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Più forte, più giusta. L’Italia. Per tutti. Il cuore del nostro impegno per gli italiani sta tutto qua. Nel rendere universale ciò che è stato per troppo tempo solo per qualcuno. Nell’affermare che i diritti, le tutele, le opportunità o sono anche per l’ultimo della fila o, semplicemente, non sono. Noi, negli ultimi cinque anni, ci siamo impegnati per migliorare l’Italia e siamo orgogliosi del lavoro fatto. Non è stato semplice. Eravamo ancora nel pieno di una crisi che aveva colpito in maniera molto dura le nostre famiglie, le nostre imprese, le nostre comunità. Avevamo vincoli di bilancio troppo stretti, anche dovuti al debito ereditato dal passato. Avevamo un quadro politico e istituzionale frammentato come mai lo era stato. Oggi l’Italia e la
sua economia si sono rimesse in moto. Grazie alle famiglie, alle imprese, ai nonni, ai lavoratori, ai ricercatori. Ma grazie anche alle scelte delle istituzioni. Negare valore a ciò che un governo o
un parlamento fanno (o non fanno) significa negare ruolo e dignità alla politica. E noi non possiamo permetterlo, perché crediamo nella politica come forma alta di servizio e come principale antidoto al populismo.
Immaginate che cosa avreste pensato se il Partito Democratico, cinque anni fa, avesse proposto di introdurre per la prima volta in Italia una misura universale di contrasto alla povertà. Di introdurre diritti troppo a lungo attesi, dalle unioni civili al biotestamento. Di abbassare le tasse di 80 euro netti al mese, per sempre, ai redditi medio bassi. Di tagliare l’Irap e l’Ires alle imprese, grandi e piccole. Di togliere le tasse sulla prima casa alle famiglie. Di aumentare la quattordicesima e allargare la platea dei pensionati che la ricevono, dopo anni di tagli agli assegni. Di approvare una riforma in grado di promuovere il lavoro stabile, di combattere le finte collaborazioni, di ampliare il sussidio alla disoccupazione e di rimettere in gioco chi era rimasto senza occupazione. Di tagliare le tasse ed estendere i diritti alle partite Iva. Di battere ogni record nella lotta all’evasione fiscale, di raddoppiare gli investimenti in cultura, di aumentare le risorse per la scuola e l’università, di investire sulla sicurezza del suolo e degli alimenti, di rendere più dure le pene per corruzione, falso in bilancio, caporalato e reati ambientali. Di introdurre il processo civile telematico, la dichiarazione precompilata e la fatturazione elettronica. Di cambiare l’approccio sul Terzo settore, di rilanciare la cooperazione internazionale. Nella migliore delle ipotesi avreste riso dell’ennesima promessa elettorale. Ma queste riforme le abbiamo fatte,
pur nell’alveo di una politica economica che ha seguito la via stretta e virtuosa tra gli eccessi di una miope austerità e gli eccessi di una spesa in disavanzo che un Paese con il nostro debito non può permettersi. Abbiamo fatto politiche espansive, ma abbiamo ridotto il deficit e stabilizzato il debito. Certo, molto deve ancora dispiegare i suoi effetti, altrettanto deve ancora essere fatto. Ma se cercate un filo rosso, in tutti questi interventi e in tutti gli altri cui abbiamo lavorato, lo troverete nella loro tensione all’universalità, nel cercare passo dopo passo di raggiungere quel “per tutti” che è il nostro obiettivo ultimo. È nella medesima direzione, con la stessa ambizione, che vogliamo metterci in marcia per i prossimi cinque anni. Ancora con impegno, serietà, responsabilità, competenza. Con la consapevolezza di chi ha già realizzato tanto, con l’urgenza di chi sa che c’è ancora tanto da fare e con l’ambizione di chi vuole realizzarlo. L’orgoglio per il cammino percorso nell’interesse del Paese non significa autocelebrazione, non significa accontentarsi. Significa rivendicare che, in politica, la credibilità delle proposte si misura non sui proclami televisivi, ma sulla coerenza tra quello che si propone e quello che si è fatto quando si è avuto la responsabilità di governare. Il nostro programma per la prossima legislatura richiede uno sforzo di finanza pubblica inferiore a quello che siamo stati capaci di mobilitare in questi anni di governo. Sta lì la sua credibilità. Il PD è la forza tranquilla del cambiamento. È una comunità di donne e di uomini che, di fronte a un problema, cerca una soluzione, non partecipa alla caccia al colpevole o allo scaricabarile di responsabilità. C’è ancora tanto da fare. Ci siamo lasciati alle spalle una delle più gravi crisi economiche di sempre, passando
dal meno 1,7% del 2013 al più 1,5% di crescita del Pil nel 2017, ma non tutti ne hanno beneficiato allo stesso modo, soprattutto tra i giovani, tra le donne, al Sud. Abbiamo creato più di un milione di posti di lavoro, ma le retribuzioni sono tra quelle che crescono meno in Europa e ancora troppe persone sono senza un’occupazione, soprattutto tra chi la cerca per la prima volta. Gli investimenti fissi lordi che continuavano a scendere sono tornati a salire, così come i consumi e l’export, ma nulla di tutto questo è abbastanza, se vogliamo garantire un futuro a questo Paese, se vogliamo davvero chiudere quelle fratture generazionali, di genere, sociali e territoriali che di anno in anno si sono allargate sempre di più.
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Più forte, più giusta. L’Italia. Per farlo, non servono i pensieri e le parole magiche dei venditori di fumo. Robin Hood all’incontrario che promettono riforme fiscali come la flat tax di Forza Italia o della Lega, che costa 60 miliardi e destina il 40% dei suoi benefici al 5% dei contribuenti più ricchi. O illusionisti come il Movimento 5 stelle, che ritengono di poter sfidare il futuro con l’assistenzialismo di Stato e il rifiuto della scienza, come nel caso delle vaccinazioni obbligatorie per la prima infanzia. Per farlo, al contrario, servono più lavoro, più Europa e più cultura. Più lavoro, perché il nostro Paese, per crescere davvero, deve essere sempre di più uno dei centri europei della produzione del bello, del nuovo e dell’utile, un luogo in cui le persone di ogni parte del mondo sognano di poter vivere e lavorare, in cui l’avanguardia della tecnologia si sposa col rispetto dell’ambiente e della bellezza del vivere, in cui ci sono diritti che valgono per tutti e c’è un welfare che non lascia indietro nessuno, che si preoccupa di chi nasce, al pari di chi invecchia. Il lavoro sarà la nostra
ossessione: la qualità del lavoro, oltre che la sua quantità. Vogliamo rimettere i giovani al lavoro e per farlo servono due leve: competenze e investimenti. Più Europa, perché tutto questo deve avvenire nel contesto di un’Unione Europea che realizzi finalmente i sogni dei suoi padri fondatori, rendendoci compiutamente cittadini europei con
regole chiare e semplici, e che si doti delle dimensioni e della forza necessarie per affermare i suoi valori e le sue aspirazioni nello scacchiere geopolitico globale. I prossimi anni saranno cruciali per il destino dell’Europa. E noi vogliamo essere protagonisti delle scelte che saranno prese in materia di Unione fiscale, sociale e difesa comune, così come lo siamo stati per il mercato unico, il Parlamento europeo e l’Euro. Chiamarsi fuori da queste scelte,
suo capitale culturale, attraverso la promozione dell’eccellenza e la diffusione del sapere per tutti, in tutto il territorio nazionale. Cultura vuol dire scuola,
università, ricerca di base, vuol dire tornare a prendersi cura del futuro investendo di più su queste dimensioni.
Dentro questi impegni per il futuro ci sono proposte forti, puntuali e realizzabili. Un programma di legislatura che vuole completare un percorso di cambiamento. C’è il salario minimo, per ridare dignità al lavoro. C’è una rivoluzione copernicana del fisco e del welfare per rilanciare la natalità e l’occupazione femminile. C’è il diritto soggettivo alla formazione dei lavoratori e la promozione dell’innovazione e delle competenze nelle imprese, per governare le sfide e cogliere le opportunità della rivoluzione tecnologica. Ci sono risorse certe per la cura delle persone non autosufficienti, per ampliare il sostegno economico che ricevono, coprire i costi dei servizi di cui hanno bisogno e promuovere la loro autonomia. Ci sono forti investimenti nella scuola, nell’università e nella ricerca, per ridare ai giovani il ruolo da protagonisti che spetta loro. Ci sono misure concrete per la promozione dell’economia verde, per la salute delle persone e per la lotta alle diseguaglianze, nel segno degli obiettivi dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. C’è un fisco sempre meno ostile ai cittadini e una pubblica amministrazione sempre più digitale e semplice. È la visione di un Paese che riparte senza ricette miracolose e apprendisti stregoni. Semplicemente, mettendo a valore la forza di tutti, perché tutti possano beneficiarne. Per l’Italia. Più forte, più giusta.
da questo orizzonte ideale, significa mettere a rischio il futuro degli italiani, i nostri risparmi, i nostri posti di lavoro. Più cultura, perché è il bene più prezioso del ventunesimo secolo, la moneta in grado di garantire benessere e prosperità per chi la possiede. Cultura, sapere e conoscenza legano e rendono forte una comunità, le permettono di aprirsi al mondo senza perdere il senso della propria identità, i valori sui quali si fonda ogni giorno il miracolo della convivenza civile e che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli. L’Italia, culla della cultura euro-
pea e mondiale, deve essere protagonista della produzione e della valorizzazione del 3
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Più lavoro. E più qualità del lavoro. Il lavoro è stato al centro dell’azione di governo nell’ultima legislatura. Avevamo obiettivi chiari: volevamo dare corpo a una nuova idea di lavoro, liberato dalla condizione di ostaggio delle ideologie. E per farlo, attraverso il Jobs act, abbiamo puntato su una forma più moderna di lavoro subordinato, combattendo il lavoro precario e privo di tutele. Siamo orgogliosi dei risultati: un milione
di occupati in più dal febbraio 2014 a oggi, di cui più della metà con contratti a tempo indeterminato, il crollo delle false collaborazioni autonome a partita Iva, lo smart work per liberare chi lavora dai vincoli del tempo e del luogo di lavoro, un sostegno al reddito per i disoccupati grazie alla Naspi (che non discrimina più
in base all’età e ha raggiunto un livello di copertura tra i più generosi in Europa) e un sistema di misure nazionali di politiche attive del lavoro (che ha già consentito la creazione di quasi 200 mila nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato per i giovani e per i disoccupati del Sud). Più occupazione, più stabilità, più tutele. Rimangono tuttavia molti nodi irrisolti, che saranno il cuore della nostra azione di governo nei prossimi cinque anni. Tra i tanti, ce ne sono cinque che sono più problematici degli altri. Il primo: l’Italia è ancora quintultima in tutta l’Unione Europea per crescita delle retribuzioni. In Germania e Francia i salari crescono a un ritmo sette volte superiore. Si scrive salari che non salgono, ma si legge produttività che non cresce. Il secondo: il lavoro è ancora troppo costoso per le imprese, che devono sobbarcarsi l’onere di contributi che raggiungono il 33% della retribuzione, percentuale che disincentiva il datore di lavoro ad assumere a tempo indeterminato. Il terzo: l’occupazione femminile è bassa, spesso per assenze di tutele adeguate per il reinserimento, e in particolare per il reinserimento dopo la maternità. Tra gli uomini, la percentuale di chi viene pagato poco o male è pari al 22,9%, tra le donne sale al 61,5%. Il quarto: in Italia la transizione tra scuola e lavoro è troppo lunga, molto più di quanto lo sia nel resto dell’Europa: 14 mesi dal momento del diploma o della laurea al primo contratto. Il quinto: esiste un problema di competenze che non facilitano l’incontro tra domanda e offerta, più che in altri paesi.
Il salario minimo universale, finalmente Il Partito Democratico propone l’adozione di un salario minimo garantito per tutti. Si tratta
di una misura di civiltà per combattere l’opportunismo dei lavoretti sottopagati, dei contratti pirata, delle cooperative spurie e delle piattaforme digitali. È una misura che restituisce piena dignità al lavoro: assieme a pochi altri Paesi europei – cinque, per la precisione – siamo gli unici a non averlo. Il salario minimo garantito sarà fissato da una commissione indipendente di cui faranno parte anche sindacati e organizzazioni datoriali. Le imprese saranno
vincolate a usarlo solo in assenza di un contratto collettivo. Per questo, il salario minimo dovrà essere accompagnato da una legge sulla rappresentanza sindacale, in grado di garantire la verifica
dell’effettiva rappresentatività dei soggetti che firmeranno i contratti nazionali. Una cornice legislativa che faccia propri i principi condivisi dalle parti sociali in materia di criteri e metodologie di rilevazione della rappresentatività sindacale e di rispetto del contratto collettivo, anche da parte del sindacato dissenziente ma minoritario. Con un salario minimo legale i controlli saranno più semplici: oggi un lavoratore sottopagato deve ricorrere al giudice per farsi riconoscere una giusta retribuzione e il giudice deve stabilire qual è il contratto nazionale di riferimento più corretto per il suo lavoro. Con il salario minimo fissato per legge il controllo sarà svolto in via amministrativa:
se il salario è sotto il minimo legale, scatta la sanzione. Un diritto in più, stipendi più alti. Per tutti, nessuno escluso. Questa riforma non è il
grimaldello per scardinare il contratto nazionale, che sarà rafforzato nel suo ruolo di ulteriore garanzia da una legge sulla rappresentanza, ma la forma di tutela per i
giovani che la sera consegnano pizze a 5 euro l’ora. Il salario minimo legale è anche l’unico modo in cui si
risolve il problema dei lavoratori distaccati, i dipendenti di aziende straniere che lavorano in Italia. Oggi, questi lavoratori possono regolarmente lavorare in Italia con i salari del paese di provenienza, in alcuni casi molto più bassi di quelli italiani. Così si crea un fenomeno di dumping salariale rispetto al quale solo il salario minimo rappresenta una soluzione radicale. Allo stesso tempo, si dovrà valorizzare e difendere la buona cooperazione, combattendo però le cooperative spurie che non rispettano i principi della concorrenza leale e utilizzano contratti pirata per praticare dumping contrattuale.
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Più lavoro. E più qualità del lavoro.
A tempo indeterminato: vale di più, deve costare meno Salario minimo universale non vuol dire che il lavoro deve costare di più alle imprese che assumono manodopera stabile, che investono sul capitale umano. Al contrario, il lavoro di qualità deve costare meno e la creazione di posti a tempo indeterminato deve essere economicamente più vantaggiosa. L’ultima legge di bilancio ha già
previsto uno sconto contributivo strutturale del 50% per le nuove assunzioni a tempo indeterminato dei giovani. È il primo passo per
diminuire il costo del lavoro per tutti i nuovi assunti stabilmente, al di là dell’età anagrafica. Parliamo di numeri: vogliamo ridurre il costo del lavoro per il tempo indeterminato a tutele crescenti di un punto all’anno per 4 anni, in modo che alla fine della prossima legislatura il costo
dei contributi sia al 29% rispetto al 33% di oggi. La riduzione del cuneo contributivo sarà fiscalizzata per salvaguardare le pensioni future.
Allo stesso tempo, è giusto che il lavoro temporaneo, se viene usato in maniera reiterata, costi di più. Proponiamo di introdurre una buonuscita compensatoria, come avviene in altri paesi europei, che l’impresa dovrà pagare a un lavoratore che non viene stabilizzato, in maniera proporzionale alla durata cumulata dei contratti temporanei che ha avuto. Le esigenze di flessibilità organizzativa o produttiva di breve periodo, mentre il lavoro temporaneo costerebbe di più per le imprese solo nel caso in cui usino ripetutamente la stessa persona senza garantirle un percorso verso la stabilità.
Affitto 30-30: un sostegno all’autonomia dei giovani I giovani italiani lasciano casa dei genitori a 30 anni: una media di 4 anni superiore a quella europea. Tra i responsabili di questo triste primato i salari d’ingresso, tra i più bassi d’Europa, che spesso non permettono neppure di pagarsi un affitto. Andare a vivere da soli non è un lusso ma il primo passo verso l’indipendenza. Troppe volte, invece, la volontà di emanciparsi impone ai nostri giovani una scelta obbligata: fare sacrifici per uscire di casa o rimandare di anno in anno l’inizio di un percorso di vita autonomo. Ecco perché ci impegniamo a sostenere questo desiderio di autonomia, restituendo ai giovani lavoratori parte delle spese sostenute per l’affitto sul modello di quanto messo in atto dal governo spagnolo di Zapatero. Introdurremo una detrazione fiscale del valore
a beneficio di tutti gli under-30 con un reddito fino a 30 mila euro e un contratto d’affitto sulle spalle. Un aiuto concreto per venire incontro sia ai
giovani, che potranno contare su un incremento del reddito disponibile, sia alle loro famiglie, su cui troppo spesso sono costretti a fare affidamento.
La formazione è un diritto (per chi lavora e per chi vuole lavorare) Il salario è importante, il costo del lavoro pure, ma al centro della nostra proposta c’è la consapevolezza che, sempre più, lavorare fa rima con imparare. Oggi lavorare vuol dire cambiare, perché il mondo cambia, le tecnologie cambiano, le necessità delle imprese cambiano. Per questo è necessario che cambi anche il lavoratore. Cui dev’essere garantito un diritto soggettivo ad avere a disposizione dei percorsi di formazione qualificati e utili, rigidamente monitorati e certificati da un organismo competente. Ogni
lavoratore dovrà ricevere un “codice personale di cittadinanza attiva”, nel quale confluirà un conto personale della formazione per un monte ore complessivo minimo iniziale di 150 ore. E che varrà per tutta la vita, indipendentemen-
te dalle transizioni da un contratto di lavoro a un altro o da una forma di lavoro a un’altra. Al compimento del diciottesimo anno, il conto di formazione personale si aprirà con una dote iniziale versata dallo Stato e verrà poi alimentato dall’attuale contribuzione. Le competenze professionali di ciascun lavoratore saranno registrate in tutto il percorso di carriera, con il diritto alla certificazione secondo standard europei. Nel codice personale di cittadinanza attiva confluiranno anche le misure per la ricollocazione al lavoro, erogate sia da soggetti pubblici che privati, e i servizi di welfare, cumulando e rendendo complementare il welfare pubblico con quello aziendale, contrattuale, integrativo. Allo stesso tempo, sarà reso strutturale il credito d’imposta per la formazione, per sostenere le imprese che investono sulla qualità del lavoro. La formazione come diritto, che ti rafforza e ti protegge. Tra le politiche di attivazione, ci impegniamo anche a introdurre una tessera gratu-
ita di 6 mesi per i trasporti pubblici, valida nell’arco di 50km dalla sede di residenza, destinata a tutti i Neet e i disoccupati nei primi 6 mesi dalla dichiarazione di disponibilità al lavoro. Un sostegno concreto a chi cerca un impiego e insieme un incentivo a mettersi in gioco.
di 150 euro al mese (in grado di raggiungere anche gli incapienti sotto forma di assegno)
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Più lavoro. E più qualità del lavoro.
Scuola e lavoro: oggi troppo lontani, domani sempre più vicini Se molti giovani sono disoccupati è anche perché oggi, in Italia, la transizione tra scuola e lavoro è più lunga che in tutti gli altri paesi europei. Ecco perché, accanto a quanto fatto finora col Jobs act e con la Buona scuola, disegneremo anche in Italia, come già esiste da tempo in Francia, Germania e nei paesi del Nord Europa, un canale formativo professionalizzante che si sviluppi, in maniera integrata con il nostro sistema d’istruzione, a livello secondario e terziario. Sarà un percorso con pari dignità rispetto all’offerta accademica, con percorsi di studio meno teorici e più pratici, e con un finanziamento stabile. Nei prossimi cinque anni per il settore manifatturiero si stima un bisogno di 272 mila nuovi addetti, molti dei quali periti e laureati tecnico-scientifici. La via verso la qualità del lavoro passa anche dal saper intercettare questa domanda. Per questo, a livello di scuola secondaria: realizzeremo un
sistema di orientamento per famiglie e ragazzi, che parta almeno dalle medie (un alunno
su tre dichiara di aver sbagliato scuola e il tasso di abbandono degli studi, seppur in calo, è ancora al 13,8%); potenzieremo la via italiana al sistema duale rafforzando il legame tra sistema di istruzione, formazione professionale e mondo del lavoro (oggi circa 13 assunzioni su 100 non si concretizzano per mancanza del candidato in possesso delle competenze richieste); sosterremo il processo di diffusione dell’apprendistato formativo, ridisegnato dal Jobs act, e rafforzeremo il sistema di Istruzione e formazione professionale (Iefp). L’obiettivo è puntare di più su didattica laboratoriale e alternanza, in linea con le esigenze di Impresa 4.0. A livello di studi post-diploma: investiremo sugli Its, gli Istituti tecnici superiori, l’unico segmento formativo terziario professionalizzante. Gli Its hanno un tasso di occupabilità superiore all’80%, ma sono ancora una realtà di nicchia: circa 9 mila studenti a fronte degli oltre 700 mila della Germania. Nel corso di questa legislatura abbiamo più che triplicato i fondi a disposizione. Serve, adesso, un salto in avanti: nel corso della prossima legislatura, dobbiamo arrivare a 100 mila studenti.
