VILMA GAIST
ILIADE ODISSEA ENEIDE
LE GRANDI
STORIE
Editor: Patrizia Ceccarelli Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini Testi: Vilma Gaist Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti Team grafico: Mauro Aquilanti, Nicoletta Moroni Illustrazioni: Maria Teresa Palladino Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello
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VILMA GAIST
I D N A R G E L STORIE Illustrazioni di MARIA TERESA PALLADINO
ILIADE ODISSEA ENEIDE
L'
ILIADE
IL POEMA DELLA GUERRA, DEGLI DEI E DEGLI EROI
LA GUERRA DI TROIA
GRECIA TESSAGLIA
ETOLIA TEBE MICENE
ATENE
SPARTA PILO MARE MEDITERRANEO
ARGO
Facciamo un viaggio indietro nel tempo di tanti secoli e andiamo con la mente nella penisola greca. Qui, una popolazione raggiunse un grande livello di potere: gli Achei. Per conquistare terre, essi guerreggiavano con i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo. I più potenti erano i Troiani, che abitavano la città di Troia. Gli Achei organizzarono una guerra di cui fecero parte anche altre città greche e partirono alla conquista di Troia. 6
TROIA
Di questo conflitto, durato dieci anni, esiste anche una storia leggendaria attribuita a un poeta greco di nome Omero. Si dice che fosse cieco e che andasse da una città all’altra, presso le corti di re e principi, a recitare i suoi versi accompagnandosi col suono della cetra. L’Iliade (dal re Ilio, il fondatore della città di Troia) racconta gli ultimi 51 giorni di questa guerra.
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LA MELA DELLA DISCORDIA
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n tempo, in Grecia, sulla vetta del monte Olimpo, abitavano gli dei. Da lassù, vedevano tutto e sapevano tutto. Intuivano persino i più segreti pensieri degli uomini. Spesso si riunivano per festeggiare qualche lieta occasione e fu proprio durante uno dei loro banchetti che accadde ciò che accadde… – Guardali come si rimpinzano di nettare e di ambrosia! Ci sono tutti, tranne me! – disse Eris, dea della discordia, scoppiando dalla rabbia mentre spiava gli dei, nascosta dietro una colonna. – Anche stavolta non mi hanno voluta con loro! In effetti gli dei si guardavano bene dall’invitare una dea attaccabrighe come Eris che, sempre sospettosa e collerica, godeva solo nel seminare odio e scompiglio. – … ora però hanno esagerato! Vedranno cosa sono capace di fare! 8
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In meno che non si dica, plasmò con le sue magiche mani una mela dorata con incisa la frase Alla più bella. Poi la lanciò sul tavolo, attorno al quale erano riuniti gli dei. – Oh, e questa cos’è?! – esclamò Giove prendendola in mano. – C’è scritto: Alla più bella… – Allora è per me! – disse la dea Afrodite, allungando la rosea mano. Era sicura di essere la più bella fra le dee. – Io penso invece che sia per me! – esclamò Atena. Tanto bella lo era anche lei, con i suoi occhi azzurri lucenti come diamanti. – Mie care, niente affatto! Questo dono è certamente per me! – si affrettò a dire Era, la sposa di Zeus. – Basta! – disse Zeus spazientito. – A chi di voi spetterà questo dono lo deciderà un mortale: il giovane Paride, figlio del re di Troia. Andate da lui e chiedetegli di giudicare. Il tempo di un volo e le tre divinità giunsero sulla Terra, in un bosco dove Paride si era addormentato all’ombra di un olivo. 9
Sentendo un forte vento smuovere l’aria, il ragazzo si svegliò di soprassalto e, turbato alla vista delle divinità, scattò in piedi. Atena lo rassicurò con un sorriso e, mostrandogli la mela dorata, così parlò: – Chi di noi tre, per la sua bellezza, merita di avere questa mela? Se scegli me, ti renderò un eroe invincibile. – Io ti farò avere ricchezze e onori – si affrettò a dire Era. – Scegli me e la donna più bella di tutta la Grecia sarà tua – cercò di convincerlo Afrodite. Paride, giovane com’era, sognava l’amore più di ogni altra cosa e non ci pensò due volte a porgere la mela ad Afrodite. Le altre due arrossirono di invidia e tornarono sull’Olimpo, giurando odio eterno verso Paride e verso tutti i Troiani.
