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PINO INSEGNO
A vent’anni dalla nascita di “Reazione a catena”, il conduttore romano ripercorre i momenti più significativi del game show, ogni giorno alle 18.40 su Rai 1
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DINO ZOFF. VOLEVO
FARE BENE
Tra memoria e racconto, la docufiction ripercorre la vita di uno dei più grandi campioni italiani che ha fatto la storia del calcio. Mercoledì 10 giugno in prima serata Rai 1
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Mara Venier conduce l’appuntamento con la musica e la solidarietà, sabato 13 giugno alle 21.35 su Rai 1
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La giornalista alla guida di “Agorà Estate” con Marco Carrara - su Rai 3 dal lunedì al venerdì alle 8 - pronta al racconto dei grandi fatti del mondo, della politica di casa nostra e dell’estate degli italiani
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Monica Setta torna il martedì in prima serata Rai 2 con un racconto intenso ed emozionante dentro le vite di alcuni tra i protagonisti più amati, discussi e seguiti del nostro Paese
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Politica, sicurezza, economia, trasformazioni sociali. Con Antonino Monteleone e Adele Gros dal 15 giugno in prima serata su Rai 3
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DELLA RAI
ITALIANA Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997 Numero 23 - anno 95 08 giugno 2026
DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
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Collaborano Laura Costantini
Cinzia Geromino
Tiziana Iannarelli
Vanessa Penelope Somalvico

A “Cartoons on the Bay” il regista de “La Bella e la Bestia” si racconta, tra disegno tradizionale, stop motion e nuove sfide creative
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FEDERICO RUFFO
Non solo un racconto giornalistico, ma un pezzo di vita vissuta. Il giornalista e conduttore di “Mi manda Raitre in libreria con Mare nero. Storia criminale di Ostia (Rai Libri)
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30 BASTA UN PLAY
La Rai si racconta in digitale
La storia e il destino di una comunità montana che cerca di sopravvivere. Il film d’esordio di Lorenzo Pallotta racconta in esclusiva su RaiPlay 33
Quel che si cela dietro una storia letteraria

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai
A dodici mesi dall’uscita del lavoro certificato platino, Fabri Fibra prepara una versione ampliata con contenuti inediti di “Mentre Los Angeles Brucia”

VADO A VIVERE CON ME
Le avversità e gli ostacoli di una nuova convivenza tra risate e riflessioni. Con Jonathan Catini, già disponibile su RaiPlay
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Maria Vittoria Maggi, Commissario Capo della Polizia di Stato, Portavoce del Questore di Verona e Funzionario addetto all’Ufficio di Gabinetto della Questura di Verona racconta perché ha scelto di essere donna in divisa
novità di Rai Yoyo e Rai Gulp
Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay 48
Una selezione dei film in programma sulle reti Rai 50














«Il cuore del programma è il gioco: le persone partecipano, si mettono alla prova e imparano divertendosi» racconta il conduttore romano che, a vent’anni dalla nascita di “Reazione a Catena”, ripercorre i momenti più significativi del game show, ogni giorno alle 18.40 su Rai 1
Dopo questi ascolti eccezionali, che effetto le fa celebrare i vent’anni di “Reazione a Catena”?
Mi fa molto piacere per un motivo semplice: sento questo programma anche un po’ mio, come un figlio. Ho condotto la seconda, la terza, la quarta e la quinta stagione. Dopo il primo anno con Pupo, il programma cambiò veste, si trasferì a Cinecittà e iniziò una nuova era di “Reazione a Catena”, con ascolti che superarono anche il 30%. Ricordo che facemmo persino una scommessa: se avessimo raggiunto il 30% di share mi sarei spogliato nei camerini, pezzo dopo pezzo. Alla fine arrivammo al 31%, quindi la scommessa fu vinta davvero.
E qual è stata la “reazione a catena” di chi ha visto questa scena?
Hanno chiuso tutte le porte (ride).
Qual è il ricordo più bello legato a questi vent’anni?
Sono felice di essere testimone di questi anni, di rincontrare tutte le persone che ho conosciuto allora: i concorrenti, i campioni, quelli a cui il programma ha cambiato la vita. Ci sono state persone che hanno vinto somme importanti, altre che magari non erano nemmeno fidanzate e oggi sono sposate e hanno figli. Sarebbe bello sapere come è andata la loro vita dopo il programma. Questo è ciò che conta davvero: vedere come il gioco si sia intrecciato con le loro storie personali.
Secondo lei qual è il vero segreto del successo di “Reazione a Catena”?
Il segreto è che il programma è scritto benissimo, ma soprattutto permette di giocare non solo in studio, ma anche da casa. La gente si appassiona perché partecipa. Certo, il montepremi ha la sua importanza, ma il cuore del programma è il gioco. Le
persone si mettono alla prova davanti alla televisione, cercano le parole, costruiscono collegamenti. Inoltre, parliamo della lingua italiana in tutte le sue sfumature, che non smettiamo mai di imparare. È un gioco che insegna senza far pesare l’insegnamento. Dico spesso che dovrebbe essere usato anche a scuola: è il modo migliore per imparare. Quando si riesce a insegnare divertendo, si è già vinto. È un po’ come una metafora: la vita nascosta sotto una bella menzogna. Io ricordo ancora le parole del mio professore di italiano: “Imparate le poesie a memoria perché così si rimorchia” (ride). A una ragazza scrissi i versi “amor ch’a nullo amato amar perdona”, lei rimase folgorata e alla domanda su come avessi pensato quelle parole risposi: “Mi è venuta di getto”. Erano gli anni Settanta e non c’era internet (ride).
Quanto è importante il rapporto con il pubblico?
Fondamentale. Io vivo costantemente in mezzo alla gente. Faccio foto, firmo autografi, parlo con tutti. Non mi sono mai sentito superiore al pubblico. Questo mi permette di capire cosa la gente si aspetta da me e dal mio lavoro. È il mio termometro quotidiano. Quando salgo sul palco o entro in studio so cosa posso dare alle persone. Credo che il pubblico mi percepisca come uno di loro, e questa è una cosa che mi rende felice. Esiste uno “stile Insegno” nella conduzione?
Credo di sì. Lavoro con la voce da sempre: come attore, doppiatore, conduttore e formatore. Insegno comunicazione verbale e non verbale da molti anni. Quando conduco utilizzo tutte queste competenze: a volte sono presentatore, a volte attore, altre ancora doppiatore o comico. So cosa offrire alla gente che mi segue. Cerco di usare ogni sfumatura nel momento giusto. Penso molto anche alla voce: accompagno il pubblico, cambio ritmo, tono e intensità. È quasi come raccontare una storia. Gli ascolti più alti spesso arrivano nei momenti in cui non si vede il mio volto, ma si sente soltanto la mia voce accompagnare il gioco.
Quanto conta il lavoro degli autori?
Moltissimo. C’è una squadra straordinaria, guidata da Tonino Quinti, che segue il programma da vent’anni. Quando un gruppo di autori funziona, si vede. Naturalmente c’è spazio per l’im-

provvisazione, ma il testo è così ben costruito che diventa una base perfetta su cui lavorare. L’importante è ricordare sempre che i protagonisti sono i concorrenti, non il conduttore. Io devo valorizzarli, aiutarli a emergere e permettere al pubblico di affezionarsi a loro.
Qual è la parola italiana che preferisce?
Una parola che mi diverte moltissimo è “onomatopea”. Mi piace il suono che ha, la sua musicalità. È una parola che mi fa sorridere ogni volta che la sento. Ma la verità è che amo tutta la lingua italiana. È una lingua meravigliosa: può essere dolce o dura, poetica o ironica. Basta cambiare l’intonazione e il significato cambia completamente.
Qual è stato l’anello fondamentale della sua “catena” professionale?
La voglia di fare e l’ambizione, sempre accompagnate dall’umiltà. Ho sempre cercato di fissarmi un obiettivo e, quando stavo per raggiungerlo, spostarlo un po’ più avanti. Non mi è mai piaciuto sentirmi arrivato. Ogni giorno bisogna aprire gli occhi e avere ancora qualcosa da imparare, qualcosa da conquistare.
Si dice spesso che la televisione sia in crisi. È d’accordo?
La televisione è cambiata, questo sì. Quando ho iniziato, negli anni Ottanta, era diversa. Il sabato sera la famiglia si riuniva
davanti allo schermo. C’erano appuntamenti che coinvolgevano tutti. Oggi il panorama è molto più frammentato e spesso si cercano scorciatoie per il successo. È questo che mi preoccupa di più: l’idea che basti partecipare a un reality per costruirsi una carriera. Io credo invece che servano studio, esperienza e tempo.
“Reazione a Catena” esisterà ancora tra vent’anni?
Io credo di sì. I programmi che hanno un’idea forte e autentica resistono nel tempo. Quando il pubblico percepisce sincerità e riconosce qualcosa di vero, continua a seguirti. Per questo penso che “Reazione a Catena” abbia ancora molta strada davanti a sé.
Se dovesse costruire una “catena” che racconti la sua vita e il programma, quale sarebbe?
Pino.
Pino→Albero
Albero→Sogno
Sogno→Realtà
Realtà → Reazione a Catena.
Perché in fondo è questo il percorso della mia vita: partire da un sogno e trasformarlo, passo dopo passo, in realtà.








