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Radiocorriere Tv n 11 Anno 95

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QUANDO A VINCERE

È LA CANZONE

Ciao Enrica

Se ne è andata Enrica Bonaccorti e con lei un’ampia pagina della televisione italiana. La Rai ne ricorda il garbo, l’eleganza, la professionalità e il grande rispetto per il pubblico.

Poliedrica e versatile spazia dal teatro al cinema, dalla radio alla televisione. In Rai approda alla fine degli anni ’70 con “Sesso Forte”. L’affermazione definitiva arriva negli anni ’80 con “Italia Sera” e poi

a seguire, raccogliendo l’eredità di Raffaella Carrà che lascia il timone di “Pronto, Raffaella?”. La sua conduzione a “Pronto, chi gioca?” ottiene un grande successo. Negli anni ’90, tra l’altro, si ricorda il suo felice approdo alla radio del Servizio Pubblico. Il RadiocorriereTv ha accompagnato nel corso degli anni, anche con le sue copertine, un percorso professionale e umano capace di lasciare il segno negli spettatori. 

SOMMARIO

CARLUCCI

Sabato 21 marzo in prima serata su Rai 1 l’amata conduttrice sarà al timone della nuova edizione di “Canzonissima” 4

I 50 ANNI DEL TG2

Con la fine del telegiornale unico, il 15 marzo 1976 sul Secondo Programma nasceva la nuova testata. La Rai festeggia oggi la ricorrenza con il docu “Tg2 50 anni di notizie” e con “1976: la nascita dei due tg” su RaiPlay

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LINO GUANCIALE

Intervista all’attore protagonista di “Le libere donne”, il martedì in prima serata su Rai 1

LA RAI PER LE GIORNATE FAI

Sabato 21 e domenica 22 marzo 780 luoghi aperti in 400 città di tutta Italia per l’atteso appuntamento di primavera

26

GUERRIERI, LA REGOLA DELL’EQUILIBRIO

Le interviste del RadiocorriereTv a Ivana Lotito, Francesco Colella, Michele Venitucci. La serie è in onda il lunedì in prima serata su Rai 1

22

ROMANO REGGIANI

Nei panni del nuovo giovane direttore dell’IPM, l’attore bolognese entra nel cast della sesta stagione di “Mare fuori”, su RaiPlay e presto su Rai 2

28

La comicità di Uccio De Santis il venerdì in seconda serata su Rai 2

MARIA LATELLA

In libreria con “La sfida delle idee. Sei voci della cultura internazionale raccontano il tempo che viviamo”, pubblicato da Rai Libri

3.0

A vent’anni di distanza dal film cult di Fausto Brizzi, il 19 marzo arriva nelle sale il reboot con Sabrina Ferilli, Tommaso Cassissa, Gian Marco Tognazzi

DONNE IN PRIMA LINEA

Il Commissario Capo della Polizia di Stato Cristiana Di Santo in servizio presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, racconta la sua esperienza in divisa

novità di Rai Yoyo e Rai Gulp

La Rai si racconta in digitale 32

Quel che si cela dietro una storia letteraria

Patty Pravo, è Opera. Un nuovo capitolo discografico celebra i sessant’anni di carriera di una delle voci più libere e imprevedibili della musica italiana

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai

Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay

Una selezione dei film in programma sulle reti Rai

MILLY CARLUCCI

Musica,maestro

Il 21 marzo in diretta in prima serata su Rai 1

l’amata conduttrice sarà al timone di “Canzonissima”: «Un viaggio tra le canzoni più belle di sempre dove ognuno ritroverà un pezzetto della propria vita»

Riportare in scena uno dei programmi più amati della tv italiana è sicuramente una bella responsabilità, cosa l’ha spinta a questa sfida?

“Canzonissima” è uno dei titoli mitici, fa parte del patrimonio storico del Servizio Pubblico. Nel suo tesoro di famiglia Rai 1 ha delle trasmissioni che già solo a citarle provi gioia. Certo, oggi la sfida enorme è quella di riportare in onda un programma così importante senza deludere il pubblico, rinnovandolo di 50 anni, dandogli una veste che sia aggiornata al 2026. È un’operazione fatta in passato anche per “Ballando con le stelle”, reboot di un programma storico della BBC, in onda dal 1949 al 1999, che si chiamava “Come Dancing”. Dismesso per circa cinque anni, ha poi ridebuttato con un titolo leggermente diverso, “Strictly Come Dancing”, e un adeguamento anche strutturale. Un’operazione simile a quella che stiamo facendo con “Canzonissima”.

Dal 21 marzo che spettacolo vedremo?

Una grande passerella di canzoni bellissime, le più famose, quelle che più hanno entusiasmato tante generazioni per molti anni in modi e in circostanze diversi. Ogni puntata avrà un tema e noi chiederemo ai nostri artisti di scegliere un brano, che in alcuni casi sarà una cover: la serata d’apertura sarà quella della canzone del cuore, quella che li ha spinti a diventare cantanti e che ha cambiato la loro vita. Avremo poi due puntate in cui si esibiranno nei loro più grandi successi. Sarà un percorso emotivo e artistico di un gruppo di grandissimi cantanti contemporanei che ci daranno la loro visione della musica italiana. È un racconto un po’ diverso, ma fatto di grandissimi successi.

Una sfida tra canzoni…

Ogni puntata ci darà una canzone vincitrice scelta da artisti, opinionisti e pubblico a casa. La mescolanza di queste tre nomination ci porterà alla canzonissima di puntata. Il coin-

volgimento dei telespettatori è fondamentale per la riuscita del programma, dal salotto di casa potranno ripercorrere la nostra storia musicale e votare per i brani del loro cuore, quelli che vogliono consegnare ai figli e ai nipoti.

Come ha scelto il cast di “Canzonissima”?

Il criterio è stato quello della contemporaneità, di personaggi che oggi sono significativi nell’immaginario collettivo, alcuni di loro sono stati protagonisti all’ultimo Sanremo. Sono tutti artisti che raccontano le nostre emozioni.

Una grande scenografia, l’orchestra, il corpo di ballo… sarà un vero e proprio ritorno al varietà?

Sarà un ritorno al grande spettacolo, perché “Canzonissima” ti impone questo. Certo, oggi non sono più i tempi in cui si dedicava un mese intero a preparare un balletto o sei mesi per organizzare un programma. I tempi sono molto più stretti, devi reagire alle difficoltà con determinazione, serve capacità di scelta immediata. Spesso non hai la possibilità di cambiare idea perché dopo pochi giorni sei già in onda. A fare spettacolo, insieme al cast, saranno anche gli ospiti che verranno a trovarci nel corso delle singole puntate.

Alla conduzione di “Canzonissima” si sono alternati i più grandi della tv, da Renato Tagliani a Delia Scala, da Mina a Corrado, Pippo Baudo, Raffella Carrà… come sarà la sua conduzione e che cosa porta con sé dei giganti che l’hanno preceduta?

Mi avvicino a questa conduzione con estrema umiltà, perché non mi voglio mettere in fila, anche se ultima, dopo i nomi che ha citato, che sono entrati nel mito e nella storia della televisione. Io sono una piccola rotellina di un gigantesco meccanismo che si chiama “Canzonissima”, in cui cercherò di essere, come faccio sempre nelle trasmissioni, semplicemente colei che porge l’occasione a un grande protagonista di espandersi e di essere completamente se stesso sul palco. Voglio essere una facilitatrice, non una protagonista.

A proposito di canzoni del cuore, quali sono le canzonissime di Milly Carlucci?

Ce ne sono tante, legate a ogni singolo momento della vita. Voglio ricordarne una che mi cantava mamma quando ero piccolissima, “Aprite le finestre”, portata al successo da

Franca Raimondi (brano vincitore di Sanremo 1956). Quella canzone mi riporta ai pochi mesi che la mia famiglia passò a Torino, dove mio padre lavorava, è uno dei miei primissimi ricordi da bambina, quelli che non si cancellano. Ricordo poi la musica che ascoltavo negli anni del liceo, Lucio Battisti, Claudio Baglioni…

La forza evocativa della musica…

Negli anni successivi ho viaggiato molto, e porto con me un patrimonio di concerti di grandi autori internazionali.

E poi ci sono le interpretazioni di Mina, penso a “Due note”, le sigle indimenticabili della televisione. A riportarmi indietro nel tempo sono anche i primi successi di Gianni Morandi, “In ginocchio da te”, “Scende la pioggia”, sentiti mille volte alla radio, in tv, al cinema nei musicarelli, come fai a non ricordarli?

Un viaggio nel tempo, fino ai giorni nostri…

Ci sarà di tutto, sarà un viaggio nelle emozioni. E ognuno ritroverà un pezzetto della propria vita. 

Le Stelle di Canzonissima

Riccardo Cocciante

Paolo Jannacci

Elio e le storie tese

Arisa

Vittorio Grigolo

Leo Gassman

Enrico Ruggeri

Fabrizio Moro

Malika Ayane

Irene Grandi

Elettra Lamborghini

Fausto Leali

Michele Bravi

Jalisse

I 50 ANNI DEL TG2

Con la fine del telegiornale unico, il 15 marzo 1976 sul Secondo Programma nasceva la nuova testata diretta da Andrea Barbato.

La Rai festeggia oggi la ricorrenza, tra le iniziative il docu di Rai Documentari “Tg2 50 anni di notizie” e, su RaiPlay, “1976: la nascita dei due tg” a cura di Rai Teche

Il 15 marzo 1976 segna una svolta storica per il Servizio Pubblico televisivo: il telegiornale unico lascia il posto a due testate distinte, Tg1 e Tg2, nate dalla Riforma della Rai con l’obiettivo di ampliare il pluralismo e la varietà dell’informazione. In occasione del 50° anniversario del Tg2, oggi diretto da Antonio Preziosi, domenica 15 marzo il Museo MAXXI di Roma ha ospitato una giornata evento dedicata alla storia e al ruolo di uno dei telegiornali più rappresentativi della televisione italiana. Nel corso dell’iniziativa è stato presentato il documentario celebrativo “Tg2 50 anni di notizie”, alla presenza dei vertici aziendali Rai e di numerosi protagonisti di ieri e di oggi della vita del telegiornale. Il documentario, realizzato da Rai Documentari in collaborazione con il Tg2 con la partecipazione di Laura Sansavini e il contributo

del CPTV di Roma, ripercorre attraverso immagini d’archivio e testimonianze le tappe più significative della storia del telegiornale della seconda rete.