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Non passò molto tempo che Paride dovette recarsi a Sparta, alla corte del re Menelao per alcune trattative. Il re aveva preso in moglie una bellissima donna di nome Elena. Afrodite pensò che fosse il momento propizio per mantenere la promessa fatta a Paride. Chiamò presso di sé suo figlio Eros e gli disse: – Ho un lavoro per te. Recati a Sparta, alla reggia di Menelao, e infiamma di amore i cuori di Paride e di Elena.
Eros volò subito a Sparta e arrivò proprio nel momento in cui l’affascinante Paride stava uscendo dalla reggia e la bellissima Elena vi stava entrando in compagnia delle ancelle. “Non ho mai visto una donna così bella” pensò Paride. “Quest’uomo sembra un dio” pensò Elena. In quello stesso istante una freccia scagliata da Eros andò dritta al cuore di Paride e un’altra colpì quello di Elena. Fu così che i due si innamorarono perdutamente e il giorno dopo fuggirono da Sparta, facendo vela verso Troia. Menelao, il marito di Elena, si sentì offeso dal tradimento della moglie e convocò i principi greci per studiare le azioni da compiere. – Paride ha umiliato te e noi, non può restare impunito! – dissero tutti. – Per giunta i Troiani sono nostri rivali nei commerci per mare – aggiunse Agamennone, re di Micene e fratello di Menelao. – Dobbiamo vendicare l’offesa e frenare la loro prepotenza! – Che guerra sia! – tuonò Menelao. Un grido di approvazione percorse l’assemblea. 12
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Dopo mesi di ferventi preparativi, l’immensa flotta, composta da un numero mai visto di navi, salpò agguerrita dai porti greci e fece vela verso la terra di Troia, convinta di conquistarla in breve tempo.
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Dopo dieci anni di guerra, i Troiani, protetti dalle maestose mura della città, ancora resistono. Un giorno si presenta all’accampamento greco un uomo di nome Crise: ha con sé molto oro per offrirlo ad Agamennone in cambio della liberazione di sua figlia Criseide, da lui catturata in guerra. Agamennone rifiuta di rendergli la figlia e lo scaccia minacciandolo di morte. Crise si allontana piangente e prega Apollo di vendicarlo. Il dio esaudisce la sua preghiera e scatena una pestilenza nell’accampamento greco che fa strage di uomini e di animali.
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L’IRA DI ACHILLE
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riseide deve essere restituita al padre, altrimenti Apollo non ci perdonerà e continueremo a morire di peste – rivelò un indovino ai comandanti greci. Agamennone però non si decideva. – Agamennone, che aspetti? Devi liberare Criseide – lo spronò Achille, l’eroe acheo dai lunghi capelli biondi e dai profondi occhi azzurri. – Devi, devi! Parli bene tu. Non tocca a te privarti della schiava… Achille continuò a parlare: – Rinuncia a Criseide, è l’unico modo per fermare la pestilenza. – E sia, ma in cambio voglio un’altra schiava. Magari la tua, Achille. L’invincibile guerriero acheo arrossì di rabbia. – Sei solo un gran prepotente! Ho combattuto per te tutti questi anni, affrontato mille pericoli, conquistato città… e ora mi ripaghi così? Agamennone, sprezzante, lo sfidò con gli occhi. –
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– E sia! – si infuriò Achille. – Prenditi pure la mia schiava, ma d’ora in avanti io non combatterò più per te. – Non sentirò certo la tua mancanza; abbiamo combattenti ugualmente coraggiosi. A quelle parole Achille a stento riuscì a calmarsi. – E di loro hai davvero bisogno perché tu fai il temerario, ma in realtà non hai il minimo coraggio di andare in battaglia. Io me ne vado, ma un giorno mi pregherai di ritornare! Achille uscì dalla tenda. Gli batteva forte il cuore per la rabbia, per la mancanza di rispetto nei suoi confronti e per la vera ingratitudine di Agamennone.