Tra memoria e racconto, la docufiction “Dino ZoffVolevo solo fare bene il mio lavoro” ripercorre la vita di uno dei più grandi campioni italiani che ha fatto la storia del calcio restituendone la sobrietà, la coerenza e la forza silenziosa. Il commento del regista: «Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre». Mercoledì 10 giugno in prima serata Rai 1
Un ragazzo di tredici anni sogna di diventare portiere in una squadra giovanile, ma si sente troppo basso e troppo insicuro per riuscirci. Dopo una sconfitta che lo segna profondamente, arriva persino a pensare di abbandonare il calcio. Per aiutarlo, il suo allenatore gli propone un percorso di scoperta che ruota attorno alla figura di Dino Zoff, esempio di determinazione, disciplina e coerenza. Il viaggio prende avvio da un incontro all’Auditorium di Roma tra Zoff e Francesco De Gregori, un’occasione in cui calcio e musica si intrecciano in una riflessione sui valori dello sport e della cresci-
ta personale. Le parole e le suggestioni della canzone “La leva calcistica della classe ‘68” diventano la chiave interpretativa del racconto. Attraverso un ampio utilizzo di immagini d’archivio e testimonianze, la docufiction ripercorre le tappe fondamentali della carriera di Dino Zoff: dagli inizi difficili all’affermazione con la Juventus, fino ai successi con la Nazionale, dagli Europei del 1968 al trionfo ai Mondiali del 1982. Le testimonianze di protagonisti come Marco Tardelli e Bruno Conti, insieme al ricordo della dimensione umana e sportiva di Enzo Bearzot e Gaetano Scirea, restituiscono il ritratto di una generazione e di un’idea di calcio fondata sulla lealtà e sullo spirito di squadra. La narrazione si estende poi alla fase successiva alla carriera agonistica, includendo l’esperienza di Zoff come allenatore e dirigente, fino a momenti complessi come la finale degli Europei del 2000 e le dimissioni che seguirono. In parallelo si sviluppa il percorso del giovane portiere, che culmina nell’incontro con Zoff. Sul campo, tra i pali, il campione gli trasmette una lezione semplice ma profonda: il talento conta, ma sono l’impegno, la costanza e la perseveranza a fare davvero la differenza.
«Ci sono figure che sembrano appartenere a un tempo diverso, più lento, più silenzioso. Dino Zoff è una di quelle. Per me, raccontare la sua storia non è stato un atto celebrativo, ma una ricerca. Un inseguimento paziente di qualcosa che sfugge alle urla e alla fretta: la sostanza discreta di un uomo che ha fatto


della misura una forma di grandezza. Questa docufiction è nata da una lunga serie di incontri, ma soprattutto da un ascolto profondo. Ascoltare Dino Zoff – la sua voce bassa, essenziale, le sue pause che dicono più delle parole – è stato come entrare in una casa dove tutto è al proprio posto, dove ogni oggetto ha un significato, ma nessuno si mette in mostra. Ho scelto di seguirlo in un viaggio a ritroso, come se tornare indietro fosse l’unico modo per capire davvero. Mariano del Friuli, il paese natale, è molto più che un punto di partenza: è una radice che non ha mai smesso di tenerlo ancorato a terra, anche quando volava tra i pali. Napoli, con il suo calore e la sua passione, e Torino, con la sua disciplina, non sono solo città di calcio, ma tappe interiori. Luoghi che parlano, nel silenzio di Zoff, della formazione di un carattere. In questo percorso la scelta del punto di vista narrativo della fiction è stato fondamentale e fortemente identitario: la storia cioè di Luca – Javier Leoni –, un ragazzo di tredici anni che gioca in porta e si sente in crisi e il rapporto con il suo allenatore – Marco Bocci – che per aiutarlo nel suo percorso di crescita non solo sportivo gli racconta la storia di Dino Zoff, del portiere ma anche dell’uomo. Percorso che porterà il tredicenne a incontrare di persona Zoff e a seguire i suoi consigli diretti. La ricerca di repertorio è stata un capitolo a parte. Straordinaria per

quantità, qualità e profondità. Non si è trattato solo di trovare immagini, ma di farle risuonare con ciò che Zoff racconta, come specchi della memoria. Immagini spesso rare che hanno ritrovato qui una nuova vita, intrecciandosi alla narrazione come fili silenziosi. La macchina da presa è sempre stata vicina, quasi discreta ma presente. Attaccata al volto di Zoff, così come a quelli dei suoi compagni, degli amici, degli intervistati che – più che parlare di lui – parlano con lui, con l’uomo prima che con il campione. L’intimità visiva è stata per me una forma di rispetto: nessuna distanza, ma nemmeno invasione. Solo prossimità, ascolto, verità. Ho incontrato tanti testimoni: ex compagni, giornalisti, scrittori, amici. E tra tutti, Francesco De Gregori, che ha saputo cantare l’Italia e i suoi eroi con la stessa sobrietà che ho cercato in questa docu fiction. Le loro voci non servono a spiegare, ma a illuminare. Sono echi che aiutano a capire un uomo che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre.»





Mara Venier conduce l’appuntamento con la musica e la solidarietà, sabato 13 giugno alle 21.35 su Rai 1
Ventisette anni di storie ed esperienze di devozione e fede: da Piazza Santissima Annunziata di Pietrelcina (Bn) sabato 13 giugno alle 21.35 su Rai 1 torna “Una Voce per Padre Pio”, condotto da Mara Venier (e in replica nel pomeriggio di domenica 5 luglio). L’edizione 2026 del programma, nato da un’idea di Enzo Palumbo, riunirà grandi nomi del mondo della musica e dello spettacolo, da Al Bano ad Anna Oxa, da Fausto Leali a Orietta Berti, e ancora Fabrizio Moro, Amii Stewart, Michele Bravi, Elettra Lamborghini. L’Orchestra “Suoni del Sud” sarà diretta dal maestro Alterisio Paoletti. Non mancheranno anche quest’anno momenti di riflessione con le testimonianze sulla vita e le opere di Padre Pio. Al programma è come sempre abbinata una campagna di raccolta fondi, sostenuta da Rai per il Sociale, a supporto dei progetti di Una Voce per Padre Pio Onlus. Componendo il numero di sms solidale 45531 si potrà sostenere l’associazione donando 2 euro con un sms da cellulare Wind Tre, Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb, Postemobile, Coopvoce e Tiscali oppure 5 euro con una chiamata da Rete Fissa Twt, Convergenze e Postemobile o, infine, da 5 a 10 euro da rete fissa Tim, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali.




Parte la nuova edizione di “Agorà Estate” in diretta dall’8 giugno su Rai 3 dal lunedì al venerdì alle 8. «Insieme per discutere dei grandi fatti del mondo, della politica di casa nostra, dell’estate degli italiani» dice la giornalista alla guida del programma per la seconda stagione consecutiva. Ad affiancarla il collega
Marco Carrara
Le grandi crisi internazionali e le ripercussioni sull’economia, i fronti di guerra ancora drammaticamente insanguinati. Un’estate, quella che sta per arrivare, che non consente, a chi fa informazione, di abbassare la guardia: da dove riparte “Agorà Estate” e da dove riparte la tua osservazione dei fatti?
L’estate scorsa iniziammo poco dopo il primo attacco degli Stati Uniti all’Iran. Adesso ci ritroviamo con una guerra aperta in Iran e in tutto il Golfo di Hormuz, con le gravissime conseguenze sull’economia mondiale, senza dimenticare gli altri fronti caldi, a partire da quello tra Russia e Ucraina. Lo scenario internazionale sarà sicuramente in primo piano, cercheremo di declinarlo in tutte le sue sfaccettature, ripercussioni sulla vita dei cittadini comprese. Racconteremo anche l’estate di chi parte e di chi resta a casa, lo faremo con servizi, collegamenti, ospiti in studio, e naturalmente continueremo a occuparci con attenzione delle questioni di casa nostra.
A proposito della scena interna, il prossimo anno l’Italia sarà chiamata al voto politico, che estate ti aspetti?
In un certo senso la politica è già entrata in una pre-campagna elettorale, anche il comportamento della stessa Premier è cambiato negli ultimi mesi. Dal referendum sulla giustizia si è fatto un po’ un balzo in avanti. Da una parte c’è il campo largo che cerca di cementarsi, di trovare una quadra, dall’altra c’è il centro-destra che cerca di non perdere voti, cosa anche fisiologica
considerando che ci troviamo di fronte a un governo longevo. È uno scenario al quale non eravamo più abituati. Sicuramente il dibattito politico si potrà accendere anche intorno ai fatti di cronaca che lo stimoleranno, proprio come sta accadendo in questi giorni con la questione migranti-caporalato.
Una scaletta, quella di “Agorà Estate” che può cambiare anche all’ultimo istante o nel corso della stessa messa in onda… Siamo una grande piazza delle notizie, e proprio come accade nelle piazze reali di ogni paese e città, la gente si incontra e discute di quelli che sono i fatti del giorno. Siamo il primo programma di informazione di attualità politica della Rai in onda al mattino, per cui siamo sempre pronti a stravolgere la scaletta in base a ciò che accade in Italia e nel mondo anche nelle ore notturne.
In diretta dalle 8, ci racconti le tue prime ore del mattino? Lo scorso anno trasmettevamo dagli studi Rai di via Teulada a Roma, poco distanti da casa mia, e la sveglia suonava alle 5, quest’anno andremo in onda dagli studi di Saxa Rubra, che distano qualche chilometro in più, e dovrò anticipare la sveglia. Arrivo in redazione verso le 5.30, mi dedico alla lettura dei quotidiani, al controllo delle agenzie di stampa, facciamo la riunione di scaletta con gli autori e il regista e il punto sugli ospiti, e, a pochi minuti dalle 7, è già ora di andare al trucco. Quando mancano pochi istanti alle 8 sono già in studio per essere microfonata e andare in onda in diretta.
Che cosa ti affascina, e che cosa invece ti spaventa, dei tempi che stiamo vivendo?
È forse più facile dire quello che mi spaventa. Anche se potrebbe sembrare banale penso sicuramente alle guerre, alle grandi crisi economiche, e poi, da mamma di due bimbi, anche ad atteggiamenti che vedo molto diffusi nella società, a partire dal bombardamento dei social, di internet, all’uso eccessivo del cellulare tra i giovanissimi. Mi spaventa vedere le famiglie che al ristorante, invece di parlarsi, scrollano lo smartphone. A sorprendermi e ad affascinarmi è invece vedere come le persone, anche