La rivoluzione nell’informazione Rai del 1976 è oggi ripercorsa anche da Rai Teche con la pubblicazione di “1976: la nascita dei due tg” che propone una selezione di filmati dell’epoca organizzati in tre sezioni. La raccolta restituisce l’impegno, la passione e l’energia profusa da giornalisti, tecnici e maestranze nelle prime due settimane di messa in onda di un progetto estremamente ambizioso. La prima parte del percorso, messo a punto da Rai Teche, costituisce una sorta di premessa e documenta il frenetico trasloco delle redazioni all’interno del Centro di Produzione di via Teulada: tra scrivanie da sistemare e faldoni da archiviare, i cronisti e i volti storici della Rai condividono ansie e aspettative per l’imminente debutto. Sono figure che hanno plasmato il giornalismo italiano e che, con il loro lavoro quotidiano, rendono tangibile la portata di questa trasformazione. Le altre due sezioni ripropongono invece i servizi trasmessi originariamente dalle due testate nei primi 15 giorni di emissione: per ogni giornata (dal 15 marzo al 1° aprile) è stato selezionato un contributo emblematico, capace di rievocare con efficacia l’esordio di un’informazione rinnovata e dinamica.

Poeta della mente

Un rapporto attore – regista che si consolida con “L’invisibile”, miniserie – di successo - sulla cattura di Matteo Messina Denaro, e la scelta di rendere l’attore abruzzese protagonista di “Le libere donne” e raccontare la storia di Mario Tobino: «La sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica». Il lunedì in prima serata Rai 1

Come hai incontrato la figura di Mario Tobino e cosa l’ha colpita di più nel prepararsi a questo lavoro?

Io conoscevo Tobino perché avevo letto alcune sue cose da ragazzo e avevo ammirato la sua scrittura, ma non come psichiatra, come medico. Prepararmi per questo lavoro mi ha portato a comprendere come in realtà non sia scindibile il poeta, il letterato, dal medico. In Tobino queste due dimensioni sono state profondamente legate: la sua migliore letteratura si è nutrita del suo impegno medico e, allo stesso tempo, la sua capacità di psichiatra umanista — portatore di una visione nuova all’interno dei manicomi in cui ha lavorato — si è nutrita moltissimo della sua sensibilità artistica. La prima cosa che mi ha colpito è stata quindi conoscere più a fondo questo grande protagonista della cultura italiana, che per primo ha squarciato il velo su quello che accadeva negli ospedali psichiatrici, soprattutto alle donne. Raccontare cosa succedeva alle donne nei manicomi significava in realtà raccontare la condizione femminile in generale. Le donne non avevano potere: gli uomini avevano l’appoggio della legge, avevano la potestà quasi totale sulla vita delle proprie mogli. Questo significava che il manicomio diventava, brutalmente, una soluzione, a volte un’alternativa al femminicidio. Donne che non avevano nulla a che fare con la follia venivano rinchiuse lì dentro e dimenticate da tutti, cancellate probabilmente perché erano troppo libere o tentavano di esserlo più di quanto il mondo permettesse loro.

All’epoca l’idea di follia era molto diversa da oggi. Quanto conta questo contesto nella storia che raccontate?

Allora l’orizzonte della follia era ancora più misterioso di quanto non lo sia adesso. Non esisteva l’universo terapeutico e diagnostico che abbiamo oggi. Bastava che una persona fosse

scomoda e il manicomio diventava un baratro perfetto dove farla sparire, senza lasciare traccia. Il lavoro di Tobino apre uno sguardo nuovo su tutto questo. Offre finalmente una possibilità di conoscenza e di visibilità che prima non esisteva. Non è un caso che quel libro diventi il suo primo grande libro: è un’opera che formalizza la sua voce poetica ma è anche un gesto civile di enorme importanza. Questo progetto mi ha conquistato proprio per questo: è una storia che oggi parla ancora di affettività, di libertà, e della necessità di specchiarci in un passato che sembra più brutale del nostro, ma forse lo è solo apparentemente.

Perché questa storia continua a parlarci così tanto anche oggi? Perché se siamo andati avanti sul piano giuridico, sul piano culturale quello stesso machismo maschiocentrico, che è alla base della mentalità che Tobino denuncia, ce lo portiamo ancora molto addosso. Essere un uomo come Mario Tobino significa anche questo: riuscire a spostarsi da quella visione maschiocentrica e mettere in primo piano delle donne che non avevano dignità, valore, neppure un nome. Restituire loro un valore e mostrarlo alla società. Non so quanto lui fosse consapevole della portata di questo gesto, ma sono sicuro che pensasse fosse semplicemente la cosa giusta da fare: pubblicare un libro simile, che non era mai stato pubblicato nel nostro Paese. E credo che, facendo questo, abbia accumulato un credito enorme nei confronti delle donne e anche nei confronti di noi uomini del XXI secolo.

Cosa ha significato per lei interpretare una figura come Tobino? Tobino ha vissuto trentacinque anni dentro il manicomio. Non faceva solo il medico: viveva con le persone che erano lì dentro, con i malati di mente o con quelli che venivano considerati tali. Era un uomo che viveva con una coerenza totale rispetto alla propria vocazione. Michele Soavi, il regista della serie — un grande regista — racconta che Tobino era una figura familiare nella sua storia personale. Per anni, infatti, è stato il compagno di sua nonna, Paola Lelli, vedova di Adriano Olivetti e sorella di Natalia Ginzburg, e lo ha considerato un secondo nonno. Ce lo ha descritto come una persona molto serena, felice della vita che aveva scelto, aveva persino comprato casa in centro a Lucca, ma non ci ha mai voluto vivere: ha preferito restare accanto ai suoi pazienti. Qualcuno potrebbe leggere in questa scelta una specie di ossessione, ma io penso sia semplicemente la scelta libera di un uomo che ha deciso di vivere in totale integrità con la propria missione. E questa integrità, questa spina dorsale morale così forte, oggi può essere una grande fonte di ispirazione.

Parliamo del personaggio di Margherita. Cosa rappresenta il legame con Tobino?

Margherita è una grande invenzione letteraria della sceneggiatura. L’altra donna presente nella serie, Paola Olivetti, interpretata da Gaia Nanni, è stata davvero la donna della vita di Tobino. Margherita invece è una figura simbolica, un personaggio in cui confluiscono tante donne che Tobino ha incontrato nel suo percorso negli ospedali psichiatrici. Donne che erano finite lì dentro per motivi che con la follia non avevano nulla a che fare. Io credo che Margherita rappresenti metaforicamente l’amore immenso che Tobino ha per la giustizia. Conoscerla e liberarla diventa la sua grande missione. Liberando lei sente di liberare anche se stesso, di rendere il mondo un po’ più giusto. Dentro questa missione c’è anche una storia di innamoramento e di fascinazione, che io ho sempre letto come una grande allegoria: il fascino che la follia esercita su chi cerca di comprenderla e, più in generale, l’amore per la giustizia.

Perché secondo lei abbiamo ancora così tanta paura della malattia mentale, mentre normalizziamo la violenza?

Credo dipenda molto dall’abitudine ad accettare l’idea che il mondo funzioni così. Le guerre ci sono sempre state, esiste un ordine mondiale che mette l’uomo al centro e la donna da un’altra parte. E spesso ci diciamo: un motivo ci sarà. Io faccio parte del collettivo “Una Nessuna Centomila”, e negli ultimi anni hanno iniziato a entrarne a far parte anche gli uomini. È un passaggio molto importante. Stiamo lavorando anche con

filosofi come Lorenzo Gasparrini per capire cosa ci impedisce di superare certi modelli culturali. E ci rendiamo conto che noi uomini siamo spesso le prime vittime di una visione maschile rigidissima. Ci viene insegnato a non chiedere aiuto, a non prenderci cura di noi stessi, a dimostrare continuamente la nostra forza, ma così facendo diventiamo incapaci di prenderci cura anche degli altri. Accettare la propria vulnerabilità non significa essere deboli, ma iniziare a costruire un’idea diversa di benessere e di relazione. Ed è anche il primo passo per costruire una vera parità tra uomini e donne.

Chiudiamo con una nota più leggera… com’è stato lavorare con Fabrizio Biggio?

La serie affronta temi molto duri, ma è anche una grande storia di amicizia e di umanità. In mezzo a un contesto violento e a un periodo storico terribile, questi personaggi cercano comunque allegria, libertà, bellezza. E in questo Fabrizio Biggio è stato fondamentale. Il suo personaggio non è solo quello che alleggerisce la storia: è un personaggio a tutto tondo, molto bello sia nelle note più leggere sia in quelle più profonde. Lavorare con lui è stato meraviglioso. Ha aiutato tutti noi a trovare il tono giusto per raccontare una storia così drammatica con una leggerezza profondamente umana. E ora che ho detto tutto il bene possibile — anche perché lui mi ha pagato per farlo (ride)— posso dirlo con sincerità: è stato davvero un compagno di lavoro straordinario. 

Un appassionante gioco di squadra

Il RadiocorriereTv incontra tre protagonisti della serie nata dal guizzo creativo di Gianrico Carofiglio e dedicata alle vicende umane e professioni dell’avvocato Guido Guerrieri. Il lunedì in prima serata Rai 1

Intervista a Ivana Lotito

Una giustizia concreta e umana

Ivana Lotito racconta il personaggio di Anna Paola e il rapporto con l’avvocato Guerrieri: un legame fondato su fiducia, complicità e confronto tra due modi diversi di intendere la giustizia

Quali parole descrivono il suo personaggio?

Direi autonomia, competenza, controllo, osservazione, ma anche fragilità e ironia.

Che rapporto ha Annapaola Doria con l’avvocato Guerrieri?

Il loro è un rapporto basato su fiducia e stima reciproca, conoscono bene anche le debolezze l’uno dell’altra e, proprio per questo, condividono uno spazio sicuro, in cui possono essere sinceri senza sentirsi giudicati.

