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Il Nettuno d'oro a Fulvio Alberto Medini

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COMUNE DI BOLOGNA PGN: 37233/2011 La Vice Segretario Generale per incarico del Commissario Straordinario, informa il Collegio Commissariale nella seduta del 17/02/2011 Il Segretario Generale per incarico del Commissario straordinario, informa il Collegio commissariale nella seduta del: 17/02/2011 Su proposta di: Capo Gabinetto del Commissario Ha esaminato il seguente oggetto: Conferimento del premio "Il Nettuno d'Oro" a Fulvio Alberto Medini. sulla base delle seguenti premesse Considerato che con deliberazione del Consiglio Comunale OdG n. 1254 del 24.6.1988 è stato formalmente istituito il premio "Il Nettuno d'Oro". Il Nettuno d'Oro viene conferito a cittadini, aziende, associazioni e istituzioni culturali che abbiano onorato, con la propria attività professionale e pubblica, la città di Bologna. ha assunto i seguenti orientamenti Conferisce il premio "Il Nettuno d'Oro" a Fulvio Alberto Medini, con la seguente motivazione:

Fulvio Alberto Medini, è nato a Bologna nel 1930 e dove si laurea in Economia e Commercio. Dopo aver ricoperto per alcuni anni l’incarico di assistente presso la cattedra di Statistica dell’Università di Bologna, nell'aprile 1955 entra nei ruoli amministrativi del Comune di Bologna. Nel 1958 vince il concorso nella carriera direttiva e viene nominato Responsabile del Settore Statistica, continuando così a collaborare con il professor Paolo Fortunati di cui era stato allievo all'Università. Nel 1962 diviene Responsabile dei Servizi Tasse e Tributi, per passare quindi al Settore Ragioneria come Vicedirettore nel 1963 e Direttore nel 1972. Nel 1975 diviene Vice Segretario Generale mentre l'anno seguente è nominato Segretario Generale, ruolo che ricoprirà fino al 1997. Dal 1991 al dicembre 2001 Fulvio Alberto Medini è il Direttore Generale del Comune di Bologna; ricopre infine il ruolo di consulente del Sindaco dal 2001 al 2004. Tra i suoi numerosi incarichi si ricordano: quelli di Revisore dei conti in enti quali l’Ente Autonomo per le Fiere di Bologna, l’Istituto per la Storia di Bologna, il Centro Medico Sociale per la Prevenzione e lo studio dei tumori, l’Azienda Regionale per le foreste, quelli come Sindaco effettivo o supplente in diverse società, fino a quelli di Presidente di ATC S.p.A. e di Interporto Bologna S.p.A.


Fulvio Alberto Medini ha partecipato in modo sostanziale anche al dibattito che, a partire soprattutto dagli anni ‘80, ha impegnato la Pubblica Amministrazione, e che ha condotto a determinare il nuovo assetto dei Comuni sia sul piano organizzativo sia normativo. Fulvio Alberto Medini ha costituito per molti anni un saldo ed importante punto di riferimento per tutti gli amministratori ed i dirigenti del Comune di Bologna. La competenza e la professionalità da lui dimostrate sono doti apprezzate e riconosciute da tutti, così come la sua capacità di mettersi in rapporto con gli altri e di essere al di sopra delle parti. Durante tutta la sua vita lavorativa Fulvio Alberto Medini è stato un uomo delle istituzioni, che ha trasferito nell’attività amministrativa non solo conoscenze specifiche molto elevate ma soprattutto senso di equilibrio ed umanità, contribuendo a qualificare l’azione del Comune ed a motivare coloro che vi lavoravano. Per questo suo straordinario percorso professionale e l’importante contributo fornito alla valorizzazione dell’immagine politico-amministrativa e culturale della città di Bologna, l’Amministrazione gli è grata.

ha dato incarico di darne comunicazione a: Al Commissario Straordinario - Dott.ssa Annamaria Cancellieri Al Vice Commissario Straordinario - Dott. Sergio Porena Al Capo Gabinetto del Commissario - Dott. Berardino Cocchianella

Vice Segretario Generale Lara Bonfiglioli La presente comunicazione viene archiviata agli atti del Protocollo Generale ed inserita, in copia, nella raccolta cronologica degli atti del Commissario Straordinario.