grazie alla tecnologia, trovino il modo di reinventarsi dopo le cadute.
Rendere comprensibile la complessità dei fatti, da dove si parte?
Dal linguaggio, che deve essere il più possibile accessibile. Purtroppo, la soglia dell’attenzione sta calando drasticamente e non solo tra le nuove generazioni, per questo il compito di chi fa informazione è quello di catturare lo spettatore, con un tono colloquiale e familiare, e di farsi comprendere.
Cosa porti con te della prima stagione di “Agorà Estate” e quali

sono le frontiere che ti proponi di esplorare in questa tua nuova avventura?
Porto con me il rapporto con i colleghi, con la squadra di lavoro, con Marco Carrara, che sarà con me in studio. Il segreto della riuscita di un prodotto editoriale sta anche nella coesione e nella determinazione della squadra. Cercheremo di essere ancora più vicini al nostro pubblico, composto per lo più da persone mature, aprendo finestre sul passato e proponendo proiezioni sul futuro. Per quanto riguarda il mio stile di conduzione continuerò a essere semplicemente me stessa, certa che il pubblico apprezzi sempre la spontaneità.





Politica, sicurezza, economia, trasformazioni sociali: un racconto settimanale dei fatti che stanno ridefinendo gli equilibri globali e la vita quotidiana degli italiani: Dal 15 giugno in prima serata su Rai 3, co-condotto da Antonino Monteleone e Adele Grossi
Torna “Filorosso”, l’appuntamento estivo dell’Approfondimento di Rai 3. Alla conduzione, Antonino Monteleone e Adele Grossi. Attraverso interviste, reportage e inchieste, il programma si propone come uno spazio di analisi rigorosa ma non allineata, capace di interrogare la realtà senza filtri ideologici e senza timori reverenziali. Il 2026 si apre come un anno di fratture e ridefinizioni profonde: nuovi equilibri geopolitici, tensioni economiche, crisi energetiche, conflitti culturali sempre più evidenti. Il programma attraversa questi scenari con uno sguardo che non si limita alla superficie dei fatti ma prova a decifrarne le implicazioni: il ruolo dell’Europa in un mondo multipolare, la competizione globale con la Cina, le strategie energetiche che incidono sulla sovranità degli Stati, le trasformazioni demografiche e culturali che stanno cambiando il volto delle società occidentali. Tra i temi al centro: sicurezza, immigrazione e integrazione, identità e modelli culturali, con uno sguardo anche critico sui fenomeni di radicalizzazione e sulle tensioni legate ai processi di islamizzazione in alcune aree europee. Il racconto si sviluppa attraverso più livelli: il confronto in studio, aperto ma non rituale, dove le posizioni si misurano nel merito;le interviste in profondità, faccia a faccia con i protagonisti del potere politico, economico e culturale; le inchieste, costruite con un linguaggio visivo contemporaneo, capaci di entrare nei luoghi e nelle storie dove i conflitti si manifestano davvero. Un programma che interroga la realtà senza limitarsi a raccontare cosa accade, ma prova a spiegare perché accade — e a chi conviene. Spazio anche all’estate e ai suoi riti. “Filorosso” racconterà l’estate degli italiani... di quelli che sono in vacanza e di quelli che, in vacanza, vorrebbero esserci ma, per varie ragioni, non ci sono.




Da martedì 9 giugno, in prima serata su Rai 2, conduce Monica Setta
Su Rai 2 arriva “Storie al bivio di sera”, il nuovo programma in prima serata condotto da Monica Setta, un racconto intenso ed emozionante che porterà il pubblico dentro le vite di alcuni tra i protagonisti più amati, discussi e seguiti del nostro Paese. Donne e uomini del mondo dello spettacolo, della politica, della musica, dello sport, del giornalismo e della cronaca si racconteranno senza filtri attraverso interviste intime e profonde, ripercorrendo i momenti più delicati e decisivi della propria esistenza: dagli affetti alle cadute, dai successi alle delusioni, dagli errori alle rinascite. Da confessioni inedite a ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, fino alle persone che hanno cambiato il loro percorso umano e professionale, ogni ospite affronterà il proprio “bivio” tra vita privata e carriera. Nel corso delle puntate, le interviste saranno arricchite da immagini di repertorio, contributi video e momenti musicali, in un intreccio di emozioni, memoria e spettacolo. “Storie al bivio di sera” sarà per il pubblico un viaggio autentico dentro le storie e le fragilità di personaggi molto conosciuti, con lo stile diretto, empatico e coinvolgente di Monica Setta. In onda tutti i martedì dal 9 giugno fino al 4 agosto, in prima serata su Rai 2.





A “Cartoons on the Bay” il regista de “La Bella e la Bestia” racconta l’emozione del lavoro con Angela Lansbury, il successo del capolavoro Disney, il rapporto con l’intelligenza artificiale e la fiducia nei giovani artisti, tra disegno tradizionale, stop motion e nuove sfide creative
A“Cartoons on the Bay” lei incontra il pubblico e tanti professionisti dell’animazione internazionale. Che effetto le fa essere qui?
È straordinario incontrare così tante persone coinvolte nel mondo dell’animazione internazionale. Sono molto orgoglioso del fatto che i miei film vengano ricordati e celebrati qui. Davvero una bella esperienza.
Quali sono i ricordi più belli legati alla lavorazione de “La Bella e la Bestia”?
Ero molto giovane. Era la mia prima esperienza come regista di un lungometraggio animato, quindi fu molto emozionante lavorare con una squadra così grande e incontrare tanti animatori. Uno dei ricordi più belli riguarda Angela Lansbury, che prestava la voce a Mrs. Potts, la teiera.
Era la sua prima volta alla direzione di una grande attrice?
Sì, era la prima volta che mi trovavo a dirigere un’attrice così famosa in una sessione di doppiaggio. Ero molto nervoso. Angela Lansbury lo capì e mi mise subito a mio agio. Prima della sessione mi disse che era assolutamente disponibile a ricevere indicazioni, che sarebbe stata felice di provare una battuta in modi diversi e che non dovevo sentirmi intimidito solo perché davanti a me c’era Angela Lansbury.
Un gesto di professionalità.
Sì, la sua gentilezza e la sua professionalità mi colpirono molto. Mi permisero di fare meglio il mio lavoro e di sentirmi più tranquillo.
Durante la lavorazione avevate già la sensazione che stavate realizzando qualcosa di così importante?
Mentre lavoravamo al film sentivamo che stavamo facendo qualcosa di speciale, ma allo stesso tempo ogni giorno era una sfida. C’erano giornate in cui pensavo che tutto stesse andando
bene e altre in cui ero disperato, convinto che niente funzionasse e che il film non sarebbe piaciuto a nessuno.
Quando avete capito che il pubblico lo stava accogliendo in modo diverso?
Quando fu presentato al Festival del Cinema di New York. La reazione del pubblico fu fortissima. Le persone applaudivano alla fine di ogni numero musicale. Non avevo mai visto una cosa del genere per un film d’animazione. Io e Gary Trousdale, il mio co-regista, ci guardammo e pensammo: forse funziona davvero. E alla fine ha funzionato.
Le è piaciuta la versione live-action de “La Bella e la Bestia”? Io sono un animatore, quindi il mio primo amore resta sempre l’animazione. Preferisco la versione animata, perché è quella più vicina al mio cuore. Però sono felice che il pubblico ami anche altre forme e altri adattamenti.
Quindi considera queste nuove versioni come estensioni del film originale?
Sì, un po’ come le attrazioni nei parchi a tema, i personaggi nei parchi, gli spettacoli e tutte le altre forme che permettono al pubblico di continuare a vivere quella storia. Se il lavoro è fatto bene e il pubblico si emoziona, è bello vedere un film trovare nuove strade. Anche se, personalmente, resto legato alla versione animata.
Oggi però molti spettatori hanno la sensazione che i grandi studi puntino troppo sui sequel, su rifacimenti e idee già conosciute. È così?
È nella natura degli studi di Hollywood essere prudenti rispetto al rischio. Per questo cercano film che il pubblico conosca già, con personaggi e mondi già riconoscibili. Capisco la necessità economica di puntare su progetti che sembrano più sicuri, ma non si può continuare a riciclare sempre le stesse idee. Il pubblico vuole anche essere sorpreso. Ha bisogno di incontrare nuove storie. Penso che sarebbe importante investire di più nei film originali, perché senza nuove idee non si costruisce il futuro dell’animazione.
Durante la sua carriera ha visto cambiare molte tecnologie. Come vive questa trasformazione?
Quando ho iniziato, nell’animazione si lavorava ancora in modo molto simile agli anni Trenta: i disegni venivano ripassati

