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Su Rai 1 il tv movie che racconta la vita di Abdon Pamich: l’esodo da Fiume nel secondo dopoguerra, la formazione sportiva e il percorso che lo porterà a diventare uno dei più importanti marciatori italiani. In onda il 10 febbraio, Giorno del ricordo, in prima serata
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ABDON PAMICH
Dal racconto dell’esilio forzato da Fiume alla gloria olimpica, il campione ripercorre una vita segnata dalla Storia e dallo sport, riflettendo sul valore della passione, della perseveranza e della memoria
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FAUSTO MARIA SCIARAPPA
L’attore racconta il suo ingresso nella serie cult “Cuori” nei panni di Luciano La Rosa. La terza stagione è in onda la domenica su Rai 1
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NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE
Speciale “Affari tuoi”. Venerdi 13 febbraio su Rai 1 Stefano De Martino presenta una grande prima serata all’insegna dell’amore e dello spettacolo
ASPETTANDO IL FESTIVAL
Presentata la scenografia di Sanremo 2026 ideata e realizzata da Riccardo Bocchini. Annunciati i co-conduttori Can Yaman e Lillo Petrolo
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ITALIANA Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997 Numero 06 - anno 95 09 febbraio 2026
DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
Redazione - Rai
Da domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3 torna il programma di Riccardo Iacona
20 PRESA DIRETTA
IRENE GIANCONTIERI
La giovane attrice racconta il suo esordio in “Don Matteo” il giovedì su Rai 1, il rapporto con Nino Frassica, la costruzione del personaggio di Caterina
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Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213 www.radiocorrieretv.rai.it www.ufficiostampa.rai.it Collaborano Laura Costantini Cinzia Geromino Tiziana Iannarelli Vanessa Penelope Somalvico



L’eterna rivoluzione di Renato Carosone. Cinque puntate su Rai Radio Live Napoli per raccontare un genio senza tempo tra musica, ironia e memoria collettiva
Le origini di Putin. Dal 12 febbraio nelle sale il film di Olivier Assayas con Jude Law
Quel che si cela dietro una storia letteraria

Il Festival raccontato da un’altra prospettiva nella serie original di Rai Contenuti Digitali e Transmediali. Dal 23 febbraio su RaiPlay

DONNE IN PRIMA LINEA
Il Tenente Colonnello dell’Arma dei Carabinieri Emanuela Rocca racconta la sua esperienza con la divisa della Benemerita
La Rai si racconta in digitale
GIGIO
In attesa di esordire nel musical teatrale che ne racconta la storia, il topo più famoso d’Italia si racconta al RadiocorriereTv

“Opalite”. Taylor Swift torna con nuovo brano che racconta consapevolezza e rinascita emotiva attraverso un pop luminoso e misurato

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai
Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay
Una selezione dei film in programma sulle



Costretto all’esilio da bambino, Abdon Pamich impara prima a resistere e solo dopo a vincere. La marcia è il gesto con cui ricostruisce sé stesso, trasformando la fatica in speranza. Un cammino umano che precede e dà senso alla vittoria olimpica. In onda martedì 10 febbraio su Rai 1





Abdon Pamich cammina ancora. Anziano, su un altopiano carsico, ripercorre a piedi una strada che appartiene alla sua infanzia. Quel gesto semplice e ostinato apre una frattura nel tempo e riporta lo sguardo a Fiume, città di confine travolta dalla Storia, nel secondo dopoguerra. L’annuncio della liberazione accende una speranza breve e luminosa. Abdon e il fratello maggiore Giovanni credono che la normalità sia finalmente possibile. Ma l’arrivo del nuovo potere jugoslavo spezza l’illusione. Lo zio Cesare, allenatore di pugilato, figura carismatica e guida morale dei ragazzi, viene prelevato “per chiarimenti”. Il padre subisce pressioni politiche che lo rendono sospetto per il nuovo regime e vulnerabile come capro espiatorio. Fiume cambia nome, lingua e volto. Per gli italiani comincia il tempo della paura. Cesare riesce a espatriare. Poco dopo anche il padre di Abdon fugge in Italia, con la speranza di costruire un futuro e richiamare i suoi. L’attesa, però, diventa insostenibile. Arresti e sparizioni si moltiplicano, i confini si chiudono. Abdon e Giovanni, ancora adolescenti, scelgono di non cedere alla disperazione. Partono da soli. La fuga è una corsa disperata verso il confine: perdono il treno, affrontano trenta chilometri a piedi sotto il sole, con scarpe leggere e poche lire in tasca. In Italia li attendono campi profughi, povertà e diffidenza. I fratelli, comunque, riescono a proseguire gli studi. Tutto quello che Abdon ha visto e imparato a Fiume gli apre una porta nella scuola e, poco dopo, nello sport. A Genova incontra un formidabile allenatore Giuseppe
Malaspina, il Mago della marcia, che riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di resistere, di durare. La marcia diventa per Abdon il linguaggio dell’esule: non lo scatto, ma il passo continuo; non la fuga, ma l’andare avanti, sempre. Dopo anni di lavoro silenzioso e sconfitte, arriva l’oro olimpico a Tokyo, coronamento di un percorso umano, prima ancora che sportivo.
GIOVANNI PAMICH
(Adolescente: Tobia De Angelis - Bambino: Gregorio Cattaneo della Volta)
Fratello maggiore di Abdon. Sicuro di sé, brillante, ha già deciso di diventare chirurgo. Simbolo della razionalità e della chiarezza d’intenti. Trascina Abdon nelle decisioni più importanti.
GIOVANNI PAMICH SENIOR
(Fausto Maria Sciarappa)
Padre di Abdon e Giovanni Pamich. Imprenditore a Fiume. Uomo razionale, abituato a guidare la famiglia. Vede il suo mondo crollare con la nazionalizzazione delle aziende. Nonostante tutto, resta una figura autorevole e cerca di proteggere i figli, anche sacrificandosi.


ZIO CESARE
(Diego Facciotti)
Fratello di Giovanni Pamich Senior, ex pugile e allenatore. Carismatico, diretto, figura guida per i ragazzi. Incoraggia la forza interiore e la tenacia. La sua lezione “segui il cuore” accompagnerà Abdon per tutta la vita.
GIUSEPPE MALASPINA
(Michele Venitucci)
Ex marciatore e allenatore di Abdon. Figura paterna e guida spirituale. Vede in lui un talento naturale e lo indirizza, dandogli fiducia e metodo.
MAURA
(Gaja Masciale)
La ragazza di cui Abdon si innamora e che presto diventa sua moglie. Simbolo dell’affettività che radica Abdon in una nuova vita. Una donna elegante, voce narrante nel Tv movie.
IRENE
(Eleonora Giovanardi)
Madre di Abdon e Giovanni Pamich. Donna forte e coraggiosa. Protegge i figli durante la guerra, soffre in silenzio e si sacrifica per la famiglia. È la voce emotiva che piange e spera, incarnazione dell’attaccamento alla casa e ai valori familiari.
«Quando inizia davvero la storia di un atleta? Non il giorno della prima medaglia, né quando indossa una divisa. Per Abdon Pamich, tutto comincia con un’assenza: quella della sua terra, Fiume, e del senso di appartenenza che gli viene strappato via

da ragazzino. Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva: è il ritratto di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. La sua marcia non è solo disciplina atletica, ma una metafora esistenziale. Un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica. Questo film racconta la genesi di un uomo prima che dell’atleta, un cammino interiore che parte dalla perdita, dall’esilio, dall’adattamento in un’Italia che non sa ancora accogliere, ma che lo costringerà a diventare forte, paziente e tenace. Prima ancora di imparare a marciare, Abdon impara a resistere. La scelta registica è quella di un racconto intimo, sobrio, ma visivamente potente. Il film alterna due piani temporali principali: da una parte, la giovinezza segnata dall’esilio da Fiume e dall’arrivo in Italia come profugo; dall’altra, la lunga preparazione come marciatore che lo porterà alla medaglia d’oro delle Olimpiadi di Tokyo 1964 e a tutto ciò che è stato necessario per arrivarci. La marcia è un gesto ripetitivo, ossessivo, quasi ipnotico. Il corpo di Abdon è il nostro paesaggio: sudore, muscoli, calli, sforzo. “Il Marciatore, la vera storia di Abdon Pamich” è il ritratto di un uomo, non solo di un atleta. Pamich non è una figura mitologica, ma un uomo fatto di carne e silenzi, sacrifici e umiltà. Il tono narrativo che abbiamo scelto è intimo e sobrio, evitando ogni trionfalismo retorico. Il nostro film vuole ispirare non solo chi ama lo sport, ma chiunque creda che il tempo, la fatica, la pazienza e il coraggio siano ancora valori possibili. Abdon Pamich non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. E noi, con questa opera, vogliamo seguirlo. Un passo alla volta. Vogliamo raccontare una storia di formazione ambientata in un’Italia del dopoguerra vista dagli occhi di un giovane profugo. Il film si concentra su quegli anni invisibili, marginali, ma essenziali: il trauma della fuga, l’arrivo da profugo in Italia, le difficoltà familiari, la povertà e poi, quasi per caso, l’incontro con la marcia. Non vogliamo raccontare un successo, ma il bisogno profondo di trovarne uno.»