Di notte, le onde del mare, nero come l’animo di Achille, si infrangevano a riva con un dolce mormorio. Il coraggioso guerriero sedeva sulla sabbia, ascoltando quel suono, quando d’un tratto scoppiò in lacrime e sussurrò: – Madre mia… Un’onda si levò in alto tra mille spruzzi e la dea Teti emerse in tutta la sua bellezza, con i lunghi capelli argentei e la pelle bianchissima. Si avvicinò al figlio e lo carezzò sulle bionde chiome. – Figlio, calma il tuo dolore e piangi, piangi forte, se questo può farti bene. – Madre mia, tu che tutto vedi e tutto comprendi, conosci il motivo del mio dolore. Ho desiderato la gloria più di ogni altra cosa, ho combattuto senza risparmiarmi, a Zeus ho chiesto di darmi una vita breve purché piena di gloria… E invece? Cosa ho in cambio ora? Solo torti e prepotenze. Poi sospirò. – Aiutami, vai da Zeus e pregalo di far sì che i Troiani sconfiggano gli Achei e diano alle fiamme le loro navi. Così Agamennone capirà quanto ha sbagliato. 16
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– Andrò da Zeus, mi inchinerò ai suoi piedi e lo pregherò di fare ciò che desideri. In silenzio così com’era venuta, la dea tornò a immergersi nelle acque.
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La dea Teti vola sull’Olimpo e prega Zeus di vendicare Achille. Il re degli dei si lascia convincere e invia il dio Sogno ad Agamennone mentre dorme. “Riprendi a combattere e la vittoria sarà tua” gli ordina il dio Sogno, mentendo. Seguendo quella indicazione, Agamennone ordina di schierare l’esercito nella pianura sotto le grandi mura della città nemica. Anche i guerrieri troiani si preparano per la battaglia finale. Sono capeggiati dal fiero Ettore, il coraggioso figlio del re Priamo e il più forte difensore della città.
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IL DUELLO FRA PARIDE E MENELAO
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ampo di battaglia. Da entrambe le parti avanzano i guerrieri pronti a combattere. Sollevano nuvole di polvere, giungendo a poca distanza l’uno dall’altro. Quasi si toccano, quasi sentono i ruggiti di guerra quanto sono vicini. In prima fila ecco Paride, bello come un dio, con un mantello di leopardo. Armato di arco e spada, sfida superbo i nemici. “Finalmente potrò fartela pagare per l’affronto che mi hai fatto!” pensò Menelao appena lo vide. Balzò giù dal carro e avanzò verso di lui, guardandolo come un leone affamato punta la preda. Paride ebbe paura e svelto indietreggiò nelle file dei suoi. – Sei bello, ma senza cuore e vigliacco! – lo rimproverò il fratello Ettore. – La nostra vergogna, il disonore di Troia! Gli Achei stanno ridendo di te che prima sfidi i potenti e poi scappi.
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Umiliato da quelle parole, Paride volle rimediare alla brutta figura: – Ebbene… combatterò contro Menelao. Chi di noi due vincerà si terrà Elena. Così i Troiani e gli Achei faranno pace. Ettore fu soddisfatto e gridò con grande energia ai nemici: – Fermatevi! Paride è pronto a combattere con il vostro capo. Così questa guerra avrà fine, chiunque sia il vincitore. Il re Priamo, informato della sfida e degli accordi presi, salì sul cocchio, si recò al campo di battaglia. Non aveva però animo di assistere al duello, temendo la morte del figlio, così tornò dentro le mura della città. Il troiano Ettore e l’acheo Ulisse, re di Itaca, misurarono il campo della sfida. Quindi Ulisse estrasse il nome di chi doveva tirare il primo colpo e fu sorteggiato Paride. I due combattenti indossarono i gambali di metallo, la corazza e l’elmo con la lunga criniera, si armarono di spada e lancia e si posero l’uno di fronte all’altro guardandosi con odio. 19
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Paride scagliò la lancia che volò dritta nel mezzo dello scudo di Menelao, ma la punta si piegò senza forarlo. Menelao lanciò la sua che trapassò lo scudo di Paride, la sua corazza e la tunica e sfiorò appena il fianco del rivale senza ferirlo. Allora impugnò la spada e, con tutta la forza che aveva, colpì l’elmo dell’avversario, ma la spada volò in pezzi. Disarmato e furibondo, si gettò addosso a Paride e afferrò la criniera dell’elmo in una morsa d’acciaio. Così tenendolo, lo trascinò fuori dal campo. Le cinghie dell’elmo stavano per soffocare Paride ma la dea Afrodite si precipitò a scioglierle. Fu così che Menelao si trovò fra le mani l’elmo vuoto. Poi la dea avvolse il suo protetto Paride in una nebbia impenetrabile, strappandolo all’infuriare della battaglia, e lo trasportò in salvo fin dentro le mura.
