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Radiocorriere Tv n 16 Anno 95

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Maria Vera Ratti & Alessio Lapice

SOMMARIO

MARIA VERA RATTI

L’attrice protagonista di “Roberta Valente. Notaio in Sorrento” si racconta al RadiocorriereTv. La serie va in onda la domenica in prima serata su Rai 1

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ALESSIO LAPICE

L’attore napoletano, già amatissimo dal pubblico di Rai 1 nel ruolo di Ippazio Calogiuri in “Imma Tataranni”, svela il cuore del suo personaggio nella serie “Roberta Valente”

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I PADRONI DEL MONDO

Da lunedì 20 aprile su Rai 3 torna “Newsroom” il programma crossmediale di Monica Maggioni che unisce reportage e tecniche della serialità digitale per analizzare le grandi questioni globali e di attualità

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RADIOCORRIERETV SETTIMANALE DELLA RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA

Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997

Numero 16 - anno 95 20 aprile 2026

DIRETTORE RESPONSABILE

FABRIZIO CASINELLI

Redazione - Rai

Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213

CHIARA CELOTTO

In “Uno sbirro in Appennino”, il giovedì su Rai 1, interpreta Amaranta, personaggio fuori dagli schemi che ha già conquistato il pubblico della serie

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ELISA DI EUSANIO

Dalla nuova serie ambientata sull’Appennino al lavoro con i giovani attori, l’attrice amatissima di “Doc” si racconta al nostro giornale

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Su Rai3 è parti ta la nuova stagione di “Inimitabili” programma in onda la domenica in seconda serata che intreccia memoria, teatro e documentario

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www.radiocorrieretv.rai.it www.ufficiostampa.rai.it

Collaborano Laura Costantini

Cinzia Geromino

Tiziana Iannarelli Vanessa Penelope Somalvico

EDOARDO SYLOS LABINI

100 ANNI DI STORIA E OLTRE

La mostra sulla storia di Rai Pubblicità è in programma alla Triennale di Milano fino al 7 giugno 20

La Rai si racconta in digitale

A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, Rai 5 propone il film documentario di Gianfranco Rosi 30 IN VIAGGIO

NELLA MENTE DI NARCISO

Il programma condotto da Roberta Bruzzone realizzato da Rai Contenuti Digitali e Transmediali è disponibile su RaiPlay 26

Dal regista di “Mia e il leone bianco” una nuova avventura che promette di emozionare il pubblico di ogni età. Nelle sale da giovedì 24 aprile

JUSTIN BIEBER AL COACHELLA 2026

Il ritorno sul palco del festival californiano dopo quattro anni diventa un evento globale

Le novità di Rai Yoyo e Rai Gulp

DONNE IN PRIMA LINEA

Lucia Alba Scarpello, Ispettore della Polizia di Stato, responsabile dell’Ufficio Investigativo del Commissariato P.S. Porta Nuova di Palermo e del Nucleo Vigilanza della Cittadella della Polizia a Palermo, racconta la sua esperienza in divisa

Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay 48

SCREENINGS RAI COM 2026

Oltre 90 buyer internazionali ad Assisi per il catalogo Rai 2026

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Quel che si cela dietro una storia letteraria

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai

Una selezione dei film in programma sulle reti Rai

MARIA VERA RATTI

«Roberta si prende troppo sul serio, ma la vita la sorprende sempre»

racconta l’attrice protagonista di “Roberta Valente.

Notaio in Sorrento”, la domenica su Rai 1

UN DISORDINE sorprendente

Maria Vera, presenta la “tua” Roberta?

Roberta è un personaggio che, oltre ad avermi molto divertito, mi è stata simpatica fin da subito: le ho voluto bene immediatamente. È una donna con una grande umanità, ma anche con lati di sé che sceglie di non ascoltare. All’inizio non è davvero in ascolto con niente e con nessuno. Ignora se stessa, la persona di cui è innamorata, la vita che la circonda. Si fissa un obiettivo e lo rincorre con ostinazione; nemmeno l’imprevisto riesce a farle cambiare rotta. È determinata, forte — o almeno apparentemente tale — molto capace, e procede dritta per la sua strada. È il notaio più giovane d’Italia, precisa, rigorosa, quasi una “secchiona”. Si prende molto sul serio, non ha grilli per la testa.

Cosa succede quando torna a Sorrento?

Succede che fa incontri decisivi. Ritrova Stefano, il ragazzo di cui è innamorata, ma comincia a guardarlo con occhi diversi. Il suo disordine, il suo modo di essere, la portano gradualmente ad aprirsi a ciò che ha intorno. Poi ci sono Vito (il personaggio di Erasmo Gensini), che inizialmente crede di conoscere bene ma che invece ha molto da insegnarle, e Leda (interpretata da Flavia Gatti): l’incontro più emotivamente potente per Roberta, perché è proprio ciò di cui ha più bisogno. È lei a smuoverla, a cambiarla in profondità e ad avvicinarla a se stessa.

Quanto c’è di Maria Vera in questo personaggio?

Credo sia impossibile prescindere da me stessa quando interpreto un ruolo. Sono il tramite di questo personaggio, quindi inevitabilmente una parte di me c’è, anche se io e Roberta siamo molto diverse: io sono ordinata nel lavoro, ma decisamente disordinata nel resto (ride). Per quanto riguarda gli stati d’animo, ci sono arrivata per empatia: il nostro lavoro è raccontare l’esperienza umana. Raccontare la crescita di una persona che, attraverso gli imprevisti della vita, si avvicina a se stessa è un privilegio enorme. E farlo entrando nelle case di tutta Italia lo rende un privilegio doppio.

E cosa succede quando decide di tornare a casa, alle sue radici? Incontra persone che la mettono in crisi. Ed è proprio questa crisi a costringerla a guardarsi dentro, a smettere di voler controllare tutto e a iniziare a lasciarsi portare, almeno in parte, da ciò che la vita le propone.

Rigida sì, ma anche piuttosto comica… È il suo modo di stare al mondo. Interpretarla è stato anche molto istintivo: già dal primo provino le sue battute mi facevano ridere. La comicità nasce dal contrasto tra quanto lei si prenda sul serio e le situazioni, spesso quasi paradossali, in cui la vita la mette. Ed è qualcosa di molto vero: capita spesso di prendersi troppo sul serio, e la vita risponde con una certa ironia.

Cosa l’ha divertita di più interpretandola?

Proprio questo suo prendersi così sul serio. Interpretare un personaggio del genere può essere liberatorio e anche un po’ bizzarro, perché lei non contempla alternative, non lascia spazio all’imprevisto — eppure la vita riesce comunque a travolgerla. Portare in scena questo scarto è stato molto divertente.

Che ruolo ha Sorrento nella storia?

È fondamentale. Oltre alla sua bellezza mozzafiato, introduce un elemento di disordine nella vita di Roberta. Lei arriva da Milano, una città perfettamente in linea con il suo rigore, quasi con il suo stakanovismo. Sorrento, invece, è più caotica, più vitale, e proprio per questo accende in lei qualcosa di nuovo, una scintilla. Questo “disordine bellissimo” è il cuore del suo percorso.

Com’è stato lavorare con Alessio Lapice?

C’è stato molto dialogo: è un attore preparato e preciso, e confrontarsi con lui sulle scene è stato stimolante. Si è creato uno scambio molto bello, che ci ha aiutato ad arricchire ulteriormente la storia.

IN CERCA DI leggerezza

Una serie luminosa ambientata a Sorrento che, sotto un “profumo di limone”, racconta fragilità, conflitti e crescita. L’attore napoletano, amatissimo dal pubblico nel ruolo di Calogiuri in “Imma Tataranni”, svela il cuore del suo personaggio e il senso più profondo del racconto: «Non è una leggerezza superficiale, è una leggerezza bella, difficile da raggiungere». La serie “Roberta Valente. Notaio in Sorrento” è in onda la domenica alle 21.30 su Rai 1

Un ottimo inizio per una serie che potremmo definire “al profumo di limone” e che aiuta il pubblico a respirare un’aria deliziosa. Cosa ne pensa?

È un’immagine perfetta, che ben restituisce l’atmosfera del nostro racconto: tra limoni ed emozioni, direi che è una sintesi efficace, una descrizione molto giusta. Per me questa serie è davvero una delizia. Non vorrei spingermi a dire “una delizia al limone” per non esagerare, ma in qualche modo lo è davvero: è ambientata a Sorrento, una terra meravigliosa, e i limoni fanno parte di quell’immaginario. Quella sensazione si percepisce quasi attraverso lo schermo. È una chiave di lettura ironica, ma anche reale, perché Sorrento diventa quasi un personaggio del racconto. È una storia leggera, fresca, familiare, che in un momento storico così pesante rappresenta una boccata d’aria. Non si tratta di una leggerezza superficiale, ma una leggerezza “bella”, come planare su un’acqua calma in una giornata primaverile. Ci ricorda il desiderio di stare bene, di andare al mare, di vivere cose semplici. E non è poco, anzi: raggiungere quella leggerezza è spesso molto difficile.

Leggera, ma non superficiale. Cosa dobbiamo aspettarci andando avanti?

Con leggerezza e scenari meravigliosi racconta la vita di questi ragazzi, ma andando avanti le cose cambiano: accadono eventi che mettono in crisi i personaggi. Emergono

i loro lati più fragili e vulnerabili, che li costringeranno ad agire, a fare scelte, spesso non perfette. Ed è proprio lì che la storia si fa più interessante.

Quando ha letto per la prima volta la storia e il suo personaggio, Stefano, che impressione ne ha avuto?

Quello che mi ha colpito è che Stefano, all’apparenza, sembra avere una vita perfetta: famiglia benestante, amici, stabilità. Ma dietro questa facciata c’è molto altro. Mi interessava raccontare proprio quello che non si vede: i conflitti interiori, i lati più oscuri, le fragilità. È un ragazzo che cerca di piacere a tutti, ma finisce per non piacere a se stesso. Questo lo rende un personaggio complesso, spesso solo, incapace di comunicare davvero. Ha tanti livelli, tanti “pulsanti” emotivi, ed è stato un materiale umano molto stimolante su cui lavorare.

Al di là del finale, dove potrebbe arrivare una personalità come quella di Stefano? Quali sono i suoi sogni, le sue aspirazioni?