Dal racconto dell’esilio forzato da Fiume alla gloria olimpica, il campione ripercorre una vita segnata dalla Storia e dallo sport, riflettendo sul valore della passione, della perseveranza e della memoria: «Nello sport, come nella vita, bisogna porsi degli obiettivi e perseverare per raggiungerli»
Che effetto le fa essere “protagonista” di un film a lei dedicato?
Con il tempo mi sono abituato a ricevere questo tipo di attenzioni, anche se confesso che non mi sento mai davvero a mio agio (ride).
Lei è stato un grande marciatore, un campione olimpico. Che valore ha lo sport?
Quando ho iniziato a marciare, per me significava semplicemente soddisfare il bisogno di fare sport. Solo in seguito, con i successi, hanno cominciato a interessarsi di me e della mia attività sportiva, ma soprattutto della mia storia, delle peripezie che ho dovuto affrontare per arrivare in Italia e sfuggire al regime totalitario di Tito. Nello sport, come nella vita, è fondamentale porsi degli obiettivi e perseverare per raggiungerli. Servono passione e motivazione, ma se manca il divertimento restano solo la fatica e

il sacrificio. In fondo, io ho fatto semplicemente ciò che mi piaceva fare.
Ha visto il film?
Gli attori, soprattutto i più giovani, sono stati bravissimi. E poi Michael Marini: ancora oggi non saprei dire se sia migliore come attore o come marciatore (ride). Aveva una tecnica perfetta. Ho visto il film in modo un po’ particolare: quasi non mi sono riconosciuto in quei ragazzi, perché ho cercato di mettermi dalla parte dello spettatore, come se non fossi direttamente coinvolto. Mi sono emozionato e spero che anche il pubblico possa rivivere quelle stesse emozioni.
Fiume, città di confine travolta dalla Storia…
Lasciare la mia casa, la mia terra, la mia vita è stato molto doloroso. Ma non riuscivamo più a sopportare una situazione diventata troppo pesante e pericolosa. La nostra storia, la nostra cultura venivano cancellate: siamo stati costretti a fuggire. Ciò che è più difficile da accettare è che, nonostante tutto questo dolore, l’umanità sembri incapace di imparare dalle lezioni del passato. Spero che, se qualche giovane avrà l’opportunità di vedere il film, si ponga una domanda: come abbiano potuto due ragazzini di appena tredici anni, due bambini, affrontare una situazione simile.





L’attore racconta il suo ingresso nella serie cult, il personaggio di Luciano La Rosa e le tensioni che porta alle Molinette: dalla modernizzazione dell’ospedale ai conflitti personali, passando per la medicina pionieristica degli anni Settanta, il ruolo delle donne, il teatro oggi e le sfide dell’intelligenza artificiale nel mestiere dell’attore. La terza stagione di “Cuori” è in onda la domenica su Rai 1
“Cuori” è diventata nel tempo un piccolo gioiello, quasi una serie cult, grazie a una narrazione molto curata e a un alto livello di realizzazione. Com’è iniziato il suo viaggio all’interno della serie?
Il mio viaggio è cominciato con una telefonata del regista, Riccardo Donna, con il quale avevo già lavorato per molti anni nella serie “Fuoriclasse”, iniziata nel 2009, tre stagioni girate a Torino. Quando mi ha chiamato dicendomi che aveva un ruolo per me, quello del nuovo primario, non ho avuto alcun dubbio. Conoscevo già “Cuori”, la struttura del cast e quella narrativa, e poi tornare a lavorare a Torino, città alla quale sono molto legato anche per ragioni familiari, e ritrovare Riccardo, gran parte della troupe e alcuni attori che conoscevo già, è stato un grande piacere. Quando poi ho letto la sceneggiatura, la prima impressione è stata più confermata. La storia è molto forte e il personaggio del nuovo primario ha un peso narrativo importante.
Chi è Luciano La Rosa? Quali sono gli elementi più forti di questo personaggio?
Luciano La Rosa arriva alle Molinette e cambia completamente gli equilibri dell’ospedale. È un professionista serissimo, un neurochirurgo specializzato nella gestione dei reparti, questo gli permette di diventare primario anche di cardiochirurgia. Vince il concorso grazie alle sue capacità e a un obiettivo molto chiaro: far funzionare al meglio il reparto. Fin dal suo arrivo si rende conto che in passato ci sono state dinamiche che non lo convincono e decide di intervenire con decisione, rivoluzionando molte cose. Questo avrà un impatto forte sugli affezionati
della serie, perché inizialmente il personaggio può risultare spiazzante. Mostra subito una grande stima per il dottor Ferraris, interpretato da Matteo Martari, mentre ha più difficoltà nei rapporti con la dottoressa Brunello e con altri colleghi. Una delle sue decisioni più forti, dichiarata apertamente già nella prima puntata, è quella di modernizzare l’ospedale, rendendolo laico e togliendo alle suore il ruolo di gestione del reparto.
Oltre all’aspetto professionale, c’è anche una dimensione più intima e personale… Luciano porta con sé un senso di colpa enorme, legato a un errore del passato che ha creato una frattura profonda nella sua famiglia, in particolare nel rapporto con la moglie. Questo peso lo accompagna per tutta la stagione e lui farà di tutto per cercare una forma di redenzione. È una parte molto delicata del personaggio, che verrà sviluppata nel corso degli episodi.
“Cuori” racconta anche una medicina pionieristica, fatta di visione e di coraggio, in un’epoca – gli anni Settanta – in cui mancavano molti strumenti e certezze scientifiche. Che riflessione le suscita questo aspetto?
Mi viene da pensare che in quegli anni ci fosse forse più libertà di sperimentare, meno controllo politico e burocratico. Non voglio dire che oggi non esistano medici straordinari, perché ci sono eccome, ma probabilmente allora c’era una maggiore meritocrazia e una visione più orientata al bene comune. Oggi temo che, in alcuni casi, la visione sia più legata al profitto o agli interessi di pochi. Detto questo, sono convinto che anche oggi esistano menti illuminate, ma spesso sono limitate da chi detiene il potere politico ed economico.
Indossare il camice, anche solo per finzione, l’ha fatto riflettere sulla responsabilità emotiva di un medico?
Moltissimo. Ho sempre paragonato medici come cardiochirurghi o neurochirurghi ai piloti di Formula 1, uno fra tutti Michael Schumacher: devono avere una freddezza assoluta. L’esperienza aiuta, certo, ma bisogna riuscire a isolarsi completamente dall’emotività. Parliamo di millimetri, o anche meno, da cui può dipendere una vita. Immaginare un medico che opera un proprio familiare è qualcosa di quasi inconcepibile. Non so davvero come si possa affrontare una situazione del genere. Io, nel


mio piccolo, già a una partita di calcio perdo la calma facilmente: con un bisturi in mano sarebbe impossibile.
La terza stagione ci porta negli anni Settanta, un periodo di grandi trasformazioni sociali. Come entra questa rivoluzione culturale nella serie e nel suo personaggio?
Entra molto, soprattutto nel rapporto tra Luciano La Rosa e la dottoressa Brunello. Lui è un uomo intelligente, ma inevitabilmente figlio di una cultura patriarcale. A un certo punto toglie i fondi alla ricerca della dottoressa perché teme che, essendo donna, prima o poi possa fermarsi per maternità. È una visione che oggi riconosciamo come sbagliata, ma che purtroppo non è del tutto superata nemmeno adesso. Personalmente sono sempre stato un femminista convinto, ho sempre trovato assurdo che certi comportamenti siano accettati negli uomini e stigmatizzati nelle donne. E ancora oggi, sentire certi discorsi da parte di persone che ricoprono ruoli istituzionali è davvero sconfortante.
Se potesse viaggiare nel tempo, ci sarebbe un’epoca che le piacerebbe attraversare?
Mi piacerebbe vedere il mondo prima dell’invasione delle automobili. Anche solo la fine dell’Ottocento, con le città piene di persone a piedi, qualche carrozza, un tram. Guardare quelle vecchie foto di Roma mi affascina moltissimo.
Oggi invece viviamo l’era dell’intelligenza artificiale. Come la vede, soprattutto per il suo lavoro?
Credo che ci sia da avere paura finché non interviene il legislatore. Il rischio che vengano utilizzati volto e voce di un attore senza consenso è enorme. Bisogna tutelare la proprietà dell’immagine e dell’identità artistica. Spero davvero che si arrivi presto a regole chiare.

Ha attraversato teatro, cinema e televisione. Come vive questi tre mondi?
Il teatro, purtroppo, è fermo da un paio d’anni, ed è un grande dispiacere. Con Gianmarco Tognazzi e Renato Marchetti stavamo portando in giro “L’onesto fantasma”, uno spettacolo che avevamo commissionato a Edoardo Erba come omaggio a un amico che era mancato, che oggi però ha un problema di distribuzione. Quella del palcoscenico dal vivo è un’emozione unica, irripetibile.
A cosa sta lavorando ora?
Ho appena finito di girare un film per la Rai, “Il Marciatore”, che andrà in onda in occasione del Giorno del Ricordo. Racconta la storia di Abdon Pamich, campione olimpico e figlio di esuli istriani. È un progetto a cui tengo molto. Poi dovrebbe andare in onda anche la terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia”, ma i palinsesti sono ancora in fase di definizione. Per il resto, torno a casa a fare il papà: è il lavoro più impegnativo di tutti (ride).
A proposito de “Il Marciatore”…
Dal punto di vista sportivo, i risultati di Abdon Pamich parlano da soli. È stato più volte campione europeo nel corso della sua carriera, oltre che campione italiano, raggiungendo l’apice con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo del ’62. Dal punto di vista umano, si rimane letteralmente a bocca aperta quando si ascolta ciò che ha dovuto subire in prima persona. Noi raccontiamo la sua storia, ma è anche la storia di tutti gli esuli, di tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalla propria terra — Fiume, l’Istria, la Dalmazia — per sfuggire all’oppressione del potere politico di quel momento. È una storia che spesso non conosciamo abbastanza e che ha bisogno di essere raccontata.





Venerdi 13 febbraio in prima serata su Rai 1 Stefano De Martino presenta una grande serata all’insegna dell’amore e dello spettacolo
Serata speciale per “Affari Tuoi” alla vigilia di San Valentino. Venerdì 13 febbraio, in diretta dalle 20:35 su Rai 1, andrà in onda “Affari Tuoi – Nella buona e nella cattiva sorte”, una puntata speciale di prima serata del game show condotto da Stefano De Martino. Sarà una serata all’insegna dell’amore, delle emozioni e dello spettacolo, che vedrà anche il Teatro delle Vittorie con

una scenografia a tema per la festa degli innamorati. La puntata avrà per protagonisti, come concorrenti, una coppia di promessi sposi pronta a mettersi in gioco e a raccontare la propria storia d’amore. Al loro fianco, per supportarli e sostenerli in ogni scelta nel corso della partita, ci saranno familiari e amici, che avranno anche il compito di aprire i pacchi man mano che verranno chiamati. La serata, inoltre, sarà arricchita dalla presenza di ospiti speciali: personaggi e coppie famose del mondo dello spettacolo pronti a fare il tifo per i promessi sposi in gioco e a regalare momenti di intrattenimento. Presente in studio anche il Maestro Pino Perris con la sua orchestra.





