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Grace Kicaj







“La Pennicanza” diventa “La Mattinanza” per dare la sveglia al pubblico di Rai 2. Appuntamento alle 7.10 dal lunedì al venerdì
Da qualche giorno alle 7.10 su Rai 2 (dal lunedì al venerdì), suona la sveglia de “La Mattinanza”, versione televisiva de “La Pennicanza” il programma che Rosario Fiorello e Fabrizio Biggio conducono alle 13.45 in diretta su Rai Radio 2. “Ogni giorno per te c’è la Mattinanza, tutto il resto non ha importanza…” canta il duo dallo studio di via Asiago 10 a Roma. In replica e con contenuti inediti, il programma vede la partecipazione del maestro Enrico Cremonesi. Immancabili, nel corso dello show, le straordinarie imitazioni del Presidente della Repubblica, di Papa e Camerlengo, di Jannik Sinner, del Presidente della Regione Campania.




“La Pennicanza” diventa “La Mattinanza” per dare la sveglia al pubblico di Rai 2. Appuntamento alle 7.10 dal lunedì al venerdì
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Intervista all’attrice interprete de “Le Libere donne” in onda il martedì su Rai 1
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Al fianco di Alessandro Gassmann nella serie “Guerrieri. La regola dell’equilibrio” su Rai 1, l’attrice si racconta al nostro giornale
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Film Tv che esplora il dramma dei disturbi alimentari con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea e con la regia di Isabella Leoni. In onda il 2 aprile su Rai 1
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Il brano “Il mio canto libero” interpretato da Fabrizio Moro ha vinto la prima puntata dello show di Rai 1 con Milly Carlucci. Sabato 28 marzo, il secondo appuntamento
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DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
Redazione - Rai



UCCIO DE SANTIS
Il RadiocorriereTv incontra l’attore pugliese protagonista di “Mudù… quante risate” in onda il venerdì alle 23.35 su Rai 2
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Dal 28 marzo, un nuovo appuntamento nel sabato mattina di Rai 2 con Lorella Boccia
Rai Libri presenta “Le donne di Carlo” un viaggio nel profilo umano e istituzionale del sovrano britannico

DONNE IN PRIMA LINEA
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«Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria» racconta l’attrice che nella serie di Michele Soavi interpreta Margherita. L’ultima puntata de “Le Libere donne” in onda martedì 24 marzo su Rai 1
Il suo personaggio entra nella storia delle “Libere donne” con un gesto molto forte e provocatorio. Cosa rappresenta questo gesto?
Quando ho letto inizialmente la sceneggiatura, mi ha subito colpito il rapporto malato con il marito di Margherita, vittima di un uomo violento emotivamente, fisicamente ed economicamente, che pensa solo a impadronirsi di tutta l’eredità di questa ragazza. Mettendosi nuda in piazza, dando scandalo proprio durante la Vigilia di Natale, penso che lo faccia per dire: “è arrivato il momento di porre fine a tutto questo”. Lei sa che è un punto di non ritorno e che così facendo lui l’avrebbe ammazzata. Questa è la conclusione alla quale siamo arrivati anche con il regista, anche se poi le cose non andranno come aveva pensato.
Margherita vive momenti di grande fragilità ma anche di grande forza. Qual è stata la sfida più grande nell’interpretarla?
Margherita è un personaggio molto complesso, perché per tutta la storia è in bilico tra la follia e l’essere presente a se stessa. Quindi c’è il dare e restituire questo senso di follia, di libertà, di tutto, però mantenendo la lucidità e la consapevolezza. Poi, dal punto di vista più personale, ci sono state tante scene di nudo nel corso della storia; quindi, questa è stata una sfida importante per me. Ma principalmente è stato proprio questo: rendere la follia mantenendo la lucidità.
Dal punto di vista emotivo, che tipo di lavoro ha fatto?
Ci ho pensato anche di recente, perché in questi tre mesi e mezzo in cui abbiamo girato la serie sono andata molto di pancia. Non ho pensato tanto, mi sono fidata del mio istinto. Ripensandoci, penso di aver lavorato con tantissima rabbia, talmente tanta che qualsiasi cosa dovessi fare, mi buttavo. È una rabbia che mi smuove fisicamente ed emotivamente, dei sentimenti che forse conoscevo. Mi ha portato anche a fare cose che non pensavo mai di poter fare.
Questa donna entra come Signora Lenzi, ma vuole uscire semplicemente come Margherita… Vero. C’è una scena all’inizio della serie in cui lei mette proprio il punto su questa cosa: non vuole essere associata a quel cognome. Per tutta la serie andrà alla ricerca di questa libertà, riavere quello che è suo, non essere associata a questo uomo violento. È proprio un’anima pura.
Quando una donna è scomoda?
Una donna che esiste, sembra che basti questo. Una donna che esiste con una propria dignità, che abbia una vita costruita da lei, che vada alla ricerca della propria libertà, che abbia diritto al suo denaro, che si faccia sentire, che alzi la voce, che non voglia essere associata a niente se non a se stessa. È tutto attuale, ed è terribile. È il diritto di esistere.
Cosa vuol dire esprimere la propria libertà?
Avere la possibilità di scegliere della propria vita, e in questo io mi sento davvero una persona fortunata, perché ho potuto esserlo senza problemi. Non mi sono mai fatta dire cosa dovessi fare, né dalla famiglia, né dall’amore o da altro. Penso che questo sia rimanere fedeli alla propria verità, essere padroni di sé. È un discorso molto ampio, ma spero di aver reso l’idea.
Che rapporto si crea tra Margherita e il suo medico?
L’incontro con Mario Tobino, in un luogo dove sembrava impossibile, è il momento cruciale della storia. Lei arriva in manicomio piena di ferite e l’ultima cosa che


vuole è fidarsi di qualcuno: tutti per lei sono dei nemici. Quando però incontra questo medico, che non dà per scontato che sia pazza, ma al contrario le dà la possibilità di esistere, si fida totalmente. Questo la travolge, perché diventa anche una storia d’amore che non pensava di poter vivere.
Com’è stato lavorare con Lino Guanciale?
È un attore che stimo molto, una fortuna lavorarci insieme. È una persona umanamente meravigliosa, generosissima. Ci siamo incontrati al provino e abbiamo lavorato subito molto bene, anche senza conoscerci. Quando siamo arrivati sul set c’era già fiducia, come tra Margherita e Tobino. Questo ha reso tutto più facile sul set, mi sono lasciata trasportare.
Cosa spera arrivi al pubblico?
Spero che arrivi consapevolezza. Prima di iniziare ho letto i diari di Virginia Woolf e Sylvia Plath, donne straordinarie, segnate da una grande sofferenza. Le loro storie, le loro parole mi hanno colpito tantissimo,

così come quelle di Tobino nel suo libro. Spero che le persone possano essere consapevoli di quello che per molte donne è stato e di quello che ancora è, di quanto i tempi non siano cambiati davvero. Anche se in piccola parte, sarebbe una grande vittoria.
Cosa vuole conservare di Margherita?
L’approccio con cui ho vissuto questa vita, con verità e con fiducia. Spero di conservarli sempre, perché è stato il lavoro più bello che abbia fatto finora.
Ha mai pensato cosa avrebbe fatto al suo posto?
Penso sia inevitabile. Io do molto di me al personaggio, e credo di aver dato tanto a lei e viceversa. La rabbia di cui parlavo è qualcosa di personale che è entrato anche nel personaggio.
Cosa deve colpirla in un progetto?
Un personaggio costruito bene, con una storia concreta da raccontare, per me è fondamentale avere chiaro il suo percorso. Spero di rimanere sempre curiosa e di interpretare ruoli sempre diversi.






«Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti, passo dopo passo» afferma la giovane attrice romana che, nella serie ispirata dai romanzi di Gianrico Carofiglio, interpreta Consuelo Favia, brillante, ironica e precisa praticante. “Guerrieri. La regola dell’equilibrio” con Alessandro Gassmann il lunedì in prima serata Rai 1
Com’è entrata a far parte di questo progetto?
È successo tutto molto velocemente. Mi hanno chiamata praticamente dall’oggi al domani, perché non riuscivano a trovare un’attrice per questo ruolo. Ho dovuto preparare scene molto complesse in pochissimo tempo, con tanti termini legali che non conoscevo affatto. È stata una sfida enorme, ma anche molto divertente e stimolante. Lavorare sotto pressione, sostenuti dall’adrenalina, a volte aiuta a tirare fuori più coraggio.
Come descriverebbe Consuelo?
È un personaggio piuttosto spigoloso, che può risultare antipatico a un primo impatto. È molto rigorosa, precisa, completamente dedita al lavoro. Allo stesso tempo, però, è anche molto empatica. Ha un rapporto quasi padre-figlia con Guerrieri, che è molto protettivo nei suoi confronti, come se fosse la figlia di un genitore single. Esplorare in scena questo contrasto è stato bellissimo.
Quanto c’è di lei in questa ragazza?
Ho avuto tempo per lavorarci bene durante l’estate, quindi ho potuto approfondire la sua personalità. Sicuramente c’è la mia ironia, un po’ pungente; invece, la sua disciplina e il suo perfezionismo sono aspetti che sento meno miei e che ho cercato osservando il comportamento di alcune amiche.
Ha avuto modo di confrontarsi con Gianrico Carofiglio?
L’ho incontrato verso la fine delle riprese, ma sul set eravamo seguiti da avvocati veri, che ci aiutavano con il linguaggio, i dettagli tecnici e ci suggerivano anche le movenze più corrette. A volte fermavano le scene per correggerci: una
parola sbagliata poteva cambiare completamente il significato. È stato fondamentale per rendere tutto credibile.
Questa esperienza le ha fatto venire voglia di buttarsi nel mondo della giurisprudenza?
Direi proprio di no (ride), però ho capito che ci sono delle somiglianze con il lavoro dell’attore: anche un avvocato deve convincere, deve essere credibile, “recita” durante le sue arringhe e deve persuadere qualcuno. In fondo, anche questa è una forma di interpretazione.
Com’è stato lavorare con attori esperti come Alessandro Gassmann?
È stato incredibile, uno degli incontri più interessanti del mio percorso professionale. È un attore molto generoso, che gioca di squadra. Per lui è fondamentale che tutti siano concentrati e sullo stesso piano: non si pone mai con un atteggiamento di superiorità. Ama giocare in scena con l’improvvisazione e la sorpresa, basa il suo lavoro sulla condivisione ed è molto disciplinato e appassionato, preciso, non perde un colpo. Posso dire di aver imparato tanto, soprattutto sull’importanza della presenza e della relazione in scena. In mio fratello Damiano, che ha lavorato molto con Alessandro in “Un Professore”, rivedo molto di lui: è un maestro a cui ispirarsi.
In famiglia siete più di uno a lavorare nel mondo artistico. Come l’hanno presa i suoi genitori?
All’inizio con un po’ di preoccupazione, com’è normale, ma sono sempre stati molto sinceri e ci hanno lasciato liberi di coltivare le nostre passioni. Sono sostenitori cauti, mai genitori “groupie”, cosa che a me fa molta paura. Sono molto interessati al processo, più che al risultato finale. Credo che, in fondo, siano felici, anche perché ci hanno sempre permesso di coltivare le nostre passioni artistiche fin da piccoli. Alla fine, anche loro sono due artisti mancati (ride), bravissimi a raccontare storie: una delle prime capacità che chi vuole fare questo mestiere deve avere.
Nei suoi lavori interpreta spesso figure femminili forti. È una scelta?
Non sempre posso scegliere i ruoli, ma mi rendo conto che mi arrivano spesso personaggi femminili che cercano di

