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Da “Ballando” a “Canzonissima”, da “Da noi a ruota libera” a “Fame d’amore” la giornalista-conduttrice si racconta al RadiocorriereTv
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RADIOCORRIERETV
SETTIMANALE DELLA RAI
Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997
Numero 20 - anno 95 18 maggio 2026
La Bulgaria vince il 70° Eurovision Song Contest con il brano “Bangaranga” cantato da Dara
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L’intervista all’attrice protagonista del film tv “Purché finisca bene - Cercasi Tata Disperatamente”, in onda domenica 24 maggio su Rai 1
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Giovedì 21 maggio in prima serata su Rai 1 va in onda il tv movie diretto da Graziano Diana con Francesco Montanari
RADIOTELEVISIONE ITALIANA
10 ESC 2026
Sono tornate le inchieste di “Indovina chi viene a cena”, il martedì in prima serata su Rai 3. L’intervista del RadiocorriereTv
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VIRGINIA BOCELLI
La giovanissima interprete di Stella racconta l’ingresso in “Mare Fuori”. Il mercoledì in prima serata su Rai 2
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DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
Redazione - Rai
Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213


www.radiocorrieretv.rai.it www.ufficiostampa.rai.it
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Cinzia Geromino
Tiziana Iannarelli
Vanessa Penelope Somalvico

Il documentario che racconta suoni, voci e legami della serie più amata dai giovani. Disponibile su RaiPlay
Quel che si cela dietro una storia letteraria

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Una stagione intensa, da “Ballando” a “Canzonissima”, fino alla domenica di “Da noi a ruota libera”: «Esperienze molto diverse per linguaggi e ritmi, ma accomunate dal desiderio di entrare in relazione con il pubblico in modo autentico. Mi hanno insegnato che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla profondità», racconta la conduttrice, oggi al timone di “Fame d’amore”, il programma che «prova ad accendere una luce senza giudicare, mettendo al centro l’ascolto e la possibilità di una rinascita». L’appuntamento è la domenica in seconda serata su Rai 3
Proprio in questi giorni sei tornata in onda con “Fame d’amore”, che viaggio affronti in questa settima edizione del programma?
Quest’anno è un viaggio ancora più delicato del solito, perché in questa settima edizione raccontiamo anche storie di ragazzi che stanno male, ma che non hanno ancora iniziato un percorso di cura. È una fase molto fragile, spesso silenziosa, in cui si fa fatica perfino a chiedere aiuto. “Fame d’amore” prova ad accendere una luce senza giudicare, mettendo al centro l’ascolto e la possibilità di una rinascita.
Come è cambiato, stagione dopo stagione, il tuo vivere e affrontare le tematiche del disagio giovanile legato ai disturbi del comportamento alimentare?
Mi ha cambiata profondamente. All’inizio avevo soprattutto il desiderio di capire, oggi sento anche una grande responsabilità. Ho imparato che dietro un disturbo alimen-
tare c’è quasi sempre un dolore invisibile, una richiesta d’amore, di attenzione, di riconoscimento. E ho capito quanto gli adulti debbano tornare ad ascoltare davvero i ragazzi.
Il desiderio e il piacere di essere amati e di amare. Cosa hai capito, dell’amore, in questo ormai lungo viaggio?
Che l’amore vero non ti chiede di essere perfetto. Ti permette di essere fragile senza sentirti sbagliato. Molti ragazzi che incontriamo vivono una distanza enorme tra ciò che sentono e ciò che credono di dover essere. Credo che amare significhi prima di tutto fare spazio all’altro, senza volerlo cambiare.
Siamo ormai agli sgoccioli di una stagione televisiva che ti ha vista e ti vede impegnata su più fronti. La domenica pomeriggio, il sabato sera, ora “Fame d’amore”, cosa ti lascia e cosa ti ha insegnato questo lungo anno televisivo?
Mi lascia gratitudine. È stata una stagione intensa, molto diversa nei linguaggi e nei ritmi, ma sempre guidata dal desiderio di entrare in relazione con il pubblico in modo autentico. Mi ha insegnato che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla profondità.
Con “Ballando con le Stelle” il pubblico Tv ha incontrato una Francesca Fialdini che ha dimostrato coraggio e determinazione, aspetti del tuo carattere prima meno conosciuti. Come ti senti oggi, dopo esserti svelata un po’ di più, e cosa abbiamo ancora da scoprire di ciò che sei?
“Ballando” mi ha ‘costretta’ a lasciare il controllo, e per una persona come me non è stato sempre semplice. Però è stato liberatorio. Mi sono divertita moltissimo. Mi ha fatto bene mostrare anche la fatica, l’imperfezione, ho perfino superato certe paure. Di me forse c’è ancora da scoprire la parte più ironica e leggera, quella che nella vita privata conoscono bene i miei amici.

Dopo “Ballando” sei tornata qualche volta in pista? Qualche volta sì, ma senza telecamere è molto più divertente! Continuo a pensare che ballare faccia bene all’anima, perché ti obbliga a stare nel presente
Il sabato sera ti è ormai familiare, hai dimostrato come anche l’intrattenimento sia perfettamente nelle tue corde. E ora?
Ora continuo a lasciarmi sorprendere. Non ho mai inseguito un’etichetta precisa, un programma o un settore. Mi interessa fare cose che abbiano un senso, che emozionino o che lascino qualcosa. Poi il linguaggio può cambiare.
Dopo sei edizioni “Da noi a ruota libera” è un pilastro della domenica Tv, c’è un personaggio “impossibile” che vorresti intervistare? Qual è la prima domanda che gli faresti? Mi sarebbe piaciuto intervistare Papa Francesco. Credo gli avrei chiesto: “Come si fa a non perdere la speranza davanti alla sofferenza del mondo?”.
Immaginati ospite, per una volta, di “Da noi a ruota libera” c’è qualcosa che ti piacerebbe raccontare di te al tuo pubblico?
Forse la mia parte più semplice. Io sono molto più quotidiana di come qualcuno immagina. Mi piacciono le cose normali, la famiglia, gli amici, i silenzi, il mare. E credo che la felicità, spesso, stia proprio lì.
Tempo di ricaricare le batterie, stai già pensando all’estate?
Sì, anche se faccio fatica a fermarmi davvero. L’estate per me è il momento in cui provo a recuperare tempo lento, letture, affetti, natura. Ho bisogno della mia famiglia, del mare per rimettere in ordine i pensieri e delle mie montagne.
Hai voglia di dedicare un pensiero a Francesca?
Le direi di continuare ad avere fiducia nella gentilezza. In un mondo che spesso premia chi alza la voce, scegliere la delicatezza resta un atto rivoluzionario.
Se ti chiedessi di dare un titolo a questa nostra intervista, che titolo sceglieresti?
“La forza delle fragilità”, perché credo che la vera forza nasca proprio dal coraggio di mostrarsi per ciò che si è, nel bene e nel male.








La bulgara Dara vince la 70esima edizione con “Bangaranga”, quinto Sal Da Vinci. Trentasei per cento di share e oltre 5 milioni di telespettatori per la serata finale, andata in onda su Rai 1 dalle 21.00 con il commento di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini
Un nuovo record, anno dopo anno, conferma la crescita dell’Eurovision Song Contest in Italia. In numeri: 36% di share e oltre 5 milioni di telespettatori per la serata finale, andata in onda su Rai 1 dalle 21.00 con il commento di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini in diretta dalla Stadthalle di Vienna. Rispetto alla finale dell’edizione 2025 la crescita è stata di oltre +277 mila ascoltatori e di oltre 2 punti percentuali di share. Il risultato della fascia oraria 21.48-25.10 (dalla fine di ESC START a fine programma) è stato di 5,1 milioni con il 39,2 per cento. Alla proclamazione di Dara come vincitrice, in gara per la Bulgaria con “Bangaranga”, si è arrivati a toccare il 60 per cento. La performance di Sal Da Vinci il momento più seguito, con un picco di quasi 6,7 milioni di telespettatori alle 23.01. Quinta in classifica, la sua “Per sempre sì” è stata protagonista per il pubblico di tutta Europa durante la settimana austriaca, con ovazioni in arena e grande accoglienza agli eventi nella città. I voti delle giurie nazionali hanno premiato il suo cuore napoletano e la sua dichiarata italianità con 134 punti, posizionandola al sesto posto. I 147 punti del televoto, sommati, per un totale di 281, hanno permesso di scalare una posizione conquistando il primo posto tra le Big 4. Per il nono anno consecutivo, inoltre, l’Italia si è classificata in Top 10.
La crescita di ascolti è sostenuta soprattutto dal pubblico più giovane: tra i 4-14enni è stato registrato il 43,5 per cento di share con un aumento del +3,5 per cento; tra i 15-34enni si è registrato il 47,3 per cento share con un +1%. E, ancora una volta, l’evento conferma di essere un grande richiamo per giovani 15-24enni, con il 53,2 per cento share. Le performance Social hanno generato 30 milioni di action e 364 milioni di Video View con più di 10 mila contenuti pubblicati sulle varie piattaforme. Tutti gli account Rai coinvolti nell’evento da RaiNews a RaiPlay a RaiRadio2 hanno registrato ottime performance durante tutte le serate totalizzando 2 milioni di action e oltre 10 milioni di video view. «Un record di ascolti – ha commentato il direttore Intrattenimento Prime Time William Di Liberatore –, che conferma e corona l’ot-
tima stagione televisiva dei programmi di intrattenimento prime time, dove la musica è stata protagonista. Musica che racconta storie, radici, territorio e culture diverse. Ringrazio Sal Da Vinci per la tenacia, la professionalità e l’incredibile umanità che lo contraddistingue. Allo stesso modo ringrazio Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini per aver apportato un vero valore aggiunto con il loro commento ironico e in linea con il mood della manifestazione, senza dimenticare Mariasole Pollio per il suo intervento da Roma». Ogni edizione, l’Eurovision Song Contest raggiunge in tutto il mondo circa 170 milioni di spettatori, numeri che ne fanno il più grande evento musicale dal vivo del pianeta. Anche la sua presenza digitale continua a crescere, con oltre 9 miliardi di visualizzazioni totali su YouTube e milioni di follower su TikTok, Instagram e altre piattaforme. Un successo che racconta di generazioni, bandiere e lingue diverse (mai tanto, nei testi delle canzoni, quanto quest’anno) unite da una musica comune.
1. Bulgaria Dara - Bangaranga – 516 voti
2. Israele Noam Bettan - Michelle – 343 voti
3. Romania Alexandra Căpitănescu - Choke me – 296 voti
4. Australia Delta Goodrem - Eclipse – 287 voti
5. Italia Sal Da Vinci - Per sempre sì – 281 voti
6. Finlandia Linda Lampenius x Pete Parkkonen - Liekinheitin – 279 voti
7. Danimarca Søren Torpegaard Lund - Før Vi Går Hjem – 243 voti
8. Moldavia Satoshi - Viva, Moldova! – 226 voti
9. Ucraina Leléka - Ridnym – 221 voti
10. Grecia Akylas - Ferto – 220 voti
11. Francia Monroe - Regarde! – 158 voti
12. Polonia Alicja - Pray – 150 voti
13. Albania Alis - Nân – 145 voti
14. Norvegia Jonas Lovv - Ya ya ya – 134 voti
15. Croazia Lelek - Andromeda – 124 voti
16. Repubblica Ceca Daniel Zizka -Crossroads –113 voti
17. Serbia Lavina - Kraj Mene – 90 voti
18. Malta Aidan - Bella – 89 voti
19. Cipro Antigoni - Jalla – 75 voti
20. Svezia Felicia - My System – 51 voti
21. Belgio Essyla - Dancing on the ice – 36 voti
22. Lituania Lion Ceccah - Sólo quiero más – 22 voti
23. Germania Sarah Engels - Fire – 12 voti
24. Austria Cosmò - Tanzschein – 6 voti
25. Gran Bretagna Look mum no computer - Eins, Zwei, Drei - 1 voto




Liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango Libri), il tv movie diretto da Graziano Diana, in onda giovedì 21 maggio in prima serata Rai 1, porta in scena una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana - la strage di Pizzolungo -, ponendo però l’attenzione sull’incontro umano tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare
Una delle più drammatiche stragi di mafia della storia italiana diventa il cuore di un racconto intenso e profondamente umano: quello dell’incontro, atteso per anni, tra due persone unite da una tragedia impossibile da dimenticare. Da una parte il dolore della memoria, dall’altra il difficile conforto dell’oblio. È la storia di Margherita Asta e del giudice Carlo Palermo, protagonisti del tv movie “Un futuro aprile”, diretto da Graziano Diana e coprodotto da Rai Fiction ed Elysia Film. Cosa può unire per sempre una ragazzina di undici anni di Trapani e un magistrato severo, trasferito da Trento per continuare le indagini del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato dalla mafia? Apparentemente nulla. In realtà, il destino. Il 2 aprile 1985, sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani, due auto percorrono lo stesso tratto a pochi metri di distanza. In una viaggiano Barbara Asta con i suoi due figli
gemelli di sette anni; nell’altra il giudice Carlo Palermo, arrivato a Trapani solo da pochi giorni. Per un istante le due vetture si affiancano. È in quel momento che esplode un’autobomba parcheggiata lungo la strada. L’attentato, destinato al magistrato, si trasforma in una strage: il giudice Palermo rimane ferito, mentre Barbara Asta e i suoi due bambini perdono la vita. Margherita Asta si salva soltanto perché in quel momento si trova a scuola. Ma da quel giorno la sua esistenza cambia per sempre. Negli anni successivi, il padre Nunzio segue senza sosta indagini e processi, mentre i veri responsabili della strage sembrano restare nell’ombra. Margherita cresce attraversando rabbia, dolore e il bisogno di una giustizia che tarda ad arrivare. Per molto tempo considera il giudice Palermo responsabile della tragedia che ha distrutto la sua famiglia. Solo dopo la morte del padre decide di costituirsi parte civile in un nuovo processo, che porterà infine alla condanna dei mandanti dell’attentato. Ed è allora che sceglie di incontrare Carlo Palermo: un uomo sopravvissuto alla strage, ma segnato per anni da un devastante senso di colpa. Da quell’incontro nasce un momento di profonda umanità, capace di trasformare il dolore in riconciliazione e speranza. “Un futuro aprile” è liberamente ispirato al libro “Sola con te in un futuro aprile”, scritto da Margherita Asta e Michela Gargiulo, pubblicato da Fandango Libri.
Il film andrà in onda in prima serata su Rai 1 giovedì 21 maggio, disponibile contemporaneamente anche su RaiPlay. Nel cast, Francesco Montanari interpreta il giudice Carlo Palermo, mentre


Ludovica Ciaschetti veste i panni di Margherita Asta. Accanto a loro anche Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Denise Sardisco e Federica De Cola. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di Graziano Diana, Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti, con la collaborazione di Fabrizio Coniglio.
«Leggendo il libro “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo, mi ha colpito l’intensità del punto di vista: la visione di una bambina di 11 anni, a cui la mafia toglie la mamma e i fratellini. Un dolore inenarrabile, profondo, crudo. Margherita cresce e con lei anche la consapevolezza che lottare contro la mafia si può, raccontando la propria vita e la propria testimonianza. Quello che mi ha colpito fin dalla prima volta in cui ho conosciuto la drammatica storia della famiglia Asta, sono stati i contrasti. Il contrasto fra l’inaudita ferocia del gesto criminale – l’auto-bomba esplosa contro il giudice Palermo – e il candore delle innocenti vittime, la signora Barbara Asta ed i suoi gemellini. Il contrasto fra i piccoli sogni della sorellina superstite, Margherita, e l’enorme vischiosa rete di malaffare e di collusioni contro cui questi sogni si erano infranti. Lavorando al progetto, altri contrasti si sono imposti in modo indelebile. Il contrasto tra una famiglia retta ancora, malgrado il dolore e i torti subìti, dall’amore e dalla comprensione reciproca, e la “famiglia” mafiosa, retta dalla violenza. Il contrasto fra la lucente

bellezza della costa a Pizzolungo, e la nera nube di orrore scaturita da quella tragica mattina del 2 aprile 1985. Per la famiglia quel tragitto in macchina significava andare verso la luce, la vita. Era un inganno. Non stavano andando verso la vita, ma verso la morte. Sono questi i contrasti che ho voluto rendere raccontando questa storia. C’è il mondo della famiglia Asta, dove vediamo Margherita cercare di ritrovare una parvenza di vita insieme a suo padre, e il mondo del giudice Palermo, sopravvissuto proprio attraverso il sacrificio di quella famiglia inerme. Dal giorno della tragedia, però, il mondo di Margherita e quello del giudice attraversano delle similitudini esistenziali: una stessa solitudine li rabbuia, una stessa solitudine circonda la famiglia di Margherita, così simile all’isolamento, all’ostracismo e all’emarginazione di cui comincia a soffrire il giudice. Emerge lo struggente contrasto tra padre e figlia, divisi dalla maniera di vivere il lutto e di cercare di sopportare quel dolore insopportabile. Ma emerge anche il contrasto fra il giudice sopravvissuto, servitore dello stato, e uno Stato che sembra essere incapace di trovare giustizia. Il drammatico percorso di Margherita e del giudice Palermo per riannodare i fili della loro esistenza, ritrovare il senso della vita lottando per trovare la verità sulla morte di Barbara Asta e dei gemellini, diventano così il percorso di due anime che il dolore allontana per molto tempo, ma che infine fa ritrovare. La tenerezza e l’intensità del loro incontro finale sono la sintesi narrativa ed esistenziale dei protagonisti e della storia.».


