
numero 24 - anno 95 15 giugno 2026

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numero 24 - anno 95 15 giugno 2026


La conduttrice napoletana racconta un’estate intensa e ricca di emozioni. Protagonista del sabato di Rai 1 in diretta con “UnoMattina Weekly” alle 8.35, condotto con Marco Gallo e Giulia Bonaudi, e con “Musica Mia” insieme a Marco Conidi alle 17.05
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Su Rai 1, dal lunedì al venerdì alle 12.00, racconta l’Italia delle province e delle comunità locali: luoghi dove il cibo diventa memoria, accoglienza, economia di vicinanza e gesto d’amore verso il territorio
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Dal 16 al 20 giugno a Macerata il Festival della Canzone Popolare e d’Autore, il 19 e il 20 giugno le finali allo Sferisterio
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Antonino Monteleone e Adele Grossi raccontano la nuova edizione del programma in onda il lunedì in prima serata su Rai 3
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Cartoons on the Bay ha premiato con il Pulcinella Career Award, il famoso creator di videogiochi
Giovedì 25 Giugno torna in Piazza di Spagna a Roma la Cerimonia di premiazione della XVIII edizione dello storico Premio, in collaborazione con la Rai e sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento europeo. La serata televisiva, in onda su Rai 1, sarà condotta da Mara Venier e Alberto Matano
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SETTIMANALE DELLA RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997
Numero 24 - anno 95 15 giugno 2026
DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
Redazione - Rai Via Alessandro Severo, 246 00145 ROMA Tel. 0633178213


www.radiocorrieretv.rai.it www.ufficiostampa.rai.it
Collaborano Laura Costantini
Cinzia Geromino
Tiziana Iannarelli
Vanessa Penelope Somalvico

JOHN VIGNOLA
In “Esercizi di metamorfosi”, edito da Rai Libri, il giornalista, critico musicale e conduttore di “La nota del giorno dopo” su Radio 1, racconta un gigante capace di attraversare cool jazz, jazz modale, rock, elettronica e pop senza perdere la propria identità sonora 24
ORCHESTRA SINFONICA
Presentata la nuova stagione: da Mahler a Beethoven, da ottobre a giugno il grande spettacolo della musica

La Rai si racconta in digitale
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Quel che si cela dietro una storia letteraria
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L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai
e Rai Gulp
Con “Sanctuary” la formazione guidata da Amy Lee apre una nuova fase, tra chitarre potenti, testi vulnerabili e un tour mondiale che arriverà in Italia il 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna

In divisa con rigore e tenacia: Delia Piscopo di Capo di Gabinetto e Dirigente DIGOS presso la Questura di Isernia racconta la sua storia di Donna in Polizia
Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay 4
Una selezione dei film in programma sulle reti Rai



Tra televisione, musica e nuovi progetti, la conduttrice napoletana racconta un’estate intensa e ricca di emozioni: «Voglio vivere quello che faccio, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo». Protagonista del sabato di Rai 1 in diretta con “UnoMattina Weekly” alle 8.35, condotto con Marco Gallo e Giulia Bonaudi, e con “Musica Mia” insieme a Marco Conidi alle 17.05
Possiamo affermare con certezza che la sua estate non sarà all’insegna dell’ozio... come sta andando?
Bene, sono molto contenta. C’è tanto da fare e, a proposito di ozio, devo dire che l’estremo relax non fa per me, perché ho sempre bisogno di fare, di avere qualcosa che mi stimoli. Non sono mai ferma, ho sempre questa voglia di mettermi in gioco. Quindi questo periodo è molto in linea con la mia personalità e con il mio modo di vivere. Mi piace questo mestiere, quando arrivano momenti così intensi sono felice, sia per come stanno andando i programmi (Musica Mia e UnoMattina Weekly), sia per il rapporto che si è creato con i miei colleghi.
A proposito di colleghi: che squadra siete?
Quello della squadra è per me un tema estremamente importante, che arriva sicuramente anche dal mio passato professionale. Nasco come ballerina e ho lavorato tanto in gruppo, per questo la squadra viene ancora prima del contenuto che portiamo. È una cosa in cui ho sempre creduto e devo dire che lavoro con due squadre meravigliose, sia con “Musica Mia”, sia con “UnoMattina Weekly”. I miei colleghi sono persone con cui ho creato un legame forte, ci ritroviamo, lavoriamo insieme per ore, siamo in diretta il sabato e la domenica, viviamo gli stessi momenti. Magari finiamo tardi, poi si continua a parlare, nasce un’idea da
un’altra idea. Tra noi c’è tanto rispetto, ma soprattutto tanto lavoro di gruppo. Secondo me questa unione poi arriva anche sul palcoscenico, perché il pubblico la percepisce.
Con “Musica Mia”, attraverso la musica raccontate tante storie e ripercorrete grandi momenti della nostra musica. Che cosa racconta invece di lei la musica che ascolta in questo periodo?
In realtà è più la musica che mi chiede di essere ascoltata in questo periodo. Viaggiando con “Musica Mia” abbiamo incontrato tanti artisti, siamo andati nei luoghi in cui sono nati, cresciuti, abbiamo cercato di capire da dove arrivassero quelle canzoni e quelle storie. Quelle canzoni sono diventate un po’ la colonna sonora del programma, ma la cosa bella è entrare nella vita di un artista e capire perché ha scritto determinate cose. La musica, alla fine, fa proprio questo: i grandi autori raccontano la loro storia, ma quella storia diventa anche la nostra. Siamo miliardi di persone nel mondo, eppure viviamo emozioni simili. Puoi essere chi vuoi, fare qualsiasi lavoro, avere qualsiasi vita, ma alcune emozioni ci uniscono tutti. È un filo che annoda gli esseri umani, e andrebbe ricordato spesso, perché ci renderebbe più vicini.
Dopo tanti viaggi e tanti incontri, che cosa resta davvero delle persone che ha conosciuto?
Restano sensazioni difficili da replicare. Ho incontrato tante persone che non conoscevo e con cui, dopo pochi minuti, sembrava di parlare con qualcuno che conoscevo da sempre. Quando senti la passione di una persona, quando percepisci il suo entusiasmo e la sua voglia di raccontarsi, nasce qualcosa di speciale. Sono sensazioni che porti con te a casa, custodisci con cura e ricordi con piacere perché ha lasciato un segno importante.
Il sabato, invece, c’è l’emozione della diretta… come gestisce il momento in cui si accende la lucina rossa?
Prima di iniziare ho sempre un mio piccolo rituale, soprattutto in esterna, che non confesserò per scaramanzia (ri-

de). Faccio dei vocalizzi, cerco di concentrarmi. La diretta ha sempre quella parte di adrenalina che mi piace.
La televisione ha tanta scrittura, il lavoro degli autori è fondamentale, però poi arriva quel momento in cui tutto prende vita. Quanto spazio concede all’improvvisazione, anche nella vita?
Tanto direi, però per me è fondamentale la preparazione, sapere bene cosa fare e di cosa sto parlando. Io sono una persona che si informa molto, mi piace conoscere la storia di chi ho davanti, capirne il percorso, anche se alla fine il rapporto umano trasforma tutto. Quelle informazioni servono per capire chi hai davanti, il suo vissuto, serve a preparare il dialogo, poi, però, anche se il terreno è stato preparato, insieme decidiamo dove andare, lasciando aperta la possibilità di cambiare percorso.
La televisione crea un legame con il pubblico. Qual è l’immagine di se stessa che vorresti lasciare?
Vorrei semplicemente arrivasse quello che sono, non penso troppo alla telecamera o a costruire un’immagine perfetta. Ho bisogno di godermi quello che faccio, se non vivo un momento, se non lo sento, si vede immediatamente. Io desidero vivere il presente, far arrivare chi sono davvero, senza troppe sovrastrutture. Ci sono anche le imperfezioni, certo, ma fanno parte di me.
C’è stato un momento in cui ha capito che il suo percorso sarebbe andato in questa direzione?
In realtà continuo sempre a mettermi in discussione. Non penso mai “sono arrivata, questa è la mia strada”. Cerco ogni volta di conquistarmi quello che faccio. Credo molto nella gavetta, nel fare ogni passo necessario, nel concentrarmi sul presente e dare il massimo.
La RAI custodisce un patrimonio enorme nelle sue Teche. Guardando alla televisione del passato, c’è qualcuno che considera un modello?
Probabilmente Raffaella Carrà, per il suo modo di raccontarsi e di porsi. Era già avanti su tante cose. Essendo il mio passato legato alla danza, lei era una persona completa: riusciva a unire tante forme artistiche. Però è anche vero che il tempo cambia e bisogna avere il coraggio di sperimentare e, per esempio, “Musica Mia” è un programma coraggioso perché mette al centro la musica pura, senza sovrastrutture. È qualcosa di cui sono molto fiera.
Ha un sogno artistico o un obiettivo che si è prefissata?
Non me lo fisso, sono sincera, perché cambio continuamente. Penso sia un po’ la natura dell’essere umano, magari tra
un mese farei questa intervista in modo diverso, perché anche io nel lavoro continuo a cambiare. Quello che posso dire è che voglio migliorarmi sempre, rimanendo però fedele a me stessa. Una cosa che amo molto nel mio lavoro sono le interviste, dei momenti preziosi in cui incontri una persona che non conosci: ci si siede e inizia il racconto, il confronto. È un atteggiamento molto umano, come sedersi su una panchina al parco e iniziare una conversazione. In un periodo in cui forse manca un po’ di empatia, ascoltare davvero qualcuno secondo me è una cosa bellissima.
Chi è Lorella lontano dalle telecamere?
Più o meno la stessa persona. Mi piace vivere ogni momento della giornata. Ho bisogno della famiglia, degli amici, dell’aria aperta, di parlare con le persone, mi piace stare in mezzo alla gente, vivere le giornate. Poi certo, ci sono anche momenti miei, in cui ho bisogno di stare da sola, pensare e godermi i miei pensieri.
Quando una persona ha davvero successo?
Dipende da cosa significa successo per ognuno di noi. Questa parola ha tante sfumature, per me il successo è poter fare quello che mi piace, lavorare a programmi che mi stimolano, che mi insegnano qualcosa. Se esco da un’esperienza con qualcosa in più, allora significa che quella cosa mi ha lasciato qualcosa. “Musica Mia” mi ha insegnato tanto: sulla musica, sugli autori, sulle storie delle persone. Mi ha insegnato anche il rapporto con gli altri, l’ascolto e la condivisione. Secondo me il successo più grande è continuare a fare questo mestiere con curiosità ed entusiasmo.
Chiudo con la danza, il primo linguaggio artistico che le ha messo le ali. Che posto occupa nella sua vita oggi?
La danza avrà sempre un posto speciale, mi ha formata e mi ha resa la persona che sono. Prima comunicavo soprattutto con il corpo, poi è arrivata la parola, è arrivata la voce. Forse oggi sto imparando anche a lasciarmi andare un po’ di più, sono sempre stata molto precisa, alla ricerca della perfezione, ma sto imparando a vivere di più il momento. Spero un giorno non troppo lontano di riuscire a unire tutte queste cose: la voce, il corpo, il racconto. Un po’ come si faceva una volta, quando lo spettacolo era davvero un insieme di linguaggi.
Ti ringrazio Lorella, è stato davvero piacevole parlare con lei. Si percepisce una cosa: il sorriso racconta molto… Grazie, questo è un bellissimo complimento. Credo che alla fine sia proprio questo: essere presenti, vivere quello che si fa e condividere qualcosa di vero con gli altri.