affermarsi, donne che lottano per essere riconosciute in contesti difficili. Sono storie che mi appassionano molto.
Pensa che oggi ci sia abbastanza spazio per le donne nel vostro ambiente?
Purtroppo no, è evidente. Lo spazio è ancora limitato e il cambiamento è lento, ma ci sono tantissime artiste valide ed è importante continuare a farsi spazio, anche “sgomitando” un po’.
Attrice, ma anche cantante. Come convivono queste sue due anime?
In modo molto naturale. La musica fa parte della mia vita da sempre e ora ho deciso di condividerla di più, di renderla anche un lavoro. Le due cose si intrecciano: la recitazione aiuta nella musica e viceversa.
Dove si sente più se stessa?
Probabilmente quando canto. Nella musica racconto direttamente me stessa, anche perché scrivo le mie canzoni, mentre nella recitazione c’è sempre un filtro: il personaggio. A volte è bello nascondersi, altre sento il bisogno di essere completamente sincera.
Ha dei modelli di riferimento?
Sicuramente mia nonna. È sempre stata per me un esempio di indipendenza, di capacità di sognare e di emozionarsi. Mi ha insegnato a fermarmi e a guardare le cose con profondità. È il mio punto di riferimento più importante.
E oggi, come sogna?
Cerco di trasformare i sogni in progetti concreti. Non è sempre facile, ma provo a renderli realizzabili, passo dopo passo.
Quali sono i suoi obiettivi?
A breve termine, sicuramente realizzare un disco. A lungo termine, vivere serenamente di quello che amo fare.







Interpretata da Fabrizio Moro, la canzone di Lucio Battisti ha conquistato pubblico e giuria. Sabato 28 marzo la seconda puntata dello show di Rai 1 condotto da Milly Carlucci
“Canzonissima” ha debuttato sabato in prima serata su Rai 1 portando in trionfo “Il mio canto libero” di Lucio Battisti, brano interpretato nello studio dell’Auditorium del Foro Italico da Fabrizio Moro. Tema della puntata, la canzone del cuore. L’edizione 2026 del programma cult della Rai è andata in scena con la conduzione di Milly Carlucci, ad accompagnare i cantanti la

grande orchestra diretta dal maestro Luigi Saccà. Seconde pari merito, le altre dieci canzoni in rassegna: “Città vuota” (Mina), interpretata da Malika Ayane; “Lontano dagli occhi” (Sergio Endrigo) cantata da Enrico Ruggeri; “Bella vera” (883), Elettra Lamborghini, “Un giorno credi” (Edoardo Bennato), Leo Gassmann; “Ti lascio una canzone” (Ornella Vanoni), Michele Bravi; “Pregherò”(Adriano Celentano), Fausto Leali; “Sarà perché ti amo” (Ricchi e Poveri), Jalisse; “Mi ritorni in mente” (Lucio Battisti), Irene Grandi; “Rock ‘n’ roll robot” (Alberto Camerini), Elio e le Storie Tese; “Nessun Dorma” (dalla Turandot di Giacomo Puccini) Vittorio Grigolo. In giuria, i “magnifici 7”: Claudio Cecchetto, Francesca Fialdini, Pierluigi Pardo, Riccardo Rossi, Simona Izzo, Caterina Balivo e Giacomo Maiolini. La seconda puntata del programma sarà trasmessa sabato 28 marzo.




















Con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea e con la regia di Isabella Leoni. In onda il 2 aprile su Rai 1
Nicole ha 15 anni, i genitori separati, la passione per la matematica e il peso di un’adolescenza che la fa sentire “non abbastanza”. La mamma vorrebbe vederla più matura, più “grande”, mentre Nicole è ancora saldamente ancorata all’infanzia, anche grazie al rapporto speciale col papà poliziotto, che vede ogni fine settimana. I suoi genitori, infatti, si sono separati da poco e la ragazza si sta ancora adattando a questa nuova realtà. La vita di Nicole cambia quando nella sua classe arriva Luce, una nuova compagna carismatica quanto travolgente e porta con sé tutto il disagio delle adolescenti di oggi. Come Lucignolo con Pinocchio, Luce trascina Nicole in un mondo fatto di eccessi, dove ogni cosa è spinta al massimo, dove ogni emozione deve essere assoluta. Luce soffre di bulimia da quando era piccola, sembra che la malattia faccia parte di lei, che sia una delle sue tante caratteristiche, qualcosa che non deve far paura. Così Nicole scivola nella malattia come si scivola nell’età adulta, senza accorgersene. Una malattia della mente più che del corpo, quasi un marchio generazionale, un modo per sopravvivere alle pressioni della società. La bulimia diventerà per Nicole la stampella su cui reggersi mentre tutto fuori sembra crollare. In onda giovedì 2 aprile in prima serata su Rai 1, il film tv diretto da Isabella Leoni con Federica Pala, Alessandro Tersigni, Raffaela Rea affronta il tema dei disturbi del comportamento alimentare. “‘Qualcosa di lilla’ non racconta la storia di una ragazza che guarisce, ma di una ragazza che compie un primo passo verso il cambiamento scegliendo di voler guarire – afferma la regista Isabella Leoni – il film suggerisce la necessità, per Nicole, di ritrovare la propria centralità costruendo una consapevolezza più solida, non più dipendente dallo sguardo esterno. La tensione centrale non risiede nella domanda “riuscirà a smettere?”, ma nella speranza che finalmente Nicole si lasci vedere e riesca a chiedere aiuto”. “Qualcosa di lilla” affronta la bulimia nervosa con uno sguardo che va oltre il sintomo, interpretando il comportamento alimentare disfunzionale come l’espressione di un bisogno di ascolto e riconoscimento. “In Nicole il disagio prende forma come un grido interiore trattenuto, capace di orientare la percezione di sé – conclude Leoni – I momenti di quotidianità vissuti a scuola, a casa o con gli amici rivelano quanto il suo dolore resti silenzioso e impercettibile agli altri.

Nicole (Federica Pala) ha 15 anni, è molto brava in matematica e molto poco nel gestire le relazioni. Ha un unico amico e una vita sociale praticamente inesistente che preoccupa molto sua madre Veronica. La separazione dei genitori, avvenuta da poco e non ancora metabolizzata, è una delle scosse telluriche che contribuiscono a farla sentire instabile, inadeguata, in bilico, insieme alla sua incapacità di integrarsi, alla difficile relazione col corpo e alla difficoltà a lasciar andare l’infanzia, rappresentata da suo padre Cristiano. Soffre di bulimia, ma ne diventa davvero consapevole solo dopo aver consolidato l’amicizia con Luce, la ragazza più bella e popolare della scuola. Luce e Nicole si legano proprio per il disturbo alimentare, ma sarà grazie alla loro amicizia che Nicole si salverà.
Cristiano (Alessandro Tersigni) è il padre di Nicole. Ispettore di polizia, uomo affettuoso e di sani principi ma molto rigido, rappresenta l’infanzia a cui Nicole fatica a rinunciare. Cristiano condivide con Nicole passioni e rituali e inconsciamente fatica ad accettare che sua figlia stia diventando grande. Si è da poco

separato da Veronica e ne soffre molto, anche se cerca di non darlo a vedere. Per lui il lavoro è una missione e si traduce in frequenti assenze di cui la figlia paga le spese. Quando la bulimia irromperà nella sua vita, Cristiano si renderà conto che “fare il padre” non è solo provvedere economicamente alla famiglia e portare sua figlia a fare gite la domenica ma “esserci” anche emotivamente.
Veronica (Raffaella Rea) è la mamma di Nicole. Personal trainer, fisico mozzafiato, è lo scoglio contro il quale si infrange la fragile autostima della giovane protagonista, che la vede insopportabilmente “perfetta”. Veronica soffre per la scarna vita sociale di sua figlia e vorrebbe vederla “crescere”. Il suo modo di proteggere Nicole è opposto a quello di Cristiano: mentre lui vorrebbe che restasse bambina per evitarle le sofferenze della vita adulta, lei la vorrebbe “come le altre”, per evitarle la solitudine e lo scherno dei compagni.
Luce (Margherita Buoncristiani), compagna di classe ripetente di Nicole, è bella, bionda, popolare e va decisamente male in matematica. È la Lucignolo che trascina Nicole nel mondo adulto, fatto di abiti glamour, feste e continue trasgressioni alle regole. Luce rappresenta la follia, la sregolatezza, ma anche la spinta vitale dell’adolescenza che vuole conoscere e sperimentare.
Marco (Miguel Bonini) è il ragazzo di cui Nicole si innamora, ricambiata. È di origini filippine ed è l’unico tra i ragazzi con una famiglia unita e funzionale. Studia, lavora nel ristorante dei genitori e dà lezioni di arrampicata nella palestra in cui si allena. Il suo amore per Nicole è puro e porta con sé un romanticismo “antico”. Le resterà vicino nonostante le difficoltà e il suo amore sarà fondamentale per la scelta finale di Nicole.