Una storia di sopravvivenza vissuta da due punti di vista diversi: quello del giudice Carlo Palermo, scampato alla strage, e quello di Margherita Asta, figlia delle vittime dell’attentato… Il mio Carlo Palermo non è stato costruito necessariamente a partire dalla storia vera di quest’uomo, perché io interpreto un personaggio cinematografico tratto da eventi di cronaca. Ho provato a mettere in scena un uomo pronto a tutto, anche a sopravvivere alla mafia, tranne a ciò che gli è effettivamente accaduto. Gli succede qualcosa di devastante, un “incidente di percorso” che genera un senso di colpa terrificante. Scegliendo la strada della magistratura e dell’antimafia aveva previsto di poter essere lui una vittima, ma a morire non è stato lui a morire, ma dei civili: una donna, una madre con due bambini. Di questa famiglia resteranno solo un’altra figlia e il marito. Questo senso di impotenza lavora piano piano dentro di lui e lo distrugge al punto da portarlo a ritirarsi dalla magistratura, pur continuando la lotta alla mafia in un altro modo, da studioso. È forse un uomo inusuale rispetto alle figure di magistrati che siamo abituati a vedere e raccontare: magistrati combattenti, uomini di strada, di grande temperamento. Lui invece è un uomo normale, e per “normale” intendo un uomo che cerca di vincere, involontariamente, la propria fragilità.
Che tipo di relazione viene raccontata con Margherita Asta? Con la Margherita “fittizia”, interpretata da Ludovica Ciaschetti, abbiamo costruito un rapporto di assenza. Fondamentalmente c’è solo una scena verso la fine del film, quando Margherita è ormai adulta, in cui avviene questo confronto e una sorta di liberazione. Io ho lavorato su questo fantasma che, come un demone, arriva non solo nella notte, ma anche nel giorno, quando meno se l’aspetta, dentro il cuore di Carlo. Prende il sopravvento e lo fa sentire colpevole. Colpevole di cosa? Di una scelta civile che ha fatto. Pur sapendo che non è stato lui a premere il detonatore, pur sapendo di non essere il “cattivo sociale”, questo demone continua a lavorare dentro di lui. E non è un caso che questo demone sia rappre-
sentato da una bambina, perché quella bambina è il simbolo massimo dell’innocenza, della fragilità che dovrebbe essere tutelata e protetta. Lui però non riesce ad andare avanti.
Ha avuto l’occasione di incontrare la vera Margherita?
Purtroppo, no, ma ho letto molto di lei, ho ascoltato le sue testimonianze, ho visto interviste e materiali che la riguardano, ma non ci siamo incontrati per motivi di tempi e impegni. Tutta la troupe, però, era molto entusiasta e curiosa di conoscere questa persona, perché nella mia idea Margherita è diventata l’emblema del coraggio.
Il dovere della memoria è fondamentale, perché facciamo così fatica ad ancorarci ai valori della memoria?
Viviamo in una società che da molto tempo allena quotidianamente l’essere umano a dimenticare. Più che dimenticare, però, credo che la dimenticanza sia una conseguenza dell’appiattimento delle capacità analitiche e critiche rispetto a ciò che accade. Con lo scorrere di un dito sul telefono hai tutto sullo stesso piano: la tragedia, la pubblicità, il divo o la diva che segui, la musica che ascolti, la cronaca. Tutto ha lo stesso valore. Quello che cerco di fare io, forse anche per deformazione professionale, è soffermarmi sempre su ciò che stiamo guardando davvero. La lettura, per esempio, implica un lavoro apparentemente faticoso, soprattutto se non si è abituati a leggere. Questo perché la letteratura è attiva, mentre ciò che guardiamo spesso è passivo. Stiamo però allenando esseri umani sempre più individualisti, meno abituati al confronto reale, allo sguardo negli occhi, all’ascolto autentico. Più che ascoltare davvero, sentiamo dei suoni. È un nuovo essere umano. Io non ho sicuramente gli strumenti per definirlo fino in fondo, perché sono nato in un mondo analogico e mi sono ritrovato in un mondo di monitor. Le nuove generazioni, cresciute dentro questo mondo digitale, avranno inevitabilmente altri schemi mentali. Credo, però, che storie come questa possano aiutare. Al di là dell’informazione storica, che è sacrosanta e necessaria, possono restituirci un po’ di confidenza con la sensibilità dell’essere umano.






Qual è stato il suo approccio alla storia e al personaggio?
Il confronto con la storia, e quindi anche l’approccio al personaggio, è avvenuto nel momento in cui ho saputo di prendere parte a questo progetto. Io sono molto giovane, sono nata nel 2002, per cui conoscevo questa vicenda soltanto in parte. Quando ho capito che avrei potuto partecipare a questo lavoro, ho iniziato a documentarmi e a studiare ciò che era realmente accaduto. Il mio approccio a questa storia così importante è stato, quindi, prima di tutto umano e di conoscenza, perché si tratta di eventi che costruiscono le basi del nostro futuro come società. Ci dice molto rispetto alle persone che siamo e rispetto a ciò che è necessario fare oggi per ottenere giustizia di fronte a quello che succede nel mondo. Mi ha colpito profondamente la lotta di Margherita Asta e ciò che ha fatto per cercare di garantire che vicende come la sua venissero limitate, o addirittura non accadessero più. Per me è stato un incontro incredibile, una crescita umana gigantesca.
Cosa le ha insegnato questo personaggio?
Non mi ero mai dovuta confrontare con dolori così grandi, per fortuna, e quindi Margherita mi ha insegnato tantissimo rispetto alla parte attiva del gestire il dolore: come possiamo fare in modo che ciò che ci accade possa trasformarsi in qualcosa di positivo per gli altri, per la società e per il futuro. Alla fine, fare memoria significa anche questo: far sì che nel presente queste storie esistano e vengano conosciute, per garantirci un futuro migliore e per evitare che certe cose accadano di nuovo.
Quanto il racconto del film è aderente alla realtà dei fatti?
Rispetto alla storia che abbiamo raccontato, il rapporto con la realtà è stato molto fedele. Abbiamo cercato di attenerci il più possibile ai fatti reali e a come sono andate davvero le cose, soprattutto nel rapporto tra Margherita e il giudice
Carlo Palermo. Purtroppo, fino a un certo punto della loro storia, il rapporto tra i due è stato molto limitato, almeno fino al grande confronto finale, un momento importante, quasi necessario, per mettere un punto al grande dolore che sia Margherita sia il giudice Palermo hanno vissuto, ciascuno a modo proprio. Credo che la cosa più bella, rispetto ai percorsi paralleli di questi due dolori, sia stato il grande rispetto che Margherita ha avuto per il viaggio che il dolore ha compiuto dentro questa persona, ma anche dentro una figura come quella del padre di Margherita. Il dolore ci coglie sempre impreparati e non possiamo pretendere di decidere quale percorso farà dentro le nostre vite. Per me è stato molto bello osservare, anche da spettatrice, il rispetto che lei ha avuto per questo processo interiore. È proprio questo che abbiamo cercato di raccontare. E chiaramente il momento in cui quel confronto finalmente arriva è estremamente emozionante e importante. Si crea quasi un’aspettativa verso questa grande conversazione che avrebbe dovuto avvenire da anni e che, fortunatamente, è arrivata nel momento in cui Margherita era cresciuta e aveva avuto il tempo di collocare il dolore e la vicenda all’interno della propria vita, dando loro uno spazio preciso.
Se dovesse definire questa storia con poche parole? È difficile racchiudere questa storia in una sola parola, perché ha tantissime sfaccettature e ha attraversato molte fasi nella vita sia di Margherita sia del giudice Carlo Palermo. Però sicuramente Margherita è una delle donne più resilienti che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Quindi direi che è una storia resiliente. Una storia che ha resistito a tanti momenti bui, nei quali faceva fatica a emergere all’interno della nostra società. Nonostante tutto, però, la storia ha resistito. Margherita ha resistito. Il giudice Carlo Palermo ha resistito. E hanno resistito affinché, a un certo punto, questa verità potesse venire fuori. Una storia resiliente.




Nel film tv “Purché finisca bene - Cercasi Tata Disperatamente”, in onda domenica 24 maggio su Rai 1, l’attrice interpreta una donna in cerca della propria strada, divisa tra vita reale, comicità e una sorprendente identità da tata. L’intervista del RadiocorriereTv
Che cosa l’ha colpita subito del suo personaggio? Marta mi ha offerto molte chiavi. È un personaggio che si traveste e che, in qualche modo, fa quello che faccio io: c’è una specie di specchio nella finzione. La vediamo nella sua vita reale, poi quando si trasforma in tata e infine quando sale sul palco come comica di stand-up. Sono tre zone diverse della sua identità. Quando ci si mostra al pubblico, come accade nella stand-up, si cerca un personaggio, anche se più si è vicini a se stessi e più si crea un legame vero con chi ascolta. È qualcosa che Marta scopre nel corso della storia. Quando invece indossa i panni della tata, vive la libertà che ti può dare una maschera. Paradossalmente diventa più libera proprio perché non usa le sue abitudini espressive. Questo mi ha permesso di giocare moltissimo. Probabilmente, per la prima volta, ho avuto tra le mani un personaggio così libero, inusuale, giocoso, con un lato infantile molto spiccato. Mi ha entusiasmata e mi ha permesso di fare cose nuove.
Quanto è importante raccontare oggi donne che non hanno tutto sotto controllo ma trovano comunque una strada? È importantissimo, anche perché donne che hanno tutto sotto controllo, o uomini che hanno tutto sotto controllo, io non ne ho ancora incontrati. Esiste questa aspettativa sociale, questa pressione, ma non corrisponde e non può corrispondere alla vita di nessuno. Più vengono raccontati esempi di normalità, più si può mostrare quanto questa pressione sia sbagliata quando ci porta lontano dall’autenticità. Le storie possono aiutare anche a sciogliere dentro di noi alcune convinzioni. Io, personalmente, vivo nel caos da sempre. Anche se ho una figlia e quindi sono madre, non ho mai sentito fortissima que-
sta pressione, probabilmente anche per il tipo di lavoro che faccio. Credo però che sia molto importante raccontare che il caos non è necessariamente un problema. Anzi, può portare a scoprire cose nuove di sé stessi. Può diventare anche uno strumento di curiosità, naturalmente se non si viene schiacciati: è sempre una questione di misura.
Marta inventa un personaggio per farsi assumere come tata. Quanto si è divertita a giocare con questa doppia identità? Tantissimo. Abbiamo costruito un personaggio buffo, in cui però Marta finisce sempre per uscire fuori. Siamo partiti da uno stereotipo, quello di Mary Poppins, della tata perfetta, con una nota tedesca da signorina Rottermeier, che in qualche modo dovrebbe garantire la disciplina. Naturalmente è un preconcetto. Poi lo abbiamo portato un po’ oltre, lo abbiamo reso umano, ed è stato divertentissimo. In scena ho avuto davvero la possibilità di giocare. Questa volta il verbo “giocare” è reale: ho giocato con i bambini, abbiamo improvvisato, creato situazioni partendo dalla scrittura e poi ci siamo evoluti cercando strade per costruire una comicità peculiare, non generica. Ci abbiamo provato.
Come avete lavorato sulla dimensione comica del personaggio?
La ricerca della comicità è un esercizio quasi matematico. Da una parte c’è qualcosa di profondamente istintivo, dall’altra c’è un calcolo molto preciso di montaggio, inquadrature e tempi, oltre naturalmente all’efficacia delle battute e alla scrittura. Anche interpretare le parti di stand-up è stato un esercizio molto interessante. Non mi era mai capitato di lavorare in maniera così analitica su questo aspetto e credo che abbia portato risultati positivi, almeno per me che l’ho fatto. Mi sono anche distanziata dall’idea che avevo di me e questo è sempre molto positivo. Quando si pensa di sapere qualcosa di sé, è bello scoprire che non era esattamente così. Soprattutto se la scoperta è positiva. In questo caso lo è stata, e ne sono particolarmente felice.

