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Editor: Patrizia Ceccarelli
Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini
Illustrazioni: Cinzia Battistel
Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti
Team grafico: Raffaella De Luca
Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello
I Edizione 2026
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Lewis Carrol
Libero adattamento

In un tranquillo meriggio dorato placidamente abbiam navigato. Ma se a remare son tre bambine molto più lento si fa il cammino.
Con poca spinta le dolci manine portano a spasso il nostro destino.
Così per sbaglio mi devo inventare una storiella per far passare un pomeriggio tranquillo e ridente a questo trio davvero esigente. Poiché non posso dire di no se mi domandano: “Racconta un po’!”
“State a sentire!” dice Prima imperiosa, “Forza, comincia!” mi ordina frettolosa. Mentre Seconda, in tono speranzoso, dice “Papà, non fare il misterioso!”
E infine Terza, la più piccolina, fa tante domande, da vera birichina.
All’improvviso le voci si spengono le bimbe con ansia la storia attendono: la fiaba di Alice che se ne va ma dove arrivi nessuno lo sa.
In un paese fatato è caduta dove la logica sembra perduta.
Ciò che vi ho detto è solo l’inizio ma di inventare ho già perso lo sfizio. Le bimbe chiedono: “Perché non vai avanti?”, gli occhi severi mi guardano attenti.
“Più tardi saprete” dico a costoro, “È adesso più tardi” risponde il coro.
Così inizia la grande avventura che Alice vive con disinvoltura. Una storia nata nella mia mente mentre il mondo scorreva lentamente.
Ora la fiaba sta per cominciare presto torniamo, sta per tramontare!
La fiaba di Alice presto s’arresta come un giorno lontano di festa, come un sogno che solo un bambino tiene stretto nel suo cuoricino, come il vivo profumo di un fiore nella tasca di un viaggiatore.
S eduta sulla riva del fiume accanto alla sorella, Alice cominciava a stancarsi. Un paio di volte aveva buttato un occhio sul libro che la sorella stava leggendo, ma era un libro senza figure né filastrocche.
“Che me ne faccio di un libro senza figure e senza filastrocche?” pensò tra sé.
A dire la verità, le era difficile anche pensare, visto che il caldo la rendeva assonnata e confusa; così, mentre si chiedeva se valesse la pena andare a raccogliere margherite, non si stupì più di tanto quando passò di fronte a lei un Coniglio Bianco con gli occhi rosa. E non le parve poi così strano che il Coniglio dicesse fra sé e sé: – Povero me, povero me! Arriverò troppo tardi!
In un secondo tempo, ripensandoci, si rese conto che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma al momento le sembrò una cosa naturale.
Quando poi il Coniglio estrasse un orologio dal taschino del panciotto e affrettò il passo ancor di più, Alice balzò in piedi sbalordita: non aveva mai visto un coniglio con un taschino nel panciotto, e tantomeno con un orologio dentro il taschino! Così, fremendo di curiosità, lo inseguì per tutto il campo, giusto in tempo per vederlo infilarsi in una tana sotto una siepe. In un attimo anche Alice entrò dentro la tana, senza pensare a come avrebbe fatto a uscire.
Per un tratto la tana era dritta come una galleria, poi sprofondava all’improvviso, così all’improvviso che Alice non ebbe neanche il tempo di fermarsi, prima di precipitare in quello che sembrava un pozzo senza fine.

O il pozzo era molto profondo o Alice stava cadendo
molto lentamente, visto che, prima di arrivare in fondo, ebbe tutto il tempo di guardarsi attorno e chiedersi cosa stava succedendo.

Inizialmente cercò di guardare in basso per vedere dove stava andando a finire, ma l’oscurità era troppo fitta, ed era impossibile vedere qualcosa. Allora guardò le pareti del pozzo e si accorse che erano piene di credenze e scaffali.
Da ogni parte si vedevano mappe e quadri appesi a chiodi.