È una bella domanda. Le “zavorre” che si porta dietro possono essere un limite, ma anche una spinta. Gli ostacoli sono necessari, non ce ne liberiamo mai davvero, e Stefano dovrà capire se quelle zavorre sono esterne o interne. Spesso pensiamo di liberarci di qualcosa e poi scopriamo che, al contrario, era tutto dentro di noi. Il punto non è solo superare gli ostacoli, ma anche abbracciarli: sono il motore che ci spinge avanti. Senza, forse, la vita sarebbe troppo piatta.

Parliamo del rapporto con Roberta: che dinamica si crea tra loro?

È un rapporto complesso, lei è una persona molto preparata, metodica, sempre un passo avanti a tutto e a tutti. Stefano si sente spesso “sulle spine”, come se camminasse sulle uova (ride). Da attore questa è una situazione molto divertente perché mi permette di lavorare su sguardi, pause, sottotesti. Per Stefano, invece, è davvero tosta, povero. Prova continuamente una sorta di sudditanza psicologica verso Roberta. Le vuole molto bene, ma è un bene un po’ disfunzionale, perché

si sente sempre giudicato e poco sostenuto, un po’ come accade anche con i suoi genitori. Questo lo porta a sentirsi solo.

E invece com’è stato lavorare con Maria Vera Ratti, l’attrice che interpreta Roberta?

Direi totalmente all’opposto del rapporto tra i personaggi. Sul set c’è stato un grande lavoro di squadra, di fiducia e di ascolto. Ci siamo confrontati spesso, anche fuori dal set per costruire meglio le scene. Maria Vera è un’attrice che stimo molto e insieme abbiamo costruito qualcosa di bello, ottima sintonia e supporto reciproco.

Dopo esperienze come “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, qui si trova accanto a un altro personaggio femminile forte. Che differenze vede tra Roberta e Imma?

Sono due personaggi molto diversi, anche se entrambe possono essere definite donne forti. Imma è una forza già compiuta, strutturata nel tempo: la sua “scorza” nasce da un percorso lungo, da esperienze che l’hanno resa così solida e determinata. Roberta, invece, si trova in una fase diversa: quella scorza la sta costruendo adesso. È all’inizio del suo cammino, sia professionale sia personale, e la sua forza è ancora in formazione. C’è però un elemento che le accomuna in profondità: entrambe, in modi diversi, si sono dovute conquistare qualcosa di fondamentale, anche sul piano affettivo. È questa origine, in qualche modo “da guadagnarsi”, a renderle forti. Le differenze emergono soprattutto nel modo di essere. Imma è istinto puro, “genio e sregolatezza”: agisce di impulso, è diretta, a tratti ruvida, ma sempre autentica. Roberta, al contrario, è costruita sul controllo: è metodica, precisa, ordinata, tutto in lei segue uno schema quasi matematico. Questo bisogno di controllo attraversa ogni aspetto della sua vita, non solo il lavoro ma anche le relazioni e la sfera privata. La sua non è una forza irruente, bensì lu-

cida, trattenuta, studiata. Non esplode, ma incide: è una forza più affilata che impetuosa. Proprio per questo, però, è anche un personaggio che può sorprendere. Dietro questa struttura così rigorosa, non è escluso che emergano momenti più istintivi, perfino inattesi. È una figura in evoluzione, e nei prossimi episodi potrebbe rivelare lati ancora inesplorati.

Lei viene da Castellammare di Stabia: quanto cambia, secondo lei, l’identità tra Napoli e Sorrento?

Cambia tantissimo, anche nel giro di pochi chilometri. Io mi sono ispirato proprio a una certa “tipologia” sorrentina: il ragazzo di buona famiglia, elegante, preciso, con un accento napoletano più leggero. Sono dettagli reali di una borghesia attenta all’immagine, al modo di vestirsi, di parlare, di porsi. Napoli, invece, è molto più variegata, cambia continuamente da quartiere a quartiere.

Ha un rapporto molto forte con il pubblico. Come vive il fatto che spesso non venga separato dal personaggio?

Lo vivo con affetto e gratitudine. Senza il pubblico, il nostro lavoro non esisterebbe o non avrebbe senso. Se le persone si immedesimano così tanto da confondere attore e personaggio, per me è un complimento, vuol dire che il mio lavoro è arrivato. Cerco sempre di accogliere quell’affetto con rispetto e riconoscenza, perché è qualcosa di prezioso.

Un’ultima cosa: cosa si sente di dire a chi la segue e magari si è affezionato ai suoi personaggi precedenti?

Capisco la nostalgia, ma ogni nuovo progetto è un nuovo viaggio, un racconto a sé. Sono felice se il pubblico sceglie di seguirmi anche in questa nuova storia, sono convinto che, piano piano, si affezioneranno anche a Stefano. E io sarò felice di accompagnarli in questa nuova storia. 

I PADRONI DEL MONDO

Da lunedì 20 aprile torna “Newsroom” il programma crossmediale di Monica Maggioni che unisce reportage e tecniche della serialità digitale per analizzare le grandi questioni globali e di attualità. In prima serata su Rai 3

“Newsroom” di Monica Maggioni torna lunedì 20 aprile in prima serata su Rai 3 per aprire una finestra di racconto e analisi sul mondo. Il filo conduttore di questa stagione sarà “I padroni del mondo”: chi domina le scelte globali? Chi orienta la politica, la finanza, i traffici internazionali e lo sviluppo tecnologico? In una fase segnata da profonde crisi internazionali, quest’anno “Newsroom” si aprirà con una puntata speciale in diretta, in continuità con il lavoro di approfondimento di “In Mezz’ora–Newsroom”. Da Donald Trump a Vladimir Putin, da Xi Jinping fino ai padroni più nascosti: la prima serata si concentrerà sui protagonisti dello scenario geopolitico, per capire insieme come stanno disegnando il nostro futuro attraverso economia, controllo delle risorse e dei territori. “Con ‘Newsroom’ la Rai è tornata a sperimentare nuovi format e nuovi linguaggi dell’approfondimento televisivo – dice Paolo Corsini, direttore Approfondimento Rai – un progetto innovativo e complesso che valorizza la nostra funziona di Servizio Pubblico. Sperimentare non è qualcosa da dare per scontato, ma è un dovere per la Rai. Siamo alla terza edizione, il programma continua a evolversi sia per struttura che per linguaggio e si

colloca a metà strada tra il racconto giornalistico e l’analisi dei grandi temi contemporanei. Un format che rappresenta un unicum nella tv generalista”. Dentro “Newsroom”, nato con l’obiettivo di creare un legame tra l’audience generalista e quella digitale, ci sono reportage, data analysis, le parole dei protagonisti delle vicende e degli esperti. Le grandi interviste si intrecciano con i racconti degli inviati. Un percorso di approfondimento che si snoda a partire dalla Newsroom, la redazione, in cui un gruppo di giornalisti si pone domande, intraprende percorsi di inchiesta e analisi, per rispondere ai quesiti di una realtà sempre più complessa e non di rado contraddittoria. “‘Newsroom’ sta cercando un volto, un’identità, qualcosa che metta insieme la possibilità di capire ciò che ci circonda e andarlo a vedere direttamente – afferma Monica Maggioni – ed è per questo che “Newsroom” è prima di tutto una squadra di persone che lavora insieme e si diverte anche nel lavorare insieme. È anche un metodo, una delle cose che tendiamo a fare e tenderemo a fare, è far vedere come un gruppo di giornalisti va a cercare le notizie e quando ha sospetti o dubbi inizia a fare un viaggio dentro i dati, le fonti, le conferme, è un modo per dire che nel momento delle post verità e in un’epoca in cui sembra che basta spararla molto grossa e tutti ci devono credere per forza, noi siamo un po’ noiosi e andiamo a cercare le ragioni. È un sogno poter pensare di andare dentro un mondo che sembra complicarsi tantissimo e poi trovare delle logiche, perché sei entrato, hai cercato e hai visto che tutto si mette in fila”. Da “Newsroom” nascerà la versione docuseries che verrà pubblicata su RaiPlay.

CHIARA CELOTTO

In scoperta

Un mix di thriller e storie ispirate a fatti reali, un personaggio femminile lontano dagli stereotipi, «buona, ma non dolce, certamente indipendente» e capace di muoversi tra intuito, determinazione e fragilità. L’attrice protagonista accanto a Claudio Bisio di “Uno sbirro in Appennino” – il giovedì su Rai 1 – si racconta al Radiocorrieretv

Facciamo un salto in Appennino… Innanzitutto, cosa l’ha convinta immediatamente della storia e del suo personaggio?

Mi ha immediatamente incuriosito che si trattasse di un poliziesco, un thriller, un genere che mi piace sempre molto. E soprattutto mi affascinava l’idea che i casi fossero ispirati a vicende realmente accadute in Appennino. Ovviamente nella serie sono stati romanzati, però partono da fatti veri, scritti molto bene in sceneggiatura, con intrecci tali che è difficile arrivare alla soluzione fino alla fine, lo spettatore deve rimanere “attento” fino alla fine. Diciamo che non è il classico “è stato il maggiordomo”! Poi, certamente ha influito il cast: sapere che avrei lavorato accanto a un gruppo di professionisti come questo è stato per me incredibile, così come la regia di Renato, di cui ho visto i film e che stimo moltissimo. Per quanto riguarda il personaggio, Amaranta mi ha attratta subito perché è una donna atipica rispetto ai ruoli più romantici che spesso mi sono stati affidati. Ha un lato romantico anche lei, è vero, ma non è dolce, è buona, di animo buono. È una ragazza molto indipendente, e questo è stato un elemento interessante da mettere in scena, perché la rendeva diversa dai ruoli affrontati finora.

Una delle cose che viene sempre sottolineata, al cinema come nella serialità, è la questione femminile/maschile. Pensa che sia arrivato il momento di superare questa distinzione? Spero di sì. Io non credo che, per quanto riguarda le emozioni, si possa parlare di genere maschile o femminile. Dipende piuttosto dalla reazione individuale: dal carattere, dal vissuto, dall’esperienza, non certo dal fatto di essere uomo o donna. Continuare a sottolineare questa distinzione, secondo me, finisce quasi per rafforzarla, come se il femminile fosse in qualche modo più debole. Invece i due personaggi, Vasco e Amaranta, pur con età diverse, sono molto simili: e questo può contribuire

a scardinare questa visione. Le emozioni sono fluide, attraversano tutti. È una cosa che ho sperimentato anche in altri lavori e, al di là dell’epoca o del genere, il modo di sentire non cambia mai davvero. Cambia la persona, non il genere.