L’architetto Riccardo Bocchini racconta la scenografia progettata e realizzata per l’edizione 2026: «Un’audace rottura degli schemi geometrici tradizionali, un connubio tra Asimmetria e Magia Musicale». Una scena che vuole annullare la distanza tra chi esegue e chi ascolta
Apoco più di due settimane dal via, la Rai mostra in anteprima la scenografia che ospiterà al Teatro Ariston l’evento musicale più atteso, il Festival di Sanremo. A descriverla è lo stesso ideatore, l’architetto Riccardo Bocchini: “La scenografia di quest’anno è tesa a sottolineare non solo la forma della struttura, ma un’audace rottura degli

schemi geometrici tradizionali, un connubio tra Asimmetria e Magia Musicale. Una scenografia dove l’asimmetria delle linee, diventa il linguaggio privilegiato per raccontare l’espansione dello spazio. Lontana dalla rigidità dei canoni classici, la scena giocherà su volumi sbilanciati e linee che fuggiranno verso direzioni inaspettate mantenendo un’armonia di linguaggio. Questa scelta non è puramente estetica, ma profondamente simbolica: l’asimmetria riflette la natura stessa della musica contemporanea, imprevedibile, fluida e mai statica”. La scena del 76° Festival della Canzone Italiana, “si insinua verso la platea e si innalza da una parte verso la galleria e dall’altra nei tre piani dell’orchestra, annullando la distanza tra chi esegue e chi ascolta – prosegue Bocchini – ogni canzone verrà rappresentata grazie a delle configurazioni tecnologiche che allungandosi e/o comprimendosi, permetteranno di cambiare le prospettive visive. La manipolazione del progetto scenografico, quindi, ver-
rà plasmata attraverso un “boccascena teatrale”, architettonico, asimmetrico, che si alzerà e si allungherà in tre fascioni che avvolgeranno palco e platea, percorrendo ed abbracciando tutto il teatro. Questo segno si ricomporrà nella sua centralità con ‘l’ingresso’ della scala motorizzata. Un imponente sipario motorizzato di ledwall a scorrimento orizzontale si aprirà, scoprendo la scala, che “entrerà” in scena con uno spettacolare ingresso degno della tradizione teatrale. Al centro del fronte scena, si troverà un sipario tecnologico, scorrevole, motorizzato, con varie conformazioni, modificando ogni volta la tipologia del fronte scena. Proprio come una melodia che non è mai una linea retta, così lo spazio scenico si piegherà e si estenderà per accogliere il suono, creando un’armonia dinamica che abbraccerà l’artista secondo un concetto di espansione dello spazio dove, il limite fisico del palcoscenico dell’Ariston sembrerà dissolversi. Una
Scena al servizio dell’Emozione dove l’architettura si metterà al servizio dell’immateriale”. “L’obiettivo – conclude Bocchini - è chiaro: trasformare il contenitore televisivo in un tempio della percezione, fondendo la rappresentazione visiva con una libertà creativa. Una scena in totale sinergia con il direttore della fotografia Mario Catapano: attraverso accensioni e spegnimenti, potrà trasformarsi da tutta nera a tutta bianca attraverso un gioco tra materiali scenici, sceno-luminosi e grafica; con l’esperta e preziosa regia di Maurizio Pagnussat: molte telecamere inserite nella scena si muoveranno alla ricerca di nuovi angoli di ripresa per far vivere il palco a 360 gradi”. Tra le tante scenografie realizzate per la Rai da Riccardo Bocchini, quelle di “Tale e Quale Show”, “I migliori anni”, “Stasera casa Mika”, “David di Donatello”, le edizioni di Sanremo 2016, 2017, 2025.
Si arricchisce la squadra di co-conduttori del Festival di Sanremo 2026. A salire sul palco del Teatro Ariston, nella veste di co-conduttore della prima serata, al fianco di Carlo Conti e Laura Pausini sarà il 36enne Can Yaman, star di fama internazionale, uno degli attori più rico-

nosciuti nel panorama televisivo contemporaneo. Protagonista di numerose serie in tutto il mondo, ha spopolato su Rai 1 con “Sandokan” (mente tornerà sul set per la seconda stagione di “Sandokan”. Co-conduttore nella seconda serata sarà Lillo Petrolo.




Da domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3 il programma di Riccardo Iacona con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis
Dal 15 febbraio, ogni domenica alle 20.30 su Rai 3 “PresaDiretta”, il giornalismo che aiuta a capire dove va il mondo, di Riccardo Iacona. La prima ora del programma, “PresaDiretta Open”, sarà dedicata a un tema di attualità, con filmati e largo spazio per gli ospiti in studio. E poi le grandi puntate monografiche di “PresaDiretta”, con le inchieste e i reportage, che toccheranno i temi più caldi del momento. Si allargano la crisi demografica e il buco nei conti delle pensioni, intanto i giovani italiani se ne vanno all’estero; gli Stati Uniti di Trump sempre più aggressivi e antidemocratici; la drammatica questione palestinese nella Striscia di Gaza e le politiche del Governo Netanyahu in Cisgiordania; il laboratorio economico ultra-liberista del presidente argentino Milei; le sfide e i successi della scienza nella medicina rigenerativa e le insidie delle “cure miracolose” proposte a caro prezzo per le malattie degenerative; i tagli nella Manovra finanziaria di quest’anno e un bilancio del PNRR che sta per concludersi; la sfida sull’Intelligenza artificiale della Cina e il suo impatto sull’ambiente e sui posti di lavoro; il narcotraffico e le nuove alleanze delle organizzazioni criminali dentro e fuori il nostro Paese.
Alla ricerca del nemico. Gli Stati Uniti di Trump, dove la democrazia scricchiola. Un Paese polarizzato: da una parte l’odio in rete, la violenza per le strade, le intimidazioni nei confronti della stampa, gli attacchi ai diritti civili, dall’altra storie come quella di Zohran Mamdami, socialista, democratico e musulmano, neosindaco di New York che parla alla gente di affitti e trasporti pubblici. E in Italia, qual è lo stato di salute della nostra democrazia? Storie di giornalisti minacciati dai gruppi criminali e dalle querele temerarie, che vivono sotto scorta.
La pensione che non c’è. Allarme sulla tenuta dei conti dell’Inps: nessuno ci dice davvero quanto è grave la situazione e quanto lo diventerà, tra crisi demografica e bassi salari, risorse sprecate ed evasione contributiva. In alcune Regioni i pensionati sono più numerosi dei lavoratori e i conti non tornano già oggi. Intanto la Germania è diventata il primo Paese per emigrazione giovanile italiana: lì i nostri ragazzi trovano lavoro qualificato, stipendi molto più alti, casa, welfare. Trovano la possibilità di costruire il proprio futuro.
Quanto si è allungata la nostra vita? La promessa di un’esistenza sempre più lunga alimenta non solo il progresso scientifico, ma anche il business della longevità. Un viaggio affascinante
dalle nuove frontiere della medicina rigenerativa, alle truffe di chi propone improbabili trasfusioni di cellule staminali, eseguite a peso d’oro. Dalla ricerca sulle neurotecnologie con i chip impiantati nel cervello che curano le lesioni, alla malattia degenerativa che la medicina non riesce ancora a curare, l’Alzheimer. La sanità pubblica che non sempre ce la fa e le famiglie che si sentono abbandonate.
La pace dei forti. Un reportage tra Gaza, Israele e Cisgiordania. Il racconto della vita di tutti i giorni nella Striscia e la sua trasformazione in un luogo invivibile e desertificato; gli agricoltori le cui terre sono state confiscate e l’allontanamento delle Ong internazionali. In Israele un reportage tra le forze politiche che sostengono il Governo Netanyahu. Infine, un viaggio in Cisgiordania, da Ramallah a Jenin: la violenza dei coloni e dell’esercito israeliano, la mancanza di rappresentanza politica palestinese. Sullo sfondo, gli attacchi al diritto internazionale e il duro lavoro della Corte Internazionale dell’Aja.
E’ tornata l’Austerity. La Legge di Bilancio più leggera di sempre e i mercati che plaudono: siamo diventati campioni del rigore finanziario. Ma quali saranno gli effetti dei tagli alla spesa pubblica? E il PNRR sarà una stampella per la nostra economia o si trasformerà in una zavorra? Un consuntivo tra luci e ombre. E poi un reportage nel laboratorio economico più radicale del nostro tempo: l’Argentina di Javier Milei. Le privatizzazioni, i tagli drastici della spesa pubblica, il pareggio di bilancio inseguito ad ogni costo. Cosa ci insegna questa ricetta economica?
L’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Che effetti avrà l’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite? Un grande reportage di “PresaDiretta”, che dall’Italia ci porta fino in Cina. L’impatto ambientale dei datacenter nel nord Italia, dal consumo di suolo all’aumento della richiesta di energia. Le ripercussioni dell’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro. Quali e quanti sono i posti a rischio? Intanto la Cina sfida il mondo e porta l’Intelligenza artificiale nell’istruzione pubblica nazionale, costruisce robot umanoidi sempre più intelligenti, progetta Ospedali interamente gestiti dall’Intelligenza Artificiale.
Le Mafie degli altri. Come si sono evolute le organizzazioni criminali di stampo mafioso? Non solo Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, in Italia operano anche mafie straniere che si sono alleate con le nostre. Il racconto di PresaDiretta lungo le vie della droga ci porta in giro per il mondo. A Prato dove agisce la mafia cinese, con le sue regole; in Albania dove l’infiltrazione nelle istituzioni è tale da essere definita sempre più spesso come un narco-Stato; in Ecuador, paese con uno dei più alti tassi di morti violente nel mondo, diventato in pochissimo tempo il baricentro delle rotte del narcotraffico.