Di qua e di là lo cercava Menelao con gli occhi accecati dalla rabbia e lo cercavano pure gli altri ma nessuno riuscì a rintracciarlo. Allora si fece avanti l’imponente figura di Agamennone, che così parlò: – Troiani e Achei, il verdetto è chiaro! Il vincitore è mio fratello Menelao. Che siano dunque rispettati i patti.
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Mentre Achei e Troiani sperano nella fine della guerra, sull’Olimpo le dee Atena ed Era, infuriate contro Paride, fanno di tutto perché la guerra continui e Troia venga distrutta. Così Atena, preso l’aspetto di un soldato, vola nel campo troiano. Si avvicina a Pandaro, il più bravo degli arcieri, e lo convince a colpire Menelao. Pandaro prende la mira e lascia partire la freccia ma Atena la fa deviare e Menelao viene soltanto ferito al fianco in modo non grave. Il patto, purtroppo, è rotto e dunque i due eserciti riprendono a combattersi.
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IL CORAGGIO DI DIOMEDE esercito greco, protetto da Atena, e quello ' L troiano, con l’aiuto di Ares, il dio della guerra,
combattevano da ore nella campagna attorno alle mura della città. Urla atroci e rimbombi assordanti di armi riempivano l’aria. Fra i greci si distingueva Diomede, il principe di Argo, che indossava una corazza di metallo che al sole brillava come una stella. Era alto e possente come una colonna di marmo, il più abile a combattere e il primo ad andare incontro al nemico, così coraggioso che avrebbe dato la vita per la salvezza dei compagni. Con la furia di un fiume in piena, travolgeva tutto ciò che incontrava e avanzava roteando la spada. I Troiani, terrorizzati, si davano alla fuga dinanzi a lui. “Devo fermarlo” pensò il troiano Pandaro. Curvò l’arco, prese la mira e scagliò la freccia. – L’ho colpito! – gridò con voce trionfante. – Coraggio, compagni, adesso fatevi avanti, non abbiate paura! 23
Ma Diomede, seppure ferito alla spalla destra, resisteva. – Non posso abbandonare i miei compagni, non è un comportamento da guerriero valoroso – disse all’amico Stenelo. Questi gli estrasse la freccia, mentre Atena accorse a prendersi cura di lui. La dea sfiorò la sua spalla e risanò la sua ferita. Fra gli alleati dei Troiani c’era invece Enea, figlio di Afrodite e del principe Anchise. Valoroso e fiero, era il più fedele difensore di Troia. Vedendo che Diomede era di nuovo sceso in campo, corse da Pandaro e disse: – Quell’uomo va fermato! Vieni con me. Insieme saltarono sul carro e spronarono i cavalli in direzione di Diomede. Stenelo, condottiero del carro di Diomede, li avvistò e gridò spaventato: – Fuggiamo! Pandaro ed Enea vengono contro di noi. Ci uccideranno! – Mai scapperò di fronte al nemico! Sei un vigliacco! – lo rimproverò Diomede. – Tu resta pure sul carro, io andrò a piedi contro quei due! 24
Quando Pandaro vide Diomede avvicinarsi, prese la lancia e gliela tirò contro, ma essa colpì lo scudo e rimbalzò. Diomede invece scagliò l’arma contro Pandaro e lo colpì in pieno. Enea balzò immediatamente al suolo per proteggere il corpo del compagno caduto e minacciò chiunque osasse avvicinarsi, proprio come un leone difende la preda da chi sta per assalirlo. Diomede raccolse una grossa pietra e la tirò contro Enea. Il colpo lo ferì a una coscia ed egli cadde a terra. Per qualche attimo vide solo una nebbia scura davanti agli occhi ma la madre Afrodite gli venne in soccorso: lo abbracciò e lo coprì amorosamente con la sua veste. A salvarlo dalla furia di Diomede ci pensò allora il dio Apollo, che lo prese tra le braccia. – Io non mi faccio spaventare neppure dalle divinità – urlò il fortissimo Diomede e, accecato da un’ira spaventosa, per ben tre volte tentò di ferire Enea. Il dio Apollo, per altrettante volte, lo abbagliò con la luce del suo scudo divino. 26
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Al quarto attacco di Diomede, Apollo perse la pazienza e lo mise in guardia con voce sprezzante: – Attento a ciò che fai! Ricorda che sei un mortale e non ce la farai mai a vincere contro gli dei! Queste parole convinsero l’ostinato guerriero a rinunciare alla lotta, così Apollo portò in salvo Enea dentro la città di Troia.