Su Rai 1, dal lunedì al venerdì alle 12.00, il viaggio di Peppone Calabrese racconta l’Italia delle province e delle comunità locali: luoghi dove il cibo diventa memoria, accoglienza, economia di vicinanza e gesto d’amore verso il territorio
Che Italia state raccontando in questa stagione?
Raccontiamo l’Italia della provincia, che passa attraverso la cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità, attraverso le sue osterie e quello che le osterie rappresentano dentro un territorio. C’è la loro economia, che è un’economia circolare, di vicinanza verso chi produce, verso gli artigiani, e poi resta l’Italia della vacanza, con i servizi che raccontiamo. L’osteria è interessante perché noi le abbiamo portate in studio, ma con i nostri quattro inviati siamo andati anche nei territori, a conoscere quello che fanno, la loro comunità. È un racconto olistico della cucina nell’osteria, dei produttori e dei viaggi legati alla vacanza degli italiani.
Quanto conta entrare nelle case degli italiani proprio nel momento in cui si pensa al pranzo, alla convivialità, alla pausa?
Il cibo è convivio, è stare insieme, è condivisione. È anche il desiderio di compiere un gesto d’amore verso chi si siede a tavola. Cucinare è un gesto d’amore anche rispetto al territorio, perché quando cucini e quando fai la spesa decidi se una persona può restarci o meno, in maniera felice. Fare la spesa è un atto politico, non partitico: significa decidere se alimentare o meno l’economia di un territorio.
Cosa rappresenta per lei l’osteria italiana?
Io sono un oste, ho un’osteria. Per me l’osteria è una finestra su un territorio. È un modo per raccontare un luogo, perché la prima domanda che fanno i visitatori e i turisti quando arrivano è: dove posso mangiare qualcosa di tipico? L’osteria è una finestra, ma dentro ci sono anche le persone che devono
raccontare quel territorio. È un modo per vederlo davvero. Nell’osteria ci sono le persone che si incontrano e lì si racconta anche uno stile: il linguaggio, il dialetto, il paraverbale, la cultura. Quando si parla di cibo e di osteria non si parla soltanto dell’atto del mangiare, ma di una narrazione. La provincia italiana è anche questo. È un’arte e, come tale, deve essere celebrata, come la letteratura, la musica, la storia.
Che cosa la emoziona di più quando incontra queste realtà?
Riuscire ad ascoltare e a far parlare quelle persone che normalmente non hanno voce, perché sono impegnate a far parlare le loro mani. Questo è ciò che mi interessa di più. Hanno desiderio di raccontarsi ma sono troppo impegnate a lavorare. Quando arriviamo noi, se riusciamo a fare un passo indietro per far raccontare loro quello che fanno, restituiamo valore a un sapere che viene tramandato di padre in figlio. Loro sono i padri del territorio: con il loro lavoro hanno disegnato quei paesaggi, li hanno coccolati, li conoscono, li preservano e li tutelano. Sono veri testimonial, oltre che custodi. Conoscono i fatti, i soprannomi, quello che succede e perché succede. Bisogna affidarsi a loro per raccontare davvero un luogo.
In un tempo in cui si parla tanto di turismo esperienziale, quanto può essere potente una tavola apparecchiata per far conoscere davvero un borgo, una costa, una comunità, una valle?
Per fare turismo esperienziale bisogna conoscere il territorio. Per farlo in maniera autentica, senza spettacolarizzare, serve una conoscenza profonda. Serve anche la capacità di raccontarlo senza edulcorare, perché l’autenticità viene sempre a galla. Se provi a costruire qualcosa ad arte, ci si accorge subito che è finto. Bisogna essere orgogliosi e consapevoli. Per costruire orgoglio e consapevolezza bisogna essere felici sul proprio territorio, e per esserlo serve sostenibilità: culturale, ambientale, ma soprattutto economica. L’intento deve essere questo: essere autentici, evitare la spettacolarizzazione e portare valore, economia e giusto prezzo.


C’è una storia incontrata in questi viaggi che le è rimasta particolarmente addosso?
Ce ne sono tante, alcune le ho raccontate anche nel mio libro (“L’Italia che ho visto”, Rai Libri). Quella che mi viene in mente adesso è la storia di alcuni ragazzi di Tramonti, in Costiera Amalfitana, che stanno portando avanti la musica popolare. Nella musica popolare c’è tanto racconto: c’è quello che siamo e come siamo. C’è, per esempio, questa tammurriata che è sostanzialmente un inno alla difesa del territorio. Arrivavano le navi e loro battevano sui tamburi, cantando per intimidire e per far

sentire questo messaggio: stiamo arrivando, stiamo difendendo il territorio. Immaginate che scena evocativa.
Che cosa vorrebbe che restasse agli spettatori dopo questo viaggio quotidiano dentro l’Italia delle osterie?
Vorrei che restasse l’idea che si può viaggiare in maniera consapevole. La bellezza dei territori passa anche dai racconti e dalle mani delle persone che quel territorio lo vivono. C’è il viaggio di chi resta: un viaggio di chi non subisce il territorio in maniera passiva, ma inverte il paradigma e lo vive in modo proattivo. È un’attitudine al voler bene al proprio territorio.







Dal 16 al 20 giugno a Macerata il Festival della Canzone Popolare e d’Autore, il 19 e il 20 giugno le finali allo Sferisterio
La fase finale della 37esima edizione di Musicultura si svolgerà a Macerata dal 16 al 20 giugno. Main media partner della prestigiosa manifestazione è la RAI, che seguirà l’evento attraverso Rai 1, Rai Radio1, TgR, Rainews24, Rainews.it, Rai Italia, RaiPlay, RaiPlay Sound, Rai Pubblica Utilità. La conduzione delle due serate conclusive di spettacolo, in scena il 19 e 20 giugno, è affidata per il secondo anno consecutivo a Carolina Di Domenico e a Fabrizio Biggio.
Rosita Brucoli, Milano – “Agente!”; Claudio Covato, Siracusa – “Chiddu ca ma resta”; DDUMA, Lecce – “Fimmine de guerra”; MEZZANERA, Bologna – “Piume”; Narratore Urbano, Torino – “Il mio coinquilino vuole uccidermi”; Isabella Privitera, Bologna – “Eya”; Giovanni Toscano, Pisa – “Emma”; Giulia Trovò, Treviso – “Se non dovessi più tornare”.
Ospiti sul palco dello Sferisterio saranno Brunori Sas, Tosca, Planet Funk, Le Vibrazioni, Maria Antonietta & Colombre, Riccardo Rossi, Santamarea, Giampaolo Morelli, Alan Sorrenti.
I vincitori e le vincitrici di Musicultura escono da una lunga selezione cominciata nel novembre scorso con il vaglio delle 2.656 canzoni (record assoluto) iscritte al Concorso. Gli ascolti hanno richiesto oltre tre mesi di tempo, le 60 proposte apparse più meritevoli sono state convocate per esibirsi dal vivo di fronte al pubblico nel corso delle Audizioni Live: 10 serate sold out al Teatro Lauro Rossi di Macerata (5.000 spettatori), con oltre 2 milioni di visualizzazioni degli streaming. Al termine la direzione artistica di Musicultura ha proclamato e presentato ufficialmente i 16 artisti finalisti nell’ambito di due concerti al Teatro Persiani di Recanati, trasmessi in diretta da Rai Radio1 e in streaming da Rainews.it. La compilation dei brani finalisti è ora disponibile su tutte le principali piattaforme digitali.




Dal mondo a casa nostra, un viaggio in diretta che lega politica, cronaca, economia. Torna “Filorosso”, l’approfondimento del lunedì di Rai 3. «Un programma dinamico che si plasmerà sull’attualità» dice Adele Grossi. Antonino Monteleone promette «un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che invece negano il dibattito»
Quella che stiamo per vivere sarà sotto molti aspetti l’estate più calda e difficile degli ultimi anni. Dove ci porterà “Filorosso”?
ADELE: Racconteremo l’attualità, stiamo lavorando alla costruzione delle prime puntate, pronti a rivedere le scalette fino all’ultimo istante, per poter raccontare tutto ciò che accade. Siamo in un momento difficilissimo, soprattutto sul piano internazionale, ma anche sulla cronaca, sulla politica interna. Stiamo preparando un programma dinamico che si plasmerà sui fatti.
ANTONINO: Se poi vuoi vederla sul piano filosofico, perché la trasmissione si chiama “Filorosso”, proviamo a tenere insieme piani apparentemente scollegati tra loro, che vanno dagli eventi esteri alla politica economica interna, toccando il mondo della cronaca nera, la giustizia, proponendo l’approfondimento su temi che stanno molto a cuore all’opinione pubblica. Ci occuperemo di Garlasco come di altre storie strettamente legate alla cronaca, che aiutano anche a sentire la temperatura del Paese sui temi della giustizia, sul modo in cui si svolge la vita di tutti i giorni. Penso al caso di Pierina Paganelli, una storia molto forte, con un unico indiziato: io ero convinto che ci fosse un pregiudizio negativo su Louis Dassilva, non voglio dire a sfondo razziale, ma è stato dipinto come latin lover, traditore seriale, e da questo suo comportamento, chiamiamolo così, poco commendevole, si faceva discendere la possibilità, l’elevata probabilità, che fosse anche un assassino. Questa è una cosa che il pubblico oggi vuole capire, c’è una fetta importante di persone che non ci sta a questo gioco, per cui un aspetto della personalità viene utilizza-
to, viene scagliato addosso, per dimostrare che sei anche altro. Vorremmo dimostrare che un conto è ciò che si è, altra cosa è ciò che si fa. La giustizia deve essere il luogo in cui si giudica quello che si fa.
ADELE: Poi vogliamo raccontare una realtà internazionale estremamente incandescente, e per quanto si possa dire che il pubblico della Tv italiana non è appassionato di esteri, gli italiani vogliono sapere in che modo la nostra politica interna si relazioni agli eventi esteri, quanto questi siano distanti geograficamente e quanto siano invece vicini al portafoglio delle persone.
ANTONINO: Fino a qualche settimana fa non sapevamo se saremmo andati in vacanza, se avremmo potuto imbarcarci su un aereo ad agosto perché il carburante era a rischio. Ora c’è un timido segnale di ripresa, per cui forse viene scongiurato il blocco delle forniture e così gli italiani potranno partire. Quello che indaghiamo è un filo sottile, si spezza e si paralizza il mondo.
Volgendo lo sguardo a casa nostra, cosa ci dobbiamo aspettare sul fronte politico dai prossimi due mesi?
ANTONINO: Ci sono due fenomeni. Uno molto importante a destra che si chiama Roberto Vannacci, che ha dalla sua il vento in poppa di chi si presenta come duro e puro verso quella fetta di elettorato. Vannacci potrebbe anche essere l’uomo che farà perdere le elezioni a una coalizione che fino all’altro ieri era convinta, malgrado il referendum, di potersi presentare all’appuntamento elettorale molto compatta e molto centrata sugli obiettivi conseguiti. Nemmeno a sinistra manca il subbuglio, anche il Partito Democratico sta vivendo le sue piccole scosse di terremoto. L’uscita di Pina Picerno è un tentativo, l’ennesimo, di una fetta importante del centro che guarda a sinistra, che ci dice che nel 2027 nulla è scontato. Chi era dato per perdente potrebbe recuperare e chi veniva messo in discussione non è detto che non mantenga un feeling con l’elettorato. Destra o sinistra, c’è un tema che sta sopra tutti gli altri, sono i soldi.
ADELE: Abbiamo l’esigenza di fare crescere l’economia del Paese perché solo se cresce paghi gli interessi sul debito, aumenti l’occupazione, puoi aumentare i salari e stare su un mercato che oggi è spietato. L’Italia ha una serie di vantaggi e beneficia di


