondi può presentare intrecci di documentazione di diversa provenienza più difficili da sciogliere perché riflette l’evoluzione dalla società feudale allo Stato di diritto e quindi ci si riferisce a istituzioni il cui profilo giuridico e burocratico poteva essere meno definito. Sulla configurazione di quei fondi hanno inciso anche la durata plurisecolare del valore amministrativo dei documenti che ne giustificava rimaneggiamenti in funzione di nuovi usi presso la stessa istituzione o presso istituzioni diverse e risistemazioni globali in occasione di concentrazione delle carte o di rilevanti riforme amministrative; scarti di massima non attestati e distruzioni accidentali; l’organizzazione stessa degli archivi basata essenzialmente su criteri di selezione dei documenti importanti e sequenze meramente cronologiche


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(validissime per i documenti in forma di registro e per gli atti formali, assai meno per la corrispondenza e per gli atti interlocutori); e, naturalmente, gli eventuali riordinamenti per materia e la costituzione di raccolte effettuati in più di un caso negli Archivi di conservazione per la ricerca storica, secondo correnti culturali sviluppatisi dal tardo Settecento fino alla metà del sec. XIX. L’archivista contemporaneista sa, dunque, che quando affronta il trattamento dei vari versamenti deve distinguere le ragioni istituzionali e burocratiche o gli eventi storici che possono incidere sulla configurazione del fondo dagli interventi determinati da mere esigenze pratiche o da fattori accidentali e transitori che caratterizzano il trasferimento parziale dei documenti relativi ad affari esauriti dall’ente produttore all’Archivio storico e sui quali, nel corso del riordinamento, si deve intervenire per restituire alle carte un ordine precedente. Così ad esempio il riuso delle carte di un ente da parte dello stesso o di altro ente per finalità analoghe o diverse può determinare l’inclusione di fascicoli già costituiti e classificati in una nuova serie con diversa classificazione ed è ovvio che in questo caso si rispetterà la nuova situazione. Una serie di fascicoli costituita secondo una numerazione progressiva di matricola richiede invece che tale ordine sia ripristinato se, di fatto, i fascicoli siano stati estratti, ai fini dei vari versamenti, dalla posizione originaria in concomitanza della data di cessazione dell’affare. Al contrario, l’organizzazione di serie con cadenze periodiche prevede a volte che il richiamo da parte dell’amministrazione di documenti precedenti classificati in anni o bienni o trienni anteriori vengano inclusi nell’ultimo fascicolo con cui si conclude l’affare (secondo l’espressione gergale che vede “camminare in avanti” i documenti): rimarrà un vuoto nella posizione originaria, ove spesso non risulta esplicitato il rinvio, e si ritroveranno quelle carte nella posizione finale, non sempre riclassificate. In altre tipologie di serie periodiche, invece, non vi è spostamento di documenti e l’esame di una pratica che duri a lungo richiede la visione di tutti i fascicoli costituiti nel tempo. Ovviamente le situazioni possibili sono molto più varie e spesso complicate dal disordine, ma anche in questo caso va verificato se si tratti di un disordine originario, cioè determinato dalla disorganizzazione dell’ufficio, che va evidenziata, o viceversa di un disordine accidentale e sopraggiunto sul quale invece si deve intervenire per ripristinare – nei limiti del possibile – l’ordine originario. La quantità sterminata di carte prodotte dalla società contemporanea può portare, quando ad esempio il disordine sopraggiunto si innesta su un archivio che fin dall’origi-


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ne mancava di una organizzazione razionale, alla costituzione di fondi sui quali l’intervento di riordinamento può presentare notevoli difficoltà, richiedendo inevitabilmente interventi di ordine logico e spesso descrizioni molto più dettagliate per rendere consultabili le incongrue unità archivistiche. Il riordinamento richiede inevitabilmente una mediazione intellettuale da parte dell’archivista che, però, deve comunque cercare di interpretare gli elementi strutturali che emergono dalle carte e non subordinare queste a schemi organizzativi astratti o, peggio ancora, elaborati nella prospettiva di precostituite modalità di ricerca1. Sebbene la chiave di riordinamento di un fondo vada ricercata nella struttura propria di quel fondo che viene determinata dall’ordine originario che un ente dà alle proprie carte e dalle eventuali vicende occorse a quelle carte nel corso del tempo, l’analisi comparata dei fondi diretta o attraverso guide e inventari evidenzia tuttavia, al di là della situazione concreta in cui si presentano ai posteri i fondi che si sono venuti configurando a seguito di varie vicissitudini, analogie nell’organizzazione degli archivi di enti che svolgevano funzioni simili, e non solo nell’ambito dello stesso ordinamento politico-istituzionale, determinate dagli usi burocratici del tempo e dalle stesse esigenze pratiche che, in ogni periodo storico, sono alla base della tenuta dell’archivio. In sede di ordinamento dunque si cerca di ricostruire l’organizzazione degli archivi correnti del passato e di individuare le tipologie dei documenti che dovevano essere redatti per l’esercizio di certe funzioni come punto di riferimento anche per una corretta interpretazione delle successive modifiche intervenute: così, ad esempio, l’assenza di alcune tipologie di documenti riscontrata in un fondo prodotto da un ente retto da una normativa comune ad altri enti, ci deve indurre a verificare se si tratta di dispersione o di trasferimento di quelle carte ad altro ente. L’ordinamento di un fondo archivistico implica, infatti, anche una interpretazione delle lacune accertate o presunte.

1   In questo senso, a mio avviso, può essere ricondotto quel richiamo alla specificità e unicità di ogni archivio che con troppa enfasi è stato teorizzato da Giorgio Cencetti. Di fatto è vero che, anche se l’organizzazione di un archivio risponde a criteri fissati in un preciso quadro di classificazione destinato a istituzioni rette da una normativa comune, l’applicazione in concreto dei criteri finisce sempre per assumere alcuni aspetti specificamente connessi con l’attività svolta da ogni singola istituzione e dalle modalità con cui questa ha gestito il suo archivio.


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La pratica del riordinamento mi affascinò immediatamente, anche se non era facile, presso l’Archivio centrale dello Stato verso la fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, discutere delle questioni teoriche che ne emergevano. Nonostante la sicura competenza archivistica di alcuni colleghi – penso soprattutto a Costanzo Casucci, che è stato il mio primo maestro, ma anche all’allora soprintendente, Leopoldo Sandri, e a Salvatore Carbone – e l’elevato livello culturale di tutti, prevaleva una punta di snobismo nei confronti della teoria archivistica e delle sue relazioni con la storia delle istituzioni a fronte di un più diffuso impegno orientato verso la storia politica (lo stesso Casucci, Renato Grispo, Elvira Gencarelli), la filosofia (Vittorio Stella), la storia dell’arte (Michele Pardo). L’incontro con Claudio Pavone e Piero D’Angiolini, quando mi cooptarono nella Redazione centrale della Guida generale degli Archivi di Stato italiani, fu per me fondamentale perché la Guida era sotto il profilo teorico e nella sperimentazione pratica l’ambito di lavoro per eccellenza in cui dovevano trovare una soluzione scientificamente valida proprio quei problemi legati al processo di formazione e sedimentazione delle fonti, all’identificazione dei fondi e alla loro descrizione. L’incrocio non necessariamente coincidente delle periodizzazioni storiche rispetto a quelle delle istituzioni, a loro volta spesso diverse da quelle dell’organizzazione dei loro archivi veniva così esteso a tutto il patrimonio archivistico nazionale e quindi alle molteplici forme di governo degli Stati che nel corso dei secoli hanno caratterizzato la storia della penisola e alla loro evoluzione fino all’unificazione italiana. Nelle frequenti riunioni redazionali si discuteva, anche animatamente, su questi argomenti, ma le considerazioni non erano mai puramente astratte, bensì saldamente ancorate ai casi concreti che andavamo esaminando in maniera comparata. Così, ad esempio, la presenza di fondi pervenuti in ordine o correttamente riordinati offriva la possibilità di comprendere meglio le situazioni di fondi relativi allo stesso tipo di ente che avevano invece subito rimaneggiamenti più o meno rilevanti o si trovavano in stato di disordine. L’obiettivo di Pavone e D’Angiolini non era quello di elaborare teorie archivistiche, ma quello di far emergere dai complessi documentari – che nei precedenti tentativi di descrizione a livello nazionale risultavano denominati senza alcuna possibilità di confronto – le istituzioni effettivamente rappresentate nelle carte, sulla base della convinzione che nell’ambito dei vari ordinamenti politico-amministrativi dovessero trovarsi carte prodotte dalle istituzioni che vi operavano, come ben si evinceva dalla Guida-


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inventario di Lucca del Bongi o dalla Guida dell’Archivio di Stato di Venezia del Da Mosto o da altri casi, anche se di minor prestigio. Per rendere possibile l’analisi comparata delle fonti nei vari periodi storici era fondamentale evidenziare i soggetti istituzionali di cui effettivamente si conservano carte e assumerli, di massima, come denominazione dei fondi: di qui l’importanza di ricondurre i vari versamenti all’effettivo soggetto produttore o – a seconda delle situazioni – all’ultimo o al più rappresentato nelle carte con indicazione nella nota storico-istituzionale, solo in qualche caso in quella archivistica, delle istituzioni che in precedenza avevano svolto le stesse funzioni, se le carte erano state descritte sotto il nome dell’ultimo titolare (o di quello più rappresentato nelle carte), notizia recuperabile dai previsti indici generali o evidenziata in forma di esplicito rinvio. In quel contesto ho sentito spesso citare Filippo Valenti, di cui solo successivamente ho cominciato a leggere gli scritti. Valenti, infatti, legato da un rapporto di stima e di amicizia con Claudio Pavone, era stato per lo stesso Pavone e per Piero D’Angiolini l’interlocutore più attento e rigoroso nel triennio di studio e di confronto con altri archivisti che, dal 1966 al 1969, aveva preceduto l’emanazione della circolare con cui l’allora Ufficio studi e pubblicazioni chiedeva a tutti gli Istituti di avviare il censimento dei fondi conservati e l’elaborazione del testo delle rispettive voci per la Guida generale. Si può facilmente immaginare la mia trepidazione quando – avendo io esaminato il testo della voce “Modena”, curata da Filippo Valenti, e formulato alcune osservazioni, nate essenzialmente da esigenze di normalizzazione derivanti dall’esame comparato delle voci – fui mandata da Pavone a Modena per discutere le osservazioni redazionali con il curatore della voce. Era evidentemente una prova di fiducia nei miei confronti da parte di Pavone, ma questo non riduceva l’ansia di dover affrontare un collega così autorevole. L’incontro andò bene, in quanto Valenti considerò con attenzione le osservazioni, condividendo alcune modifiche e spiegandomi le ragioni per cui in qualche caso non era invece opportuno intervenire. Per me fu importante percepire che lo scambio di idee con un archivista così attento agli aspetti teorici della disciplina avveniva sulla stessa lunghezza d’onda e quindi risultava semplice e spontaneo intendersi immediatamente. All’epoca conoscevo di Valenti solo il manuale di diplomatica e anche quando ho cominciato a pormi in termini urgenti l’esigenza di esplicitare a me stessa il fondamento teorico sotteso alla pratica quotidiana del lavoro anche al fine di enucleare dei criteri di massima, non partivo dalla bibliografia sul tema, ma – secondo una mia abi-


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tudine – cercavo di elaborare le mie riflessioni esclusivamente sulla base dell’esperienza diretta, affidandomi solo dopo aver messo a fuoco le questioni al confronto con quanto pensato e scritto da altri. In seguito mi è capitato spesso di leggere e rileggere i saggi di Valenti, specie quando sceglievo le letture per i miei studenti. E, nello scrivere, mi sono accorta di avere inconsapevolmente mutuato alcuni concetti ed espressioni che, in maniera esemplare, configurano alcuni nodi problematici dell’archivistica: si pensi ad esempio al termine “struttura” e alla complessità con cui lo usa Valenti, che a sua volta lo confronta con la Brennekiana “tettonica”, rispetto ad alcune attuali semplicistiche risoluzioni in meri termini di livelli di descrizione emerse sotto la spinta di un uso sostanzialmente elementare dell’informatica, senza fare tesoro di quanto l’archivistica italiana è venuta elaborando in termini di teoria e di realizzazioni concrete. Le riflessioni sull’archivio “thesaurus” e l’archivio “sedimento”, che in qualche misura si collegano al criterio del “contenuto” e a quello della “provenienza” pure enunciati dal Brenneke e offrono una chiave di interpretazione nell’analisi dei fondi archivistici che può estendersi alle fonti di qualsiasi epoca. Le molteplici situazioni che si identificano con la parola “fondo”, individuate da Valenti, che evidenziano la difficoltà di fornirne una definizione adeguata e, al tempo stesso, forniscono una precisa indicazione metodologica. Archivio/fondo e versamenti Se Cencetti ha rappresentato con autorevolezza le questioni connesse soprattutto all’origine dell’archivio di un ente, Valenti ha condotto una fondamentale riflessione sul processo che, quale ne sia stata l’origine, porta alla configurazione del fondo nelle forme in cui è approdato a un Archivio di conservazione e, soprattutto, mette in evidenza – partendo dall’analisi dell’Archivistica del Brenneke – la possibilità di individuare delle analogie «e quindi di introdurre un minimo di ordine classificatorio pur entro l’infinita varietà dei singoli fatti concreti con cui ha a che fare o, se questo risulti impossibile, di configurare quanto meno una fenomenologia»2. 2   F. Valenti, A proposito della traduzione italiana dell’Archivistica del Brenneke, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXIII (1973), pp. 77-104, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplo-


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Studiando in maniera comparata i saggi di Valenti e i pochi, ma fondamentali scritti archivistici di Pavone, si enucleano i termini concettuali in cui vanno collocati il riordinamento e la configurazione dei fondi. La felice espressione usata da Pavone per l’ordinamento “sulla carta” e non “sulle carte” apre una questione fondamentale che innova radicalmente l’approccio all’individuazione e descrizione dei fondi archivistici e che è alla base dell’impostazione metodologica della Guida generale. Paradossalmente, ora che con l’applicazione dell’informatica agli strumenti di ricerca, l’intuizione pavoniana acquista nuove possibilità di realizzazioni pratiche rispetto alla redazione di guide e inventari dattiloscritti o a stampa, si assiste in non pochi progetti di automazione a un appiattimento concettuale che, assumendo acriticamente l’opportunità di fornire in files distinti le notizie storico-istituzionali rispetto alle descrizioni dei fondi (distinzione peraltro introdotta con i “Repertori delle magistrature uniformi” utilizzati per la Guida generale e solo successivamente elaborata in forma di standard internazionale), si risolve, per non pochi archivisti, in un rinnovato «quieta non movere»: si procede cioè alla piatta segnalazione dei “complessi documentari” nello stato in cui di fatto si trovano, acriticamente assunti a manifestazioni di una fenomenologia dei fondi, ignorando o relegando in secondo piano l’esigenza di partire sempre da una concreta analisi dei singoli versamenti per individuare le corrette provenienze e risistemarli nell’ambito dei rispettivi archivi di provenienza, o fondi di appartenenza, individuati ai fini di un organico riordinamento o, già in sede di descrizione dei fondi in una Guida, per progettarlo almeno “sulla carta”. La parola “fondo”, proprio perché non specifica come la parola “archivio” viene prudenzialmente usata quando si parla in generale dei complessi documentari conservati negli Archivi storici, qualunque ne sia la rispettiva configurazione. In senso più tecnico, usiamo il termine “archivio” – o come dice Valenti, “archivio in senso proprio” – per indicare l’insieme dei documenti pervenuti in uno o più versamenti, sicuramente riferibili a una determinata magistratura. Usiamo invece “fondo” per indicare un insieme di documenti, aggregati in nuclei più o meno organici e variamente o artificiosamente riaccorpati che non corrispondono all’archivio di un’unica magistratura, ma includono per varie ragioni storico-amministrative o burocratiche e archivistiche documenti matica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. 6.


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di diversa provenienza, a volte inestricabilmente connessi e che, tuttavia, presentano un carattere di unitarietà che ne fa dei “fondi autonomi” da considerare di pari grado rispetto agli archivi in senso proprio. In questi casi il fondo viene denominato, di massima, con il nome dell’ultimo ente o di quello più rappresentato o di quello istituzionalmente collettore di carte diverse, salvo i casi di archivi ordinati per materia, di miscellanee e raccolte che hanno denominazioni particolari. Si vedano in proposito le varie ipotesi elencate da Valenti che costituiscono l’avvio di una riflessione tendente ad evidenziare dall’analisi di situazioni concrete degli eventuali caratteri ricorrenti per delineare delle tipologie3. Distinto dai concetti di “archivio” e “fondo” è il “versamento” che indica l’insieme dei documenti relativi a pratiche esaurite che un ente versa a una certa data all’Archivio di conservazione. Ovviamente, ove l’ente duri nel tempo procederà a trasferire altre parti di documentazione in vari versamenti che possono includere anche serie o parti di serie prodotte da enti che hanno operato in precedenza. Ai fini della gestione delle nuove acquisizioni il versamento si registra con il nome dell’ufficio versante (presso cui opera la relativa Commissione di sorveglianza), con la data del versamento, con le date estreme e la consistenza delle carte versate; si indicherà altresì l’elenco di versamento e la collocazione nei depositi. Già in questa sede si cerca di verificare quale sia l’ente (o eventualmente gli enti) rappresentato nelle carte se non coincide con l’ufficio versante e di fornire qualche indicazione sulle serie. Ai fini della consultazione i nuovi versamenti vanno inseriti nel contesto della Guida ai fondi che ogni Istituto utilizza in sala di studio, in forma cartacea o elettronica. Ciò presuppone una analisi comparata con altri precedenti versamenti dello stesso ente versante e degli enti effettivamente rappresentati nelle carte per comprendere come le nuove serie o parti di serie vadano a intercalarsi o a congiungersi con la documentazione precedentemente versata relativa a un archivio in senso proprio o anche a un fondo autonomo. Ovviamente vanno riportati i codici di riferimento degli strumenti di ricerca e la collocazione dei depositi, che possono coincidere con le informazioni date in sede di registrazione dei versamenti o possono essere nel frattempo mutate, proprio a seguito del primo trattamento eseguito sulle carte. Quando si sia proceduto alla fusione della docu3   F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, Appunti di lezioni, curati da G. Fabbrici, rivisti dall’autore, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 218-224.


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mentazione per ricostituire l’archivio originario, i versamenti scompaiono: se ne può dar conto, quando sia significativo, nella nota introduttiva e, comunque, se ne lascia traccia nelle schede di gestione dei versamenti e negli elenchi di versamento che debbono comunque essere conservati. Prima del riordinamento effettivo o sulla carta, i versamenti possono mantenere una autonomia provvisoria, nell’ambito del rispettivo archivio o fondo di appartenenza, ma come elemento di descrizione subordinato ancorché diverso dalle serie o dai raggruppamenti di serie; ove il versamento comprenda carte di due o più enti diversi, si cerca di ricondurre le parti effettive di documentazione ai vari enti, anche se ognuna includerà il riferimento allo stesso elenco di versamento e alla collocazione nei depositi. Vi sono casi in cui un versamento corrisponde invece a tutta la documentazione di un ente e quindi coincide con l’archivio di quell’ente o costituisce tutto quello che resta di un fondo autonomo, costituendo quindi un’entità di primo livello: ma in questo caso non parliamo più di versamento bensì di archivio o fondo. Dall’esame dei versamenti possono emergere serie e archivi costituiti empiricamente per situazioni determinate dalla prassi, anche ove manchino o siano successivi i provvedimenti istitutivi: l’Ufficio centrale per gli Archivi di Stato che operò dal 1931 al 1963 è attestato dall’esistenza della documentazione versata, ma non risulta un provvedimento istitutivo; l’Ufficio rapporti con la Germania – nell’ambito della Direzione generale della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno – comincia a operare nel 1936 ma viene formalizzato nel 1939; per i due uffici dell’internamento istituiti nel corso della seconda guerra mondiale si è potuto ricostruire l’archivio attraverso l’analisi di numerosi versamenti in cui risultavano di fatto stralciate sistematicamente dalle serie originarie le categorie di documenti relativi all’internamento, peraltro a loro volta pervenute in vari versamenti; la data 1930 con cui inizia la serie “Ebrei stranieri” non si riferisce ovviamente alla legislazione razziale, mentre indica che, a seguito della normativa sugli ebrei stranieri, parve opportuno stralciare, a partire da quella data, dalla serie “Stranieri”, i fascicoli degli ebrei costituendo una nuova serie per meglio corrispondere agli obblighi imposti dalle norme. L’analisi dei versamenti, dunque, aiuta anche nella ricostruzione dell’attività istituzionale e comunque fa emergere le linee interpretative tra le varie possibili soluzioni da adottare nella ricostruzione dell’archivio proprio o di un fondo: quando non può operarsi la separazione della documentazione in corrispondenza della


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modifica, non già soltanto di denominazione, ma per il passaggio di una competenza che ha comportato anche un nuovo trattamento di documentazione di altro ente, può bastare una voce di rinvio dal vecchio ente al nuovo: il rinvio è essenziale, come informazione allo studioso, soprattutto quando troviamo carte coeve di una stessa serie in due uffici diversi, perché una parte è stata considerata dall’ufficio subentrato essenziale per il trattamento degli affari, con conseguente riutilizzazione. Anche questa situazione archivistico-istituzionale, nei casi in cui deve essere rispettata, può derivare dalla corretta risistemazione di carte pervenute in quattro, cinque o più versamenti diversi, effettuati da uffici con denominazioni diverse, a seconda del nome assunto dall’ufficio versante o dagli enti titolari della funzione, nel corso del tempo. Invece di far emergere con certezza l’ente produttore dall’esame della documentazione pervenuta in vari versamenti, cercando di identificarne in concreto serie, date e consistenze, cosa possibile molto più frequentemente di quanto non si pensi anche da una attenta lettura degli strumenti di ricerca esistenti o dagli elenchi di versamento e da mirati sondaggi sulle carte, alcuni oggi preferiscono rinunciare all’analisi approfondita dei versamenti finalizzata alla ricostituzione dell’archivio di provenienza, affidando astrattamente alle notizie storico-istituzionali l’identificazione delle magistrature con rinvii non necessariamente controllati ai cosiddetti “complessi documentari” spesso denominati senza distinguere l’ufficio versante da quello rappresentato nelle carte e senza alcun rispetto delle cesure storico-istituzionali. Al di là della inevitabile “vischiosità” delle carte che, nei fatti, può non consentire una separazione netta tra un ente e quello successivo, tra un ufficio interno e il successivo, non ha senso considerare come un “unicum” un governo pontificio e una pretura, anche se di fatto non si sia proceduto ad enucleare le rispettive carte come fondi distinti da un unico “complesso documentario”: è comunque evidente che citando in un saggio storico le carte del governo pontificio, non possiamo segnalare il fondo come “Pretura, 1570-1927” né, tanto meno, potremmo ritenere un progresso l’indicazione dei vari “complessi documentari” con sigle alfanumeriche come avviene negli Stati uniti o in Gran Bretagna, paesi che non si annoverano certamente tra quelli più attenti al riordinamento delle fonti4. 4   Si veda ad esempio, nella ricerca sulle stragi nazi-fasciste in Toscana, l’indice dei fondi conservati presso l’Archivio centrale dello Stato con quello dei fondi conservati presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, il Public Record Office di Londra e l’Archivio


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È logico e opportuno il trattamento distinto delle notizie storico-istituzionali, delle notizie archivistiche, che possono includere la tradizione del fondo, e della descrizione dei fondi reso oggi possibile dall’uso dell’informatica, al fine di creare un sistema informativo complesso e articolato, ma da ciò non può derivare uno spostamento di focalizzazione sulla rilevanza delle note storico-istituzionali rispetto all’effettivo trattamento delle carte che, comunque, costituisce il nodo centrale del lavoro dell’archivista. Di qui l’importanza di tenere rigorosamente distinti il concetto di archivio/fondo dal concetto di versamento e di assumere per la descrizione della documentazione il concetto di archivio/fondo articolato in serie o raggruppamenti di serie e sottoserie o quant’altro, ricostituite dalla fusione o dallo smembramento dei vari versamenti. La lettura sequenziale, nell’ambito delle varie partizioni ricostituite, accresce la leggibilità e la comprensione delle fonti ed è questo l’obiettivo cui deve tendere l’archivista. Fondo e soggetti produttori La soluzione semplicistica di utilizzare l’espressione “complesso documentario” o altra eventuale generica definizione per non affrontare in concreto la distinzione tra archivio/fondo e versamento sembra offrire agli archivisti soluzioni più facili, mentre non risolvendo una confusione concettuale di base accentua, di fatto, le possibilità di fornire al ricercatore informazioni non controllate e creargli maggiori incertezze. Lo studio delle vicende occorse alle carte successivamente alla fase della loro produzione e del loro primo uso amministrativo – come Valenti metteva chiaramente in evidenza nel citato saggio sulla traduzione dell’”Archivistica” del Brenneke – le vicende cioè che hanno contribuito a configurare il fondo in una certa maniera quando si sono creati di fatto intrecci inestricabili tra le carte di enti diversi, consente di identificare carte prodotte da enti di cui non abbiamo altra traccia o che invece possono consentire un utile rinvio ad altro fondo, ricostruire l’evoluzione di certe funzioni indipendentemente dagli uffici che vi presiedevano, evidenziare un ruolo convergente di istituzioni diverse su certi affanazionale di Washington, Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945, 2. Guida alle fonti archivistiche. Gli archivi italiani e alleati, a cura di R. Absalom - P. Carucci - A. Franceschini - J. Lambertz F. Nudi - S. Slaviero, Roma 2004, pp. 9-11.


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ri, cogliere l’importanza conferita a certi documenti del passato dagli enti che li hanno ereditati e risistemati per il perseguimento di nuovi scopi o altro. Ma anche questa indagine fondamentale sulle vicende delle carte, che consente in ogni caso di mettere a confronto lo scarto tra le disposizioni che regolano le funzioni e la prassi burocratico-amministrativa, di cui l’organizzazione dell’archivio è parte essenziale, non va intesa come ulteriore informazione avulsa dall’ordinamento delle carte: è frutto di una ricostruzione dinamica che si effettua nel corso dell’analisi di un fondo quando le carte non siano riconducibili all’attività di un solo ente e, al tempo stesso, è punto di riferimento proprio per l’ordinamento, intendendo ordinamento non in termini rigorosamente cencettiani di ripristino di un proprio specifico ordine originario talora impossibile, ma inteso come ricerca di una relazione logica sottesa alle sequenze e alle aggregazioni comunque individuate. E la voce “Modena” per la Guida generale ben evidenzia, anche in considerazione della tipologia dei fondi prodotti nell’ambito di uno Stato signorile – come dice lo stesso Valenti – «una certa utilità del tentativo di concepire la presentazione dei singoli fondi in termini non solo di storia delle relative magistrature, quando pure di magistrature si trattava, ma anche di storia archivistica dei fondi medesimi in quanto concrezioni formali di un certo tipo»5. Cercare di individuare, ove possibile in maniera puntuale, enti produttori dei documenti, o dei fascicoli se ci si riferisce ad epoche più recenti, quando si tratti di documentazione confluita per le più varie ragioni in fondi diversi è comunque importante ai fini della storia comparata delle istituzioni, ma anche della ricerca storica. Il ricercatore, salvo casi particolari, si interessa relativamente delle vicende occorse alle carte – il cui studio costituisce invece una parte qualificante e sicuramente specifica dell’archivistica intesa come disciplina autonoma – mentre ha bisogno di consultare i documenti necessari alle sue indagini e, naturalmente, preferisce trovare, quando risulti utile e possibile, riferimenti puntuali e non una mera segnalazione di massima. È evidente che, soprattutto quando ci si trovi di fronte a fondi artificiosamente costituiti, non sono pochi i casi in cui risulti arbitrario il tentativo di operare anche solo “sulla carta” l’attribuzione dei documenti di un determinato fondo ad enti diversi o per i quali tale sforzo possa rivelarsi comunque inadeguato perché consen5   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV (1975), pp. 161-197, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 45-81.


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te solo l’identificazione certa di una quantità troppo bassa di documenti: risulta tuttavia di sicuro interesse archivistico l’obiettivo di identificare almeno i soggetti produttori in fondi riordinati per materia, come a suo tempo è stato fatto da Rosario Alfio Natale – tenendo conto di studi e ricerche precedenti – per il fondo “Atti di governo” presso l’Archivio di Stato di Milano, o il tentativo più specifico promosso da Elio Lodolini per identificare puntualmente “sulla carta”, analizzando i documenti, gli enti produttori per alcune categorie dell’Archivio camerale, presso l’Archivio di Stato di Roma, che ha messo in evidenza come sia possibile arrivare a un risultato certo solo per una parte della documentazione. In questo tipo di indagini l’archivista si affida soprattutto all’analisi diplomatica dei documenti per coglierne dagli elementi intrinseci ed estrinseci tutte quelle informazioni utili a ricondurli a un determinato soggetto produttore o a un determinato procedimento, tenendo ben presente la distinzione tra documenti che appartenevano all’archivio di un soggetto produttore e quelli trasmessi da questo ad altro soggetto istituzionale e quindi appartenenti all’archivio di quel soggetto. Ai fini della ricerca storica può anche essere utile trovare documenti di un soggetto produttore spediti o ricevuti e pertanto inclusi, a diverso titolo, in fondi diversi senza una specifica attenzione alla posizione archivistica, come ben si evince dagli indici della Guida agli archivi della Resistenza6, in cui la peculiarità di alcuni fondi e la conseguente difficoltà di denominarli in maniera archivisticamente corretta rende utile qualsiasi evidenziazione di autore o destinatario dei documenti. Nessuno, credo, ritiene inutile l’opera promossa da Riccardo Filangieri per ricostruire gli archivi angioini, distrutti per cause belliche nel 1943, attraverso lo spoglio delle fonti coeve presenti nell’Archivio di Stato di Napoli. Così come penso che la ricerca si giovi notevolmente del lavoro sistematico di riordinamenti e inventari, ancorché parziali in vista di future possibili riaggregazioni, che si sta portando avanti presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, per i secc. XIX e XX, preceduto da una ricognizione a tappeto eseguita in vista dell’elaborazione di una Guida7, impo  Guida agli archivi della Resistenza, a cura della Commissione Archivi-Biblioteca dell’Isticoordinamento di G. Grassi, Roma 1983 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Strumenti, IC). 7   La guida, elaborata da Alessandro Gionfrida, verrà pubblicata dall’Amministrazione degli Archivi di Stato. I lavori di ordinamento e inventariazione, seguiti dallo stesso Gionfrida, si svolgono sotto la direzione scientifica di E. Lodolini e di chi scrive. 6

tuto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia,


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stata secondo i criteri della Guida generale e che pertanto ha privilegiato l’identificazione delle istituzioni con l’individuazione – la più puntuale possibile – delle rispettive carte conservate di massima in fondi che si presentano più o meno come miscellanee e raccolte. L’ordinamento in funzione della ricostituzione di archivi e fondi Credo che oggi risulti più chiaro in che termini vada interpretato il concetto, tuttora fondamentale, di “vincolo archivistico” elaborato da Giorgio Cencetti, cioè di relazione necessaria tra le carte prodotte da un determinato ente, essendo stati evidenziati proprio da Valenti, con toni forse troppo severi ancorché giustificati dall’immobilità intellettuale e operativa che si andava determinando per una applicazione acritica delle considerazioni cencettiane, i limiti di una teorica presunzione di rispecchiamento dell’ente nel suo archivio e quindi nell’esasperazione del “dogma della ‘concretezza’ e dell’’individualità’ per cui, ciascun archivio o fondo presentando un suo proprio irripetibile ordinamento (a parte eventuali e trascurabili analogie), risulterebbe inattuabile e addirittura scorretto ogni tentativo di tesaurizzare la propria e l’altrui esperienza mediante enucleazione di classificazioni o tipologie di sorta”8. Valenti ricorda la breve nota di Pavone con cui si confutava la teoria del rispecchiamento e si tendeva a mettere in crisi l’efficacia stessa del “metodo storico”, il quale, identificando troppo pretenziosamente e semplicisticamente la struttura degli archivi con la storia delle istituzioni, rischia di trascurarne il valore eminentemente formale e strutturale9. Valenti ritiene invece che la critica mossa da Pavone apra nuovi orizzonti per la disciplina, presumibilmente fecondi, di ricerca e di studio. «Una volta posto infatti tra archivio e istituzione questo rapporto mediato e articolato, l’archivistica assume una propria autonomia appunto formale, la cui fisionomia non soltanto dovrà essere individuata caso per caso, ma potrà essere rapportata a parametri generali, quanto meno nella misura in cui […] le modalità di organizzazione della propria memoria da parte degli istituti produttori si sono venute sistematicamente trasformando nel corso dei secoli. L’enucleazione di tali parametri – in funzione dei quali, tra l’altro, verrà qualificandosi di volta in   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 72.   Ibid., p. 73.

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volta il tanto decantato vincolo archivistico – può dunque costituire un preciso contenuto per una nuova archivistica teorica di carattere generale»10. È indubbio che il nodo essenziale dell’archivistica riguardi il processo di formazione degli archivi e la dinamica delle trasformazioni subite dalle carte di un ente nel corso del tempo fino all’approdo in un Istituto di conservazione, ove peraltro quelle carte subiscono ulteriori trattamenti di riordinamento e inventariazione per renderle consultabili ai fini della ricerca. O meglio, dal momento che l’archivista deve ripercorrere a ritroso questo percorso, il nodo essenziale dell’archivistica è l’analisi della documentazione nella configurazione in cui si presenta quando perviene all’Archivio storico per ricostruire il processo di sedimentazione delle carte nel corso del tempo fino a risalire – se possibile – a come era organizzato l’archivio dell’ente produttore, o gli archivi di vari enti produttori identificati, all’epoca in cui i documenti sono stati prodotti. Il riuso per fini amministrativi della stessa documentazione e le dinamiche che hanno determinato certe forme di aggregazioni o disaggregazioni richiedono diversi momenti di contestualizzazione rispetto alla fase originaria di produzione dei documenti. La fase originaria di produzione mantiene, però, un’importanza essenziale, anche quando risulti impossibile o addirittura scorretto ricostruirne l’ordine, perché, in ogni caso, è fondamentale sapere chi ha prodotto il documento al fine di permetterne lo studio e l’uso critico in rapporto alla sua data. Il riuso dei documenti in epoca successiva alla data di produzione ci attesta il valore che veniva conferito a quel documento dall’ente che lo possiede, ma non necessariamente ci informa dell’uso originario che può invece interessare la ricerca su quel periodo storico. Le osservazioni che precedono acquistano senso se si traducono in criteri orientativi, se non addirittura metodologici, per l’attività di riordinamento dei fondi che costituisce, comunque, l’attività prioritaria degli archivisti. In sede di ordinamento, la prima operazione è quella di verificare se il complesso documentario su cui vado ad operare sia un fondo archivistico o un versamento e, in questa seconda ipotesi, se presso l’Istituto esistono altri versamenti da valutare in maniera comparata per procedere alle necessarie fusioni; la schedatura sintetica delle unità archivistiche mira a identificare il titolare dell’archivio da ricostruire e ad evidenziarne gli elementi strutturali, attraverso le segnature archivi  Ibidem.

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stiche coeve o successive, la datazione dei documenti, l’analisi dei mittenti e dei destinatari, degli originali ricevuti e delle minute conservate, degli autori degli atti formali unilaterali o plurilaterali, della tipologia degli atti e della natura delle attribuzioni, di note e appunti interni, ovvero tutti quei mezzi consolidatisi nella prassi dell’applicazione, ancorché non univocamente interpretata, del metodo storico. Se individuiamo diversi soggetti produttori ma non riusciamo a collegarvi puntualmente serie o nuclei di documenti, individueremo comunque un’analogia di funzioni o l’affinità dell’oggetto che costituisce elemento raggruppante: dobbiamo sempre cercare il nesso logico, che richiede valutazioni diverse di fronte ad aggregazioni apparentemente estrinseche rispetto al vincolo che collega i documenti al momento della loro formazione, ma eventualmente rispondenti a un nuovo vincolo archivistico istituito dall’ente che, a vario titolo, ha acquisito quei documenti. La periodizzazione storica Pavone e D’Angiolini in un saggio del 1972, ripreso in toni ancora più sfumati nell’Introduzione alla Guida generale, dichiarano di non entrare nel merito della definizione di “fondo” e “serie”, misura prudenziale che rifletteva la consapevolezza della complessità delle situazioni ed evitava di orientare sul terreno delle discussioni preventive l’impegno di procedere ad una presentazione del patrimonio archivistico secondo criteri organici e sistematici basati, tuttavia, sull’individuazione di un livello base di descrizione assunto come fondo archivistico e – ove possibile – denominato con il nome dell’ente produttore, (in alcuni casi si tratterà in effetti dell’ultimo ente produttore o di quello più rappresentato nelle carte), prescindendo dallo stato dei versamenti, e nell’ambito di una rigorosa periodizzazione storica: «La guida, cioè, deve ispirarsi nelle grandi linee a quel ‘metodo storico’ che, pur nella varietà delle interpretazioni e degli adattamenti, è ormai accettato come canone fondamentale dall’archivistica italiana»11. 11  C. Pavone - P. D’Angiolini, La Guida generale degli Archivi di Stato: un’esperienza in corso, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXII (1972), pp. 285-305, ora in Intorno agli archivi e alle istituzioni. Scritti di Claudio Pavone, a cura di I. Zanni Rosiello, Roma 2004 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 84), pp. 104-105.


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Nel rispetto di una configurazione formale e strutturale di fondi in cui si ravvisano intrecci talora inestricabili di carte prodotte da enti diversi, almeno per una parte dei fondi di antico regime, ma anche nella evidente consapevolezza che non si può conferire autonomia di “fondo archivistico” ai vari versamenti, Pavone e D’Angiolini pongono sul terreno anche un’altra questione fondamentale: rispetto alla Storia e ad alcuni momenti fortemente caratterizzanti è giustificato far prevalere una presunta continuità del “fondo archivistico”, peraltro spesso molto più estrinseca che sostanziale? Evidentemente no, ove non si voglia spingere l’autonomia dell’archivistica teorica al di fuori di ogni collegamento con la storia politica che incide profondamente sulla storia effettiva delle istituzioni. Alcune trasformazioni politico-istituzionali toccano tutti gli elementi che individuano uno Stato – territorio, popolazione, sovranità –, l’organizzazione burocratica e territoriale degli uffici e il sistema delle norme che regolano la vita di uno Stato, rompendo nelle linee essenziali una continuità che pur spesso si può riscontrare nel permanere degli stessi funzionari, nella prassi di registrazione e di archiviazione degli atti o nel linguaggio burocratico (ma non nelle intestazioni dei documenti, nelle formule che introducono testi legislativi, provvedimenti amministrativi e sentenze o nel testo). La continuità nella prassi dell’organizzazione dell’archivio corrente è sicuramente un elemento da considerare se si studia il tema della continuità dello Stato, quanto meno perché attesta come il cambiamento veniva percepito dalla burocrazia, ma non può considerarsi elemento dominante rispetto ad alcune vicende fondamentali dello Stato, tanto più che un’analisi attenta dei versamenti consente, ancor prima di procedere a un riordinamento effettivo delle carte o “sulla carta” di comprendere come vadano disaggregate e riaggregate le unità archivistiche per ricostituire le sequenze riconducibili agli archivi di provenienza e individuare i momenti essenziali per le cesure. I versamenti dei secoli XIX e XX includono spesso documenti dei decenni o anche dei secoli anteriori e, pertanto, presentano spesso documenti di enti diversi, talora coevi, spesso di enti che si sono succeduti nel tempo nell’esercizio di funzioni analoghe. Possiamo trovare nei versamenti parti di serie documentarie che ben si incastrano cronologicamente con quelle di altri versamenti o viceversa presentano sovrapposizioni di date che possono risultare apparenti, in quanto derivano dall’estrazione parziale dei fascicoli dalla sequenza originaria in corrispondenza con la conclusione degli affari e, dunque, ben si incastra-


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no ugualmente con le parti versate in precedenza. L’analisi comparata dei versamenti eseguiti da un determinato ufficio versante può rivelare che quell’ufficio è anche il titolare delle carte versate o invece può risultare che titolare delle carte sia altro ente o più enti per un semplice cambio di denominazione o invece per una effettiva riorganizzazione delle attribuzioni: questa è l’operazione preliminare che l’archivista deve compiere, tenendo come punto di riferimento l’evoluzione istituzionale dei soggetti produttori e la loro appartenenza a Stati preunitari diversi o allo Stato italiano. Dall’analisi dei versamenti emerge sempre la prioritaria e certa esigenza dell’ufficio versante di trasferire all’Archivio storico nuclei della documentazione pregressa per far posto alla documentazione più recente e questo fornisce all’archivista la consapevolezza di poter intervenire sui vari versamenti separando, ove opportuno, nuclei di documentazione o accorpandoli ad altri pervenuti con altri versamenti in modo tale da identificare e ricostituire materialmente o anche solo “sulla carta”, archivi in senso proprio e fondi archivistici. Se tre versamenti della Prefettura di una città che apparteneva allo Stato pontificio hanno come estremi cronologici: 1810-1926, 1832-1898, 1870-1940 non ci troviamo di fronte a tre fondi archivistici – denominati Prefettura o non si sa come – di cui il primo si riferisce alla Prefettura di dipartimento del Regno d’Italia o – a seconda del territorio – dell’Impero francese, alla Legazione apostolica dello Stato pontificio e alla Prefettura italiana; il secondo alla Legazione apostolica e alla Prefettura; il terzo solo alla Prefettura. Ci troviamo invece di fronte a tre versamenti della Prefettura che vanno riordinati riconducendo le carte a tre archivi chiaramente identificabili, quello della Prefettura di dipartimento, quello della Legazione apostolica e quello della Prefettura italiana. Se le carte di un Governo pontificio pervengono all’Archivio di Stato in due versamenti, uno per la parte giudiziaria effettuato dalla Pretura e uno per la parte amministrativa effettuato da una Sottoprefettura o come deposito di un Comune, si procede alla ricomposizione fisica dell’archivio del Governo, salvo le inevitabili vischiosità, o, se questo non risulti possibile, a una ricomposizione virtuale ma puntuale, dando notizia nell’introduzione dell’inventario o nella descrizione del fondo in una guida del diverso percorso delle carte. La ricostruzione virtuale, ai fini della redazione degli strumenti di ricerca, è inevitabile se i due versamenti si trovano in sedi diverse. Non si tratta di questioni marginali sotto il profilo dell’impostazione teorica per la realizzazione di guide particolari o generali, per il riordinamento dei


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fondi e per la redazione degli strumenti di ricerca. Sul piano della ricerca, questa impostazione comporta una descrizione dei fondi archivistici tale da renderli comprensibili agli studiosi immediatamente, tenendo conto che il ricercatore consulta ripetutamente, e spesso esclusivamente, la Guida sintetica dei fondi e, pertanto, è necessario che questa si configuri come un autonomo strumento di ricerca, rispetto al sistema informativo nel suo complesso, ma coerente a questo per quanto attiene alla denominazione dei fondi. Con gli uffici dei secoli XIX e XX, specie a livello di organi centrali, che essendo sotto il profilo costituzionale organi complessi danno vita ad archivi complessi ovvero ad archivi costituiti da una pluralità di archivi, non ha senso rilevare – né per quanto riguarda la specifica nota storico-istituzionale né per quanto riguarda la descrizione delle serie – tutti i meri cambiamenti di denominazione a livello di Divisione che spesso sono irrilevanti rispetto alle funzioni, ma possono risultare come uffici versanti o titolari di nuclei parziali di documenti compresi in versamenti diversi: il nodo essenziale è lo studio della continuità delle funzioni con le relative sequenze delle carte rapportandola alle modifiche dell’organizzazione istituzionale individuate come rilevanti e, di conseguenza, procedere alla disaggregazione o all’accorpamento dei versamenti riconducendone le varie parti, a seconda dei casi, ai rispettivi soggetti produttori o all’ultimo – nell’ambito dello stesso Stato –, con rinvio dal precedente, se significativo e sicuramente accertato. Le semplici coincidenze di date non garantiscono affatto che nelle varie serie si trovino documenti di tutti gli uffici che, nel corso del tempo, hanno svolto quelle funzioni. I rinvii – semplici o corredati da nota storico-istituzionali e sempre se preceduti da effettiva verifica sulle carte – sono opportuni a livello di Ministero e, di massima, di Direzione generale, solo a volte anche a livello di Divisione, più raramente a livello di serie. Discorso analogo, sia pure con alcune caratteristiche un po’ diverse, vale anche per la ricostruzione degli archivi degli uffici periferici dello Stato. Ove però non si sia proceduto alla corretta ricostituzione di archivi e fondi, nel senso prima rappresentato, ma si conferisca a ciascun versamento autonomia di fondo – in alcuni casi si arriva a oltre trenta versamenti da parte di un ente –, la situazione risulta incomprensibile, come ben si evince confrontando da un lato le schede relative alla gestione dei versamenti, le relative descrizioni, frutto già di un primo trattamento, inviate alla «Rassegna degli Archivi di Sta-


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to» per la rubrica Versamenti, depositi e doni e alcune guide di sala in cui si registrano senza alcuna mediazione intellettuale le carte per versamento, o comunque con denominazioni non controllate, dall’altro con l’elenco delle istituzioni, quale risulta dai Calendari del Regno o dalla Guida Monaci, ovvero ancor prima di procedere alla ricerca dei provvedimenti di legge o regolamentari e delle disposizioni di carattere interno. L’erroneità di considerare i versamenti come “complessi documentari” autonomi e non come parti di uno o più fondi si evidenzia, con inevitabile perplessità del ricercatore e irritazione dell’archivista competente, quando un archivista sprovveduto abbia riordinato e descritto, anche in maniera corretta, le parti di serie prodotte da un ente e pervenute con un determinato versamento senza accorgersi che altra documentazione che andava intercalata con quelle parti inventariate e descritte si trova in altri versamenti denominati con l’intestazione di uffici diversi, perché in sede di acquisizione dei nuovi versamenti nessuno si è preoccupato di studiarli e di ricondurli correttamente ai rispettivi archivi di provenienza. Diverso il caso del sopraggiungere a distanza di tempo di un nuovo versamento che comprende carte che si intercalano con serie precedentemente riordinate. Proprio perché questa è una caratteristica degli archivi contemporanei è fondamentale imparare a trattare i versamenti e a ricondurne “sulla carta” le varie parti all’archivio di provenienza, procedendo all’effettivo riordinamento fisico delle carte, quando sia fondatamente presumibile che per certi periodi è pervenuta l’intera documentazione esistente. La sorpresa di trovare a distanza di tempo spezzoni o serie parziali di un archivio che si riteneva non suscettibile di incremento è sempre possibile e spesso può portare a ritrovamenti importanti che in genere ripagano del disappunto di dover rimettere le mani, sia pure parzialmente, su un ordinamento che si riteneva definitivo. In sostanza, si ritiene che la complessità individuata da Valenti nell’esame del concetto di fondo e le sue acute riflessioni sulla fenomenologia dei fondi, soprattutto attraverso il suo studio dei fondi archivistici di antico regime, trovano riscontro, nonostante una originaria organizzazione più razionale degli archivi correnti dopo l’introduzione dei titolari e, comunque, con la prassi di raccogliere la corrispondenza in fascicoli per affare, anche nei fondi dei secoli XIX e XX per i quali, tuttavia, si rileva meglio l’attualità delle considerazioni di Cencetti sul vincolo archivistico che collega la documentazione prodotta da un determinato ente e su come vada interpretato ai fini di un corretto riordina-


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mento dei fondi il concetto di ordine originario12. Si tratta comunque, per l’archivista, di studiare attentamente le carte, alla luce ovviamente dei profili storico-istituzionali delle varie magistrature, e di studiare caso per caso le soluzioni più congrue per individuare e ordinare archivi e fondi, secondo la loro specifica struttura. Le osservazioni sulla complessità del concetto di fondo, che comunque va a costituire il livello base per guide archivistiche e altri strumenti di ricerca, non possono essere eluse surrettiziamente con l’annullamento della distinzione concettuale tra fondo e versamento e il mero ricorso alla distinzione tra le notizie storico-istituzionali e la descrizione dei versamenti incongruamente equiparati ai fondi sotto l’unica e generica definizione di “complesso documentario”.

12   “Ordine originario” è un’espressione convenzionale con cui si indica la ricostruzione dell’archivio, partendo dall’analisi dei vari versamenti per identificare le serie e eventuali altre partizioni secondo criteri che emergono dalla configurazione dei fascicoli, da segnature coeve e successive, dalla rispondenza della documentazione a determinate funzioni anche se sia mutata la denominazione degli atti, dall’analogia dell’oggetto, dalla provenienza di uffici interni all’ente, da dati estrinseci e altro. La tipologia delle serie individuate e i rapporti di significatività tra di esse sono alla base della struttura dell’archivio secondo specifiche collocazioni gerarchiche o di pari livello: può prevalere la struttura di un archivio generale articolato in serie e sottoserie con il carteggio per categorie o invece può emergere una struttura per uffici a loro volta articolati in serie; più spesso coesistono modalità diverse di articolazioni in uno stesso archivio che, se si tratta di produrre uno strumento di ricerca stampato pongono problemi di carattere grafico, se di strumenti elettronici pongono problemi di livelli di descrizione. Fondamentale è tenere presente che, ricostruita la struttura dell’archivio, questa deve trovare una soluzione informatica adeguata, mentre non è ragionevole piegare la struttura dell’archivio a una precostituita e rigida architettura informatica. Lo studio parallelo delle istituzioni identificate permette, di massima, di chiarire come un ente ha organizzato la sua memoria o, anche ove manchi una tale esplicita intenzionalità, come l’ente ha prodotto la documentazione rispetto alle funzioni esercitate consentendo con uno sforzo logico di identificare delle sequenze che comunque si trovano. La possibilità di disporre di profili storico-istituzionali facilita l’analisi dei versamenti e la comprensione della logica sottesa all’aggregazione delle carte e all’identificazione delle fasi critiche cui possono corrispondere le necessarie cesure. Il riordinamento può portare effettivamente all’ordine originario dell’archivio o a una risistemazione successiva delle carte determinata da finalità amministrative.


Maria Guercio

La formazione dei sistemi documentari: l’analisi storica al servizio del futuro

Le ragioni di un tema difficile Quale obiettivo o quale desiderio spinga oggi molti archivisti impegnati sul fronte della formazione delle fonti contemporanee o, addirittura, della conservazione delle future memorie digitali a non tralasciare, anzi a coltivare lo studio storico dei sistemi documentari e la ricerca sui processi originari della loro formazione e tenuta è un interrogativo che merita una riflessione approfondita solo marginalmente motivata da interessi e orientamenti personali specifici. Esiste innanzitutto una ragione di fondo legata alla natura transitoria e incerta del momento che la disciplina archivistica attraversa nel recente confronto con le trasformazioni tecnologiche che hanno radicalmente modificato i modi della produzione documentaria. È del resto esperienza condivisa il fatto che il bisogno di interrogare il passato, nella speranza di trovare risposte o, almeno, alimento per ulteriori analisi, si avverta maggiormente nelle fasi di trasformazione che sembrano mettere in pericolo i principi stessi dell’universo conoscitivo di riferimento. Oggi una tensione “positiva”, nel senso di “stimolante” e produttiva di idee e di iniziative, trova motivo di sviluppo in quest’area di interesse proprio per l’urgenza di definire, in forme avanzate ma anche rigorose e convincenti, requisiti, regole, strumenti per il governo di sistemi documentari non ancora formati o in via di formazione, mettendo a frutto i metodi consolidati della tradizione, ma rispondendo allo stesso tem-


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po, con rapidità e qualità, alla richiesta di innovazione che le pubbliche amministrazioni e le imprese rivolgono agli archivisti. Non sono pochi gli esempi del crescente interesse per il mondo della produzione documentaria, anche se non sempre accompagnato da un’adeguata consapevolezza scientifica e tecnica da parte di settori disciplinari finora estranei alla tradizione della produzione documentaria e oggi seriamente coinvolti nella sua diffusione in forme tecnologicamente innovative. Tra le espressioni più qualificate e significative di questo avvicinamento, sono da segnalare la recente decisione dell’Aipa di avviare per il biennio 2002-2003 corsi di riqualificazione, il cui nucleo centrale è costituito da lezioni di archivistica informatica, per migliaia di operatori di diverso profilo già attivi nelle pubbliche amministrazioni centrali e le attività di ricerca finanziate dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione sui requisiti funzionali e sugli standard per la gestione informatica dei documenti e sulla metodologia per la classificazione d’archivio. Di queste e di altre analoghe iniziative (si ricordi, ad esempio, il progetto Titulus che ha consentito di riorganizzare i preziosi eppur gravemente trascurati sistemi documentari degli atenei italiani) gli archivisti sono stati sostenitori, coordinatori, nonché referenti tecnico-scientifici riconosciuti e apprezzati. La normativa approvata ha certamente contato nel promuovere, in questa fase, la funzione archivistica, così come è stata determinante la prudente consapevolezza maturata da molti soggetti produttori, dopo una serie di sconfitte e di cattivi investimenti, della necessità di disporre di una guida tecnico-documentaria per i progetti più impegnativi di informatizzazione. Il processo ora ricordato è tuttavia ricco di luci e di ombre e la nostra comunità vive da alcuni anni inquietudini nuove e qualche nuovo contrasto che la rapidità del processo in corso ha in parte acuito. Se è, in effetti, indubbio che le risorse finanziarie messe a disposizione nei piani di e-government per la gestione documentaria nulla tolgono ai magri bilanci delle istituzioni di conservazione, è altrettanto certo che non hanno creato, almeno nell’immediato, condizioni positive per favorire programmi di valorizzazione del patrimonio storico, il cui destino è sempre più ignorato dalle stesse amministrazioni pubbliche. Al contempo, le trasformazioni tecnologiche che hanno investito gli archivi correnti hanno messo a nudo – come sempre è avvenuto anche nel passato – debolezze e insufficienze pratiche e teoriche della disciplina tradizionale.


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Si è, insomma, aperta una stagione caratterizzata da nuove attività e nuovi impegni destinata a spostare equilibri, energie, interessi della comunità archivistica e, quindi, a determinare inevitabili tensioni interne. Anche se l’occasione che si è prodotta è generalmente percepita e riconosciuta come un salto di qualità, un’opportunità per giocare un ruolo non marginale nel mondo dell’informazione documentaria, di cui gli archivi sono parte rilevante ed essenziale1, esistono, tuttavia, – e sono tutt’altro che incomprensibili – il timore di uno snaturamento e la tentazione di rifugiarsi nei confini più certi e protetti, nelle acque più tranquille della tradizione, lasciando ad altri – in nome della “diversità dei mestieri” – il compito nuovo, l’onore e l’onere di stabilire regole e sviluppare procedure per arginare, guidare, sostenere il cambiamento. Gli interrogativi e i dubbi dovuti ai processi diffusi di trasformazione dei modi della produzione e comunicazione documentaria non riguardano peraltro solo gli interventi dedicati agli archivi in formazione e quindi agli sviluppi futuri della professione, ma ormai coinvolgono l’intera comunità professionale, incluse le tradizionali attività di supporto alla consultazione dei fondi archivistici destinate ad adattarsi ai nuovi ambienti della comunicazione telematica. Sfuggire a questa sfida sembra impossibile oltre che controproducente, né le ansie connesse al processo di trasformazione in corso si possono sciogliere semplicemente identificando “indirizzi” alternativi di specializzazione cui chiamare nuove leve di archivisti in grado di “dominare la bufera del progresso”, per ricordare l’efficace espressione con cui Stefano Vitali descrive il momento storico che attraversiamo: «la bufera che per noi significa ovviamente archivi e documenti elettronici, computer e reti telematiche, grandi trasformazioni degli assetti amministrativi e più generalmente sociali e, più semplicemente, archivi correnti o in formazione; una bufera che a me sembra, conclude Vitali, tutto sommato, ci sospinga molto di più di quanto noi, riusciamo a dominarla». Senza sottovalutare il senso di incertezza e, quindi, il giustificato timore che le spinte crescenti cui la comunità degli archivisti è sottoposta si traducano in perdita di orientamento invece che in ricchezza di prospettive, è tuttavia sempre più difficile immaginare percorsi diversi da quelli che in sostanza sia le istituzioni che l’associazione professionale e i singoli operatori hanno recente1   Si vedano in particolare i saggi di S. Vitali, Di angeli, di paperi e di conigli, ovvero dello strano mestiere dell’archivista, in «Archivi per la storia», XIV (2001), 1-2, pp. 179-186 e C. Vivoli, La crisi degli archivi correnti e le problematiche di tutela, ibid., pp. 187-196.


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mente intrapreso accettando complessivamente – spesso con spirito di servizio, talvolta con curiosità e passione – di sviluppare gli strumenti del mestiere e promuovere conoscenze e ricerca anche teorica dalla parte del soggetto produttore. Il cambiamento peraltro è meno dirompente e radicale di quanto talvolta si sottolinei e può riservare esiti positivi non secondari: in particolare, è in tale ambito che sembra ormai giocarsi il futuro della professione e della disciplina, soprattutto con riferimento alla capacità degli archivisti di garantire la conservazione della memoria futura nelle forme corrette e con gli strumenti necessari ad assicurare anche alle prossime generazioni di studiosi la possibilità di un’analisi e di un’interpretazione critica delle fonti. I nodi che restano ancora da sciogliere sono naturalmente numerosi sia dal punto di vista organizzativo che sul piano tecnico. Soprattutto non s’intravede alcun’area protetta, perché – come si è già sottolineato – è l’essenza stessa del lavoro archivistico ad essere oggetto di una trasformazione complessiva che coinvolge sia il compito cruciale di mantenere e tramandare nel tempo le strutture originarie e i molteplici e complessi piani interpretativi delle fonti documentarie nate in ambiente digitale, sia la funzione – nuova per gli archivisti formati dopo la Rivoluzione francese, ma certamente antica per gli “archivisti amministrativi” del mondo antico e dell’Ancien Régime – relativa alla progettazione dei sistemi documentari del futuro; funzione ben più impegnativa e utile dell’astratta e pedante definizione di precetti o della passiva applicazione di regole, sia quando si tratti di stabilire standard nazionali o internazionali di record management, sia nel lavoro quotidiano che i responsabili dei sistemi documentari svolgono e soprattutto svolgeranno nei concreti processi di formazione e gestione degli archivi correnti. In questa dimensione caratterizzata da nuovi compiti e poca esperienza e dal rischio gravissimo di una discontinuità di tradizioni, la tensione dinamica tra lo studio del passato e il governo del presente è destinata a costituire in futuro l’aspetto cruciale, tanto difficile quanto affascinante della professione, così come diventa indispensabile la continua ricerca di modelli, di concetti-guida, di metodi e di strumenti, senza i quali il rischio della “particolarità” è altissimo e la certezza dell’inanità dello sforzo è assoluta. La fatica intellettuale che tali obiettivi richiedono si è già dovuta e potuta nutrire in passato di molte discipline (la diplomatica, la scienza e la storia dell’amministrazione, il diritto); soprattutto ha tratto vantaggio dal pensiero e dalle riflessioni di quegli studiosi del settore, che


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più di altri hanno saputo offrire un quadro interpretativo in grado di coniugare sensibilità per la dimensione storica, conoscenze e capacità interpretative, ma anche istanze di concettualizzazione “razionale” e ricerca di modelli. Spiegare o constatare? La ricerca di modelli interpretativi Filippo Valenti è senz’altro una di queste importanti figure di riferimento il cui insegnamento ha fornito a più di una generazione di archivisti stimolanti pagine di riflessione, idee e – elemento ancora più importante nel panorama non sempre brillante dell’archivistica nazionale e internazionale – un esempio di concreta e insieme innovativa attività di indagine conoscitiva, come del resto emerge bene anche da un passo di una lettera recente che Filippo Valenti ha indirizzato a Diana Toccafondi e su cui Daniela Grana concentra l’attenzione del lettore introducendo l’edizione degli Scritti2. Il passo si riferisce alla scelta di fondo che ha segnato e accompagnato la fatica di archivista e di studioso di Valenti, la scelta di «privilegiare, come strumento d’indagine conoscitiva e in buona parte anche di intervento operativo, la ripetibilità, classificabilità e comparabilità delle strutture, intese come varianti concrete di una pluralità di modelli teorici, opportunamente individuati e non rigidamente applicati, rispetto all’irriducibile concretezza e alla pretesa unicità, irrepetibilità, inclassificabilità di ogni singola manifestazione umana». «Il concreto tentativo di disegnare un quadro dei possibili modelli di struttura dei complessi archivistici» (p. XIII) – di cui le pagine introduttive agli Scritti riconoscono la centralità – ha quella forte carica “speculativa”, di cui oggi si sente un gran bisogno e che è sempre presente in ogni buona pagina di storia ma anche in ogni lavoro di ricerca, «ovunque si tratti di spiegare anziché limitarsi al compito (per altro sospetto se non impossibile) di constatare»3.

2   D. Grana, Introduzione, in F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. XI. 3   S. Veca, Storia e modelli: l’approccio epistemologico, in Il mondo contemporaneo. Gli strumenti della ricerca. Vol. 2. Questioni di metodo, Firenze, La Nuova Italia, 1983, pp. 1378-1379.


