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Radiocorriere Tv n 07 Anno 95

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EMA, CAROLINA & MANOLA...

Gli angeli di Carlo

PRIMAFESTIVAL

Ema Stokholma, Carolina Rey e Manola Moshlei si raccontano al RadiocorriereTv. Dal 21 al 28 febbraio alle 20.35 su Rai 1

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DOPOFESTIVAL

Nicola Savino alla conduzione dell’atteso appuntamento notturno di commento alla kermesse della canzone. Dal 24 al 27 febbraio su Rai 1

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TUTTI CANTANO SANREMO

Il Direttore dell’Area Creativa della Comunicazione della

Rai Pierluigi Colantoni racconta i dietro le quinte della campagna promozionale del Festival

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ITALIANA Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997 Numero 07 - anno 95 16 febbraio 2026

ROSSO VOLANTE

Il film tv racconta i sacrifici e la determinazione di un campione dello sport italiano, Eugenio Monti, oro olimpico a Grenoble nel 1968. Lunedì 23 febbraio su Rai 1 16

SVEVA SAGRAMOLA & EMANUELE BIGGI

Il RadiocorriereTv incontra i conduttori di “Geo”, pietra miliare della divulgazione televisiva in onda nel pomeriggio di Rai 3

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L’EREDITA’ SCONTRO TRA GIGANTI

Due prime serate, il 20 e il 21 febbraio, con Marco Liorni su Rai 1 per festeggiare il ventennale della leggendaria Ghigliottina

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DIRETTORE RESPONSABILE

FABRIZIO CASINELLI

Redazione - Rai

Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213 www.radiocorrieretv.rai.it

Cinzia Geromino

Tiziana Iannarelli Vanessa Penelope Somalvico

24 MARE FUORI #CONFESSIONI

Le vicende e i racconti più intensi dei protagonisti della serie dal 18 febbraio sulla piattaforma Rai

La Rai si racconta

Quel che si cela dietro una

Il Commissario Capo Sofia Pierini racconta la sua esperienza alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026

Tra pubblico e privato, le musica e le emozioni della vita. Il cantautore romano parla del singolo “Sognatori” e del fatto che sarà presto papà

EDDY ANSELMI

L’autore del “Dizionario del Festival di Sanremo” presenta un’opera destinata a diventare riferimento per studiosi, appassionati e operatori del settore

GrandTour La vita è adesso. A quarant’anni dalla canzone, una lunga tournée celebrativa di Claudio Baglioni

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai

Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay

Una selezione dei film in programma sulle reti Rai

MATTIA BRIGA

E ADESSO… MISSIONE ARISTON (ma sempre con il tacco)

Tre personalità diverse. Tre modi di vivere il palco. Una sola voce comune: quella del “PrimaFestival”.

Ema – Carolina – Manola: le “Charlie’s Angels” di Carlo Conti. Dal 21 al 28 febbraio alle 20.35 su Rai 1 e RaiPlay

Partiamo dall’inizio: la chiamata di Carlo Conti. Cosa avete pensato quando vi ha proposto la conduzione?

Ema: “Glielo dico o non glielo dico che il PrimaFestival l’ho già fatto?” (ride). Mi hanno sempre detto che Sanremo è una di quelle cose che fai una volta nella vita, e invece no… allora non ho detto nulla e ho ringraziato Carlo con un: “Che figata, sono troppo felice”. Diciamo che ho fatto, come sempre, la gnorri. Devo dire che, essendo una grande fifona, sono contenta di aver già avuto questa esperienza, perché le seconde volte sono più facili da affrontare. Ora so cosa mi aspetta, so cos’è il gobbo (ride)… e già questo aiuta! E poi con me ci sono due ragazze che conosco benissimo: sarà tutto più easy.

Carolina: Io ero convinta di aver fatto una battuta di troppo. Ero ancora impegnata con “Sanremo Giovani” e, quando ho visto la chiamata di Carlo – che spesso, di fronte alle mie freddure, mi risponde che mi scambierebbe con una Carolina a caso – ho pensato: “Ecco, ho esagerato” (ride). Invece mi ha detto che voleva propormi il “PrimaFestival” e a me si è gelato il sangue. Ho chiuso la chiamata, tutto l’aplomb che avevo cercato di mantenere con Conti è sparito e ho iniziato a piangere e saltare per strada senza alcuna dignità (ride). Un sogno nel cassetto che non avrei mai immaginato potesse concretizzarsi, perché non capita tutti i giorni che i sogni si realizzino davvero. Manola: Non me l’aspettavo davvero. Ci speravo, certo, ma tra il dire e il fare ce ne passa. Ricordo che ero a Napoli per vedere la concorrenza, la finale di “X Factor”, perché cerco sempre di tenermi aggiornata su tutte le tendenze musicali. Quando ho ricevuto la chiamata di Carlo – tra l’altro eravamo ancora nel

vivo di “Sanremo Giovani”, a ridosso della finale – ho risposto dicendo: “Dove ho sbagliato?” (ride). Di tutta risposta Carlo mi ha chiesto se avessi qualcosa da fare dal 21 al 28 febbraio… Sono impazzita di gioia. Credo che sia un gol importantissimo nella carriera, una bellissima occasione, un punto di svolta. Ne ho avuti tanti nella mia vita professionale, che hanno sempre preceduto un cambiamento importante. Mi auguro che sia così anche questa volta.

Con chi avete condiviso per prime questa emozione?

Ema: Con la mia agenzia, prima di tutto, perché mi piace troppo condividere le belle cose con chi lavora con me. Il lavoro per me è sempre una cosa di squadra. Prima ancora degli amici, volevo condividere la notizia con chi lavora con me ogni giorno. Carolina: Con la mia famiglia. Anzi, ho fatto uno scherzo a mia madre dicendole che mi sposavo! Poi ho urlato al telefono: “Mi ha chiamato Carlo!”. Sono giorni che piango, ma di felicità. Abbiamo festeggiato tutti insieme a cena la sera stessa, perché le belle notizie sono davvero belle se puoi condividerle con le persone a cui tieni. La mia migliore amica, per esempio, mi ha preparato una scatola a forma di cuore con dentro tutti i regalini portafortuna e un kit di sopravvivenza per Sanremo. E anche lì ho pianto come una fontana…

Manola: Con mio padre. Mia madre non c’è più da qualche anno, ma è sempre stata quella che ha creduto nel mio fuoco creativo. Ha “istruito” bene mio padre, rassicurandolo e dicendogli sempre che fossi una piccola fiamma sotto una montagna di cenere: “Una volta che la sposti, è fatta”. Lui, che per me avrebbe voluto il posto fisso e vedeva nella mia quasi laurea in giurisprudenza la possibilità di una occupazione più sicura, oggi è il mio primo sostenitore. Poi ho chiamato tutti: la mia compagna, la sua famiglia… e ho iniziato a pensare ai professionisti che potranno affiancarmi in questo periodo.

Carlo vi ha definite le sue “Charlie’s Angels”. Che effetto vi fa?

Ema: Io sarei una spia bravissima, lo dico. Riesco a capire le cose dai piccoli dettagli! Non ho visto né la serie né il film, ma

l’idea di giocare con tre personalità diverse mi diverte molto. Carolina: Io avevo in mente il film con Cameron Diaz, Drew Barrymore e Lucy Liu; Carlo invece il telefilm. Quando gliel’ho fatto notare mi ha detto: “Mi stai dando del vecchio?”. Alla fine, qualunque fonte di ispirazione va bene. Lui è assolutamente convinto di questo ruolo e quando ce l’ha raccontato mi sono immaginata con la tutina di latex a fare la spia in giro per Sanremo. È un gioco divertente, un filo conduttore per raccontare il Festival in modo diverso.

Manola: Carlo è un professionista generoso, incredibile. Non ce ne sono tanti così in giro e mi dispiace leggere commenti negativi dei classici leoni da tastiera che giudicano senza conoscere il suo lavoro. Non sanno quanto sia importante per lui, quanto sia bravo in quello che fa. È stato lui, qualche anno fa, dopo avermi vista all’opera all’Arena di Verona mentre intervistavo alcuni cantanti italiani, a scrivermi subito offrendomi una grande opportunità lavorativa. Ha intuizioni geniali, ti cuce addosso un ruolo studiato solo per te. Sembra sempre amichevole, un po’ guascone, ma in realtà ti sta osservando, cerca di metterti in luce il più possibile. Guarda che ha combinato con me, Emma e Carolina. Per alcuni può sembrare ridondante – la bionda, la mora, la castana, ma secondo me l’ha fatto solo per farsi chiamare Charlie… Nel nostro gruppo WhatsApp siamo le “Carlo’s Angels”. Tutto torna.

Che valore ha per voi il lavoro di squadra?

Ema: È la parte che preferisco del lavoro. Amo la mia solitudine nella vita privata, ma al lavoro voglio confronto, discussione, scambio. Con Gino Castaldo in radio ci confrontiamo spesso, non solo sulla musica. Sono certa che con le ragazze ci troveremo bene: siamo abituate a stare insieme e, soprattutto, ci rispettiamo.

Carolina: Se funziona la squadra, funzioniamo tutte. Ho sempre lavorato in gruppo, pensando che non sia importante quanto dici, ma quello che hai da dire. Sarà stimolante lavorare insieme, supportarci e darci forza a vicenda.

Manola: Fondamentale. Per me è meglio che lavorare in solitaria. Se funziona una squadra, se funzionano le menti messe a confronto, si crea qualcosa di indistruttibile. Mi piace che il merito sia condiviso. È bello quando tra donne c’è collaborazione e solidarietà, come nel nostro caso: è tutto di guadagnato.

Provate a definirvi…

Ema: Sia Carolina che Manola sono persone realizzate. Potrei definirle entrambe donne “forti, toste, indipendenti”.

Carolina: Manola è forza, Ema creatività istintiva.

Manola: Carolina è una persona molto dolce, accomodante e accogliente: viene voglia di aprirsi con lei. Ema la amo, è come una sorella ormai. È una persona senza mezzi termini, una leonessa di cui ti puoi fidare al cento per cento.

In cosa siete diverse e in cosa vi assomigliate?

Ema: Abbiamo umorismi diversi. Io faccio battute che fanno ridere solo me (ride). Però condividiamo dedizione e rispetto. Io sono più diretta, Carolina più “patatona”, Manola ha un umorismo più inglese. Ci accomunano il tipo di carriera, la dedizione al lavoro, la passione per la radio. Tra l’altro abbiamo scoperto l’altro giorno che andiamo in onda tutte e tre alla stessa ora. Carolina: Siamo diverse, abbiamo tre personalità forti, ma condividiamo il rispetto per il lavoro e per il percorso fatto. Abbiamo fatto gavetta, mattoncino dopo mattoncino, e questo ci unisce. Io magari butto tutto in caciara, Ema ha l’estro creativo, Manola è pragmatica. Ci compensiamo. Manola: Secondo me ci somigliamo molto nell’approccio al lavoro: siamo metodiche, strutturate, precise, difficilmente in ritardo, e non è scontato. Sarà semplice condividere questa esperienza perché abbiamo grande rispetto l’una dell’altra. Siamo invece molto diverse nell’approccio quotidiano: io sono la più organizzata, loro a volte più “tra le nuvole”. Sono molto pragmatica, concreta, con i piedi per terra. Ho tutti gli orari segnati e le indicazioni precise delle cose da fare. Eppure, pur ricevendo tutte le stesse comunicazioni, mi arrivano sempre messaggi del tipo: “A che ora dobbiamo andare oggi?” (ride)

Arrivate tutte dall’esperienza nella commissione musicale di “Sanremo Giovani”. Quanto vi ha preparato a questo ruolo?