La giovane attrice racconta il suo esordio in “Don Matteo”, il rapporto con Nino Frassica, la costruzione del personaggio di Caterina, l’importanza del teatroe dello studio, il valore della tecnica e della ricercacostante. Tra ansia, comicità e consapevolezza, emerge il ritratto di una giovane interprete che vede il mestieredell’attore come un percorso di crescita artistica eumana, oltre la visibilità e i numeri. Il giovedì in prima serata Rai 1
“Don Matteo” è il suo primo grande ruolo televisivo. Entrare in una serie così amata e longeva, con un pubblico molto affezionato, dev’essere stato un bel salto. Com’è stato? È il mio primo ruolo in assoluto davanti a una telecamera, un’emozione enorme. All’inizio ero molto spaventata, venivo dall’Accademia e mi trovavo accanto a colleghi con molta più esperienza di me. Alcuni arrivavano dal Centro Sperimentale, altri dalla Silvio D’Amico… insomma, avevano tutti già fatto qualcosa prima. Ero l’unica davvero “alla prima volta”, ma questa differenza non si è mai sentita, non me l’hanno mai fatta pesare. Mi sono inserita in modo molto naturale, quasi camaleontico, grazie a un gruppo di lavoro incredibilmente accogliente. Tutti i reparti – attori, regia, troupe – sono stati calorosissimi. Questo mi ha aiutata tantissimo a sentirmi tranquilla e a prendere confidenza.
Ha condiviso molte scene con Nino Frassica ed Eugenio Mastrandrea… Sì, soprattutto le scene in caserma. Ho iniziato subito, dai primi ciak con loro e questo mi ha aiutato molto, perché mi sono adattata, ho seguito il loro ritmo. Anche il personaggio di Caterina è nato così, nel confronto con loro. All’inizio è stato un vero vortice televisivo, sei scene al giorno sono tante, un tour de

force massacrante (ride). Ero tesissima, ma piano piano mi sono sciolta. Loro sono stati carinissimi fin da subito.
Nino Frassica è un artista a 360 gradi. Com’è stato lavorare accanto a quello che possiamo definire un maestro? È stato stupendo. Il percorso di Caterina è molto simile al mio: lei esce dall’Accademia dei Carabinieri, io dall’Accademia di recitazione. Entrambe ci ritroviamo in un mondo nuovo, piene di paure. E c’è Nino che, in scena e fuori, mi guidava, ha creduto in me immediatamente. Il provino l’ho fatto proprio con lui, è stato il primo a respirare la mia attorialità, sul set, poi, lavoravamo sempre insieme: trucco, prove, cambiamenti alle scene. Questo ha creato un legame fortissimo, io non faccio ridere “di mio”, la comicità nasce dalla reazione a lui. Nino è l’istrionico, io la spalla. È una dinamica che si è creata in modo naturale e che poi è diventata anche un rapporto umano molto bello.
Parliamo di Caterina Provvedi…
Caterina è una giovane marescialla, appena uscita dall’Accademia. È alle prime armi, non solo professionalmente ma anche emotivamente. Ha 25 anni, ma dentro è molto più piccola: è ansiosa, emotivamente “accesa”, per niente fredda. Nelle situazioni di panico perde il controllo. All’apparenza sembra avere una vita lineare, ma in realtà ha un passato che verrà svelato nel corso della serie. È un personaggio molto umano.
Cosa l’ha legata a lei?
Tantissimo. Mi ricorda me durante l’adolescenza: ansiosa, forse più di me (ride), ambiziosa, fragile. Interpretarla mi ha permesso di esplorare una parte di me anche buffa e comica. Giocare sulle sue fragilità, sulla sua purezza, sul suo essere candida mi ha divertito molto. È un personaggio tridimensionale: può essere agitata, ma anche calma, forte e vulnerabile. Mi sono rivista molto in lei.
Che cosa ha rappresentato “Don Matteo” in questo momento della sua vita?
È stato fondamentale. È un codice molto specifico, quello della fiction, e “Don Matteo” ha ritmi serratissimi. Imparare a stare




dentro questo meccanismo mi ha dato una sicurezza enorme, che secondo mi sarà molto d’aiuto anche quando dovrò affrontare ruoli al cinema. Ora il mio rapporto con la macchina da presa è cambiato: non mi spaventa più, so bene dove guardare, sento la luce, sono più consapevole tecnicamente. È un’esperienza immersiva che mi porterò dietro per sempre. E poi non avrei mai pensato di esordire con un ruolo comico. Uscivo dall’Accademia con un’idea molto “pesante” del mestiere, mentre questo lavoro mi ha insegnato che si può essere leggeri senza essere superficiali. Dare spessore alla leggerezza è difficilissimo, ma bellissimo.
Nella sua formazione c’è molto teatro. Quanto è importante? È fondamentale. Il teatro dà struttura, rigore, consapevolezza, non basta avere solo un viso carino: recitare significa saper dire bene le battute, saper reagire, saper costruire una scena. Il lavoro sulle battute, sul ritmo, sullo sguardo… tutto questo viene dallo studio. L’Accademia ti lascia delle competenze che poi si vedono, anche in televisione e al cinema.
Cosa cerca dal suo lavoro?
La ricerca continua. Un attore non deve mai smettere di cercare, anche le più grandi, come Cate Blanchett o Meryl Streep, non smettono mai. Mi auguro di poter interpretare ruoli sempre diversi, anche lontani da me. Sarebbe bellissimo se qualcuno mi

dicesse: “Secondo me puoi fare anche questo”, magari un villain, rompendo gli stereotipi. Preferisco sentirmi dire “che bel lavoro” piuttosto che “che bella sei”. Il resto viene dopo.
E il rapporto con la visibilità e i social?
La visibilità aiuta, è inutile negarlo, ma non deve essere il fine. Io spero sempre di incontrare persone che abbiano fiducia nell’attore che hanno davanti, come è successo a me con “Don Matteo”. Se ci si concentra solo sull’immagine, ci si limita. L’immagine è importante, certo, ma deve essere al servizio del lavoro.
È anche una persona molto sportiva. Quanto conta lo sport per un’attrice?
Tantissimo, perché il corpo è fondamentale, ancor prima della parola. Un fisico allenato è vivo, e si vede anche in camera. Se un giorno dovessi fare un film d’azione, sarei pronta.
La sua famiglia come ha reagito alla scelta di fare l’attrice?
L’hanno sempre saputo. Da piccola volevo fare musical, quindi erano preparati. Quando il sogno si è avvicinato davvero, un po’ di paura c’è stata, ma mi hanno sempre sostenuta.
Progetti futuri?
Sto facendo un po’ di provini, come tutti, spero di tornare presto a teatro e di non abbandonarlo mai.




“Tu vuo’ fa’ l’americano”. Cinque puntate per raccontare un genio senza tempo tra musica, ironia e memoria collettiva
C’è una musica che non invecchia, perché continua a parlare al presente. È quella di Renato Carosone, artista che ha attraversato il Novecento con uno stile inconfondibile, capace di mescolare ironia, jazz, tradizione napoletana e uno sguardo lucidissimo sul mondo che cambiava. A lui è dedicato “Tu vuo’ fa’ l’americano – Intramontabile Carosone”, lo speciale in cinque puntate di Rai Radio Live Napoli, in onda dal 9 febbraio ogni lunedì alle 8, con replica il mercoledì alla stessa ora, disponibile anche su RaiPlay Sound. Il programma, scritto e condotto da Valeria Saggese, ripercorre la musica e la storia di un maestro assoluto che nel 1954 fu il primo musicista della televisione italiana a suonare dal vivo nella allora neonata Eiar, oggi Rai. Un primato simbolico per un artista che ha rivoluzionato il linguaggio musicale, anticipando contaminazioni e libertà espressive che oggi diamo per scontate. Ospite fisso dello speciale è il cantautore partenopeo Roberto Colella, che affianca la conduttrice in studio con esibizioni dal vivo, tra pianoforte, voce e momenti di improvvisazione. L’obiettivo è chiaro: raccontare la contemporaneità della musica di Carosone partendo dalle sue canzoni, attraversando dissacrazione, swing e jazz, fino ad arrivare alla musica napoletana di oggi, sulle tracce di un’eredità ancora fertilissima. Ad arricchire il racconto ci sono contributi dall’Archivio Storico della Canzone Napoletana e le voci di chi

quella storia l’ha studiata, vissuta o condivisa. Intervengono, tra gli altri, Gino Castaldo, l’attore Enzo Decaro, Federico Vacalebre, direttore artistico del Premio Carosone, e musicisti che hanno collaborato con il grande Renato, dal maestro Claudio Mattone a Marcello Cirillo, Rosario Jermano e Michele Ascolese. Non mancano il pianista Lorenzo Hengeller, per entrare nel cuore del pianismo carosoniano, e due presenze simboliche come Marisa Laurito e Renzo Arbore. Un progetto che guarda avanti partendo dalla memoria. Un racconto pensato per un pubblico trasversale, capace di parlare a chi Carosone lo ha vissuto e a chi lo scopre oggi grazie alla radio e ai social. Perché certe musiche, semplicemente, non passano mai di moda: cambiano forma, cambiano ascoltatori, ma continuano a dirci qualcosa di essenziale su chi siamo. Alla presentazione del programma erano presenti Antonio Parlati, direttore del Centro di Produzione di Napoli, Gianfranco Zinzilli, direttore Radio Digitali e Podcast, e Michela Carrara, direttrice di Rai Radio Live Napoli. “Questo programma non l’ho ideato io, l’ho preso in corsa e l’ho sposato subito. Per me è un onore ed un piacere”, ha spiegato Zinzilli. Per Antonio Parlati “era importante che la radio avesse di nuovo un luogo all’interno del centro di produzione. Stiamo rilanciando un percorso che avevamo avviato, non solo con collaborazioni sempre più strette con la radio, ma anche attraverso un ammodernamento tecnologico”. “Questo progetto nasce per valorizzare l’archivio storico della canzone napoletana - ha aggiunto Michela Carrara, direttrice di Rai Radio Live Napoli -. Speriamo sia uno dei primi di una serie dedicata ai grandi protagonisti della storia musicale di Napoli”.


Il Festival raccontato da un’altra prospettiva
nella serie original di Rai Contenuti Digitali e Transmediali. Con Anna-Lou Castoldi, Elisa Maino e Nicole Rossi. Dal 23 febbraio su RaiPlay
Un vocale di Carlo Conti, misterioso e inaspettato, arriva sui telefoni di Anna Lou, Elisa e Nicole. Le invita al Festival di Sanremo, e lascia intendere che le tre giovani artiste e influencer avranno accesso al cuore della kermesse della canzone italiana. Ma sarà davvero così? Dal 23 febbraio al 1° marzo per sette puntate in esclusiva su RaiPlay,
“Sotto Sanremo” il Festival raccontato da un’altra prospettiva, da quel “sotto” che rivela la forma più autentica della kermesse, fuori dalla messa in scena ufficiale ma vicino alle reazioni più vere, ai momenti iconici e al passaggio dei protagonisti. “Sotto Sanremo” è uno sguardo che si abbassa per vedere meglio. Un sottosopra narrativo che mette al centro ciò che di solito resta ai margini, vicino al linguaggio dei social e della Gen-Z. Un punto di osservazione più libero, più scanzonato e più vero sul Festival. “Sotto Sanremo” è una serie Original Rai Contenuti Digitali e Transmediali direttore Marcello Ciannamea, regia di Massimiliano Sabini, con Anna-Lou Castoldi, Elisa Maino e Nicole Rossi.