alcune rendite di posizione anche per la propria posizione geografica.
La politica riesce ancora a intercettare le esigenze dei cittadini?
ANTONINO: C’è un segnale molto positivo che è arrivato dall’ultimo referendum che dimostra che quando la domanda politica è chiara allora l’elettorato risponde. E te lo dice uno che ha votato sì, e poi ha vinto il no. Le persone vanno a votare quando la partecipazione si traduce in un fatto politico concreto e apprezzabile. Quando invece l’offerta politica è deludente, l’elettore è scoraggiato in partenza. Penso che la politica debba comunicare come partecipare sia il primo passo necessario per il cambiamento.
ADELE: Anche noi dovremmo fare uno sforzo nel racconto del Paese per accendere i riflettori sulle cose che non vanno, sulle ingiustizie, sulle diseguaglianze, ma anche su come si intende agire, facendo capire che contano le soluzioni.
ANTONINO: È importante che ai problemi si contrappongano le soluzioni, siano queste di destra o di sinistra, ma la gente deve
sapere che ci sono. Puoi scegliere il colore, la temperatura e il tipo di soluzione.
Cosa significa raccontare i fatti nella loro complessità e farlo in televisione?
ANTONINO: Personalmente sono contrario alla demonizzazione della semplificazione. La sfida di spiegare le cose complesse si vince attraverso la scelta del linguaggio, credo si debba smettere di avere la puzzetta sotto il naso e di voler spiegare le cose a chi già le sa. Dobbiamo invece avere l’umiltà, la voglia e l’entusiasmo di spiegarle a chi non le sa e farlo in modo semplice, assumendoci la responsabilità di eliminare il superfluo da una discussione, da un racconto, e resistere alla tentazione di imporre, a chi ci guarda, la nostra visione delle cose. Al pubblico non interessa la mia interpretazione delle cose, o quella di Adele, e quando sente le lezioncine cambia canale.
ADELE: In un’epoca in cui tutto è disintermediato, in cui il leader politico non va più a fare l’intervista ma apre una diretta sui social e parla direttamente al suo elettorato, il lavoro del giornalista è sempre più quello dell’artigiano. Tu vai a ficcare il naso in un fatto, in una cosa che sta succedendo, e ti incarichi di semplificarla e di proporla a una platea che sia la più ampia possibile. Nel nostro “Filorosso” l’esigenza di semplificazione di cui parla Antonino si sposa con l’approfondimento e quindi con i servizi, con il racconto degli inviati.
Quale può essere il valore aggiunto di una conduzione a due?
ADELE: La doppia conduzione è un valore aggiunto, ci sono due sguardi e nessuno dei due nega l’altro. Se su alcune cose siamo in sintonia, su altre siamo su posizioni completamente diverse.
ANTONINO: Serve un confronto tra idee, tutte tranne quelle violente, che negano il dibattito. Ognuno ha il diritto di esprimersi, siamo in onda su Rai 3, e la Rai è uno spazio aperto a tutti. Ma questo a una sola condizione, che si accetti la sfida di mettere a confronto la propria idea con quella dell’altro. Lo scambio aiuta il lettore a comprendere la complessità.
Strettissima attualità a parte, cosa prevede la prima scaletta?
ADELE: Ci occuperemo di quello che è accaduto in questi giorni nel Regno Unito, dove sono aumentate le tensioni sul tema della convivenza. C’è un governo che è sotto fortissima pressione, noi cercheremo di capire perché. Sul fronte interno parleremo anche delle polemiche aperte dopo le dichiarazioni di Erri De Luca: in bilico fra la libertà d’espressione e l’esigenza di prese di posizione nette davanti a quanto accade a Gaza o in Libano.
ANTONINO: Torneremo anche ad occuparci della strage di braccianti ad Amendolara, che ci insegna come per avere abbassato il costo della manodopera siamo oggi chiamati a una sfida di legalità, di rispetto delle regole. In assenza di una cornice di regole presidiate dalle autorità questi lavoratori finiscono nelle mani dei caporali e poi, per avere chiesto il riconoscimento di un diritto, che può essere non dormire in una topaia o ricevere lo stipendio, vengono arsi vivi dentro una macchina.






Giovedì 25 Giugno torna in Piazza di Spagna a Roma la Cerimonia di premiazione della XVIII edizione dello storico Premio, in collaborazione con la Rai e sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento europeo. La serata televisiva in onda su Rai 1 sarà condotta da Mara Venier e Alberto Matano


Valorizzare e tutelare il giornalismo più coraggioso e rigoroso come presidio essenziale di democrazia e libertà, nella consapevolezza che un’informazione accurata, autorevole e indipendente rappresenti uno strumento fondamentale per orientarsi nella complessità del presente e per comprendere davvero la portata dei cambiamenti che segnano il nostro tempo. Con questo obiettivo, il prossimo giovedì 25 giugno nell’iconico scenario di Piazza di Spagna a Roma, si svolgerà la cerimonia di premiazione della XVIII edizione del Premio Biagio Agnes - Premio Internazionale di Giornalismo, Informazione e Comunicazione. L’evento andrà in onda il prossimo venerdì 3 luglio, in seconda serata su Rai1,
e come ormai da tradizione sarà condotto da Mara Venier e Alberto Matano, volti amatissimi dal pubblico televisivo, che accoglieranno sul prestigioso palco capitolino alti rappresentanti delle istituzioni e i grandi professionisti dell’informazione, dello spettacolo e della cultura, alternando momenti di riflessione, di intrattenimento e di musica. La giuria, presieduta da Gianni Letta, ha designato i premiati individuando i migliori professionisti del panorama italiano dell’informazione, tra carta stampata e tv, nuovi linguaggi e letteratura, che contribuiscono ogni giorno a garantire ai cittadini una conoscenza libera, consapevole e approfondita dei fatti.
Premio Carta Stampata a Paolo Bricco, inviato de Il Sole 24 Ore “per la capacità di approfondire l’economia e la politica industriale con rigore analitico e profondità storica.”
Premio Inviati a Giovan Battista Brunori, responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente a Gerusalemme, e Andrea Nicastro del Corriere della Sera, esperto di scenari di guerra e fronti sensibili “per il loro lavoro dedicato al racconto di conflitti, confini e scontri tra popoli.”
Premio Corrispondenti a Rosalba Castelletti de la Repubblica e a Leonardo Panetta di Mediaset “per la loro testimonianza e presenza nei luoghi più cruciali e sensibili.”
Premio Speciale Libertà di Stampa al quotidiano La Stampa, al direttore Andrea Malaguti e alla redazione, dopo l’attacco subito e le intimidazioni da parte di un gruppo di antagonisti di Askatasuna il 29 novembre 2025 e per il coraggio dimostrato dai giornalisti nella difesa quotidiana del loro lavoro e della loro autonomia.
Professionalità, empatia e qualità dell’intrattenimento: con queste motivazioni il Premio per la Televisione viene assegnato a due grandi protagonisti del piccolo schermo: Gerry Scotti, volto storico della televisione generalista, modello di conduzione che unisce misura, autorevolezza e vicinanza agli spettatori e Stefano De Martino, simbolo di una nuova generazione di conduttori che dialoga con pubblici diversi con ironia e naturalezza.
Il Premio alla Carriera viene conferito a Lino Banfi, in riconoscimento del suo talento unico e dell’eccezionale percorso artistico che, attraverso oltre sei decenni di carriera, lo ha reso uno dei volti più amati dello spettacolo italiano. Con la sua straordinaria capacità di attraversare generi e generazioni, continua a conquistare il cuore del pubblico e a rappresentare un punto di riferimento nel panorama culturale e artistico del nostro Paese.
Celebrando il ritorno della saga di Emilio Salgari, a cinquant’anni dallo storico sceneggiato Rai, il Premio Audiovisivo è stato assegnato alla serie evento Sandokan, con Can Yaman nuovo volto della tigre della Malesia, Alessandro Preziosi e Alanah Bloor, per la regia di Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo.
Premio Giornalismo Sportivo alla vicedirettrice con delega al digitale de La Gazzetta dello Sport Arianna Ravelli -prima donna a ricoprire questo ruolo nei 130 anni di storia della testata.
Per gli approfondimenti e la cura del racconto giornalistico sul web, Andrea Gerli, Rai per la Sostenibilità - anche per il suo lavoro nella parte digitale del programma “In Mezz’ora” di Rai 3- e Guglielmo Nappi, caporedattore e responsabile web de Il Messaggero, vincono il Premio Generazione Digitale-Podcast.
A Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio e autore del libro “L’antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo” (Silvio Berlusconi Editore) viene assegnato il Premio Giornalista Scrittore, un riconoscimento al suo sguardo critico e analitico sul presente.
Vincenzo Schettini, volto de “La fisica che ci piace”, riceve il Premio Divulgazione Scientifica per la competenza accademica e il forte talento comunicativo che lo hanno consacrato tra i divulgatori più seguiti, in particolare dai giovani.
Il Premio Under 30 viene conferito alla giornalista de Il Messaggero Valentina Pigliautile, espressione della sensibilità di una nuova generazione attenta alle trasformazioni istituzionali e sociali del Paese.
Il Premio Comunicazione Creativa assegnato al corto “Tutti suonano Sanremo” della Direzione Comunicazione Rai, tratto dalla campagna di promozione del Festival di Sanremo 2026 condotto da Carlo Conti: un viaggio attraverso le più belle realtà musicali del Paese, tra cui i Conservatori, luoghi di formazione ed eccellenza, in cui l’energia collettiva ha dato vita a un ritratto intimo e autentico.
La Cerimonia di premiazione si svolgerà a Roma in Piazza di Spagna, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri e dell’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda Alessandro Onorato.
La Giuria del Premio Biagio Agnes 2026: Gianni Letta (Presidente), Giulio Anselmi, Alberto Barachini, Carlo Bartoli, Stefano Folli, Luciano Fontana, Luigi Gubitosi, Paolo Liguori, Pierluigi Magnaschi, Giuseppe Marra, Massimo Martinelli, Antonio Martusciello, Roberto Napoletano, Agnese Pini, Antonio Polito, Aurelio Regina, Giampaolo Rossi, Danda Santini, Marcello Sorgi, Fabio Tamburini, Mons. Dario Ed