Ema: In quell’occasione penso solo ai giovani, non mi concentro su altro. Sono molto focalizzata sulla musica e sul dare ai ragazzi il consiglio giusto o una critica costruttiva. Forse questa esperienza ci ha aiutato a conoscerci meglio, a confrontarci sulle questioni musicali, anche se abbiamo gusti estremamente diversi.

Manola: Sono due cose molto diverse. Fare la “commissaria” a Sanremo Giovani è stata una grande e bellissima responsabilità, che rifarei mille volte, ma è stato anche molto complicato a livello emotivo. In fin dei conti avevi in mano il potenziale futuro di qualcuno, il loro sogno. Dire no non è mai facile. Il “PrimaFestival”, invece, sarà una responsabilità diversa: anche se c’è un gruppo di lavoro dietro, ci metto la faccia e mi sottopongo al giudizio.

Carolina: In realtà credo che la preparazione per il “PrimaFestival” venga da altre esperienze, perché il percorso nella Commissione di “Sanremo Giovani” comportava l’enorme responsabilità di giudicare dei ragazzi e la loro arte, decidendo – nel bene e nel male – il destino di una canzone. Sicuramente mi ha aiutato a comprendere meglio la grande macchina di Sanremo e la sua complessa organizzazione.

Il backstage è il cuore del “PrimaFestival”. Cosa vi incuriosisce di più?

Ema: La parte più bella sono le prove, che negli ultimi anni hanno attirato sempre di più l’attenzione dei giornalisti: ormai sembrano quasi una serata di Festival. In quel momento ti senti una privilegiata, perché mentre tutta l’Italia aspetta le serate di Sanremo, noi siamo lì a vivere tutto dal vivo. È un privilegio.

Carolina: L’aspetto più emotivo e autentico degli artisti. Il pubblico vede la performance impeccabile, sembrano tutti sicuri e concentrati, ma prima di salire sul palco c’è paura, insicurezza, verità. Andare a curiosare alle prove, raccogliere le emozioni del momento, osservare il rovescio della medaglia è affascinante.

Manola: Da radiofonica è inevitabile vivere più il backstage rispetto a ciò che avviene on stage. Siamo abituate a raccontare il dietro le quinte, a intervistare l’artista prima che si esibisca o subito dopo. Ma non mi era mai capitato al Festival di Sanremo. Il backstage dell’Ariston è una grande novità. Siamo pronte a raccontare tutto quello che a casa non arriva: il lavorio frenetico di questa macchina. Porteremo alla luce tutto il possibile, anche i camerini meno sfavillanti (ride).

Un tris di donne al “PrimaFestival”, Laura Pausini alla conduzione con Carlo Conti… Ema: È sempre stato il momento delle donne, solo che spesso non è stato valorizzato nel modo corretto. Per presenza o per mancanza, si è sempre discusso del potere femminile. Carlo Conti non ragiona in questi termini: chiama a lavorare le persone in base alle competenze. Però è bello vedere che, andando avanti nel tempo, c’è sempre più parità numerica. Le donne, nonostante tutto quello che devono affrontare, alla fine spaccano.

Carolina: Sono stata felicissima per Laura Pausini, perché il primo regalo che ho chiesto ai miei genitori è stato il Canta Tu, che negli anni ’90 andava fortissimo con il disco de “La solitudine”. Credo di aver fatto fischiare le orecchie a tutti i parenti (ride). Vederla sul palco di Sanremo per me è un cerchio che si chiude, anche a livello di passioni musicali. Penso che ci siano sempre più donne forti nel mondo della musica ed è giusto che abbiano sempre più spazio. E una persona così generosa e attenta nel dare il giusto riconoscimento alle professioniste non poteva che essere Carlo Conti.

Manola: Sarebbe bello che la presenza di tante donne al Festival, e non solo, non facesse più notizia. Anche in questo Carlo si è rivelato per quello che è: un fan delle donne. Durante le selezioni di Sanremo Giovani ci diceva di non lasciare indietro le ragazze, perché ha ben chiara la percezione di quanto sia difficile per noi ottenere certe posizioni e credibilità. Non sono per niente sorpresa delle sue scelte.

Il vostro primo ricordo del Festival?

Ema: Elisa con “Luce”. Ero in Italia da pochissimo. L’ho vista poi al Primo Maggio e ho rivissuto quel momento pensando a Sanremo.

Carolina: Ho sempre guardato il Festival a casa e, soprattutto da quando vivo da sola, in compagnia di un gruppo d’ascolto con pizze e foglietti su cui annotare le classifiche personali. Da piccola lo guardavo con mia mamma, che è una cantante lirica e non ha mai apprezzato molto la musica leggera. Andava così: io amavo quella musica, lei la criticava (ride). Ora è rimasto

tutto invariato, solo che adesso io ci sono dentro e lei critica pure me.

Manola: Sono cresciuta con mia nonna, perché i miei genitori mi hanno avuta molto giovani e hanno iniziato a lavorare subito, lasciandomi spesso da lei (ride). Abitavamo nello stesso palazzo: era tutto molto semplice, tranne il fatto che a casa sua giravano dieci nipoti, dall’adolescente di sedici anni fino a me, che ero uno scricciolo. I primi Sanremo che ricordo sono quelli di Pippo Baudo e duravano un’eternità, ma per noi quei cinque giorni insieme erano sacri. All’inizio non mi interessava molto, eppure guai a guardare altro: a un certo punto ho iniziato ad amarlo. È diventata una tradizione che mi ha sempre legata a lei. Il primo ricordo musicale forte è la vittoria di Laura Pausini nel ’93: quella canzone mi ha fatto impazzire, era la cosa più figa che fosse successa in Italia in quel momento.

Se poteste cantare una canzone di Sanremo?

Ema: “Se questa è l’ultima canzone e poi la luna esploderà…” (canta a squarciagola). Ha un ritornello pazzesco anche per noi stonati. È un invito a sfogarsi: in quel momento nessuno ti giudica.

Carolina: “L’essenziale” di Marco Mengoni. Una delle più belle canzoni del Festival, che ho cantato mille volte in macchina.

Manola: “Chiamami ancora amore” di Vecchioni. Mi emoziona, così come il ricordo di lui sul palco dell’Ariston con le braccia aperte, mentre si riprendeva quella luce che per un periodo non gli era stata riconosciuta. E poi torna, vince Sanremo e si apre all’Ariston.

Diretta TV: paura o adrenalina?

Ema: Paura.

Carolina: Adrenalina.

Manola: Adrenalina pura.

Ariston: tacco o sneaker?

Ema: All’Ariston si corre con il tacco, sempre. Anche a costo di sembrare un fenicottero.

Carolina: Tacco altissimo, così ad Emma posso arrivare un po’ più su del seno.

Manola: Tacco. Anche se il ginocchio che mi sono rotta l’anno scorso protesta.

Avete già pensato alla prima frase dopo il TG1?

Ema: Forse “Buonasera amici”. Ma prima recupero “Charlie’s Angels”, il film o il telefilm, così con gli autori capiremo quanto giocare, almeno per l’apertura, su questo tema.

Carolina: Mi preparo, ma poi mi affido all’emozione del momento. Voglio essere autentica. In questo momento ho idee un po’ vaghe e confuse, ma aspetto di vivere quell’attimo così come sarà.

Manola: Sicuramente mi presenterò. Chi fa radio ha l’abitudine di contestualizzare. Ma poi improvviserò.

Dopo il Festival c’è DOPOFESTIVAL

Nicola Savino alla conduzione dell’atteso appuntamento notturno di commento alla kermesse della canzone. Con Aurora Leone, Federico Basso e il maestro Enrico Cremonesi

Il “DopoFestival” riaccende le luci del Teatro del Casinò di Sanremo, accompagnando il pubblico di Rai 1 nella vita notturna del Festival 2026. Dal 24 al 27 febbraio, subito dopo la chiusura delle serate all’Ariston, Nicola Savino torna alla conduzione di un happening che vive di ritmo, improvvisazione e libertà. Un vero e proprio “dopo partita”, con al centro le impressioni a caldo dei cantanti in gara. Al suo fianco un cast fisso composto da Aurora Leone e Federico Basso, pronti a guardare il Festival di traverso e a intervenire sui momenti più discussi della serata con ironia e imprevedibilità. La musica resta centrale anche fuori dall’Ariston. Il maestro Enrico Cremonesi, già membro della commissione musicale di “Sanremo Giovani”, porta sul palco competenza e ascolto, accompagnando i cantanti in gara in inedite performance live. Accanto a loro, i giornalisti della carta stampata, della televisione, della radio e del web: voci diverse chiamate a commentare, discutere e smontare la serata, in un confronto libero e continuo. Il “DopoFestival” va in onda dal Teatro del Casinò di Sanremo, il luogo che ha ospitato la prima edizione del Festival della Canzone Italiana nel 1951 e che per oltre venticinque anni ne è stato il palcoscenico. Un ritorno alle origini che non indulge nella nostalgia, ma rimette in circolo settantasei anni di storia. Ogni sera gli artisti appena scesi dal palco dell’Ariston arrivano al “DopoFestival” per raccontare cosa è successo sul palco e subito dopo, tra impressioni a caldo, scelte e dettagli che non entrano nella diretta 

COLANTONI

Tutti cantano

“Perdere l’amore”, “La solitudine”, “Volevo essere un duro”, “Maledetta primavera” e tanti altri brani senza tempo. Le melodie sanremesi più amate, le strade e le piazze dei centri storici italiani, musicisti, passanti e turisti: insieme per dare vita a un grande rito collettivo. Il direttore dell’Area Creativa della Direzione Comunicazione della Rai racconta al RadiocorriereTv come nasce e prende forma la campagna di comunicazione, in onda da alcune settimane sui canali Rai: «C’è stato un momento in cui la pubblicità era soltanto bellezza, estetica, modelli, oggi la comunicazione è reale, se le persone la sentono vera e sincera, allora la seguono, la sposano»

“Tutti cantano Sanremo” è il nome della campagna della Rai che sta accompagnando i telespettatori al Festival… come è nata?