A livello professionale, che poliziotto è Amaranta? È molto determinata, ha una grande passione per il suo lavoro. È acuta, intuitiva, risolutiva. Cerca sempre di arrivare alla verità, anche forzando le regole, un po’ come Vasco. È curiosa, ma anche diffidente: non accetta mai la prima soluzione. Vuole dimostrare sempre di essere all’altezza, di essere “sul pezzo”. Infatti, ha sempre con sé un taccuino su cui annota tutto: è un elemento molto caratteristico.

Cosa si sono “scambiati” Amaranta e Vasco a livello umano? Bella domanda. Credo che Amaranta risvegli in Vasco una certa dolcezza e un senso di cura verso l’altro: lui la accoglie, la protegge, sviluppa un senso di responsabilità che forse aveva represso. Vasco, invece, risveglia in lei il desiderio di legame, di appartenenza. In fondo si restituiscono la stessa cosa: la possibilità di legarsi a qualcuno, che entrambi avevano in qualche modo soffocato.

Quando la fragilità diventa un punto di forza?

Credo che succeda nel momento in cui si accetta di essere fragili. Quando lo fai, riesci ad accogliere meglio quello che ti accade e diventi anche più comprensibile agli altri, perché sei trasparente. Nel mio lavoro questo è fondamentale: la fragilità mi rende vulnerabile, e questa vulnerabilità mi permette di scavare più a fondo nelle emozioni. Certo, a volte il corpo fa resistenza, ma quando riesci a lasciarti andare diventa una risorsa enorme. Per Amaranta, invece, la fragilità emerge soprattutto alla fine: è lì che si lascia andare davvero. E proprio questo la rende più forte, perché crea un’apertura autentica verso l’altro.

Com’è stato lavorare con Claudio Bisio?

È stato un incontro meraviglioso, un grande regalo. A parte la prima settimana in cui ci siamo un po’ “annusati”, poi è nata subito una grande sintonia. Abbiamo instaurato un rapporto di grande serenità e parità: lui cercava sempre il mio parere, mi coinvolgeva nelle scelte. È nata una stima sia umana che professionale, e tutto è stato molto naturale. Non ho mai sentito il peso del suo nome, e questo è merito suo, perché mi ha accolta con grande generosità, quasi come una figlia.

Che ruolo ha l’Appennino in questo racconto È un vero protagonista. Venendo da una realtà completamente diversa, per me è stato sorprendente vivere in quei luoghi per diverse settimane. Nel racconto emerge la natura incredibile, la vastità degli spazi, ma anche la vita quotidiana dei paesi, le tradizioni, il carattere delle persone. Non è solo paesaggio: è proprio un mondo, che si respira in ogni episodio.

C’è stato spazio per l’improvvisazione? E cosa significa per lei improvvisare?

Sì, abbiamo improvvisato molto. Io ho imparato a farlo grazie a Massimiliano Gallo, con il quale ho recitato in “Vincenzo Malinconico”. All’inizio è stato spiazzante, ma poi ho scoperto quanto sia liberatorio. Per me improvvisare significa dare ancora più vita alla scena, possibile solo se c’è grande ascolto: devi essere davvero presente, reagire in modo autentico. E questo rende tutto più vero.

Cosa l’ha spinta verso la recitazione?

Ero una ballerina professionista, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di un altro linguaggio espressivo, e così ho iniziato il percorso in accademia. È stato un passaggio anche doloroso, perché ho dovuto lasciare la danza, ma lo vivo come un’evoluzione. Come attrice mi sento ancora in scoperta, ogni lavoro è diverso e mi mette alla prova in modo nuovo. Ed è proprio questo che amo di più.

C’è un ruolo che le piacerebbe affrontare?

In questo momento mi piacerebbe interpretare un ruolo più vicino alla mia età reale, più adulto. Spesso, per caratteristiche fisiche, mi vengono affidati ruoli più giovani, ma sono pronta a esplorare una dimensione più matura, più legata al vissuto di una donna. È una sfida che sento molto in questo momento.

Prossimi lavori in cantiere?

Sì, qualcosa bolle in pentola… ma non posso ancora dire troppo!

In libreria

ELISA DI EUSANIO

Dalla nuova serie ambientata sull’Appennino al lavoro con i giovani attori, l’attrice amatissima di “Doc” racconta un percorso fatto di libertà, disciplina e continua ricerca interiore: «Se non sei a fuoco come essere umano, non sarai a fuoco come artista»

Istinto e verità

Che avventura è stata sull’Appennino insieme allo “sbirro” Vasco Benassi?

È stata un’esperienza incredibile, credo di non aver mai riso così tanto su un set. Claudio è davvero irresistibile, una scoperta umana oltre che artistica. Ogni scena diventava quasi un’impresa per noi “seri”, perché l’atmosfera era sempre piena di leggerezza. Si è creato un gruppo talmente affiatato che sembrava davvero una vacanza tra colleghi che si volevano bene. Abbiamo poi ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della gente del posto, è stato tutto all’insegna del divertimento.

Chi è Gaetana e cosa rappresenta per lei questo personaggio?

Gaetana è la cugina di Vasco, un’ispettrice di polizia profondamente legata al territorio, molto radicata nella realtà che la circonda. È una donna autentica, pratica, diretta, concreta, che si divide tra il lavoro in commissariato e la gestione del bar di famiglia, famoso per i suoi tortellini. Ama profondamente la sua famiglia, soprattutto il figlio – Macchio, interpretato in maniera perfetta dal bravissimo Jacopo Dei -, con cui ha un rapporto complesso.

Sul set tanti giovani attori: cosa rivede in loro rispetto ai suoi inizi?

Mi fanno una tenerezza incredibile. Oggi li vedo molto più centrati rispetto a come ero io alla loro età. Io ero confusa, incerta, mentre loro hanno spesso idee molto chiare. È bello accompagnarli anche nel percorso formativo, di cui mi occupo spesso quando non recito. Quando li incontro nei laboratori, nei workshop, magari arrivano con alcune domande, ma poi scoprono che le domande più importanti devono farsele da soli.

Cosa ha significato per lei confrontarsi con un cast “importante”? È una grande occasione di crescita. Il confronto con attori di livello ti stimola a dare sempre il meglio e ti arricchisce continuamente. Quella di “Uno sbirro in Appennino” è stata un’esperienza molto formativa, anche perché, questa volta, sono entrata in questo progetto “dalla porta principale”, con un ruolo già forte.

Quanto c’è di lei in Gaetana?

Sicuramente la praticità e la schiettezza. Anche io sono una persona diretta, che va dritta al punto senza troppi filtri. In questo ci somigliamo molto.

Cosa spera arrivi al pubblico da questa storia?

Spero che arrivi l’energia che abbiamo vissuto sul set. C’era un’unione molto forte, un clima positivo e luminoso. Credo che quando un progetto nasce così, qualcosa arrivi sempre anche a chi guarda, poi è una serie ricca di elementi diversi, capace di parlare a tanti.

Nel suo lavoro di formazione, cosa chiedono oggi i giovani attori?

Spesso arrivano con il desiderio di diventare famosi, ma poi scoprono che il percorso è molto più profondo. Noi li aiutiamo a capire cosa vogliono davvero. Essere artisti significa scavare dentro se stessi: se non sei a fuoco come persona, non puoi esserlo nemmeno come attore.

Le regole aiutano o limitano un artista?

Le regole sono fondamentali, bisogna conoscerle perfettamente, ma proprio per questo, a un certo punto, vanno anche superate per difendere la propria unicità. Le personalità più interessanti sono spesso quelle meno “educate”, ma in senso costruttivo.

Con l’esperienza, l’emozione sul palco cambia?

Peggiora (ride)! Ho acquisito controllo, ma sento ancora più responsabilità verso il pubblico. Non riuscirò mai a entrare in scena con leggerezza, ogni volta è come ricominciare, con una grande tensione emotiva.

Ha ricevuto dei “no” importanti nella sua carriera?

Sì, uno in particolare molto recente. Ero arrivata in finale per un ruolo importante in un film significativo, e non essere scelta mi ha fatto male. Però è stato anche costruttivo, perché ho capito che stavo andando nella direzione giusta e che certe decisioni non dipendono solo da te. Inoltre, da quel momento sono arrivate altre opportunità importanti. I “no” vanno capiti e metabolizzati.

Come costruisce un personaggio?

All’inizio lo osservo da fuori, lo immagino, gli associo immagini e musiche. Poi arriva il confronto con il regista e si trova un punto comune e, a quel punto, lascio spazio all’istinto: sul set il personaggio prende vita davvero, cambia, cresce. È fondamentale restare aperti e non irrigidirsi su idee preconcette.

Riesce mai a “staccare” dal lavoro?

È difficile, la mente creativa lavora sempre, però sto imparando a fermarmi, soprattutto grazie ai miei cani. Con loro ho riscoperto il valore del presente, dell’ozio, della semplicità. È una forma di equilibrio molto importante per me.

Cosa può dirci del suo futuro prossimo?

Posso dire che ci saranno nuovi progetti, ma alcuni non sono ancora annunciabili. Posso anticipare che ci sarà una nuova serie e continuerò a portare in giro “Club 27”, uno spettacolo a cui tengo moltissimo, dedicato a grandi artisti come Janis Joplin, Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Robert Johnson. È un progetto molto personale, che intreccia le loro storie con la mia.

Chi è Elisa fuori dal lavoro?

Una persona in divenire, come tutti. So cosa mi fa bene e cosa no, e cerco di prendermi cura del mio tempo e delle relazioni. Sono selettiva, amo la tranquillità, gli affetti veri. Non mi interessa apparire: preferisco una vita più autentica, lontana dal rumore.

Che ruolo hanno oggi gli artisti nella società?

Credo che possano ancora avere un ruolo importante. Gli artisti sono un ponte con il pubblico e possono contribuire al cambiamento. Esporsi è un rischio, ma a volte necessario. Viviamo un momento difficile, ma proprio da questi momenti può nascere qualcosa di nuovo. Io spero che ci siano sempre più voci coraggiose. 