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Le attività di spiegare e comprendere, oltre ad implicare strumenti complessi di analisi, richiedono che il ricercatore (a qualunque disciplina appartenga) abbia domande da porre al passato e disponga di “un’intelaiatura concettuale” – come sottolineava Veyne in un famoso saggio degli anni Settanta4 – che orienti lo sguardo e incroci sapientemente le molteplici competenze tecniche oggi, più di ieri, disponibili. Il lavoro di indagine, insomma, «non può fare a meno di costruzioni concettuali o modelli» e tali costruzioni – a loro volta – sono «il mezzo essenziale della pratica storiografica e non il suo fine»5. La ricerca «nella rete globale delle scienze della società» implica perciò metodo e analisi comparative in grado di svolgere una funzione di ordine rispetto alla complessità degli oggetti con cui ci confrontiamo. Lo ricordava Michel Duchein commentando proprio il saggio di Valenti sul Manuel a proposito dello stimolo a crescere che viene dal confronto delle convergenze possibili tra tradizioni culturali e amministrative diverse. Non c’è dubbio, quindi, che la complessità delle relazioni e dei contesti che costituiscono l’orizzonte e i contenuti principali del quadro che gli archivisti descrivono per gli storici costituisca da tempo il nodo con cui gli studiosi del passato si confrontano e scontrano, alle prese con il difficile tema della «tensione tra generalità e individualità, ovvero con la rilevanza della modellizzazione concettuale nella rappresentazione storica da un lato, e la centralità del requisito della individualizzazione dall’altro». Tensione – come si è detto in precedenza – tanto più forte quando – ed è il caso degli archivisti – si è anche alle prese con l’obiettivo di sostenere, correggere, guidare alcuni processi del presente, in un mondo che cambia rapidamente, che costruisce e distrugge i suoi modelli con una rapidità spesso sconvolgente. Abbiamo tutti presente – e gli archivisti, per molte ragioni, più degli altri – il dibattito – oggi apparentemente superato – che ha visto nei decenni passati la contrapposizione tra generalità e individualità dell’analisi, tra chi riteneva necessario «scomparire di fronte ai fatti», e chi identificava la ricerca in campo storico come «spiegazione e comprensione» dei processi, consapevole della complessità metodologica e della pluralità delle prospettive interpretative. Mi preme qui solo ricordare un problema centrale dell’elaborazione epistemologi4   P. Veyne, La storia concenttualizzante, in Fare storia, a cura di J. Le Goff - P. Nora, Torino 1981 (1974). 5   S. Veca, Storia e modelli … cit., pp. 1370-1371.


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ca di quegli anni Sessanta e Settanta, che non è certo estraneo alla riflessione di Valenti (tuttora attuale, peraltro, nel dibattito da alcuni anni acceso non sempre con buone ragioni dagli storici post-moderni) e alla prospettiva con cui è possibile e utile rileggere i suoi saggi: quello della possibilità/opportunità/necessità di affrontare lo studio del passato con strumenti rinnovati di analisi comparativa e di interpretazione critica in grado di disegnare un quadro dinamico dell’evoluzione che soddisfi chi i modelli li studia storicamente e chi i modelli li produce o li predispone nel presente e per il futuro. Altri interventi approfondiranno la duplicità insopprimibile (e salutare) che caratterizza da tempo gli studi archivistici. Le molteplici tensioni che hanno segnato in questi anni la disciplina hanno fornito importanti occasioni di riflessione e, quindi, di crescita che la tradizione italiana ha saputo cogliere, molto più e molto meglio di altre, ad esempio di quella francese rimasta fino a pochissimi anni fa al palo di un noioso e inutile pragmatismo, che già Valenti aveva sapientemente e con garbo sottolineato nel suo, a mio avviso, un po’ “imbarazzato” saggio sul Manuel. In particolare, Valenti ha avuto la capacità di identificare con lucidità la molteplicità irrisolta e talvolta inconsapevole dei diversi punti di vista che hanno movimentato e qualche volta confuso il dibattito nazionale e internazionale: -- la tendenza dell’archivistica ad esaurirsi nell’impegno teoretico «di mettere a fuoco l’oggetto della disciplina e di sempre più acutamente affilarne i principi metodologici, senza poi addentrarsi nel vivo” (…) se non in settori marginali»6, -- il contrasto tra livelli speculativi, assiomatici, accademicamente polemici e quelli (meno presenti nella discussione e pur così necessari) operativi, programmatici, didatticamente problematici, -- l’equivoco non risolto tra «la disciplina vera e propria (…) e il puro e semplice discorso-dibattito sulla funzione, sui compiti e sui problemi degli archivi e degli archivisti». A fronte di contraddizioni e incertezze, il percorso di ricerca che Valenti ha proposto con successo già negli anni Settanta e che ancora oggi ci sembra costituire l’unica risposta sostenibile, oltre che intelligente e appassionante – è   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica, in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp.

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quella della individuazione di un programma di lavoro che sulla base di una rigorosa analisi storica, da cui tragga alimento, ragioni, contenuti, idee, conferme o falsificazioni, ricerchi “un minimo di analogie” e quindi introduca «un minimo di ordine classificatorio pur entro l’infinita varietà dei singoli fatti concreti», o quanto meno configuri una “fenomenologia” che sia di aiuto a chi cerchi di comprendere il passato o intenda progettare il futuro7. La necessità di un più solido statuto scientifico dell’archivistica capace di sostenere da un lato il confronto interdisciplinare – oggi sempre più impegnativo e diversificato – e la complessità dell’inno­vazione dall’altro hanno assolutamente bisogno di un processo di validazione dei principi, dei concetti e degli strumenti attraverso l’ap­profondimento storico, che affronti in primo luogo, ricorda Valenti commentando con grande interesse il lavoro di Brenneke, il rapporto che lega e condiziona gli archivi «nei vari tempi e nei vari ambienti nell’atto stesso del loro formarsi» e «determinate concezioni, finalità, regolamentazioni o più semplicemente prassi burocratiche o possibilità tecnologiche succedutesi nel tempo e nello spazio»8. “Tesaurizzare le esperienze” per riorganizzare la disciplina Lo studio storico dei sistemi per la tenuta dei documenti è insomma considerato un utile strumento di orientamento «nel mondo tutt’altro che semplice della realtà archivistica effettiva; non solo ai fini della ricerca ed a quelli del riordinamento degli archivi antichi, ma in vista altresì della necessità di intervenire con sempre maggiore chiarezza di intenti nel divenire stesso di quelli tuttora in formazione». Per rafforzare questa sottolineatura, è utile ricordare il fatto che anche paesi tradizionalmente poco interessati all’indagine storiografica e più propensi a soluzioni pragmatiche e precettistiche affrontino oggi le sfide tecnologiche in questo settore, impegnando risorse umane e finanziarie consistenti sia in una rinnovata ricerca teorica che, più recentemente, nell’indagine storica dedicata alle forme e ai processi della produzione e accumulazione documentaria, come dimostra la proposta di conferenza sulla storia dei 7   F. Valenti, A proposito della traduzione italiana dell’Archivistica di Adolf Brenneke, in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 6. 8   Ibid., p. 7.


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sistemi documentari archivistici programmata a Toronto per l’ottobre 2003 dai colleghi universitari nordamericani Phil Eppard, Barbara Craig e Heather McNeil e accolta con favore dalla comunità archivistica internazionale. Temi e campi di ricerca difficili e impegnativi, che richiedono una grande competenza, conoscenze specialistiche, lavoro cooperativo, ma anche capacità intuitiva e speculativa, perché si tratta allo stesso tempo di abbracciare con uno sguardo lungimirante un arco temporale di secoli rinvenendo elementi che configurino quella che Valenti chiama una “fenomenologia archivistica” allo stesso tempo concreta e paradigmatica, ovvero una tipologia degli archivi e dei fenomeni collegati. “Tesaurizzare le esperienze”, individuare parametri generali che consentano di analizzare le trasformazioni delle strutture archivistiche e predisporre o, meglio, riconoscere criteri di classificazione e tipologie dei sistemi documentari: sono tutti nuovi ambiti di indagine che la riflessione di Valenti, alimentata e sostenuta dalle intuizioni e dagli esempi del manuale del Brenneke, ma anche dalle acute osservazioni di Pavone sull’autonomia della dimensione documentaria, propone consapevolmente e anche provocatoriamente alla comunità archivistica, come occasione di rivisitazione e riorganizzazione teorica della disciplina. Gli effetti di lungo periodo di questa linea di ricerca, tuttavia, non si sono visti immediatamente o, almeno, non hanno dato risultati rilevanti, anche per ragioni contingenti, a cominciare dal fatto che la numerosa generazione di giovani archivisti che alla fine degli anni Settanta è entrata in massa nell’amministrazione archivistica non ha sempre trovato – per ragioni diverse e con importanti eccezioni – guida e orientamenti sufficienti a raccogliere e far fruttare la ricchezza, la fecondità di quei suggerimenti che pur sembrano ancora oggi indispensabili a migliorare molti ambiti del lavoro archivistico e completare la comprensione del complesso rapporto che ogni società sviluppa in relazione alla propria memoria e che proprio in quel periodo ha cominciato ad esprimersi significativamente e malauguratamente nella forma visibile di un gravissimo degrado nella gestione degli archivi correnti delle pubbliche amministrazioni. La ricomposizione graduale di una “tipologia delle strutture dei fondi d’archivio”, suggerita da Valenti nel 1975, abbozzata dallo studioso medesimo nel 1981 e solo in parte, per grandi linee, sviluppata nelle dispense per i corsi di archivistica, non ha trovato quindi allora la necessaria attenzione. La spinta ver-


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so attività di valorizzazione e promozione del patrimonio documentario, l’emergenza della proliferazione documentaria degli anni Ottanta, l’accorciamento progressivo e generale degli orizzonti culturali delle stesse istituzioni pubbliche, l’impegno prioritario dell’amministrazione archivistica per la predisposizione della Guida generale che pur ha fornito strumenti e informazioni preziose in quella medesima direzione, l’inesistenza di insegnamenti universitari che avrebbero dovuto e potuto offrire l’am­biente e il materiale umano adatti a tali approfondimenti hanno contribuito a determinare allora un processo di “distrazione” e di frammentazione degli interessi e degli sforzi che ha finito per penalizzare e rallentare l’intero sviluppo teorico della disciplina e soprattutto far trascurare quelle prospettive di ricerca che Valenti aveva felicemente intuito e che oggi – sulla spinta prepotente delle tecnologie – tornano a farsi sentire: la storia degli archivi “come storia delle forme”9 e la fondazione di una metodica archivistica quale scienza autonoma non hanno conosciuto allora il terreno favorevole che avrebbe potuto alimentarne lo sviluppo e che ancor più faticosamente potranno trovare risposte adeguate nella frenetica dimensione del presente. Non che il pensiero di Valenti sia caduto nel vuoto, come invece sembrò avvenire allora per la proposta del Brenneke: la pubblicazione degli Scritti e questo seminario sono la prova che i semi hanno dato frutti, sia pure non ancora maturi e a distanza di molti anni. Soprattutto le condizioni ambientali sono evolute: nei percorsi universitari dedicati all’archivistica, cresciuti di numero e qualità, i temi proposti in quei saggi si studiano e si discutono con sempre maggior frequenza; vengono ormai organizzati veri e propri corsi dedicati all’analisi delle tipologie di archivio e del rapporto tra processo di formazione e tenuta della memoria, sistemi giuridici, tecnologie e strumenti, condizionamenti sociali e organizzativi. Sembra, infine, ormai largamente condivisa la considerazione con cui si chiudeva il saggio del 1975 Parliamo ancora di archivistica, secondo cui una rinnovata teoria archivistica basata su tecniche di analisi comparativa avrebbe dovuto avere come obiettivo la preparazione degli archivisti futuri dovunque siano impegnati: «dall’ordina­mento (…) all’inventariazione, giù giù fino alle modalità di intervento degli archivisti ‘scientifici’ nel processo di formazione degli archivi contemporanei»10.   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 77.   Ibid., p. 81.

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Entrare nel merito di quelle intuizioni vuol dire ricordare la preziosa e immaginosa distinzione tra archivio-sedimento e archivio-thesaurus che Valenti sviluppa nel 1985 (Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi) e che costituisce un filo conduttore “resistente” della nostra storia documentaria, che ci ha molto aiutato a capire l’evoluzione di quella funzione, l’ambivalenza e duplicità delle procedure che convivono in parti diverse delle amministrazioni moderne e contemporanee e che – soprattutto – testimoniano il diverso modo di sostenere e organizzare il processo decisionale, documentandone nel primo caso in forma stabile solo le risultanze di valore formale, assicurando nel secondo la continuità della memoria (interna alla cancelleria amministrativa). L’approfondimento di tale prospettiva di analisi ci offre naturalmente una molteplicità di visuali da cui misurare storicamente la natura e l’evoluzione delle strutture degli archivi con riferimento alla dimensione giuridica e organizzativa, alla strumentazione tecnologica, alle specifiche procedure documentarie (ad esempio, al ruolo della classificazione e della registrazione di protocollo, ma anche alla natura stessa e al significato del documento e delle sue procedure di gestione con riferimento ai bisogni di definire o ri-definire i livelli di sicurezza di un sistema normativo, le modalità di concentrazione degli archivi, di consultazione, di predisposizione di strumenti di ricerca, ecc.). Una conoscenza approfondita di queste specifiche vicende fornisce strumenti interpretativi per gli storici che degli archivi sanno fare buon uso, ma costituisce anche fondamento teorico e storico-giuridico a concetti centrali del sistema di relazioni in cui operiamo con riferimento a un contesto sia nazionale che internazionale. La più recente evoluzione tecnologica, che – contrariamente a quanto afferma (e forse spera Valenti) – in realtà produce “documenti” in senso stretto e non solo documentazione interlocutoria, non sfugge a tali metodi di analisi e di trattamento, ma potrà anzi trarre grande vantaggio da un approccio sistematico e generale (ma non generico) che rifletta e confronti in particolare i concetti centrali che la tradizione ci ha consegnato. Naturalmente perché questo avvenga realmente e dia frutti tangibili, è indispensabile coltivare e promuovere occasioni concrete e condivise di ricerca sulle ragioni, sulle regole e sui principi della funzione documentaria, sulla sua evoluzione in relazione ai diversi sistemi e ordinamenti giuridici, evitando i rischi di un’indagine erudita e fine a stessa e i pericoli della genericità e superficialità. È, in buona sostanza, necessario seguire l’esempio alto della ricerca di Filip-


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po Valenti, cercando di tener vivo nei giovani, sempre piĂš orientati alle conoscenze tecniche di immediata spendibilitĂ , lâ&#x20AC;&#x2122;interesse e il gusto per una dimensione di ricerca storica che è indispensabile per affrontare consapevolmente il presente e il futuro e che rende la nostra disciplina meritevole di essere coltivata con la stessa passione e intelligenza che ha accompagnato la migliore tradizione scientifica italiana.


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Parliamo di nuovo di archivistica

Quando nel 1975 Valenti scrisse il suo saggio Parliamo ancora di archivistica, aveva alle spalle momenti e passaggi che avevano provocato nell’ambito della comunità nazionale un dibattito inedito e proficuo sulla natura dell’archivistica e sul suo territorio di intervento. Il decennio precedente, infatti, fu segnato da alcuni eventi che portarono all’attenzione degli archivisti questioni e problematiche considerate acquisite definitivamente. Furono eventi di diversa natura ma che per il loro veloce susseguirsi in un breve arco temporale, produssero l’effetto positivo di sviluppare interrogativi sopiti e formulare risposte originali. In campo istituzionale e normativo, l’emanazione del dpr 30 settembre 1963, n. 1409 fu, in particolare, la traduzione pratica del concetto unitario di archivio e dell’importanza del momento formativo dello stesso nell’ambito delle politiche di tutela degli archivi storici: il tema della gestione dei documenti e della conservazione permanente per fini culturali ebbe in quel testo, che per molti anni ha guidato egregiamente il lavoro degli archivisti, una soluzione di tipo organizzativo che, per la prima volta anche rispetto ad esperienze di altri paesi, ha ricucito la separazione che si era verifica in seguito a complessi processi storici, di natura amministrativa e culturale così magistralmente descritti dalla Zanni Rosiello, tra le diverse fasi della vita di un archivio, in particolare produzione/uso/conservazione. L’adesione dell’Amministrazione archivistica al Ministero per i beni culturali ed ambientali, preceduta dai dibattiti della commissione parlamentare Fran-


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ceschini, del 19641, e delle due commissioni Papaldo, del 19712, videro il riconoscimento del carattere culturale del lavoro archivistico, confermato anche dall’attribuzione della qualifica di “ricercatori” e al loro inserimento nel Consiglio nazionale delle ricerche3. Furono queste occasioni di riflessioni sul ruolo degli archivi e degli archivisti nell’ambito della cultura. In questi stessi anni, parallelamente a questi interventi normativi ed organizzativi, ci fu la nascita e la maturazione di quella grande esperienza collettiva che portò alla elaborazione della Guida generale degli Archivi di Stato4. L’opera suscitò molto entusiasmo e qualche scetticismo ma soprattutto mise un’intera generazione di archivisti di fronte a problematiche che solo apparentemente erano descrittive e organizzative ma che in realtà investivano momenti teorici di vitale importanza per la disciplina archivistica. Il punto più discusso fu quello della periodizzazione da adottare nella descrizione dei fondi: se questa doveva riprodurre le scansioni istituzionali e di storia generale o se doveva registrare l’andamento cronologico dei processi di sedimentazione archivistica. Per usare le parole dei curatori «ci si è imbattuti […] in quelle sfasature fra archivio-istituzione-storia generale, di fronte alle quali gli acritici propugnatori del ‘meto-

1   Per la salvezza dei beni culturali in Italia. Atti e documenti della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, voll. 3, Roma 1967. 2   La relazione del presidente Papaldo e quella di minoranza furono pubblicate sulla «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXI (1971), 1, pp. 149-200; sull’intensa attività di quegli anni C. Pavone, Gli archivi nel lungo e contraddittorio cammino della riforma dei beni culturali, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV (1975), 1-2-3, pp. 143-160. 3   C. Pavone, Gli archivi e la ricerca scientifica, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXV (1965), 2, pp. 299-300; I. Zanni Rosiello, L’archivista ricercatore, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXV (1965), 3, pp. 475-480; V. Stella, L’archivistica e la ricerca, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXVI (1966), 1-2, pp. 191-196. 4  Il lavoro preparatorio fu impostato nel giugno del 1966 e dopo circa tre anni di discussioni, osservazioni e controproposte avanzate dagli archivisti di tutta Italia, si arrivò alle istruzioni operative che dettero l’avvio alla raccolta ed all’elaborazione dei dati: P. D’Angiolini C. Pavone, La Guida generale degli Archivi di Stato, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXII (1972), 2, pp. 285-305. Il primo volume fu pubblicato nel 1981, l’ultimo nel 1994. Si è tornato a discutere della Guida generale nella giornata di studio «La Guida generale degli archivi di Stato italiani e la ricerca storica», Roma 25 gennaio 1996, i cui atti sono pubblicati in «Rassegna degli Archivi di Stato», LVI (1996), 2.


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do storico’ chiudono volentieri gli occhi»5. A prescindere dalla soluzione finale poi adottata dai curatori – che sarà quella di organizzare la successione dei fondi archivistici in base ai tornanti della storia istituzionale e di quella generale – i dubbi e le difficoltà scaturiti dal lavoro di risistemazione del patrimonio archivistico italiano in un modello descrittivo unitario produssero delle riflessioni teoriche che risulteranno determinanti per la “rifondazione” della disciplina. La principale questione affrontata fu il principio della corrispondenza tra archivio ed ente. Il dibattito fu aperto dal bellissimo saggio di Filippo Valenti di commento alla traduzione italiana dell’Archivkunde di Adolf Brenneke6; fu ripresa in un breve ma denso articolo di Claudio Pavone dal titolo che non lasciava dubbi circa la posizione dell’autore7 e fu rianalizzata da Vittorio Stella8. In questi contributi fu messo in discussione non il rapporto tra ente ed archivio ma i modi e le forme di tale rapporto, in particolare l’identificazione tra ente ed archivio teorizzata da Cencetti9 con un’impostazione di tipo neoidealista10. Si osser5   D’Angiolini - Pavone, La Guida generale … cit., p. 297. E subito dopo: «Su questa strada si comincia a ricordare che grandi sconvolgimenti che fanno epoca nella storia generale non è detto che incidano anche sul piano istituzionale; si sostiene poi che le istituzioni possono cambiare nome e organizzazione interna, trapassare dall’uno all’altro ordinamento senza che mutino le ‘competenze’ (…); infine si constata che gli archivi, almeno come si presentano oggi, prescindono talvolta da qualsiasi preciso nesso con gli altri livelli dell’accadere storico». 6   F. Valenti, A proposito della traduzione italiana dell’Archivistica di Adolf Brenneke, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXIX (1969), pp. 441-455, ora ripubblicato in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), pp. 3-16. Il poderoso testo di Brenneke era stato pubblicato a Leipzig nel 1953 ed era stato tradotto in italiano a cura di Renato Perrella, Archivistica: contributo alla teoria ed alla storia archivistica europea, Milano 1968. 7   C. Pavone, Ma è poi tanto pacifico che l’archivio rispecchi l’istituto?, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXX (1970), 1, pp. 145-149. 8   V. Stella, La storiografia e l’archivistica, il lavoro di archivio e l’archivista, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXII (1972), 2, pp. 269-284. 9   G. Cencetti, Sull’archivio come “universitas rerum”, in «Archivi d’Italia», 2 (1937), pp. 7-13 e Id., Il fondamento teorico della dottrina archivistica, in «Archivi d’Italia», 2 (1939), pp. 7-13 poi pubblicati in Id., Scritti archivistici, Roma 1970, pp. 47-55 e 38-46. In realtà, le difficoltà di un’identificazione tout court non sfuggivano a Cencetti il quale dopo aver estremizzato il rapporto tra ente ed archivio («è anche inesatto dire che l’archivio rispecchia l’ente perché in realtà è l’ente medesimo»), ne delimitava la portata a «uno degli aspetti della vita di esso» (Cencetti, Il fondamento … cit., p. 40). 10   «Il metodo storico di Cencetti nasce in realtà da una duplice ispirazione, idealistica e giuridica. Da una parte, infatti, egli si fa guidare dal principio di suggestione gentiliana più che


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vò allora che il rispecchiamento era quanto meno problematico: «D’ac­cordo che l’archivio rispecchia la storia dell’istituto o ente che l’ha prodotto e trova in essa l’unica valida ragione del proprio ordinamento è senza dubbio una conquista definitiva, il risultato di un progresso irreversibile. Ma il punto era un altro: come la rispecchia? Evidentemente secondo modalità archivistiche. E allora (…) perché l’archivio non dovrebbe rispecchiare anche la loro storia, e cioè poi, quasi paradossalmente, la sua stessa storia?»11 L’archivio non rispecchia l’ente nel suo complesso bensì «il modo in cui l’istituto organizza la propria memoria, cioè la propria capacità di autodocumentarsi in rapporto alle proprie finalità pratiche»12. Il riconoscimento dello scarto tra archivio ed istituto con la conseguente attribuzione di una sfera di autonomia all’archivio, ha prodotto dei grandi cambiamenti nella definizione dell’ambito e degli obiettivi della disciplina nonché nella relazione con le altre discipline in primo luogo con quella storica. Infatti, tra le conseguenze dell’impostazione idealistica del metodo storico, vi era quella dell’identificazione/riduzione dell’archivistica alla storia delle istituzioni che, se da una parte emancipava il lavoro archivistico dal carattere pratico ed ausiliario nei confronti della filologia, dall’altra ne indeboliva i fondamenti di disciplina autonoma. Ora, avendo “scoperto” il valore formale e strumentale autonomo (ma non indipendente) dell’archivio rispetto all’ente produttore, l’archivi­stica poteva costruirsi, con strumenti operativi e concettuali propri, una competenza specifica che, all’interno di una concettualizzazione di tipo storico, si applicava ad un campo determinato: oggetto dell’ar­ chivistica e del lavoro di archivio diventa quindi il modo in cui il soggetto produttore organizza, seleziona, predispone per l’uso e per la conservazione la propria produzione documentaria; oggetto dell’ar­chivistica è la ricostruzione delle forme e dei modi della trasmissione della memoria; obiettivo del lavoro archivistico è la ricostruzione dell’ordinamento originario nella convinzione che i sistemi e i criteri di archiviazione, gli schemi e le relazioni tra i documenti, in altre parole le strutture archivistiche e l’ordine formale della memoria crociana, della originalità, della compiutezza e irripetibilità di quello che egli avrebbe ben potuto chiamare l’‘atto archivistico’, creatore dell’archivio quale unità organica mirabilmente rispecchiante l’unità e l’evolversi storico dell’istituto che lo pone in essere» (P. D’Angiolini - C. Pavone, Gli archivi, in Storia d’Italia, vol. V, I documenti, tomo II, Torino 1973, p. 1676). 11   F. Valenti, A proposito … cit., p. 444. 12   C. Pavone, Ma è poi tanto pacifico … cit., p. 147.


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documentaria costituiscano elementi densi di significatività per se stessi – in quanto storia delle «tecniche della memoria ordinatrice»13 – e per la storia delle istituzioni e la storia generale. Ho fatto questo lungo exursus per spiegare il senso dell’avverbio “ancora” usato da Valenti nel saggio del 1975. Valenti ritorna sui temi già affrontati per rivisitarli partendo da un altro punto di vista: quello dell’insegnamento della disciplina archivistica, insegnamento che già in quegli anni cominciava a diffondersi nelle Università e che poneva il problema del nucleo teorico da comunicare soprattutto a studenti che non necessariamente si sarebbero trovati ad affrontare lavori archivistici ma che più probabilmente avrebbero incontrato gli archivi in percorsi di ricerca storica. In tal senso, diventava necessario ed urgente definire lo statuto scientifico della disciplina, delinearne il campo. Infatti, nonostante i principi ormai acquisiti e chiari14, la disciplina archivistica non era riuscita, secondo Valenti, ad emanciparsi dalla propria precedente vicenda. «Nata (…) come diplomatica pratica, vale a dire come precettistica spicciola per la tenuta e l’ordinamento dei documenti costituenti titoli giuridici, si è poi sviluppata come precettistica professionale in senso lato, vale e dire come complesso di norme per la tenuta e l’ordinamento degli archivi in generale e quindi sostanzialmente come ‘disciplina normativa’ al pari ad esempio della biblioteconomia»15.

Malgrado l’approfondimento teorico rappresentato dalla teoria cencettiana, essa «nel suo complesso [è] a tutt’oggi condizionata dalla propria precedente vicenda: [ha continuato] a presentarsi essenzialmente come precettistica che è quanto dire  V. Stella, La storiografia e l’archivistica … cit., p. 283.  Usando un’espressione di Ruggero Moscati, Valenti così riassumeva i punti da tenere saldi nella disciplina archivistica: «la qualificazione dell’archivio-tipo come complesso governato da intrinseche leggi di sviluppo e di struttura; la necessità di tener sempre e soprattutto presenti, consultando ed ordinando un archivio, quelle che furono la storia, le competenze e le esigenze dell’ente produttore; l’impossibilità di istituire una qualsiasi distinzione tra archivi storici e archivi amministrativi»: F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV (1975), pp. 161-197, ora ripubblicato in Id., Scritti e lezioni di archivisti­ ca … cit., p. 71. 15   Ibid., p. 59. 13 14


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a configurarsi come proposta e discussione dei diversi possibili modi di ordinare gli archivi, anche quando in realtà era ormai diventata altresì ricerca delle caratteristiche degli archivi stessi in quanto entità date»16.

La disciplina è stata quindi «fraintesa e sottovalutata»17 sebbene chiaro ormai – soprattutto dopo l’opera del Brenneke – è l’oggetto della ricerca: «proprio perché gli archivi (…) presentano strutture storicamente e intrinsecamente condizionate, verificare sul vivo quale sia la natura di questo condizionamento onde individuare per entro l’infinita varietà delle singole fattispecie, se non proprio delle ‘leggi’ generali, quanto meno dei parametri che ci permettano di intessere gradualmente una tipologia delle strutture dei fondi d’archivio»18.

L’indirizzo quindi per l’archivistica teorica è quello di «costruire una morfologia generale degli archivi»19. Una volta individuato il nocciolo della ricerca e dell’insegnamento, appare superata la dicotomia tra precettistica ed euristica, che Valenti usa solo attribuendole un valore logico-strumentale. Le due impostazioni sono soltanto due aspetti di un’unica medaglia che interagiscono dialetticamente, influenzandosi e modificandosi a vicenda. E non può essere diversamente dal momento che ogni disciplina che aspira a costruire uno statuto epistemologico di tipo scientifico non può sfuggire alla dinamica teoria e prassi, alla costruzione di un circuito vitale in cui la teoria illumina la pratica ma in essa si verifica e, se necessario, si modifica20. E questo è particolarmente vero, a mio   Ibid., p. 51.   Ibid., p. 60. 18   Ibid., p. 76. 19   Ibid., p. 78. 20   Sulla dinamica che si instaura tra teoria e prassi, si è soffermato Oddo Bucci che definisce tre livelli di conoscenza archivistica: la pratica archivistica (esperienza di lavoro, tangibile e diretta, insieme di operazioni che producono utilità); il sapere archivistico (insieme di conoscenze che si sviluppano e si organizzano in funzione del livello di consapevolezza relativo al valore dell’archivio, delle sue finalità, del suo utilizzo; conoscenza fattuale ed empirica che dirige la pratica); l’archivistica (costruzione concettuale e sistematica del sapere archivistico; elaborazione teorica che incanala, struttura, organizza il sapere): O. Bucci, Il processo evolutivo dell’archi­ vistica ed il suo insegnamento nell’Università di Macerata, in L’archivistica alle soglie del 2000, Atti della conferenza internazionale, Macerata 3-8 settembre 1990, Roma 1992 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 24), p. 18. Più recentemente Luciana Duranti ha cercato di fornire una definizione 16 17


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avviso, per la nostra disciplina il cui dominio per il fatto di essere condizionato da fattori esterni ad esso, quale le istituzioni, la cultura giuridica, la legislazione, le tecnologie di produzione e trasmissione dei documenti, le modalità di gestione dei documenti da parte del soggetto produttore, è storicamente e costituzionalmente sottoposta a tensioni con il mondo circostante21. Dopo quasi trent’anni dall’articolo di Valenti, c’è da chiedersi quanto della riflessione portata avanti in quell’occasione è ancora viva, quanto, invece, va sottoposto a verifica alla luce di alcuni importanti cambiamenti che si sono verificati. Insomma, c’è bisogno di parlare “di nuovo” di archivistica. Bisogno che, ancora una volta, è particolarmente sentito da chi oggi insegna archivistica nelle aule universitarie e negli istituti archivistici, luoghi frequentati, ormai, da un’ampia gamma di utenti non più semplicemente inquadrabili nelle due categorie del ricercatore e del professionista. Quanto meno queste due categorie necessitano di ulteriori articolazioni. Tra i professionisti, per esempio, troviamo coloro che si occupano – o vorrebbero occuparsi – di archivi storici e coloro invece indirizzati alla gestione documentaria nell’ambito di enti pubdi scienza archivistica che contempli i diversi livelli operativi e teorici: «Thus, archival science can be defined as a system inclusive of theory, methodology, practice, and scholarship, which owes its integrity to its logical cohesion and to the existence of a clear purpose that rules it from the outside and determines the boundaries in which the system is designed to operate» in L. Duranti, The Impact of Technological Change on Archival Theory, relazione al XIV Congresso internazionale di archivistica, Siviglia 2000. 21   Sul tema dell’influenza esercitata dalla pratica e dal sapere applicato alla gestione corrente dei documenti nella definizione teorica di principi e metodi archivistici, ha attirato l’at­ tenzione Paola Carucci in diverse occasioni. «… Emerge un carattere particolare dell’archi­ vistica: vale a dire l’influenza sulla disciplina esercitata dalle connessioni tra istruzioni impartite in ogni tempo dall’amministrazione attiva per l’organizzazione dei propri archivi correnti e di deposito e i principi teorici di riordinamento elaborati presso gli archivi di concentrazione”. “… è innegabile che l’allargamento dei compiti dell’archivistica e il mutamento di certe sue funzioni in relazione alla trasformazione radicale della forma dei documenti e agli sviluppi dei sistemi di gestione dell’informazione possono influenzare l’atteggiamento verso la disciplina e imprimere nuove svolte alla sua evoluzione”: P. Carucci, L’influenza degli archivi contempora­ nei sull’evoluzione dell’archivistica, in L’Archivio centrale dello Stato 1953-1993, Roma 1993 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 27), p. 99 e p. 113. In maniera ancora più esplicita: «La teoria archivistica riceve suggestioni più forti dagli archivi in formazione che non dagli archivi storici. Sono gli archivi in formazione che modificano i sistemi di gestione delle carte e che poi quindi inducono anche a rivedere i processi di formazione del passato sia i criteri di riordinamento»: Ead., Una professione che cambia, in «Archivi per la storia», XIV (2001), 1-2, p. 154.


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blici e privati; completamente scomparsi, invece, gli impiegati degli Archivi di Stato che caratterizzavano il target delle scuole d’archivio fino a quando vi era il reclutamento statale in questo settore. Nelle università i corsi di archivistica fanno parte di diversi corsi di laurea indirizzati non solo alla formazione di ricercatori storici ma anche alla formazione di veri e propri operatori del settore. L’ampliamento e la diversificazione della platea sono accompagnati, sempre nel campo dell’insegnamento, da un’altra novità che è indizio di mutamenti più profondi nella nostra disciplina. L’apparte­nenza dell’archivistica alle scienze ausiliare della storia è messa in discussione. Alcuni esempi possono bastare per confermare come la situazione descritta da Valenti nel saggio dal quale abbiamo preso le mosse sia profondamente mutata22: attualmente, nelle classi di insegnamento universitario l’archivistica è affiancata alla biblioteconomia; ancora più esplicita delle tendenze in atto è la definizione presente nello standard ISO 5127 sulla terminologia afferente il settore Information and Documentation dove si legge che l’archivistica è una branca delle scienze delle informazioni. Questi cambiamenti rispetto alla situazione descritta da Valenti in realtà sono epifenomeni di trasformazioni profonde che attraversano gli archivi e inevitabilmente anche la disciplina. In particolare, l’emergenza delle problematiche legate agli archivi in formazione – sottoposti a un vero e proprio mutamento genetico in seguito all’introduzione delle tecnologie ICT che, lungi dall’essere soltanto una questione di procedure, investono la natura stessa della documentazione nel suo formarsi ed organizzarsi – ha riportato all’attenzione degli archivisti domande alla quali si pensava di aver risposto in maniera definitiva: esiste una sola figura di archivista? oppure la necessità di definire professionalità specifiche nel campo della gestione dei documenti porta alla formazione di figure diverse attraverso percorsi formativi distinti? Sono domande che ripropongono il punto dal quale partì Valenti nel 1975. E quindi la necessità di parlare “di nuovo” di archivistica e di chiedersi qual è oggi il nocciolo duro della nostra disciplina.

22  In particolare nella nota 22 di p. 57, Valenti elenca tutte le situazioni che testimoniano una definitiva aggregazione dell’archivistica alle scienze ausiliare della storia.


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Si tratta di rispondere alle seguenti domande: l’archivistica è ancora da considerare tra le scienze ausiliarie della storia? È solamente il residuo documentario del passato ad essere il campo su cui si esercita il lavoro ermeneutico dell’archivista che consiste nell’opera di mediazione, interpretazione e comunicazione dei sedimenti archivistici? Inoltre, quale è il posto da assegnare al tema del controllo della produzione e organizzazione documentaria corrente nell’elaborazione archivistica? In altre parole, la gestione documentaria ha cittadinanza nella teoria archivistica oppure é un tema il cui approccio non può che essere precettistico, teso solamente verso la composizione di un quadro di norme per la buona tenuta degli archivi da parte dell’ente produttore? Sono domande che attraversano da tempo la comunità archivistica provocando, in questi anni, quella sensazione di “sbandamento” così ben definita da Leopoldo Sandri a proposito della condizione di incertezza nella quale si trovarono gli archivisti alla fine del XVIII secolo quando, in seguito alla rottura del nesso produzione-conserva­zione-uso e al divorzio tra memoria autodocumentazione e memoria fonte, videro entrare in crisi i punti di riferimento che avevano caratterizzato fino ad allora la professione23. Incertezze e dubbi che suscitano uno stato d’animo inquieto ben rappresentato dall’immagine, proposta da Stefano Vitali qualche tempo fa, dell’Angelus Novus di Paul Klee, descritta da Walter Benjamin24. A mio avviso, l’appartenenza dell’archivistica all’area delle discipline storiche è un dato di fatto storicamente determinato, frutto di un processo storico che investì profondamente l’assetto degli archivi, la loro funzione sociale, il ruolo stesso degli archivisti, i parametri culturali di riferimento. 23   L. Sandri, La storia degli archivi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XVIII (1958), pp. 113 e seguenti. 24   «C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca aperta, e le ali sono dispiegate. (…) Ha il viso rivolto al passato (…) Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo progresso è questa bufera». W. Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola - M. Ranchetti, Torino 1997, p. 37, citato in S. Vitali, Di angeli, di papaveri e di conigli, ovvero dello strano mestiere dell’archivista, in «Archivi per la storia», XIV (2001), 1-2, pp. 179-180.


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È nel corso dell’Ottocento che l’archivistica definisce il suo statuto epistemologico attraverso passaggi segnati da esperienze sul campo, riflessioni teoriche e metodologiche, dal confronto con altre discipline ma soprattutto in seguito a profonde trasformazioni di tipo istituzionali che registravano nel nuovo assetto organizzativo degli archivi un nuovo modo di intendere il potere e di costruire il rapporto tra cittadini e Stato. La concentrazione di documenti in istituti di conservazione non era più solamente funzionale all’amministrazione efficiente dell’ente produttore, così come il fenomeno si era presentato nei secoli precedenti, ma diventava accumulo di memoria, storia, passato da elaborare e comunicare per costruire, nell’aurea romantica di quel secolo, l’identità politica e culturale delle nazioni. L’appartenenza di campo dell’archivistica si definì allora: fu il risultato di un processo complesso su cui intervennero diversi fattori e condizionamenti ma che alla fine portò all’eman­cipazione dell’archivistica dalla gestione dei documenti intesa come apparato di norme rivolto a organizzare la produzione documentaria delle istituzioni pubbliche. La divaricazione che si venne così a creare tra la gestione dei documenti, delegata a personale amministrativo, e l’archivistica erudita è la registrazione, a livello di disciplina, delle fratture che a cavallo tra Settecento e Ottocento, si determinarono nella realtà archivistica e nel modo in cui essa era percepita e interpretata dai contemporanei: produzione/conservazione, registratura/archivio, amministrazione/storia, passato/presente. Tale divaricazione assunse la forma più esplicita e compiuta in Germania la cui teoria archivistica assegnò un diverso valore alla registratura e all’archivio, considerando esclusivo campo di ricerca e di applicazione solo quella parte della documentazione che, dopo l’intervento della selezione, era destinata alla conservazione permanente e quindi ad entrare nel regno della storia. Nonostante una tradizione teorica che esaltava il concetto unitario di archivio, anche in Italia si è registrato una scarsa propensione a riflettere in termini teorici sul tema dell’unitarietà che ha dato i migliori frutti solo nel campo pratico dell’operare archivistico attraverso il suo recepimento nella legislazione sia per gli archivi correnti (rd 35/1900) che nella legge generale sugli archivi del 1963. Dall’Ottocento in poi, nessuno ha messo più in discussione la dimensione storica del dominio di studio dell’archivistica. All’interno di tale ambito, due sono stati i percorsi segnati dai dibattiti: uno di natura teorica relativo all’individuazione del proprio oggetto di studio ed all’approccio euristico ad esso; l’al-


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tro di natura metodologica relativo alle modalità di intervento su tale oggetto ed agli strumenti da elaborare («atteggiamento che di conseguenza non è possibile non assumere qualora su questa struttura si intenda operare» p. 60); percorsi intrinsecamente e dialetticamente connessi in relazione alla natura specifica dell’oggetto in questione. L’emergenza delle problematiche degli archivi del presente di natura digitale impone il superamento della frattura da cui prese le mosse la moderna archivistica e la ricostruzione dell’unitarietà del processo complesso della conservazione documentaria non solo in termini di procedure e responsabilità (temi che afferiscono ad aspetti precettistici e descrittivi) ma anche in termini di capacità teoriche e di analisi. Oggetto dell’archivistica dovrebbero essere gli archivi del passato e del presente – gli archivi senza attributi, insomma – per studiarne i caratteri, le strutture, le regole della loro formazione, la funzione sociale che svolgono. Approccio, quindi, teorico ed euristico dal quale prendono corpo atteggiamenti prescrittivi che riguardano sia il campo degli archivi storici che di quelli correnti. Ancora una volta, il punto non è la cesura tra un’archivistica precettistica ed un’archivistica euristica, ma la costruzione di un sistema nel quale la normativa (cosa e come fare) sia coerente ed in equilibrio dinamico con l’oggetto del proprio dominio e con le finalità della disciplina. La lezione del Valenti sull’autonomia della rappresentazione archivistica e sull’archivistica come studio delle forme e delle dinamiche che tali rappresentazioni assumono nel corso del tempo e in relazione al soggetto che le ha prodotte ed alla società che le ha espresse, può costituire ancora un valido punto di riferimento per la costruzione di un’archivistica che guardi al passato ed al presente producendo, nel nome di quei principi “acquisiti e chiari”, l’analisi e l’interpretazione dei fenomeni di autodocumentazione che le società realizzano in modi e forme che si presentano diverse nel corso del tempo e che esprimono in maniera adeguata i bisogni di memorizzazione e di trasmissione nel futuro delle tracce delle azioni e degli eventi presenti. In fondo, questa necessità di espandere il dominio dell’archivistica al di là dei confini tracciati dal passato, caratterizzato da ciò che non è più vivo, era sentita anche dal Cencetti che ne propone un ampliamento all’interno comunque di un’impostazione che vede l’archivistica ancora legata ad un ruolo ancillare rispetto alla storia:


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«messa da parte la pace degli studi, la placidità delle vecchie pergamene e dei polverosi registri allineati sugli scaffali, si devono rimboccare le maniche ed entrare nel tumulto della vita moderna (…) Non solo ‘dietro di sé’ deve far luce ora l’archivista: deve entrare dappertutto, deve acquistare altre abilità e capacità oltre quelle di sapere leggere e intendere le antiche membrane corrose dal tempo (…) Ciò non vuol dire che egli abbia mai cessato di essere quello che è sempre stato: un tecnico della ricerca storica. Solo la sua storia non è più semplicemente ed unicamente la rievocazione di cose perente, che appunto perché non più vive sono ‘entrate nella storia’: egli ha compreso che non soltanto i vecchi diplomi, i codici venerandi, le filze polverose sono fonti storiche ma che tali sono anche le carte che vede redigere sotto i suoi occhi quali strumenti di un fare attuale e che saranno tra breve oggetto anch’esse di ricerca»25.

L’ampliamento dei confini si traduce anche in un arricchimento e diversificazione dell’armamentario concettuale e strumentale. Le discipline con le quali condividere domande o dai cui risultati e metodi poter attingere spunti e riflessioni per raffinare l’indagine sul proprio oggetto di lavoro e di ricerca, non sono più soltanto riconducibili all’area di quelle storiche. Analizzare e descrivere un sistema documentario contemporaneo informatizzato comporta la conoscenza di problematiche affini alle scienze delle informazioni, allo studio delle basi di dati e dei sistemi informativi, ai linguaggi di marcatura, all’infor­matica giuridica, ai linguaggi di modeling ecc. Questi nuovi settori di studio, insieme alle più tradizionali discipline come la diplomatica e la storia delle istituzioni, possono contribuire ad offrirci strumenti, concetti e metodi per studiare le forme in cui si strutturano i sistemi documentari del presente. L’analisi archivistica applicata ai documenti ed agli archivi del presente ci permette di individuare quelli che sono i cambiamenti in atto. In alcuni casi, la ricerca ha portato a circoscrivere temi e problemi, vale a dire a precisare le domande più che a formulare le risposte. Ma, in un campo come quello della documentazione archivistica contemporanea, investito in pieno dalle trasformazioni apportate dalle tecnologie informatiche e telematiche, questo rappresenta già un importante risultato.

25   G. Cencetti, Archivi e archivisti di ieri e di oggi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXIII (1963), pp. 312-320, ora in Id., Scritti archivistici … cit., pp. 16-17.


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Uno dei punti più interessanti da notare è la progressiva integrazione che si sta verificando tra sistema documentario e sistema informativo di un ente. Entrambi i sistemi si fondano sull’uso delle informazioni, attingono spesso alle stesse fonti ma producono e conservano dati e documenti profondamente diversi in relazione alla funzione che sono chiamati ad assolvere. Sebbene cresca il bisogno di arricchimento informativo dell’azione amministrativa e la necessità di disporre e di produrre una sempre maggiore quantità di informazioni per assumere decisioni e per sviluppare azioni conseguenti, non è mutata la natura peculiare dei sistemi documentari che è quella di produrre, gestire e conservare documenti attendibili, testimonianza della propria attività, ai fini di garantire la certezza del diritto. Comunque è sempre più difficile distinguere i territori, stabilire la qualità dei dati soprattutto all’interno di un trend, peraltro, sempre più orientato a utilizzare in maniera ottimale i contenuti e la stessa conoscenza (informazione e pratica applicata) accumulata nel corso dello svolgimento delle attività da parte di una istituzione. Lo sviluppo anche nel nostro paese di prodotti informatici di content e knowledge management sono il segno del procedere di una cultura dell’uso e dei riuso allargato e produttivo dell’informazione per fini diversi da quelli all’interno dei quali è stata prodotta26. La facilità con la quale possono essere manipolati le forme e i contenuti degli oggetti digitali porta ad una maggiore permeabilità e scambio tra sistema documentario e sistema informativo, inevitabile ma da gestire con cautela per non oscurare i contesti amministrativi e documentari nei quali le varie informazioni sono state prodotte e la cui conservazione costituisce un elemento di qualità dell’informazione stessa. Si registra inoltre una vera e propria contrazione dell’archivio così come noi siamo stati abituati a vederlo e toccarlo nella sua dimensione tradizionale e cartacea. Tale ridimensionamento è causato da diversi fattori fra i quali emerge una più accentuata (e a volte esclusiva) attenzione nei confronti della documentazione immediatamente espressione dei passaggi dell’iter dei procedimenti e che produce una perdita della documentazione intermedia, testimonianza di step non formalizzati all’interno dello schema del procedimento ma non per questo meno importanti ai fini della conoscenza di come si è formata l’azione e in quali condizioni è maturata la decisione. 26   Su queste problematiche cfr. M. Guercio, Per un linguaggio comune: il ruolo del content mana­ gement per lo sviluppo di sistemi documentari, in «Archivi & computer», XIII (2003), 1-2, pp. 84-98.


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Alla base di tali trasformazioni, vi è la disgregazione del documento testuale, la perdita della scrittura che costitutiva anche la trama per l’inserimento significativo di singole informazioni e la perdita della forma del documento stesso. L’esistenza di banche dati che trattano ed elaborano dati provenienti da contesti diversi, che si collocano in sistemi di tipo interattivo in cui l’input di ciascun utente causa una risposta o un’azione del sistema, complica notevolmente l’analisi del­l’universo documentario attuale. Si complica il nesso soggetto produttore-archivio in quanto, sempre più spesso tali banche dati sono la concentrazione di informazioni che attingono a diversi procedimenti amministrativi, a diverse autorità competenti alla loro emanazione, e che servono, a loro volta, per l’espletamento di procedimenti amministrativi diversi, ad azioni amministrative portate avanti da diversi soggetti istituzionali, o nell’ambito dello stesso soggetto istituzionale, da uffici diversi, oppure al raggiungimento di obiettivi specifici la cui realizzazione non si ottiene più secondo i tradizionali procedimenti di tipo verticale ma attraverso una organizzazione a “matrice” di tipo prevalentemente orizzontale»27. In ambiente digitale, si verifica che «documenti, archivio, contesto di produzione e appartenenza, assumono (…) significati diversi da quelli consacrati dalla precedente trasmissione» e ci si rende conto che «non è semplice determinare i relativi soggetti produttori che possono tra l’altro mutare con estrema rapidità, intersecarsi e interagire fra loro in vario modo»28. 27   Dalle analisi di mercato sulla diffusione di prodotti sw, si registra una ripresa degli ERP (Enterprise Resource Planning), sistemi costituiti da insiemi di applicazioni informatiche in grado di gestire processi di varia natura (amministrativi, produttivi, finanziari) basandosi su un’unica base di dati per favorire la collaborazione e l’ottimizzazione delle procedure interne ed interorganizzative. Un esempio già attivo è il sistema realizzato presso il Ministero di giustizia, Dipartimento della amministrazione penitenziaria che si basa sull’automazione di attività proprie degli istituti e dei servizi penitenziari per la gestione dei detenuti (matricola, trattamento, misure rieducative, misure alternative, conti correnti, mercedi) che alimenta una banca dati nazionale dei detenuti e degli internati. Si tratta di un sistema integrato nel quale i dati, di qualsiasi provenienza territoriale o di ufficio, sono acquisiti una sola volta ed in modo univoco per essere gestiti, elaborati e resi disponibili attraverso la rete ad una vasta platea di utenti – altri uffici giudiziari, forze dell’ordine – in funzione delle varie esigenze applicative. Inoltre, è in corso di elaborazione un progetto per integrare a tale sistema la gestione automatizzata delle impronte digitali. 28   I. Zanni Rosiello, Storia delle istituzioni e archivi, in «Le carte e la storia», 2 (2000), p. 66.


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Nel saggio Parliamo ancora di archivistica del 1975 Valenti, riferendosi a una realtà archivistica del passato, scriveva: «Si tratta, dunque, (…) di una realtà estremamente complessa in seno alla quale il concetto di ‘autodocumentazione’ passa dal piano del singolo istituto a piani sempre più alti, fino a quello dell’intera pubblica amministrazione e dell’intero corpo sociale, e dove l’autonomia formale o strutturale dei modi di memorizzazione si fa davvero sempre più accentuata e ‘staccata dalle altre dimensione di vita’»29.

Considerazioni che possono benissimo scaturire dalle osservazioni sulle dinamiche della documentazione archivistica del terzo millennio e che convalidano l’approccio euristico proposto da Valenti anche all’analisi del presente. Questi sono alcuni dei temi su cui oggi noi dobbiamo riflettere applicando la funzione ermeneutica della nostra disciplina al fine di individuare continuità e fratture nel modo in cui la nostra società si dispone ad organizzare la propria memoria per il futuro. Questo potrebbe essere il nucleo e l’orientamento teorico dell’archivistica. Da essi deriva e dipende l’aspetto precettistico: nozioni, procedure e metodi che si applicano ai due aspetti intimamente congiunti e reciprocamente condizionanti, dell’oggetto della nostra professione: la gestione dei documenti e gli archivi storici. Entrambi questi aspetti necessitano di strumenti specifici, di formazione e figure professionali adeguate, dell’utilizzazione e del confronto con altre discipline particolari. Reggere e perseguire questa unitarietà non è facile; essa è sottoposta a tensioni ed a fughe centrifughe e chiusure nelle proprie nicchie rassicuranti; soprattutto nel campo degli archivi correnti il rischio è quello di farsi assorbire da una logica tutta schiacciata verso i principi di efficacia e di efficienza dello strumento archivio finalizzato all’azione ed alla struttura amministrativa perdendo di vista l’obiettivo comune che è quella della conservazione e trasmissione della memoria «ut in perpetuum memoria de ipsis habeatur»30.

F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica … cit., p. 75.   Formula spesso usata negli statuti comunali a proposito della conservazione dei documenti per indicar il fine ultimo delle regole che vi erano prescritte per la buona tenuta delle carte. In particolare tale formula è riportata nello statuto del Comune di Bologna (1376-1389) riportato da G. Cencetti, Camera actorum comunis Bononie, in Id., Scritti archivistici … cit., p. 289. 29 30


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Dal Manuel alla Pratique: qualche riflessione sull’archivistica francese*

Nel suo ultimo grande libro, Marino Berengo, oltre a ricordare con parole particolarmente toccanti il suo “antico” mestiere di archivista, e tutti quegli archivisti «che spesso han saputo trasmetterci la forza e la vita che sentivano circolare nei documenti di cui sono stati amorosi ordinatori e custodi», ha voluto spezzare una lancia in favore della storia comparata, un genere di lavoro storiografico che rischia di cadere in disuso1. Anche Filippo Valenti, nel più ristretto campo della disciplina archivistica, ha messo in risalto «l’isolamento nel quale l’elaborazione dottrinale si è venuta maturando nei singoli ambienti nazionali e [la] conseguente e tuttora persistente carenza di un piano comune sul quale sviluppare un dialogo univocamente scientifico»2. Lungi da me pensare che queste poche riflessioni possano in qualche modo ovviare a tali lacune, né tanto meno presumere di richiamare la lezione di simili maestri; più semplicemente esse, partendo dalle considerazioni a suo tempo proposteci da Filippo Valenti sul Manuel d’archivistique pubblicato in Francia nel 1970, vorrebbero cercare di *   Si pubblica, con pochi ritocchi, il testo presentato in occasione del convegno il 23 maggio 2002. Nelle note si dà conto, oltre che dei principali riferimenti bibliografici, dei più significativi aggiornamenti verificatisi nel frattempo; i siti web sono stati controllati nel mese di dicembre 2003. 1   M. Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana tra Medioevo ed Età moderna, Torino 1999, p. XII. 2   F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV (1975), p. 164, ora in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma, 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), p. 49.


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capire le cause dello scarso per non dire nullo interesse suscitato in Italia dalla pubblicazione, nel 1993, della Pratique archivistique e, più in generale, offrire alcuni spunti di discussione sull’archivistica francese di questi ultimi anni3. Possiamo partire da un primo confronto “esteriore”: le due opere, pubblicate a più di venti anni l’una dall’altra, pur presentandosi in maniera fortemente differenziata, si ricollegano strettamente tra loro. Il Manuel d’archivistique, pubblicato dalla Direzione degli archivi di Francia (DAF), ma elaborato dall’Associazione degli archivisti francesi (AAF), anche per la veste tipografica dimessa, appare piuttosto uno strumento di lavoro dell’archivista francese, una raccolta ragionata delle prescrizioni regolamentari pubblicate in materia di archivi dalla rivoluzione francese in poi, dalla famosa legge del 7 messidor dell’anno II (25 giugno 1794), commentate e studiate dagli archivisti francesi. Il Valenti lo definisce una via di mezzo tra un vademecum regolamentare, una relazione sulla situazione degli archivi francesi, una raccolta di utili precetti criticamente e sapientemente esposti4. Anche la Pratique archivistique, che ha invece una veste tipografica molto più lussuosa, ed è pubblicata esclusivamente dalla Direzione degli Archivi di Francia, che ne è pure l’editore, si presenta come un manuale e non come un trattato, come dice Jean Favier nell’introduzione: «ecco un nuovo manuale per gli archivisti. Non un trattato che noi avremo potuto far scrivere da e per i teorici dell’archivistica, ma un manuale destinato alle migliaia di donne e di uomini incaricati di salvaguardare la memoria comune della nazione…»5. Forse è possibile leggere in queste frasi una non troppo velata critica alla teorizzazione archivistica delle università e delle scuole di specializzazione, una tendenza ben presente anche in Francia, che ha portato oggi la Direzione degli Archivi di Francia a non avere più alcun legame con la formazione di base degli archi3  Il riferimento è ovviamente a F. Valenti, Considerazioni sul “Manuel d’archivistique” francese in rapporto all’esperienza archivistica italiana, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXIII (1973), pp. 77-104, ora in Id., Scritti e lezioni … cit., pp. 17-44 (d’ora in poi Considerazioni); un’analisi tanto fine ed acuta del Manuel da meritarsi la traduzione in francese e la pubblicazione su «La Gazette des Archives» del 1976 (n. 93, pp. 105-114). 4   Ibid., p. 44. 5   Direction des Archives de France, La pratique archivistique française, Parigi 1993; la cit. è tratta dall’introduzione di J. Favier, sotto la cui direzione e con l’assistenza di D. Nairinck, è stata pubblicata la Pratique, p. 11.


Dal Manuel alla Pratique: qualche riflessione sull’archivistica francese

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visti, ora concentrata nell’Ecole des chartes e nell’Ecole du patrimoine oggi Institut du patrimoine 6. Sebbene definita anch’essa un manuale per gli archivisti, la Pratique non può però essere considerata un semplice strumento di lavoro degli stessi o per lo meno essa deve fare i conti con la diversa mentalità che ha portato in questi ultimi anni a prestare una maggiore attenzione alla comunicazione, al rapporto con gli utenti, alla maniera con la quale le pubbliche amministrazioni e quindi anche gli archivi si rapportano con l’esterno. Ma tra le due opere vi è un’altra differenza, forse più sostanziale: il Manuel infatti, al di là della sua dimessa veste grafica, era stato concepito negli anni ’63’64 e materialmente steso all’inizio del 1968; in qualche modo a conclusione dell’era Braibant, che aveva diretto gli archivi francesi dal 1948 al 1959. Si tratta di anni d’oro per l’archi­vistica francese anche a livello internazionale con l’egemonia esercitata sul Consiglio Internazionale degli Archivi sin dal primo congresso di Parigi del 1950. Di anni d’oro anche per la Direzione degli Archivi di Francia che, attraverso lo Stage, non per nulla voluto dal Braibant, contribuiva alla formazione “pratica” degli archivisti francesi e “influenzava” quella di molti archivisti internazionali, per lo meno dell’area francofona7. Non a caso, a proposito del Manuel, il Valenti, riprendendo il parere del belga Thielmans, metteva in evidenza «la teoricità (non teoreticità) che sembra intrinseca alla stessa pratica archivistica in Francia, per una certa astrattezza che sembra inscindibile dal suo stesso costante richiamo al concreto»8. Un’astrattezza, si può aggiungere, che pare opportuno mettere in relazione con quelle 6   Per un quadro della politica francese in materia di formazione degli archivisti C. LamioStage technique international d’archives 1982, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLIII (1983), pp. 168-184, che in qualche modo faceva il punto sulla situazione voluta dal Braibant; per la situazione attuale si rimanda al sito degli archivi francesi (http://www.archivesdefrance.culture. gouv.fr/fr/formation/index.html) e a quelli delle altre istituzioni che si occupano della formazione degli archivisti (Ecole nationale des chartes: http://www.enc.sorbonne.fr e Institut national du patrimoine: http://www.inp.fr). 7  C. Lamioni, Stage … cit.; nel primo congresso internazionale degli archivi svoltosi a Parigi nell’agosto del 1950 su circa 350 presenti, in rappresentanza di 35 paesi, la metà erano francesi, si veda la lista dei partecipanti e gli atti in «Archivum», I, 1951; sugli archivi francesi dell’era Braibant si veda anche S. Carbone, Gli archivi francesi, Roma 1960 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Quaderni della «Rassegna degli Archivi di Stato», 3). 8   Considerazioni … cit., p. 18.

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certezze che la secolare pratica archivistica francese pensava di avere raggiunto: così «l’aspetto teorico-dottrinale è chiarito dai riferimenti ai regolamenti e alle pratiche degli archivi francesi», come si legge a p. 11 del Manuel, e si tratta semplicemente di esporre ciò che si fa in Francia in materia di archivi. La potremo definire un’archivistica militante, sostanzialmente priva di dubbi, come cercheremo di vedere analizzando due punti che sono opportunamente richiamati dal Valenti nelle sue considerazioni. Da un lato l’importanza della quarta parte del Manuel sul «ruolo scientifico, culturale e amministrativo degli archivi», «la più stimolante (se non l’unica) nella quale, più che in tutto il resto dell’opera, il Manuel riesce a dire una parola veramente nuova, incondizionatamente valida per gli archivisti di tutto il mondo» per usare ancora le parole di Filippo Valenti9. Soprattutto si sottolinea «la chiarezza e la semplicità, per quanto ne so rare volte raggiunta, con le quali – specie nel primo capitolo – è definita la funzione [degli archivi] in termini di un’ottica non certo inedita, ma comunque profondamente diversa e incommensurabilmente più ricca di quella tradizionale»10.

Le parole d’ordine di Edouard Baratier, sugli archivi come centri di ricerca storica e sull’archivista come consigliere della ricerca possono bene rappresentare una sorta di manifesto degli archivi e degli archivisti, che credo, molti degli archivisti della mia generazione hanno fatto proprio e hanno cercato di mettere in pratica, pur se fra difficoltà di ogni tipo. Anche Isabella Zanni Rosiello, nell’altra recensione che ho potuto rintracciare del Manuel apparsa sulla «Rivista storica italiana» del 1973, si sofferma sulle stimolanti suggestioni che offre a questo proposito il Manuel e destinate, se messe in pratica, a garantire «una più estesa sensibilità ed una più adeguata informazione nei confronti degli istituti archivistici, del materiale documentario e delle possibilità conoscitive che esso offre, nonché un più diffuso interesse alla tutela e valorizzazione del patrimonio documentario, sia esso conservato o no negli Archivi»11.   Ibid., p. 38.   Ibidem. 11   Cfr. la recensione di I. Zanni Rosiello, in «Rivista Storica Italiana», LXXXV (1973), pp. 861-865. 9

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Il riferimento d’obbligo è sempre a Charles Braibant che, nella presentazione del primo numero di «Archivum» nel 1951, si faceva paladino di una nuova identità degli archivi e degli archivisti e criticava il fatto che «dappertutto si guardasse agli archivi come a dei depositi di vecchie carte che si conservano da sole e che gli archivisti, una sorta di magazzinieri passivi della storia, si devono limitare a schedare. Si ignora come l’ordinamento e l’inventariazione di qualsiasi fondo esiga metodo, applicazione, conoscenze storiche, politiche, amministrative, senso sociale»12.