Più valore (e più welfare) per il lavoro autonomo La politica, in questi ultimi anni, si è finalmente occupata del lavoro autonomo, innanzitutto depurandolo dalle forme elusive largamente diffuse prima dell’introduzione del Jobs act. Con la legge 81/2017 (il Jobs act del
lavoro autonomo) abbiamo sanato una frattura storica nel mondo del lavoro, riconoscendo finalmente diritti e valore ai professionisti, vecchi e nuovi, che sono una risorsa fondamentale e un motore d’innovazione per il Paese. Abbiamo aperto loro l’accesso ai fondi
strutturali europei, introdotto un nuovo regime fiscale forfettario, abbassato l’aliquota previdenziale dal 33% al 25%. Intendiamo continuare su questa strada. Vogliamo completare la misura degli 80 euro, che abbiamo introdotto per i lavoratori dipendenti, estendendola alle partite Iva nella stessa fascia di reddito. Vogliamo abolire l’unicum tutto italiano della
doppia tassazione sui contributi pagati dai professionisti e aumentare le tutele di welfare allargato offerte dalla gestione separata e dalle casse previdenziali. Anche i lavoratori autonomi con significativi cali di reddito devono poter usufruire di ammortizzatori sociali, per far fronte alle difficoltà. Vogliamo creare un modello di società tra professionisti conveniente e competitivo, per favorire la specializzazione e l’aggregazione professionale. Voglia-
mo tutelare l’equo compenso, dando seguito ai parametri previsti dal decreto fiscale del 2017. Per tutti devono essere resi più rapidi i tempi di
incasso, anche attraverso l’abbattimento dei tempi della giustizia con l’estensione del rito del lavoro.
Premi di produttività e welfare contrattuale La stagnazione della produttività è la madre di tutti i problemi della nostra economia. Per aggredirla dobbiamo azionare le due leve che abbiamo già richiamato: competenze e investimenti. Lo Stato deve fare la sua parte continuando un percorso di riforme strutturali che accompagnino lo sforzo di riconversione delle nostre imprese. Tocca a loro cambiare le cose, investendo in tecnologia, ma noi possiamo dare una mano: nella scorsa legislatura abbiamo detassato i premi di produttività, con il risultato che 20 mila aziende e quasi 5 milioni di lavora-
tori oggi hanno in media un premio di produttività di quasi 2 mila euro a testa: un risultato,
tra l’altro, che la flat tax del centrodestra azzererebbe, cancellando la tassazione di favore. Dobbiamo rafforzare questo percorso di decentramento contrattuale, che favorisce lo scambio virtuoso tra produttività e aumenti salariali. Abbiamo anche favorito il welfare aziendale, dando la possibilità di utilizzare il premio di produttività in servizi, quali i rimborsi per le spese del lavoro domestico, della badante o dell’asilo, o per la previdenza e la sanità integrativa. Un terzo delle 20 mila aziende che hanno fatto accordi con i sindacati sul salario di produttività hanno 7
Più lavoro. E più qualità del lavoro. previsto anche forme diverse di welfare aziendale. Il prossimo obiettivo è estendere il welfare di secondo livello anche al settore pubblico. Vogliamo, inoltre, rafforzare gli strumenti di partecipazione dei lavoratori. Rafforzeremo ulteriormente gli strumenti di rigenerazione delle imprese da parte dei lavoratori previsti dalla Legge Marcora.
Una rivoluzione fiscale per il sostegno alle famiglie con figli Cambia il lavoro, deve cambiare anche il fisco. Soprattutto, deve cambiare l’attenzione e la cura nei confronti delle famiglie con figli, oggi troppo poche e troppo poco considerate. Un esempio? Oggi una famiglia con redditi molto bassi non beneficia delle detrazioni per figli a carico perché non paga alcuna imposta. Così come una famiglia di lavoratori autonomi è penalizzata rispetto a una famiglia di lavoratori dipendenti. Non è giusto. Non esistono famiglie di serie A e di serie B. Per questo, vogliamo superare gli strumenti esistenti per introdurre un unico sostegno universale alle famiglie. Una famiglia, un assegno:
per tutti. Una misura fiscale unica (in grado di raggiungere anche gli incapienti sotto forma di assegno) che preveda 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni. Per
tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito, da zero fino a 100 mila euro all’anno. In questa grande operazione fiscale di sostegno alle famiglie italiane investiremo 9 miliardi di euro. Tutti riceveranno di più, con un beneficio netto che per molti sarà superiore a 80 euro mensili, ma ci sarà comunque una clausola di salvaguardia per cui nessuno potrà ricevere meno dell’attuale sistema di assegni e detrazioni. I risultati saranno tangibili e semplici per tutti. Per esempio, una famiglia con un solo reddito da lavoro dipendente di 35 mila euro all’anno e con due figli a carico minorenni avrà 1.400 euro di reddito disponibile in più.
Il sostegno fiscale alle famiglie è importante, ma non basta. Con il Jobs act, abbiamo introdotto strumenti normativi che favoriscono la conciliazione tra scelte familiari e lavoro. Un altro passo in questa direzione sarà quello di rendere obbligatoria la concessione del lavoro agile (smart work) per la fase di rientro al lavoro dopo la maternità. Ed
estendere per sempre a 10 giorni il congedo obbligatorio per i padri. Ma serve di più dal lato dei
servizi. Per questo, intendiamo allargare l’offerta pubblica di asili e riordinare il complicato sistema di sussidi per la famiglia oggi presente nel nostro Paese, affinché entrambi i genitori possano tornare tranquillamente al lavoro dopo la nascita dei figli. Agendo sia dal lato dell’offerta che della domanda di servizi. Copriremo i costi dei servizi
di cura nei primi anni di vita dei bambini. Istituendo un
unico strumento di durata triennale di 400 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni, che possa essere speso per la retta dell’asilo nido o per il rimborso delle spese di baby sitter. Il
tutto, riaccorpando gli strumenti oggi esistenti, per un costo di 1,1 miliardi. Offriremo anche un sostegno economico alle madri che vogliono tornare subito al lavoro. Oggi le mamme,
dopo la fine della maternità obbligatoria, possono restare a casa con una retribuzione pari al 30% dello stipendio per 6 mesi. Questo beneficio spetterà, sotto forma di buono per le spese di cura, anche alle donne che tornano a lavorare. Con un costo di 600 milioni di euro. Al
momento di registrazione della nascita, l’ufficiale di stato civile avrà l’obbligo di informare le famiglie su questo schema unitario di agevolazioni. Questi strumenti, e altri trasferimenti vincolati all’acquisto di servizi alla famiglia e alla persona, confluiranno in un’unica “carta universale”, che renderà semplice e trasparente il loro utilizzo per le famiglie. E favorirà l’emersione del sommerso e la professionalizzazione dei servizi. Una carta universale (e digitale) che permetterà di pagare direttamente la retta dell’asilo comunale o una baby sitter assunta regolarmente. Si tratta di una strategia ambiziosa, ma nell’ordine di grandezza dell’intervento più importante sul versante Irpef che abbiamo realizzato nella scorsa legislatura, gli 80 euro ai redditi medio bassi. Non promettiamo più di quanto abbiamo già realizzato. Indicando due priorità chiare: natalità e occupazione femminile. Perché nei paesi dove le donne lavorano di più si fanno anche più figli. Il centrodestra propone due riforme fiscali incentrate sul principio della flat tax, quella di Forza Italia e quella della Lega, entrambe dal costo di 60 miliardi di euro, la seconda palesemente incostituzionale. Nel primo caso, il 33% del beneficio di questo enorme ammontare di risorse avvantaggia il 5% dei contribuenti più ricchi. Nel secondo caso, il 40% del beneficio avvantaggia il 5% delle famiglie più ricche. L’Italia è appena uscita da una crisi che ha colpito duramente il ceto medio e allargato le diseguaglianze. Siamo sicuri che la priorità giusta siano i contribuenti più facoltosi e per un tale ammontare? Noi pensiamo di no. Pensiamo che la priorità siano le famiglie.
Fisco e politica industriale dalla parte della crescita Usare la leva fiscale per favorire l’innovazione, la ricerca, la riconversione tecnologica e la trasformazione ecologica 8
Più lavoro. E più qualità del lavoro. del nostro tessuto produttivo e industriale, riducendo la pressione fiscale su chi crea valore aggiunto: sono state queste le stelle polari della nostra azione sul fisco nella legislatura appena trascorsa. Missione compiuta: l’economia è ripartita e la pressione fiscale è scesa di tre punti in quattro anni. Ma non basta. Il fisco deve essere parte di un più complessivo piano industriale per il Paese. Nei prossimi anni le economie avanzate dovranno raccogliere la sfida di una tumultuosa innovazione tecnologica che mette in discussione i vecchi modelli produttivi, l’organizzazione del lavoro e del nostro sistema di welfare. Se l’Italia non saprà essere all’altezza di questa sfida potremmo dover assorbire un secondo shock sistemico come quello vissuto nella prima fase della globalizzazione. Dobbiamo governare il cambiamento. Nella prossima legislatura: • completeremo la riduzione
della pressione fiscale sulle imprese, grandi e piccole, portando l’aliquota Ires al 22% (l’abbiamo già portata dal 27,5% al 24%) e assicurando alle imprese individuali un’uguale tassazione attraverso l’introduzione dell’Iri con aliquota al 22%;
• aumenteremo la deducibilità dell’Imu pagata sugli immobili da imprese, commercianti, artigiani e professionisti; • r afforzeremo il Piano Impresa 4.0 renden-
do stabile e strutturale il credito di imposta alla ricerca e sviluppo, prevedendo una riduzione graduale dell’iper ammortamento per poi introdurre strutturalmente un’accelerazione della deducibilità fiscale degli investimenti produttivi (chi investe sul futuro deve poter dedurre più velocemente i costi).
La creazione di posti di lavoro stabili e di qualità passa attraverso uno sforzo di riqualificazione competitiva del nostro tessuto produttivo. Innovazione, investimenti, sostenibilità ambientale sono le chiavi per creare sviluppo. Nonostante la ripresa, rimane ancora molto da fare per migliorare la competitività e la produttività, qualificando crescita e occupazione. Il rapporto tra esportazioni e Pil rimane inferiore di circa 20 punti rispetto a quello tedesco. La produzione industriale deve ancora recuperare almeno 15 punti percentuali. La globalizzazione e la quarta rivoluzione industriale sono sfide di enorme portata, di fronte alle quali il sistema produttivo italiano si presenta con una parte (circa il 20%) di imprese in salute e fortemente competitive sui mercati globali e una parte che sta facendo invece fatica a stare al passo. Occorre una politica industriale in grado di aiutare le imprese a collocarsi nella prima categoria, ampliando il bacino delle nostre realtà competitive con effetti moltiplicativi su indotto
ed economia dei servizi. Promuovendo al contempo con strumenti mirati il rilancio e la riconversione di quelle realtà che rimangono indietro, come stiamo facendo anche in settori in cui si pensava che l’Italia non potesse più essere competitiva, come nel caso dell’Alcoa in Sardegna. Nel recupero del gap di export, produzione e investimenti, per non parlare di una migliore messa a frutto del nostro turismo e patrimonio culturale, e nell’innovazione verde sta tutto il nostro enorme potenziale di crescita. A tal fine, creeremo anche un fondo di re-industrializzazione per assorbire gli shock della globalizzazione e del progresso tecnologico, razionalizzando i fondi esistenti che il Ministero dello sviluppo economico sta facendo uscire da una logica “a bandi” e chiedendo anche una partecipazione alle imprese. Un fondo unico che accompagni imprese e lavoratori colpiti da un difficile sforzo di riconversione.
Oltre Equitalia: una patente fiscale e meno prelievi In un Paese che vuole essere inclusivo e garantire benessere a tutti, le tasse non possono essere eliminate, perché servono a redistribuire ricchezza e opportunità. Però possono essere ridotte, se eccessive. E pagare deve diventare più semplice. Il rapporto fra fisco e contribuente deve avere come principio fondamentale la pari dignità fra i due soggetti. Nella scorsa legislatura abbiamo lavorato su questo. Tra tante cose, sono state ampliate e rafforzate le possibilità di dialogo, con gli accordi preventivi per le imprese, con il riordino delle procedure di interpello e l’introduzione di un meccanismo per favorire la prevenzione e la risoluzione delle controversie in materia fiscale con l’adempimento collaborativo. Le sanzioni sono state ridotte in caso di ravvedimento operoso, di dichiarazione infedele e di errori di competenza. Il contribuente ora può, a proprio favore, integrare la dichiarazione o chiedere l’immediata esecutività di una sentenza. L’obiettivo che ci poniamo per la prossima legislatura è duplice: ridurre il numero di adempimenti fiscali al minimo indispensabile, allineandoli con quelli che la gestione del bilancio familiare o aziendale chiede a ogni buon padre o madre di famiglia. E spingere il fisco a fornire lo strumento più semplice e meno costoso per poter rispettare l’adempimento: moltiplicando i canali di contatto, come è stato fatto per la riscossione. O sostituendosi in tutto o in parte al contribuente stesso, grazie alle informazioni già in suo possesso. Il punto di partenza è l’innovazio-
ne più importante che abbiamo introdotto, la dichiarazione precompilata, che vogliamo
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Più lavoro. E più qualità del lavoro.
migliorare sempre più ed estendere, su opzione, anche ai lavoratori autonomi e ai micro imprenditori, assimilandoli ai lavoratori dipendenti e abolendo la ritenuta d’acconto. La
fatturazione elettronica sarà introdotta gradualmente in modo da semplificare vita e lavoro di cittadini e aziende. E anche la fatturazione alla pubblica amministratore dovrà essere semplificata. Vogliamo estendere la trasmissione telematica dei corrispettivi e sostituire con essa la tenuta dei registri Iva e contabili delle imprese che sceglieranno di lasciarli tenere al fisco. Vogliamo ampliare la digitalizzazione dei servizi e collegare meglio le banche dati, per non chiedere informazioni già in possesso del fisco. Abbiamo chiuso Equitalia perché era giunto il momento di voltare pagina, di semplificare, di tirare una linea col passato e stringere un nuovo patto fiscale con gli italiani. La riorganizzazione delle agenzie fiscali rappresenta il cardine di quello che c’è da fare. Ecco le nostre proposte per continuare lungo questo percorso: • introdurre una “patente fiscale” a punti con
una serie di vantaggi, tributari e non, per i contribuenti che pagano correttamente le tasse (per loro introdurremo una serie di meccanismi
premiali, come – per esempio – l’eliminazione delle sanzioni per il primo errore o la rateizzazione e dilazione di pagamento su semplice richiesta, senza garanzie); • accorpare 20 prelievi, dei 90 attuali, in imposte esistenti, perché le tasse oggi non sono troppe solo per importo ma anche per numero; • rafforzare i servizi delle agenzie fiscali, fornendo una consulenza mirata per tipo di contribuenti (persone fisiche, Pmi, grandi contribuenti) in modo da risolvere dubbi interpretativi e incertezze applicative; • regolare la produzione delle norme tributarie, concentrandole in un atto annuale, prevedendo un lasso di tempo per consentire a tutti di adeguarsi; • dare maggiore certezza del diritto, riordinando le norme tributarie sparse in quasi 800 leggi e regolamenti fino a farle confluire in un Codice dei tributi; • riformare la giustizia tributaria, oggi intasata di ricorsi, per dare agli italiani una giustizia autorevole, imparziale, efficiente. In particolare, vogliamo superare giudici onorari e part time, processi talora sommari e sentenze talora sbrigative; vogliamo fare posto a giudici selezionati per questo lavoro e dediti a esso a tempo pieno, come professione esclusiva. E vogliamo diminuire il numero di processi, favorendo la mediazione e la conciliazione e disincentivando i ricorsi pretestuosi. La necessità di combattere l’evasione fiscale per noi è stata e rimarrà una priorità assoluta. I risultati di questi anni confermano che l’incrocio delle banche dati e l’in-
novazione tecnologica possono fare molto di più di un approccio muscolare e scenico valido solo per qualche servizio ai telegiornali, ma non per ridurre l’evasione.
L’Italia ha svolto un ruolo attivo nell’ambito del contrasto all’evasione ed elusione fiscale internazionale, non solo aderendo allo scambio automatico di informazioni, ma collaborando attivamente alla costruzione del sistema stesso. I governi a guida PD si sono distinti a livello UE per il ruolo di impulso su temi come la tassazione dell’economia digitale e il contrasto all’elusione fiscale. Dopo aver raggiunto la cifra
record di risorse recuperate nel 2017, pari a quasi 25,8 miliardi (di cui 5,7 da riscossione di contributi, tributi locali ed entrate di enti vari), un obiettivo credibile per la prossima legislatura è quello di raggiungere i 30 miliardi. Il punto di partenza di quest’azione di contrasto
all’evasione risiede nel completamente della riforma delle agenzie fiscale e negli interventi ricordati sopra. Il modello del “pagare tutti, pagare meno” che in Italia ha trovato la prima applicazione concreta con la nostra riforma del canone potrà non solo ridurne ulteriormente il costo, ma anche dimostrare che un fisco diverso è possibile. Il no-
stro obiettivo è sviluppare un modello fiscale che valorizzi il contrasto d’interesse, nella logica veicolata dal messaggio “scaricare tutto, scaricare tutti”.
Green economy Qualità e bellezza sono alla base della nostra economia, fanno parte della natura più profonda del modello italiano. Ecco perché l’unico sviluppo possibile per l’Italia passa dalla tutela e valorizzazione dell’ambiente. La green economy è la naturale alleata di un utilizzo efficiente di materie prime ed energia ma anche dell’innovazione e dell’hi-tech. È una reazione di sistema, una missione produttiva che molte nostre imprese portano avanti coraggiosamente ogni giorno, senza incentivi pubblici o sovvenzioni. Una spinta che proviene dal basso: sta a noi intercettarla e ridarle slancio. Perché bellezza e ambiente, cultura e innovazione sono in realtà facce della stessa medaglia. Un’Italia che fa l’Italia può divenire un grande aggregatore dei talenti migliori, un catalizzatore di energie che uniscono il Paese, i suoi territori, le sue imprese e le sue comunità. Si tratta di una scelta coraggiosa, perché si basa su investimenti a lungo termine. E vincente, perché produce lavoro. Vincente per le imprese, che investendo diventano più sostenibili e più competitive. E vincente per il Paese, che nell’economia circolare può riscoprire antiche vocazioni, come quella al riciclo e all’uso efficiente delle risorse, e insieme trovare un modello produttivo che gra10
Più lavoro. E più qualità del lavoro. zie all’innovazione, alla ricerca e alla tecnologia ne rafforzi identità e tradizioni. Questa qualità tutta italiana ha oggi delle opportunità in più, perché intercetta novità che si stanno diffondendo globalmente: nuovi stili di vita e di consumo fatti di maggiore sobrietà e condivisione. Dalla lotta al dissesto idrogeologico al sostegno all’agricoltura bio, dal sostegno alle agroenergie al potenziamento della differenziata e dei sistemi di riciclo, fino alla riduzione delle emissioni e alla lotta alla cementificazione selvaggia, per noi la parola chiave è sostenibilità integrale. Perché sulla sostenibilità ambientale una forza riformista e democratica come il Partito Democratico si gioca gran parte della propria credibilità. Una sostenibilità che passa in primis dalla rigenerazione delle nostre città e dalla riqualificazione dei nostri territori, con modalità innovative che puntino all’elevato valore ecologico, alla qualità, alla vivibilità e all’inclusione sociale. Tutte le nostre proposte, dal fisco alla politica industriale, dalle politiche energetiche all’agroalimentare, dalla rigenerazione urbana alla mobilità, puntano su questo cambio di paradigma dettato dall’economia verde. È anche il cambiamento climatico a imporci un mutamento di paradigma, nel solco degli obiettivi sostenibili 2030 delle Nazioni Unite e dell’accordo di Parigi sul clima. Su questo terreno di politica economica, il Partito Democratico è stato in prima fila e continuerà a esserlo. Nel 2016 abbiamo inserito per la prima volta
nel bilancio dello Stato gli indicatori relativi al Benessere Equo e Sostenibile (Bes), al fine di valutare la qualità della vita al di là dei tradizionali indicatori economici. Una vera e propria innovazione culturale che conferma ancora una volta la centralità di questi temi nella nostra agenda. Nella prossima legislatura intendiamo portare avanti la trasformazione del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) in Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile e prevedere verifiche della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile con cadenza annuale. Su questa strada, l’approvazione di una legge per le società benefit è stato un importante provvedimento adottato nella legislatura appena conclusa, che ha posto l’Italia in prima linea nel panorama internazionale. Ci impegniamo a promuovere la loro diffusione, creando un registro ufficiale e partecipando come capofila alle azioni, nell’ambito del programma 2030, che determinino partnership internazionali di società benefit con la finalità specifica di individuare nuovi e proficui modelli del fare impresa. Perché una crescita non sostenibile non è crescita.