Il film è ambientato e girato in Trentino. Quanto i luoghi hanno inciso sull’atmosfera della storia?
Trento è una città bellissima, come tutto il Trentino. Mi era già capitato di girare anni fa anche in Alto Adige. La natura lì incombe, sovrana e splendida. Abbiamo girato in autunno, che è una stagione perfetta. Il luogo partecipa alla storia con una meravigliosa pulizia delle immagini e delle linee. C’è un’atmosfera salubre, quasi fiabesca, che si sposa bene con il film, perché in qualche modo anche questa storia è una fiaba. Io ho trovato Trento incantevole
“Purché finisca bene” è una collana molto amata dal pubblico di Rai 1. Secondo lei qual è la forza di questo racconto?
Credo che sia un racconto capace di rasserenare e di dare calore a chi lo guarda. Facendo parte di questa collana, ha lo scopo di accompagnare gli spettatori in una serata piacevole, senza obbligarli a grandi riflessioni. L’idea è lasciare un sorriso sulle labbra e, allo stesso tempo, permettere qualche riflessione in modo dolce, senza chiedere uno sforzo eccessivo. La cosa che mi piace molto del nostro film è che quello che accade non è scontato. Lo svolgimento è sorprendente, ci sono molti argomenti e vengono sviluppati in maniera piuttosto originale. L’arco narrativo è evidentemente rassicurante, e quindi lo spettatore sa che, in qualche modo, finirà bene e
che non accadrà nulla di terribile ai protagonisti. Però, allo stesso tempo, il film è costruito in modo da incuriosire e divertire il pubblico in maniera, secondo me, inaspettata. Abbiamo cercato di renderlo un po’ più croccante. Credo che Laura Chiossone ci sia riuscita e sono particolarmente felice della misura trovata all’interno di questa collana.
Che cosa le piacerebbe arrivasse al pubblico attraverso Marta?
Marta è una donna, certamente non più una ragazzina, che però si sta ancora confrontando con la vita. Non ha seguito le tappe che spesso la pressione sociale impone: a una certa età, intorno ai trent’anni, dovresti avere le idee chiare su chi sei e su cosa vuoi. Lei non le ha. Nessuno dovrebbe essere costretto a capire chi è entro certi limiti di tempo, con il rischio, altrimenti, di sentirsi ai margini della società. Non dovrebbe essere così e credo sia importante dirselo. Marta è ancora in un percorso, anche se apparentemente sembra tardi. In realtà non lo è. È bella perché cerca di essere profondamente sé stessa, al di là dei canoni. Non significa che non soffra, ma prova a liberarsi da ciò che le viene richiesto. Uno dei messaggi del film, nemmeno troppo nascosto, è che Marta inizia davvero a trovare se stessa quando fa cadere le sue maschere.







Sono tornate le inchieste di “Indovina chi viene a cena”, il martedì in prima serata su Rai 3. La biodiversità, gli stili di vita, i sistemi socio-economici e la nostra alimentazione, un viaggio che ha al centro i diritti fondamentali delle persone
Martedì 19 maggio in prima serata, Rai 3 trasmette la seconda puntata della nuova stagione, il filo conduttore sembra essere ben presente in una domanda: “un capitalismo etico è possibile?”. Quali risposte possiamo azzardare?
La puntata si allontana in parte da ciò che un telespettatore si può aspettare da noi, da un programma che indaga sui consumi, sull’origine delle materie prime, che siano tessuti e alimenti, soffermandosi sempre sui diritti fondamentali. Ma non deve sorprendere se approfondiremo il tema dei diritti, un tema estremamente attuale, facendo particolare attenzione al mondo dei giovani. Siamo andati negli Stati Uniti e abbiamo portato a casa un’inchiesta notevole, con interviste esclusive a insider di aziende social che raccontano come i proprietari non tutelino le persone dai truffatori e i bambini da contenuti pericolosi. Anche le inserzioni veicolate incessantemente dalle piattaforme social possono diventarlo, e così mostreremo di come il mondo della cosmetica non pone regole, banali, a protezione della pelle e quindi della salute dei minori, pur sapendo che alcune sostanze contenute nei prodotti possono essere per loro più aggressive e pericolose.
“Indovina chi viene a cena” è da sempre un osservatorio sociale. Oggi che fotografia emerge su larga scala?
Se un extraterrestre guardasse la nostra specie in questo momento storico penso si chiederebbe se siamo veramente intelligenti come pensiamo di essere. A ottant’anni dalla Seconda guerra mondiale alcuni miliardi di persone del pianeta Terra non mangiano a sufficienza, al tempo stesso altri miliardi mangiano troppo e prendono un farmaco per dimagrire dopo essere diventati in sovrappeso, nel caso degli americani due su tre. Nella nostra prima puntata (disponibile su RaiPlay) abbiamo raccontato come è nata l’epidemia di obesità in America, ma abbiamo anche parlato delle cliniche della longevità, dei sistemi della purificazione del sangue, e quindi di come le lobby dei farmaci stanno facendo paura a quelle del cibo processato, perché 20 milioni di americani non mangiano più il loro cibo ultraprocessato. Sta succedendo qualcosa di epocale e su questo ci siamo soffermati. Lobby contro lobby si stanno facendo la guerra, e i
nostri corpi come sempre al centro dei loro interessi, eppure sarebbe così semplice mangiare naturale, cibi integrali, semi e proteine soprattutto vegetali, senza esagerare, evitando i cibi ultraprocessati, come suggerisce il nostro ospite, l’epidemiologo Franco Berrino.
Parte delle vostre inchieste è anche il racconto di esperienze virtuose.
Vado sempre alla ricerca di buoni esempi. Nella seconda puntata siamo andati in una scuola dello stato di New York, unico negli USA ad avere finanziato le custodie ermetiche in cui i giovani inseriscono gli smartphone prima dell’inizio delle lezioni. Una scelta coraggiosa e rivoluzionaria che sottrae per otto ore gli studenti alla dipendenza da smartphone.
Il tuo impegno nel giornalismo televisivo d’inchiesta ha radici lontane nel tempo, quando lavoravi a “Report”.
Feci la prima inchiesta del programma di Milena Gabanelli, quella sull’amalgama dei denti, quasi trent’anni fa, e con quell’inchiesta rivoluzionammo il sistema dell’odontoiatria in Italia. Quando penso a quante persone non si sono intossicate di mercurio grazie al mio pezzo mi sento gratificata. Tra le altre inchieste che lasciarono il segno ci furono quelle sulle mense scolastiche, che oggi sono fatte bene e servono cibo sano. Sento che anche il nostro pubblico ci segue perché qualcosa, negli anni, abbiamo seminato.
Che cosa significa fare inchiesta nell’ambito dei consumi?
Essere dalla parte dei cittadini. Un programma come il mio non può essere fuori dal Servizio Pubblico, le televisioni commerciali vivono di pubblicità, non sento mai una critica al sistema economico e a mio parere i giornalisti dovrebbero avere il coraggio di farlo, lo impone la deontologia. Quando parli di consumi vai contro poteri ben più forti di quelli della politica.
Come ti poni nei confronti delle situazioni più spinose e divisive?
Noi giornalisti, anche se siamo convinti di avere ragione, dobbiamo fare cento verifiche, perché dietro a ogni singola parola che diciamo ci sono le persone, le aziende. Poi, a un certo punto, c’è la discriminante: sono più importanti le migliaia di posti di lavoro di una multinazionale o i miliardi di persone che, ad esempio, subiscono gli effetti del glifosato, di un cosmetico, di un cibo? La risposta è chiara. Anche con tutte le tutele che cerco di avere nei confronti delle aziende, il principio è sempre quello di tutelare i diritti fondamentali delle persone: alla salute, alla trasparenza, alla tutela dei più fragili, e questo a partire dai bambini. Aggiungo anche gli animali, che a mio parere devono


avere diritti e quindi tutele che al momento non esistono. È l’evoluzione della civiltà che ancora manca alla nostra specie.
Da “grillo parlante” televisivo e digitale, qual è il fulcro della vostra divulgazione?
Cerchiamo di risvegliare la coscienza delle persone su un principio fondamentale, ossia che tutto ciò che è sul mercato non è detto che sia sicuro. Questo accade perché i prodotti, siano cosmetici, additivi, cibo, pesticidi, tabacco, vengono introdotti sul mercato senza tenere conto del principio di precauzione, sapendo bene che soltanto dopo anni emergeranno le evidenze, gli studi a lungo termine. È il loro metodo, collaudato.
I telespettatori continuano a chiedervi di scavare a fondo…
Abbiamo a disposizione cento minuti e questo può consentirci di scendere nei meandri, per comprendere ciò che spesso non vediamo in superficie. Da un po’ di tempo siamo passati a un diverso livello di approfondimento e di interpretazione della realtà, per capire come stanno cambiando in fretta i nostri comportamenti, strettamente legati al consumo dei beni e a questo sistema economico dove pochi ricchi posseggono la gran parte dei soldi predando le risorse che non solo loro. C’è una iniqua distribuzione delle risorse, ma i loro soldi servono per pagare le campagne elettorali dei politici che poi li agevolano, e l’inchiesta di martedì confermerà questa evidenza. Il proprietario di Meta, Facebook e Instagram, Mark Zuckerberg ha finanziato Trump.
Affrontare tematiche complesse senza perdere l’attenzione

dello spettatore. Qual è il tuo punto di equilibrio?
In trasmissione arrivo subito al dunque senza mai dilungarmi, con l’obiettivo di non annoiare. Se necessario tralascio qualcosa, è una questione di costi e benefici. Questo comporta che io debba avere molto più materiale da mandare in onda e quindi lavorare di più nella preparazione delle puntate. Solo nella prima, quella della scorsa settimana, avevamo almeno cinque situazioni diverse. Diluire eccessivamente il racconto significherebbe perdere l’attenzione di chi ci segue.
Come si avvicina il pubblico giovane?
La Tv è per le persone più grandi. L’unico modo per portare i nostri contenuti a chi ha modalità di fruizione diverse, quindi ai ragazzi, è dividerli in tanti piccoli contribuiti da fare passare in rete, sui social. Cosa che facciamo con la massima attenzione ma che non è certamente il racconto complessivo, quello capace di mostrarti anche uno spiraglio di speranza.
Una speranza che quando percepita può indurre cambiamenti Quando non c’è l’etica il capitalismo diventa avidità, e questo oggi è dominante. Con il nostro giornalismo dobbiamo essere le sentinelle contro la deriva. Ho un approccio protettivo nei confronti dell’economia sana e non significa essere comunisti. Parlo di capitalismo etico perché credo che al momento non ci siano sistemi migliori. Bisogna andare oltre le etichette e pensare alle generazioni future. Cerchiamo un sistema che rispetti i diritti fondamentali dell’uomo, a partire dai bambini, dalle fragilità, dalle biodiversità.