Ma c’è anche un altro punto del Manuel, giustamente sottolineato dal Valenti, sul quale vorrei soffermarmi: il problema del classement des archives, uso volutamente il termine francese, perché esiste già un problema di traduzione. Valenti lo traduce, sia pure con importanti precisazioni, con classificazione, è la traduzione letterale di qualsiasi vocabolario di francese-italiano, ma forse dovremo tradurre con ordinamento13; resta comunque evidente come l’utilizzo del verbo classer riconfermi «una volta di più il carattere tradizionalmente “classificatorio” di ogni lavoro archivistico in Francia»14. Così come appare fuor di dubbio che il poco spazio destinato alla trattazione del classement e della cotation, confermi quanto detto in precedenza sulle certezze dell’archivistica francese di quel tempo. Infatti l’inserimento di tutti i fondi archivistici dentro determinati “quadri di classificazione” basati su costellazioni logiche, e quindi immutabi  C. Braibant, Archivum, in «Archivum», I (1951), p. 3.  Infatti il recentissimo «Project de dictionnaire de terminologie archivistique française» messo a punto da un gruppo di lavoro composto da E. Rabut, R. Cleyet-Michaud, P. Charon e B. Galland, disponibile sul sito della Direzione degli Archivi di Francia, parla di «operazione consistente nella messa in ordine intellettuale e fisica dei documenti d’archivio all’interno dei dossiers e dei dossiers all’interno di un fondo realizzata in applicazione del principio del rispetto dei fondi o, in caso di impossibilità di applicazione di quel principio, secondo criteri cronologici, geografici, numerici, alfabetici o tematici. L’ordinamento porta alla costituzione di unità archivistiche (articles), alla loro segnatura e alla loro disposizione sugli scaffali e condiziona la redazione degli strumenti di ricerca permettendo di ritrovarla», cfr. http:// www.archivesdefrance.culture. gouv.fr/fr/ archivistique/DAFterminologie.htm (la traduzione è dell’a.). 14  Cfr. Considerazioni … cit., p. 26; lo stesso Valenti precisa in nota che «qualcuno potrebbe obiettarmi che più giusta sarebbe la traduzione ordinamento», ma osserva anche come la particolarità linguistica rifletta almeno in parte una particolarità fattuale. 12

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li, di concetti che tengono conto delle funzioni della pubblica amministrazione, sembra rispondere ad una prassi e ad una regolamentazione costituitasi nel contesto della ‘mania classificatoria’ del primo Ottocento e soprattutto legata ad una visione accentrata e burocratica dello Stato, mai più messa in discussione, almeno fino agli anni di pubblicazione del Manuel. I cadres de classement, come era stato efficacemente segnalato da Valenti, riguardano la tettonica dei depositi piuttosto che la struttura dei singoli fondi15: un argomento, quello della tettonica dei depositi, oltremodo sottovalutato dall’archivistica italiana per lo meno quanto sembra esserlo quello della struttura dei fondi da parte dell’archivistica francese. Forse per il differente modo di formazione della memoria della Nazione. Dove, come in Francia, ha prevalso una concezione fortemente unitaria dello stato, il problema era quello di organizzare «un vasto inventario di tutte le fonti che l’erudizione avrebbe potuto utilizzare», come recitano le Istruzioni per la salvaguardia e la conservazione degli archivi del 1839; dove, come in Italia, ha finito per prevalere il particolarismo delle piccole patrie locali, si è “preferito” organizzare la documentazione, nonostante l’esistenza di una normativa nazionale, secondo «metodi di lavoro e forme di mentalità archivistica non uniformi»16. Resta ora da capire, sia pure a grandi linee, come si siano evoluti nel tempo questi due punti sui quali ci siamo soffermati, come cioè noi li ritroviamo nella Pratique e nell’archivistica francese degli ultimi decenni.

15   Si fa riferimento sempre al “Project de dictionnaire” (d’ora in poi “Project”), che definisce i cadres de classement «un piano prestabilito che fissa, all’interno di un servizio di archivio, la ripartizione dei fondi e delle collezioni entro grandi divisioni e sottodivisioni chiamate series e sous-series. Questa ripartizione determina la segnatura (cotation)»; la quale in definitiva comprende dunque tre elementi: il riferimento appunto alla serie e alla sous-serie del quadro di classificazione e il numero d’ordine della singola unità archivistica, lasciando in ombra il richiamo al fondo che finisce per essere una specie di sottoinsieme, sia pure logicamente determinato. Per le questioni sollevate dal Valenti si rimanda a Considerazioni, p. 26, con utili riferimenti all’esperienza della Guida generale degli archivi di stato italiani ed alle riflessioni sul fondo in F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLI (1981), pp. 9-37, ora in Id., Scritti e lezioni … cit., pp. 83-113, in particolare pp. 103-110. 16   Sul “particolarismo” archivistico si rimanda a I. Zanni Rosiello, Archivi e memoria storica, Bologna 1987, in particolare le pp. 32 e seguenti.


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Anche la Pratique è il frutto di un’epoca significativa della storia degli archivi in Francia, quella della lunga direzione (quasi venti anni) di Jean Favier, che è anche il promotore della Pratique, ma essa è pure il risultato di una situazione certamente più problematica, meno trionfante dell’archivistica francese: a livello internazionale lo sviluppo dell’informatica e la crescita qualitativa e quantitativa dell’archivistica ha indebolito il ruolo della Francia rispetto ai paesi anglosassoni; anche a livello interno l’archivistica francese ha conosciuto alcuni momenti critici come quello relativo al sostanziale fallimento dell’ipotesi di prearchiviazione a Fontainebleau; rispetto all’epoca d’oro di Charles Braibant il ruolo della Direzione degli Archivi di Francia, proprio dal 1959 non più sotto il Ministero dell’Educazione, ma sotto quello della Cultura, appare indebolito; soprattutto la Francia e quindi i suoi archivi devono fare i conti con le leggi sul decentramento avviate negli anni ’80 e non ancora del tutto digerite17. Più in generale le due opere presentano ovviamente un’ossatura simile – e forse anche per questo, oltre che per il diverso peso dell’ar­chivistica francese, si può spiegare il sostanziale disinteresse con il quale è stata accolta in Italia la Pratique – ma credo vada dato atto agli archivisti francesi, anche in considerazione del mutato clima cui si faceva cenno in precedenza, di aver saputo produrre un’opera molto più articolata e problematica. Si potrebbe pure aggiungere che si è fatto tesoro delle principali critiche del Valenti, come noto pubblicate anche su «La Gazette des Archives» nel 1976. Alla totale assenza di dimensione storica, alla mancanza pressoché assoluta di ogni riferimento ad esperienze straniere passate o presenti, alla mancanza di una bibliografia generale – alcune delle osservazioni del Valenti – si cerca di ovviare con risultati confortanti. Si nota anche un più efficace inquadramento delle materie18.

17   Si vedano a questo proposito le osservazioni di carattere generale di B. Remond, Decentramento da rifare in Francia, in «Amministrare», XXXI (2001), pp. 485-493. 18  Ambedue le opere si aprono infatti con due capitoli introduttivi, cui fanno seguito quattro parti: “archivistica generale”, “archivistica speciale”, “conservazione materiale dei documenti”, “ruolo scientifico, culturale e amministrativo degli archivi”, nel Manuel. Nella Pratique esse sono: “produttori e servizi di archivi”, “traitement” degli archivi, “gli archivi e il loro pubblico”, “la conservazione”.


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Ma torniamo ai nostri due punti. L’ordinamento degli archivi, il classement des archives, è trattato da Christine Nougaret nel primo capitolo della seconda parte dedicata al trattamento degli archivi (procedure di scarto, ordinamento e descrizione) ed intitolato Classement et description: des principes à la pratique. La stessa Nougaret ha pubblicato nel 1999 per la Direction des Archives de France in collaborazione con Bruno Galland un volume sugli Strumenti di ricerca negli archivi, dove ovviamente ritorna sull’argomento19. Come si accennava, c’è certamente in queste pagine una maggiore consapevolezza dei problemi, più attenzione alle dinamiche storiche e alle esperienze internazionali e, di conseguenza, un atteggiamento più prudente, segno di minori certezze. Il principio del rispetto del fondo (nelle sue tre componenti: rispetto della provenienza e quindi individuazione del soggetto produttore, rispetto dell’integrità del fondo e rispetto dell’ordine originario o rispetto interno del fondo, consistente nel mantenere o ricostruire l’ordinamento interno stabilito dal produttore del fondo) è ribadito con forza come principio di base dell’archivistica. Soprattutto è importante sottolineare il rilievo che viene dato appunto al soggetto produttore come elemento intorno al quale incardinare la descrizione archivistica. Praticamente sconosciuto nel Manuel, come è ovvio, il concetto di producteur du fond serve infatti alla Nougaret per ribadire il principio del respect des fonds20. Restano i cadres de classement, sia pure ridimensionati, vengono infatti al terzo posto, dopo il rispetto del fondo e il nuovo concetto della descrizione archivistica; restano, sia pure subordinati ad alcuni consigli pratici, che dimostrano come in passato non sempre le cose siano state così ovvie, sulla necessità di individuare con esattezza all’interno dei cadres i singoli fondi e soprattutto su quella di evitare lo spezzettamento degli stessi, anche ricorrendo al cosiddetto repertoire méthodique21. 19   Direction des Archives de France, Les instruments de recherche dans les archives, par C. Nougaret avec la collaboration de B. Galland, Paris 1999. 20   Ibid., pp. 43-44; nel “Project” si definisce il producteur d’archives: «la persona fisica o morale, pubblica o privata che ha prodotto, ricevuto o conservato documenti durante l’esercizio della sua attività». 21   Si vedano in particolare le pp. 150-152 della Pratique; nel “Project” il repertoire è definito uno «strumento di ricerca avente per livello la descrizione del pezzo e indicante per ciascuno la segnatura, le date estreme e un’analisi il più stringata possibile», méthodique se «presenta l’analisi di ciascun pezzo secondo un ordine logico o metodico indipendente dalla segnatura».


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Va anche aggiunto che i cadres sono stati definitivamente aboliti per la documentazione posteriore al 10 luglio 1940 (fine della III Repubblica) con una serie di circolari tra il 1965 e il 1986, che hanno generalizzato l’uso della cotation continue22. Essa, appena accennata nel Manuel in due paginette di Yves Perotin, che mettevano l’accento sul suo carattere pratico e non ancora ufficializzato in testi regolamentari, consiste nel non collocare i fondi o le parti di fondi via via versati secondo le differenti “sotto-serie” del quadro di classificazione, ma gli uni di seguito agli altri secondo l’ordine di accesso. Nella Pratique Christine Pétillat e Hélène Prax sottolineano, insieme ad un sostanziale giudizio positivo, alcune incongruenze di questi provvedimenti e soprattutto il difficile rapporto con le conseguenze che il decentramento avviato nel 1982 sta avendo negli archivi, specialmente dipartimentali. Più in generale le vicende degli archivi contemporanei a Fontainebleau denotano da un lato gli sforzi comunque compiuti dall’archi­vistica francese, oltre alle difficoltà anche metodologiche che essa ha incontrato in questi anni recenti. La Cité interministerielle des Archives, nata negli anni ’70 come centro di prearchiviazione, è diventata dal 1986, con il differente nome di Centre des Archives Contemporaines, il deposito della documentazione amministrativa prodotta dagli organi centrali dello stato. Se originariamente si pensava di utilizzare proprio il prearchivage 23 per selezionare la documentazione da conservare, alla fine si è optato per l’utilizzazione delle missions24 per questa fase del lavoro. L’ipotesi del semplice ricovero dei documenti è stata così sostituita da quella della presa in 22   «Sistema di identificazione che attribuisce a ciascun nuovo ingresso in archivio un identificativo che individua il suo posto nella successione continua delle accessioni di un archivio, senza riferimento alla sua provenienza e permettendo di collocarlo materialmente di seguito agli altri». 23   «Termine desueto utilizzato per designare la gestione di archivi intermedi fino allo spirare del termine di utilità amministrativa in vista della loro selezione per l’eliminazione o la conservazione definitiva». 24   «Antenne degli archivi nazionali presso i vari ministeri consistenti nella presenza di personale scientifico e di documentazione degli Archives nationales, incaricato del controllo degli archivi correnti, del controllo o della gestione degli archivi intermediari e della preparazione del versamento degli archivi definitivi del singolo ministero»; si veda a questo proposito la giornata di studio organizzata dall’associazione degli archivisti francesi a Parigi nel gennaio del 1995, Entre la gestion et la documentation historique de la recherche: le préarchivage en France et à l’étranger. Hier, aujourd’hui, demain, per cui cfr. «A.N.A.I. Notizie», 1995, n. 1, p. 24.


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carico definitiva del materiale selezionato, gestita attraverso un sistema informatico. Ciascun versamento («insieme di documenti della stessa entità amministrativa») viene registrato con un numero di otto cifre indicativo dell’anno e del numero di versamento, mentre il collegamento con il soggetto produttore viene gestito attraverso la banca dati “Priam 3”, che dovrebbe riportare tra le altre cose il codice N1 ora FN1COD: un sistema di codificazione del servizio produttore a tre livelli, il primo di due cifre per i grandi settori di intervento della pubblica amministrazione, il secondo corrispondente alle direzioni e agli uffici, il terzo per i successivi livelli25. Sebbene in funzione da quasi venti anni, questo sistema appare, ad un rapido e sommario esame di quanto presente oggi in linea nel sito del Centre des Archives Contemporaines, ancora molto da perfezionare, del codice dei soggetti produttori non vi è traccia, mentre quello che sembra essere privilegiato è il contenuto informativo della banca dati che può essere interrogata solo dalle sale di lettura degli Archives nationales, secondo diversi criteri (oggetto, azione amministrativa, persone, contesto geografico, natura dei documenti, date). Al di là di uno “stato dei versamenti” che raggruppa gli archivi versati dai vari dipartimenti ministeriali, «secondo una presentazione metodica che segue essenzialmente l’organigramma del ministero in questione», quello che continua ad apparire in primo piano è sempre «un vasto inventario di tutte le fonti che l’erudizione avrebbe potuto utilizzare»26. Forse sarebbe opportuno approfondire il dibattito sulla più recente esperienza francese in materia di cadres de classement e di soggetti produttori di archivi per un possibile utilizzo degli stessi cadres, o di qualcosa che loro assomigli, come modelli per la individuazione del soggetto produttore sulla falsariga di quanto proposto da Valenti per individuare alcune tipologie di fondi, in modo da facilitare la comparazione in contesti istituzionali diversi27. 25   M.-O. Ducrot, Évolution des structures administratives et respect des fonds: l’apport de l’informatique. La nomenclature N1 du Centre des archives contemporaines à Fontainebleau, in «La Gazette des Archives», 144 (1989), pp. 18-43 con un commento di Gérard Naud, all’epoca responsabile del CAC. 26   Nel frattempo la base dati Priam 3 è stata resa consultabile in linea, cfr. il sito del Centre des Archives Contemporaines: http://www.archivesnationales.culture.gouv.fr/cac/fr/. 27  Il riferimento è a F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, in Id., Scritti e lezioni … cit., pp. 216-224.


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Il tempo passa e occorre avviarsi alle conclusioni, soffermandoci prima, sia pure brevemente, sull’altro punto, quello del ruolo degli archivi. Nella Pratique esso è affrontato nella terza parte con un titolo significativamente diverso, dalla sottolineatura del «ruolo scientifico, culturale e amministrativo» si passa ad un più anonimo e anodino «Gli archivi e il loro pubblico». Negli anni intercorsi tra i due manuali, sostanzialmente quelli della direzione Favier, sono stati costruiti una settantina di nuovi edifici per gli Archives départementales, è stata allestita una nuova sala di studio per gli Archives nationales, si sono sviluppati nuovi servizi educativi ormai estesi a tutti gli Archives départementales. Nello stesso tempo vi è stato un forte incremento nel numero degli utenti e dei pezzi movimentati, per lo meno triplicati, mentre si è alzato dal 3% al 44% il numero dei famosi “généalogistes”, l’utenza non specializzata28. Non sembra però vi sia stato un contemporaneo sviluppo delle risorse umane, come è stato più volte denunciato dalle organizzazioni sindacali di categoria e come ha messo in evidenza Sonia Combe nel suo libro sugli archivi francesi apparso nel 199429. Da qui un senso di frustrazione che traspare anche dalle pagine della Pratique, il dubbio che il gioco così condotto non valga la candela, che il divario tra l’importanza dell’investimento, soprattutto intellettuale, necessario per sostenere queste attività e il loro reale impatto sulla società francese si faccia sempre più ampio. Ma c’è dell’altro: sembra siano proprio le conseguenze dello sforzo compiuto dagli archivi francesi per partecipare al mondo dell’educazione ad aver generato una serie di problemi sui quali si sofferma Pierre Cheynet nel suo intervento. Per considerare gli archivi come beni culturali, per valorizzare la missione culturale dei servizi archivistici occorrono – questo sembra il succo del suo argomentare – non solo risorse adeguate e sufficienti, ma anche e soprattutto «una riflessione sui mezzi da utilizzare e sui temi da scegliere»30.

28   Per un’aggiornata analisi del pubblico degli archivi francesi G. Ermisse, L’étude sur les publics des Archives de France, in «Comma», 2003, pp. 67-73 e R. Albrech i Figueras, Les usagers des archives municipales, ibid., pp. 75-79. 29   S. Combe, Archives interdites. Les peurs françaises face à l’Histoire contemporaine, Paris 1994, p. 58; sulle iniziative dei sindacati francesi per gli archivi cfr. I problemi ci sono anche in Francia… Una iniziativa della CGT, «A.N.A.I. Notizie», 1 (1998), p. 22. 30   Direction des Archives de France, La pratique … cit., p. 418.


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Del resto va anche detto che il malessere degli archivi francesi non sembra essersi fermato con la pubblicazione della Pratique. Poco tempo dopo si sente infatti il bisogno di una vasta inchiesta che faccia il punto sulla legge archivistica del 1979, commissionata direttamente dal primo ministro Balladur a Guy Braibant, presidente di sezione del Consiglio di Stato, il quale redige un rapporto pubblicato nel 1996, dove si mettono in luce, i ritardi giuridici e le debolezze amministrative, così come l’insufficiente o cattivo impiego delle risorse finanziarie a disposizione31. Anche Pierre Belaval, direttore dal 1998 al 2000 degli archivi francesi presenta nel 1999 una sua Strategia per gli archivi francesi32. Nel frattempo l’opinione pubblica, anche in seguito alla pubblicazione del libro di Sonia Combe e ad alcune clamorose vicende legate alla documentazione sul governo collaborazionista di Vichy e sulla guerra di Algeria reclama una maggiore apertura degli archivi, almeno parzialmente concessa e caldeggiata nello stesso rapporto Braibant. L’anno scorso (2001) infine un gruppo di storici e di archivisti ha dato vita all’associazione Une cité pour les Archives Nationales, (attualmente presieduta da Annette Wieviorka) per sensibilizzare il governo e l’opinione pubblica sul rischio di paralisi degli Archives nationales e sulla necessità di maggiori risorse da impegnare nella salvaguardia e nella conservazione della memoria nazionale. Iniziativa che ha avuto l’onore di numerosi articoli di giornale e di passaggi alla radio e alla televisione e che si è infine concretizzata in un grande convegno «I Francesi e i loro archivi», sponsorizzato da Le Monde, aperto da Jospin e concluso da un messaggio del presidente della repubbli-

31   G. Braibant, Rapport au Premier ministre. Les archives en France, Paris 1996; per un esame più approfondito del rapporto Braibant si veda F. Ferruzzi, Uno sguardo alla situazione degli archivi in Francia. Una sintesi del rapporto Braibant, in «A.N.A.I. Notizie», 1 (1998), pp. 18-22. Vale forse la pena di sottolineare come, nonostante la situazione degli archivi italiani non sia certo migliore, specie dopo la “terribile” estate del 2003, quando molti istituti hanno rischiato la chiusura, non vi sia mai stato da parte dei governi italiani che si sono succeduti in questi ultimi anni, alcun interesse a produrre inchieste di quella del tipo condotta dal governo francese. 32   «Pour une strategie d’avenir des Archives Nationales», document de travail remis a Madame Catherine Trautmann, Ministre de la Culture et de la Communication, par M. Philippe Belaval, in http://www. culture.gouv.fr/culture/actualite/dossiers/belaval/sommaire.htm.


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ca, svoltosi a Parigi il 5 novembre del 2001 e i cui atti sono stati pubblicati dalle edizioni Fayard33. Permettetemi un’ultima amara considerazione: io non posso dire con precisione quanto il quadro, fatto di luci e di ombre, che vi ho presentato sugli archivi francesi corrisponda alla realtà, o sia invece frutto di una mia erronea valutazione, né quali potranno essere gli ulteriori sviluppi; quello che però è certo è che degli archivi italiani, che sicuramente non stanno meglio di quelli francesi, se ne parla molto meno e sostanzialmente solo fra gli addetti ai lavori … se perfino il nostro Ministero di essi si dimentica. Non so se ci avete fatto caso, ma in occasione degli spot televisivi annuncianti la IV Settimana della cultura, svoltasi nel mese di aprile 2002, di tutto si parlava meno che degli archivi che pure hanno massicciamente partecipato a quella iniziativa34.

33   Si vedano a questo proposito, oltre ai documenti presenti sul sito dell’Associazione (http://membres.lycos.fr/citearchives), le osservazioni di A. Prost, Le Français et les archives. Le sondage du journal Le Monde, in «Comma», 2003, pp. 51-56. 34   È superfluo constatare come nel frattempo la situazione dell’amministrazione archivistica italiana si sia particolarmente aggravata nel corso del 2003. L’unica nota positiva, con la quale mi piace chiudere queste brevi riflessioni, può essere considerata la forte mobilitazione della società civile (enti locali, istituti culturali, organi di stampa, cittadini …) in difesa degli archivi italiani.


Isidoro Soffietti

Un manuale di diplomatica: Il documento medioevale

Il manuale di Filippo Valenti risalente al 1961 ed ora riedito con molti altri suoi scritti, è molto breve, schematico, ed offre un contenuto ricco di problematiche, ancora oggi vive, che fanno pensare il lettore; il che, a mio avviso, è molto utile1. Prendiamo il capitolo dedicato ai compiti della diplomatica. Valenti parte dall’osservazione che «lo scopo del diplomatista … non è già di stabilire delle verità storiche, ma di accertare bensì delle autenticità documentarie»2. Da queste considerazioni discende che nell’uso della terminologia per indicare ciò che è vero e ciò che è falso occorre precisare che ciò che è diplomatisticamente vero è autentico, ciò che non è diplomatisticamente vero non è autentico, mentre i vocaboli “vero” e “falso” devono essere utilizzati per lo studio della realtà storica. Da questa posizione si passa poi a cogliere «il nesso che può sussistere tra il contenuto del singolo documento e la particolare verità storica che esso configura». 1   Questa testimonianza proviene da chi ha insegnato, e ancora insegna Storia del diritto italiano ed Esegesi delle fonti del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, Diplomatica presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Torino. Ho conosciuto il manuale di Filippo Valenti come studente, quindi l’ho adottato, finché la disponibilità e la reperibilità del volume presso l’editore furono possibili, soprattutto poiché esso offre un panorama della diplomatica non solo formale, ma anche giuridico. 2   F. Valenti, Il documento medioevale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia con 30 tavole, Modena 1961.


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Isidoro Soffietti

Qualcuno può pensare che sono ovvietà. Non è cosi, se teniamo conto del fatto che il testo è un manuale, rivolto ai giovani. Essi devono rendersi conto, negli ambiti delle diverse scuole, che intorno a questi concetti ha ruotato, e ruota ancora, la storia. Oggi più che mai occorre sensibilizzare gli allievi, poiché esiste il rischio che nuovi strumenti per la documentazione possano prestarsi ad interventi tali da rendere non facilmente riconoscibile l’autenticità del documento e tali da alternarne pure il contenuto. Nel campo prettamente storico-giuridico, poi, io sono stato sempre affascinato dal problema dell’autentico e del non autentico e della sue ricadute sulla storia. Si pensi alla celeberrima donazione di Costantino, alle altrettanto celebri falsificazioni delle decretali raccolte nelle Decretali pseudo-isidoriane, ai falsi canoni, di cui esistono raccolte3. Si pensi alle loro vicende ed alle loro possibili influenze sulla vita giuridica della Chiesa, sulla politica, sulle istituzioni. Confluite, molte di queste norme non autentiche, compresa ovviamente la donazione di Costantino inserita nel Decretum di Graziano come palea, nelle raccolte che costituiranno il Corpus iuris canonici, sono rimaste per secoli norme della Chiesa. Nel XVIII secolo, in particolare, le scuole del neo-umanesimo coinvolgono, con la ricerca dell’autentico, le fonti del diritto. Un esempio significativo viene da Carlo Sebastiano Berardi, che identifica i canoni non autentici del Decretum4. Questi aspetti, questi importanti campi di ricerca vengono suggeriti, a mio avviso, dalle considerazioni iniziali di Valenti, esposte in modo chiaro e in poche righe. 3  Senza alcuna pretesa di completezza si può rinviare a A.M. Stickler, s.b.d., Historia juris canonici latini. Institutiones Academicae. I. Historia Fontium, Roma 19853, soprattutto pp. 117-142; D. Maffei, La donazione di Costantino nei giuristi medievali, Milano, Giuffrè, 1964; D. Maffei, Manoscritti e editoria giuridica nel primo Cinquecento. Appunti e proposte, in «Annali della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Macerata», n. s. V, XXXIV (1982), pp. 1605-1610; J. Gaudemet, Storia del diritto canonico. Ecclesia et Civitas, Milano 1998 (titolo originale: Eglise et cité. Histoire du droit canonique, Paris 1994). St. Kuttner - R. Somerville, The so-called canons of Nîmes (1096), in «Tijdschrift voor rechtsgeschiedenis», XXXVIII (1970), pp. 175-189. 4   C. S. Berardi, Gratiani canones genuini ab apocryphis discreti, corrupti ad emendatiorum codicum fidem exacti, difficiliores commoda interpretatione illustrati, Taurini 1755, A. Bertola, La moderna critica grazianea e l’opera di Carlo Sebastiano Berardi, in «Studia Gratiana», III (1955), pp. 601-625, ora in Id., Scritti minori con premessa di G. Olivero, III, Torino 1967, pp. 5-33.


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Un altro argomento, trattato da Valenti, pure esso assai generale, è degno di essere sottolineato: l’oggetto dello studio della diplomatica, cioè il “documento” e la sua definizione. Di regola i manuali partono dalla celebre definizione del Paoli: «testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica compilata con l’osservanza di certe determinate forme, le quali sono state destinate a procurarle fede e a darle forza di prova». Valenti nel 1961 amplia questa definizione, ponendo accanto alla scrittura redatta per scopi giuridici quella compilata per “scopi pratici”. Egli afferma «essere possibile oggetto alla critica diplomatistica qualsiasi antica scrittura redatta per scopi giuridici o comunque pratici, in quanto, a seguito di tale destinazione, risulti compilata con l’osservanza di forme abbastanza tipiche da poter essere rapportate a un determinato modello o paradigma e criticamente confrontate con esso»5. È chiaro che l’aggiunta “o comunque pratici” dà la possibilità di studiare scritture che non siano solo giuridiche. Ciò mi pare giusto, fermo restando che non possono qui rientrare le scritture cronachistiche, bensì ad esempio, atti interni ad un’amministrazione che, di per sé, non creano diritto. Discorso simile può farsi per la serie di atti intesi a formare la norma. Questa impostazione è oggi comunemente accolta, magari con varianti. Mi limito a citare alcuni autori: rinvio, per il resto, al manuale sul notariato di Giorgio Tamba, che ne fornisce ampio quadro6. Pratesi definisce nel manuale la diplomatica come «la scienza che ha per oggetto lo studio critico del documento», inteso certo nel senso del Paoli, ma con la consapevolezza che la celebre definizione ha dei limiti, «al fine di determinarne il valore come testimonianza storica». Tale definizione verrà più tardi, in un’altra occasione, alquanto ampliata. La diplomatica è «la scienza che, indagando la forma dei documenti, ne studia la tradizione, la struttura e la genesi per accertarne innanzitutto la genuinità»7. Il Rabikauskas, a sua volta, distingue tra documento stricto sensu e documento lato sensu. Il primo è «testimonium scriptum in forma determinata da actione  F. Valenti, Il documento medioevale … cit., p. 14.  G. Tamba, Una corporazione per il potere. Il notariato a Bologna in età comunale, Bologna, 1998, pp. 7-10. 7  A. Pratesi, Diplomatica e archivistica: due discipline a confronto, in «Archivi per la storia», 5 (1992), 2, p. 8; A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma 1987, p. 13. L’A. riprende la definizione data nell’edizione del 1979. 5 6


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vel facto iuridico». Vi sono tre elementi: lo scriptum, la forma determinata e la relatio iuridica. Il secondo è caratterizzato dallo scritto in cui manca qualcuno degli altri due elementi e cita i mandata, le epistulae, gli acta8. Petrucci, dopo aver sottolineato, in uno studio di sintesi e di bilancio sulle ricerche nel settore paleografico, diplomatistico e codicologico, “un progressivo distacco” della diplomatica dalla storia del diritto, afferma che questa materia in senso ampio si è venuta «trasformando gradualmente e positivamente in “storia del processo di documentazione»9. La Carucci, studiando il documento contemporaneo, accoglie pure essa l’ampliamento, utile particolarmente per l’archivistica, al fine di trovare la giusta collocazione di un atto amministrativo nel mondo attuale10. In campo internazionale, Tessier a parte, Guyotjeannin, Picke e Tock nel loro manuale, dopo aver affermato che la diplomatica è «fondamentallement la science des actes écrits», riprendono la definizione data dal Vocabulaire international de diplomatique di actes écrits, affermando che gli atti scritti sono quelli in cui si trovano consegnati «soit l’accomplissement d’un acte juridique, soit l’existence d’un fait juridique soit encore éventuellement un fait quelconque dès lors que l’écrit est rédigé dans une certaine forme propre à lui donner validité»11. Tamba nel citato manuale accoglie la definizione di Petrucci, la più vasta e aperta12. Questi ampliamenti della ricerca, che il manuale di Valenti propone, come s’è detto, nel 1961, sono importanti non solo ai fini della storia amministrativa, ma anche della storia del diritto. Basti pensare alla serie di documenti che contribuiscono alla formazione della norma giuridica, come già si è detto. Tralasciando il problema della eventuale identificazione dei “documenti”, degli “atti”, delle “lettere” e delle “scritture”, si può passare ad un’altra osservazione.  P. Rabikauskas, Diplomatica generalis (Praelectionum lineamenta), Roma 19764, p. 22.  A. Petrucci, Paleografia, diplomatica, codicologia, in La storiografia italiana degli ultimi vent’anni. Antichità e medioevo, a cura di L. De Rosa, Bari 1989, pp. 363-382. 10  P. Carucci, Il documento contemporaneo. Diplomatica e criteri di edizione, Roma, LIS, 1987, p. 199, soprattutto pp. 13-21. 11   Vocabulaire international de la diplomatique, a cura di M.M. Cárcel Ortí, Valencia 19972, p. 21; O. Guyotjeannin - J. Picke - B.-M. Tock, Diplomatique médiévale, s.l. e d., p. 15. 12  G. Tamba, Una corporazione … cit., p. 8. 8 9


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La diplomatica medioevale ha un problema cruciale: la distinzione tra documento pubblico e documento privato. Valenti critica in modo serrato alcune teorie, poi, dopo aver affermato che «bisogna ricorrere prima o dopo, per forza di cose, al criterio dell’essere stato o meno, il documento medesimo, redatto in una cancelleria e secondo i modi che delle cancellerie sono caratteristici», ritiene che documento pubblico «è quello emesso da una pubblica autorità in forma tale che i mezzi di autenticazione emanano dall’autorità stessa che compie l’atto documentato»; documento privato «e quindi non cancelleresco, è quello in cui l’autore dell’azione o della documentazione, chiunque esso sia, si comporta come un privato cittadino, cioè cerca i mezzi di autenticazione al di fuori della propria persona e della cerchia della propria autorità»13. Questa definizione, integrabile peraltro con l’aggiunta, come segnala il Pratesi, della categoria intermedia dei documenti semi-pubblici, appare costruita logicamente e può essere adattata a molte situazioni documentarie e giuridiche. Anche a questo proposito, come per altri aspetti, un campo di studio problematico potrà essere costituito da una particolare categoria di documenti: le cosiddette chartae augustanae, cioè quelle carte caratteristiche della Valle d’Aosta dal secolo XI al XV. Per quanto attiene al contenuto, esse sono in prevalenza documenti che testimoniano negozi privati, mentre, per quanto concerne la forma, sono redatte da membri della cancelleria d’Aosta seguendo un formulario ripetuto per secoli. A titolo di mero esempio, cito un caso alquanto complesso. Nel XIII secolo troviamo un personaggio che opera nella cancelleria e che è contemporaneamente notaio. Nel 1266 Turumbertus gerens vicem Gonterii cancellarii redige una charta augustana; nel 1268 lo stesso personaggio, questa volta indicato come Et ego Turumbertus da Casaleto domini comitis Sabaudie publicus notarius rogatus a partibus redige un instrumentum, in cui, tra l’altro, l’autore dell’azione giuridica promette di far in seguito redigere una charta augustana, evidentemente perché quest’ultima aveva un valore giuridico superiore rispetto all’instrumentum14. 13  F. Valenti, Il documento medievale … cit., pp. 36-38; O. Guyotjeannin - J. Picke - B.-M. Tock, Diplomatique … cit., p. 25. 14   Archivio di Stato di Torino, Corte, Duché d’Aoste, m. 14, n. 30 e n. 32.


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Venendo ora ad un altro argomento ancora più specifico, si può osservare come Valenti affronti la partizione del documento. Egli pone, nell’ambito della parte centrale del “testo”, la dispositio, la sanctio e la corroboratio come elementi a sé, come parte del testo. Già il Vittani aveva in parte fatto così, nonché il Paoli15. Valenti è seguito, in questa linea dal Pratesi, che avverte tuttavia come queste parti siano «generalmente comprese sotto l’etichetta di clausole finali»16. Il Rabikauskas, invece pone sia la sanctio che la corroboratio decisamente come clausole del dispositivo17. Guyotjeannin, Picke e Tock pure collocano la clausola proibitiva e la sanctio all’interno della dispositio18. Ragioni oggettive, testuali, di chiarezza, possono far propendere per la formulazione accolta dal Valenti. Molte volte, infatti, il documento stesso, come le lettere pontificie cum serico, evidenzia la partizione attraverso l’uso della lettera iniziale del decretum e della sanctio in maiuscolo. Ritengo, infine, di dover riconoscere l’utilità dell’attenzione che Valenti dedica alle cancellerie. Lo schema, anche se sommario, da lui prospettato delle operazioni di cancelleria serve come punto di partenza per lo studio, per esempio, della cancelleria pontificia. Il discorso va, ovviamente, collocato in relazione ai “momenti” della formazione del documento, alla petitio, all’intercessio, all’interventio, alla iussio, alla “conscriptio”, alla registratio, tanto per citare i momenti principali. Essi hanno una loro importanza: non si può trascurare il rapporto tra la petitio, di regola la supplica, e la sua traduzione in norma, come spesso accadde nelle decretali pontificie. Valenti ha dato un impulso anche per queste ricerche. Il manuale di Valenti tocca, ancora, molti altri temi, come la cronologia e le regole per l’edizione delle fonti. Ma non è il caso di approfondire. In conclusione di queste riflessioni sul volume riedito, desidero ricordare un passo di Jean Mabillon, tratto dall’opuscolo intitolato Brièves reflections sur quelques Régles de l’histoire, nel testo trascritto da M. N. Baudoin-Matusezk, con 15  F. Valenti, Il documento medievale … cit., p. 65; G. Vittani, Diplomatica, Parma 1957 (edizione fuori commercio), pp. 51-53; C. Paoli, Diplomatica, (nuova edizione aggiornata da G. Bascapè), Firenze 1969 (rist. anast. dell’edizione del 1942), pp. 109-113. 16  A. Pratesi, Genesi e forme … cit., p. 84. 17  P. Rabikauskas, Diplomatica generalis … cit., p. 34. 18  O. Guyotjeannin - J. Picke - B.-M. Tock, Diplomatique … cit., pp. 80-83.


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prefazione e note di Blandine Barret-Kriegel, risalente al periodo tra il 1674 e il 1677, forse al 1677, edito nel 199019. «Comme l’amour de la justice est la première qualité d’un juge, aussi la première qualité d’un historien est l’amour et la recherche de la verité des choses passées». Come il giudice, lo storico «est une personne publique, sur la quelle on se repose pour examiner les faits de l’antiquité … il trompe le public s’il ne fait pas toutes les diligences possibles pour former un juste jugement des choses», «Étant donc engagé de traiter de l’antiquité, je me suis proposé pour la première de mes règles, l’amour de la vérité. Mais j’avais encore un engagement particulier en donnant les originaux des choses».

L’amore della verità, non ingannare il pubblico dei lettori, sono i fini del celebre benedettino; ma un’obbligazione particolare fu quella di dare l’originale delle cose, cioè il documento autentico. Ecco i due scopi di chi vuole, o deve, analizzare i documenti. Filippo Valenti nel suo manuale, come ho detto fin dall’inizio, l’ha insegnato.

[J.] Mabillon, Brèves réflexions sur quelques Règles de l’histoire. Préface et notes de B. BarParis 1990, pp. 104-112.

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ret-Kriegel,


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Direttamente o indirettamente Filippo Valenti costituisce una proficua pietra d’inciampo per chi si occupa a vario titolo di archivi, nel senso che la sua produzione scientifica, le sue affermazioni e soprattutto il suo metodo stimolano riflessioni e prese di posizione. Per quanto riguarda l’insegnamento della disciplina, non solo i famosi Appunti delle sue lezioni, ma anche altri scritti, in particolare Parliamo ancora di archivistica, inducono chi è docente di archivistica a guardarsi allo specchio e a discutere con i colleghi contenuti, obiettivi e metodi del proprio operato. La vicenda degli Appunti, curati dal suo allievo Gabriele Fabbrici, è tristemente nota1: rimasti inediti fino al 2000, quando sono stati inseriti, dopo la revisione per certi versi profonda e innovativa di Valenti stesso, nella raccolta dei suoi scritti2, hanno conosciuto una circolazione eccezionalmente capillare, anche se sotterranea. Chi, come me, li ha avuti in mano e li ha letti solo una decina di anni fa ha potuto constatare con una buona dose di sorpresa e meraviglia quanto essi *  Si pubblica, con pochi ritocchi, il testo presentato in occasione del convegno, senza aggiornare né i riferimenti normativi né le citazioni bibliografiche. 1   I. Zanni Rosiello, Come non si scrive un manuale, in «Rassegna degli Archivi di Stato», LI (1991), pp. 373-385. 2   F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie. Corso di Archivistica tenuto presso l’Università di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia (corso di laurea in Storia, indirizzo medievale), a. acc. 1975-1976 [con rifacimenti e aggiunte negli ultimi due capitoli], in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), pp. 135-224.


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siano stati più o meno consapevolmente e amabilmente “saccheggiati”, quanto essi abbiano influenzato altri autori e abbiano costituito spunto e palestra per l’addestramento di schiere di archivisti. Rileggerli adesso, in un momento in cui gli orizzonti archivistici si sono dilatati aprendosi a nuove prospettive e suscitando domande e riflessioni sull’essenza della nostra professione, serve a capire i contesti e i precedenti del nostro attuale modo di essere e di pensare, a decidere che cosa dobbiamo e vogliamo consegnare del nostro bagaglio professionale alle generazioni future, che si affacciano curiose all’universo degli archivi. Riflettere su che cos’è e dove va l’archivistica è importante – lo accennavo prima – soprattutto per chi è impegnato a insegnare la disciplina e deve trasmettere nozioni, contenuti, metodi, ma soprattutto rigore professionale, entusiasmo e capacità di affrontare con lucida consapevolezza epistemologica e deontologica realtà sempre nuove e sempre più impegnative sia a livello teorico sia a livello pratico, in poche parole a insegnare il “mestiere dell’archivista”3. Da qualche tempo infatti, complice il momento di radicali trasformazioni che stiamo attraversando, la voglia e la necessità di fare il punto della situazione sono diventati ineludibili: molti di noi hanno cercato occasioni di dibattito e di reciproco affinamento metodologico che questo incontro modenese ci offre4. 3   Adottando questa espressione intendo condividere le considerazioni di I. Zanni Rosiello, Sul mestiere dell’archivista, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLI (1981), pp. 57-73, ora in Ead., L’archivista sul confine. Scritti di Isabella Zanni Rosiello, a cura di C. Binchi e T. Di Zio, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 60), pp. 371-388, in particolare l’affermazione «è un mestiere che si fonda su un sapere tecnico-specialistico, artigianale. Si tratta di un sapere che è ad un tempo teorico e pratico», che rispecchia il pensiero di Valenti quanto all’archivistica quale euristica delle fonti. Posizione divergente esprime O. Bucci, Il processo evolutivo dell’archivistica e il suo insegnamento nell’Università di Macerata, in L’archivistica alle soglie del 2000. Atti della conferenza internazionale (Macerata, 3-8 settembre 1990), Roma 1992 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 24), pp. 17-43, in particolare p. 35: «l’archivistica non può coincidere con nessun risultato del lavoro archivistico. L’archivistica ha carattere teorico, è sintesi ordinatrice, è elaborazione e formulazione di principi e concetti, è infine procedere definitorio con riferimento al compito di raccogliere ed esporre tutta la problematica densa e complessa degli archivi (…) le ragioni di vita dell’archivistica non sono salvaguardate soltanto dal lavoro archivistico. Occorre un nuovo tentativo di riannodare l’archivistica a una teoria onde superare il suo andamento empirico». 4   A proposito di questa voglia di discutere richiamo solamente M. Guercio, Il rinnovamento dei contenuti e degli strumenti didattici nell’insegnamento dell’archivistica, in Documenti & archivi, a


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Ho accennato alla situazione di transizione che stiamo vivendo e che è iniziata più o meno intorno al 1998-99 e che ora sta forse deli­neando scenari nuovi e, almeno sommariamente, definiti, che costituiscono il contesto generale nel quale si incardina oggi l’insegnamento dell’archivistica. Risale a quegli anni infatti la riforma del Ministero per i beni e le attività culturali, preceduta da accese discussioni soprattutto sul ruolo del Ministero stesso nel contesto delle deleghe statali agli enti locali e sul suo assetto interno (DPR 368/98 e nuovo regolamento). A sua volta la riforma del ministero si inseriva in un più generale processo di innovazione della pubblica amministrazione, iniziato nel 1990 (con la L. 142 e soprattutto la L. 241) e proseguito con le quattro “Bassanini”. In quel tempo poi si continuava a discutere della riforma delle Scuole d’archivio, che non è a tutt’oggi operante e che viceversa sarebbe un punto fermo con cui confrontarsi per l’organizzazione delle attività formative nel settore archivistico da parte di soggetti esterni all’ammi­nistrazione. Sempre in quegli anni veniva riconosciuto e determinato il ruolo delle nuove tecnologie e in particolare il DPR 428/1998, ora confluito con alcune significative modifiche nel DPR 445/2000, incanalava l’uso degli strumenti informatici nella consolidata tradizione archivistica italiana circa la gestione degli archivi in formazione. Prendeva forma nel 1999 il nuovo Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali (D. lgs. 29 ottobre 1999, n. 490) e si definivano le modalità di accesso agli archivi (D. lgs. 281/98 e Codice di deontologia e buona condotta per archivisti e ricercatori nel 2001). Partiva infine, sempre in quegli anni, recependo direttive espresse a livello europeo dalla conferenza dei rettori (dichiarazione della Sorbona del 25 maggio 1998 e accordo di Bologna del 19 giugno 1999), la riforma degli ordinamenti universitari, che ha trovato concretizzazione nel decreto del Ministro dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509 «Regolamento recante norme concernenti l’auto­nomia didattica degli Atenei». In questo panorama di riforme e di fermenti in ambiti tra loro strettamente interconnessi sono emerse alcune novità di rilievo per l’insegnamento della disciplina: è esploso un bisogno diffuso di archivistica, specie nella pubbliche amministrazioni; i soggetti formatori si sono moltiplicati, anche senza controlli cura di R. Guarasci, Rende 2000 (Università della Calabria - Quaderni del Dipartimento di Linguistica, 20), pp. 21-38, che a sua volta rinvia al dibattito pregresso e alla bibliografia specifica.


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da parte del Ministero per i beni e le attività culturali o di quello dell’Università o da altre istituzioni autorevoli; le richieste di insegnamento dell’archivistica vengono da ambiti diversi, sono destinate a utenti diversi e prevedono obiettivi formativi diversi; gli orizzonti stessi della disciplina si sono vertiginosamente ampliati sia per l’introduzione delle nuove tecnologie, che induce a rinnovate riflessioni teoriche, sia per la “scoperta” di una moltitudine di archivi “disseminati”, che suscita inediti quanto impegnativi problemi di censimento, tutela, gestione e valorizzazione, spesso in dialettica compresenza con altri beni culturali radicati a determinati contesti territoriali. In questo momento un docente si pone interrogativi ben precisi: che cosa insegnare, definendo e calibrando programmi, obiettivi e metodi in rapporto a ciascun livello e ai singoli contesti; quali strumenti usare, in considerazione del fatto che esistono limiti oggettivi, dettati dalla durata del corso, dai destinatari dell’azione formativa e, in ambito universitario, dalla normativa relativa al carico didattico, che diventeranno sempre più cogenti, oltre che opportuni. Per certi versi ci vengono in soccorso le riflessioni di Valenti. Prima di tutto da esse ricaviamo che il taglio e la qualità dell’insegnamento sono espressioni dirette della qualità e dell’impegno della ricerca, intesa come conoscenza del fenomeno archivistico quale risultato di sedimentazioni successive, e che è necessario, prima di insegnare, avere coscienza di dove è arrivata la disciplina, ma anche di che cosa ha alle spalle e della direzione che vuole o è costretta a prendere: è d’obbligo in poche parole prendere coscienza del contesto cronologico e istituzionale nel quale l’insegnamento dell’archivistica viene calato. Capire la collocazione che l’archivistica occupa in un preciso momento e in un determinato ambiente è essenziale per rispondere alle attese e per introdurre positive “inquietudini” che vadano al di là delle aspettative. Dall’analisi dello sviluppo della disciplina, Valenti rileva che la consapevolezza di essere scienza si afferma quando l’archivistica si trasforma da pura precettistica in euristica. Estrapolare le affermazioni di Valenti dai suoi ragionamenti complessivi può però essere pericoloso, se non si chiarisce l’autentico significato attribuito ai termini: euristica, difatti, in certi ambienti è stata riduttivamente interpretata come attività di “trovarobe”; viceversa la raffinata analisi dell’emancipazione della disciplina dalla posizione ancillare evidenzia che euristica significa capacità di “osservare, descrivere e comprendere” il singolo archivio in quanto frutto di processi storico-culturali complessi, che attribuiscono agli


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istituti di concentrazione funzioni di costruzione della memoria. Così concepita l’archivistica quale euristica delle fonti è l’unica percorribile per quanto riguarda gli archivi storici. Ma la precettistica continua a essere necessaria, soprattutto in questi anni, per addestrare chi si dedica alla gestione di archivi in formazione, settore in vertiginoso sviluppo dopo le recenti innovazioni normative ricordate in precedenza. Certo anche in quest’ultimo caso la precettistica deve fondarsi su ricerca e su rigore metodologico e non, come è troppo spesso avvenuto in passato, su regolette spicciole e superficiali, talvolta perfino errate: arriva puntuale in tal senso il richiamo di Stefano Vitali alla necessità per l’archivista impegnato sul fronte della gestione documentaria di individuare, a monte delle pratiche quotidiane di lavoro, principi e regole, dettate da una conoscenza critica della realtà istituzionale e amministrativa, che altro non è se non l’altra faccia dell’abitudine a interpretare la realtà sviluppata da chi si occupa di archivi storici5. In ambito universitario in particolare l’evoluzione è stata marcata e vistosa: il numero degli insegnamenti di archivistica nelle nostre università si è moltiplicato, di pari passo con l’assunzione a tempo pieno dei relativi docenti, che fino a non poco tempo fa erano presi a prestito temporaneo dall’amministrazione; la disciplina è stata inserita negli ordinamenti didattici di lauree differenti (di primo e di secondo livello; di storia, di beni culturali, di scienza dell’amministrazione) che richiedono programmazioni diversificate e attente all’articolazione complessiva della didattica, ma che non dovrebbero ridurre la disciplina a un ruolo ancillare e/o puramente precettistico, ma dovrebbero tutelarne la fisionomia scientifica specifica. Continuo a sostenere anche l’esigenza di coordinare le molte offerte didattiche disponibili sul mercato, delle quali la giornata di studio organizzata dall’ANAI Veneto nel novembre 2001 a Venezia ha fornito una panoramica interessante. La riforma universitaria ha provocato ripensamenti in ogni settore disciplinare: per alcuni percorsi di laurea si sta cercando di stabilire un core curriculum ampiamente condiviso che indichi quali conoscenze, abilità e competenze lo studente deve acquisire per raggiungere l’obiettivo che ci si prefigge per un dato livello formativo. Occorrerebbe a questo punto stabilire un core syllabus all’interno di ogni disciplina. Per l’archi5   S. Vitali, Di angeli, di paperi e di conigli, ovvero dello strano mestiere dell’archivista, in «Professione: archivista»: 1949-1999. I cinquant’anni dell’ANAI nel mondo archivistico. Atti del convegno di studi (Trento-Bolzano, 24-26 novembre 1999), in «Archivi per la storia», XIV (2001), 1-2, pp. 179-186.


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vistica l’operazione sta diventando essenziale per fare ordine e creare priorità di apprendimento che tengano conto dei livelli di partenza dei discenti, degli obiettivi specifici e dell’accresciuta e rilevante massa di nozioni, informazioni, convinzioni ed esperienze che noi abbiamo accumulato e sentiamo la necessità di trasmettere. L’insegnamento dell’archivistica risente di una serie complessa di ambivalenze e condivisioni e, a seconda dei destinatari cui si rivolge e degli obiettivi che si prefigge, assume fisionomie e utilizza metodologie differenziate. Mi spiego meglio: oggi l’archivistica viene insegnata in più contesti. Perciò insegnare archivistica può voler dire: 1) insegnare a chi già opera nelle pubbliche amministrazioni ad usare correttamente e con spirito critico gli strumenti di gestione degli archivi, specie correnti e di deposito, a capire e utilizzare la normativa di riferimento, a rapportarsi con le istituzioni operanti nel settore 2) insegnare a chi è preposto alla conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio archivistico in realtà diverse da quelle del Ministero per i beni e le attività culturali a lavorare concretamente, applicando in pratica conoscenze teoriche già acquisite, a elaborare strategie di intervento che tengano nella giusta considerazione le irrinunciabili procedure scientifiche e le contingenze economiche e amministrative in cui sono chiamati ad operare 3) insegnare a studenti universitari iscritti a corsi di laurea di primo livello, all’interno dei quali l’archivistica può assumere funzione strumentale o professionalizzante 4) insegnare a studenti universitari iscritti a corsi di laurea di secondo livello, interessati ad apprendere l’archivistica per intraprendere la specifica carriera di archivisti oppure per utilizzare gli archivi come fonti per le loro ricerche 5) aggiornare chi già lavora nel settore nei diversi ruoli: esigenza sempre più avvertita nella società contemporanea e nel nostro campo in particolare. A queste differenziazioni di livelli dei destinatari dell’insegnamento e di ruoli formativi, che investono l’insegnamento della disciplina, si aggiunge l’ulteriore “problema” della frammentazione delle vicende istituzionali e archivistiche italiane. Un approccio euristico di basso profilo (non quindi nell’accezione alta fornita da Valenti), che però è molto richiesto da chi si accosta all’archivistica con intenti strumentali, richiede a un docente di archivistica la capacità di


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“disciplinare” la domanda, che va spostata dallo specifico oggetto della ricerca (con aspettative di pronto reperimento, che non può garantire neppure un’applicazione massiccia di schedatura informatizzata – tra l’altro ben lungi da esistere) verso la conoscenza del concreto funzionamento delle istituzioni e dello stratificarsi della loro produzione documentaria nei differenti apparati statuali, secondo la lezione del Bonaini così ben ribadita e applicata dal Valenti6. Nella sostanza, quindi l’accresciuta richiesta di archivistica nella società contemporanea esige che si trovino i giusti metodi di insegnamento in rapporto alle esigenze (anche inespresse) dei discenti e alle ore disponibili. Ecco un altro tasto dolente: il tempo a nostra disposizione per trasmettere certe conoscenze e, almeno nell’ambito universitario, le limitazioni derivanti dal calcolo predeterminato del carico di lavoro dello studente impongono di contenere il numero delle pagine da indicare per lo studio individuale, il che rende urgente e centrale il problema dei manuali, su cui tornerò più avanti. C’è però da aggiungere che in ambito universitario il docente di archivistica non agisce da solo in mezzo a un deserto, ma può contare sull’azione altamente formatrice, specie sotto l’aspetto metodologico, di docenti di altre discipline, che per i loro contenuti costituiscono complemento, affinamento e presupposto dell’archivistica stessa. Inoltre la riforma introdotta nel 1999 prevede che lo studente universitario effettui nel corso della sua carriera tirocini e stages, occasioni preziose per venire in contatto con realtà documentarie e amministrative e per imparare “sul campo” nozioni e metodi7. Il quadro della situazione attuale mi pare completo e ognuno avrà già ulteriormente sviluppato autonome considerazioni complementari ricavate dalla proprie esperienze personali. Quali le soluzioni? Ce lo stiamo chiedendo in molti, specie quelli di noi che sono impegnati nella didattica universitaria, sulla quale la discussione circa 6   L’operazione è ben sintetizzata da I. Zanni Rosiello, Archivi e memoria storica, Bologna 1987, p. 43: «Chi fa ricerche d’archivio deve sforzarsi di tradurre la “domanda storiografica” in “domanda archivistica”, di incanalare cioè l’argomento-oggetto della propria indagine dentro le maglie e gli intrecci del reticolato archivistico». 7   Da quando insegno all’Università di Padova ho operato due scelte precise, che hanno precorso i tempi della riforma universitaria: la prima che gli studenti effettuano una serie di esercitazioni pratiche su materiale archivistico, la seconda che i laureandi lavorano solo in regime di stage. So però che soprattutto la prima consuetudine è praticata da molti colleghi.


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l’adeguamento dei metodi è più accesa e risente di suggestioni europee, soprattutto in ambito umanistico, perché le discipline cosiddette scientifiche hanno minori problemi nello standardizzare contenuti e metodi d’insegnamento. Penso che riferire la mia recente esperienza didattica serva per aprire una discussione costruttiva tra docenti di archivistica. Dai primi risultati del sondaggio compiuto, come ogni anno, tra i frequentanti i corsi è emersa un’istanza ben precisa: gli studenti vogliono un manuale. Da due anni, intenzionalmente, non ne avevo indicato alcuno in bibliografia, perché volevo che gli studenti si accostassero alla disciplina attraverso la lettura diretta di alcuni significativi e rilevanti testi di normativa e di letteratura specialistica. Contavo sul fatto che il numero contenuto di studenti (meno di 20) creasse i presupposti per apprendere la materia in modo seminariale. Questo risultato è stato ottenuto lo scorso anno accademico per due motivi: 1. equilibrio numerico tra studenti di lettere (tra l’altro tutti ancora quadriennalisti) e studenti di scienze politiche: una convivenza che si è sempre rivelata proficua in un corso condotto in modo seminariale perché consentiva un’integrazione reciproca delle conoscenze mancanti (diritto per gli studenti di lettere; paleografia, diplomatica e, talvolta, latino per quelli di scienze politiche); 2. disponibilità di 60 ore frontali per svolgere il programma di base. Quest’anno l’esperimento non ha avuto gli stessi risultati positivi, perché fra i 17 frequentanti abituali c’erano solo 3 studenti di scienze politiche (quadriennalisti), 3 triennalisti di lettere iscritti a corsi di laurea diversi (perciò alcuni con 2 moduli = 40 ore frontali e altri con 3 moduli = 60 ore frontali), gli altri erano quadriennalisti di lettere di vari corsi di laurea e quindi con esigenze e aspettative diverse. Resto però ancora del parere che l’approccio diretto, anche se più circoscritto rispetto a quest’anno, a testi normativi e bibliografici essenziali sia utilissimo (tra l’altro per quasi tutti gli studenti di lettere il mio corso rappresenta la prima volta in cui prendono in mano una Gazzetta Ufficiale e leggono normativa contemporanea). Perciò anche nelle dispense8, di cui parlerò più avanti, ho 8   G. Bonfiglio-Dosio, Archivistica 2001-2002. Dispense dalle lezioni, Padova, CLEUP, maggio 2002, relativa però solo ai primi due moduli e priva sia delle riproduzioni di documenti esaminati durante il corso sia dell’illustrazione degli istituti di conservazione archivistica visitati e dell’archivio privato di famiglia sul quale sono state effettuate le esercitazioni. Si è trattato in sostanza di un esperimento resosi necessario dopo le constatazioni esposte in merito alla


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inserito alcune, poche, letture obbligatorie di autori e di normativa. Del resto poi, essendo l’archivistica pur sempre una disciplina di area storica, deve avvalersi di fonti. Tra queste i testi normativi sono fondamentali sia perché regolano, ora come in passato, l’attività pratica dei produttori d’archivio sia perché regolamentano, ora come in passato, il funzionamento dei sistemi di gestione archivistici. Conoscere in prima persona i testi di chi ha studiato gli archivi e i problemi archivistici serve, oltre che ad acquisire conoscenze, a capire come la disciplina si è venuta formando e sviluppando. In questo settore la scelta può essere difficoltosa, specie quando gli studenti non hanno specifiche conoscenze di base e partono da zero, perché la massa di materiale è enorme, molto qualificata, ma dispersiva e molto specialistica, più adatta a insegnamenti di secondo livello e a chi intende approfondire argomenti specifici. In tal senso i manuali, intesi nel senso classico del termine, a tutt’oggi disponibili non sempre si rivelano contemporaneamente funzionali, maneggevoli ed esaustivi: la classica trilogia di Elio Lodolini9, cui recentemente si è aggiunto il volume sulla storia dell’archivistica italiana10, costituisce un punto di riferimento esaustivo, tra l’altro gradito agli studenti, ma che non è possibile inserire nei programmi d’esame delle lauree di primo livello per l’eccessivo numero di pagine. Altri, se li guardiamo con gli occhi di uno studente diciannovenne che non ha mai letto una legge e non sa neppure che cos’è un ente pubblico, sono troppo difficili o incompleti o superati dal vorticoso volgere degli ultimi eventi istituzionali e normativi, elementi essenziali per l’evoluzione della pratica archivistica e rilevanti anche per una ridefinizione della stessa teoria: alcuni di essi rimangono però, con la trilogia lodoliniana, pietre miliari per chi insegna11. non soddisfacente esperienza di lettura di testi. Eccezionalmente, nel caso di manuali e affini, cito anche la casa editrice. 9   E. Lodolini, Archivistica. Principi e problemi (7a edizione ampliata), Milano 1995; Id., Organizzazione e legislazione archivistica italiana. Prefazione di Giovanni Spadolini (quinta edizione, seguita da un separato Aggiornamento sommario: 1.1.1998-1.1.2000), Bologna 1998; Id., Lineamenti di storia dell’archivistica italiana. Dalle origini alla metà del secolo XX, Roma 1991 (Beni culturali, 13), completato da D. Tamblé, La teoria archivistica italiana contemporanea. Profilo storico critico (1950-1990), Roma 1993 (Beni culturali, 16). 10   E. Lodolini, Storia dell’archivistica italiana. Dal mondo antico alla metà del secolo XX, Milano 2001, che riprende in molti punti fedelmente il precedente Lineamenti. 11   Ricordo solo quelli più recenti, di carattere generale e scientificamente fondati, che hanno avuto una circolazione maggiore (tralasciando quindi quelli di archivistica speciale, quel-


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Per non discostarmi dai miei intenti di spingere gli studenti a leggere e usare con metodo filologico le fonti per l’archivistica e per facilitarli soprattutto nei primi approcci alla disciplina ho provato a scrivere le lezioni man mano che il corso procedeva, con l’enorme difficoltà di “bloccare” in un testo scritto un insegnamento che a voce è sicuramente più efficace perché più attento alle sollecitazioni degli studenti e spesso sorretto dall’esame diretto dei documenti e degli archivi, che evidentemente non possono essere inseriti con la loro corpulenta fisicità in una trattazione. Mentre scrivevo le dispense avevo però la consapevolezza che l’operazione poteva essere di qualche utilità non solo per gli studenti, ma anche per noi docenti di archivistica, ove fosse diventata occasione di discussione e di reciproco affinamento metodologico. Le dispense coprono i 5/6 delle lezioni (1. che cos’è l’archivio? 2. l’archivio corrente: la formazione e gestione della memoria; 3. l’archivio di deposito e la selezione della memoria; 4. l’archivio storico e la conservazione della memoria; 5. l’accesso e la riservatezza); resta escluso il mezzo modulo dedicato all’archivistica speciale, che insegno facendo ampio ricorso alla frequentazione diretta degli archivi nelli divulgativi e quelli scritti da chi si è reso colpevole di clamorosi plagi). Rimangono molto stimolanti e unici per quanto riguarda taluni aspetti della disciplina e pertanto meriterebbero una riedizione aggiornata P. Carucci, Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione, Roma 1983 (Beni culturali, 10); Ead., Il documento contemporaneo. Diplomatica e criteri di edizione, Roma 1987 (Beni culturali, 1). Per gli aspetti teorici ancora valido, ma da aggiornare per la legislazione, le tecnologie e gli standards di descrizione archivistica: G. Plessi, Compendio di archivistica, Bologna 1990; molto elementare e da aggiornare per più aspetti, anche di riflessione teorica: M. Stanisci, Elementi di archivistica, Udine 1982. Assolutamente superato e limitato: G. Platania, Lineamenti di scienza archivistica, Udine 1983 (Serie monografica di storia moderna e contemporanea, 6). Non sono manuali in senso stretto, ma ugualmente risultano molto formativi, nonostante la difficoltà di lettura per gli studenti alle prime armi: I. Zanni Rosiello, Archivi e memoria storica, Bologna 1987; Ead., Andare in archivio, Bologna 1996. Non è un manuale, ma risulta molto utile per inquadrare il fenomeno archivistico: P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma 1991 (Studi superiori NIS, 109). Non ha la sistematicità di un manuale, ma è una lettura quasi obbligatoria il volume che raccoglie saggi già pubblicati: A. Romiti, Temi di archivistica, Lucca 1996. Lettura utile, anche se non si configura come manuale: L. Duranti, I documenti archivistici. La gestione dell’archivio da parte dell’ente produttore, Roma 1997 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, 82). Ultimo uscito, adeguato per numero di pagine alle nuove direttive della riforma universitaria, anche se in certi punti un po’ troppo schematico e dogmatico: A. Romiti, Archivistica generale. Primi elementi. Modulo di base, Torre del Lago (LU) 2002. Riferito a un settore specialistico della disciplina: M. Guercio, Archivistica informatica. I documenti in ambiente digitale, Roma 2002.