Energia: sostenibilità uguale competitività La Strategia energetica nazionale (Sen), adottata con il contributo determinante del Partito Democratico, contiene le linee direttrici della politica energetica italiana dei prossimi anni. Le direttrici per il 2050 si muovono verso obiettivi ambiziosi e nella prospettiva di un sistema energetico indipendente dai combustibili fossili, sostenibile per l’ambiente, competitivo dal punto di vista economico e più sicuro. La Sen prevede un incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili, con l’obiettivo minimo di una penetrazione totale sui consumi almeno al 28% nel 2030 e una percentuale di elettricità da fonti rinnovabili pari almeno al 55%. Nell’azione di penetrazione delle rinnovabili saranno centrali gli sviluppi delle tecnologie più mature (fotovoltaico ed eolico), nonché i rifacimenti e i potenziamenti degli impianti esistenti così da limitare il consumo di suolo. Lo sviluppo della produzione di energia rinnovabile va di pari passo con la cessazione della
produzione di energia elettrica da carbone nel 2025 e il rafforzamento della rete elettrica per mi-
gliorarne la resistenza, la flessibilità e la sicurezza, rafforzando le connessioni con l’estero e la distribuzione locale. Tutto questo dovrà essere accompagnato da processi di riconversione ed evoluzione dell’occupazione qualificata nel settore. In termini economici, due rimangono gli obiettivi principali: ridurre i prezzi dell’elettricità, rispetto alla media UE, e azzerare il differenziale di prezzo all’ingrosso tra il gas italiano e quello del Nord Europa. Per il gas, che riveste un ruolo importante nella fase di transizione, sarà importante migliorare le infrastrutture di interconnessione accrescendo nel contempo la sicurezza degli approvvigionamenti. Occorre rendere veramente competitivo il mercato elettrico e del gas, dando piena attuazione a quanto previsto dalla recente legge sulla concorrenza, con un consumatore consapevole in grado di operare in un mercato trasparente e di facile accessibilità, anche grazie alla standardizzazione delle offerte e alla comparabilità dei prezzi, con una regolamentazione tesa a far sì che la maggiore concorrenzialità si traduca in una vera riduzione delle tariffe. Dobbiamo incidere con ancora più forza sulla riduzione del costo dell’energia per le imprese, con particolare riguardo a quelle piccole e medie, in linea con quanto fatto con la recente revisione della normativa sulle imprese ad alti consumi elettrici, operando per ridurre le componenti fiscali e parafiscali che oggi gravano sulle bollette ed estendendo l’intervento anche ai consumi di gas. Gli
obiettivi di decarbonizzazione e sostenibilità ambientale vanno tenuti insieme a quelli di miglioramento della competitività della
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Più lavoro. E più qualità del lavoro.
nostra industria. È possibile farlo: la competitività
dell’industria del futuro sarà sempre più determinata dalla sua sostenibilità. Sul fronte della mobilità sostenibile e della diffusione del vettore elettrico occorre accelerare la transizione verso modalità di trasporto meno inquinanti, promuovendo una mobilità privata e collettiva sempre più sostenibile. Occorre anche una decisa svolta sul fronte dell’efficienza energetica tanto nel settore privato quanto nella Pubblica amministrazione, con particolare attenzione all’edilizia residenziale e pubblica. In questi anni, abbiamo
fortemente rafforzato gli incentivi fiscali per la riqualificazione energetica e sismica dei condomini, introducendo con la Legge di bilancio 2018 detrazioni fino all’85 per cento. Nella prossima legislatura intendiamo estendere a
tutti i contribuenti la piena cedibilità del credito fiscale anche a banche e intermediari finanziari, per favorire interventi di rigenerazione a partire dai condomini delle nostre periferie, con effetti positivi su ambiente, sicurezza sismica e attività edilizia.
Credito: puntare sull’innovazione per costruire il futuro Il mondo del credito sta cambiando alla velocità della luce e l’Italia non può rimanere indietro. Va promosso un grande sforzo di potenziamento del Fondo centrale di garanzia per incrementare i finanziamenti garantiti alle piccole e medie imprese con l’obiettivo di arrivare a una copertura per almeno 50 miliardi di finanziamenti per loro. Dobbiamo rafforzare, specie nella creazione delle infrastrutture, il modello di partnership pubblico-privato e vanno velocizzate le procedure attraverso un ulteriore snellimento dei processi di escussione delle garanzie e monetizzazione dei collaterali in via stragiudiziale, nel segno di quanto già fatto nella scorsa legislatura e all’interno di un quadro di garanzie ben definito per il debitore insolvente. Vanno potenziati i canali alternati-
vi al finanziamento bancario: l’accesso alla borsa, il ricorso ai mini bond, le piattaforme di crowdfunding e peer-to-peer lending spingendo l’innovazione fintech e canalizzando una
parte del nostro cospicuo risparmio privato verso impieghi nell’economia reale italiana, estendendo tra l’altro i Piani individuali di risparmio (Pir) anche ad altre piccole aziende operanti in settori ad alto valore tecnologico o ambientale. Infine, non è più rinviabile una forte iniziativa sul venture capital per fare in modo che le tante startup che nascono in Italia trovino i capitali per poter crescere e avere successo.
Banda ultra larga, alta velocità e piste ciclabili: ecco le nostre grandi opere Bisogna tornare a investire in infrastrutture. Se vogliamo garantire una politica industriale moderna le reti devono rappresentare quello che rappresentò l’autostrada del sole nel dopoguerra, unendo Nord e Sud. Prima di tutto, dando corso e accelerando il piano Banda ultra
larga sulle cosiddette aree bianche e grigie dove ancora il 70% delle nostre imprese non trova una adeguata copertura di rete ad alta velocità di connessione, così come sul 5G e sul-
le reti di connettività a 1 gigabit per secondo nelle aree metropolitane. D’altro canto occorre tornare a investire in infrastrutture materiali abilitando progressivamente le nuove forme di mobilità e trasporto sempre più elettrico, intelligente e interconnesso. Dopo l’inaugurazione della Variante di valico e il completamento della nuova autostrada Salerno-Reggio Calabria occorre proseguire lo sforzo di riduzione del gap infrastrutturale del nostro Paese e soprattutto nel Mezzogiorno con particolare attenzione alla rete ferroviaria e stradale, ma anche con interventi su acquedotti, aeroporti e piattaforme intermodali e logistiche.
La cura del ferro, dell’acqua, dell’aria e della bicicletta, per la mobilità di domani Si afferma sempre più l’idea, in un’epoca di cittadinanza globale, che quello alla mobilità sia un diritto fondamentale di ogni cittadino. Le politiche per la mobilità e i trasporti devono investire campi diversi, dalla mobilità urbana ai corridoi europei e intercontinentali, avendo però obiettivi comuni: consentire a cittadini e imprese di muoversi meglio, riducendo gli impatti sull’ambiente, riducendo gli squilibri territoriali generati da alcuni grandi progetti infrastrutturali e promuovendo l’innovazione tecnologica. La legislatura si è chiusa con un rendiconto positivo, sia in termini di programmazione e legiferazione, quanto per realizzazione di opere e investimenti. La scelta strategica è stata quella di puntare sulla mobilità sostenibile, dalla quale non si torna indietro. Porti, aeroporti, logistica, ferrovie, strade, trasporto pubblico locale e piste ciclabili: tutto è stato sottoposto a una profonda opera riformatrice. Ci sono tuttavia ancora molti ritardi da colmare. La dotazione infrastrutturale per il trasporto rapido di massa delle nostre città rimane insufficiente. Dal confronto della dotazione italiana di infrastrutture ferroviarie con quella dei paesi europei più avanzati, i nostri ritardi sono 12
Più lavoro. E più qualità del lavoro. evidenti. Madrid può contare su una rete metropolitana integrata più estesa di quella di tutte le città italiane sommate. Una dotazione infrastrutturale insuf-
ficiente si traduce in un sistema di mobilità basata principalmente sull’auto privata, non più sostenibile. L’Italia è il paese europeo con il tasso di motorizzazione privata più alto, con oltre 600 autoveicoli ogni 1.000 abitanti
e, non a caso, il paese europeo con il più alto numero di decessi prematuri in rapporto alla popolazione residente per inquinamento atmosferico, soprattutto nelle città. Una mobilità urbana inquinante e congestionata comporta notevoli disagi per i cittadini e genera costi diretti e indiretti elevati per l’economia. In secondo luogo, l’onda lunga delle negatività della legge obiettivo deve ancora essere superata. Grazie allo strumento del project review si possono finalmente completare le opere rimaste sospese per anni. Per il futuro, è necessario immaginare e progettare una nuova stagione infrastrutturale che si fondi su tre grandi assi: quello ferroviario, quello marittimo e quello ciclabile. • La cura del ferro: dal 2014 è iniziata una strategia di ammodernamento delle reti ferroviarie, con particolare attenzione al trasporto regionale, a cui è stata destinata più della metà degli investimenti programmati per il periodo 2015-2018. A questo si affianca il progetto di rinnovo del parco dei treni pendolari, che permetterà di migliorare il livello di servizio e ridurre, entro il 2024, l’età media della flotta, dagli attuali 20 a 10,6 anni. Per il trasporto cittadino sono stati realizzati 27,4 km di nuove metropolitane, 35 nuove stazioni, 31,8 km di rete tramviaria e 67 nuove fermate. Occorre continua-
re su questa strada, potenziando le linee esistenti, completando quelle in esecuzione ed estendendo la rete di trasporto. In particolare, dobbiamo completare l’alta velocità ferroviaria, velocizzando la linea adriatica e quelle del Sud Italia e realizzando i tratti Napoli-Bari, Catania-Palermo e Milano-Venezia.
• La cura dell’acqua: il Piano nazionale della portualità e della logistica ha portato al superamento di logiche campanilistiche. Ora va migliorato il tema “dell’ultimo miglio” attraverso la riqualificazione e il miglioramento dell’accessibilità marittima degli scali e il potenziamento delle banchine. • La cura dell’aria: ogni anno più di 160 milioni di persone passano dagli aeroporti italiani: un incremento di passeggeri del 50% rispetto al 2014, frutto anche di investimenti in crescita in tutti gli scali italiani. L’opera di connessione su rotaia degli aeroporti, già avviata, dovrà proseguire, al pari del potenziamento del settore cargo
aereo. Nuovi investimenti, infine, saranno prodotti dalla costituzione delle reti aeroportuali regionali e dalla gestione integrata delle stesse. • La cura della bicicletta: bisogna promuovere la ciclabilità e la mobilità dolce sia in ambito urbano che extraurbano. Occorre continuare l’investimento fatto
per 1.500 km di piste ciclabili prevedendo bandi per lo sviluppo di progetti di ciclabilità con itinerari sovracomunali che sviluppino sistemi intermodali di trasporto. In particolare vanno incentivati i percorsi ciclabili casa-scuola in ambito urbano.
Concorrenza: aprire i mercati per aumentare le opportunità Noi vogliamo un’Italia in cui la carriera e la posizione sociale dipendano dal merito e dal talento personale, non dall’anzianità, dall’appartenenza a una corporazione o dal censo. La concorrenza serve per favorire il riscatto di chi è rimasto indietro. Una politica coraggiosa di riforme e liberalizzazioni fa parte della nostra storia: nei settori dei servizi (trasporti, logistica, energia) e delle professioni rimangono ancora regolamentazioni finalizzate a proteggere gli operatori esistenti, che spesso ereditano la propria posizione o le risorse necessarie per avviarla, a scapito di chi sta fuori. Nei settori dell’energia, delle
telecomunicazioni e dei trasporti bisogna creare le condizioni per una vera competizione a vantaggio dei consumatori: solo dall’effettiva libertà di scelta e dal contrasto agli abusi possono derivare prezzi più bassi e una migliore qualità dei prodotti. Nei servizi pubblici
locali si è già intervenuti con un piano di razionalizzazione delle troppe partecipate: adesso bisogna proseguire mettendo al centro la qualità dei servizi e le esigenze dei cittadini. Parlare di liberalizzazioni significa anche guardare ai nuovi mercati e alle enormi potenzialità che l’economia digitale può creare in un Paese come il nostro, caratterizzato dalla presenza di una pluralità di piccole imprese spesso dinamiche e innovative.
Le sfida del turismo digitale e diffuso Il turismo è un’opportunità imprescindibile per lo sviluppo economico e sociale italiano, in particolare per il Mezzogiorno. Ha un peso determinante sul Pil e sull’occupazione ed è un settore in forte crescita, ad alta intensità di occupazione e capace di generare risorse localmente. Un’opportunità che l’Italia deve sfruttare facendo leva sui suoi numerosi punti di forza. Oltre il 70% dei turisti italiani e 13
Più lavoro. E più qualità del lavoro. quasi il 90% dei turisti stranieri che vengono nel nostro Paese utilizza il web per pianificare l’itinerario e decidere dove alloggiare e più della metà degli stranieri prenota online anche gran parte delle attività di visita e svago. L’intera filiera deve quindi sviluppare competenze e sistemi che permettano la promozione digitale dei propri prodotti. Una promozione in grado di distinguere tra i grandi magneti turistici – luoghi che attraggono milioni di visitatori – e il patrimonio distribuito sul territorio, meno noto e meno accessibile. Le priorità sono la destagionalizzazione dei flussi, l’aggiornamento delle procedure di prenotazione e l’offerta di itinerari che coinvolgano le destinazioni minori per allungare il soggiorno medio, distribuendo il beneficio economico a tutti. La capacità ricettiva italiana è al contempo vasta e male utilizzata: contiamo oltre un milione di stanze d’albergo con un’occupazione media inferiore del 5-10% rispetto a Francia e a Spagna e 6,5 milioni di seconde case, inutilizzate per lunghi periodi. Il patrimonio alberghiero è troppo spesso obsoleto, orientato alla fascia bassa del mercato e talvolta gestito con competenze limitate. Per questo, obiettivo della prossima legislatura sarà quello di incentivare la riqualificazione
e ristrutturazione degli immobili alberghieri, attraverso agevolazioni come l’iperammortamento del Piano Impresa 4.0.
Diamo più forza al Mezzogiorno che riparte Colmare il divario tra Nord e Sud e garantire uguali opportunità ai cittadini delle diverse aree del Paese è la condizione per una ripresa duratura dello sviluppo. Il Mezzogiorno è il luogo dove attivare il potenziale di crescita inespresso e accelerare la ripresa: ce lo insegna la storia d’Italia, ce lo suggerisce l’attualità. Il Sud è uscito finalmente dalla crisi, la più lunga del dopoguerra. Come certificano i rapporti Svimez, nel 2016 per il secondo anno consecutivo la sua economia ha fatto registrare un tasso di crescita maggiore rispetto a quello del Centro-Nord, con buone prospettive che i primi dati disponibili confermano per il 2017 e che nelle previsioni si prospettano anche per il 2018. Il mercato del lavoro ha registrato segnali di ripresa che hanno consentito di recuperare negli ultimi tre anni 300.000 posti di lavoro. Investimenti, produzione industriale ed esportazioni crescono a tassi significativi, seppure con dinamiche regionali differenziate. Indicatori positivi che sono il segno della vivacità di imprese e lavoratori, ma anche il frutto delle politiche avviate dai nostri governi. Politiche che hanno configurato una strategia coerente per ricostruire e allargare la base produttiva: dagli investimenti pubblici in infrastrutture, am-
biente e cultura contenuti nei Patti per il Sud – oltre
un terzo degli interventi sono già in esecuzione (8,8 miliardi di euro) o in corso di affidamento (5,2 miliardi) – fino al credito d’imposta per i
nuovi investimenti (4 miliardi di investimenti generati nel 2017), dal sostegno all’imprenditorialità giovanile (“Resto al Sud”) e innovativa ai grandi contratti di sviluppo, dal prolungamento degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni all’istituzione delle Zone economiche speciali nelle principali realtà portuali e retroportuali. Quest’ultimo è uno strumento che, attraverso le facilitazioni fiscali e le semplificazioni amministrative, può raggiungere risultati importanti per attrarre investimenti, consolidare il tessuto produttivo e favorire l’internazionalizzazione, anche sfruttando le opportunità fornite dalla “Nuova Via della Seta”. Senza dimenticare strumenti come Impresa 4.0 e la leva energetica, opportunità straordinarie per il rilancio del manifatturiero. Certo, le ferite della Grande Recessione non si possono dire sanate: il gap di prodotto e occupazione rispetto al resto del Paese e dell’Europa resta ancora ampio e il lavoro è sì ripartito ma resta distante dai livelli, già non soddisfacenti, degli anni pre-crisi. Sono purtroppo ancora elevati i divari sociali, generazionali e di genere, di sapere, cittadinanza e opportunità. La ripresa non è ancora in grado di rispondere a tutte le domande di un’emergenza sociale che resta allarmante. Tuttavia, la dinamica positiva degli ultimi anni testimonia che l’opera di rilancio che abbiamo avviato sta dando risultati: cresce la capacità degli investimenti pubblici di generare reddito e occupazione. Ecco perché dobbiamo impegnarci a cogliere fino in fondo le opportunità dei fondi UE 2014-2020 e accelerare l’esecuzione degli interventi previsti nei Patti per il Sud, anche attuando la clausola per il riequilibrio territoriale della spesa pubblica ordinaria in conto capitale, che deve garantire al Sud il 34% degli investimenti pubblici complessivi. Una clausola che consentirà alle risorse della coesione di essere realmente addizionali e aggiuntive, così da innescare una dinamica duratura di convergenza. Che cosa serve al Mezzogiorno perché base produttiva e occupazione continuino a crescere a ritmi compatibili con l’obiettivo di ridurre i divari e fronteggiare i problemi sociali? Serve ciò che serve all’Italia intera ma con alcune specificazioni: più intensità e più attenzione alle condizioni di contesto. Più intensità vuol dire, per esempio, riconoscere il peso maggiore delle diseconomie di questo territorio, anche sociali, che richiedono una declinazione specifica in termini di interventi e politiche. Vuol dire allocare risorse pubbliche in misura prevalente per il Sud come avviene per i Contratti di sviluppo. Vuol dire prevedere riserve e addizionalità per gli strumenti di politica industriale nazionale (come Impresa 4.0), poiché per ragioni strutturali le imprese del Sud hanno in partenza svantaggi che ne ren14
Più lavoro. E più qualità del lavoro. dono più complesso l’accesso. Vuol dire modulare le politiche pubbliche generali tenendo conto degli effetti differenziati nei territori, ad esempio per scuola e università. Il principale nemico del Sud resta l’assistenzialismo e la suggestione di politiche che non risolleverebbero affatto le condizioni di quest’area nel cuore del Mediterraneo, strategica per il Paese e l’Europa. Occorrono maggiore qualità, trasparenza ed efficacia della Pubblica amministrazione; un sistema giudiziario più veloce ed efficiente; un miglioramento degli standard dell’istruzione e della sanità; un rafforzamento della rete infrastrutturale, dagli aeroporti alle ferrovie, dalle strade alla intermodalità; un investimento sull’accesso alle nuove tecnologie; un welfare in grado di sostenere l’occupazione femminile; politiche del lavoro calibrate per arrestare l’emigrazione dei giovani e favorire il reinserimento di chi non lavora; un piano per arginare lo spopolamento delle aree interne. Tutti settori in cui è fondamentale una declinazione delle politiche nazionali in azioni specifiche per il Sud. Molte misure di carattere sociale, come il reddito d’inclusione, hanno una forte rilevanza per il Mezzogiorno. È questo che serve al Sud: politiche che puntino al rafforzamento del capitale umano. Dagli asili nido al tempo pieno nelle scuole, dal contrasto alla povertà educativa al diritto allo studio, fino alla formazione più avanzata. E ancora investimenti in innovazione e ricerca. Il tutto in un quadro di promozione e tutela della legalità, per sconfiggere le mafie e la corruzione. Nelle principali leve di rilancio dell’Italia, il Sud è la grande opportunità del Paese con le sue potenzialità e i suoi vantaggi competitivi: l’agroalimentare, cui ridare slancio con strumenti come la banca delle terre incolte, e la cultura, partendo da Matera capitale europea nel 2019 e dal Grande Progetto Pompei, due tra gli esempi più lampanti. Da qui dobbiamo proseguire per rilanciare in via definitiva il Sud. E farlo in una prospettiva mediterranea. Prospettiva di cui finora abbiamo subito soltanto i contraccolpi negativi, lasciando ad altri i non pochi vantaggi che potrebbero discendere dalla nostra collocazione geografica. Mettere il Sud al centro di una strategia di sviluppo nazionale è il modo per riportare l’Italia a essere protagonista nel mondo.
