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Il mistero delle piramidi - Estratto

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Valeria Conti

Con questo racconto potrai affacciarti sull’incredibile mondo dell’Antico Egitto: scoprirai i segreti della scrittura e della mummificazione, conoscerai le tecniche di costruzione delle piramidi e la vita quotidiana degli Egizi. Tiy e suo fratello Isesi, sulle tracce di due profanatori di tombe, entreranno in una piramide colma di oggetti preparati per la vita ultraterrena della defunta e, inseguendo i malviventi, percorreranno le terre inondate dalle acque del Nilo, per arrivare, infine, al cospetto del grandissimo faraone Chefren. Un racconto colmo di suspence e ricco di informazioni sul popolo più affascinante della Storia antica.

Valeria Conti vive a Roma, dove traduce e adatta dialoghi di film e telefilm per ragazzi. Ha scritto vari libri di narrativa per bambini, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti. Per Raffaello ha pubblicato Attento Gegé; Archimede, lo scienziato che difese Siracusa; Mozart e lo spartito perduto.

Online: approfondimenti e schede didattiche www.raffaellodigitale.it

€ 7,50

O R E T S I M IL DELLE PIRAMIDI Mummie, medici, maghi nell’ ANTICO EGITTO

IL MISTERO DELLE PIRAMIDI

Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

GIZA, 2575 A.C.

Valeria Conti


Per volare con la fantasia

Editor: Paola Valente Coordinamento redazione: Emanuele Ramini Approfondimenti e schede didattiche: Paola Valente Impaginazione: AtosCrea, Raffaella De Luca Progetto grafico copertina: Mauro Aquilanti Ufficio stampa: Salvatore Passaretta I Edizione 2017 Ristampa 6 5 4 3 2 1 0

Collana di narrativa storica per ragazzi

2023 2022 2021 2020 2019 2018 2017

Tutti i diritti sono riservati © 2017 Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 - Monte San Vito (AN) www.grupporaffaello.it info@ilmulinoavento.it www.ilmulinoavento.it Printed in Italy

www.facebook.com/grupporaffaello È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di q­ uesto libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright. L’Editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti.


Per volare con la fantasia

Editor: Paola Valente Coordinamento redazione: Emanuele Ramini Approfondimenti e schede didattiche: Paola Valente Impaginazione: AtosCrea, Raffaella De Luca Progetto grafico copertina: Mauro Aquilanti Ufficio stampa: Salvatore Passaretta I Edizione 2017 Ristampa 6 5 4 3 2 1 0

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www.facebook.com/grupporaffaello È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di q­ uesto libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright. L’Editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti.


Valeria Conti

IL MISTERO DELLE PIRAMIDI

Sfinge di Giza (2590 a.C. circa)

LA VITA AL TEMPO DEGLI EGIZI Ecco la vita quotidiana di una città egizia del 2500 a.c. vuoi fare un tuffo nella storia? Leggi il racconto e inizia l'avventura!


Pane, focacce e dolciumi Egitto, durante l’Antico Regno, sotto il faraone Chefren, intorno all’anno 2575 a.C.

Tiy stava accendendo il fuoco sotto il forno di ter-

racotta poggiato al suolo, quando avvertì il profumo del pane caldo e fragrante. Sorrise tra sé: quell’odore le metteva sempre allegria. Tiy era una ragazzina di nove anni, alta per la sua età, con i capelli bruni sciolti sulle spalle e gli occhi color nocciola, incorniciati da lunghe ciglia. Suo padre, Hergedef, entrò in casa, portandosi dietro una folata di odore di farina e di legna bruciata. – Ecco qui, tesoro mio – disse mostrando con entusiasmo quanto aveva nella cesta. – Focacce al sesamo e pane al latte a forma di cono. Per te inoltre c’è una sorpresa speciale – aggiunse, – un panino all’uvetta! – Grazie, papà! Tiy ne andava matta. Hergedef era uno dei migliori fornai di Giza, un villaggio

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poco lontano da Menfi, la capitale dell’Alto e Basso La prima capitale dell’antico Egitto Egitto, e il suo pane, insiefu Menfi, poi Tebe. Giza era una piccola cittadina non lontana da Menfi me a pesce, ceci e lattuga, dove sorsero tre famose piramidi: di sarebbe stata la cena della Cheope, di Chefren e di Micerino. famiglia. Qui si trova anche la Grande Sfinge. – Isesi è tornato dalla scuola del tempio del dio Ptah, creatore del mondo e sovrano degli dei? – domandò solenne Hergedef. – No, ma starà per arrivare – rispose Tiy, cercando di resistere agli assalti della scimmietta Byblos che voleva appollaiarsi sulla sua spalla. DENTRO LA STORIA...


La bambina spiegò con dolcezza alla bestiola: – Adesso non posso giocare con te, Byblos, ho da fare. La bertuccia, però, era la creatura più insistente e dispettosa del mondo, quando ci si metteva, e stava rendendo impossibile alla sua padroncina avvicinarsi al focolare. Finalmente si distrasse e Tiy poté riprendere a spignattare. – Scusate il ritardo – dichiarò Isesi piombando nella piccola stanza. Era un ragazzone molto cresciuto per i suoi tredici anni, con lunghe braccia che non sapeva mai dove mettere e mani enormi con le quali però riusciva a compiere operazioni minute e delicate. Per questo era stato selezionato per diventare imbalsamatore, una professione complessa e carica di onori. – La lezione è andata per le lunghe. Oggi abbiamo imparato a estrarre il cervello dalla scatola cranica con un uncino. È semplicissimo, basta tirarlo con delicatezza dalle narici… – Ti prego! – lo interruppe Hergedef, – sai che sono un tipo impressionabile. Se continui, non riuscirò a mangiare neanche un boccone. Tiy, invece, era interessatissima e sussurrò al fratello: – Dopo cena mi racconti tutto, eh. Non vedo l’ora di sapere che aspetto ha un cervello umano. – Giusto – approvò Isesi, – un medico deve saperle, certe cose.

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Il sogno di Tiy, infatti, era diventare medico, anche se non sarebbe stata impresa facile, soprattutto per una ragazza. In quel momento, però, l’aspirante dottoressa aveva tutt’altro per la testa e urlò arrabbiatissima, rivolta alla scimmietta: – Byblos, cattiva, quel panino all’uvetta era mio! La bertuccia, senza la più vaga ombra di pentimento, si appollaiò rapida nel varco della finestra per terminare in pace il delizioso spuntino. – Questa volta me la paghi, avrai una punizione esemplare! – dichiarò Tiy. – Non essere troppo severa con lei, è come un bambino piccolo – intervenne Hergedef, – ti prometto che domani ti porterò due panini all’uvetta, anzi tre, ma perdona Byblos. – Sei troppo buono con lei, padre – intervenne Isesi, – per questo è viziata. – Forse è vero – ammise Hergedef – ma ho avuto il cuore pesante per tutto il giorno e quando vi vedo allegri e in salute, non riesco a infuriarmi per delle sciocchezze.

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Sapete – aggiunse con tono funereo, – la notte scorsa ho sognato un nano. – Un nano? – domandò Tiy con una sfumatura di incredulità nella voce. Isesi, che aveva imparato a prestare fede alle premonizioni nascoste nei sogni del padre, le affibbiò una gomitata. – È bene o male? – domandò il ragazzo. – Male – strillò il padre, – malissimo! Significa che metà della vita mi sarà portata via! – Andiamo, padre, si tratta solo di un sogno – lo consolò Tiy. – Tu, bambina mia, sei convinta che il mondo obbedisca a leggi che l’uomo, con la sua ragione e le sue conoscenze, può capire. Ma non è così! I sogni mi arrivano dal regno ultraterreno governato dal grande e potente dio Osiride – spiegò Hergedef. Tiy sospirò, da quando sua madre non c’era più, il padre era diventato fragile e impressionabile. Hergedef viveva molto più nel mondo dell’oltretomba che in quello reale e il dio Osiride era la sua divinità preferita. A Tiy venne in mente che forse, però, suo padre viveva da sempre all’ombra del dio dell’aldilà. D’un tratto, un ricordo affiorò alla sua mente: era lontano, quasi inafferrabile, ma la bambina sentiva che si trattava di un’immagine preziosa.