Il RadiocorriereTv incontra l’attore pugliese protagonista di “Mudù… quante risate” in onda il venerdì alle 23.35 su Rai 2. Il programma propone una sequenza di sketch e gag ispirati alla vita quotidiana. Accanto al protagonista torna il cast storico che ha contribuito al successo del format, con la partecipazione straordinaria di Manuela Arcuri e Adriana Volpe
In che mondo ci porta il venerdì sera su Rai 2?
In un mondo in cui la barzelletta incontra la realtà. Le barzellette funzionano perché si avvicinano tantissimo al nostro quotidiano, lo fanno con ironia. Con “Mudù… quante risate” vogliamo portare un po’ di leggerezza e spensieratezza a fine giornata, prima di andare a dormire.
Come nascono le storie che racconta?
Dall’osservazione di tutto quello che ci circonda, la gente si diverte quando si riconosce nelle situazioni che mettiamo in scena. Il grande Gino Bramieri presentava i personaggi delle sue barzellette raccontandoli, dicendo ad esempio “ci sono un tedesco, un inglese e un italiano che…” io invece i protagonisti li faccio vedere realmente, al bar, dal dottore, in chiesa, ai posti di blocco… Sono situazioni immediate, alcune volte basta l’espressione giusta per far sorridere senza tante forzature. La maggioranza delle situazioni che rappresentiamo proviene da barzellette, battute e freddure, nostro compito è renderle al meglio in video, sceneggiandole, costruendole passo dopo passo, decidendone la regia. Alcune nascono invece per intero da noi, dall’ideazione alla realizzazione.
Qual è il segreto di un successo che dura da così tanto tempo?
Essere se stessi, e io lo sono da sempre alla stessa maniera. Credo che la chiave che porta il pubblico a scegliere ciò che facciamo, il nostro fare spettacolo, perché si tratta di una scelta che si rinnova ogni volta, sia proprio la spontaneità con la quale andiamo in scena, in tv come a teatro. Chi mi conosce
bene dice di ritrovare lo stesso Uccio nella vita e sul palco… devo dire però che tutte le storie di “Mudù” nascono da un attento lavoro di scrittura.
Quando ha scoperto di avere la risata nel DNA?
All’età di 6-7 anni nella mia parrocchia di San Giovanni Battista a Bari, con gli amici. Finita la messa con il permesso del parroco andavo sull’altare e invitavo le persone a spostarsi in un teatrino attiguo dove poi mi esibivo. Facevo di tutto e di più (sorride).
E il parroco?
Si chiamava Don Antonio, mi lasciava fare, e io me ne inventavo di tutti i colori pur di allestire uno spettacolo. Facevo il mago, il fachiro, rompevo le bottiglie di birra e mi stendevo sui vetri. Mio padre, che era medico, si accorse solo dopo un bel po’ di cosa stessi combinando (ride). Poi sono venute le animazioni nelle feste per bambini, i villaggi turistici, i matrimoni, le piazze, le semifinali pugliesi di Miss Italia. E proprio in queste ultime occasioni mi accorgevo che a volte bastava uno sguardo involontario, particolare, nonostante facessi interviste serie, per far scattare la risata del pubblico.
A proposito di sacerdoti, uno dei suoi personaggi più divertenti si chiama Don Dino…
Nella parlata, nel modo in cui tiene le mani giunte ricorda il mio Don Antonio (sorride). La camminata, invece, l’ho inventata io.
Dalla tonaca scura al camice bianco il passo è breve…
Nel mio format il medico funziona sempre. Quando lo interpreto indosso il camice che apparteneva a mio padre, e devo dire che un pizzico di emozione non manca. Tra gli altri personaggi più amati dal pubblico ci sono i carabinieri e le coppie.
Quante volte in una giornata le capita di esclamare “Mudù!”? Per noi pugliesi è un’espressione molto comune, è come dire “mamma mia!”, è una parola che identifica spontaneità ma anche sorpresa e divertimento, che ci appartiene tanto.

Nel suo lavoro, cosa la fa sorridere?
Sicuramente la battuta inaspettata e l’immediatezza, lo sguardo giusto al punto giusto. Non amo invece la parolaccia, il travestimento, la finta caduta, che lasciano il tempo che trovano.
Cos’è per lei l’ironia?
È uno strumento fondamentale per sdrammatizzare, ma è anche una tecnica, un esercizio mentale, che si affina e che si allena giorno dopo giorno, dal salumiere come al bar. È l’arte di rispondere, a volte anche solo nella tua testa, con la battuta e con il tono giusti. Essere ironici significa anche prendere con maggiore leggerezza situazioni che in un primo momento ci sembrano drammatiche ma che nella realtà non lo sono.
A proposito di ironia, c’è qualcuno (o qualche categoria) ogget-
to delle sue gag che se l’è un po’ presa?
In vent’anni è successo al massimo un paio di volte, una goccia nell’oceano. I carabinieri, ad esempio, mi vogliono tanto bene, ci sono generali che mi apprezzano. Penso che le barzellette sui carabinieri abbiano addirittura avvicinato l’Arma alla gente. A dire il vero non stuzzichiamo tanto le professioni, ma creiamo situazioni, penso ad esempio al medico che cammina con la supposta dietro l’orecchio scambiandola per una penna (sorride).
Cosa promette al suo pubblico?
Di continuare a impegnarmi, con passione ed entusiasmo, per non deludere mai chi mi segue e regalare sempre nuove risate. Come se ogni produzione televisiva o ogni spettacolo a teatro, fossero sempre i primi.












A partire dal 28 marzo, un nuovo appuntamento riempirà di curiosità e tenerezza il sabato mattina di Rai 2: “Pets – Animali del cuore”, un viaggio in 18 puntate condotto da Lorella Boccia
Alla scoperta dei legami più profondi e possibili tra l’essere umano e gli animali. Un racconto fatto di curiosità, competenza e meraviglia, capace di parlare a grandi e bambini, appassionati e curiosi, con un linguaggio semplice ma competente, in onda a partire dalle 9.40. Tra leggerezza ed empatia, il programma darà spazio a vecchi e nuovi compagni di vita del mondo animale, che animano le nostre case e le nostre abitudini. Se per tradizione cani e gatti occupano il centro della scena domestica, il panorama in realtà è molto più ampio: accanto a loro, troviamo piccoli e grandi mammiferi, e camelidi, ma anche rettili, volatili, anfibi e rapaci. Un mondo sorprendente per colori, stazza, provenienza e caratteristiche comportamentali, che racconta non solo un cambiamento di costume ma anche una nuova consapevolezza nel rapporto con il regno animale. “Pets – Animali del cuore” alternerà in maniera dinamica, stupore e informazione, emozione e competenza, mantenendo una distinzione fondamentale: esi-

stono animali che possono condividere la nostra quotidianità e altri che devono restare nel proprio habitat naturale. In studio e in collegamento, gli esperti forniranno indicazioni concrete e responsabili a chi desidera intraprendere la strada dell’adozione, sia essa tradizionale o meno convenzionale. Il racconto si svilupperà attraverso rubriche, storie personali, incontri e testimonianze, anche di personaggi noti, che faranno visita in studio a Lorella Boccia con i loro amici speciali. Spazio poi all’approfondimento comportamentale con il veterinario Federico Coccia, che si alternerà ad altre figure di professionisti nel corso della stagione, e che illustrerà l’importanza del rinforzo positivo nell’educazione dei cani, spiegando come la gratificazione sia spesso più efficace di rimproveri e divieti. E ancora, si parlerà del riconoscimento degli animali come esseri senzienti, e delle peculiarità ad esempio, del cane lupo cecoslovacco, razza dal carattere forte e adatta a proprietari consapevoli, ma al tempo stesso protagonista impareggiabile sul grande schermo quando il cinema cerca la maestosità del lupo. Il divano di Lorella Boccia diventerà in questi mesi così uno spazio accogliente e dinamico, popolato di creature diverse per specie e temperamento, ma unite da un filo conduttore comune: la relazione.