Due vecchi amici si ritrovano dopo venticinque anni nello stesso liceo, con un passato irrisolto che torna a bussare tra sentimenti sospesi e una figlia che è diventata linea di confine. A separarli oggi è soprattutto il modo di vivere il presente: uno rifiuta la tecnologia e i social, l’altro è immerso tra chat, selfie e notifiche. Il loro scontro diventa una commedia brillante e attuale, capace di far sorridere mentre racconta dipendenze digitali, incomprensioni generazionali e il bisogno, molto umano, di tornare a parlarsi davvero. Regia: Massimiliano Bruno. Interpreti: Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli.



Nel West del 1850 Patrick Tate è un impresario funebre che prospera grazie alla violenza di una banda di fuorilegge, trasformando la morte in un mestiere redditizio. Quando però la brutalità arriva a colpire la sua famiglia, il confine tra spettatore e complice si spezza. Costretto a scegliere, Patrick imbraccia le armi e affronta un mondo dove la legge è fragile e la vendetta sembra l’unica risposta possibile. Un western cupo e teso, più morale che spettacolare, che scava nell’animo umano prima ancora che nella polvere delle pistole. Regia: Ivan Kavanagh. Interpreti: Emile Hirsch, John Cusack, Déborah François.
Un finto tribunale per mettere sotto processo il Festival più sacro della televisione italiana. Tra arringhe surreali, testimonianze improbabili e ironia affilata, la storia di Sanremo viene smontata pezzo per pezzo, trasformando il rito nazional-popolare in un grande gioco collettivo. Il risultato è una satira intelligente e irriverente che demistifica la televisione stessa, mostrando quanto il Festival sia specchio, parodia e ossessione del Paese. Un esperimento riuscito che ha segnato un modo nuovo di fare comicità in TV.
Regia: Renzo Arbore, Rita Vicario. con: Renzo Arbore, Michele Mirabella, Lino Banfi, Alfredo Cerruti, Arnaldo Santoro, Mario De Simone, Massimo Catalano.


In un piccolo paese sospeso tra una foresta misteriosa e un lago scintillante vivono i personaggi delle fiabe, ormai diventati genitori, insieme ai loro figli. Tra loro c’è anche Pinocchio, che cresce accanto a un’allegra banda di amici un po’ speciali, diversi dagli altri bambini. In questo villaggio incantato la diversità non è un limite ma una ricchezza, e ogni avventura diventa un’occasione per scoprire il valore dell’amicizia, dell’accoglienza e dell’immaginazione. Regia di Stephan Mit.




Dal 12 febbraio nelle sale il film di Olivier Assayas con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen con Jeffrey Wright e con Jude Law
Basato sul romanzo di Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino - Le origini di Putin” di Olivier Assayas arriva nelle sale italiane giovedì 12 febbraio. La pellicola porta lo spettatore nella Russia dei primi anni ‘90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese in ricostruzione, Vadim Baranov, un giovane uomo dall’intelligenza brillante, si sta facendo strada. Ex artista d’avanguardia nonché produttore di un reality show televisivo, Baranov diventa il braccio destro di un uomo che ha lavorato nel KGB e che è destinato a conquistare il potere assoluto: Vladimir Putin, altrimenti detto «lo zar». Profondo conoscitore del sistema politico, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia: confeziona discorsi, crea scenari, cattura percezioni. Tuttavia, c’è un’unica persona che sfugge al suo controllo: Ksenia, uno spirito libero, una donna indipendente e avulsa dai meccanismi del potere e del controllo politico. Dopo quindici anni di silenzio, lontano dalla scena politica, Baranov accetta di parlare. Le sue rivelazioni confondono i confini fra verità e finzione, realtà e strategia. “Il mago del Cremlino” esplora gli oscuri meandri del potere, in cui ogni parola diventa lo strumento di un preciso disegno politico. Nel cast Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, e con Jeffrey Wright e con Jude Law. Di seguito l’intervista proposta dal portale di 01 Distribution al regista Olivier Assayas.
Secondo Lei, questo film è più un thriller politico, un’opera incentrata sui personaggi o una riflessione sul potere?

Secondo me, è tutte e tre le cose insieme! Il film mira a dare forma umana a realtà politiche complesse e a sintetizzarle in questioni accessibili al pubblico a cui non è richiesta per forza la conoscenza della storia. Volevamo ridurre i fatti alla loro essenza, mostrare la loro rilevanza nella loro universalità. Non si tratta solo di Vladimir Putin o della odierna Federazione Russa, ma di questioni più ampie e universali. Quando ho conosciuto Giuliano, gli ho detto che trovavo il suo libro avvincente e che immaginavo avesse attinto a fonti di alto livello all’interno dello Stato, per poter restituire un resoconto tanto dettagliato dei meccanismi interni del potere. Ma lui mi ha risposto: «Niente affatto. Sono stato in Russia quattro o cinque volte e non ho mai avuto una talpa all’interno del governo. Però ho ricoperto il ruolo di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze nella giunta guidata da Renzi, continuando a collaborare con lui anche quando è diventato Presidente del Consiglio. In fondo le modalità del potere, il suo linguaggio e i suoi metodi, sono sempre gli stessi, sia in Russia che in Italia. Ho capito come funziona il potere russo mentre osservavo, giorno dopo giorno, il modo in cui operava il potere italiano”.
Si è sentito in dovere di attenersi strettamente agli eventi storici o qualche volta ha volutamente confuso realtà e finzione? In alcuni momenti c’è una leggera accelerazione, in altri ho giocato con la cronologia per ottenere un effetto drammatico, ma non mi sono mai permesso di barare. L’obiettivo era restare il più possibile fedele ai fatti, anche se stavamo adattando un romanzo che a sua volta si prendeva alcune libertà, seppur moderate. Con Emmanuel non solo abbiamo cercato costantemente di conferire verità e autenticità nella storia, ma anche di affinare, per quanto possibile, la critica sui compromessi morali




e le scorciatoie democratiche dei leader russi, presenti e passati.
Putin viene ritratto come un personaggio profondamente complesso.
Secondo me tutta la politica appartiene al regno della complessità, senza semplificazioni o demagogia; qui non siamo al telegiornale. È un mondo difficile da afferrare e da comprendere, un mondo in cui spesso la spiegazione più contorta è quella più autentica e vera. Le sfumature delle strategie politiche variano da paese a paese, da un’epoca all’altra, ma in fondo l’essenza del potere resta sempre la stessa. Giuliano, come tutti i politici, ha letto Machiavelli e Baltasar Gracián, e anche se non applica i loro principi alla lettera, ne comprende i meccanismi e le costanti che gli consentono di costruire tutto il resto. È questo il criterio attraverso il quale ho considerato la politica e riflettuto sul mio tempo.
Come ha scelto gli attori del film?
La parte più difficile è stata quella di Putin, perché è al potere da così tanto tempo e lo vediamo ogni giorno nei vari notiziari. Tutti conoscono il suo volto. In un certo senso, era questa la scommessa del film: Jude Law sarebbe riuscito a interpretare un Putin credibile? Conosco Jude da anni: nel 2011 abbiamo fatto parte della stessa giuria a Cannes, siamo diventati amici e col tempo mi ha persino proposto di produrre un paio di progetti. Purtroppo però, non sono andati in porto. Continuando a seguire la sua carriera come spettatore, ho avuto la sensazione che fosse sempre più attratto dalla trasformazione, che avesse

sviluppato una grande abilità di cambiare pelle. E nonostante non sia così simile fisicamente a Putin, ero convinto che lo avrebbe impersonato in modo molto convincente. Infatti è riuscito a trasmettere molto di Putin ma, nonostante l’accurata trasformazione, dobbiamo ammettere che Jude conserva più umanità del suo personaggio, il che in effetti non è molto difficile. Per tutti gli altri ruoli, reali o immaginari, non c’era l’obbligo di puntare sulla somiglianza fisica, poiché il grande pubblico non avrebbe necessariamente riconosciuto i volti degli altri protagonisti. L’unico criterio che ho seguito è stato trovare gli attori migliori soprattutto perché questo film è proprio incentrato sulle performance. E alla fine sono riuscito a scritturare un cast incredibile. Paul Dano, che interpreta un personaggio di fantasia, è stato immediatamente convincente. È un attore straordinario, ricco di sfumature, che grazie al suo talento e alla sua meticolosa attenzione ai dettagli riesce a trovare, in ogni circostanza, la chiave più intima del suo personaggio. Il suo straordinario autocontrollo può persino confondere. In sala montaggio, di solito si cerca di trovare la ripresa giusta. Con Paul, ogni ripresa è giusta e, in un certo senso, ognuna racconta una storia leggermente diversa, come se il suo lavoro consistesse nell’offrire al regista un caleidoscopio di espressioni che abbraccia l’intera gamma emotiva della scena. Alicia Vikander è stata la scelta più naturale per interpretare Ksenia. Avevo appena lavorato con lei nella serie HBO Irma Vep, c’è molta sintonia fra noi e quindi ho immaginato da subito che sarebbe stata lei a interpretare Ksenia. In realtà è stata proprio Alicia a ispirare questo personaggio.







La storia di un’icona e della donna che lo ha creato, Maria Perego. Una fiaba romantica che celebra il potere della fantasia e dei legami. Milena Miconi, Sergio Friscia e Teresa Morici guidano il cast diretto da Maurizio Colombi. In prima nazionale il 1° marzo al Teatro Verdi di Genova, dal 6 marzo al Lirico Giorgio Gaber di Milano, dal 25 marzo al Brancaccio di Roma
Perdona se siamo indiscreti, quanti anni hai (veramente)?
Beh, questa è una domanda che non si fa ad un topino come me, eh scusa eh. Comunque, sono nato nel ’59, 1959, quando c’erano “Carosello” e lo “Zecchino d’oro”.. va beh dai ho 66 anni.
Come ti mantieni così giovane e allegro?
Ho un cuore così grande da riempire tutto l’amore che mi danno le persone speciali. Ecco questo è il mio segreto. E poi faccio una dieta tutta personale a base di Gruviera che mi mantiene tenero.
Sappiamo che presto sarai protagonista di un musical, come ti trovi nelle vesti di showman, o forse sarebbe meglio dire… showmouse?
Mi sento a mio agio... io sono abituato alle grandi star, sai che ho incontrato Michael J., Raffaellina Carrà, Lucio Dalla, e non sai quanti altri... Ballerò, canterò, e vi strapazzerò di coccole.
Che spettacolo sarà?
Sarà un musical come i più grandi di Broadway... con tanti ballerini, tante canzoni, e una storia emozionante, una fiaba commovente! Racconteremo in modo fantastico la storia della mia mamma, che poi è la mia storia. Un po’ di storia vera e tanta fantasia. Sarà un grande spettacolo per tutta la famiglia, nipoti, nonni, zii, tutti quanti... anche i cugini.