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La battaglia non ha sosta e i Troiani stanno per essere sconfitti. Nonostante il coraggio del nobile troiano Ettore, figlio del re Priamo, occorre invocare l’aiuto degli dei. Ettore corre dunque a palazzo e sollecita la madre perché si rechi al tempio a pregare per la salvezza della città di Troia.
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ETTORE, PADRE E SPOSO AFFETTUOSO
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ttore non vedeva da giorni la moglie Andromaca e il figlio Astianatte ed era voglioso di riabbracciarli. – Andromaca era preoccupata per te, Ettore – gli disse una serva, – ed è corsa sulle mura per cercarti. Un’ancella l’ha seguita con in braccio Astianatte. Ettore si precipitò alla ricerca della moglie. Attraversò di corsa strade e piazze, poi quando fu vicino alla porta principale della città, ecco venirgli incontro Andromaca. La donna gli prese la mano e la strinse forte guardandolo con occhi lucidi. – Sposo mio, non sai quanto sono stata in pena per te… Conosco il tuo coraggio e so quanto ami la tua gente, ma ho paura che questo tuo coraggio non basterà. 28
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Era così commossa che la voce le usciva a fatica, poi sospirando continuò: – … ma che ne sarà di nostro figlio e di me? Io non ho più padre né madre, né fratelli. Ho solo te, Ettore. Tu per me sei padre, madre e marito. Perciò, ti supplico, non esporti al pericolo. Pensa a me, pensa a tuo figlio, non fare di lui un orfano e di me una vedova… Fissò di nuovo gli occhi su di lui, con tenerezza struggente. Ettore le disse: – Amore mio, anch’io mi preoccupo per te e per il nostro bambino, ma non potrei più guardare in faccia né te, né lui, né gli uomini, né le donne troiane se cercassi di salvare la mia vita anziché la vostra. Per la mia città, per la mia gente… io devo combattere. A questo sono stato educato. A salvare la mia gente. Sospirò, poi continuò con la voce velata di malinconia: – Forse, gli Achei ci conquisteranno. Mi dispero se penso a ciò che accadrà a mio padre e a mia madre; ma ancora di più soffro se penso a quello che sarà di te e di mio figlio. 29
Poi volse lo sguardo verso Astianatte e fece per prenderlo in braccio, ma il piccolo, spaventato dalle armi indosso al padre e dalle chiome di cavallo che aveva sull’elmo, si ritirò e nascose il viso nel petto dell’ancella. A Ettore venne da sorridere. Si tolse l’elmo e lo posò a terra; quindi prese tra le braccia il figlio e stringendolo a sé lo baciò sulla fronte. Poi lo sollevò in alto una, due, tre volte finché, innalzandolo verso il cielo, disse: – Zeus, fa’ che il mio piccolo Astianatte diventi un uomo giusto e coraggioso, fa’ che regni per anni su questa città amato da tutti e sia sempre pronto a difenderla in modo che di lui si dica: “Non fu così forte suo padre”. Lo baciò ancora, poi lo porse alla moglie, che sorrideva e piangeva allo stesso tempo. Ettore allora le accarezzò la testa con infinito amore. – Mia dolce Andromaca, non essere addolorata. Torna alla reggia, ai tuoi lavori di donna, e prenditi cura di Astianatte. Io corro a difendere i miei uomini e la mia città. Raccolse l’elmo da terra e se ne andò. 30
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L’incontro con la cara moglie e l’adorato figlio è stato per Ettore una pausa di tenerezza, ma la realtà lo richiama al suo dovere. Mentre fa ritorno al campo di battaglia, lo raggiunge Paride, deciso a combattere a fianco del fratello. I Troiani stanno per essere sopraffatti dagli Achei ma appena vedono che Ettore è di nuovo con loro, riprendono animo e in breve tempo la situazione si capovolge, tanto che gli Achei sono sul punto di ritirarsi. Dall’Olimpo però la dea Atena segue la battaglia e non può accettare la sconfitta dei suoi protetti, perciò scende in loro soccorso. Il dio Apollo, che invece sostiene i Troiani, la convince ad accettare che per quel giorno venga sospesa la battaglia. Ma come indurre entrambi gli schieramenti alla tregua? Apollo ha un piano: si rivela all’indovino Eleno, fratello di Ettore, e lo esorta a persuadere l’eroe troiano affinché concluda la battaglia con una sfida a duello.