In sintesi, per la prossima legislatura ci impegniamo lungo queste linee di intervento: • accelerazione e sviluppo degli interventi – infrastrutture, ambiente, attrattori culturali, contratti di sviluppo – predisposti nei Patti per il Sud; • intensificazione al Sud delle principali misure di politica industriale, in particolare le misure di Impresa 4.0, e attuazione delle Zone economiche speciali;
• garanzia dell’effettiva addizionalità degli interventi della politica di coesione attraverso l’applicazione rigorosa della clausola del 34% per gli stanziamenti in conto capitale ordinario. A queste si aggiungono naturalmente le ricadute positive sul Mezzogiorno che deriveranno dalle altre misure del programma, in particolare le misure per la crescita economica e per il rafforzamento del sistema di welfare, per il contrasto alla povertà educativa nelle aree marginali, per lo sviluppo dei servizi all’infanzia e dell’università al fine di ridurre i divari territoriali.
Le tre A: agricoltura, alimentazione, ambiente Noi vogliamo lavorare ancora sulle tre “A” fondamentali per il futuro del Paese: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente, temi essenziali per la nostra sovranità e sicurezza. Orgogliosi e consapevoli della nostra unicità, del patrimonio di biodiversità unico al mondo che fa dell’Italia la patria della dieta mediterranea e il primo paese europeo per prodotti di qualità Dop e Igp. Ci muoviamo nel solco degli obiettivi sostenibili 2030 delle Nazioni unite e dell’accordo di Parigi. Quando abbiamo iniziato il nostro impegno per l’agricoltura e l’agroalimentare, il settore era ai margini dell’attenzione pubblica. In questi anni, passo dopo passo, con impegno e serietà, abbiamo invertito la rotta. Siamo stati protagonisti del successo di Expo, abbiamo raggiunto il record di export agroalimentare superando per la prima volta quota 40 miliardi di euro, abbiamo introdotto le novità dell’obbligo dell’origine della materia prima in etichetta per settori cruciali. Abbiamo azzerato Imu, Irpef, Irap agricola. Lavorato contro lo spreco alimentare. Per l’agricoltura biologica e per quella sociale. Abbiamo dato il massimo sostegno a una nuova generazione di giovani agricoltori. Siamo tornati a investire in ricerca pubblica. Abbiamo alzato il livello di contrasto alle frodi, al falso cibo, abbiamo combattuto con armi nuove il caporalato. Ora possiamo, anzi dobbiamo, fare ancora di più e meglio perché molti temi ancora devono trovare soluzione. Per l’Agricoltura. Tutelando ancora il reddito degli agricoltori, dei pescatori, dei produttori a partire dalla formazione dei prezzi e sull’equa distribuzione del valore nelle filiere, per garantire la dignità di chi produce e favorire la qualità nel lavoro agricolo. Incentivando la qualità, la multifunzionalità e una migliore organizzazione dei produttori, attraverso accordi di filiera, reti e distretti, soprattutto
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Più lavoro. E più qualità del lavoro. nelle aree rurali interne. Scegliendo la massima informazione al consumatore con l’origine trasparente su tutti i prodotti agroalimentari. Puntando sul ricambio
generazionale, sui giovani, attraverso il potenziamento di strumenti concreti come i mutui a tasso zero e una corsia preferenziale per riportare all’agricoltura terre pubbliche.
Proseguendo con determinazione sulla strada della semplificazione e della lotta alla burocrazia. Il nostro è anche un paese trasformatore con una grande industria agroalimentare, che ha bisogno di un’agricoltura più moderna e competitiva: tra settore primario e industria alimentare occorre uscire da logiche di contrapposizione per sviluppare filiere integrate e collaborative, capaci di dare maggiore garanzia su qualità dei prodotti, migliore accesso ai mercati di sbocco, maggiore tracciabilità al sevizio della sicurezza alimentare e forte trasparenza nella formazione dei prezzi. Per l’Ambiente. Davanti al cambiamento climatico in atto, servono scelte coraggiose e concrete. Come abbiamo detto, per noi la parola chiave è sostenibilità integrale.
Vogliamo puntare sulla rigenerazione urbana e difendere il suolo con la legge contro la cementificazione e con l’azzeramento dell’uso dei pesticidi entro il 2025, anche per conso-
lidare il primato europeo nel biologico. Proponiamo di investire nella salvaguardia di una risorsa cruciale come l’acqua, per rendere più efficienti invasi e acquedotti e combattere la siccità, con un Piano straordinario per abbattere del 50% le perdite idriche delle reti. Sosteniamo le agro-energie per fare degli scarti una risorsa. Oggi l’Italia produce 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui il 44% viene sottoposto a riciclo e circa il 26% viene ancora conferito in discarica. L’impegno per la pros-
sima legislatura è quello di dimezzare il conferimento in discarica e di arrivare al 65% di riciclo, promuovendo i principi dell’economia circolare. Occorre recuperare rapidamente i ritardi che
permangono in alcune regioni nelle dotazioni impiantistiche e nella quantità e nella qualità delle raccolte differenziate, che vanno effettuate con modalità efficaci per favorire il riciclo applicando sull’intero territorio nazionale tariffe puntuali, premiali per le raccolte differenziate e proporzionate alla quantità di rifiuti conferiti. Dobbiamo valorizzare più che in passato la cura di boschi e foreste come elemento di lotta al dissesto idrogeologico. Occorre infine promuovere con maggiore decisione l’elettrificazione – con utilizzo di elettricità prodotta da fonti rinnovabili – e l’utilizzo di biocarburanti avanzati – fra i quali è da segnalare la potenzialità del biometano – prodotti con modalità sostenibili, portando così le fonti rin-
novabili a raggiungere il 20% dei consumi energetici totali dei trasporti nel 2030 e promuovendo la realizzazione di colonnine per auto elettriche per ogni intervento di trasformazione urbanistica maggiore di 500 mq. Alcune città, come Firenze, si sono mosse in anticipo e grazie ad accordi con Enel sono oggi all’avanguardia europea nel settore. Un modello che si fonda su una rete capillare di stazioni di ricarica elettrica facilmente condivisibili, una flotta di eco-taxi riservando l’assegnazione di nuove licenze ai soli veicoli elettrici e bus a zero emissioni. E ancora: la trasformazione delle auto blu in auto verdi, la scommessa sul car sharing e l’utilizzo costante di nuove tecnologie per ridurre le emissioni. Un complesso di misure non alternative ma complementari agli incentivi economici, che indichino una visione chiara per gli anni a venire.
Il made in Italy si difende davvero lavorando su tutela, promozione e formazione. Diciamo no a dazi e barriere che danneggerebbero solo le nostre piccole e medie imprese. Per proteggere e aumentare il loro export Per l’Alimentazione.
servono regole giuste in mercati aperti. Per questo lavoreremo ancora per avere accordi internazionali basati sulla reciprocità, con clausole di salvaguardia vere, con la lotta al falso cibo e la tutela essenziale delle nostre indicazioni geografiche. Sul fronte nazionale ci impegniamo per la riforma dei reati agroalimentari e l’introduzione del reato di agropirateria. Possiamo fare del turismo enogastronomico uno dei motori più forti anche per la creazione di nuova occupazione, valorizzando fino in fondo i nostri paesaggi e i tanti patrimoni Unesco italiani legati al cibo. Crediamo nella centralità della formazione. È tempo di introdurre l’educazione alimentare nei programmi scolastici a partire dalle scuole primarie. Allo stesso tempo è indispensabile rendere più forti i percorsi formativi legati alle professioni del cibo, dagli istituti tecnici agrari agli alberghieri, fino alle scuole di alta formazione. Vogliamo salvare dallo spreco un milione di tonnellate di cibo all’anno e garantire la necessaria assistenza alimentare ai più deboli.
Una nuova idea del territorio, per competere Nell’arco della prossima legislatura occorrerà costruire un nuovo patto tra i livelli di governo della Repubblica, fondato su un binomio inscindibile: vera autonomia in cambio di vera responsabilità. Un binomio che invece è mancato in questi venticinque anni di federalismo incompleto e confuso. Le province devono diventare le “case dei comuni”, enti di secondo livello a cui vanno assicurate le risorse neces16
Più lavoro. E più qualità del lavoro. sarie per l’esercizio delle funzioni essenziali rimaste e un adeguato livello di autonomia finanziaria e tributaria. Dovranno diventare centri di servizi per i comuni, a partire dal ruolo di centrale unica di committenza, di autorità di regolamentazione locale per sistema idrico, rifiuti e gas, ma anche di soggetti che coordinano la partecipazione a bandi regionali, nazionali ed europei. Sui comuni, durante i nostri governi, ci sono stati passi avanti importanti. È stato archiviato il Patto di stabilità interno, sostituito da una nuova e più flessibile regola del pareggio. È stato consentito l’utilizzo pieno degli avanzi impegnati e di circa 1 miliardo di avanzi liberi. Sono arrivati importanti flussi di investimento statale per le nostre periferie (2,1 miliardi di risorse, che ne hanno messe in circolo altrettanti) e per l’edilizia scolastica (circa 10 miliardi stanziati negli ultimi tre anni, di cui la metà già assegnati agli enti locali). Si è interrotta la stagione dei tagli alla spesa corrente e dei ritardi nell’approvazione dei bilanci. Sono state abolite tasse locali per 4,6 miliardi e ai comuni è stato restituito tutto fino all’ultimo centesimo. Dopo anni di blocco, si è riportato il turnover al 100% per la maggior parte degli enti. Sono stati triplicati gli incentivi alle fusioni dei comuni, il cui numero per la prima volta dopo 60 anni è sceso sotto quota 8 mila, favorendo semplificazione, riduzione dei costi e aumento del livello di servizi. Allo stesso tempo, la legge sui piccoli comuni ha fornito le risorse per gli investimenti necessari a evitare lo spopolamento dei piccoli borghi. I comuni vanno rafforzati, incentivandoli ad aggregarsi in ambiti territoriali omogenei (non più sulla base del solo criterio demografico), da individuare provincia per provincia. Gli ambiti dovranno obbligatoriamente diventare luoghi di collaborazione tra comuni tramite unioni comunali che esercitino in forma associata almeno tre funzioni. Il passaggio alla fusione rimarrà volontario e soggetto a deliberazione dei consigli comunali e a referendum dei cittadini. E la politica di sostegno agli investimenti fatta in questi anni ha bisogno del suo “ultimo miglio”: possibilità piena di utilizzo degli avanzi di amministrazione per investimenti per comuni e province, parziale per le regioni. Le città metropolitane, infine. In cui vivono 22 milioni di persone, e si concentra il 40% della ricchezza prodotta a livello nazionale, il 50% delle start up innovative e delle università, il 50% dei brevetti registrati, l’80% del consumo culturale e più di un terzo delle presenze turistiche nazionali. In questi loro primi anni di vita, hanno avuto difficoltà di natura economica e gestionale e sono state percepite come lontane dalle esigenze e dai bisogni dei cittadini. Per rilanciarle è necessario favorire la creazione di forum che riuniscano i rappresentanti delle parti sociali, economiche
e culturali, da consultare sugli orientamenti strategici, sul modello delle città metropolitane francesi. E bisogna prevedere una fiscalità propria che potrebbe essere legata all’esercizio della funzione della mobilità.
Riqualificazione e rigenerazione delle città La rigenerazione delle città italiane, guidata dal principio integrato di sostenibilità, attuata con modalità innovative che puntino all’elevato valore ecologico, alla qualità, alla vivibilità e all’inclusione sociale, è la via principale per un loro rilancio in grado, al contempo, di valorizzarne le grandi potenzialità e di affrontare criticità e contraddizioni del modello urbano moderno. In questo contesto non può mancare un piano per la riqualificazione delle periferie, con interventi sul patrimonio di edilizia residenziale pubblica, con un ampliamento dell’offerta di edilizia sociale. Occorre attivare percorsi diffusi di rigenerazione delle città che, oltre a bloccare il consumo di suolo, devono incentivare interventi di manutenzione, recupero, riqualificazione del patrimonio esistente, di bonifica e riuso di aree inquinate, degradate e dismesse, di messa in sicurezza antisismica e idrogeologica dei territori più fragili. In questo senso l’approvazione del regolamento edilizio unico ha consentito la semplificazione del quadro normativo in relazione alle definizioni edilizie esistenti, che ora sono uniformi e non più differenti comune per comune. Oggi, le norme urbanistiche esistenti, nate per rispondere alle esigenze del dopoguerra, risultano superate e necessitano di un nuovo testo normativo moderno che si occupi dei nuovi problemi delle città, in particolare di quelli legati alla rigenerazione dei centri storici e alla trasformazione di funzioni oggi non più necessarie.
Quello delle periferie è stato un tema centrale nell’azione dei nostri governi. Un tema, decisivo nel dibattito mondiale, che abbiamo cercato di affrontare partendo dalla riflessione di Renzo Piano, che promuove una cultura del rammendo. Abbiamo cercato di suscitare
un dibattito in tutti i settori del Paese, cominciando dai luoghi apparentemente più lontani dall’ordinaria amministrazione: la Biennale di Venezia del 2016 è stata dedicata proprio a questo. Abbiamo investito risorse in stretto raccordo con i comuni e le città metropolitane cui abbiamo demandato la progettualità degli interventi finanziati, nell’ottica di una leale cooperazione e nel rispetto delle autonomie territoriali. Oltre 2 miliardi di euro sono stati investiti nelle periferie per porre rimedio all’emarginazione e al degrado che in altre zone d’Europa hanno contri17
Più lavoro. E più qualità del lavoro. buito a creare un clima di insicurezza e talvolta di violenza. Il nostro impegno per la prossima legislatura è di rendere strutturale questo investimento, raddoppiandone le cifre e facendo tesoro dell’esperienza di buona collaborazione con i comuni.
approveremo la legge nazionale sullo stop al consumo di suolo, prevedendo incentivi per il recupero dell’esistente e disincentivi per le costruzioni su suolo inedificato; ridefiniremo il concetto di “stan-
Nella prossima legislatura, infine,
dard urbanistico” con l’introduzione di un approccio prestazionale anziché solo quantitativo e con l’inserimento di servizi eco-sistemici, di drenaggio urbano sostenibile, di infrastrutture digitali da prevedere per ogni intervento urbanistico che modifica parti della città esistente; introdurremo procedure semplificate per la bonifica delle aree da riconvertire e riutilizzare.
Smart city Il concetto di “smart city” è una proiezione di comunità del futuro, definita da un insieme di bisogni che possono essere soddisfatti con soluzioni legate all’innovazione tecnologica: dalle scelte edilizie alle strategie per la mobilità e il risparmio energetico. L’era delle smart cities è già iniziata, ma il suo potenziale digitale per la gestione della città è solo all’inizio. In Europa sono diverse le iniziative che hanno visto il coinvolgimento delle città su questi temi: il Patto dei sindaci per aumentare l’efficienza energetica e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili entro il 2020, la strategia Europa 2020 e l’agenda digitale europea che ha l’obiettivo di portare la banda larga a più di 100 Mbps al 50% dei cittadini europei entro il 2020. Affinché questi obiettivi siano raggiunti, è importante che ci sia una strategia comune per il Paese, al fine di cogliere al massimo le opportunità di finanziamento offerte dall’UE su questo fronte, nella consapevolezza che la difficoltà a stanziare ingenti investimenti da parte delle amministrazioni pubbliche pone anche il tema del coinvolgimento della finanza privata, attraverso costruzione di piani economici e finanziari sostenibili. Per fare ciò occorre: • promuovere e incentivare interventi di ri-
qualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico, a partire dall’edilizia scolastica;
• diffondere e promuovere sistemi di certificazione applicati ai progetti di aree oggetto di riqualificazione o di nuove espansioni, che promuovano tra gli obiettivi primari le prestazioni di sostenibilità ambientale, di accessibilità ai trasporti pubblici, di qualità dei materiali utilizzati al fine di promuovere quartieri integrati;
• incentivare la realizzazione di sistemi informativi territoriali per tutti i comuni che consentano di gestire dati associandoli alla base di dati spaziali; • regolamentare e incentivare, anche attra-
verso collaborazioni con privati, la creazione di piattaforme per bike sharing, car sharing e scooter sharing;
• realizzare sistemi integrati e digitali dei sistemi di trasporto pubblico, che consentano la programmazione e l’acquisto di itinerari in soluzione unica per gestire in modo più semplice cambi e coincidenze; • incentivare la realizzazione di smart grid:
griglie su scala locale che gestiranno sia l’energia elettrica che i sistemi di riscaldamento e che saranno in grado di ottimizzare i consumi generando energia in base alla domanda.
La sicurezza del territorio, la ricostruzione Negli ultimi anni, i governi a guida PD hanno messo in atto un piano di messa in sicurezza del territorio e di prevenzione del rischio idrogeologico unico nella sua portata. All’indomani del terremoto del 24 agosto è stato lanciato il piano Casa Italia, che va oltre l’emergenza. Un piano di interventi a lungo termine in cui tutti possano riconoscersi: soggetti sociali, ordini professionali, associazioni di categoria, sindacati, associazionismo, mondo ambientalista. È prioritario per il PD implementare nella sua completezza Casa Italia, mettendo a sistema e coordinamento tutte le norme esistenti e attuando una volta per tutte la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, il patrimonio immobiliare pubblico e privato, culturale e socio economico. Prendersi cura del territorio vuol dire che ogni persona sia al sicuro nella propria casa e nel territorio in cui vive. Il terremoto che ha colpito il Centro Italia è stato uno dei più grandi terremoti sia per potenza che per estensione. Il
governo ha messo immediatamente a disposizione ingenti risorse, per intervenire immediatamente sia per l’emergenza che per la ricostruzione, nonché per il rilancio del tessuto economico e sociale. Il governo insieme alle istitu-
zioni locali ha attuato fin da subito un piano per il mantenimento delle comunità nei propri comuni e approvato delle norme, in collaborazione con le istituzioni locali, che prevedono la ricostruzione dov’era e meglio di com’era. In questa prima fase non sempre le procedure sono state all’altezza di una tempistica di emergenza e per questo si deve procedere al loro snellimento per una ricostruzione più veloce. Dobbiamo attuare un piano di investimenti per 18
Più lavoro. E più qualità del lavoro. il rilancio del tessuto socio economico soprattutto delle aree interne terremotate, continuando nel sostegno delle attività già esistenti prima del terremoto e attuando un piano triennale di investimenti che dia vita a nuove attività e spinoff, valorizzando quelle giovanili e delle aree interne terremotate con un percorso di accompagnamento delle istituzioni locali. È fondamentale potenziare i servizi per le popolazioni delle aree terremotate in particolare per le fasce più deboli, anziani e minori, soprattutto nelle aree interne. Infine, nella prossima legislatura, vogliamo istituire una task force per la ricostruzione permanente con l’obiettivo di intervenire a supporto tecnico delle amministrazioni comunali e proporre una legislazione organica per le situazioni di emergenza (capace di attivare immediatamente i provvedimenti d’emergenza come incentivi, sospensioni di tributi e ammortizzatori sociali).