Su Rai3 è partita la nuova stagione di “Inimitabili” programma che intreccia memoria, teatro e documentario per rileggere quattro protagonisti della cultura italiana tra identità, contraddizioni e attualità

“Inimitabili” è tornato con una nuova stagione dedicata a quattro figure centrali del Novecento: da dove nasce oggi l’esigenza di raccontare proprio queste personalità?

Siamo alla terza stagione, quindi il format è ormai consolidato: raccontare personaggi del Novecento che hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana. In questa serie partiamo anche da due anniversari importanti. Il primo è quello dei vent’anni dalla scomparsa di Alida Valli, a cui mi lega anche un rapporto personale: ho debuttato a teatro proprio con lei, trentun anni fa, nel suo ultimo spettacolo, e da lì è nata anche un’amicizia. Parliamo di una delle più grandi attrici italiane di sempre. Il secondo anniversario è quello dei venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, una firma controcorrente del giornalismo italiano. A questi si aggiungono Pier Paolo Pasolini ed Ettore Petrolini. Pasolini è stato raccontato molte volte, ma noi lo affrontiamo da una prospettiva diversa, legata al recupero dell’identità culturale: il poeta eretico che si oppone al mondo globalizzato. Petrolini, invece, è colui che rivoluziona il linguaggio teatrale, anticipando i futuristi e, in un certo senso, il teatro dell’assurdo.

Il programma intreccia documentario storico e interpretazione teatrale: come si costruisce questo equilibrio tra rigore e narrazione?

È una cifra stilistica che mi appartiene. In programmi come “Inimitabili” e “Radix” porto avanti un modo diverso di raccontare: conduco recitando. Sono contemporaneamente giornalista, divulgatore e interprete, perché do voce direttamente alle parole dei protagonisti. È proprio questo equilibrio tra rigore e interpretazione a definire il linguaggio del programma.

La stagione si apre con Alida Valli: che ritratto emerge di una diva che ha attraversato epoche e contraddizioni, tra Italia e scena internazionale?

La sua vita attraversa la prima parte del Novecento. È la diva dei “telefoni bianchi” durante il fascismo, diventa famosissima giovanissima, soprannominata “la fidanzata d’Italia”. Poi va a Hollywood, dove lavora con Orson Welles, ma decide di lasciare quel mondo, arrivando a pagare una penale pur di svincolarsi dal contratto. Torna in Italia e diventa protagonista di film fondamentali, come “Senso” di Luchino Visconti. Ma la sua storia incrocia anche la cronaca: è coinvolta come testimone nel “Caso Montesi”, uno dei primi grandi casi di cronaca nera italiana. Raccontiamo quindi non solo la grande attrice, ma anche tre capitoli cruciali della storia del Paese.

Nel caso di Pier Paolo Pasolini, figura ancora oggi divisiva, come si restituisce la sua voce senza tradirne la radicalità?

Pasolini è un eretico, ma anche un autore che costruisce consapevolmente la propria immagine. Critica il mondo della televisione, ma allo stesso tempo ne diventa protagonista; è contro i salotti, ma li frequenta. È un personaggio straordinario anche per questa contraddizione. In qualche modo ricorda Andy Warhol: costruisce la propria poetica anche attraverso la propria immagine pubblica.

La puntata dedicata a Indro Montanelli attraversa un intero secolo: che tipo di giornalista emerge e quanto è attuale oggi il suo sguardo?

È attualissimo. In un contesto in cui spesso il giornalismo è condizionato da editori o da appartenenze politiche, Montanelli ha sempre rivendicato un unico padrone: i lettori. È arrivato a lasciare i giornali che aveva fondato o in cui lavorava quando non si riconosceva più nella linea editoriale. Oggi è più difficile trovare giornalisti davvero liberi: il suo esempio resta un punto di riferimento.

In che modo il linguaggio comico di Ettore Petrolini parla ancora al pubblico contemporaneo?

Il suo linguaggio è modernissimo: da lui derivano interpreti come Totò, Alberto Sordi e Gigi Proietti. Emergono, nel programma, anche aspetti biografici poco conosciuti: da ragazzo viene mandato in riformatorio dopo una rissa. Cresce nei vicoli di Roma ed è lì che costruisce il suo teatro. Il suo rapporto con il fascismo è ambiguo: vi aderisce, ma allo stesso tempo lo sbeffeggia, come nella celebre maschera di Nerone, che diventa una caricatura del potere.

Il racconto si arricchisce di materiali d’archivio e testimonianze: quanto è importante oggi il lavoro sulla memoria nella costruzione di un prodotto televisivo?

È fondamentale. Le Teche Rai rappresentano un patrimonio straordinario della storia del nostro Paese. Spesso gli autori riescono a recuperare materiali inediti, lettere, fotografie, documenti che non sono nemmeno conosciuti dagli studiosi. Nella puntata su Petrolini, ad esempio, emergono lettere tra lui e Mussolini mai viste prima.

Dopo aver attraversato queste quattro vite fuori dall’ordinario, cosa le resta, anche a livello personale e professionale?

È stato un viaggio importante. Sto lavorando sempre più su questo confine tra teatro e televisione, anche attraverso il mio giornale “Cultura e Identità”. Cerco di restituire la memoria di quei personaggi che hanno costruito l’immaginario culturale italiano. In un certo senso mi sento un tramite: vado a recuperare le loro voci e a riportarle nel presente.

100 anni di storia e oltre

La mostra è in programma alla Triennale di Milano fino al 7 giugno

Il 9 aprile 1926 nasceva Sipra: oggi, a un secolo di distanza, Rai Pubblicità ripercorre cento anni vissuti al centro del dialogo tra aziende e pubblico. In un contesto in cui cambiano paradigmi e consumi, questo centenario diventa il palcoscenico per raccontare l’evoluzione di un’azienda che ha saputo farsi interprete dell’innovazione italiana, trasformando la comunicazione pubblicitaria in un motore di crescita sociale ed economica. Per celebrare questo traguardo, la concessionaria ha inaugurato il progetto espositivo “Nello spazio di un secolo. Rai Pubblicità, 100 anni di storia e oltre”, la mostra gratuita in alcuni spazi di Triennale Milano in programma fino al 7 giugno 2026. Il progetto si estende oltre la mostra con tre workshop tematici concepiti come momenti di confronto con il mercato per immaginare insieme i prossimi scenari del settore. Gli incontri saranno realizzati in collaborazione con UNA, Nielsen e

UPA, insieme a 5 partner di eccezione: Dentsu Italia, Havas Media, Omnicom Media Italia, Publicis Groupe e WPP Media Italia. “Per Rai Pubblicità – dichiara l’Amministratore Delegato Luca Poggi – questo centenario non è solo un traguardo, ma un’occasione per rileggere il nostro ruolo nel mercato della comunicazione. In questi anni abbiamo saputo evolverci profondamente, trasformandoci da concessionaria tradizionale a partner di consulenza capace di creare valore per i brand e per il sistema nel suo insieme. La mostra racconta questo percorso intrecciando innovazione e trasformazione sociale, ma soprattutto ci ricorda la direzione in cui vogliamo andare: essere sempre più un luogo di incontro in cui editori, aziende e pubblico costruiscono insieme nuove opportunità e nuovi modelli di comunicazione. Il nostro compito non è solo custodire un’eredità, ma anticipare le evoluzioni e costruire, insieme al mercato, nuovi spazi di futuro.” Il percorso espositivo racconta la storia di Sipra e poi di Rai Pubblicità offrendo al pubblico la possibilità di rivivere i grandi mutamenti della società italiana lungo un itinerario che connette l’evoluzione dei media alle dinamiche del mercato pub-

blicitario. Un’occasione per assistere al cambiamento della cultura e dei costumi del Paese, restituendo una storia industriale e sociale che non si esaurisce nell’heritage, ma proietta una chiara tensione verso il domani. La sezione finale della mostra è infatti pensata per aprire un dialogo sugli scenari futuri, coinvolgendo i visitatori nell’immaginare le nuove frontiere della comunicazione.

“In questo secolo” – aggiunge Laura D’Ausilio, Direttore Comunicazione e Trade Marketing – “non sono cambiati solo i media, ma anche le audience e il loro modo di entrare in relazione con i contenuti. È da questa consapevolezza che nasce il percorso firmato da Rai Pubblicità per il Centenario, concepito come un sistema di iniziative sviluppato lungo l’intero anno: un’evoluzione continua, partita da Milano-Cortina e dal Festival di Sanremo, entrata nel vivo con la mostra e i workshop in Triennale, fino a compiersi nella pubblicazione di un libro dedicato. Come concessionaria dell’azienda culturale più importante del Paese, osserviamo e interpretiamo ogni giorno il dialogo tra imprese e società, ed è proprio questa prospettiva che abbiamo voluto condividere con il pubblico.”

La mostra, curata dal professor Peppino Ortoleva, storico della comunicazione e della società, con la dottoressa Giuliana Galvagno, docente presso l’Università di Torino, accompagna il visitatore dalle origini di Sipra sino agli scenari del domani, articolandosi in quattro direttrici narrative parallele, costruite secondo una logica precisa: i mercati si collocano al centro, come punto di incontro tra pubblici e media, mentre Rai Pubblicità si posiziona come intermediario capace di mettere in relazione questi due mondi. La sezione “I media, i sensi” è aperta da una ricca scelta di opere d’arte originali che evidenziano la relazione peculiarmente italiana tra artisti e pubblicità. Rievoca poi lo storico Padiglione Rai alla Fiera Campionaria di Milano attraverso una struttura immersiva scandita in cinque

tappe – dall’ascolto radiofonico al “surrealismo del colore” fino ai pixel del digitale – animate da montaggi audiovisivi realizzati con materiali d’archivio d’eccezione provenienti tra l’altro da Teche Rai e dall’Archivio Cinema Impresa (CSC) di Ivrea e una selezione di spot premiati dall’Art Directors Club Italiano. Al centro della riflessione si pone inoltre la collaborazione con l’artista Yosuke Taki, che nella sezione “I mercati, i protagonisti” mette in scena una potente metafora artistica: una Natura che cerca di “riposizionare il proprio brand”, utilizzando i codici della comunicazione per parlare di responsabilità e sostenibilità. L’analisi storico-sociale prosegue con “I pubblici, le generazioni”, che osserva l’evoluzione del rapporto tra persone e media lungo sei generazioni, affiancata dall’approfondimento storiografico “La storia sotto gli occhi”, dove documenti d’archivio, atti e corrispondenze inedite restituiscono la traiettoria industriale dell’azienda. L’itinerario si conclude con “Parole del domani”, uno spazio partecipato che invita il pubblico a interrogarsi sulle evoluzioni della comunicazione.