Alice afferrò al volo un barattolo: sull’etichetta c’era scritto Marmellata d’arance, ma con delusione scoprì che era vuoto. Non lo buttò via per paura che cadendo potesse colpire qualcuno. Allora lo posò sopra un’altra credenza, mentre stava cadendo.
“Bene!” pensò tra sé e sé. “Dopo una caduta come questa, un capitombolo lungo le scale mi sembrerà uno scherzo! A casa penseranno tutti che sono molto coraggiosa! Anzi, sono sicura che non avrei paura nemmeno se dovessi cadere dal tetto di casa!”
Giù, giù, giù .
La caduta era davvero senza fine?
– Ma quanti chilometri avrò fatto in tutto questo tempo? – gridò Alice. – Ormai sarò vicino al centro della Terra. Fatemi ricordare: saranno seimila chilometri di profondità...
Aveva imparato molte cose di questo tipo a scuola, e sebbene non fosse proprio il momento adatto per dimostrarlo, era pur sempre un’occasione per ripassare.
– Sì, più o meno è la distanza giusta. Ma quali saranno le coordinate di longitudine e latitudine?
Non sapeva neanche cosa fossero la longitudine e la latitudine, ma le sembravano parole importanti, da dire in una situazione simile.
Poi ricominciò:
– Mi chiedo se ormai non stia attraversando tutta la Terra! Sarebbe divertente sbucar fuori tra la gente che cammina a testa in giù! Li chiamano gli Antipati, se non sbaglio…
Stavolta era contenta che nessuno potesse ascoltarla, perché non era per niente sicura di aver detto la parola giusta.
– Bisogna che chieda a qualcuno il nome del paese, si capisce. “Per favore, signora, questa è la Nuova Zelanda? Oppure l’Australia?”
Cercò d’inchinarsi con gentilezza, mentre parlava… ma... inchinarsi mentre si cade sospesi in aria... Pensate un po’, ci riuscireste voi?
– Chissà che bambina ignorante penserà che sono! No, è meglio non domandare; forse lo troverò scritto in qualche posto.
Giù, giù, giù .
Non c’era nient’altro da fare, perciò presto Alice riattaccò a parlare:
– La gatta Dina sentirà la mia mancanza, stasera. Spero non si dimentichino di darle il suo piattino di latte, all’ora della merenda. Dina cara, vorrei che tu fossi quaggiù con me! Certo, non ci sono topi per aria, ma potresti sempre acchiappare un pipistrello: somiglia molto a un topo, no? Chissà se i gatti mangiano anche i pipistrelli?
A quel punto, Alice cominciò a sentir sonno, e così continuò a domandarsi tra sé e sé, come in un dormiveglia:
“I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?”
A volte, si diceva:
“I pipistrelli mangiano i gatti?”
Non trovando risposta, non dava neanche peso alle domande che si poneva.
Così, a poco a poco si addormentò e cominciò a sognare di passeggiare a braccetto con la sua Dina e di domandarle:
– E adesso dimmi la verità, Dina: hai mai mangiato un pipistrello?
Ad un tratto... bum!
... Alice arrivò finalmente in fondo al pozzo e atterrò su un mucchio di foglie secche. Era tutta intera, e, dopo un attimo, già in piedi.
Guardò in alto, ma sopra la sua testa c’era un buio fitto. Davanti a lei si apriva un altro corridoio, in fondo al quale riuscì a vedere il Coniglio Bianco scappar via.
Non c’era un momento da perdere.
Più veloce del vento si mise a inseguire il Coniglio, appena in tempo per sentirlo esclamare:
– Per i miei occhi, per i miei baffi, s’è fatto terribilmente tardi!
Ormai Alice era a un passo dal Coniglio, ma appena girò l’angolo non lo vide più. La bambina si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata da una fila di lampade che pendevano dal soffitto.