Presentato il progetto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del Ministro Adolfo Urso e del Sindaco di Pomezia Veronica Felici
L’iniziativa, che ha recentemente ricevuto il permesso a costruire, rientra nel piano di diversificazione strategica ed evoluzione delle infrastrutture digitali implementato da Rai Way, in coerenza con il processo di trasformazione di Rai in una Digital Media Company. Questo percorso vede Rai impegnata anche attraverso lo sviluppo e il consolidamento delle piattaforme digitali RaiPlay e RaiPlay Sound, l’estensione della radio digitale DAB+, l’evoluzione delle modalità di produzione e distribuzione dei contenuti e l’introduzione di standard tecnologici avanzati. Per il ministro Adolfo Urso “In un’epoca in cui la gestione del dato è diventata una questione che investe sia identità culturale che sicurezza nazionale, il progetto Hyperscale segna un passo in avanti concreto nel percorso verso la piena sovranità digitale del Paese. Questo Data Center assicurerà che il patrimonio della Rai - patrimonio di tutti gli italiani - sia custodito in un’infrastruttura sicura, resiliente e radicata sul territorio nazionale. Ancora una volta il servizio pubblico dimostra di saper affrontare la sfida della modernità, coniugando la propria missione storica di broadcaster con quella di una moderna Tech Media Company”. Molte le nuove infrastrutture e le soluzioni digitali che oggi caratterizzano il posizionamento di Rai Way: una Content Delivery Network proprietaria basata su un’architettura distribuita di nodi edge interconnessi con la rete in fibra e con i data center della Società, progettata per supportare la distribuzione efficiente di contenuti audiovisivi e servizi digitali con elevati livelli di affidabilità, sicurezza, scalabilità e bassa latenza, anche a supporto delle piattaforme OTT e delle nuove modalità di fruizione dei contenuti; una rete in fibra ottica proprietaria e resiliente di oltre 6.000 chilometri ad alta capacità, destinata a crescere ulteriormente; una rete di edge data center distribuiti

sul territorio, già attivi a Torino, Firenze, Genova, Venezia e Milano; un’offerta integrata di servizi infrastrutturali e cloud, che spazia dalla colocation allo storage al private cloud, con ambienti dedicati ad alte prestazioni, risorse virtualizzate scalabili e sicure e pieno controllo per la gestione e l’elaborazione dei dati. Una Rai Way moderna che, con l’ottenimento del permesso a costruire il Data Center Hyperscale di Pomezia, potrà sviluppare un nuovo asset strategico, rafforzando il proprio ruolo di player infrastrutturale in grado di supportare l’evoluzione digitale del Paese e di contribuire alla creazione di capacità cloud e di gestione dei dati distribuiti sul territorio nazionale, in una prospettiva di autonomia tecnologica e di sovranità digitale. Il progetto, le cui modalità e tempistiche di sviluppo prevedono anche interlocuzioni con possibili operatori interessati, ha caratteristiche modulari e prevede la costruzione di un hyperscale di ultima generazione su un’area di circa 140.000 metri quadrati, con 16.000 metri quadrati complessivi di data hall distribuiti in quattro edifici indipendenti, ciascuno articolato in quattro data hall da 1.000 metri quadrati. L’infrastruttura sarà progettata secondo standard ANSI/TIA-942 Rated-4, il livello più elevato in termini di affidabilità e resilienza per i data center, e sarà alimentata al 100% da fonti rinnovabili. Il campus potrà sviluppare quattro moduli funzionali, con una potenza IT di 8,8 MW per modulo e una capacità complessiva pari a 35,2 MW, con possibilità di ulteriore espansione. L’architettura sarà altamente flessibile per adattarsi alle esigenze dei clienti hyperscale e cloud, con configurazioni customizzabili in termini di densità, layout e sistemi di raffreddamento.
È inoltre in corso di autorizzazione un impianto fotovoltaico con una capacità iniziale di 5,5 MW, che potrà supportare parzialmente l’approvvigionamento energetico del campus. La scelta di Pomezia e dell’area romana per la realizzazione di questo nuovo asset riflette precise valutazioni strategiche. Roma rappresenta infatti un nodo centrale per lo sviluppo delle infrastrutture digitali del Paese. La vicinanza alle principali landing station dei cavi sottomarini del Mediterraneo, la presenza












di un importante Internet Exchange Point locale e la disponibilità di connessioni in fibra ad alta capacità rendono il territorio un hub naturale per lo sviluppo di servizi cloud e data center di nuova generazione.
La creazione di un grande polo digitale al centro sud consente di rafforzare la resilienza del sistema nazionale e di sviluppare nuove “availability zone” per imprese e pubblica amministrazione in grado di garantire continuità operativa e soluzioni di disaster recovery. Per Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato della Rai, “L’Hyperscale Data Center nel comune di Pomezia costituisce, per Rai Way e per l’intero gruppo Rai, un traguardo importante, in linea con il processo di trasformazione dell’azienda in una moderna Digital MediaCompany e coerente con i principali obiettivi del nostro nuovo Piano Industriale, che ci renderà sempre più sostenibili, competitivi e centrali in un contesto di mercato radicalmente mutato rispetto al passato. Si tratta di un hub dal grande valore strategico non solo in termini di spinta innovativa, transizione digitale e sviluppo industriale del gruppo Rai ma anche per quanto riguarda il territorio circostante, l’indotto e la Nazione tutta poiché, andando a perfezionare e implementare la nostra offerta di servizi digitali, non farà che contribuire alla sicurezza e alla sovranità tecnologica italiana”. Roberto Cecatto, Amministratore Delegato di Rai Way ha affermato: “L’Hyperscale di Pomezia è un progetto
centrale nel piano industriale di Rai Way, che rafforza il proprio patrimonio infrastrutturale e consolida il posizionamento societario quale ecosistema integrato di infrastrutture e servizi digitali, sicuro, sostenibile e interamente italiano, in grado di accompagnare imprese, istituzioni e cittadini nella transizione digitale. Gli investimenti che Rai Way sta realizzando e continuerà a realizzare sono orientati allo sviluppo di infrastrutture sempre più moderne ed efficienti, anche in favore di Rai e al servizio del sistema Paese. Operiamo con la competitività propria di un operatore di mercato, mantenendo salda la nostra vocazione di servizio pubblico e il sostegno alla Capogruppo”. Veronica Felici, Sindaco di Pomezia ha dichiarato: “Abbiamo lavorato negli ultimi anni per rendere possibile questo risultato, che oggi si concretizza in un investimento significativo sulla nostra città. Si tratta di una scelta che conferma Pomezia come un hub dinamico dell’innovazione, capace di attrarre investimenti tecnologici di rilevanza nazionale e di rafforzare il ruolo del nostro territorio nella comunicazione digitale e nelle infrastrutture avanzate. La nostra Amministrazione continuerà a collaborare con Rai Way in tutte le fasi di sviluppo, mettendo a disposizione competenze e strumenti per accompagnare un investimento che rappresenta una nuova prospettiva di crescita per la città e per l’intero territorio”.




Nella Parigi degli anni Trenta, tra ingranaggi nascosti e binari affollati, un ragazzo vive ai margini del mondo custodendo un segreto lasciato dal padre. Un automa misterioso diventa la chiave per svelare una storia fatta di sogni e immagini. L’incontro con una coetanea curiosa lo conduce verso un passato dimenticato, legato al pioniere del cinema Georges Méliès. Martin Scorsese firma un racconto visivo potente e delicato, con Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz e Ben Kingsley. Tra magia e memoria, il viaggio si trasforma in scoperta e meraviglia.


Un commissario dal carattere deciso si muove tra casi complessi e una vita privata tutt’altro che semplice. Napoli e Torino si intrecciano nel suo modo di osservare il mondo e di affrontare le indagini. Cinque storie, cinque enigmi, cinque occasioni per mettere alla prova intuito e determinazione. Lino Troisi dà volto a Walter Filippo Lopresti in una serie diretta da Andrea Camilleri. Accanto a lui Ida Di Benedetto e Mauro Avogadro, in un racconto che mescola tensione e umanità.

Un momento che ha cambiato il modo di raccontare il Paese prende forma attraverso immagini e voci del tempo. Le redazioni si preparano, i volti si affacciano per la prima volta sugli schermi, il racconto dell’attualità si trasforma. Rai Teche ricostruisce l’avvio del TG1 e del TG2 con filmati d’epoca e servizi giorno dopo giorno. È la nascita di un nuovo linguaggio dell’informazione. Un viaggio dentro la memoria collettiva che segna l’inizio di una nuova era televisiva.


In un’isola lontana e sorprendente, un gruppo di amici vive ogni giorno nuove avventure tra creature straordinarie e paesaggi incantati. Ogni scoperta è un’occasione per crescere e imparare qualcosa di nuovo. Tra colori e fantasia, il mondo si apre a possibilità inaspettate. La regia di Sigvaldi J. Kárason guida un racconto ispirato al folklore islandese. Le storie si intrecciano con il fascino del mito e dell’immaginazione. Un viaggio leggero e pieno di stupore.



Disponibile il nuovo podcast di RaiPlay Sound che racconta l’arte come forma di riscatto, anche dietro le sbarre
Su RaiPlay Sound è disponibile il nuovo podcast original “Raffaello in Carcere”, un progetto audio in tre puntate per raccontare la nascita di un’opera d’arte collettiva realizzata da circa cento detenuti e detenute di sei istituti penitenziari italiani. Il podcast è realizzato e curato da Andrea Borgnino. Supervisione del suono e montaggio Alexandra Genzini. Si ringraziano per la collaborazione la Fondazione Francesca Rava – NPH Italia e Mattia Cavanna. Al centro del racconto c’è un grande arazzo collettivo, ispirato al Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio e realizzato nelle stesse dimensioni dell’opera originale. Un lavoro unico, nato da un anno di studio, creatività e impegno, che ha coinvolto giovani detenuti e detenute in un percorso artistico e umano di grande valore simbolico e sociale. Su scampoli di tela, disegnati di getto con semplici pastelli a cera, i partecipanti hanno dato forma

a oltre sessanta personaggi: ritratti, autoritratti, paesaggi e oggetti familiari che raccontano storie personali, modelli di riferimento e desideri di cambiamento. Tutti i frammenti sono stati poi ricomposti e cuciti a mano, trasformandosi in un grande arazzo collettivo. L’opera è nata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava – NPH Italia, ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna. Il lavoro si è svolto tra marzo 2025 e marzo 2026 negli Istituti penali minorili di Bologna, Milano, Roma e Napoli e, in collaborazione con Liberi Dentro, nella Casa circondariale di San Vittore a Milano e nella Casa di reclusione femminile della Giudecca a Venezia. Attraverso le testimonianze dirette dei ragazzi reclusi, insieme alle voci di agenti penitenziari, direttori di istituto, educatori e volontari, il podcast ricostruisce il percorso creativo che ha portato alla nascita dell’arazzo e riflette sul ruolo dell’arte nei processi rieducativi dei giovani e degli adulti autori di reato. Un racconto che intreccia arte, vita e possibilità di riscatto, seguendo la genesi degli oltre sessanta personaggi scelti dai detenuti per questa sorprendente reinterpretazione di uno dei capolavori della storia dell’arte.