L’interprete di Stella racconta l’ingresso in “Mare Fuori” attraverso un personaggio fragile, riservato e segnato da un fatto grave. Nel percorso dentro l’IPM, il carcere diventa uno strumento di redenzione: uno spazio duro, ma anche capace di aprire una possibilità nuova, dove il pubblico è chiamato a guardare oltre la colpa e a riconoscere la persona
Interpreta un personaggio complesso come Stella: cosa l’ha colpita subito di lei?
La prima cosa che ho sentito, leggendo la sceneggiatura, è stata un senso di protezione nei suoi confronti: Stella porta dentro di sé esperienze durissime e, insieme, conserva una parte molto vera, molto sensibile, molto “pulita”. Ho capito subito che per avvicinarmi a lei non avrei dovuto giudicarla per quanto ha fatto ma provare a capire come si sente e quanto sia ferita dentro.
Stella entra in IPM da un contesto completamente diverso: quanto è stato difficile entrare nella sua storia?
Per fortuna Stella viene da un contesto fatto di ombre e di scelte incomparabilmente più dure. Però ho cercato di partire da qualcosa che sento mia. Potrei definirla “riservatezza”. Stella non si racconta subito, trattiene molto. Da lì ho cominciato a capirla davvero, a pensare come lei, a immaginare cosa stesse attraversando in ogni scena. Una volta dentro il suo mondo, le situazioni cominciano ad avere un senso diverso.
Il suo personaggio si macchia di un crimine ed è molto solo: come hai lavorato su questa fragilità?
Cercando di essere sincera, soprattutto nelle scene più dure. Quando un personaggio soffre così tanto, il rischio è di forzare l’emozione, di mostrare la sofferenza invece di sentirla davvero. Ho cercato di lasciare spazio a quello che Stella stava vivendo, senza aggiungere niente di mio che non c’entrasse. Non è stato semplice, ma avere un set sereno mi ha aiutata tanto.
Viene dal mondo della musica: recitare in una serie così intensa è stato davvero “un salto nel vuoto”?
Non proprio nel vuoto, ma è stato un salto grande. La musica la conosco da sempre, ci sono cresciuta dentro. Il set ha tempi completamente diversi: c’è l’attesa, il silenzio, e soprattutto ogni scena si costruisce pezzo per pezzo. All’inizio ero molto in soggezione: la paura più grande era non riuscire a piangere quando la scena lo richiedeva, non saper trasmettere emozioni a comando. È un modo di esprimersi diverso, e non sapevo se ne fossi capace. Però mi hanno accolta subito, mi hanno messo a mio agio, e questo ha fatto la differenza.
In questa stagione canta anche: si è sentita più sicura con la musica accanto alla recitazione?
In un certo senso sì. Quando Stella canta ho trovato qualcosa di familiare, un punto fermo dentro una storia molto intensa. E poi crescere nella musica mi ha insegnato ad ascoltare, a non avere fretta nemmeno delle pause. Sul set ho scoperto che serve la stessa cosa: anche una scena ha il suo respiro, i suoi tempi.
Racconta di essere cresciuta guardando “Mare Fuori”: che effetto le fa passare da spettatrice a protagonista?
È strano da spiegare. La guardavo con mia mamma fin dall’inizio, era di casa, seguivamo la serie insieme appena uscivano gli episodi. Poi mi sono trovata lì, in mezzo a quei corridoi, con le telecamere a poca distanza dal viso. La cosa più difficile non è stato il set in sé, ma sentire quell’obiettivo vicinissimo che aspetta la tua reazione, il tuo sguardo. Però è stato anche molto bello, proprio perché la conoscevo e ci tenevo davvero.
Lei è una grande fan del personaggio di Rosa Ricci: com’è stato trovarsi sul set con lei e con gli altri attori?
Rosa Ricci è un personaggio che cambia, che si mette in discussione. Ha strati che si scoprono uno alla volta. Quando sono arrivata sul set ero l’ultima entrata, gli altri si conoscevano già tutti, e mi sentivo un po’ in soggezione. Poi l’attrice che la interpreta mi ha chiamata al tavolo: “Tu sei Stella? Vieni a sederti con noi!” Non me lo aspettavo, ed è stato il momento in cui ho tirato un bel respiro.
Ha iniziato prestissimo tra musica, danza e studio: come riesce a tenere insieme tutto?
Ho imparato che se ti impegni seriamente in una cosa, poi quell’abitudine la ritrovi anche nelle altre. La danza e lo sport mi allenano a concentrarmi: quando sei in pedana o in sala prove, non puoi avere la testa altrove, e alla fine questo vale anche nello studio e sul set. Per la scuola cerco di restare in pari: faccio i compiti anche quando sono fuori, li mando ai professori. Quest’anno ho iniziato le superiori, ho anche il latino, che richiede una certa pazienza.
Dopo esperienze come “Doc – Nelle tue mani” e ora “Mare Fuori”, sente che la recitazione sarà parte del tuo futuro?
Lo sto ancora scoprendo e mi piace che sia così. La musica c’è sempre stata, è una presenza quotidiana. La recitazione mi ha aperto un modo diverso di esprimermi: entrare in una storia, attraversarla cercando di renderla vera. Ma non sento il bisogno di scegliere adesso. Adesso la priorità è studiare e crescere con calma, lasciando che le scelte arrivino quando sarà il momento giusto.
Cosa spera arrivi al pubblico di Stella, al di là della sua storia?
Spero che chi guarda riesca a non chiuderla subito in un’etichetta, non ridurla a “quella che ha sbagliato”. Stella ha fatto qualcosa di grave, e questo resta. Ma dietro certi gesti c’è spesso qualcosa che non è stato ascoltato in tempo. Se riuscissi a trasmettere anche solo questo, sarei molto contenta: l’idea che guardare le persone con più attenzione, senza fermarsi all’errore, possa fare davvero la differenza.




Il documentario che racconta suoni, voci e legami della serie più amata dai giovani. Disponibile sulla piattaforma Rai
Disponibile su RaiPlay “Mare Fuori 6 – La colonna sonora” un documentario dedicato alla creazione musicale della sesta stagione della serie tra le più amate dai giovani. Guidato dalla narrazione del compositore Stefano Lentini, il racconto si sviluppa attraverso interviste originali al direttore d’orchestra e ai musicisti che hanno dato
vita alla colonna sonora che ha vinto diversi premi come edizioni musicali Rai Com. Le immagini delle prove, con l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, e delle registrazioni in studio, si intrecciano con sequenze tratte dalla fiction, costruendo una trama visiva e sonora che segue il ritmo intenso della nuova stagione. Le stagioni di Mare Fuori e Mare Fuori #Confessioni sono disponibili su RaiPlay. “Mare Fuori 6-la colonna sonora” è un original Rai Contenuti Digitali e Transmediali, prodotto da Rai Com. I brani contenuti nel documentario sono editi da Rai Com.







Su Rai Gulp e RaiPlay “Biodiversiché”. Il significato e l'importanza della biodiversità, in collaborazione con CNR e NBFC
Dieci puntate da venti minuti per scoprire, attraverso il gioco e la sfida tra influencer, il significato e l’importanza della biodiversità. In onda dal lunedì al venerdì alle 9.35 su Rai Gulp e disponibile su RaiPlay e RaiPlay Sound, “Biodiversiché” è un percorso che si chiude il 22 maggio, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Biodiversità 2026, e che arricchisce l’ampia offerta di contenuti digitali dedicati al tema della biodiversità sviluppati in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il National Biodiversity Future Center. Un tema fondamentale quello della biodiversità, che Rai Kids celebra insieme al National Biodiversity Future Center (NBFC) su Rai Gulp con un quiz show dedicato al patrimonio naturale del nostro pianeta e alle sfide della sua tutela. Un format originale realizzato da Twister in collaborazione con Rai Cultura, nell’ambito della Convenzione Rai Com con NBFC, che arriva su Rai Gulp per il pubblico dei ragazzi, in una chiave di racconto che unisce educazione ambientale, intrattenimento e linguaggio digitale. Il programma si avvale della collaborazione degli esperti del NBFC, il primo centro di ricerca italiano dedicato al monitoraggio, conservazione e al ripristino della biodiversità, che garantisce la solidità
dei contenuti e accompagna il pubblico nell’approfondimento dei concetti affrontati in ogni puntata.
Alla guida del programma Lorenzo Baglioni affiancato da Federica Gasbarro, che insieme trasformano le parole della scienza in una sfida giocosa con alcuni dei volti più amati del web, in rigoroso ordine di apparizione nelle puntate: i Pantellas, Kiro Ebra, Arianna Craviotto (volto di Gulp), Lucilla Kids, Matt Matteo Pelusi, Sara Di Sturco, Matile e Sofia delle Chic Boom Boom, Alex Polidori, Chiara Anicito e Ginevra Fenyes, chiamati a misurarsi con termini complessi: dal DNA barcoding all’eco-ansia, fino al concetto di One Health e alla “sesta estinzione di massa”. Il programma mira a costruire un “dizionario ragionato” della biodiversità, un messaggio che risuona ancora più forte alla luce dell’Articolo 9 della Costituzione italiana, che dal 2022 ha introdotto la tutela della biodiversità e degli ecosistemi come principio fondamentale. Proprio per questo, il National Biodiversity Future Center (NBFC) ha scelto di affrontare il tema con un linguaggio semplice, diretto e accessibile, e attraverso una pluralità di canali, inaugurando di recente la rete dei Biodiversity Gateway, spazi aperti al pubblico già attivi nelle città di Venezia, Palermo, Roma, Napoli, Lecce e Fano, gestiti in collaborazione con esperti del CNR e delle Università afferenti a NBFC, nei quali cimentarsi con installazioni immersive, laboratori e attività divulgative volte a far conoscere la biodiversità italiana e imparare a tutelarla.