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Si concentrò e dal passato emerse il suono della voce di Hergedef che le narrava come una favola il mito del grande Osiride. – Iside e Osiride erano innamorati e si sposarono. Divennero faraoni e Osiride insegnò agli uomini a coltivare la terra. Era un faraone molto amato e suo fratello Seth, per invidia, decise di ucciderlo. Fece costruire un sarcofago prezioso e dichiarò che ne avrebbe fatto dono a colui che vi sarebbe entrato. Tiy continuava a concentrarsi affinché il ricordo non svanisse. C’era un frammento di memoria che le sfuggiva, ma lei sentiva che era unico, insostituibile. Ed eccolo, il ricordo inestimabile: una voce femminile, dolcissima, terminava il racconto. La voce di sua mamma! Tiy aveva poche immagini della madre e quelle poche stavano scolorendo con il tempo. Il cuore le batteva forte per l’emozione. – Osiride raccolse subito la sfida, ma, una volta che fu disteso nel sarcofago, Seth lo sigillò e tagliò il corpo del fratello Osiride, poi ne sparpagliò tutti i pezzi in mare. Iside, disperata e amareggiata, cercò ovunque le membra del suo sposo, lo ricompose e lo riportò in vita. Così Osiride divenne il dio dell’oltretomba, colui che garantisce la vita oltre la morte. La voce si dissolse come nebbia.

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Tiy si riscosse. Era commossa fin nel midollo, ma le seccava darlo troppo a vedere. D’impulso abbracciò quel piccolo uomo grassottello che sembrava così indifeso e disse: – Padre, andiamo a cena. – Era ora! – sbottò il fratello. Anche Byblos saltò giù dalla finestra, pronta per un nuovo pasto; precedette di corsa a quattro zampe i padroni e si accomodò su uno sgabello intorno al basso tavolo, dove attese piena di speranza qualche altro bocconcino appetitoso.

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Geroglifici e sgorbi

Il giorno dopo, Tiy si recò alla Casa della Vita per se-

guire le lezioni. L’edificio aveva un unico piano e sorgeva accanto al tempio del dio Ptah. Le dimore degli dei erano costruite in pietra e circondate da un muro di mattoni di argilla che racchiudeva un giardino rigoglioso di alberi, fiori profumati e un orto in cui si coltivavano lattughe, cipolle, lenticchie e altri ortaggi che servivano alla mensa dei sacerdoti. Accanto al tempio c’era la biblioteca, la residenza dei sacerdoti e la Casa della Vita, vero centro culturale della città. Come ogni mattina, Tiy aveva appuntamento vicino al laghetto con Amosi. Lei era la sua compagna preferita, senza contare che era l’unica altra femmina della classe: le lezioni della Casa della Vita erano frequentate soprattutto da ragazzi. Amosi era bassa e grassottella, con una grande forza fisica: poteva battere qualunque maschio della sua età nel tiro con l’arco e negli altri esercizi di ginnastica.

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– Ciao, sono in ritardo? – domandò Tiy che sopraggiunse trafelata. – Non preoccuparti, mentre ti aspettavo mi sono goduta il sole e i mille profumi del giardino – trillò Amosi. Aveva un carattere allegro, era sempre di buonumore e averla come compagna era di grande aiuto nei giorni neri. L’aula della classe di Tiy e Amosi era ampia e luminosa, il vento entrava dalla finestra e rendeva ideale la temperatura. Gli allievi stavano accoccolati su stuoie intrecciate, con la tavoletta di legno imbiancato posata sulle ginocchia. In mano avevano la cannuccia con la quale tracciare i geroglifici e i segni della scrittura ieratica; di fronte, poggiata a terra, la tavolozza e la vaschetta con l’acqua. Gli altri strumenti per scrivere erano raccolti sul lungo tavolo in fondo all’aula: il pestello, il mortaio, le polveri per ottenere gli inchiostri nero e rosso. La classe era intenta a copiare i geroglifici da un modello. Cheti, il maestro, si DENTRO LA STORIA... aggirava tra gli allievi. La scrittura geroglifica era costituiAveva in mano l’imta da ideogrammi. Questo tipo di mancabile frustino e lo scrittura era riservato a monumenti o a qualsiasi oggetto, come stele e faceva sibilare spesso, statue, concepito per essere eterno. producendo raccapricLa scrittura quotidiana in Egitto era cianti schiocchi. quella ieratica.

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– Lavorerete finché i polsi non si staccheranno dalle mani! – strillò con voce rabbiosa. Amosi, seduta vicino a Tiy, le sussurrò: – Se penso al terrore che mi incuteva i primi giorni… L’altra sorrise: – Anche a me. La sera non riuscivo neanche a prendere sonno, per la paura. Adesso però so che le sue minacce non sono da prendere sul serio. Cheti, nel frattempo, frustava minacciosamente in aria. – Gli scansafatiche dovranno vedersela con me! – continuò a urlare. – Scorticherò il vostro groppone a furia di frustate! Gli allievi continuavano a lavorare tranquilli, incuranti delle terribili promesse del maestro e della sua sibilante frusta. Se si impegnavano tanto, era per affetto verso quell’uomo magro e dal colorito giallastro che minacciava tuoni e fulmini, ma poi era sempre pronto a farsi in quattro per gli allievi. Tiy in quel momento era alle prese con la civetta che le veniva sempre troppo somigliante a un babbuino. Il babbuino, però, tra i geroglifici non compariva. Tiy si arrabbiava, ricominciava da capo, ce la metteva tutta, ma la cannuccia, nelle sue mani, non voleva obbedire e sulla sua tavoletta di legno imbiancato il risultato era sempre uno sgorbio.

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Cheti le arrivò alle spalle, lei, quando se ne accorse, sussultò leggermente. – Non ho mai visto civette tanto mal disegnate! Sono degli obbrobri, degli scherzi della natura! – tuonò l’insegnante. – Non ti applichi abbastanza! Devi esercitarti, esercitarti, esercitarti! – concluse pestando rabbiosamente il piede per terra. Tiy era addolorata, Cheti aveva ragione: avrebbe dovuto impegnarsi molto di più. – Prometto che lo farò, maestro – rispose quindi a occhi bassi. Cheti, trovandosi di fronte a tanta mortificazione, fece immediatamente marcia indietro, pentito di essersi mostrato troppo duro. Abbassò il tono della voce a un bisbiglio e sussurrò con più dolcezza: – So che hai una casa da mandare avanti, povera bambina. Non buttarti troppo giù di morale, basterà che ogni giorno ti eserciti per mezza clessidra ad acqua, una al massimo e diventerai più brava. Mentre parlava, disegnò sulla tavoletta di Tiy una civetta perfetta. – Vedrai che piano piano i tuoi geroglifici miglioreranno – concluse incoraggiante. Poi sbatté di nuovo un paio di volte la frusta a terra e riprese a strillare:

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– Non cercate di fare i furbi con me o vi vedrete affibbiare tanti di quei compiti da star svegli l’intera notte! All’ora di pranzo, finalmente le lezioni ebbero termine. Gli allievi, dopo essersi avvicinati al grande tavolo centrale per sciacquare la cannuccia e mettere in ordine le ciotole dei colori, sciamarono fuori dall’aula in chiassosi gruppetti. Tiy quel giorno non si unì ad Amosi, con la quale di solito tornava a casa, ma fece di tutto per rimanere indietro. L’amica, che conosceva le sue intenzioni, la salutò con gli occhi. Uscita dall’aula, Tiy, invece di voltare a destra, girò a sinistra e sgattaiolò nella classe accanto, ormai deserta. Qui si nascose in fretta dietro al tavolo e rimase immobile, tendendo l’orecchio al chiacchiericcio dei suoi compagni. Quando tutto fu silenzio, uscì dal nascondiglio. Casualmente le cadde l’occhio sui lavori della classe superiore, messi in fila ad asciugare. La sua frustrazione fu profonda: geroglifici perfetti, civette somiglianti in tutto e per tutto agli originali, leoni che sembravano sul punto di spiccare un balzo, mani e piedi dalle proporzioni impeccabili. Sospirò scoraggiata. Poi strinse i pugni con determinazione: “Non servono i geroglifici per curare le malattie” considerò. “Io diventerò un grande medico, lo prometto!”

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Si affacciò nel corridoio, dove l’unica presenza era quella del vento che correva da un capo all’altro. Facendo attenzione a non essere sorpresa da nessuno dei maestri, lasciò il suo nascondiglio e si spinse nell’ala più lontana della Casa della Vita. Infine varcò la porta che le era proibito attraversare.

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Una mummia da vicino

Era da tempo che Tiy insisteva con Isesi perché esau-

disse un suo desiderio: assistere a una lezione di imbalsamazione. – È proibito! Il sommo sacerdote Peteisis non lo permette a nessuno, a parte agli allievi. E anche quelli, come sai, sono duramente selezionati. – Me l’hai già ripetuto cento volte. Però mi hai anche detto che il sommo sacerdote, vostro maestro, vi lascia spesso soli. Ormai siete esperti e lui di voi si fida. Potrei sgattaiolare dentro quando Peteisis non c’è. Erano seguite discussioni a non finire, ma Tiy l’aveva avuta vinta, prendendo il fratello per sfinimento. Perciò adesso Isesi le fece segno che il campo era sgombro e Tiy si intrufolò nella grande aula di imbalsamazione. Qui, ogni allievo aveva un tavolo sul quale era disteso il defunto, ai suoi piedi c’erano i vasi con le resine profumate e gli altri strumenti necessari.