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le loro sedi di conservazione e che conduco con ottica prevalentemente veneta. Nelle dispense, il cui testo è corredato da note (requisito che ritengo indispensabile per un addestramento tangibile e concreto a metodi scientifici), ho inserito alcuni stralci testuali di autori fondamentali per accostare alla disciplina i neofiti e ho previsto come obbligatoria la lettura integrale di alcuni articoli e certi testi normativi maggiormente significativi. Può essere che le dispense relative al corso di quest’ultimo anno accademico possano sfociare in un manuale, corredato tra l’altro da molti esempi pratici; di certo lo sforzo di scriverle mi ha reso consapevole dei problemi fondamentali da affrontare quando si scrive un testo da mettere in mano agli studenti. Penso che quello più oneroso sia circoscrivere la materia, tenendo conto appunto dei destinatari; ma non è irrilevante anche quello di rendere per iscritto concetti e procedure molto più comprensibili e più assimilabili con l’immediatezza della spiegazione fatta a voce davanti agli studenti magari utilizzando materiale archivistico. In proposito la già accennata frammentarietà delle vicende istituzionali e archivistiche italiane rende di primo acchito impraticabile la stesura di un manuale unico per quanto riguarda l’archivistica speciale, per la quale diventa indispensabile la frequentazione diretta degli archivi; ma l’esperienza significativa della Guida generale deve suggerirci possibilità di comparazione fra situazioni apparentemente molto distanti e quindi di trovare punti di contatto. Del resto su questa questione Valenti stesso ha preso posizione in termini molto chiari, che devono costituire il retroterra culturale e il sentire comune di chi insegni archivistica e voglia trasmettere anche valori metodologici, oltre che nozioni. Mantenere un giusto equilibrio tra conoscenza e precettistica, fra teoria e pratica è soluzione delicata che dipende molto dai destinatari del corso: il rinvio in nota al dibattito storiografico e normativo che ha preceduto e che accompagna determinati usi archivistici serve, secondo me, pure ai livelli più elementari per inserire lo studente in un clima autenticamente culturale e perfino durante i corsi di addestramento pratico per far comprendere come il quotidiano lavoro burocratico sia frutto di evoluzioni storiche complesse e profondamente influenzate da molteplici fattori d’ordine politico, legislativo, economico e sociale. Inoltre riuscire a comunicare la coscienza che le applicazioni pratiche vanno di pari passo con la definizione di questioni teoriche e mutano incessantemente contribuisce a creare nel discente l’attitudine a prestare attenzione al dibattito scientifico e all’inevitabile obsolescenza delle pratiche particolari e


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contingenti, a sviluppare la sua capacità di aggiornarsi e di elaborare soluzioni nuove nel rispetto dei capisaldi disciplinari. Bisogna creare capacità di comprensione della realtà istituzionale, amministrativa e culturale in cui si inseriscono gli archivi e informare circa i canali di comunicazione dai quali è possibile conoscere le novità: l’addestra­mento all’uso delle riviste scientifiche e al contatto con istituzioni archivistiche nazionali e internazionali deve far parte indispensabile del bagaglio, anche basilare, di conoscenze da trasmettere agli studenti. Un manuale deve essere chiaro e strutturato nel rispetto delle tecniche didattiche; deve essere, almeno per i primi livelli, semplice ma non semplicistico, perché l’archivistica resta comunque una disciplina specialistica. L’esposizione – e qui, secondo me, dobbiamo batterci il petto un po’ tutti – non deve essere generica (la puntualità è un requisito della storia), né allusiva (nell’allusività non c’è animus didattico), deve invece essere precisa, puntuale e documentata. Qualche mese fa ho parlato con alcuni colleghi di un’idea: perché non pensare a un manuale corale, nel quale ognuno di noi trattasse un argomento in termini didattici? Certo l’impresa è ardua e complessa. Inoltre, al momento attuale di rapido evolversi della realtà istituzionale, normativa e tecnologica, un manuale unico e completo sarebbe destinato a una veloce obsolescenza. Sarebbe forse auspicabile allora costruire un manuale a capitoli fisicamente e tipograficamente separati, ognuno dei quali suscettibile di tempestivo aggiornamento, in caso di necessità. Per ovviare a questo problema avrebbe senso la proposta di una collega circa la possibilità di mettere in Internet un manuale e i materiali didattici: alcuni docenti delle Facoltà scientifiche già usano questo sistema che garantisce rapidità di comunicazione con gli studenti. Anni fa avevo anche pensato ad un’altra soluzione, dedicata soprattutto a chi non può frequentare e utilizzabile in sostituzione delle visite agli archivi spesso onerose anche dal punto di vista organizzativo: approntare alcune videocassette che mostrassero i luoghi, il materiale, i mezzi di corredo. Ormai molti archivi anche esterni all’amministrazione hanno già realizzato strumenti di questo tipo, che hanno l’unico neo di essere dedicati in modo esclusivo a un solo produttore e/o conservatore d’archivio e quindi di riproporre in forma multimediale la stessa dispersione monografica di tanti buoni saggi. Serve per la didattica che ci viene chiesta oggi uno sforzo di sintesi coordinato, vale a dire se sto spiegando, ad esempio, l’ordina­mento per materia appli-


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cato retroattivamente, mostrare in concreto, adesso che le tecnologie ce lo consentono, gli archivi e gli strumenti significativi: coagulare quindi intorno a temi disciplinari importanti una serie di contributi concreti e specifici, didatticamente impostati. Il materiale che ognuno di noi trova su Internet è molto utile, ma anche molto dispersivo: quello che manca è una gamma di strumenti didattici che copra le esigenze evidenziate dalla situazione attuale e che si può pensare di realizzare tutti assieme, superando quei particolarismi talora ingiustificati che anche l’esperienza della Guida generale ha cercato di rimuovere. Non penso che cercare di coordinarci significhi ledere la nostra libertà di insegnamento; ritengo invece viceversa che condividere lessici, contenuti e metodi serva a noi per affinare la nostra capacità di comparazione e di ricerca e sia indispensabile per garantire agli studenti uno standard condiviso, che consenta la circolazione e la spendibilità di nozioni e competenze secondo quanto richiesto dalla riforma universitaria, ma soprattutto da esigenze disciplinari e didattiche più generali, tenendo presente che un tempo esisteva all’interno di una Facoltà un solo insegnamento che doveva andare bene per tutti, mentre adesso lo stesso insegnamento, inserito nel piano didattico di più corsi di studi, deve sapersi modulare a seconda dei destinatari della formazione specifica. Stesso discorso si può fare per la pluralità di offerte formative destinate alla pubblica amministrazione e al pubblico non studentesco, spesso lasciato in balia di manualistica di basso profilo, pubblicata da editori con obiettivi esclusivamente commerciali.


Gabriele Fabbrici

Valenti in cattedra: gli Appunti di archivistica

Premessa Con la pubblicazione degli Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionali che Daniela Grana con intelligenza e sensibilità ha curato1, la cultura archivistica italiana viene a colmare una grave lacuna, rendendo omaggio ad uno dei più brillanti e acuti studiosi degli ultimi decenni: Filippo Valenti, cui siamo tutti debitori di un nuovo modo di concepire e “sentire” l’archivistica al di là (ben al di là) della normale precettistica professionale. All’interno del ponderoso volume spicca, alle pp. 135-224, il saggio Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, profonda rielaborazione di una serie di appunti frutto del corso di archivistica che nell’autunno del 1975 Filippo Valenti iniziava, all’interno della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Bologna, rivolto specialmente agli studenti del corso di laurea in storia (indirizzo medioevale). Un insegnamento destinato a “far notizia” non solo nel mondo universitario, ma anche (e direi soprattutto) all’interno del mondo degli archivisti perché quegli Appunti delle lezioni di Archivistica tenute dal prof. Filippo Valenti presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna durante l’anno accademico 1975/1976, dei quali mi onoro ancor oggi di essere stato il raccoglitore e il pri-

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1   F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. GraRoma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57).


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mo assemblatore, erano destinati a lasciare una traccia permanente nella cultura archivistica italiana. Fu il primo, concreto e organico tentativo (seppure con tutti i limiti dovuti al carattere del testo, appunti di un corso universitario) di modificare il concetto di un’archivistica strettamente, se non esclusivamente, come precettistica professionale a tutto vantaggio di una lettura culturalmente più organica e ampia della disciplina. Ancor oggi quegli Appunti dattiloscritti, diffusi in numerosissime copie, sono usati in numerose scuole di archivistica, paleografica e diplomatica, nonché come traccia per insegnamenti universitari. Recuperare e illustrare la struttura originale di quel testo mi è sembrato non inutile o, peggio, inopportuno, non solo per rendere un sincero omaggio a colui che per quanti hanno avuto allora, giovani studenti ventenni, la fortuna di averlo come docente (per noi e per quanti gli sono stati allievi diretti o indiretti Valenti rimarrà sempre “il professore” per antonomasia), ma anche per cogliere appieno l’importanza rivoluzionaria dell’apporto che Filippo Valenti ha dato all’archivistica. L’archivistica: una materia di cui ignoravamo quasi l’esistenza ed eravamo del tutto digiuni. Il primo impatto non fu esaltante: sembrava di addentrarsi in un “mondo fuori del mondo”, astratto e del quale non si ravvisavano con sicurezza i legami con la realtà quotidiana delle cose. Mai una prima impressione fu più sbagliata e ce ne accorgemmo fin dalle primissime lezioni. Il primo passo fu una sintetica ma assai efficace illustrazione del processo di svolgimento dell’archivistica italiana, con una ripetuta sottolineatura di come l’approccio alla disciplina fosse stato caratterizzato, nel corso del tempo, quasi esclusivamente da connotati di precettistica professionale. In altre parole, un’archivistica tecnica, volta esclusivamente alla formazione di buoni funzionari in grado di gestire correttamente le varie fasi della vita dei documenti, il loro riordinamento e la loro conservazione. Nulla più. E ciò a Valenti, dopo una lunga carriera “sul campo”, non bastava perché riduceva la figura dell’archivista ad un ruolo puramente tecnico, non valorizzandone quelle competenze storico-isti­tuzionali e culturali che il contatto diuturno con le fonti e gli enti produttori finiva logicamente per creare.


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In altre parole, l’archivista, grazie alla consuetudine con i documenti del proprio archivio, diventava l’interfaccia privilegiato tra le fonti stesse e il ricercatore che cerca di orientarsi al loro interno. Ecco quindi che l’articolazione dell’archivistica qual era tradizionalmente presentata finiva per risultare, a Valenti, del tutto insoddisfacente. Richiamiamola brevemente, utilizzando, per definire i singoli ambiti, le parole di Giuseppe Plessi: --

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«l’archivologia, la fondamentale e preminente partizione dell’Ar­chivistica; quella che definisce i caratteri per i quali la documentazione … si distingue da ogni altra possibile … studia la formazione e l’ordinamento, le fasi di esistenza, lo sfoltimento e il riassetto degli archivi, identifica i caratteri comuni e differenziali sia dei complessi formatisi in vista di determinati fini nell’espletamento di un’attività pratica (archivi) sia dei concentramenti di essi»2; «l’archivografia, che affronta criticamente il problema e i modi dell’inventariazione e indaga tanto la trafila delle vicende, attraverso le quali ogni singolo archivio è passato dalla formazione e dalle eventuali ristrutturazioni fino alla condizione attuale, quanto l’evo­luzione dell’archivio come categoria universale»3; «l’archiveconomia, che studia gli strumenti, i mezzi, i sistemi di conservazione e di tutela dalla distruzione del materiale documentario»4; «l’archiveuristica, che suggerisce i procedimenti orientativi, impostativi e sistematici da adottarsi nella condotta delle ricerche su materiale d’archivio»5; «la legislazione archivistica».

Comprendiamo bene, a questo punto, come le prime righe di quegli Appunti, nelle quali Valenti rese comprensibile fin da subito il suo pensiero e il conseguente programma di lavoro del corso, risultassero, anche a quanti, come noi, erano quasi del tutto digiuni di competenze specifiche, l’annuncio di una sorta di “rivoluzione copernicana”:

2   La definizione, come le seguenti, è tratta da una delle migliori sintesi di precettistica archivistica d’impianto tradizionale, cioè G. Plessi, Compendio di archivistica, Bologna 1990, p. 23. 3   Ibidem. 4   Ibidem. 5   Ibidem.


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«In questa sede dobbiamo concepire l’Archivistica come disciplina ausiliaria della storia. Ciò si può fare se la si tratta come euristica delle fonti documentarie, cioè come una disciplina che insegni al futuro ricercatore come compiere correttamente le proprie ricerche negli archivi. È questo tuttavia un modo piuttosto inusitato di intendere l’Archivistica, la quale si è finora presentata e sviluppata soprattutto come precettistica per la formazione professionale dei futuri archivisti, cioè come complesso di regole o “principi” per la tenuta e l’ordinamento degli archivi»6.

L’approccio all’archivistica, dunque, sarebbe avvenuto in un modo radicalmente diverso rispetto ad un passato anche recente, rovesciando, a tutto vantaggio della qualificazione culturale dell’archivista che usciva finalmente dal rigido guscio di tecnico preposto alla pura gestione fisica di un complesso documentario, una visione ormai accreditata da decenni di precettistica. Per passare immediatamente dalle enunciazioni teoriche alla concretezza della pratica, Valenti ci pose innanzi un testo assai ostico, sia per i concetti che esprimeva sia per il linguaggio tecnico che utilizzava: era l’Archivistica di Adolf Brenneke nella traduzione italiana che Renato Perrella aveva pubblicato nel 1968 per i tipi Giuffrè7. Con una passione e un calore che difficilmente ci saremmo aspettati, ci propose subito una serie di puntuali e approfonditi “esami incrociati” tra i contenuti dell’opera di Brenneke e quelli di altri testi di archivistica allora circolanti in Italia (ben pochi, in verità, fatta l’eccezione del “monumento” di Eugenio Casanova, erano quelli degni di tale nome). Il risultato, per quanto fossimo agli inizi del corso, fu di una sconvolgente chiarezza: un abisso culturale e concettuale separava quelle opere dal Brenneke, a tutto vantaggio di quest’ultimo, sebbene anch’esso non fosse immune da «indecisioni, quasi-contraddizioni e ripensamenti»8. A distanza di oltre un quarto di secolo, quei momenti durante i quali Valenti ci trasmise il suo pensiero così radicalmente rivoluzionario, è rimasto ben impresso nei ricordi di quanti ebbero il privilegio di seguirne l’insegnamento universitario.   F. Valenti, Appunti delle lezioni di Archivistica, 1975-76, p. 1.   A. Brenneke, Archivistica, traduzione italiana a cura di Renato Perrella, Milano 1968 (Archivio FISA, 6). 8  F. Valenti, Appunti … cit., p. 57. 6 7


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I precedenti e il 1975 La “rivoluzione copernicana” di Filippo Valenti, tuttavia, non nasceva dal nulla, ma, al contrario, si poneva come momento fondamentale nel suo percorso professionale. Non un momento d’arrivo, come si sarebbe ben potuto pensare anche alla luce della lettura dei suoi contributi precedenti, quanto piuttosto una tappa ordinativa determinante in cui era esplicitato con compiuta chiarezza il suo pensiero. Fin dal 1969 Valenti aveva cominciato a “smantellare” o quanto meno a incrinare le granitiche certezze dell’archivistica più tradizionale. Era l’anno in cui aveva pubblicato il primo di una serie di saggi destinati a modificare radicalmente il quadro dottrinale dell’archivistica italiana: la recensione al Brenneke, con il titolo A proposito della traduzione italiana dell’Archivistica di Adolf Brenneke9. Una recensione ampia e, nello stile valentiano, acutamente puntuale che, attraverso una serrata analisi degli aspetti teorici e dottrinali enunciati da Brenneke, la cui opera viene definita «un trattato paragonabile, per mole e per importanza, soltanto al nostro Casanova»10 giunge ad una piena rivalutazione dell’italico metodo storico: «Si ha insomma l’impressione che il nostro “metodo storico”, opportunamente reso più elastico, articolato e attento alla complessità della realtà archivistica effettiva, potrebbe costituire una base migliore ed ideologicamente più matura per quella ricerca di una tipologia e di una fenomenologia degli archivi che rappresenta, nonostante tutto, il pregio maggiore del lavoro di Brenneke»11.

La conoscenza della realtà e delle esperienze archivistiche europee lo portarono, quattro anni più tardi (1973), a recensire sulla Rassegna degli Archivi di Stato, con la consueta acuta intelligenza, il Manuel d’Archivistique realizzato dall’Association des archivistes français ed edito nel 1970 dalla Direction des Archives de France12. 9  Edito in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXIX (1969), pp. 441-455 (ora anche in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 3-16). 10   Ibid., p. 16 11   Ibidem. 12   «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXIII (1973), pp. 77-104 (ora anche in Id., Scritti e lezioni di archivistica, pp. 17-44).


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Pagine assai dense di precise puntualizzazioni che ne sottolineavano gli indubbi pregi, ma anche gli altrettanto indubbi limiti. Non a caso in una delle prime note al testo Valenti sottolineò che «la recensione della traduzione italiana del Brenneke, da me pubblicata su questa stessa Rassegna, XXIX (1969), pp. 441-455, può dare un’idea della radicale differenza delle problematiche suggerite dalle due opere»13. Le due recensioni, lungi dall’essere un puro esercizio di alta cultura e dottrina, avevano un tratto comune che se è oggi, con il senno di poi, facile riconoscere ed apprezzare, tuttavia anche allora non era impossibile individuare: si muovevano ambedue nell’alveo di una profonda riflessione sulla natura e gli sviluppi dell’archivistica, la cui funzione eminentemente “professionale” andava stretta al Nostro. Era logico, quindi attendersi un nuovo contributo in materia che puntualmente venne in un anno, il 1975, assai gravido di fatti e conseguenze. La legge 29 gennaio 1975, n. 9 aveva convertito il D.L. 14 dicembre 1974, n. 657 concernente l’istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali, sancendo la nascita della nuova struttura. Per i beni archivistici nazionali, l’attribuzione della loro gestione al nuovo Ministero, ne aveva determinato l’implicito formale riconoscimento del carattere eminentemente culturale14. Pochissimi mesi più tardi, Valenti pubblicò sulla Rassegna degli Archivi di Stato un nuovo, densissimo saggio destinato a creare le basi per una completa rilettura delle problematiche legate all’archivistica: Parliamo ancora di archivistica15. Non a caso introducendo l’articolo l’autore scrisse che tale attribuzione e il riconoscimento del valore culturale «costituiscono una buona occasione per tornare su un problema che altrimenti, stante il molto discorrere che già se ne è fatto, si avrebbe qualche scrupolo a riproporre: il problema di che sorta di disciplina sia, o meglio, possa e debba essere l’archivistica»16.   F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 17, nota 2.  L’espressione è di Valenti ed è tratta dal saggio di cui fra breve si parlerà. 15   «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXV(1975), pp. 161-197 (ora anche in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 45-81). 16   Ibid., p. 46. 13 14


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È questo il saggio che più di ogni altro (fino a quella data, naturalmente) chiarisce il pensiero di Valenti in ordine al nuovo modello di archivistica da lui sostenuto. Non a caso egli scrisse: «L’accenno a quest’ultima esperienza [la redazione della voce “Modena” della Guida Generale degli Archivi di Stato italiani allora in corso di pubblicazione] mi apre la strada alla precisazione finale. Essa allude infatti di sfuggita – ed è soltanto per questo che ne ho fatto parola – alla possibilità già accennata di applicare la metodologia proposta non solo a livello di euristica (cioè poi di insegnamento sic et simpliciter) ma anche a livello di precettistica (cioè poi di insegnamento e di prassi in vista del lavoro d’archivio). Proprio questo punto mi interessava di chiarire in sede di conclusione. È ben vero che il problema dell’archivistica in quanto materia d’insegnamento è stato al centro di tutto quanto sono venuto dicendo, e che la dicotomia “precettisticaeuristica” ne ha costituito un po’ il Leitmotiv; ma è altrettanto vero che tale dicotomia ha avuto più la funzione di strumento logico-dialettico (come dicevo) per analizzare e dipanare un nodo che si era venuto determinando, a mio parere, in seno alla dottrina che non lo scopo di scindere la disciplina che ci interessa in due distinti tronconi. Niente è più lontano dalle mie intenzioni che una simile assurda pretesa. Una volta sciolto il nodo, il cerchio ovviamente si richiude e i due poli si scaricano, se è permessa un’ultima immagine, per ripresentarsi appunto come le due facce, inscindibili, della medesima medaglia. Voglio dire, fuori di metafora, che il tipo proposto – o meglio riproposto – di impostazione dell’archivistica teorica, proprio perché si basa in definitiva su una certa tecnica di analisi archivistica, non ha d’occhio soltanto l’insegnamento e la preparazione dei futuri ricercatori, ma anche la preparazione dei futuri archivisti e la pratica vera e propria dei lavori d’archivio: dall’ordinamento (che dovrà prima di tutto individuare il tipo di struttura dei singoli fondi, senza farne però un intangibile feticcio fine a se stesso), all’inventariazione (che questo tipo di struttura dovrà spiegare e rispecchiare), giù giù fino alle modalità di intervento degli archivisti “scientifici” nel processo di formazione degli archivi contemporanei. Va da sé però che tutto questo richiederebbe un discorso a parte, di cui in questa sede è sufficiente avere additato la possibilità»17.

La lunga citazione permette di individuare, neppure troppo in nuce, quei concetti cardine che Valenti avrebbe di lì a poco sviluppato nel suo corso universitario, in certo qual modo anticipati dalla frase conclusiva.   Ibid., p. 81.

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Gli Appunti del corso universitario Eccoci giunti, finalmente, a parlare del “famoso” corso del 1975/1976 che così profondamente ha inciso nel rinnovamento dottrinale dell’archivistica italiana. Un corso rivolto ad un numero esiguo di studenti del corso di laurea in storia medioevale e di lettere, strutturato con una scansione della materia che è di per sé stessa eloquente delle finalità, ma soprattutto della novità del corso stesso. Nella stesura originaria, gli Appunti, un complesso di 61 fitte cartelle dattiloscritte, sono sostanzialmente ripartiti in tre grandi blocchi di lezioni: 1) un primo blocco, di carattere introduttivo e di riflessione sui problemi dell’archivistica moderna (pp. 1-20); 2) una seconda parte, definita da Valenti stesso “archivistica descrittiva”18 dedicata all’approfondimento di temi (“panorama degli archivi che in concreto esistono, classificandoli secondo la natura degli istituti produttori”)19 che, secondo la terminologia tradizionale, vengono definiti attinenti l’archivologia (pp. 20-48); 3) una terza e conclusiva parte in cui, dopo avere ripreso taluni degli aspetti “archivologici”, esplicita la sua proposta sulle tipologie delle strutture dei fondi d’archivio (pp. 48-61). Rimase, invece, non trattata la parte relativa ad Archivi e storiografia, per la cui analisi Valenti rimandò ai testi distribuiti in fotocopia agli studenti. Mi sembra tuttavia importante riportare quanto ebbe a scrivere in merito alla (relativa) diffusione che l’insegnamento dell’archivistica stava conoscendo in quegli anni, a riprova che l’impostazione data al corso rispondeva anche ad un’esigenza che nel mondo degli storici e dei ricercatori si andava sempre più massicciamente diffondendo: «così come la storiografia erudita ed erudito-positivistica ha favorito lo sviluppo della diplomatica, intesa come disciplina intesa alla critica del documento in senso stretto, cioè per così dire del documento di vertice, la nuova storiografia tanto per intenderci socio-economico-strutturale – che nell’ultimo dopoguerra si è molto diffu F. Valenti, Appunti … cit., p. 19.   Ibidem.

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sa anche in Italia – sta favorendo probabilmente l’archivistica intesa come disciplina di ricerca, vale a dire come euristica delle fonti documentarie per così dire di base. E ciò soprattutto in Italia, dove enormemente ricco è il patrimonio archivistico e dove di conseguenza (ma purtroppo non solo di conseguenza) gli archivi non offrono sempre le condizioni per facilitare la ricerca»20.

Vediamo ora i contenuti di quella tripartizione, cominciando dalla parte introduttiva. Gli ambiti succintamente, ma con precisione, trattati nell’ordine sono: 1) Le discipline ausiliarie della storia (analisi delle teorizzazioni di Croce, Pepe, delle Annales e Marrou): in quest’ambito l’ar­chivistica viene letta su tre livelli: a) precettistica professionale, tecnica che insegna il mestiere dell’archivista; b) disciplina ausiliaria della storia, in quanto si ponga come euristica delle fonti documentarie; c) in quanto approfondisca la storia e la natura di un determinato fondo o complesso o tipo di fondi d’archivio, può diventare essa stessa storiografia nella misura in cui finisca col presentarsi come storia delle istituzioni; senza contare che la storia del fenomeno “archivio” può già di per sé considerarsi un certo tipo specializzatissimo di storiografia21; 2) Classificazione delle fonti della storia: le fonti archivistiche (fonti documentarie/cronistiche; primarie/secondarie; preterintenzionali/intenzionali); 3) Vari tipi di fonti documentarie o archivistiche: archivistica e diplomatica (documenti, atti, scritture); 4) Cenni di storia della letteratura archivistica (da Mabillon a Brenneke e al Manuel d’Archivistique); 5) Originalità e importanza dell’ “Archivkunde” del Brenneke (sintesi della recensione del 1969, a cui rimanda); 6) La prassi archivistica e le tappe principali della dottrina archivistica (in questo paragrafo Valenti analizza «le tappe del lento processo di presa di coscienza del fatto che gli archivi non sono già delle semplici raccolte o dei semplici insiemi di documenti … ma delle formazioni fino ad un certo punto spontanee ed organiche, dotate di una propria “intrinseca” struttu  Ibid., p. 61.   Ibid., p. 4.

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Gabriele Fabbrici

ra ad essi connaturata»22 dalla seconda metà del Settecento fino alle teorizzazioni di Muller, Feith e Fruin del 1898); 7) Il vicolo cieco in cui è giunta l’archivistica e la possibilità di uscirne (il pensiero di Giorgio Cencetti e la constatazione che «l’archi­vistica, nel momento stesso in cui si pone al tempo stesso come precettistica e come euristica, cessa di esistere sia sotto l’uno che sotto l’altro aspetto per ridursi a pura e semplice storia delle istituzioni»23. Nella parte dedicata all’archivistica descrittiva, che contiene uno dei contributi più importanti di Valenti, sono passati in rassegna numerosi temi: 1) Definizione di “archivio”: da Ulpiano a Plessi (1972, formulazione giudicata “correttissima, ben pensata e dosata”) per giungere fino a quella di Valenti stesso, da lui definita «chilometrica e pletorica: un archivio è il complesso delle scritture od altre forme di documentazione prodotte e ricevute, o comunque acquisite, da un ente, ufficio, individuo o famiglia nell’esercizio dell’attività esplicata per il raggiungimento delle proprie finalità pratiche o per l’espletamento delle proprie funzioni, in quanto tale complesso sia stato o venga conservato dagli stessi o dai loro successori o aventi causa, oppure da istituti all’uopo deputati dallo stato, vuoi come memoria e strumento per la prosecuzione di tale attività, vuoi per la residua strumentalità giuridica dei documenti che lo compongono, vuoi come patrimonio culturale nella misura in cui questi ultimi siano ritenuti fonti attuali o potenziali per la ricerca storica»24; 2) I “produttori” d’archivio (ampia disamina delle tipologie giuridiche dei possibili produttori d’archivio: individuo, famiglia, ente/persona giuridica pubblica/privata e civile/religiosa, ufficio): 3) Archivi dello Stato (dall’Unità d’Italia alla legislazione del 1963, esemplificazione delle tipologie antiche e moderne degli archivi statali); 4) Archivi di enti pubblici territoriali: archivi comunali (ampia e diffusa trattazione sulla tipologia degli archivi comunali e sull’im­palcatura-tipo del contenuto di tali archivi); 5) Ancora sugli archivi comunali: gli atti costitutivi e i libri iurium;   Ibid., p. 11.   Ibid., p. 18. 24   Ibid., p. 21. 22 23


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6) Ancora sugli archivi comunali: gli statuti, con cenni sul diritto “intermedio”; 7) Ancora sugli archivi comunali: archivi aggregati e cenno bibliografico; 8) Archivi di enti pubblici corporativi non territoriali (rapidi cenni su corporazioni di arti e mestieri, collegi professionali, consorzi, Camere di Commercio); 9) Archivi di enti pubblici a base istituzionale (cenni su istituti di credito di diritto pubblico, istituzioni di assistenza e beneficenza); 10) Archivi di enti o istituti a carattere culturale (brevi cenni su Accademie, Deputazioni di Storia Patria, Università degli Studi); 11) Archivi ecclesiastici: nozioni generali di istituzioni ecclesiastiche (cenni ulteriormente suddivisi in: Organizzazione ecclesiastica a livello di clero secolare; Organizzazione ecclesiastica a livello di clero regolare); 12) Archivi ecclesiastici: cenni specifici (su archivi diocesani, parrocchiali, monastici, dell’Inquisizione, di Fabbricerie, Confraternite, Seminari, eccetera); 13) Cenni sugli archivi privati (sintesi). Prima di passare all’ultima parte degli appunti, mi preme sottolineare come il blocco relativo alle lezioni sugli archivi comunali (pp. 31-39) non sia stato oggetto di revisione e successiva pubblicazione nella definitiva versione a stampa poiché l’autore ha scelto di «eliminare il folto gruppo di lezioni relativo agli archivi comunali, inserite allora a titolo di approfondimento monografico, e le scarne informazioni bibliografiche, che risulterebbero oggi del tutto superate»25. Asserzione, questa, che mi trova in disaccordo con Valenti che sottovaluta l’importanza di quei testi, peraltro facilmente aggiornabili. Pur nella brevità dell’esposizione, si tratta di un preciso, dettagliato e ancor oggi validissimo orientamento per quanti si accostano per la prima volta al mondo degli archivi comunali. Individuandone le diverse nature, proponendone uno schema-tipo dei fondi e guidando alla “lettura” del processo genetico degli statuti, il testo di Valenti costituisce tuttora una brillantissima sintesi e un sicuro viatico per studenti e studiosi alle prime armi. 25  F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie (anno accademico 1975-1976), p. 136 nota.


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È dunque auspicabile che se ne possa trarre, in un prossimo (se non immediato) futuro un nuovo contributo a stampa. Eccoci giunti all’ultimo blocco di lezioni e di appunti, dedicati all’esame della tipologia delle strutture dei fondi d’archivio, organizzato come segue: 1) Il contenuto di un archivio-tipo (analisi minuziosa delle tipologie di scritture prodotte e ricevute, di singoli documenti acquisiti, di gruppi o complessi di scritture comunque acquisite e degli archivi aggregati); 2) Cenni di storia della tenuta degli archivi (dagli archivi medioevali e tardomedioevali alla tenuta “per pratiche”); 3) Cenni di storia dell’organizzazione archivistica statale: le concentrazioni (dagli archivi degli Stati principeschi tardomedioevali al XIX secolo); 4) Il formarsi di una problematica e di una nomenclatura archivistiche (natura e definizione di fondo e serie, analisi dei termini brennekiani “tettonica” e “struttura”); 5) Tipologia delle strutture dei fondi d’archivio proposta dal Brenneke (serrata analisi della topologia proposta dallo studioso tedesco, con la sottolineatura delle contraddizioni interne dell’opera); 6) Proposte per una tipologia delle strutture dei fondi d’archivio (paragrafo conclusivo degli appunti in cui Valenti perviene ad una prima sistematizzazione della sua proposta terminologica e metodologica che prevede: a) Fondi che mantengono l’unità e la fisionomia originaria con struttura: -- per serie in senso stretto; -- per pratiche o fascicoli d’affari; -- per atti o documenti selezionati; -- per materie, o secondo altri criteri estrinseci di classificazione; b) Fondi rimaneggiati in seno ad un altro archivio in cui sono confluiti o, più spesso, in seno a un archivio generale, quasi sempre (ma non poi proprio necessariamente) con commistione di altri fondi, nel qual caso è meglio parlare di fondi formati artificialmente ecc. (cioè impropri), strutturati -- secondo criteri pratici; -- secondo criteri astratti e puramente classificatori; c) Fondi misti; d) Fondi compositi; e) Miscellanee.


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Una prima classificazione, del tutto provvisoria, che nel corso degli anni Valenti ha ulteriormente studiato e precisato, fino a giungere a quella proposta nell’edizione a stampa degli Appunti che prevede: a) Archivi in senso proprio, riflettenti cioè l’attività e la storia di un unico e ben individuato ente o istituto, che mantengono la fisionomia originaria, ordinati: b) per serie in senso stretto; c) per serie di pratiche o fascicoli; d) per atti e gruppi di atti e carteggi selezionati; e) Archivi in senso stretto come alla lettera precedente che non mantengono però la fisionomia originaria; f) Fondi che sono in realtà parti di archivi in senso proprio di grande ampiezza e complessità; g) Fondi-serie originali; h) Fondi-serie artificiali; i) Fondi che sono in realtà riunioni a pari titolo di archivi in senso proprio; j) Fondi formatisi per commistione avvenuta spontaneamente a vario titolo di diversi archivi in senso proprio o di loro spezzoni; k) Fondi che si presentano come archivi in senso proprio ma che in realtà il più delle volte non lo sono in quanto sono stati messi insieme, spesso a più riprese e in tempi e in sedi diverse, non escluso (anzi non di rado al contrario) l’archivio di concentrazione; l) Fondi o archivi selezionati, sia all’origine sia soprattutto per richiamo di documentazione di particolare importanza dalle diverse cancellerie, magistrature o uffici che li avevano prodotti, a formare quei complessi che ho chiamato spesso “archivi collettori”; m) Fondi costruiti artificialmente (peroniani); n) Fondi plurimi; o) Fondi formatisi prendendo come nucleo di base un archivio in senso proprio, di cui però il più delle volte mantengono il nome; p) Fondi (impropri) costituiti da vari fondi analoghi; q) Diplomatici; r) Miscellanee; s) Raccolte e collezioni.


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Gabriele Fabbrici

Un grande passo in avanti rispetto agli Appunti che conferma quanto ho scritto in apertura. Quel testo non era un punto di arrivo, destinato a rimanere in sé concluso, quanto piuttosto una tappa, di fondamentale importanza perché consentiva all’autore di dare una forma sistematica alle riflessioni che da anni andava conducendo, in un cammino che lo avrebbe condotto, nonostante la malattia lo costringesse a rinunciare all’insegnamento universitario, a diventare una delle più lucide intelligenze del mondo archivistico italiano, come dimostrano i saggi Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi e Un libro nuovo su archivi e archivisti, ambedue pubblicati sulla Rassegna degli Archivi di Stato26 e che non a caso sono, nel volume degli Scritti, immediatamente precedenti agli appunti universitari.

26  F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLI (1981), pp. 9-37 (ora anche in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 83-113); Id., Un libro nuovo su archivi e archivisti, in «Rassegna degli Archivi di Stato», IL (1989), pp. 416-431 (ora anche in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., pp. 115-132).


Giuseppe Rabotti

Uno strumento didattico a quasi trent’anni dalla redazione

Il tema affidatomi si riferisce, dopo l’intervento del dr. Gabriele Fabbrici che mi ha preceduto, alle considerazioni sorte in prospettiva sugli Appunti delle lezioni di Archivistica tenute dal prof. Filippo Valenti presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Bologna durante l’anno accademico 1975-76 come strumento didattico a quasi trenta anni dalla loro redazione. Quando adottai le Lezioni, nel 1985-86, queste avevano già una decina d’anni. Seppure ovviamente bisognose di qualche aggiornamento, presi atto che esse venivano incontro in modo nuovo e pregnante alla necessità di dare agli studenti un indirizzo fondamentale e tutta una serie di suggerimenti e di stimoli, sia che si avviassero più in generale allo studio delle fonti storiche negli archivi, sia che intendessero prepararsi al mestiere dell’archivista. Il motore principale delle Lezioni, come è noto, è la impostazione euristica data al corso sin da allora, e ripresa poi ora più compiutamente nella edizione a stampa delle Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie. Le Lezioni accantonavano le istanze precettistiche a quel tempo consuete, in contrapposizione con i manuali di Archivistica correnti nel corso degli anni ’70, in buona parte dedicati alla illustrazione della legge sugli Archivi, e più adatti ad informare sulla tenuta degli archivi moderni e quindi rivolti in ampia misura ai conservatori pratici di archivi correnti e di deposito. In qualche caso ci si trovava di fronte a compendi dei quali, con vigile attenzione critica, era possibile assumere utili indicazioni di mestiere.


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Giuseppe Rabotti

Restava però non risolto il distacco dalla problematica degli archivi antichi o comunque storici, e dalla possibilità di acquisire risposte sulla loro conformazione e su una qualsiasi chiave atte ad indicare o svelarne i problemi archivistici, storici e culturali. Una situazione non più sostenibile sia nell’ambito delle Scuole d’Archivio sia nelle aule delle Università che iniziavano allora a promuovere l’apertura di corsi di Archivistica. Le Lezioni di Filippo Valenti, con il loro originale schema di sviluppo, indicavano una via di rinnovamento, senza rinnegare la precedente impostazione teorica dei manuali, pur sempre importante sul piano della conservazione di una pratica tradizionale di tenuta degli archivi, e stabilivano ampie aperture di orizzonte, additando nuovi percorsi, prendendo l’avvio da alcuni celebrati (non poi tanto, allora) contributi italiani di archivistica teorica apparsi negli anni Trenta, – gli articoli di Giorgio Cencetti, che a me studente nessuno aveva indicato – da un articolo “provocatorio” di Claudio Pavone, e dal più recente sussidio tecnico elaborato dal tedesco Brenneke, tradotto in Italia nel 1968. Le Lezioni proponevano una concezione dell’Archivistica come dottrina ausiliaria della Storia a pieno titolo, ne individuavano le potenzialità sia come tecnica professionale, sia come disciplina appunto euristica valida ad orientare la ricerca nei complessi documentari, sia come dottrina di indagine nel campo della storia delle istituzioni e insieme come storia essa stessa delle vicende, del formarsi e dello strutturarsi degli archivi. L’archivistica così concepita rispondeva e risponde tuttora alle esigenti richieste avanzate dal Cencetti nel suo articolo del 1952 su La preparazione dell’archivista, che erano esigenze di interdisciplinarietà. Si sa che l’archivista deve conoscere la paleografia e la diplomatica generale e orientarsi in quella speciale – questa così strettamente legata alla storia delle istituzioni e agli archivi –, deve pilotarsi nella storia, non solo quella degli avvenimenti politici, ma in quella giuridica e, per le più compiute evenienze, in quella economica; deve essere filologo per poter affrontare i problemi critici dei testi documentari, antichi e moderni, e quelli posti dai mutevoli aspetti linguistici della zona storica in cui gli archivi si sono formati. Da alcuni anni poi si richiede a lui anche una preparazione informatica, che gli consenta di utilizzare le nuove tecniche operative e strumentali, e di


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sapersi orientare di fronte ai problemi che l’uso dell’in­formatica genera in rapporto e talora in contrasto con la presentazione delle esigenze intrinseche degli ordinamenti archivistici. Tutte queste esigenze troviamo sottintese, e risultano implicite nella molteplicità delle questioni degli interessi e delle curiosità – intese queste come tensione continue verso la ricerca – che nelle Lezioni sono indicate o esplicitate. In esse il progressivo aprirsi del discorso, partendo dalla strettissima connessione tra Archivistica e Diplomatica, si dilata sul piano storico verso le diplomatiche speciali e le tematiche che ogni studente, o studioso (medievista, moderno e contemporaneo), avrà l’opportunità di affrontare, offrendo sostegno e suggerimenti nei collegamenti che i documenti hanno con le serie e i fondi d’archivio, interagendo con la cultura del tempo. È formulato, nelle Lezioni, un discorso di grande ampiezza, assiduamente sostenuto dal senso storico e dallo spirito di ricerca che deve animare l’archivista degno di tal nome. Pur nel rigore della trattazione, che non abbandona mai l’ambito della dottrina archivistica, gli argomenti vengono trattati in forma piana e sintetica per invitare all’appren­dimento, e alla acquisizione di una metodologia con cui realizzare poi una ricerca appropriata e scientifica, che resta sempre l’implicito obiettivo da perseguire. È un dialogo continuo che l’Autore imposta con lo studente lettore, guidandolo con spiccata consequenzialità attraverso i nodi dei problemi sino alla acquisizione di un chiarimento logico. Anche il tono delle Lezioni, a metà strada tra l’esigenza della formulazione scientifica e il linguaggio discorsivo proprio di chi si rivolge ad un uditorio, avvalora l’evidenza del testo sino a renderlo insostituibile per chi, tramite quel testo, realizzava il primo incontro con il complesso mondo degli archivi. Emblematico il capitolo sulla “Definizione di archivio”, nel quale il lettore parte dal plurisecolare ius archivii per arrivare alla classica definizione del Cencetti e poi a quella dell’Autore, ridondante forse per il numero dei concetti introdotti, ma ricca di stimoli da approfondire, ed illuminante della dimensione dell’istituto, come risulta ad esempio dall’enunciazione del principio di “residua strumentalità giuridica dei documenti”, che spiega una infinità di fenomeni a chi si addentra nello studio dei fondi archivistici. La continua vibrazione culturale che il testo trasmette, sia nel suo evolversi logico-dottrinale sia nelle questioni via via esposte, risulta di grande vantaggio


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Giuseppe Rabotti

perché ha offerto agli studenti di una facoltà umanistica conoscenze ed indirizzi di approfondimento indispensabili al futuro archivista, e comunque formativi per chi aveva in animo di dedicarsi alle materie storiche o vi si era già dedicato e utilizzava gli archivi. Mi riferisco ed esempio al complesso di nozioni di natura specificatamente giuridica introdotte nel capitolo sui produttori d’archivio, capitolo non privo di difficoltà per un non giurista, ma che sarebbe lesivo ignorare posto che inquadra le varie fattispecie di chi ha la capacità di esercitare diritti, dichiarati poi nei documenti, e il loro ambito. Questo inserimento di fattori complementari arricchisce la trattazione di tutta una serie di apprendimenti essenziali alla comprensione dei documenti, sia di fronte a ordinamenti giuridici pregressi sia nell’incontro con il diritto positivo vigente. Nello stesso tempo si offrivano al docente ampie occasioni e opportunità di approfondire i temi, suggerendo la lettura di testi suppletivi, e introducendo all’opportunità della esegesi di taluni documenti. Come si può intendere la composizione dello stato patrimoniale del “produttore d’archivio” famiglia, specie se feudale o dinastica, o le prerogative pubbliche di un ente, di una città, se non inserendo la lettura commentata della Definitio regalium di Federico I del 1158, testo inizialmente avversato dalla Glossa, ma poi ampiamente analizzato dai Commentatori, e che stabilisce principi che si rincorrono per secoli in cento realtà? Il richiamo a questo testo inserito nel Corpus iuris, consente il rapido passaggio al capitolo sugli archivi comunali, che Valenti ritiene un argomento specificamente monografico, e come tale non l’ha più inserito nelle nuove Nozioni di base. Non posso celare il rammarico per questa esclusione, anche se è metodologicamente motivata. Tuttavia la parte dedicata ai libri iurium e agli statuti, nell’ambito degli atti costitutivi di un Comune, e l’ampia digressione sul “diritto intermedio”, le sue fasi e il suo dispiegarsi nella prospettiva totale delle fonti del diritto medievale e dei loro rapporti, era il luogo appropriato per la illustrazione di quelle due principali fonti comunali (libri iurium e statuti), e insieme punto di partenza per una comprensione dinamica delle altre serie d’archivio. La conoscenza del sistema delle fonti, dal Corpus iuris civilis al Corpus iuris canonici nelle loro parti costitutive, allo ius proprium delle città, nelle sue origini e


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nello sviluppo sino agli statuti-tipo del sec. XIV, è un punto di riferimento ineludibile. Si tratta di argomenti che alla totalità degli studenti sono riusciti completamente nuovi, e verso i quali – almeno i più avveduti tra di loro – hanno dimostrato grande attenzione, tanto da considerare questo capitolo come uno dei più interessanti del corso. L’attenzione che le Lezioni prestano al fenomeno culturale del Rinascimento giuridico bolognese e le sue connessioni dirette con la documentazione imperiale e pontificia e i loro rapporti nel sistema della gerarchia delle fonti, hanno costituito una fase di acculturazione straordinaria. All’interno di questo quadro l’integrazione e il commento dei repertori documentari essenziali, un sia pur breve excursus sui lessici del latino medioevale riconosciuto assai utile dagli studenti, la visione diretta di manoscritti e stampe antiche, risultava importante. La esibizione di documenti originali e delle varie specie di unità archivistiche, atta a esemplificarne de visu le diverse tipologie non prive di aspetti anche codicologici, la nomenclatura tecnico-archivistica, consentivano di chiarire molteplici enunciazioni che sulle pagine delle lezioni risultano tanto rilevanti quanto forzatamente succinte, e richiamano l’attenzione anche su utili elementi di carattere precettistico. Si potrebbe proseguire a lungo su questi binari che le Lezioni seguono tra archivi, archivistica, storia delle istituzioni e storia della cultura, e sugli spunti da trarne per collegare i principi teorici alla multiforme realtà degli archivi. Tutto ciò in rapporto non solo alla documentazione medievale, ma anche a quella più moderna, così efficacemente disegnato nelle Lezioni nel capitolo di sintesi sull’evoluzione dall’archivio come tesoro alla Cancelleria, al formarsi delle Segreterie e dei singoli uffici, alla tenuta delle scritture per “fascicoli di affari”, sino all’epocale mutamento strutturale determinatosi con il sistema titolarioprotocollo e con la cellula unitaria fondamentale del fascicolo-pratica. Alcuni ascoltatori, già iniziati per conto loro agli archivi moderni, apprezzavano segnatamente questa sintesi, e hanno tratto particolare illuminazione dei concetti di archivio di concentrazione (o generale) e dalla sua struttura in fondi, e del nuovo approfondimento di questo concetto. Mi fermo qui. I capitoli finali delle Lezioni sulle strutture dei fondi d’archivio, ideale propositivo e coronamento del testo, finalizzati ad introdurre un nuovo metodo di studio e di comprensione della dinamica dei fondi archivistici attraverso i tempi e l’intervento degli archivisti, sono i più complessi nel livello della trattazione.


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Giuseppe Rabotti

Nella versione ora presentata nelle Nozioni di base, l’Autore li ha ampiamente revisionati e aggiornati, anche a seguito della eccezionale esperienza della gestazione della Guida generale degli Archivi di Stato negli anni Ottanta, elaborando una magistrale articolazione della tipologia dei fondi d’archivio secondo la loro struttura, e portando a maturazione quanto le Lezioni avevano sin qui offerto e costruito su questo tema, e le conseguenze sono già divenute tangibili in varie forme negli studi archivistici apparsi da alcuni anni in qua. Il testo delle Nozioni di base ci configura ora l’inesausta evoluzione di un pensiero e di un metodo esemplare di trasmissione della dottrina archivistica che, partendo dal prezioso fascicolo del 1975/76, costituisce un fertile lascito ai cultori dell’archivistica e alla scuola.


Aldo Borsari

Archivi e scuola. Promozione e divulgazione

Nel 1973 l’Archivio storico del Comune di Modena si rivolse per la prima volta esplicitamente al mondo della scuola partecipando all’“Invito ai Musei”1, una manifestazione organizzata dagli Istituti Culturali cittadini cosiddetti di “tradizione”, con una propria mostra sui “Primi documenti di vita Comunale”: una selezione documentaria su alcuni aspetti significativi della vita politico-amministrativa del primo comune modenese. Era il tentativo dell’archivista di liberarsi, come dire, dalle strettoie che lo connotavano solo conservatore e schedatore delle carte da custodire. Proprio in quegli anni, come Valenti ebbe a sottolineare nelle sue Considerazioni sul “Manuel d’archivistique”, gli archivi si presentavano sempre più come laboratori di ricerca storica e gli archivisti si venivano a trovare sempre più nella posizione di fornire informazioni agli studiosi, “se non a fungere addirittura da coordinatori ufficiosi” della ricerca. Ma c’è dell’altro, scriveva Valenti nel 19732, c’è un vastissimo campo di lavoro «nel quale i francesi mostrano di essere molto più attivi di noi. (…) oltre a contribuire positivamente alla ricerca storico scientifica (…) contribuiscono altresì alla diffu-

1   Una mostra in collaborazione con i Musei di Modena dal titolo “Primi documenti di vita comunale”, era una selezione documentaria su alcuni aspetti significativi della vita politicoamministrativa del primo comune modenese, 1973. 2  F. Valenti, Considerazioni sul Manuel d’archivistique francese in rapporto all'esperienza archivistica italiana, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXIII (1973), 1, pp. 77-104.


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sione della cultura in senso lato. E ciò attraverso due principali canali: l’uno rivolto al pubblico in generale… e l’altro rivolto specificamente alla popolazione scolastica …».

Grazie a queste occupazioni si delineava il “nuovo” profilo dell’ar­chivista sollecitato ad occuparsi a pieno titolo di storiografia. Strumenti di quella crescita erano in Francia i Services éducatifs des Archives e i recueils de documents pour l’enseignement de l’histoire. Sulla falsariga di quelle esperienza l’Archivio Storico del Comune di Modena diede l’avvio ad un tipo di attività con le scuole che lo doveva impegnare in una direzione che non ci pare esca dall’ambito dei suoi compiti, anche se per tradizione risultava, almeno fino ad allora, più congeniale ad altri Istituti quali Biblioteche e Musei. In questo lavoro, al quale il sottoscritto si era accinto con tanto entusiasmo ma con assai poca esperienza, Filippo Valenti è stato prodigo di aiuti e consigli preziosi. Questa disponibilità ad accogliere le classi in archivio è stata impostata come un servizio, il servizio educativo e didattico, se così possiamo chiamarlo, che era stato concepito sul modello di quello esistente già in alcuni Musei e consisteva nell’utilizzo, da parte degli insegnanti, dei documenti d’Archivio ad esemplificazione e a fini formativi. Oggi lo stesso D.lgs. 490/1999 Testo Unico3 delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali del 1999, considera gli archivi storici, al pari degli altri beni culturali, non tanto un bene da conservare (ovviamente anche questo), ma un servizio da offrire. L’attività si concreta in primo luogo attraverso incontri in Archivio con le classi che solo impropriamente potremmo chiamare visite guidate. Tali incontri sono intesi come momento di approccio che trova una continuazione e un superamento in momenti di ricerca su temi specifici, concordati con gli insegnanti, che superino la fase puramente passiva e ricettiva delle classi che si recano in visita per conquistare livelli di maggiore iniziativa ed autonomia di ricerca nell’ambito dei piani di lavoro che ogni classe si è prefissa. In questo caso venire all’Archivio non è più soltanto un momento isolato di informazione ma diventa attività funzionale al lavoro iniziato a scuola, continuato in archivio, verificato a scuola.

3  Oggi superato dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 recante il «Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’art. 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137».


Archivi e scuola. Promozione e divulgazione

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Questa attività4 è continuata dal 1973 fino ad oggi a fasi alterne e anche con diversi livelli di partecipazione e, secondo noi, di maturazione. Ogni anno da allora centinaia di classi hanno fruito di questo servizio. Si è tentato in alcuni casi di realizzare esperienze, come dire, mirate che hanno comportato anche una grossa mole di lavoro sia da parte nostra che da parte dei docenti. Di esperienze se ne potrebbero enumerare a decine realizzate a partire addirittura dal secondo ciclo della scuola elementare fino all’Università, sulle tematiche più eterogenee, dagli statuti cittadini medievali, alle vie navigabili, alla nascita del fascismo o alla Resistenza, ecc. Sono poi stati predisposti in questi anni materiali a stampa con i quali ci si proponeva di realizzare una sorta di “biblioteca didattica”, che ha assunto dimensioni cospicue, che potesse offrire informazioni su aspetti particolari della vita della città, la cui fruizione, da parte delle classi, potesse essere la più ampia possibile e che potesse essere un punto di partenza da cui prendere le mosse per un lavoro autonomo che deve trovare la sua sede naturale nella città, attraverso l’osservazione dal vivo, e nel contatto con gli Istituti che conservano i documenti della sua storia. Nella convinzione, però, che ogni attività rivolta alla scuola possa essere organizzata dagli insegnanti che nella programmazione del loro lavoro si avvalgono delle esperienze e dell’assistenza tecnica necessariamente propria dell’operatore d’archivio, l’Archivio Storico Comunale ha svolto costantemente anche una attività di “aggiornamento” per docenti di diverse discipline, cicli di incontri informativi-formativi utili per gli insegnanti che intendano frequentare l’archivio, utilizzare i mezzi di corredo, gli strumenti per la ricerca predisposti su supporti cartacei e oggi su computer, consultabili in rete. L’esperienza continua e ogni anno le classi si prenotano per gli incontri su percorsi predeterminati relativi a periodi storici ed argomenti specifici che via via sono stati elaborati. Questa consolidata esperienza ha permesso, sono quasi dieci anni, l’avvio di un laboratorio di storia che si differenzia dagli itinerari per le modalità di approccio al documento. Il Testo Unico sui beni culturali del ’99 favorisce questa complessa attività invitando gli archivi a stipulare, fra l’altro, convenzioni con le scuole (esperien4   A questo proposito sono stati pubblicati alcuni quaderni tematici, relativi ad alcuni momenti salienti della vita del comune di Modena.


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ze in questo senso sono state da noi già attivate). Tutto questo aumenta di molto le possibilità di riuscita dell’espe­rienza poiché permette di contare sulla partecipazione di tutti gli insegnanti della classe e non sul singolo docente di storia. Avviare il Laboratorio in Archivio non è stato facile, ma la decisione è stata sorretta dalla convinzione che la valorizzazione delle carte è indispensabile alla loro conservazione e che passa attraverso la grande divulgazione, così come quella dei dipinti e dei reperti archeologici. L’Archivio Storico del Comune in sinergia con altri Istituti, in particolare con l’Assessorato alla Pubblica Istruzione ha creduto che fosse possibile attivarlo perché si presentava come uno strumento in grado di trasmettere ai ragazzi il desiderio di fare ricerca, ma soprattutto in grado di arricchire, attraverso lo studio della storia locale, la cultura generale di ogni futuro cittadino. E se la salvaguardia della “cultura” non è l’obiettivo, almeno immediato, dell’Archivio quando pensa alla valorizzazione, è sicuramente l’obiettivo della scuola che con l’Archivio concorre, quale utenza privilegiata, ai complessi progetti di promozione. Per non trascurare un così forte aggancio ci siamo impegnati, in linea con un fondamentale aspetto della didattica, a proporre uno studio del passato che abbracci ogni aspetto indagabile della vita quotidiana sulla base di manufatti e monumenti, ma soprattutto di testimonianze dirette, scritti e documenti giunti fino a noi. Modena dispone di un ricchissimo archivio storico comunale, ormai millenario, le cui carte permettono di gettare ponti fra storia locale e storia globale combinando fatti ed accadimenti in infiniti modi così da “avvicinare” gli avvenimenti del passato alla realtà sociale e culturale cui apparteniamo. In questo modo crediamo di aver proposto la Storia non come deposito di nozioni distanti e neutrali ma come punto di partenza per ritrovare una precisa identità culturale: la nostra, che vale la pena di riscoprire, approfondire, comprendere e tramandare alle generazioni che verranno. Non storia rivisitata con il metodo Dewey, i bibliotecari mi capiranno, ma certamente il contrario: approfondimento di temi e problemi con l’aiuto della storia locale. Evidentemente non mancano i problemi in relazione sia alle strutture che agli operatori, che noi abbiamo risolto, almeno in parte, con una figura professionale che si facesse carico di studiare i numerosi problemi connessi all’attività di promozione: un tutor d’archivio che si occupa prevalentemente di didattica


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e che, oltre a conoscere l’archi­vistica, ad aver svolto attività di ricerca, ad avere conoscenza puntuale dell’archivio in cui lavora, si tiene aggiornato sulla didattica della storia e controlla le nuove strategie dell’apprendimento. Resta il problema della formazione di queste figure. Forse a questo potrebbe concorrere la scuola di archivistica? Seguendo strategie condivise dalla pedagogia, l’attività didattica da noi condotta, ha coinvolto ragazzi, insegnanti e archivisti. Ha previsto incontri tra insegnanti e specialisti, insegnanti e operatori d’archivio per impostare la “ricerca”. Seguendo le indicazioni della moderna psicologia dell’età evolutiva, abbiamo optato per scegliere il tema della ricerca in collaborazione con la classe. Questa operazione (solo apparentemente banale) solitamente inizia con la lettura del manuale, con la ricerca bibliografica e successiva compilazione di una bibliografia, prosegue con l’esame del materiale a stampa, la stesura di una scaletta e finalmente l’introduzione “dell’archivistica”, sia pure per sommi capi, quindi la storia delle istituzioni – chi produce che cosa e perché sedimenta materiali – e si conclude con una riflessione per individuare l’Ente o l’Istituzione che conserva la documentazione utile alla ricerca. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, date le difficoltà che comporta, è l’esame e l’utilizzo degli strumenti di corredo. Questi ultimi se ben compilati, ma anche se ben utilizzati, sono indispensabili per chi si avventura negli archivi. A questo punto lo scopo dell’archivio, che era far conoscere il proprio patrimonio, e il modo per fruirne, sembrerebbe raggiunto, ma non è così. Infatti raramente insegnanti e alunni si dicono soddisfatti dopo aver affrontato – troppo velocemente – l’aspetto metodologico, e chiedono di affrontare la seconda parte del lavoro, quella più “interessante”, più “divertente”: la lettura del documento e la “stesura di un nuovo capitolo di storia”. «Eppure, come è stato più volte sottolineato, basterebbe capire che l’obiettivo di qualsiasi insegnamento non è solo il “sapere”, ma anche e soprattutto il “saper fare”: dunque, l’acquisire una metodologia della ricerca storica che porti al saper fare storia o, comunque, al capire che dietro il libro di testo c’è la ricerca storica, c’è la possibilità di dover rivedere continuamente le conoscenze acquisite. E questo obiettivo è raggiungibile dagli alunni della scuola elementare come da quelli del liceo: basta tarare i metodi e avere degli insegnanti consapevoli che la storia si fa sui documenti, che la ricerca storica si fa prevalentemente in archivio».