Un padre separato vede la propria vita sgretolarsi dopo il tradimento della moglie e una serie di accuse che lo allontanano dai figli e dalla sua quotidianità. Costretto a vivere in auto, Giulio precipita in un inferno personale che lo porta fino al carcere di Rebibbia, dove il dolore apre anche una nuova prospettiva di vita. Diretto da Mario Sesti, il film affronta il tema della fragilità maschile e della paternità negata con Paolo Briguglia, Chiara Francini, Stefano Antonucci, Maria Grazia Cucinotta e Lucrezia Guidone..


L’ambizione, il denaro e gli eccessi travolgono Jordan Belfort, broker newyorkese capace di costruire un impero economico fondato su talento, spregiudicatezza e totale assenza di misura. Martin Scorsese firma un racconto febbrile sul potere seduttivo del successo e sulla voracità di un sistema che consuma tutto, a partire dai suoi protagonisti. Tratto dall’autobiografia di Belfort, il film è interpretato da Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey e Kyle Chandler.

Una giornalista energica, curiosa e fuori dagli schemi diventa protagonista di indagini brillanti, tra mistero, ironia e ritmo televisivo d’altri tempi. Lauretta Masiero dà volto a Laura Storm, figura femminile moderna e vivace, in una serie che unisce il gusto del poliziesco alla leggerezza della commedia. Diretta da Camillo Mastrocinque e scritta con Leo Chiosso e Andrea Camilleri, la produzione vede nel cast anche Aldo Giuffré, Ugo Pagliai e Franca Parisi.


Una strega gentile accoglie sulla sua scopa un cane, un uccello e una rana, trasformando un viaggio fantastico in una piccola grande lezione di amicizia e solidarietà. Quando un drago minaccia la protagonista, saranno proprio gli animali incontrati lungo il cammino a fare squadra per salvarla. Diretto da Jan Lachauer, Max Lang e Jeroen Jaspaert, il film di animazione porta sullo schermo l’universo nato dai libri di Julia Donaldson e Axel Scheffler, con una storia delicata pensata per tutta la famiglia.



Una squadra segreta di agenti speciali opera nella zona grigia tra potere, denaro e violenza. Nelle sale il film diretto da Guy Ritchie con Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González, Kristofer Hivju, Fisher Stevens, Rosamund Pike, Carlos Bardem
Guy Ritchie torna al cinema con “In The Grey”, un action thriller adrenalinico e imprevedibile che riflette il suo stile inconfondibile: ritmo serrato, dialoghi affilati, personaggi complessi e moralmente ambigui, e sequenze d’azione di grande impatto visivo. Protagonisti un cast d’eccezione guidato da Jake Gyllenhaal, Henry Cavill ed Eiza González. Al centro della storia, una squadra segreta di agenti speciali capaci di muoversi abilmente nella “zona grigia” tra potere, denaro e violenza, per recuperare una fortuna da un miliardo di dollari. Ma quando il piano devia improvvisamente dal percorso previsto, la missione si trasforma in una corsa senza regole, dove ogni alleanza è fragile e ogni scelta può essere fatale.








«Qualche tempo fa ho ritrovato il primo prologo di romanzo che ho scritto, in un quaderno di quinta elementare, ma non credo ci sia stato un solo momento, piuttosto una lenta evidenza. Ho sempre osservato le vite degli altri, per provare a capire come funzionasse la mia, cosa andassi cercando nell’esistenza. A un certo punto ho capito che ogni volta che guardavo una persona, una famiglia, una relazione, io cercavo la storia nascosta. Cosa era successo prima, quale ferita aveva prodotto quel comportamento, quale desiderio era rimasto senza voce o dove quella persona fosse inciampata cercando di tirarla fuori. Raccontare storie, per me, è nato lì, dal bisogno di capire. La narrativa è diventata una forma di indagine, non solo sugli eventi, ma sulle ragioni profonde per cui gli esseri umani evolvono in modi diversi. Agiscono con consapevolezza e si salvano, o si tradiscono e si perdono. Ho sempre studiato le scienze umane, continuo a farlo, perché educano alla consapevolezza a cui quasi nessuno ci prepara, soprattutto in questa cultura governata dalla performance. Attraverso le storie, io vorrei solo diffondere un po’ di quella consapevolezza. E far arrivare alle persone un messaggio preciso: non sono sbagliate e non sono sole.»
Grazia Scanavini è nata a Ferrara nel 1973 e sentirla raccontarsi è già un viaggio nella sua scrittura. «Ho iniziato la vita adulta a diciotto anni, lavorando come infermiera professionale. Intanto ho studiato Scienze filosofiche dell’educazione, poi ho acquistato una tabaccheria, poi sono diventata counselor filosofica e, poi ancora, ho studiato sceneggiatura e ora sto lavorando come sceneggiatrice da alcuni anni. Un percorso all’apparenza sconnesso. Quando racconto le mie svolte professionali do l’impressione di essere stata incerta su ciò che volessi fare da grande. In realtà, al centro del mio studiare e sperimentare c’è sempre stata la sostanza umana. Prima ancora di scrivere storie, ho ascoltato le storie degli altri nei reparti, nei percorsi di aiuto e nelle vite ordinarie delle persone. Questo ha formato il mio sguardo. Mi interessa ciò che si muove sotto la superficie. Mi catturano le ferite, i ruoli, le maschere, i bisogni che non sappiamo nominare. La scrittura, per me, è diventata il modo più naturale per dare forma a tutto questo.»
“Burattinai”, un titolo che inquieta: come nasce?
«Questo romanzo ha come tema le relazioni tossiche e le dinamiche di manipolazione. Il titolo nasce dall’evidenza che,
dentro a queste relazioni, una persona arriva a non accorgersi più di non muoversi da sola. La manipolazione psicologica non entra quasi mai nella vita con il volto del mostro, anzi, arriva travestita da amore, attenzione, promessa. È questo che la rende pericolosa. A un certo punto non sai più se stai scegliendo ciò che tu vuoi realmente o ciò che ti fa sentire adeguata agli occhi di quella persona. Che può essere un compagno o una compagna, un marito o una moglie, ma anche un genitore, un figlio. Però il titolo non riguarda solo le relazioni affettive. Riguarda anche i fili invisibili della nostra epoca dominata dalla performance, dal bisogno di essere riconosciuti, desiderati, confermati, scelti. Già alla fine del Novecento Christopher Lasch, influente storico e sociologo statunitense, diceva che oggi ci saremmo trovati in piena cultura del narcisismo e la società ne sarebbe stata emblema. È sufficiente alzare lo sguardo sulla situazione odierna, sui pochi accentratori di potere che, attraverso la comunicazione perversa, muovono i fili della situazione geopolitica. In questo senso Burattinai racconta un delitto, certo, ma racconta soprattutto una domanda: chi muove davvero i nostri gesti quando abbiamo paura?»
La tua produzione spazia da saggi/reportage a romanzi comunque uniti da uno sguardo che scava nella discriminazione di genere. Il giallo è una scelta precisa?
«Sì, molto precisa. Quando si parla di femminicidi, si parla sempre di una relazione tossica che diventa palese solo quando produce un danno irreparabile. Per parlarne, ho scelto il giallo come dispositivo narrativo perché parte da un corpo e arriva a una verità. C’è un delitto, c’è un’indagine, c’è una domanda apparentemente semplice: chi è stato? Ma il vero giallo, per me, comincia subito dopo, quando la domanda diventa: che cosa si è rotto prima? Nessuno uccide dal nulla. Prima c’è una frattura, c’è una relazione malata, un potere esercitato nell’ombra, una ferita che qualcuno non ha saputo o voluto nominare. Nel caso della violenza di genere questo è ancora più evidente, perché spesso il colpevole non è un enigma geniale, è una presenza già annunciata dai segnali. La sfida è guardarli, ricostruirli, dimostrarli. Il giallo mi permette di fare proprio questo, di trasformare l’indagine criminale in un’indagine umana, psicologica e sociale. È un genere popolare, ma ha una forza enorme, perché entra nella paura e ne esce con una forma di conoscenza.»
Laura Costantini