e dipinti sui rodovetri. Poi ho visto il passaggio al digitale, alla computer grafica e ora all’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale la preoccupa?
Non ho paura dei cambiamenti tecnologici. Credo però che l’artista debba restare al centro. Credo nel potere degli artisti e dei narratori. Non esiste un pulsante magico che puoi premere e che ti restituisce “La Bella e la Bestia”. Non succederà. L’arte, la storia e i personaggi devono venire prima.
Quindi la tecnologia può entrare nel processo, ma non sostituire l’artista?
Esatto. Posso immaginare un futuro in cui l’intelligenza artificiale venga incorporata nel processo produttivo, ma l’elemento umano resta fondamentale. L’arte creata dall’uomo, quella in cui senti la mano dell’artista, è ciò che crea il legame più profondo con il pubblico.
Molti pensano che le nuove generazioni arrivino all’animazione soprattutto attraverso la tecnologia. Lei che cosa vede nei giovani artisti?
In realtà ho trovato vero il contrario. I giovani artisti che ho incontrato, sia attraverso Instagram sia di persona, hanno una grande passione per il lavoro manuale e per le tecniche tradizionali. Hanno fame di imparare. Spero ci siano sempre più occasioni per insegnare a questa generazione l’arte dell’animazione tradizionale, così come io ho avuto la fortuna di impararla. Vedo un grande interesse.
Oggi molti maestri dell’animazione insegnano anche attraverso il web. È una risorsa importante?
Sì. Ci sono artisti straordinari, come Aaron Blaise e John Pomeroy, con cui ho lavorato alla Disney, che offrono percorsi e lezioni online. Sono solo due esempi, ma sono maestri del loro mestiere. Vedere giovani artisti seguire quelle lezioni e avvicinarsi alla tecnica tradizionale è molto incoraggiante.
Guarda con fiducia alla nuova generazione?
Sì. So che la tecnologia moderna, compresa l’intelligenza artificiale, entrerà in qualche modo nel lavoro dell’animazione, anche se ancora non sappiamo esattamente come. Ma sono molto curioso ed entusiasta di vedere cosa creerà la prossima generazione, proprio perché è così appassionata anche alle tecniche tradizionali.
Sta lavorando a un nuovo progetto?
Sì, sto sviluppando un film in stop motion con un gruppo molto giovane di animatori indipendenti a Los Angeles. Mi hanno invitato a partecipare al progetto e per me è molto interessante. La stop motion è forse il linguaggio più lontano dall’intelligenza artificiale.
Sì, infatti loro sono molto contrari all’uso dell’intelligenza artificiale. La stop motion celebra le cose fatte a mano, dove la presenza dell’artista è visibile al pubblico. Mi piace molto impa-
rare da loro e portare la mia esperienza dentro il loro processo creativo.
C’è un film d’animazione recente che avrebbe voluto realizzare lei?
Ogni tanto vedo un’idea in un film e penso: avrei voluto pensarci io. Un film Disney che amo molto è “Zootopia”. È intelligente, divertente e mentre lo guardavo pensavo: questa è davvero una grande idea.
Oggi è difficile proporre un’idea originale nell’animazione?
È molto difficile. I grandi studi sono molto concentrati su proprietà già esistenti, su personaggi e marchi già conosciuti, come “Mario” o “Sonic”. Questo rende più complicato ottenere finanziamenti per un’idea originale.
Però non è impossibile.
No, non è impossibile. Gli studi stanno iniziando a capire che, per mantenere vivo il sistema produttivo, devono continuare a investire anche in idee nuove. Senza storie originali, prima o poi il meccanismo si ferma.
Che rapporto ha con l’Italia?
Questa è la mia terza volta in Italia. Ero già venuto molti anni fa per promuovere “La Bella e la Bestia” e “Il gobbo di Notre Dame”. In passato ho visitato Firenze, Venezia e Milano. Questa volta, invece, è stata la mia prima volta a Roma, dove ho trascorso qualche giorno prima di arrivare a Pescara.
Che impressione le fa il nostro Paese?
Mi piace molto. Mi piacciono le persone, la storia, l’arte e naturalmente il cibo.
C’è un animatore italiano che ricorda con particolare affetto?
Quando ero giovane ero un grande ammiratore di Bruno Bozzetto. Quando “Allegro non troppo” uscì nelle sale negli Stati Uniti, io ero ancora studente e quel film mi colpì molto. Mi ha influenzato.
Che cosa la influenzava da ragazzo?
Amavo i film Disney, ma ero anche un grande appassionato dei cartoni Warner Bros. e MGM. Ero inoltre un grande lettore di fumetti. Per anni il mio sogno era disegnare fumetti. Amavo Charles Schulz, il creatore dei “Peanuts”. Poi, con il tempo, il mio interesse si è spostato verso l’animazione.
Continua a guardare animazione oggi?
Sì, continuo a guardarla, anche se non riesco a vedere tutto. Cerco comunque di restare aggiornato, soprattutto attraverso i festival, dove ho l’occasione di scoprire produzioni diverse, anche europee.







Con il libro “Mare nero. Storia criminale di Ostia”, edito da Rai Libri, il giornalista investigativo, autore di inchieste sotto copertura e conduttore di “Mi manda Raitre”, torna nel luogo in cui è nato e cresciuto per raccontare sangue, soldi e potere sul litorale romano. Un libro che unisce cronaca giudiziaria, memoria personale e impegno civile, scritto da chi ha conosciuto la città da dentro e oggi, presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale, continua a difendere il valore della parola, della denuncia e della responsabilità
“Mare nero” nasce da un’inchiesta, ma anche da un legame personale con Ostia. Cosa ha significato per te raccontare un territorio che è anche parte della tua vita?
È stato soprattutto un lavoro di autoanalisi, quasi un bilancio di vita che, sinceramente, non avevo intenzione di fare. Per anni ho vissuto due vite diverse: quella legata all’essere nato e cresciuto a Ostia, con i suoi rapporti, i suoi volti e le sue strade, e quella del giornalista, che spesso mi ha messo in contrapposizione con la prima. Ho cercato a lungo di tenerle separate, perché sapevo che dal loro incontro non sarebbe nato nulla di semplice. Poi è arrivato questo libro e ho capito che il racconto più vero non poteva limitarsi alla storia criminale di Ostia negli ultimi cinquant’anni: dovevo raccontare che cosa era successo a Ostia mentre io ci stavo dentro.
Nel libro Ostia non è soltanto uno scenario. Che cosa rappresenta davvero quella striscia di terra tra Roma e il mare? Per me Ostia resta il posto più bello del mondo. Non è un quartiere, è una città nella città: quasi duecentomila abitanti, trenta chilometri da Roma, un’identità propria. Come ogni città ha zone splendide e zone difficili. Scrivere questo libro mi ha aiutato a capire che voler bene a Ostia non significa parlarne soltanto bene, ma riconoscerne i problemi. Volere bene a Ostia significa anche permetterle di non volere bene a te. È come un padre complicato, che non ti dice mai che ti vuole bene: puoi allontanarti, puoi cercare altrove quell’amore, ma alla fine continui a considerarlo casa.
Nel sottotitolo parli di sangue, soldi e potere. Qual è stato il meccanismo che ha permesso alla criminalità di radicarsi così profondamente sul litorale romano? L’abitudine. L’abitudine e il progressivo venir meno delle istituzioni. Ostia è parte di Roma, ma è lontanissima da Roma, e per anni nessuno è stato davvero il sindaco, l’amministratore, il questore di Ostia. È stata concepita come un quartiere dormitorio: ci vivi, ci dormi, ci passi il fine settimana, ma spesso lavori altrove. A questo si sono aggiunti disagio sociale, mancanza di strumenti adeguati e una posizione strategica: vicino all’aeroporto, collegata a Roma, affacciata sul mare. Non è un caso che nel tempo a Ostia abbiano agito mafia, camorra, ’ndrangheta, Banda della Magliana. Poi, tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il mare è diventato una fonte enorme di ricchezza: stabilimenti, ristoranti, discoteche. Quella ricchezza era lì, pronta per essere presa, gestita, estorta. La criminalità ha capito che poteva diventare imprenditoriale.
Nel tuo racconto ci sono famiglie criminali, traffici, interessi economici e politici. Quanto è importante capire che la criminalità organizzata non vive solo di violenza, ma anche di relazioni e consenso?
È fondamentale. La forza di certi sistemi criminali sta anche nella capacità di costruire consenso. Penso alla figura di Carmine Fasciani, che non apparteneva alle mafie tradizionali, ma è riuscito a prendersi Ostia un pezzo alla volta. Era considerato da molti un boss “intelligente”, perché aveva capito che troppo rumore, troppo sangue, troppi spari sono nemici degli affari. Bisogna gestire tutto in silenzio e fare in modo che il quartiere ti voglia bene. Pubblicamente si mostrava generoso, aiutava alcune famiglie, pagava cure, funerali, si costruiva un’immagine. Intanto, dietro le quinte, gestiva soldi, potere, usura, controllo del territorio. Quando un quartiere comincia a vedere il boss come qualcuno che “in fondo fa anche del bene”, la criminalità ha già vinto una parte della battaglia.
Chi denuncia, in contesti così complessi, spesso resta esposto e solo. Che cosa significa oggi proteggere davvero chi sceglie di ribellarsi all’illegalità?
A Ostia, fortunatamente, quelli che dicono no non sono mai mancati. Il vero problema non è soltanto proteggerli fisicamente, ma difenderli da un altro rischio: l’idea che denunciare significhi danneggiare il territorio. Per anni, quando provavo a raccontare che la gestione del mare non era democratica e che