“Raccontare questo secolo” – conclude il curatore Peppino Ortoleva – “significa attraversare cento anni in cui la pubblicità ha agito come una vera infrastruttura culturale, capace di stare al centro tra imprese e pubblico e di tradurre, spesso anticipandoli, i cambiamenti della società italiana, dei media e dei linguaggi. Questa mostra non è solo una ricostruzione storica, ma un dispositivo narrativo che intreccia memoria e visione: da un lato restituisce l’evoluzione dei costumi e dell’immaginario collettivo, dall’altro apre uno spazio di dialogo sul futuro, invitando il visitatore a interrogarsi su come continueranno a trasformarsi le forme della comunicazione.” Con questo progetto, Rai Pubblicità sceglie di trasformare il proprio centenario in un’occasione pubblica di visione, invitando a rileggere la storia della comunicazione per immaginare, insieme, i prossimi cento anni. 

MARTEDÌ E VENERDÌ

Marino è un meccanico divorziato che misura la sua vita nei pochi giorni concessi con la figlia Claudia, tra fragili equilibri e un amore che resta il suo unico punto fermo. Quando una cartella esattoriale lo travolge, ogni certezza crolla e la necessità di garantire un futuro alla bambina lo spinge oltre il limite. Accetta così un lavoro rischioso al fianco di un rapinatore, entrando in un mondo che non gli appartiene. Le scelte diventano sempre più difficili e il confine tra giusto e sbagliato si assottiglia. È il racconto di un padre che prova a restare in piedi mentre tutto intorno cade. Regia di Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis, con Edoardo Pesce e Rosa Diletta Rossi.

Basta

ANNA E YUSEF

Una storia d’amore costruita giorno dopo giorno, tra differenze culturali e sogni condivisi, trova il suo equilibrio nella quotidianità di una famiglia. Quando un’accusa ingiusta colpisce Yusef, tutto cambia improvvisamente e la serenità lascia spazio alla paura e all’incertezza. Anna si trova a difendere non solo l’uomo che ama, ma anche l’idea stessa di giustizia. Il racconto attraversa il dolore, il pregiudizio e la forza dei legami che resistono. Sullo sfondo, una società che giudica troppo in fretta e comprende troppo tardi. Regia di Cinzia TH Torrini, con Vanessa Incontrada e Adel Bencherif.

Basta un Play!

CAMPIONI: LE

PIÙ BELLE PARTITE

DELLA NOSTRA VITA

Non è solo calcio, ma un pezzo di storia raccontato attraverso le voci e gli sguardi di chi ha saputo trasformare lo sport in narrazione. Le partite diventano specchio di un Paese, intrecciando emozioni collettive e cambiamenti sociali. Ogni racconto va oltre il risultato, entrando nella memoria di generazioni che si sono riconosciute in quei momenti. Il ritmo del gioco si mescola a quello della vita, restituendo un’identità condivisa. Un viaggio che unisce racconto giornalistico e profondità culturale. Con Enzo Biagi, Gianni Minà e Andrea Barbato, regia di Maria Maddalena Yon.

LA BICICLETTA DI BARTALI

Due ragazzi, in una Gerusalemme contemporanea attraversata da tensioni e divisioni, trovano nella bicicletta e nello sport un linguaggio comune capace di unire. Le loro vite si intrecciano con quella di Gino Bartali, eroe silenzioso che durante la guerra salvò molte vite, creando un ponte tra passato e presente. Il racconto alterna due epoche, mostrando come il coraggio e la solidarietà possano attraversare il tempo. L’animazione diventa strumento per parlare ai più giovani di memoria e responsabilità. Una storia che scorre leggera ma lascia un segno profondo. Regia di Enrico Paolantonio, con la voce di Tullio Solenghi.

La terza stagione

Il programma condotto da Roberta Bruzzone realizzato da Rai Contenuti Digitali e Transmediali è disponibile su RaiPlay

“Nella mente di Narciso è un viaggio “disturbante ma necessario” nella realtà del narcisista patologico, attraverso le coscienze di chi ama solo sé stesso e causa l’annientamento psicologico e talvolta fisico dell’altro. Roberta Bruzzone disegna i profili dei protagonisti dei nuovi fatti di cronaca trattati e si concentra sulle migliori strategie investigative decodificando comportamenti ambigui e pericolosi per la vita stessa. Il giorno del delitto, il 13 gennaio 2016, Gabriele Defilippi ha solo 22 anni ma tutta la lucidità per stringere una corda al collo di Gloria Rosboch, sua insegnante, e ucciderla. Il giovane, tramite una truffa amorosa riesce a farsi consegnare dalla donna 187 mila euro, presentando l’operazione come un remunerativo investi-

mento. Quando la vittima comprende di essere stata ingannata richiede la restituzione della somma; i due si incontrano ma la donna viene strangolata e il suo corpo rinvenuto nel fondo di una cisterna, in una discarica tra i boschi di Rivara (Torino). È questo il primo caso trattato nel secondo boxset della terza stagione di “Nella mente di Narciso”, condotto da Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa forense, da giovedì 16 aprile su RaiPlay. Secondo l’analisi della profiler, Defilippi costituisce un’identità seduttiva e vittimistica dietro cui celare la sua natura di manipolatore seriale. Gabriele Defilippi sta scontando nel penitenziario Lorusso e Cutugno una pena di trent’anni. Si prosegue con la puntata dedicata a Giovanni Padovani, ex calciatore e modello, che il 13 agosto del 2022 a Bologna uccide a calci, pugni e martellate l’ex fidanzata Alessandra Matteuzzi, dopo mesi di stalking e minacce. Secondo Roberta Bruzzone l’incapacità di accettare la fine della relazione sfocia in una violenza inaudita. Padovani è stato condannato all’ergastolo per omicidio premeditato.

In libreria

OLTRE 90 BUYER INTERNAZIONALI ad Assisi per il catalogo Rai 2026

Si è concluso l’appuntamento annuale che ha portato in Umbria i più importanti operatori del settore audiovisivo, provenienti da Europa, Stati Uniti, Giappone, Brasile, Kazakistan, Georgia, Azerbaijan, Cina e molti altri paesi

Ad accogliere i rappresentanti di broadcaster di servizi pubblici, emittenti commerciali e piattaforme digitali, giunti per scoprire le tante novità, la Presidente e l’Amministratore Delegato di Rai Com Claudia Mazzola e Sergio Santo. Tra le fiction più visionate ci sono state “Una finestra vista lago”, “Cagnaz”, “Il commissario Buonvino”, “L’Invisibile”, “Se fossi te”, “Roberta Valente. Notaio in Sorrento”. Grande attenzione è stata riservata anche alle nuove proposte crime e biografiche, tra cui “La buona stella” e “Il giudice e i suoi assassini”. Accanto alle serie, il progetto che ha destato più interesse è stato il documentario “Pinocchio”, realizzato in occasione dei duecento anni dalla nascita di Carlo Collodi. Non sono mancati, inoltre, programmi per ragazzi, grandi eventi culturali e musicali, oltre a un vasto catalogo che ha incluso centinaia di film classici e migliaia di ore di contenuti televisivi. Gli Screenings hanno così rappresentato una vetrina strategica per il “made in Italy” audiovisivo, sempre più apprezzato all’estero, e un’occasione per rafforzare collaborazioni con broadcaster globali, contribuendo a diffondere la cultura italiana nel mondo. Con 4.000 titoli, oltre 600 film da catalogo, 700 film classici e oltre 8.000 ore di prodotto televisivo, Rai Com è uno dei maggiori fornitori globali di contenuti per i broadcaster e le azien-

de di distribuzione. Alla serata di presentazione del prodotto ai buyers, condotta dalla giornalista del Tg1 Nathania Zevi, hanno partecipato anche attori protagonisti di alcune serie, come Cesare Bocci, Francesca Inaudi, Andrea Roncato, Guido Caprino, Lucia Mascino, Antonio Folletto, Giulia D’Aloia e il regista Giacomo Campiotti. A fare gli onori di casa la Presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, l’Assessore regionale Simona Meloni, il Sindaco di Assisi Valter Stoppini. Gli Screenings hanno costituito, inoltre, un’occasione di confronto con i partner di Rai Com (oltre trenta) attivi nella distribuzione all’estero di Rai Italia, Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rai News, Rai Storia e Rai Scuola, contribuendo a sostenere il legame culturale tra l’Italia e le comunità italiane nel mondo. Ad ospitare l’evento è stato Palazzo del Monte Frumentario, nel pieno centro storico di Assisi. “Gli Screenings di Rai Com sono un appuntamento chiave per la presenza internazionale della Rai nel settore dell’audiovisivo - dice l’Amministratore Delegato di Rai Com Sergio Santo - e sono un’occasione per valorizzare le grandi storie italiane raccontate nelle nostre fiction, nei documentari, e per proporre al mondo i grandi eventi Rai, le produzioni culturali, i programmi per ragazzi, i film TV e l’intero catalogo. Ringrazio per la fondamentale collaborazione la Regione Umbria e il Comune di Assisi”. Inoltre, Rai Com ha organizzato ad Assisi, in collaborazione con la sede Rai dell’Umbria, le presentazioni dei volumi pubblicati da Rai Libri “Amo le triglie di scoglio - Andrea Camilleri si racconta” di Bruno Luverà e Vincenzo Mollica e “Il Paese delle tradizioni” di Beppe Convertini. Gli Screenings sono stati realizzati in collaborazione con la Regione Umbria nell’ambito della Convenzione con Rai Com e con la collaborazione e il supporto organizzativo del Comune di Assisi..