Intorno alla sala, c’erano numerose porte, ma erano tutte chiuse. Alice cercò inutilmente di aprirle. Poi si diresse verso il centro della sala, chiedendosi come sarebbe potuta uscire da quel luogo.
Ad un tratto vide un tavolino a tre gambe, tutto di vetro, sopra il quale c’era una piccolissima chiave d’oro.
Alice pensò subito che quella fosse la chiave di una delle porte, ma non fu così: o le serrature erano troppo grandi, oppure la chiave era troppo piccola; l’unica cosa certa era che nessuna porta si apriva.
Comunque, provò a fare un’altra volta il giro della sala. Stavolta si fermò davanti ad una tendina che prima non aveva notato; dietro, c’era una porta piccola, alta non più di quindici pollici. Provò a infilare la chiave dentro la serratura, e, con grande stupore, vide che entrava benissimo.
Aprì la porta e scoprì che conduceva a un passaggio molto stretto, non più largo della tana di un topo. Si inginocchiò per guardare attraverso il buco e le apparve il più bel giardino che avesse mai visto. Le venne una gran voglia di uscire dalla stanza buia e di passeggiare tra quelle aiuole fiorite e quelle eleganti fontane. Attraverso quel buco, però, non poteva passare nemmeno la sua testa!
“Anche se ci passasse la testa, a cosa servirebbe senza le spalle? Dovrei essere capace di ritirarmi come un cannocchiale! Forse sarei anche capace, se solo sapessi da dove cominciare” pensò sconsolata.
Le erano già successe così tante cose incredibili e in così breve tempo, che cominciava davvero a pensare che per lei non ci fossero cose impossibili: tornò indietro
verso il tavolo, sperando di trovarvi un’altra chiave o almeno un manuale che insegnasse alla gente ad accorciarsi come un cannocchiale. Invece trovò una bottiglietta che prima non c’era, con sopra un’etichetta con stampata la parola Bevimi. Alice però non ebbe fretta.
– No, prima controllerò se da qualche parte c’è scritto Veleno oppure no.
Troppe volte aveva sentito dire di bambini bruciati o mangiati da bestie feroci, o vittime di altre terribili cose, accadute proprio perché non avevano rispettato alcune semplici regole impartite dai grandi: ad esempio, che un attizzatoio per il fuoco brucia se lo si tiene troppo a lungo tra le mani; oppure che se ci si taglia un dito molto in profondità con il coltello, il dito di solito sanguina; o ancora che se si beve il contenuto di una bottiglia dove c’è scritto “veleno”, prima o poi capita di sentirsi male.
Comunque, su quella bottiglietta non c’era scritto “veleno” da nessuna parte, cosicché Alice con attenzione decise di assaggiarne il contenuto. Lo trovò molto gustoso: era, per la precisione, una strana miscela che ricordava la torta di ciliegie, la crema, l’ananas, il tacchino arrosto, il croccante e i crostini caldi imburrati.
In un attimo, la bevve tutta.
– Che strana sensazione! Sembra che mi stia accorciando.
Fu proprio così: in un baleno Alice era alta non più di una ventina di centimetri.
Il suo volto si illuminò al pensiero che era proprio la misura che serviva per passare attraverso la piccola porta ed arrivare nel magnifico giardino. Leggermente innervosita, però, decise di aspettare ancora, per vedere se avrebbe continuato ad accorciarsi.
“Speriamo che mi fermi” si disse. “Se continuo così va a finire che mi consumo tutta come una candela.
Cosa mai potrei diventare?”
Cercò allora di immaginare che aspetto avesse una fiamma quando si spegne, ma per la verità non ne aveva la minima idea.
Dopo un po’, visto che non succedeva più niente, decise di andare nel giardino.
Quando si trovò dinanzi alla porta, si accorse che aveva dimenticato la chiave d’oro. Ritornò subito verso il tavolo, ma... non arrivava più a prenderla. La vedeva attraverso il vetro e fece molti tentativi per arrampicarsi lungo una gamba del tavolo, ma scivolava sempre. Dopo aver provato diverse volte si sentì così stanca che si mise a sedere per terra e cominciò a piangere.