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Tiy sfilò davanti ai tavoli di alcuni studenti, che la guardarono sorpresi, ma erano amici di Isesi e non avrebbero mai fatto la spia al maestro. La bambina trotterellò fino al fratello e osservò curiosa il defunto che Isesi stava già cominciando ad avvolgere nelle bende. – Dove sono i suoi organi interni? – domandò senza tanti giri di parole. Dai tavoli vicini le occhiate stupite aumentarono. – Nei vasi, immersi in aromi conservanti. Tiy era delusa, lei voleva vedere com’era l’interno di un corpo di uomo. – Accidenti! – mormorò. – Sei in ritardo: il taglio nell’addome del defunto è stato ormai ricucito e lui è rimasto settanta giorni a bagno nel natron, per assorbire ogni traccia di umidità. Evidentemente la mumDENTRO LA STORIA... mificazione era già alla fase finale. Il natron è carbonato di sodio, cioè – E adesso acquattati in un sale che serviva per purificare ed quello stanzino, dietro la essiccare i corpi da mummificare. tenda – le ordinò il fratello. – Ho scelto questo tavolo di lavoro proprio perché è vicino a un nascondiglio, se il sommo sacerdote ti trova qui, sono guai per tutti e due.

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Lo stanzino era una semplice nicchia nella parete chiusa da una tenda. Era ingombro di vasi sigillati, dal gradevole odore che vi aleggiava era chiaro che si trattava di resine profumate. Per Tiy non era facile restare immobile in quel piccolissimo spazio, stretta tra tanti oggetti. E poi era troppo curiosa per rimanere confinata dietro la tenda: continuava a fare capolino e a rivolgere domande su domande al fratello, i cui nervi erano messi a dura prova. Isesi stava avvolgendo le parti più minute del corpo del defunto, come le dita, in strisce sottili di bende imbevute di resine profumate e conservanti. – La famiglia ti ha affidato amuleti preziosi per proteggere il defunto nel suo viaggio nell’aldilà? – chiese Tiy. – Il poveretto era un semplice operaio, ha partecipato alla costruzione della piramide del nostro faraone Chefren. La famiglia, che non può permettersi la mummificazione per il defunto, ha pregato noi studenti di occuparcene. Così ci esercitiamo e il morto ottiene un’imbalsamazione forse non perfetta, ma almeno completa. – Perciò, niente amuleti – concluse Tiy. – Già. Solo uno scarabeo di terracotta da mettere all’altezza del cuore. – Che non è dentro uno di quei vasi, giusto? – chiese Tiy indicando i canopi.

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– Giusto. L’organo più DENTRO LA STORIA... importante resta all’interno Nella sala di Maat, dea della verità e del defunto, il quale, quandella giustizia, il defunto doveva sotdo arriverà davanti a Ositoporsi alla “pesatura del cuore”. Se ride, dovrà sottostare alla il suo cuore risultava più leggero di una piuma, era ammesso nell’aldilà. “pesatura del cuore”. – Sono certa che sulla bilancia, il cuore di quest’uomo risulterà più leggero della piuma della dea Maat. Dal viso, si direbbe una persona buona. – Tu pensi sempre bene di tutti. Comunque saranno i quarantadue dei del tribunale di Osiride a giudicarlo. Tiy era di nuovo uscita dallo sgabuzzino e osservava con curiosità Isesi avvolgere con cura le membra dell’operaio. – Non porterà nell’aldilà neanche le formule magiche per superare gli ostacoli che incontra sul suo cammino? – domandò la ragazzina. – I parenti del defunto non sanno scrivere. Perché non fabbrichi tu qualche striscia di papiro con le formule? Ti servirebbe da esercizio di scrittura. Tiy non aveva nessuna voglia di mostrare al fratello i suoi sgorbi. – E dove lo prendo un foglio di papiro? Lo sai che è prezioso, non posso sottrarlo alla Casa della Vita, sarebbe un furto.

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I due ragazzi erano così assorti in chiacchiere da non accorgersi che qualcuno era silenziosamente scivolato alle loro spalle. Quando Tiy si voltò, si trovò davanti un uomo molto alto e magro, rasato, come tutti coloro che appartenevano alla casta dei sacerdoti, con le vesti di lino immacolato e i sandali di fibra di palma. Era Peteisis, il sommo sacerdote del tempio di Ptah e la sua espressione da temporale prometteva una pioggia di rimproveri e castighi. Tiy sussultò e Isesi divenne più pallido del defunto disteso sul suo tavolo. – Come osi ammettere estranei alla mummificazione? – gridò Peteisis. – Si tratta di una cerimonia sacra, il morto ha diritto a tutto il nostro rispetto. Isesi non rispondeva. Tiy, a cui tremavano le gambe, intervenne per salvare il fratello: – La colpa è mia, sommo sacerdote. Sono io che ho insistito, io merito la punizione, non lui. Peteisis ignorò completamente la bambina e continuò a rivolgersi al suo allievo: era il suo modo di punire e umiliare Tiy. – Conosci la regola: gli estranei non sono ammessi. Senza eccezioni. Questa bravata ti costerà… La punizione sarebbe stata certamente severa, ma per fortuna in quel momento il maestro Cheti entrò nella sala. Aveva un’espressione preoccupata.

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Peteisis si interruppe. – Sommo sacerdote – disse l’altro, – ti chiedo perdono, ma ho brutte notizie per il tuo allievo Isesi… In quel momento si accorse della presenza di Tiy e, sgranando gli occhi per la sorpresa di trovarla lì, aggiunse: – … e anche per sua sorella. Tiy, già agitata dall’essere stata sorpresa da Peteisis, sentì che il cuore le saltava in gola. Cheti continuò rivolto ai ragazzi: – Sembra che vostro padre sia caduto mentre era al laboratorio e abbia battuto la testa. Dovete correre subito da lui. Mi dispiace.

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Medicina magica

Con il cuore che le rimbombava nelle orecchie, Tiy

imboccò la porta del tempio. Da quando sua madre era morta, viveva nel terrore che potesse accadere un’altra disgrazia e i suoi giorni erano costellati da paure di mille tipi. Isesi la seguiva e i due ragazzi corsero fino al forno, in preda all’ansia. Una volta là, trovarono che Pamose, l’anziano medico, era già arrivato, avvertito da un cliente di nome Antef: un ciccione con i capelli rossi che i ragazzi avevano visto spesso in città. Il medico stava esaminando Hergedef, svenuto. – La ferita che si è prodotta cadendo è un brutto taglio – spiegò Pamose indicando la tempia destra – ma è un’infermità che posso curare. Piuttosto, dovremmo scoprire qual è stata la causa della caduta. Gli occhi di tutti si rivolsero verso Antef, il quale era l’unico presente al momento dell’incidente, ma Antef era scomparso.

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– Dove si è cacciato? – mormorò Isesi cercando il cliente anche all’esterno del piccolo forno. – Non importa – disse Pamose. – Hergedef si sta riprendendo. Lo chiederemo a lui. Con grande sollievo di Tiy e Isesi, il padre si alzò a sedere sul pavimento, stordito, ma salvo. – Come ti senti? – domandò il medico. – Non troppo bene – ammise Hergedef. – Non ricordo più niente. – Perciò non sai dirci perché sei caduto – aggiunse Pamose. – No. Ricordo che ero solo, nel laboratorio e poi più niente. – Padre, nel momento in cui hai perso conoscenza, c’era un cliente, Antef, un tipo grasso con i capelli rossi – intervenne Isesi. – Non ricordi neanche lui? Hergedef scosse la testa. Pamose si alzò in piedi e disse: – Per il colpo in testa, DENTRO LA STORIA... dovrete applicare sulla ferita l’unguento di grasso La medicina era una scienza ben specializzata. Gli egizi erano ottidi bue e semi di papavero. mi ginecologi, oculisti, ortopedici e Hergedef dovrà riposare dentisti. Per la cura di disturbi più qualche giorno, ma si risemplici prescrivevano rimedi efficaci, basati sul potere curativo delle prenderà. piante e dei minerali.