Postilla: Allegati:


Conferimento del Nettuno d’Oro a Fulvio Alberto Medini Prolusione di Antonio La Forgia 25 marzo 2011

Medini ha trascorso cinquant’anni qui dentro, nel Comune e nell’amministrazione comunale, costruendo, come afferma la motivazione di questo suo Nettuno d’oro,

“uno straordinario

percorso professionale”. E credo che proprio questo, all’incipit, sia il momento giusto per ringraziare la signora Medini per aver dato avvio a quel percorso giacché fu per lei, per poterla sposare e metter su famiglia con lei, che Fulvio decise di lasciare le aule della giovane scuola di statistica per gli uffici dell’amministrazione. Ovviamente io non tenterò di riassumere, neppure per sommi capi, le tappe e i risultati della vita di Medini nell’amministrazione. In primo luogo perché la gran parte dei presenti li conosce quanto e meglio di me. Ma anche, e sopra tutto, poiché anche per noi, anche per le nostre vite, vale il fatto che l’insieme, il tutto, difficilmente è riducibile alla somma delle parti e dunque il curriculum, pur straordinario, di Medini non potrebbe restituirci il senso della funzione che lui ha assolto, dello spazio che la sua presenza ha occupato nell’azione del Comune. Ed è di questo che vorrei parlare.

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So perfettamente che si tratta di un compito davvero ambizioso ma Fulvio è qui davanti e potrà correggermi…..e non sarebbe certo la prima volta. Per poter almeno tentare devo chiedervi di tornare con la mente all’indomani della guerra di liberazione, del referendum istituzionale e della Costituzione; al passaggio dalla fase della ricostruzione a quello che sarebbe stato poi definito il miracolo economico italiano: Bologna sperimentava una differenza specifica nel quadro della politica nazionale. I partiti, quello comunista e quello socialista, alla guida del Comune erano allora impegnati, ideologicamente e politicamente, in una contrapposizione di sistema sociale

e di

campo internazionale. Non era per nulla scontato che essi riuscissero a trovare la via per tenere assieme una tale collocazione e la guida amministrativa -il governo, come si cominciò poi a dire- di una robusta città ansiosa, almeno allora, di intraprendere la via dello sviluppo. Niente affatto scontato: io stesso, ad esempio, e mi offro al vostro sarcasmo, ancora sul finire degli anni sessanta pensavo che l’amministrazione del Comune potesse essere, fosse, un impaccio per la politica del partito comunista. Ed invece, per quanto io non riuscissi ancora a vederlo, era già stato posto in opera, e da tempo, uno straordinario circolo virtuoso.

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L’orizzonte –o il sogno, come si direbbe oggi- di una nuova società approfondiva il significato e allargava il respiro dell’azione amministrativa. E, per converso, la qualità e l’efficacia dell’amministrazione venivano offerti a prova di ciò che i comunisti e la sinistra avrebbero saputo fare quando fosse toccato loro di guidare l’intero paese e non solo una città pur robusta ed importante. Una vetrina, come si disse poi, nel 1977, per segnalare che era stata mandata in frantumi. Quel circolo virtuoso era, ovviamente, instabile: permanentemente a rischio di una rottura o di una degenerazione schizofrenica in due politiche puramente giustapposte. Evitarlo richiedeva una elaborazione politica che effettivamente prese corpo nel tempo: prima sotto traccia, implicita, e via via sempre più aperta e argomentata. Ma richiedeva altrettanto che l’amministrazione, i suoi quadri, intendo, i suoi dirigenti si sottraessero consapevolmente alla torsione di quella potenziale schizofrenia, praticassero quella distinzione tra politica ed amministrazione così tempestivamente fissata da Weber e così tardivamente entrata nel lessico, temo solo nel lessico, della politica italiana. Occorreva,

insomma,

che

lo

“stato

maggiore”

dell’amministrazione assumesse come propria la missione di 3


perseguire l’efficacia dell’intervento comunale: ne facesse la cifra caratterizzante dei propri comportamenti, l’orgoglio della propria professione. Non credo di dover spendere parole per convincervi che sto parlando di una sorta di doppio salto mortale, di una condizione, di una “postura”, difficilissima da acquisire e mai acquisita definitivamente. E tuttavia, mi permetto di formulare un giudizio, quella condizione fu in larga misura acquisita e fu sostanzialmente tenuta nel tempo. Ecco, dietro il curriculum di Medini io vedo esattamente questo: un ruolo, un contributo essenziale ad assumere ed a tenere quella “postura”,

a

disegnare

ed

a

praticare

il

ruolo

proprio

dell’amministrazione, a coltivare l’orgoglio – uso ancora questa parola – delle prerogative e delle responsabilità specifica della direzione amministrativa. Questa storia è stata per lungo tempo una storia di successo. A sostegno di un’affermazione così impegnativa porto un argomento che a me pare illuminante. Già dalla posizione di Ragioniere Generale, in quanto responsabile di ultima istanza delle risorse comunali, ed ancor più ed ancor meglio nella funzione di Segretario Generale (reggente o ruggente che fosse) Medini divenne il depositario non discusso della