“Ma perché piango? Non serve proprio a niente!” si disse. E dopo un po’, con un tono deciso, aggiunse: – Ti ordino di smetterla immediatamente!
Di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente. Qualche volta arrivava a sgridare se stessa così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi. Un giorno tentò addirittura di tirarsi gli orecchi perché aveva provato a imbrogliare durante una partita di croquet tra lei e lei stessa. Infatti pretendeva a volte d’essere due persone.
“Ma ora” pensava “non avrebbe senso pretendere di essere due persone. Anche perché di me è rimasto tanto poco che basta appena a fare una sola persona che si rispetti!”
Ad un tratto, l’occhio le andò su una piccola scatola di vetro riposta sotto il tavolino. La aprì e vi trovò un pasticcino con la scritta Mangiami, elegantemente decorata con la crema.
– Bene, lo mangerò – disse Alice. – Se mi farà crescere, potrò arrivare a prendere la chiave sul tavolo. Se mi rimpicciolirà ancora, passerò sotto la porta chiusa. In ogni caso entrerò nel giardino!
Addentò un boccone e, tenendosi la mano sulla testa per sentire se la sua statura cresceva, si chiese ansiosa:
“Come diventerò? Come diventerò?”
Restò molto sorpresa quando si accorse che era sempre la stessa.
Come tutti sanno, non succede mai niente di strano quando si mangia un pasticcino. Alice però s’era ormai abituata a vedere solo cose straordinarie: adesso che andava tutto nella maniera normale, si sentiva veramente delusa.
Così continuò a mangiare e ben presto il pasticcino era finito.
– S tranissimo, molto stranissimo! – piagnucolò Alice. Era così sbalordita che per un attimo dimenticò persino la grammatica.
– Adesso mi sto allungando come il più lungo cannocchiale mai esistito! Addio, piedi!
Diede infatti un’occhiata ai suoi piedi: le sembrarono sparire dalla vista, tanto si allontanavano da lei.
– Oh, poveri piedi miei! Chi vi metterà adesso le calze e le scarpe? Io di certo non ci riuscirò più. Sarò troppo distante per potermi curare di voi. Vi dovrete arrangiare!
“Però devo pensare anche a loro” disse tra sé e sé “altrimenti non andranno dove voglio io! Ecco cosa farò: regalerò loro un paio di scarpe nuove ogni Natale”.
Così si mise a pensare in che modo avrebbe potuto realizzare questo proposito.
“Le spedirò per posta” pensò. “Pensate che buffo, mandare dei regali ai propri piedi! Immaginatevi l’indirizzo:
All’Illustrissimo Piede Destro di Alice, presso il tappeto davanti al caminetto.
Con tutto l’affetto, Alice.
“Povera me, che cose stupide sto dicendo!”
Proprio in quel momento la sua testa urtò contro il soffitto della sala. Aveva raggiunto ormai una statura di quasi tre metri.
Prese la chiave d’oro e si precipitò verso la porta del giardino.
Questa volta non poteva far altro che buttarsi per terra e dare un’occhiata al giardino: non c’era speranza di poter attraversare la porta.
Allora si mise a sedere e ricominciò a piangere.
– Ti dovresti vergognare di te stessa! – disse. – Una bambina grande come te (stavolta era proprio il caso di dirlo) che piange in questo modo! Smettila subito, te lo ordino!
Ma Alice continuava lo stesso a versare lacrime su lacrime e formò un vero laghetto che arrivava fino a metà della sala ed era profondo quasi dodici centimetri.
Dopo un po’ sentì un rumore di passi in lontananza e si asciugò in fretta gli occhi per vedere chi fosse.
Era il Coniglio Bianco, tutto elegante, con un paio di candidi guanti bianchi in una mano e un grosso ventaglio nell’altra. Camminava in fretta e diceva fra sé:
– La Duchessa! La Duchessa! Come sarà arrabbiata perché l’ho fatta aspettare!