ANNIVERSARIO

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Papa Francesco, figura spirituale centrale del nostro tempo, martedì 21 aprile Rai 5 propone in prima serata il film documentario di Gianfranco Rosi, presentato alla 79. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Fuori

Nel 2013, appena eletto, Papa Francesco va a Lampedusa. Nel 2021 compie un importante viaggio in Medioriente, in Iraq e Kurdistan. Gli stessi luoghi che Gianfranco Rosi ha raccontato in “Fuocoammare” e “Notturno”. Papa Francesco in 9 anni di pontificato ha compiuto 37 viaggi visitando 59 paesi. Italia, Brasile, Cuba, Stati Uniti, il continente africano e il sud est asiatico, i suoi itinerari seguono il filo rosso dei temi centrali del nostro tempo: la povertà, la natura, le migrazioni, la condanna di ogni guerra, la solidarietà. Gradualmente si compone il racconto di quello che è oggi il mondo. In una sorta di Via Crucis, Francesco è testimone della sofferenza del mondo e sperimenta la difficoltà di fare di più, oltre al conforto delle sue parole e della sua presenza. Gian-

franco Rosi ripercorre i viaggi del Papa visionando i filmati che li documentano. Nasce il film e il suo schema è estremamente semplice: si segue il Papa, si guarda cosa vede, si ascolta cosa dice. Nell’osservare il Papa che guarda il mondo, Rosi imposta un dialogo a distanza tra il flusso dell’archivio dei viaggi del Papa, le immagini del suo cinema, l’attualità e la storia recente. Creando un equilibrio tra lo scorrere del tempo lineare e la memoria del cinema.

Il commento del regista Gianfranco Rosi

Il film è il ritratto di un uomo che ci fa guardare oltre e riflettere su temi universali. La prima sfida di “In Viaggio” è stata trasformare in linguaggio cinematografico filmati realizzati per esigenze televisive. Man mano che il montaggio andava avanti maturava però la necessità di far dialogare il racconto dei viaggi del Papa con materiali di archivi storici e con i frammenti di alcuni dei miei film. E infine lavorare su nuove scene girate da me. Altra sfida è stata costruire un finale per un film in divenire, destinato a rimanere aperto. Un film che nel seguire i prossimi viaggi di Papa Francesco affronterà nuovi temi, nuove riflessioni.

AL CINEMA

Dal regista di “Mia e il leone bianco” e “Il lupo e il leone”, una nuova avventura che promette di emozionare il pubblico di ogni età. Nelle sale da giovedì 24 aprile

Diretto da Gilles de Maistre, “Il Figlio del Deserto”, racconta la storia di Sun (Neige de Maistre), una ragazzina di dodici anni cresciuta ascoltando dal nonno l’affascinante storia del “bambino struzzo perduto nel deserto”. La memoria orale del nonno diventa così un libro e durante una serie di presentazioni Sun viene invitata a visitare il Sahara. Per lei è sempre stata una favola, un racconto magico da tramandare, finché nel cuore del deserto, ricostruisce l’incredibile vicenda di Hadara (Nahel Tran), un bambino nato in una fami-

glia nomade che, a soli due anni, si smarrì durante una violenta tempesta di sabbia. Destinato a una morte quasi certa, venne invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolsero come parte del loro branco. Per dieci anni, gli animali gli offrirono protezione e gli insegnarono a sopravvivere tra dune e sole implacabile, finché Hadara non fu finalmente ritrovato e riconsegnato alla sua famiglia. Il viaggio di Sun nel Sahara diventa così un percorso di scoperta e identità: un ponte tra passato e presente che rivela quanto la storia di Hadara sia profondamente intrecciata a quella di suo nonno. Girato tra Belgio e Marocco, il regista francese ha girato con animali veri senza fare uso della tecnologia. Nel cast, insieme a Neige de Maistre e Nahel Tran, anche Kev Adams (Christian), Adriane Grzadziel (Mandy), Moun Ghazali (Kharouba). 

SIMONA LO IACONO: SI RACCONTA PERCHÉ SI VIVE «S

ono nata tra le storie. Quelle che mia mamma mi raccontava da bambina - ero inappetente e lei mi convinceva a cenare raccontando favole -, quelle narrate dalle mie nonne, quelle che ho poi inventato per mio figlio, adempiendo a un misterioso passaggio di testimone, che mi ha annodata a una stirpe di donne che crescevano i propri piccoli con l’affabulazione. Quindi non ho mai scelto di raccontare, ho semplicemente assecondato uno stato di fatto – narrare – che a casa mia è sempre stato un atto della vita quotidiana, come rassettare la casa, preparare il cibo, apparecchiare la tavola. Si racconta perché si vive e perché attraverso le storie la vita diventa intellegibile, dotata di senso, di meraviglia, di segreto.»

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso la corte d’appello di Catania, sezione minori e famiglia. Autrice di numerosi romanzi che vedono protagoniste le donne, torna di nuovo con un romanzo storico: “Joanna degli incanti”.

Hai scelto la strada del romanzo storico per dare luce a figure femminili dimenticate: quanto è importante rendere giustizia al ruolo delle donne nella Storia?

«È un atto di compassione. Molte delle donne che ho narrato - e delle quali ho scoperto la straordinaria vicenda umana attraverso fonti archivistiche e antichi documenti - hanno condotto vite coraggiose, hanno saputo resistere all’ingiustizia, hanno trasformato la debolezza in una occasione di crescita e di apertura. Sono donne costrette a combattere per i propri sogni, per fare ascoltare la propria voce, per non sentirsi travolte dal disinganno e dall’indifferenza. Alcune di esse hanno pagato prezzi altissimi solo per avere assecondato il proprio talento o la propria vocazione: persecuzioni, fraintendimenti, emarginazione sociale, prigionia, solitudine. Eppure, nonostante le prove e le fatiche, queste donne fremono di passione e di dignità, hanno a cuore il destino dei deboli, degli zoppicanti, degli stropicciati. Sanno entrare in dialogo con la parte più martoriata del mondo, quella che esige cura e tenerezza. Riportarle in vita è quindi un atto di riparazione, una necessaria e pietosa forma di risarcimento per l’oblio a cui la storia ufficiale le ha costrette.»

La protagonista di “Joanna degli incanti” è un personaggio realmente esistito che hai scovato tra gli abissi del tempo. Cosa la accomuna alle altre donne che hai narrato?

«Ho scovato la storia di Joanna in un saggio storico. In una nota a piè di pagina - poche righe, in verità, che però svelavano una storia incredibile - ho scoperto con mia grande meraviglia le circostanze che hanno caratterizzato la sua vita: Joanna De Austa - anche chiamata Joanna De Siragusa, perché cresciuta ad Augusta, che era ubicata nel circondario di Siracusa - nacque nel 1580 da un padre sognatore, un navigante che amava leggere nella vita e nel vento, nei libri e negli uomini. Ebbe una infanzia difficile, custodita però da uno zio vescovo che riuscì ad aprirle le porte di una smisurata conoscenza, mettendole in mano libri proibiti, lingue antiche, poesie contro corrente. Joanna crebbe quindi come una dissonante, ma anche come una donna sapiente, apertissima al dolore del mondo. Sarà questa sua sapienza a indurla a trasformare una cartiera in una casa editrice, utilizzando come lavoranti i non vedenti, e comprendendo che la scrittura è fatta di buio, di ciò che è inabissato, nascosto, dolente. Diventerà così una imprenditrice creativa, attenta ai diritti dei suoi dipendenti, delle donne in modo particolare. Inserirà nella giornata lavorativa il teatro, la ginnastica, la poesia, i pasti comuni, le feste. Era convinta infatti che l’attività del suo opificio avesse senso solo se produceva non cose, ma felicità. Ha quindi in comune con le altre donne di cui mi sono occupata l’amore per la diversità, per le creature malmesse, per le parti mancanti. La cecità dei suoi inservienti sarà per lei la strada per accogliere un nuovo modo di vedere, che non risiede nello sguardo.»

C’è stata una lettrice o un lettore che ha commentato un tuo lavoro in modo indimenticabile?

«Il commento più bello non l’ho ricevuto a parole, ma con i disegni. Qualche mese fa una studentessa di un liceo mi ha regalato una copia di un mio romanzo interamente trasformata. In ogni pagina vi aveva disegnato delle farfalle colorate, con antenne di carta e corpi a sfumature cangianti. Aprendolo era come far muovere non pagine, ma ali.»

MUSICA

Justin Bieber incanta il Coachella

Il ritorno sul palco del festival californiano dopo quattro anni diventa un evento globale capace di unire dimensione personale e spettacolo, trasformando il live in un racconto emotivo e contemporaneo

Tra numeri da record, reazioni internazionali e una presenza scenica rinnovata, l’artista canadese ridefinisce il rapporto con il pubblico e consolida il suo ruolo nella cultura pop, in una esibizione che attraversa passato e presente, costruendo un ponte tra memoria e identità artistica. Nel cuore del deserto californiano prende forma qualcosa che va oltre il semplice concerto. Justin Bieber torna davanti al suo pubblico con una presenza che non ha perso forza, ma ha guadagnato profondità, trasformando ogni passaggio in un dialogo diretto con chi ascolta. La scenografia essenziale diventa uno spazio intimo, quasi protetto, dove la voce guida un racconto fatto di fragilità e consapevolezza. L’apertura con “All I Can Take” introduce subito una dimensione emotiva precisa, segnando il tono di uno spettacolo costruito per alternare energia e introspezione. I momenti più raccolti, soprattutto nella parte acustica, mostrano una connessione autentica, fatta di silenzi e ascolto, mentre i grandi successi riemergono con una nuova lettura, più matura e personale. Il

viaggio nel tempo, costruito attraverso immagini e reinterpretazioni, restituisce il senso di una carriera vissuta sotto gli occhi del mondo, ma riletta con ironia e lucidità. Intorno, i numeri raccontano un fenomeno che si amplifica: milioni di ascolti in crescita, classifiche dominate e una conversazione globale che si accende sui social, trasformando l’evento in un caso culturale. Non è solo un ritorno, ma un passaggio di fase, in cui la musica diventa strumento di racconto e riconnessione, capace di tenere insieme dimensione pubblica e personale senza perdere autenticità. È il 2007 quando Justin Bieber partecipa allo Stratford Idol, attirando l’attenzione del talent scout Scooter Braun grazie ai video pubblicati su YouTube. Dopo l’incontro con Usher, firma giovanissimo il primo contratto discografico e nel 2009 debutta con “My World”, entrando subito nelle classifiche internazionali. Il successo prosegue con “My World 2.0” e segna un’evoluzione con “Believe”, dove il pop si fonde con sonorità R’n’B. Nel 2015 “Purpose” consacra la sua maturità artistica con hit globali come “Sorry” e “Love Yourself”. Dopo una pausa e diverse collaborazioni, torna nel 2021 con “Justice”, confermandosi ai vertici mondiali. Con “SWAG” e “SWAG II” apre una nuova fase, culminata nel ritorno live al Coachella. Oggi è una delle figure più influenti del pop contemporaneo, capace di unire numeri, identità e continua evoluzione artistica.