questo aveva creato sacche di penetrazione criminale, mi sentivo rispondere che parlare male degli stabilimenti significava parlare male dell’imprenditoria e fare un danno a Ostia. È da questa mentalità che bisogna proteggere chi si ribella. Raccontare un problema non vuol dire fare male a Ostia, ma volerle bene e volerla diversa.
Questo libro ha la forza di un reportage investigativo, ma si legge anche con l’intensità di un romanzo. Quanto hai lavorato sul linguaggio per tenere insieme verità, ritmo narrativo ed emozione?
Ho pensato che fare il solito racconto giudiziario non avesse molto senso. Dovevo provare a renderlo una sorta di diario di quegli anni, raccontare le cose come le avevo viste con i miei occhi e poi mostrarne l’evoluzione. Se vuoi fare un racconto personale, devi parlare come parleresti a un amico. Se vuoi renderlo vero, deve essere vero anche nel linguaggio. Ho raccontato quei fatti con le parole che avevo allora, con la sorpresa, l’indignazione e il turbamento con cui li ho vissuti. Per restituirli al lettore non potevo usare un tono freddo: dovevo far capire prima di tutto che io stesso, davanti a certe cose, ero rimasto sorpreso e indignato.
Nel 2025 sei stato nominato presidente dell’Osservatorio della legalità e dell’antimafia sociale a Ostia. Che valore ha per te questo ruolo, proprio nel luogo da cui tutto parte?
È un’occasione per restituire qualcosa. Ostia mi ha insegnato tantissimo: non sarei stato il cronista che sono stato se non fossi cresciuto lì. Mi ha insegnato a stare al mondo, a parlare con tutti, a capire che esiste un modo diverso di rivolgersi a ogni persona: al criminale di strada, al mafioso, all’imprenditore, al politico. È stata una grande palestra. Accettare questo incarico significa provare a ridare qualcosa a un luogo che oggi vedo più povero rispetto a quello che avevo lasciato. Naturalmente l’Osservatorio osserva, analizza, suggerisce, ma non ha potere politico o amministrativo. Posso indicare strade, non imporle.
Dopo anni di inchieste, minacce, lavoro sul campo e racconto pubblico della criminalità, che cosa ti ha insegnato Ostia sulla legalità, sul coraggio e sulla responsabilità del giornalismo? Mi ha insegnato che la parola ha un valore ed è l’unica cosa che devi onorare sempre. La parola data a una fonte, a un informatore, a qualcuno a cui chiedi di raccontarti la sua storia perché forse, insieme, si può provare a risolvere qualcosa. Se non onori quella parola, è tutto perso: restano solo chiacchiere. Viviamo in una fase in cui sembra che i giornalisti minacciati siano supereroi e che il valore del loro lavoro si misuri dalle minacce ricevute. Io ne ho ricevute tante, ma non credo sia questo il punto. Il giornalismo consiste nel raccontare cose che qualcuno non vuole vengano raccontate. Il coraggio non sta nella minaccia subita, ma nella responsabilità con cui continui a usare le parole.



Dalla Ferrara borghese degli anni Trenta prende forma una storia segnata dall’eleganza, dalla memoria e dalla ferita delle leggi razziali. Vittorio De Sica porta sullo schermo il romanzo di Giorgio Bassani e racconta il crollo silenzioso di un mondo, mentre il fascismo entra nelle vite private e spezza illusioni, affetti e appartenenze. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio e Romolo Valli, un capolavoro del cinema italiano premiato con l’Oscar per il miglior film straniero.


La memoria di una strage mafiosa diventa racconto civile, personale e necessario. Il 2 aprile 1985 l’attentato contro il giudice Carlo Palermo distrugge l’auto di Barbara Asta e dei suoi figli, che si trovava casualmente tra i sicari e il magistrato: sopravvive solo Margherita, la figlia maggiore, perché quella mattina era a scuola. Dal libro di Margherita Asta e Michela Gargiulo, Graziano Diana firma una storia di dolore, giustizia e resistenza, con Ludovica Ciaschetti, Francesco Montanari, Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo e Aurora Menenti.

Il tennis italiano ritrova una delle sue pagine più emozionanti attraverso le immagini e la memoria della Rai. La vittoria di Adriano Panatta agli Internazionali d’Italia del 1976, con il trionfo in finale su Guillermo Vilas, diventa il racconto di un’impresa sportiva capace di accendere il pubblico e trasformare il tennis in un fenomeno popolare. Rai Teche ripropone la copertura giornalistica di una stagione irripetibile, entrata nell’immaginario collettivo dello sport nazionale.


Le paure, gli ostacoli e il coraggio diventano materia viva per giovani talenti dell’animazione italiana. Il progetto, promosso da Rai Kids, ANICA e Videocittà con Cartoon Italia e ASIFA Italia, raccoglie cortometraggi nati da un contest dedicato alla crescita, al cambiamento e alla capacità di guardare il mondo da una prospettiva nuova. Tra creatività, sensibilità e linguaggi contemporanei, le storie selezionate mostrano come affrontare ciò che spaventa possa diventare il primo passo per superarlo. Nella sezione “Corti d’Autore”.



Le avversità e gli ostacoli di una nuova convivenza tra risate e riflessioni. Con Jonathan Catini, già disponibile su RaiPlay
Un punto di svolta significativo che può diventare un incubo o un traguardo raggiunto. È disponibile su RaiPlay “Vado a vivere con Me”, spettacolo comico e attuale che racconta l’esperienza di Jonathan, un ragazzo che ha scelto di andare a vivere da solo e confrontarsi con le avversità quotidiane in autonomia. Ci riuscirà o si pentirà della libertà conquistata? Attraverso un mix di stand-up come-


dy e teatro di carattere, lo spettacolo porta in scena con ironia e leggerezza ostacoli e sfide che ogni “nuovo adulto” deve affrontare: la lavatrice, i primi esperimenti in cucina per preparare qualcosa di commestibile, l’organizzazione della casa e tutte le altre piccole incombenze che diventano improvvisamente centrali quando si vive da soli. Accanto al protagonista compaiono i suoi personaggi più iconici, pronti a intervenire con consigli improbabili e non richiesti, portando sul palco quella freschezza e quel vernacolo che hanno reso Jonathan Canini popolare anche sui social. “Vado a vivere con Me” è un original Rai Contenuti Digitali e Transmediali, regia di Walter Santillo, interpretato e scritto da Jonathan Canini.



In un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con essi anche le antiche tradizioni, il film documentario racconta la storia e il destino di una comunità montana che in tutti i modi cerca di sopravvivere. In esclusiva su RaiPlay
Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone. Il giovane Simone, erede tacito di memorie e antiche tradizioni, si fa carico delle responsabilità del paese. Non molto distante vive Filippo, eremita e individualista, che lontano da tutti cerca di ricostruire sé stesso e la propria fede. Simone e Filippo, legati da silenzi opprimenti, fanno i conti con limiti e compromessi interiori sotto lo sguardo vigile di un popolo che, inconsapevolmente, travolge la loro vita e il loro destino. “Sacro Moderno” vuole evocare nello spettatore un forte senso di oppressione e di so-
litudine, attraverso il disorientamento nell’animo di personaggi privi di punti di riferimento. Il film documentario nasce in un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con essi anche le antiche tradizioni. Il fine ultimo è sia quello di provare a creare un universo volutamente magico, a metà tra fiaba nera e film di formazione - dove lo spettatore si perde nei ritmi dilatati di un silenzio apparente, cercando dentro di sé il senso ultimo del film -, sia mostrare i diversi punti di vista dei protagonisti che in maniera differente prendono le distanze dal sistema gerarchico e di potere che si è formato negli anni all’interno di questi paesi. Una verità oscura e tragica che probabilmente non smetterà mai di esistere in un mondo così piccolo e nascosto, ma universalmente comprensibile. “Sacro Moderno” nasce dall’esigenza del regista di raccontare i luoghi e le tradizioni della sua regione, con l’intento di enfatizzare il suo territorio, spesso dimenticato dal cinema italiano contemporaneo.



«Scrittore innanzitutto. Poi docente di tecniche della narrazione. Critico musicale e cinematografico, collaboro con Rockerilla e il Dizionario del Cinema Morandini. Non credo che sarei disposto a rinunciare a nessuna di queste cose. La parola, e come utilizzarla, mi affascina tantissimo, e cimentarsi in linguaggi espressivi differenti è fantastico, oltre a essere una palestra di scrittura incredibile.»
Alessandro Berselli, nato a Bologna nel 1965, non ha dubbi. «Ho sempre voluto raccontare storie, fin da quando ero piccolo. Mettere a disposizione degli altri le mie narrazioni, condividerle, fare accedere ai miei universi chi decideva di leggermi. Ho iniziato con dei racconti, come tutti gli scrittori, perché agli inizi il romanzo mi sembrava un’impresa titanica. Poi a un certo punto mi sono reso conto che avevo bisogno di cimentarmi in una storia di più ampio respiro, e ho scritto il mio primo libro, Io non sono come voi. Era il 2007, quasi vent’anni fa.»