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– E per lo svenimento? – domandò Tiy preoccupata. – Quella è un’infermità che non posso curare. L’incidente potrebbe ripetersi – rispose Pamose, poi abbassando la voce aggiunse: – E forse questa volta la caduta causerà danni maggiori. Hergedef se ne stava seduto a terra, con l’aria di non preoccuparsi di niente. Isesi e Tiy, invece, erano angosciati, ma badavano a non darlo troppo a vedere. – L’unico rimedio, in questi casi, è affidarsi al potere curativo degli dei. Vostro padre potrà guarire se berrà l’acqua che ha bagnato la sfinge di Giza, dal corpo di leone e volto umano, che possiede l’energia della belva e la saggezza dell’uomo, ed è stata eretta dal nostro faraone – dio Chefren, re dell’Alto e Basso Egitto. – Acqua colata dalla pietra di una statua? – domandò Tiy, scandalizzata. Aveva sempre pensato che la medicina fosse una scienza avanzata e specializzata, non magia e superstizione. Hergedef, che fino a quel momento sembrava non ascoltare, intervenne: – Perdonala, Pamose. Mia figlia lascia che la ragione le offuschi la mente. – Poi rivolto a Tiy aggiunse: – Nel mondo ci sono più cose di quelle che i nostri sensi e il nostro cervello possono percepire. Forze misteriose che l’uomo non può controllare.

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Isesi, a quel punto, esclamò: – La sfinge è gigantesca. Dovremo versare anfore intere di acqua per bagnarla! Pamose sorrise: – Non è necessario far colare l’acqua dalla testa ai piedi della statua. Basterà che il liquido scivoli lungo una zampa di leone: il suo potere è forte e molti sono i misteri che custodisce. Un paio di anfore dovrebbero essere sufficienti. Però è un’operazione da compiere con l’oscurità, quando l’energia sprigionata dalla sfinge è più intensa. Isesi annuì: – Andremo questa notte stessa. Tiy si sentì rabbrividire all’idea di una gita nel buio, ma suo padre aveva bisogno di lei e non poteva tirarsi indietro.

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La sfinge di Giza

Prima del tramonto, Isesi e Tiy erano già in viaggio.

Le anfore colme di acqua erano state caricate sull’asinello e Hergedef era rimasto in compagnia di una vicina. Tiy avrebbe voluto lasciare a casa anche Byblos, ma la dispettosa scimmietta, quando aveva visto partire la sua padroncina, aveva fatto il diavolo a quattro urlando e agitandosi, tanto da impedire a Hergedef di riposare. Era stato inevitabile portarla. Adesso Tiy le teneva il muso. – Sei voluta venire a tutti i costi, brutta viziata, ma sappi che non ti rivolgerò la parola – le disse. E, stizzita, le voltò la schiena.

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Byblos, che se ne infischiava allegramente dell’ira della sua padrona, si sedette comoda sulla groppa del somaro, pronta a godersi il panorama. Le costruzioni funebri si trovavano sulla riva occidentale del Nilo, che il sole al tramonto illuminava con i suoi raggi, prima di scendere a percorrere durante la notte il territorio dell’aldilà. La sfinge si ergeva vicino alla piramide che il faraone Chefren aveva fatto costruire come dimora per la sua vita ultraterrena. Le due costruzioni si trovavano in una vallata a un’ora di cammino da Giza. Perciò i ragazzi non persero tempo e si avviarono spediti: il sole stava calando e il caldo secco del giorno adesso era rinfrescato da un mite venticello che rendeva la passeggiata molto piacevole. Ben presto i ragazzi avvistarono in lontananza la gigantesca piramide di Chefren, vicino a quella ancora più enorme dove riposava suo padre, il faraone Cheope. – Ah, Cheope – esclamò Tiy quando Isesi nominò il sovrano defunto. – Il maestro DENTRO LA STORIA... ci ha parlato a lungo di lui. Il vecchio faraone, come i Fin dai primi faraoni, l’Egitto fu divisuoi predecessori, ha rinforso in distretti provinciali, detti nômi, amministrati da funzionari statali zato l’amministrazione di che rispondevano direttamente al stato. Dava molta imporsovrano e riscuotevano i tributi a tanza al controllo centrale suo nome.

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sulle province delle due Terre. E aveva ragione, è fondamentale, sai? Una burocrazia che funziona assicura il benessere al nostro vastissimo regno. – Brava – dichiarò Isesi soddisfatto. – E il risultato ce l’hai davanti agli occhi: solo un’organizzazione statale molto forte poteva ordinare la costruzione di monumenti tanto grandiosi. Lo sai che per la piramide di Cheope è servito il lavoro di centomila uomini con turni di tre mesi ogni squadra? – chiese Isesi. – Poveri operai, spero che abbiano avuto abbondanti cereali, carne, pesce e birra come paga. Trasportare macigni di pietra sulle rampe, per quanto poco inclinate, è davvero un lavoro massacrante. Di fronte alla piramide di Chefren c’era la sfinge, con il viso d’uomo e il corpo di leone. Il sole stava tramontando e la pianura era illuminata da una morbida luce rosata. I ragazzi erano incantati: la bellezza che li circondava era monumentale, sembrava senza età e senza tempo. – Il dio Ptah, creatore del mondo, ha fatto le cose in grande – sussurrò Isesi, commosso da tanto splendore. Tiy annuì convinta. Lentamente calò l’oscurità. Tiy, vestita della sua leggera tunica di lino sbracciata, ebbe un brivido e staccò dalla groppa del somaro il mantello; Isesi accese la lanterna

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a olio. La luna entrava e usciva da dietro le nuvole e la lanterna rischiarava solo quel tanto che bastava per vedere dove mettere i piedi. Byblos, spaventata dal silenzio e dall’oscurità, si appollaiò sulla spalla della padroncina. Tiy, che ancora le teneva il muso, avrebbe voluto scacciarla, ma non ne ebbe il cuore; in fondo le voleva molto bene. – Sei sicuro che l’acqua guarirà nostro padre? – domandò al fratello. – Lui ne è certo e questo per me è sufficiente. E poi lo dicono tutti che la sfinge emana un’energia ultraterrena – ribatté Isesi, chiudendo la bocca alla scettica Tiy. Finalmente arrivarono ai piedi della statua che, con la sua espressione serena scolpita nella roccia, li guardava dall’alto, inviolabile e divina. – Non mi sembra che la sfinge somigli al nostro faraone Chefren – fece notare Tiy. – Hai visto il faraone solo un paio di volte, durante cerimonie pubbliche. Non credo tu sia in grado di giudicare la somiglianza. – Vero – ammise Tiy. DENTRO LA STORIA... I ragazzi presero le anfore d’acqua e lasciarono l’asiLa sfinge di Giza riprodurrebbe i lineamenti del faraone Chefren, ma nello a godersi un meritato non tutti gli studiosi sono d’accordo riposo. con questa ipotesi.

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Tiy si sentì invadere l’animo dal timore, ma si avvicinò a Isesi e lo prese per mano. Avvertire il calore del fratello la rincuorò, lui non aveva mai paura di niente e la bambina lo ammirava incondizionatamente. I due ragazzi avanzarono, il silenzio era rotto solo dai versi degli uccelli notturni. Isesi si arrampicò sul piedistallo della statua. – Passami la prima anfora e stai pronta a raccogliere l’acqua quando la verso – le ordinò.


Le zampe del leone erano così enormi che un’anfora bastava appena a bagnarne la punta. L’operazione richiese molta attenzione e una gran quantità di liquido si disperse o fu assorbita dalla pietra. – Tanta fatica per ottenere una misera anfora d’acqua – si lamentò Tiy alla fine. – Basterà – decise Isesi. – È ora di andare, ci aspetta un lungo cammino per arrivare a casa. I due fratelli tornarono all’asinello spelacchiato e lo caricarono con il prezioso liquido. Stavano per ripartire, quando Tiy sussurrò angosciata: – Byblos! L’avevamo lasciata con il somaro, ma è sparita. – Forse ci ha seguiti alla sfinge. Lo sai che copia ogni nostro movimento. Si affannarono a cercarla dappertutto, ma della scimmietta non c’era ombra. Dovettero girare intorno all’enorme monumento e questo, dopo la lunga marcia di andata, non fu certo un sollievo per i loro piedi stanchi. – Byblos, dove sei? Per favore rispondi! – implorò la bambina, che non vedeva l’ora di andarsene. – Se non salti subito fuori, giuro che ti lasciamo qui, brutta scimmia dispettosa! – sbottò Isesi, esasperato. La minaccia sortì il suo effetto, perché si udì uno squittìo di risposta. Tiy e suo fratello alzarono gli occhi e si accorsero che Byblos si era arrampicata sulla groppa della sfinge.