Da zavorra a locomotiva: continuare a cambiare la pubblica amministrazione Quattro anni fa la pubblica amministrazione era una macchina ferma. I contratti di lavoro erano bloccati. Il turnover pure. Contestualmente, però, proseguiva la dispersione di risorse pubbliche in settori come quello delle società partecipate, sui quali nessuno era riuscito a intervenire in modo concreto. Le imprese e i cittadini lamentavano l’esigenza di semplificazioni ferme ormai da diversi anni. Si era arrestato qualsiasi processo di innovazione tecnologica e ampliata sempre di più la forbice con il settore privato, dove l’innovazione cambia giorno per giorno il modo di vivere delle persone. In questo contesto, nei cittadini era consolidata l’idea di un settore fermo, decadente e opaco che produceva servizi non all’altezza. Quando all’inizio del 2014 abbiamo concepito la riforma, abbiamo per prima cosa cambiato prospettiva. Abbiamo guardato alla Pubblica amministrazione con gli occhi di chi vuole ricevere un servizio, un’informazione, una risposta. In questa ottica, nella prossima legislatura sarà fondamentale agire su alcuni interventi mirati. • Implementare e attuare le riforme. L’approvazione di una riforma, di per sé, non significa aver migliorato la vita delle persone se le norme restano sulla carta, se i cittadini non possono beneficiare di nuovi diritti. Per questa ragione la fase dell’attuazione è importante al pari della fase normativa. I cambiamenti sono dei processi, occorre pazienza e dedizione nel monitorare le norme, ascoltare i cittadini, gli imprenditori, i corpi intermedi, assicurare la collaborazione e la presenza costante ai territori, alle singole amministrazioni per curare insieme l’attuazione delle norme. La valutazione degli effetti prodotti dalle riforme già approvate necessita
di un’attenta valutazione dell’impatto che la regolazione ha effettivamente prodotto sulle amministrazioni e sui cittadini; qualsiasi ulteriore intervento normativo sulle riforme approvate dovrà passare attraverso una precisa analisi preventiva di impatto della regolazione, soprattutto del suo impatto economico, affinché le modificazioni e le integrazioni non introducano ulteriori oneri. • Realizzare la transizione verso l’amministrazione digitale. Abbiamo realizzato sperimentazioni e un piano strategico per traghettare il pubblico verso un’amministrazione digitale. Il passaggio a un’amministrazione pubblica che agisca stabilmente mediante le tecnologie digitali necessita di ulteriori interventi, nello specifico: a) Anagrafe nazionale della popolazione residente (“i dati devono essere unici e in un unico luogo”); b) Sistema pubblico di identità digitale (Spid) e Carta d’identità elettronica (“l’identità di una persona è una, è certa, è per sempre”); c) PagoPa, un modo diverso e più naturale per i cittadini di pagare la Pubblica Amministrazione (“per pagare basta un click”); d) Open data e Data analytics (da “questo dato è mio e lo gestisco io” a “questi dati sono aperti e condivisibili”). • Investire sul capitale umano. Oggi esistono le condizioni per tornare a un sistema di gestione del personale che sia più efficace e razionale. Nei prossimi 5 anni si
verificherà un picco di pensionamenti, circa 450 mila persone. Sarà così possibile assumere giovani e introdurre nuove competenze, coprendo al 100% il turnover. Allo stesso
tempo, interventi mirati devono consistere nella istituzione di un programma di selezione-formazione di profili professionali oggi assenti al vertice della PA (esperti di economia, di scienze comportamentali, di ragioneria, di management, di ingegneria, che siano in grado di dialogare nella lingua delle amministrazioni, che è quella del diritto), dando a essi accesso al vertice (sul modello “fast stream” del Regno Unito). • Ridurre i controlli preventivi sull’azione amministrativa e potenziare la verifica dei risultati. Gli interventi mirati, su questo versante, consistono nella progressiva riduzione dei controlli preventivi di legittimità, sugli atti delle amministrazioni pubbliche, sulla scorta di quanto già previsto per Corte dei Conti, Anac e Ragioneria dello Stato, nonché nel contestuale rafforzamento dei controlli successivi in termini di equilibrio dei bilanci (articolo 97 della Costituzione) e di verifica dei risultati. • Semplificare la giustizia amministrativa. Occorre verificare la fattiblità di un ampliamento delle ipotesi di definizione delle controversie mediante procedimenti e provvedimenti semplificati, perché questa può essere una delle chiavi di soluzione per la deflazione del contenzioso e l’accelerazione dei processi: un intervento che 19
Più lavoro. E più qualità del lavoro. potrebbe essere adottato senza oneri per lo Stato e che ha costituito, in Francia e Germania, se pur con discipline differenti, uno strumento per affrontare il maggiore carico di lavoro nelle controversie amministrative, soprattutto per il contenzioso minore. È inoltre necessario introdurre spazi di conciliazione para-giudiziale, riservati alla competenza del giudice amministrativo, e senza la necessità di ricorrere a specifici organismi di mediazione. •S emplificare il codice degli appalti. Nella legislatura che si è appena conclusa abbiamo emanato il codice degli appalti in attuazione di una direttiva europea. È tuttavia necessario – ed è ciò che si può fare in ambito nazionale – semplificare e rendere flessibili le procedure attuative per dare così efficienza al sistema e certezza ai responsabili delle procedure di appalto. •R iqualificare il patrimonio edilizio della PA, migliorandone l’efficienza energetica e promuovendo modelli di autoproduzione di energia. Ci impegniamo a ren-
dere più efficiente la rete di illuminazione pubblica grazie all’utilizzo di contatori digitali di ultima generazione e risparmiando sulla riqualificazione del sistema attraverso il passaggio all’illuminazione a Led, senza per questo abbassare gli standard.
A ridurre i consumi dei veicoli, promuovendo l’utilizzo di auto a basse emissioni e la scelta di modelli di economia circolare. A ripensare il sistema di riscaldamento degli uffici pubblici, i cui consumi sono oggi troppo elevati. •P roseguire nella revisione della spesa. Negli ultimi 4 anni sono stati realizzati oltre 33 miliardi di risparmi senza ridurre i servizi. I principali programmi avviati sono: 1) l’aggregazione degli acquisti (per esempio da oltre il 70% eseguito dai singoli ospedali si è passati a quasi il 90% gestito da soggetti aggregatori, oltre 30 miliardi di gare pluriennali sono state avviate con risparmi medi su quelle aggiudicate del 23%); 2) l’introduzione dei costi standard per gli enti locali (comuni, regioni); 3) i piani di risanamento per gli ospedali non performanti economicamente e clinicamente; 4) un programma pro efficienza nella logistica e nella spesa informatica degli ospedali; 5) un ridisegno dei presidi delle forze dell’ordine sul territorio per adeguare la copertura alle mutate esigenze di sicurezza; 6) un programma di razionalizzazione immobiliare sul modello del “Federal building”; 7) la razionalizzazione del parco delle macchine di servizio; 8) il piano di digitalizzazione. Per la prossima legislatura, ci impegniamo a portare a compimento questi programmi realizzando gli obiettivi prefissati di risparmio e di miglioramento dei servizi.
Una giustizia più veloce, più efficace e più giusta All’inizio della scorsa legislatura la giustizia italiana era in piena emergenza: il conflitto tra magistratura e politica generava fibrillazioni continue nel sistema, il sistema penitenziario raggiungeva il record di detenuti (70 mila) con un tasso di sovraffollamento che toccava punte del 200%, la giustizia civile nel 2013 registrava 5,2 milioni di affari pendenti, quella penale era al collasso e sul fronte del contrasto ai crimini di maggior rilevanza l’Italia aveva accomunato numerosi ritardi nel recepimento delle direttive europee. In questi anni non c’è ambito della giustizia italiana che non sia stato coinvolto dall’azione di riforma. Il bilancio della giustizia, per più di un decennio progressivamente impoverito di risorse, è cresciuto costantemente. Abbiamo
varato un piano straordinario di assunzioni, bandito il primo concorso dopo 20 anni e avviato la riqualificazione del personale. Grazie alla stagione di riforme in materia penitenziaria, sono aumentati i posti disponibili e il tasso di sovraffollamento, anche grazie alla maggiore diffusione delle misure alternative al carcere, è sceso al 114%. Ma è nell’ambito della giu-
stizia civile che si sono registrati i progressi più importanti: a fine 2017 gli affari pendenti presso i tribu-
nali italiani sono 3,6 milioni, il 40% in meno, i tempi per la definizione sono passati da 547 a 360 giorni e, per la prima volta dopo anni, dal 2015 è iniziato a scendere il debito per gli indennizzi per eccessiva durata dei processi. Abbiamo investito nell’informatizzazione: siamo l’unico paese d’Europa ad aver digitalizzato integralmente il processo civile. È stato reso più snello il processo penale, riscrivendo i meccanismi di impugnazione, riformando la prescrizione e la disciplina delle intercettazioni. La legge anticorruzione e i nuovi poteri dell’Anac, infine, hanno costruito il pilastro della prevenzione che mancava all’Italia. Senza dimenticare l’introduzione dei reati ambientali, di caporalato e di autoriciclaggio e la reintroduzione del falso in bilancio. Anche in materia giudiziaria l’orizzonte è l’Europa: l’Italia in questi anni è stata protagonista esercitando un ruolo importante nella nascita della nuova Procura europea. Ora occorre rafforzare i poteri di questa nuova creatura, ampliando il suo raggio di intervento al terrorismo. Nella prossima legislatura bisognerà completare l’opera riformatrice. Il riordino del Csm costituisce il necessario coronamento del lavoro fatto: bisogna superare le rigidità del suo sistema d’elezione e distinguere meglio 20
la funzione disciplinare dalla funzione di nomina dei capi degli uffici, in ottica meritocratica. Sono necessari poi un regime disciplinare uniforme per tutte le magistrature e una riforma del percorso di accesso, tornando al concorso di primo livello. In materia civile va implementato il lavoro di rafforzamento dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie, ampliando gli ambiti che possono essere devoluti a soggetti diversi dal giudice e rafforzando la funzione conciliativa di quest’ultimo. In materia penale va rafforzato, sostenuto e monitorato il percorso di attuazione della riforma. Sarà necessario proseguire con l’opera di riduzione dell’area di intervento del diritto penale e rendere sempre più conveniente l’utilizzo dei riti alternativi. Nei prossimi anni bisognerà adeguare anche l’ambito penale alla sfida della digitalizzazione, già avviata e che arriverà nel biennio 2019-20 al punto di svolta del processo penale telematico. La piena attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, poi, con percorsi di esecuzione della pena individualizzati e il ricorso alle misure alternative alla detenzione, attraverso formazione e lavoro, devono costituire la bussola anche nella prossima legislatura. Occorre arrestare la deriva securi-
taria: nella crisi dello Stato sociale abbiamo ceduto verso lo Stato penale. La sinistra italiana deve tornare a svolgere il suo compito. Perché l’affermazione della dignità umana è l’argine più efficace contro la violenza.
La lotta alle mafie, infine, non è compito di una sola parte politica, ma la funzione del Partito Democratico è di rilanciarne l’azione con una battaglia culturale e politica per la legalità e lo sviluppo. Negli Stati generali della lotta alle mafie è stata delineata la strategia da mettere in campo nei prossimi anni: rafforzare le istituzioni, costruire meccanismi sempre più efficaci per prevenire le infiltrazioni e individuare le zone grigie e i “reati spia”.
Istituzioni più efficienti, adeguate al cambiamento Le riforme istituzionali non hanno mai sostituito, e mai sostituiranno, la volontà politica degli elettori, quella che nasce cioè per rispondere ai problemi e ai bisogni dei cittadini. Tuttavia vi sono assetti istituzionali nei quali la volontà politica finisce rapidamente per perdersi: intralciata, logorata e sfinita da mille veti e ostacoli non necessari. E vi sono assetti istituzionali nei quali, invece, la volontà politica riesce a esprimersi in tutta la sua potenzialità. Istituzioni che funzionano male – favorendo i veti e bloccando i voti – sono quindi un problema per un Paese. Un problema in più, per essere chiari, anche rispetto a quelli che il quotidiano già ci presenta, perché queste disfunzionalità impediscono di dare alla volontà politica espressa dai cittadini la forza necessaria per trasformare i loro bisogni e le loro aspettative in risultati efficaci, adeguati e concreti. Per queste ragioni, dopo lo stallo politico del 2013, il Partito Democratico non si è tirato indietro nel progettare istituzioni più adeguate al tempo di oggi. Per queste stesse ragioni, pur consapevole che si è aggiunto anche l’esito del referendum costituzionale del 2016 a una storia di tentativi e di fallimenti lunga oltre quarant’anni, il
PD non si tira indietro neanche oggi di fronte alla necessità di riformare i nostri strumenti istituzionali e costituzionali, per affrontare al me-
glio i problemi e le sfide del nostro tempo. Rinunciare, d’altronde, sarebbe miope, oltre che sbagliato. Perché i problemi sono ancora lì. Anzi, da allora, si sono aggravati. E noi non ci rassegniamo alla palude. Con coraggio, responsabilità e consapevolezza, dobbiamo tornare a impegnarci per introdurre strumenti nuovi nell’antico assetto delle istituzioni del nostro Paese, che nei suoi fondamenti sono da preservare, impegnandoci anche a percorrere strade nuove nel metodo. Per cercare di andare, senza paura e con spirito aperto, oltre quel 40% del Paese che ha dato fiducia alla nostra proposta di riforma costituzionale.
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Più Europa. E più politica in Europa. Per il Partito Democratico l’Europa è l’orizzonte naturale in cui si giocano tutte le partite più importanti della contemporaneità. Senza Europa le nostre vite sarebbero peggiori, avremmo meno benessere economico e sociale. Ma c’è ancora molto da fare se vogliamo che l’Europa assomigli di più all’ideale che ci ha permesso di costruirla. La nostra Europa è quella di Ventotene, dove
il sogno europeista venne rilanciato nel momento più buio della nostra storia. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione.
Il 2018 sarà l’anno delle scelte. Con le elezioni del 4 marzo l’Italia sceglierà se vorrà essere alla testa di un processo di rafforzamento dell’Unione Europea, per renderla più vicina ai bisogni dei cittadini, per rimettere crescita e sicurezza al centro del progetto europeo, o restarne ai margini. Se vorrà partecipare alla costruzione del futuro, o arroccarsi e chiudere il mondo fuori dalla porta. L’Italia ha le carte in regola per far parte del gruppo di paesi che disegnerà la nuova Europa: • siamo il secondo paese manifatturiero europeo; • siamo l’unico paese al mondo con un costante avanzo primario da più di venti anni; • il pagamento del nostro debito non è mai stato messo in discussione; • negli ultimi tre anni le procedure di infrazio-
ne a carico del nostro Paese sono passate da 120 a 62 (l’Italia era la maglia nera d’Europa, adesso è la maglia rosa);
• abbiamo una storia europeista e di integrazione, che ha attraversato governi di vari colori e differenti fasi storiche (una storia che sarebbe pericoloso interrompere per l’avventurismo di chi propone un referendum per uscire dall’euro a giorni alterni); • negli ultimi anni il Partito Democratico e l’Italia hanno svolto un ruolo decisivo nell’imprimere un cambiamento d’indirizzo alla politica economica europea dall’austerità alla crescita. I prossimi mesi saranno decisivi nella definizione del percorso di riforme in Europa, e l’Italia ha bisogno di un governo forte e credibile e di proposte chiare e ambiziose, in continuità con l’azione e l’elaborazione di questi anni, per svolgervi un ruolo da protagonista.
Democrazia e riforme: verso gli Stati Uniti d’Europa L’Unione Europea risente, dopo l’allargamento, di una situazione confusa, in cui l’integrazione europea sembra nemica delle democrazie nazionali. Il nostro europeismo non può consistere nella mera difesa di uno status quo alla lunga insostenibile. I paesi che hanno in comune l’Euro non possono accontentarsi degli attuali livelli di integrazione: il bilancio europeo è insufficiente e non costituisce una leva adeguata per lo sviluppo comune; nelle istituzioni domina ancora troppo la logica intergovernativa rispetto alla capacità di rappresentare l’insieme dei cittadini europei. Siamo quindi a favore dello sviluppo di un’Europa democratica e politica dotata di risorse adeguate e incentrata su istituzioni comuni, dove la logica federale del metodo comunitario sia chiaramente dominante su quella intergovernativa. I paesi che non vogliono entrare nell’Euro preferendo un’integrazione minimale non possono pretendere di bloccare gli altri: se non vorranno procedere su questa strada si imporrà un’integrazione differenziata su più livelli all’interno dell’Unione, con lo sviluppo di una più profonda integrazione politica ed economica distinta dal mercato unico. Serve più Europa. E serve più politica in Europa. Se molti cittadini europei hanno smarrito fiducia nell’Europa è perché l’hanno trovata troppe volte immobile di fronte alle grandi sfide dell’oggi, ripiegata su un approccio prevalentemente tecnocratico. Incapace di andare avanti perché bloccata da troppi veti incrociati, da chi voleva bloccare tutto e tutti. Per spezzare questo circolo vizioso dobbiamo avere coraggio e dire che chi vuole andare avanti in direzione di una maggiore integrazione deve poterlo fare. Si tratta di un patto politico: non vogliamo obbligare nessuno a procedere verso un’Unione sempre più politica ma non accettiamo neppure veti da nessuno. Se vuole prosperare e continuare a rappresentare un progetto d’avvenire, l’Europa deve mostrare di poter fare la differenza nella vita quotidiana dei suoi cittadini. Paradossalmente, dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione – decisione che non condividiamo ma rispettiamo – possiamo trarre uno spunto per il rilancio del progetto democratico europeo. Chiediamo perciò che – come recentemente votato dal Parlamento europeo anche su impulso del Partito Democratico – una parte dei 73 seggi precedentemente assegnati alla Gran Bretagna 23
Più Europa. E più politica in Europa. vengano riassegnati a un collegio unico europeo, permettendo alle famiglie politiche europee di contendersi i seggi su base transnazionale. L’idea di un collegio europeo si combina con quella di promuovere l’elezione del presidente della Commissione. I capilista delle liste transnazionali potrebbero essere i “candidati” delle famiglie politiche europee alla presidenza della Commissione già nelle elezioni del 2019. Potremmo anche unificare già ora, sempre senza modificare i trattati, le cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio europeo.
In prospettiva poi, modificando i trattati, la nostra proposta è che gli europei possano eleggere direttamente un Presidente unico della UE, evitando l’attuale frammentazione istituzionale e fornendo finalmente l’Unione di una figura di vertice immediatamente riconoscibile e responsabile. Al tempo stesso, non possiamo rinunciare a difendere e promuovere con ancora più forza un nucleo fondamentale di valori, cui tutti gli stati membri devono conformarsi. Lo stato di diritto e i diritti fondamentali sono la vera essenza dell’identità europea. Non è accettabile continuare a dare fondi europei a chi non rispetta i diritti fondamentali e non adempie ai propri obblighi di solidarietà in ambito di asilo e migrazione. Non è accettabile che al-
cuni paesi siano europeisti quando si tratta di passare alla cassa dei fondi strutturali, e nazionalisti quando si parla di diritti e solidarietà. Per questo chiediamo che l’erogazione dei fondi UE sia condizionata al rispetto dello stato di diritto, dei diritti fondamentali e degli obblighi di solidarietà, come nel caso del ricollocamento dei richiedenti asilo.
Per un governo economico dell’Eurozona Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici. Questo significa condividere sovranità. Ma costruendo una politica europea comune che superi la logica intergovernativa e consenta un recupero di sovranità democratica di fronte alle sfide della globalizzazione. Per raggiungere questo obiettivo, proponiamo queste linee di azione per i paesi che vorranno realizzare un’unione più stretta in campo economico. • Creazione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona
che raccolga le funzioni del commissario per gli Affari Economici e Monetari e del presidente dell’Eurogruppo, sia vicepresidente della Commissione e venga eletto dal Parlamento europeo.
• Creazione e potenziamento di un budget co-
mune per gestire shock, anche asimmetrici, con politiche anticicliche. • Emissione di Eurobond per finanziare progetti su capitale umano, ricerca e infrastrutture. Ipotizzando un’emissione fino al 5% del Pil dell’Eurozona, si tratterebbe di risorse aggiuntive dirette per la crescita pari a 540 miliardi. Alle attuali condizioni, queste
emissioni godrebbero di tassi favorevoli, permettendo un ritorno degli investimenti sicuramente superiore al costo. Inoltre, un’emissione limitata non spiazzerebbe il collocamento dei debiti nazionali né lo sostituirebbe, e non sarebbe una mutualizzazione del debito. • Regole fiscali che incentivino gli investimenti nazionali produttivi (capitale umano, ricerca e sviluppo, infrastrutture) e che, superando i bizantinismi del Fiscal compact, si concentrino su regole semplici e concentrate su percorsi sostenibili di riduzione del debito. In attesa del budget comune e all’interno di un patto politico pluriennale, spese mirate e chiaramente identificabili dovrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit entro il tetto del 3% nominale: oltre il Fiscal compact, si tornerebbe al rigore e alla flessibilità di Maastricht. • Sostegno alla creazione di un Fondo monetario europeo che possa intervenire a fronte di circostanze eccezionali con programmi di assistenza finanziaria, ma che non si occupi del monitoraggio dei conti pubblici, che continuerebbe a essere affidato alla Commissione. Meccanismi di ristrutturazione automatica del debito pubblico vanno esclusi. • La realizzazione di una piena e ben regola-
ta integrazione finanziaria, attraverso il completamento dell’Unione bancaria con l’introduzione di un sistema europeo di garanzia dei depositi e la costruzione, a livello dell’UE, di una Unione dei mercati dei capitali. Il trattamento dei titoli sovrani non deve essere modificato rispetto al regime attuale.