Arriva in digitale “Miranda”, una pagina sonora fra radici napoletane, energia mediterranea e linguaggi contemporanei.
C’è una musica che attraversa le epoche senza restare prigioniera di una sola stagione. Sa conservare identità e, nello stesso tempo, cercare nuove direzioni, nuovi respiri, nuove possibilità espressive. In questa linea si inserisce “Miranda”, il nuovo singolo di Tullio De Piscopo, un brano che aggiunge un nuovo capitolo a una carriera lunghissima e conferma la vitalità creativa di un artista che continua a pensare la musica come movimento, incontro e ricerca. “Miranda” nasce dentro una trama sonora in cui la pulsazione diventa racconto. La batteria, da sempre cuore del linguaggio di Tullio De Piscopo, non è soltanto struttura, ma voce narrativa, centro emotivo e fisico della composizione. Attorno a essa si costruisce un brano dinamico, stratificato, attraversato da richiami mediterranei, suggestioni partenopee, aperture internazionali e una sensibilità contemporanea che guarda al presente senza rinnegare la propria storia. Dentro questa nuova uscita c’è Napoli, con le sue vibrazioni più profonde, ma anche una visione musicale ampia, capace di dialogare con il jazz, il funk, la tradizione popolare e le contaminazioni moderne. “Miranda” non procede per nostalgia e non cerca l’ef-

fetto celebrativo: prende l’esperienza, la trasforma in materia viva e la restituisce in una forma attuale, riconoscibile, aperta. In oltre sessant’anni di carriera, Tullio De Piscopo ha attraversato linguaggi, palchi, generazioni e incontri decisivi, mantenendo sempre una cifra personale fortissima. Con “Miranda” conferma una coerenza rara: quella di chi usa il passato come spinta per continuare a creare. Il singolo diventa così un segno di continuità e rinnovamento, un capitolo ulteriore in un percorso artistico che ha fatto del tempo, del suono e dell’identità una materia viva. L’uscita arriva in un momento particolarmente significativo. Dopo il ritorno al Festival di Sanremo 2026, dove nella serata dei duetti ha condiviso il palco con Lda e Aka 7even in una nuova versione di “Andamento Lento”, Tullio De Piscopo ha ricevuto il Premio Mei – Meeting delle Etichette Indipendenti per il miglior live dell’edizione. Un riconoscimento che conferma la forza scenica di un artista capace ancora oggi di trasformare ogni esibizione in energia collettiva. Il tour del 2026, “80 Tullio – The Last Tour… Nun ’o saccio!”, è un progetto dal titolo ironico e affettuoso, perfettamente in linea con lo spirito di un musicista che sa unire profondità, leggerezza e presenza scenica. Con “Miranda”, Tullio De Piscopo ribadisce una verità semplice e potente: la musica resta viva quando continua a cambiare forma senza perdere anima. E la sua, ancora una volta, batte forte.



Serena Casagrande Dirigente del Commissariato distaccato di Jesolo racconta la sua storia in divisa
La sua tenacia instancabile, la sua perseveranza e professionalità le hanno permesso di costruirsi un percorso professionale eccellente: il rigore, il senso di responsabilità, la ponderatezza abbinate ad uno spiccato senso pratico le consentono di affrontare le situazioni, anche quelle più difficili in poco tempo, usando il grande spirito di analisi

che l’accompagna. Serena Casagrande Dirigente del Commissariato distaccato di Jesolo racconta la sua storia in prima linea. L’approccio femminile ai problemi, fatto di pragmatismo e concretezza e la capacità di essere multi-tasking si coniuga con una sensibilità che consente di comprendere chi ti è vicino. Esserci sempre è un binomio inscindibile. Esserci è essere dentro, nel profondo e nell’intimo e quindi non potrebbe essere che “sempre”. Per essere in prima linea bisogna atudiare bene e molto, avere a cuore la storia passata e tenersi connessi e aggiornati sul presente, per essere attenti scrutatori del futuro. In
fondo il lavoro in Polizia è, prima tutto volto a che anomalie di comportamento, disordini, sregolatezze non accadano perché non avviino processi che portano a gravi fatti illeciti. Solo dopo c’è il grandissimo impegno investigativo e di azione per contrastare l’azione di coloro che delinquono che, ricordiamolo, sono solo una sparuta minoranza nelle nostre comunità
Perché ha deciso di indossare la divisa della Polizia di Stato?
Vorrei rispondere a questa domanda dicendo che indossare la divisa della Polizia di Stato è sempre stato un mio sogno sin da quando ero bambina, ma non è così. Eppure, l’aria della grande famiglia della Polizia di Stato l’ho sempre respirata; papà, zio e molti amici di famiglia erano appartenenti. Gli studi in giurisprudenza mi avevano fatta appassionare alle tematiche dei diritti ma allo stesso tempo sentivo che un lavoro statico, rigidamente seduta alla sedia di una scrivania, non avrebbe fatto per me. Cercavo qualcosa che potesse coniugare il senso di giustizia con la dinamicità e la concreta possibilità di fare qualcosa per gli altri, così, quando è uscito il bando per Commissari della Polizia di Stato, ho pensato che avrei potuto trovare la sintesi di tutti questi aspetti. E così è stato.
Q uale è stato il suo percorso professionale in Polizia?
Terminato il corso a Roma alla Scuola Superiore di Polizia la mia prima destinazione è stata la Questura di Venezia. Le prime settimane sono stata assegnata al Commissariato di San Marco ed è stata un’esperienza bellissima, era il periodo della Mostra del Cinema di Venezia ed entrare subito in quel caleidoscopico turbinìo è stato un inizio emozionante. Si trattava della mia prima esperienza nei servizi di Ordine Pubblico, pare scontato dirlo, ma farlo nel contesto patinato della Mostra del Cinema ha esercitato senza dubbio un fascino particolare: milioni di persone di diverse nazionalità, servizi via terra e via acqua, forze dell’ordine di diverse amministrazioni coordinate per un fine comune... Successivamente sono stata trasferita all’U.P.G.S.P., ho avuto la possibilità di fare per un periodo il turno in quinta con i ragazzi delle Volanti imparando a comprendere difficoltà e complessità di un ruolo tanto delicato e nevralgico. La Volante è il primo contatto che le persone in difficoltà hanno con il personale in divisa e si tratta di un incarico estremamente delicato, ci vuole fermezza ma anche empatia e delicatezza; caratteristiche che ho cercato di “rubare” agli agenti delle Volanti e che non ringrazierò mai abbastanza. Ho avuto anche la possibilità di fare tre aggregazioni in Sicilia per l’emergenza migranti, di cui una al C.P.R. di Trapani, una all’hotspot di Trapani e una all’isola di Lampedusa. Queste parentesi, per quanto temporalmente brevi, mi hanno arricchita molto. Ho avuto il privilegio di conoscere persone che hanno fatto del volontariato e dell’aiuto al prossimo una ragione di vita, nonché colleghi che possono vantare un bagaglio di esperienza professionale a cui spero di potermi avvicinare un giorno. Dal mese di luglio 2025 sono stata aggregata al Commissariato distaccato di Jesolo e da ottobre la mia permanenza è diventata definitiva.
Qual è il suo ruolo attuale?
Attualmente dirigo il Commissariato distaccato di Jesolo. L’esperienza del Commissariato è un universo ancora diverso, dinamico ed eterogeneo. Mi sta dando la possibilità di spaziare in materie molto diverse tra loro e di vivere realmente il tessuto sociale, con tutti i suoi pregi e difetti. Le difficoltà sono molte, dalle mille attività di cui un Commissariato si occupa, all’organizzazione dell’Ordine Pubblico che, in una città in continua espansione quale è Jesolo, è complesso e richiede un’attenzione costante. Approfitto di queste righe per ringraziare pubblicamente quella che mi sento di definire la mia squadra; in questi mesi abbiamo imparato a conoscerci, con pregi e difetti, abbiamo vissuto momenti di spensieratezza ma anche momenti di difficoltà, ma ci ho sempre potuto contare.
Quali esperienze nel suo lavoro le sono rimaste nel cuore? Uno dei momenti che porterò sempre con me è stato l’incontro con la madre di una giovanissima donna di appena 20 anni uccisa dall’ex compagno nel 2015. La signora venne all’Istituto “E. Cornaro” di Jesolo per partecipare ad un incontro in materia di violenza di genere voluto dalla Preside, donna di grande sensibilità e umanità. La signora ha raccontato ai giovani studenti dell’Istituto la storia di sua figlia, la storia di una donna, la storia di molte donne in Italia. La dignità e la forza nelle parole scelte con cura e pronunciate con fermezza hanno lasciato un segno, così come l’abbraccio finale che c’è stato. Porto con particolare affetto anche la visita fatta al reparto di pediatria dell’Ospedale di San Donà di Piave con l’Associazione “Heroes for Love; associazione fondata da un gruppo di appartenenti alle varie Forze dell’Ordine che si travestono da supereroi e, anche se solo per un giorno, cercano di rendere più lieve la permanenza negli ospedali dei piccoli pazienti.
Come concilia il suo lavoro con la vita personale?
Cerco di non privarmi del lusso di viaggiare, che sia una meta lontana o un piccolo borgo a pochi km di distanza. Da qualche anno mi accompagna uno zaino da trekking arancione che presi quando decisi di fare il cammino dei pescatori in Portogallo, lo riempio dello stretto necessario e parto. Posso contare su un fidato manipolo di amici che si lasciano facilmente trascinare in queste avventure.
Quale consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la sua carriera?
Posso esprimere solo come cerco di approcciarmi io alle cose: divertendomi e imparando a ballare sotto alla pioggia. Questo lavoro mi ha dato e sta continuando a darmi la possibilità di vivere esperienze uniche, conoscere persone straordinarie e vedere posti incredibili. Non sarei realista se non dicessi che ci sono anche giornate di grande sconforto o stanchezza ma cerco di farle passare “danzando sotto alla pioggia”, come piace metaforicamente a me, perché tanto poi esce sempre il sole.



Il melodramma di Giocchino Rossini firmato da Emma Dante e Michele Mariotto. Giovedì 21 maggio alle 21.20 su Rai 5
“Tancredi” di Gioachino Rossini torna dopo ventidue anni al Teatro dell’Opera di Roma. Il melodramma eroico in due atti su libretto di Gaetano Rossi, tratto da Voltaire, è proposto da Rai Cultura in prima TV su Rai 5 giovedì 21 maggio alle 21.20. L’opera è messa in scena nella sua versione tragica,

in un nuovo allestimento firmato da Emma Dante. La regista palermitana, Leone d’Oro alla carriera 2026 della Biennale di Venezia, rilegge il mito di Tancredi ambientandolo in un piccolo teatrino di pupi siciliani. Alla guida dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma Michele Mariotti, che affronta per la prima volta il titolo e sceglie di affidare il ruolo del protagonista al controtenore Carlo Vistoli. Amenaide è il soprano in grande ascesa Martina Russomanno, al debutto al Costanzi. Veste i panni di Argirio Enea Scala mentre Luca Tittoto è Orbazzano, Completano il cast Ekaterine Buachidze (Isaura) e Maria Elena Pepi (Roggiero).