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Innegabile appare dunque la reciprocità di interessi fra scuola e archivi: la prima ha necessità di creare stimoli nuovi negli alunni per motivarli a conoscenze e saperi che rischiano di diventare sempre più astratti, ha necessità … di radicarsi sempre più sul territorio, di interagire con esso e quindi di conoscerlo anche storicamente; gli archivi locali possono assolvere al loro compito di valorizzare la documentazione con l’apertura a una nuova utenza (e di conseguenza la predisposizione di inventari e strumenti di consultazione) e sottolineare il problema della conservazione e della salvaguardia, ai cittadini che per qualche ragione non ne fossero a conoscenza. Prende quindi, atto delle esigenze della nuova utenza e cerca di soddisfarne i bisogni. In alcuni casi deve avvicinarsi a nuove discipline non affrontate in passato dagli archivisti, quali la didattica della storia, ad esempio, poiché se è vero che la parte didattica dell’esperienza è condotta con l’insegnante, essa è criterio di scelta dei materiali per l’iniziativa e per la preparazione della stessa. Solo sapendo quali sono le strategie che permettono di raggiungere gli obiettivi del nostro pubblico saremo in grado di soddisfarne pienamente le esigenze e di conseguenza avremo raggiunto lo scopo dell’archivio: quello di aver invogliato un pubblico “nuovo” ma fortemente motivato a venire nelle sale di studio mettendolo in grado di utilizzare i nostri materiali e di ripetere esperienze gratificanti; avremo promosso e valorizzato le carte. Queste le motivazioni di fondo che presiedono alla decisione di svolgere attività didattica anche con le scuole oltre che con un pubblico adulto di cultori di storia locale, universitari alle prese con la compilazione della tesi, architetti in cerca di “vecchi” progetti, associazioni culturali desiderose di conoscere il loro retroterra culturale. Capovolgendo il concetto iniziale ecco il punto di arrivo e di partenza dell’attività didattica: valorizzare e tutelare il patrimonio documentario, non solo quello custodito nei depositi degli archivi, ma per una corretta metodologia della ricerca storica, tutti quelli individuabili sul territorio, immaginando che questo costituisca anche la loro salvaguardia. Se tutti avranno fatto “un salto in archivio” nel corso della loro vita scolastica, non lo dimenticheranno tanto facilmente, per tante ragioni. Come è successo per le opere d’arte e per i monumenti, anche l’archivio sarà riconosciu-


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to e considerato un bene comune, unico e irripetibile, indispensabile ma anche fragile per certi aspetti, un patrimonio che tutti dobbiamo almeno rispettare. La collaborazione tra “Archivi e scuola” – rientra, quindi, nel più ampio progetto di salvaguardia dell’archivio e di “promozione di conoscenza”: e la visibilità che l’ente e la sua storia acquistano all’esterno, mette in luce l’impegno dell’istituzione per la realizzazione delle operazioni di riordino ed inventariazione che sono alla base della valorizzazione e consentono di mettere a disposizione degli studiosi la documentazione archivistica. I fondi presenti negli archivi, anche quelli comunali, devono essere riordinati ed inventariati, altrimenti sarà impossibile “offrirli” anche agli storici specialisti, compito al quale devono attendere gli archivisti. L’inventariazione, dunque, è e resta il punto di partenza di ogni possibile attività. Ma non basta, così come non basta una sala di studio, un regolamento, un archivista che aspetta che arrivino gli studiosi. Tutto questo è necessario, ma non basta. E allora bisogna aprirsi, proporsi, progettare iniziative, fare mostre, promuovere ricerche, individuare patners culturali, coinvolgere le altre istituzioni locali. Naturalmente fra tutti, il rapporto primario e privilegiato, come già detto, non può che essere con la scuola, proprio per la missione civica cui tendono e che caratterizza sia la scuola che l’archivio, in particolare, l’archivio comunale. Sulle modalità di questo rapporto ci sarebbe molto da dire, ma ciò che è importante rimarcare in questa sede è che questo rapporto dell’archivio con la scuola, e l’attività che ne deriva, non è un di più rispetto alla funzione primaria dell’archivio, ma una parte integrante della sua missione. Come è stato detto il mestiere di archivista non è rivolto soltanto a ristrette corporazioni di addetti ai lavori, e i prodotti su cui opera (gli archivi [in senso proprio]) possono essere avvicinati e conosciuti anche da chi specialista non è.” Se è vero che un impegno importante è quello dell’inventa­riazione, e ribadito che l’inventariazione di un fondo è l’operazione preliminare indispensabile per qualunque tipo di fruizione del fondo medesimo, da quella specialistica a quella divulgativa o promozionale, all’inventa­riazione deve seguire la predisposizione di rigorosi strumenti ed accessori idonei per valorizzare ampiamente i fondi conservati. Divulgare non è sinonimo di minor qualità: gli archivi sono degli istituti scientifici e in essi si applica alla diffusione del patrimonio lo stesso rigore scientifico che si applica alle altre funzioni.


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L’archivista per gli studiosi specializzati prepara l’inventario, per gli altri, sulla base dell’inventario, prepara mostre, video, percorsi di ricerca, visite guidate, progetti didattici. E non per farli venire, quest’ultimi, a frotte in sala di studio, ma per far conoscere, promuovere conoscenza anche presso chi non ha, legittimamente, alcun interesse a fare in proprio ricerca archivistica. L’insegnamento della storia è stato collocato sempre più sul terreno della trasmissione di tecniche e procedure più che su quello della trasmissione di conoscenze accumulate rendendo ancor più interessante la presenza dell’archivio nei curricola scolastici. Continueremo nell’attività con studenti e docenti, abbiamo in programma un convegno per giovani studiosi e allestiremo mostre con taglio didattico per “presentare” alla città il nostro lavoro, proprio come è avvenuto nel 1998 quando Filippo Valenti, ancora una volta pronto ad elargire consigli preziosi, come trent’anni prima, allestì con noi, nelle sale del prestigioso Palazzo comunale una mostra che affiancava a straordinari documenti originali, intelligenti rielaborazioni ed interpretazioni degli alunni delle scuole di Modena. Ma perché tutto ciò accada è necessario che l’archivio sia stato riordinato ed inventariato e che ci sia un archivista in grado di valorizzarlo. Da ultimo permettetemi solo di aggiungere che il mio interesse per la didattica professionalmente non è ne esclusivo o anche solo prevalente. Se me ne occupo è perché ritengo che sia una funzione fondamentale tra le altre. Chi vi parla, infatti, ha la presunzione di essere un archivista a “tutto tondo”: coordina e gestisce il flusso documentale, il protocollo informatico, gli archivi di deposito, effettua scarti e infine dirige l’Istituto culturale Archivio Storico, tuttavia ritengo che l’Archivio debba anche essere “fuori di sé”, quindi a scuola per essere un buon servizio.


Fabio Marri

Valenti muratorista

Parlare di Filippo Valenti in relazione a Muratori è ristabilire una continuità tra il primo grande custode dell’archivio ducale e il suo successore nella carica di direttore di quello che nel frattempo è divenuto l’Archivio di Stato di Modena. Certo, i compiti di Valenti direttore si sono molto accresciuti rispetto a quelli muratoriani (non dimentichiamo ad esempio che ai tempi di Muratori l’Archivio Segreto e la biblioteca Estense erano chiusi al pubblico), ma il fondamento essenziale del ruolo di entrambi rimane lo stesso, cioè la salvaguardia delle carte antiche che per primo Muratori studiò, partendo dalle vicende dinastiche degli Este per aprirsi alla questione del possesso di Comacchio e Ferrara, fino al tema assai più scottante dei poteri temporali della Chiesa, ancorati spesso a diplomi falsi o dubbi o affatturati. Nella raccolta degli Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale di Valenti, da cui è doveroso partire, la ristampa (alle pp. 225-328) di una delle opere più benemerite del Maestro, Il documento medievale del 1961, esibisce due fotografie dove svetta l’inconfondibile grafia di Muratori. Tralasciando la tavola di p. 321, che riproduce un foglio presumibilmente scritto per il tipografo delle Antiquitates Italicae, e viene portata come esempio di copia da documento antico, ci attira piuttosto quella di p. 327, una nota di Muratori a un diploma, preteso originale del 1212, del futuro imperatore Federico II, che concedeva agli Estensi territori vari, tra cui Castrum Montis Silicis. In questa carta, la locuzione Castrum Montis Silicis fu sostituita con Mutinam et Regium. Evidentemente gli Estensi avevano pensato di valersene nel proprio cosiddetto «bellum diplomaticum», ma Muratori li ammonì:


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«Questo è documento da non produrre giammai, perché ha troppi difetti: Mutinam et Regium vi è stato aggiunto con levar via Castrum Montis Silicis (…) Divae mem<oria>e pater eorum: forma strana, inusitata e sconvenevole».

Insomma, Muratori, coi mezzi a sua disposizione, introdusse la filologia nell’analisi delle carte medievali; e in questo, Filippo Valenti può ben dirsi un perfezionatore dei suoi metodi. Si veda ancora, dallo stesso volume degli Scritti e lezioni, l’Indagine sui più antichi documenti dell’Archivio di S. Pietro di Modena (pp. 567-689): scritto vivacissimo, godibile alla lettura, specie dove parla della «storia di un errore» compiuto da un «ignoto e ignorante archivista cinquecentesco (sciagurato paleografo e anche storico)», detto pure «scellerato». Nel tornare sulle origini del monastero, Valenti deve commisurare il suo passo ancora alle impronte di Muratori, partendo da un dubbio esposto nella dissertazione XVIII delle Antiquitates Italicae, dedicata alle «repubbliche e alle comunità di cittadini» nel Medio Evo. Muratori, pur non avendo il coraggio di rigettarla, trovava strana l’espressione maiorum senatus con cui i vescovi modenesi verso l’anno Mille (996-1038) si rivolgevano a loro possibili interlocutori, e che lasciava desumere l’esistenza, notevolmente più antica della documentazione nota per altre vie, di un «organo collegiale cittadino», «specimen aliquod reipublicae, sive senatus, sive communitas civium Mutinensium» (si veda ora Valenti a p. 583). Muratori dubitava, ma non volle cassare quelle carte dalla sua ricostruzione storica; Valenti, con più matura consapevolezza, esorta a non prendere troppo alla lettera frasi che, «nelle parti protocollari» di un atto ufficiale, si riducono più a «un rito verbale che non un vero discorso» (p. 608). Ciò non toglie poi che ulteriori motivazioni inducano a ritenere falsi alcuni altri documenti addotti per i primi anni di S. Pietro. Ma quanto detto fin qui è ancora preliminare al tema assegnato: non si è infatti parlato, per il momento, di Valenti muratorista, ma semmai muratoriano, cioè erede dell’ufficio e perfezionatore dei metodi di Muratori. Sempre che attribuire a Valenti una continuità, una fedeltà «muratoriana» non sia uno sminuirlo, avendo il Muratori archivista lasciato alla sua morte un archivio estense in condizioni peggiori di come l’avesse trovato; sebbene, aggiunge Valenti, ci fossero validi motivi che giustificano questa incuria, dopo gli anni iniziali in cui Muratori aveva profuso energie a riordinare un deposito di carte inaccessibile per il disordine, vedendo però presto la sua fatica svanire per le guerre, le occupazioni straniere del 1702-1707, i trasferimenti dei materiali; indi, restando assorbito dalla conte-


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sa comacchiese del 1708-1725, e più tardi spinto dal «suo mirabile ingegno» ad impegnarsi in settori meno ingrati del «riordinare e inventariare scritture»1. Per fortuna, Filippo Valenti non ha dovuto fare i conti, durante la sua attività di archivista e docente, con occupazioni francesi o austriache, e – credo – nemmeno con traslochi, avendo così facilitato il suo compito rispetto al muratoriano (si potrebbe però obiettare che Muratori in compenso non doveva far fronte alle richieste sindacali, commissioni interne e altre delizie dell’ultimo Novecento…). E soprattutto, per quanto riguarda il nostro tema, Valenti ha potuto allargare la sua attività a quella di «muratorista», di studioso di Muratori e cardine, nell’ultimo quarantennio, dell’attività del Centro di Studi Muratoriani. Dal 1964 lo troviamo consigliere del Centro fino almeno al 1973 (stando alle notizie date dall’annuario «Muratoriana» annesso agli «Atti e memorie» della Deputazione di storia patria modenese); poi, di nuovo, dal 1988 a oggi. E si badi bene che, in base allo statuto del Centro, se nel primo di questi due periodi Valenti poteva entrare nei ruoli come membro di diritto in quanto direttore (dal 1960) dell’Archivio di Stato di Modena, nella seconda fase Valenti fu eletto nel consiglio direttivo non per il suo ruolo pubblico (cessata ormai nel 1985 la carica direttoriale), ma perché i meriti culturali acquisiti sul campo lo rendevano quanto mai idoneo a quella funzione di consigliere nel senso più autentico del termine, di guida, di indirizzo per chi era coinvolto nell’immane impresa dell’Edizione nazionale del carteggio di Muratori. Ricordo personalmente la sua revisione, molto rigorosa e salutare, di un volume presentato nel 1998 per la stampa: io, che pure avevo seguito questo volume nella sua genesi, solo grazie alla disamina di Valenti riuscii a emendare o far emendare i difetti di fondo giustamente rilevati. Dell’impresa dell’Edizione nazionale Valenti era stato uno degli iniziatori, in un anno decisivo per i nuovo orientamenti del Centro, il 1966. Se volessimo romanzare un po’ la storia, potremmo dire che tutto cominciò da un’asta di Sotheby a Londra, dove furono comprate dallo Stato italiano, certo per iniziativa di Valenti, e assegnate all’Archivio di Stato di Modena, 216 lettere di Muratori (55 delle quali inedite) al benedettino di S. Pietro in Modena, poi cardinale, Fortunato Tamburini. Ho sott’occhio un titolo su quattro colonne della «Gazzetta dell’Emilia», 31-5-1966: Decisa la pubblicazione del carteggio muratoriano. 1  F. Valenti, Profilo storico dell’Archivio Segreto Estense, in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), pp. 343-384; il citato da 366-368.


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Ci si era insomma mossi sulla strada dell’edizione non solo delle circa ottomila lettere (secondo i calcoli di allora) di Muratori, in massima parte già pubblicate all’inizio del secolo, ma anche (dice l’articolo) delle circa ventiduemila arrivate a Muratori. La «Gazzetta» citava «il nobile coro» di banche ed enti pubblici che avrebbe economicamente sostenuto l’impresa, e il collegio di redazione presieduto da Alberto Vecchi: fra gli altri, si stringono ancor oggi attorno a Valenti l’allora direttore della biblioteca Estense Pietro Puliatti, Giorgio Boccolari, Luigi Amorth, Franco Violi, Giordano Bertuzzi. In quel decisivo 1966 Valenti, finalmente e ufficialmente muratorista, si mise all’opera preparando i Criteri di trascrizione che dovevano presiedere alla stampa del carteggio Muratori - Tamburini e all’intera edizione progettata (divenuta presto Edizione nazionale, per un Decreto Presidenziale pubblicato il 5-6-1967 con le firme di Saragat, Moro e Gui). Da Modena stavano partendo centinaia di richieste a direttori di biblioteche pubbliche di tutto il mondo, per cercare lettere di Muratori approdate chissà dove, in seguito a dispersioni di archivi privati o eventi del genere: «Questo Centro di studi muratoriani si accinge alla edizione integrale dell’intero carteggio (lettere spedite e lettere ricevute) di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750). Si prega pertanto la Signoria Vostra di far conoscere se presso codesto Istituto siano conservate lettere manoscritte, edite o inedite, di o a Ludovico Antonio Muratori, oppure se la Signoria Vostra sia a conoscenza dell’esistenza di lettere del grande storico presso altri enti pubblici o presso privati …».

E il 30-5-1967, come informò una circolare ai soci del Centro muratoriano firmata da Alberto Vecchi, i criteri di trascrizione erano pronti: «Il Centro di studi muratoriani ha in programma la pubblicazione integrale del carteggio muratoriano, che avrà il diritto di fregiarsi del titolo di edizione nazionale. La realizzazione dell’intero programma richiederà senz’altro non poco tempo, tuttavia si è pensato di pubblicare entro il corrente anno il carteggio Muratori - card. Tamburini (…). I criteri di trascrizione usati per detta pubblicazione saranno quelli che verranno seguiti per l’intera edizione del Carteggio, perciò, prima che essi siano definitivamente stabiliti, il Centro desidera conoscere il pensiero di tutti i soci intorno a questo argomento ed avere da ciascuno di essi proposte e suggerimenti. A questa nostra lettera, chiarissimo Socio, Ella troverà allegata copia dei criteri di trascrizione proposti dalla Direzione dell’Archivio di Stato di Modena per detta pub-


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blicazione. Le saremo grati se Ella vorrà cortesemente farci conoscere il suo pensiero intorno ad essi».

Non credo che siano venute molte correzioni: Valenti era un’autorità, e come Appendice prima del Documento medioevale del 1961 aveva già dettato delle Regole elementari per la trascrizione dei documenti (nell’odierno volume di Scritti e lezioni di archivistica alle pp. 293-297), a loro volta rifacentisi alle norme adottate nel 1906 dall’Istituto Storico Italiano. Le governa il desiderio di presentare al lettore d’oggi i testi come furono scritti, ma senza farsi un feticcio delle transeunti abitudini grafiche. Per fare un esempio nella memoria di tutti, la celebre introduzione ai Promessi sposi, che minuziosamente riproduce il finto scartafaccio seicentesco, ci dà l’immagine di quello che si otterrebbe pubblicando i testi antichi nella veste originaria: difficili da leggere, al limite del ridicolo. Valenti, nelle Regole per le edizioni a scopo storico-diploma­tistico di carte del Medio Evo, suggeriva ricette semplici: sciogliere le abbreviazioni e i nessi, riprodurre la grafia originaria separando però u da v e unificando nella i le varianti j o y; ammodernare l’interpunzione originaria «avendo cura però di improntarla alla massima sobrietà e proprietà», e ridurre l’uso eccessivo di maiuscole di rispetto, sopprimendole inesorabilmente quando fossero adibite per designare «alte cariche o gerarchie», «titoli o uffici», «istituzioni, forme di governo, enti od organizzazioni» (papa, dux, abbas, imperium, monasterium ecc.). Altrettanto radicale era stato Manzoni. Sono norme pensate da Valenti per gli atti pubblici medievali, cioè latini; nell’adattamento a Muratori (Edizione nazionale del carteggio muratoriano – Criteri di trascrizione, Modena, Aedes Muratoriana, 1968), l’autore ha aggiornato e ampliato la casistica, fornendo indicazioni metodologiche che ancor oggi noi seguiamo; ad esempio (trascelgo dalle pp. 543-548 della riedizione 2000): Ortografia Rispettare integralmente l’ortografia originale, salve tuttavia le tre norme seguenti: a) usare gli apostrofi nel modo oggi comunemente invalso, aggiungendoli peraltro o tralasciandoli a seconda dei casi […]: p. e., si lascierà l’apostrofo in «de’» (per «dei»), ma non in «esser’» (per «essere»); b) porre gli accenti secondo l’uso moderno, indipendentemente dall’originale; c) ridurre ad «i» tutte le «j».


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Abbreviazioni Criterio di base è quello di risolvere integralmente le abbreviazioni del testo originale. Ciò tuttavia non impedirà di mantenerne alcune o, più spesso, di introdurne alcune nuove, rispettando però le seguenti norme: a) evitare in modo assoluto le abbreviazioni per contrazione … (p. e., non trascrivere mai «ill.mo», «rev.ma», «sig.r» … e simili, ma bensì «illustrissimo», «reverendissima», «sig.» b) lasciare od introdurre soltanto quelle abbreviazioni per troncamento che risultino ancor oggi usitate e del tutto perspicue (senza essere, per altro, troppo moderne) e, trattandosi di titoli, soltanto quando precedano immediatamente il nome o cognome del titolato. Iniziali maiuscole L’uso delle iniziali maiuscole va fatto indipendentemente da quello che appare nel testo originale, e dev’essere in genere assai limitato. Oltre alle parole iniziali di periodo e ai nomi propri in senso stretto, avranno di massima iniziale maiuscola: a) gli appellativi di rispetto (da non confondere con quelli di carica o di qualifica) quando non siano dei semplici aggettivi usati come tali: es. «Vostra Paternità reverendissima», «l’Eminentissimo mi ha scritto», ma «l’eminentissimo Querini»; b) i nomi comuni ed eventualmente anche gli aggettivi quando siano usati in funzione o in sostituzione di nomi propri, p. e.: -- «la Serenissima», «i (frati) Mendicanti», «l’accademia degli Eterocliti»; -- titoli od anche qualifiche generiche quando essi siano usati ad indicare implicitamente, o per antonomasia, una persona od eventualmente anche una cosa affatto particolari (così «il Padrone» o «il Sovrano» quando p. e. si riferiscono implicitamente al duca di Modena); -- La maiuscola può essere eliminata, assicurata che sia la perspicuità di lettura, nei casi in cui il nome è composto di due termini distinti, il primo dei quali sia un nome comune ed il secondo, qualificante, sia un aggettivo (es. «diocesi modenese», «ducato estense», ma tuttavia «Gabinetto ducale», «Giunta governativa»);


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-- la maiuscola può a maggior ragione essere limitata al secondo termine quando questo sia un nome proprio in senso stretto (es. «regno di Napoli», «repubblica di Venezia»), sempre però che il primo sia un nome comune e non presenti a sua volta un uso singolare (es. «Compagnia di Gesù», «Studio di Padova»). Interpunzione Anche l’interpunzione va modificata, ma cercando di mantenersi il più possibile aderenti a quella che compare nel testo originale. In particolare: a) conservare di regola i punti fermi e i capoversi, limitando le modifiche in questo settore a pochi casi eccezionali; b) togliere le virgole davati alle congiunzioni e, in generale, anche davanti ai pronomi relativi, limitandosi per il resto … a pochi ed oculati ritocchi, intesi a togliere od aggiungere quello che, per la sensibilità moderna, risulti rispettivamente controproducente o necessario ai fini di una spedita lettura. Mi risulta che questi Criteri siano stati adottati come modello in varie sedi ufficiali. La loro applicabilità pratica fu messa alla prova dallo stesso Valenti nell’edizione del Carteggio con Fortunato Tamburini, già annunciata, come si è visto, nel 1967, e uscita con la data del 19752. Quel 1975 resta un altro anno da ricordare per il Centro muratoriano e per l’Edizione nazionale, grazie all’uscita di ben quattro volumi di Carteggio e quattro della Biblioteca del Carteggio, i quali ultimi pubblicarono gli atti del grande convegno muratoriano del 1972. Noi muratoristi, dopo vent’anni e l’esperienza di una decina di volumi di carteggio editi, sentimmo il bisogno di perfezionare detti Criteri per far fronte a una casistica molto più vasta, che nel 1968 non si poteva prevedere ma che le migliaia di lettere nel frattempo pubblicate avevano presentato. Per far questo ci riunimmo varie volte all’Archivio di Stato di Modena, sotto la guida scientifica di Valenti stesso, e alla presenza, fra gli altri, di Giuseppe Trenti, il più accanito trascrittore di autografi muratoriani ed a sua volta editore, nel 1987, del Carteggio coi corrispondenti da Tabacco a Tafuri. Ne è venuto fuori un nuo2   Firenze, Olschki, vol. 42 dell’Edizione nazionale; veramente, il finito di stampare è del gennaio 1976.


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vo manualetto3, esteso quasi il triplo di quello di Valenti, che non lo contraddice ma lo completa. Ad esempio, abbiamo aggiunto un capitolo sulle Sigle, che nella guida originale erano sbrigate in una decina di righe; un altro capitolo sulla Data, non solo per precisare lo stile in cui essa va apposta all’inizio della lettera, ma anche per regolare l’inserimento di eventuali specificazioni apposte dal mittente (caso frequente, lo scrivere solo «Di casa» o «In villa», mentre il lettore moderno deve sapere in che località si trovasse detta abitazione). Un po’ più sofferta è stata la soluzione data al problema degli allegati alle lettere: l’impostazione di Valenti, non esplicita nei Criteri del 1968 ma adottata nell’edizione del carteggio con Tamburini, fu di non pubblicarli, «se non quando fossero strettamente necessari alla comprensione del testo o sostanzialmente integrativi di esso; al punto che si è finito con l’escluderli tutti quanti»4. Ciò era dettato da sagge motivazioni di economia, come sarebbe l’inutilità di ricopiare pagine di cronache antiche inviate a Muratori e da lui poi stampate nei grandi libri sul Medio Evo (due diversi esempi di allegati che avrebbero «meritato» la pubblicazione, ma che erano già editi, furono citati da Valenti nella nota 43 dell’introduzione a Tamburini). Nel 1989 avevamo ripreso il principio, assegnandogli un capitolo apposito (p. 15, Allegati): «Gli allegati si pubblicano soltanto in quanto siano tali da integrare la sostanza del testo o siano necessari alla sua piena comprensione … Allegati estranei allo spirito del Carteggio di norma non vengono pubblicati in questa sede …, specialmente se voluminosi e già a stampa».

Quando, però, mi sono direttamente trovato di fronte a massicce quantità di allegati, nei due tomi del vol. 10 cui ho posto mano di persona5, ho ritenuto opportuno allargare il canone: nel caso di Brichieri Colombi, se ho escluso (avvertendo nella nota al testo) vari fogli contenenti materiali epigrafici, disgiunti dalle lettere vere e proprie e sfruttati da Muratori nel suo Novus thesaurus veterum inscriptionum, non ho potuto fare altrettanto per le numerosissime 3   Norme per l’edizione del Carteggio muratoriano, a cura di F. Marri, Modena, Aedes Muratoriana, 1989. 4   Ibid., Introduzione, p. 17. 5  Il tomo I, Carteggio con G. Domenico Brichieri Colombi (in collaborazione con Barbara Papazzoni), è uscito nel 1999; il II, Carteggi con Botti (…) Bustanzo (in collaborazione con Daniela Gianaroli e Franca Strocchi), è in corso di stampa.


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epigrafi trascritte nel corpo delle lettere (che altrimenti avrei dovuto tagliare a metà), e per altri allegati su fogli staccati ma che si configuravano, almeno in parte, come postcripta alle lettere stesse. Nel secondo tomo ho dovuto fare invece i conti con la presenza (già riscontrata dai curatori di precedenti volumi) di brani poetici che gli autori spedivano a Muratori perché li correggesse o addirittura li facesse stampare. Può accadere che in una susseguente lettera di Muratori (o nella successiva risposta del corrispondente) troviamo le correzioni a tali poesie (è ora il caso di un oscuro Brunone Bruni, aspirante arcade di San Giovanni in Persiceto, di cui si conoscono pochissime rime a stampa, mentre caterve ne sono conservate nelle lettere a Muratori): perché, mi sono chiesto, impedire la comprensione delle annotazioni muratoriane? Analogo motivo di dubbio e di superamento dell’iniziale rigidità mi ha dato la situazione di un altro corrispondente, il medico cesenate Camillo Brunori, che nel 1713 mandò a Muratori un corposo abbozzo del suo lavoro Il medico poeta, ovvero la medicina esposta in versi ed in prose italiane, diciassette anni prima che fosse pubblicato. Non possediamo le risposte del modenese, ma confrontando il testo della stampa6 con quello delle lettere troviamo notevoli differenze, che potrebbero dipendere da una revisione di Muratori: anche qui, perché precludere la conoscenza della stesura primitiva? Il discorso si farebbe lungo e verrebbe comunque a coinvolgere non la bontà indiscussa dei Criteri del 1968, ma gli orientamenti che informarono da principio l’edizione muratoriana. Diciamo che la filologia di oggi ha esigenze supplementari, e le parallele edizioni di altri carteggi simili al nostro ci hanno indotto ad attenuare certi sbarramenti dei primi tempi. Accade così che la pubblicazione di altri due allegati, in questo tomo II del vol. 10, completi anche il carteggio Muratori - Tamburini edito da Valenti: nel fascicolo delle lettere a Muratori del duca Lorenzo Brunassi da Napoli si trovano una lettera di Brunassi a Tamburini del 16-9-1747, trasmessa il 20 dal cardinale stesso a Muratori, e la copia di una lettera di Tamburini scritta, su materiali di Muratori, al generale dei Gesuiti ancora il 16 settembre (si trattava di aiutare Muratori a riscuotere un credito). Non sono allegati superflui. Ma, se torniamo al confronto tra le norme di Valenti e quelle rielaborate nel 1989, vediamo che la principale aggiunta consiste nella richiesta di esplici  Fabriano, Mariotti, con falsa data 1726 per 1730.

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tare in una Nota al testo (anteriormente non prevista) le problematiche editoriali, che coinvolgano per esempio testi non autografi, rimaneggiati, portati da più di un testimone, ecc.; e di introdurre, al termine del volume, non solo l’indice delle persone citate (delle persone, non dei nomi, ammoniva Valenti, talché se nel testo è citato «il non più monsignore» o «il consaputo», nell’indice va messa quella che oggi diremmo la sua identità anagrafica), ma anche l’indice delle opere, strumento indispensabile per ogni ricerca bibliografica e culturale. Per convincersi che questo non è un allontanarci dalla strada che Valenti ha aperto, ma semmai solo un allargarla facendo tesoro dell’esperienza del pioniere, conviene riprendere ancora in mano l’edizione del carteggio con Tamburini, e in particolare l’introduzione, redatta in quello stile vivace, dotto e colloquiale insieme, con cui Valenti sa esporre anche le vicende più seriose. Ciò è naturalmente inimitabile, ma per il resto si può osservare come le Norme 1989, anche nelle parti codificate ex novo, tendano a prescrivere, per la stesura delle future introduzioni, il modello offerto da quell’introduzione del 1975. Qui, la prima parte informa sulle vicende filologiche, lo stato delle precedenti edizioni alla luce dei manoscritti disponibili, indi l’acquisto da Sotheby e l’arricchimento delle nostre conoscenze grazie alle lettere nuovamente apparse, con la scoperta che le lettere di Muratori note prima, provenendo dall’archivio di Tamburini, erano state rimaneggiate dal cardinale con soppressione di paragrafi che sembravano inutili o, peggio, sconvenienti: cioè, annota Valenti, «com’è ovvio, le parti più interessanti dell’intero carteggio» (dove erano in ballo questioni di sanzioni ecclesiastiche nei confronti di Muratori, spesso minacciate ma non attuate, anche per l’intervento presso la curia romana di Tamburini). Una seconda parte dell’introduzione, doverosamente, traccia la biografia del corrispondente, monaco di S. Pietro dal 1699, cioè negli anni in cui vi si radunava, intorno a Bacchini, un nucleo di giovani (compreso Muratori) che si sarebbero poi distinti in campo culturale e spesso anche ecclesiastico. La biografia di Tamburini è messa a fuoco specialmente per quanto attiene ai suoi rapporti con Muratori e con un amico comune, il famoso cardinal Prospero Lambertini, poi papa Benedetto XIV, che nel 1743 concesse la porpora a Tamburini stesso. Il discorso si allarga al campo della storia della Chiesa, dell’illumi­ nismo cattolico, del giansenismo: è una pagina di storia che non avrei visto male nella riedizione degli Scritti e lezioni.


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Poi, nelle ultime due pagine (già richiamate qui sopra), emerge di nuovo il Valenti filologo e bibliografo, che apre le strade agli studiosi che verranno7. Dicevo sopra dell’indice delle opere, che abbiamo introdotto nella nostra edizione a partire dal 1987, e poi codificato nelle Norme del 1989: questo non era stato previsto dalla commissione editoriale del 1966 e dai Criteri del 1968, ma Valenti avvertiva i limiti di un tale atteggiamento, e almeno in parte tentò di superarlo. A p. 16 dell’introduzione a Tamburini ritiene «particolarmente utile e indicativo fornire qui un elenco delle principali opere muratoriane menzionate nel carteggio»: elenco che, così com’è fatto, non consente l’immediato reperimento dei luoghi dove la menzione si trova, ma che serve almeno a inquadrare i temi più trattati all’epoca dello scambio epistolare (avvenuto in massima parte negli ultimi dieci anni di vita di Muratori), istituendo un nesso tra le private, spesso contingenti vicende del carteggio e la duratura realtà pubblica degli scritti a stampa di Muratori. Ne possiamo dedurre, almeno a grandi linee (e mettendo ovviamente nel conto che quel carteggio intercorse con un religioso), che il Muratori storico, anzi «padre della storia», se negli anni Quaranta continuava a fare lo storico (come provano le 52 pagine, secondo il calcolo di Valenti, in cui il carteggio con Tamburini tratta degli Annali d’Italia, usciti tra il 1744 e il 1749), aveva però messo in disparte l’antica vocazione medievistica (solo 24 citazioni tra Rerum Italicarum Scriptores, Antiquitates Italicae, Antichità Estensi), e invece si stava configurando come un maître à penser in campo religioso e civile: per 34 volte sono richiamati i Difetti della giurisprudenza (usciti nel 1742); in 46 occasioni si cita il Cristianesimo felice nelle missioni del Paraguai (una sorta di apologia, uscita nel 1743 con un’appendice nel ’49, dell’esperimento politico attuato dai Gesuiti nelle «riduzioni» del Sudamerica); 30 volte i rimandi bibliografici portano al tema della diminuzione dei giorni festivi, cui Muratori si dedicò negli ultimi anni per favorire la causa dei salariati, costretti a oziare senza mercede nelle numerose festività infrasettimanali; e ben 143 volte si fa menzione di opere concernenti il problema generale 7  Ai quali può accadere, naturalmente, di interpretare in modo diverso dal caposcuola i dati che questi ha per primo forniti, senza che ciò significhi un disconoscimento di meriti: così il sottoscritto, che pure si è molto avvantaggiato per la propria edizione del volume 10 di quella del carteggio Muratori - Tamburini, si è ugualmente permesso di correggere l’anno di una lettera di Muratori al cardinale, di cui Valenti (n. 360 alle pp. 339-341) ha ripreso dall’Epistolario Campori (n. 5512 a p. 5125) la data 3-1-1748, mentre sarà del 3-1-1749; e va precisato che la data erronea fu un lapsus del mittente.


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della «regolata divozione dei cristiani» (toccato, oltre che nel libro omonimo del 1747, anche nel De superstitione vitanda del 1740 e nelle Ferdinandi Valdesii Epistolae del ’43), in particolare contro gli eccessi del cattolicesimo retrivo e superstizioso, dal culto dei santi a quello mariano (soprattutto per l’assurdo voto di difendere col sangue il non ancora proclamato dogma dell’Immacolata Concezione). Non è il caso di approfondire il discorso in questa sede, né Valenti lo approfondì allora; ma dal suo sobrio elenco bibliografico, e più in generale dalla lezione di metodo contenuta in quella introduzione, per noi muratoristi della seconda generazione è venuta e viene una «educazione permanente». In più, devo dichiarare un debito personale, ormai antico ma non per questo estinto, risalente alla fase preparatoria della mia prima pubblicazione muratoriana, quei Vocaboli del nostro dialetto modanese usciti come sesto volume della «Biblioteca dell’edizione nazionale del carteggio di L. A. Muratori»8. Si trattava di attribuire alle mani ‘giuste’ una serie di raccolte di parole dialettali compilate sotto la regìa di Muratori, i cui due nuclei principali (Biblioteca Estense, codici Campori 1462 e Archivio Muratoriano, Filza 44 fascicolo 22) erano stati attribuiti da Giulio Bertoni allo stesso Muratori e al suo segretario Pietro Ercole Gherardi, mentre il catalogatore dei codici Campori, Luigi Lodi, aveva tirato addirittura in ballo il nome del bolognese Giovan Gioseffo Orsi. Non ero convinto di queste attribuzioni, e un po’ per volta maturai un’ipotesi diversa, che sottoposi a Filippo Valenti, non solo come muratorista ma soprattutto come perito grafologico del Tribunale di Modena, dunque l’uomo ad hoc per scoprire i veri ‘assassini’. E ne venne fuori (aggiungo: con l’avallo autorevole di Giuseppe Trenti, che poi associai al lavoro editoriale) un’attribuzione e una ricostruzione della genesi di quell’opera assai distante dalla vulgata: quanto si credeva di Muratori era in realtà fattura di Gherardi, alla quale Muratori aveva apposto solo postille (ben riconoscibili); in compenso, quanto era stato attribuito a Gherardi si doveva invece a un nome nuovo, un abate Giacomo Crispi (1693-1774) di cui poi vennero fuori i legami con Muratori e la corte estense. Anche in questo frangente, mi sento fortunato per aver potuto profittare della dottrina generosamente dispensata da Filippo Valenti.

Firenze, Olschki, 1984.

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In merito ai problemi inerenti l’edizione di fonti documentarie sono stati pubblicati studi specifici in Europa a partire dall’Ottocento1; basti pensare all’intensa attività editoriale svolta in Germania dai Monumenta Germaniae Historica, in Francia dall’Ecole des Chartes, in Austria dall’Institut für österreichisches Geschichtsforschung, nel nostro paese dall’Istituto Storico Italiano. Anche in questo settore è possibile trarre giovamento dal magistero di Filippo Valenti; un contributo del volume attorno al quale sono incentrati gli argomenti di questo convegno riguarda infatti proprio i criteri di trascrizione elaborati da Filippo Valenti nel 1968 per l’edizione nazionale del carteggio muratoriano iniziata nel 19662. L’autore in questo caso non teorizza, non cerca spiegazioni, né fornisce giustificazioni delle scelte operate, come ha fatto in numerose altre occasioni, bensì si pone con atteggiamento pragmatico di fronte alla variegata casistica di problemi che possono scaturire nella trascrizione di fonti, elencando le rispettive soluzioni, evidentemente elaborate a priori. Ne risulta uno schema sintetico ed essenziale, una sorta di vademecum di tecniche di 1   Un’esauriente bibliografia è fornita da S. Scalfati, Trascrizioni, edizioni, regesti. Considerazioni su problemi e metodi di pubblicazione delle fonti documentarie, in «Archivi per la storia», a. VII, 1 (gennaio-giugno 1994), pp. 168-169. 2   F. Valenti, Criteri di trascrizione per l'edizione nazionale del carteggio muratoriano, Modena 1968, riedito in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), pp. 543-550.


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edizione che elenca per punti l’ortografia, lo scioglimento dei compendi abbreviativi, la normalizzazione dei nomi, l’adeguamento delle maiuscole e della punteggiatura, l’adozione di segni particolari (accenti, apostrofi) o convenzionali (vari tipi di parentesi, asterischi). Il tutto senza citare alcun autore o riferimento bibliografico dichiarato; sebbene nella sostanza si avverta l’ispirazione alle norme dell’Isti­tuto Storico Italiano, la chiarezza di intenti lascia intuire una pregressa elaborazione e assimilazione della materia che può derivare soltanto da una diretta, costante, profonda esperienza sulle fonti e da una ponderata riflessione sui termini della questione, quanto mai annosa e spinosa, come ben sa chiunque si sia cimentato in questo campo, anche soltanto con semplici trascrizioni documentarie. Saggi esemplari relativi al metodo e alle norme per la pubblicazione delle fonti documentarie, che rappresentano punti di riferimento fondamentali ed esempi autorevoli del modus operandi, sono reperibili soprattutto nel campo delle fonti medievali più che di età moderna. Ciò che la bibliografia specializzata ha consolidato, mutuando i principi della Diplomatica, è la necessità di ricavare gli elementi funzionali alla critica del testo non tanto dall’oggetto di un documento, quanto dalla sua struttura esterna e interna, ovvero da quelle parti «che consentono di ricostruire il processo di elaborazione formale scaturito dalla esigenza di mettere per iscritto quella espressione di volontà che è alla base di una azione giuridica»3. Un documento può essere trascritto con differenti criteri da un paleografo, da uno storico del diritto, da un economista, da un linguista, per quanto concerne l’ortografia, le varianti grafiche, l’adozione di maiuscole, dei segni interpuntivi, gli interventi di mano coeva, eventuali aggiunte, espunzioni, correzioni, lo scioglimento dei compendi abbreviativi, la segnalazione di righe e capoversi etc. L’archivistica, la paleografia e la diplomatica, che ormai da tempo hanno raggiunto autonomia scientifica nei rispettivi ambiti di competenza, certamente hanno atteggiamenti diversi di fronte ai documenti. Mentre la paleografia studia il fenomeno della scrittura in relazione al segno grafico e alla sua evoluzione, con le implicazioni di carattere sociale, culturale e politico che ciò comporta, la diplomatica si pone di fronte al documento singolo, è la scienza del documen S. Scalfati, Trascrizioni, edizioni, regesti … cit., p. 170.

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to per eccellenza, guidata dal discrimen veri ac falsi. L’archivistica si pone invece di fronte a documenti mai isolati o considerati singolarmente, bensì sempre in relazione al contesto, ai nessi di reciprocità che legano i documenti all’interno di un medesimo complesso unitario. Il diplomatista nell’esame dei problemi relativi alla forma e alla tradizione delle fonti documentarie e al loro valore storico è tenuto ad affrontare costantemente la questione della genuinità o della falsità dei documenti; l’archivista redige inventari più o meno analitici, guide, mezzi di corredo e strumenti di ricerca in generale per rendere accessibili complessi documentari e per consentirne l’accesso ai ricercatori, per permettere loro di orientarsi all’interno dei fondi e delle serie. In ogni caso le rispettive discipline sono in grado di adottare metodi specifici e autonomi e al tempo stesso informati a criteri di scientificità. Qual è il denominatore comune che possa fungere da indice di garanzia della qualità del prodotto? Gli autori concordano nel difendere il «rispetto assoluto del testo», quindi la contestualizzazione storica delle fonti e da ultimo, ma non meno importante, l’uniformità redazionale e l’uniformità metodologica di accesso ai documenti da trattare4. Problemi diversi derivano dalla diversa natura e tipologia delle fonti da pubblicare. Altro è pubblicare un documento nella sua completezza, un intero testo, come una cronaca o un lungo inventario di beni, altro è pubblicare un corpus di documenti attinenti al medesimo argomento, come può essere un’edizione di regesti o un repertorio di fonti. La scelta del repertorio è una soluzione più rapida ed economica rispetto alla pubblicazione integrale, ma comporta dei rischi: stralci di lettere e atti di varia natura, trascrizioni parziali sovente non consentono di valutare appieno il dettato dei documenti, l’arbitrio della selezione rischia di omettere parti essenziali alla comprensione del testo, la mutilazione di elementi ritenuti accessori può creare fraintendimenti in merito alla sostanza del contenuto. A maggior ragione diventa necessario garantire un livello di trascrizione omogeneo a garanzia della qualità, ovvero del rigore scientifico del lavoro, contemporaneamente a un atteggiamento obiettivo che non privilegi alcuni aspet4   A. Dentoni-Litta, Norme redazionali e attività editoriale: linee programmatiche in tema di strumenti di ricerca, in «Archivi per la storia», a. V, 1 (gennaio-giugno 1992), pp. 41-43.


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ti a scapito di altri, bensì sia informato ai ben noti criteri di “avalutatività” teorizzati proprio da Filippo Valenti. Certo di fronte alla quantità enorme di documenti conservati nei nostri archivi, e per contro alla modesta entità di contributi erogati per la ricerca scientifica, diventano necessarie scelte più ridotte rispetto ad ambiziose iniziative che rischiano di naufragare strada facendo; ma il principio minimalistico, purtroppo tanto diffuso quanto opinabile, secondo cui «qualcosa è meglio di niente», priva molti studiosi, dagli storici tout court ai diplomatisti, ai linguisti, ai filologi, di informazioni di importanza capitale, che solo una lettura integrale del testo, e dunque soltanto una trascrizione integrale e correttamente edita, può consentire di cogliere e di utilizzare con profitto ai fini della ricerca5. Un’esperienza vissuta in prima persona è stata un’edizione di fonti documentarie riguardanti il pittore e architetto Giulio Romano, che ho curato insieme ad altri collaboratori, in occasione di una grande mostra dedicata all’artista, organizzata dal Comune di Mantova a Palazzo Te6. Ci si chiedeva in quella sede che senso avesse proporre una mole di oltre 1400 trascrizioni di documenti non omogenei, estrapolandoli da fondi diversi per natura e formazione, proponendoli spesso parzialmente anziché integralmente. Con la consapevolezza che il limite più evidente del lavoro derivava dalla eterogeneità del materiale preso in esame, lo scopo di produrre comunque uno strumento di lavoro, da intendere come un punto di partenza più che un punto di arrivo, è stato ampiamente raggiunto e a distanza di oltre dieci anni le risposte in merito all’utilità dell’iniziativa sono certamente positive: il repertorio è di uso corrente tra i mezzi di corredo della sala studio dell’Archivio di Stato di Mantova; citato inoltre da numerose pubblicazioni specializzate, sia italiane che straniere, esso ha fornito spunti e stimoli per approfondire e sviluppare nuovi temi di ricerca. Il lavoro è stato accolto nella collana Fonti dell’Ufficio Studi e Pubblicazioni dell’allora Ministero per i beni culturali e ambientali, che fin dalla sua istituzione si è posto come la struttura centrale più idonea per una azione costruttiva di coordinamento nella ricerca di un linguaggio archivistico comune e ha  S. Scalfati, Trascrizioni, edizioni, regesti … cit., p. 167.   Giulio Romano. Repertorio di fonti documentarie, a cura di D. Ferrari, introduzione di A. Belluzzi, Roma 1992, voll. 2, che rappresenta la integrazione ideale del catalogo della mostra Giulio Romano, Milano 1989. 5 6


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tenuto conto della bibliografia specifica di tecniche di edizioni, da Pratesi a Tognetti7. Altri progetti dell’Ufficio Studi da citare come esempi per l’impegno e per la mole del lavoro sono i Libri iurium della Repubblica di Genova, le Fonti per la storia della scuola, o ancora l’edizione del carteggio degli oratori gonzagheschi a Milano, previsto in quattordici volumi dei quali ne sono usciti già undici dal 1999 a oggi, che diventa una fonte di conoscenza della Corte sforzesca per la seconda metà del Quattrocento quanto mai significativa in assenza delle fonti originali distrutte dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Tra le iniziative private, programmate grazie al sostegno di capitali italiani e soprattutto stranieri, è da segnalare, a titolo esemplificativo, l’Archive Medici Project che a Firenze sta creando un repertorio di fonti documentarie facendo lo spoglio di oltre 4600 volumi di corrispondenza, conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, datati dal 1537 al 1743; il lavoro è finalizzato al reperimento di informazioni riguardanti le arti e la cultura, la storia del costume e dei tessuti, la storia, la religione e la cultura ebraica in Toscana e le sue connessioni con l’Europa. Il prodotto della banca dati sarà disponibile sia in edizione cartacea che su CD. Il Centro Internazionale d’arte e di cultura di Palazzo Te di Mantova ha quasi concluso la pubblicazione di una collana di fonti, collaterale alla grande mostra sul collezionismo gonzaghesco inaugurata nel 2002. In particolare la ricerca ha preso le mosse da uno spoglio sistematico, precedente e propedeutico alla organizzazione della mostra, di migliaia di lettere dell’archivio Gonzaga8 dal 1565 al 1630 (il periodo degli ultimi duchi Gonzaga, fino all’estinzione del ramo principale e al Sacco di Mantova), per mettere in luce la rete di relazioni intercorse tra i Gonzaga e gli altri stati italiani ed europei nel periodo considerato e le vicende che portarono alla formazione di una delle colle7   A. Pratesi, Una questione di metodo: l’edizione delle fonti documentarie, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XVII (1957), 3, pp. 312-333; Criteri per la trascrizione di testi medioevali latini e italiani, a cura di G. Tognetti, Roma 1984 (Quaderni della «Rassegna degli Archivi di Stato», 51). 8  Le serie della corrispondenza costituiscono la parte più considerevole dell'archivio Gonzaga, esse sono ben sessantuno, elencate e descritte nell'inventario di Alessandro Luzio in ordine alfabetico per località, cfr. A. Luzio, L’Archivio Gonzaga di Mantova. La corrispondenza familiare, amministrativa e diplomatica dei Gonzaga, vol. II, Verona 1922, (ristampa anastatica Mantova 1993).


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zioni d’arte più importanti d’Europa oggi dispersa. Dal 2000 a oggi sono stati pubblicati nove dei dodici volumi previsti e, in particolare, i repertori della corrispondenza dalla Corte cesarea, da Roma, Venezia, Firenze, Milano, Parma, Piacenza, Bologna9. Ai repertori della corrispondenza si affiancano gli inventari dei beni mobili e immobili della famiglia Gonzaga, comprendenti interminabili elenchi di arredi, dipinti, oggetti, suppellettili, gioielli, argenti, cristalli, come quello del 1627, compilato poco prima della vendita della celebre quadreria gonzaghesca a Carlo I d’Inghilterra10. A me in particolare fu affidato il coordinamento della ricerca archivistica e l’edizione di un secondo inventario generale dei beni gonzagheschi redatto negli anni 1540-1542 dal notaio Odoardo Stivini, dal quale il documento ha preso il nome11. L’inventario Stivini è una fonte di eccezionale interesse per conoscere la Corte mantovana e per meglio inquadrarla in una visione globale del fenomeno storico che essa rappresenta. L’edizione integrale, che comprende 7356 voci corredate di un apparato di indici suddivisi in sei macrocategorie (oggetti, materiali, tecniche, iconografie, nomi di luoghi e di persone), rende più agile la consultazione del lunghissimo documento e consente di interrogare tale fonte, di straordinaria ricchezza e complessità, da molteplici angolazioni. Un glossario di oltre ottocento voci rende più facile la comprensione di molti termini storici in gran parte desueti, o di voci e forme dialettali il cui significato resterebbe altrimenti ambiguo, oscuro o incerto. A questo proposito è opportuno sottolineare la ricchezza di informazioni che le edizioni di fonti documentarie di età moderna offrono dal punto di vista linguistico, utili alla compilazione di vocabolari ragionati di riferimento afferenti a specifiche cate9   Fonti, repertori e studi per la storia di Mantova. Collana del Centro Internazionale d’arte e di cultura di Palazzo Te diretta da Raffaella Morselli. Repertori: B. Furlotti, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Bologna, Parma, Piacenza e Mantova (1563-1634), Milano 2000; R. Piccinelli, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Firenze e Mantova (1554-1626), Milano 2000; D. Sogliani, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Venezia e Mantova (1563-1587), Milano 2002; E. Venturini, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra la Corte Cesarea e Mantova (1559-1636), Milano 2002; B. Furlotti, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Roma e Mantova (1587-1612), Milano 2002; M. Sermidi, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Venezia e Mantova (1588-1612), Milano 2002; R. Piccinelli, Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra Milano e Mantova (1563-1630), Milano 2004. 10  R. Morselli, Le collezioni Gonzaga. L’elenco dei beni del 1626-1627, Milano 2000. 11  D. Ferrari, Le collezioni Gonzaga. L’inventario dei beni del 1540-1542, Milano 2003.


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gorie, che per ora esistono soltanto come appendici integrative di studi parziali e settoriali12. Analoghe edizioni dimostrano la validità di iniziative similari per la conoscenza della cultura di corte in senso lato e della storia dell’arte in particolare «che si nutre di inventari»13. Utili confronti con inventari precedenti e successivi, potranno inoltre confermare presenze, registrare assenze, suggerire percorsi sulla formazione e soprattutto sulle migrazioni di quella che è stata definita una tra le collezioni d’arte più famose nell’Europa dell’età moderna. L’edizione di tale fonte è dunque da assumere come vero e proprio testotestimone, il cui valore di strumento di consultazione sarà confermato nella lunga durata, visto che il progresso degli studi avverte la necessità sempre più forte di una lettura critica dei documenti d’archivio. Per i tanti problemi che l’inventario Stivini pone a competenze specialistiche diverse, certamente esso sarà in grado di aprire nuove piste di ricerca e di stimolare una serie di studi più ampi e articolati rispetto a quelli finora prodotti. Una serie non trascurabile di problemi nella edizione di fonti deriva dall’uso delle nuove tecnologie; in un contesto culturale in cui le reti di comunicazione registrano profonde innovazioni, l’amministrazione archivistica non può ignorare gli esiti del profondo mutamento in atto. Il passaggio delle fonti per la ricerca storica da supporto cartaceo tradizionale al web e l’utilizzo delle fonti disponibili in rete pone una serie di interrogativi14. La nostra professione può giovarsi di questi nuovi strumenti continuando ad assicurare nel contempo la relazione tra informazione e contesto che la tradizione archivistica ha consoli12   Conoscendo la complessità di questo campo, nel caso dell’inventario Stivini il contributo offerto dal glossario deve essere considerato work in progress, sempre passibile di verifiche, correzioni e aggiornamenti; alcune proposte interpretative sono basate sul contesto di citazione, più che su corrispondenze terminologiche documentate storicamente, non devono pertanto essere assunte a modelli certi di riferimento, con il rischio di innescare ipotesi a catena non sufficientemente motivate, bensì come semplici indicazioni di probabile orientamento. 13   «L’histoire de l’art se nourrit d’inventaires. Ils enregistrent les œuvres à une date donnée, en révélant éventuellement les interprétations ou attributions dont elles ont fait l’objet. Plus généralement, en décrivant l’installation d’une résidence, ils permettent d’en imaginer le décor intérieur et de comprendre le rôle qu’elles y jouaient» (B. Jestaz, L’inventarire du palais et des propriétés Farnèse à Rome en 1644, Roma 1994, p. 7). 14  Esemplare per la ricchezza dei contenuti e per l’acuta disamina proposta è il lavoro di S. Vitali, Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer, Milano 2004.


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dato nel tempo, con la rigorosa applicazione delle regole della diplomatica, della filologia, della storia del diritto? In questi ultimi anni il paesaggio si è ampliato e notevolmente arricchito, si è imposto un nuovo statuto dell’editoria, che va determinando una rilettura della stessa nozione di edizione15. Intorno alle modalità di edizione critica delle fonti storiche sul web si sta sviluppando una discussione animata. Il settore sembra per ora interessare maggiormente gli studiosi di fenomeni letterari per la critica dei testi. L’edizione di un testo o di un corpus di documenti è un’operazione molto diversa dalla sua riproduzione virtuale; le imprese europee di tradizione secolare impegnate nella edizione di fonti (valga per tutti l’esempio dei Monumenta Germaniae Historica) finora si limitano a compiere scelte prudenti di trasferimento di testi da un supporto all’altro, di una riedizione elettronica delle fonti finalizzata alle possibilità di ritorni economici, ma evitano accuratamente di mettere in gioco i metodi tradizionali e consolidati delle tecniche di edizione. In altri casi ci sono esperienze di edizioni di fonti su supporto informatico che sono il prolungamento digitale di iniziative precedentemente avviate a stampa16. In ogni caso l’edizione a stampa digitale non deve rinunciare all’ecdotica e ai saperi canonici della scienza diplomatistica, ma per tradurli in forma digitale – qui sta la novità – il modello da proporre dovrà concentrarsi tanto sulla salvaguardia delle tecniche di edizione documentaria, quanto sui software da adottare. Dei documenti digitali occorre conservare tutte le informazioni possibili: essi hanno infatti caratteri genetici ben diversi da quelli delle fonti tradizionali; sono immateriali, dinamici, perché facilmente manipolabili e soggetti a mutamenti, sono fragili, perché legati alla durata effimera delle tecnologie hardware e software, sono veicolati dal web che per sua natura è volatile e instabile e pertanto possono sparire anche a distanza di breve tempo17. La dilatazione di Internet ha prodotto un forte sviluppo di iniziative e sperimentazioni anche nel contesto accademico legato alla ricerca storica: economicità, diffusione e possibilità di aggiornamenti e revisioni continue creano le 15  R. Minuti, Le frontiere editoriali, in Il documento immateriale (http://lastoria.unipv.it/ dossier/minuti.htm, questo sito, come gli altri citati di seguito, è stato visitato nel maggio 2002). 16  Ne è un esempio l’edizione delle carte anglosassoni, Anglo-Saxon Charters, promossa dalla British Academy e dalla Royal Historical Society, cfr. A. Zorzi, Documenti, archivi digitali, metafonti (www.archiviodistato.firenze.it/atti_map/zorzi.htm). 17  S. Vitali, Passato digitale … cit., p. 2.


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premesse per un profondo mutamento dell’e­ditoria tradizionale. Nonostante le previsioni apocalittiche l’editoria elettronica in rete non si pone tuttavia ancora in termini sostitutivi della produzione cartacea; studiosi e ricercatori hanno ancora come riferimenti di netta prevalenza documenti e strumenti cartacei, benché sia da segnalare il fatto che presso numerose Università americane i materiali digitali cominciano a sostituire i libri. Specialisti di edizioni testuali, studiosi ed enti di conservazione sono impegnati da anni a dare forma alle cosiddette metafonti18, che non sono semplici trascrizioni digitali di documenti, ma pubblicazioni più complesse che all’edizione critica del documento affiancano una gamma di strumenti di indagine (regesti, inventari, saggi, bibliografie, banche dati) in grado di arricchire il testo e di determinare nuovi modi di fruizione e di lettura. Nel settore delle fonti digitali prevalgono ancora tuttavia in larga misura quelle che possiamo considerare mere trascrizioni, condotte a scopo didattico o anche amatoriale: penso ai numerosi siti accademici statunitensi che rendono disponibili trascrizioni di documenti tradotti direttamente in inglese; ma se ci spostiamo sul piano delle trascrizioni documentarie a uso di ricerca storica il discorso cambia, il numero dei documenti disponibili on-line si riduce drasticamente. Il rischio è quello di una digitalizzazione indiscriminata dell’esi­stente, che data la sua natura ibrida e multimediale si discosta notevolmente dai canoni delle edizioni critiche e documentarie, puntando maggiormente sull’attrattiva della fonte come immagine. Le finalità in questo caso prima che scientifiche sono di alta divulgazione, si tratta in definitiva di iniziative che tendono a valorizzare le memorie locali, ma che rendono anche evidente il carattere decontestualizzato che queste fonti assumono nel momento in cui vengono consultate. Per contro è proprio la qualità culturale sottesa alla trasposizione digitale che diventa l’elemento cruciale e il punto di forza di ogni progetto, come afferma Stefano Vitali: «Essendo tali fonti il risultato di un processo di elaborazione e di ricontestualizzazione assolutamente non neutro, quanto più visibile e forte è il disegno che ha in 18   Termine introdotto nel 1992 da J.-P. Genet, Sources, metasources, texte, histoire, in Storia & multimedia, a cura di F. Bocchi e P. Denlay, Bologna 1994, pp. 13-17, cit. da A. Zorzi, Metafonti, in Il documento immateriale (http://lastoria.unipv.it/dossier/metafonti.htm).


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qualche modo sovrainteso alla loro messa in essere, quanto più quest’ultimo è riconoscibile ed esplicitamente affermato, tanto più la documentazione digitale diventa utilizzabile. E non in quanto semplice trasposizione su altro supporto di quella originale, bensì come portatrice di un sovrappiù di conoscenza, che deriva proprio dai caratteri del progetto culturale, di cui sono il prodotto, per esempio dalla sua capacità di non limitarsi a riprodurre i contesti originari, ma piuttosto dalla sua aspirazione ad arricchirli e ampliarli in direzioni molteplici»19.

Nel panorama generale sono da segnalare come esempi in positivo progetti di rete avanzati, realizzati proprio dall’amministrazione archivistica, che segnano una tappa significativa di tutela e di comunicazione del patrimonio documentario. È il caso del fondo «Mediceo avanti il Principato», conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, il primo fondo italiano apparso sul web (marzo 2000) che raccoglie l’archivio della famiglia Medici dal Trecento alla metà del Cinquecento, una banca dati di oltre 150.000 immagini, che non è semplice riproduzione digitale di documenti, ma un archivio composito e incrementabile20. Altri esempi sono i progetti, in parte realizzati e in parte in fase di realizzazione, di digitalizzazione dei fondi diplomatici degli Archivi di Stato di Lucca e di Firenze, l’archivio Datini di Prato, i catasti medievali di Perugia, i fondi cartografici conservati presso gli Archivi di Stato della Toscana21, di Torino, Cagliari, Milano, Siena, Venezia. Ma non sono soltanto gli istituti di conservazione a realizzare veri e propri archivi digitali; grazie a Internet la costruzione di questi archivi può essere operata anche da singoli e da gruppi, ciò determina uno slittamento di piani, talvolta un’invasione di campo le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, o per lo meno dei frequentatori del web. Tuttavia, nonostante l’affermazione dirompente del web, si registrano lentezze nell’applicazione dell’informatica alla ricerca storica, la stessa mentalità che regola lo svolgimento della ricerca in campo umanistico necessita di tem  Ibid., p. 107.   A. Zorzi, Metafonti, in Il documento immateriale (http://lastoria.unipv.it/dossier/meta fonti.htm). 21   L’obiettivo di un protocollo d’intesa firmato nel 2004 tra la Regione Toscana e la Direzione generale per gli Archivi prevede la catalogazione, l’acquisizione digitale e la consultazione in rete di oltre undicimila mappe storiche a copertura dell’intero territorio regionale (notizia ANSA 22 luglio 2004). 19 20


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pi di lenta maturazione; a ciò si accompagna un ulteriore ritardo in termini di infrastrutture e di diffusione dell’uso della rete, caratteristico del contesto italiano. Da ultimo, ma non meno importante, si avverte la necessità di un adeguamento normativo che renda la pubblicazione on-line in tutto equivalente alla pubblicazione cartacea: l’incerta definizione di uno statuto legale delle pubblicazioni elettroniche fruibili in rete allunga i tempi di una loro seria affermazione. I problemi aumentano e si amplificano, ma nella forte gravitazione dei problemi archivistici verso il digitale resta ferma l’esigenza di collegare le fonti al contesto storico in cui sono state prodotte. Di fatto si è aperta l’era della ricerca on-line, la messa a disposizione di insiemi complessi di testi, dati e immagini va ridisegnando le pratiche della ricerca dello storico e i suoi linguaggi, crea nuovi modi di produrre memoria e nuove gerarchie di fonti. E se le fonti tradizionali richiedono allo storico l’abilità di interrogarle per leggervi anche ciò che non è direttamente esplicitato, quelle digitali richiedono, a maggior ragione, la capacità di decodificare oltre alle motivazioni culturali e sociali di cui sono intessute, anche le stratificazioni tecnologiche che le hanno plasmate. Le fonti digitali, proprio perché dematerializzate, esigono un sovrappiù di analisi critica per rilevare, oltre le apparenze, le metamorfosi subite e i contesti mutevoli che le hanno trasformate: nel mondo digitale ciò che si conserva non è soltanto l’og­getto, bensì anche la capacità di riprodurlo22. In parallelo all’ambito archeologico, anche in quello archivistico è doveroso distinguere tra uno scavo superficiale praticato da dilettanti, più o meno entusiasti, e uno scavo stratigrafico eseguito da professionisti, con l’impiego di metodi e strumenti adeguati, per cui ancora una volta, anche in ambito digitale, diventa necessario distinguere tra edizioni condotte con metodi scientifici e semplici lavori di trascrizione. Occorre fondare le premesse per un effettivo salto di qualità e per avviare una fase che superi carenze di progettualità e di coordinamento; occorre tenere presente che un testo giuridico, o letterario, o documentario, o un corpus di documenti, difficilmente potranno essere ingabbiati entro strutture logicosemantiche, pena la rinuncia a esplicitarne i contesti di specificità e di storicità  S. Vitali, Passato digitale … cit., p. 145.