È nata l’anno scorso mentre giravamo gli spot di Sanremo 2025. Ho pensato al claim di Carlo Conti “Tutti cantano Sanremo” e mi sono detto che sarebbe stato bello se quel “tutti” avesse significato veramente “tutti”. E così mi sono chiesto: cosa accadrebbe se un’orchestra collocata in una piazza, in una strada, iniziasse a suonare i temi del Festival? Cosa farebbero i passanti? Canterebbero? Si fermerebbero? Parteciperebbero? Ma quando l’abbiamo pensato non c’erano i tempi giusti per realizzare il progetto, che è stato rimandato di un anno.

Come avete scelto le città nelle quali girare?

Intorno a maggio-giugno abbiamo iniziato a contattare dei conservatori, che in alcuni casi si sono detti disponibili. Abbia-

mo quindi cercato di dare una rappresentazione dell’Italia intera, spostandoci da nord a sud e portando le nostre telecamere a Torino, Trento, Parma, Pesaro, Lucca, Roma e Cosenza…

… e le canzoni da suonare e cantare insieme al pubblico come sono arrivate?

Le abbiamo scelte insieme a Carlo Conti secondo alcuni criteri, in primis quello della cantabilità. Sono tante le canzoni rimaste nella storia della musica italiana, e molte di queste sono di Sanremo, ma non tutte sono dei veri e propri inni che le persone continuano a cantare. Abbiamo scelto quelle di cui il pubblico conosce il testo e che ama cantare in gruppo, i brani che aggregano. Secondo criterio è quello della resa dell’arrangiamento del brano eseguito da un’orchestra sinfonica. Pensiamo a “Incoscienti giovani” di Achille Lauro, arrangiata per archi e coro dal maestro Valeriano Chiaravalle: quando l’ascolti ti accorgi che quella canzone ha un senso molto completo anche in una versione classica.

Quali sono state le difficoltà che avete trovato lungo il percorso? Come le avete superate?

All’inizio non le immaginavo e non le potevo conoscere, ma quando abbiamo iniziato a condividere il progetto internamente, tutto è stato più chiaro. Una campagna non è mai di una sola persona ma di un intero gruppo di lavoro, l’idea è soltanto la matrice, che poi si somma ai tasselli portati dagli altri. Se in un primo momento, ad esempio, l’idea era di girare in una o due location al massimo, il confronto ci ha portati a scegliere il viaggio per le piazze italiane, da nord a sud. Dopo avere scelto i conservatori, abbiamo fatto in modo che le orchestre suonassero e registrassero i quindici brani scelti.

Passaggio fondamentale… … sì, perché l’audio in presa diretta comportava molti rischi, a partire dal possibile disturbo del vento o dei rumori della stra-

da, che avrebbero potuto compromettere la qualità e il risultato finale. E così, prima di andare sul set, ci sono state le prove e le registrazioni del sonoro. Tra novembre e dicembre siamo finalmente andati nelle piazze dove ci siamo dovuti confrontare con l’incognita delle condizioni meteo, perché la pioggia e la neve possono creare danni importanti agli strumenti musicali. Anche solo poche gocce d’acqua possono rovinare violini, viole, violoncelli e contrabbassi. Nella tappa di Torino, ad esempio, il giorno della registrazione siamo stati accolti da grandi fiocchi di neve e così, per proteggere gli strumenti dei musicisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, intervenuta nello spot, si è scelto di girare all’interno. Abbiamo pensato alla stazione dei treni, ma non c’erano i tempi per farlo e così abbiamo allestito una finta stazione nel foyer dell’auditorium della Rai. Tutti n fuga dalla pioggia anche a Lucca, dove un’orchestra di novanta persone è scappata dal temporale trovando rifugio in una vicina galleria.

Un progetto che ha riscontrato da subito l’entusiasmo della gente…

In un primo momento, quando l’operazione non era ancora conosciuta, le persone si avvicinavano e canticchiavano ma con un po’ di timidezza. Poi, per aiutarle, abbiamo coinvolto un vocal coach che è andato in mezzo a loro spiegando quello che stavamo cercando di fare. Quando hai 30-40 persone che iniziano a cantare, è un attimo che ne arrivino 50, 100. E così le nostre telecamere si sono concentrate proprio sul coinvolgimento della gente, sulla loro curiosità, sulle loro emozioni. Dal punto di vista registico abbiamo voluto riportare verità, entusiasmo. In questo tempo tecnologico di intelligenza artificiale, le persone hanno bisogno di un grandissimo calore umano. Sanremo rappresenta sicuramente uno degli eventi più caldi e più vivi, pensiamo al teatro Ariston, alle strade della città ligure piene di persone che acclamano gli artisti o che più semplicemente vivono l’atmosfera della festa.

Quando una campagna di comunicazione si può considerare

riuscita?

Quando le persone che la guardano si sentono rappresentate e pensano che quella campagna parli anche di loro. Cantare a squarciagola, all’aperto, è un qualcosa che ci riguarda, che ci fa sentire vivi, che riguarda un po’ tutti noi. Credo che questa campagna abbia funzionato per l’energia umana e vitale che è riuscita a creare.

“Tutti cantano Sanremo” ha coinvolto telespettatori, territorio e social…

Quando abbiamo girato a Roma, in Piazza di Spagna, c’erano migliaia di persone, l’evento è subito rimbalzato sui social, è finito sui giornali, in televisione, dando vita a un secondo momento promozionale.

Direttore, in quale direzione va l’immagine del Servizio Pubblico radiotelevisivo? Come volete raccontare la Rai del futuro? Ogni nuova campagna ci fa pensare. Quella sulle Olimpiadi, ad esempio, è molto contemporanea e moderna nel linguaggio. Quella su Sanremo è nel segno della partecipazione, componente di cui le persone oggi hanno e sentono necessità. C’è stato un momento in cui la pubblicità era soltanto bellezza, estetica, modelli, oggi la comunicazione è reale, se le persone la sentono vera, sincera, allora la seguono, la sposano. Credo che una direzione possibile sia proprio quella di ridare ai nostri spettatori verità, portandoli a essere parte, insieme a noi, di un processo creativo.

Cosa significa, per lei, ideare le campagne di comunicazione che raccontano la tv, la radio e la piattaforma della Rai?

Mi onora, ci onora, comunicare a tutto il pubblico italiano la possibilità di seguire i contenuti della Rai e lo sforzo di tutto il Servizio Pubblico. Mi sento fortunato di poter lavorare con una squadra straordinaria che è quella della Direzione Comunicazione guidata da Fabrizio Casinelli, che è l’Area Creativa, fatta di registi, di impiegati, di tante figure che non si fermano al semplice lavoro, ma che alzano l’asticella portando la sfida sempre più in alto. 

ll percorso di sacrifici e determinazione di un campione dello sport italiano, Eugenio Monti, oro olimpico a Grenoble nel 1968: «Sono convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta» racconta il regista. Il film andrà in onda su Rai 1 lunedì 23 febbraio

1964. Eugenio Monti, campione di bob, ha 36 anni, ha vinto quasi tutto, ma gli manca l’oro olimpico ed è deciso a conquistarlo ai Giochi Olimpici invernali di Innsbruck. Monti realizza un tempo eccezionale, ma durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Un gesto di grande lealtà sportiva che permette agli inglesi di vincere l’oro, mentre l’Italia deve accontentarsi del bronzo. Per il suo eccezionale esempio di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, considerato la più alta onorificenza per un atleta. L’episodio del bullone è il punto di partenza di un racconto che ripercorre i quattro anni che portano Eugenio Monti, “Rosso Volante”, come lo soprannominerà il giornalista Gianni Brera per la sua audacia e il colore dei suoi capelli, a vincere l’agognata medaglia d’oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. Una storia di sport, amore, amicizia, coraggio.

Il regista Alessandro Angelini racconta

«Avendo a che fare con una storia vera, e quindi con dei personaggi realmente esistiti - alcuni dei quali, peraltro, ancora viventi - ho cercato di approcciare al film usando estrema delicatezza e assoluto rispetto verso chi quella storia l’ha vissuta in prima persona. Evitando accuratamente di creare forzature o storture, ho “modellato” la sceneggiatura sulle figure degli interpreti proprio per realizzare un equilibrio quanto più profondo tra la pagina scritta e la verità della messa in scena. Sono

convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta. Di quest’ultima, deve certamente mantenerne le intenzioni ma non limitarsi a questo, quanto scendere ancora più in profondità. Il passaggio dal foglio alle azioni e ai movimenti degli attori deve essere curato in tutte le sue sfaccettature. È fondamentale. A volte, un dialogo funziona perfettamente nella fase della lettura ma quando lo si va a mettere in scena può risultare poco efficace. In effetti, una battuta, per quanto ben scritta, può essere restituita con forza e precisione da uno sguardo, da un gesto, da un silenzio che riesce a condensarla rendendo la scena più autentica. Si tratta di una fase affascinante del lavoro di regia che mi fa pensare ad una partitura musicale: ci sono note di durata diversa e ci sono le pause. Si deve suonare ogni nota col giusto tempo ma si deve anche saper dare respiro alla melodia! Per raccontare le due edizioni olimpiche (Innsbruck ’64 e Grenoble ’68) abbiamo studiato i filmati dell’epoca e ricostruito fedelmente lo spazio della pista e quello adibito alla stampa. Nonostante ciò, avevamo la sensazione che ci mancasse qualcosa. E alla fine, per integrare e dare maggiore credibilità alla messa in scena, abbiamo deciso di inserire nel film alcune immagini di repertorio. Una scelta azzardata? Non lo sappiamo. Di certo, una decisione coraggiosa con dentro una buona componente di ambizione e follia. Ma se il nostro intento era quello di raccontare le gesta di Eugenio Monti…, forse ci si doveva adeguare. Ma questo implicava che tutto dovesse essere affrontato con estrema professionalità e allora, di concerto con il reparto fotografia, ci siamo messi a studiare le tecniche usate per riprendere i vecchi cinegiornali, quali fossero le ottiche utilizzate, la filosofia delle inquadrature, ecc. per poi riproporre un impianto simile che raccontasse gli eventi agonistici creati sul set senza creare strappi tra il presente e il passato. Ritengo che il modo di riprendere dei cineoperatori ben si sposi con lo stile che volevo dare al film: vigoroso e quasi documentaristico nelle gare (per dare modo al pubblico di sentirsi in pista con Monti) e più statico e contemplativo (come le vette delle Dolomiti che fanno da cornice alla nostra storia) nei momenti in cui si racconta la vita privata di Monti. In questo secondo caso, la sua insofferenza, i suoi tormenti non sono dati dai movimenti della macchina da presa bensì dalla loro stessa tensione emotiva; durante queste scene, il mondo attorno a Eugenio è fermo, ben ancorato, quasi statico mentre è la sua sofferenza a muoversi e a muovere l’aria. In qualche modo, è come se le emozioni quali il travaglio interiore, il tormento, l’angoscia potessero essere comunicate dal loro essere in movimento al cospetto di un mondo esterno completamente fermo; come se l’inquadratura non fosse sufficiente a contenerle, in un’asfissiante ricerca di uno spazio vitale più ampio di quello concesso dalla macchina da presa. Per quello che mi riguarda, questa scelta di riprendere con la macchina fissa le situazioni raccontate, da una parte esalta la bellezza dei paesaggi, la loro imperturbabilità, mentre dall’altra aumenta l’isolamento e la sofferenza del protagonista.» 