Alice si sentiva così disperata che era pronta a chiedere l’aiuto di chiunque, perciò, quando il Coniglio le passò vicino, provò a sussurrare timidamente:
– Per piacere, signore…
Ma alle sue parole il Coniglio ebbe un sussulto, lasciò cadere i guanti e il ventaglio e fuggì a tutta velocità, sparendo nel buio.
Alice raccolse i guanti e il ventaglio e, poiché nella stanza faceva un gran caldo, cominciò a sventolarsi.
“Dio mio, quante cose strane accadono oggi!” pensò. “Ieri... sembrava tutto normale. Sono cambiata io, forse, stanotte? Vediamo un po’: quando mi sono alzata, stamattina, ero sempre la stessa? A ripensarci, mi pare di essermi sentita un po’ diversa… Ma se non sono la stessa, allora devo chiedermi: chi sono? Ecco, questo è il grande problema!”
Così cominciò a pensare a tutte le bambine della sua età che conosceva, per vedere se poteva essere stata scambiata con una di loro.
– Sono certa di non essere Ada – disse. – Lei ha tutti
i capelli ricci e lunghi mentre io di riccioli non ne ho affatto. E di certo non sono Mabel, perché io so tante cose e lei… be’, lei ne sa veramente poche! E poi, lei è lei e io sono io, e… Povera me, che confusione! Vediamo se mi ricordo ancora tutte le cose che sapevo prima: quattro per cinque fa dodici, e quattro per sei fa tredici… quattro per sette… No, basta! Non arriverò mai a venti, in questo modo! Però le tabelline non hanno molta importanza. Proviamo con la geografia: Londra è la capitale di Parigi, Parigi è la capitale di Roma e Roma… No, no, è tutto sbagliato! Sono sicura che non è così! Devo esser stata scambiata con Mabel!
Vediamo se ricordo “Il piccolo Coccodrillo”. Incrociò le mani sul grembo, come se stesse ripetendo la lezione, e cominciò la poesia.
La sua voce era strana e profonda. Dalle labbra uscivano parole completamente diverse dal solito:
Quant’è allegro il coccodrillo con la coda assai bagnata dice: “Guarda come brillo!” ogni squama è ormai dorata.
Sembra proprio divertito ma gli artigli ha ormai affilato, ogni pesce è già avvertito le mascelle ha spalancato!
– Non sono queste le parole giuste, ne sono certa –singhiozzò Alice, mentre gli occhi le si riempivano un’altra volta di lacrime. – Devo proprio essere Mabel.
Mi toccherà vivere in quella casetta, dimenticarmi dei giochi e stare tutto il giorno a imparare lezioni! No, ho deciso: se sono Mabel, resterò qui per sempre. È inutile che si affaccino dal buco e dicano: “Torna su, tesoro!” Io guarderò in alto e chiederò: “Chi sono?
Prima ditemi chi sono: se mi sta bene essere quella che voi dite, verrò su. Altrimenti resterò quaggiù ad aspettare di essere diventata un’altra…” Ma chissà – gridò Alice scoppiando in lacrime improvvisamente, – se mai qualcuno metterà davvero la testa in questo buco?
Sono veramente stufa di stare qui tutta sola!
Mentre diceva così, si guardò le mani e si accorse con stupore che, mentre parlava, s’era infilata uno dei guanti bianchi del Coniglio.
“Come ho fatto a infilarmelo?” si chiese. “Devo essermi rimpicciolita nuovamente”.
Si alzò e si diresse verso il tavolo per misurarsi: si accorse che superava a malapena il mezzo metro d’altezza e continuava a diminuire a vista d’occhio.
Capì subito che la causa di tutto era il ventaglio che teneva in mano, così lo lasciò cadere in fretta, appena in tempo per evitare di sparire completamente.