Una bibliografia di tutto rispetto, da allora. Fino ad arrivare alla sua recente uscita: “L’occupazione”. Recita la quarta di copertina: Matteo e Zoe sono giovani, impegnati, di grandi speranze. Ascoltano la stessa musica, hanno ideali in comune, condividono con passione le ragioni della contestazione studentesca. Il giorno prima dell’evento che cambierà per sempre i destini della Prima Repubblica, il liceo scientifico Schopenhauer viene occupato dai collettivi di sinistra. Ma quello che dovrebbe essere un importante laboratorio politico si trasforma ben presto in un gioco al massacro. Dissapori, veleni interni, gelosie. Il ritrovamento del corpo dell’onorevole Aldo Moro in concomitanza al verificarsi di un fatto tragico all’interno della scuola stravolge in maniera drammatica la vita di tutti i protagonisti.
Anni di piombo. Sequestro Moro. Una stagione difficile per gli adolescenti di allora: qual è stata la genesi de “L’occupazione”?
«Volevo scrivere un romanzo di formazione, la storia di un gruppo di adolescenti che si trovano in quel momento della loro vita in cui sono chiamati a fare le prove generali per diventare grandi. E volevo ambientarlo nell’unico decennio della nostra storia in cui gli adolescenti e gli studenti in particolare sono stati davvero i protagonisti della scena politica, musicale, sociale e culturale, e non semplici coreografie dell’universo dei grandi. Un liceo occupato nella settimana in cui viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro.»
Dolori ed errori, ma anche tanta speranza in quegli anni. E in questi?
«Vero. Sono stati anni carichi di sogni, aspettative, utopie, naufragati dietro quella violenza che li ha privati del loro splendido idealismo. Con l’omicidio Moro quella stagione iniziata nel 1968 con il pace e amore e continuata poi con la rivoluzione eversiva dei settanta si chiude per sempre, per lasciare spazio all’edonismo degli anni a seguire. Oggi non lo so, c’è meno fondamentalismo politico ma di certo anche meno voglia di combattere per le cause, anche se le guerre in corso, l’emergenza climatica, la tragedia di Gaza stanno polarizzando nuove forme di protesta. Chissà. Forse la gente ha voglia di tornare in piazza.»
Laura Costantini



A dodici mesi dall’uscita del lavoro certificato platino, il rapper marchigiano prepara una versione ampliata con contenuti mai pubblicati, disponibile dal 19 giugno in formato digitale e doppio cd autografato
Adodici mesi dall’uscita del progetto discografico già premiato dal pubblico, arriva una versione ampliata con contenuti mai ascoltati e una veste speciale anche in formato fisico. Una traiettoria lunga più di vent’anni attraversa la musica italiana e continua a lasciare il segno. Fabri Fibra torna con “Mentre Los Angeles Brucia (deluxe)”, disponibile in digitale e in versione doppio cd autografato. La pubblicazione arriva a un anno esatto dall’uscita di “Mentre Los Angeles Brucia”, album pubblicato il 20 giugno 2025 e già certificato disco di platino, ora arricchito da nuovi brani inediti. Il disco ha rappresentato un ulteriore passaggio nella carriera dell’artista, confermando la sua capacità di restare fedele alla propria identità e, allo stesso tempo, di leggere i cambiamenti della scena musicale italiana. Brani come “L’avvelenata (Pretesto)”, “Che gusto c’è” con Tredici Pietro e “Milano Baby” con Joan Thiele hanno mostrato il lato più immediato e collaborativo del progetto, insieme ai contributi di Gaia e Massimo Pericolo, Noyz Narcos, Papa V, Nerissima Serpe ed Ernia. Accanto all’energia delle collaborazioni, “Mentre Los Angeles Brucia” ha messo in evidenza anche una dimensione più intima e riflessiva. Canzoni come “Tutto andrà bene”, “Mio Padre”, “Vivo” e “Figlio” hanno dato spazio a una scrittura perso-

nale, capace di affrontare fragilità, memoria, rapporti familiari e consapevolezza. È proprio in questo equilibrio tra tecnica, sguardo sociale e introspezione che Fabri Fibra ha costruito negli anni una posizione centrale nel panorama musicale italiano. Dagli esordi con “Turbe Giovanili”, pubblicato nel 2002, passando per “Mr. Simpatia” e per il disco d’esordio in major “Tradimento”, fino a “Caos” e all’ultimo lavoro, l’artista ha contribuito prima a creare e poi a consolidare la scena rap nel nostro Paese. In oltre vent’anni di percorso e dieci album, dei quali ha curato anche la direzione artistica, ha dimostrato come ritmo, linguaggio e contenuto possano convivere dentro una forma espressiva capace di parlare a generazioni diverse. Il suo rap ha spesso raccontato una realtà italiana complessa, contraddittoria, a volte ruvida, ma profondamente riconoscibile. Per questo la sua scrittura ha assunto nel tempo una funzione quasi cantautorale, portando nelle classifiche temi sociali, inquietudini personali e osservazioni sul costume contemporaneo. Non semplice intrattenimento, ma uno sguardo lucido su ciò che accade intorno. Con “Mentre Los Angeles Brucia (deluxe)” Fabri Fibra riapre ora quel capitolo discografico, aggiungendo nuovo materiale a un album già accolto con successo dal pubblico. La nuova versione conferma la vitalità di un progetto che continua a evolversi e ribadisce il ruolo dell’artista come una delle voci più influenti della musica italiana degli ultimi decenni. Dopo l’esperienza in “Nuova Scena - Rhythm + Flow Italia”, che lo ha visto giudice accanto a Geolier e Rose Villain, Fabri Fibra prosegue così un percorso in cui musica, racconto e lettura del presente restano elementi inseparabili.




Maria Vittoria Maggi, Commissario Capo della Polizia di Stato, Portavoce del Questore di Verona e Funzionario addetto all’Ufficio di Gabinetto della Questura di Verona racconta perché ha scelto di essere donna in divisa
Un ruolo centrale: l’Ufficio di Gabinetto richiede un costante raccordo tra i diversi uffici della Polizia di Stato e la capacità di armonizzare esigenze diverse. Garantire la sicurezza significa infatti mettere in rete il contributo di più enti e istituzioni, che, ciascuno per la propria competenza, concorrono alla riuscita dei servizi e alla tutela dell’ordine pubblico. La strategia della sicurezza partecipata si estende oggi fino a coinvolgere tutta la popolazione, dando vita al concetto di Polizia di prossimità, che non è solo presenza fisica dei poliziotti nei quartieri, ma anche vicinanza psicologia e morale, dialogo costante con ogni singolo cittadino e con gruppi organizzati della cittadinanza. La comunicazione diviene allora un punto centrale dell’attività della Polizia di Stato: oltre a convocare tutte le forze del Paese, crea giorno per giorno una migliore “percezione di sicurezza”, senza la quale non è pensabile un innalzamento della qualità della vita.
Cosa l’ha spinta a scegliere la Polizia di Stato?
Da bambina avevo paura del buio e dei ladri. Quelle paure mi facevano sentire piccola e vulnerabile, così, per esorcizzarle, ho iniziato a guardare thriller e polizieschi. Invece di scappare dalla paura, ho iniziato a guardarla negli occhi. Ed è lì che è nata una convinzione dentro di me: voglio diventare una poliziotta. Non perché la paura fosse sparita, ma perché volevo essere io, un giorno, ad affrontarla e sconfiggerla. Perché dalle paure non si scappa. Le paure si affrontano. E a volte si trasformano perfino nella persona che scegli di diventare. Da quel momento ho iniziato a vedere nella Polizia la possibilità concreta di trasformare quella stessa paura in protezione per gli altri, diventando un punto di riferimento nei momenti più difficili. Per me indossare una divisa significa proprio questo: sapere cosa vuol dire sentirsi vulnerabili e scegliere di mettere quell’esperienza al servizio degli altri, con l’obiettivo di aiutare, proteggere e trasmettere sicurezza anche nelle situazioni più complesse.
Come concilia il suo lavoro con la vita personale?
In realtà sono entrata in Polizia da soli tre anni, quindi mi considero ancora troppo giovane per descrivere le tappe che hanno costruito la mia carriera. Posso però raccontare alcune esperienze che mi hanno portato a vincere il concorso e a diventare un Funzionario di Polizia. Da bambina mi piaceva molto studiare. Più del percorso rappresentato dal liceo classico, dalla facoltà di Giurisprudenza e dal Master in Scienze Forensi, l’esperienza che mi ha dato maggiore consapevolezza è stata la possibilità di svolgere un tirocinio in Tribunale, dove ho affiancato un magistrato che emetteva sentenze penali. Questa esperienza mi ha permesso di osservare da vicino il lavoro delle forze di polizia e di capire quanto ci sia dietro ogni attività investigativa: non solo un lavoro tecnico e rigoroso, ma anche un impegno che ha un impatto concreto sul sistema della giustizia e, soprattutto, sulla vita delle persone coinvolte. In quell’occasione ho compreso il metodo che guida il lavoro della Polizia di Stato nell’acquisizione delle fonti di prova e l’im-
portanza della loro raccolta, che poi viene analizzata durante il dibattimento. Non si tratta solo di capire chi ha commesso un reato, ma di costruire un insieme di elementi oggettivi che ne dimostrino la responsabilità penale. Per il futuro mi auguro di avere la possibilità di ricoprire ruoli diversi all’interno della Polizia di Stato e, in particolare, di poter svolgere incarichi sempre più operativi che mi permettano di vivere in prima persona l’attività investigativa.
Qual è il suo ruolo attuale e quali le sfide quotidiane principali?
Io attualmente ricopro l’incarico di Portavoce del Questore, Funzionario addetto all’Ufficio di Gabinetto e Capo Segreteria di Sicurezza della Questura di Verona. L’Ufficio di Gabinetto è l’ufficio di diretta collaborazione con il Questore nella gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica, oltre che nell’organizzazione dei grandi eventi. Le sfide che affronto quotidianamente riguardano l’organizzazione e la gestione di servizi di ordine pubblico legati a manifestazioni, eventi sportivi e momenti di aggregazione. In questi contesti collaboro alla pianificazione e all’organizzazione operativa dei servizi e sono anche presente sul territorio, insieme alle altre componenti impiegate, per garantirne il corretto svolgimento. La vera complessità di questo lavoro risiede nell’imprevedibilità che caratterizza ogni evento di ordine pubblico: per quanto la fase organizzativa sia accurata, sul campo possono emergere situazioni non prevedibili, che richiedono capacità di adattamento, lucidità e decisioni rapide. L’Ufficio di Gabinetto richiede inoltre un costante raccordo tra i diversi uffici della Polizia di Stato e la capacità di armonizzare esigenze diverse. Garantire la sicurezza significa infatti mettere in rete il contributo di più enti e istituzioni, che, ciascuno per la propria competenza, concorrono alla riuscita dei servizi e alla tutela dell’ordine pubblico. Come Portavoce del Questore, il mio impegno è quello di comunicare l’attività della Polizia di Stato in modo chiaro, tempestivo e trasparente, sempre nel rispetto delle esigenze investigative e di sicurezza. In questo contesto, la sfida quotidiana è riuscire a garantire una comunicazione completa e tempestiva senza compromettere attività operative spesso delicate. Per questo risulta fondamentale un costante coordinamento con gli uffici operativi. La nostra Amministrazione può essere letta, in questo senso, come una “casa di cristallo”, secondo la metafora di Brecht: un’Istituzione che, pur nel rispetto dei limiti legati alla sicurezza e alle indagini, rende tutto visibile dall’esterno.
Quali eventi lavorativi Le sono rimasti nel cuore?
Durante il periodo di formazione presso la Scuola Superiore di Polizia, uno dei ricordi che porto più profondamente nel cuore è la partecipazione alla parata del 2 giugno. Sfilare per le vie di Roma al suono di “Giocondità”, indossando abiti civili con a tracolla la fascia tricolore – che rappresenta l’attribuzione di autorità di pubblica sicurezza e simboleggia lo Stato e la garanzia di sicurezza e libertà per tutti i cittadini – circondata dai