SCONTRO TRA GIGANTI PER LA SUPERGHIGLIOTTINA

Due prime serate il 20 e il 21 febbraio con Marco Liorni su Rai 1 per festeggiare il ventennale della leggendaria Ghigliottina

“L’Eredità – Scontro tra Giganti” approda in prima serata su Rai 1 con due appuntamenti speciali, in onda venerdì 20 e sabato 21 febbraio, pensati per celebrare uno dei quiz show più amati e longevi della televisione italiana. Alla conduzione Marco Liorni che guiderà il pubblico in due serate evento. Per l’occasione, il programma proporrà una sfida senza precedenti: sei tra i campioni più vincenti, più volte arrivati alla ghigliottina, tornano in studio per mettersi nuovamente alla prova, dando vita a uno spettacolo che unisce competizione, intrattenimento e memoria televisiva.

I protagonisti dello “Scontro tra Giganti” sono: Guido Gagliardi, uno dei concorrenti più vincenti di sempre, che nel corso della sua straordinaria avventura a L’Eredità ha accumulato una vincita complessiva di circa 316.250 euro, imponendosi come punto di riferimento assoluto nella storia del programma.

Martina Crocchia, campionessa amatissima dal pubblico per la sua determinazione e lucidità di gioco, capace di lasciare un segno indelebile nelle sue

partecipazioni, distinguendosi per preparazione e carisma ha totalizzato una vincita di 158.125 euro. Giacomo Candoni, giovane campione vicentino dell’edizione 2023, che ha conquistato tutti con la sua spontaneità, affabilità e intelligenza di gioco, arrivando ad accumulare un montepremi totale di 188.750 euro.

Daniele Alesini, medico oncologo e protagonista dell’edizione 2024, che ha dimostrato grande sangue freddo e capacità strategica, totalizzando un impressionante montepremi di 285.000 euro. Christian Giordano, rimasto in gara per 27 puntate, durante le quali ha costruito un percorso solido e brillante, conquistando un montepremi complessivo di circa 310.625 euro.

Gabriele Paolini, tra i volti più amati della stagione 2025, che con 33 puntate da campione ha accumulato circa 300.000 euro, stabilendo un vero e proprio record per la sua edizione e diventando uno dei concorrenti più popolari degli ultimi anni. Due serate evento all’insegna della competizione ad altissimo livello, della passione per le parole e della celebrazione di un programma che ha fatto la storia della televisione italiana, confermandosi ancora oggi un appuntamento irrinunciabile per milioni di spettatori.

PIANETA

“Geo” è una pietra miliare della divulgazione televisiva, punto di riferimento di un pubblico che sceglie di ascoltare, approfondire, incontrare la bellezza. Il segreto del successo? «La voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare» affermano i conduttori, consapevoli come il ruolo di servizio pubblico del programma, sia proprio quello di «contribuire a formare negli spettatori una coscienza ecologica, fornire strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni». Dal lunedì al venerdì alle 16.15 su Rai 3

Un successo che il tempo non scalfisce ma fortifica, qual è il segreto di “Geo”?

SVEVA: “Geo” è un programma molto amato perché riesce ad intrattenere in modo garbato, regalando serenità allo spettatore, proponendo un intrattenimento colto e pieno di bellezza. È un programma curato nei minimi dettagli, frutto di un grande lavoro di squadra. I documentari che mandiamo in onda raccontano la natura selvaggia e anche il rapporto con l’ambiente di persone che curano la terra, che la amano e la proteggono, e negli approfondimenti in studio accanto alle criticità raccontiamo sempre le soluzioni possibili.

EMANUELE: Il mio personale punto di vista è che “Geo” sia una trasmissione amata perché non ha mai rincorso mode e “ansie narrative” di un certo tipo di televisione, che non ci appartengono. Non è un segreto, ma un metodo se mai basato sulla ricerca di contenuti solidi, a volte pure profondi, e con ospiti competenti nelle loro materie. Informazione e divulgazione che cerchiamo di portare a tutti in modo normale, non bacchettone, “come se fossimo assieme nel salotto di chi ci guarda” come mi ha insegnato il nostro autore Vittorio Papi appena entrai a “Geo”. Forse l’unico vero segreto è proprio quello che dietro non ci sono “divismi”, ma voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare.

Cosa vi appassiona, a distanza di anni, di questo progetto?

EMANUELE: La cosa che personalmente apprezzo di più è la possibilità di riuscire a veicolare a tantissime persone anche messaggi importanti di convivenza, conservazione della natura, e della possibilità di avere un’umanità migliore in un format che non è necessariamente per addetti ai lavori. Poter parlare di una specie a rischio di estinzione tra un documentario su una località segreta del Molise ed un angolo di cucina tradizionale, significa che quel messaggio potrà raggiungere tante persone che un programma più specifico magari non avrebbe raggiunto. Anzi, crea proprio, secondo me, quella connessione tra i fatti naturali e quelli umani, che sono indissolubilmente legati gli uni agli altri.

SVEVA: La possibilità di contribuire a formare nel pubblico una coscienza ecologica, dare strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni come motori di cambiamento per un mondo più giusto.

Siete una coppia molto affiatata, qual è il segreto di questo legame?

SVEVA: Emanuele è rimasto una persona e non è mai diventato un personaggio. È immune dal narcisismo che spesso la tv innesca nei conduttori di successo. È un grande fotografo naturalistico e un biologo; appena può scappa in cerca di corsi d’acqua dove poter fotografare le rane, che con tutti gli anfibi, sono tra i suoi animali preferiti, insieme ai rettili e agli insetti; non tutti sanno che canta e compone musica heavy metal, forse la cosa più lontana che io possa immaginare dai miei gusti, ma è un compagno di lavoro straordinario, allegro, affidabile, preparatissimo, e tra noi non c’è mai stata competizione, perché entrambi lavoriamo per un progetto e non per il nostro ego.

EMANUELE: Io e Sveva ci siamo piaciuti da subito, da quando in quel lontano pomeriggio di giugno 2013 entrai nella redazione di “Geo” per un primo colloquio conoscitivo. Con lei e con gli autori ci fu subito un bel feeling. Io e Sveva siamo forse in parte diversi (lei di certo non ascolta musica metal come il sottoscritto!!) ma solidamente simili nei valori che ci appartengono, come la correttezza professionale, la voglia di fare sì che tutta la trasmissione sia bella, non solo il nostro cantuccio. Aggiungo che siamo complementari in quello che è il nostro ruolo all’interno della trasmissione. Non c’è prevaricazione e non c’è divismo tra di noi. Arriviamo in studio, ci si chiede come va, a volte ci raccontiamo problemi personali e piccole vittorie quotidiane e poi via, si inizia con la trasmissione con un sorriso, sapendo che di fianco c’è una persona di cui fidarsi sempre.

Cosa significa essere divulgatori televisivi nell’era dei social, che ha portato la narrazione ad alta velocità?

EMANUELE: Penso che il medium televisivo sia necessariamente ormai collegato anche ai social, se non altro attraverso i vari profili in cui i telespettatori comunque interagiscono. Fino a non molto tempo fa, il massimo che poteva accadere dopo uno spazio che era particolarmente piaciuto e dispiaciuto ai telespettatori, era che la redazione poteva ricevere qualche lettera, telefonata e più recentemente e-mail da qualche persona particolarmente volenterosa. I social hanno aperto completamente la connessione tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. Per me questo non è necessariamente un male. È vero che magari un certo pubblico predilige ormai l’informazione superficiale ed effimera di un social, ma è anche vero che dai social si può avere un riscontro in tempo praticamente reale dell’apprezzamento o meno di una parte del programma. Permette di riflettere anche qualitativamente su quanto si è fatto nel bene e nel male. È un nuovo modo di intendere la comunicazione che non si ferma più, come un tempo alla mera intervista in studio,

perché ora avvertiamo più velocemente quello che le persone pensano di quello di cui si è discusso.

SVEVA: Sarebbe un errore inseguire il pubblico dei social attraverso il mezzo televisivo, sono due platee distinte che hanno linguaggi diversi: della tv, sui social, possono andare solo frammenti, mentre chi si siede di fronte ad un programma ha un altro senso del tempo ed è disposto ad ascoltare, ad approfondire, a pensare in un modo diverso.

Verso i trent’anni di trasmissione per Sveva, dodici per Emanuele, che cosa significa vivere con “Geo” accanto?

SVEVA: Significa avere disciplina, ed una quotidianità scandita da regole ed orari molto precisi, a volte limitanti. Se anche hai una giornata difficile, al momento di andare in onda in diretta devi essere concentrato e presente a te stesso, lasciare fuori i problemi, e dare moltissime energie al pubblico che ti guarda da casa, ai tuoi ospiti, al gruppo di lavoro che si fa in quattro perché tutto vada per il meglio. Ma è come una terapia, perché quando smetti di lavorare e torni al tuo problema lo vedi dopo essertene distaccato per un po’ e a volte questo restituisce forza e lucidità. E poi c’è il grande privilegio intervistare ospiti autorevoli e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

EMANUELE: “Geo” per me è stato un vero cambiamento di come organizzavo la mia vita, anche perché ormai, da dodici anni, faccio avanti e indietro dalla mia Genova a Roma tutte le

settimane per nove mesi l’anno circa. Il lunedì lascio la mia famiglia e la mia casa per arrivare a Roma. È diventata una sorta di routine che è parte della mia vita lavorativa. Vivere con “Geo” significa sapere che parto ogni settimana con l’idea di poter raccontare a quanta più gente possibile la natura che mi appassiona, le battaglie per la salvaguardia del pianeta e di noi con esso. E questo mio spostamento mi è più lieve quando per strada qualcuno mi ferma e mi dice “caro Emanuele, tu e Sveva siete sempre nei miei pomeriggi e mi tenete compagnia come se foste di famiglia”.

Qual è il tratto della vostra personalità che più emerge nella conduzione di “Geo”?

EMANUELE: Forse a questa domanda dovrebbe rispondere chi mi conosce e mi guarda, come mia moglie o la mia famiglia in generale, ma spero che il tratto che esce di più sia la mia forsennata e cieca passione per la natura. Al di là di questo, spero che emerga un’immagine di me positiva, perché di negatività il mondo ne ha già fin troppa! Alcune volte mio padre (che non è certo imparziale nel giudizio) dice che emerge anche il mio lato più scherzoso ed ironico, la qual cosa non mi disturba affatto!

SVEVA: Di me credo che emerga la curiosità e l’interesse per le culture del mondo e le persone, non a caso mi sono laureata in antropologia culturale!