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– Scendi, come scherzo non è affatto divertente! – brontolò Tiy. La bertuccia, però, era testarda e non si mosse. I due ragazzi cominciarono ad arrampicarsi. – Aspetta che le metta le mani addosso e avrà una lezione memorabile – minacciò Isesi. Tiy non disse niente: era stanca e dovevano ancora affrontare il viaggio di ritorno.

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Incontro nel buio

A causa dei capricci di Byblos, i ragazzi arrivarono

alle porte di Giza quando era già notte fonda. Il cielo era nuvoloso e la luna faceva capolino ogni tanto, per poi sparire di nuovo. La scimmietta dormiva beata in groppa al somarello, Isesi e Tiy procedevano a piedi, ormai esausti. A un certo punto, Tiy sussurrò: – Devo fare pipì. – Non puoi aspettare di arrivare a casa? Ormai non manca molto – le fece notare Isesi. – Non ce la faccio. Isesi si guardò intorno: si trovavano in una zona popolata di capanne di poveri contadini; dalla strada principale, che portava al cuore di Giza, partivano sentieri polverosi e vicoli irregolari che finivano chissà dove. – Se ci infiliamo in una di quelle strade strette, troverò un angolino adatto – suggerì Tiy.

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Isesi sospirò. – D’accordo – disse sollevando la lanterna. – Non vorrai portare la luce, vero? – protestò Tiy. – Mi vergogno. Il fratello sospirò di nuovo e pensò che sua sorella era più rompiscatole della scimmietta che si portava sempre dietro. – Se ti vergogni, perché non vai da sola? – ribatté seccato. – Lo sai che ho paura del buio. Ti prego, entra con me nel vicolo, sarà questione di un attimo. Isesi lasciò la lanterna attaccata al loro asinello spelacchiato. I due fratelli si inoltrarono nella stradina. Non fu difficile trovare un angolo appartato dove Tiy poté liberarsi. Stavano per tornare verso la strada principale, quando udirono un mormorio. Le voci si avvicinavano. – … vedrò di trovarti un complice – stava dicendo una voce che, dal timbro, sembrava appartenere a un uomo anziano. – Non sarà facile, è una brutta azione. – Non fingerti un agnellino – ribatté una voce più giovane, – ai tuoi tempi ne hai combinate di peggiori. Sono certo che al dio Osiride non importa un fico secco. I due fratelli non sapevano cosa fare: non avevano nessuna voglia di essere sorpresi da estranei in un vicolo scuro, di notte, in una zona poco sicura della città. Perciò Isesi strinse la mano di Tiy per farle capire di restare immobile.

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Forse i due uomini sarebbero passati oltre senza accorgersi di loro. – Non ho mai creduto a tutte le storie sull’aldilà. Secondo me di vita ce n’è una sola, e gli oggetti preziosi aiutano a viverla meglio – concluse la voce più giovane. Tiy aveva lo stomaco attorcigliato dalla paura. Con sua grande sorpresa, però, la mente era lucida. Perciò si trovò a pensare che, se i due uomini li superavano per imboccare la strada principale, avrebbero visto il loro asino. Dai discorsi risultava chiaro che non si trattava di persone per bene e c’era il rischio che rubassero la loro bestia incustodita. Sarebbe stato un vero disastro! Addio somarello, addio Byblos e addio anfore con la preziosa acqua curativa per il padre! Tiy sussurrò in un orecchio al fratello: – Dobbiamo subito mettere al riparo l’asino dalle loro manacce. Isesi, che nel frattempo aveva fatto lo stesso ragionamento, assentì con la testa. – Muoviamoci piano, senza rumore – bisbigliò. I ragazzi erano appena avanzati di qualche passo, quando la luna uscì da dietro le nuvole, illuminando il vicolo. Era troppo tardi per ritirarsi di nuovo nell’angolo riparato: con ogni probabilità i due sconosciuti li avevano già scorti. Istintivamente, i fratelli si misero a correre.

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Avevano quasi raggiunto la strada principale, quando Tiy si voltò e vide i due uomini che li osservavano. Ebbe la sensazione di conoscere uno dei due. Mentre Isesi cercava di convincere l’asinello a rimettersi in moto in fretta, lei gettò una seconda occhiata: non c’erano dubbi, l’uomo più giovane era Antef, il cliente che si trovava nel forno quando suo padre era svenuto! I ragazzi camminarono spediti fin sulla soglia di casa: la paura aveva spazzato via la stanchezza. Misero a letto Byblos, che continuava a dormire pacifica, e scaricarono il somaro. – Ho riconosciuto uno dei tipi nel vicolo: era Antef – disse Tiy al fratello mentre portavano dentro casa le anfore con l’acqua della sfinge. – Lo so. A un certo punto mi sono voltato e l’ho visto. – Cosa ci faceva lì? E soprattutto, di cosa stavano parlando quei due? – Non ne ho la più pallida idea. Ci penseremo domani mattina. Adesso andiamo a dormire – tagliò corto Isesi. I fratelli crollarono sui loro letti e dormirono di un sonno pesante e senza sogni.

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Gita sul Nilo

La mattina dopo, Tiy era ridotta uno straccio. Aveva

dormito poco e le gambe le dolevano, dopo la lunga camminata della notte precedente. Però non poteva riposare, doveva occuparsi del forno: Hergedef era ancora troppo debole per impastare il pane, perciò sarebbe toccato a lei. La bambina si sentiva davvero infelice; però, mentre si dirigeva al laboratorio, si imbatté in un drappello di soldati che partivano per la Nubia. Vedendoli sfilare nel loro gonnellino, alcuni armati di lancia altri di arco, e tutti con in mano lo scudo di legno ricoperto di pelli animali, Tiy pensò che esiste sempre chi sta peggio. Quanti di loro sarebbero tornati? Le spedizioni militari in Nubia erano numerose. La Nubia, la regione percorsa dal Nilo che si affacciava sul mar Rosso, possedeva oro e altre materie prime, mentre l’Egitto era ricco solo di prodotti agricoli. Perciò non c’era altra scelta che la guerra, Tiy lo sapeva, ma l’idea la rattristava sempre.

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Alla fine della giornata era davvero esausta. Come se non bastasse, nonostante avesse seguito alla lettera le raccomandazioni del padre, il pane era risultato duro come un sasso. – Colpa della lievitazione o della cottura? – domandò la bambina a Hergedef. – Di tutti e due – fu la disarmante risposta. Con grande sollievo, Tiy si accorse che, essendo trascorsi dieci giorni di lavoro, il seguente sarebbe stato di festa. – Domani andremo a DENTRO LA STORIA... pescare sul Nilo – propose Isesi. – I pesci li porteremo Ai tempi degli Egizi le monete non esistevano. Si adottava il metodo a Pamose per ripagarlo di dello scambio. averti curato, padre. – Ottima idea – approvò Hergedef, – ma dove troverete la barca? – Me la farò prestare da un amico – concluse il ragazzo. Tiy esultò all’idea di una giornata sul fiume. La mattina seguente era piena di sole. Isesi era riuscito a ottenere in prestito un’imbarcazione di fasci di papiro, alta di prua e di poppa, che guidava con un remo. Il Nilo era color argento e sulle sue rive crescevano i fiori profumati del loto e gli steli di papiro. Sugli argini c’era un fitto intrico di canne tra le quali si annidavano lontre, ippopotami,

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ma anche serpenti e soprattutto il temibile re del fiume: il coccodrillo. Era la fine di giugno e tra poco il Nilo avrebbe inondato le terre circostanti; una volta ritirato, il fiume avrebbe lasciato dietro di sé il fertilissimo limo. Tiy, cullata dal dondolio della barca, lasciava che il grande Aton–Ra, dio del sole, la baciasse. Byblos, scimmiottando la padroncina, era distesa accanto a lei a pancia all’aria. Isesi aveva già calato le reti. Poco dopo le ritirò e si accorse con soddisfazione che un gran numero di pesci vi erano rimasti impigliati. – Dopo aver pagato il nostro debito con Pamose, ne resteranno anche per noi – dichiarò il ragazzo. – Li metterò a seccare – intervenne Tiy, – è bene pensare alle provviste per l’inverno. Nel pomeriggio, quando il caldo si fece soffocante, decisero di attraccare e di andare a riposarsi sotto l’ombra delle palme. – Metterò delle trappole, chissà che non riesca ad acchiappare qualche animaletto – disse Isesi. – Sei il solito sanguinario – lo criticò Tiy. – Mi piacerebbe mangiare carne, tanto per cambiare – rispose il fratello e si inoltrò tra gli alberi. Tiy era troppo stanca per seguirlo, lei e Byblos rimasero distese all’ombra a dormicchiare.