A Cartoons on the Bay, dove ha ricevuto il Pulcinella Career Award, il famoso creator ha raccontato la nascita di un’industria oggi globale, il rapporto con il cinema, il valore dell’innovazione e la responsabilità creativa di chi costruisce mondi digitali
Ha attraversato da protagonista la storia dei videogiochi ed è considerato uno dei grandi pionieri di questo mondo. Guardandosi indietro, di che cosa è più orgoglioso?
Prima di tutto dei miei figli. Prima ancora di essere artisti, siamo persone. Anche nel lavoro creativo credo sia fondamentale non perdere mai il senso della propria umanità e ricordare che tipo di persona si vuole essere. Poi, se penso alla carriera, mi sento molto fortunato. Mi considero un insegnante che amava creare giochi e che, quasi per caso, ha avuto la possibilità di trasformare quella passione in un mestiere. È qualcosa che ancora oggi mi sorprende e per cui cerco di dire grazie ogni mattina.
A Cartoons on the Bay ha ricevuto il Pulcinella Career Award. Che valore ha per lei un riconoscimento che celebra una carriera così importante?
È bello guardare al passato e ricevere un riconoscimento per il lavoro fatto. Sono momenti preziosi, perché ti permettono di fermarti e capire quanta strada è stata percorsa. Allo stesso tempo, però, credo che un artista debba concentrare il proprio orgoglio soprattutto sul presente, sul lavoro che sta facendo adesso. È lì che bisogna mettere energia, desiderio e attenzione.
Le è capitato di capire subito quando un progetto sarebbe diventato importante?
Non sempre, anzi, spesso accade il contrario. Quando finisci un lavoro hai un’idea, ma poi la risposta del pubblico può sorprenderti. Puoi pensare che un progetto sia piccolo, divertente, destinato a vendere poche copie, e invece diventa qualcosa di molto più grande. Oppure puoi essere convinto che un altro progetto sarà enorme e poi scoprire che non funziona come immaginavi.
Oggi qual è il progetto che sente più vicino?
Il gioco di cui sono più orgoglioso è quello a cui sto lavorando adesso. Siamo una piccola squadra di quattro persone impegnata in un progetto indipendente. Lo sto vivendo giorno per giorno, con momenti belli e momenti difficili, come accade sempre nei processi creativi. Per me il presente conta quanto il passato, forse anche di più.
Lei appartiene a una generazione che ha aperto strade nuove. Quanto è difficile restare in contatto con i tempi presenti e con i giovani creatori?
Ogni generazione vive esperienze molto diverse ed è formata da ciò che accade intorno. È come trovarsi dentro una grande tempesta: alcune cose cambiano, altre vengono spazzate via, e il punto è capire cosa accade dopo. Oggi un giovane che vuole entrare nell’industria dei videogiochi si trova davanti un settore vastissimo, più grande di cinema, televisione e musica messi insieme.
Questo rende più difficile innovare?
Sì, perché molte grandi aziende sono quotate in Borsa e i loro dirigenti vengono giudicati ogni tre mesi sui risultati economici. Le grandi compagnie hanno bisogno di prevedibilità, ma l’innovazione non è prevedibile. Anzi, l’innovazione più interessante spesso nasce proprio dall’imprevisto. Per questo le grandi aziende tendono a rischiare meno.
Quanto è cambiato il settore rispetto agli inizi?
Moltissimo. Negli anni Novanta molte aziende entrarono nei mercati finanziari e da quel momento l’industria cambiò profondamente. Prima la comunità era più piccola, ci si conosceva, alcuni accordi nascevano anche con una stretta di mano. Quando lavorammo a “Neverwinter Nights”, l’accordo iniziale con Steve Case nacque proprio così: ci stringemmo la mano e poi formalizzammo tutto in seguito. Oggi sarebbe molto più difficile.
Lei lavora anche con studenti e giovani autori. Che cosa cerca di trasmettere loro?
Considero un privilegio poterli aiutare e consigliare. Cerco di incoraggiarli a trovare la propria voce. Quando qualcuno sente

dentro di sé una storia, una passione, qualcosa che chiede di essere espresso, quella forza va sostenuta. Anche se all’inizio nessuno la vede, anche se non porta subito risultati.
Il rapporto tra videogiochi e cinema è sempre stato molto forte. Come legge questo dialogo tra i due mondi?
Le compagnie di videogiochi hanno sempre desiderato essere anche compagnie cinematografiche. Come industria, spesso abbiamo sentito di non avere lo stesso riconoscimento del cinema. Ho lavorato a diversi progetti legati al cinema, fin dai tempi di “Tron”, quando ero direttore del game design per Intellivision alla Mattel. Ho visto spesso quello che chiamo l’effetto della “polvere magica di Hollywood”: il fascino del cinema spinge alcune persone, anche dentro le aziende di videogiochi, a voler diventare qualcosa che non sono.
Che cosa può dare l’Europa all’industria globale del videogioco?
Una grande ricchezza culturale. Ogni cultura possiede elementi che non possono essere tradotti perfettamente in un’altra. È come accade con le lingue: alcune parole non hanno un equivalente preciso. Allo stesso modo, ogni cultura porta con sé esperienze, sensibilità e modi di raccontare unici.
Come ci si sente a essere Don Daglow, una delle persone che hanno contribuito a definire le regole del videogioco?
Quando ero un ragazzo che lavorava quasi da solo non mi sentivo speciale. Non pensavo a me stesso in questi termini. Credo che spesso non percepiamo davvero ciò che stiamo costruendo mentre lo stiamo facendo. Oggi mi sento molto fortunato, perché ho potuto fare ciò che amo. Mi sono trovato nel momento giusto, con le persone giuste e con buoni insegnamenti alle spalle.
Il cambiamento è stato una costante della sua carriera?
Sì. Nei momenti in cui tutto cambia intorno a te, ci sono sempre due possibilità: cercare di trattenere le cose così come sono oppure capire che qualcosa sta andando via e provare a creare qualcosa di nuovo. All’inizio degli anni Novanta, con l’arrivo del 3D, avevamo CD, processori più veloci e computer più potenti. Si iniziava a intravedere un mondo nuovo, anche se non eravamo ancora completamente pronti.
In quel passaggio le fu utile anche lo studio dell’animazione classica?
Moltissimo. Avevo studiato Disney, Max Fleischer e le tecniche dell’animazione classica. Quando lavorammo a “Stronghold”, cercavamo di ottenere un effetto tridimensionale usando ancora tecnologie bidimensionali. Pensai agli sfondi a parallasse usati dagli animatori fin dagli anni Trenta. In pratica, non creammo un vero gioco in 3D, ma un gioco che sembrava in 3D, simulando la profondità con il movimento degli sfondi. Ancora oggi molte persone lo ricordano.
Poi però il 3D è diventato inevitabile. Come affrontò quel cambiamento con la sua squadra?
A un certo punto tutti i produttori cominciarono a dire che ogni cosa doveva essere in 3D. Avevamo circa trentacinque artisti, tutti formati in modo tradizionale. Dissi loro che dovevamo essere onesti: se volevamo continuare a lavorare dovevamo imparare il 3D. Ma dissi anche un’altra cosa: non volevo sostituirli con nuovi artisti, volevo loro. Così organizzammo un programma di formazione interno. Non tutti riuscirono a fare quel passaggio, ma la maggior parte sì. Quell’esperienza mi ha insegnato che il cambiamento non è solo un atto creativo individuale: può essere anche un atto collettivo, qualcosa che si fa insieme, proteggendo il lavoro ma anche le persone.
I videogiochi sono stati spesso accusati di alimentare la violenza. Possono avere anche una funzione educativa o sono soltanto intrattenimento?
Come ogni forma di espressione creativa, anche i videogiochi possono andare in direzioni diverse. Possono sostenere valori positivi, ma possono anche raccontare aspetti negativi o distruttivi. Dipende dalle scelte degli autori. Nel mio studio sono arrivati progetti che non ho voluto associare al nostro lavoro, perché non mi riconoscevo in quel tipo di contenuto.
Dunque il problema non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa?
Esattamente. I film possono essere violenti, i libri possono esserlo, la televisione può esserlo, e lo stesso vale per i videogiochi. Il punto non è il mezzo in sé, ma la responsabilità di chi crea e di ciò che decide di mettere nel mondo. Il mio rapporto con l’educazione nasce prima dei videogiochi: quando andavo a scuola, l’industria dei videogiochi non esisteva. Mi ero formato per insegnare e ho sempre avuto un forte interesse per l’educazione. Per questo, nel corso della mia carriera, ho realizzato anche molti programmi educativi.