In libreria

Le vicende e i racconti più intensi dei protagonisti della serie dal 18 febbraio sulla piattaforma Rai

Dal 18 febbraio su RaiPlay, tornano i retroscena della fiction raccontati dai protagonisti stessi che si rivelano davanti alle telecamere, confessando le emozioni dei personaggi che interpretano, le scelte difficili e le ferite di ognuno di loro, sviscerando temi che la serie, con i suoi ritmi serrati, può solo sfiorare. In attesa della nuova stagione, il pubblico potrà così rivivere le vicende della quinta stagione tra realtà e finzione, tra nuovi arrivi e addii struggenti: gli ultimi episodi, infatti, hanno lasciato lo spettatore con il fiato sospeso, regalando vari colpi di scena che hanno tracciato nuove traiettorie. Si approfondiranno alcune delle storie che maggiormente hanno lasciato il segno, tra cui: il rapporto sempre più controverso tra Rosa e Carmela, la discesa agli inferi di Dobermann, il legame tossico tra Sonia e Marta, l’amore ‘impossibile’ tra Cucciolo e Milos e i segreti che si celano dietro il bel viso di Simone. Infine, verrà rivolto uno sguardo particolare anche sulle malefatte dei nordici appena arrivati a stravolgere gli equilibri dell’IPM. “Mare Fuori #Confessioni” è un original Rai Contenuti Digitali e Transmediali. 

TAXI DRIVER

New York di notte diventa un labirinto di solitudine, luci sporche e pensieri che rimbalzano senza tregua. Travis Bickle, reduce del Vietnam, guida il suo taxi nelle ore in cui la città mostra il volto più crudo e fragile. L’incontro con una giovane prostituta accende in lui un’ossessione per la redenzione, mentre il confine tra giustizia e follia si assottiglia. La sua mente scivola lentamente verso un’esplosione di violenza che lascia il segno, dentro e fuori di lui. Martin Scorsese firma un racconto disturbante e magnetico sulla deriva dell’uomo solo, con un Robert De Niro entrato nella storia del cinema. Palma d’oro a Cannes e riconoscimenti internazionali consacrano un film che ancora oggi inquieta e affascina..

Basta

BLACKOUT

Una valanga isola un albergo tra le montagne, tagliando ogni via di fuga e ogni contatto con il mondo esterno. Gli ospiti, costretti a convivere, iniziano a rivelare tensioni, segreti e relazioni ambigue che rendono l’atmosfera sempre più inquieta. Quando emerge la presenza di un assassino, la paura si insinua tra i corridoi e trasforma ogni sospetto in una possibile verità. Alessandro Preziosi guida un cast corale in un racconto che mescola mistero, tensione psicologica e sopravvivenza. L’ambiente chiuso diventa una lente che amplifica fragilità, menzogne e istinti, fino a far emergere il lato più oscuro dei personaggi. Una storia che gioca sul confine tra fiducia e diffidenza, dove il pericolo non arriva solo dall’esterno, ma soprattutto dalle persone accanto.

Basta un Play!

ORA COME ALLORA – 1973: QUELLE DOMENICHE A PIEDI

Strade vuote, silenzio irreale, città improvvisamente restituite ai passi delle persone: così l’Italia visse la crisi energetica del 1973. Attraverso servizi e testimonianze, il racconto ricostruisce quei mesi di austerità in cui cambiare abitudini non fu una scelta, ma una necessità. Le domeniche senza auto diventarono un laboratorio sociale inatteso, fatto di biciclette, incontri e nuove forme di quotidianità. Le voci dell’epoca restituiscono paure, adattamenti e perfino qualche scoperta felice. Colpisce quanto quelle immagini parlino anche al presente, come uno specchio che riflette le sfide energetiche di oggi. Un viaggio nella memoria che mostra come le crisi, a volte, costringano a rallentare e a ripensare il nostro modo di vivere..

MAGIC KIDS L’ECLISSI SOLARE

Un ragazzo si ritrova in una città dove la magia non è leggenda ma quotidianità, e dove essere diversi significa imparare a conoscersi davvero. Vlad, unico vampiro insieme a suo padre, entra in una scuola frequentata da creature fantastiche e scopre presto che il suo destino è legato a una profezia antica. L’arrivo di un’eclissi solare imminente trasforma l’avventura in una corsa contro il tempo, tra amicizia, coraggio e identità. Il gruppo di giovani protagonisti deve imparare a fidarsi l’uno dell’altro per affrontare un pericolo che incombe su tutti. La storia unisce toni leggeri e atmosfere misteriose, costruendo un racconto fantastico adatto anche a chi ama le favole moderne. Un viaggio tra magia e crescita, dove il vero potere è capire chi si è e quale posto si vuole avere nel mondo.

Inguaribile sognatore

Una vita nel segno della coerenza e della passione, in cui determinazione e sogno sono diventati tutt’uno. A pochi giorni dall’uscita del singolo “Sognatori”, disponibile sulle piattaforme digitali, e in attesa di diventare papà di una bambina, il cantautore romano si racconta al RadiocorriereTv con la schiettezza che lo contraddistingue: «Sono un uomo di valori, difficilmente scendo a compromessi, questo mi aiuta a stare in pace con me stesso ma non è utile per la mia carriera» afferma. E ringrazia il suo pubblico: «Da quando mi hanno conosciuto non mi hanno mai mollato»

Mattia, come sta?

Sto molto bene, è un periodo pieno di cose belle e me lo sto godendo al cento per cento. Sono felice dell’uscita del brano “Sognatori” (che segue l’album “Sentimenti” del 2025), canzone che è piaciuta a tanta gente e anche a persone, come Fiorello, il cui parere è influente nel panorama della musica italiana. Sono felicissimo per la bambina in arrivo che io e mia moglie Arianna (Montefiori, attrice) non vediamo l’ora di avere tra le braccia.

Come nasce il suo ultimo singolo, “Sognatori”?

Da una passeggiata nel cuore di Roma con Arianna. Stavamo guardando una camicia in una vetrina di una nota griffe, quando il mio sguardo si è soffermato sul nostro riflesso sul vetro: eravamo noi con in mano le buste di un brand molto più pop. Nulla contro l’alta moda, ma sia a me che a mia moglie, anche per retaggio educativo, non servono abiti super firmati per sentirci a nostro agio o per sentirci belli. Ecco, mi è piaciuta questa immagine, che è anche molto personale, per dare inizio a un brano che parla del nostro desiderio di diventare genitori, obiettivo che adesso stiamo avverando dopo avere superato

non pochi ostacoli. Ci siamo scrollati di dosso pensieri che ci incupivano, affrontandoli con l’entusiasmo dello stare insieme, con la complicità, distraendoci anche viaggiando.

Canta “non fidarti mai di chi non ha ossessioni”, è una provocazione o dice sul serio?

No, dico sul serio (sorride) perché le ossessioni, non intese come compulsività ma nel senso positivo e costruttivo del termine, possono essere motivo di crescita, di arricchimento. La tua vita è quello che fai, come impieghi il tuo tempo, gli interessi che hai…

… a partire dalla musica…

Credo tanto nel mio lavoro che porto avanti da indipendente e con tanto orgoglio, con tanta fatica. C’è stato un periodo della mia vita in cui tutti sembravano essersi accorti di me, e poi altri momenti in cui solo io so che esisto, perché mi guardo

allo specchio, però conosco il mio valore, sia che la mia musica l’ascoltino cinque milioni di persone o poche migliaia. Non è mai una questione di numeri ma come riempi la tua vita, come la impieghi. Ecco, ho l’ossessione di questo, della musica, di migliorare come uomo, dei viaggi, per lo sport.

Il viaggio inteso come incontro, come conoscenza… Ho avuto una famiglia che è stata brava a educarmi alla bellezza della diversità, pur insegnandomi sempre a riconoscere le radici, quelli che sono i nostri valori, o più banalmente il legame con la mia città. Mia madre diceva sempre: “Le ali per volare e le radici per restare”. Questo significa vai anche vivere all’estero, ma allo stesso tempo ricordati da dove vieni, che sei italiano, che Roma è casa tua.

Questo punto di equilibrio è riuscito a raggiungerlo?

Sono andato via di casa molto piccolo, avevo 16 anni e vivevo in Danimarca, un luogo che mi ha lasciato tanto anche come esperienza formativa per le abitudini di quel paese, per il senso di indipendenza dei giovani, per il loro vivere la sessualità in maniera costruttiva. È capitato che piacendo a una ragazza fossi invitato a casa sua, cenassi a tavola anche con i suoi genitori e poi dormissi con lei. Una volta ritornato in Italia è stato un po’ un macello e ho faticato a riconoscermi nel nostro sistema sociale, nelle nostre modalità di affrontare la vita. Ma a un certo punto, crescendo, trovi una sintesi tra le tue esperienze, una tua visione.

Lo scorso anno con l’album “Sentimenti”, ora con “Sognatori”, la vena romantica sembra avere avuto il sopravvento…

Sono sempre stato molto romantico, anche quando scrivevo rap, nei miei dischi più crudi. Trasferire questa vena nel genere rap è un po’ più difficile che nel cantautorato, dove la scelta della melodia aiuta. “Sognatori” è una canzone molto romantica, come lo sono “Vieni con me” e “Buonanotte Roma”, ma lo era anche “Sei di mattina”, chitarra e voce, scritta in rima oltre 10 anni fa.

Nella sua carriera non ha mai rincorso ciò che è di tendenza, quanto costa essere coerenti?

È una scelta che pago tantissimo, come pago quella di essere rimasto a Roma mentre la musica è a Milano, dove ci sono le grandi case discografiche. Sono un uomo di concetto, di valori, difficilmente scendo a compromessi e questo mi aiuta a stare meglio, a stare in pace con me stesso. Ho sempre anteposto la mia felicità personale a quella professionale, motivo per cui dedico tanto tempo al mio matrimonio, come lo dedicherò a mia figlia. Conosco artisti che hanno molto più successo di me ma lo vivono male. In questi ultimi anni con la mia musica ho fatto tutto da solo, senza vocal coach che mi dicono come devo cantare, senza uno staff. Mi sono autoprodotto, autofinanziato, sono soddisfatto del lavoro che ho fatto, al tempo stesso a volte penso che mi piacerebbe avere una struttura completa con la quale puntare a nuovi traguardi. Adesso è così, vedremo più

avanti. Sono sicuro di dover raccogliere di più rispetto a quello che ho raccolto, al mio impegno.

Che cosa c’è ancora in lei dal ragazzo che più o meno 12 anni fa prese parte ad “Amici”?

Il ragazzo che sei stato non muore mai, se devo tirare fuori i denti lo faccio. Certo, oggi riesco a individuare i momenti in cui è il caso di reagire e cerco di farlo in maniera diversa, più composta. Sicuramente Arianna in questo mi ha aiutato tanto, ad analizzare meglio le situazioni, le modalità. Non è mai stata una questione di maleducazione, ma di carattere.

Come alimenta la sua creatività?