Una vita sul palcoscenico, quali sono i momenti per te indimenticabili?
Beh l’ultimo Sanremo è stata una esperienza davvero stupenda, piena di emozione, ho cantato con Lucio Corsi e c’era il mio amico speciale Carletto.
Come mantieni viva la passione per lo spettacolo?
Adesso adesso più che mai... perché c’è una nuova storia su di me, prima non esisteva. Tutti i grandi personaggi nascono da una storia. Peter Pan, Pinocchio, Alice... Io invece ero solo un personaggio da TV ma con questa fiaba tutti scopriranno la magia che mi circonda e perché sono diventato così famoso.
Come hai visto cambiare i bambini nel tempo?
Beh i bambini nel tempo sono cambiati sì, sono più adulti e tecnologici, però sono speciali perché mi guardano con il cuore. Io vivo grazie alla loro immaginazione, e in questo non sono mai cambiati.
Come è cambiata la tua vita dopo la partecipazione a Sanremo con Lucio Corsi?
Mi sa che è cambiata più la sua che la mia... Adesso fa tanti concerti. Però aver cantato con il mio amico Lucio è stato davvero bello. Adesso ho anche io uno spettacolo tutto mio e, come fa lui, racconto la mia storia.
La vera storia di Topo Gigio approda per la prima volta a teatro in forma di musical, per rendere omaggio al pupazzo italiano più amato al mondo sin dagli anni Sessanta, che prenderà vita sul palcoscenico. Tratto dal libro di Morris Doves “Il cuore di Gigio”, il musical racconta la nascita dell’amato protagonista e il legame profondo con Maria Perego, la donna straordinaria che lo ha creato nel 1959. Un giorno d’inverno, una ragazza si ferma davanti alla vetrina di un negozio per guardare un albero di Natale fatto di una strana plastica...e vede, nascosto in quella plastica, un pupazzo che le sorride. Nasce così, a Milano, uno dei characters che ha segnato la nostra epoca. Topo Gigio si afferma sulle scene internazionali, diventando un simbolo di dolcezza e innocenza. Milena Miconi, attrice e showgirl tra le più note del panorama teatrale e televisivo, con una lunga carriera che spazia dalla fiction al palcoscenico, interpreta Maria Perego, la donna che ha dato vita a Topo Gigio. Teresa Morici, giovanissima promessa del musical italiano, attrice, cantante e ballerina di soli dodici anni, è Maria Perego da bambina,
custode dell’origine più intima e immaginativa della storia. Sergio Friscia, volto noto della televisione e della radio, apprezzato per la sua capacità di coniugare ironia e profondità interpretativa, vestirà i panni di Mr. P, personaggio chiave che accompagna il racconto con umanità e misura, dando voce al senso universale della narrazione. Nel racconto trovano spazio anche i personaggi di Walt Disney, Raffaella Carrà e Il Mago Zurlì, che diventano un archetipo fiabesco, consentendo alla narrazione di mischiare realtà storica e immaginario collettivo, in un gioco teatrale appassionante. Le coreografie sono di Rita Pivano, mentre le musiche originali di Franco Fasano sostengono l’impianto emotivo dello spettacolo, alternandole a brani iconici di Topo Gigio (Strapazzami di coccole, Se avessi la coda anch’io, Ma le gambe, El Trabalero, Mamma Maria, On Broadway), in dialogo costante con la storia. Con un’anteprima a Genova (il primo marzo al Teatro Verdi), lo spettacolo debutta a Milano (dal 6 al 15 marzo 2026 al Teatro Lirico Giorgio Gaber), e Roma (dal 25 al 26 marzo 2026 al Teatro Brancaccio).






Taylor Swift torna con nuovo brano che racconta consapevolezza e rinascita emotiva attraverso un pop luminoso e misurato. Un’uscita che si inserisce nei grandi risultati dell’artista, tra classifiche, streaming e riconoscimenti internazionali
Èin rotazione radiofonica “Opalite”, il nuovo brano estratto dall’album “The Life of a Showgirl”, già certificato disco di platino in Italia. Il singolo segue il successo di “The Fate of Ophelia”, disco d’oro e tra i brani più ascoltati dell’album, consolidando un percorso che nel corso del 2025 ha portato l’artista ai vertici delle classifiche mondiali. La canzone si muove su sonorità luminose e immediate, accompagnate da una scrittura che affronta il tema della rinascita personale dopo relazioni difficili, mettendo al centro la consapevolezza e la capacità di ritrovare stabilità emotiva. Il brano si inserisce in un progetto discografico che ha segnato un traguardo storico nel mercato italiano, diventando il miglior debutto di sempre per Taylor Swift nel nostro Paese e posizionandosi ai vertici delle classifiche di vendita fisica e digitale. L’album ha inoltre raggiunto risultati record sulle principali piattaforme di streaming, confermando una presenza costante nelle classifiche internazionali e un forte impatto anche sul pubblico italiano. Il 2025 si è chiuso, per Taylor Swift, come un anno di ulteriore consolidamento, con numeri che raccontano una centralità ormai strutturata nel panorama musicale globale. Seconda artista più ascoltata al mondo su Spotify e quarta artista donna più ascoltata in Italia, Taylor Swift prosegue un percorso che unisce continuità creativa, solidità commerciale e riconoscimenti internazionali. “Opalite” rappresenta così un nuovo tassello di un racconto musicale che procede senza strappi, rafforzando una traiettoria già ampiamente riconosciuta.




«Il momento preciso è arrivato a 12 anni, mentre scrivevo un diario, non so bene perché. Mi ricordo di aver pensato: voglio essere una scrittrice. Le storie fanno da sempre parte della mia vita, tanto che, in passato, ho faticato a separare la realtà da ciò che raccontavo a me stessa. Poi, per fortuna, si cresce e si capisce che la realtà è sempre più potente di qualsiasi storia e, di converso, che spessissimo le storie anticipano la realtà. In ogni caso, è nelle storie che ritrovo il senso delle parole, la giustezza di ciò che accade (che è diversa dalla giustizia), il baricentro della vita e il modo per accettare l’inaccettabile. Forse è per questo che mi trovo molto più a mio agio con la parola scritta che con quella orale.»
Gaja Cenciarelli è romana doc, traduttrice di grandi nomi della narrativa anglosassone, scrittrice e docente. Il suo ultimo romanzo – “Il rivoluzionario e la maestra” – è uscito pochi giorni e ha già raccolto apprezzamenti importanti.
Due storie che si intrecciano su piani temporali diversi: l’orrore di una dittatura che vuole spezzare i propri giovani e le vicissitudini di un’insegnante romana costretta a una serie di traslochi che erodono ogni sua sicurezza. Come nasce l’idea? «Diciamo che la ragazza, quando si imbatte nella storia di Adolfo Wasem e di Sonia Mosquera, non è ancora un’insegnante. È solo una ragazza che ha perso ogni punto di riferimento e che, dopo una serie di lutti, si ritrova prigioniera della povertà. È proprio qui che la sua storia si interseca con la storia dei due prigionieri, incarcerati nelle celle sotterranee di Montevideo. Apparentemente può sembrare che Wasem, Mosquera, e la ragazza non abbiano niente in comune – in fondo sono vite diverse, esperienze diverse. Wasem e Mosquera sono prigionieri, sono stati torturati, hanno perso tutto. Può sembrare un azzardo accostare una ragazza che vive nella parte “privilegiata” del mondo a due eroi della Rivoluzione, ma non è così: la Storia può sempre insegnare come vivere le nostre storie personali, quelle con la “s” minuscola, a maggior ragione se le storie personali ti lasciano dentro la sensazione di essere una sopravvissuta. Poi c’è il momento in cui le storie ti raggiungono e quello è il momento dello stupore. Ero impegnata a scrivere il secondo romanzo di Margherita Magnani, la protagonista di “A scuola non si muore”, quando, una sera, dopo il cinema e un aperitivo – si sa come vanno le conversazioni, non seguono mai un filo dritto – una mia amica (Dottoressa di Ricerca in Letteratura Latino Americana) tira fuori la storia di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera e io resto senza fiato. All’improvviso, la loro vita, diventa una priorità, devo raccontarla. Accantono il romanzo che stavo scrivendo, chiamo (di domenica mattina) la casa editrice e dico: c’è un cambio di programma, questo è più urgente. E loro hanno accettato. E lo rifarei, questa storia doveva passare davanti a qualsiasi altro romanzo o racconto stessi scrivendo.»