Quanto conta in questo legame la loro dimensione privata? È fondamentale, perché nella vita pubblica sono sempre esposti al giudizio. In privato, invece, possono mostrarsi per quello

che sono davvero, anche nelle fragilità. Sono due grandi complici, insieme affrontano casi giuridici complessi grazie alle loro competenze, ma nelle loro vite personali emergono aspetti molto più intimi.

Che idea di giustizia ha Anna Paola?

Crede in una giustizia sostanziale, concreta. A volte mette in discussione le regole formali perché pensa che possano essere superate quando impediscono di arrivare alla verità.

In questo si differenzia da Guerrieri?

Sì. Guerrieri conosce molto bene i confini del diritto e tende a rispettarli, Anna Paola invece ogni tanto li oltrepassa. Ma proprio il fatto che il nostro avvocato si ponga continuamente dei dubbi lo rende un personaggio molto umano.

Che valore ha oggi una serie come questa?

Credo sia quasi necessaria. Nasce da una grande sapienza letteraria e affronta temi importanti con molta delicatezza. Si riflette su cosa significhi davvero la verità, la giustizia, e su cosa voglia dire stare dalla parte giusta.

Intervista a Michele Venitucci

Il poliziotto che porta i fatti

L’attore racconta Carmelo Tancredi, poliziotto e collaboratore di Guerrieri: un uomo pratico, guidato dal senso del dovere, che rappresenta il lato operativo e concreto delle indagini

Ci racconta meglio il suo personaggio?

Interpreto Carmelo Tancredi, un poliziotto che collabora con l’avvocato Guerrieri. Il loro rapporto nasce da una grande stima professionale, ma nel tempo si sviluppa anche una forma di amicizia ironica e un po’ cinica.

Che ruolo ha nelle indagini?

È la parte operativa. Se Guerrieri rappresenta la dimensione più riflessiva e morale, Tancredi è il braccio esecutivo, quello che lavora sui fatti e sulle indagini.

Come si inserisce Tancredi all’interno di questa storia?

Nei romanzi di Carofiglio ogni personaggio ha una tridimensionalità narrativa. Tancredi ha una vita personale, relazioni

affettive, un rapporto con la madre e naturalmente un legame molto particolare con Guerrieri. Viene, dunque, raccontato a tutto tondo.

Carofiglio dice spesso che la verità non è mai solo bianca o nera, ma è un concetto molto complesso…

Esiste sempre una zona grigia. Guerrieri vive molto questo conflitto morale, mentre Tancredi ha un rapporto più diretto, pratico con la giustizia. Per lui conta il senso del dovere e l’evidenza dei fatti.

Cosa rende speciali questi personaggi?

Nascono dalla penna di uno scrittore che li ha costruiti e approfonditi in più romanzi. Non sono figure schematiche, sono esseri umani stratificati, pieni di sfumature e di contraddizioni.

E l’ambientazione?

C’è una Bari molto presente, spesso notturna e affascinante. Non è solo un poliziesco: è una serie sui personaggi, sulle loro relazioni e sui dilemmi morali legati alla giustizia.

L’antagonista sull’orlo dell’abisso

L’attore racconta il suo personaggio in “Arriva l’avvocato Guerrieri:” un uomo moralmente ambiguo, segnato da una vita di potere e compromessi, che si trova davanti alla possibilità di redenzione grazie a un amore e al confronto con Guerrieri

Il linguaggio di Carofiglio è molto preciso. Quali parole descrivono il suo personaggio?

Il mio personaggio arriva nella serie quando è ormai sull’orlo di un abisso personale. È un uomo che ha vissuto una vita fatta di spregiudicatezza morale, affari sporchi e una forte smania di potere. In passato però ha avuto una possibilità di redenzione, legata all’amore per una donna, interpretata da Ivana Lotito, che lavora con l’avvocato Guerrieri.

Questa relazione è importante nella storia?

Sì, perché quando lo incontriamo è proprio lì, sospeso sull’orlo di questo abisso. Il ritorno di questa donna nella sua vita attraversa tutta la serie e sarà interessante capire se quest’uomo finirà per precipitare o se invece riuscirà a salvarsi.

Il suo personaggio ha a che fare con Guerrieri?

Sì, in un certo senso è una figura antagonista. Guerrieri indagherà su di lui, ma inizialmente non riuscirà a coglierne gli aspetti più umani e sentimentali. Quelli emergeranno soprattutto nei momenti più privati, nei dialoghi con la donna che ama.

Che tipo di racconto nasce dall’opera di Carofiglio?

È una narrativa che si inserisce nella grande tradizione di storie su avvocati, investigatori e casi giudiziari. Però Carofiglio ha una qualità particolare: possiede una grande conoscenza del mondo giuridico e riesce a trasformarla in storie profondamente umane.

Cosa apprezza di più dei suoi personaggi?

Il loro rigore morale. Non cercano una facile empatia con il pubblico: l’empatia nasce dalla loro serietà, dal modo in cui osservano le persone e ascoltano le storie degli altri.

E l’ambientazione?

C’è una Bari molto forte, con una luce meridiana intensa, ma mai folkloristica. Tutto è molto equilibrato e calibrato. Questa regola dell’equilibrio è proprio una cifra stilistica di Carofiglio, ed è qualcosa che ammiro molto. 

La Rai per le giornate FAI

Sabato 21 e domenica 22 marzo 780 luoghi aperti

in 400 città di tutta Italia per l’atteso appuntamento di primavera

La Rai è al fianco della cultura. Sabato 21 e domenica 22 marzo tornano per la 34esima edizione le “Giornate FAI di Primavera” e il servizio pubblico rinnova, come ormai da oltre dieci anni, l’impegno come main media partner del principale evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese, organizzato dal Fondo per l’Ambiente Italiano, con visite in 780 luoghi in 400 città di tutta Italia. L’elenco dei luoghi aperti e modalità di partecipazione sono su www.giornatefai.it. La Rai racconterà l’evento con collegamenti e approfondimenti: dalle ville ai castelli, dalle chiese ai luoghi dell’educazione, dai laboratori artigiani alle aree naturalistiche, passando per teatri, collezioni d’arte e siti produttivi. Nello specifico, già nei giorni precedenti all’inizio della “Settimana Rai Fai per i Beni Culturali”, tutte le TgR trasmetteranno il promo dedicato alle “Giornate Fai di Primavera” e, la settimana successiva, tutte le reti Rai ricorderanno il numero solidale per l’invio degli sms. Inoltre, sono previsti

speciali dedicati ai beni Fai e alle aperture dei beni nelle giornate Fai di primavera. Tutte le testate giornalistiche, televisive e radiofoniche, racconteranno l’evento. Inoltre, su Rai 1 ne parleranno “Linea verde”, “Unomattina” e “Unomattina in famiglia”, “Affari tuoi”, “È sempre mezzogiorno”, “Buongiorno benessere”, “Passaggio a Nord Ovest”, “Ciao maschio”, “Canzonissima”, “Domenica In”, “Eredità”, “Check-up”, “La volta buona”, “A ruota libera”, “Porta a porta”, “Storie Italiane”. Anche Rai 2 racconterà i luoghi del Fai a “Playlist”, “Bellamà”, “La porta magica”, “I fatti vostri”, “I lunatici”. Su Rai 3 proseguiranno le interviste e le storie del lavoro del Fai a “Geo”, “Kilimangiaro”, “Agorà”, “Bell’Italia”, “Caffè Italia”, “Splendida cornice”, “La biblioteca dei sentimenti”, “Tv talk”, “Buongiorno regione”, “Quante storie”, “Elisir”, “Sapiens”. RaiNews24 racconterà l’evento nei Tg e nella rubrica “Tutti frutti”. Anche Rai Sport, RaiPlay e RaiPlay Sound dedicheranno spazio alle Giornate FAI di Primavera. Anche la radio racconterà l’evento. Su Rai Radio 1 ne parleranno “Radio anch’io” e “Te la do io l’arte”, Su Rai Radio 2 “Caterpillar” Social Club”, “Stai Serena”, “Good Morning Radio2 (weekend)”, su Rai Radio “Fahrenheit”, “Piazza Verdi”, “Radio 3 suite” e “Qui comincia”, su Rai Isoradio “Sabyna stile” e altri approfondimenti editoriali all’interno del palinsesto. 

ROMANO REGGIANI

Un’esperienza INCREDIBILE

Nei panni del nuovo giovane direttore dell’IPM, l’attore bolognese entra nel cast della sesta stagione di “Mare fuori”, su RaiPlay e presto su Rai 2. Al RadiocorriereTv racconta le emozioni dell’incontro con il suo personaggio e parla della funzione educativa della serie: «Non ci sono messaggi equivoci: la legge va rispettata, la violenza non è mai la risposta». Tra fiction e cinema, per Reggiani anche il debutto alla regia con il corto “Per sempre”

Come ha vissuto l’incontro con un mondo strutturato e già forte della passione del pubblico come quello di “Mare fuori”?

“Mare fuori” è stato un fulmine a ciel sereno, una cosa non prevista. La Rai stava cercando un attore che potesse interpretare questo nuovo direttore, giovanissimo, per dare alla svolta anche narrativa alla storia. Il regista Beniamino Catena, bravissimo, che mi conosce perché avevamo già lavorato insieme, mi ha in un certo senso sponsorizzato e da lì sono piaciuto e sono riuscito a entrare in quel mondo. Per me è stata veramente un’occasione incredibile, un’esperienza di vita oltre che attoriale, che sono contento di continuare.

Chi è Stefano Stazi?

Un giovanissimo avvocato, bolognese come me, che ha un rapporto complesso col padre e che vince il concorso per dirigere l’IPM di Napoli. Si suppone che sia raccomandato, non ha mai lavorato in vita sua in ambito legale perché sognava di fare il musicista. In Stefano Stazi ho messo molto di me e la cosa che mi ha reso felice è che la Rai, gli sceneggiatori e il regista, hanno apprezzato e anche supportato le mie idee nella costruzione del personaggio. Abbiamo messo le basi per far crescere Stefano, è stato un inserimento non facile perché era davvero un attimo che sembrasse ridicolo.