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nelle scelte di codifica23. Insomma quell’attività “grigia” e faticosa che accompagna i lavori di edizioni di fonti, consistente non soltanto nella trascrizione, ma anche nella costruzione di indici, glossari e altri apparati di supporto, non potrà mai essere surrogata da procedure di interrogazione, per quanto raffinate e complesse possano essere. Rinunciare a questi presupposti significherebbe disperdere un bagaglio di saperi e di metodologie consolidate nel tempo e provocare fratture insanabili con la nostra tradizione professionale. Il tema della pubblicazione di fonti documentarie, sia in forma tradizionale che in ambiente digitale, è dunque di rilevanza tale da lasciare ampio spazio alla discussione, fermo restando che ogni operazione in tale ambito debba essere ispirata a criteri di qualità; in questa direzione si muoveva oltre trent’anni fa Filippo Valenti, sviluppando la linea logico-filosofica inaugurata a suo tempo da Giorgio Cencetti in modo autonomo e con risultati più realistici24; anche nel campo dell’edizione di fonti documentarie dunque Filippo Valenti ha lasciato un segno incisivo.

23   M. Ansani, Un passaggio complicato. L’edizione di fonti storiche in rete, in Il documento immateriale (http://lastoria.unipv.it/dossier/ansani.htm). 24   A. Spaggiari, Presentazione, in F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. VIII.


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Il lungo saggio – oltre 110 pagine, arricchite dalla riproduzione di 13 documenti e della pianta di Modena, disegnata dal Vandelli nel 1743 – che chiude il volume, ne occupa da solo l’intera IV sezione, intitolata Diplomatica applicata1. Il titolo della sezione, abbastanza inusuale, intende sottolineare che il suo contenuto è un saggio di storiografia, che si rifà alla metodologia propria della diplomatica. In realtà l’autore ricorre anche ad altre discipline: agiografia e archeologia, cronachistica e filologia; ma indubbiamente è, in primo luogo, un saggio di diplomatica; anzi, se si considerano i documenti esaminati, verrebbe da precisare: un saggio di diplomatica vescovile modenese, il che non è del tutto esatto. Quando è apparso, nel 1985 – primo volume di una serie di monografie dedicate a Il millenario di San Pietro di Modena – gli studi di diplomatica vescovile italiana non erano particolarmente numerosi. Ricordo in particolare il saggio di Cencetti sulla diplomatica vescovile bolognese2, quelli di Buzzi e Tjader sui documenti dell’arcivescovado di Ravenna3, di Bartoloni e Pratesi sulla diploma1   F. Valenti, Un’indagine sui più antichi documenti dell’archivio di San Pietro di Modena. Le origini del cenobio, con divagazioni di storia urbanistica e sulla presunta preesistente chiesa omonima di epoca tardoromana, Modena 1985; ried. in Id., Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, a cura di D. Grana, Roma 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 57), pp. 567-689. 2   G. Cencetti, Note di diplomatica vescovile bolognese dei secoli XI-XIII, in Scritti di paleografia e diplomatica in onore di Vincenzo Federici, Firenze 1944, pp. 159-223. 3   G. Buzzi, La curia arcivescovile e la curia cittadina di Ravenna dall’850 al 1118 (Studio diplomatico preparatorio all’edizione delle Carte Ravennati), in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano», 35


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tica vescovile beneventana4, di Maria Laura Jona sui documenti del patriarcato di Aquileia5, di Fissore sui documenti vescovili di Asti6, di Luisa Zagni su quelli di Milano7 e soprattutto di Giovanna Nicolaj sulla documentazione vescovile aretina8. Il saggio di Filippo Valenti si inserisce in questo filone, ma in una misura del tutto particolare, come appare anche dagli scarsissimi utilizzi di questi studi nel corso dell’intera esposizione. È la sua impostazione a farne uno studio particolare: non è l’esame di “tutta” la documentazione emessa dalla curia episcopale di Modena, ma solo di quella ricevuta da un unico destinatario, il monastero di San Pietro. Anzi di una parte soltanto dei documenti ricevuti, sia per limiti cronologici – fino all’anno 1038 – sia per tipologia: quelli che l’autore chiama diplomi e che Giovanna Nicolaj ora propone di indicare come documenti solenni9. Non indugia ad un’esposizione dettagliata di tutte le singole formule caratteristiche della partizione del documento e neppure ad una minuziosa disamina di quello che Fissore definisce «il nucleo fondante di ogni documento, ossia il siste-

(1915), pp. 7-187; J.O. Tjäder, “Et ad latus”. Il posto della datazione e della indicazione del luogo negli scritti della cancelleria imperiale e nelle largizioni di enfiteusi degli arcivescovi Ravennati, in «Studi Romagnoli», 24 (1973), pp. 91-124. 4   F. Bartoloni, Note di diplomatica vescovile beneventana (Parte I), in «Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia Nazionale dei Lincei», s. VIII, 5 (1950), pp. 1-25; A. Pratesi, Note di diplomatica vescovile beneventana (Parte II), in «Bullettino dell’Archivio Paleografico Italiano», n. s., 1 (1955), pp. 19-91. 5   M.L. Jona, Note di diplomatica patriarcale. Gli scrittori dei documenti solenni da Pellegrino a Goffredo, in Atti del convegno internazionale di studio Il Friuli dagli Ottoni agli Hohenstaufen (4-8 dicembre 1983), Udine 1984, pp. 1-55 dell’estratto. 6   G.G. Fissore, Problemi della documentazione vescovile astigiana per i secoli X-XII, in «Bollettino storico-bibliografico Subalpino», 71 (1973), pp. 416-510. 7   L. Zagni, Gli atti arcivescovili milanesi dei secoli VIII-IX, in «Studi di Storia medievale e di Diplomatica», 2 (1977), pp. 5-45; Ead., Note sulla documentazione arcivescovile del secolo X, ibid., 3 (1978), pp. 5-34. 8   G. Nicolaj Petronio, Per una storia della documentazione vescovile aretina dei secoli XI-XIII. Appunti paleografici e diplomatici, in «Annali della scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell’Università di Roma»», 17-18 (1977-1978), pp. 65-171. 9   Eadem, Note di diplomatica vescovile italiana (secc. VIII-XIII), in Die Diplomatik der Bischofsurkunde vor 1250. Referate zum VIII. Internationalen Kongress für Diplomatik (Innsbruck, 27 Sept. - 3 Okt. 1993), herausgegeben von C. Haidacher - W. Köfler, pp. 337-392, in particolare, p. 379.


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ma corrobotario»10. Scopo primario dell’autore non è infatti quello di verificare l’esistenza di una cancelleria episcopale, la struttura gerarchica e la formazione culturale degli addetti alla scrittura dei documenti vescovili – costituenti o meno una cancelleria – il formulario o gli archetipi utilizzati. Tratta di questi argomenti, ma quasi per inciso, anche se sempre con perspicacia e acribia. Egli intende piuttosto «applicare la diplomatica alla soluzione di un determinato problema»11. Quindi pur facendo «da diplomatista un discorso di forme, anzi soprattutto di formule»12, rivolge l’attenzione alle formule e ai contenuti utili alla soluzione del problema proposto. Il problema è quello della data di effettiva fondazione del monastero di San Pietro. Sembrerebbe semplice o, almeno circoscritto. Ma ha a che fare con l’idolo delle origini, e l’autore deve perciò dibattersi fra tante convinzioni, al limite del mito, che da lungo tempo vi si sono intrecciate. Se non è semplicemente un saggio di diplomatica vescovile è pur sempre un saggio che si nutre e utilizza gli strumenti di indagine offerti dalla diplomatica. Sono strumenti ben noti all’autore, come attesta il suo manuale, Il documento medievale, tanto utilizzato nei corsi di paleografia e diplomatica dell’Università e delle Scuole d’Archivio e illustrato in questi stessi Atti da Isidoro Soffietti. Il saggio sui documenti del monastero di San Pietro può essere considerato una integrazione del manuale: un corso monografico, atto a chiarire alcuni aspetti della interpretazione che l’autore ha della diplomatica; quale metodologia egli ritiene debba essere applicata nell’esame di una particolare tipologia documentaria. Ed è in questa chiave che se ne proporne qui la lettura. Significativa in questa lettura è la definizione stessa della diplomatica. Nel manuale essa è «la dottrina delle forme assunte di tempo in tempo dalla documentazione di carattere ufficiale e di valore giuridicamente probante o addirittura costitutivo»13. Qui l’accento è posto soprattutto sulle finalità: «La diplomatica, ben più che una semplice disciplina ausiliaria della storia, competente a giudicare dell’autenticità o meno delle fonti documentarie … deve esse10   G.G. Fissore, I documenti cancellereschi degli episcopati subalpini: un’area di autonomia culturale fra la tradizione delle grandi cancellerie e la prassi notarile, ibid., pp. 281-304, in particolare p. 283. 11  F. Valenti, Un’indagine … cit., p. 569. 12   Ibid., p. 582, nota 32. 13   F. Valenti, Il documento medievale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia, Modena 1961, ried. in Id., Scritti e lezioni … cit., pp. 225-328, in particolare, p. 226.


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re soprattutto un’er­meneutica: vale a dire una metodologia intesa alla corretta lettura e interpretazione delle medesime fonti (autentiche o false che siano) e capace pertanto non solo di far dire loro quello che veramente dicono e talora quello che “dicono” pur non dicendolo, ma anche di far dir loro quello che, pur dicendolo, effettivamente “non dicono”. In poche parole, dunque, un modo particolare essa stessa di fare della storia»14. È una diplomatica molto più difficile; ma proprio per questo, come dimostra il saggio, veramente affascinante. Compito fondamentale della diplomatica resta ovviamente quello di «giudicare della autenticità o meno delle fonti documentarie»15. E il saggio si occupa anzitutto di questo. Lo fa sulla base dell’esame dei documenti similari emanati dal medesimo autore, verificando la presenza/assenza di particolari formule e la rispettiva posizione nel corpo del documento. Nell’esame del diploma attribuito all’anno 988, richiama dunque l’attenzione sulla strana posizione della data nella completio, collocata prima delle sottoscrizioni anziché al termine del testo, e sulla mancanza di una formula di consensio che compare anche nelle semplici concessioni a privati16. La rilevanza ai fini della ricerca di tutti i documenti riportati induce l’autore a una serie di esami, sulla base di particolari, specifici criteri. La varietà degli strumenti e dei temi di indagine dà vita ad una successione di quadri a comporre un grande affresco: il sorgere e il primo operare del monastero di San Pietro, tra figure di vescovi e di abati, attorniati da chierici e canonici, cavalieri, monaci e popolani. In questo affresco, nella varietà di temi e strumenti di indagine è peraltro possibile cogliere alcune costanti, elementi caratterizzanti la mano dell’autore, il suo modo, intendo, di impostare l’indagine, che diventano altrettante precise indicazioni per una corretta ed efficace critica diplomatica. La prima indicazione è quella di non farsi soggiogare da una eccessiva attenzione nei confronti delle singole parole. È un concetto che l’autore esprime più volte. Lo fa quando sottolinea che «il reiterarsi monotono del formulario dei documenti medievali è fenomeno comune a gran parte di essi»17 e quando spiega che occorre tenere «conto del fatto, ben noto ai diplomatisti che nelle  F. Valenti, Un’indagine … cit., p. 570.   Ibid., p. 570. 16   Ibid., p. 641. 17   Ibid., p. 580. 14 15


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parti protocollari18 degli atti ufficiali del medioevo, una frase è assai più un rito verbale che non un vero e proprio discorso, racconto o affermazione che sia»19. Ne consegue che non è necessario né opportuno «prendere troppo alla lettera il testo dei documenti [medievali]»20. Afferma, ancora più decisamente: «Non ha alcun senso, in materia di esegesi delle fonti diplomatistiche attaccarsi a sottigliezze grammaticali (ma meglio sarebbe dire stilistiche) come quella della contrapposizione di un concessimus a un concedimus»21. Due espressioni gli danno modo di precisare queste indicazioni e di estenderne il valore. Sono le frasi omnes maiorum senatus e cum consensu et noticia … civitatis militum ac populorum presenti soltanto nei diplomi vescovili modenesi, che hanno indotto, specie la seconda, numerosi storici, a partire dal Muratori, ad attribuire a Modena, erroneamente, una precocità di sviluppo di istituzioni rappresentative della collettività dei cittadini22. «L’atipicità, le anomalie del formulario non possono essere considerate di per sé alla stregua di indizi di falsità»23, perché se una formula è «strana e inusitata, lo sarebbe anche se fosse stata scritta da un falsificatore … e forse anche di più, dal momento che i falsificatori sono soliti attenersi pedissequamente a precedenti modelli»24. Per comprendere il reale significato di un’espres­sione occorre piuttosto «situarsi per quanto è possibile nell’orizzonte semantico o, se si preferisce, mettersi nei panni di chi scriveva novecento anni addietro»25. Ne dà un’applicazione significativa valutando il termine civitas nella seconda delle due espressioni. «Il dictator del diploma del 996 o il suo ispiratore – spiega l’autore – non potevano immaginare il graduale mutamento di significato che il termine Civitas avrebbe cominciato a subire di lì a qualche decennio fino a indicare qualcosa se non proprio di contrapposto all’Ecclesia, certo di profondamente distinto da essa, in quanto basato su un 18   Qui nel significato di “parti introduttive o di premessa” al vero e proprio dispositivo, quelle che nella partizione diplomatica sono solitamente individuate come “exordium/arenga e narratio”. 19  F. Valenti, Un’indagine … cit., p. 608. 20   Ibid., p. 608. 21   Ibid., p. 638. 22   Ibid., pp. 581-588. 23   Ibid., p. 587. 24   Ibid., p. 607. 25   Ibid., p. 605.


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tutt’altro ordine di valori … La civitas, che per gli storici di poi rappresenterà un’isti­ tuzione giuridica e un corpo politico, per loro [dictator o ispiratore] era ancora essenzialmente un luogo con coloro che vi abitavano: era cioè la civitas episcopi, vale a dire la sede del vescovo, della sua cattedrale, della sua curia e dei suoi canonici, ma al tempo stesso, inevitabilmente, anche il centro di attrazione di tutte quelle componenti sociali che, per una ragione o per l’altra, tendevano in quell’epoca all’inurbamento, che della sede episcopale costituivano la plebs per eccellenza»26.

La seconda indicazione è quella di una attenta considerazione della prassi di cancelleria. I comportamenti tipici di una singola cancelleria in un periodo e da parte del singolo cancelliere o del personale di cancelleria costituiscono da sempre oggetto privilegiato di indagine da parte della diplomatica. In questo saggio l’autore sofferma l’attenzione su alcuni comportamenti, che si ripetono simili, in modo quasi preterintenzionale, in tutti gli organi chiamati ad attuare compiti di cancelleria e ne ricorda due in particolare: la raccolta delle firme necessarie al perfezionamento di un documento prima della stesura del documento stesso27 e la conservazione di atti incompleti in vista di un loro possibile, successivo perfezionamento28. Della apposizione di sottoscrizioni avanti la completa redazione di un documento si hanno diversi esempi: ben noti sono quelli delle sottoscrizioni di cardinali nei privilegi solenni emanati dalla cancelleria pontificia. Nel caso che l’autore qui esamina le sottoscrizioni dei canonici in un diploma vescovile sarebbero però state apposte su una pergamena totalmente bianca. «Stante la difficoltà di poter disporre della contemporanea presenza di un sufficiente numero di canonici … [sembra] si sia cominciato, per così dire, dalla raccolta delle firme: è una prassi in uso anche ai nostri giorni, come ben sa chi abbia un po’ di pratica di segreteria di organi collegiali»29. Ma, raccolta una parte delle firme, la procedura si interrompe e la pergamena resta “in bianco” per quasi settant’anni. Quali motivi possono aver indotto il personale dell’episcopato modenese a non eliminare questo strano abbozzo di documento? L’autore fa presente che «una pergamena, specie di quelle dimensioni, non era per quei tempi   Ibid., pp. 610-611.   Ibid., p. 644. 28   Ibid., p. 645. 29   Ibid., p. 644. 26 27


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quello che è per noi un pezzo di carta, ma rappresentava bensì un non irrilevante valore materiale»30. Ma allora perché non rifilarle, semplicemente? Penserei piuttosto che con la raccolta – certo anzitempo – delle firme, essa aveva visto aggiungere altro al valore materiale della pergamena: la capacità di rappresentare qualcosa di ufficiale, anche se non saprei come meglio definirlo. La terza indicazione è quella delle ragioni che inducono a dubitare della autenticità di un documento. Tali ragioni possono essere «di tre ordini: di buon senso, di fatto e diplomatistiche»31. Non basta cioè un generico sospetto, una più o meno motivata intuizione e neppure la verifica di qualche fatto o circostanza. Avverte infatti l’autore: «La ricerca storico-diplomatistica oltre che complessa e impegnativa, può essere infida e tendere veri e propri tranelli al ricercatore, il quale però, se non ha la debolezza di attaccarsi troppo alle sue prime impressioni può essere indotto ad un approfondimento dei problemi al quale le indagini troppo semplici e piane non sono solite sollecitarlo»32.

L’esame della copia non datata di un documento, attribuito all’anno 996, costituisce un efficace esempio dell’applicazione di questa metodologia33. Ragioni di buon senso: l’oggetto della concessione – la titolarità di una chiesa in Castelvetro – a un monastero appena fondato e ancora sprovvisto, presumibilmente, di monaci, appare «non impossibile, ma comunque assai poco probabile»34. Ragioni di fatto: i successivi diplomi che elencano tutti i beni concessi al monastero «non fanno parola»35 di questa chiesa. Ragioni diplomatistiche: anzitutto, il ricorso in questa circostanza da parte del vescovo ad una donazione di tipo privato, quando tutte le altre donazioni, si erano espresse con diplomi in forma cancelleresca; indi, la mancata menzione nel testo di questo documento della fondazione del monastero, avvenuta nello stesso anno e ad opera dello stesso vescovo; infine, la scrittura di questa donazione – nel testo supposto originale – da parte di un notaio che sembra aver iniziato a scrivere   Ibid., p. 645.   Ibid., p. 611. 32   Ibid., p. 570. 33   Ibid., pp. 611-613. 34   Ibid., p. 611. 35   Ibid., p. 612. 30 31


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non prima dell’anno 101936. Le perplessità, nate dal primo ordine di ragioni, si trasformano progressivamente in dubbi motivati e diventano infine certezze: il documento attribuito all’anno 996 è sicuramente un falso ed è anche possibile formulare l’ipotesi circa i tempi e i motivi della falsificazione. «Nella seconda metà del XII secolo si sentì il bisogno di comprovare la piena proprietà della chiesa di Castelvetro e la sua presunta qualità di prima chiesa donata al monastero dall’autorità vescovile»37. Simile è anche il precorso dell’analisi di un altro documento, che reca la data 16 giugno 101638. A far dubitare della sua autenticità è anzitutto il contenuto e, in successione, considerazioni d’ordine più specificatamente diplomatistico, quali l’utilizzo di un formulario che risulta anticipare quello di diplomi successivi, l’accostamento forzato e chiaramente artificioso di una prima a una seconda parte del suo dispositivo, sottoscrizioni in parte imitate e una scrittura dall’intero documento che appare «ben addentro nella prima metà del secolo XII»39. Ciò nonostante l’autore non ritiene di aver raggiunto la certezza di trovarsi di fronte ad un falso; parla infatti di «una probabile falsificazione»40, di un «presunto falso»41 o, al massimo, di un documento «quasi certamente falso»42. Ciò che gli impedisce di formulare un giudizio più drastico è la circostanza che il contenuto del documento – la nomina ad abate del monastero di San Pietro del primicerio della cattedrale – sembra storicamente inconfutabile. Segue lo stesso percorso la valutazione dei primi due documenti, che recano le date 8 agosto 983 e 28 ottobre 988. I documenti sono stati considerati autentici da tutti gli esponenti di spicco della storiografia locale, dal Sillingardi e dal Vedriani, che scrivevano nel secolo XVII, fino al recentissimo Spinelli, la cui opera è apparsa nel 1984, ma anche da altri, che certamente non possono essere definiti storici locali, dal Muratori, al Kehr, dal Tiraboschi al Simeoni. E su questi documenti si è basata a lungo la ricostruzione di due avvenimenti centrali nella vicenda di Modena nell’alto Medioevo, vale a dire l’esisten  Ibid., pp. 612-613.   Ibid., p. 613. 38   Ibid., pp. 615-620. 39   Ibid., p. 618. 40   Ibid., p. 620. 41   Ibid., p. 621. 42   Ibid., p. 625. 36 37


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za di un’antichissima chiesa dedicata a san Pietro, edificata inoltre sulle rovine di un tempio dedicato a Giove e, in epoca più recente, il contrasto tra l’abbazia di Nonantola e l’episcopato cittadino. Tanto basta a chiarire le perplessità e gli stessi dubbi nell’impostare un’indagine i cui risultati potevano sconvolgere tali radicate convinzioni. Per questo motivo nella stesura originale del suo saggio l’autore si era soffermato a lungo sulla individuazione del territorio concesso al monastero: ben 28 pagine che in questa riedizione sono state, forse per ragioni di consistenza del volume, purtroppo soppresse. Da questa prima ricerca risulta che oggetto della concessione dei due documenti è fondamentalmente lo stesso territorio che il diploma del 996, sicuramente autentico, indica come prima essenziale concessione del vescovo al monastero. Sono queste le ragioni di fatto che hanno fatto nascere e alimentato le prime perplessità. La loro verifica dà avvio a un’indagine ancor più lunga, articolata e complessa, che si snoda per ben 50 pagine, cioè per l’intera seconda parte del saggio. Non è possibile ripercorrerla, ma si devono segnalare almeno i tratti salienti delle conclusioni. Il primo documento, attribuito all’anno 983, «si presenta come una copia semplice, attribuibile a mano della prima metà del secolo XIII»43. Avendo accertato che il suo intero testo deriva dal successivo documento attribuito all’anno 988, ne risulta che «è semplicemente un falso o, in quanto finta copia semplice, meno ancora di un falso»44. Molto più complessa l’indagine sul secondo documento, quello attribuito all’anno 988. Ancora una volta le prime perplessità nascono dal suo contenuto, del tutto incongruo. «Ha senso – si chiede l’A. – il modo di comportarsi del monaco Pietro?»45, il monaco che dopo aver sottratto il documento di fondazione emanato dal vescovo, si sarebbe offerto di restituirlo allo stesso vescovo in cambio della metà di una concessione che già gli spettava. È un comportamento «tutto assurdo»46. Poco credibile è anche la motivazione di tale comportamento: «Diversi autori hanno creduto di vedere nell’intenzione del monaco un deliberato tentativo perpetrato dall’abbazia di Nonantola»47 di contrastare il sorgere del monastero cittadino o di acquisir  Ibid., p. 634.   Ibid., p. 635. 45   Ibid., p. 639. 46   Ibid., p. 639. 47   Ibid., p. 640. 43 44


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ne il controllo: «tutte cose possibilissime, ma che nulla tolgono alla scarsa credibilità del contenuto letterale del documento»48. Meno conclusive appaiono le ragioni d’ordine diplomatistico. Il documento infatti «si presenta come un originale con firme autografe»49; non tutte peraltro: la sottoscrizione del vescovo Ildeprando «è una rozza e pacchiana falsificazione»50. Ad alimentare i dubbi sta poi lo strano andamento delle sottoscrizioni sicuramente autentiche, andamento parallelo non alla scrittura del testo, bensì al taglio inferiore della pergamena. Inoltre la mano che ha scritto l’intero documento «presenta caratteri radicalmente diversi da quelli di tutti i diplomi autentici poc’anzi menzionati»51. Ne deriva «un bel garbuglio, del quale è difficile sfuggire all’impulso di dare una spiegazione»52. La spiegazione è quella di cui si è già fatto cenno, legata a una certa prassi di cancelleria. L’autore sente tuttavia di dover offrire ulteriori elementi di critica. Si vede cioè costretto, per così dire, a scendere su campo diverso e a «rendere conto della differenza che corre tra il lavorare con le fonti archivistiche e il lavorare con le fonti narrative»53. Premette di affrontare con qualche perplessità tale ricerca «restio a cimentarsi in campi non di sua competenza»54. Stempera perciò i termini della esposizione – e delle conseguenti conclusioni – quasi si trattasse «di giocare un po’»55 con questi argomenti. In realtà anche da questa ricerca nascono precise indicazioni metodologiche tanto più preziose e accattivanti per la levità con cui l’intera questione viene trattata. Parla della tradizione, «concetto oltremodo ambiguo»56: tradizione cronachistica, orale o popolare, ma anche quella che si esprime nel «si è sempre detto» e nel «lo hanno affermato storici come l’Ughelli»57. Ne nasce un invito, sorridente e garbato, ma del tutto convincente, a non indugiare a quella che è un una posizione molto diffusa, soprattutto nella storiografia locale: il rispetto   Ibid., p. 640.   Ibid., p. 636. 50   Ibid., p. 642. 51   Ibid., p. 644. 52   Ibid., p. 644. 53   Ibid., p. 650. 54   Ibid., p. 649. 55   Ibid., p. 650. 56   Ibid., p. 654. 57   Ibid., p. 654. 48 49


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acritico per le opinioni di auctoritates, tanto più esibito perché si sa o si suppone generalmente condiviso, anche se in modo altrettanto immotivato. Al tempo stesso, la serrata indagine condotta in proposito dall’autore contiene un’altra indicazione di metodo o, almeno, di stile. Non basta sollevare dubbi sulla validità di un’opinione diffusa. Occorre motivare i dubbi, proporre spiegazioni, evitare cioè ancora una volta quelle scorciatoie che sono deleterie sia allorché ci si acquieti nell’accetta­zione acritica di quanto affermato da altri, siano pure rispettabilissimi storici, sia nel rifiuto altrettanto aprioristico delle conclusioni raggiunte, per il gusto di essere semplicemente contro. L’indagine sulle fonti narrative porta l’autore ad affrontare i problemi connessi alla datazione delle due edizioni della vita di San Giminiano e della cosiddetta Cronaca di San Cesario58. I risultati confermano la validità dei dubbi emersi nell’indagine diplomatistica. Solo a questo punto egli ritiene di avere accertata la falsità di tali documenti. È così nella condizione di «far dire alle fonti ciò che “dicono” pur non dicendolo»59, vale a dire che, esaminato «il quando, il come, il perché di tali falsificazioni»60, si può «trarne le logiche conseguenze sul piano storico»61. Le logiche conseguenze sono che, essendo i documenti indubbiamente dei falsi, «restano privi non solo di ogni prova (ché questo era già vero) ma per così dire di ogni consistente indizio due fatti non privi di un certo rilievo. Il primo … è quello del tentativo dell’abbazia di Nonantola di creare qualche intralcio all’istituzione da parte dell’episcopio modenese di un monastero benedettino suburbano. Il secondo, l’esistenza ab immemorabili nei pressi dell’attuale chiesa di san Pietro di una chiesa dedicata al princeps apostolorum … aperta al culto nel IV secolo; la scomparsa di questa chiesa per fatiscenza e cataclismi, ma ricordo rimastone sul luogo …, la costruzione sul medesimo suolo di una chiesa sempre dedicata a san Pietro, tra il 983 e il 988 ad opera di un prete poi altresì monaco …, la fondazione formale del monastero sotto la regola

58   Queste due cronache non vengono descritte, con tutta probabilità per motivi di datazione, in Repertorio della cronachistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV), con introduzione di A. Vasina, sez. H, Modena, a cura di B. Andreolli, Roma 1991, pp. 209-225. Le pagine del saggio di Filippo Valenti valgono anche quale opportuna integrazione dei dati riportati in detta opera. 59  F. Valenti, Un’indagine … cit., p. 570. 60   Ibid., p. 646. 61   Ibid., p. 646.


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di san Benedetto, con sede nella chiesa stessa, ad opera del vescovo Giovanni nel 996»62. È una conclusione pesante, accolta tuttavia nella successiva storiografia. Paolo Golinelli, recensendo il saggio di Filippo Valenti affermava che l’esame completo dei primi documenti del monastero di San Pietro aveva portato ad un «risultato finale estremamente interessante: sicuramente falsi i primi due documenti» e quindi «l’anno di fondazione del monastero modenese non fu il 983, tanto celebrato, ma il 996». Accettava altresì pienamente i risultati dell’indagine di storia urbanistica che l’autore era stato indotto a condurre: «il Valenti, giovandosi di una conoscenza assai approfondita della documentazione e della storiografia modenese, precisa per la prima volta i confini di questo territorio» oggetto della concessione del 996 «… un quarto abbondante del suburbio cittadino»63. Giudicava questo saggio «indubbiamente il contributo più nuovo e approfondito che sia uscito in questi ultimi anni, che fa giustizia di luoghi comuni e di ambiguità storiografiche alimentatesi nel corso di decenni da chi non ha avuto cura di andare a visionare i documenti di persona e si sottoporli al vaglio di un’indagine critica»64;

un saggio «del quale chiunque si occuperà in avvenire del monastero di San Pietro e di Modena intorno al mille non potrà prescindere»65. Ed è quello che lo stesso Golinelli ha fatto in diverse occasioni66.

Ibid., p. 649.   P. Golinelli, Recensione a F. Valenti, Un’indagine … cit., in «Benedectina», 36 (1989), 2, pp. 588-591. 64   Ibid., p. 588. 65   Ibid., p. 591. 66   P. Golinelli, La città prima e dopo il Mille, in Storia illustrata di Modena, I, Milano 1990, pp. 181-200; Id., San Geminiano e Modena. Un santo, il suo tempo, il suo culto nel medioevo, in Civitas Geminiana. La città e il suo patrono, Modena 1997, pp. 9-33; Id., La città di Modena da san Geminiano (397) al duomo di Lanfranco e Wiligelmo (1099), in L’urbanistica di Modena medievale, X-XV secolo. Confronti, interrelazioni, approfondimenti, a cura di E. Guidoni - C. Mazzeri, Roma 2001, pp. 181200; pp. 95-114. 62 63


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Purtroppo non si può dire la stessa cosa di altri storici e in particolare degli archeologi67. Una mancanza che sorprende, perché proprio all’archeologia il Valenti si era rivolto nelle pagine finali. «Passare un colpo di spugna sui presupposti che hanno reso possibili tutte queste speculazioni [connesse alla chiesa paleocristiana di San Pietro] non è cosa di cui mi senta particolarmente fiero, ma non è nemmeno, a rigore, quello che sono venuto facendo. Invalidare il documento del 983 … non implica necessariamente che quella in essa configurata non possa essere la verità»

significa soltanto «che della cosa non possiamo per ora avere certezza, né in un senso né nell’altro, ma che ci è dato soltanto fare delle congetture in proposito»68 e quale supporto, diverso ma pienamente valido a tali congetture, ricordava le conclusioni cui erano pervenuti gli scavi, a partire da quelli effettuati alla metà del XIX secolo. Vi è, egli concludeva, «la possibilità di mantenere in vita buona parte delle tradizioni delle quali abbiamo sottolineato la fragilità, ma che risultano nondimeno tutt’altro che negate. Sempre beninteso, a titolo di pura e semplice non esclusione»69. Filippo Valenti aveva detto nel volume Il documento medioevale e insegnato a migliaia di studenti che «scopo del diplomatista non è già di stabilire delle verità storiche, ma di accertare delle autenticità documentarie»70. Accertare l’autenticità di un documento è dunque solo il primo, fondamentale contributo ad una ricerca, che necessità di altri contributi, altrettanto fondamentali. Questo saggio, al di là della convincente soluzione del problema proposto, costituisce una precisa, convincente dimostrazione della validità di quella affermazione. È quindi, in definitiva, una lezione di alta storiografia.

67   Cfr., in particolare i saggi in Modena dalle origini all’anno Mille. Studi di archeologia e storia, voll. 2, Modena 1989, nei quali il lavoro di Filippo Valenti non è neppure citato. 68  F. Valenti, Un’indagine … cit., pp. 672-673. 69   Ibid., p. 676. 70  F. Valenti, Il documento … cit., p. 232.


Angelo Spaggiari

Conclusioni. Filippo Valenti: la forza della “ragione archivistica”

Le conclusioni di questo nostro convegno – che si è risolto, come era nelle intenzioni, in un fecondo intreccio tra i Festschriften e le Riflessioni sul volume di scritti di Filippo Valenti, curato da Daniela Grana (d’ora in poi Scritti e lezioni di archivistica) – mi sono state affidate per una semplice constatazione di due fatti oggettivi: fra gli allievi di Filippo Valenti, rimasti ad operare nel nostro campo, sono certamente il più anziano ed, inoltre, ho seguito Valenti stesso nella Direzione dell’Archivio di Stato di Modena, i cui fondi documentari sono stati in buona parte il laboratorio sperimentale per il pensiero diplomatistico ed archivistico del nostro Autore. Ciò – unitamente ad un rapporto di cordiale amicizia che dura da più di nove lustri – ha comportato che io diventassi il primo fra i testimoni oculari del percorso intellettuale e magistrale di Filippo Valenti. Per questo mi preme subito far notare un aspetto dell’attività di Filippo Valenti nelle nostre discipline, non toccato dal presente convegno. Alludo all’attività del Valenti in campo paleografico: attività che, purtroppo, non sembra testimoniata da opere scritte del nostro Autore (a parte, forse, alcuni appunti ciclostilati, non reperiti a tutt’oggi), e che, pertanto, a maggior ragione merita di essere evidenziata con la testimonianza diretta. Dal 1958 al 1974 infatti, Filippo Valenti tenne l’insegnamento della paleografia presso la Scuola annessa all’Archivio di Stato di Modena e, pertanto, molti allievi del mio corso e dei corsi successivi poterono seguire quelle memorabili lezioni che, oltre ad istruire nell’identificazione e nella lettura degli antichi carat-


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teri, riuscivano a comunicare tutto il fascino del mondo medioevale del quale, fra l’altro, anche nelle nostre zone, erano rimaste tracce notevoli, quali il Duomo di Modena, il monastero di S. Pietro, la badia di Nonantola, ecc.; tracce che non esiteremmo a definire di importanza europea. E di Europa parlavano, allora, le lezioni di paleografia latina di Filippo Valenti, innovando rispetto alla comune concezione italocentrica della storia, ed evidenziando tutti gli aspetti culturali comuni di un continente che, in buona parte e per secoli, fu latino e cristiano. Così, mentre il vecchio “episcopio” della Scuola proiettava, ingigantite, le immagini pallide di antichi codici e di vetusti documenti, le parole di Valenti rapportavano i relativi segni grafici a corrispondenti momenti della storia e della cultura europee, in quell’arco di tempo che va dalla caduta dell’Impero romano all’invenzione della stampa ed anche oltre. Con questo non dobbiamo pensare che la paleografia del Valenti fosse solo erudizione storico-filologica: essa aveva invece una profonda base tecnica che il Valenti stesso seppe utilizzare per le numerose perizie grafiche, effettuate tra il 1970 e il 1980, per conto dei tribunali di Modena e di Reggio Emilia. La disciplina paleografica, in altri termini, venne tradotta dal Valenti in un’originale chiave metodologica per il lavoro peritale diretto ad accertare l’autenticità degli scritti, decisamente più obbiettiva delle elucubrazioni psicologiche della “grafologia” tradizionale. Anche per questo ci rammarichiamo che il Valenti non abbia avuto modo di lasciarci un saggio del suo sapere paleografico; saggio che figurerebbe oggi degnamente accanto a quelli di argomento diplomatistico, archivistico, storicoistituzionale, ecc. che hanno fatto da sfondo a questo nostro convegno. E al convegno appunto torniamo non tanto per farne una cronaca quanto, piuttosto, per tentarne una valutazione, e per portare un ulteriore contributo di riflessione sull’apporto alle discipline archivistiche del pensiero del Valenti. Ribadisco intanto quanto già detto da Euride Fregni a proposito dello stretto collegamento tra il libro Scritti e lezioni di Valenti ed il presente convegno: quest’ultimo nasce proprio sulla scia del successo del libro che – presentato presso l’Archivio di Stato di Firenze con interventi di Rosalia Manno Tolu, Claudio Pavone, Silvio P.P. Scalfati, Angelo Spaggiari, Diana Toccafondi, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello pubblicati in apposito inserto


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della «Rassegna» dell’annata 20011 – venne accolto subito con grande soddisfazione negli ambienti specialistici, che vi ritrovarono, fra l’altro, strumenti didattici non più reperibili, o difficilmente, reperibili, come i famosi Appunti, o come il manuale di diplomatica, ripubblicato con il vecchio titolo: Il documento medievale. Dopo una seconda presentazione, avvenuta presso l’Archivio di Stato di Palermo nel giugno 2001, il libro ebbe poi una eclatante segnalazione a livello nazionale ed internazionale, grazie alla recensione, sulla rivista «Nuovi annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari», di Elio Lodolini2. Una recensione che definirei cavalleresca, proprio perché le idee del Lodolini – altro maestro prestigioso dell’archivistica italiana – non collimano sempre con quelle del Valenti. Tutto questo, per non parlare delle numerose citazioni bibliografiche che hanno già onorato il libro, dalla sua uscita alla data del Convegno. Euride Fregni ha già illustrato l’architettura del convegno che potremmo definire di “stampo classico”, proprio perché tende a mostrare una figura classica di archivista, esperto di paleografia e di diplomatica, cultore di archivistica teorica e pratica, editore di fonti, studioso di istituzioni, storico lui stesso, attento ai problemi della didattica dell’Archivio, dell’archivistica e delle discipline a questa collegate. Il tutto, avendo come esempio – possiamo dirlo – la figura concreta dell’Archivista Filippo Valenti. Quindi, un Convegno dedicato all’archivista a più dimensioni, mentre tanti convegni dei nostri giorni tendono sempre più a disegnare una figura di archivista ad un’unica dimensione, che potremmo definire “bionica”, e cioè strettamente collegata all’uso del computer e delle tecnologie digitali. Ed è questa un’idea presente anche nell’intervento La genesi di un libro di Daniela Grana che qui figura sia come curatrice dell’antologia, sia come allieva e collaboratrice di Filippo Valenti. Daniela Grana, a questo proposito, parla di “professionalità a tutto tondo di Valenti”, «un archivista che … è al tempo stesso, dotto paleografo, raffinato diplomatista, acuto storico delle istituzioni. 1  Presentazione del volume di F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale (Archivio di Stato di Firenze, 16 ottobre 2000), in «Rassegna degli Archivi di Stato», LXI (2001), 1-2-3, pp. 271-298. 2   Cfr. «Nuovi Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari», XV (2001), pp. 370-375.


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Un archivista, dunque, nel senso più ampio del termine…». Non mancano, in questo contributo di Daniela Grana, spunti decisamente autobiografici, necessari però alla comprensione della “genesi” di questo libro antologico degli scritti di Valenti; libro che testimonia, fra l’altro, quel “rinnovamento della disciplina archivistica che si andò maturando intorno agli anni Settanta”. Rinnovamento, del quale sembra essere tributario anche l’importante dibattito “riapertosi tra la fine degli anni ottanta e i giorni nostri sugli standard della descrizione archivistica”. Ci piace, a questo punto, far notare che l’aspetto diplomatistico dell’anzidetta architettura del convegno è stato affrontato da Isidoro Soffietti e da Giorgio Tamba con relazioni strettamente collegate a corrispondenti lavori di Filippo Valenti. Isidoro Soffietti ha preso in esame il piccolo ma prestigioso manuale di diplomatica del Valenti, intitolato Il documento medioevale, evidenziandone i pregi, che rimangono costanti anche dopo un quarantennio. Come rimane costante – stando sempre al Soffietti – l’indispensabilità della cultura diplomatistica per l’archivista, magari estesa – giusto il riferimento allo specifico manuale della Carucci – al documento contemporaneo. Soffietti, che oltre ad essere un diplomatista è anche storico del diritto ed esegeta delle fonti del diritto, prende in esame Il Documento medioevale dal punto di vista storico-giuridico e ne testimonia – pur a distanza di tanti anni dalla sua edizione – l’immutata validità, «soprattutto poiché esso offre un panorama della diplomatica, non solo formale, ma anche giuridico». Giorgio Tamba, nel suo Come indagare i documenti prende lo spunto da una monografia di Valenti, Un’indagine sui più antichi documenti dell’archivio di San Pietro di Modena, per ribadire il peso della diplomatica nella personalità dell’archivista indagatore. In particolare, Tamba afferma che «Il saggio sui documenti del monastero di San Pietro può essere considerato una integrazione del manuale (cioè de Il documento medioevale); un corso monografico atto a chiarire alcuni aspetti della interpretazione che l’A. ha della diplomatica; quale metodologia egli ritiene debba essere applicata nell’esame di una particolare tipologia documentaria. Ed è in questa chiave che se ne propone qui la lettura». Così, Tamba ripercorre, da diplomatista, il complesso discorso di Valenti, facendo notare la vastità dei temi portati in campo ai fini del giudizio dell’autenticità, o meno, dei più antichi documenti del monastero modenese. Il tutto, poi, con l’invito del


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Valenti stesso – rivolto ai futuri ricercatori – a «render<si> conto della differenza che corre tra il lavorare con le fonti archivistiche e il lavorare con le fonti narrative». Una lezione di metodo – conclude Tamba – ma anche una «lezione di alta storiografia». Su questa linea, Fabio Marri, nel presentare Filippo Valenti, muratorista, tocca, quasi automaticamente, un altro degli aspetti della “preparazione” dell’archivista, e cioè quello dell’erudizione in discipline storiche. Un aspetto, questo, che ha da sempre qualificato la figura dell’archivista e che, negli ultimi decenni si è adeguatamente manifestato vuoi nei numerosi articoli della «Rassegna», di «Archivi e Cultura» e di «Archivi per la storia», vuoi in tanti titoli delle «Pubblicazioni degli Archivi di Stato», vuoi, infine, nei vari cataloghi di mostre documentarie scritti tutti da colleghi archivisti o ex archivisti. Marri, che è un raffinato filologo, evidenzia, apprezzandola, l’attività erudita di Valenti che diventa preziosa e talvolta insostituibile, in occasione della pubblicazione del carteggio di Lodovico Antonio Muratori. Qui Valenti, non solo è prodigo di consigli (anche archivistici) in seno al Centro di Studi Muratoriani, ma elabora i Criteri di trascrizione del carteggio e pubblica lui stesso il volume del carteggio con Fortunato Tamburini, facendolo precedere da una dotta introduzione, dalla quale emerge la sua vastissima conoscenza dell’ambiente riformatore modenese ed italiano, nel quale si mosse il Muratori. Fabio Marri, citando altri episodi che servono ulteriormente a delineare la figura di Valenti, archivista, “filologo e bibliografo”, conclude, asserendo di sentirsi «fortunato per aver potuto profittare della dottrina generosamente dispensata da Filippo Valenti». Daniela Ferrari col suo contributo Problematiche dell’edizione di fonti di età moderna fra tradizione e innovazione tecnologica prende spunto dai Criteri di trascrizione … del carteggio muratoriano di Valenti, per tracciare un quadro – aggiornato fino al 2004 e cioè aggiornato fino al lavoro di Stefano Vitali Passato digitale – della situazione dell’edi­zione delle fonti in ambiente tradizionale ed in ambiente digitale. L’autrice che si muove con disinvoltura fra le novità del mondo digitale (metafonti, progetti di rete avanzati, ecc.), conclude che ogni operazione, in questo «ambito debba essere ispirata a criteri di qualità» dove la qualità è appunto quell’humus culturale coltivato in casa archivistica grazie anche all’apporto di “maestri” come Valenti e Cencetti.


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Passando dall’ erudizione alla comunicazione della cultura archivistica e non solo, il nostro convegno ha potuto fruire di alcune relazioni affidate a Giorgetta Bonfiglio Dosio, Gabriele Fabbrici, Giuseppe Rabotti ed Aldo Borsari. Giorgetta Bonfiglio Dosio, col suo Strumenti per l’insegnamento dell’archivistica, affronta il tema dell’insegnamento dell’archivistica a livello universitario – soprattutto – e, pur nella constatazione di grossi cambiamenti avvenuti sia nel mondo dell’Università, sia nel mondo dell’archivistica, fa riferimento a Filippo Valenti, apprezzandone «la sua produzione scientifica, le sue affermazioni e soprattutto il suo metodo». D’altro canto, il Parliamo ancora di archivistica di Valenti era un lavoro che prendeva l’abbrivio dalle problematiche connesse all’insegnamento a livello universitario della nostra disciplina, e che giungeva alla conclusione che l’archivistica, in quel contesto, dovesse essere concepita come “euristica delle fonti”. Tuttavia, osserva la Bonfiglio Dosio, «la precettistica continua ad essere necessaria», per cui si profila l’esigenza di dar vita ad una manualistica di tipo nuovo, alla quale l’autrice ha fornito, recentemente, un proprio valido contributo3, sempre rammentando che gli insegnamenti di Valenti «devono costituire il retroterra culturale e il sentire comune di chi insegni archivistica e voglia trasmettere anche valori metodologici oltre che nozioni». Gabriele Fabbrici non poteva mancare all’appuntamento con il nostro convegno perché, come dice nel suo Valenti in cattedra: gli “Appunti di archivistica”, si onora «ancora oggi di essere stato il raccoglitore e il primo assemblatore» di quegli Appunti, «destinati a lasciare una traccia permanente nella cultura archivistica italiana». Fabbrici, proponendosi di «recuperare e illustrare la struttura originale di quel testo» (cioè degli Appunti), offre al lettore una testimonianza preziosa di un’avventura culturale da lui vissuta a fianco del “Professore”. Nello stesso tempo, Fabbrici collega la prima stesura degli “Appunti” all’ultima edizione degli stessi, pubblicata dal Valenti negli Scritti e lezioni con il titolo Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie.

3  G. Bonfiglio Dosio, Primi passi nel mondo degli archivi: temi e testi per la formazione archivistica di primo livello, Padova, 2003.


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Gabriele Fabbrici procede ad una serrata analisi dei due testi, con un generale apprezzamento del nuovo testo, ma con una sola nota di disaccordo in merito alla scelta fatta da Valenti di escludere dal nuovo testo le parti che nei vecchi Appunti erano dedicate agli “archivi comunali”. Ed è su questo punto che il lavoro di Fabbrici coincide con quello di Giuseppe Rabotti, Uno strumento didattico a quasi trent’anni dalla redazione. Anche Giuseppe Rabotti infatti rimpiange l’omissione nelle Nozioni di base dell’utilissima parte sugli archivi comunali, già presente, come abbiamo detto, negli Appunti. Per il resto, però, asserisce Rabotti, «Il testo delle Nozioni di base ci configura l’inesausta evoluzione di un pensiero e di un metodo esemplare di trasmissione della dottrina archivistica …». Pensiero e metodo apprezzati dal Rabotti, grazie ad una lunga familiarità con gli Appunti, da lui adottati, a far tempo dal 1985, quale testo per le sue lezioni all’Università di Bologna. Rabotti sostiene, senza mezzi termini, che gli Appunti di Valenti erano, al momento del loro apparire, proprio il testo del quale si sentiva la necessità per un valido insegnamento universitario. Oltre alla capacità di fondere nel linguaggio archivistico principi della diplomatica e della storia del diritto, gli Appunti – a parere del Rabotti – mostravano un’eccellente impostazione generale che «…a metà strada tra l’esigenza della formulazione scientifica e il linguaggio discorsivo proprio di chi si rivolge ad un uditorio, avvalora l’evidenza del testo fino a renderlo insostituibile per chi, tramite quel testo, realizzava il primo incontro con il complesso mondo degli archivi».

E al “primo incontro” con il mondo degli archivi è dedicato l’intervento Archivi e Scuola. Promozione e divulgazione di Aldo Borsari, Direttore dell’Archivio Storico Comunale di Modena, e, a sua volta, allievo “anziano” di Valenti. Borsari, nel dare atto che le prime idee per lo svolgimento di attività didattiche in archivio si svilupparono proprio in seguito ad alcune affermazioni di Valenti contenute nelle Considerazioni sul “Manuel d’archivistique”, ripercorre un po’ le vicende di questa iniziativa culturale. Iniziativa che, partita dalle semplici “visite guidate” si è trasformata, negli anni, in quello che viene definito “laboratorio di storia”, con un grande coinvolgimento di scolaresche e di docenti. Si profila, quindi, un utilizzo dinamico dell’archivio, con questo che va verso la città e verso la scuola e non viceversa, in virtù della convinzione, espressa dallo stes-


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so Borsari che «l’Archivio debba anche essere “fuori di sé”, quindi a scuola per essere un buon servizio». Passando poi all’“archivistica teorica”, notiamo, innanzi tutto, il contributo di Augusto Antoniella, Archivistica: metodo storico o fine della storia? Qui l’autore prosegue un suo serrato discorso teorico, iniziato da alcuni anni4 grazie anche all’incontro della teoria di Valenti. Antoniella, in particolare, dopo aver constatato che la “teoria dominante” della letteratura archivistica di questi ultimi anni era «l’applicazione delle tecniche informatiche agli archivi e all’attività archivistica» sostiene che questa specie di moda si sarebbe intanto ridimensionata da sola e non avrebbe comunque avuto colpa nell’arresto del “dibattito disciplinare” riscontrabile ormai da troppo tempo. Per questa ragione il discorso tecnologico (ridimensionato, ma ancora in corso) richiama l’idea di un rigoglioso rampicante che fa verdeggiare, solo in apparenza, un albero divenuto in realtà secco”! E da questa constatazione, Antoniella propone alcune idee per la ripresa del dibattito teorico in archivistica, iniziando da un’attenta rivisitazione del Valenti. Tali idee sono inserite in un denso discorso, tutto da leggere con attenzione, ma certamente non riassumibile, per ovvie ragioni di spazio. Mi piace solo evidenziare fra quelle idee, la teoria dei “condizionamenti” della filosofia, “sulla maniera di essere degli archivi”, teoria che l’autore qui solo accenna, ma che potrebbe (lo auspichiamo) sviluppare in altri, ulteriori studi. Allo stesso modo, mi sembra di grande interesse l’invito a «riflettere, in maniera euristica» sugli “archivi contemporanei” e sulle ragioni del loro presentarsi in una “panoramica desolante”, non certo per colpa dell’ “incuria di conservatori e protocollisti” ma per colpa dei “condizionamenti” politici e filosofici che hanno influito sugli archivi. Sono questi due dei numerosi spunti – ripetiamo – proposti da Antoniella per il prosieguo del dibattito archivistico che – qualora si condensi in «indagine sulla tipologia delle strutture (o delle non-strutture) archivistiche» – non potrà

4   Cfr. ad esempio A. Antoniella, Ordinamento archivistico o costituzione di banche dati? Alle radici di un equivoco, in «Archivi e computer», III (1993), 2, pp. 89-107.


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«che passare attraverso l’eser­cizio di quell’euristica delle fonti … che Valenti ha definito sul piano teorico». Accanto al contributo di Antoniella mi sembra possa collocarsi – come avvenuto in altre occasioni5 – l’articolo “fuori programma” di Paola Carucci, Fondi e versamenti. Alcune riflessioni mosse dalla rilettura dei saggi di Filippo Valenti. Qui l’autrice, quasi accogliendo l’invito di Antoniella parla di archivi e, in particolare, di archivi post-unitari. Inutile rammentare che Paola Carucci ha dietro di sé una grande esperienza archivistica maturata all’Archivio Centrale dello Stato, del quale è stata anche Soprintendente, e nell’ambito del quale ha potuto frequentare il gotha dell’archivistica italiana degli anni sessanta e settanta del novecento, da Leopoldo Sandri a Vittorio Stella, a Renato Grispo, a Elio Lodolini, fino a Claudio Pavone e Piero D’Angiolini. La frequentazione con Valenti – lo rammenta la stessa autrice – avvenne invece nell’ambito dei lavori preparatori della Guida Generale degli Archivi di Stato italiani per la quale la stessa Carucci curò, direttamente, la voce “Archivio Centrale dello Stato”6, ed operò attivamente all’interno della “Redazione Centrale” della Guida stessa. L’esperienza a livello centrale della Carucci (l’esperienza archivistica, cioè, a contatto con le megastrutture degli archivi dei ministeri) è certamente alla base delle “riflessioni” delle quali stiamo parlando, e che giungono a conclusioni decisamente antitetiche rispetto alle idee dello scrivente7. Non è certo questa la sede per aprire un dibattito, e perciò mi limito a riportare le partizioni di questo importante contributo carucciano. Dopo una Premessa, si parla di Archivio/fondo e versamenti, di Fondo e soggetti produttori, di … ordinamento in funzione della ricostituzione di archivi e fondi ed infine di … periodizzazione storica. 5  Per esempio, in Archivi e chiesa locale. Studi e contributi, a cura di F. Cavazzana Romanele J. Ruol, Venezia, 1993, i due autori (Antoniella e Carucci) trattano rispettivamente di Problemi di inventariazione in archivi di antico regime (pp. 183-194) e di Problemi di inventariazione in archivi dei secoli XIX e XX (pp. 195-207). 6   Ovviamente affiancata da numerosi collaboratori, adeguatamente menzionati. Cfr. Guida generale, I, p. 34. 7   Cfr. A. Spaggiari, Archivi e Istituti dello Stato unitario. Guida ai modelli archivistici, Modena, 2002.

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Stefano Vitali col suo Archivi, fondi, contesti: una riflessione che continua, sostiene innanzi tutto che gli archivisti degli anni Ottanta debbano considerare di avere “debiti di riconoscenza” nei confronti di Filippo Valenti, perciò attraverso il di lui pensiero hanno potuto “lavorare” su di una “concezione del fondo, della sua struttura e dei suoi rapporti con i soggetti produttori”, teorizzata appunto da Valenti, e rivelatasi particolarmente idonea per il suo utilizzo in ambiente digitale. Inoltre, fra le altre cose, il pensiero archivistico di Valenti sembra avere anticipato concetti come quello di “contesto” entrato “nel nostro lessico solo negli ultimi decenni”, che “estraneo sia al linguaggio di Cencetti che a quello di Valenti” molto si avvicina alla categoria di “struttura” teorizzata ancora da Valenti. L’autore si sofferma sul concetto di “contesto” che assieme ad altri ritroveremo nel suo innovativo volume Passato digitale8 e conclude che proprio il pensiero di Valenti sta alla base di “molti di questi nuovi strumenti concettuali”. E qui ovviamente si inseriscono le relazioni di Mariella Guercio, La formazione dei sistemi documentari: l’analisi storica al servizio del futuro e di Linda Giuva, Parliamo di nuovo di archivistica. Mariella Guercio, che al momento della stesura di questo contributo aveva appena pubblicato il suo manuale di archivistica informatica9 e, pertanto, aveva, a buon diritto, consolidato la sua posizione di rilievo nel panorama della nouvelle archivistique italiana, sostiene non solo l’importanza, ma anche l’attualità del pensiero archivistico di Valenti. Questo, infatti, costituirebbe il fondamento teorico per l’identificazione e per la proposizione di “modelli archivistici”, utili, se non addirittura indispensabili, agli archivisti che operano nel campo dell’informatica applicata agli archivi (e a contatto con le diverse professionalità di quel settore) per poter far valere i principi archivistici, troppo spesso ignorati e trascurati). Linda Giuva, col suo Parliamo di nuovo di archivistica, affronta uno dei temi di maggiore attualità per la nostra disciplina, e cioè il rapporto tra l’archivistica e l’odierno ambiente della documentazione-archiviazione, profondamente mutato rispetto ai tempi in cui scriveva Valenti. Così, dice l’autrice, «c’è da chiedersi  S. Vitali, Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer, Milano, 2004.  M. Guercio, Archivistica informatica. I documenti in ambiente digitale, Roma, 2002.

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quanto della riflessione portata avanti (da Valenti) è ancora viva, quanto, invece va sottoposto a verifica alla luce di alcuni importanti cambiamenti …». Gli importanti cambiamenti vengono individuati e descritti dall’autrice con un’ampia ed esaustiva panoramica anche se su tre punti viene focalizzata la nostra attenzione, e cioè: a) la necessità per l’archivista di conoscere ormai «problematiche affini alle scienze dell’informazione, allo studio delle basi di dati e dei sistemi informativi, ai linguaggi di marcatura, all’informatica giuridica, ai linguaggi di modeling, ecc.; b) l’integrazione che si sta verificando tra sistema documentario e sistema informativo di un ente; c) la disgregazione del documento testuale, la perdita della scrittura… e la perdita della forma del documento stesso …». In tale situazione, abbastanza critica per l’archivistica, l’insegna­mento di Valenti, opportunamente adeguato alla nuova realtà (ed è per questo che l’autrice invita a parlare “di nuovo di archivistica”), può essere ancora un valido sussidio per non correre «il rischio di farsi assorbire da una logica tutta schiacciata verso i principi di efficacia e di efficienza dello strumento archivio, finalizzato all’azione ed alla struttura amministrativa…». Si rifà all’insegnamento di Valenti anche Diana Toccafondi che aveva partecipato – come abbiamo detto sopra – alla presentazione dell’antologia di Valenti, fatta presso l’Archivio di Stato di Firenze. Qui l’autrice, nel suo contributo dal titolo Osservare, descrivere, comprendere: per una nuova intelligenza degli archivi, accattivante al punto di crearle «qualche imbarazzo», ribadisce l’apprezzamento per il pensiero di Valenti, ed, in particolare per lo strumentario metodologico di cui si serve. Poi, inserendosi in una linea di archivistica “filosofica”, implicitamente suggerita da Valenti10 e praticata da altri colleghi, come Donato Tamblè11, o come lo stesso Antoniella, propone un approccio all’archivio mediante “tre operazioni fondamentali:osservare, descrivere, comprendere”. Così, anche alla luce del pensiero filosofico e sociologico contemporaneo – suggerisce implicitamente l’autrice – si potrà «riprendere a studiare il deposi10   Ci sembra doverosa un’osservazione. Filippo Valenti è un grande conoscitore del pensiero filosofico antico, medioevale e, soprattutto, contemporaneo; ed è lui stesso un forte “pensatore”. La sua archivistica però, non fa esplicito riferimento, né si appoggia ad autori di filosofia o di sociologia, anche se il suo “pensiero forte” in materia archivistica, si collega, implicitamente, al pensiero filosofico generale. 11  D. Tamblè, La teoria archivistica italiana contemporanea, Roma, 1993.


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to storico rappresentato dagli archivi, come forma di memoria culturale e politica, farne oggetto di indagine e affrontare il compito di reinterpretarla periodicamente. Si tratta di non accettare che questo deposito venga congelato nell’immobilità, ma di rimetterlo in gioco, nel circolo ermeneutico dell’interpretazione critica del passato e dell’azione politica del presente…». Ancora in quest’ottica di sviluppo del pensiero di Filippo Valenti, poteva collocarsi la relazione di Elisabetta Arioti, Archivio segreto e archivi segreti: tipologie di archivi a confronto, letta al convegno, ma non presentata per questi “Atti”. Il tema trattato era, ovviamente, molto interessante, specie sotto l’aspetto del potenziamento del lessico archivistico, e pertanto auspichiamo che l’Arioti voglia e possa, quanto prima, dare alle stampe questo suo lavoro. Claudio Torrisi, con il suo intervento Ambivalenze e polivalenze dell’archivio, prende spunto dagli scritti di Valenti, per riflettere sulla particolare natura dell’archivio, tutto sommato ambigua e pertanto polivalente. Rammentando la nota bipartizione di Valenti tra “archivio thesaurus” e “archivio sedimento”, Torrisi si chiede: «È sempre possibile distinguere in modo netto l’archivio sedimento dall’archivio selezione? L’archivio thesaurus, non racchiude in sé, nel suo oggettivo formarsi, elementi di sedimentazione? Nell’oggettivo delinearsi dell’archivio sedimento, non si ritrovano elementi derivanti da scelte di testimonianza e documentazione?».