Uno dei tuoi romanzi – “Domani interrogo” – è diventato un film coprodotto da On Production e Rai Cinema. Il sogno di ogni scrittore e scrittrice. Come l’hai vissuto? Com’è stato collaborare alla sceneggiatura?
«È stata – ed è – una grande emozione, un impegno diverso dal solito. A dire la verità, ero molto agitata, perché era la prima volta che mi cimentavo con una sceneggiatura, ma per fortuna ho avuto l’aiuto preziosissimo di Herbert Simone Paragnani che mi ha preso sotto la sua ala esperta e mi ha rassicurato. Io, in genere, mi trovo dall’altra parte dello schermo: non compaio, scrivo. Invece con questo film tutto è cambiato. Sopra ogni altra cosa, vedere le tue parole che prendono forma e diventano immagini – per una, come me, ossessionata dal cinema – è davvero incredibile. E uso il termine incredibile nel senso etimologico della parola: da non crederci! Devo ammettere, e non perché il libro lo abbia scritto io, che sono stata una privilegiata: tra Paragnani prima, e poi Umberto Carteni, che cura la regia, il film è davvero bellissimo. Sono una scrittrice che non ha alcun appunto da fare alla trasposizione cinematografica del proprio romanzo. Mi sento fortunata.»
Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere il difficile percorso della scrittura?
«Il primo consiglio, il solito che do ogni volta che me lo chiedono e nei corsi di scrittura, è che bisogna leggere, molto. Nessuno suonerebbe la chitarra in pubblico senza conoscere le sette note. E invece, purtroppo, ancora troppe persone credono che scrivere senza leggere sia possibile. Quella si chiama alfabetizzazione, non scrittura. Il fatto che la maggior parte di noi riesca a scrivere correttamente in italiano non significa che possa scrivere romanzi o saggi o racconti o poesie. Poi, in parallelo, consiglio di scrivere molto. Almeno ogni giorno. Nulla dies sine linea. Anche la scrittura è un mestiere e si impara con l’esercizio – fatto salvo il talento, chiaramente.»
Laura Costantini




Rigore, senso di responsabilità, ponderatezza, abbinate a uno spiccato senso pratico e un sorriso rassicurante, le consentono di affrontare le situazioni, anche quelle più difficili in poco tempo, usando il grande spirito di analisi che l’accompagna: il Tenente Colonnello dell’Arma dei Carabinieri Emanuela Rocca racconta la sua esperienza con la divisa della Benemerita. Donna in carriera ma anche moglie, madre attenta e premurosa. Una esperienza di vita fondata sui valori del senso del Dovere, dello Stato e dell’Arma dei Carabinieri
Nata e cresciuta a Desio, un paese in provincia di Monza della Brianza, è sposata con un collega e ha due figlie, Martina di 20 anni al secondo anno di psicologia e Anita di quasi 10 anni che pratica ginnastica ritmica a livello agonistico. Considera la famiglia il suo porto sicuro, spesso è lontana da casa, ma sa che posò contare sul loro sostegno, soprattutto su quello di suo marito. Nel cuore la sua famiglia di origine (forte il ricordo del padre che non c’ è piu’) perché ha riposto in lei una grande fiducia e le ha insegnato a credere che ogni obiettivo è raggiungibile con l’impegno e la determinazione e a non abbattersi di fronte alle difficoltà. Una famiglia sempre presente nella crescita di sua figlia maggiore. Un passato da schermitrice, fiorettista per la precisione, ha fatto parte della squadra italiana partecipando anche a competizioni internazionali e a tre campionati del mondo delle categorie Under 17 e Under 20. “Lo sport, per cui nutro ancora una grande passione, ha segnato la mia crescita e molti dei valori che mi ha insegnato – afferma il Tenente Colonnello – li ritrovo oggi nella mia quotidianità: la disciplina, l’impegno e la costanza nel lavoro che portano risultati, il rispetto delle regole e verso gli altri, la resilienza di fronte alle sconfitte che servono a crescere e migliorarsi e lo spirito di squadra. Il mio obiettivo è quello di continuare ad imparare per diventare, negli incarichi che mi attendono, un sicuro punto di riferimento per le persone con cui mi troverò a lavorare. Vorrei essere un Comandante preparato e competente, equilibrato e lungimirante, affidabile e carismatico”.
Tenente Colonnello, perché ha deciso di indossare la divisa dell’Arma dei Carabinieri?
Quella di aiutare il prossimo è una vocazione che parte da quando ero bambina come anche il rispetto per le istituzioni e il desiderio di essere partecipe nella difesa del nostro Paese. Viene dalla mia famiglia: da ragazzina ero una sportiva e facendo molte gare in Italia e all’estero mi capitava spesso di affrontare dei viaggi da sola, così mio padre mi diceva sempre “se vedi un carabiniere siediti vicino a lui e non ti succederà niente”. Da grande volevo essere io quel
Carabiniere per gli altri. Provengo da Desio, una cittadina in provincia di Monza della Brianza, dove l’unico presidio di sicurezza è la Stazione dei Carabinieri: per me sono sempre stati sinonimo di protezione.
Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale?
Sono entrata in Accademia Militare il 16 ottobre 2000, l’anno in cui le Forze Armate hanno aperto le porte all’arruolamento femminile. Il nostro è stato il primo corso, eravamo 3 donne. Dopo il biennio a Modena, ho completato l’ultimo triennio di formazione presso la Scuola Ufficiali dei Carabinieri di Roma, dove ho conseguito la laurea in giurisprudenza. Al termine del percorso di studi sono stata destinata alla Scuola Marescialli e Brigadieri di Firenze per il mio primo incarico, Comandante di plotone allievi Marescialli. Dal 2007 al 2010 sono stata Comandante del Nucleo Operativo della Compagnia di Firenze Oltrarno, il vero primo incarico operativo. Mi occupavo prevalentemente di attività di indagine e lavoravo spesso in borghese, è stato un periodo entusiasmante e molto stimolante dal punto di vista operativo. Tra le attività che porto nel cuore molte riguardano indagini su quelli che oggi si identificano con i “codici rossi”. A seguire sono stata Comandante delle Compagnie di Tivoli (RM) e Messina, incarichi di maggiore responsabilità sotto il profilo della gestione del personale. Nel 2017 ho iniziato la mia esperienza in incarichi di Stato Maggiore presso l’Ufficio Addestramento e Regolamenti del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, dove mi sono occupata della formazione nell’Arma e ho maturato un’esperienza anche nella gestione capitoli. Congiuntamente al mio incarico dal 2011 al 2013, con nomina del Capo di Stato Maggiore della Difesa, sono stata delegata per le Forze Armate Italiane presso il NATO Commitee on gender perspectives. Da settembre 2024 sono Comandante del Gruppo Carabinieri di Rho.
Qual è il suo ruolo attuale?
Da Comandante di Gruppo ho la responsabilità su 5 Compagnie e 46 Tenenze/Stazioni Carabinieri che abbracciano il territorio di 88 comuni nell’Hinterland Milanese, siamo più di 980 uomini e donne. Il Gruppo è una struttura intermedia tra il Comando Provinciale e le Compagnie, ed è presente in realtà territoriali complesse come Milano e altre grandi aree metropolitane o ad alta densità criminale. Mi occupo sia degli aspetti operativi sia di quelli gestionali, legati al personale e alla logiIn sostanza, con la preziosa collaborazione degli Ufficiali Comandanti delle Compagnie e dei Nuclei Operativi e Radiomobili, attuo un coordinamento operativo sulle principali attività investigative e di controllo svolte dai reparti dipendenti e sono responsabile della gestione del personale. Sul fronte logistico seguo la situazione dei mezzi, degli immobili (relazionandomi con le diverse proprietà per promuovere la giusta manutenzione


o interventi migliorativi delle condizioni di lavoro delle caserme del Gruppo) e delle dotazioni tecniche.
C’è un episodio che l’ha colpita particolarmente nel corso della sua carriera?
Uno degli episodi che più mi ha colpito risale a quando ero Comandante della Compagnia di Tivoli. Si era diffusa la notizia che c’era una donna al comando e un sabato pomeriggio si presenta, accompagnata da un’amica, una giovane madre di due bambini, vedova da pochissimo tempo, che chiedeva di parlare con me. Uno dei suoi figli, un bimbo di 6 anni, aveva subìto molestie da un allenatore di calcio e lei voleva sapere cosa avrebbe dovuto fare. Era combattuta e spaventata, aveva bisogno di essere presa per mano e accompagnata in questo difficilissimo percorso che ha portato poi alla condanna del pedofilo. In quella circostanza ho compreso quanto un Carabiniere può fare la differenza nella vita di una persona; mi sono resa conto che “arrestare i cattivi” è qualcosa che viene dopo l’essersi presi cura delle vittime che da noi cercano, prima di ogni cosa, aiuto e protezione. Ed è questo che dico ai militari più giovani perché devono essere consapevoli di quanto sia importante il loro compito e farlo al meglio.
Donne e Divisa un binomio che convince sempre di più’. Perché secondo Lei?
Uomini e donne hanno approcci diversi, con l’arruolamento femminile l’Arma dei Carabinieri ha ampliato la prospettiva. Si è arricchito il confronto interno e questo è stato foriero di una crescita della nostra Organizzazione. Nell’approccio con i cittadini si può contare ora anche sulla predisposizione all’empatia e alla capacità di ascolto che caratterizza la maggior parte delle donne. Non è un caso che spesso, ad esempio, nei casi di violenza di genere, le vittime si sentano più a loro agio nel parlare con una donna. Peraltro qui a Rho anche il Comandante della Compagnia e il vice Comandante della Stazione capoluogo sono donne.
Quali sono i motivi che spingono i giovani ad entrare nell’ Arma e perché scelgono la divisa?

Sono spinti da un forte senso di legalità e giustizia. Molti di loro provengono da piccole realtà provinciali dove l’unico presidio di sicurezza è la Stazione Carabinieri, considerata una “porta della speranza” per i cittadini in difficoltà, e proprio il desiderio di partecipare attivamente alla tutela della comunità deve essere per loro un grande stimolo.
Qual è la percezione di sicurezza nella città in cui opera, secondo lei?
Nel territorio di competenza del Gruppo di Rho la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini è elevata e l’Arma dei Carabinieri impiega quotidianamente tutte le sue risorse per fornire risposte efficaci sia in termini di prevenzione, con numerose pattuglie e servizi di contrasto a specifici fenomeni criminali (lo spaccio di sostanze stupefacenti, il ricorso sempre più frequente da parte dei giovani di armi bianche, le truffe agli anziani), sia in termini repressivi con mirate attività di indagine che spaziano in diversi ambiti criminali. Viene coltivata quotidianamente la sinergia con le amministrazioni comunali e gli altri attori impegnati nella sicurezza. Sono, inoltre, promosse moltissime iniziative di confronto con i cittadini di ogni età, come incontri nelle parrocchie, presso Università della terza età o in altri luoghi di aggregazione degli anziani per sensibilizzarli alla prevenzione delle truffe nonché incontri nelle scuole di ogni grado sulla legalità in generale.
Un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la sua carriera.
Direi loro di coltivare, sin da giovani, quello spirito di altruismo e generosità, valori che sono alla base dell’operato di ogni Carabiniere e che restituiscono quel sentimento di soddisfazione che accompagna chi si prodiga per aiutare l’altro. Consiglierei di viaggiare perché si impara ad affrontare l’imprevisto allenando la sicurezza in sé stessi e la reattività, che sono fondamentali nel nostro lavoro. Ovviamente consiglierei loro di studiare con determinazione e sacrificio, perché nessun obiettivo è irraggiungibile se ci metti l’impegno.
Bruno

Cesare
Jovanotti, Felipe Host..
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Where Is My Husband!
Esibizionista
Acquario
Ragazze facili
Anche a vent’anni si m..
Introvabile
Sono un grande
12 To 12
Aperture
So solo che la vita - ..
Corpi celesti
Die On This Hill
Man In Me
Canzone d’amore
Tutto tranne questo
Forse Call It


In occasione della giornata istituita con la legge del 30 marzo 2004 Rai Cultura celebra la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe. Documentario in onda martedì 10 febbraio
alle 19.15 su Rai 5

Rai Cultura propone “Il Tempo del ricordo. Le Foibe e l’esodo istriano giuliano dalmata”, il racconto di un esodo doloroso, lungo, a volte silenzioso degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia costretti a la-
sciare le proprie terre e le proprie case senza alcuna certezza, incalzati e in alcuni casi trucidati dall’esercito titino. Località come Basovizza, Vines, Pisino, Tarnova diventano i luoghi dove avvengono fucilazioni e sparizioni di migliaia di italiani. Inizia così quel viaggio, quell’esodo che ha nei campi profughi istituiti nella penisola italiana una prima tragica fase a cui si aggiungerà nel primo dopoguerra l’istituzione di più quaranta “quartieri” nelle maggiori città italiane dove inizierà una faticosa ricostruzione del tessuto sociale e del futuro di intere famiglie. In onda martedì 10 febbraio alle 19.15 su Rai 5.