cittadini e immersa in un contesto così solenne, ha rappresentato per me un momento di intensa emozione e di profondo significato istituzionale. In quell’istante si percepisce pienamente il valore del ruolo che si è scelto di assumere: quello di servire lo Stato e di essere garanti della sicurezza e delle istituzioni democratiche. Parteciparvi prima ancora del giuramento ha significato percepire in modo autentico e quasi tangibile il valore dell’impegno che mi preparavo ad assumere. Una volta arrivata alla Questura di Verona, ho avuto la possibilità di dare il mio contributo alla gestione di grandi eventi come la riunione ministeriale G7, la visita del Santo Padre, il G7 delle Camere Basse e, da ultimo, i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina con le Cerimonie di Apertura e Chiusura. È stata un’esperienza nuova e complessa, ma estremamente formativa, perché mi ha permesso di vedere dall’inizio alla fine come si organizza e si gestisce un evento di portata internazionale. Ho potuto comprendere dall’interno tutti gli snodi operativi, i punti su cui è necessario prestare maggiore attenzione e i diversi livelli di rischio da considerare. In particolare, ho avuto modo di partecipare all’organizzazione dei servizi, alla loro gestione e a come si tutelano le personalità coinvolte, scoprendo anche quanto sia importante ed affascinante il mondo delle relazioni internazionali ed il confronto con le forze di polizia di altri paesi. Un’esperienza che mi ha fatto toccare con mano l’importanza del lavoro di squadra, vero punto di forza della Polizia di Stato. Infine, ho avuto la possibilità di prendere parte ad attività di prevenzione e sensibilizzazione sul territorio. Abbiamo portato nelle piazze campagne come “Questo non è amore”, dedicata al contrasto della violenza di genere e alla promozione della consapevolezza su queste tematiche, e svolto attività legate a progetti di educazione alla legalità nelle scuole, come “Pretendiamo Legalità”, che coinvolge gli studenti in momenti di formazione su temi attuali come il cyberbullismo e l’uso consapevole dei social network, stimolando anche
una loro riflessione attraverso elaborati e attività creative. Incontrare e confrontarmi con donne in difficoltà e con giovani studenti è sempre un momento che restituisce valore e umanità a questa attività e che, allo stesso tempo, mi insegna sempre qualcosa, arricchendomi e lasciandomi ogni volta uno spunto di riflessione diverso.
Come concilia il suo lavoro con la vita personale?
Conciliare la vita personale con il lavoro non è sempre semplice, ma questo non significa che la vita personale debba essere annullata o messa completamente da parte. Credo che la chiave stia nella comprensione reciproca e nella consapevolezza di cosa significhi questo ruolo. Conosco il mio fidanzato da prima di entrare in Polizia e, devo dire la verità, nei primi tempi ha fatto un po’ di fatica ad abituarsi ai ritmi e alle esigenze di questo lavoro, anche perché svolge un’attività lavorativa molto diversa dalla mia, con orari più regolari e una quotidianità più stabile e prevedibile. Ancora oggi si sta abituando al fatto che il mio telefono non sia mai spento, nemmeno di notte. Capita spesso che, durante un momento insieme anche semplice come un aperitivo, io debba rispondere o correre in Questura per esigenze di servizio. Ci sono state situazioni in cui ha dovuto aspettarmi anche per ore. Altre volte, prima o dopo una gita, gli chiedo di accompagnarmi un attimo in Questura. Credo che col tempo si impari a comprendere, perché chi mi sta accanto - fidanzato o amici che siano - sa che non si tratta di un lavoro “con orari”, ma di un servizio che mi appaga ogni giorno. È una consapevolezza che si costruisce nel tempo e che diventa parte del modo di vivere le relazioni. Non sempre è facile, ma sapere che ciò che faccio ha un impatto reale e diretto nella vita delle persone aiuta a dare valore anche ai sacrifici quotidiani.
Un suggerimento ai giovani che vogliono entrare in polizia. Se c’è una cosa che si impara subito entrando in Polizia è che non si è mai da soli. Ai giovani che desiderano intraprendere questo percorso direi che il vero fondamento del nostro lavoro è la squadra: ognuno ha un ruolo preciso, ma nessuno è mai lasciato solo. È un servizio che richiede impegno, sacrificio e una preparazione costante, ma che al tempo stesso restituisce molto in termini di senso di appartenenza e condivisione. Nei momenti più complessi, infatti, c’è sempre un supporto reciproco e una responsabilità condivisa. Con il tempo, questo legame supera la dimensione puramente professionale e diventa un contesto umano forte, che spesso somiglia a una famiglia, in cui ci si sente accolti e sostenuti anche nelle situazioni più difficili. Ed è proprio questo che rende il lavoro del poliziotto diverso dagli altri: la consapevolezza di poter contare sempre sugli altri e, allo stesso tempo, di essere un punto di riferimento per loro. Per questo consiglio di affrontare questo percorso con serietà, determinazione e consapevolezza, sapendo che la vera forza non è mai individuale, ma nasce dalla squadra. Ed è in questa forza di squadra che ogni paura si trasforma in azione concreta, al servizio del cittadino.




Il fenomeno dell’abbandono dei bambini nel corso della storia e la nascita dal tardo Medioevo di istituzioni dedicate alla loro accoglienza, come l’Istituto degli Innocenti a Firenze o l’Ospedale della Pietà a Venezia, è al centro del racconto di Keti Riccardi per “Italia. Viaggio nella bellezza”, in onda domenica 14 giugno alle 23.25 su Rai 5
Luoghi storici in cui la carità ha incontrato la bellezza. Quella dell’arte rinascimentale o quella, nel Settecento, della musica, quando l’ospedale della Pietà di Venezia diventa uno straordinario luogo di produzione musicale, grazie alla presenza di un maestro d’ eccezione: Antonio Vivaldi. Per secoli essere accolti in questi istituti ha costituito l’unica possibilità di sopravvivenza per tanti bambini figli della miseria o del disonore, abbandonati, senza neanche un nome, alla ruota degli esposti a causa della povertà, della morte, della malattia o perché illegittimi. Si scopriranno, con commozione, le loro storie, spesso dolorose, talvolta di riscatto, grazie ai documenti custoditi negli archivi di queste istituzioni caritatevoli, memorie che oggi consentono di ricostruire in parte la storia dell’infanzia abbandonata.


Film. Io, Daniel Blake
Un Ken Loach da Palma d’Oro
In onda lunedì 8 giugno alle 23.15 su Rai 5. Nel cast, Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner.