Un sogno divenuto REALTÀ

Lucia Alba Scarpello, Ispettore della Polizia di Stato, responsabile dell’Ufficio Investigativo del Commissariato P.S. Porta Nuova di Palermo e del Nucleo

Vigilanza della Cittadella della Polizia a Palermo, racconta la sua in divisa

Un percorso brillante caratterizzato da passione, dedizione e dimensione umana di infinita generosità per il prossimo, sintesi di una Polizia che guarda al Futuro con il suo “esserci sempre” ovunque e comunque. L’Ispettore Lucia Alba Scarpello è l’esempio delle donne della Polizia di Stato pronte ad intervenire con grande spirito di

servizio e senso materno. Il Ministro dell’Interno- Matteo Piantedosi, le ha conferito la Medaglia d’oro al merito civile con la motivazione: “chiaro esempio di elette virtù civiche e di umana solidarietà” in occasione del 174 Anniversario della Fondazione della Polizia di stato a Roma. La poliziotta, ad agosto 2016, mentre era libera dal servizio a Vittoria (Ragusa), si è lanciata tra le onde per prestare soccorso a un uomo e al figlio, caduti in acqua e in evidente difficoltà. Nonostante le avverse condizioni meteorologiche, è riuscita a raggiungere e salvare il giovane. Nel successivo tentativo di recupero del padre ha organizzato una catena umana per raggiungerlo e riportarlo a riva dove, nonostante prolungati tentativi di rianimazione, l’uomo è morto per le conseguenze dell’annegamento.

Perché ha deciso di indossare la divisa della Polizia di Stato?

Sin da quando ero bambina ed andavo all’asilo, volevo indossare la divisa della Polizia di Stato: era il mio sogno nel cassetto. Diventando più grande sentivo che questo sogno era accompagnato da un crescente e forte desiderio di rendermi utile ed aiutare gli altri, dare ascolto a chi nella divisa della Polizia vede un punto di riferimento, una porta sempre aperta anche nelle piccole difficoltà quotidiane, un aiuto concreto nel sentirsi meno soli, accarezzare un cuore ferito con gesti e parole semplici che donano sicurezza, protezione e speranza di poter superare gli ostacoli. Perché aiutare non è solo dare ma anche riconoscere quanto siamo fortunati a poter dare, a poter “esserci sempre”!

Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale? Entro in polizia nel luglio del 1998, superando il concorso di Agente e frequentando il 142° corso di formazione presso la Scuola di Polizia di Alessandria. Terminato il corso vengo assegnata alla Sezione Polizia Stradale di Trapani, in seguito frequento il corso di specializzazione nei servizi di Polizia Stradale al CAPS di Cesena e venendo aggregata per due mesi presso la sottosezione autostradale di Guardamiglio (MI). Durante questo periodo vengo inviata in missione al vertice G7 di Firenze e FAO di ROMA. Nel marzo 2003 vengo trasferita alla Questura di Palermo, ricoprendo l’incarico di operatore di volante presso il locale Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, frequento anche il corso per operatori di controllo del Territorio a Pescara. Durante questi anni conseguo la laurea in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Palermo ed inizio ad effettuare pratica legale. Per tale ragione dal 2006 al 2007 vengo assegnata all’Ufficio del Vicario del Questore di Palermo. Dal 2008 al 2009 vengo trasferita presso il commissariato di P:S. “ Oreto-Stazione” di Palermo come addetto alla Squadra Investigativa. Nel 2011 vinco il concorso per Vice Sovrintendente della Polizia di Stato, vengo trasferita alla fine del corso di formazione presso la Scuola di Nettuno ( RM) al Commissariato P.S. “Esposizione” di Roma come responsabile del 3° turno U.E.P.I. Nel maggio del 2014 rientro alla Questura di Palermo, e vengo assegnata al Commissariato di P.S. “ Porta Nuova” come responsabile dell’Ufficio Investigativo. Nel 2016 acquisisco la qualifica di Istruttore di Tecniche Operative e nel 2017 vinco il concorso di Vice Ispettore della Polizia Di Stato. Nel marzo del 2018, a termine del corso di formazione, vengo assegnata alla Squadra Mobile di Palermo con il ruolo di capo-squadra della Sezione Criminalità straniera ed Antiprostituzione e nel 2021 come capo-squadra della Sezione Interprovinciale dello S.C.O. Dal dicembre 2023 rientro al Commissariato P.S. Porta Nuova in qualità di responsabile della Squadra Investigativa, dove attualmente svolgo servizio. Nel corso del mio percorso professionale sono stata insignita di diversi riconoscimenti, fra cui la Promozione per Merito Straordinario, la Benemerenza Civica della Provincia di Palermo e l’Encomio del Comune di Palermo.

Qual è il suo ruolo attuale?

Ispettore della Polizia di Stato, responsabile dell’Ufficio Investigativo del Commissariato P.S. Porta Nuova di Palermo e del Nucleo Vigilanza della Cittadella della Polizia a Palermo.

Lei ha partecipato a Roma lo scorso 10 aprile alla cerimonia ufficiale per il per 174° Anniversario della Polizia di Stato durante la quale le è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Ci spiega il perché?

In data 15 Agosto 2016 mi trovavo a Scoglitti (RG), libera dal servizio in un tratto di spiaggia sprovvisto di assistenza bagnanti, per trascorrere una giornata al mare con degli amici. Le condizioni meteorologiche non erano ottimali a causa del forte vento, per questo dopo decidevo di andare via; mentre stavo salendo le scale che dalla spiaggia conducevano in strada, la mia attenzione veniva attirata dalle forti grida di aiuto di due ragazzini, di cui uno sul bagnasciuga ed uno in acqua. Immediatamente mi liberavo dello zaino e delle scarpe e mi tuffavo in mare, riuscendo a raggiungere il minore e, nonostante la forte corrente, a portarlo a riva. Qui mi adoperavo per rianimarlo, lo sistemavo in condizione laterale di sicurezza, favorivo la fuoriuscita dell’acqua ingerita e lo coprivo con diversi teli. Dopo qualche minuto quel ragazzo mi guardava e ancora tremante mi diceva “Adesso salva mio papà!” Incredula alzavo gli occhi e mi accorgevo della presenza in mare di tre persone, trascinate a largo dalla corrente. Consapevole che da sola non sarei riuscita, correvo velocemente verso il tratto di spiaggia che in linea d’aria consentiva di arrivare a quelle persone e incitavo a seguirmi ogni bagnante presente. Organizzavo una catena umana per evitare che la corrente trascinasse pure noi. Riuscivamo a recuperare i malcapitati, i due giovani, in seguito trasportati in ospedale in codice giallo ed il papà del ragazzino, a cui iniziavo a praticare il massaggio cardiaco per 40 interminabili minuti, sino all’arrivo dell’ambulanza. Purtroppo l’uomo decedeva. In seguito i due figli raccontavano di stare giocando in riva al mare con un pallone che finiva in acqua, entravano in mare per recuperarlo ma venivano sopraffatti da un’onda così il padre, pur non sapendo nuotare, si gettava in mare per cercare di salvarli.

Quali emozioni ha provato e a chi la dedica questa medaglia?

Ho provato un turbinio di emozioni , un vortice interiore di sorpresa e gioia per l’inaspettato e prestigioso riconoscimento, velato da tristezza nel ripercorrere i momenti di quel 14 Agosto 2016 quando, pur essendo riuscita a trarre in salvo un bambino oggi uomo, non sono riuscita a farlo ricongiungere al padre. Dedico questa medaglia a chi in silenzio, con passione incessante e nonostante le difficoltà, svolge con orgoglio ogni giorno il nostro lavoro, a chi ha condiviso con me lo stesso percorso di vita e professionale, spesso non facile e fatto anche di rinunce, e a tutta la gente che, grazie anche ai social, ha partecipato con il cuore alle emozioni vissute.

Perché sempre più donne scelgono la divisa? redo che sempre più donne scelgano la divisa perchè vedono nella Polizia una possibilità concreta di realizzarsi e dare il proprio contributo alla società. Oggi le donne non sono più “un’eccezione” ma una risorsa e , grazie alle loro competenze e sensibilità, riescono a fornire un fondamentale supporto nell’ascolto delle persone e nell’approccio ai casi più delicati, senza tralasciare l’intuito, fondamentale nell’ambito investigativo. Inoltre oggi si è affermata la consapevolezza che autorevolezza non equivale a forza fisica, ma a preparazione , equi-

librio e professionalità. Scegliere la divisa è anche una scelta d’identità: dimostrare prima di tutto a se stesse che si può assumere un ruolo impegnativo senza rinunciare a ciò che si è.

Un consiglio ai giovani che voglio intraprendere la sua carriera Ai giovani consiglio di vedere questo lavoro non semplicemente come un mestiere ma come una missione, di non perdere mai l’entusiasmo e la voglia di esserci ogni giorno, di non dimenticare mai il lato “umano” di chi si avvicina a noi e di svolgere il proprio compito con orgoglio, ricordandosi che essere un Poliziotto è uno stile di vita.

MACBETH

In prima visione Rai il capolavoro di Giuseppe

Verdi diretto da Riccardo Muti. Giovedì 23 aprile alle 21.20 su Rai 5

Il Maestro Riccardo Muti torna sul podio del Teatro Regio di Torino con “Macbeth”, uno dei titoli verdiani che più ha segnato la sua storia interpretativa e che Rai Cultura propone in prima TV su Rai 5 giovedì 23 aprile alle 21.20. Il nuovo allestimento è firmato da Chiara Muti e vede nel ruolo

del titolo Luca Micheletti, baritono e attore di grande intensità scenica, sempre più assiduo frequentatore del repertorio verdiano. Accanto a lui un cast d’eccellenza: Lidia Fridman, soprano dalla voce di singolare incisività e dal forte magnetismo interpretativo, nella parte della perfida Lady; il tenore Giovanni Sala come Macduff; e il basso Maharram Huseynov come Banco. Le scene sono firmate da Alessandro Camera, i costumi da Ursula Patzak, la coreografia è di Simone Valastro e le luci di Vincent Longuemare. Il Coro del Teatro è preparato dal maestro Piero Monti. 