Rai Libri presenta “Le donne di Carlo” di Ilaria Grillini, un viaggio nel profilo umano e istituzionale del sovrano britannico attraverso i rapporti con le figure femminili che ne hanno segnato il percorso. Un ritratto inedito tra affetti, scelte difficili e visioni moderne, che restituisce un Carlo III complesso, anticipatore sui temi ambientali e impegnato a guidare la monarchia tra tradizione e cambiamento
Nel suo libro emerge un Carlo III molto diverso da quello spesso raccontato dai media: qual è l’aspetto che più l’ha sorpresa durante la scrittura?
Emerge un Carlo diverso, ma non perché sia cambiato lui. Piuttosto, perché lo scopo del libro è proprio quello di far conoscere meglio una figura sulla quale, forse, in pochi si sono soffermati davvero a riflettere e a studiare. Anche perché accanto a lui ci sono sempre state donne molto forti, presenti, in alcuni casi persino ingombranti, che inevitabilmente hanno finito per sovrastarlo nel racconto pubblico. E così nessuno, o quasi, ha mai dedicato abbastanza tempo a capire davvero che uomo fosse.
Nel racconto emerge anche un lato meno visibile, più intimo e quasi anticipatore dei tempi: quanto pesa questa dimensione nel ritratto che ne viene fuori?
In realtà, Carlo è una persona estremamente intelligente. È uno che affrontava temi come l’ambiente, la sostenibilità e il cambiamento climatico già cinquantacinque anni fa, in un’epoca in cui nessuno ne parlava con la consapevolezza di oggi. Questo, secondo me, basta già a far capire quanto valga la pena fermarsi un momento su di lui. Mi auguro che chi leggerà il libro arrivi alla fine con una sensazione precisa, quasi di sorpresa, e pensi: “Ah, però… non sapevo fosse così”.
Le figure femminili sono state centrali nella vita del sovrano: quale tra queste ha avuto, secondo lei, l’influenza più profonda sul suo carattere?
Direi senza dubbio la madre. Innanzitutto perché è la madre, e già questo, per chiunque, la rende una figura decisiva. Ma nel suo caso parliamo anche della Regina, di quella che per tutti è stata la Regina per antonomasia: impeccabile, perfetta, totalmente dedita al dovere. Nel suo ordine di priorità veniva prima il ruolo, poi l’essere moglie e solo dopo l’essere madre.
Quanto ha inciso il rapporto con Elisabetta II, tra distanza affettiva e senso del dovere, nella costruzione personale di Carlo?
Probabilmente, se ci sono state delle mancanze, sono nate proprio lì, nel rapporto materno. Ma questo non toglie nulla al peso enorme che Elisabetta II ha avuto nella formazione di Carlo. Del resto, ciascuno di noi è il risultato di tante influenze, di tutte le persone con cui cresce e si confronta. E lui, nella sua vita, ha avuto accanto davvero molte donne importanti.
Quanto è stata determinante la presenza di Camilla nella vita di Carlo?
Lei è un’altra figura fondamentale. Perché è stata la donna della sua vita. L’ha amata da ragazzo, e con lei ha attraversato periodi durissimi, scegliendo alla fine di andare contro tutto e tutti pur di poterla sposare. Sappiamo bene com’è andata: il matrimonio precedente era sbagliato fin dall’inizio. Oggi, probabilmente, un’unione del genere non durerebbe quindici anni, forse nemmeno uno. Ma allora lui fece quelle scelte per ragion di Stato. Camilla, però, è rimasta sempre accanto a lui. È stata la sua roccia. Così come la Regina definiva Filippo, ecco, secondo me Camilla è stata e continuerà a essere questo per Carlo.
Quanto è cambiata nel tempo la percezione pubblica di questa figura?
Moltissimo, direi radicalmente. Per anni Camilla è stata odiata. Le tiravano oggetti nei supermercati, la insultavano sotto casa, veniva considerata la donna che aveva distrutto una famiglia e rovinato una favola. In quel racconto pubblico, Diana era la vittima assoluta, quasi una santa, mentre Camilla era il simbolo della colpa. Con il tempo, però, la percezione è cambiata. E questo è accaduto anche perché la realtà era molto più complessa di come veniva raccontata. Camilla è stata molto intelligente: non ha mai parlato. Ha scelto il silenzio, al contrario di Diana che invece ruppe gli schemi con la celebre intervista alla BBC.

Camilla ha aspettato. E nel tempo le persone hanno iniziato a conoscerla meglio, a capire quanto fosse importante per Carlo e quanto il loro legame fosse autentico.
Alla luce di ciò che oggi sappiamo, come cambia il confronto tra Diana e Camilla nella percezione pubblica?
Per certi aspetti Camilla è molto più simile alla Regina di quanto non lo fosse Diana. Hanno interessi comuni, un certo senso della misura, persino passioni condivise come quella per i cavalli, che Diana invece non amava affatto. E poi, col tempo, entra in gioco anche il buon senso. Non si può pensare di costringere una persona a vivere per tutta la vita accanto a qualcuno che non ama. Quel matrimonio era sbagliato fin dall’inizio, e oggi questo lo si riconosce con maggiore lucidità.
Il rapporto con Elisabetta II appare complesso e allo stesso tempo determinante: che tipo di eredità umana e istituzionale gli ha lasciato?
Sono molto diversi, questo è evidente, ma da lei Carlo ha preso il senso del dovere e soprattutto l’esempio. Sa perfettamente come comportarsi, conosce i codici, i tempi, i limiti del ruolo. Da principe ereditario, quando ha espresso opinioni personali, gli è stato subito fatto notare che non poteva farlo, perché la famiglia reale non deve esprimere posizioni politiche. E lui rispose che ne era ben consapevole, ma che si permetteva di farlo proprio perché non era ancora sovrano. Da re non avrebbe più potuto. La madre, infatti, non si esponeva quasi mai. In tutta la sua vita lo ha fatto pochissime volte. Ricordo, per esempio, il G20 di Glasgow, quando sul clima disse: “Speriamo che non restino solo parole”. Aveva un suo linguaggio tutto particolare per comunicare: i gioielli. Le spille erano veri e propri messaggi. Quando arrivò Trump, per esempio, indossò una spilla che le era stata regalata da Obama. In altre occasioni scelse spille legate a momenti specifici, persino a un funerale. Erano messaggi chiarissimi, ma affidati al silenzio. Carlo, invece, è più diretto, più esplicito.
Anche le nuove generazioni, con Kate e Meghan, entrano nel racconto: che impatto hanno avuto sugli equilibri della monarchia contemporanea?
Hanno avuto un impatto enorme, perché rappresentano il futuro. Per molto tempo si è sperato tantissimo nella coppia formata da William e Harry, insieme a Kate e Meghan: i cosiddetti “favolosi quattro”. Sembravano il volto perfetto di una monarchia nuova, più giovane, più vicina alle persone, più internazionale. Poi, però, Meghan non ha accettato il sistema gerarchico della monarchia, le sue regole, i suoi tempi, i suoi vincoli. E Harry, che caratterialmente assomiglia molto a Diana, ha seguito quella strada. Da lì si è aperta una frattura che ha inciso molto sugli equilibri interni.
Oggi il futuro della monarchia è chiaramente incarnato da William e Kate, che godono di un consenso altissimo. Accanto al re ci sono anche figure solidissime come Anna, che è di fatto

il suo braccio destro, ed Edoardo con Sophie, che svolgono un ruolo importante nella tenuta della famiglia reale. Questa è la monarchia di oggi, ma anche quella che si prepara a diventare la monarchia di domani.
Le tensioni familiari, soprattutto quelle che hanno attraversato negli anni la famiglia reale, quanto incidono sull’immagine pubblica e sulla stabilità della monarchia?
Moltissimo. La storia dei Windsor è stata segnata da momenti molto difficili: basti pensare all’abdicazione di Edoardo VIII o alla morte di Diana. Ricordo un’immagine che per me resta simbolica: il feretro di Diana davanti a Buckingham Palace e la Regina che abbassa il capo. Lo fece perché i sudditi lo chiedevano, perché c’era una pressione fortissima da parte dell’opinione pubblica. Anche l’ingresso di Camilla è stato a lungo un tema delicatissimo. Ma oggi, probabilmente, il problema più pesante è stato quello legato al principe Andrea, perché ha scosso in profondità le fondamenta della monarchia. Gli sono stati tolti titoli e incarichi, facendo ricorso perfino a una legge del 1917. Si è discusso della sua posizione, del danno reputazionale, dell’impatto che tutta la vicenda ha avuto sull’istituzione.
Come si inserisce in questo contesto il ruolo della Regina negli ultimi anni?
La Regina, che aveva novantacinque anni, ha affrontato quella situazione come poteva in quel preciso momento della sua vita e del suo regno. C’era anche un legame personale fortissimo, perché Andrea era il figlio prediletto. Questo elemento umano non può essere ignorato. Molte cose, peraltro, sono emerse o sono diventate più chiare dopo la sua morte. Carlo e William hanno spinto per una linea più dura, più netta, più compatibile con l’idea di una monarchia che doveva cercare di proteggere se stessa. Oggi l’obiettivo è evidentemente contenere il danno, ma il peso di tutta la vicenda resta evidente.
Dopo questo lavoro, qual è la chiave di lettura più corretta per comprendere davvero Carlo III e, più in generale, la complessità della monarchia oggi?
Bisogna sempre analizzare tutto con grande attenzione, senza cedere alla tentazione della semplificazione. Da fuori è molto facile giudicare, ma la realtà, soprattutto quando riguarda una famiglia e al tempo stesso un’istituzione, è sempre più complessa di quanto appaia.