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TANTI GUERRIERI VALOROSI
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ttore avanzò tra i due schieramenti con la lancia abbassata e fece segno ai suoi uomini di cessare il combattimento. Agamennone ordinò ai suoi di fermarsi. Le due schiere si allinearono: le armi, gli elmi e le lance dei guerrieri immobili scintillavano al sole. Nel silenzio generale, Ettore così parlò: – Troiani e Achei, ascoltatemi: è destino che continuiamo a combatterci finché voi Achei conquisterete Ilio o noi Troiani sconfiggeremo voi e vi respingeremo alle navi. Vi chiedo di sospendere i combattimenti e di accettare questa proposta. Si alzò un brusio di sorpresa da ambo le parti ed Ettore continuò: – Si faccia avanti il più coraggioso degli Achei perché intendo sfidarlo a duello. Se verrò ucciso, il vincitore si prenda pure le mie armi ma restituisca il mio corpo ai Troiani; se invece sarò io a ucciderlo, porterò le sue armi nel tempio del dio Apollo. 32
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Fra gli Achei nessuno si fece avanti, tanto era il terrore di affrontare il valoroso Ettore. – Vigliacchi! Che razza di uomini siete?! – gridò allora Menelao. – Sarà una vergogna per tutti noi se nessun guerriero greco accetterà la sfida. Ebbene, lo farò io! Così, indignato e furioso per la viltà dei suoi guerrieri, prese a indossare le armi preparandosi al duello, ma Agamennone lo fermò. – Non farlo, Menelao, è troppo rischioso. Ettore è forte; lo teme perfino Achille. Anche il saggio Nestore rimproverò i suoi uomini. – Siete davvero dei codardi! Se io avessi la vostra età e le vostre forze non esiterei ad affrontare Ettore. – Noi! – gridarono allora nove achei. Tra loro, lo stesso Agamennone, Diomede, Aiace Telamonio e Ulisse. Le parole di Nestore erano state frecce scagliate dritte al cuore e avevano acceso gli animi di orgoglio e di coraggio, tanto che ognuno di essi pretendeva insistentemente di essere scelto per il combattimento. – Sarà la sorte a decidere chi di voi sfiderà Ettore – decise allora Nestore. 33
Così ciascuno dei nove valorosi fece un proprio segno di riconoscimento su nove pezzetti di legno che vennero deposti dentro l’elmo di Menelao; Nestore lo agitò, quindi estrasse uno dei legnetti e lo mostrò a ciascuno. Toccò a Aiace Telamonio, principe di Salamina, il più forte dei guerrieri achei dopo Achille. – È mio! – esultò Aiace Telamonio con occhi che brillavano di soddisfazione. Poi avanzò, grande come un dio. La profonda cicatrice che solcava la sua guancia sinistra nulla toglieva alla sua bellezza. – Finalmente potrò vincere l’imbattibile Ettore! – disse. E, senza più esitare, cominciò ad armarsi per la sfida che lo attendeva. Raccolse i lunghi capelli dietro la nuca, indossò l’elmo di bronzo, imbracciò il pesante scudo composto di sette pelli di toro ricoperte di lamine di bronzo poi, impugnata la lunga asta, si mosse verso il campo nemico. Ettore lo stava aspettando. Aiace avanzò a passi decisi bilanciando la lancia e fiero in volto come un dio. 34
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“Un tempo, in Grecia, sulla vetta del monte Olimpo, sempre circondato da una corona di nubi, abitavano gli dei in una reggia d’oro e avorio. Da lassù tutto vedevano, tutto sapevano, perfino intuivano i più segreti pensieri degli uomini...” I grandi racconti epici alla base della nostra cultura: la mitica guerra tra Achei e Troiani, l’invincibile Achille e il coraggioso Ettore, le imprese di Ulisse, il ciclope Polifemo, la maga Circe e il canto delle sirene, fino al viaggio del valoroso Enea e la fondazione della città di Roma... Pagine imperdibili, cariche di esempi indispensabili per la formazione dei ragazzi di oggi. Vilma Gaist ha insegnato per anni nella scuola secondaria di I grado. Appassionata di letteratura classica, si dedica alla narrativa per ragazzi e vanta numerose pubblicazioni con le più importanti case editrici.
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