La settimana di Rai 5

Film

The Son

Presentato in concorso alla Mostra cinematografica di Venezia nel 2022, “The Son” di Florian Zeller è proposto lunedì 20 aprile alle 21.20

Documentario

In viaggio

A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il documentario di Gianfranco Rosi “In viaggio”, proposto martedì 21 aprile alle 21.20 su Rai 5, ripercorre il suo pontificato

David Bowie

Finding Fame - Nascita di una star

Cinque anni degli inizi della carriera di Bowie, dalla fine degli anni Sessanta fino alla “morte” di Ziggy Stardust. In onda giovedì 23 aprile alle 24.20

Art Night

Warhol un profeta americano

Nuova puntata del programma condotto da Jacopo Veneziani in onda in prima visione su Rai 5 venerdì 24 aprile alle 23.30

Evolution - Il viaggio di Darwin

La vita segreta dei laghi

Puntata dedicata al lago di Scutari, tesoro dei Balcani. In onda mercoledì 22 aprile alle 14.30

Teatro

Radio clandestina

In occasione dell’ottantunesimo Anniversario della Liberazione d’Italia, Rai Cultura celebra la ricorrenza con il teatro civile di Ascanio Celestini, proponendo “Radio clandestina”, in onda sabato 25 aprile alle 21.20

Roma città aperta

Le vicende di un gruppo di “resistenti” - un prete, un tipografo e la sua compagna, e un partigiano comunista ricercato dalla Gestapo - nella Roma occupata dai nazisti. Di Roberto Rossellini, in onda domenica 26 aprile alle 21.20

LA REGOLA DI SAN FRANCESCO

Il 29 novembre del 1223, papa Onorio III approva la Regola Francescana, le norme di vita per i frati di Francesco d’Assisi. In onda martedì 21 aprile alle 21.10 su Rai Storia

Un’approvazione che segna la fine di un percorso difficile e complesso perché ci erano voluti molti anni per arrivare alla stesura definitiva di questa Regola, che ancora oggi è osservata in tutto il mondo dalla famiglia francescana. Anni di controversie e dibattiti tesi e difficili tra la volontà di un uomo e le regole del mondo. Una storia ripercorsa dallo Speciale

di Rai Cultura di Agata Maria Costanzo e Luca Mancini, che firma anche la regia, “La Regola di San Francesco – 29 novembre 1223”, in onda martedì 21 aprile alle 21.10 su Rai Storia. Con lo storico Pietro Sorace e l’intervento di esperti, lo Speciale illustra le tappe che portano alla stesura definitiva. Un racconto che si svolge nei luoghi che hanno visto nascere questa storia e che sono i più importanti nella vita del Santo. Assisi, ma non solo: luoghi mistici e spirituali, scelti da Francesco per allontanarsi dal mondo, per trovare la pace come la Valle Reatina con i suoi santuari, Subiaco, Santa Maria degli Angeli e Roma, la città del potere cattolico. 

La settimana di Rai Storia

Storia delle nostre città

Bari. La porta d’Oriente Città di mare e di fede, approdo, porto, luogo di commercio e incontro di culture. In onda lunedì 20 aprile alle 22.10

a.C.d.C.

Tra due mondi: la storia di Gonzalo Guerrero

Soldato spagnolo dell’epoca di Cortés, una figura pressoché sconosciuta in Italia, ma molto discussa in Spagna e Sudamerica. È lui il protagonista dell’appuntamento con il professor Alessandro Barbero in onda giovedì 23 aprile alle 21.40

I nostri Presidenti

Sandro Pertini

Un uomo che, più di altri, ha incarnato con la sua forte personalità lo spirito della Repubblica nata nel 1946. In onda domenica 26 aprile alle 21.10

Documenti

Omaggio a Elisabetta II

A 100 anni dalla nascita, Rai Cultura ripropone martedì 21 aprile alle 17 la video-biografia a lei dedicata, “Elisabetta II 70 anni di regno ”

Milano in guerra

La città durante il secondo conflitto mondiale

Uno speciale che racconta la storia della città negli anni della guerra e la vita quotidiana dei milanesi, in onda venerdì 24 aprile alle 22

Omaggio ad Alida Valli

In occasione del ventesimo anniversario della scomparsa, Rai

Cultura ripropone, mercoledì 22 aprile alle 17.30 la puntata a lei dedicata de “Il segno delle donne”

Cinema Italia

Paisà

In sei episodi la risalita dell’Italia, dalla Sicilia al Delta del Po, delle truppe anglo-americane tra l’estate del 1943 e l’inverno del 1944. Di Roberto Rossellini in occasione dell’Anniversario della Liberazione sabato 25 aprile alle 21.10

Una serie prescolare che ha per protagonista una bambina e il suo cane Triggs. In onda tutti i giorni alle 9.30 su Rai Yoyo

Un viaggio emozionante con Maddie, una bambina di 7 anni e il suo amato cane Triggs. Nonostante la sua disabilità visiva, Maddie ha affinato le sue capacità di ascolto, trovando musica e gioia nelle sfumature dei suoni quotidiani. Unendosi all’avventura, Triggs, l’adorabile incrocio di Labradoodle, aggiunge un tocco in più di fascino con

il suo amore per la musica, le marachelle e, ovviamente, i biscotti per cani. Quattro premi conquistati agli Irish Animation Awards 2025 (Miglior serie prescolare, Canzone originale, Nuova proprietà intellettuale, Innovazione), Oro agli Irish Podcast Awards 2022 per la Creatività e il Premio NCBI Society per l’inclusione visiva e ottenuto varie nomination agli RTS Awards del 2025 che ne sottolineano il successo nell’animazione e nell’accessibilità. Il programma è stato insignito recentemente come “Migliore Nuova Serie Animata Prescolare” ai Kidscreen Awards 2026.

La storia di un’amicizia apparentemente impossibile tra due ragazzi appassionati di ciclismo, uno ebreo l’altro arabo, a Gerusalemme e dintorni, nel ricordo del grande campione ed eroe Gino Bartali, giusto tra le Nazioni. In onda sabato 25 aprile alle

19.30 su Rai Gulp

Nell’Italia dei momenti più bui dell’occupazione nazista, Gino Bartali, indimenticabile campione di ciclismo, salvò tante vite di ebrei nascondendo i loro documenti nella sua “speciale” bicicletta. 60 anni dopo, la bicicletta di Bartali diventa lo strumento e il simbolo della vittoria ciclistica di David, ragazzino ebreo sveglio e sensibile, atleta tenace che, violando le regole, accetta la sfida e sogna di vincere insieme al suo amico arabo israeliano, Ibrahim. Attraverso lo sport i due giovani amici impareranno il rispetto reciproco, la collaborazione, il sacrificio, costruendo un legame profondo in grado di superare le divisioni imposte dalle loro comunità e facendo trionfare la pace. 

CLASSIFICHE AIRPLAY per RadiocorriereTv

CINEMA IN TV

Jake Foley, miliardario eccentrico, riunisce alcuni amici d’infanzia nella sua lussuosa villa per una partita di poker ad altissima posta. Quella che sembra una rimpatriata tra vecchi compagni si trasforma presto in un confronto teso e carico di segreti, tra verità nascoste e conti in sospeso. Quando un gruppo di criminali irrompe nella casa, la situazione precipita, costringendo tutti a lottare per la sopravvivenza. Il film costruisce una tensione continua giocando su un doppio livello: da una parte lo scontro psicologico tra i protagonisti, dall’altra la dinamica tipica dell’assedio domestico. Nel cast, oltre a Russell Crowe, Liam Hemsworth, RZA ed Elsa Pataky.

Clare è una giovane donna tormentata da visioni e impulsi oscuri che la spingono a colpire chi ritiene colpevole di gravi peccati. Convinta di essere guidata da una missione superiore, intraprende un percorso sempre più ambiguo, in cui il confine tra giustizia e follia diventa difficile da distinguere. Il racconto si muove tra tensione psicologica e suggestioni horror, costruendo un’atmosfera cupa e provocatoria. Il film affronta anche temi contemporanei, come la violenza e le derive della mascolinità tossica, inserendoli in una narrazione intensa e disturbante. Con Bella Thorne, Ryan Phillippe e Rebecca De Mornay.

Poker Face – Martedì 21 aprile ore 21.20
Anno 2022 – Regia di Russell Crowe
Saint Clare – Mercoledì 22 aprile ore 21.20
Anno 2024 – Regia di Mitzi Peirone

d’argento – Venerdì 24 aprile ore 21.10

Nella San Pietroburgo di fine Ottocento, tra fiumi ghiacciati e atmosfere natalizie, Matvej cerca il proprio destino dopo essere stato ingiustamente licenziato. Costretto a unirsi a una banda di borseggiatori che si muove rapida sul ghiaccio, incontra Alisa, giovane donna colta e determinata a sfidare le convenzioni sociali. Tra i due nasce un legame che attraversa le differenze di classe e apre a nuove possibilità. Il film è un affresco visivamente ricco, che intreccia avventura e sentimento in una storia dal respiro epico. Un racconto che richiama le grandi storie d’amore contrastate, sullo sfondo di una città trasformata in un palcoscenico di ghiaccio.

Nel vecchio West, due fratelli divisi da anni, uno baro e l’altro cacciatore di taglie, si ritrovano grazie a una richiesta della madre che li vuole riuniti per Natale. Il viaggio verso casa diventa però un’occasione per risolvere vecchi contrasti e affrontare insieme una banda di criminali. Tra scazzottate, inseguimenti e ironia, torna la coppia simbolo del cinema popolare italiano. Il film segna l’ultima collaborazione tra Bud Spencer e Terence Hill, riportando sullo schermo quell’alchimia fatta di azione e leggerezza che li ha resi iconici. Con Bud Spencer, Terence Hill e Anne Kasprik.

Botte di Natale – Sabato 25 aprile ore 21.10
Anno 1994 – Regia di Terence Hill
Pattini
Anno 2020 – Regia di Michael Lockshin

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