Per tutta l’Unione, proponiamo queste linee di azione. • La nuova politica europea di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale dovrà proseguire e intensificarsi con l’obiettivo triplice di consentire nei paesi ad alta imposizione una generale riduzione delle tasse sul lavoro e l’impresa, di evitare la concorrenza fiscale scorretta tra gli stati membri e di individuare specifiche risorse proprie per il bilancio dell’Unione. In particolare, occorre adottare rapidamente le due direttive sulla base imponibile 24
Più Europa. E più politica in Europa. comune e consolidata per l’imposta sulle grandi società, al cui interno vanno previste misure specifiche che consentano di contrastare adeguatamente lo spostamento della base imponibile da parte dei colossi dell’economia digitale. • Lo sviluppo del mercato interno costituisce un poderoso volano di crescita e dovrà essere completato a partire dal mercato unico dell’energia e da quello digitale. I dati oggi valgono come l’oro e la battaglia sulla loro portabilità non può più essere rimandata. I dati non sono di chi li gestisce ma di chi li genera, quindi di ciascuno di noi. A cominciare da quelli personali: anagrafici, sanitari, fiscali. Siamo nel pieno della data economy e le principali democrazie non hanno ancora un cloud pubblico. L’Europa su questo tema ha iniziato a muovere i primi passi e noi non possiamo restare immobili. • La politica commerciale europea dovrà contrastare il protezionismo e puntare invece a regolare la globalizzazione, garantendo l’apertura dei mercati e al tempo stesso rafforzando gli strumenti di difesa commerciale contro il dumping sociale e ambientale e dotando l’UE di un proprio golden power per tutelare le imprese strategiche.
Un sistema di regole fiscali più semplici e flessibili Le regole fiscali dovranno essere riformate e semplificate in modo complementare a questo processo, garantendo la sostenibilità delle finanze pubbliche ma anche fornendo i corretti incentivi alla crescita, agli investimenti e alle riforme, in modo da consentire una credibile traiettoria di medio termine di riduzione del debito e un adeguato livello di aumento del Pil, dell’occupazione e della crescita potenziale. Per questo, l’attuale proposta di diret-
tiva che punta a sostituire il Fiscal compact, e che introduce al posto dell’obbligo di pareggio strutturale di bilancio un meccanismo pluriennale di definizione e attuazione di un percorso di riduzione del debito, ancorato ai parametri di Maastricht e all’evoluzione della spesa pubblica, potrà essere discussa solo nel quadro di una parallela riforma del Patto di stabilita e crescita. Una riforma che superi anche
nel Patto di stabilità il principio del pareggio di bilancio e l’attuale regola del debito, a favore di un obiettivo pluriennale di finanza pubblica in grado di garantire una riduzione sostenibile del debito nel medio periodo. Tale obiettivo andrà definito al netto degli investimenti pubblici e del cofinanziamento delle infrastrutture sociali entro il tetto del 3% del deficit. Parallelamente, vanno resi più stringenti i meccanismi di controllo degli squilibri macroecono-
mici interni, a partire dall’eccesso di avanzo delle partite correnti, e quelli di definizione e implementazione di una posizione aggregata di bilancio adeguata dell’area euro.
Ridurre il debito: quota 100 in 10 anni Ma la riduzione del debito pubblico non è solo un tema che riguarda il rapporto tra l’Italia e l’Europa. Ridurre il debito è un impegno che dobbiamo assumere innanzitutto con le future generazioni di italiani. I governi a guida PD in questi anni hanno raggiunto due importanti obiettivi di finanza pubblica: hanno ridotto il deficit (dal 3% del Pil del 2014 al 2,1% del terzo trimestre 2017) e hanno stabilizzato il debito al 132% del Pil. E questo senza infrangere le regole fiscali europee, salvaguardando la spesa sociale e sanitaria e iniziando a ridurre le tasse. Il debito pubblico tuttavia rimane troppo alto e dobbiamo impostare una strategia coerente e credibile per ridurlo. Per ridurre la probabilità di future crisi. E per destinare a scopi più produttivi (lotta alla povertà, riduzione delle tasse, sostegno agli investimenti) i troppi miliardi che ogni anno usiamo per pagare gli interessi.
L’obiettivo del Partito Democratico è ridurre gradualmente ma stabilmente il rapporto tra debito pubblico e Pil al valore del 100% entro i prossimi 10 anni. Quello che serve per rassicurare i mercati, che ci prestano ogni anno mediamente 400 miliardi per rifinanziarci, non è tanto il livello del debito, né sicuramente annunci roboanti e poco credibili, che anzi hanno l’effetto opposto. La cosa veramente importante è realizzare una riduzione graduale ma costante. Con il ritorno dell’inflazione al livello previsto dal mandato della Bce ed evitando ulteriori dosi di austerità, il nostro debito pubblico può scendere al 100% del Pil prima del 2030. Per farlo non c’è bisogno di una crescita del Pil irrealistica, ma semplicemente della crescita attuale, quella che è stato possibile raggiungere anche grazie alle politiche economiche messe in campo in questi anni. Per ridurre il debito, però, è necessario che chi ci presta i soldi si fidi della nostra capacità di continuare a riformare e innovare la nostra economia, proseguendo un percorso di riforme strutturali. Solo così il costo medio del nostro debito rimarrà sui livelli attuali, permettendoci di raggiungere l’obiettivo di riduzione del debito con avanzi primari ragionevoli e consentendoci di realizzare politiche fiscali moderatamente espansive rispetto a una curva di aggiustamento troppo stringente.
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Più Europa. E più politica in Europa.
Costruire l’Unione sociale Per unire l’Europa e i suoi cittadini è il momento di costruire anche una vera e propria Unione sociale. Non uno stato sociale federale, che sarebbe irrealistico di fronte alle profonde differenze dei sistemi di welfare europei, ma una cornice comune per promuovere inclusione, protezione e investimenti sociali. Serve un cambio di passo nella politica sociale dell’Unione Europea, che ora è troppo frammentata e poco riconoscibile ai cittadini. Va razionalizzata e rafforzata finanziariamente. La cittadinanza europea è oggi prevalentemente incentrata su diritti economici e politici. La Carta dei diritti fondamentali e il pilastro sociale elencano un paniere di diritti sociali comuni, ma solo come aspirazioni, come “diritti programmatici”, al massimo utili per operazioni di valutazione e monitoraggio. È vero, esiste un minimo comune denominatore frutto di direttive che hanno fissato standard minimi e prodotto cambiamenti nei diritti sociali nazionali. Ed esistono fondi UE (il fondo sociale, il fondo di aggiustamento alla globalizzazione, il fondo aiuti per le persone deprivate), che erogano sussidi e facilitano l’accesso ai diritti all’interno dei paesi e delle regioni. Ma è arrivato il momento di muovere verso l’adozione di un nucleo di diritti soggettivi direttamente ancorato al livello europeo, creando una cittadinanza sociale europea in senso stretto. Ecco le quattro priorità su cui ci impegniamo a lavorare: • attuazione del Piano Prodi per lo sviluppo delle infrastrutture sociali; • una “Children Union” che realizzi investimenti comuni contro la povertà educativa; • uno schema previdenziale europeo per i lavoratori mobili (intra-UE); • uno schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione, che agisca da stabilizzatore automatico e crei uno strumento tangibile di protezione sociale legato alla cittadinanza europea, agganciandosi a un diritto alla valutazione periodica delle competenze, a un’offerta di formazione gratuita per migliorarle e aggiornarle, sostegni mirati per favorire la mobilità intra-UE.
L’Europa come forza di pace e sviluppo nel mondo La sfida principale che attende l’Unione Europea oggi si chiama Mediterraneo. Un mare d’Europa e non un problema italiano come qualcuno vorrebbe far credere. Il G7 di Taormina e la presenza italiana nel Consiglio di Sicurezza Onu hanno contribuito a riaffermare la priorità del Mediterraneo allargato. Lo stesso vale per il nostro impegno a riaprire il negoziato politico in Libia, per l’azione multilate-
rale volta a fermare atroci tragedie come in Siria e per le nostre missioni militari, a partire dall’Iraq con il contributo alla sua libertà e alla sconfitta di Daesh. Verso Sud e attraverso il Mediterraneo, l’Italia, insieme all’Europa, vivrà le sfide di questo secolo. Anche per includere nel suo progetto i Balcani e affermare principi di convivenza in Medio Oriente, pervaso da nuovi e vecchi conflitti. Allo stesso tempo, l’Italia deve continuare a essere in prima linea per far sì che l’Europa sia protagonista di pace, attiva nel dialogo politico con i maggiori protagonisti della scena mondiale. È soprattutto verso l’Africa che si giocano le partite fondamentali per il futuro del nostro continente: la gestione, sicura e solidale, dei flussi migratori e la lotta al traffico di esseri umani. Al contempo, se allarghiamo l’orizzonte, le sfide saranno legate all’energia, allo sviluppo sostenibile, ai commerci – anche per rispondere con una voce comune alle spinte neo-protezionistiche di Trump – e a una nuova partnership tra Europa e Africa. Per questo il governo italiano, sotto impulso del PD, ha presentato il Migration Compact nel 2016 e tante di quelle proposte si stanno realizzando con la riduzione delle morti lungo la rotta mediterranea, grazie ad intese con i paesi d’origine e transito. Siamo tra i primi contributori di questi progetti dal forte impatto umanitario e chiediamo di finanziarli anche con possibili strumenti innovativi come i bond UE-Africa. Deve essere l’Europa a occuparsi del fenomeno migratorio. Il controllo delle frontiere ha senso se viene fatto a livello europeo, lavorando insieme per la gestione dei confini. Memore dei suoi valori e della sua storia, l’Eu-
ropa ha il dovere di accogliere i rifugiati politici. Si tratta di un diritto internazionale che non deve trovare alcuna eccezione in Europa. Proprio qui entra in gioco l’Unione: superiamo gli accordi di Dublino - sciaguratamente approvati dal Governo Berlusconi - cioè il principio che i richiedenti asilo sono un problema del paese di primo sbarco. Costruiamo
politiche comuni anche per l’immigrazione economica, a partire dall’introduzione di quote europee annuali di migranti economici da accettare. Sulla difesa comune si giocherà un’altra partita cruciale nel processo di integrazione. Sulla scorta della dichiarazione di Roma, l’UE sta lavorando su nuove proposte che il Partito Democratico sostiene con forza. Un primo obiettivo è la creazione di un Fondo europeo della di-
fesa che possa gradualmente portare all’istituzione di una guardia costiera e di frontiera comune, garantendo il buon funzionamento
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Più Europa. E più politica in Europa.
di Schengen. Sarà fondamentale fissare il traguardo
di un’intelligence europea, con l’istituzione di un procuratore unico che permetta di andare oltre la logica intergovernativa: la lotta al terrorismo passa da una maggiore integrazione delle strutture e dalla condivisione delle risorse disponibili. Infine, la creazione del mercato unico della difesa: dalla revisione delle norme sugli appalti per le industrie del settore fino alla collaborazione sul tema della cybersecurity. Perché investire sulla difesa comune è un modo per ottenere risparmi sul bilancio nazionale e per garantire una risposta alle paure dei cittadini. In tema di cooperazione l’Italia ha approvato una nuova legge, riorganizzando il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, aumentando le dotazioni finanziarie e istituendo l’Agenzia per la cooperazione. Non basta: il PD ritiene prioritario innalzare
gradualmente il livello di contribuzione alla cooperazione per raggiungere lo 0,3% del Pil entro il 2020 e in prospettiva arrivare allo 0,7% come previsto dal vertice Onu del 2015. Resta centrale, in questo contesto, assicurare una corretta attuazione dell’Agenda 2030 e degli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile.
Gli italiani all’estero come risorsa per il Paese Dobbiamo valorizzare i 5 milioni di italiani all’estero, una risorsa e una rete di conoscenze per tutto il Paese. Intendiamo mettere in campo interventi mirati per proseguire sulla strada del rilancio e della modernizzazione dei servizi consolari e dell’Aire. E per rendere il voto all’estero più sicuro, personale e inclusivo. Vogliamo realizzare una seria e aggiornata anagrafe delle associazioni italiane nel mondo con l’obiettivo di farle diventare colonna portante del sistema Italia all’estero. Creeremo un’anagrafe dei ricercatori italiani all’estero con aree di competenza, titoli, riconoscimenti e pubblicazioni, in modo da favorire la mobilità e la creazione di nuove collaborazioni, facilitando il contatto tra i ricercatori italiani emigrati e il sistema italiano. Amplieremo il riconoscimento ufficiale di
titoli, lauree, master, dottorati, specializzazioni post-laurea, abilitazioni e specializzazioni mediche per facilitare non solo il rientro in patria e la collocazione lavorativa di chi li ha ottenuti, ma anche la mobilità all’interno dell’Unione Europea e dell’Associazione europea di libero scambio, aree all’interno delle quali
sono riconosciuti non solo i titoli di studio europei, ma anche quelli esteri già riconosciuti da uno stato membro. Vogliamo garantire ai nostri connazionali residenti all’estero un’assistenza sanitaria “non di emergenza” in Italia per 60 giorni non continuativi all’anno per i primi 3 anni di permanenza all’estero, e per 30 giorni non continuativi nel quarto e quinto anno.
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Prendersi cura delle persone Per rafforzare e difendere il modello sociale europeo, dobbiamo innanzitutto rendere più europeo e più universale lo stato sociale italiano.
Non autosufficienza: sostegno economico, servizi di cura e investimento sull’autonomia Dopo avere colmato nella legislatura appena terminata una lacuna storica del welfare italiano, quella del contrasto alla povertà, è arrivato il momento di affrontare altri bisogni sui quali l’Italia è ancora in ritardo: la cura delle persone non autosufficienti. Negli altri paesi europei, negli ultimi due decenni, sono state introdotte nuove politiche per la non autosufficienza; noi abbiamo iniziato in modo sistematico solo negli ultimi anni. Le cose fatte dai governi a guida PD sono importanti: la legge sul Dopo di noi, il riconoscimento e il sostegno a chi si prende cura di un familiare malato o disabile (caregiver familiare), la previsione di un Piano nazionale per la non autosufficienza. Su queste basi costruiremo una riforma più ampia, che dia a tutte le persone non autosufficienti e alle loro famiglie diritti, sostegno economico e certezze. Partendo dalla consapevolezza che, per le persone non-autosufficienti, l’assistenza da parte dei collaboratori familiari non è un lusso ma una necessità esistenziale al pari delle spese mediche, vogliamo rendere le politiche per la non autosufficienza un diritto di cittadinanza e l’indennità di accompagnamento un diritto soggettivo legato al bisogno di cura individuale. Per questo, aumenteremo l’indennità in base ai
bisogni effettivi delle persone, dando libertà di scelta tra un assegno di cura e un budget
di cura, favorendo così il riconoscimento professionale e la regolarizzazione degli assistenti familiari. L’indennità aumenterà per tutti e arriverà a raddoppiare per i casi più gravi. I finanziamenti aggiuntivi saranno reperiti attraverso un contributo specifico di 0,5% della retribuzione lorda. Il costo del lavoro delle imprese si ridurrà in ogni caso rispetto a oggi per via della riduzione di quattro punti del cuneo contributivo. Si potrà così risolvere uno dei principali limiti dell’indennità di accompagnamento: il fatto che non è graduata in base alle condizioni del beneficiario. Per farlo, occorrerà definire in modo univoco condizioni e livelli di disabilità e non autosufficienza per l’accesso alle prestazioni, e introdurre sistemi uniformi di valutazione, basati sull’utilizzo di scale omogenee derivati dalla ricerca scientifica e validati dalla
pratica internazionale. Questi indicatori dovranno servire anche per calibrare la presa in carico della persona, che sarà coinvolta – direttamente o attraverso chi la rappresenta – nell’elaborazione del proprio piano di assistenza, anche nella prospettiva di costruire, per quanto possibile, percorsi di vita autonoma e indipendente. L’accesso, ovviamente, resterà universale e l’indennità dipenderà dalla gravità delle condizioni di non autosufficienza. Tali condizioni potranno dare accesso anche a erogazioni una tantum per l’acquisto certificato di strumenti e attrezzature, calibrate in base alla categoria di bisogno (in aggiunta a quanto già previsto per gli ausili). La nostra riforma interverrà così su un ulteriore limite dell’attuale indennità di accompagnamento, che è erogata soltanto in forma monetaria, come assegno di cura. Nella nostra proposta, invece, sulla parte aggiuntiva rispetto a quello che già oggi è presente, sarà possibile scegliere se ricevere l’indennità sotto forma monetaria o come budget di cura vincolato nel suo utilizzo ma di importo più elevato. Il budget di cura è una somma utilizzabile soltanto per l’acquisto di servizi professionali accreditati o per l’impiego regolare di assistenti familiari certificati. Costruiremo così un mercato regolare e certificato di servizi alla persona e alle famiglie. E daremo la possibilità di ricevere un mix di trasferimenti e servizi diretti. Occorrerà poi prevedere e sostenere servizi di incontro fra domanda e offerta di servizi di assistenza certificati e di qualità, per evitare che le famiglie siano lasciate sole nella ricerca e nella scelta. Sarà infine possibile l’integrazione fra l’indennità e le reti di offerta dei servizi a livello locale, nonché con ulteriori interventi introdotti da regioni e comuni. Nell’ampio quadro di questa riforma, sarà utilizzata anche la leva fiscale, così da tenere nella dovuta considerazione il maggiore costo della vita che le persone non autosufficienti si trovano a dover sostenere per affrontare i bisogni di assistenza quotidiana. Prendersi cura delle persone con disabilità non vuol dire solo aumentare il sostegno economico e rafforzare i servizi, ma anche investire sulla loro autonomia, soprattutto nel caso delle nuove generazioni. Purtroppo il tasso di occupazione delle persone disabili in Italia è dovuto più alla legislazione sulle assunzioni obbligatorie che alla capacità di valorizzare le loro competenze. Serve quindi
una politica specifica sui giovani, in grado di consentire un impiego di qualità che accresca l’indipendenza economica delle persone con disabilità e rappresenti la loro migliore 29
Prendersi cura delle persone
tutela contro il rischio povertà. Come? Investendo in tutti i nuovi strumenti tecnologici e informatici che possono consentire non solo l’inserimento ma il potenziamento della partecipazione scolastica delle persone con disabilità e la valorizzazione del loro potenziale. Costruendo una rete di servizi (con percorsi specifici
nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro) che accompagnino le imprese e le persone disabili nel processo di inserimento lavorativo, in modo da individuare competenze e abilità. Dando vita a un piano di investimenti omogenei su tutto il territorio in tema di inclusione universitaria delle persone con disabilità (per esempio con borse di studio apposite, sgravi fiscali per le spese necessarie, supporto all’assistenza, accesso a tecnologie appropriate).
Raddoppiare le risorse per il reddito d’inclusione Dopo decenni di convegni in cui ci si lamentava che l’Italia era l’unico paese europeo, insieme alla Grecia, a non avere una misura strutturale di contrasto alla povertà, un reddito di ultima istanza sottoposto alla prova dei mezzi, i governi a guida PD hanno finalmente colmato questa lacuna. Se si assumono a
riferimento i 50 milioni di euro una tantum stanziati nel 2012 per la prima misura sperimentale di contrasto alla povertà, in pochi anni l’Italia ha fatto un passo in avanti gigantesco, arrivando a dotarsi di una misura strutturale che vale oltre 2,3 miliardi di euro dal 2018. A gennaio,
il 60% degli aventi diritto aveva già fatto domanda (300 mila famiglie su 500 mila). Nel corso dell’anno, le famiglie che potranno beneficiare del reddito di inclusione arriveranno a 750 mila, per un totale di 2,5 milioni di persone (il 53% di tutte le persone in povertà assoluta).
Fatti, non parole. Ma questi numeri ci dicono anche che non basta. Il percorso deve continuare, investendo ulteriori risorse in modo da ampliare la platea dei destinatari e la rete di servizi, garantendo a tutti i poveri un reddito sufficiente a essere parte attiva della società. Ecco perché ci impegniamo a raddoppiare i fondi a
disposizione per il reddito di inclusione, per raggiungere tutte le persone che vivono in condizione di povertà assoluta nel corso della prossima legislatura. Un reddito non basta: oc-
corrono servizi, per l’inserimento sociale e lavorativo. Per uscire dalla povertà sono importanti i servizi so-
ciali, è importante il lavoro. È necessario uno
stretto collegamento con l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro: a tal fine, propo-
niamo di dar vita a un assegno di ricollocazione rafforzato per tutti coloro che accedono al reddito d’inclusione, che preveda un percorso di formazione e uno sgravio contributivo per l’impresa che assume. Trovare un’occupazione a chi esce da una situazione di disagio sociale è particolarmente delicato ed è importante che le risorse investite su queste persone siano all’altezza della sfida.