A questi e ad altri interrogativi, Torrisi non intende fornire immediate risposte. Egli intende proporre queste ed altre idee come temi per il prosieguo del dibattito archivistico. Notiamo infine che ai diversi interrogativi di natura “filosofica”, Torrisi ne aggiunge uno di natura pratico-giuridica, che, detto in parole nostre, è questo: si sono accorti le autorità e gli archivisti del ridimensionamento dell’archivio statale, da sempre concetto di riferimento per buona parte del “discorso” archivistico italiano? Un ridimensionamento che dà luogo a diversi problemi teorici e pratici alla cui soluzione, auspicata in senso favorevole al mondo degli archivi, Torrisi ritiene, ancora una volta, di grande aiuto il pensiero di Filippo Valenti, specie in quelle pagine in cui si illustrano l’inevitabilità e la dignità dell’archivio nella vita delle istituzioni.


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Se le conclusioni di Torrisi mostrano una certa preoccupazione sul futuro dell’archivistica italiana, le conclusioni di Carlo Vivoli, Dal Manuel alla Pratique: qualche riflessione sull’archivistica francese, sono decisamente pessimistiche perché non investono solo l’archivistica italiana, ma si estendono anche all’archivistica francese che, per l’ultimo quarto dell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento, fu considerata emblematica ed esemplare per l’archivistica europea e, addirittura, mondiale. Vivoli arriva alle suddette conclusioni dopo un esame comparativo di due manuali (quasi “ufficiali”) di archivistica francese, editi a distanza di ventitre anni, uno dall’altro. Il primo, il Manuel appunto, del 1970, fu accolto con grande interesse dall’ ambiente archivistico e fu oggetto delle considerazioni di Flippo Valenti, risoltesi, come è noto, in «un’analisi tanto fine ed acuta … da meritarsi la traduzione in francese e la pubblicazione sulla «Gazette des Archives» del 1976»; il secondo, la Pratique archivistique, del 1993, suscitò in Italia «scarso, per non dir nullo, interesse». E dire che gli elementi di richiamo per il dibattito archivistico non mancavano, visto che vi figurava, primo fra tutti, l’abbandono definitivo, da parte dell’archivistica francese, dei cadres de classement, tenacemente difesi quanto meno fino al 1977, giusto l’articolo di Michel Duchein, sulla «Gazette des Archives»12. Ma anche la gestione dell’archivio in formazione (con i famosi archivisti missionnaires), sembra aver dato frutti meno copiosi di quelli che si aspettavano, per cui – sostiene Vivoli – si ricava dalla Pratique un senso di generale frustrazione decisamente lontano dall’ottimismo e dal senso di soddisfazione che permeavano il Manuel. Nonostante i cospicui investimenti in campo archiveconomico, nonostante la realizzazione di importanti strutture come il CARAN di Parigi, sembra proprio che, anche in Francia, il mondo degli archivi, a causa di tanti e non ancora definiti fattori di novità, stia subendo un notevole senso di “turbamento”, che determina quasi la necessità di procedere ad una approfondita «riflessione sui mezzi da utilizzare e sui temi da scegliere». Ben venga quindi – a parziale conforto dell’accennato stato di disagio che, se tocca la Francia, tocca, a maggior ragione, agli altri Stati, quanto meno, d’Eu12  M. Duchein, Le respect des fonds en archivistique. Principes theorique et problemes pratiques, in «La Gazette des Archives», 97 (1977), pp. 71-96.


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ropa – il risultato (scritto e dato alle stampe) di questo convegno che, prendendo spunto dalla figura e dal pensiero di Filippo Valenti, ripropone – torno a dire – un’idea di archivista “a tutto tondo”, fornito cioè degli strumenti paleografici, diplomatistici, archivistici veri e propri, oltre a quelli indispensabili per le indagini storiche e le edizioni delle fonti. Un archivista che – grazie anche al magistero di Filippo Valenti – cercherà il vero, al di là dei luoghi comuni, al di là dei dogmi ed al di là dei preconcetti, concentrando la sua critica, nell’eseguire la parte più qualificante del suo lavoro che consiste nel fare euristica delle fonti archivistiche, sugli istituti (organismi fondamentali ed ineludibili di ogni società umana organizzata) per individuarne la “storia” e considerare, poi, quest’ultima riflessa nel complesso documentario che denominiamo “archivio”. Qui l’archivista gioca, fra l’altro, la carta più esclusiva del suo mestiere e cioè la sua qualità di conoscitore di base dell’istituto, perché quest’ultimo mostra il suo vero volto solo attraverso il suo archivio. Ma, ai saperi tradizionali dell’archivista, occorre oggi aggiungere anche l’insieme dei saperi connessi ai contemporanei sistemi di informatizzazione e di comunicazione13. E allora un archivista, piccolo genio incompreso, sottostimato e sottopagato rispetto alle sue conoscenze ed alle sue potenzialità? Forse sì. Ma tanti altri protagonisti dell’ambiente della conservazione dei beni culturali (storici dell’arte, archeologi, ricercatori, bibliotecari, conservatori di musei, ecc.) risultano essere, a ben guardare, nelle nostre stesse condizioni in un mondo – ben più vasto delle frontiere italiane – che sta commisurando ogni valore col metro di uno sgangherato liberismo, che si traduce nella formula: “più privato, meno Stato”, e che, in effetti, determina una sostanziale ritirata dello Stato dal campo sociale. Purtroppo le anzidette professioni si appoggiano allo Stato, a quello Stato cui spetta – fra l’altro – il compito della conservazione del patrimonio culturale; conservazione, che si esercita, soprattutto, sottraendo al “libero mercato” quei beni che, per il loro altissimo valore culturale, debbono appartenere a tutti i cittadini (ambiente, paesaggio, aree archeologiche, monumenti, musei, pinacoteche, biblioteche, archivi, ecc.). 13   A questo proposito, oltre alle osservazioni di M. Guercio e di L. Giuva negli Atti di questo convegno, si vedano i numerosi contributi del volume “Professione archivista”, 1949-1999. I cinquant’anni dell’ANAI nel mondo archivistico, numero monografico di «Archivi per la storia», a. XIV/1-2 (gennaio-dicembre 2001).


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In questa situazione di Stato in ritirata è quasi ovvio che le professioni collegate alla conservazione dei beni culturali vengano un po’ tutte penalizzate, anche se la professione archivistica sembra essere la più colpita, perché è certamente la più difficile da essere accettata dal mondo “moderno” che – oltre a presentare l’anzidetto indebolimento della figura dello Stato – appare ormai attratto, per non dire incantato, forse irreversibilmente, da una sorta di controstoria, o di pseudostoria, diffusa – dopo l’epoca d’oro del “romanzo storico” – prima dal cinema14 e, successivamente, dalla televisione: un mondo moderno sempre più affezionato ai miti ed assuefatto alla realtà virtuale. La figura dell’archivista, ed, in particolare, la figura dell’archivi­sta che emerge dagli studi di Filippo Valenti, è quella che più contrasta con la moderna sensibilità, perché sembra esser lì apposta per distruggere i miti e far svanire i sogni, attaccata com’è alla severa realtà del documento: condizione questa che la porta a cercare una concretezza talvolta più netta di quella cercata dallo stesso storico. Inoltre, l’archivista non si presenta da solo a fare il guastafeste nei confronti del mondo moderno, ma porta con sé anche l’archivio e cioè l’ingombrante mole di polverose scartoffie che egli crede sia suo dovere conservare, o far conservare. Per questo, l’archivista non si limita a reclamare il suo diritto di esistere, ma chiede spazi, spazi concreti, per la mole cartacea alla quale è indissolubilmente legato, cozzando ancora di più contro la mentalità dominante che destinerebbe più volentieri quegli spazi a centri commerciali, a palazzetti dello sport, palestre, appartamenti di lusso, ecc. Inutile dire che si intravedono tristi prospettive per archivi e archivisti. Per porre rimedio a questo stato di cose occorreranno, senz’altro, tempo, pazienza e volontà di persuasione. Occorrerà convincere i governi che gli archivi – anche se attireranno sempre meno pubblico di una partita di calcio – sono inevitabili ed indispensabili (come le scuole, le carceri, i ricoveri per gli anziani, le forze di polizia, ecc.) perché costituiscono buona parte della memoria storica di ogni 14   È ovvio che dalla nostra critica sono escluse tutte le riprese – cinematografiche o televisive – “non montate” che tramandano eventi nella loro realtà e che, pertanto, sono, a loro volta, “documenti”. È presumibile che sul rapporto storia – cinema sussista un’ampia bibliografia. Io mi limito a citare M. Ferro, Il film: controanalisi della società, in Problemi di metodo storico a cura di F. Braudel, Bari, 1982, pp. 603-628. Si veda anche La memoria del cinema a cura di L. Devoti, numero monografico di «Archivi per la storia», XVII/1-2 (gennaio-dicembre 2004).


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nazione. Ciò servirà, almeno agli archivisti italiani per riacquistare quella dignità e quella peculiarità culturale – che essi avevano e che venivano loro riconosciute – in un passato relativamente recente, quando, tanto per fare esempi di casa nostra, veniva redatta la Guida Generale e Filippo Valenti scriveva i suoi magistrali lavori che, ancora oggi, onorano il pensiero archivistico italiano.


Seminario “Archivistica e storia istituzionale” tenuto presso l’Archivio di Stato di Palermo il 6 giugno 2001


ELISABETTA ARIOTI

Comparabilità e classificabilità delle strutture archivistiche: un possibile percorso di ricerca*

1. Nell’Introduzione all’antologia degli scritti di Filippo Valenti pubblicata a cura dell’Ufficio centrale per i beni archivistici, Daniela Grana sottolinea come Valenti sia stato uno dei più brillanti protagonisti di “quel rinnovamento della disciplina archivistica che si andò maturando intorno agli anni ’70 (…) alla cui base stava innanzi tutto la volontà di reagire al modo tautologico di considerare il metodo storico, alla pretesa unicità, irripetibilità e non classificabilità degli archivi, alla impossibilità di operare concretamente secondo modelli generali”1. Volontà confermata dallo stesso Valenti in una testimonianza pubblicata nel medesimo volume, laddove egli afferma di aver sempre teso a “privilegiare, come strumento d’indagine conoscitiva e in buona parte anche come intervento operativo, la ripetibilità, la classificabilità e comparabilità delle strutture, intese come varianti concrete di una pluralità di modelli teorici, opportunamente individuati e non rigidamente applicati”.2

*   Il testo è stato in parte utilizzato in: E. Arioti - A. Bonella, Gli archivi degli enti locali, in Storia d’Italia nel secolo ventesimo. Strumenti e fonti, a cura di C. Pavone, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma, 2006, vol. III, pp. 273-322. 1   D. Grana, Introduzione a F. Valenti, Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma, 2000, p. XI. 2   Ibid.


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L’approccio “strutturale” di Valenti agli archivi si è rivelato particolarmente fruttuoso dal momento in cui si sono iniziate a sperimentare le tecnologie informatiche nel lavoro d’inventariazione, ed è quindi risultato indispensabile razionalizzare e normalizzare una serie di operazioni logiche, su cui peraltro anche in precedenza si fondavano, in modo più o meno consapevole, gli interventi di riordinamento, ma che poi troppo spesso non venivano esplicitate in sede di descrizione inventariale. Negli ultimi anni è divenuta consuetudine preporre agli inventari uno schema della struttura del fondo descritto, l’ormai classica “struttura ad albero” codificata dalle ISAD3. Risulta invece ancora poco praticato il metodo comparativo sostenuto da Valenti come strumento principe per indagare nella concreta “fenomenologia” degli archivi, che sarebbe fuorviante considerare organismi irripetibili, ma le cui articolazioni interne non si possono neppure meccanicamente ricondurre a modelli astratti, come lui stesso afferma nel brano sopra riportato. Il risultato di questa scarsa propensione ad analisi di tipo comparativo sono troppo spesso inventari, per così dire, “autistici”, eccessivamente racchiusi in se stessi e non avvalorati da confronti con fondi archivistici analoghi, il che contribuisce a perpetuare in altre forme, seppure nel rispetto delle norme internazionali per la descrizione archivistica e con una maggiore attenzione, ancorché a volte più formale che sostanziale, per l’analisi delle strutture, l’ormai superata concezione dell’archivio come risultato unico e incomparabile di percorsi materiali e istituzionali assolutamente particolari. Neppure quando si tratta degli archivi prodotti da enti, uffici o magistrature il cui funzionamento e le cui competenze risultano disciplinati in modo uniforme, come ad esempio quelli postunitari, l’analisi dei loro meccanismi formativi e delle loro articolazioni interne sembra spingersi al di là della mera individuazione delle norme nazionali in base alle quali essi avrebbero dovuto essere organizzati, poi immediatamente rapportata al caso singolo. Risulta evidente che, in una prospettiva così drasticamente semplificata, ogni scostamento dal “dover essere” sancito in leggi e regolamenti rischia di venire bollato come isolata aberrazione, mentre a rigor di logica significativi scarti dalla norma potrebbero 3   La traduzione italiana del testo delle ISAD(G) (General International Standard Archival Description), adottato dalla Commissione ad hoc sulle norme di descrizione del Consiglio internazionale degli archivi nel 1993, è stata pubblicata in “Rassegna degli Archivi di Stato”, LV (1995), nn. 2-3, pp. 392-413.


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anche essere interpretati come indice della difficile applicabilità, se non addirittura della scarsa funzionalità, dei sistemi di tenuta degli archivi prescritti. Un tale approccio rischia inoltre di non rilevare, o di rendere incomprensibili, prassi archivistiche non codificate, sistemi tradizionali di trattamento della documentazione, non necessariamente contrari al buon andamento del servizio, che si direbbero tramandati all’interno degli uffici, e talvolta anche da un ufficio all’altro, in forme esclusivamente orali, attraverso il quotidiano operare di archivisti e protocollisti, segretari e amministratori, anche in anni a noi assai vicini, nonostante l’apparente prevalere, nelle strutture burocratiche, della comunicazione scritta. Questo contributo si propone di fornire una traccia di come sia possibile impostare un sondaggio di tipo comparativo su fondi documentari per i quali non esistono ancora strumenti informativi di sintesi quali guide o censimenti, e di dimostrare contestualmente come tale prospettiva di ricerca possa portare ad ampliare, e da un certo punto di vista addirittura a modificare, le nostre conoscenze in materia. Gli archivi utilizzati come esempio sono quelli, finora assai poco esplorati, delle amministrazioni provinciali. 2. All’epoca dell’unificazione nazionale, il territorio italiano fu ripartito in 60 province, cui si aggiunsero successivamente le otto province venete annesse nel 1866, quella di Roma, e quelle dei territori passati all’Italia dopo la prima guerra mondiale, tre delle quali (Fiume, Pola e Zara) furono poi assegnate alla Iugoslavia col trattato di pace del 1947. In periodo fascista il riparto amministrativo provinciale divenne ancora più fitto, in quanto fra il 1923 ed il 1935 vennero istituite altre 20 nuove province. Escludendo le province di recentissima istituzione, attualmente dovrebbero quindi esserci in Italia ben 91 archivi storici provinciali, ossia destinati a conservare, secondo la normativa vigente, la documentazione anteriore all’ultimo quarantennio4. Di fatto questo numero va ridotto, poiché quasi un terzo delle amministrazioni provinciali ha preferito 4   Il TU delle disposizioni legislative in materia di beni culturali (Dlgs. 490/1999), all’art. 40, ha sostituito la precedente dizione “sezione separata” con quella, più immediatamente comprensibile, di “archivio storico”, per indicare la documentazione relativa ad affari esauriti da oltre 40 anni. Va inoltre tenuto presente che gli archivi delle province di Aosta, Trento e Bolzano, per via delle speciali forme di autonomia su cui si reggono quei territori, non sono assimilabili a quelli delle altre province.


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depositare, in tutto o in parte, il proprio archivio storico presso i locali Archivi di Stato. Ciò tuttavia non incide sulla possibilità di effettuarvi ricerche; anzi, poiché sono ancora poche le province fornite di strutture che consentano un idoneo servizio di consultazione a scopo di studio, i fondi depositati risultano molto più accessibili. Ciò che invece complica la possibilità di ricostruire agevolmente consistenza e organizzazione interna di questi complessi documentari è la scarsità di descrizioni attendibili e realizzate con criteri scientifici: in genere gli “inventari” dei fondi depositati presso gli Archivi di Stato non sono nulla di più se non meri elenchi di consistenza, mentre per quanto riguarda la documentazione tuttora conservata presso gli enti produttori le informazioni sono scarse e frammentarie. Non esistono inoltre guide o censimenti a livello nazionale5, mentre gli inventari e i saggi finora pubblicati, sia relativi a fondi depositati che a fondi non depositati, non superano la decina. Curiosamente, la maggior parte di essi risale al periodo 1990-1994, forse anche in conseguenza del dibattito sull’opportunità di mantenere in vita un ente intermedio fra comune e regione, sviluppatosi in sede di elaborazione della riforma delle autonomie locali, approvata nel 1990: dibattito che sollecitò alcune province a interrogarsi sulla propria storia e pertanto a riservare maggiore attenzione alla documentazione da esse prodotta. Prima in ordine di tempo, fra questo gruppo di pubblicazioni, è la sintetica ma puntuale guida ai fondi dell’archivio storico della provincia di Bologna, pubblicata nel 1990 a termine di un intervento di riordinamento e inventariazione avviato nel 19836. Ad essa ha fatto seguito, nel 1993, l’inventario di quella parte dell’archivio provinciale di Udine che è depositata presso l’Archivio di Stato, i cui estremi cronologici vanno dal 1798 al 19407. L’anno successivo sono stati pubblicati la guida dell’archivio della provincia di Modena8 e l’analitico inventario dell’archivio storico dell’amministrazione provinciale di Sie5   All’assenza di una guida generale degli archivi vigilati dovrebbe sopperire la banca dati del Sistema informativo unificato per le Soprintendenze archivistiche (SIUSA), consultabile in rete, la cui progettazione è stata promossa dalla Sezione III della Direzione generale per gli archivi, che però al momento è ancora in fase di realizzazione. 6   L’archivio storico della Provincia di Bologna (1417-1950), a cura di G. Bezzi e P. Busi, Bologna, Amministrazione provinciale, 1990. 7   La provincia del Friuli dal 1866 al 1940. Scritture e forme del pubblico amministrare, a cura di R. Corbellini, Udine, Accademia di Scienze Lettere e arti di Udine, 1993. 8   Provincia di Modena, Guida dell’archivio, a cura di C. Ghelfi, Modena, Tip. Jolly, 1994.


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na9, mentre sempre al 1994 risalgono due saggi dedicati all’archivio della provincia di Lecce, anch’esso depositato presso l’Archivio di Stato, che entrambi si collocano nell’ambito di una più vasta ricerca sulle amministrazioni provinciali pugliesi promossa dal Dipartimento di scienze storiche della locale università10. L’inventario dell’archivio storico della provincia di Alessandria, datato 1992, è stato diffuso in una veste tipografica “povera” dagli enti promotori dell’intervento, la Provincia medesima e il locale Istituto per la storia della Resistenza11. Sempre nel 1990 è uscito un saggio di Marco De Nicolò, che rappresenta, allo stato attuale, il più approfondito sondaggio sulle fonti documentarie conservate presso gli archivi provinciali, effettuato peraltro attraverso indagini di carattere informale, che a dieci anni di distanza andrebbero già riviste12. Prima di quella data sono da segnalare esclusivamente due saggi di Giuseppe Plessi, di cui uno dedicato al deposito dell’archivio dell’amministrazione provinciale di Ravenna, effettuato fra il 1957 ed il 196113, e un altro di Antonio Papa, in cui vengono soprattutto messe in luce le travagliate vicende che condussero al deposito dell’archivio della provincia di Perugia presso l’Archivio di Stato14.

9   L’archivio dell’amministrazione provinciale di Siena. Inventario della sezione storica, a cura di L. Nardi e F. Valacchi, Siena, Amministrazione provinciale, 1994. 10  F. De Luca, L’archivio dell’amministrazione provinciale di Lecce, pp. 93-137 e G. Barletta, D. Lala, L’inventario del fondo Provincia di Terra d’Otranto, poi Amministrazione provinciale, nell’Archivio di Stato di Lecce, pp. 139-268, in Per una storia delle amministrazioni provinciali pugliesi. La provincia di Terra d’Otranto (1861-1923). Ricomposizione delle fonti e costruzione di una banca dati, a cura di M. De Giorgi, Manduria, Lacaita, 1994. 11  P. Lanzavecchia, G. Ratti, L’archivio storico della provincia di Alessandria. Catalogo e inventario 1769-1962, Alessandria 1992; l’introduzione all’inventario era già stata pubblicata dai medesimi autori, col titolo L’archivio storico dell’Amministrazione provinciale di Alessandria. Catalogoinventario, in “Quaderno di storia contemporanea”, XIV (1991), 10, pp. 109-127. 12   M. De Nicolò, I documenti degli archivi provinciali, in “Analisi storica”, 14 (1990), pp. 99-120. 13   G. Plessi, L’archivio dell’Amministrazione provinciale di Ravenna depositato presso il locale Archivio di Stato, in “Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le province di Romagna”, n.s., X (1958-1959), pp. 169-259. 14  A. Papa, L’archivio della Provincia di Perugia, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, LXXVIII (1981), pp. 297-322.


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Questa scarna rassegna può essere lievemente rimpinguata consultando la raccolta di inventari degli archivi di enti vigilati, la cui formazione venne promossa dall’amministrazione archivistica fin dal 1906, che attualmente si conserva presso l’Archivio centrale dello Stato sotto la denominazione di Inventari degli archivi storici dei comuni italiani15 e che di fatto riguarda non soltanto gli archivi comunali, ma anche, seppure in percentuale assai minore, altre categorie di archivi pubblici. Il pregio maggiore degli strumenti di ricerca che vi si conservano, consistenti il più delle volte in elenchi manoscritti di qualità assai disomogenea, è rappresentato dal fatto che essi spaziano su di un intervallo di tempo ormai quasi secolare, e quindi consentono di intravedere alcune linee di tendenza nella tenuta della documentazione e anche nel modo di concepire la descrizione inventariale. Dalle prime, sinteticissime risposte al questionario diramato dall’amministrazione archivistica nel 1906, utili più che altro a far comprendere come a quell’epoca le amministrazioni provinciali non attribuissero alcun interesse storico ai loro archivi, che raramente conservavano documentazione anteriore alla prima metà del secolo XIX, si giunge ai più recenti interventi di riordinamento, di cui sono testimonianza gli inventari dattiloscritti degli archivi delle province di Pavia (redatto nel 1989), Sondrio (1992), Cagliari (1995-1996), Belluno (1997)16. Fra questi due estremi si pongono alcune relazioni di visite ispettive disposte dalle Soprintendenze archivistiche e i primi inventari redatti in base all’obbligo di istituire le sezioni separate d’archivio, introdotto col d.p.r. 1409 del 1963. 3. Tutti questi materiali, siano a stampa o manoscritti, per quanto assai diversi dal punto di vista qualitativo e distribuiti su di un arco cronologico assai ampio, sono accomunati dalla caratteristica di descrivere esclusivamente fondi singoli, tranne quello di Marco De Nicolò che comunque ha più il carattere di una rassegna di fonti che di un lavoro archivistico. L’unico saggio di impostazione generale e teorica finora dedicato a questo tipo di archivi sembra esse15  F. Pizzaroni, La diffusione della circolare Astengo attraverso la raccolta degli inventari degli archivi dei comuni italiani presso l’Archivio centrale dello Stato (1858-1997), in Labirinti di carta. L’archivio comunale: organizzazione e gestione della documentazione a cento anni dalla circolare Astengo. Modena, 28-30 gennaio 1998, Roma, Direzione generale per gli archivi, 2001, pp. 31-55. 16   ACS, Inventari degli archivi storici dei comuni italiani, rispettivamente nelle bb. 252, 269, 551 e 552, 583.


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re quello di Giuseppe Plessi, incentrato sull’analisi dei titolari in uso presso gli archivi provinciali dell’Emilia Romagna. E non appare certo un caso che Plessi abbia avviato le sue riflessioni partendo dalla domanda “se si debba accettare il principio, enunciato dal Cencetti, dell’individualità irripetibile di ogni archivio o quello, affermato dal Brenneke e approfondito sistematicamente dal Valenti, della ineluttabile necessità della tipizzazione di ogni archivio nel quadro di tutti gli altri a esso assimilabili per omogeneità di competenze e di contenuti amministrativo-giuridici degli enti produttori”17, per poi giungere alla conclusione che “le proposte di tipizzazione [di Valenti] riguardano la struttura, che può essere accomunata con quella di altri archivi, non le peculiarità contenutistiche, che possono essere in effetti differenziate”, e che quindi, almeno sotto quel particolare profilo, “la via della tipizzazione resta senz’altro aperta”18. Tali premesse iniziali, però, non si sviluppavano tanto sul versante della comparazione dei fondi già costituiti, per giungere a verificare se in essi fossero ravvisabili caratteristiche strutturali comuni, bensì su quello degli archivi in formazione. Secondo l’autore, infatti, la circostanza che ciascuna amministrazione provinciale fosse dotata di un autonomo sistema di classificazione, diversamente da quanto era avvenuto per le amministrazioni comunali, a cui era stata proposta l’adozione di un titolario unico fin dal 1897, avrebbe comportato la formazione di archivi talmente difformi da apparire “prodotti da amministrazioni che ben poco, se non nulla, affatto, abbiano a che fare l’una con l’altra”.19 Questa recisa affermazione veniva suffragata dall’analisi dei titolari in uso, che variavano “dall’estrema sommarietà di quello usato a Forlì all’eccessiva frammentarietà di quello in uso a Modena”. Nessuno di essi, oltretutto, sembrava riflettere la struttura dell’ente produttore, se non pallidamente quelli di Piacenza, Ravenna e Reggio Emilia20. Va peraltro rilevato che se i titolari delle province emiliane potevano apparire prolissi e poco funzionali, in alcuni casi sembra essersi verificato anche un certo fraintendimento dei sistemi adottati. Le 308 “sottoclassi” individuate nel titolario in uso a Modena, ad esempio, sono forse più la spia dell’abitudine a 17   G. Plessi, Per un titolario unificato degli archivi provinciali, in “Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le province di Romagna”, n.s. XXXIV (1983), p. 196-197. 18   Ibid., p. 197. 19   Ibid., p. 198. 20   I “titolari” esaminati sono pubblicati in appendice al saggio.


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raccogliere il carteggio in “fascicoli permanenti”, il cui numero tendeva inevitabilmente ad aumentare col tempo, che di un’eccessiva frammentazione delle voci di classificazione. In tutti i casi le verifiche effettuate da chi scrive su di un più ampio campione di titolari, adottati in province situate in diversi ambiti regionali, hanno portato a conclusioni dissimili, e cioè che, al di là di alcuni casi limite, si può invece ravvisare una notevole somiglianza fra le categorie principali. Somiglianza dipendente, oltre che dall’uniformità di competenze degli enti produttori, anche dalla palese derivazione di numerose voci di titolario da quello prescritto ai comuni a partire dal 1897, seppure opportunamente modificate.21 Ciò che comunque preme sottolineare in questa sede è che, a parere di Plessi e sulla base dell’esame dei soli titolari, nei fondi già prodotti non sarebbe stato riscontrabile alcun elemento tipizzante, e quindi l’unica strada per ottenere, nel futuro, archivi provinciali strutturati in modo più uniforme veniva da lui individuata nell’adozione di un titolario-quadro unificato, che avrebbe assicurato “una razionale formazione e una funzionale utilizzazione” dei complessi documentari, anche ai fini della ricerca storica. Tale conclusione sembrerebbe anch’essa richiamare un altro noto passo del saggio dedicato da Valenti alla natura e struttura degli archivi, quello in cui veniva indicata nei titolari, e quindi nel progetto classificatorio ad essi sotteso, “la struttura portante dell’archivio-sedimento”: struttura portante “a priori”22. Ma se l’unica 21   La derivazione dal titolario comunale risulta assolutamente evidente in quello adottato dalla provincia di Sondrio, così articolato: I, Amministrazione; II, Assistenza e beneficenza; III, Sanità e igiene; IV, Finanze; V, Governo (quasi sempre inutilizzata); VI, Grazia e giustizia (idem); VII, Leva e truppa; VIII, Pubblica istruzione; IX, Lavori pubblici; X, Agricoltura, industria, commercio e turismo; XI, Pubblica sicurezza. Ma si vedano, per limitarsi a due soli esempi, quelli delle province di Genova: I, Amministrazione provinciale; II, Circoscrizione territoriale; III Personale; IV, Locali, mobilio, spese di segreteria; V, Istruzione pubblica; VI, Opere pubbliche; VII, Assistenza pubblica; VIII, Esposti; IX, Sicurezza pubblica; X, Agricoltura, industria e commercio; XI, Igiene; XII, Spese provinciali diverse e oggetti diversi; XIII, Patrimonio, contabilità e tesoreria, e di Teramo: I, Amministrazione; II, Personale; III, Patrimonio; IV, Finanza; V, Agricoltura, industria, commercio, catasto; VI, Istruzione pubblica; VII, Assistenza e beneficenza; VIII, Sanità e igiene; IX, Opere pubbliche; X, Servizi militari e di pubblica sicurezza; XI, Affari di governo; XII, Affari diversi. 22  F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLI (1981), 1-2-3, pp. 9-37, ora ripubblicato in Id., Scritti e lezioni di archivistica … cit., p. 96.


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possibilità di comparare fra loro fondi documentari contemporanei, cioè prodotti a partire dall’introduzione del sistema protocollo-titolario, dovesse fondarsi sull’esistenza di un titolario unificato, ne conseguirebbe che in assenza di un simile strumento ogni archivio dovrebbe tornare a essere considerato come una realtà a se stante. Si rischierebbe quindi il paradosso di reintrodurre sotto altre vesti il principio cencettiano dell’incomparabilità degli archivi. Non solo: ne risulterebbe anche perpetuata la convinzione che la documentazione prodotta dagli enti pubblici otto-novecenteschi debba necessariamente ricondursi a un unico grande archivio generale organizzato secondo un titolario di classificazione onnicomprensivo: presupposto che, desunto dalla dottrina e dalle norme positive, ma raramente verificato nella sua effettiva applicazione, costituisce a tutt’oggi un ostacolo alla comprensione delle concrete modalità con cui si sono sedimentati gli archivi degli enti pubblici negli ultimi due secoli. Valenti stesso, sempre così attento al concreto farsi degli archivi, aveva messo in guardia da tali facili aspettative. Infatti, subito dopo aver individuato nell’adozione dei titolari il tentativo di predeterminare la collocazione in archivio di ogni singolo documento, fin dal momento della sua formazione, egli subito ammoniva «naturalmente non è da credere che neanche questo progetto abbia avuto piena e pacifica attuazione: non solo perché non era tale da poter abbracciare efficacemente l’intero corpus di un archivio ma anche perché non sempre i titolari risultano adeguati alle effettive competenze, attività e prassi dell’ufficio»23.

Il caso degli archivi provinciali, così come del resto quello dei comuni urbani di maggiori dimensioni, dimostra con tutta evidenza come l’esercizio di competenze diverse e complesse abbia precocemente condotto a considerare scarsamente funzionale l’istituzione di un archivio generale organizzato sulla base di un titolario unico. Infatti un esame di quei complessi documentari, non limitato alla semplice comparazione dei titolari adottati per classificare il carteggio generale, dimostra come presso le amministrazioni provinciali fosse rapidamente invalsa la tendenza a costituire per alcuni uffici dalle competenze particolarmente specifiche dei veri e propri archivi separati, in talu  Ibidem.

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ni casi dotati di particolari sistemi di registrazione degli atti e quindi funzionanti in totale o relativa autonomia dal protocollo generale. Ciò si è verificato in primo luogo per gli Uffici tecnici, cui facevano capo le competenze relative alla costruzione, sistemazione, manutenzione e sorveglianza delle strade e degli edifici provinciali, e che quindi producevano documentazione di sicura importanza e dalle caratteristiche molto peculiari. L’esistenza di archivi degli uffici tecnici, talvolta dotati di protocolli autonomi e organizzati secondo speciali titolari, è documentata con notevole frequenza: dall’inventario dell’archivio provinciale dell’Aquila, redatto nel 1965, si possono ad esempio rilevare due serie parallele di registri di protocollo, uno dell’Ufficio amministrativo, che parte dal 1863, e l’altra dell’Ufficio tecnico, che ha inizio nel 187824; identiche conclusioni suggerisce l’inventario dell’archivio storico della provincia di Forlì25; mentre da una relazione ispettiva della Soprintendenza archivistica per l’Abruzzo risulta che l’archivio della provincia di Teramo venne riordinato nel 1945 “secondo la fondamentale distinzione delle carte appartenenti o all’Ufficio Tecnico o all’Ufficio Amministrativo”26. Presso la provincia di Modena l’Ufficio tecnico costituì fin dal 1868 “un proprio archivio, con apposito protocollo, che, pur essendo in costante collegamento con la registrazione ufficiale e l’archivio generale, [era] dotato di una certa autonomia”27. Le vicende istituzionali e le competenze dell’Ufficio tecnico della provincia di Siena, che avevano dato luogo, nonostante il parere contrastante espresso dai vertici politici dell’ente, alla formazione di un archivio separato, sono state assai ben analizzate nell’introduzione al recente inventario a stampa28, e analogamente la corposa voce dedicata, nella guida all’archivio storico della provincia di Bologna, alle competenze e al funzionamento dell’Ufficio tecnico evidenzia come anch’esso abbia prodotto un fondo sostanzialmente autonomo e organizzato secondo un proprio titolario fin dal 1834.29 La separazione fra archivio amministrativo e archivio tecnico a volte è risultata così netta che i due fondi hanno   Copia dell’inventario è consultabile in ACS, Inventari degli archivi storici dei comuni italia-

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ni, b. 2.

Ibid., b. 45.   Ibid., b. 5. 27   Provincia di Modena, Guida dell’archivio … cit., p. 39. 28   L’archivio dell’amministrazione provinciale di Siena … cit., pp. 39-42. 29   L’archivio storico della Provincia di Bologna, … cit., pp.13-19. 25 26


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trovato collocazioni distinte, com’è successo ad Udine, dove buona parte della documentazione amministrativa prodotta dalla Provincia, fino al 1940, è stata depositata in Archivio di Stato, mentre l’archivio dell’Ufficio tecnico è stato trattenuto presso l’ente30. Analogamente all’ufficio tecnico, altri settori dell’amministrazione provinciale possono aver trattenuto presso di sé, senza farli confluire nell’archivio generale, la documentazione da essi prodotta: presso la provincia di Milano fin dal 1906 anche la Ragioneria, altro servizio che in molti enti pubblici risulta precocemente caratterizzato dalla tendenza a sganciarsi dall’archivio generale, conservava in proprio parte dell’archivio31. Una situazione analoga sembra riscontrarsi ad Ascoli Piceno, in cui, secondo la Guida generale, l’archivio dell’amministrazione provinciale risultava tripartito in atti degli uffici amministrativi, dell’Ufficio ragioneria e dell’Ufficio tecnico32. In sintesi, un approccio proficuo ad ogni ricognizione sugli archivi provinciali, sia essa effettuata ai fini della descrizione archivistica o per scopi di ricerca storica, dovrebbe evitare di dare per scontata l’esistenza di una sola serie di carteggio amministrativo generale, ordinata secondo un titolario, in cui trovasse posto, tranne alcune canoniche eccezioni, tutta la documentazione prodotta dall’ente. Di solito tali archivi presentano infatti una struttura assai più complessa, come quella assai ben delineata dalla responsabile dell’archivio storico provinciale di Modena: “vi sono innanzi tutto i verbali delle sedute e le deliberazioni degli organi che costituiscono l’apparato amministrativo dell’Ente; vi è il fondo (o dovremmo dire la serie?) che raccoglie gli “atti di amministrazione generale”; vi sono i contratti, con i loro repertori; vi è il complesso degli atti contabili; vi è poi tutta una serie di nuclei di documentazione, che sono sfuggiti all’organizzazione secondo il titolario. Si tratta per lo più dei cosiddetti “archivi degli uffici”, la cui struttura non è però sempre lineare e tale da testimoniare uno sviluppo secondo un indirizzo stabile”33.

La provincia del Friuli … cit., p. 31.   Come risulta dalle risposte al questionario conservato in ACS, Inventari degli archivi storici dei comuni italiani, b. 121. 32   Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, ufficio centrale per i Beni Archivistici, Guida generale … cit., I, p. 403. 33   Provincia di Modena, Guida dell’archivio … cit., pp. 20-21. 30 31


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Piuttosto che come fondi interamente preordinati sulla base di un titolario di classificazione, quelli provinciali sembrano quindi configurarsi come “archivi collettori”, intesi nel senso indicato da Valenti quando osservava che l’archivio “di un grosso Comune (…) pur risultando dall’attività di un singolo ente, è nondimeno archivio collettore di altri archivi risultanti dall’attività, amministrativamente autonoma, delle singole magistrature che ne costituivano la compagine burocratica”34. Valenti, a dire il vero, nel coniare quella definizione aveva piuttosto in mente gli archivi dei comuni preunitari; e tuttavia ci sembra che essa, alla luce di quanto sopra evidenziato, possa venire fruttuosamente estesa anche agli archivi contemporanei degli enti locali di maggiori dimensioni.

34  F. Valenti, Riflessioni sulla natura … cit., p. 105. Precedentemente, alle pp. 103-104, aveva introdotto il medesimo concetto rilevando che “anche gli archivi di un unico ente diverso dallo Stato, quando siano abbastanza grandi (p.e. quelli dei maggiori Comuni), pur non essendo archivi di concentrazione, sono tuttavia in pratica archivi collettori di nuclei archivistici formalmente autonomi relativi a singoli uffici o magistrature afferenti”.


Presentazione del volume di Filippo Valenti Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale tenutasi presso lâ&#x20AC;&#x2122;Archivio di Stato di Firenze il 16 ottobre 2000* (Estratto dalla ÂŤRassegna degli Archivi di StatoÂť, vol. LXI/1, 2, 3, Roma 2001)


*   Il volume (Roma 2000), curato da Daniela Grana, è apparso nelle collane Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Saggi 57. Nelle note che seguono per gli articoli di Valenti riproposti nel citato volume ci si è limitati a riportare il titolo e il numero di pagina, con l’anno della prima pubblicazione.


ROSALIA MANNO TOLU (Direttore dell’Archivio di Stato di Firenze)

I motivi che ci hanno indotti a proporre l’Archivio di Stato di Firenze quale sede della presentazione del volume Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, di Filippo Valenti, edito dall’Ufficio centrale per i beni archivistici e curato da Daniela Grana, sono molteplici. Ragioni legate alla forte considerazione, alla centralità, direi, che il magistero di Valenti incontra nell’esperienza contemporanea dell’Archivio di Stato di Firenze, ma anche motivi riconducibili alla volontà di riflettere sulla tradizione archivistica toscana, da Bonaini ai giorni nostri. Le prime sono testimoniate, tra l’altro, dalla partecipazione attiva di Valenti alla presentazione del volume Tra Toscana e Boemia. Le carte di Ferdinando III e di Leopoldo II nell’Archivio centrale di Stato di Praga, di Stefano Vitali e Carlo Vivoli (Roma, UCBA, 1999, Strumenti, CXXXVII), tenutasi in questa stessa sala il 2 marzo scorso1. E significativi riferimenti agli scritti e al pensiero del nostro autore erano emersi già nel 1994, negli interventi presentati al convegno su Gli strumenti della ricerca, i cui atti sono stati curati da Diana Toccafondi, per la collana dei Quaderni della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica2. D’altra parte, retrocedendo ancora di qualche anno, e rileggendo le «riflessioni di natura teorica scaturite dai lavori di preparazione del materiale documentario per il trasferimento dell’Archivio di Stato di Firenze dagli Uffizi alla nuova sede 1   Il testo dell’intervento tenuto da Filippo Valenti in quell’occasione è stato pubblicato come recensione al volume in «Bullettino senese di storia patria», CVI (1999), pp. 617-621. 2   Gli strumenti della ricerca, a cura di D. Toccafondi, Firenze, Edifir, 1997 (Archivio di Stato di Firenze, Scuola di archivistica paleografia e diplomatica, 6).


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Rosalia Manno Tolu

di piazza Beccaria»3, pubblicate nel 1987 sulla «Rassegna degli Archivi di Stato», troviamo che, nei poderosi lavori preparatori del trasferimento, gli archivisti impegnati in quell’impresa si rifacevano esplicitamente all’insegnamento di Valenti, perseguendo una preliminare conoscenza della «complessiva realtà dell’Archivio, considerato come un fenomeno “storicamente ed intrinsecamente condizionato”4 con un’identità propria non riconducibile alla semplice somma delle sue singole parti»5. Per quanto attiene alla tradizione archivistica nata in Toscana con la fondazione dell’Archivio centrale di Stato, nel 1852, e ai criteri con cui furono ordinati gli archivi a Firenze e negli altri Archivi di Stato istituiti nella regione, in altre parole al «metodo storico» tenacemente voluto e applicato da Bonaini e dai suoi illustri collaboratori, ci sembra fondamentale, per una comprensione critica di questo metodo e del suo sviluppo teorico-pratico – come si è manifestato da allora ad oggi in Europa – un confronto con le innovative considerazioni che Filippo Valenti è venuto facendo nei suoi scritti. E il riferimento all’Europa non è una concessione allo spirito dei tempi e non ha un valore retorico, perché anche solo scorrendo le pagine di questo volume vediamo che europea è la dimensione culturale in cui spazia il pensiero del nostro autore. Se queste sono state le motivazioni che ci hanno spinto a proporre l’Archivio di Stato di Firenze quale sede della presentazione odierna, devo dire che ad esse molte altre se ne aggiungono in relazione all’importanza della riedizione congiunta di scritti fondamentali per l’insegnamento dell’archivistica, della diplomatica e della storia delle istituzioni, nelle Scuole d’archivio e in ambito universitario. E ciò è tanto più vero se consideriamo le grandi trasformazioni in atto anche nell’universo degli archivi, quale portato dei cambiamenti epocali indotti dalle innovazioni tecnologiche nella formazione e nella trasmissione dei documenti e, più in generale, nella comunicazione e, quindi, nei processi di formazione e di conservazione della memoria contemporanea. Anche in riferimento agli interrogativi e ai problemi che da ciò derivano, gli scritti di Valenti si rivelano di grande attualità, come opportunamente sottolinea Angelo Spag  Dagli Uffizi a piazza Beccaria, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLVII (1987), p. 398.  F. Valenti, Parliamo ancora di archivistica (1975), p. 76. 5  P. Benigni - O. Campanile - I. Cotta - F. Klein - S. Vitali, Riflessioni sul censimento generale dei fondi dell’Archivio di Stato di Firenze, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLVII (1987), 2-3, p. 406. 3 4


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giari nella sua presentazione e come, credo, emergerà dagli interventi che seguiranno. Sono certa di interpretare un sentimento unanime, esprimendo a Daniela Grana il più vivo apprezzamento e anche una sincera gratitudine per il lavoro compiuto a vantaggio degli archivi, con la cura certamente impegnativa di questo volume. Gratitudine desidero esprimere anche a tutti i relatori, che hanno accolto l’invito di presentare oggi il cinquantasettesimo titolo dei Saggi delle Pubblicazioni degli Archivi di Stato; ad essi non voglio rubare altro tempo e passo quindi la parola ai relatori. CLAUDIO PAVONE Questo denso volume di Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale sollecita da parte mia una doppia lettura: una ispirata alla professione, l’altra all’amicizia. La prima ha per me, che da molti anni non lavoro più negli archivi, il valore di un ripasso e di un aggiornamento ad alto livello. Scopro così tante mie lacune nei tre campi disciplinari indicati nel titolo e, nello stesso tempo, sono sollecitato a ricordare i molti debiti che ho contratto con Valenti e che ho talmente assimilato da offuscare talvolta in me stesso il ricordo della loro provenienza. La seconda lettura è quella che mi fa ripercorrere il cammino lungo il quale è nata una profonda amicizia con un collega coetaneo, e sottolineo quest’ultimo dato. Da questo punto di vista il mio rapporto con Filippo è diverso da quello degli altri partecipanti a questa presentazione dei suoi scritti, tutti più giovani. Cercherò di stare in bilico tra queste due letture, ricche di reciproci rinvii, forse utili a sollecitare anche un confronto generazionale con i colleghi più freschi. Valenti archivista, senza dubbio: ma io preferirei dire «Valenti in Archivio». Queste parole mi sembrano più stimolanti perché richiamano l’attenzione sul modo in cui un uomo dalla complessa struttura come Valenti è stato in Archivio ed ha ragionato sugli archivi, sulla archivistica e sulle discipline sorelle, la diplomatica, appunto, e la storia delle istituzioni. Della personalità ricca


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e sfaccettata di Filippo vorrei allora ricordare almeno due tratti, a prima vista piuttosto lontani dal mestiere di archivista: l’intenso suo rapporto con la filosofia e quello altrettanto essenziale con la musica. Sono due campi coltivati con un impegno che va oltre le preferenze extraprofessionali che da dilettanti ed in varie direzioni tutti manifestiamo nella vita, perché divenute in lui parte integrante della sua personalità. Se dovessi collocare le posizioni di Valenti in una delle grandi correnti che caratterizzano la filosofia contemporanea indicherei quella della filosofia analitica e del neopositivismo logico. Chiedo scusa a Filippo se egli non vi si riconosce appieno. Ma è dalla confidenza con questo modo di filosofare che egli ha tratto, mi sembra, l’amore per le distinzioni precise e chiarificatrici che sole danno senso e rigore all’insieme del discorso. Di qui la sua schietta ripugnanza per le essenze metafisiche, e più che mai per quelle archivistiche. Qui sta la radice teoretica della sua diffidenza, espressa ad esempio con calma sicurezza in apertura del saggio sull’Archivistica di Brenneke, contro ogni «“filosofismo” fuori luogo», contro ogni «esasperata e un po’ peregrina preoccupazione di ricercar essenze e di formular definizioni», contro la preoccupazione «di assicurare a tutti i costi all’archivistica una propria autonomia di fronte ad altre discipline, e alla storiografia in particolare, pur restando fedeli ad una concezione della medesima nella quale, se rigidamente intesa, per una simile autonomia non c’è e non può esserci posto»6. Nella pagina successiva Valenti non esita a parlare di «funambolismi»; e poi rincara la dose criticando chi fa «dell’entità “archivio” una sorta di categoria dello spirito»7. La conclusione, suffragata da precedenti osservazioni di Sandri e di Moscati, è che «l’approfondimento del concetto di “archivio”, pur avendo avuto punte assai vivaci, si è esaurito ben presto nella sua fondamentale vanità, ripiegandosi su sé medesimo e ben poco aggiungendo a quanto già acquisito e fin troppo dogmaticamente consacrato»8. Del linguaggio musicale Valenti ama tra l’altro il rigore formale, dai fiamminghi a Schoenberg. È stato sempre orgoglioso di avere nel suo archivio modenese il testo di Orlando di Lasso, Hercules dux Ferrariae. Acquistò un casel F. Valenti, A proposito della traduzione dell’«Archivistica» di Adolf Brenneke (1969).   Id., Parliamo ancora di archivistica (1975), p. 65. 8   lbid., p. 69.

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lo ferroviario dismesso e lo trasformò, suonando egli stesso ed ascoltando, in un suo privato tempio della musica. Valenti è stato allievo, come molti altri della sua generazione, me compreso seppure più da lontano, del gentiliano più che crociano Giorgio Cencetti, il quale sembrava talvolta andare quasi alla ricerca dell’atto puro archivistico. Si deve alla formazione filosofica cui ho accennato se Filippo ha interpretato in modo originale il metodo storico e la connessa dottrina della conversione della archivistica speciale in storia delle istituzioni. Non sembri un paradosso affermare che anche per queste sue componenti culturali Valenti è il maggior teorico di archivistica della sua generazione. In lui il bisogno di chiarificazione e sistemazioni teoriche nasce dall’amore per gli archivi come cose concrete, empiricamente constatabili, con le quali ci si misura giorno per giorno. C’era un sofista che diceva: «oh Socrate! Io vedo il cavallo ma non la cavallinità!». Filippo ha visto innanzitutto i cavalli, vari e variopinti, talvolta riottosi, che si aggirano negli Archivi in cerca dell’eterno riposo, e si è posto il problema del se e del come da quelli si possa risalire a qualche sorta di cavallinità. Lo stile di Valenti, sorvegliatissimo, ricco di subordinate in un’epoca in cui le coordinate sembrano avere il sopravvento, analitico e chiaro, mai gergale, quasi aulico, riflette bene questo suo modo di essere e di pensare. Valenti rifugge da precettistiche spicciole. Egli va in cerca di una fenomenologia archivistica comparata, di tipologie, di una euristica delle fonti documentarie. Si misura in tono rispettoso con teorici quali Brenneke, del quale accoglie il termine «tettonica» come diverso da «struttura», ma critica il «principio di provenienza liberamente applicato». Valenti compie una analisi attenta e piena di riconoscimenti del Manuel francese, ma nello stesso tempo mette in chiaro le contraddizioni che vi sono fra il respect des fonds (logica storicistica) e i cadres de classement (logica classificatoria). Dall’opera di Valenti si può trarre un ricco e ragionato elenco dei massimi problemi archivistici. Ne nomino alcuni alla rinfusa, rinviando per un discorso più preciso e completo agli altri partecipanti a questa presentazione. Penso innanzitutto al rapporto tra la provenienza ed il contenuto specifico o, in termini che implicano già un notevole grado di astrazione, la materia del singolo documento, della serie, del fondo. Certo, contenuto e materia discendono molto dalla provenienza, ma non in modo lineare e totale. È un problema strettamente congiunto all’altro della non sicura corrisponden-


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za tra la funzione esercitata dall’organo produttore e la fisionomia istituzionale di questo nell’ambito dell’ordinamento in cui è inserito. Ed è un problema che rinvia ancora all’altro delle non automatiche coincidenze fra le periodizzazioni storiche generali, le periodizzazioni istituzionali, le periodizzazioni strettamente archivistiche. Questi nessi, contiguità, sovrapposizioni nell’opera di Valenti non sono risolti dogmaticamente ma criticamente problematizzati. Si dica altrettanto del «mito» dell’«ordinamento originario», quando la sua restaurazione viene posta come obiettivo principe del lavoro di riordinamento. Esiste davvero quel momento aurorale, limpido e felice? Esso, si chiede Valenti, costituisce la regola o l’eccezione? La storiografia moderna ha sottoposto a serrata critica il canone, o «idolo» (come lo chiamava Marc Bloch), della ricerca delle origini, preferendo sostituirvi i più duttili criteri di genesi, eredità, lasciti, percorsi di lunga durata, eccetera. Ritengo auspicabile che anche in archivistica si cominci a ragionare con questi scrupoli critici. Credo che ognuno di noi si troverebbe in gravi difficoltà se dovesse definire quale sia l’«ordinamento originario» dell’archivio che durante la propria vita egli va costruendo. La domanda, certo meno drasticamente, può porsi altresì per gli archivi delle istituzioni. Valenti ha al riguardo una osservazione che dovrebbe far riflettere: «anche il disordine, non dimentichiamolo, non è mai soltanto ed esclusivamente disordine»9. È singolare l’assonanza di queste parole con il principio, oggi generalmente professato dagli storici, che tutto è fonte, anche gli errori, anche i falsi. La distinzione tra archivio-sedimento e archivio-thesaurus mi sembra possa a sua volta essere ricondotta a questo ordine di problemi, che è poi quello della distinzione dell’uso degli archivi da parte dei loro produttori e dell’uso invece da parte di chi, professionista o no della storiografia, è mosso da diversi interessi. Mi si consenta infine di concludere tornando al nodo tra il legame della professione e quello della amicizia che mi uniscono a Filippo. Il primo rapporto di lavoro che ebbi con lui fu quello relativo agli archivi dei Governi provvisori e straordinari che ressero l’Italia tra il 1859 e il 1861, svolto in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Valenti redasse le parti relative a Modena e alle «Regie Provincie dell’Emilia»10. Cominciò allora tra noi la confidenza   lbid., p. 75.  F. Valenti, Gli archivi dei governi provvisori modenesi, 1859 (1961), pp. 417-465 e Gli archivi del governo delle Province dell’Emilia, 1859-1860, (1961), pp. 467-509. 9

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archivistica ed extra archivistica. Dopo, egli è stato uno dei pochi che, al centro come alla periferia, hanno fin dal primo momento «creduto» nella Guida generale. Le discussioni con lui furono di grandissima utilità, a Piero D’Angiolini e a me, nella impostazione dell’opera e nel superamento delle difficoltà che venivano via via presentandosi nello svolgimento del lavoro. Valenti ha anche collaborato nella revisione di alcune voci ed ha scritto quella di Modena, rifondendovi tutta la sapienza accumulata nel lavoro giornaliero e negli scritti sulle carte di quell’Archivio, qui ripubblicati. Nella raccolta, come è ovvio, la voce «Modena» non figura; ma per tratteggiare a pieno tondo la figura di Valenti archivista non è possibile prescinderne. SILIO P.P. SCALFATI (Università degli studi di Pisa) Poco fa l’amico e collega Claudio Pavone ha giustamente osservato che nella giornata odierna noi ci troviamo qui riuniti per parlare non tanto di Filippo Valenti archivista bensì di Filippo Valenti «in archivio», per esprimere cioè la nostra stima e il nostro affetto ad uno studioso di alto livello al quale dobbiamo molti importanti studi nel campo delle scienze del documento. D’altronde, nella introduzione al suo ben noto manuale di archivistica come euristica delle fonti documentarie, lo stesso illustre festeggiato, occupandosi del problema delle cosiddette discipline ausiliarie o sussidiarie della storia e dei rapporti fra archivistica e diplomatica (su cui sono intervenuti anche altri studiosi, p. es. Alessandro Pratesi), scriveva che Theodor von Sickel, «un grande diplomatista e quindi un assiduo frequentatore di archivi» fu tra i primi a precisare che per historische Hilfsdisziplinen (o Hilfswissenschaften) si intendono quelle «specializzate nella conoscenza formale e nella critica testuale delle fonti della storia in senso proprio». E a questo proposito mi paiono di grande interesse le dichiarazioni di Valenti contenute nella lettera citata da Diana Toccafondi. A me esse ricordano le parole di un compianto filologo romanzo che mi fu maestro ed amico, Silvio Pellegrini, il quale osservava che «mutila e vuota è una filologia che non sia in funzione dell’intendimento storico» e poco dopo: «in questo presente spezzettarsi delle grandi discipline in minori segmenti è bene che rimanga qualcuno ad attestare l’unità dell’occidente europeo nel medioevo e dopo, che rimanga qualcuno a proclamare che se l’esigenza dei tempi moderni è la specializzazione, si


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è tuttavia tanto migliori specialisti quanto più si è in grado di guardare fuori della siepe del proprio orto»11. Non vi è dubbio al riguardo che Filippo Valenti ha voluto e saputo sempre andare al di là delle certezze e dei dogmi, delle «verità» e dei limiti statuari e disciplinari, per affrontare i tanti e complessi problemi delle fonti storiche con la sensibilità, la padronanza degli strumenti e il coraggio di un esploratore insofferente della routine e dei luoghi comuni. Molto spesso, diceva Luigi Schiaparelli, è impossibile «dire con sicurezza dove debba arrestarsi il diplomatista e principiare il lavoro dello storico o viceversa»12. L’esempio più cospicuo ed evidente che possiamo citare in proposito, per limitarci ai contributi di diplomatica accolti nel recente volume pubblicato dall’Ufficio centrale per i beni archivistici, è rappresentato da uno studio su alcuni documenti falsi che finora dagli studiosi erano stati considerati genuini; ne parleremo fra poco. Ma già prima di questo importante saggio il Valenti si era occupato di diplomatica, a partire da un manuale che ha rappresentato fra l’altro la prosecuzione di una illustre tradizione inaugurata da Cesare Paoli sul finire dell’Ottocento, ripresa poi da Giovanni Vittani, da Armando Lodolini e in seguito da altri benemeriti archivisti ai quali dobbiamo utili testi di questa disciplina destinati alle Scuole di archivistica e agli studenti universitari. Un valido esempio di questo ultimo tipo di manuali è quello che il decano dei diplomatisti italiani, Alessandro Pratesi, pubblicò «per uso degli allievi del corso di Paleografia e Diplomatica dell’Università di Bari» nello stesso anno (1961) in cui uscì a Modena il volumetto dedicato al documento medioevale da Valenti, il quale nella Avvertenza (purtroppo eliminata nella raccolta dei suoi scritti) si richiama bensì alla fondamentale opera del Paoli, ma non manca tuttavia di osservare che dopo quasi un secolo l’intera disciplina avrebbe bisogno «di una buona revisione o quanto meno di un radicale processo di articolazione e di approfondimento in chiave storicistica». A distanza di quarant’anni dalla pubblicazione dei due manualetti, che adottano sostanzialmente la medesima impostazione ed esposizione della materia, questa osservazione conserva ancora tutta la sua attualità, anche per il fatto che nel frattempo il panorama dei nostri testi di carattere didattico è rimasto sostanzialmente immutato.  S. Pellegrini, Ringraziamento e congedo, Padova, Liviana, 1972, pp. 7 e 10-11.  L. Schiaparelli, Diplomatica e storia, in «Annuario del R. Istituto di studi superiori, pratici e di perfezionamento», Firenze 1906, p. 29. 11 12


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Così, mentre il Paoli non si occupava delle norme di edizione dei documenti né della storia della diplomatica (argomenti sui quali, con riferimento all’Italia, non avrebbe avuto peraltro granché da dire, in epoca pre-Schiaparelli), il Vittani apriva la sua trattazione con un capitolo dedicato agli studiosi e alle opere di maggiore rilievo nel campo della scienza del documento e la concludeva con alcune note di «metodologia della lettura e trascrizione». Il Valenti tratta invece di questi temi in due rapide appendici, lasciando dunque immutata la struttura dell’opera del Paoli e seguendo al tempo stesso l’esempio del Vittani, che nel suo corso svolto nel 1914 dedicava uno spazio relativamente ampio alla storia della disciplina e alle norme di edizione. Che d’altronde i testi di Paoli e di Vittani non rappresentino soltanto due autorevoli classici in materia è provato dal fatto che il primo, dopo essere stato riedito nel 1942 con note di aggiornamento e tavole di facsimili a cura di Giacomo C. Bascapè, è stato poi ristampato fino ai giorni nostri ed è tuttora adottato come testo base in diversi atenei italiani; mentre degli Appunti delle lezioni del prof. G. Vittani esiste una ristampa anastatica del 1972. Ai criteri di edizione e a cenni di storia della diplomatica dedica infine due capitoli specifici il manualetto del Pratesi, che non soltanto nel titolo ma nell’impostazione di alcune parti (p. es. sul documento privato) mette bene in risalto l’aspetto della «genesi» e dello sviluppo oltre a quello delle «forme» del documento medioevale, quasi rispondendo in tal modo alla richiesta «approfondimento in chiave storicistica» che esprimeva il Valenti nella premessa del suo volume. A proposito del quale si deve infine osservare trattandosi di un testo scritto per gli allievi delle Scuole di archivio alla fine degli anni Cinquanta e che in un centinaio di pagine riesce a condensare con apprezzabile chiarezza espositiva le principali nozioni di diplomatica generale, sarebbe eccessivo pretendere la trattazione di questioni e problemi che la scienza del documento nei Paesi di cultura tedesca sapeva affrontare da oltre un secolo con rigore metodologico e capacità analitiche esemplari. Possiamo ora dedicare la nostra attenzione all’ampio saggio storico-diplomatistico (più di un centinaio di pagine) con cui il libro si conclude, quello al quale alludevo all’inizio di queste note, cioè allo studio sui più antichi documenti del monastero modenese di S. Pietro. Esso fu pubblicato nel 1985 dalla Deputazione di storia patria per le antiche province modenesi nella collana dedicata al millenario di questo ente religioso. Nella nuova edizione – destinata ad una più vasta cerchia di lettori – una delle due «divagazioni di storia urbani-


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stica» in cui si esaminano in dettaglio vari e intricati problemi di topografia cittadina, è stata coraggiosamente soppressa, consentendoci così di poter meglio apprezzare il metodo e seguire senza intralci il percorso piuttosto complesso nell’esame delle fonti scritte utilizzate. All’origine di questo lavoro stanno due conferenze dedicate dall’autore al monastero di S. Pietro e alla sua documentazione più antica, sulla cui genuinità egli nutriva forti sospetti fin dall’epoca in cui il suo «indimenticabile Maestro», Giorgio Cencetti, lo aveva incaricato di seguire la redazione della tesi di laurea di una sua allieva, dedicata appunto all’edizione delle pergamene del fondo monastico custodito nell’Archivio di Stato di Modena, di cui in quegli anni Valenti era direttore. Pur trattandosi di documenti di capitale importanza per la storia cittadina, ben noti e molto spesso citati dagli studiosi, non ne esisteva ancora una edizione critica ma soltanto semplici trascrizioni a stampa. Nella breve premessa Valenti dichiara che col suo studio intende mostrare che la diplomatica è «una metodologia intesa alla corretta lettura e interpretazione» delle fonti documentarie, «in poche parole, dunque, un modo particolare essa stessa di fare della storia». I documenti su cui si fonda la ricerca, una dozzina in tutto, tra la fine del sec. X e la metà del sec. XI, sono perlopiù privilegi con cui i vescovi di Modena concedono o confermano proprietà fondiarie e diritti di varia natura al cenobio dedicato a S. Pietro. Una delle principali ragioni della loro importanza sta nel fatto che si tratta delle uniche fonti scritte relative alle origini e ai primi passi del più antico monastero cittadino. Utilizzati da tutti gli storici fin dai primi del Seicento e poi nei secoli successivi fino ai giorni nostri, questi diplomi rappresentano fra l’altro i più antichi testimoni dell’esistenza e dell’attività di una cancelleria vescovile in Modena. Nel presentarli e poi nel condurre un accurato esame critico dei singoli pezzi, il Valenti svolge una vera e propria lezione di diplomatica speciale o territoriale, dopo avere affrontato alcuni problemi preliminari ed aver criticato le edizioni disponibili, antiche e moderne, per via della «scarsa o nulla differenza che esse fanno tra originali (o sedicenti tali) e copie», pur in presenza di copie semplici redatte ben due o tre secoli dopo gli originali. Che la questione della tradizione sia in effetti di capitale importanza ai fini dell’accertamento della genuinità o falsità dei documenti in questione, è provato dall’analisi delle copie autentiche pervenuteci, a proposito delle quali lo studioso ha cura di osservare preliminarmente che nel medioevo si faceva ricorso non di rado all’opera di notai «per dar vita ed effetto giuridico a documen-


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ti mai esistiti o esistiti con contenuti parzialmente diversi». Grave è purtroppo che non soltanto gli eruditi dei secoli scorsi ma anche medievisti del pieno sec. XX siano incautamente caduti nei «veri e propri tranelli» tesi dagli abili falsari, osserva il Valenti nel fare «da diplomatista un discorso soprattutto di forme», che comunque finisce ovviamente per investire la fides e il contenuto stesso dei documenti. L’ampio e minuzioso studio critico degli originali e delle copie, della loro tipologia e cronologia, della scrittura, formulario, sottoscrizioni e quant’altro, si conclude con l’accertamento dei modi, tempi, luoghi e ragioni dell’opera dei falsari. Nell’epilogo l’autore dichiara di rammaricarsi per essere stato «più un distruttore che un costruttore», ma in realtà l’avvincente esame delle diverse fonti disponibili (sono infatti prese in considerazione anche quelle narrative, cronistiche e agiografiche) ha il merito indiscutibile non soltanto di distruggere «l’armamentario di leggende e ipotesi contraddittorie» relative alle origini e alla storia più antica del monastero di S. Pietro, ma anche – e direi soprattutto – di offrirci una lezione di metodo in un campo in cui non di rado gli studiosi continuano a dar credito «nel modo più acritico» a quella storiografia che il Valenti definisce agiografica «nel senso analogico e non soltanto specialistico del termine», la cui fortuna non si concluse col secolo dei lumi e del trionfo della ragione ma prosegue ininterrotta fino ai giorni nostri, pur se in vesti rinnovate e su posizioni di retroguardia. ANGELO SPAGGIARI (Archivio di Stato di Modena) Prima di leggere le mie considerazioni in merito al volume che stiamo presentando, mi sia consentito di ringraziare la collega Rosalia Manno che ha voluto invitarmi a partecipare a questa presentazione che, a mio modo di vedere, ha per l’archivistica italiana il significato di un grande evento, tra l’altro reso solenne dalla presenza del Direttore generale per i beni archivistici, prof. Salvatore Italia. Il volume curato da Daniela Grana, edito dall’Ufficio centrale per i beni archivistici, per il fatto stesso di raccogliere gli scritti archivistici e diplomatistici di Filippo Valenti rappresenta certo un atto di fiducia nell’archivistica e, più in generale, nella figura dell’archivista. E ciò in un momento particolarmente difficile per la disciplina, per la professione e per lo stesso bene culturale archivistico.