Film
Moulin Rouge!
Giunto da Londra nella Parigi del 1899, lo squattrinato scrittore Christian entra in contatto con una compagnia di “bohemiens” e fa amicizia con Toulouse
Lautrec. Con Nicole Kidman, Ewan McGregor, lunedì 9 febbraio alle 21.20

Documentario
Bono: in attesa di un salvatore
Il suo impegno per i diritti civili gli è valso una candidatura al Premio Nobel per la Pace nel 2005. In onda giovedì 12 febbraio alle 24.35

Film
Denti da squalo
Il percorso di un adolescente costretto a crescere troppo in fretta. In onda martedì 10 febbraio alle 23.25

Sapiens Un solo pianeta
Mediterraneo arabo
Gli arabi di Sicilia erano incolti predoni o raffinati intellettuali? Cosa ha significato la dominazione musulmana nel Mediterraneo? Mercoledì 11 febbraio alle 21.20

Art Night
Basquiat - Rabbia e gloria
Il protagonista di questa puntata è Jean-Michel Basquiat, enfant prodige dell’arte americana negli anni ‘80. Venerdì 13 febbraio alle 23

La rete sotterranea vegetale
Le foreste rendono vivibili la terra e il nostro clima e migliorano la biodiversità. Documentario, in onda sabato 14 febbraio alle 14.20
Storia delle nostre città.
Prima Serie
Lecce
Conosciuta anche come “la Firenze del Sud”, deve la sua fama alla straordinaria architettura barocca. Domenica 15 febbraio alle 24.20





Viaggio nelle sfaccettature dell’amore attraverso la storia e le trasformazioni della società. Lo propone Rai Cultura sabato 14 febbraio
Alle 9.15 e in replica alle 14.15, Paolo Mieli e il professor Alessandro Barbero raccontano a “Passato e Presente” l’epistolario di Eloisa e Abelardo, una storia d’amore consumatasi a Parigi all’inizio del XII secolo. Alle 12, Luigi Comencini, con la sua inchiesta datata 1978 “L’amore in Italia”, racconta gli aspetti più quotidiani e più paradossali dell’amore in Italia.

Si prosegue alle 17 con gli “Amori di latta” dei giovani di oggi, a confronto con i giovani degli anni ’60, ’70, ’80. Alle 18.30 si vola oltreoceano con “Spose di guerra”, che racconta come, durante la Seconda guerra mondiale, molti soldati americani ritornarono in patria con mogli e compagne straniere e con i figli nati dalle loro relazioni, dando vita a una sorta di immigrazione sentimentale. Alle 19.30, la prima puntata dell’inchiesta in quattro episodi di Michele Gandin, andata in onda il 17 febbraio 1982, dal titolo “Il primo grande amore”: Gandin intervista adolescenti, adulti, persone comuni e personaggi famosi sulla definizione e l’importanza del primo amore nella propria vita.

Maxi
Il grande processo alla mafia
La docufiction Rai Cultura riproposta a 40 anni dall’inizio del Maxiprocesso. A partire da lunedì 9 febbraio alle 21.10

5000 anni e più.
La lunga storia dell’umanità
Anna Bolena. La caduta di una regina
Ascesa e caduta di una regina d’Inghilterra. In onda giovedì 12 febbraio alle 22.10

Passato e Presente
Voci dall’abisso. Il dramma Giuliano Dalmata
Orrore, paura, scontri ideologici, persecuzione etnica e vendetta sono alla base di uno degli episodi più drammatici della Seconda guerra mondiale: le Foibe. Martedì 10 febbraio alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia

Italiani
Marconi, il mago del wireless
Inventore, scienziato, imprenditore italiano, sta portando l’uomo nel futuro. In onda venerdì 13 febbraio alle 17

Grandi disastri 10 errori fatali
Boeing 737 Max
In onda mercoledì 11 febbraio alle 21.10 con l’introduzione del professor. Gregory Aleg

Cinema Italia
Tiro al piccione
L’esordio alla regia di Giuliano Montaldo, pellicola del 1961, in onda sabato 14 febbraio alle 21.10
Passato e Presente
Tutankhamon e la tomba delle meraviglie
La scoperta del sepolcro di Tutankhamon nella Valle dei Re raccontata da Paolo Mieli domenica 15 febbraio alle 20.30




Film di animazione in onda sabato 14 febbraio alle ore 20.45 su Rai Yoyo
Adattamento cinematografico ispirato alla popolare serie di libri per bambini dello scrittore tedesco
Ingo Siegner, che si rivolge direttamente all’infanzia e ha come protagonista un simpatico draghetto sputafuoco che non ha ancora imparato a volare, e che ha
anche qualche problema nello sputare il fuoco. Nocedicocco è incaricato di fare la guardia all’”erba del fuoco”, che ha reso potenti i draghi sputafuoco del suo clan. Tuttavia, quando un vitellino viene attaccato da altri draghi che vogliono mangiarlo, Il piccolo drago corre a salvarlo perdendo di vista l’erba e finendo per scatenare un incendio. La storia è all’insegna della scoperta, del coraggio, dell’amicizia e soprattutto sottolinea il valore di credere in sé stessi.


In onda sabato 14 febbraio alle 19.30 e domenica 15 alle ore 15 su Rai Gulp
Il più famoso viaggiatore spaziale del Pianeta Baab, Scorch Supernova, è un eroe grazie anche all’aiuto del fratello cervellone Gary, il responsabile delle missioni della BASA. Quando Lena, rigoroso capo della BASA, intercetta una richiesta di aiuto dal Pianeta Oscuro, un mon-
do notoriamente pericoloso che si trova ai limiti dell’universo, Scorch non perde l’opportunità di tuffarsi in una missione di salvataggio senza precedenti. Ma Gary cerca di convincere il fratello a evitare il viaggio, ben sapendo che nessun esploratore intergalattico è mai tornato da questo mondo lontano, anche conosciuto come Terra. Il film vanta un BMI Film Music Award nel 2013 per la colonna sonora grazie al prezioso lavoro del compositore Aaron Zigman.

















Nel 1957 il nome Ferrari è già leggenda, ma il suo creatore vive l’anno più difficile della sua vita. A Maranello Enzo Ferrari, detto Drake, affronta insieme il successo e la perdita, la crisi della scuderia e il lutto per la morte del figlio Dino. Il lavoro diventa ossessione, la velocità una necessità vitale, mentre attorno a lui gli affetti si tendono fino a spezzarsi: il matrimonio con Laura, segnato da amore e conflitto, e la relazione con l’amante storica convivono in un equilibrio impossibile. Sullo sfondo la sfida con Maserati e la Mille Miglia trasformano la corsa in destino. Michael Mann firma un racconto potente e febbrile, dove la vita privata e il genio imprenditoriale si fondono in immagini ipnotiche, restituendo il ritratto di un uomo che ha fatto della velocità una forma di sopravvivenza.

Dal coro gospel del New Jersey ai palcoscenici di tutto il mondo, il film ripercorre trent’anni di vita di Whitney Houston, una delle voci più riconoscibili e amate della musica contemporanea. Il successo arriva presto e travolge tutto, portando con sé record, aspettative e una pressione costante che segna profondamente la sua esistenza. Naomi Ackie interpreta la cantante con misura e intensità, restituendo non solo la star, ma anche la donna dietro il mito. Il racconto evita l’agiografia e sceglie uno sguardo umano, fatto di conquiste straordinarie e crepe profonde, mostrando come il talento assoluto possa convivere con una vulnerabilità estrema. Un biopic pensato non solo per chi ama la musica, ma per chi riconosce il prezzo della celebrità.





Un ex detenuto rapisce la figlia adolescente di un potente boss del narcotraffico per mantenere una promessa fatta tempo prima, innescando una caccia all’uomo senza tregua. Braccato da un cartello criminale spietato e da una figura oscura e leggendaria conosciuta come Diablo, l’uomo è costretto a spingersi oltre ogni limite fisico e mentale. Il film è un concentrato di azione pura, combattimenti corpo a corpo e tensione continua, che mette al centro la resistenza e la determinazione di un protagonista solo contro tutti. Scott Adkins guida il cast con la sua presenza atletica e carismatica, in un action-thriller muscolare che non concede pause e parla direttamente agli appassionati del genere.
Dopo lo schianto di un aereo di linea sulle Alpi francesi, che provoca la morte di oltre trecento persone, l’analisi delle cause dell’incidente diventa una corsa contro il tempo. Il giovane analista della BEA Matthieu Vasseur si immerge nello studio della scatola nera, seguendo piste sempre più scomode e andando contro le indicazioni dei suoi superiori. La ricerca della verità si trasforma in un’ossessione capace di mettere a rischio carriera, equilibrio personale e sicurezza. Pierre Niney offre un’interpretazione intensa e trattenuta, mentre Yann Gozlan costruisce un thriller teso e rigoroso, basato sul progressivo disvelamento del mistero e su un realismo inquietante, candidato a cinque Premi César.