Stefano ha in Massimo, il capo delle guardie all’IPM, il suo braccio destro, che dinamiche si creano tra i due?

Il rapporto tra Stefano e Massimo è particolare, conflittuale, non comunicativo. Il “comandante” si vede arrivare questo

ragazzo inesperto e si chiede “Ma chi è? Da dove esce? Chi l’ha mandato questo?”. Massimo capisce però quanto Stefano sia una buona persona, capace di affidarsi, nel tempo si creerà tra loro un rapporto quasi da padre e figlio, una connessione profonda. Stefano sa comunque assumersi le proprie responsabilità, cercando di non sbagliare. Sono molto felice di aver lavorato con Carmine Recano, così come con Vincenzo Ferrera e Lucrezia Guidone, che già conoscevo e della quale ho preso il posto nella storia.

Il disagio giovanile rappresentato nella serie non è molto distante da tante situazioni reali. Quale funzione può avere un prodotto di finzione come “Mare fuori” nei confronti di un pubblico giovane?

Credo che il successo di “Mare fuori” dipenda anche dal messaggio che continua a proporre. È una serie che parla di criminalità e di problemi molto seri, di violenza, di vite spezzate e salvate, ma che punta sempre a educare. Non ci sono messaggi equivoci: la legge va rispettata, la violenza non è mai la risposta. Anche per questo la sua fruizione continua a essere trasversale, piace a tutta la famiglia.

Già qualche anno fa le era capitato con “Mental” (disponibile su RaiPlay) di affrontare il tema del disagio giovanile. Cosa hanno dato all’uomo Romano queste esperienze professionali? Un’occasione di crescita, sia a livello umano che attoriale. Sono realtà che conoscevo e conosco anche nella mia vita di tutti i giorni, sono una persona che nel suo piccolo si dà da fare, che vive con i piedi per terra. Al tempo stesso sono un uomo fortunato che non ha avuto troppi intoppi nella propria vita, e lo dico con gratitudine e non per cinismo. Non ho mai preso o scelto strade particolari, non mi sono mai trovato in situazioni così tanto sconvenienti, anche per questo motivo conoscere da vicino altri mondi ti rende più forte delle tue scelte e più consapevole.

Se a breve la vedremo nel nuovo film di Carlo Verdone, proprio in questi giorni assistiamo al debutto registico con il corto “Per sempre”.

Ho iniziato a fare l’attore col desiderio di mettermi alla prova,prima o poi anche come regista, per poter raccontare le mie storie, è chiaro però che per essere in grado di farlo bisogna

prima crescere, avere esperienze di vita, capire a fondo chi si è e che cosa si vuole raccontare. “Per sempre” è un primo step, spero di un lungo percorso, e porta sullo schermo il tema dell’amore tra un uomo e una donna che si scelgono. Un amore che diventa però assenza nel momento in cui una delle due persone viene improvvisamente a mancare. È un tema che mi smuove molto perché da credente penso che al di là di questa vita ci sia qualcosa di altro, che non riusciamo a comprendere, ma che ci pone in costante connessione con chi ha fatto parte della nostra esistenza. Voglio esplorare il tema delle relazioni, credo nell’amore e che nell’amore sia giusto investire, anche da un punto di vista artistico, registico, nel rispetto del sentimento, senza mai essere invasivo.

A chi o a che cosa, nella vita, ha dedicato un suo “per sempre”?

Da dieci anni dico un “per sempre” vero e concreto alla mia fidanzata, andiamo d’accordo nonostante in una relazione, come nella vita, non sia sempre tutto rosa e fiori. La chiave è crescere insieme e investire su questa crescita.

Romano regista cosa chiede a Romano attore?

Quando scrivo una storia che voglio dirigere la mia scrittura è semplice e si basa su una totale verità di quello che sento. Amo il cinema sommesso, che non vuole mettersi in mostra, che non vuole battere record e nemmeno seguire le mode: da regista chiedo all’attore, quindi anche a me stesso, di essere sincero.

Come vive il suo essere un attore?

Con grande normalità, ho deciso di non vivere a Roma, ma nella mia Bologna, proprio per frequentare persone che non fanno il mio mestiere. Ho una vita privata che è molto lontana dal mio lavoro e questa cosa mi rende più forte, mi arricchisce, mi fa venire molte idee.

Romano, che cosa la rende felice?

Posso dire che in questo momento della vita sono felice e comunque non posso dire di non esserlo sempre stato perché sono fortunato, perché per me la felicità è avere una vita privata appagante, il lavoro, che pur amo profondamente, viene dopo.

“PER SEMPRE”, Reggiani regista

Il cortometraggio esplora lo spazio fragile tra ciò che vediamo e ciò che rimane invisibile nelle relazioni, nelle vite strappate. La regia di Romano Reggiani si pone al servizio della storia, privilegiando dialoghi autentici, reazioni spontanee ed emozioni non forzate. È un approccio che permette ai due protagonisti di costruire un’intimità reale, fatta di silenzi, esitazioni e gesti quotidiani. “Per sempre”, in concorso nei giorni scorsi al Festival del Cinema di Spello, racconta di un giovane ispettore che rientra a casa e si trova a fare i conti con la fragilità del suo “per sempre”, lottando per non lasciare che l’amore appena giurato svanisca. Interpretato da Romano Reggiani e Celeste Savino. Prodotto da Alessandro Leo (Aleo Film) e distribuito da Europictures.

Mudù… quante risate

La comicità di Uccio De Santis il venerdì in seconda serata su Rai 2

Dopo il successo su Rai Play, la comicità di Uccio De Santis è arrivata su Rai 2. Il venerdì in seconda serata, alle ore 23.35 il divertimento è assicurato con “Mudù… quante risate”, in onda per dieci puntate. Il programma porta sul piccolo schermo l’universo comico di “Mudù”, con una sequenza di sketch e gag ispirati alla vita quotidiana. Situazioni paradossali, equivoci e momenti di comicità immediata caratterizzano ogni appuntamento, guidato da Uccio De Santis, autore e protagonista. Accanto a lui torna il cast storico che ha contribuito al successo del format, con la partecipazione straordinaria di Manuela Arcuri e Adriana Volpe, ospiti speciali del varietà. 

In libreria

AL CINEMA

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI 3.0

A vent’anni di distanza dal film cult di Fausto Brizzi, il 19 marzo arriva nelle sale il reboot scritto dallo stesso Brizzi insieme a Tommaso Renzoni, che della pellicola è anche regista. Nel cast Sabrina Ferilli, Tommaso Cassissa, Gian Marco Tognazzi, Adriano Moretti, Alice Lupparelli, Alice Maselli, Ditonellapiaga

Alla vigilia dell’esame di maturità, un gruppo di liceali romani si ritrova a vivere la sua ultima grande avventura insieme: amori segreti, tradimenti, amicizie messe alla prova e piani disperati per ingannare la prof più temuta della scuola. Tra feste clandestine, motorini che sfrecciano nella notte e un viaggio improvvisato fino a Macerata, Giulio, interpretato da Tommaso Cassissa, e i suoi amici dovranno affrontare il passaggio all’età adulta scoprendo che crescere significa anche sbagliare, perdonare e avere il coraggio di dire finalmente la verità. Cresce l’attesa per il debutto di “Notte prima degli esami 3.0”, scritto e sceneggiato da Fausto Brizzi e Tommaso Renzoni, nelle sale da giovedì 20 marzo. Una coproduzione Rai Cinema che vede nel cast, insieme a Cassissa, Sabrina Ferilli e Gian Marco Tognazzi, e ancora Adriano Moretti, Alice Lupparelli, Alice Maselli, Ditonellapiaga, Aleandro Falciglia, Bea Barret, Christian Dei, Teresa Piergentili, Pascale Reynaud e Sebastiano Somma. Nel ruolo di se stesso, Antonello Venditti. “Tutti ricordano il proprio esame di maturità – dice il regista Tommaso Renzoni – è la linea di confine tra la giovinezza e il resto della vita, tra il mondo protetto della scuola e le incertezze del futuro. Questo film nasce

dall’urgenza di raccontare cosa significhi affrontare quel rito di passaggio oggi – con tutto il carico di aspettative, paure e assurdità che si porta dietro. Al centro della storia c’è la Generazione Z, con le sue preoccupazioni meravigliose: l’eco-ansia e le nuove forme di relazione, l’identità digitale e l’intelligenza artificiale usata come fosse il compagno di banco più preparato della classe”. Un viaggio nelle emozioni della GenZ e in un mondo, a vent’anni di distanza, profondamente cambiato. “Quando ho cominciato a scrivere il nuovo ‘Notte prima degli esami’ ho capito che dentro questi vent’anni c’è la vita intera di una generazione e anche un pezzo importante della mia – racconta lo sceneggiatore Fausto Brizzi –mentre giravamo il primo film non immaginavamo che quei personaggi sarebbero rimasti così a lungo nel cuore degli spettatori. Che Luca Molinari, la sua maturità, le sue paure, le sue cotte, i suoi amici, sarebbero diventati per tanti spettatori la Polaroid di quell’istante in cui non sei più un ragazzo ma non sei ancora davvero un adulto. Tornare oggi a quella storia è stato appunto come aprire una vecchia scatola di foto di famiglia, ritrovare Giorgio (che è sempre nei miei pensieri), Nicolas e Cristiana, e tutti gli altri ragazzi del mio cast meraviglioso. Mi sono accorto che i temi sono gli stessi di allora: l’amicizia, l’amore, la paura del futuro, la sensazione che tutto stia per succedere proprio in quel momento. Solo che il mondo intorno a loro è cambiato. Scrivere la nuova storia insieme a Tommaso Renzoni è stato divertente e istruttivo per me. Tommaso è curioso, intelligente, capace di ascoltare ma anche di portare idee nuove, energia e uno sguardo sul mondo che appartiene alla generazione di oggi. 

GILDA

Nel cuore di Buenos Aires un giocatore d’azzardo dal passato turbolento accetta di lavorare per il misterioso proprietario di un casinò. Quando il capo gli presenta la moglie, Johnny resta senza parole: è la donna che un tempo ha amato e che non ha mai dimenticato. Tra sospetti, gelosia e seduzione, la tensione cresce fino a trasformare la vecchia passione in un pericoloso gioco di potere. Diretto da Charles Vidor e interpretato da Rita Hayworth e Glenn Ford, il film è diventato uno dei grandi classici del cinema hollywoodiano. Il titolo è una esclusiva della piattaforma Rai.

