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Carabinieri uccisi a Fiesole, ecco il documento

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Verbale del carabiniere Francesco Naclerio (18/2/1945) Dal Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri, Roma Legione territoriale Carabinieri Reali Firenze Stazione di Fiesole Processo Verbale di interrogatorio del carabiniere ap.eff. Naclerio Francesco fu Ferdinando e di Moscolo Margherita, nato ad Agerola (Napoli) il 28/10/1910, in servizio presso la stazione di Fiesole. L'anno millenovecentoquarantacinque addì 18 del mese di febbraio in Fiesole nell'ufficio stazione ore 11. Avanti a noi S. Tenente Manrico Gibelli, comandante la Tenenza Suburbana di Firenze, assistito dal maresciallo maggiore Tennirelli Giuseppe, comandante la stazione suddetta, è presente il carabiniere ap.eff. Naclerio Francesco, in oggetto generalizzato, il quale opportunamente interrogato risponde quanto segue: A.D.R.-Il giorno 6 agosto 1944 assunsi il comando interinale della stazione di Fiesole, per mancanza del V.Brig.Amico Giuseppe, deportato dai tedeschi. Mi recai nella mattinata del 7 agosto dal Vescovo per ricevere consigli circa il comportamento da tenere durante l'oppressione tedesca. Questi mi consigliò di continuare a prestar servizio per il buon ordine del paese, chiedendomi i nominativi dei militari presenti al fine di interessarsi presso il comando tedesco. Mi recai poi presso il segretario del comune per ricevere ulteriori delucidazioni, ma questi si astenne col dire che s'era interessato il Vescovo, autorità superiore. Fino al 9 successivo non ebbi risposta alcuna dal Vescovo e nella stessa giornata del 9 mi recai nuovamente dal Vescovo il quale anche questa volta mi consigliò di continuare a prestar servizio senza darmi risposta dei militari presentatigli adducendo che non aveva avuto la possibilità di parlare con l'ufficiale tedesco per mancanza di interprete. Uscito dalla Curia Vescovile mi sono recato in comune dove ho trovato nell'ufficio del Segretario un frate cappuccino di cui non conosco il nome che fungeva da interprete e che S.E. il Vescovo voleva inviare al comando tedesco per la nostra pratica. Ho spiegato al frate quello che era accaduto e l'ho pregato di correre subito dal Vescovo, che l'aspettava, cosa che egli fece immediatamente. Il giorno 11 la domestica della caserma mi consegnò una lettera contente la somma di lire mille e la notizia di recarmi assieme ai carabinieri nei locali della Misericordia, da parte del V. Brig. Amico Giuseppe, comandante di stazione, per poter raggiungere possibilmente sotto le spoglie dei [2] fratelli della Misericordia Firenze. Prima di aderire all'invito del V. Brig. Amico, inviai dal Vescovo la signora Bartolucci Piera, per sapere che cosa avesse S.E. ottenuto dal comando tedesco e quale atteggiamento ci consigliava. Poco dopo la signora ritornò e ci riferì che il Vescovo aveva detto di continuare a prestar servizio e che ancora nulla gli era stato comunicato dal comando tedesco. La signora ritornò una seconda volta dal Vescovo il quale ripeté di rimanere sempre al nostro posto, di uscire il meno possibile e considerata la situazione eccezionale del paese, che stava per essere liberato, se proprio lo ritenevamo opportuno ci rifugiassimo in qualche casa del paese al fino di non essere all'ultimo momento deportati dai tedeschi. Verso le ore 20,30 circa, dopo aver provveduto a far sotterrare nell'orto della caserma le armi in dotazione ai militari ed aver provveduto a chiudere tutte le porte e consegnate le chiavi alla domestica, mi portai insieme ai carabinieri nel luogo indicato dal v.brig.Amico, ma non fu possibile portare a compimento il nostro piano siccome la Misericordia non ottenne il permesso di circolare. Appresi intanto che i tedeschi cominciavano a razziare gli uomini del comune e mi nascosi insieme ai carabinieri presso gli scavi romani. Vi rimasi tutta la giornata. Verso le ore 18 del giorno 12 fui invitato dal custode della Misericordia, sig. Olmi Memmo, di recarmi nei locali della Misericordia stessa dove ero atteso dal segretario comunale Oretti dr. Luigi e da Mons. canonico Turrini per comunicazioni urgenti. Mi recai al luogo suddetto dove trovai il segretario ed il canonico predetti i quali mi misero al corrente della situazione dicendomi che il comando tedesco accortosi della nostra fuga, qualora non fossimo rientrati in serata nel paese, avrebbe fatto fucilare dieci ostaggi. Io non