Scrivo per chi, come me, si pone domande difficili
«Il momento in cui ho capito che avrei raccontato storie è stato quando ho ritrovato gli appunti che avevo preso a Mosca nel periodo tra il 1990 e la fine del 1993. Erano gli anni critici di passaggio dall’Unione Sovietica alla nuova Russia eltsiniana, dei quali sono stato testimone diretto e in un certo senso privilegiato. Ero in prima fila, ad esempio, quel lunedì 4 ottobre del 1993, il giorno in cui i carri armati di Eltsin hanno dato all’assalto alla cosiddetta “Casa bianca”, dov’erano asserragliati i suoi oppositori. Ecco, tutto quel materiale accumulato a un certo punto mi ha spinto a raccontare la storia di cui ero stato in qualche modo partecipe, dando alle stampe il mio primo romanzo, “La fossa comune”, del quale, nel 2023, è uscita una nuova versione, riveduta e narrativamente più matura, dal titolo “La seconda volta”.»
Difficile riassumere Alessandro Bastasi, trevigiano classe 1949, in poche righe. Attore nella compagnia teatrale di Gino Cavalieri; conduttore radiofonico per Radio Milano Libera; redattore per riviste e quotidiani; laureato in fisica quantistica; professionista con esperienze lavorative tra Stati Uniti, Europa, Africa e Asia. L’approdo alla scrittura è relativamente recente ed è, come ha raccontato, frutto di una vita ricca di stimoli.
La tua nuova uscita – “La metamorfosi della ragione” – è una storia difficile da incasellare. Possiamo definirlo un viaggio nella mente del protagonista?
«Sì, in parte è così, ed è il secondo romanzo che segue questo percorso dopo il precedente Qof uscito nel 2024. Dopo otto noir e due romanzi che possiamo chiamare storici (La scelta di Lazzaro e La seconda volta), ho sentito il bisogno di inoltrarmi in una sfera interiore che non avevo mai esplorato esplicitamente, di affrontare quelle domande che in un certo momento della vita, quando gli anni che ti rimangono da vivere sono in numero molto inferiore rispetto a quelli già vissuti, è quasi d’obbligo – almeno per me - porsi: qual è il tuo ruolo nel mondo? In che rapporto sei con il resto dell’umanità? Perché esisti? Che cos’è la coscienza? Che bisogno c’è che il mondo esista? In questo senso La metamorfosi della ragione vorrebbe essere qualcosa di più di un viaggio nella mente, piuttosto il racconto di una sorta di trasformazione di prospettiva da parte di un uomo che, partendo da rigide certezze scientifiche, approda a una consapevolezza della realtà e in particolare dell’essere umano percepiti oltre il velo delle apparenze, oltre quel velo del quale parlano gli antichi testi induisti e molti filosofi antichi e moderni come ad esempio Schopenhauer. In questo mi ha aiutato anche la mia laurea in fisica quantistica. Leggendo il libro scoprirete come e perché.»
Perché la scelta della narrazione in prima persona?
«Per il racconto di un percorso mentale ed esistenziale mi è sembrato più efficace usare la prima persona perché con questa tecnica narrativa si crea, io penso, la sintonia necessaria tra il ritmo del racconto e la voce di chi scrive, e un legame più

stretto tra il narratore e il lettore, facendo vivere a quest’ultimo in tempo reale le vicende del protagonista, le sue scoperte, le sue emozioni. E tutto sommato è quello che è capitato pure a me come autore: non avevo alcuna scaletta, scrivevo di giorno in giorno seguendo il pensiero e il vissuto del protagonista, senza sapere io stesso che cosa sarebbe successo nel capitolo successivo. Ergo non potevo che scrivere in prima persona.»
A quali lettrici e quali lettori consigli il tuo romanzo?
«Parafrasando Nietzsche, che lo pone come sottotitolo al suo Così parlò Zarathustra, direi che è un “libro per tutti e per nessuno”. Per qualcuno sarà come leggere un fantasy, a qualcun altro può interessare lo sviluppo della storia in sé, ad altri lo stile, la struttura del romanzo con i suoi diversi piani temporali sovrapposti, un fisico può essere affascinato dalle implicazioni del fenomeno dell’entanglement quantistico o dagli aspetti filosofici, e così via. Però, come ho detto sopra, La metamorfosi della ragione non è soltanto questo, nelle mie intenzioni è soprattutto un romanzo che racconta il passaggio a una diversa percezione della realtà, quindi consigliato a chi in qualche modo si pone domande sui legami profondi tra noi e il mondo nel quale siamo immersi. Ma lo consiglio anche (e forse soprattutto) a chi ama la letteratura, non perché io abbia l’arroganza di considerare il mio libretto Alta Letteratura, ma perché - nei suoi riferimenti impliciti ed espliciti - si rivela in diversi punti chiave un omaggio a quei tanti grandi autori che hanno lasciato un segno indelebile sul mio sviluppo di essere umano.»
Laura Costantini


Il 6 maggio 2026 il rocker inaugura la nuova “Arena Milano” con “La prima notte – Music Opening Ceremony”. Non solo un concerto, ma l’inizio simbolico di una nuova stagione per il live entertainment in Italia, tra tecnologia, architettura contemporanea e un’esperienza immersiva senza precedenti
C’è una data destinata a restare nella memoria della musica dal vivo italiana: il 6 maggio 2026. Sarà quella la sera in cui Luciano Ligabue salirà sul palco della nuovissima Arena Milano a Santa Giulia per “La prima notte – Music Opening Ceremony”, diventando il primo artista a esibirsi in quella che si candida a essere la sede più moderna e ambiziosa del Paese.
Un debutto che ha il sapore delle grandi prime volte. Non solo per l’artista, icona del rock italiano capace di attraversare generazioni e linguaggi, ma per uno spazio pensato per ridefinire il concetto stesso di concerto. Dopo aver ospitato le competizioni olimpiche e paralimpiche invernali, l’Arena Milano si prepara a vivere il suo battesimo musicale con uno spettacolo che promette di essere molto più di un live: un’esperienza. Ligabue porterà sul palco la sua energia, i grandi classici e i brani più recenti, ma soprattutto la capacità,

ormai riconosciuta, di trasformare ogni concerto in un racconto collettivo. “Aprire il nostro palco con Ligabue è una dichiarazione d’intenti”, ha spiegato Luca Martinazzoli, Managing Director di Arena Milano. Una scelta che non è solo artistica, ma identitaria. Dello stesso tono le parole di Ligabue, che ha sottolineato il valore simbolico di questo debutto: l’obiettivo è rendere la serata speciale, unica, all’altezza di un’apertura che segna un passaggio importante per tutta la scena musicale italiana.
Ma la vera protagonista, insieme alla musica, sarà proprio l’”Arena Milano”. Situata nel cuore di un quartiere in piena trasformazione come Santa Giulia, la struttura, firmata da David Chipperfield Architects e Arup, si presenta come un nuovo landmark urbano. Non solo un’arena indoor, ma uno spazio pensato per dialogare con la città, grazie anche a una piazza esterna di 12.000 metri quadrati destinata a grandi eventi all’aperto. Tecnologia e comfort sono al centro del progetto. L’acustica è stata studiata per garantire una qualità sonora impeccabile in ogni punto, mentre l’esperienza del pubblico sarà completamente ripensata. Una struttura iconica, con una delle più grandi facciate video d’Europa, capace di trasformare ogni evento in uno spettacolo anche visivo, oltre che musicale. Un nuovo modo di vivere il live, più immersivo, più coinvolgente, più contemporaneo.





Ogni donna in divisa è caratterizzata da eleganza, fermezza e dolcezza: Sara Battistini – Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri racconta la sua esperienza