Allontanandomi dalla tecnologia. Leggo molti libri, soprattutto poesie, scrivo tanto e riesco a prendermi il giusto tempo per me stesso. Tempo soprattutto per pensare. Lo faccio anche andando a correre, momento in cui ossigeno il cervello e sviluppo la mia creatività. Poi a un certo punto vado in studio, suoniamo qualcosa, definiamo un argomento, arrivano le parole, nasce una canzone.

Cosa si sente di dire al suo pubblico?

Grazie, perché molti di loro non mi hanno mai mollato da quando mi hanno conosciuto. Sono 15-16 anni che mi vogliono bene, con la mia fanbase si è creato un bel rapporto di amicizia.

Quando la vedremo in concerto?

Il 4 maggio ci sarà l’ultima data, sarò ai Magazzini Generali di Milano, poi arriverà il tour estivo, in attesa di festeggiare, nel 2027, i 15 anni di “Sei di mattina” la mia canzone più importante.

Una promessa di Mattia a Mattia… Che non mollerò mai!

In libreria

EDDY ANSELMI

IL GRANDE ARCHIVIO

DEL FESTIVAL CHE RACCONTA CHI SIAMO

Un atlante umano e culturale che attraversa 75 edizioni dal 1951 al 2025, raccontando 2.828 protagonisti tra interpreti, autori, conduttori e figure chiave della storia della canzone italiana. Il “Dizionario del Festival di Sanremo” è un’opera destinata a diventare riferimento per studiosi, appassionati e operatori del settore

Dopo diciassette anni, cosa le ha fatto capire che questo era il momento giusto per aggiornare e ripubblicare il “Dizionario del Festival di Sanremo”?

Io ho un repertorio vivo. Questo dizionario nasce come una grande mappa del Festival di Sanremo. Era stato pensato già come una sorta di seconda parte dell’“Almanacco”, insieme alle altre pubblicazioni che avevo fatto sul Festival. Qui ci sono gli interpreti, gli autori, ma non avevamo trovato spazio per tutto. Alla fine, sono venute fuori 620 pagine: note biografiche, curriculum, storie degli interpreti ma anche degli autori. Ed è questo che rende quest’opera unica. Tra le parole e la musica di una canzone in gara ci sono le persone che la fanno: i cantanti, ma anche chi scrive. Nei vecchi Festival gli autori erano in scena, poi piano piano sono spariti dal racconto. Sanremo è sempre rimasto vivo. Oggi siamo arrivati a 2.828 voci, considerando solo chi è stato in gara, i presentatori, i conduttori, le vallette, gli autori dei testi, delle musiche, delle sigle, delle trasmissioni e dell’orchestra. È una cosa unica e spero che qualcuno, sfogliando il libro, possa riconoscersi.

Perché era necessario portare gli autori al centro del racconto sanremese?

Una canzone nasce sempre da tre elementi: la canzone, l’autore e l’interprete. È la creatività che tiene tutto insieme. Gli

autori ci sono sempre stati, anche quando non si vedevano. Le loro storie meritavano di essere raccontate. Negli anni Novanta, Duemila e ancora oggi i loro percorsi professionali sono affascinanti: c’è chi parte da un istituto tecnico, apre una piccola sala di incisione, diventa autore delle canzoni che prima arrangiava e poi scrive. In questo c’è la nobiltà del lavoro, dell’impresa, dell’invenzione di un mestiere.

Guardando l’insieme, qual è la trasformazione più profonda che emerge dal dizionario?

Sono tutte insieme: musicale, televisiva e culturale. All’inizio il Festival era una cosa semplice. Oggi è una macchina enorme in cui il risultato non è solo la canzone ma l’evento. Il Festival ideale è quello che tiene insieme tante persone e tante storie. I Festival più recenti sono esempi di questo: grandi contenitori popolari, quasi feste di paese su scala nazionale. È una formula difficilissima da costruire e ancora più difficile da mantenere. Quando una cosa funziona, poi rischia di stancare. Bisogna cambiare senza perdere l’identità.

Lavorando sui dati, sulle esclusioni e sulle parabole artistiche, che idea di successo restituisce il Festival? Il Festival rappresenta un tentativo, non è mai una certezza. Ci sono persone che hanno costruito carriere lunghissime, ce ne sono tantissime altre che hanno fatto una sola apparizione e poi hanno cambiato vita, hanno fatto altri mestieri, si sono dedicate alla famiglia. Per alcuni Sanremo è stato il primo passo, per altri l’unico. Per altri ancora c’è stata una seconda possibilità. Fabrizio Moro, per esempio, arrivò nel 2000 quasi inosservato, poi anni dopo è tornato ed è stato come un secondo tempo. Le seconde chance esistono, ma non sono facili da prendere. In questo senso il dizionario sembra un grande affresco umano, un pezzo d’Italia che ci ha provato, che ci ha creduto. Alcuni ce l’hanno fatta, altri meno. Vederli tutti insieme è come farli entrare nella stessa stanza. Questo libro racconta proprio questo.

Il libro è pensato anche come strumento per studiosi e addetti ai lavori. Che cosa può insegnare Sanremo oggi a chi fa spettacolo, musica e televisione?

Può insegnare che il pubblico è fondamentale. I costi, le aspettative, l’attenzione sono enormi. Ma soprattutto insegna che il segreto di Sanremo sono le storie: le persone che lo hanno fatto, che lo hanno rinnovato, che hanno portato novità. Queste biografie raccontano proprio questa continua capacità di trasformazione. Ed è questo che ha sempre tenuto vivo il Festival.

Dopo aver raccontato e mappato Sanremo in modo così completo, si sente più vicino a una risposta o a nuove domande su chi siamo come Paese?

Direi più domande. Il mio libro è come quei giochi a puntini: io ne ho messi 2.828, sta al lettore e alla lettrice unire i punti e immaginare il disegno. È lì che ognuno trova la propria risposta.

GIULIANA ZEPPEGNO:

La narrativa come antidoto al restringersi dell’immaginazione

«L

a letteratura e il linguaggio sono sempre stati parte integrante della mia vita − prima come ricercatrice, poi come insegnante di italiano L2, infine come autrice di scolastica −, ma per anni non sono stata capace di inventare e scrivere storie: un po’ perché avevo perso il contatto affettivo con la mia lingua (abito a Madrid dal 2010), e un po’ perché lavorare con la letteratura mi aveva fatta diventare analitica e iperesigente. L’atto creativo, che pure si coltiva attraverso il mestiere e lo sforzo, ha bisogno di un guizzo che a me in quel momento mancava. Poi ho cominciato a vivere con il mio compagno, un italiano con cui parlo a non finire, e ho ritrovato il piacere della mia lingua a partire dalla quotidianità e dalla complicità. Infine, mi sono successe cose private che hanno fatto nascere in me il bisogno di esprimere e di lasciare traccia. Questo bisogno è diventato desiderio, e il desiderio progetto.»

Giuliana Zeppegno è nata in provincia di Torino, dove si è laureata. Poi gli impegni accademici l’hanno condotta a Madrid dove si è fermata. Ed è lì che nasce “L’indignata”.

Una storia che è un giallo ma anche un romanzo di denuncia. «L’indignata è un romanzo “giallo”, perché ruota intorno al mistero della scomparsa di Teresa e alle ricerche dei suoi amici e delle sue amiche; è anche un romanzo “storico”, sebbene riferito a un passato recente, che è quello delle proteste sociali in Spagna negli anni 2011-2014; e soprattutto è un romanzo politico: lo è in senso lato, come è politico tutto ciò che riguarda la vita in società, e lo è in senso più stretto, perché ripercorre quella stagione esaltante di proteste di massa e costruzione di alternative dal basso a cui ho avuto la fortuna di prendere parte in prima persona. L’indignata interroga il rapporto tra l’io e il noi, coniugando scrittura corale-polifonica e soggettività dei punti di vista, e quello tra gli ideali e i desideri. Soprattutto cerca di fare tutto ciò in forma di romanzo, mantenendo cioè come stelle polari il piacere della storia, la bellezza dello stile, l’approccio interrogativo e “problematico” ai temi che affronta.»

Le storie possono fare la differenza?

«Raccontare e ascoltare o leggere storie credo risponda a un bisogno primordiale dell’essere umano. In questa fase della mia ricerca autoriale, un po’ in controtendenza rispetto alle tendenze editoriali, mi interessa la narrativa in senso forte e mi interessa la fiction, come antidoto a un ripiegamento sull’io che credo stia restringendo la nostra immaginazione e il nostro mondo interiore. Ne L’indignata e nei miei lavori successivi, ancora inediti, ho provato a fare proprio questo: dare forma a storie che ci dicano qualcosa di diverso da ciò che siamo e conosciamo, che ci facciano uscire da noi stessi/e per incontrare altro. Possibilmente per incontrare gli altri, le altre.»

Da autrice a cavallo tra mondi e lingue diverse, possiedi una ricetta per contrastare la perdita di lettrici e lettori?

«In Italia si legge sempre meno, anche per colpa di un mercato editoriale credo poco coraggioso e intossicato da fantasie di “quel che vuole la gente”, mentre per me è chiaro che in campo culturale è l’offerta a creare la domanda, e non viceversa: scommettere su letteratura più varia e di qualità, come fa tanta editoria indipendente, potrebbe permettere di costruire sul lungo periodo un gusto e un pubblico. Detto questo, il problema non è solo italiano, né solo spagnolo. Credo che siamo in mezzo a un cambiamento epocale, che non riguarda soltanto la lettura ma l’essere umano nel suo complesso. Un cambiamento antropologico generato soprattutto dalla crescente dipendenza dai social network, dall’esplosione dell’AI in ogni campo, da un tecnocapitalismo che sta rimodellando interi aspetti della nostra esistenza, mentre il pianeta è al collasso e parlare di guerra sembra tornato di moda. La lettura così come la conosciamo potrebbe sparire di qui a qualche anno, e sarebbe tristissimo, ma non sarebbe il problema più grave. Non ho ricette da proporre. Posso solo continuare a scrivere, politicizzare gli spazi che abito, e sperare che l’umanità abbia la voglia e la forza di reagire, scombinare le carte, imboccare una strada diversa.»