Film
Disobedience
Tratto dal romanzo di Naomi Alderman, il film di Sebastián Lelio, è proposto lunedì 18 maggio alle 21.20

Film
Soldato Peter
Ispirato alla storia reale di un soldato ungherese di nome Peter Pan, il film diretto da Gianfilippo Pedote e Giliano Carli, è proposto martedì 19 maggio alle 21.20

Elvis Presley ‘56 Special
Un documentario che racconta un anno cruciale per la carriera di “The King”, il 1956, attraverso documenti assolutamente inediti. In onda giovedì 21 maggio alle 00.25

Evolution
Ecuador, paradiso di biodiversità
Un viaggio spettacolare in uno dei Paesi con la più alta concentrazione di biodiversità al mondo. In onda venerdì 22 maggio alle 14.45

Documentario
Albe - A Life Beyond Earth
Sette persone di Roma e provincia condividono passioni ed esperienze legate ai contatti, all’ufologia e alla spiritualità cosmica. In onda mercoledì 20 maggio alle 16.35

Teatro Il giorno della civetta
In occasione della Giornata della Legalità, Rai Cultura propone in prima serata un capolavoro del teatro civile. Spettacolo tratto dal celebre romanzo di Leonardo Sciascia, in onda sabato 23 maggio alle 21.20
Film
Il caso Mattei
Interpretato da Gian Maria Volontè, il film di Francesco Rosi in onda domenica 24 maggio alle 21.20





Puntata conclusi va del nuovo programma Rai Cultura con Simona Vanni, in onda domenica 24 maggio alle 21.10 in prima visione su Rai Storia
Èstato il primo Presidente della Repubblica ad essere riconfermato: con Giorgio Napolitano si conclude il viaggio con “I nostri Presidenti” il nuovo programma Rai Cultura con Simona Vanni, in onda domenica 24 maggio alle 21.10 in prima visione su Rai Storia, che attraverso due serie – prodotte da Rai Cultura

e trasmesse in passato da Rai Storia, “Grandi discorsi della storia”, con Aldo Cazzullo, e “Q verso il Quirinale” – intraprende un viaggio dentro l’istituzione della Presidenza della Repubblica a 80 anni dal referendum del 2 giugno 1946. Giorgio Napolitano viene eletto Presidente della Repubblica il 10 maggio 2006, al quarto scrutinio, con 543 voti. Ci troviamo difronte a un passaggio storico: si tratta del primo Presidente della Repubblica proveniente dalla tradizione comunista. Un presidente che riuscirà a parlare a tutti con un linguaggio diretto, ma sempre con autorevolezza e misura.

Franco Battiato.
Sei un essere speciale
Il ricordo di Rai Storia
La prima apparizione televisiva di Franco Battiato, datata 1° maggio 1967, nello spettacolo beat “Diamoci del tu”, con Giorgio Gaber e Caterina Caselli. In onda lunedì 18 maggio alle 19.30

Passato e presente
L’Appeasement.
L’illusione della pace
Dopo la tragedia della Grande Guerra, l’Europa cerca disperatamente di evitare un nuovo conflitto. Paolo Mieli ne parla con il professor Ernesto Galli della Loggia giovedì 21 maggio alle 13.15

Italiani
Marco Pannella, un politico da marciapiede
A 10 anni dalla scomparsa di Marco
Pannella, Rai Cultura ripropone martedì 19 maggio alle 19.40 su

Un mondo diviso
Resistere a tutti i costi
Nel 1942, la battaglia per Stalingrado sembra persa per i sovietici. Ma arrendersi per Nikita Krusciov è fuori discussione. In onda venerdì 22 maggio alle ore 21.10

RAInchieste
Indagine sulla parapsicologia di Piero Angela
L’inchiesta che nel 1978 provocò numerose polemiche sui giornali, nella quale il giornalista torinese confutava le pratiche esoteriche che trovavano grande popolarità nel pubblico dei media. in onda mercoledì 20 maggio alle 21.10

Passato e Presente
Giuseppe Fava il coraggio della verità
In occasione della Giornata della legalità in onda sabato 23 maggio alle 9.15 e alle 14.45
Omaggio a Eduardo De Filippo
Il ricordo Rai Cultura
nell’anniversario della nascita
In onda domenica 24 maggio alle 9.45




In onda sabato 23 maggio alle ore 21 su Rai Gulp
Il film, liberamente ispirata al romanzo “Storia di Iqbal” di Francesco D’Adamo, racconta una storia vera, quella di Iqbal Masih, il giovanissimo lavoratore e attivista pakistano divenuto icona della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile. Iqbal riuscì a portare la sua testimonianza fino all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prima di essere assassinato a soli 12 anni, nel 1995, a Lahore. Il lungometraggio affronta temi importanti ad altezza di sguardo di bambino: il tema di fondo è quello dello sfrutta-
mento del lavoro minorile in condizioni di schiavitù, ma entrano in gioco anche l’emigrazione, la corruzione di chi dovrebbe essere preposto a salvaguardare la legalità nonché le responsabilità degli occidentali che comprano prodotti senza minimamente preoccuparsi di sapere (oppure sapendolo ma voltando la testa dall’altra parte) da chi e come siano stati realizzati. La tecnica utilizzata è un originale mix di animazione 3D su scenografie disegnate, che genera affascinanti e suggestive prospettive, nelle inquadrature, nei tagli di luce e nei colori. La doppia grafica, tra realtà e sogno, amplifica una narrazione necessaria e profondamente educativa.


In onda sabato 23 maggio alle 20.45 su Rai Yoyo
Speciale d’animazione basato su un famoso libro per bambini scritto da Julia Donaldson e illustrato da Axel Scheffler. Il Topo Brigante è uno spietato criminale che tende agguati per le strade e deruba i viandanti. La sua passione sono i dolci ma, per mera crudeltà, ruba il cibo ad ogni animale che incontra, anche se non è di suo gradimento. Stanca di tanti soprusi, la signora
Anatra ha un’idea: quando il Topo minaccia di mangiarla, con l’ingannevole promessa di una montagna di dolci, riesce a condurlo all’interno di una grotta, dove il Topo finisce per perdersi. Tutti gli animali festeggiano felicemente la liberazione dal crudele brigante. Solo e abbandonato nella grotta il Topo riflette sulla sua prepotenza, si rende conto del male compiuto, si pente sinceramente e, quando riesce a tornare libero, trova un onesto lavoro in pasticceria dove finalmente sarà appagata la sua passione per i dolci.
















L’ombra di Caravaggio – Martedì 19 maggio ore 21.15 – Anno 2022 – Regia di Michele

Roma, 1610. Il talento di Michelangelo Merisi convive con una vita inquieta, provocatoria, segnata da eccessi, accuse e da un rapporto sempre più difficile con la Chiesa. Caravaggio, ricercato per omicidio, diventa oggetto di un’indagine voluta da Papa Paolo V, che affida a un misterioso emissario il compito di stabilire se l’artista possa ottenere la grazia. Ne emerge il ritratto di un genio irregolare, capace di trasformare il sacro in carne, luce e verità, ma anche di sfidare apertamente le regole della committenza ecclesiastica. Michele Placido dirige e interpreta un film sensuale, scabroso e intenso, con Riccardo Scamarcio, Louis Garrel, Isabelle Huppert e Micaela Ramazzotti, restituendo il tormento di un artista per il quale la pittura diventa libertà, conflitto e destino.

In un futuro segnato dalla scarsità di risorse e dal progressivo disfacimento della civiltà, uomini e robot convivono secondo regole rigide: gli automi non possono ripararsi da soli né migliorare le proprie capacità. Quando il detective Vaucan scopre che alcuni robot riescono a violare queste direttive, si trova davanti a un mistero che mette in discussione il confine tra macchina, coscienza ed evoluzione. Con Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen e Melanie Griffith, il film unisce atmosfere da fantascienza apocalittica, tensione investigativa e suggestioni visive vicine al grande immaginario distopico, tra confezione internazionale e sensibilità europea.




L’immortale – Venerdì 22 maggio


Negli ultimi giorni della Seconda Guerra mondiale, nelle terre selvagge della Lapponia finlandese, un solitario cercatore d’oro incrocia il cammino di uno squadrone di soldati nazisti. Quando gli rubano il tesoro appena trovato, i militari pensano di avere avuto la meglio, ma scoprono presto di aver sfidato l’uomo sbagliato: un veterano di guerra soprannominato l’Immortale. Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, il film di Jalmari Helander fonde western, cinema bellico e azione pulp, costruendo un racconto violento, esagerato e spettacolare. Protagonista è Jorma Tommila, volto di grande forza fisica e scenica, al centro di un action finlandese brutale, pop e adrenalinico.
Una madre single vede il proprio figlio sparire davanti ai suoi occhi e, nel giro di pochi istanti, la quotidianità si trasforma in una corsa disperata contro il tempo. Karla riceve una telefonata dai rapitori, ma invece di cedere alle loro condizioni sceglie di inseguirli, mettendosi al volante del suo minivan con una sola certezza: non fermarsi finché non avrà ritrovato il bambino. Halle Berry interpreta una donna determinata, fragile e feroce insieme, in un action-thriller costruito sulla tensione continua e sull’urgenza emotiva. Alla regia Luis Prieto, già vicino al crime e al thriller, imprime alla storia un ritmo serrato, trasformando l’incubo di una madre in una battaglia di resistenza e coraggio.