In “Esercizi di metamorfosi”, edito da Rai Libri, il giornalista, critico musicale e conduttore di “La nota del giorno dopo” su Radio 1, racconta un gigante capace di attraversare cool jazz, jazz modale, rock, elettronica e pop senza perdere la propria identità sonora. Un viaggio divulgativo e appassionato dentro le svolte decisive di Davis, arricchito dalle testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso, per mostrare quanto il suo insegnamento resti ancora oggi radicalmente contemporaneo
Quando è nato il suo incontro personale con Miles Davis? C’è stato un disco, un brano, un momento preciso in cui ha capito che quella musica avrebbe continuato ad accompagnarla?
C’è stato un concerto nel 1987, a Umbria Jazz, in cui mi è capitato di vederlo dal vivo. Davis era ormai nella fase finale della carriera e, nello stesso ambito, suonava anche Gil Evans, musicista che aveva collaborato a lungo con lui. Era il periodo in cui Miles aveva virato verso il pop, almeno secondo i puristi del

jazz: aveva realizzato una cover di un brano di Michael Jackson e una di Cyndi Lauper. La sua salute era certamente precaria, ma dal palco emanava un magnetismo incredibile. Era Miles in purezza. Poi, da ragazzino, ho ascoltato parecchio jazz, un po’ per via della mia famiglia e un po’ perché in edicola uscivano dei fascicoli settimanali con disco allegato, monografie dedicate ai grandi del jazz. Tra queste ce n’era anche una su Miles Davis. Mi interessò subito il fatto che non fosse soltanto un jazzista, ma un artista capace di allargare i confini del genere. Il punto di partenza, per me, è stato proprio quel fascicolo dei “Giganti del jazz” e poi quel concerto del 1987.
Il titolo del libro parla di “metamorfosi”. Perché Miles Davis può essere considerato uno degli artisti che più di altri ha fatto della trasformazione una forma di identità musicale?
Perché, di decennio in decennio, Miles Davis ha cambiato orizzonti. Non lo ha mai fatto in maniera traumatica rispetto a se stesso, ma rispetto all’ambito musicale che attraversava sì. Non è stato un avanguardista in senso puro, eppure ha cambiato tutto. La tromba, per lui, non era uno strumento con cui esibire virtuosismo, ma un mezzo per cercare il suono, la nota giusta, un’identità sonora precisa. Questa ricerca lo porta verso linguaggi che prima non esistevano: il cool jazz, più rarefatto e

compassato, il ritorno a certe radici del jazz con i grandi quintetti, fino agli anni Settanta, quando incontra il rock e arriva ad amplificare la tromba con un pedale usato per la chitarra elettrica. Sono metamorfosi continue, ma il suono resta sempre quello di Miles: riconoscibile, essenziale, più concentrato sulla nota che sul virtuosismo.
Che tipo di racconto ha scelto per avvicinare il lettore alle molte vite musicali di Davis?
Ho scelto la strada della divulgazione. L’idea è spiegare al lettore che magari non mastica jazz, anzi soprattutto a lui, che Miles Davis è un artista trasversale, capace di attraversare la musica grazie alla sua forza creativa. Per certi aspetti, anche per lo stile di vita e per il modo in cui suona, Davis può essere considerato una rock star prima ancora che il rock esista come grande fenomeno discografico. Fu il primo ad avere un contratto milionario con una grande casa discografica. Era un uomo nero proveniente da una famiglia benestante, incontrò il jazz per passione e costruì una figura fuori dai canoni: le relazioni tumultuose, la passione per le auto sportive, per la boxe, per un certo modo di stare nel mondo. Il tentativo del libro è raccontare un Miles Davis assolutamente contemporaneo, capace di parlare anche a chi pensa di non amare il jazz.
A completare il racconto ci sono le testimonianze di Enrico Rava e Fabrizio Bosso. Che cosa aggiungono due grandi trombettisti italiani alla lettura di un gigante come Davis?
Aggiungono quello che conta: il punto di vista di due grandi musicisti. Nel caso di Fabrizio Bosso c’è lo sguardo di un trombettista che, come Miles Davis, non ha paura di attraversare anche il mondo del pop e di fare della tromba uno strumento aperto, libero, contemporaneo. Nel caso di Enrico Rava, forse il nostro trombettista più importante nella storia del jazz italiano, c’è invece il racconto di un amore profondo nei confronti di Mi-
les Davis. È una testimonianza preziosa, perché aiuta a capire quanto Davis non sia stato semplicemente un musicista jazz, ma un artista in senso pieno.
Oggi, in un tempo in cui la musica mescola continuamente linguaggi e generi, quanto è ancora contemporaneo il suo insegnamento?
È contemporaneo in maniera impressionante. Miles Davis usa la tecnologia con la tromba: pensiamo al wah-wah, ma anche al lavoro in studio con un produttore come Teo Macero. Alcuni suoi dischi sono il risultato di un lavoro di montaggio, di taglio e cucitura di momenti diversi, qualcosa che poi diventerà centrale anche in altri linguaggi musicali, dall’hip hop alla musica elettronica. Sono sicuro che Miles sarebbe stato molto curioso anche oggi rispetto all’uso della tecnologia. Non so se avrebbe usato l’autotune, ma credo che gli sarebbe appartenuta questa relazione con tutto ciò che è tecnologico come strumento per portare la musica altrove. Anche per questo resta estremamente contemporaneo.
Su Radio 1 conduce “La nota del giorno dopo”, un titolo che suggerisce ascolto, riflessione, tempo per capire. Quanto è importante, oggi, tornare sulla musica dopo il primo impatto, per coglierne davvero il senso e il valore?
È fondamentale. La storia di Miles Davis, come quella di altri grandi artisti, dimostra che la musica non finisce nel momento in cui viene ascoltata, pubblicata o consumata nell’arco di pochi mesi. Ricordo sempre che quando uscì “Bohemian Rhapsody” dei Queen molti critici la stroncarono, scrivendo su una famosa rivista musicale inglese che quella canzone non avrebbe avuto futuro. Decenni dopo, “Bohemian Rhapsody” è ancora lì a farci compagnia. Lo stesso accade con la musica di Miles Davis. La musica ha una longevità essenziale per il suo valore, ed è proprio quella longevità che va considerata. Nel mio programma cerco di raccontare queste storie lasciando però il giudizio finale su ciò che si ascolta al vero editore della musica: gli ascoltatori.
Lei racconta la musica da anni attraverso la radio, la critica e la scrittura. Che cosa significa oggi fare divulgazione musicale in un tempo in cui l’ascolto è sempre più veloce e frammentato?
Significa tornare, in qualche modo, a quelle che una volta erano le note di copertina degli album, dove si spiegava chi suonava, che cosa suonava, dove era stato registrato un brano. Più che formulare una critica intesa come giudizio, credo sia importante offrire a chi ascolta la possibilità di capire da dove arriva una canzone, una storia, un artista, e dove vorrebbe andare. Divulgare significa dare strumenti. Non soltanto rallentare il ritmo, perché quella è una scelta personale di chi ascolta musica, ma aiutare a capire meglio la filiera: perché un artista si esprime in un certo modo, con chi suona, quali sono le sue intenzioni artistiche. Secondo me, oggi, se si fa critica musicale, è questo il lavoro da fare.




Da Mahler a Beethoven, da ottobre a giugno il grande spettacolo della musica
Il Direttore principale uscente Andrés Orozco-Estrada con la Sinfonia n. 6 di Mahler per l’inaugurazione. Cinque concerti in stagione e tre fuori sede con il nuovo Direttore principale Michele Mariotti. L’omaggio a Beethoven nel bicentenario dalla morte con la Nona Sinfonia e la Missa Solemnis, dirette rispettivamente dal Direttore emerito Fabio Luisi e da Juraj Valčuha nei Concerti di Natale e Pasqua, ma anche tutte le restanti sinfonie e i cinque concerti per pianoforte del compositore tedesco. Grandi direttori ospiti come Daniele Gatti, Ottavio Dantone, Daniele Rustioni, Robert Trevino e Marc Albrecht. Solisti di richiamo come Leōnidas Kavakos, Yefim Bronfman e Jan Lisiecki, ai quali si affiancano i debutti di Pavel Šporcl, Roman Simovic e Francesca Dego, e i ritorni di Arsenii Moon e Marie-Ange Nguci. Sono alcune delle proposte della Stagione sinfonica 2026/2027 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, che si dipana da ottobre a giugno con 22 concerti in doppia serata all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino. Del programma fanno parte un omaggio a Giuseppe Tornatore, una serata con Giovanni Sollima, i concerti di Natale, Carnevale, Pasqua, quattro appuntamenti di Rai NuovaMusica, sei concerti del ciclo “Beethoven Pops”, una serata dedicata alle ultime tre sinfonie di Mozart e una al repertorio del valzer, e la rassegna cameristica de “Le Domeniche dell’Auditorium”. Molti anche i concerti fuori sede, tra cui figurano un concerto in Svizzera, l’inaugurazione del festival MITO Settembre-Musica, i ritorni a Milano Musica e a Ferrara Musica.




La voce di Billie Holiday diventa un atto di coraggio, una sfida artistica e politica in un’America segnata dalle persecuzioni razziali. Al centro del film c’è “Strange Fruit”, il brano che trasforma Lady Day in un simbolo scomodo e potente. Il successo la consacra, ma la espone anche al controllo del Dipartimento Federale dei Narcotici, deciso a fermarne l’influenza. Diretto da Lee Daniels e interpretato da Andra Day, Garrett Hedlund, Natasha Lyonne, Tyler James Williams e Tone Bell, il film racconta una donna fragile e indomabile, capace di pagare un prezzo altissimo per la propria libertà. Vincitore di un Golden Globe.



La casa Martini torna con tutte le stagioni complete e con quel suo mondo fatto di affetti, imprevisti, risate, problemi quotidiani e legami che attraversano il tempo. Al centro ci sono Nonno Libero e una famiglia allargata, rumorosa, tenera e imprevedibile, diventata parte dell’immaginario televisivo italiano. Tra piccoli drammi domestici, nuovi amori, partenze e ritorni, la serie racconta la vita con leggerezza e sentimento. Diretta da Elisabetta Marchetti, Isabella Leoni e Matteo Mandelli, ha tra i protagonisti Lino Banfi, Giulio Scarpati, Milena Vukotic ed Eleonora Cadeddu.
Acento anni dalla morte dell’architetto catalano, RaiPlay propone un omaggio alla sua arte visionaria e alla sua profonda dimensione spirituale. Il documentario d’archivio restituisce l’atmosfera di una Barcellona viva, moderna, attraversata da simboli, fede e creatività. Le pietre, le forme e le architetture diventano racconto di un uomo capace di trasformare lo spazio in meraviglia. Con la regia di Giuliano Betti, il filmato accompagna lo spettatore dentro l’universo storico e umano di Gaudì, dove ogni dettaglio sembra custodire un’idea di bellezza.