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D’un tratto, Byblos cominciò ad agitarsi: tremava e si guardava intorno con ansia. – Cosa succede? – le domandò Tiy. – Qui non c’è nessuno, che motivo hai di allarmarti? La scimmietta, però, era in preda all’angoscia e la trasmise alla padroncina. Tiy si alzò e iniziò a chiamare il fratello. L’unica risposta che ottenne fu il suono del vento tra le canne. La preoccupazione della bambina si tramutò in terrore. – Isesi! – ripeté più forte. Ma il fratello non rispose. Spaventatissima, con Byblos in braccio, Tiy si inoltrò verso la riva, tra i giunchi, dove poco prima era scomparso il ragazzo. Il Nilo era popolato da serpenti velenosi, un loro morso e la morte sarebbe sopraggiunta rapida. Non c’era tempo da perdere, Tiy doveva trovare il fratello prima che fosse troppo tardi. Non aveva percorso che pochi metri, quando lo vide: era disteso per terra, privo di sensi. – Isesi! Isesi! – strillò Tiy in preda al panico precipitandosi verso di lui. E in quel momento si accorse di un’altra presenza: a un’occhiata distratta poteva sembrare un tronco d’albero che stazionava nel fiume, a poca distanza dalla riva. Tiy però scorse uno strano luccichio, uno sguardo perfido e capì che quell’innocuo ceppo era in realtà un coccodrillo.

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Stava in agguato lasciando fuori dall’acqua solo gli occhi, il naso e il dorso. Era pronto a scattare, avrebbe afferrato Isesi nelle sue terribili fauci e lo avrebbe trascinato in acqua, per poi farlo a pezzi e inghiottirlo.


Senza perdere un secondo, Tiy afferrò il corpo del fratello per le gambe e lo trasportò il più lontano possibile dalle rive del Nilo. Quando considerò che il coccodrillo non si sarebbe avventurato a tanta distanza dall’acqua, si fermò, ansimando. Si gettò sul fratello e si accorse che il dietro dell’orecchio era macchiato di sangue. Cercò di rianimare Isesi. Passarono pochi secondi, che a Tiy sembrarono più lunghi e spaventosi di secoli. Poi il ragazzo sbatté gli occhi e riprese conoscenza. Tiy ricominciò a respirare. – Cos’è accaduto? – domandò la bambina. – Non so. Credo che qualcuno mi abbia aggredito alle spalle con un bastone – rispose Isesi. – Mentre eri svenuto, hai rischiato di diventare lo spuntino di un coccodrillo. Chi può essere stato a fare una cosa tanto crudele? Tu non hai nemici, sei simpatico a tutti. – Forse si tratta di uno scambio di persona. Ma non ingigantiamo una sciocchezza, sto bene – aggiunse rimettendosi in piedi. Non voleva spaventare Tiy, che era già pallida come una pezza di lino. – La ferita è solo un graffio. Con l’aiuto di Tiy, Isesi, barcollante, riuscì a risalire sull’imbarcazione e i due fratelli si affrettarono a tornare a casa. Lì ebbero la piacevole sorpresa di trovare Hergedef che, dopo aver sorseggiato tutto il giorno l’acqua della sfinge, si sentiva molto meglio.

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– Un toccasana, un vero toccasana – trillò il panettiere, offrendo la bevanda al figlio. Isesi, che non voleva privare il padre del liquido che sembrava avere reali poteri magici, si bagnò appena le labbra.

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Scienza medica

Fu deciso che Isesi doveva riposare, così toccò a Tiy

portare i pesci al dottor Pamose. Lo trovò in casa: stava fasciando la gamba fratturata di un contadino. Tiy ammirò i gesti precisi e sicuri del medico e si disse che forse lo aveva sottovalutato. – Mio padre ti manda questi pesci con molti ringraziamenti per le tue cure. – Sei gentile, Tiy, ringrazia tuo padre. Ti dispiace poggiarli su quella ciotola? Come sta Hergedef? – Meglio. La ferita alla tempia si è quasi del tutto rimarginata. E il suo spirito è molto più sereno. – Sono contento. Passerò domani a dargli un’occhiata. – Isesi ha avuto un incidente, oggi pomeriggio, mentre eravamo sulle rive del Nilo. Ha una ferita superficiale alla testa. Credi che l’unguento farà bene anche a lui? – Certo, servirà a evitare che la ferita si infetti. E può bere qualche sorso dell’acqua colata dalla sfinge del nostro

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faraone. È un portento, sai? Vedi, le nostre conoscenze mediche sono, in alcuni casi, molto approfondite. Ma ci sono dei limiti oltre i quali l’uomo non può andare, perciò deve ricorrere al potere degli dei. Intanto il medico continuava a lavorare sulla gamba del povero infortunato. Tiy lo guardava con attenzione e Pamose se ne accorse. – Pensi di fratturarti una gamba, prossimamente? – domandò scherzoso. – Spero proprio di no. Però mi interessa tutto ciò che serve a guarire le persone – rispose lei pronta. Poi prese coraggio e confessò: – Mi piacerebbe diventare medico. Credi che sia possibile per una ragazza? – Non vedo cosa lo impedisca. Anzi, spesso le mani femminili sono più precise e delicate di quelle degli uomini. – Dovrò studiare con impegno. – Questo è sicuro. La scuola di medicina del tempio di Ptah non è male. Pamose scrutò per qualche secondo la bambina, poi aggiunse: – Potresti specializzarti in malattie femminili. È un ramo molto importante della medicina: sappiamo curare gran parte delle infermità e riusciamo quasi sempre a far sì che i bambini nascano senza danno né per loro né per la madre.

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– Veramente pensavo di diventare medico degli occhi – rispose Tiy. – Anche quella è una specialità in cui eccelliamo. Conosciamo colliri e pomate che possono alleviare molti fastidi e curare alcune malattie. – Grazie per i tuoi consigli – disse Tiy, prima di congedarsi. – Forse diventerò medico delle donne, dopo tutto. Aiutare i bambini a venire al mondo deve procurare un’enorme soddisfazione. Tiy se ne stava andando, quando Pamose la fermò. – Mi raccomando, se ti serve aiuto, non esitare a ricorrere a me. Sei una bambina che farà grandi cose nella vita, me lo sento. Lei se ne andò contenta. Si precipitò a casa, dove fece pratica medica, spalmando l’unguento sulla ferita alla testa di Isesi. Nel frattempo, nella sua mente ronzavano mille interrogativi senza risposta. Chi aveva colpito il fratello con un bastone? Le rive del Nilo sembravano deserte, eppure qualcuno li aveva seguiti per tutto il giorno e poi, da vero vigliacco, aveva aggredito Isesi alle spalle. Ma chi poteva essere stato? E perché? Byblos la distrasse da queste preoccupazioni.

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– Accidenti, come ti sei conciata? – gridò la bambina alla scimmietta, osservando disgustata il cranio della bestiola completamente unto. Byblos, infatti, per scimmiottare i padroni, si stava spalmando grandi quantità di unguento. Tiy ebbe il suo daffare a strapparle il vasetto della medicina dalle zampe.

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Minacce

La mattina seguente Isesi si era ripreso e anche Hergedef

si sentiva in forze. Decise che sarebbe andato al forno ad aiutare Tiy. – Tu macinerai la farina e io preparerò il fuoco: tutto dipende dalla giusta temperatura degli stampi di argilla in cui cuocere i pani – trillò allegramente. – Credi che domani potrò tornare alla scuola del tempio? – domandò Tiy, preoccupata di restare indietro rispetto ai compagni. – Ne sono certo, bambina mia. L’acqua della sfinge mi ha ormai risanato. Anche la ferita alla tempia si è rimarginata. La giornata al forno, con l’aiuto di suo padre, per Tiy fu molto più divertente della volta precedente: Hergedef insegnò alla figlia tutti i suoi trucchi e lei divenne un’esperta nel macinare il grano e nel mescolarlo con altri ingredienti come miele, latte, burro o uova.

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Era una giornata calda e i due, lavorando vicino al forno, avevano sudato molto. – Cosa darei per un’anfora di acqua fresca! – disse Tiy a metà mattina. – Un desiderio facile da esaudire, piccola mia – rispose il padre e si precipitò a casa per prendere l’acqua. La bambina rimase sola nel laboratorio e continuò a impastare canticchiando, quando l’ingresso fu oscurato da una figura imponente. Tiy alzò gli occhi e si trovò di fronte Antef.