L’anno dell’uovo
Una comunità problematica
Adriano e Gemma, in attesa del primo figlio, scelgono di allontanarsi dalla vita moderna e unirsi alla comunità spirituale dell’Uovo, guidata da Guru Rajani. Film di Claudio Casale in onda martedì 9 giugno alle 23.05

Carmen
Bizet alla Scala
Dal Teatro alla Scala il capolavoro di Bizet rivisitato dalla regia di Damiano in onda giovedì 11 giugno alle 21.20 su Rai 5

Jazz Il Modern Jazz Quartet
Uno dei più famosi quartetti nella storia del Jazz, che è riuscito a esprimere un jazz con contaminazioni classico-barocche dal gradimento universale. In onda venerdì 12 giugno alle 00.15

Viaggi nelle Terre del Nord
Islanda, terra di ghiaccio e fuoco
La varietà e l’immensità dei suoi straordinari paesaggi, come scolpiti da una forza bruta originaria, sono il frutto di un intenso vulcanismo, quasi senza eguali a livello mondiale. In onda mercoledì 10 giugno alle 14.25

Circo Zarathustra
Un filosofo a teatro Friedrich Nietzsche è stato quel filosofo che, dopo aver profetizzato la degenerazione della società occidentale, ha trascorso gli ultimi anni di vita (undici) in silenzio. In onda sabato 13 giugno alle 21.20
Film. “Prigione 77” Il sogno della democrazia
Detenuto nel carcere di Barcellona per appropriazione indebita, il giovane contabile Manuel si unisce a un gruppo di detenuti per chiedere l’amnistia in vista del nascente governo democratico. Domenica 14 giugno alle 21.20





Il 18 aprile 1948 l’Italia va al voto. È una festa della democrazia, con un’affluenza del 92%, che segna il trionfo della Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, oltre il 48% dei consensi. Da qui prende avvio il secondo appuntamento con L’Italia della Repubblica, in onda mercoledì 10 giugno alle 21.10 su Rai Storia
Cuore della narrazione è una stagione decisiva della storia nazionale: gli anni che vanno dal 1946 – con la conferenza di Parigi che ridefinisce gli equilibri europei – al 1948, quando l’Italia consolida il proprio assetto istituzionale, conferma i go-

verni De Gasperi e accoglie Luigi Einaudi come secondo Presidente della Repubblica. La puntata, introdotta da Paolo Mieli, racconta soprattutto l’Italia di Alcide De Gasperi, anche attraverso un’intensa intervista di repertorio alla figlia Maria Romana De Gasperi, raccolta nel “faccia a faccia” condotto da Michele Astori. Figlia, confidente e custode della memoria del padre, Maria Romana restituisce il ritratto di un leader autorevole e profondamente responsabile: “un uomo solo che sapeva di avere su di sé il peso della scelta finale”. Un cattolico non clericale che, prima del celebre discorso di Parigi del 10 agosto 1946, si raccolse in preghiera, per poi esordire davanti alle potenze vincitrici con parole rimaste nella storia: “Signori delegati, prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.

Passato e Presente
Gibellina tra memoria e utopia
Dalle macerie di un terremoto può germogliare il seme dell’arte? È la grande utopia di Gibellina. In onda lunedì 8 giugno alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30

Passato e Presente
I mondiali di calcio tra sport e politica
Puntata dedicata alla storia dei Mondiali. In onda giovedì 11 giugno alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai
Storia
Scatola aperta: intervista a Jorge Luis Borges
Il ricordo Rai Cultura a 40 anni dalla scomparsa
In onda domenica 14 giugno alle 19.30

Passato e Presente
La battaglia di Verdun, il grande massacro
Tra il febbraio e il dicembre 1916, per dieci mesi, il fronte francese e quello tedesco si affrontano in una delle battaglie più lunghe e distruttive della Prima guerra mondiale. In onda martedì 9 giugno alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30

Il Treno del Ricordo
Da Trieste a Fertilia
In occasione dell’anniversario del giorno che vide Trieste libera dopo 40 giorni di occupazione titina. In onda venerdì 12 giugno alle 16.00

Diario di un cronista
Il delitto Matteotti
Sergio Zavoli racconta il delitto del deputato socialista Giacomo Matteotti e le origini della dittatura fascista ricostruendo gli antefatti dell’assassinio. Mercoledì 10 giugno alle 17.30

Documentari d’autore Salvatore, il calzolaio dei sogni Dal piccolo borgo di Bonito, in provincia di Avellino, a Firenze, passando per l’America, la storia di Salvatore Ferragamo. In onda sabato 13 giugno alle 23.30




Da sabato 13 giugno a giovedì 2 luglio tutti i giorni alle 20.15 su Rai Yoyo in prima Tv
In arrivo da sabato 13 giugno il nuovo spin off della serie Disney “Minnie Bow-Toons”. Minni e Paperina vivono avventure all’aria aperta perché aprono la loro nuova attività, un campeggio nel bosco! In
questo nuovo campeggio si divertiranno moltissimo sotto al sole, tra passeggiate a cavallo, sport acquatici, canzoni, marshmallow sul fuoco e persino una sfilata di moda nella natura. Con Clarabella come Direttrice delle attività, Cucù Loca a dare una zampa e visite a sorpresa di creature del bosco, il divertimento è assicurato. A loro si uniscono amici vecchi e nuovi, perché più si è, meglio è!

In onda tutti i giorni alle 11.15 su Rai Gulp
La serie animata si rivolge soprattutto a bambini e bambine fra i 5 e gli 8 anni d’età, ma riesce a coinvolgere anche i genitori che si interrogano sui comportamenti dei propri figli. Ogni episodio si apre con un pezzo cantato o rappato dalla protagonista, che anticipa il tema centrale della puntata. Il rapper Ludacris propone canzoni originali che trattano temi centrali nella loro vita quotidiana, come l’autostima, l’accettazione del proprio corpo, il saper gestire le proprie emozioni e le relazioni interpersonali. “Il Mondo di Karma” si basa su
un’idea creata dal pluripremiato rapper, attore e produttore Chris Ludacris Bridges. L’album della colonna sonora ufficiale de “Il Mondo di Karma”, firmato dal rapper vincitore di un Grammy, è uscito con Universal nel 2021, nello stesso giorno del lancio della serie. Accompagnano le storie la musica hip-hop, l’abbigliamento streetwear, tante coreografie originali e un inconfondibile senso dell’umorismo. Per la creazione di questa serie, Laudacris si è ispirato alla sua primogenita Karma, per raccontare come la musica possa aiutare i ragazzi a restare in contatto con sé stessi e a non lasciarsi mai abbattere dalle difficoltà piccole e grandi che siano nelle sfide di ogni giorno.

















Passione ribelle – Lunedì 8 giugno ore 21.10

Un western moderno, tratto dal romanzo di Cormac McCarthy “Cavalli selvaggi”, apre la settimana di Rai Movie. Nel secondo dopoguerra, il giovane John Grady Cole, nato con la vocazione del cowboy, è costretto a lasciare il ranch di famiglia dopo la decisione della madre di venderlo. Insieme all’amico Lacey attraversa il confine e raggiunge il Messico, dove l’incontro con una ragazza cambierà il corso del suo viaggio. Tra amore, perdita e disavventure, Matt Damon dà corpo a un personaggio inquieto e malinconico, sospeso tra desiderio di libertà, azione e sofferenza interiore. Nel cast anche Henry Thomas e Penélope Cruz.

Spionaggio, avventura e tensione fantapolitica arrivano su Rai Movie con un film ambientato sotto la superficie del mare. Il dottor Terrel e sua moglie sono riusciti ad addestrare due delfini a comprendere il linguaggio umano, ma una pericolosa organizzazione criminale rapisce i cetacei per trasformarli in strumenti di morte: il piano è usarli per trasportare esplosivo e colpire lo yacht del presidente degli Stati Uniti. Sarà lo stesso scienziato, una volta scoperta la minaccia, a dover tentare di fermare l’attentato. Dopo il successo de “Il laureato”, Mike Nichols firma un thriller insolito e suggestivo, tra mare, suspense e atmosfere anni Settanta. Con George C. Scott, Trish Van Devere e Paul Sorvino.

giorno del delfino – Martedì 9 giugno ore 21.10 – Anno 1973 –



High Heat – Fuoco mortale – Venerdì 12 giugno ore 21.20 – Anno 2022 – Regia di Zach Golden


Una serata ad alta tensione, tra cucina e pallottole, per Rai 4. Ana è un’ex agente del KGB che ha scelto di chiudere con il passato e ricominciare da una nuova vita, dedicandosi alla sua passione per la cucina e al ristorante che gestisce. Ma quando la mafia locale minaccia di distruggere il locale a causa di un pesante debito contratto dal marito Ray, Ana torna a impugnare le armi per difendere ciò che ama. Olga Kurylenko è la protagonista di una commedia d’azione dal ritmo serrato, costruita come uno spettacolo esplosivo in cui ironia, combattimenti e vendetta si mescolano senza tregua. Nel cast anche Don Johnson.
Un thriller sensuale e spietato, attraversato da ossessione, desiderio e paranoia, arriva in prima serata su Rai 4. Dopo essersi trasferita in un lussuoso appartamento nel centro di Montréal, una giovane coppia inizia a osservare dalla finestra i vicini che abitano dall’altra parte della strada, attratta dalla loro vita privata disinibita e provocatoria. Quella che sembra una curiosità innocente si trasforma lentamente in una fissazione pericolosa, destinata a trascinare tutti in un gioco di seduzione, manipolazione e conseguenze impreviste. Michael Mohan omaggia il cinema di Hitchcock e De Palma con un racconto dai risvolti torbidi e dai continui colpi di scena. Protagonista Sydney Sweeney, insieme a Justice Smith, Ben Hardy e Natasha Liu Bordizzo.