In un mondo attraversato da un conflitto ispirato alla Seconda guerra mondiale, un bambino cresciuto lontano dagli uomini trova nella cura di una cagnolina la sua prima forma di salvezza. Questa storia animata, tenera e avventurosa, rilegge il mito di Mowgli in una chiave contemporanea, tra paura, coraggio e desiderio di libertà. Il protagonista impara a guardare il potere negli occhi e a sfidare il Dittatore in persona. Diretto da Simona Cornacchia e Anna Russo, il film unisce dramma, ironia e immaginazione, parlando anche ai più giovani della forza dei legami e della scelta di resistere..




«Nonna Annita, con cui sono cresciuta, al posto delle favole mi raccontava della gente dell’Oltretorrente. Vicende spesso drammatiche, a volte tragiche, ma tutte uniche. Crescendo, mentre mi appassionavo sempre di più alla storia anche come materia scolastica, mi è rimasto l’interesse anche per le vicende umane, non solo quelle dei grandi personaggi, non solo le battaglie, le date che hanno cambiato le sorti del mondo. Da bambina inventavo mondi, personaggi, avventure. Riempivo quaderni, fogli sparsi, perfino i margini dei libri di scuola quando avrei dovuto prestare attenzione ad altro. Per molti anni la scrittura è stata soprattutto un gioco e un rifugio. Non pensavo di diventare un’autrice, non avevo un piano. Mi piaceva raccontare e basta, a chi voleva ascoltare.»
Federica Soprani è nata e cresciuta a Parma – che considera “un bel posto in cui tornare, una magnifica città” – e se le chiedi di raccontarsi, afferma di non avere una vita interessante. Poi si scopre che: «Mi considero un’umanista per vocazione e percorso di studi, anche se poi mi sono dovuta reinventare per lavorare. Letteratura, storia e filosofia possono poco contro le bollette… Dopo varie esperienze lavorative da qualche anno sono libera professionista, e lavoro come grafica, copywriter, social media manager e, dal 2022, AI creator. In mezzo ci mettiamo mille mila interessi: la lettura, teatro, giochi di ruolo (anche e soprattutto dal vivo), musica, falconeria.»
Hai appena fatto uscire una rivisitazione di Peter Pan, “La Visita”. Come nasce questa storia?
«Peter Pan è una storia che mi accompagna da sempre. Come molti della mia generazione, sono cresciuta con il cartone Disney, ma crescendo ho scoperto le opere di J. M. Barrie. Sono state una folgorazione. Dietro a quella che spesso viene considerata soltanto una fiaba per bambini ho riconosciuto una malinconia che sentivo vicina, quel senso di non appartenenza, di esilio dal mondo, che aveva caratterizzato tanti momenti della mia vita. “La Visita” è nata da questa riflessione. Mi sono chiesta che cosa sarebbe accaduto a Peter se fosse stato costretto a crescere e a confrontarsi con ciò che aveva sempre cercato di evitare: il passato, i ricordi e le conseguenze delle proprie scelte. E mi sono chiesta anche chi fosse davvero James Hook, al di là del ruolo di antagonista che gli è stato assegnato per oltre un secolo. In fondo, le fiabe che resistono nel tempo sono
quelle che continuano a porci domande diverse a ogni età. “La Visita” è la mia risposta a una di quelle domande.»
La tua è una scrittura che non si piega alle semplificazioni tanto in voga in campo editoriale. Perché?
«Non credo che la letteratura debba essere necessariamente difficile, ma credo che debba essere onesta. E la realtà, così come gli esseri umani, raramente è semplice. Forse nel mio caso deriva dalla formazione umanistica e dal mio amore per la storia. Quando studio una persona, un’epoca o un evento, mi accorgo che le contraddizioni sono sempre più interessanti delle certezze. Lo stesso vale per i personaggi. Mi affascinano le zone grigie, le fragilità, le scelte sbagliate, le ambiguità morali. Mi interessa molto meno dividere il mondo in buoni e cattivi. Naturalmente conosco le regole del mercato editoriale e capisco perché certe semplificazioni funzionino. Credo però che i lettori siano molto più intelligenti di quanto spesso si pensi. Non hanno bisogno che tutto venga spiegato, alleggerito o reso innocuo.»
Creatrice digitale, esperta di Intelligenza Artificiale: cosa dovremmo temere e di cosa, invece, dovremmo gioire? «Più che temere l’Intelligenza Artificiale, credo dovremmo temere l’uso che ne facciamo. Quello che mi preoccupa maggiormente non è la fantascienza delle macchine che si ribellano all’umanità, ma qualcosa di molto più concreto: il rischio di delegare il pensiero critico, la creatività e perfino le relazioni umane a strumenti che dovrebbero invece aiutarci, non sostituirci. L’AI è un ottimo assistente, ma un pessimo padrone. Se smettiamo di porci domande, di verificare le informazioni o di esercitare il nostro spirito critico, il problema non sarà la tecnologia in sé, ma il modo in cui avremo scelto di utilizzarla. Dall’altra parte, però, ci sono motivi enormi per essere ottimisti. Come utilizzatrice, creatrice di contenuti e docente di AI vedo ogni giorno persone superare barriere linguistiche, professionisti lavorare meglio, studenti trovare nuovi modi per imparare, artisti sperimentare linguaggi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. La vera sfida sarà trovare un equilibrio, conservare ciò che ci rende umani, la sensibilità, l’empatia, il dubbio, l’immaginazione, e allo stesso tempo imparare a collaborare con queste nuove tecnologie. Personalmente non vedo l’AI come un sostituto dell’essere umano, ma come un amplificatore. E come tutti gli amplificatori, rende più forte ciò che siamo già.»
Laura Costantini


Con “Sanctuary” la formazione guidata da Amy Lee apre una nuova fase, tra chitarre potenti, testi vulnerabili e un tour mondiale che arriverà in Italia il 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna
Dodici tracce, un suono intenso, un’energia che cerca la forza proprio nel punto in cui tutto sembra più fragile. Gli Evanescence sono tornati con “Sanctuary”, il nuovo album uscito venerdì 5 giugno e anticipato dal singolo “Who Will You Follow”, un brano che segna un ritorno alle radici più riconoscibili della band, ma con uno sguardo pienamente immerso nel presente. Dal 4 settembre il disco sarà disponibile anche nelle versioni in vinile, nei formati Lp Standard Lapis Lazuli, Lp Standard, Lp Standard New Twilight e Lp Standard Clear Smoke. Prodotto da Zakk Cervini, già al lavoro con Bad Omens, Yungblud, Bring Me The Horizon e Spiritbox, insieme a Jordan Fish, collaboratore di Bring Me The Horizon, Poppy, House of Protection e Architects, e a Nick Raskulinecz, nome legato a Deftones, Korn, Foo Fighters e Rush, “Sanctuary” nasce come un progetto di forte impatto sonoro e profonda introspezione. Le chitarre hanno peso, le atmosfere restano scure e cinematografiche, la voce di Amy Lee conserva quella capacità rara di essere allo stesso tempo fragile e imponente, mentre i testi entrano in una zona emotiva tra le più esposte e personali della storia della band. Il titolo dell’album racconta già una direzione. “Sanctuary” è pensato come un luogo simbolico in cui far emergere la verità, uno spazio interiore dove non nascondersi, non trattenersi, non smettere di cercare luce anche quando tutto intorno sembra farsi più difficile. Amy Lee ha spiegato di voler dare energia e forza alle persone, ricordando che non bisogna smettere di far risplendere la propria luce, perché l’amore e l’essenza dell’essere umano restano, per lei, la forza più potente sulla Terra. Una dichiarazione che attraversa l’intero disco e ne definisce l’identità: non una fuga dalla realtà, ma una risposta emotiva, sonora e spirituale alle sue crepe. Il singolo “Who Will You Follow” porta questa visione dentro un brano intenso e raffinato, accompagnato da un video diretto da Jensen Noen che insiste sul tema dell’autenticità in un tempo

in cui la verità sembra spesso manipolata, distorta, resa fragile da narrazioni costruite. È un ritorno alle radici degli Evanescence, ma senza nostalgia sterile: c’è il marchio della band, c’è la tensione drammatica, c’è l’alternanza tra potenza e sospensione, ma c’è anche la consapevolezza di un gruppo che non si limita a ripetere una formula e sceglie invece di rileggerla con maggiore maturità. Accanto ai momenti più energici, l’album apre spazi più intimi. In ballate come “How Do I Heal” e “Forever Without You”, Amy Lee torna al pianoforte in una dimensione essenziale, diretta, quasi confessionale. È lì che la scrittura mostra alcune delle sue sfumature più vulnerabili, trasformando dolore, ansia e senso di perdita in una forma di resistenza. Il brano conclusivo, “Wide Open Heart”, chiude il percorso con un suono elegante e imponente, affidando all’ascoltatore un messaggio di speranza che non ha nulla di retorico: arriva dopo un attraversamento, dopo una lotta, dopo una ricerca di equilibrio. Nel disco trova spazio anche “Afterlife”, brano che ha già conquistato le classifiche raggiungendo il primo posto negli Stati Uniti e in Canada sia nella “Mainstream Rock Airplay” di Billboard sia nella “Active Rock Radio” di Mediabase. Il pezzo, tratto dalla serie Netflix “Devil May Cry”, è diventato una delle tracce più rapide nella crescita della carriera del gruppo e il singolo di maggior successo dai tempi del loro primo album, superando i 150 milioni di stream a livello globale. Un risultato che conferma quanto gli Evanescence riescano ancora a parlare a pubblici diversi, unendo fan storici e nuove generazioni. Per Amy Lee, “Sanctuary” è stato anche uno sfogo creativo. L’artista ha raccontato che la lavorazione del disco è durata tre anni e che ogni secondo del progetto rappresenta qualcosa di cui va profondamente orgogliosa. In un periodo segnato da sensazioni di smarrimento, ansia e realtà difficili da controllare, la musica è diventata un luogo in cui ricostruire speranza attraverso connessione, emozione e condivisione. In questa prospettiva, la gioia diventa una forma di ribellione, una benzina emotiva per continuare a lottare, creare e restare presenti. L’album comprende dodici brani: “Beautiful Lie”, “Tell Me When You’ve Had Enough”, “Who Will You Follow”, “Rapture”, “Afterlife”, “Sanctuary”, “How Do I Heal”, “About Us”, “Calm Down”, “Self Destruct”, “Fore-