GrandTour La vita è adesso

Il viaggio che attraversa l’Italia. Quarant’anni dopo, una lunga tournée celebrativa porta Claudio Baglioni sul palco tra scenari monumentali, debutti simbolici e nuove date annunciate all’Aquila e a Trento, in un progetto che unisce memoria, spettacolo e nuove sonorità

Ci sono opere che non restano ferme nel tempo ma continuano a muoversi, a cambiare forma, a parlare a generazioni diverse come se fossero state scritte ieri. È da questa idea di memoria viva che prende forma il grande itinerario musicale con cui Claudio Baglioni celebra i quarant’anni de “La vita è adesso”, un album che non è soltanto un successo discografico ma un vero frammento di immaginario collettivo. Pubblicato nel 1985, resta ancora oggi il disco più venduto di sempre nel nostro Paese, capace di attraversare epoche e cambiamenti senza perdere forza. Da giugno a settembre 2026 questo progetto dal vivo tocca decine di scenari di straordinario valore culturale e paesaggistico, trasformando ogni concerto in un’esperienza immersiva. Non semplici spettacoli, ma tappe di un percorso che richiama lo spirito dei grandi itinerari culturali europei, quando partire significava conoscere, osservare, lasciarsi trasformare. Tra le mete più suggestive annunciate nelle ultime settimane spiccano il Teatro del Perdono dell’Aquila, davanti alla Basilica di Collemaggio, cuore della Perdonanza Celestiniana riconosciuta dall’Unesco, e la Trentino Music Arena, dove il palco si apre tra montagne imponenti e scenari naturali di grande respiro. Due luoghi molto diversi, ma uniti dalla stessa capacità di amplificare la musica attraverso il paesaggio. Il progetto nasce anche da un lavoro discografico nuovo: una rilettura dell’album originale realizzata con venti musicisti e coristi, registrata dal vivo in studio, con arrangiamenti rinnovati ma fedeli allo spirito iniziale. Un ponte tra passato e presente che permette a queste canzoni di respirare ancora, con una veste sonora contemporanea. Nei concerti, l’esecuzione integrale del disco si intreccia ai brani che hanno segnato sessant’anni di carriera, componendo un racconto musicale che è anche un racconto del tempo, delle trasformazioni del Paese, dei sogni e delle fragilità di intere generazioni. E forse è proprio questo il segreto di quelle melodie: non appartengono solo a chi le ha scritte o cantate, ma a chi le ha vissute. La musica, quando riesce davvero, diventa una specie di casa comune, un posto in cui si entra sempre con la sensazione di esserci già stati, anche dopo molti anni.

ESSERCI SEMPRE, ANCHE ALLE OLIMPIADI

L’Italia ospita i XXV Giochi olimpici e i XIV Giochi paralimpici invernali di Milano Cortina 2026. Dietro atleti e tifosi si muove una macchina complessa e silenziosa: quella della sicurezza, il cui coordinamento è affidato a livello centrale al Dipartimento della Pubblica sicurezza e, sul territorio, alle Prefetture e Questure

A fare da collegamento le Questure delle province interessate alle gare attraverso le Soi (Sale operative interforze), che coordinano tutto l’apparato di ordine e sicurezza pubblica. Dall’afflusso delle delegazioni estere agli atleti, fino alla gestione dei tantissimi tifosi in arrivo da ogni parte del mondo per assistere a queste Olimpiadi, il tutto nella massima sicurezza. Il Commissario Capo Sofia Pierini dirige la Squadra Volanti della Questura di Belluno ed è impegnata in prima linea per la sicurezza alle Olimpiadi 2026. E proprio in occasione delle Olimpiadi Invernali, la Polizia di Stato ha messo in campo un articolato dispositivo di sicurezza che vede impegnate tutte quelle che sono le sue specificità di impiego e le varie Specialità. Ai poliziotti delle volanti e dei Reparti prevenzione crimine è affidato il compito di garantire il controllo del territorio e, insieme a quelli dei Reparti mobili, la vigilanza nelle zone interessate dalle competizioni sportive. La viabilità e la sicurezza sulle tratte stradali e autostradali è affidata alla Polizia stradale. Presenti la Polizia di frontiera e ferroviaria che assicurano il controllo dei flussi e la tutela dei viaggiatori negli scali aerei, sui treni ad alta velocità e sulle tratte regionali che collegano i poli olimpici. La Polizia Postale e delle comunicazioni si occupa della sicurezza delle reti e delle Infrastrutture critiche. Nelle zone di gara, i poliziotti delle Questure e dei Commissariati, con il supporto degli specialisti della Polizia Scientifica garantiscono il regolare svolgimento delle competizioni e la sicurezza di spettatori e tifosi. Nelle aree a più alto rischio e nelle sedi delle cerimonie sono impiegati tiratori scelti, cinofili e artificieri dei NOCS. Per un supporto ulteriore, inoltre, sono schierate le U.O.P.I. – Unità operative di pronto intervento, specializzate nella gestione di situazioni operative ad alto impatto. La Polizia, infine, non manca sulle piste da sci, con i poliziotti di montagna; questi agenti, infatti, oltre ad essere esperti soccorritori alpini, sono anche presidio di legalità sulla neve e pattuglieranno le aree delle competizioni olimpiche fornendo sostegno anche in caso di soccorso e infortuni. Accanto ai cinofili, operano gli artificieri della polizia di Stato che intervengono generalmente in coppia e sono impiegati in ispezioni e bonifiche preventive. La Polizia di Stato, non partecipa solo in divisa, ma anche in tuta sportiva con gli atleti del Gruppo sportivo Fiamme oro.

Perché ha deciso di indossare la divisa della Polizia di Stato?

Per seguire un sogno che coltivavo sin dalla tenera età. Ho sempre pensato che attraverso un lavoro così nobile si potesse aiutare il prossimo. Inoltre, mi rispecchio negli ideali di giustizia che muovono tutti i giorni l’attività di migliaia di operatori della Polizia di Stato che con il loro impegno hanno deciso di mettersi al servizio del cittadino. #esseci sempre non è solo un claim, ma la filosofia d’azione della Polizia di Stato, che incarna la dedizione, il senso del dovere e la presenza costante al servizio della collettività. Rappresenta una missione e una vocazione per garantire sicurezza, legalità e vicinanza ai cittadini, illuminando le paure e offrendo sostegno.

Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale? Qual è il suo ruolo attuale?

Nel 2015 mi sono iscritta all’università di Giurisprudenza di Trento e ho vinto una borsa di studio al collegio di merito Bernardo Clesio. Ho trascorso un periodo di studio all’estero, a Madrid, all’università Rey Juan Carlos e ho svolto un tirocinio presso il Consolato di Italia a New York. Nel corso dell’università, studiando procedura penale, mi sono innamorata della professione del commissario e ho capito che faceva al caso mio. Mi sono laureata nel 2020. Successivamente ho conseguito un master presso la scuola delle professioni legali, ho svolto un tirocinio presso la Procura della repubblica di Macerata e, dopo la pratica forense, ho conseguito l’abilitazione da avvocato. Ho vinto il concorso da funzionario di polizia e ho frequentato per 16 mesi la scuola superiore di polizia. Da lì, sono stata catapultata tra le montagne, a Belluno, dove da un anno e mezzo dirigo con grande orgoglio e felicità la squadra volanti. Il lavoro mi sta piacendo tantissimo e mi sta dando tante soddisfazioni. Ho trovato dei colleghi preparatissimi e professionali, che mi stanno dando moltissimo.

C’è un episodio che l’ha colpita particolarmente nel corso della sua carriera?

Non c’è un episodio singolo che mi abbia colpito, potrei dire che ce ne sono vari e di vari tipi: lavorare alle Volanti offre la possibilità di vedere ogni genere di attività, dal soccorso pubblico alla polizia giudiziaria. posso dire che lavorare in polizia sia un continuo susseguirsi di emozioni forti. Non ci si annoia mai, le giornate in ufficio scorrono super velocemente, arriva la sera e nemmeno me ne accorgo. È un lavoro carico di soddisfazioni. Posso dire che sono stata colpita, sin dal mio arrivo a Belluno, dalla grande collaborazione tra i colleghi e soprattutto dalla voglia di aiutare il prossimo che costantemente li anima.

Donne e Polizia un binomio che convince sempre di più. Perché secondo Lei?

Credo che il binomio convinca perché la determinazione, la costanza e la tenacia sono fattori comuni a tutte le donne. Queste caratteristiche sono caratteristiche imprescindibili per lavorare in Polizia e forse è proprio per questo che sempre più donne entrano in polizia e sempre più donne, inoltre, occupano posizioni di vertice all’interno della nostra amministrazione. Sono convinta che nel futuro vedremo sempre più donne Questori e direttori centrali

Quali sono i motivi che spingono i giovani ad entrare in Polizia e perché scelgono la divisa?

Penso che i giovani siano spinti ad entrare in polizia da ideali di giustizia. Sicuramente il nostro è un lavoro che permette, se fatto bene, di fare la differenza all’interno della società in cui viviamo e questa può essere di certo considerata una motivazione pregnante per un giovane che deve intraprendere una scelta lavorativa. Inoltre, la Polizia è un lavoro che ti consente di spaziare, dalla polizia postale alla stradale, al reparto mobile. Di conseguenza non ci si annoia mai, è il bello dell’amministrazione: si può restare dentro l’amministrazione per anni facendo lavori sempre nuovi, diversi e stimolanti.

Per la sicurezza delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 impiegati anche i tiratori scelti della Polizia di Stato. Come sarà organizzato il servizio d’ordine?

Quello delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 è sicuramente un evento unico, a cui ho l’onore e la fortuna di partecipare. Tiratori scelti, cinofili, artificieri, droni, reparto volo, U.O.P.I…. Sono state schierate in campo tutte le forze di cui la Polizia di Stato disponga. Io, nello specifico, sono la responsabile

della sala operativa interforze, che ha sede a Belluno. Dalla sala riusciamo a controllare h24 quel che accade a Cortina e grazie a tecnologie sofisticate e all’avanguardia, abbiamo una visione in tempo reale sul comune di Cortina e sulle principali venues di gara. Riusciamo inoltre ad avere una visione immediata delle immagini che vengono proiettate dai droni della Polizia di Stato e anche, più in alto, dagli elicotteri. Il tutto per garantire all’ennesima potenza la security di questo evento grandioso che vede il nostro Paese protagonista

Esserci Sempre accanto al leit motiv “Perfectio sine haesitatione” - Perfezione senza esitazione, saranno i leit motiv di questo impegno. Quale emozione prova lei da donna in prima linea? Per me è sicuramente una emozione essere stata designata dal Questore di Belluno, Dott. Roberto Della Rocca, come responsabile della sala operativa interforze e spero di essere all’altezza di un incarico così importante e così delicato. Ho un team fantastico e tutti stanno facendo un lavoro straordinario. Fare parte della macchina organizzativa è emozionante ed è incentivo per fare sempre meglio.

Un consiglio per i giovani che voglio intraprendere la carriera nella Polizia di Stato.. Credeteci, studiate, impegnatevi. Tutti i sacrifici saranno ripagati dalla bellezza di un lavoro unico nel suo genere, un lavoro che vi permetterà di fare la differenza nella società ove viviamo. Lavorare in Polizia è qualcosa di unico e magico e mi auguro che sempre più giovani siano animati dal desiderio, vero, di entrarvi. La Polizia di Stato è una grande famiglia dove ognuno puo’ esprimere il suo talento.