Terzo settore: semplicemente, una priorità Sostenere il Terzo settore è per il PD una priorità. Un settore di 700 mila lavoratori, pari al 4,3% del Pil. Uno spaccato importante della nostra economia, tanto che è uno dei settori che, in piena crisi, ha aumentato gli occupati. Il Terzo settore, con la presenza in tutto il Paese (dalle periferie delle grandi città ai piccoli borghi) e con cinque milioni di volontari, non è solo un aiuto decisivo per chi si trova in difficoltà, ma rappresenta un importante fattore di coesione sociale. L’intento della riforma che abbiamo approvato è stato quello di allargare la partecipazione attiva e responsabile delle persone, di valorizzare il potenziale di crescita sociale e occupazionale dell’economia sociale, di puntare su razionalizzazione e semplificazione. Per la prossima legislatura ci impegniamo a dare attuazione alla riforma e a introdurre: • politiche di riduzione del carico fiscale per
le nuove assunzioni e per le stabilizzazioni, attraverso l’estensione del trattamento previsto per i rapporti di collaborazione con associazioni sportive dilettantistiche, anche
a tutti gli enti del Terzo settore regolarmente iscritti nel registro unico nazionale, in considerazione della particolare finalità sociale e di interesse generale del servizio prestato e garantendo il versamento dei contributi mediante un sistema agevolato; • la co-programmazione tra le istituzioni pubbliche e il privato sociale, che deve diventare la modalità ordinaria di attuazione delle iniziative pubbliche nelle aree di interesse generale, attingendo ai migliori esempi degli altri paesi europei; un mese di Servizio civile obbligatorio in •
sinergia tra scuola e Terzo settore, a fianco della piena attuazione del Servizio civile universale. Un mese di vita al servizio della collettività, un’esperienza pratica da affiancare allo studio teorico dell’educazione civica. Uno strumento concreto per permettere agli studenti di entrare in contatto con persone esperte e impegnate, con la necessità di confrontarsi su temi sociali e di risolvere problemi
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Prendersi cura delle persone pratici, con l’importanza del lavorare in gruppo per raggiungere un fine comune.
Una pensione per giovani Il sistema previdenziale e pensionistico non è solo uno degli elementi centrali del welfare, è anche un importante fattore di solidarietà tra generazioni: i lavoratori di oggi finanziano le pensioni di oggi, nella prospettiva che i lavoratori di domani paghino le loro. Per tutelare i
giovani lavoratori che contribuiscono, dobbiamo preservare la stabilità finanziaria del sistema e al contempo dare delle garanzie sul loro futuro previdenziale, soprattutto per chi ha carriere lavorative saltuarie e precarie. Per i lavoratori anziani, toccati dall’innalzamento
dell’età di pensionamento, dobbiamo prevedere un piano per l’invecchiamento attivo, che aiuti la loro permanenza nel mercato del lavoro a condizioni lavorative, economiche e sociali adeguate, ma che consenta anche forme di uscita flessibile. L’innalzamento dell’età di pensionamento, per non produrre effetti negativi sulle condizioni di vita delle generazioni più anziane, deve essere accompagnato da politiche di miglioramento dell’organizzazione del lavoro, da nuove forme di flessibilità dell’orario di lavoro, da nuove possibilità di combinare part time e sostegni al reddito e pensione, dal cambiamento delle mansioni in coerenza con l’età, dalla possibilità di combinare esigenze di cura e attività lavorativa. Di fronte a un lavoro che diventa più faticoso, l’unica via di uscita non è la fuga dal lavoro, ma laddove è possibile la capacità di rendere meno faticoso e più gratificante l’impegno lavorativo. Si tratta di introdurre forme di incentivi, regole sul lavoro e sulla sua organizzazione che consentano la permanenza a condizioni sociali, economiche e di salute adeguate. Vanno introdotti strumenti che contrastino la tendenza di una parte del sistema delle imprese a “disfarsi” di lavoratori anziani. Sulla base del verbale d’intesa tra governo e sindacati del settembre 2016, i governi Renzi e Gentiloni hanno realizzato politiche a favore dell’equità intergenerazionale e hanno introdotto forme di uscita flessibile dal mercato del lavoro, creando di fatto un’inversione di tendenza rispetto agli interventi di mera stabilizzazione finanziaria degli ultimi anni. Dopo la stagione dei tagli, si è finalmente tornati a investire risorse mirate sulla previdenza. Le riforme degli ultimi decenni hanno avuto il merito di garantire stabilità al sistema previdenziale, ma hanno reso più difficile per i lavoratori andare in pensione, aumentando l’età di pensionamento. Queste modifiche hanno creato
una domanda di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi, per motivi familiari, economici o di salute, non può o non vuole continuare a lavorare in tarda età. I nostri governi hanno introdotto l’Ape
sociale e le misure per i lavoratori precoci per garantire l’uscita dal mercato del lavoro senza costi, con più di 3 anni di anticipo, per quei lavoratori che non sono in grado di continuare a lavorare, perché disoccupati, occupati in lavori gravosi, con difficoltà di salute o impegnati ad assistere parenti non autosufficienti. Finora 22 mila lavoratori hanno usufruito dell’A-
pe sociale e 16 mila delle misure per i precoci: un primo passo, ma si tratta di platee da ampliare. Per coloro che scelgono di lasciare volontariamente il posto di lavoro, la transizione è consentita attraverso strumenti che hanno un costo, agevolato fiscalmente, come l’Ape volontaria, la Rendita integrativa temporanea (Rita), il cumulo dei contributi e opzione donna: misure, in alcuni casi, da attuare o rinnovare. Abbiamo realizzato anche politiche a favore dei pensionati, aumentando la no tax area ed estendendo la quattordicesima. E dei giovani attraverso il cumulo gratuito delle carriere contributive. Non mancano, tuttavia, problematiche da affrontare nella prossima legislatura. È necessario superare le eccessive rigidità nella fase di pensionamento introdotte dalle ultime riforme (Maroni, Sacconi, Fornero), senza compromettere il quadro di stabilità finanziaria ottenuto, ma aumentando l’equità del sistema pensionistico. Ecco le nostre priorità. • Pensione di garanzia per i giovani. Il sistema contributivo introdotto con la riforma Dini, interamente applicato a coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1996, garantisce una maggiore equità intergenerazionale, poiché la pensione percepita è calcolata in funzione dei contributi pagati. Grazie a questo meccanismo di calcolo e all’aumento dell’età di pensionamento, il sistema contributivo determinerà in media pensioni pari al 70% dell’ultimo stipendio. Tuttavia, i lavoratori con retribuzioni basse e con carriere precarie e saltuarie rischiano di maturare pensioni inadeguate. Ovviamente, la soluzione più efficace consiste nel migliorare le condizioni di lavoro e di reddito durante la vita attiva. Tuttavia, è necessario uno strumento anche previdenziale che tuteli i lavoratori con carriere discontinue. Per questo
proponiamo una pensione contributiva di garanzia, costituita da un livello di reddito pensionistico minimo di 750 euro mensili, garantito alle persone che sono interamente nel sistema contributivo al compimento dell’età di vecchiaia, grazie a un’integrazione a carico dello Stato. La pensione di garanzia è
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Prendersi cura delle persone rivolta alle persone che non hanno i requisiti per ottenere, in base al calcolo contributivo, 750 euro mensili anche se hanno 20 anni di contributi. E cresce di 15
euro al mese per ogni anno di presenza sul mercato del lavoro successivo ai 20 anni di contributi, fino a raggiungere un massimo di 1.000 euro mensili. • Flessibilità in uscita. Vogliamo estendere gli interventi esistenti per creare un sistema di flessibilità in uscita incentrato su una pluralità di strumenti, che permetta a chi ha compiuto 63 anni di età e vuole anticipare l’uscita dal mercato del lavoro di ricevere risposte adeguate alle proprie esigenze. Molti strumenti per ottenere flessibilità in uscita sono già stati introdotti, ma devono ancora dispiegare i loro effetti. In questa ottica, è necessario rendere strutturali: l’Ape sociale, per i lavoratori in difficoltà; l’opzione donna, per le donne con 35 anni di contributi; le misure per i lavoratori precoci e usuranti; ma anche l’Ape volontaria e Rita, per consentire di utilizzare la previdenza integrativa. Allo stesso tempo è necessario allargare le platee dei beneficiari, per esempio permettendo a tutti i disoccupati che provengono da lavori a tempo determinato e a nuove categorie di lavoro gravoso, anche autonomo, di accedere all’Ape sociale. Il principio è semplice: chi, dopo 63 anni, vuole flessibilità per condizioni di bisogno riceverà un reddito ponte gratuito, chi la vuole per preferenze individuali dovrà sobbarcarsi parte dei costi. • Adeguamento dell’età pensionabile. Demografia e previdenza non possono essere slegate tra loro senza mettere a rischio la sostenibilità del sistema e le pensioni dei giovani. In seguito all’allungamento della speranza di vita, l’innalzamento dell’età pensionabile (o degli anni di contributi versati) è ineludibile per motivi di finanza pubblica. Le modalità di tale raccordo devono però tenere conto, come ha evidenziato l’Ocse nel suo rapporto del 2016, sia del mutare delle effettive condizioni socio-economiche sia delle specifiche condizioni personali e lavorative, legate soprattutto al diverso grado di usura. Vanno in questa direzione il verbale governo-sindacati del 2016 e l’apposita commissione tecnica coordinata da Istat e Inps che avrà il compito di produrre per l’autunno un rapporto utile a definire la fattibilità delle politiche più appropriate. Alla luce dei lavori di questa commissione ci impegniamo a dare piana attuazione al verbale del 2016. • Equità nei trattamenti. Va aumentata l’equità, ridu-
cendo drasticamente tutte le forme di privilegio ingiustificate nei trattamenti finanziati dallo Stato.
•P revidenza integrativa e Casse previdenziali. Si avverte l’esigenza di un sistema rinnovato, più conveniente so-
prattutto per i lavoratori più giovani, con meno vincoli e che possa finanziare lo sviluppo degli investimenti in Italia. Occorre che la previdenza integrativa garantisca non solo la possibilità di una rendita da aggiungere alla pensione pubblica, ma anche, come prevede Rita, un’opportunità di reddito prima della pensione.
La salute come diritto da tutelare Nelle classifiche internazionali il Servizio sanitario nazionale italiano è da sempre ai primissimi posti nel panorama internazionale. Oggi è rimasto uno degli ultimi a sopravvivere con le sue caratteristiche di unitarietà, universalità ed equità. E rappresenta uno strumento imprescindibile per assicurare il diritto alla salute, sancito nella nostra Costituzione. È un patrimonio che ci impegniamo a salvaguardare, rafforzare e difendere. Negli anni passati, quelli in cui la crisi economica si è fatta sentire più duramente, la sanità ha pagato un dazio particolarmente pesante al consolidamento della finanza pubblica attraverso la riduzione del Fondo sanitario nazionale negli anni 2011 e 2012, i mancati attesi aumenti per circa 30 miliardi di euro e una revisione della spesa tradottasi nel blocco dei contratti e delle assunzioni. Rispetto alla stagione dei tagli, con il governo Renzi prima e con quello Gentiloni poi si è tornati a investire in sanità:
il Fondo sanitario è passato dai 109 miliardi del 2013 ai 113,4 di oggi; dopo un decennio abbia-
mo finalmente i nuovi livelli essenziali di assistenza (Lea) per garantire a tutti l’accesso agli stessi servizi; con l’ultima legge di bilancio, si sono allentati i vincoli alle assunzioni di personale ed è stata avviata la stabilizzazione del personale precario. Sono stati approvati, infine, provvedimenti attesi da anni: dalla legge sulla sicurezza delle cure e la responsabilità professionale del personale sanitario alla riforma della dirigenza sanitaria, dalla legge sull’obbligatorietà dei vaccini alla riforma delle sperimentazioni cliniche e degli Ordini professionali, fino alla legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento. A partire dal 2018, quarantesimo anniversario del Servizio sanitario nazionale, si dovrà continuare a lavorare per portare avanti questa stagione di necessarie riforme. Lavoreremo per aggiornare il Patto per la salute, attraverso il coinvolgimento delle regioni. Affinché il nuovo Patto per la salute possa funzionare è necessario garantire un progressivo aumento del Fondo sanitario nazionale e perseguire l’obiettivo del superamento delle ingiustificate differenze attualmente esistenti tra regioni. Il nuovo Patto per la salute dovrà garantire, in particolare: 32
Prendersi cura delle persone • Il rafforzamento della prevenzione e della cosiddetta “medicina di iniziativa”. La prevenzione gioca un ruolo decisivo sulla probabilità di sopravvivere e per la futura qualità della vita. La prevenzione deve passare
dal potenziamento e dalla riorganizzazione della medicina territoriale, in grado di ridurre le ospedalizzazioni evitabili e quindi di abbassare i costi per il sistema sanitario. Investiremo nell’utilizzo delle nuove tecnologie per un monitoraggio più attento e continuo costituendo un sistema di premialità per le regioni più attive nel promuovere campagne di prevenzione. Porteremo a termine
l’attuazione del nuovo piano nazionale di prevenzione vaccinale. • La realizzazione di un Piano nazionale per la gestione delle liste di attesa, promuovendo a livello nazionale le migliori esperienze messe in campo da alcune regioni in questi anni, al fine di garantire ai cittadini il pieno accesso ai servizi in tempi certi e ragionevoli. • La revisione del sistema di governance del farmaco e dei dispositivi medici attraverso un ripensamento complessivo del sistema dei tetti di spesa. L’uso di un buon farmaco può evitare un ricovero, con le conseguenze che ne derivano in termini di minori costi per il sistema oltre che di minori disagi per il paziente. • L’informatizzazione e la digitalizzazione della sanità, favorendo la personalizzazione delle cure attraverso un utilizzo ottimale della telemedicina, del fascicolo sanitario elettronico, delle cartelle cliniche informatizzate, della consegna al paziente di esami e documentazioni cliniche per via informatica, delle anagrafi vaccinali.
Lo sport come educazione Le misure adottate dai governi a guida PD rappresentano la premessa di credibilità e fattibilità per una serie di riforme fondamentali, attese da decenni dal mondo dello sport. Dal credito d’imposta per l’ammodernamento degli impianti calcistici alla riforma del sistema pensionistico degli sportivi professionisti, dai canali preferenziali per le società dilettantistiche no profit nelle concessioni degli impianti pubblici alla maternità per le atlete, fino al rifinanziamento del Fondo sport e periferie: tutti i provvedimenti sono andati incontro alle esigenze di un settore troppo spesso dimenticato dalla legislazione. Certo, non basta. Abbiamo chiari in mente gli obiettivi per la prossima legislatura, a partire dall’approvazione di un Codice unico dello sport e dal superamento della distinzione tra atleti professionisti e dilettanti. Fondamentale poi
rivedere il funzionamento del mercato dei diritti audiovisivi, potenziare e uniformare il programma di promozione dei valori sportivi nelle scuole, così come proseguire nell’opera di recupero e riqualificazione degli impianti dismessi. Perché molte zone disagiate del Paese possano ripartire anche dallo sport. Che è prima di tutto educazione.
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Più cultura. Scuola e università al centro Quando in Italia si parla di cultura il pensiero corre subito al patrimonio storico, artistico, architettonico e museale di cui il nostro Paese è straordinariamente ricco. Giusto. Così come è giusto rimarcare lo straordinario contributo che il nostro Paese ha dato, nel corso della storia, alla cultura umanistica del pianeta, esprimendo alcuni tra i più grandi geni della letteratura, delle arti figurative, della musica. E se è pur vero che nel corso degli ultimi anni siamo riusciti a far sì che il Paese tornasse a innamorarsi del suo incredibile patrimonio culturale, con una crescita spettacolare dei visitatori e degli incassi dei suoi musei, con un investimento nella valorizzazione del bello che ha avuto pochi eguali nel corso degli ultimi decenni, è vero anche che cultura non vuol dire soltanto passato. E non vuol dire soltanto sapere umanistico.
Cultura sono anche le imprese culturali e creative, che hanno beneficiato dell’introduzione degli incentivi fiscali per il loro sviluppo. Cultura è cinema e spettacoli dal vivo, anch’essi protagonisti di un grande rilancio. Cultura è design, è moda, è cibo, è capacità di progettare e di applicare la nostra arte ai canoni della produzione e alle esigenze dell’impresa. Cultura sono le discipline scientifiche e tecno-
logiche che forse l’Italia ha colpevolmente, negli ultimi decenni, sottovalutato, ma nelle quali è riuscita comunque a esprimere straordinarie eccellenze in ogni ambito. E cultura è ancora molto di più di tutto questo. Cultura è prima di tutto un diritto fondamentale dei cittadini: da questo principio discende la responsabilità pubblica di favorirne lo sviluppo e la diffusione e, insieme, di garantire a tutti l’accesso al nostro patrimonio e alla produzione culturale. Cultura è ciò che lega e rende forte una comunità. Ciò che le permette di aprirsi al mondo senza perdere neppure per un istante il senso della propria identità. Cultura è scuola, formazione, università, ricerca di base, la forma più tangibile di quella produzione e trasmissione del sapere attorno a cui ruota lo spirito di una comunità. E che oggi, in una fase di profonda metamorfosi globale, si eleva a primo e indispensabile propellente della capacità di un paese di competere e di prosperare. Cultura è ricerca, è la sfida della scoperta del nuovo e dell’inatteso, è il pensiero divergente che sovverte e rivoluziona antiche certezze, è la resilienza dei nostri ricercatori che nonostante tutti i tagli di risorse nella stagione del centrodestra si sono
fatti valere quali eccellenze e motivi di orgoglio del nostro Paese. Cultura sono i valori sui quali si fonda ogni giorno il miracolo della convivenza civile ed è ciò che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli. Cultura è anche un potentissimo catalizzatore di energie che uniscono il Paese, i suoi territori, le sue imprese e comunità nella missione della bellezza e dell’innovazione.
Rigenerare i territori e le città attraverso la cultura Fin dall’inizio della legislatura appena conclusa, abbiamo puntato tutto sulla cultura. La creazione del sistema museale nazionale (e il conseguente boom di visitatori, +30%, e degli incassi, +53%), l’assunzione di 1.000 funzionari tecnici dopo anni di blocco, la riforma dello spettacolo dal vivo (con un incremento rilevante di risorse), l’ArtBonus, l’investimento sulla domanda di cultura dei più giovani (con 18App), quello su librerie e lettura, la legge sul cinema e il riconoscimento del tax credit alle imprese culturali e creative sono solo alcuni tra i provvedimenti messi in campo dal PD. Il bilancio del Mibact è aumentato del 62,5%. Il ruolo dell’Italia è tornato centrale in Europa e nel mondo, anche grazie alle eccellenze nella tutela del patrimonio, dai caschi blu della cultura alle missioni di restauro nelle zone a rischio, e al primo G7 nella storia dedicato a questi temi. Il patrimonio culturale e il turismo sono finalmente riconosciuti come motore economico del Paese. La produzione culturale assume i caratteri di un nuovo modo di fare cittadinanza, attraverso progetti di rigenerazione urbana e territoriale: dobbiamo rafforzare il senso di appartenenza identitaria, attivare le città nella creazione di valore economico e sociale attraverso la cultura e la creatività, aumentare ulteriormente la visibilità, il racconto e la reputazione del nostro patrimonio, tutto, non solo quello più noto. Le nostre proposte si fondano su quattro progetti chiave. • Rigenerazione culturale: piano di rigenerazione
delle aree dismesse, sottoutilizzate, periferiche, segnalate da enti locali, reti locali di operatori, artisti o semplici cittadini, sul modello del progetto Bellezza@. Tutti potranno segnalare, utilizzando anche una mail, luoghi pubblici e spazi da ristruttu-
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rare, recuperare o reinventare: un fondo strutturale sarà destinato alla realizzazione di questi progetti.
• Un patrimonio al sicuro: messa in sicurezza del patrimonio culturale oltre l’emergenza, perché la fragilità intrinseca del nostro Paese riguarda tantissimi comuni italiani e ricade inesorabilmente sui beni culturali. Vogliamo istituire un fondo “Patrimonio al sicuro” per piccoli interventi di messa in sicurezza dei beni culturali in aree ad alto rischio sismico. •V erso un nuovo mecenatismo culturale: vogliamo promuovere la tutela e la valorizzazione dei beni culturali sul territorio, potenziando ArtBonus con nuovi meccanismi di raccolta fondi, incentivando e semplificando micro-donazioni di cittadini e turisti grazie all’uso di nuove tecnologie. •P er un paesaggio più sostenibile: ci impegniamo a completare la pianificazione paesaggistica del Paese, approvando e aggiornando entro la fine della prossima legislatura, insieme con le regioni, tutti i piani per assicurare la tutela e la valorizzazione sostenibile del paesaggio. Vogliamo dare più attenzione alle periferie urbane e alle nuove forme di arte e architettura contemporanee, proseguendo l’attuazione delle misure straordinarie avviate nel 2015.