Araccontare la sua vita in divisa è il Maresciallo Sara Battistini, pilota di elicotteri dei Carabinieri, sposata e con due figli. Il Maresciallo Sara Battistini è stato la prima pilota donna a volare presso il Raggruppamento Aeromobili Carabinieri (RAC) di Pratica di Mare. La sua carriera da pilota di elicotteri ha avuto inizio nel 2008, con il corso di formazione presso il 72° stormo dell’Aeronautica Militare di Frosinone, unica scuola militare nel settore elicotteristico delle Forze Armate e degli altri Corpi dello Stato. Una storia di tenacia, passione e superamento di stereotipi. Una scelta dettata da una forte vocazione e dalla volontà di servire il Paese. Una delle sfide maggiori per le donne in divisa è spesso la conciliazione tra la carriera impegnativa e la vita familiare. Tuttavia, molte riescono a gestire entrambi gli aspetti con successo, diventando un esempio di “straordinaria normalità”. Le donne in divisa come il Maresciallo Sara Battistini dimostrano ogni giorno che le capacità e la determinazione non hanno genere, superando scetticismo iniziale e dimostrando il loro valore in ogni ruolo, anche in quelli tradizionalmente maschili. Maresciallo perché ha scelto la divisa dell’Arma dei Carabinieri? Sin da bambina ho sempre avuto uno spirito altruista e avevo il desiderio di fare qualcosa di concreto per gli altri e per il mio Paese, ero affascinata dai valori che incarnavano i nostri militari e dal loro lavoro. Tuttavia, all’epoca non era ancora consentito alle donne di far parte delle Forze Armate, quindi non associavo questa mia aspirazione ad un lavoro in divisa. Poi, nel 2000, ricordo con grande emozione le notizie apparse sui giornali in merito ai primi arruolamenti delle donne. Fu un argomento molto discusso. E seguii con attenzione tutta la questione. Qualche anno dopo, arrivai alla maggiore età e con il conseguimento del diploma provai subito diversi concorsi. Finalmente potevo seguire la mia vocazione…
Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale?
Dopo la formazione iniziale, il primo impiego è stato presso un Comando Stazione in provincia di Parma. Fu una bellissima esperienza. Dopo poco tempo ho avuto l’opportunità di partecipare ad un concorso interno come pilota di elicottero e da lì si è sviluppata quasi tutta la mia carriera. Il brevetto di pilota militare l’ho conseguito al termine di un corso di circa nove mesi presso il 72° Stormo dell’Aeronautica Militare. Al termine degli studi sono stata trasferita al reparto volo di Roma Urbe. Nel tempo sono stata abilitata al pilotaggio di diversi elicotteri (come l’AB412, l’A109 Power e l’A109 Nexus) e ho svolto diversi corsi aeronautici, che mi hanno permesso di conseguire sempre più qualifiche.
Qual è il suo ruolo attuale?
Da pochi mesi ho lasciato, seppure temporaneamente, l’attività operativa di volo per un nuovo incarico presso la Scuola Marescialli e Brigadieri dell’Arma dei Carabinieri di Velletri, dove sono impiegata nella Sezione Addestramento in qualità di Istrut-
tore. In questo periodo sto accrescendo e diversificando le mie competenze come Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, ma sto cercando anche di trasmettere la mia esperienza agli allievi, con i quali ho la possibilità di interfacciarmi quasi tutti i giorni.
Perché ha scelto di pilotare elicotteri? Ricorda l’emozione del primo “volo”?
Ho sempre avuto una grande e innata passione per il volo. A venti ho iniziato a fare paracadutismo. Poi i primi voli in aliante… Così quando l’Arma dei Carabinieri mi ha dato l’opportunità di partecipare al concorso per pilota di elicottero non ho avuto dubbi: quella sarebbe stata la mia strada. Pilotare un elicottero è già di per sé un’esperienza totalizzante, ma quando poi la si coniuga alle molteplici attività che offre l’Arma dei Carabinieri, come ad esempio lavorare con reparti speciali quali il GIS, i Carabinieri paracadutisti o gli squadroni eliportati, l’attività diventa sempre più coinvolgente e appassionante. Una esperienza unica direi. Ricordo benissimo il mio primo volo, fu nell’estate del 2008 e provai un mix di grande entusiasmo e curiosità poiché dopo mesi di intenso studio finalmente potevo mettere in pratica tutto quello per cui ero stata formata. Ancora più emozionante e adrenalinico fu il primo volo “solista”. Infatti, dopo un esame molto selettivo e circa 20 missioni di volo, mi trovavo per la prima volta sola a volare sull’elicottero. È un momento indimenticabile che resta nel cuore di ogni pilota.
Quali sono le difficoltà e quali i vantaggi del poter volare?
Credo che volare sia il sogno di tantissime persone, ma non sempre, si può realizzare per diversi motivi. In primo luogo perché gli aspiranti piloti devono conseguire un’idoneità al volo che è sia fisica che attitudinale, e anche dopo averla conseguita, va comunque mantenuta ed accertata costantemente. In secondo luogo, è richiesta una grande preparazione tecnica e un continuo aggiornamento sulle normative di volo, sulle best practice e sui mezzi utilizzati, perché nel mondo aeronautico nulla è lasciato al caso. La sicurezza in ogni ambito deve essere sempre al primo posto. Quando si è in volo si è talmente concentrati sulle procedure e sulla missione che ci si dimentica di tutto il resto. Si vive in una sorta di “bolla”, fatta di determinazione ed attenzione ad ogni dettaglio per garantire la massima sicurezza possibile per se stessi e per i propri compagni e per raggiungere il successo di ogni missione. Una sensazione che poi scompare, non appena il carrello di atterraggio tocca di nuovo il suolo
C’è un episodio che porta nel cuore accaduto in volo o comunque nel corso della sua carriera?
Ho vissuto diversi momenti che porto nel cuore, sempre condivisi con tutto l’equipaggio di bordo. L’elicottero è un mezzo che viene richiesto spesso per le emergenze, come la ricerca di persone scomparse, o il soccorso a seguito di calamità naturali, quindi ci si ricorda facilmente di queste missioni più delicate.

Nel 2012, ad esempio, ci fu l’emergenza neve nel centro Italia, molti paesi rimasero isolati per giorni e l’elicottero era l’unico mezzo che poteva raggiungerli. Fu un lavoro senza sosta da parte di tutto il reparto per far fronte alle mille richieste che provenivano dalla cittadinanza. In queste occasioni l’Arma è sempre pronta ad aiutare e dimostra tutta la sua vicinanza alla comunità. Al mio equipaggio furono assegnati dei voli per portare viveri e del personale tecnico in un paese del frusinate che era rimasto isolato e senza corrente elettrica. Fu molto difficile trovare un punto di atterraggio sicuro per quanta neve c’era. Al termine dell’ultima missione, prima di ripartire, si avvicinarono alcuni cittadini per ringraziarci in modo molto sentito. Questi momenti restano impressi perché ci ricordano che il nostro lavoro ha sempre un forte impatto sui cittadini e anche per questo motivo lo dobbiamo svolgere sempre con la massima dedizione e professionalità.
Perché sempre più donne scelgono la divisa?
Le donne scelgono di indossare la divisa probabilmente perché oggi vedono in queste istituzioni un’opportunità concreta di realizzazione personale e professionale. Oggi nell’ Arma, su oltre centomila Carabinieri, circa diecimila unità sono costituite da personale femminile e sono impiegate, al pari degli uomini, negli stessi incarichi operativi, nei diversi ruoli/corpi e specialità, senza alcuna differenza di trattamento, o di mansioni e con gli stessi diritti e doveri. Le donne sono ormai presenti in diverse unità, dalle stazioni, ai reparti investigativi, reparti, scuole e strutture addestrative. Possono essere impiegate anche nelle specializzazioni più selettive come paracadutiste, cinofile, subacquee, piloti di aerei e di elicotteri. Sono esperienze umane e possibilità lavorative che difficilmente possono essere trovate in altri ambienti.
Quali sono i motivi che spingono le donne ed i giovani ad entrare nell’ Arma ?
Sicuramente alla base di questa scelta c’è un forte senso del dovere e il desiderio di mettersi al servizio della collettività. Per molti è anche una scelta vocazionale, legata a valori come la legalità, la giustizia e il rispetto delle istituzioni. Ma bisogna considerare anche che l’Arma dei Carabinieri offre un percorso professionale solido e dinamico, altamente gratificante, con molte possibilità di crescita e di specializzazione. Sono elementi che attirano i giovani in cerca di stabilità ma anche di stimoli e responsabilità. Per quanto riguarda le donne, oltre a questi aspetti, c’è anche la volontà di affermarsi in un contesto che oggi è sempre più inclusivo e aperto, dove il contributo femminile è riconosciuto e valorizzato. In generale, ciò che accomuna tutti è la motivazione a fare la differenza, indossando una divisa che rappresenta non solo un lavoro, ma una vera e propria missione.
I cittadini amano i Carabinieri. Perché secondo lei? Nella città in cui opera qual è la percezione di sicurezza?

L’Arma dei Carabinieri è presente in modo capillare sul territorio italiano, ed è sempre pronta ad aiutare chi ha bisogno. Questo permette di farsi conoscere pienamente e creare un rapporto di fiducia con la popolazione. Nella città in cui opero la percezione di sicurezza è generalmente buona, i cittadini si sentono tutelati grazie alla presenza attiva delle forze dell’ordine e alle attività di prevenzione e controllo. Tuttavia, come in ogni contesto urbano, esistono delle criticità che sono costantemente monitorate. Ma nel complesso il senso di sicurezza è positivo.
Difficile conciliare lavoro e famiglia?
Penso sia sempre difficile. In ogni lavoro. Soprattutto se si hanno figli in tenera età, ma non direi impossibile, con una buona organizzazione familiare si può conciliare il lavoro con la famiglia. Sono madre di due figli, pertanto capisco pienamente sia le esigenze personali e scolastiche dei bambini che le esigenze di servizio, ma chi indossa una divisa viene addestrato a gestire bene il proprio tempo e a mantenere un equilibrio sereno. Sostanzialmente è questo il segreto per armonizzare i vari impegni.
Un consiglio alle giovani donne e uomini che vogliono intraprendere la sua carriera.
Ai giovani che vogliono intraprendere la carriera nell’ Arma dei Carabinieri suggerisco di scegliere seguendo la loro attitudine, non solo per l’aspetto lavorativo in sé. Il Carabiniere deve avere delle qualità imprescindibili per svolgere egregiamente il suo servizio: deve avere onestà intellettuale, deve essere rispettoso e soprattutto responsabile. Consiglio anche di mantenere viva la loro passione nel corso degli anni continuando a coltivare la propria curiosità, formarsi continuamente e credere in loro stessi anche quando può sembrare difficile. È un percorso che certamente richiede impegno e talvolta sacrifici, ma che permette di avere anche grandi soddisfazioni umane e professionali. Per ultimo, ma non per importanza, ricordo ai giovani che non si è mai da soli ad affrontare le difficoltà che si presentano, si impara presto a lavorare in squadra e durante ogni percorso professionale ci saranno sempre amici e colleghi pronti a supportarvi.




“Città Segrete” è il viaggio di Corrado Augias dentro le storie, i simboli e i protagonisti che hanno plasmato l’identità delle grandi metropoli. Rai
Cultura ripropone su Rai 5, da venerdì 27 marzo alle 21.20, alcune puntate della serie
Corrado Augias accompagna il telespettatore in una narrazione della sua New York: storie note, talvolta leggendarie, talvolta al contrario quasi sconosciute. Ella Fitzgerald, Marilyn Monroe, Nikola Tesla, Jean Michel Basquiat, Malcolm X, Jackie Kennedy, Amelia Earhart, Frédéric Auguste Bartholdi, Joe Petrosino e un insolito Meucci. Dopo la prima puntata su New York, il viaggio proseguirà venerdì 3 aprile con il secondo episodio ambientato nella metropoli americana e si concluderà venerdì 10 aprile con la puntata dedicata a Torino. Un percorso in tre serate per riscoprire lo sguardo unico di Corrado Augias sulle città e le loro storie.


FILM
Ben is back
Julia Roberts e Lucas Hedges sono gli interpreti del dramma familiare diretto da Peter Hedges in onda lunedì 23 marzo alle 21.20

Film Siccità
In un futuro imminente, in una Roma totalmente arida nella quale non piove da tre anni, il Tevere si è seccato e le riserve idriche stanno per finire. Visione distopica al centro del film di Paolo Virzì in onda martedì 24 marzo alle 21.20

Documentario
Io, noi e Gaber
Un ritratto vivido del “Signor G”, protagonista di una delle pagine più preziose della storia culturale del nostro Paese. Giovedì 26 marzo alle 21.20

L’Albero
Prima Visione RAI
In occasione della giornata mondiale del teatro, Rai Cultura propone, venerdì 27 marzo alle 18.55 lo spettacolo “L’albero della Storia cresce forte e morto.”