Basta

LA STORIA

Roma attraversa gli anni più duri del Novecento e la vita di una famiglia diventa il punto di osservazione di un intero Paese. Ida, insegnante ebrea, cerca di proteggere i suoi figli Nino e Useppe mentre la guerra travolge ogni certezza e il dopoguerra prova lentamente a ricostruire ciò che è andato perduto. Dal capolavoro di Elsa Morante nasce una serie intensa e profondamente umana diretta da Francesca Archibugi e interpretata da Jasmine Trinca ed Elio Germano, affiancati da Asia Argento, Valerio Mastandrea e Lorenzo Zurzolo. È disponibile nella sezione “Fiction” di RaiPlay. 

Basta un Play!

SPAZIO 1999

Un’esplosione nucleare sulla Luna spinge la base Alpha fuori dall’orbita terrestre e l’equipaggio si ritrova a viaggiare nello spazio profondo senza possibilità di ritorno. Da quel momento ogni pianeta incontrato diventa una nuova prova di sopravvivenza e di conoscenza dell’universo. Serie cult della fantascienza televisiva coprodotta da Rai e ITC, con Martin Landau e Barbara Bain nei ruoli principali, racconta il destino di una comunità umana alla deriva nel cosmo. Le due stagioni restaurate sono disponibili grazie al lavoro di Rai Teche. La serie si trova nella sezione “Teche Rai” di RaiPlay.

IL CERCASUONI

In una piccola casa sotto un vecchio mulino vive un bambino curioso che ama ascoltare il mondo. Con il suo registratore e l’aiuto degli apparecchi acustici parte ogni giorno alla scoperta di suoni nascosti tra acqua, vento e natura, accompagnato dalla sua inseparabile amica talpa. I rumori raccolti diventano musica, gioco e scoperta. La serie, diretta tra gli altri da Chris Tichborne e Lisa Arioli, unisce animazione in stop motion e immagini reali con la voce narrante di Carolina Crescentini, raccontando ai più piccoli l’importanza dell’ascolto e dell’inclusione. È disponibile nella sezione “Bambini e ragazzi”.

MARIA LATELLA

In libreriaDialoghi per leggere IL PRESENTE

Con “La sfida delle idee. Sei voci della cultura internazionale raccontano il tempo che viviamo”, pubblicato da Rai Libri, Maria Latella attraversa economia, comunicazione, media, narrativa, giustizia e pensiero religioso in sei conversazioni con Haim Baharier, Jérôme Fenoglio, Camilla Läckberg, Jacques Séguéla, Scott Turow, Martin Wolf. Interviste lontane dai tempi compressi dei talk show e dei social, che restituiscono profondità al pensiero e al confronto. Il volume è stato presentato l’11 marzo a Roma alla Libreria Mondadori della Galleria “Alberto Sordi”, con lo storico

Marc Lazar e con lo scrittore e magistrato

Giancarlo De Cataldo

Nel libro attraversa temi molto diversi: cultura, economia, comunicazione, narrativa, pensiero religioso. Qual è la domanda di fondo che unisce tutte queste conversazioni?

La domanda di fondo è quella sintetizzata dal titolo: “La sfida delle idee”. Abbiamo cercato, attraverso questo ciclo di interviste con i protagonisti del libro, di individuare alcuni punti di riferimento per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Viviamo un momento molto confuso, nel quale la realtà sembra frantumarsi ogni giorno e in molti momenti abbiamo quasi la sensazione di perdere il terreno sotto i piedi, perché tutto cambia vorticosamente. La guerra in Ucraina ha aperto scenari che forse non immaginavamo neppure poco tempo fa. A questo si sono aggiunte altre tensioni e altri scenari internazionali che rendono ancora più difficile orientarsi. In questo contesto ho scelto sei interlocutori molto diversi tra loro per esplorare le idee che queste persone, tutte molto significative nei rispettivi campi, hanno maturato nel corso della loro esperienza. Abbiamo parlato di economia con Martin Wolf, definito dal Washington post il miglior giornalista economico, con il quale abbiamo affrontato molti temi, da Donald Trump fino al ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche. Abbiamo parlato del rapporto tra politica e marketing con Jacques Séguéla, uno dei più importanti pubblicitari europei, che ha segnato profondamente

la comunicazione politica dagli anni Ottanta in poi. Abbiamo affrontato il futuro dei media con Jérôme Fenoglio, direttore di “Le Monde”. Il tema del male e del fascino che esercita nella narrativa con Camilla Läckberg, una delle scrittrici crime più lette in Europa. Con Scott Turow, autore americano di legal thriller, abbiamo discusso i dilemmi della giustizia e della responsabilità morale. Infine, proprio perché viviamo un tempo molto confuso, abbiamo esplorato il senso della religione con Haim Baharier, studioso del Talmud e interprete del pensiero ebraico.

Ha parlato con scrittori, economisti, studiosi e comunicatori. Che cosa li unisce, nonostante percorsi così diversi? Sono tutte figure di grande autorevolezza nel loro campo. Martin Wolf uno dei più importanti giornalisti economici del mondo. Camilla Läckberg non è soltanto un’autrice che ha venduto milioni di copie, ma è anche una scrittrice capace di analizzare

il contesto sociale nel quale vive. Con lei abbiamo parlato anche della nuova realtà svedese. La Svezia è sempre stata considerata un paese ideale, quasi un modello perfetto di società, ma negli ultimi anni sta mostrando anche molte fragilità. È un paese nel quale si registrano numeri significativi di femminicidi, nonostante sia stato a lungo considerato un esempio per quanto riguarda la parità di genere. È un paese che affronta problemi legati alla criminalità e alle nuove migrazioni, temi che riguardano anche molti paesi del Mediterraneo. Il suo contributo è stato quindi molto interessante, perché ci ha restituito l’analisi di una persona che non è soltanto una grande narratrice ma anche un’osservatrice molto attenta della realtà del proprio paese.

Che cosa lega Camilla Läckberg a Scott Turow, due autori molto diversi tra loro?

Entrambi conoscono molto bene i loro lettori e sanno raggiungerli raccontando storie che non sono soltanto intrattenimento, ma che permettono anche di far circolare delle idee. Con Scott Turow, per esempio, abbiamo affrontato un dilemma morale molto forte. La domanda che lui pone è molto semplice e allo stesso tempo molto inquietante: se un figlio fosse accusato o sospettato di aver commesso un crimine grave, come si comporterebbe un padre o una madre? Turow sostiene una cosa molto provocatoria. Dice che non crede a chi afferma che direbbe sempre la verità. Secondo lui, in quella situazione si entra in un conflitto profondo tra il senso della giustizia e l’amore per un figlio. È un dilemma che riguarda tutti e che mette in discussione l’idea stessa di responsabilità morale.

Nel libro si parla anche del futuro dei media con Jérôme Fenoglio. Che cosa emerge da quella conversazione? È una conversazione molto interessante perché Le Monde è uno dei quotidiani più autorevoli al mondo e ha attraversato la crisi dell’editoria in modo molto particolare. Fenoglio racconta come il giornale sia riuscito non soltanto a resistere, ma addirittura ad aumentare il numero dei suoi lettori e degli abbonati. Questo mentre altri grandi giornali internazionali hanno dovuto affrontare difficoltà molto serie. Abbiamo parlato proprio di questo: del presente e del futuro dei media e delle strategie che hanno permesso a Le Monde di attraversare la crisi dell’editoria mantenendo credibilità e autorevolezza.

Sono conversazioni non compresse dai tempi dei talk show e ancora più dei social e della comunicazione attuale. Che cosa cambia quando il pensiero ha davvero il tempo di svi-

lupparsi?

Cambia moltissimo. Queste conversazioni non avrebbero mai avuto la stessa intensità se si fossero svolte in un talk show. In televisione i tempi sono necessariamente molto compressi e bisogna dare spazio a tutti. In questo caso invece abbiamo avuto anche un’ora e mezza di conversazione con ciascun interlocutore. Questo ha permesso di affrontare temi molto complessi con una profondità che altrimenti non sarebbe stata possibile. Parliamo di questioni come la giustizia e la società americana oggi, il mondo economico nell’epoca di Trump, il rapporto tra marketing e politica negli ultimi quarant’anni, il senso del male e il motivo per cui ci affascina nella narrativa. Già solo il tema del presente e del futuro dei media potrebbe essere l’argomento di un libro intero. In questo caso è diventato una conversazione che ha restituito la chiarezza del percorso che un grande giornale come Le Monde ha scelto di intraprendere. In un mondo così confuso, avere davanti una visione chiara è qualcosa di molto prezioso.

Dopo aver ascoltato queste sei voci così diverse, qual è l’idea che personalmente le sembra più urgente difendere oggi?

La necessità di confrontarsi davvero con le idee. Viviamo in un tempo in cui si scorrono continuamente contenuti sui social, passando da un’opinione all’altra senza il tempo di riflettere. Il confronto con persone che hanno dedicato anni di studio e di lavoro ai temi di cui parlano è completamente diverso. Le sei persone che sono in questo libro hanno riflettuto per molto tempo sugli argomenti che affrontano. Non parlano sull’onda dell’emozione o dell’immediatezza di un commento online. Hanno maturato un pensiero nel corso degli anni. In una fase di grande incertezza come quella che stiamo vivendo, confrontarsi con le idee di persone che hanno riflettuto a lungo su questi temi può essere un aiuto importante.

Oggi il dibattito pubblico sembra spesso uno scontro tra posizioni inconciliabili. È davvero così polarizzato oppure esistono ancora spazi per un confronto reale e per tempi più lunghi di riflessione?

Dipende molto dall’offerta. Se non si offre mai al pubblico la possibilità di conoscere un metodo diverso, di affrontare un argomento con tempi più distesi e con una conversazione più approfondita rispetto al ritmo frenetico dei media di oggi, non potremo mai sapere se quello spazio esiste davvero oppure no. 