– Me la sono cavata per un pelo! – disse ancora tutta spaventata per quell’improvviso cambiamento, ma contenta di ritrovare se stessa. – E ora andiamo nel giardino!
In tutta fretta s’avviò verso la porta.
Ma... disdetta!
La porta era chiusa di nuovo e la chiave d’oro era ancora sul tavolo di vetro, come prima.
“Sempre peggio!” pensò la povera bambina. “Non sono mai stata piccola come adesso! Questo è davvero troppo!”
Aveva appena finito di parlare quando le scivolò un piede e...

... in un attimo si trovò immersa fino al mento nell’acqua salata.
Pensò di essere finita in mare.
“In questo caso, posso tornare indietro con il treno” pensò.
Alice infatti era stata al mare una volta sola e si era convinta che su qualsiasi spiaggia si vada, si trovino necessariamente dei bambini che scavano buche con le palette, una fila di villette e, dietro di queste, la stazione ferroviaria.

Presto dovette accorgersi, però, che era caduta nel laghetto di lacrime che lei stessa aveva versato quando era alta tre metri.
“Vorrei non aver pianto tanto!” si disse mentre nuotava per raggiungere la riva. “Sarebbe davvero una punizione terribile se dovessi annegare nelle mie stesse lacrime! Questa sì che sarebbe una cosa strana. Del resto, tutto quello che mi succede oggi è molto strano”.
Proprio allora sentì qualcuno che si dibatteva lì vicino e gli andò incontro a nuoto per vedere di chi si trattava: in un primo tempo pensò a un tricheco o a un ippopotamo, poi si ricordò di essere molto piccola e allora si rese conto che era solo un Topo che, proprio come lei, era scivolato nello stagno.
“Mi sarà utile rivolgere la parola a questo Topo?” si domandò Alice. “Quaggiù tutto è così sottosopra che non sarei affatto meravigliata se un topo dovesse parlare. Comunque, tentare non costa nulla!”
– O Topo, sai dirmi come si esce da questo lago? Sono stanca di nuotare qua dentro, o Topo!
Alice pensava che fosse questa la maniera più adatta per parlare a un Topo. Non aveva mai fatto una cosa del genere prima d’allora, ma ricordava di aver letto nella grammatica di latino di suo fratello: il topo - del topo - al topo - il topo - o topo.
Il Topo la guardò incuriosito e Alice ebbe l’impressione che le facesse l’occhiolino. Però non le disse nulla.
“Forse non capisce la lingua” pensò Alice. “Potrebbe essere un topo francese venuto qui al seguito di Guglielmo il Conquistatore”.
Sebbene conoscesse bene la storia, Alice faceva fatica a comprendere quanto tempo passasse tra un avvenimento e l’altro. Allora provò a dire:
– Où est ma chatte?
Era la prima frase della sua grammatica di francese.
A sentir quelle parole, il Topo fece un balzo fuori dall’acqua e cominciò a tremare per lo spavento.
– Oh, ti chiedo scusa! – esclamò Alice in fretta e furia, timorosa di aver ferito il sentimento del povero animaletto. – Avevo dimenticato che non ami di certo i gatti.
– Non mi piacciono i gatti! – ripeté piagnucolando il Topo con voce stridula. – A te piacerebbero i gatti se fossi al mio posto?
– Be’, immagino di no – disse Alice con voce conciliante. – Però non arrabbiarti! E poi, dovresti conoscere la mia Dina. Sono sicura che cominceresti ad avere più simpatia per i gatti. È così cara, piccola e graziosa…
Adesso Alice parlava quasi fra sé, mentre nuotava pigramente.
– Se ne sta tranquilla accanto al fuoco, facendo le fusa, leccandosi le zampette, lavandosi il muso... È una creatura davvero morbida e graziosa… ed è veramente svelta ad acchiappare i top… Oh, scusa! – esclamò di nuovo Alice.
Questa volta il Topo aveva rizzato tutti i peli e si vedeva chiaramente che era rimasto offeso.