Canzone

Anche

So

Esibizionista

CONCERTO DI CARNEVALE CON I CARMINA BURANA DI CARL ORFF

Una delle pagine sinfonico-corali più celebri del XX secolo per uno degli appuntamenti più amati dal pubblico dell’Auditorium Rai. Martedì 17 febbraio alle 20.30 a Torino, in onda su Rai 5 giovedì 19 febbraio alle 23.05

Dall’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino i “Carmina Burana” di Carl Orff per il Concerto di Carnevale. Sul podio è impegnato John Axelrod, che nel 2026 compirà sessant’anni e festeggerà trent’anni di carriera, avendo diretto oltre duecento orchestre in tutto il

mondo. Protagonisti sul palco anche il soprano Valentina Farcas, il tenore Sunnyboy Dladla, il baritono Alessandro Luongo, il Coro Sinfonico di Milano diretto da Massimo Fiocchi Malaspina e il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino istruito da Claudio Fenoglio. Pietra miliare della musica del Novecento, i “Carmina Burana” furono composti da Carl Orff tra il 1935 e il 1936 e presentati per la prima volta l’8 giugno 1937 a Francoforte sul Meno. In Italia arrivarono per la prima volta alla Scala di Milano nel 1942. L’opera trae ispirazione da 24 canti goliardici medievali rinvenuti nel Codex Buranus presso l’abbazia di Benediktbeuern. Orff ne rimase folgorato nel 1934, traducendo quel fascino in una struttura monumentale divisa in cinque parti, incorniciate da un prologo e un finale. 

La settimana di Rai 5

Poke stories Umbria Jazz Winter

Umbria Jazz Winter - 3 Together

Viaggio negli “Umbria jazz winter”, da lunedì 16 febbraio alle 24.25 in prima visione, con Stefano Bollani, Dado Moroni, Danilo Rea

Documentario

Buon compleanno Massimo

Un ritratto per riscoprire la delicatezza e l’intelligenza di un artista unico: Massimo Troisi. Film documentario in onda giovedì 19 febbraio alle 21.20

L’Italia della Repubblica Il boom e gli italiani

Gli anni tra il 1958 e il 1963 sono anni di grande crescita, per l’Italia. In onda martedì 17 febbraio alle 18.35

Sapiens Un solo pianeta

Le città che cambiano

Si parla delle città che cambiano nella nuova puntata del programma di Mario Tozzi. In onda mercoledì 18 febbraio alle 21.20

Art Night Il Perugino

Nuovo appuntamento con il programma condotto da Jacopo Veneziani e in onda in prima visione venerdì 20 febbraio alle 23.05

La storia di Freddie Mercury in dieci scatti

Dalla nascita a Zanzibar alla tragica scomparsa nel 1991. In onda sabato 21 febbraio alle 22.50

Film Gandhi

La straordinaria vita del Mahatma Gandhi, dal 1893, in Sud Africa, al 30 gennaio del 1948, giorno della sua morte, in India. Domenica 22 febbraio alle 21.20

GIORNATA MONDIALE DELLA

LINGUA MADRE

LINGUA O DIALETTO?

Sabato 21 febbraio alle 12 Rai Storia ripropone il lavoro di Luisa Collodi e Virgilio Sabel, inchiesta in cinque puntate andate in onda sulla Rete 3

dal 26 ottobre 1981

Il programma del 1981 si interroga su quanto il dialetto abbia ancora la meglio sulla lingua italiana. Per la Giornata mondiale della lingua madre, sabato 21 febbraio alle 12, Rai Cultura ripropone il lavoro di Luisa Collodi e Virgilio Sabel, “Lingua o dialetto?”. “Fino a pochi anni fa – spiegava Sabel, che aveva curato anche la regia

del programma, nell’intervista sul Radiocorriere del 1981 – c’è stata una grande campagna per il dialetto che ora è in parte rientrata, ma il problema esiste in forza di una realtà inoppugnabile; gli italiani sono bilingui, metà della popolazione parla dialetto in casa e italiano fuori. Ma è anche vero che chi parla bene il dialetto parla bene anche l’italiano”. L’inchiesta inizia il suo studio dalla famiglia, che rappresenta il punto zero in cui si decidono le sorti del dialetto; si passa poi al mondo del lavoro, dove il dialetto viene conservato a volte come elemento di identità culturale, altre volte viene cancellato. 

La settimana di Rai Storia

Passato e Presente

Teodolinda la regina madre dei Longobardi

Un personaggio raccontato da Paolo Mieli e dalla professoressa Tiziana

Lazzari lunedì 16 febbraio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia

Alessandro Barbero racconta un anno cruciale

America e non solo. Un anno che è diventato, per convenzione, lo spartiacque tra il Medioevo e l’età Moderna. Giovedì 19 febbraio alle 21.10

Passato e Presente

Oriana Fallaci. La libertà di amare e di odiare

In onda martedì 17 febbraio alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia

Grandi disastri 10 errori fatali L’11 settembre

Perché l’intelligence americana ignorò segnalazioni e indizi che avrebbero potuto cambiare gli eventi drammatici dell’11 settembre 2001? In onda mercoledì 18 febbraio alle 21.10

Le ragazze

Da Rosanna Bonelli a Minnie Minoprio

Condotto da Francesca Fialdini, in onda venerdì 20 febbraio alle 21.10

Passato e Presente

Adelaide Ristori. La diva dei due mondi

Ne parlano Paolo Mieli e la professoressa Carlotta Sorba sabato 21 febbraio alle 20.30

Ritratto di Andy Warhol

L’omaggio di Rai Cultura nell’anniversario della scomparsa

Firmato da Enrico Salvatori, in onda domenica 22 febbraio alle 10.00 e alle 18.00

“1492”

Topo Tip

In onda tutti i giorni alle ore 12.30 su Rai Yoyo

In un angolino di prato c’è una piccola casetta con mobili costruiti con oggetti che abbiamo perduto. Qui vive un simpatico quanto furbetto topino insieme alla sua famiglia: mamma, papà e la sorellina Tippy. Il suo nome è Topo Tip, è allegro, tenero e curioso. Tip va alla scuola materna, ha tanti amici e porta sempre con sé Teddy, il suo inseparabile orsacchiotto. È ben educato e gentile, ma qualche volta, quando qualcosa lo fa arrabbiare, si mette a fare i capricci... non

vuole andare a letto, non vuole lavarsi i denti, non vuole che la mamma vada via quando lo accompagna a ginnastica... Niente di grave, tutti i cuccioli della sua età lo fanno! L’importante è capire perché si sta sbagliando e saper chiedere scusa e così… torna subito l’armonia. Topo Tip ci accompagna nello straordinario mondo dei più piccoli con la sua vivacità, il suo coraggio e la sua grande fantasia, facendoci divertire e intenerire al tempo stesso. Con lui vivremo le meravigliose avventure che ogni bambino si trova ad affrontare nel percorrere il sentiero per diventare grandi.

Dragonero

I Paladini 2

Tutti i giorni in prima tv alle ore 13.30 su Rai Gulp

Dopo aver salvato l’Erondár dalla minaccia proveniente dall’Inframondo, l’impulsivo Ian, la stratega Myrva e il rocambolesco Gmor saranno chiamati ad affrontare una nuova sfida che li porterà a conoscere il vero potere dei magici bracciali che gli ha donato il saggio drago Draiken. A guidarli in questa

scoperta sarà Arcana, ex maga regina ma, soprattutto, la prima storica paladina che tradì l’ordine per amore della sua famiglia, tornata umana al termine della prima stagione. Grazie ai suoi allenamenti, i tre paladini impareranno che le loro armi possono avere un upgrade e diventare ancora più potenti. Solo così saranno pronti per affrontare un nuovo inarrestabile nemico… un mago oscuro che, per scatenare sull’Erondár il potere dei Draghi Rinnegati, è alla ricerca delle ultime leggendarie uova di drago esistenti. 

CLASSIFICHE AIRPLAY per RadiocorriereTv

I FILM DELLA SETTIMANA

CINEMA IN TV

Hostiles – Ostili – Lunedì 16 febbraio ore 21.10

Anno 2017 – Regia di Scott Cooper

Nel 1892 il capitano dell’esercito Joseph Blocker, veterano di molte campagne militari e segnato da un profondo odio verso i nativi americani, riceve l’ordine di scortare il capo cheyenne Falco Giallo, gravemente malato, e la sua famiglia fino alla loro terra d’origine. Il viaggio attraverso i territori aspri del Nuovo Messico diventa un percorso umano prima ancora che geografico, segnato da incontri, violenze e dalla presenza di Rosalie, unica sopravvissuta al massacro della propria famiglia. Scott Cooper costruisce un western anticonvenzionale, duro e attraversato da una forte tensione morale, in cui il confronto tra culture diverse apre lentamente la strada a una possibile redenzione. Christian Bale guida il racconto con un’interpretazione intensa, affiancato da Rosamund Pike e Wes Studi.

Nel 1755 il Regno di Danimarca avvia il progetto di colonizzare la brughiera dello Jutland, una terra ostile e apparentemente impossibile da coltivare. L’impresa viene affidata a Ludvig von Kahlen, soldato determinato che affronta la sfida con disciplina e ambizione, trovando però sulla sua strada il potente latifondista Frederik de Schinkel, deciso a difendere il proprio dominio. Ne nasce uno scontro duro, fatto di conflitti sociali, resistenza e volontà di affermazione, sullo sfondo di paesaggi severi e di un’epoca in trasformazione. Nikolaj Arcel dirige un affresco storico di grande respiro, sostenuto dall’interpretazione magnetica di Mads Mikkelsen e da una messa in scena che unisce spettacolarità e rigore narrativo.

La terra promessa – Martedì 17 febbraio ore 21.10 – Anno 2023 – Regia di Nikolaj Arcel

– Mercoledì 18 febbraio ore 21.10

La storia di una voce che ha attraversato la musica e la storia dei diritti civili, trasformando il talento in identità e libertà. Il film racconta l’ascesa di Aretha Franklin, dall’infanzia segnata da un’educazione severa fino alla conquista della scena internazionale, mostrando le fragilità, le ferite e la forza che hanno plasmato l’artista. Tra gospel, soul e battaglie personali, prende forma il ritratto di una donna determinata a trovare la propria strada e a far sentire la propria voce in un’epoca di grandi cambiamenti sociali. Jennifer Hudson interpreta la regina del soul con intensità e rispetto, restituendo sullo schermo l’energia e il carisma di una delle figure più influenti della musica del Novecento.

In una cittadina inglese degli anni Venti, la vita tranquilla di una comunità viene sconvolta dall’arrivo di lettere anonime cariche di insulti e accuse feroci. Quando i sospetti si concentrano su una giovane donna dallo spirito libero, il caso si trasforma in un’indagine che mette a nudo pregiudizi, ipocrisie e tensioni sociali, mentre un gruppo di donne decide di cercare la verità al di là delle apparenze. Ispirato a una vicenda realmente accaduta, il film alterna toni di commedia e momenti più amari, raccontando con ironia e intelligenza il peso del giudizio pubblico e il coraggio di chi sceglie di non conformarsi.

Cattiverie a domicilio – Venerdì 20 febbraio ore 21.25 – Anno 2023 – Regia di Thea Sharrock
Respect
Anno 2021 – Regia di Liesl Tommy

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