ver Without You” e “Wide Open Heart”. Una sequenza che alterna tensione, introspezione, aperture melodiche e forza rock, mantenendo quel tratto distintivo che ha reso riconoscibile la band fin dagli esordi: l’incontro tra oscurità, melodia, impatto e teatralità. Gli Evanescence hanno annunciato anche il tour mondiale che li riporterà in Italia per un’unica data. L’appuntamento, prodotto da Vivo Concerti, è fissato per lunedì 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna. Ad aprire il concerto saranno la cantante e attrice statunitense Poppy, presente in tutte le date del tour nel Regno Unito e in Europa, e il duo britannico Nova Twins, che si esibirà esclusivamente nelle tappe europee. Una serata che si annuncia come uno degli appuntamenti rock più attesi della stagione, anche per il valore simbolico del ritorno della band davanti al pubblico italiano. La storia degli Evanescence comincia con un debutto capace di segnare un’epoca. Nel 2003 “Fallen” ridisegnò l’immaginario del rock internazionale con un linguaggio che univa rock, metal, melodie sinfoniche, pianoforte e la voce inconfondibile di Amy Lee. Il disco diventò un fenomeno mondiale, vinse numerosi Grammy Awards e vendette oltre 17 milioni di copie, grazie anche a brani come “Bring Me to Life” e “My Immortal”, entrati nella memo-
ria di un’intera generazione. “Fallen” resta uno degli album più venduti di sempre e ha ottenuto la certificazione di diamante dalla Riaa. Negli ultimi vent’anni la band ha continuato a evolversi senza perdere il proprio tratto identitario, pubblicando album come “The Open Door”, “Evanescence” e, nel 2021, “The Bitter Truth”, che ha segnato un ritorno importante seguito da un tour internazionale. Il 2025 ha rappresentato un anno fondamentale: oltre al successo di “Afterlife”, è arrivata anche “End of You”, collaborazione tra Amy Lee, Poppy e Courtney LaPlante degli Spiritbox, nominata Canzone dell’Anno da “Revolver”. Anche quel brano ha raggiunto il primo posto nella classifica rock radio statunitense, diventando la prima collaborazione tutta al femminile a riuscirci negli Stati Uniti. Con “Sanctuary”, gli Evanescence non celebrano soltanto il proprio passato: costruiscono un nuovo spazio espressivo, fedele alla loro identità ma attraversato da una consapevolezza più matura. È un disco che parla di verità, ferite, energia, amore e resistenza. Un luogo sonoro in cui la musica torna a essere riparo e spinta, memoria e futuro, ombra e luce. Un santuario, appunto, per chi ascolta e per chi ha ancora bisogno di credere che anche nei momenti più complessi esista una forza capace di riaccendersi.



In divisa con rigore e tenacia: Delia Piscopo di Capo di Gabinetto e Dirigente DIGOS presso la Questura di Isernia racconta la sua storia di Donna in Polizia
Di origini campane, classe ’92, Delia Piscopo vanta già un curriculum di tutto rispetto: laureata in Giurisprudenza nel 2017 presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, ha svolto la pratica forense presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Napoli, al termine della quale ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Dal 2021 al 2022 ha frequentato il corso di formazione per Commissari della Polizia di Stato, presso la Scuola Superiore di Polizia, ove al termine del percorso di studi ha conseguito il Master Universitario in Diritto, Organizzazione e Gestione della Sicurezza. Dal 2022 è stata assegnata presso la Questura di Foggia, ove in una realtà connotata da numerose difficoltà e sfide professionali, ha ricoperto il ruolo di Vice Capo di Gabinetto, Portavoce del Questore e Dirigente dell’Ufficio Tecnico Logistico Provinciale, maturando una notevole esperienza anche nella gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Perché ha deciso di entrare in Polizia?
Perché al termine del mio percorso universitario, e dopo un’esperienza sul campo come praticante avvocato presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Napoli, ho avvertito l’esigenza di dare un senso concreto alle mie competenze giuridiche. Desideravo mettere la mia preparazione a disposizione delle istituzioni, trasformando la teoria in un impegno concreto. La Polizia di Stato rappresenta per me il contesto ideale in cui coniugare rigore professionale e senso del dovere con la tutela dei cittadini. È un ambito in cui la tutela dei diritti, la legalità e la vicinanza alla collettività non restano principi astratti, ma si trasformano in azioni quotidiane capaci di incidere realmente sul tessuto sociale.
Ci racconta le tappe del suo percorso?
Al termine del 110° corso di formazione per Commissari della Polizia di Stato sono stata assegnata presso la Questura di Foggia, una realtà complessa e altamente formativa dal punto di vista professionale. Qui ho ricoperto l’incarico di Portavoce
del Questore e di Vice Capo di Gabinetto, ruoli che mi hanno consentito di maturare una visione ampia e strategica del funzionamento di una Questura. L’esperienza come Portavoce mi ha permesso di sviluppare competenze nella comunicazione istituzionale, nella gestione dei rapporti con i media e nella rappresentazione dell’azione della Polizia di Stato verso l’esterno, sempre nel rispetto dei principi di trasparenza, correttezza e tutela dell’interesse pubblico. Parallelamente, in qualità di Vice Capo di Gabinetto, ho acquisito importanti competenze nella predisposizione, nel coordinamento e nella gestione dei servizi di ordine e sicurezza pubblica, lavorando in stretta sinergia con le diverse articolazioni dell’Amministrazione e con le altre istituzioni del territorio. È stata un’esperienza intensa, che mi ha consentito di crescere professionalmente, di confrontarmi con elevate responsabilità e di consolidare un metodo di lavoro basato su organizzazione, capacità decisionale e attenzione costante alle esigenze dei cittadini.
Qual è il suo ruolo attuale?
Attualmente ricopro l’incarico di Capo di Gabinetto e Dirigente DIGOS presso la Questura di Isernia. In qualità di Capo di Gabinetto, supporto il Questore in ogni decisione inerente l’ordine e la sicurezza pubblica, contribuendo all’analisi, alla pianificazione e al coordinamento delle attività, nonché al raccordo tra le diverse articolazioni della Questura e le Istituzioni del territorio. Si tratta di un ruolo che richiede una visione complessiva, capacità organizzativa e un costante equilibrio tra indirizzo strategico e operatività. Come Dirigente DIGOS, opero prevalentemente nell’ambito della prevenzione, assolvendo a compiti di informazione e di contatto con le realtà politiche, sociali e associative presenti sul territorio. L’attività comprende, inoltre, il monitoraggio e il controllo delle realtà antagoniste e delle tifoserie locali, nonché lo svolgimento di attività d’indagine.
C’è un episodio che porta nel cuore?
Tra i momenti che mi sono rimasti più nel cuore ci sono sicuramente gli incontri con i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado. Ogni volta che ho l’occasione di confrontarmi con loro percepisco nei loro sguardi curiosità, entusiasmo e una grande voglia di futuro. Essere guardata con occhi pieni di speranza e di sogni, poter raccontare il valore delle istituzioni, della lega-


lità e dell’impegno quotidiano, è un’esperienza profondamente significativa. In quei momenti ho la conferma di quanto sia importante il nostro ruolo non solo sul piano operativo, ma anche come esempio e punto di riferimento per le nuove generazioni. Sono incontri che ricordano il senso più autentico del nostro lavoro: servire la comunità oggi, ma anche contribuire a costruire consapevolezza e fiducia per la società di domani.
Come si conciliano lavoro e famiglia?
Conciliare un lavoro caratterizzato da elevate responsabilità con la vita personale richiede organizzazione, flessibilità e una costante capacità di stabilire le giuste priorità. È un equilibrio che non è mai statico, ma che va costruito giorno per giorno in base alle esigenze professionali e personali. Ho imparato quanto sia importante gestire il tempo in modo consapevole, valorizzando i momenti disponibili e mantenendo un equilibrio che consenta di affrontare il lavoro con lucidità ed efficacia. Conciliare impegno professionale e vita personale è possibile, anche in ruoli complessi come quelli di un Funzionario di Polizia. Il lavoro in Polizia diventa parte integrante della propria

vita: si costruiscono legami profondi basati sulla condivisione, sul rispetto e sul senso del dovere. È come avere due famiglie, quella personale e quella della Polizia di Stato, entrambe fondamentali e capaci di sostenersi a vicenda.
Un consiglio ai giovani che vogliono entrare in Polizia?
Ai giovani che desiderano entrare in Polizia direi di ascoltare le proprie motivazioni e di credere in quello che sentono. E’ una scelta professionale basata su valori, responsabilità e consapevolezza di mettere la propria vita a disposizione degli altri. È un percorso impegnativo che richiede studio, preparazione e determinazione, ma che regala anche grandi soddisfazioni personali. Ogni giorno si ha la possibilità di fare la differenza, di essere utili, di sentirsi parte di qualcosa di più grande. A chi sogna questo lavoro dico di non avere paura delle difficoltà: con impegno, passione e spirito di squadra si cresce, si matura e si costruisce una professionalità solida. La Polizia di Stato è una comunità che accoglie, forma e accompagna e per chi sceglie di entrarvi con convinzione, può diventare una vera famiglia e un percorso di vita ricco di significato.



Nella cornice del Teatro Greco di Siracusa, per la 61ª stagione Teatrale dell’Istituto Nazionale Dramma Antico (INDA). In onda sabato 20 giugno in prima serata su Rai 5
Al Teatro Greco di Siracusa va in scena l’opera “Alcesti” di Euripide, nella traduzione di Elena Fabbri e la regia Filippo Dini con Deniz Ozdogan, Filippo Dini, Sandra Toffolatti e le musiche Paolo Fresu. Lo spettacolo – in onda sabato 20 giugno alle 21.20 su Rai 5 è stato registrato nel maggio 2026 al Teatro Greco di Siracusa nell’ambito della 61esima Stagione. Regia televisiva di Barbara Napolitano.