Cultura è produzione, non solo tutela Sostenere il lavoro creativo ad alto valore aggiunto vuol dire coniugare al futuro il nostro patrimonio, generare un ambiente fertile all’innovazione, dare impulso a nuovi modelli imprenditoriali, aumentando l’occupazione e favorendo l’accesso al lavoro nel settore culturale. Nello specifico, ci impegniamo lungo queste linee di intervento. • Sostegno alla produzione e alla tutela contemporanea:
proponiamo un Piano cultura 4.0 per le imprese culturali e creative che investono in innovazione tecnologica, con particolare attenzione alle aree ad alto tasso di abbandono scolastico e al Mezzogiorno.
• Per il libro: promuoveremo una nuova legge sull’editoria, come abbiamo fatto con cinema e spettacolo, con misure di sostegno per tutte le filiere del libro. •S trategia integrata per la lettura e il ragionamento logico matematico: potenziare queste competenze attraverso tutte le azioni possibili, interventi disciplinari e interdisciplinari, sia di tipo tradizionale che innovativo (sostenendo la rete delle biblioteche scolastiche in sinergia con il Mibact e approvando una legge sulla promozione della lettura e della scrittura). • Per un nuovo spettacolo: proponiamo incentivi premiali per le eccellenze nel teatro, nella lirica, nella musica e nella danza.
• Piano nazionale per la cultura digitale: un piano organico, sul modello del piano nazionale Scuola digitale, per mettere a leva tutte le potenzialità del digitale applicate alla cultura. In particolare, proponiamo di istituire un fondo unico che raccolga tutti i finanziamenti già esistenti per completare la digitalizzazione e catalogazione del patrimonio culturale italiano; di introdurre la formazione al digitale obbligatoria, permanente e strutturale degli operatori; di potenziare le infrastrutture (banda larga in tutti i musei, archivi, biblioteche e altri luoghi della cultura pubblici entro il 2023). • 18App: vogliamo rendere strutturale il bonus cultura per i neo-diciottenni. • Erasmus della cultura: vogliamo che l’Italia sia
capofila nella strutturazione di una rete dei luoghi del sapere (teatri, cinema, musei, siti archeologici, biblioteche) che ospitino scambi per giovani studenti in alternanza, universitari o tirocinanti in ambito culturale.
Verso una scuola a misura di studenti Con un investimento di 4 miliardi abbiamo provato a costruire le basi per la scuola del futuro, partendo dal rafforzamento dell’autonomia scolastica, istituendo l’organico di potenziamento, investendo sui docenti attraverso assunzioni, formazione, aggiornamento, valorizzazione. È stata aumentata la dotazione economica delle scuole con stanziamenti aggiuntivi al fondo per il loro funzionamento. Abbiamo cominciato a cancellare il fenomeno storico del precariato determinato da anni di cattiva gestione, soprattutto del centrodestra. Abbiamo assunto in tre anni 132 mila docenti e ogni scuola ne ha avuti in media 7 in più per l’arricchimento dell’offerta formativa. Gli insegnanti hanno potuto beneficiare di risorse per la loro formazione in servizio, di una card di 500 euro annui per spese culturali e di aggiornamento e del bonus per il merito poiché crediamo in una scuola che premi i docenti migliori secondo criteri trasparenti e condivisi dalla comunità scolastica. Abbiamo previsto un nuovo sistema di formazione iniziale e reclutamento per la scuola secondaria: mai più lunghi anni di precariato a cui seguivano costose abilitazioni e concorso, ma subito un concorso per accertare le competenze disciplinari e poi, solo per i vincitori, un percorso triennale retribuito di formazione, tirocinio e inserimento progressivo nella professione fino all’assunzione a tempo indeterminato. Con un investimen-
to di 140 milioni abbiamo reso l’alternanza scuola-lavoro curricolare per tutte le scuole secondarie superiori, ritenendola strategica per l’acquisizione di competenze trasversali
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e per la costruzione di un nuovo modello di didattica. Inoltre, abbiamo stanziato 45 milioni per realizzare 58 laboratori territoriali per l’occupabilità, spazi altamente tecnologici che devono aiutare i ragazzi a sviluppare competenze e avvicinarsi concretamente all’innovazione attraverso specifici percorsi.
Abbiamo un patrimonio di 42 mila edifici scolastici frequentati da quasi 8 milioni di studenti, spesso vecchi e costruiti con criteri, materiali e tecnologie obsoleti, che richiedeva da anni un lavoro di messa in sicurezza e ammodernamento. Per realizzare quella che noi consideriamo una priorità è stato fatto un investimento storico, se paragonato a quanto fatto negli ultimi 20 anni. Dal 2014 ad oggi sono stati stanziati 9,5 miliardi con cui abbiamo realizzato la ristrutturazione, l’antisismica e la messa in sicurezza degli edifici scolastici e la costruzione di strutture innovative. In questi anni sono stati aperti 7.235 cantieri e realizzate 303 nuove scuole. Con 1,2 miliardi sono state finanziate le azioni del Piano nazionale scuola digitale, per lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti, il potenziamento degli strumenti didattici e laboratoriali, la formazione dei docenti. Per consolidare ed ampliare la rete dei servizi educativi per l’infanzia (anche riducendo la partecipazione economica delle famiglie alle spese di funzionamento, in particolare nei territori in cui sono carenti) e per riqualificare gli edifici scolastici esistenti e avviarne la costruzione di nuovi, abbiamo realizzato un piano di azione nazionale per la promozione del sistema integrato di istruzione e formazione da 0 a 6 anni. Per realizzare tale piano abbiamo stanziato tra il 2017 e il 2019 quasi 700 milioni che andranno direttamente ai Comuni per potenziare nidi e scuole dell’infanzia. Dopo molti anni, abbiamo stabilito un adeguamento per la retribuzione dei dirigenti scolastici al fine della progressiva armonizzazione dei loro stipendi a quelli delle altre figure dirigenziali dell’area Istruzione e ricerca. Con i decreti attuativi della Buona Scuola, il nostro sistema educativo si è avvicinato agli standard europei. Non solo con il sistema integrato da zero a sei anni e al nuovo modello di formazione e reclutamento degli insegnanti, ma anche grazie agli interventi per sostenere il diritto allo studio alla revisione dei percorsi dell’istruzione professionale fino all’inclusione degli alunni disabili: un filo rosso che innova mettendo al centro gli studenti. Il sapere è fondamentale per costruire una società aperta e inclusiva, è elemento per il cambiamento e per garantire uno sviluppo sostenibile. L’educazione e l’istruzione sono le leve più importanti per superare le diseguaglianze sociali ed economiche. Qualsiasi progetto che riguardi la scuola deve continuare a mettere al centro gli studenti e la loro partecipazione consapevole alla vita della scuola.
Per questo, vogliamo: • ripensare l’organizzazione della scuola dando spazi e tempi adeguati alla continuità e alla flessibilità dei processi di apprendimento; • promuovere l’innovazione didattica e metodologica, sviluppando competenze che consentano agli studenti di essere aperti all’apprendimento permanente; • sostenere l’apprendimento trasversale e digitale; • promuovere l’orientamento per sostenere
gli studenti nei momenti di scelta e transizione, a partire dal primo giorno di inserimento nell’ambito scolastico;
• ridefinire gli obiettivi e le modalità di attuazione concreta dell’alternanza-scuola lavoro; • potenziare l’offerta di tempo pieno nelle
scuole elementari, portando in particolare i livelli del Mezzogiorno a quelli medi del Centro-Nord.
Liberiamo la scuola dalla burocrazia e valorizziamo le sue professionalità Le scuole si devono allargare alla dimensione territoriale e si devono aprire alla costruzione di alleanze formative e organizzative. Le professionalità del mondo della scuola devono essere ulteriormente valorizzate. In particolare, riteniamo necessario: • combattere la burocrazia, liberando la scuola e i dirigenti scolastici da compiti e funzioni non strettamente connessi al “fare scuola”, in modo che possano concentrarsi sulla progettazione, organizzazione e gestione delle attività didattiche e formative; • far crescere nelle scuole la cultura e la pratica della valutazione e dell’autovalutazione; • procedere alla revisione, snellimento, coordinamento e semplificazione delle normative relative alla scuola, per renderle comprensibili e facilmente utilizzabili da tutti; • garantire ai docenti opportunità di crescita
professionale;
• promuovere formazione iniziale, formazione in servizio e aggiornamento professionale; • riconoscere la funzione specifica svolta dal personale Ata non solo nell’ambito del lavoro amministrativo, ma anche in quello di supporto alla didattica e relazione con gli studenti; • definire il costo standard di sostenibilità anche per promuovere il pluralismo educativo e una migliore offerta formativa per il diritto allo studio.
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Combattere la povertà educativa Dispersione scolastica, bassi livelli di rendimento, disagi adolescenziali sono tutti sintomi di una malattia che possiamo indicare come povertà educativa e che colpisce le aree marginali del Paese. I governi a guida PD sono stati i primi a raccogliere l’invito lanciato da tempo dalle associazioni, dal mondo della scuola, dal mondo della ricerca educativa per fare qualcosa. Per la prima volta è stato istituito, in collaborazione con le fondazioni bancarie, un fondo per il contrasto alla povertà educativa per finanziare interventi innovativi e monitorati a contrasto. Questa azione va resa strutturale e inserita in una strategia più ampia. Dando di più a chi ha di meno, per dare a tutti le stesse opportunità. Per questo intendiamo istituire delle “aree di priorità educativa” nelle aree marginali con i più alti tassi di abbandono e di povertà, dove invieremo un esercito di maestre e di maestri: più docenti e comunità educante, appositamente formati e valorizzati in modo che gli studenti siano seguiti meglio e con piani educativi personalizzati.
Università e ricerca: far crescere il Paese, dare protagonismo ai giovani Riconosciamo all’università e alla ricerca una responsabilità sociale e politica fondamentale per il Paese: la formazione delle conoscenze e delle competenze e la generazione di futuro. Tale azione generativa si attua attraverso l’inscindibilità della formazione e della ricerca. In questa legislatura, grazie all’iniziativa del Partito Democratico, le risorse per università e ricerca sono tornate ad aumentare, dopo la stagione dei tagli del centrodestra. Abbiamo varato misure importanti, un progetto strategico da irrobustire e completare: diritto allo studio, reclutamento di nuovi ricercatori, investimenti per enti di ricerca e dipartimenti universitari più innovativi, valorizzazione dei dottorati, recupero e incremento degli scatti stipendiali di professori e ricercatori, e molto altro ancora. La comunità accademica e della ricerca ha saputo sviluppare una forte e generosa resilienza di fronte alle criticità dell’ultimo decennio, causate dalla contrazione delle risorse e dall’involuzione strutturale del modello universitario operata dai governi di centrodestra. L’inversione di tendenza che i nostri governi hanno iniziato ad attuare si fonda su una rinnovata fiducia verso la comunità dei docenti, dei ricercatori e degli studenti che abitano le nostre università, che ci spinge a rilanciare una prospettiva di forte valorizzazione del sistema universitario e della ricerca nel nostro Paese. Per la prossima legislatura, ci impegniamo lungo queste linee di intervento.
• Approvare una misura che è fondamentale per affrontare i punti di crisi dell’università (tra tutti, i divari territoriali e l’allargamento dell’offerta formativa per andare sempre più incontro alla domanda degli studenti): il reclutamento strutturale e continuativo di 10 mila ricercatori di tipo B nei prossimi 5 anni. • Aumentare ulteriormente il fondo ordinario
per l’università.
• Promuovere le reti interuniversitarie di ricerca mediante incentivi alla mobilità e altri strumenti di raccordo. • Superare la logica dei “punti organico”, per lasciare agli atenei una maggiore autonomia nella gestione delle proprie risorse umane e finanziarie e ridurre i settori scientifico disciplinari. • Sostenere la semplificazione e l’abbattimento degli oneri burocratici per atenei e docenti. • Favorire l’internazionalizzazione delle nostre università e l’attrazione di studenti dall’estero attraverso un’azione di supporto coordinata a livello nazionale. • Favorire l’attrazione di studiosi e ricercatori che lavorano all’estero, potenziando e semplificando gli strumenti esistenti. Continuità e certezza di risorse sono essenziali per fare della ricerca un’infrastruttura strategica, imperniata sull’integrazione tra università ed enti, sul legame tra ricerca-imprese-territori, sul presidio delle frontiere tecnologiche. A tal proposito, ci impegniamo a realizzare: • l’istituzione di un’Agenzia nazionale della ricerca, per coordinare progetti e risorse ed evitare frammentazioni; • un piano straordinario di investimenti in ricerca di base; • realizzare a Napoli – in collaborazione con i grandi player multinazionali dell’innovazione tecnologica già presenti e le università del territorio – un
centro di ricerca internazionale, ispirato al modello Human Technopole di Milano.
Un’università per tutti, combattere le diseguaglianze Per una società di diritti e opportunità, c’è bisogno di un modello largo, non più parametrato su una offerta angusta (per mancanza di finanziamenti), ma sulla domanda (ed è per questo che abbiamo introdotto il parametro del costo standard). Dobbiamo dare ai giovani la possibilità di realizzarsi, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Costruendo un sistema per l’accesso all’università in linea con i paesi più avanzati. Questa legislatura
ha costituito uno spartiacque: i fondi per le borse di studio sono quasi raddoppiati ed è stata introdotta la misura della no tax area, grazie alla quale gli studenti provenienti da
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famiglie con Isee sotto 13 mila euro non pagano più le tasse universitarie e quelli sotto 30 mila euro le pagano in misura fortemente ridotta. Si tratta di interventi che vanno ampliati. Per consentire agli studenti meritevoli che ne
abbiano bisogno di coprire l’intero costo di mantenimento degli studi. Per permettere a tutti gli studenti sul territorio nazionale di accedere a una formazione universitaria di riconosciuta qualità, mettendoli in condizione di poter scegliere liberamente a seconda delle aspirazioni e dei talenti. Per questo proponiamo: • di introdurre livelli essenziali delle prestazioni per il welfare studentesco omogenei per tutte le regioni; • di realizzare un piano speciale per l’edilizia universitaria; • di introdurre lauree professionalizzanti, di cui è stata varata la prima sperimentazione, per incentivare le immatricolazioni da istituti tecnici e professionali; • di rafforzare borse di studio che consentano ai “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”, come recita la nostra Costituzione, di coprire il costo della vita durante gli studi.
Per una cultura dei diritti civili e delle pari opportunità La legislatura che sta per concludersi ha rappresentato una grande stagione dei diritti civili, nella quale hanno visto finalmente la luce provvedimenti rimasti finora solo tra le buone intenzioni. Da unioni civili e coppie di fatto al biotestamento, dal Dopo di noi alla legge sugli orfani delle vittime di reati domestici, sono molti i provvedimenti che hanno visto la luce grazie alla passione e alla volontà delle donne e degli uomini del Partito Democratico. Per la prossima legislatura ci sono altrettante battaglie da portare avanti. • Prima di tutto, lo Ius soli: l’approvazione di una
legge che preveda l’ottenimento della cittadinanza per i bambini nati in Italia da genitori stranieri in possesso del permesso di soggiorno e per i minorenni entrati nel nostro Paese entro il dodicesimo anno di età, purché abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale. • La parità di genere, in particolare nelle retribuzioni su cui troppo spesso esiste un divario ingiustificato. Per questo vogliamo preve-
dere un meccanismo di valutazione e certificazione della parità di salario. Per i datori di lavoro che impieghino più
di 50 dipendenti introdurremo l’obbligo a svolgere un’analisi delle retribuzioni ogni quattro anni, il cui monitoraggio sarà affidato a un organo esterno. • La lotta all’omofobia. Nella violenza e nella discriminazione di stampo omofobico e transfobico la peculiarità dell’orientamento sessuale della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale, così come l’essere donna nella violenza sessuale contro queste ultime, non sono neutrali rispetto al reato, del quale costituiscono il fondamento. • Il riconoscimento dei diritti dei bambini e la
relativa riforma delle adozioni: tutti i bambini sono uguali, hanno pari diritti dinanzi alla legge a prescindere dalle famiglie nelle quali sono nati. Occorre modificare la legge sulle adozioni ferma al 1983, in quanto non tiene conto delle evoluzioni sociali e del diritto di famiglia. • Il rifinanziamento del fondo per i centri antiviolenza e per i centri per le vittime della tratta delle donne con incentivazione dei centri protetti, l’inserimento delle donne vittime nel mondo del lavoro, la formazione specifica delle forze dell’ordine e del personale sanitario sugli aspetti della violenza di genere.
Cultura, accoglienza e sicurezza: una sfida da governare Quella dei grandi flussi demografici è una questione strutturale che non può essere ristretta in orizzonti temporali brevi e con la quale l’Europa, anche per via della crisi di natalità, dovrà necessariamente misurarsi negli anni a venire. Un fenomeno di questa portata non può essere né subito né inseguito: va governato. Di qui la messa in campo da parte del governo e del PD di un progetto compiuto rivolto al nostro Paese, all’Europa, ma anche all’Africa.
Perché l’Africa è lo specchio dell’Europa: se l’Africa cresce, l’Europa sta meglio. Il dialogo con i governi al di là del Mediterraneo deve essere improntato ai principi della democrazia, del rispetto dei diritti umani e dello sviluppo. Principi che per il PD rappresentano il cuore dell’intero progetto di gestione dell’immigrazione, delle politiche di accoglienza e di integrazione. È importante garantire tanto i diritti di chi fugge dalle guerre e dalle carestie quanto quelli di chi accoglie: l’Italia in questo senso è in prima linea e continuerà a esserlo, ma queste due istanze vanno tenute in equilibrio fra loro, con la consapevolezza che l’accoglienza ha un limite nel-
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la capacità di integrazione. È così che pensa e agisce una grande democrazia. Ecco perché è importante proseguire nel solco del Piano per l’accoglienza diffusa, che si fonda sulla collaborazione con gli enti locali e gli attori del terzo settore, per superare una volta per tutte la fase dei grandi centri di accoglienza. Allo stesso tempo è fondamentale insistere sull’importanza del processo d’integrazione: sulla promozione di valori e responsabilità, ma anche sulla certezza dei diritti, come quello alla cittadinanza piena per i figli degli stranieri nati e cresciuti in questo Paese. Parallelamente, come abbiamo già detto, bisogna portare avanti un confronto costruttivo con l’Unione Europea sulle politiche migratorie anche attraverso la revisione
del trattato di Dublino. Riteniamo inoltre necessario il superamento dell’impostazione, ormai anacronistica, della legge Bossi-Fini.
La sicurezza è un bene comune. E sentirsi sicuri vuol dire superare la paura. La strategia di contrasto al terrorismo internazionale, per la sicurezza delle nostre città, non può che fondarsi su una sempre più stretta intera-
zione fra istituzioni centrali e locali, su una sempre più efficace cooperazione anche internazionale tra le forze di polizia, con la condivisione di dati e informazioni, e su una sempre più qualificata attività di prevenzione, a partire dal contrasto ai fenomeni di marginalità sociale. Sul piano dell’antimafia, nonostante gli
importanti risultati di questi anni, le grandi organizzazioni criminali continuano a estendere la loro rete di potere. Per sconfiggerle bisogna colpire le loro risorse economiche e garantire una sempre più efficace gestione dei beni confiscati, ma accanto alla repressione occorre che l’impegno civile e la cultura della legalità rimangano il cuore della nostra battaglia politico-culturale. Essenziale infine
non abbassare la guardia sul tema della cybersecurity, investendo in nuove tecnologie in grado di contrastare il fenomeno. Perché in una società sempre più virtuale, la sfida che dovremo affrontare nei prossimi anni sarà quella di rendere la rete un luogo sempre più sicuro.
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nessuna promessa, un programma credibile Il nostro programma elettorale ha un costo inferiore alle misure delle leggi di bilancio approvate negli anni che vanno dal 2014 al 2017 ed è compatibile con il quadro di consolidamento fiscale su cui ci impegniamo. Si tratta di un programma concreto e fattibile. Fermo restando l’impegno a una graduale e costante riduzione del debito al livello del 100% del Pil in 10 anni, nell’attuale quadro macroeconomico la diminuzione del deficit nominale avverrà a un ritmo più lento rispetto ai vincoli troppo stretti sui quali sono calcolati gli attuali obiettivi programmatici di finanza pubblica, permettendoci di liberare risorse per la crescita. Ulteriori risorse saranno liberate dalle misure elencate in materia di (I) revisione della spesa, (II) digitalizzazione e risparmio energetico nella PA, (III) consolidamento dei risultati che abbiamo già raggiunto in materia di contrasto all’evasione. Non si tratta di un libro dei sogni, ma non rinunciamo al sogno e all’orgoglio di vivere nel Paese più affascinante del mondo. Un sogno che non si nutre di promesse irrealizzabili ma di concrete e quotidiane azioni di buon governo. Avanti, insieme.
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committente responsabile Matteo Richetti
partitodemocratico.it