In libreria

ELISABETTA SINIBALDI: VOGLIO RESTITUIRE ALLE DONNE

IL LORO SPAZIO NELLA STORIA

«Il libro è da sempre il mio più gradito compagno di viaggio e con la naturalezza con la quale amavo leggere ho iniziato a scrivere e a descrivere persone, atteggiamenti, sentimenti, indagandoli. Una volta, alle elementari, descrissi così bene mio nonno nelle sue caratteristiche psicologiche attraverso il suo modo di fare che la maestra mi prese il quaderno e se lo volle tenere per sé. In quel momento ho capito che riuscivo con facilità a dipingere con la penna e ne sono stata fiera. Durante il COVID ho avuto più tempo a disposizione da dedicare alla scrittura. Con un breve racconto per bambini sulla storia del mio cane meticcio vinsi un concorso e mi venne pubblicato. Allora ho capito che mi gratificava scrivere ed essere letta.»

Elisabetta Sinibaldi è insegnante di italiano, storia e geografia, dipinge per hobby e scrive soprattutto di donne. Sposata, due figlie adolescenti, vive a Narni e – forse –questo spiega quanto le venga facile descrivere epoche lontane come se le avesse frequentate.

Come nasce l’idea di Gisa e quanto hai dovuto approfondire il periodo storico per renderlo così vivido?

«L’idea di Gisa nasce da una riflessione maturata in seguito a una breve lezione sull’origine del volgare, in aula. Riflettevo su come le lingue rispecchiassero i mutamenti della storia e sui lasciti di lingua barbarica alla lingua latina. Mi tornano spesso in mente le lezioni di Luca Serianni e mi ritrovo a ricercare l’etimologia di parole o della toponomastica dei luoghi. Abito in quello che era il Corridoio Bizantino e anche nei miei luoghi tanti borghi e molte vie raccontano di passaggi e soste di popoli diversi. Rifletto inoltre su quanto poco spazio le donne abbiano avuto nella storia e nella letteratura. Nelle antologie occorre arrivare a sfogliare il XX secolo prima di poter leggere qualche autrice e nei libri di storia non si parla quasi mai di donne. Ultimamente c’è qualche trafiletto alla fine dei capitoli e questo mi disturba anche di più, tenendo presente che nelle classi tra gli alunni maggiormente dotati e desiderosi di conoscere, secondo la mia esperienza, ci sono perlopiù ragazze. Da tutte queste riflessioni che popolano da lungo tempo i miei pensieri è nata Gisa. Il fatto che l’abbia pensata longobarda è ancora una volta un lascito degli studi universitari. Qualche volta torno a sfogliare il

volume di Angiola Maria Romanini sull’arte medievale in Italia e proprio nel periodo in cui l’idea di Gisa si andava delineando mi sono venute in mente le croci longobarde che, come i primi documenti in volgare, recano in sé le caratteristiche della civiltà barbarica e di quella latina e le intrecciano insieme. Ho trovato nel modo di fare dei Longobardi, quello di convertirsi per integrarsi custodendo alcune caratteristiche peculiari e facendo proprie altre abilità romane, un atteggiamento intelligente e moderno.

L’approfondimento della storia altomedievale è andato di pari passo con la stesura del libro perché le idee che mi guizzavano in testa trovavano sostanza con le ricerche che andavo facendo e si intrecciavano, un po’ come i nastri delle crocette e portavano nuove idee, nuovi personaggi, nuovi luoghi per lo sviluppo della trama. La storia ha sostanziato le mie fantasie e sostenuto la mia creatività.»

Un sottile senso di ineluttabilità attraversa la storia e scolpisce i personaggi. Il riferimento ai nativi americani è evidente, vuoi parlarcene?

«I nativi americani hanno popolato le mie fantasie di liceale. Tanti erano i libri che acquistavo a mille lire con le preghiere e i canti Sioux, Apache e di altre tribù e più leggevo, più si formava in me un senso di giustizia e un sentimento di condanna e di biasimo verso chi distrusse la loro civiltà e verso ogni forma di imperialismo e colonialismo. La cultura e la civiltà dei nativi americani, così rispettosa della Terra e della Natura, che il vittorioso modello capitalistico ha relegato in spazi angusti e periferici come fosse specchio di popoli ingenui e fanciulleschi, la sento molto affine al mio spirito e degna di essere riscoperta e presa a modello se si vuole dare al mondo una possibilità di futuro più equo, etico e dignitoso, secondo il modello della società ecologica. Ho immaginato che il rapporto con la Natura di Gisa e dei popoli con i quali è entrata in contatto fosse simile a quello degli Apache, intriso dello stesso panismo e dello stesso rispetto per il creato. Ho inserito i loro canti e le loro preghiere, forse generando un certo straniamento, perché vorrei che trasparisse ciò che penso dell’umanità, che è una e sola, al di là del tempo e dello spazio.»

Patty Pravo, è Opera

Un nuovo capitolo discografico celebra i sessant’anni di carriera di una delle voci più libere e imprevedibili della musica italiana. Il nuovo lavoro arriva nei formati fisici e digitali e sarà presentato al pubblico in alcuni dei musei più importanti del Paese

Dopo la recente partecipazione al Festival di Sanremo, Patty Pravo torna con un nuovo progetto discografico che conferma la sua vocazione a muoversi fuori dalle categorie e dalle definizioni. Il nuovo album di inediti è il ventinovesimo lavoro in studio di un’interprete che ha sempre attraversato la musica italiana senza lasciarsi rinchiudere in etichette, il disco nasce come un progetto ampio e trasversale, capace di unire ricerca sonora, scrittura contemporanea e un forte impianto visivo. La produzione di “Opera” è firmata da Taketo Gohara e riunisce un gruppo di autori provenienti da mondi musicali diversi, tra cui Giovanni Caccamo, Giuliano Sangiorgi, Morgan, Serena Brancale, Raphael Gualazzi, Francesco Bianconi, Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina de La Rappresentante di Lista, Cristina Donà e Saverio Lanza. Il brano che dà il titolo al disco si muove come un manifesto poetico: una melodia solenne e sospesa, costruita intorno a immagini che evocano il mito e la dimensione dell’epica. In queste parole Patty Pravo si racconta come una figura notturna, quasi una musa contemporanea che attraversa il tempo senza appartenergli davvero. L’intero album diventa così una sorta di viaggio emotivo in cui si alternano tensione, ironia e introspezione. Brani come “Oggi piove” portano una spinta rock e raccontano la malinconia di un amore che

non trova spazio nel mondo quotidiano, mentre “Noi due” e “Maledetta verità” esplorano il momento fragile in cui una relazione si dissolve lasciando dietro di sé due solitudini parallele. In “L’amore impertinente”, firmata da Giuliano Sangiorgi, emerge invece il carattere indipendente dell’artista, con una dichiarazione che suona quasi come un principio di libertà personale. Il percorso prosegue con canzoni che attraversano smarrimenti e rinascite sentimentali, fino a un brano come “Ho provato tutto”, che diventa quasi una confessione esistenziale: il racconto di una vita vissuta senza rimpianti, tra eccessi, scelte radicali e continua ricerca artistica. A chiudere il disco arriva “L’isola”, una composizione di grande apertura melodica che lascia l’ascoltatore sospeso davanti alla domanda più antica: esiste davvero un luogo in cui i sentimenti trovano pace. Il progetto sarà presentato con una serie di incontri speciali ospitati in alcuni musei italiani. Patty Pravo dialogherà con Giovanni Caccamo per raccontare la nascita dell’album e il percorso creativo che lo ha generato. Gli appuntamenti sono previsti il 25 marzo alle Gallerie d’Italia di Milano, il 27 marzo a Palazzo Medici Riccardi a Firenze, il 29 marzo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e il 31 marzo alle Gallerie d’Italia di Napoli. Gli incontri saranno seguiti da sessioni di firmacopie dedicate al pubblico. L’8 aprile partirà invece dai teatri l’Opera Tour, una nuova tournée che attraverserà diverse città italiane portando dal vivo le atmosfere del disco. Un modo per continuare a raccontare, dopo oltre sessant’anni di carriera iniziati con “Ragazzo triste”, una personalità artistica che ha sempre fatto della libertà e della trasformazione la propria cifra più riconoscibile.

LA POLIZIA, una grande famiglia

Donna di talento e tenacia il Commissario Capo della

Polizia di Stato Cristiana Di Santo in servizio presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, racconta la sua esperienza in divisa

La sua tenacia instancabile, la sua perseveranza e la professionalità le hanno permesso di costruirsi un percorso professionale eccellente: il rigore, il senso di responsabilità, la ponderatezza abbinate ad uno spiccato senso pratico le consentono di affrontare le situazioni, anche quelle più difficili in poco tempo, usando il grande spirito di analisi che la caratterizza. Raffinata, studiosa, ligia al dovere la dottoressa Cristiana Di Santo si emoziona quando parla delle sue bimbe e con la stessa dolcezza racconta le sue giornate intense tra professione e famiglia. Una quotidianità fatta di cose semplici ma ricca di valori solidi con i quali è cresciuta: il rispetto, il senso del dovere, l’onestà e l’amore per il volontariato. Donna in carriera ma anche madre attenta e premurosa circondata dal sostegno della famiglia: mamma magistrato, papà ex appartenente all’Arma dei Carabinieri, suoceri amorevoli sono una presenza preziosa per scrivere una pagina di storia condita di affetto e tradizione. Curiosità, entusiasmo, perseveranza, impegno caratteristiche importanti che insieme alla sua intelligenza brillante sin da giovanissima ha avuto le idee chiare sul suo futuro: la laurea in giurisprudenza, il concorso in Polizia, riuscendo a superarlo, con successo. Cristiana Di Santo è una donna impegnata in Prima Linea con un impagabile senso della giustizia. Un impegno quotidiano che si traduce con il portare la Polizia di Stato tra la gente, tra i giovani, nelle Istituzioni tutte, con la consapevolezza che solo trasmettendo fiducia e sicurezza si può essere riferimento saldo per tutti i cittadini. Occuparsi dell’ordine e della sicurezza pubblica richiede preparazione, abnegazione, senso di responsabilità e di servizio, qualità innate che contraddistinguono Cristiana Di Santo. Conciliare famiglia e carriera è possibile, basta essere tenaci, volitive, determinate. La Polizia di Stato è una grande famiglia e contribuisce quotidianamente al lavoro del futuro, osservando saldamente i valori base che la fondano e seguendo i continui processi di innovazione della società.