Signorie
Verona. I Della Scala
Partendo dal passaggio dal Comune alla Signoria. La città di Verona attraverso la storia della famiglia Della Scala. In onda lunedì 15 giugno alle 19. 35

La Fenice in Piazza San Marco Omaggi a Puccini dal mondo
Nel centenario della morte di Giacomo Puccini, il Teatro La Fenice omaggia il compositore di Lucca con un grande concerto in Piazza San Marco dal titolo “Omaggi a Puccini dal mondo”, che Rai Cultura ripropone giovedì 18 giugno alle 21.20 su Rai 5.
Sacco e Vanzetti
La vicenda realmente accaduta a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, che, arrestati a Boston nel maggio del 1920, vennero processati e condannati a morte per rapina a amano armata e omicidio. Domenica 21 giugno alle 21.20

Young - Les Amandiers
Un film di Valeria Bruni Tedeschi
Parigi, fine anni ‘80. I giovanissimi Stella, Etienne e Adèle vengono ammessi nella prestigiosa scuola di teatro fondata da Patrice Chéreau e Pierre Romanse. Tra sogni, amori e passioni, affrontano anche le prime difficoltà e tragedie. In onda martedì 16 giugno alle 21.20

Les Etoiles
Nel cuore della danza
Un documentario di Maxim Derevianko che entra nel cuore della danza classica contemporanea, svelando ciò che si cela dietro l’apparente leggerezza e perfezione dei grandi interpreti. Venerdì 19 giugno alle 23.25


Evolution - Il viaggio di Darwin
Sri Lanka - L’Isola dei Monsoni
Ep.02: Loka, il cucciolo di elefante Ogni anno, nel Minneriya National Park in Sri Lanka, centinaia di elefanti si riuniscono attorno a un lago per affrontare la stagione secca. Mercoledì 17 giugno alle 21.20

Borrowed Time. L’ultima decade di John Lennon
Un’ambiziosa esplorazione dell’ultimo decennio dell’ex musicista dei Beatles, attraverso filmati d’archivio, interviste inedite e testimonianze dirette. In onda sabato 20 giugno alle 22.55




Un luogo che incarna un’epoca storica lontana, quella della monarchia assoluta. La racconta il professor Alessandro Barbero nello speciale in onda giovedì 18 giugno alle 21.10 su Rai Storia
Un edificio che oggi sembra identico a com’era allora come se il tempo non fosse mai trascorso, ma che in realtà ha conosciuto una lunga fase di abbandono e ha rischiato addirittura di scomparire: la reggia della Venaria Reale, a due passi da Torino. La racconta il professor Alessandro Barbero nello speciale “La Venaria Reale”, in onda giovedì 18 giugno alle 21.10 su Rai Storia, per il ciclo “a.C.d.C.”. Il documentario è un viaggio attraverso quattro secoli, tra sovrani e cortigiani, letterati di corte intenti a scrivere il dipanar si delle stanze e degli affreschi come capitoli da sfogliare; architetti che diventano registi di un grande spettacolo.


Ella Fitzgerald in Rai
Il ricordo Rai Cultura a 30 anni dalla scomparsa
Una delle più famose cantanti jazz della storia, attraverso le sue celebri apparizioni televisive in Rai. A 30 anni dalla scomparsa, Rai Cultura propone lunedì 15 giugno alle 19.30

5000 anni e più.
La lunga storia dell’umanità La Versailles segreta di Maria Antonietta
Un piccolo borgo fiabesco, ai margini della reggia di Versailles. Lo progetta la giovane regina di Francia Maria Antonietta nel tentativo di ritrovare lo spirito della spensierata infanzia viennese. Giovedì 18 giugno alle 22.10
Storia POP
Un salto nell’antichità
Il nuovo ambiente di contenuti digitali e progetto crossmediale firmato Rai Storia domenica 21 giugno alle 21.10

Screenshot
Michelangelo, la Pietà Bandini
Michelangelo Buonarroti all’apice della sua carriera e maturità artistica, inizia a lavorare a una nuova scultura per la serie delle Pietà, pensando al proprio monumento funebre. In ONDA martedì 16 giugno in terza serata e in replica mercoledì 17giugno alle 8.50 e alle 20.

Passato e Presente
Coco Chanel.
La rivoluzione della moda
Con l’aiuto degli uomini benestanti che frequenta inizia a produrre cappelli e poi abiti. Ottiene successo grazie all’eleganza e la praticità dei suoi vestiti. Venerdì 19 giugno alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia


Passato e presente
Vittorio De Sica, l’arte del cinema
Un artista che ha lasciato una traccia indelebile nel cinema italiano e mondiale. Paolo Mieli e lo storico Ermanno Taviani lo raccontano mercoledì 17 giugno alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia

Cinema Italia
Un marito per Anna Zaccheo
Le disavventure della bella Anna Zaccheo nel film di Giuseppe De Santis in onda sabato 20 giugno alle 21.10 su Rai Storia



Film d’animazione diretto da Hayao Miyazaki in onda sabato 20 giugno alle 20.45 su Rai Gulp
Dopo aver perso sua madre durante la guerra, il giovane Mahito si trasferisce nella tenuta di famiglia in campagna. Lì, una serie di eventi misteriosi lo portano a un’antica torre isolata, che ospita un dispettoso airone cenerino. Quando la nuova matrigna di Mahito scompare, il giovane segue l’airone cenerino nella torre ed entra in un mondo fantastico condiviso da vivi e morti. Mentre intraprende un viaggio epico con l’airone come guida, Mahito deve scoprire i segreti di questo mondo e cono-
scere meglio sé stesso. “Il ragazzo e l’airone” è vincitore dell’Oscar nella categoria miglior film d’animazione e di un Golden Globe. 34 premi in totale per 87 candidature. Un’avventura fantasy acclamata dalla critica realizzata dal leggendario Studio Ghibli e dal regista premio Oscar Hayao Miyazaki (La città incantata). La colonna sonora del film di Hayao Miyazaki è stata composta da Joe Hisaishi, storico collaboratore dello Studio Ghibli. L’album include 37 brani, caratterizzati da atmosfere minimaliste e pianistiche, con il brano principale “Ask Me Why”. La canzone finale, Spinning Globe (Chikyūgi), è scritta e cantata da Kenshi Yonezu.



In onda tutti i giorni alle ore 10 su Rai Yoyo
La serie di animazione con cornice live action racconta le storie di Becco di Rame, un pulcino d’oca che al posto del becco ha una protesi in rame. È arrivato da poco alla fattoria ma si è subito fatto degli amici: con il loro aiuto scoprirà che quello che a prima vista sembra un impedimento può in realtà diventare un super potere. La serie è tratta da una storia vera: quella
di Ottorino, un’oca attaccata da una volpe e salvata da un veterinario che gli ha sostituito il becco con uno di rame. Si tratta di un invito ad andare oltre i pregiudizi come spiega la piccola Eva Angeliè, che fa da narratrice delle storie del piccolo pennuto: “Becco di rame pensa di avere un difetto, ma poi, insieme ai suoi amichetti che vivono in fattoria, capisce che non deve vergognarsi della sua particolarità”… e giorno dopo giorno scopre che è proprio quel becco di rame, apparentemente ingombrante, a dargli un super potere che lo rende unico e forte.
















Vento di passioni – Lunedì 15 giugno ore 21.10 Anno 1994 – Regia di Edward Zwick

Amore, guerre, ingiustizie, vendette e riscatto per un’epica saga familiare. Lunedì 15 giugno, alle 21.10, Rai Movie propone “Vento di passioni”, film diretto da Edward Zwick con Anthony Hopkins, Brad Pitt, Aidan Quinn e Julia Ormond. Alla fine dell’Ottocento il colonnello Ludlow, disgustato dal modo in cui l’esercito statunitense tratta i nativi Dakota, si ritira in una fattoria del Montana con i suoi tre figli. La famiglia attraverserà la Prima guerra mondiale, il proibizionismo e la Grande depressione, muovendosi tra grandi città e grandi foreste, passioni travolgenti e ferite difficili da rimarginare. Produzione ambiziosa dal respiro di kolossal, il film assegna a Brad Pitt uno dei suoi primi grandi ruoli da protagonista, alla vigilia della consacrazione internazionale. “Vento di passioni” ha vinto l’Oscar nel 1995 per la migliore fotografia, firmata da John Toll.

Martedì 16 giugno, alle 21.20, arriva in prima visione assoluta su Rai 4 “La ragazza alla finestra”, thriller psicologico diretto da Mark Hartley che rielabora in chiave contemporanea e adolescenziale il classico tema del vicino sospetto reso celebre da Alfred Hitchcock con “La finestra sul cortile”. Amy è una ragazza che sta cercando di superare un trauma familiare quando una serie di efferati omicidi sconvolge la tranquillità della sua cittadina. Convinta che il responsabile possa essere l’uomo che vive accanto a casa sua, inizia a osservarne ogni movimento. La situazione si complica quando sua madre Barbara intraprende una relazione proprio con il misterioso vicino. Tra tensione crescente, atmosfere inquietanti e colpi di scena, “La ragazza alla finestra” gioca sul confine tra intuizione e ossessione. Protagoniste Radha Mitchell, già vista in “Silent Hill” e “Attacco al potere”, ed Ella Newton, al centro di una vicenda che trasforma il passaggio all’età adulta in un vero e proprio incubo.

La ragazza alla finestra –Martedì 16 giugno ore 21.20 – Anno 2022 – Regia di Mark Hartley



Sissi - La giovane imperatrice – Venerdì 19 giugno ore 21.15 – Anno 1956 – Regia di Ernst Marischka


Venerdì 19 giugno, alle 21.15, Rai 3 propone, per il ciclo “Tutti pazzi per Sissi”, “Sissi - La giovane imperatrice”, secondo capitolo della celebre trilogia diretta da Ernst Marischka e dedicata alla figura dell’imperatrice Elisabetta d’Austria. La saga prosegue raccontando una nuova fase della vita della giovane sovrana, alle prese con le responsabilità del ruolo imperiale e con le rigide regole della corte asburgica. Elisabetta e Francesco Giuseppe affrontano le difficoltà dei primi anni di matrimonio, tra tensioni familiari, doveri dinastici e desiderio di preservare la propria libertà. Il rapporto con l’autoritaria arciduchessa Sofia si fa sempre più complesso, mentre Sissi cerca un equilibrio tra la sua natura spontanea e il protocollo imposto dalla corte viennese. Realizzato nel 1956, il film conferma il fascino di Romy Schneider, ormai consacrata star internazionale, e amplia il ritratto di un personaggio che ha conquistato generazioni di spettatori. Con Romy Schneider, Karlheinz Böhm, Magda Schneider, Gustav Knuth e Vilma Degischer.
Prosegue su Rai 3 “Il gigante buono”, la rassegna dedicata a Bud Spencer in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa. Sabato 20 giugno, alle 21.15, va in onda “Piedone a Hong Kong”, secondo capitolo della fortunata saga interpretata dall’indimenticabile attore nei panni del commissario Rizzo, detto Piedone, questa volta coinvolto in una nuova e pericolosa indagine che lo porterà fino a Hong Kong. Non mancano inseguimenti, situazioni rocambolesche e le celebri scazzottate che hanno reso il personaggio uno dei più amati del cinema popolare italiano. Diretto da Steno nel 1975, il film conferma il successo di una serie capace di unire azione, comicità e avventura, costruita intorno al carisma unico di Bud Spencer. A dieci anni dalla sua scomparsa, Carlo Pedersoli continua a essere una delle figure più amate dello spettacolo italiano: ex campione di nuoto, sportivo poliedrico e attore dalla straordinaria popolarità internazionale, ha saputo incarnare un personaggio entrato nell’immaginario collettivo di più generazioni.