– Non parleremo più di questo, se preferisci così! –lo tranquillizzò Alice.
– Brava, non ne parlare! – si lamentò il Topo, che tremava dai baffi fino alla punta della coda. – Io non ne parlo di certo! La nostra famiglia ha sempre odiato i gatti: sono disgustosi, meschini, volgari! Non voglio sentire neppure pronunciare il loro nome!
– Neppure io... – si affrettò a rimediare Alice, cercando un altro argomento di conversazione. – Ti piacciono… ti piacciono i… i… cani?
Siccome il Topo non rispondeva, Alice continuò sicura di sé:
– Ce n’è uno, vicino a casa mia, così piccolo e carino che mi piacerebbe proprio fartelo vedere! Sai, è un terrier dagli occhi brillanti, e con il pelo lungo, bruno, ricciuto. Sa prendere gli oggetti al volo, poi si mette a
sedere e aspetta la sua cena. Insomma, sa fare talmente tante cose che io non ne ricordo neppure la metà. E, sai, è di un contadino: lui dice che è molto utile e non lo venderebbe neppure per cento sterline! Dice che ammazza tutti i top… Oh povera me! – esclamò Alice addolorata. – Sono riuscita a offenderti di nuovo!
Ma ormai il Topo si era allontanato a nuoto, talmente alla svelta che l’acqua era agitata come se ci fosse stata una tempesta.
– Topolino, topolino caro, ritorna, ti prego: non parlerò più né di gatti né di cani, se tu non vuoi! – lo chiamò Alice dolcemente.
A queste parole il Topo si voltò e cominciò a nuotare lentamente verso di lei. Aveva il volto pallido e con voce bassa e tremante disse:
– Andiamo a riva e ti racconterò la mia storia. Allora capirai perché odio i gatti e i cani.
Ormai era giunto il momento di uscire dal laghetto, che cominciava a popolarsi di uccelli e di animali d’ogni genere: c’erano un’anatra, un dodo, un pappagallo, un aquilotto e diverse altre strane creature.
Alice si mise alla testa della comitiva e tutti insieme nuotarono verso la riva.
Era davvero una strana compagnia quella che si raccolse sulla riva: uccelli con le penne inzuppate, animali con le pellicce inzaccherate... Tutti grondavano acqua e sembravano tristi e sconsolati. Il primo problema da risolvere era capire come asciugarsi.
Gli animali si consultarono a vicenda e ad Alice sembrò una cosa normale stare lì a conversare con loro, come se li conoscesse da una vita. Ebbe perfino una lunga discussione col Pappagallo, il quale appariva infuriato e continuava a ripetere:
– Io sono più vecchio di te e di certo so meglio come va il mondo!
Su questo punto Alice non era disposta a cedere senza almeno sapere che età avesse il Pappagallo, ma siccome l’animale si rifiutò di ammettere quanti anni avesse, la discussione non poté andare avanti.
Alla fine il Topo, che sembrava quello più autorevole, chiamò tutti a raccolta e disse: – Ascoltatemi! Saprò io come seccarvi!
Il libro continua online su ilmulinoavento.it

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Questo volume sprovvisto del talloncino a fronte è da considerarsi GRATUITO, fuori commercio. Esente da I.V.A. (D.P.R. 26-10-1972, n° 633, art. 2 lett. d).


E se un giorno vi ritrovaste, come per magia, in un mondo popolato da creature divertenti e strabilianti, quali il Coniglio Bianco, il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina, la Finta Tartaruga, il Gatto che scompare e riappare all’improvviso, Carte da Gioco che parlano, Fenicotteri usati come mazze da croquet, Regine che tagliano le teste? Alla piccola Alice accadono le più improbabili disavventure, ma... siamo in un sogno o nella realtà?
Alice nel Paese delle Meraviglie, divertentissimo e sempre imprevedibile, è un capolavoro della letteratura infantile.