Perché ha deciso di indossare la divisa della Polizia di Stato? La mia scelta ha origini lontane, si radica innanzitutto in una vita familiare profondamente connotata dal valore della giustizia e dal senso delle istituzioni, che i miei genitori – entrambi servitori dello Stato, seppur in ruoli differenti – hanno saputo trasmettermi quotidianamente, prima di tutto attraverso l’esempio. Crescere in un contesto in cui l’onestà intellettuale, l’altruismo e il senso del dovere rappresentano principi guida del vivere quotidiano mi ha naturalmente avvicinata all’idea di indossare la divisa della Po-

lizia di Stato. È una convinzione che si rinnova ogni giorno, nella consapevolezza di poter mettere il proprio impegno e le proprie competenze al servizio della collettività e delle istituzioni. Svolgere le proprie funzioni con responsabilità, equilibrio e dedizione significa contribuire concretamente al servizio del Paese e, al tempo stesso, incidere positivamente nella vita delle persone, che rappresentano il riferimento e la finalità ultima dell’azione istituzionale.

Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale?

La mia formazione professionale nasce da un lungo percorso di studi giuridici, svolto in Italia e arricchito da esperienze all’estero, successivamente consolidato attraverso periodi di formazione presso uffici legali e giudiziari e con il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione forense. Entrata a far parte della famiglia della Polizia di Stato, ho trascorso i miei primi anni di servizio presso un Commissariato della Questura di Roma, dove il contatto diretto con il territorio mi ha insegnato l’importanza di coniugare la preparazione accademica con l’esperienza sul campo. Qui ho maturato il valore dell’ascolto, la capacità di assumere decisioni anche nei momenti più complessi e la centralità del lavoro di squadra. Una dimensione, quest’ultima, che nella Polizia di Stato trova quotidianamente la sua più autentica espressione, quando siamo chiamati a mettere a fattor comune esperienze, competenze e valori al servizio dei cittadini e delle istituzioni.

Qual è il Suo ruolo attuale?

Attualmente sono in servizio presso l’ufficio di Gabinetto del Ministro dell’interno, dove mi occupo di ordine e sicurezza pubblica. Dopo una qualificante e formativa esperienza maturata sul territorio, ho avuto l’opportunità di assumere questo incarico di staff, che mi consente di collaborare alla gestione di processi complessi e di comprendere più da vicino le dinamiche che conducono alla formazione delle decisioni ai livelli più alti delle istituzioni e dell’Amministrazione. Si tratta di un’esperienza che offre una prospettiva diversa, ma complementare rispetto all’attività operativa, permettendomi di elevare a livello tecnico e organizzativo ciò che ho dapprima sperimentato sul campo. La varietà del mio percorso all’interno dell’Amministrazione dimostra, ancora una volta, come la Polizia di Stato offra concrete opportunità di esprimere appieno le proprie competenze e inclinazioni, rendendola un’Amministrazione moderna e lungimirante.

C’è un episodio che porta nel cuore accaduto nel corso della sua carriera?

Sono molte le esperienze professionali ed umane che mi hanno accompagnata in questi anni di servizio, ed eleggerne una è davvero difficile. C’è un episodio che spesso

racconto con piacere, anche ai giovani colleghi che si approcciano alla nostra carriera, e riguarda il ricordo del mio primo servizio di ordine pubblico. Era un evento che coinvolgeva oltre 50.000 persone, una macchina organizzativa perfetta, fatta di preparazione, competenza, attenzione al dettaglio, capacità di adattamento. Ricordo distintamente il momento in cui, in un attimo di tensione, mi è stata rivolta la domanda: “cosa facciamo?” e ricordo di essermi guardata istintivamente intorno, come a cercare qualcuno che potesse rispondermi: in quel momento ho realizzato che quel qualcuno ero io e ho capito davvero cosa significasse indossare la divisa e assumersene la responsabilità.

Perché sempre più donne scelgono la divisa?

Ritengo che sempre più donne scelgano di indossare la divisa perché la Polizia di Stato, come altre Forze di polizia, ha dimostrato nel tempo una visione lungimirante nel riconoscere e valorizzare il contributo femminile, favorendo un contesto in cui professionalità, determinazione e senso del dovere possono esprimersi pienamente al servizio della collettività. In ambiti particolarmente delicati, come la tutela delle fasce più vulnerabili e il contrasto alla violenza di genere, la presenza femminile rappresenta un vero punto di forza: infatti, essa coniuga autorevolezza e determinazione con la capacità di ascolto, attenzione e sensibilità, favorendo la costruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini e rafforzando l’efficacia dell’azione della Polizia di Stato al servizio della comunità.

Essere madre e donna in prima linea è possibile?

Assolutamente sì. Essere madre e, al tempo stesso, svolgere una professione impegnativa è una sfida che richiede equilibrio e una forte motivazione, ma è certamente possibile. Il ruolo di madre e quello di professionista possono intrecciarsi in un rapporto virtuoso, nel quale la sensibilità e il senso di responsabilità che derivano dall’essere madre favoriscono un approccio più attento e concreto anche nelle attività lavorative. Allo stesso tempo, l’esperienza professionale contribuisce a rafforzare valori come il rispetto, la disciplina e il senso della socialità, elementi importanti anche nell’educazione dei figli. Naturalmente, tutto questo richiede un impegno quotidiano e una buona organizzazione, oltre al fondamentale sostegno della famiglia. Tuttavia, proprio l’equilibrio tra vita professionale e personale, se ben gestito, può diventare nel tempo una grande ricchezza sia sul piano umano sia su quello familiare.

La Polizia di Stato ha una prospettiva lungimirante anche con il volontariato. Donatorinati Polizia di Stato si occupa di donazioni di sangue dal 2003: quanto è importante essere tra la gente su temi così delicati?

Essere tra la gente su temi delicati come la donazione di sangue è di fondamentale importanza. La presenza della

Polizia di Stato, anche attraverso l’impegno dei Donatorinati, rappresenta un segnale concreto di vicinanza alla comunità e rafforza il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, testimoniando una visione lungimirante del servizio pubblico. Il volontariato diventa così una naturale estensione dell’impegno istituzionale, esprimendo valori di civiltà, rispetto e solidarietà verso il prossimo. Donare il sangue significa offrire qualcosa di sé che non può essere acquistato, ma che può salvare una vita. È un gesto che racchiude uno spirito autentico di fratellanza e di responsabilità sociale, guidato dall’attenzione ai bisogni degli altri e dal valore del dono incondizionato. In questo senso, indossare la divisa e donare il sangue hanno molto in comune: entrambe le scelte richiedono dedizione, senso del dovere e un impegno sincero e disinteressato verso il bene altrui.

Anche suo marito appartiene al mondo delle divise. In casa c’è sicuramente maggiore comprensione e consapevolezza dell’essere in prima linea?

Non manca di certo quella bonaria goliardia che da sempre caratterizza i rapporti tra le varie anime di chi serve lo Stato. Siamo entrambi consapevoli del ruolo di equilibrio e dell’importante funzione sociale che le Forze di polizia, di ogni colore, rivestono nella nostra democrazia. I valori che ci guidano nel lavoro sono gli stessi che, ancora prima, orientano le nostre scelte e il nostro modo di vivere ogni giorno. Per questo la risposta è semplice: complicità! Fatta di rispetto, sostegno reciproco e della consapevolezza di condividere lo stesso senso delle istituzioni, dentro e fuori dalla divisa.

Che

Homewrecker

Drive

QUEL CHE RESTA

Il racconto emozionante della restituzione degli effetti personali dei pazienti deceduti per Covid-19 in Emilia durante il lockdown nel film di Gianpaolo Bigoli, in onda mercoledì 18 marzo alle 18.40 in prima visione su Rai 5

Marzo 2020. L’emergenza Covid-19 travolge il Nord Italia, Parma è tra le zone più colpite. Mentre il lockdown lascia le strade deserte, ogni giorno decine di pazienti muoiono soli in ospedale. Il caos dell’emergenza non consente nemmeno di restituire ai

familiari i loro effetti personali che si accumulano nei reparti, stipati in sacchi di plastica. Nessuno se ne occupa e nemmeno ha il tempo di pensarci. Nessuno eccetto Stefano, un giovane avvocato che in quegli oggetti riesce a vedere qualcosa di più: un modo per restare uniti. Lo racconta il doc “Quel che resta”, diretto da Gianpaolo Bigoli, in onda mercoledì 18 marzo alle 18.40 in prima visione su Rai 5. Stefano organizza un gruppo di volontari per raccogliere gli oggetti dai reparti, ordinarli in un padiglione dismesso dell’ospedale e restituirli alle famiglie con la dovuta cura. Questa iniziativa spontanea si trasforma presto in un movimento. Gli effetti personali, ritrovati e restituiti, accompagnano così le azioni dei volontari e dei familiari in ogni momento della narrazione. 