Di là dal fiume e tra gli alberi
Modena, l’ombra della torre
Giuseppe Sansonna fa tappa a Modena, città emiliana di primati ed eccellenze riconosciute in tutto il mondo. In onda mercoledì 25 marzo alle 22.35

Omero non piange mai
Una Piccola Odissea
Viaggio nel “racconto di racconti”. Proprio il suo essere costruita mirabilmente per la lettura, la rende difficile da raccontare a teatro. In onda sabato 28 marzo alle 21.20
Film Mission
Il capolavoro cinematografico diretto da Roland Joffè è proposto domenica
29 marzo alle 21.20





La programmazione Rai Cultura. Da “Viva la storia” a “Passato e Presente” a “Pietre d’inciampo”
Il 24 marzo 1944, i nazisti, guidati dal colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke, fucilano, nei pressi di Roma, 335 persone. La strage, conosciuta come “l’Eccidio delle Fosse Ardeatine”, è la reazione all’attentato di Via Rasella, organizzato dai Gruppi di Azione Patriottica nelle 24 ore precedenti, dove avevano trovato la morte 33 militari tedeschi. Una pagina tragica della storia italiana ricordata da Rai Cultura, nel giorno dell’anniversario, martedì 24 marzo, su Rai Storia. Si parte alle 11.30 – e in replica alle 19.30 - con una puntata di “Viva la

storia”. Alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia, nella puntata di “Passato e Presente”, Paolo Mieli e la professoressa Isabella Insolvibile ricordano il Generale Martelli Castaldi: dopo l’8 settembre 1943 decide di partecipare alla Resistenza romana, militando nel Fronte Militare Clandestino. Alle 15.00, con Annalena Benini, per la serie “Pietre d’inciampo”, si ripercorre la storia di due giovanissimi amici, Orlando Orlandi Posti e Ferdinando Agnini, di 18 e 20 anni, membri della resistenza studentesca di Montesacro, imprigionati e torturati nel carcere di Via Tasso di Roma e assassinati nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Si chiude alle 23.00, sempre su Rai Storia, con lo spettacolo teatrale di Francesca Comencini “Tante facce nella memoria”.

Omaggio a Franco Battiato
Il ricordo di Rai Cultura nell’anniversario della nascita
La prima apparizione tv, datata 1° maggio 1967, nello spettacolo beat “Diamoci del tu”. Si apre così la “galleria” di apparizioni televisive che Rai Cultura propone in “Franco Battiato. Sei un essere speciale”, in onda lunedì 23 marzo alle 18

Que viva musica!
Omaggio a Gianni Minà
In occasione dell’anniversario della scomparsa del giornalista. Da giovedì 26 marzo alle 18.30

Documenti
Omaggio a Dario Fo
In occasione del centenario della nascita di Dario Fo, Rai Cultura propone un doppio appuntamento martedì 24 marzo su Rai Storia. Alle ore 8.45 e alle ore 12.15

Documenti
Omaggio a Paolo Poli
“Babau 70” scritto da Paolo Poli e Ida Omboni, sua geniale collaboratrice, che Rai Cultura ripropone per “Grandi della Tv” con Edoardo Camurri, in occasione del decennale della scomparsa di Paolo Poli, mercoledì 25 marzo alle 12.15

Passato e Presente
Mussolini a Caprera 19231942
Paolo Mieli e la professoressa Paola Salvatori ne parlano venerdì 27 marzo alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia

Cinema Italia
Dramma della gelosia - Tutti i particolari in cronaca
Di Ettore Scola, con Monica Vitti, Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini, in onda sabato 28 marzo alle 21.10 su Rai Storia per il ciclo “Cinema Italia”
Passato e presente
La Guerra di Crimea
Paolo Mieli e il professor Adriano
Roccucci ne parlano domenica 29 marzo alle 20.30




Film di animazione di Joe Brrumm in onda su Rai
Yoyo tutti i giorni alle 7 e alle ore 13.30 e dalla domenica al venerdì alle ore 20.45
Continuano gli episodi della vivacissima cucciola di pastore australiano, che adora giocare e trasformare la vita quotidiana di tutta la famiglia in avventure straordinarie. Con la sorellina, Bingo, si lancia all’esplorazione del mondo che spesso coincide con le mura domestiche, e usa il gioco per vincere le paure tipiche dell’infanzia e sperimentare la vita degli adulti. La loro mamma ha ripreso il lavoro e le due cucciole coinvolgono soprattutto il papà, che lavora da casa, nei loro giochi di finzione. La BBC ha partecipato alla produzione ritenen-
do la serie ideale per una visione condivisa: un programma tenero e divertente, con al centro dinamiche familiari riconoscibili che coinvolgono genitori e figli piccoli allo stesso modo. La serie, che ha avuto premi e riconoscimenti internazionali. è ricca di componenti emozionali così come di humor, e ritrae con precise pennellate situazioni reali in cui la famiglia contemporanea si riconosce facilmente. La serie ha avuto premi e riconoscimenti internazionali perché sottolinea l’importanza del gioco d’immaginazione per una equilibrata formazione intellettuale, fisica ed emotiva del bambino ma, allo stesso tempo, ha riscosso un autentico successo di pubblico. I bambini si divertono perché in ogni episodio il tema centrale è il gioco, mentre il racconto ha elementi così genuinamente reali che riesce a coinvolgere e divertire tutta la famiglia.


Film d’animazione onda sabato 28 marzo alle 19.30 e domenica 29 alle 15 su Rai Gulp
Linda e sua madre, Pauline, non vanno d’accordo, sono molto addolorate per la perdita di Giulio, il loro caro padre/marito, morto anni prima all’improvviso dopo avergli servito a tavola il pollo con i peperoni. Un ennesimo litigio causato da un malinteso, e la madre, per riconciliarsi con la figlia accetta di cucinarle quello stesso pollo con peperoni. La ricerca di un pollo durante
uno sciopero generale scatenerà una specie di “on the road” divertente, caotico e introspettivo che coinvolgerà le giovani amiche di Linda, vari adulti, poliziotti imbranati e alla fine un intero quartiere. Mescolando il fantastico e il quotidiano, Laudenbach e Malta danno vita a una peculiare forma d’animazione che sembra danzare tra il reale e l’astratto. Un film che parla di lutto e amore per la vita con sensibilità e rispetto. Il film è stato premiato alla 41esima edizione del Torino Film Festival per la migliore sceneggiatura. Ha vinto il César 2024 come Miglior film d’animazione e il Cristallo d’argento a Annecy nel 2023.!
















Laura Linney, Kathy Bates e Maggie Smith guidano un racconto al femminile che attraversa amicizia, memoria e riconciliazione. Chrissie torna a Dublino dopo quarant’anni vissuti negli Stati Uniti, richiamata dalla morte della madre, e si ritrova faccia a faccia con Eileen e Lily, due figure centrali del suo passato. Un viaggio a Lourdes diventa il pretesto per affrontare vecchi rancori e verità mai dette, in un percorso che mescola momenti di leggerezza a passaggi più intimi e dolorosi. Thaddeus O’Sullivan costruisce una narrazione delicata, sostenuta anche dalla presenza di Stephen Rea, capace di alternare ironia e profondità in un film che riflette sul tempo, sulle scelte e sulle seconde possibilità.
Jimmy Bobo – Bullet to the Head – Mercoledì 25 marzo ore 21.10 – Anno 2012 – Regia di Walter Hill

Sylvester Stallone è Jimmy Bobo, killer professionista con un codice tutto suo, abituato a muoversi nel mondo della criminalità senza fare sconti a nessuno. Dopo l’omicidio del suo socio, si ritrova a collaborare con un giovane poliziotto coreano, interpretato da Sung Kang, in un’indagine che li porta a scoprire un sistema di corruzione molto più ampio del previsto. Tra inseguimenti, sparatorie e combattimenti corpo a corpo, il film costruisce una dinamica fatta di diffidenza e alleanza forzata, mentre Sarah Shahi completa il cast principale. Walter Hill, autore di culto, dirige con uno stile asciutto e diretto, richiamando il suo cinema d’azione più classico e puntando tutto su ritmo, tensione e caratteri forti.

The Miracle Club – Giovedì 26 marzo ore 21.10 Anno 2023 – Regia di Thaddeus O’Sullivan




– Venerdì 27 marzo ore 21.20

Mark Wahlberg interpreta Evan McCauley, un uomo perseguitato da ricordi che non riesce a collocare, visioni che si rivelano essere frammenti di vite passate. Quando entra in contatto con una misteriosa organizzazione chiamata “Infinites”, scopre di appartenere a una ristretta cerchia di individui capaci di reincarnarsi mantenendo memoria delle proprie esperienze. Accanto a lui Chiwetel Ejiofor, nel ruolo dell’antagonista deciso a interrompere questo ciclo millenario, mentre Antoine Fuqua dirige un action fantascientifico ad alto tasso spettacolare. Tra inseguimenti, combattimenti e sequenze visivamente potenti, il film costruisce un racconto che intreccia adrenalina e riflessione su identità, destino e possibilità di cambiare il corso della propria esistenza.
Mathieu Kassovitz dirige e interpreta il capitano Philippe Legorjus in un film ispirato alla crisi reale di Ouvéa del 1988, nella Nuova Caledonia sotto dominio francese. Quando un gruppo di indipendentisti kanak prende in ostaggio alcuni gendarmi, Legorjus viene inviato per negoziare una soluzione pacifica, ma si trova presto intrappolato tra pressioni politiche, strategie militari e una situazione sempre più instabile. Accanto a lui recitano Iabe Lapacas, Malik Zidi e Alexandre Steiger, in un racconto teso e rigoroso che ricostruisce una pagina poco conosciuta della storia francese recente. Il film mette al centro il conflitto tra diplomazia e uso della forza, mostrando quanto sia fragile l’equilibrio quando le decisioni diventano inevitabilmente politiche e umane allo stesso tempo.