Deglutì, ma pensò che era meglio fingere di non averlo riconosciuto. – Che tipo di pane desideri? – domandò in tono gentile, come avrebbe fatto per un cliente qualunque. – Due gallette rotonde al sesamo – rispose Antef, guardando Tiy negli occhi con un’insistenza imbarazzante. La bambina si affrettò a servirlo, non vedeva l’ora che se ne andasse. Ma quello attaccò a parlare: – Vedo che pescare sul Nilo ti ha abbronzato la pelle. Tiy abbassò gli occhi e non rispose. Come sapeva quel brutto tipo che era stata a pescare, nel giorno di festa? – Resti in silenzio e fai bene, chiacchierare è pericoloso, si corre il rischio di dire quello che non si dovrebbe. E quando si dice ciò che non si dovrebbe, poi ci si trova nei guai. A Tiy sembrava di avere del ghiaccio al posto del sangue: quel furfante la stava minacciando! Per fortuna, in quel momento entrò Hergedef con l’anfora dell’acqua. Antef lo salutò poi aggiunse: – Ti porterò presto un’anatra bella grassa per ricompensarti del pane delle ultime settimane. E uscì dal laboratorio. Hergedef porse l’acqua a Tiy. – Bevi, piccola mia, è fresca. Hai l’aria pallida, pescare sul Nilo ti ha stancato. Vedrai che da domani tutto tornerà come prima.

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“Come prima?” pensò Tiy. Niente sarebbe più stato come prima! Antef li aveva riconosciuti e non li avrebbe più lasciati in pace. E il giorno precedente era stato lui a bastonare Isesi alle spalle, adesso ne era sicura. Si era trattato di un avvertimento, lo aveva solo stordito, ma si poteva star certi che la prossima volta avrebbe colpito con più decisione. Quando Amosi si affacciò al forno per comprare il pane e soprattutto per fare due chiacchiere con l’amica, Tiy era in preda all’ansia. – Cos’hai? Mi sembri strana – notò l’altra. Hergedef era a portata d’orecchie, Tiy, che non voleva preoccupare il padre, fu costretta a rispondere in modo vago. – Non è niente, sono solo stanca – poi si affrettò a cambiare argomento. – Com’è andata oggi a scuola? – Operazioni aritmetiche. Puoi immaginare la noia! Cheti è stato più minaccioso del solito: prima ha detto che ci avrebbe fatto cadere gli occhi a forza di calcoli, poi ha deciso che ci manderà tutti a lavorare nei campi. Tanto, secondo lui, siamo sprecati nella Casa della Vita. – Immagino che nessuno gli abbia dato ascolto. – Ci mancherebbe! – rispose Amosi con una risata. Anche Tiy rise, pensando all’animo gentile del maestro. Come le sembravano lontane le lezioni e come le parevano di poco conto le sue difficoltà scolastiche!

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Erano trascorsi solo tre giorni ma erano accadute tante cose. Troppe! – Conosci un certo Antef, un tipo ciccione con i capelli rossi? – chiese all’amica. Il viso di Amosi si rabbuiò. – Quello è meglio lasciarlo perdere. Mia madre dice sempre che è un poco di buono. Le sue parole contribuirono ad agitare Tiy, che fece del suo meglio per nasconderlo. – A proposito di mia mamma, devo correre ad aiutarla nella tessitura del lino. Altrimenti chi la sente! Amosi si affrettò a salutare l’amica. – Ne tesseremo una pezza anche per te e Isesi. – Ringrazia tua mamma. Se non fosse per voi, andremmo in giro con i vestiti rammendati! – esclamò Tiy. La famiglia di Amosi era molto generosa e il loro aiuto era prezioso per il panettiere e i suoi figli. Poi Amosi se ne andò e il resto della giornata sembrò non trascorrere mai. Finalmente, la sera Tiy poté sfogarsi con il fratello prima di andare a letto. – Siamo nei guai – ammise Isesi. – Su Antef girano brutte voci, le sue minacce non sono da prendere sottogamba. Il primo passo è capire perché ci minaccia. Ci considera pericolosi perché lo abbiamo visto in quel vicolo. Ma chi era il tipo che parlava con lui e cosa stavano combinando?

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– Forse dovremmo consigliarci con qualcuno che ne sa più di noi. Però non diciamo niente a nostro padre, non voglio che si preoccupi. – Hai ragione. Domani chiederò un colloquio con il sommo sacerdote del tempio del dio Ptah. Lui, forse, ha la risposta. Tiy ripensò alla figura maestosa e temibile di Peteisis, non aveva nessuna voglia di incontrarlo di nuovo, ma non poteva abbandonare Isesi. – Verrò con te – decise coraggiosamente. – Brava, così potrai scusarti di esserti intrufolata nell’aula di imbalsamazione. Io ho già avuto una punizione per niente divertente. Adesso tocca a te – sorrise lui, un po’ malignamente. Tiy pensò con amarezza che avrebbe fatto meglio a lasciare il fratello a cavarsela da solo.

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Il sommo sacerdote

Il giorno seguente le cose apparentemente ripresero il

loro corso normale. Hergedef andò al laboratorio e Tiy ricominciò a combattere con i geroglifici alla Casa della Vita. La giornata volgeva al termine quando la bambina raggiunse il fratello nelle sale dedicate all’imbalsamazione. Peteisis era già lì, si ergeva in tutta la sua statura e il viso aveva un’espressione arcigna. Tiy sentiva la gola secca, ma si fece forza e cominciò il discorso che si era preparata: – Ti chiedo umilmente scusa, sommo sacerdote, sono stata superficiale e sciocca. Volevo assistere alla mummificazione per vedere il corpo umano al suo interno: vorrei diventare medico e rendermi utile, curando le infermità che affliggono il nostro prossimo. Questa è la mia sola giustificazione. – L’altra è la giovane età – dichiarò magnanimo Peteisis, che mostrava di aver apprezzato il discorso di Tiy. – Ho

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preso informazioni sul tuo conto. Cheti, tuo maestro di scrittura, mi dice che ti impegni molto. Tiy ringraziò la dolcezza del minaccioso Cheti. – Tuo fratello ha già ricevuto la punizione che merita: è lui il maggiore tra voi e lui doveva rivelarsi il più saggio. Chiudiamo l’argomento e confidatemi i pensieri che occupano la vostra mente. Isesi raccontò gli avvenimenti degli ultimi giorni: lo svenimento di Hergedef di fronte ad Antef, l’acqua della sfinge, la presenza di Antef nel vicolo e i suoi strani discorsi, l’agguato sulle rive del Nilo e le minacce a Tiy. Peteisis ascoltò con attenzione. Alla fine, due profonde rughe di ansia gli solcavano la fronte. – Ciò che mi riferisci è preoccupante, vi trovate in una situazione delicata – ammise. – Quell’Antef è un furfante, che non crede e non rispetta né gli uomini né gli dei. Questo lo rende pericoloso. – Qual è il tuo consiglio? – domandò Isesi. Peteisis sospirò e meditò per qualche secondo. – Nessuno – disse infine. – Non potete fare niente. Se denunciate Antef ai funzionari del visir, il malvivente negherà di essere stato in quel vicolo. E inoltre, per quale reato lo denuncereste? – Potrei accusarlo di avermi aggredito sul Nilo. Sono quasi finito tra le fauci di un coccodrillo, per colpa sua.

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– Non ci sono testimoni, perciò sarà la sua parola contro la vostra. E voi siete solo due ragazzi – ribatté il sacerdote, scoraggiato. – Però, state certi che prenderò informazioni su di lui e cercherò di capire quale empia azione stia architettando. Nel frattempo, per la vostra incolumità, vi raccomando di restare sempre insieme: siete due e questa è la vostra forza. Isesi ebbe un gesto di impazienza. – Possibile che non si possa fare proprio niente? – Non perdere la calma, giovane Isesi. Sono certo che gli dei ti mostreranno la via da seguire. Al momento, però, non intendono lasciarci capire quale sia. I ragazzi ringraziarono il sommo sacerdote e uscirono dal tempio. Tiy guardò il fratello, in ansia. – Cosa facciamo? – domandò. – Forse Peteisis ha ragione. Comportiamoci normalmente, non parliamo a nessuno di questa storia e stiamo sempre insieme. La determinazione che Tiy gli lesse negli occhi, però, smentiva le sue parole tranquille.