La settimana di Rai 5

Film

Ben is back

Julia Roberts e Lucas Hedges sono gli interpreti del dramma familiare diretto da Peter Hedges, in onda lunedì 16 marzo alle 21.20

Film

Palazzina LAF

Taranto 1997. Caterino lavora all’Ilva come operaio siderurgico. Un giorno i dirigenti aziendali decidono di fare di lui una spia, per individuare gli operai sindacalizzati più ostili. In onda martedì 17 marzo alle 21.20

Documentario

Pino Daniele - Il tempo resterà

In occasione dell’anniversario della nascita di Pino Daniele (19 marzo 1995), il docu-film diretto da Giorgio Verdelli, in onda giovedì 19 marzo alle 21.20

La ferrovia retica

Un treno nel cuore delle Alpi

Il Bernina Express si dirige dalla Svizzera all’Italia attraverso 196 ponti e 55 gallerie. Il percorso lo conduce attraverso valli profonde, gole selvagge e sui ghiacci eterni delle Alpi grigionesi. In onda venerdì 20 marzo alle 22.10

Gli occhi del musicista 2025

L’amicizia

Le amicizie tra musicisti da cui scaturiscono spunti artistici, come quella tra Paolo Villaggio e Fabrizio De André, di Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Mercoledì 18 marzo alle 21.20

Bob Marley

La leggenda del reggae

Il racconto dei momenti chiave della vita del musicista, attraverso filmati d’archivio, performance, e testimonianze di artisti internazionali. In onda sabato 21 marzo alle 23.45

Film

Spencer

È il dicembre 1991 quando la famiglia reale britannica si appresta a trascorrere il Natale a Sandrigham. Il matrimonio fra il principe Carlo e la principessa di Galles attraversa una grave tensione. In onda domenica 22 marzo alle 21.20

OMAGGIO A LUCHINO VISCONTI

Il ricordo a cinquant’anni dalla scomparsa. In onda martedì 17 marzo alle 8.45 e alle 14.15 su Rai Storia

Aristocratico e rivoluzionario, sognatore e ribelle. Luchino Visconti ha attraversato il Novecento come un visionario capace di fondere bellezza e verità, rappresentando l’essenza della modernità, in perfetta armonia tra vitalismo e decadenza. Nato nel lusso di una famiglia nobile, Visconti scopre presto la bellezza del teatro e della musica, ma sceglie di rompere ogni regola per inseguire la verità attraverso il cinema.

Dall’incontro con Jean Renoir a Parigi alla sfida al regime fascista, fino alla villa di Roma trasformata in rifugio clandestino durante la guerra, Visconti vive la Storia in prima linea. Darà scandalo sin dal debutto con Ossessione, il film che inaugura il neorealismo. Da “La terra trema” a “Senso”, fino a capolavori come “Rocco e i suoi fratelli” e “Il Gattopardo”, racconta un Paese in trasformazione, tra drammi privati e grandi rivolgimenti storici, con uno sguardo potente e visionario. A cinquant’anni dalla scomparsa Paolo Mieli e la professoressa Fiamma Lussana lo ricordano a Passato e presente in onda martedì 17 marzo alle 8.45 e alle 14.15 su Rai Storia.

La settimana di Rai Storia

Italia. Viaggio nella bellezza

L’Aquila. L’arte della rinascita

La storia e la ricchezza culturale di una città unica, L’Aquila, costruita nel Medioevo attraverso un complesso progetto che ne fa uno dei più grandi risultati della creazione urbana in Europa occidentale. In onda lunedì 16 marzo alle 22.10

a.C.d.C.

La grande corsa dei carri

L’ascesa dell’auriga Scorpus che, scelto dallo stesso imperatore Domiziano, entra a far parte di una delle quattro scuderie, dette Fazioni, che controllavano le corse delle bighe. Con Alessandro Barbero, giovedì 19 marzo alle 21.10

Storie della Tv

Il mercato (1984-1993)

Il monopolio Rai deve misurarsi, per la prima volta nella sua storia, con la concorrenza, in particolare con i network privati di Silvio Berlusconi. In onda martedì 17 marzo alle 22.10

Omaggio a Ilaria Alpi

e Miran Hrovatin

Il ricordo nell’anniversario dell’omicidio

Nel giorno dell’anniversario dell’omicidio, il 20 marzo 1994, Rai Cultura ripropone venerdì 20 marzo alle ore 16.00

Passato e Presente

Le dive del dopoguerra

Lollobrigida, Loren, Mangano, tre icone del cinema. Tre volti dell’Italia che rinasce. Paolo Mieli e il professor Ermanno Taviani ne parlano mercoledì 18 marzo alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30

Cinema Italia

Il giudice ragazzino

La storia vera del giovane Sostituto Procuratore della Repubblica Rosario Livatino che, nella Sicilia degli anni Ottanta, decide di intraprendere la sua personale battaglia contro la mafia in un clima di omertà e copertura. In onda sabato 14 marzo alle 21.10

Omaggio a Nino Manfredi

Il ricordo di Rai Cultura nell’anniversario della nascita

La vita e la carriera di Saturnino Manfredi, in arte Nino, attraverso le sue interviste televisive e le testimonianze di figli e collaboratori. In onda domenica 22 marzo alle 12

RAGAZZI

Il mondo di Leo

La prima serie animata italiana che racconta le avventure di un bambino con disturbo dello spettro autistico, prodotta da Rai Kids e Brand Cross, ideata per parlare direttamente a bambini e ragazzi con autismo e a tutti i bambini in età prescolare nel segno dell’inclusività. Tutti i giorni alle 8.30 su Rai Yoyo

Protagonista della serie è Leo, un bambino che vede il mondo in modo speciale, tutto suo. Grazie all’aiuto del suo migliore amico, il peluche Babù, e della sua bassottina Lola, troverà sempre una soluzione a tutti i problemi, anche a quelli che sembrano

insormontabili, imparando quanta magia e quanto divertimento possono nascondersi anche dietro a un imprevisto, a una novità, alle abitudini quotidiane più semplici, ma per Leo difficili da affrontare. La serie, che per il suo grande valore di servizio pubblico ha ricevuto il contributo del Ministero della Cultura, si avvale della consulenza scientifica del Professore Emerito di Psicologia Generale Paolo Moderato, una delle massime autorità in materia, che ha fornito il suo prezioso supporto anche all’intero progetto multimediale, nato con l’obiettivo di coinvolgere i ragazzi con autismo in un’esperienza immersiva a 360 gradi, dalla tv al libro, dal gioco alla realtà virtuale. mondo, e grazie a due autori come Nicola Brunialti e Dario Piana abbiamo cercato di tradurlo in parole e immagini che lo rendessero comprensibile a tutti”.

Underdog e i canine defenders

Il supereroe a quattro zampe ritorna con una nuova serie, un reboot in CGI del classico “Underdog” del 1964. In onda in prima Tv tutti i giorni dal 23 marzo alle 19.05

“Underdog” dà ai classici personaggi un tocco contemporaneo e presenta al mondo un nuovissimo branco di supereroi canini, “I Canine Defenders”. Nel cartone animato Underdog e i Defenders usano i loro incredibili superpoteri

per impedire ai cattivi di conquistare Capitol City. E mentre un supercattivo che calpesta la città in un mech-suit è sicuramente una sfida, la più grande sfida che i Defenders devono affrontare è superare le loro paure, debolezze e difetti per imparare a lavorare insieme come una squadra. Nella meravigliosa Capitol City, ci sono sorprendentemente più cattivi che in qualsiasi altro posto del mondo… ma Underdog e i Defenders useranno tutti i loro superpoteri per impedire che la città cada nelle mani di questi cattivi… molto cattivi!

CLASSIFICHE AIRPLAY

per RadiocorriereTv

I FILM DELLA SETTIMANA

CINEMA IN TV

17

ore 21.20

Un viaggio tra le rapide di un fiume selvaggio diventa una corsa contro il tempo e contro la paura. Joey decide di affrontare una discesa in rafting insieme al fratello Gray e a un gruppo di amici per provare a ricucire legami familiari complicati, ma quella che doveva essere un’esperienza di riconciliazione si trasforma presto in un incubo. Tra correnti impetuose, paesaggi spettacolari e una natura che non lascia scampo, il gruppo scopre di non essere solo: tra loro si nasconde un criminale in fuga disposto a tutto pur di non essere catturato. Nel cast Leighton Meester, Adam Brody e Taran Killam danno vita a un survival thriller ad alta tensione che aggiorna il celebre film degli anni Novanta trasformando il rafting in una sfida brutale tra uomo, natura e istinto di sopravvivenza.

Una notte di tempesta, un parcheggio isolato e una roulotte che diventa improvvisamente il centro di un inquietante gioco psicologico. Quando una giovane donna bussa alla porta chiedendo riparo, il solitario Patrick decide di accoglierla in attesa che il maltempo passi. Ma il dialogo tra i due, inizialmente prudente, si trasforma lentamente in una spirale di sospetti, ambiguità e rivelazioni inquietanti. Interpretato da Brendan Rock e Jordan Cowan, il thriller australiano costruisce la tensione attraverso atmosfere claustrofobiche e un confronto sempre più carico di ombre, dove il vero pericolo non è la tempesta che infuria fuori, ma ciò che può nascondersi nell’animo umano.

You’ll Never Find Me – Nessuna via d’uscita

Mercoledì 18 marzo ore 21.20 – Anno 2023

River Wild – Martedì
marzo
– Anno 2023 – Regia di Ben Ketai
Regia di Josiah Allen e Indianna Bell

Tra dune infinite e rivalità antiche prende forma un grande racconto epico ambientato nell’Arabia dei primi del Novecento. Dopo aver sconfitto il sultano Amar, l’emiro Nesib ottiene come garanzia di pace i suoi due figli, Saleeh e Auda, destinati a crescere lontani dalla propria famiglia. Anni dopo la fragile tregua si incrina quando la “Striscia gialla”, territorio neutrale stabilito dagli accordi tra i due sovrani, diventa oggetto di interesse delle compagnie petrolifere. Tra ambizioni, potere e destino personale, il conflitto torna a divampare nel deserto. Jean-Jacques Annaud firma un’avventura spettacolare e visionaria con Tahar Rahim, Antonio Banderas, Mark Strong e Freida Pinto.

Mike Lowrey e Marcus Burnett tornano a pattugliare le strade di Miami per un’ultima missione insieme. I due agenti della narcotici, interpretati ancora da Will Smith e Martin Lawrence, devono affrontare una nuova minaccia quando una spietata assassina legata a un potente cartello messicano e suo figlio decidono di vendicarsi colpendo Mike. Gravemente ferito ma determinato a scoprire chi lo vuole morto, Lowrey convince l’amico Burnett, ormai pronto alla pensione e appena diventato nonno, a tornare in azione. Tra inseguimenti, scontri e rivelazioni sorprendenti, il terzo capitolo della saga rilancia la celebre coppia con un mix di adrenalina, ironia e colpi di scena.

Bad Boys for Life – Sabato 21 marzo ore 21.10
Anno 2020 – Regia di Adil El Arbi e Bilall Fallah
Il principe del deserto – Venerdì 20 marzo ore 21.10 – Anno 2011 – Regia di Jean-Jacques Annaud

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