risposi subito riservandomi di interrogare i carabinieri, i quali di comune accordo decisero di riprendere servizio pur sapendo che i tedeschi non ci avrebbero risparmiati date le circostanze di tempo e di luogo in cui ci eravamo allontanati. Ma il pensiero che dieci ostaggi sarebbero stati passati per le armi in vece nostra fu più forte del nostro spirito di conservazione e decidemmo così di l[a]sciare il nostro sicuro nascondiglio ed affrontare serenamente la nostra tragica sorte. Preciso inoltre che il carabiniere Marandola ebbe ad esclamare: '' '' Se noi non ci presentiamo ed i dieci ostaggi verranno fucilati noi non troveremo più pace per tutta la vita'' ''. Mi recai quindi insieme al canonico Turrini e al segretario Oretti [3] dal comando tedesco per assicurare la nostra presenza in servizio mentre i carabinieri si recavano in caserma. Ciò fatto mi recai in comune insieme al segretario Oretti e qui domandai del rag. Nieri Raffaello per aver rilasciato una dichiarazione di invito ad un motorista, ma il rag. Nieri risultò assente dal comune ed appresi subito che trovavasi in caserma, dove mi recai tempestivamente trovandovi il fabbro Bartolini che mi rese noto essere stati i carabinieri e il rag. Nieri Raffaello portati, scortati da militari tedeschi armati, al comando di Villa Martini, avendo trovato le armi sotterrate. A tale notizia mi precipitai al comune per rapportare al segretario Oretti l'accaduto ed insieme al medesimo mi recai al comando tedesco. Qui giunti il comandante tedesco mi chiese perché si trovavano sotterrate un numero di armi in più dell'effettivo personale (due moschetti) ed io mi giustificai dicendo che erano armi assegnate a militari in licenza di convalescenza( il mio moschetto avevo nascosto presso la mia abitazione). La mia giustificazione non fu accolta e fui associato ai tre carabinieri in una stanza del comando. Dopo circa venti minuti ci ordinarono di uscire e ci portarono all'albergo “Aurora” sempre scortati da militari tedeschi armati. Strada facendo verso le ore 19,20 circa, all'altezza del comune, incontrai il rag. Nieri Raffaello che si trovava in compagnia dell'usciere Peruzzi e con altre persone a me sconosciute, lo pregai affinché si recasse da S.E. il Vescovo perché intervenisse con la sua parola persuasiva. Il Ragioniere non rivolse a me risposta alcuna e appresi dopo che il medesimo non aveva esaudito la mia preghiera poiché proprio in quel momento, per la stessa ragione, trovavasi dal Vescovo il sig. Oretti dr. Luigi, segretario comunale. Giunti all'albergo “Aurora” attraversammo un corridoio dove permanevano i dieci ostaggi e fummo rinchiusi in un sotterraneo dove si rimase per circa tre quarti d'ora. Furono poi chiamati i soli carabinieri lasciando me ancora rinchiuso. Dopo pochi minuti sentii una scarica di fucile mitragliatore e contemporaneamente un grido '' '' Viva l'Italia'' '' ed un lamento. Poi ancora una seconda e una terza scarica ed infine alcuni colpi di pistola. Dopo un'ora circa fui chiamato dall'ufficiale tedesco e condotto sotto scorta di due militari germanici al comando di Villa Martini ove [4] venni interrogato sul mio stato di servizio, sulla mia età, sulla situazione della mia famiglia e venni rimesso in libertà con l'obbligo di prestare servizio a disposizione del comune altrimenti sarei stato fucilato anche io. A.D.R. Non ho altro da aggiungere. Fatto, letto, chiuso in data e luogo di cui sopra ci sottoscriviamo.


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