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Siamo tutti «addetti ai lavori» e pertanto non starò a dilungarmi su questo argomento, che deve necessariamente tenere conto dell’impatto dell’informatica sul nostro già impoverito orticello. Mi basterà riferire una frase di Isabella Zanni Rosiello: «non so quanti studiosi di storia, che affermano in dibattiti, in convegni, in incontri, in riviste specializzate e sulla stampa quotidiana (…) di voler salvare la memoria storica dell’immediato passato, si sono chiesti che cosa accadrà, o sta già accadendo, a un tipo particolare di memoria, quella archivistica»13. Ebbene in questo momento critico per la «memoria archivistica» giunge a proposito – nell’interesse della difesa della nostra identità di archivisti – questo libro, che ripropone, in primo luogo, l’opera archivistica di Filippo Valenti. L’opera archivistica del Valenti, «cui molte generazioni di archivisti devono la loro formazione» per dirla con Daniela Grana, è infatti un’opera di base per l’archivistica italiana, nel senso che ha contribuito a rinforzare, con vigore scientifico e con logica stringente, il «fondamento teorico» della nostra disciplina. Al pensiero archivistico di Valenti hanno fatto ricorso, in effetti, quasi tutti gli autori che si sono occupati di problemi archivistici in quest’ultimo quarto di secolo e – vale la pena di notare – non per fare sfoggio di una qualche dotta citazione in più, ma per superare i numerosi «sesti gradi» che si incontrano in ogni lavoro di teoria archivistica. Si cita Valenti, insomma, non perché sia di moda citare Valenti, ma perché è invitabile e per certi versi indispensabile citare Valenti, proprio perché il lavoro archivistico di questi ultimi anni ha dovuto percorrere il sentiero da Valenti indicato14. Ed io penso, o mi auguro, che anche l’archivistica odierna e quella del futuro (futuro che è già incominciato e che deve tener conto dell’informatica e 13  I. Zanni Rosiello, La tutela e il policentrismo della conservazione, in Conferenza nazionale degli archivi, Roma, Archivio centrale dello Stato, 1-3 luglio 1998, Roma, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1999 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 50), p. 63. 14   Per non parlare dei numerosi riferimenti a Valenti da parte della nuova – ci sia consentita l’espressione – «scuola archivistica toscana» (Antoniella, Toccafondi, Vitali, Vivoli, ecc.); si menziona, tanto per fare un esempio, un recente articolo – di argomento molto tecnico e quindi a prima vista lontano dalle tematiche trattate dal Valenti – che, nondimeno, a quel pensiero fa esplicito richiamo, L. Giuva, Gli strumenti archivistici per la gestione dei documenti: la registrazione di protocollo, la classificazione, i piani di conservazione, in «Rassegna degli Archivi di Stato», LIX (1999), pp. 128-139.


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delle tecnologie ad essa collegate) seguiteranno a citarlo, se vorranno mantenere una linea di continuità nel divenire della nostra disciplina. Non è mio compito sviluppare questo tema, quanto piuttosto illustrare il terzo capitolo del volume, che va sotto il titolo di Inventari, storia delle istituzioni, edizione di fonti. Siamo di fronte, come si può vedere, a lavori di argomento prevalentemente modenese ed estense (e ciò giustifica la mia presenza), lavori nondimeno collegabili all’archivistica teorica di cui ho finora parlato. Fra questi lavori – come ci fa giustamente osservare la curatrice – non è stata inserita la voce Archivio di Stato di Modena della Guida generale degli Archivi di Stato per ragioni di economia editoriale, il che non toglie che tale voce rappresenti comunque l’applicazione (se non addirittura la verifica) di alcuni concetti teorici fondamentali elaborati dal nostro autore. La scelta (obbligata) di omissione della voce Archivio di Stato di Modena ha quasi automaticamente provocato l’esclusione di un altro importante lavoro di Valenti e cioè la guida generale dell’Archivio storico comunale di Modena, del 198815. Certamente non avrebbe avuto senso pubblicare la guida dell’Archivio storico comunale senza offrire – in sinossi – la ristampa della guida dell’Archivio di Stato. D’altro canto la curatrice ha ben precisato che qui «non si tratta (…) dell’opera omnia di Filippo Valenti», ma bensì di una raccolta «volta a testimoniare della professionalità a tutto tondo di un archivista che (fra l’altro) non ha disdegnato di cimentarsi con il quotidiano mestiere di riordinare e descrivere complessi archivistici di diversa specie». Così, il lettore del capitolo III si troverà di fronte la descrizione dell’archivio privato Albergati conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, e subito dopo, il celebre Profilo storico dell’Archivio segreto estense che funge anche da introduzione all’inventario della «sezione» Casa e Stato dell’Archivio segreto estense, dallo stesso Valenti curato16. 15  F. Valenti, Comune di Modena. Archivio storico comunale, in Archivi storici in Emilia Romagna. Guida generale degli archivi storici comunali, a cura di G. Rabotti, Bologna, Analisi, 1991, pp. 437-448. 16   Archivio di Stato di Modena, Archivio segreto estense, Sezione «Casa e Stato». Inventario, Roma 1953 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato, XIII).


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Il Profilo segue di circa novant’anni i Cenni storici intorno l’Archivio secreto estense del Campi17, e mostra sia il cammino fatto dalla nascente archivistica italiana nella illustrazione dei grandi archivi dell’antico regime sia le prime intuizioni di Valenti in merito alla struttura dei complessi documentari. È qui solo il caso di riportare una riflessione anticipatrice di tante considerazioni archivistiche degli anni successivi. Dice dunque il Valenti a proposito della «struttura originaria» dell’Archivio segreto estense: «per l’archivio di una corte principesca, questa struttura originaria è già di per sé qualcosa di meno logico, meno spontaneo e meno significativo di quello alla cui conservazione tanto tengono le moderne concezioni archivistiche [l’inventario è degli anni Cinquanta n.d.r.] quando si riferiscono all’archivio di una particolare magistratura»18. Dopo il Profilo storico, la curatrice ha poi felicemente proposto quelli che essa stessa ha definito «oramai classici saggi di storia delle istituzioni estensi» e cioè le Note storiche sulla Cancelleria degli estensi a Ferrara e I consigli di governo presso gli Estensi dalle origini alla devoluzione di Ferrara. Ai due noti articoli vorremmo accostare altri saggi contenuti in questo terzo capitolo e cioè l’introduzione ad una edizione di fonti, fatta per l’«Archivio storico italiano» nel 1966, Il carteggio di padre Girolamo Papino informatore estense dal Concilio di Trento durante il periodo bolognese, nonché le introduzioni a tre inventari, intitolate, rispettivamente, Gli archivi dei governi provvisori modenesi (1859), Gli archivi del governo delle Provincie dell’Emilia (1859-1860) e Il fondo pomposiano nell’Archivio di Stato di Modena. L’insieme di questi saggi, la cui alta qualità è provata dall’abbondanza delle citazioni nei lavori storiografici successivi19, ci induce ad alcune considerazioni sul rapporto tra archivistica e storia. Intendiamoci, qui non vogliamo parlare di quel rapporto nella sua interezza, visto che allo stesso ha dedicato pro17  G. Campi, Cenni storici intorno l’Archivio secreto estense, ora diplomatico, in «Atti e memorie delle RR. Deputazioni di storia patria per le Provincie modenesi e parmensi», II (1864), pp. 335-362. 18  F. Valenti, Profilo storico dell’Archivio segreto estense (1953), p. 378. 19   Non è certamente possibile menzionare i numerosissimi lavori storiografici nei quali sono citati questi classici saggi del Valenti. Qui ci limiteremo a citare – anche per segnalarne l’attualità – il recente lavoro di A. Prosperi, Girolamo Papino e Bernardino Ochino: documenti per la biografia di un inquisitore, in L’aquila bianca. Studi di storia estense per Luciano Chiappini, a cura di A. Samaritani e R. Varese, Ferrara, Corbo, 2000, pp. 287-306.


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fonde e documentate pagine Isabella Zanni Rosiello20, ma vorremmo ribadire quel concetto che la citata autrice dà per scontato, e cioè che «l’archivista nello svolgere il proprio mestiere sia anche e soprattutto storico». Questi lavori del Valenti sono infatti esempi della storiografia propria dell’archivista: una storiografia, per tanti versi, simile a quella dello storico delle istituzioni, ma per tanti altri aspetti diversa e comunque inevitabile per l’archivista stesso. L’archivista, in sostanza, quando si accinge a riordinare e a descrivere archivi non può esimersi dal fare storia istituzionale, né può demandare ad altri questo compito. Deve, inevitabilmente, produrre la sua storia istituzionale, perché è attraverso la sua interpretazione dei fatti (e più ancora degli istituti) che passerà gran parte della sua interpretazione dell’archivio. Ciò è quanto si ricava dalla lezione storico-istituzionale del Valenti; lezione confluita del resto nella grande impresa della Guida generale21 alla quale egli contribuirà, oltre che con la voce Archivio di Stato di Modena – di cui sopra detto – anche con preziosi interventi nelle discussioni relative alla sua redazione. In conclusione, dopo aver rinviato all’indice per quanto riguarda i restanti lavori compresi nella terza sezione, dei quali, per ragioni di tempo, non ho potuto parlare, tengo a sottolineare che la parte del volume che a prima vista può apparire una rassegna di argomenti spiccatamente modenesi o estensi, e quindi di interesse unicamente locale, si rivela in effetti come una campionatura di lavori che – illustrando dal punto di vista dell’archivista complesse vicende istituzionali – possono essere considerati momenti preparatori per il pensiero archivistico del Valenti, espresso nei vigorosi saggi del primo capitolo di questo libro, e destinati a restare un punto fermo dell’ormai lungo cammino dell’archivistica italiana.

20   Se ne veda un’ampia rassegna nell’apposita sezione del volume L’archivista sul confine. Scritti di Isabella Zanni Rosiello, a cura di C. Binchi e di T. Di Zio, Roma, Ufficio centrale per i beni archivistici, 2000 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Saggi, 60). 21  Sulla Guida generale, opera al tempo stesso archivistica e storico-istituzionale, si veda C. Pavone, La Guida generale degli Archivi di Stato, riflessioni su un’esperienza, in «Le carte e la storia», I (I995), 1, pp. 10-12.


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Diana Toccafondi (Archivio di Stato di Prato) Si realizza oggi un desiderio, o meglio un concorso di desideri. Come è già stato sottolineato, il significato di questa manifestazione va senza dubbio molto al di là dell’occasione che ne è all’origine: la presentazione di un volume peraltro molto atteso e di cui si avvertiva fortemente – e non da ora – la mancanza. Questa presentazione è in realtà l’occasione che ci consente una restituzione dovuta, il pagamento di un debito, che soprattutto ci consente di esprimere – ognuno a suo modo e alla luce della sua personale esperienza – qualcosa che ha profondamente a che fare, direi, con l’azione del «riconoscere», in tutte le sue accezioni. Prima di tutto, nell’accezione che indica il ri-trovare, dopo molti anni, una persona conosciuta che sembrava scomparsa; secondariamente, in quella di «distinguere, identificare nei suoi tratti caratterizzanti» e quindi ri-conoscere ciò che questa persona ci ha trasmesso; infine, in quella di «ammettere, confessare pubblicamente», di avere nei suoi confronti un debito di gratitudine, di ri-conoscenza, appunto. Credo che questo compito spetti soprattutto a noi, che qui rappresentiamo la generazione degli «ex-giovani». Noi che, sicuramente, in questa sede più che il ruolo di presentatori (per il quale, almeno personalmente, mi sento sicuramente lusingata ma anche inadeguata) credo dobbiamo assolvere a quello di testimoni, testimoni in questo caso di una continuità, così come alcuni dei relatori precedenti – con ben altro titolo ed esperienza – erano invece testimoni di una contiguità (e, per certi versi, anche di una complementarietà) non solo e non tanto generazionale, ma di temi, sensibilità e metodi. Quando, nell’aprile del 1998, ho avuto la ventura e la fortuna di iniziare un carteggio con Filippo Valenti (l’occasione fu quella di inviargli due volumi della collana della nostra Scuola di Archivistica, nella convinzione che nessuno fosse miglior destinatario di lui, dal momento che in molti dei saggi ivi contenuti agiva in modo profondo la lezione dei suoi scritti, e mi sembrava doveroso quanto meno farglielo sapere), espressi il desiderio di vedere raccolti i suoi scritti in un volume, senza sapere che già, per le sollecitazioni di molti e grazie soprattutto all’impegno generoso e intelligente di Daniela Grana, il volume era in via di realizzazione. È un fatto innegabile, e ampiamente condiviso, che quegli scritti, soprattutto quelli di archivistica teorica e di didattica, hanno costituito, per la gene-


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razione cui appartengo e non solo per quella, un riferimento essenziale e una sostanziale occasione di maturazione, sono stati fecondi di sviluppi anche imprevisti nel dibattito successivo fino a quello recente e continuano a rappresentare una lettura irrinunciabile nell’attività professionale, così come nella didattica (parlo a ragion veduta, proprio alla luce delle mie esperienze anche in questo campo). E questo volume ne è una conferma, un volume voluto in prima istanza non tanto dal suo autore, che dal suo lungo ritiro extra moenia con un po’ di stupore e solo abbastanza recentemente, se non sbaglio, ha «scoperto» di avere un così vasto seguito, ma soprattutto dai tanti che ne hanno apprezzato e sviluppato la lezione. In molti casi, come nel mio, l’incontro con i saggi cui sopra facevo riferimento non è avvenuto tanto negli anni formativi (quelli della Scuola d’Archivio, per intendersi) ma, almeno in gran parte, poco dopo l’ingresso in Archivio. Ed è stato un incontro che ha lasciato subito un segno profondo, condizionando gli indirizzi successivi e, in primo luogo, producendo la benefica e liberatoria sensazione di un’apertura, di una possibilità di approfondimento teorico di cui francamente sentivo la mancanza, a fronte di un’archivistica chiusa, adagiata su se stessa e senza più prospettive, se non quella di ripetere all’infinito il refrain di un metodo storico acriticamente inteso e proposto come la fine di ogni possibile ulteriore problematizzazione. Oggi posso dire che non avrei vissuto la professione con la passione che mi ha sempre accompagnato se allora non avessi trovato, nelle riflessioni di Valenti così come in quelle di Claudio Pavone e di Isabella Zanni Rosiello, questo stimolo a congiungere la sensibilità storica e l’intelligenza critica alla capacità di osservazione per fare del «documento-archivio» un oggetto di interesse, un medium interpretativo, e non solo uno strumento di ricerca. Strano destino quello della generazione cui appartengo, nata professionalmente tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta: una generazione che non ha vissuto, nemmeno indirettamente, il travaglio della Guida generale, e che – almeno inizialmente – non è sembrata neppure interessata a raccoglierne il testimone (da qui lo iato che si crea in quegli anni, e che forse provoca quella scarsa utilizzazione della Guida da parte degli stessi archivisti, osservata e lamentata sia da Pavone che da Valenti). Una generazione incerta e combattuta nelle scelte e nella coscienza professionale (sono gli anni della ridefinizione della figura professionale all’interno del nuovo Ministero per i beni cultura-


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li, ma anche gli anni della crisi della storia delle istituzioni, nonché quelli della crisi occupazionale…). Una generazione almeno inizialmente non eroica (che, a Firenze per esempio, non ha conosciuto l’Archivio dei tempi romantici e cenobitici «alla maniera antica» e neppure ha vissuto eventi epocali come l’alluvione del ’66) che sembra quindi non aver nulla da raccontare, che pensa di dover ricominciare da capo, ognuno nella solitudine della propria particolare ricerca. Eppure – parlo sempre dal punto di vista archivistico – anche una generazione insofferente alle ripetizioni scolastiche o alle vuote elucubrazioni, allevata ad una scuola – come è sempre stata quella fiorentina – impregnata di forte realismo e senso critico. È un terreno in cui per fortuna certi semi mettono radici e fruttificano facilmente. Prova ne sia lo stile non dogmatico che caratterizza in quei primi anni Ottanta (così come, d’altro canto, ancor oggi) la Scuola di archivistica dell’Archivio fiorentino, che è sempre stata un’importante cinghia di trasmissione. Una Scuola dove allora insegnavano Vittorio Biotti, Carlo Vivoli, Paola Benigni, Augusto Antoniella. Dai testi a corredo delle lezioni di archivistica, così come dai saggi storico-archivistici editi da questi colleghi in quegli anni emerge chiaramente come la lezione di Valenti – soprattutto per quanto riguarda la critica ad una certa interpretazione del metodo storico o della teoria cencettiana del rispecchiamento tra archivio ed ente produttore – venga ampiamente e proficuamente meditata. L’anno di preparazione al trasferimento (1988) costituirà infine l’occasione per affrontare il problema degli archivi e della loro sedimentazione storica, per interrogarsi sulla natura e struttura dei fondi, la loro articolazione interna, il rapporto tra i singoli fondi e le concentrazioni archivistiche e riproporsi il problema dell’ordinamento generale, scontrandosi una volta di più con le aporie del metodo bonainiano. Il confronto con la Guida e con le discussioni a corredo, in primo luogo gli articoli di Valenti e Pavone, apparirà subito inevitabile. Perdonatemi la digressione che, mi rendo conto, da generale è finita per diventare eccessivamente «fiorentinocentrica». Ma mi premeva giustificare storicamente, e non solo sul piano personale, il perché di un richiamo, di una sintonia che in qualche misura rende ragione e fa da sfondo a questa giornata. D’altro canto, a ulteriore conferma di questo radicamento fiorentino e della sua perdurante continuità, ricordo che nel 1994, nel corso della giornata di studio dedicata in questa sede a Gli strumenti della ricerca, in occasione dell’usci-


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ta del quarto volume della Guida generale, Claudio Pavone si dichiarò piacevolmente stupito di trovare a Firenze così viva, soprattutto nei giovani (diciamo pure ancora gli «ex giovani») la lezione di Valenti – citatissimo in quell’occasione – e così sentita la continuità con il dibattito animato negli anni Settanta dal gruppo della Guida. Sarebbe arduo condensare in poche battute senza banalizzarlo l’apporto di Filippo Valenti al rinnovamento della disciplina archivistica maturato intorno agli anni Settanta: i temi principali, che ritroviamo negli articoli pubblicati, sulla «Rassegna» come nelle Lezioni di Archivistica che finalmente vedono qui la luce sotto il titolo Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie vanno, come sappiamo, dalla critica alle ambiguità del termine ordinamento, al concetto idealistico di archivio, alla problematizzazione del rapporto tra archivistica e storia delle istituzioni, al tentativo di identificare «modelli tipologici generali» individuati attraverso la «comparabilità delle strutture», all’attenzione quindi agli elementi costitutivi, di struttura appunto, degli archivi fino alla messa in crisi di termini e concetti dati per scontati (il fondo, la serie…) e la loro riproposizione (di cui vale la pena segnalare l’attualità) come moduli di identificazione e descrizione. Come giustamente fa notare Daniela Grana nell’Introduzione, ritroveremo gran parte di questi temi all’interno del dibattito sugli standard della descrizione archivistica provocato, dalla fine degli anni Ottanta in poi, dall’introduzione della tecnologia informatica. Pensiamo, solo per fare un esempio alla «normalizzazione» come necessità di rintracciare ed esprimere in linguaggio adeguato elementi comuni e, più in generale, ai problemi inerenti la ricerca di un linguaggio descrittivo «unico» e compatibile che metta in comunicazione i sistemi informativi che si vanno creando negli archivi: tutti aspetti che ripropongono, sebbene con codici e linguaggi nuovi, il problema di cosa si intenda per «fondo», «soggetto produttore», ecc. e delle loro relazioni. Aggiungerei, a questo proposito, che soprattutto l’articolo del 1981 (Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi), inaugurando solidamente l’analisi di struttura degli archivi e introducendo un nuovo linguaggio e un atteggiamento particolarmente attento agli aspetti descrittivi e stratigrafici piuttosto che a quelli precettistico-ordinativi, prepara il terreno alla successiva traduzione informatica, nella cui logica la nozione di struttura e di descrizione secondo modelli multilivellari si trova, come sappiamo, fortemente accentuata. La ragione di que-


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sto passaggio non è casuale ma riposa, a mio avviso, in una sorta di condivisione culturale originaria che – grazie alla vastità e molteplicità degli interessi del Valenti (che spaziano dalla filosofia, alla linguistica, alla semiologia, alla logica, all’ermeneutica, all’estetica) – gli fa consapevolmente presentire e in qualche misura condividere, in una sorta di «consonanza epocale», la sensibilità agli aspetti linguistici e i presupposti logico-culturali che segneranno le scienze della comunicazione e la tecnologia informatica. La pregnante attualità dell’insegnamento di Filippo Valenti non solo dunque giustifica questa pubblicazione ma, a mio modesto avviso, ne raccomanda vivamente la rilettura proprio per evitare, a noi che ci dibattiamo nei temi sopra ricordati, quei tecnicismi e quelle secche nominalistiche in cui l’attuale discussione rischia talvolta di arenarsi, abbassando il livello, sterilizzando la problematica storica in un appiattimento senza problemi e alla fine, forse, perdendo di vista il suo vero oggetto. Questa piena, concreta e reale aderenza all’oggetto è ancora, credo, uno dei tratti essenziali che troviamo ribaditi in queste pagine, anche in quelle di più recente elaborazione, e ne costituisce forse il senso profondo. Nelle pagine finali delle Nozioni, prima di proporre una tipologia dei fondi (non una classificazione esterna sulla base di categorie mutuate da altre discipline, ma il prodotto di un’osservazione interna che si concreta in categorie conoscitive proposte come paradigmi, sorta di idealtipi weberiani), Valenti annota: «Il problema infatti, o quanto meno il primo problema, non è quello di classificare i fondi non ancora adeguatamente noti e inventariati (…), ma bensì quello di capirli, di esplorarne e penetrarne dal di dentro l’intima struttura, individuandone all’occorrenza le articolazioni. Dopo di che si potrà parlare di riordinamento, di inventariazione ed eventualmente, per determinati scopi, di classificazione ed informatizzazione dei dati»22. Ma c’è anche un altro aspetto, forse meno evidente ma senz’altro non meno rilevante, a mio giudizio, che merita di essere sottolineato: la bella, musicale, prosa del Valenti veicola un rinnovato modo di parlare, di scrivere, e quindi di pensare intorno agli archivi. Sue le metafore geologiche che ormai sono entrate nel nostro linguaggio corrente (sedimento/sedimentazione; concrezio22 F. Valenti,   Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie (anno accademico 1975-1976), p. 217.


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ne), sua la citatissima espressione «sulla carta e non sulle carte», sua l’espressione «modalità archivistiche» per definire il modo e le ragioni di formazione degli archivi, e sono solo alcuni esempi. Detto questo, e dopo aver messo in risalto la felice trasmissione generazionale di tanti contenuti, ho tuttavia la sensazione di aver lasciato fuori qualcosa, qualcosa che non costituisce una parte accessoria ma piuttosto il tratto distintivo dell’insegnamento del Valenti, e che invece rischia di rimanere in ombra se non viene chiaramente detto. Mi spiego meglio. Proprio la lettura del libro, unitario nella sua tessitura e insieme vario e poliedrico nei suoi contenuti (esattamente come l’autore), mi ha fatto riflettere su quanto ancora dobbiamo imparare sotto un profilo che vorrei chiamare di stile (o ancor meglio, di valori). In primo luogo, l’attenzione al linguaggio, alla sua pulizia, al suo rigore, alla sua comprensibilità, direi quasi al suo valore didattico se non addirittura maieutico. Poi (ma le due cose sono strettamente collegate) l’onestà intellettuale, e, accanto ad una vastità di interessi coltivati in modo profondo e consapevole che suona, per noi, come un invito a non impoverirsi in uno specialismo monotematico, il senso della misura e quello della divisione degli ambiti, la ritrosia a porre sullo stesso piano la competenza professionale di archivista e problematiche ben più generali, contro le tentazioni oracolari, i gerghi, le mode, la confusione dei linguaggi. E tuttavia, insieme a questo, la superba capacità di incrociare linguaggi e competenze diverse. Bellissimo il saggio su S. Pietro, appassionante come un romanzo giallo, una pagina magistrale di diplomatica, storia, agiografia, urbanistica, definita semplicemente (ma anche con l’orgoglio di chi sa fare il proprio mestiere) «diplomatica applicata». Infine, il mestiere appunto. A questo punto, con il permesso dell’autore, vorrei proseguire con le parole stesse del Valenti, tratte da una recente lettera da cui traspare una biografia intellettuale lucida e pregnante, che ha, credo molto da dirci: «Pervenuto alla professione di archivista di Stato non tanto per una singolare vocazione quanto per tutta una serie di contingenze postbelliche, ho continuato per più di mezzo secolo – e tutto sommato continuo ancora – a tenere ben distinto quello che per me non era che un mestiere da quelli che erano stati fin dai banchi del ginnasio i miei veri interessi. (…) Naturalmente a questo che ho chiamato mestiere mi ci sono però ben presto affezionato ed anche (mio malgrado? mi chiedo talora) appassionato; al punto di sceglierlo ad un certo punto come il settore in cui avrei forse lasciato


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qualche tangibile orma del mio…passaggio. Tutto ciò trasferendovi, dell’altro me stesso, tanto per intenderci, lo strumentario metodologico, ma non tuttavia i contenuti (il che è ovvio) e nemmeno (che è già meno ovvio) la valenza speculativa e neanche (che ovvio certamente non è) quanto di essa poteva esservi convertito. (…) Ma mi permetta di chiarirle a cosa intendevo alludere accennando allo «strumentario metodologico» che avrei trasferito dai miei hobbies alla professione: intendevo alludere ad un’inguaribile, pedantesca esigenza di rigore logico e di responsabilità epistemologica nell’esprimersi, derivatami dal curriculum della mia formazione attorno agli anni Cinquanta. Non si tratta, mi creda, di un fatto soltanto positivo, si tratta anche di una sorta di palla al piede che tarpa le ali a molte valide intuizioni (…) Si tratta però – e su questo non ci possono essere dubbi – di una garanzia. Ed era comunque un’opzione inevitabile per chi, con i miei interessi dominanti e con una testa a compartimenti stagni come la mia, si sia formato in quella stagione: quando da poco aveva fatto irruzione in Italia, assieme all’esistenzialismo (la cui vocazione metaletteraria non faceva certo al mio caso) un tipo di filosofia che, sia pure in diverse chiavi, poneva al centro della speculazione l’analisi del linguaggio; o meglio il riconoscimento della fondamentale importanza del medium linguistico e, paradossalmente, la conseguente diffidenza nei confronti del medesimo e delle sue lusinghe (alle quali la cultura francese in particolare, a differenza di quella anglosassone, non sapeva e non sa ancora resistere)».

Rigoroso controllo del linguaggio, responsabilità, aderenza al reale, «ossessione per la concretezza»: questa in sintesi la vera e più profonda lezione che ancora dobbiamo meditare e fare nostra, noi, così esposti ad altre tentazioni «virtuali», alle lusinghe di nuovi e sempre più raffinati simboli linguistici che, secondo una felice espressione del politologo Eric Voegelin, «pretendono di essere concetti pur essendo soltanto topoi non analizzati»23 e così tendono a perdere il contatto con la realtà. Ha scritto ancora Eric Voegelin: «Uno dei fenomeni tipici del ventesimo secolo è l’avvenimento determinato da gente spiritualmente energica che rompe con il gruppo intellettualmente dominante per ritrovare la realtà che era stata smarrita»24: nel nostro piccolo ambito professionale ed umano, e con tutto il senso del limite e del rigore che egli ci ha insegnato, di questo soprattutto dobbiamo ringraziare Filippo Valenti.  E. Voegelin, La politica: dai simboli alle esperienze, Milano, Giuffrè, 1993, p. 158.   Ibid., p. 159.

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STEFANO VITALI (Archivio di Stato di Firenze) Rileggendo i saggi di Valenti, pubblicati finalmente tutti insieme nel bel volume Scritti e lezioni di archivistica, diplomatica e storia istituzionale, non ho potuto fare a meno di riconoscervi parole, espressioni, giri di frase, metafore che mi capita, parlando e scrivendo di archivi, di usare in continuazione. Non avevo mai riflettuto sulle fonti del mio linguaggio archivistico e, come spesso accade, ho fino ad oggi creduto, in buona fede, mio, ciò che invece avevo soltanto preso a prestito. Evidentemente ho talmente introiettato il suo linguaggio, da non essere più grado, se non compiendo uno sforzo di autori­flessione, di riconoscere il mio debito. E non credo di essere il solo, fra gli archivisti della mia generazione. Per il tema che vorrei affrontare qui – quello della perdurante fecondità degli scritti di Valenti nella riflessione teorica e nella pratica archivistica – già la diffusa penetrazione del linguaggio all’interno dei nostro modo di esprimerci, del nostro – per dir così – immaginario «archivistico», costituisce, di questa fecondità, una prima notevole conferma, proprio perché il linguaggio, come lo stesso Valenti ci potrebbe ben insegnare, non veicola soltanto comunicazione verbale, ma concetti, strutture del pensiero. Darò più oltre qualche dimostrazione, che credo molto pertinente, di quello che voglio dire. Ma la lingua non è che il primo indizio di una influenza che si estende su ben altri piani. Valenti, in conversazioni private, tiene vigorosamente a precisare che i suoi scritti sono profondamente radicati negli anni Settanta. Lo ha anche scritto nella nota a piè di pagina che dà conto dei criteri di pubblicazioni delle sue Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, laddove afferma che «deve essere ben chiaro che il presente testo rimane, nel suo complesso, un testo datato e come tale vuol essere considerato»25. Che l’origine delle problematiche da cui hanno preso avvio i suoi più importanti saggi di archivistica, comprese le Nozioni, siano i dibattiti svoltisi negli anni Settanta all’interno della comunità archivistica italiana, è ovviamente innegabile, così come è indubbio che di quei dibattiti i saggi di Valenti portino fortemente impressi i caratteri. Che questo sia un limite è invece un elemento su cui si può discutere. Per quel che mi riguarda, una tale origine piuttosto che un difetto costituisce 25  F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie (anno accademico 1975-1976), p. 137.


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un pregio, un grande pregio, in effetti, perché in quei dibattiti sono germogliate idee ed ipotesi, che hanno aperto indirizzi e prospettive di riflessione di forte portata innovativa. E soprattutto hanno fornito una strumentazione teorica, che, pur in una situazione così radicalmente mutata come quella attuale, conserva, per più di un aspetto, una persistente vitalità ed una innegabile utilità. C’è in particolare, nelle riflessioni che Valenti ha sviluppato all’interno di quelle discussioni, un nocciolo teorico che, a mio avviso, ha avuto il grande merito «storico» – di una piccola storia, certamente, ma importante per chi l’ha vissuta – di aver forgiato alcuni strumenti analitici che hanno reso possibile agli archivisti della mia generazione – almeno a quelli interessati – di confrontarsi in modo creativo con i problemi posti dall’applicazione dell’informatica agli archivi. Di affrontarli non come questioni che imperativamente comportavano un puro e semplice e, tutto sommato, passivo adattamento delle pratiche di lavoro alle nuove tecnologie. Ma, piuttosto, di considerarli dei problemi di cui si trattava di cogliere e, al tempo stesso, di sapere dominare, lo spessore teorico, o almeno di cercare di farlo. Il primo «attrezzo», per così dire, di questa strumentazione teorica è certamente costituito dal concetto di «struttura». È indubbio che la rimessa in discussione da parte di Valenti del valore paradigmatico del concetto di «ordinamento» – e a maggior ragione anche di quello di «riordinamento» – così centrale nella dottrina tradizionale e nella precettistica pratica dell’archivistica italiana, a favore di quello meno normativo di «struttura» («mentre un ordinamento è qualcosa che deliberatamente si dà a un determinato insieme, una struttura è qualcosa che vi si scopre, cioè si cerca, si individua e si studia, indipendentemente dal fatto che sia stata “data” a suo tempo o si sia invece spontaneamente costituita»26), ha continuato a dimostrare anche in anni recenti la sua generale portata e fecondità. Per averne conferma è sufficiente pensare alle conoscenze scaturite da un approccio critico ai fondi archivistici che non si propone di misurarne la maggiore o minore adeguatezza rispetto ad un supposto ordinamento originario che dovrebbe rispecchiare lo «spirito» del soggetto produttore – o quanto meno la sua storia e la sua organizzazione –, ma che studia i fondi per quello che sono veramente, per ricostruire e comprendere i concreti processi di sedimentazione e di trasmissione che ne hanno determinato gli assetti  F. Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi (1981), p. 103.

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reali. Ma per chi ha cercato di inventarsi un modo creativo di risolvere i problemi posti dall’applicazione dell’informatica agli archivi, a quelli storici in particolare, il concetto di struttura ha contato molto di più. Essersi infatti addestrati, sulla scia di Valenti, a ragionare in termini di strutture che nei fondi andavano individuate, interpretate e comprese, per essere ovviamente spiegate e descritte, si è rivelato un tirocinio formidabile quando si è trattato di cominciare ad esaminare la realtà archivistica per cogliervi le «entità» e le «relazioni», delineare modelli di rappresentazione e proporre tracciati descrittivi; quando si è trattato, cioè, di compiere tutte quelle operazioni, analitiche e logiche, che sono alla base della costruzione di programmi e sistemi archivistici informatizzati. Per chi era, appunto, abituato a cercare nei fondi le strutture, quindi a comprendere i nessi che legano fra loro le varie articolazioni dei fondi stessi e i modi migliori per rappresentare tali nessi all’interno degli strumenti di ricerca, le operazioni analitiche richieste dall’applicazione dell’informatica, sono rimaste, pur all’interno di un quadro del tutto nuovo, operazioni fondamentalmente archivistiche e di un’archivistica, tutto sommato, molto familiare. Così, anche la cosiddetta descrizione multilivello, rappresentata graficamente attraverso l’albero rovesciato che procede dal generale al particolare, cioè dal fondo all’unità archivistica e al documento, suggerita da Michael Cook e ripresa in ISAD (G), non è apparsa che la formalizzazione di un visione della realtà archivistica che era ben conosciuta. Una parte credo cospicua del lavoro e delle discussioni in cui siamo immersi attualmente quando esaminiamo i fondi, cerchiamo appunto di capirne la struttura per rappresentarla all’interno di programmi informatici di descrizione o gestione degli archivi, trova la propria radice teorica e metodologica nelle riflessioni di Valenti: basti pensare alle considerazioni su fondo e serie contenute in Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi. Anche se, a dire il vero, il lavoro che noi facciamo e i nostri dibattiti rischiano talvolta di essere aridamente classificatori a paragone della ricchezza problematica contenuta nello scritto di Valenti. Ma oltre al concetto di struttura, il taglio con il quale in Italia è stata affrontata la questione dell’applicazione dell’informatica agli archivi e sono stati recepiti gli standard internazionali di descrizione credo sia debitore alle discussioni degli anni Settanta e alle idee di Valenti, di altri, significativi contributi. È noto che lo standard internazionale per la descrizione dei soggetti produttori di archivi prevede una sorta di doppia struttura informativa per gestire le descri-


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zioni archivistiche: una per la descrizione della documentazione archivistica ed una per la gestione delle informazioni sui soggetti produttori d’archivio, cioè sul contesto di produzione della documentazione. Le due strutture entrano in relazione, cioè sono collegate tra loro, al livello di descrizione pertinente, cosicché un fondo può essere messo in relazione con il proprio soggetto produttore, una serie con un soggetto produttore diverso ecc. Molti programmi informatici di descrizione degli archivi, all’estero come in Italia, hanno cercato negli ultimi anni di incorporare questa metodologia di rappresentazione degli archivi e delle entità connesse. Il modello di riferimento è certamente quello delle liste di autorità degli autori nell’ambito della catalogazione bibliotecaria, che mira fondamentalmente a razionalizzare ed ottimizzare le pratiche di gestione e di recupero dell’informazione. Ma la particolare accentuazione che ha avuto in Italia il dibattito e la ricezione dello standard internazionale relativo ai soggetti produttori e al modello di descrizione separata da esso previsto, ne ha invece immediatamente messo in evidenza una portata teorica che si ricollegava direttamente e strettamente ai dibattiti degli anni Settanta e soprattutto al contributo di Valenti. Il nodo centrale qui è quello del rapporto complesso, multidimensionale e dinamico fra fondo e soggetto produttore messo in evidenza da Valenti, a correzione del modello ideal-tipico dell’archivio totalmente identificato con un soggetto produttore, modello come è ben noto di ascendenza cencettiana. Non solo perfetta sovrapposizione – ha notato Valenti – ma anche discrasia può e deve leggersi spesso fra fondi e soggetti produttori; una discrasia che deriva dal fatto che «ogni fondo riflette non soltanto (…) la storia dell’ente produttore, ma quella altresì della sua particolare vicenda archivistica», una vicenda che vede gli archivi «soggetti – per una sorta di spontanea meccanica strutturale dovuta a fatti ed eventi estrinseci ed intrinseci, oltreché per cosciente volontà degli uomini (archivisti o legislatori che siano) – a venir manipolati, concentrati, smembrati e fusi tra di loro; o comunque ad agganciarsi gli uni agli altri, o viceversa a scindersi, sotto la spinta di una storia delle istituzioni che non è sempre storia di istituzioni singole ed isolate, ma di istituzioni che si susseguono, bensì e si compenetrano sovente a vicenda»27.

27  F. Valenti, A proposito della traduzione italiana dell’Archivistica di Adolf Brenneke (1969), pp. 6-7.


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Un modello di rappresentazione entità-relazioni, come quello adottato nei nostri sistemi archivistici informatizzati, che vede il rapporto fra fondi e soggetti produttori non come una relazione uno ad uno (ad un fondo può corrispondere uno ed un solo soggetto produttore) ma come una relazione molti a molti (ad uno stesso fondo possono corrispondere più soggetti produttori e viceversa), che cos’è se non una traduzione in linguaggio formale di queste riflessioni? A molti di noi almeno è parso così, e questa lettura appunto abbiamo dato della proposta di descrizione separata e connessa contenuta nello standard internazionale relativo ai soggetti produttori, tentando di superarne una visione angustamente tecnicistica. Ma c’è un ulteriore punto che vale la pena di ricordare. Una parte consistente delle riflessioni svolte nel nostro paese a proposito dei problemi teorici che gli standard internazionali di descrizione hanno messo in luce sono state sintetizzate in un documento redatto nel 1997 per presentare le proposte italiane nell’ambito del processo di revisione di ISAD (G) (General International Standard Archival Description). Uno dei punti qualificanti di tale documento è costituito dalla proposta di integrazione della definizione di fondo contenuta nel glossario di ISAD (G). Essa chiedeva di aggiungere alla definizione di fondo («L’insieme della documentazione, senza distinzione di tipologia o di supporto, organicamente prodotta e/o accumulata e usata da una determinata persona, famiglia o ente nello svolgimento delle proprie attività e competenze») questa frase: «Il fondo presenta una propria fisionomia e struttura che usualmente è il risultato: 1) delle attività e competenze del soggetto produttore; 2) delle modalità di gestione e archiviazione dei documenti da parte del soggetto produttore e/o di altri soggetti subentratigli nelle attività e competenze; 3) di eventuali interventi effettuati nel corso di processi di trasmissione documentaria da altri soggetti con finalità di utilizzazione, ordinamento, conservazione»28.

All’epoca in cui tale documento è stato preparato, io non avevo letto le Nozioni di archivistica come euristica, che è stata per me certamente la sorpresa più interessante del libro di Valenti. Non so se qualcuno degli archivisti che a Bologna han28  F. Valenti, Proposte di integrazione e modifica dell’ISAD (G) formulate dall’Amministrazione archivistica italiana e dall’ANAI in occasione della revisione quinquennale, in «Rassegna degli archivi di Stato» LVIII (1998), p. 117.


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no partecipato alla stesura di questo documento nel 1997 conoscesse quel testo, ma certamente non lo avevano sotto mano e probabilmente non lo avevano nemmeno presente. Figurarsi allora la mia meraviglia, quando ho letto una definizione di fondo che mi è sembrata non dissimile a quella da noi proposta: «Ogni archivio ha un ordinamento particolare che è il risultato e del modo di organizzare la propria memoria (Pavone) che l’ente o gli enti produttori di tempo in tempo hanno adottato, e delle vicende storico-istituzionali, nonché di carattere specificamente archivistico, alle quali di tempo in tempo è andato soggetto»29.

Insomma, se pur in ordine diverso, anche Valenti individua gli stessi elementi che secondo il documento «bolognese», convergono a determinare la struttura dei fondi (1. le specifiche tecniche di archiviazione che variano col variare delle epoche e talvolta delle aree geografiche; 2. l’articolazione, l’organizzazione e la storia del soggetto produttore, la prassi burocratica, o la sua attività quotidiana; 3. la storia della trasmissione o tradizione documentaria). Non so cosa ne possa pensare Valenti, che forse poco si riconosce nell’uso che delle sue idee è stato fatto dagli archivisti (almeno da alcuni) che sono venuti dopo di lui, ma a me in questa ulteriore convergenza su un tema così cruciale come la definizione di fondo è sembrato di vedere ancora una prova, seppure ve ne era bisogno, di quanto le sue riflessioni teoriche siano state importanti e feconde per gli archivisti che, come noi, si sono dovuti confrontare con le nuove tematiche dell’informatica e degli standard. E mi piace pensare che l’attenzione che le posizioni italiane, tanto debitrici al pensiero di Valenti, hanno avuto a livello internazionale negli ultimi tempi, siano un ulteriore riconoscimento dell’importanza e del posto di primo piano che tale pensiero ha avuto nell’archivistica del Novecento. ISABELLA ZANNI ROSIELLO Parlare di e su Filippo Valenti non è facile. Non è facile soprattutto in un’occasione come questa e avendo tra le mani un volume tanto rilevante per la 29  F. Valenti, Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie (anno accademico 1975-1976), p. 168.


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sua mole quanto denso di contenuti, di osservazioni, di riflessioni. Buona parte degli scritti di questo volume mi erano noti. Dirò di più: di alcuni di essi ho in un certo senso seguito la rispettiva gestazione da parte dell’autore. Gli incontri, i confronti e scambi di idee tra Filippo Valenti e me, soprattutto quando entrambi eravamo più giovani, sono stati infatti frequenti. Ancora oggi ricordo non senza rammarico e nostalgia i tanti colloqui avuti con lui. Nel confronto discorsivo riusciva spesso a dare il meglio di sé, se non altro per la lucida intelligenza e il grande rigore logico con cui argomentava problematiche e osservazioni. Ma rileggere i suoi scritti raccolti nel volume che oggi viene presentato – e si tratta di un opera voluta con appassionato impegno da Daniela Grana che l’ha curata e meritatamente accolta dall’Ufficio centrale per i beni archivistici e dalla Divisione studi e pubblicazioni in una prestigiosa collana – rileggerli ora, dicevo, è operazione tutt’altro che ovvia e tanto meno un modo come un altro per richiamare alla memoria problemi e tematiche eventualmente accantonati o dimenticati. Ciò che Valenti ha scritto in anni recenti e meno recenti non poteva del resto essere accantonato o dimenticato dagli archivisti suoi coetanei e da quelli più giovani. Non poteva esserlo, data l’importanza e la novità delle sue riflessioni, soprattutto, anche se non solo, quelle di natura archivistica. Nessun dubbio, mi pare, si possa avere circa l’importanza di ciò che Valenti è andato via via scrivendo a partire dagli anni Settanta (e mi riferisco ai saggi che ora possiamo rileggere nella parte del volume intitolata Archivistica teorica). Ne sono prova i dibattiti e le discussioni che all’interno del mondo archivistico immancabilmente seguivano alla pubblicazione di questo o quel suo scritto. Ma è anche vero che le sue riflessioni erano, e non di rado, tanto innovative e le connesse argomentazioni tanto acute e sottili che c’è voluto un po’ di tempo prima che fossero adeguatamente assorbite all’interno della cultura storico-archivistica ed entrassero a far parte del sapere teorico-pratico di gran parte degli archivisti. E così non pochi – e forse perfino lo stesso Valenti – si sono sorpresi della perdurante validità delle intuizioni e delle riflessioni che è andato comunicandoci nel corso degli anni. Ritengo che confrontarsi con quanto Valenti ha messo per iscritto continui a essere una sfida. Una sfida intellettuale che affascina e sgomenta nello stesso tempo, tante e tali sono le suggestioni, ma anche i rischi, che si incontrano se, nel prendere in mano i suoi scritti, si voglia eventualmente discutere


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questo o quel punto. I rischi sono tanti perché le possibili critiche potrebbero essere da lui puntualmente e sapientemente smontate (o rinviate al mittente). Valenti del resto, da quel che so, non scrive di getto. Prima di mettere per iscritto idee, riflessioni, osservazioni, ipotesi, ci pensa e ripensa ripetutamente e usa, nell’esprimerle, uno stile molto sorvegliato e un linguaggio che aspira a eliminare, o perlomeno a ridurre, ambiguità e polisemie. Allora Valenti è una sorta di «monumento» da ammirare incondizionatamente senza che ci siano margini per sia pur lievi critiche? Credo che faremmo torto alla fecondità e vivacità della sua profonda intelligenza e alla passione con cui ha svolto il suo magistero, se proprio oggi che siamo qui riuniti per festeggiarlo ci limitassimo a rendergli ossequioso omaggio senza tentare di rilanciargli qualche strale, qualche provocazione. Proverò pertanto ad abbozzare in proposito un tentativo anche se temo che probabilmente si rivelerà assai maldestro; lo farò prendendo spunto da uno soltanto degli scritti – tutti peraltro di notevolissimo spessore – contenuti nel volume che ho sotto gli occhi. Un volume molto importante per le osservazioni e riflessioni che contiene e per i settori disciplinari e interdisciplinari in cui esse affondano o ai quali rinviano. Mi limiterò peraltro a prendere in considerazione soltanto uno scritto. E precisamente quello intitolato Nozioni di base per un’archivistica come euristica delle fonti documentarie, Corso di archivistica tenuto presso l’Università di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia (corso di laurea in Storia, indirizzo medievale) Anno accademico 1975-1976 [con rifacimenti e aggiunte negli ultimi due capitoli]. Il titolo, come si vede, è molto lungo, segno e prova a un tempo di onestà intellettuale e di meditata acribia. Ma l’autore lo ha per così dire ulteriormente articolato e precisato nonché ulteriormente chiosato nella circostanziata nota iniziale. In breve, si tratta di un testo che ha conosciuto una storia singolare. Gli Appunti delle lezioni universitarie tenute nell’a.a. 1975-1976 non erano sinora mai stati editi. Eppure erano ben noti; in versione dattiloscritta hanno infatti avuto ampia circolazione e sono stati ripetutamente utilizzati, a seconda dei casi in modo proprio o improprio, da docenti di Scuole d’archivio e più in generale da archivisti. A circa venticinque anni di distanza dalla sua iniziale elaborazione, il testo è stato ora pubblicato, ma con non poche e rilevanti modificazioni, tagli, correzioni, aggiunte. A detta di Valenti (p. 135), il «testo rimane, nel suo complesso, un testo datato, e come tale vuol essere considerato». Difficile accettare tout court questa affermazione, dato che, a mio parere, si tratta di un saggio che ha perso


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per strada molti pezzi relativi a «nozioni di base» in senso strettamente didattico e si è per contro arricchito di altre parti in cui vengono approfonditi problemi specificamente dottrinari e teorici. Il testo di cui sto parlando è, come del resto lo sono in generale gli scritti di Valenti, molto articolato, circostanziato, meditato. Non è ovviamente mia intenzione riassumere, commentare o discutere l’intero testo. L’amico Valenti mi scuserà se prenderò in considerazione – e per di più di sfuggita – soltanto pochi aspetti del suo invero ampio e denso discorso complessivo (il che significa aumentare i rischi, cui poco fa accennavo, di esporsi a inesorabili confutazioni). Contenga o meno il saggio che ho ricordato semplici nozioni di base, o qualcosa di più e di diverso, come io credo, mi sembra che in esso venga soprattutto posta al centro dell’attenzione – fin dallo stesso titolo – «un’archivistica come euristica delle fonti documentarie». Ma cosa si intende per «euristica»? Scrivere di archivistica significa – come si legge a p. 137 – farlo «con lo scopo precipuo di orientar[e] sul dove e come mettere le mani se e quando [ci] si impegnerà in una ricerca storica». Occuparsi di archivistica in quanto «euristica» significa dunque occuparsi della ricerca di fonti documentarie, senza trascurare peraltro – e cito testualmente da p. 137 – «la precettistica (che a sua volta è “come dicono i dizionari un complesso di norme relative alla tenuta degli archivi”, p. 142) ma solo nella misura in cui il lavoro di conservazione e ordinamento ha condizionato e condiziona, come è ovvio, quello della ricerca (…): misura peraltro assai rilevante, dal momento che non è facile stabilire tra i due termini una precisa linea di demarcazione».

Tra «precettistica» ed «euristica» non sembrano esserci dunque nette distinzioni; la grandezza di un Bonaini – osserva ad esempio Valenti a p. 160 – sta fra l’altro proprio nell’aver segnato «un nuovo decisivo passo, per non dire un punto d’arrivo, nel cammino verso l’incontro tra archivistica e storia, e quindi tra precettistica ed euristica». Ma, osserva ancora Valenti ben consapevole delle ambiguità che continuano a connotarla in quanto disciplina ‘ausiliaria’ o meno, l’archivistica non solo tende «ad approfondire la natura e la storia del fenomeno ‘archivio’ come diretta memoria e materiale residuo dell’umano governare e amministrare rapportata alle istituzioni di tempo in tempo operanti», ma anche


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a «porre i tesori documentari e le competenze in proposito acquisite a disposizione degli storici» (p. 142). A Valenti comunque, sia che l’archivistica sia da intendere come precettistica, come euristica, come entrambe le cose (o altro ancora) interessa – pare – soprattutto fissare o meglio nuovamente precisare alcuni aspetti di carattere teorico, anche se in fin dei conti si tratterà «di un primo abbozzo, di un tentativo affatto parziale e certamente discutibile, se non di una semplice proposta» (p. 216). È ciò che fa in particolare nelle pagine finali del testo, riprendendo la lezione di Brenneke a proposito della rilevanza che può avere, per la disciplina archivistica, una tipologia degli archivi e dei fenomeni ad essa connessi e su cui già in anni precedenti si era soffermato (mi riferisco al saggio A proposito della traduzione italiana dell’“archivistica” di Adolf Brenneke del 1969 ora ripubblicato nel volume degli Scritti). Valenti ritiene del resto che «proprio nella varietà e complessità della fenomenologia che ci troviamo di fronte sia possibile individuare dei modelli ricorrenti di comportamento, o magari di spontanea strutturazione (…), diversi bensì a seconda dei tempi e dei contesti, ma riconducibili nondimeno nelle grandi linee a una sorta di tipologia in base alla quale orientarci» (p. 199). Pensare di costruire una «morfologia generale degli archivi» sembra dunque a Valenti «oltre che un programma di precettistica (…) anche, e addirittura soprattutto, un programma di euristica» (p. 169).

E così Valenti si sofferma a parlare di «modelli», di «tipi ideali», di «paradigmi». Non ovviamente di «classi» o di tassonomie di stampo sette-ottocentesco, anche perché, come si legge a p. 148, l’archivistica, non è, come invece sembra essere la diplomatica né «classificatoria», né «nomologica», ma «essenzialmente euristica»). I modelli, le tipologie, i paradigmi di cui parla Valenti dovrebbero servire a dare basi più solide non solo all’archivistica teorica, ma anche, se non ho frainteso all’archivistica tout court. Scrive infatti Valenti che essi possono servire a «classificare i fondi» nonché a «capirli, [a] esplorarne e penetrarne l’intima struttura, individuandone all’occorrenza le articolazioni» (p. 217). E articolazioni, categorie, partizioni, classificazioni con relative suddivisioni sono terminiconcetti che riconono più volte nel corso del testo a sostegno di questa o quella osservazione. Ciò si verifica sia che si parli della struttura degli archivi «in sen-


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so proprio» o «in senso lato» o delle loro possibili e variegate contaminazioni (per il significato dato da Valenti ad «archivi in senso proprio», «archivi in senso lato» e a «struttura» degli archivi è ovviamente necessario rifarsi al suo importante saggio Riflessioni sulla natura degli archivi del 1981, anch’esso ripubblicato nel volume degli Scritti). Che la modellistica (o la tipologia) che sta a cuore a Valenti possa dare spessore e consistenza all’archivistica teorica non ho dubbi; così pure non ho dubbi che da esse possano derivare rilevanti conseguenze per più puntuali e precise descrizioni di complessi documentari e di singole unità archivistiche. E non penso solo a descrizioni di tipo diciamo così tradizionali, ma anche, anzi soprattutto, di tipo informatico (per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è da sottolineare ancora una volta la perdurante validità e modernità delle sue sempre profonde e straordinarie idee). Non sono invece del tutto convinta che la modellistica delineata da Valenti possa aprire nuovi approcci all’euristica (termine-concetto non dimentichiamolo evidenziato ripetutamente nel testo a partire dallo stesso titolo e dalla collocazione didattica cui lo scritto era almeno in un primo tempo destinato), e, più in generale, se contribuirà a porre rapporti più stretti e fecondi tra il lavoro euristico e il lavoro storico. Mi chiedo cioè se la tipologia dei fondi che Valenti propone e di cui fornisce uno schema-esempio (p. 218 sgg.) serva a orientare meglio chi vuole fare ricerca sulle e nelle fonti archivistiche, fornendogli una sorta di «bussola» sul «dove» e «come» cercarle (Valenti, qualcuno lo ricorderà, ha usato in un’altra occasione – Un libro nuovo su archivi e archivisti, p. 125 – il termine «bussola» contrapposto ad «amo»). Una volta acquistata dimestichezza con un «archivio-tipo» o con un «archivio-archetipo», cosa farà chi, nel cercare fonti documentarie, si troverà tra le mani «un archivio reale» (p. 204)? Non lo so. Ma potrebbe anche accadere che la tipologia che Valenti ci propone venga criticata con la stessa foga, anche se certamente non con la stessa finesse, con cui in alcune pagine iniziali del suo saggio sono state criticate le classificazioni di fonti che accreditati manuali di metodologia storica hanno in passato proposto e in parte continuano a proporre. Tanto per tentare di rimandare qualche sfida a Valenti userò le sue stesse parole e cioè che le proposte tipologiche che vengono avanzate potrebbero incorrere in qualche rischio, ad esempio in quello – dall’autore probabilmente calcolato – di esser ritenute «troppo concettuali e nient’affatto empiriche» (p.


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Isabella Zanni Rosiello

146). Come Valenti ben sa e come mi ha più volte fatto notare con affettuosa amicizia, io sono pragmatica, fattuale, riottosa ai richiami della teoria archivistica, soprattutto quando quest’ultima si avviluppa in bizantinismi o indulge in nominalismi. E così mi è più congeniale continuare a riflettere, e invitare i più giovani che non l’avessero ancora fatto a farlo, su un passo che si legge all’interno del saggio cui ho fatto più volte riferimento. Lo rileggo: «Resta comunque confermato nei fatti che, anche per un archivio in senso proprio, il dogma della spontaneità genetica di formazione dell’archivio, tanto esaltato dai sostenitori ad oltranza del metodo organico, comunemente detto metodo storico, è più uno schema ideale che una realtà. Tra ente produttore e archivio non c’è di massima corrispondenza assoluta, ma corrispondenza mediata tramite il diaframma dei sistemi di memorizzazione (come ha icasticamente messo in luce Claudio Pavone), nonché degli eventuali successivi interventi; non soltanto sistemi di archiviazione, ma anche ulteriori vicende di ordinamenti e di eventuali riordinamenti applicati e sovrapposti gli uni agli altri dagli archivisti del tempo, a seconda delle esigenze dell’ente e dei suoi successori, se non addirittura a seconda delle mode archivistiche o del capriccio del singolo riordinatore» (p. 206).

Chi nel fare ricerca nelle e sulle fonti archivistiche desidera essere orientato non solo su dove e come trovarle ma anche su quali deve cercare (appartenga o meno quest’ultimo aspetto all’euristica) non potrà fare a meno – a mio parere – di meditare, e ripetutamente, sulle annotazioni che vi ho appena letto; non potrà fare a meno di essere grato a Valenti per la lucida intelligenza con cui le ha esposte. Più in generale non si finirà mai di ringraziarlo per quanto, ed è tanto, anzi tantissimo in quanto frutto della sua prolungata e pensosa esperienza di lavoro e delle sue originali riflessioni, è contenuto nel volume degli Scritti. Gli archivisti di oggi e di domani continueranno a leggerlo e rileggerlo senza stancarsi.


Finito di stampare nel mese di ottobre 2014


Lâ&#x20AC;&#x2122;apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche

ISBN 978-88-7125-336-7

SAGGI 111

ROMA 2014

pubblicazioni degli archivi di stato saggi 111

Lâ&#x20AC;&#x2122;apporto del pensiero di Filippo Valenti alle discipline archivistiche

a cura di Euride Fregni

ministero dei beni e delle attivitĂ culturali e del turismo direzione generale per gli archivi 2014


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L’APPORTO DI PENSIERO DI FILIPPO VALENTI ALLE DISCIPLINE ARCHIVISTICHE by Biblioteca Militare - Issuu