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Grida nella notte

Era scesa la notte e nella casa di Hergedef tutti dor-

mivano. Tiy era nel suo letto, abbracciata a Byblos che si rigirava di continuo: la scimmietta non riusciva a stare ferma neanche nel sonno. D’un tratto, un grido spaventoso ruppe il silenzio. Tiy e Byblos si svegliarono di soprassalto. Il grido si ripeté: veniva dalla stanza del padre. Con un balzo Tiy fu in piedi. Nella camera di Hergedef trovò Isesi, armato di un grosso bastone. Nella stanza, però, non c’erano ladri né assassini, c’era solo il panettiere. Disteso nel suo letto, pareva incolume, ma aveva gli occhi sbarrati. – Cosa è successo, padre? – domandò Isesi, sconvolto. – Ero sotto un albero… – Un albero? – domandò Tiy. – Sì, ero seduto sotto una palma e mangiavo datteri. Poi mi sono caduti tutti i denti e ho visto un coccodrillo sbranare un gatto selvatico…

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Tiy guardò il fratello: Hergedef stava farneticando? Era in preda alla febbre alta? Isesi aveva l’aria tranquilla. – È uno dei suoi sogni – sussurrò alla sorella, – tra poco ci spiegherà cosa significa.

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Tiy tirò un sospiro di sollievo e cercò di calmarsi. Il padre continuava a raccontare il sogno in modo confuso. – Eravamo al forno e c’era Taimhotep. Ricordate la moglie del nostro vicino, morta qualche mese fa? I ragazzi rammentavano Taimhotep, una donna molto bella e gentile, che aveva un figlio della stessa età di Isesi. Purtroppo aveva contratto una malattia che nessun medico aveva potuto curare. Il marito, che l’amava profondamente, le aveva costruito una piramide in scala ridotta dove essere seppellita insieme a grandi ricchezze. – Taimhotep mi ha parlato, ma il vento disperdeva le sue parole. E poi… poi… non so, è tutto confuso, non so interpretare la fine del sogno, ma so che si tratta di qualcosa di terribile che deve accadere! Hergedef si mise a piangere, prendendosi la testa tra le mani. – Padre, quando sarai più calmo forse tutto ti apparirà chiaro – cercò di consolarlo Tiy, che non sopportava di vedere il padre in quelle condizioni. Hergedef trasse un profondo sospiro e si tranquillizzò un poco. – Devo vedere il sommo sacerdote Peteisis. Lui riuscirà a interpretare il sogno – dichiarò alla fine, mentre si alzava dal letto.

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– D’accordo, domani mattina, per prima cosa andremo al tempio – gli rispose Isesi, cercando di spingerlo di nuovo a distendersi. – Non possiamo aspettare. Domani mattina sarà troppo tardi, lo sento! – Hergedef era di nuovo agitatissimo. – Non vorrai buttar giù dal letto il sommo sacerdote del tempio del dio Ptah! – esclamò Isesi. – È necessario – dichiarò seriamente il padre. – Peteisis, oltre a essere tuo maestro, è la mia guida spirituale. Mi ha detto cento volte di rivolgermi a lui, al momento del bisogno. E quel momento è arrivato. Non ci fu niente da fare. Hergedef spalancò l’uscio di casa e si avviò verso il tempio. A Isesi e Tiy non restò altra scelta che seguirlo. Il tempio non era distante dalla casa del panettiere. Quando vi arrivarono, la Casa della Vita, la biblioteca e la zona nella quale dormivano i sacerdoti erano sprangate. Ma Hergedef era determinatissimo: picchiò alle porte, chiamò, strillò, fece un tale baccano da svegliare in blocco tutti i sacerdoti. Peteisis, senza mostrare stupore né fastidio a essere sorpreso in piena notte, accolse Hergedef e i suoi figli in una sala della Casa della Vita. Dopo i saluti e le inevitabili scuse, Hergedef spiegò l’urgenza:

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– Grande sacerdote, mi sono permesso di bussare alla tua porta a un’ora così inopportuna perché non riesco a interpretare la terribile visione che mi è apparsa questa notte. Però, anche senza conoscere il suo significato, so che non c’è tempo da perdere. Vedi, saggio sacerdote, nel sogno mi è apparsa la defunta Taimhotep. Sono certo che chiedeva il mio aiuto. Eravamo al forno, c’era anche Antef. Subito dopo lui è scomparso. Taimhotep ha mormorato alcune parole, ma io non le ho afferrate. Aveva un’espressione disperata, si è coperta il viso con le mani, due, tre volte. Poi ha portato le braccia al cielo e infine le ha incrociate sul petto. Stava soffrendo, percepivo distintamente il suo dolore. Terminato il racconto, Hergedef tacque. Nessuno parlò. Peteisis rifletteva. Infine disse: – So che qualche giorno fa sei svenuto nel tuo laboratorio. Hergedef annuì. – E so che Antef era presente al momento del tuo malore. – Proprio così – rispose Isesi. Peteisis rifletté ancora, il suo cervello stava collegando fili sparsi e all’apparenza del tutto indipendenti tra loro. Alla fine il sacerdote arrivò a una conclusione, sembrò farsi animo e, rivolto a Hergedef, disse: – Hai ragione, si tratta di un sogno terribile. E spiega anche il motivo del tuo svenimento. Quando Antef è

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entrato nel laboratorio, qualche giorno fa, tu hai avuto una visione così violenta da cadere a terra. Così facendo, hai sbattuto la tempia e il colpo ti ha fatto dimenticare quanto avevi visto. E quanto avevi visto era terribile. Sappiamo che esistono uomini capaci di brutte azioni, ma non ci abitueremo mai al male che circola nel mondo. Peteisis rimase zitto per un po’. Poi riprese: – Il tuo sogno significa che Antef profanerà la tomba di Taimhotep. A queste parole seguì un silenzio profondo. Profanare una tomba era un atto tremendo, punibile dagli dei ma anche dagli uomini con castighi severi. Rubando le ricchezze e le offerte chiuse nella camera funeraria, si metteva a rischio la stessa vita ultraterrena del defunto perché il ka, il suo “doppio” dopo la morte, non avrebbe trovato di che nutrirsi. – Quando accadrà, maestro? – domandò Isesi. – Domani notte. O meglio, dato che è ormai l’alba, questa notte – dichiarò Peteisis, lugubre. – Tuo padre aveva ragione, non c’è tempo da perdere. Hergedef si disperò con la testa tra le mani. Il panettiere non era mai stato un uomo d’azione, ma suo figlio sì. E Isesi capì che quella era l’occasione per riabilitarsi agli occhi del suo maestro. Perciò prese in mano la situazione.

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– Questa mattina, io e Tiy andremo dal marito di Taimhotep e racconteremo la tua visione. Con loro metteremo a punto un piano per sorprendere Antef. – Sicuro che la famiglia di Taimhotep non ci prenderà per pazzi visionari? – domandò timidamente Tiy. Isesi sorrise. – Per fortuna, non tutti hanno la tua fiducia nella ragione e molti credono ai messaggi che vengono dall’aldilà. Peteisis si disse d’accordo: – Taimhotep, quando era su questa terra, chiedeva spesso a vostro padre di interpretare i suoi sogni. Perciò sono certo che suo marito terrà in gran conto la premonizione. Però, Isesi, voglio la tua parola che non farai niente di azzardato. Come ti ho già detto, Antef è un uomo pericoloso. – Stai tranquillo, maestro, il piano che ho in mente non mette a rischio nessuno. Con queste parole, Isesi salutò, mentre il padre si attardò a scambiare ancora qualche parola con il sommo sacerdote. I due fratelli uscirono dalla Casa della Vita; una volta lontani dalle orecchie di Peteisis, Isesi sussurrò: – Quella che ho in serbo per Antef sarà una divertente vendetta.

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Valeria Conti

Con questo racconto potrai affacciarti sull’incredibile mondo dell’Antico Egitto: scoprirai i segreti della scrittura e della mummificazione, conoscerai le tecniche di costruzione delle piramidi e la vita quotidiana degli Egizi. Tiy e suo fratello Isesi, sulle tracce di due profanatori di tombe, entreranno in una piramide colma di oggetti preparati per la vita ultraterrena della defunta e, inseguendo i malviventi, percorreranno le terre inondate dalle acque del Nilo, per arrivare, infine, al cospetto del grandissimo faraone Chefren. Un racconto colmo di suspence e ricco di informazioni sul popolo più affascinante della Storia antica.

Valeria Conti vive a Roma, dove traduce e adatta dialoghi di film e telefilm per ragazzi. Ha scritto vari libri di narrativa per bambini, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti. Per Raffaello ha pubblicato Attento Gegé; Archimede, lo scienziato che difese Siracusa; Mozart e lo spartito perduto.

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O R E T S I M IL DELLE PIRAMIDI Mummie, medici, maghi nell’ ANTICO EGITTO

IL MISTERO DELLE PIRAMIDI

Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi copia di SAGGIO-CAMPIONE GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n°633, art. 2 lett. d).

GIZA, 2575 A.C.

Valeria Conti


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Il mistero delle piramidi - Estratto by Gruppo Editoriale Raffaello - Issuu