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legittimità degli atti e della affidabilità dei dati e dei fatti oggetto di discussione. Sia dietro le quinte, nei rapporti quotidiani con il Sindaco e, frequentissimi, con assessori, maggioranza e opposizione, sia sotto i riflettori del Consiglio Comunale, gli interventi di Medini valevano a liberare il confronto politico dalla manipolazione strumentale dei fatti e ad indicare nitidamente il limite di legittimità che non avrebbe potuto essere varcato. Qui siamo in larga parte tra “addetti ai lavori”, ma credo sia ben comprensibile

per

chiunque,

che

un

ruolo

così

forte

dell’amministrazione, un ruolo di cui Medini era il perno più robusto e più visibile ma tutt’altro che il solo, poteva esercitarsi solo di fronte ad una politica altrettanto forte: una politica a sua volta orgogliosa del proprio ruolo e capace di confrontarsi sui processi reali senza rifugiarsi nella propaganda. Controprova: quando la politica iniziò ad indebolirsi, prima per le tensioni tra i partiti della maggioranza e poi per le tensioni dentro i partiti anche il ruolo di Medini iniziò a logorarsi, ad essere posto in discussione. Penso che Fulvio non me ne voglia se dico questo: il fatto è che un equilibrio difficile ma fecondo cominciava a traballare e quel circolo virtuoso iniziava spezzarsi. Mi rendo conto che rischio l’atteggiamento dell’anziano, ormai ai margini, che guarda alle cose scuotendo la testa. E’ certamente vero 5


che a Bologna era stato fatto quasi tutto ciò che un comune potesse fare e dunque occorreva girare un tornante ed aprire una fase di straordinaria innovazione politica. E forse era vero che noi, la sinistra, fossimo ormai stanchi, come ci disse Giorgio Guazzaloca con una intuizione che gli valse l’elezione. Spero che sia così, ma temo che le cose stiano altrimenti: quella innovazione non c’è stata. Non si è data a Bologna. Non si è data, purtroppo, negli altri grandi comuni: avremmo perso il primato ma avremmo avuto esperienze da imitare. E non si è data in alcun altro livello dell’ordinamento. A Bologna fu compiuto, ed in buona misura con successo, un grande lavoro di manutenzione straordinaria delle relazioni tra politica, amministrazione e cittadini e del modello organizzativo. Un lavoro a tal punto significativo da divenire un

riferimento

imprescindibile per la discussione nazionale e per i provvedimenti legislativi che ne seguirono. Ma quella innovazione radicale, quella re-invenzione del ruolo del Comune non vi fu. E purtroppo questa defezione della politica non riguarda solo, e neppure particolarmente, Bologna. Se guardiamo indietro a questi ultimi vent’anni pare a me evidente che le parole della politica abbiano perso prima autorevolezza, e poi corpo e capacità di interpretare e guidare i processi reali, fino a ridursi al vocio dei talkshow televisivi nei quali la realtà viene manipolata e dai quali ogni argomentazione è bandita pena la disfatta immediata delle idee che 6


non si possono argomentare ma che devono pur essere rappresentate in una sorta di linguaggio per non udenti. Ma qui nasce un’altra domanda: a quali risorse ha attinto Medini, hanno attinto coloro (voi) che con lui hanno assunto quella “postura” che prima ho cercato di descrivere? Per tentare di rispondere ho bisogno di ricorrere ad una citazione. Nel 1930 Ortega y Gasset pubblicò un piccolo-grande libro, “la ribellione delle masse” e ne titolò un capitolo “l’epoca del “signorino soddisfatto””. Vi prego di portare un po’ di pazienza e sopportare il compromesso che ho cercato tra il rispetto dovuto a voi ed il rispetto dovuto all’autore. Se si studia la struttura psicologica di questo nuovo tipo di uomo-massa, il “signorino soddisfatto”, dice Ortega, si giunge a queste constatazioni: 1° una impressione nativa e fondamentale che la vita è facile, sovrabbondante, senza tragiche limitazioni; e per ciò, ciascun individuo medio ritrova in sé una sensazione di dominio e di trionfo che, ecco il 2° punto, lo invita ad affermarsi così com'è, a riconoscere per buono e completo il suo patrimonio morale e intellettuale. Questo appagamento di sé lo porta a chiudersi a ogni istanza esterna, a non ascoltare, a non mettere nella bilancia del giudizio le proprie opinioni e a non far conto degli altri. Poche righe sotto Ortega continua affermando che Agirà, quindi, come se soltanto lui e i suoi consimili esistessero al mondo; e pertanto,ecco 7


il 3° ed ultimo punto, interverrà dovunque, imponendo la sua volgare opinione, senza miraggi, senza contemplazioni, senza tramiti né riserve, vale a dire, secondo un regime di «azione diretta». Ebbene, io credo che la mia generazione ed ancor più la generazione di pochi anni più giovane, quella del “baby boom”, particolarmente quella sua parte non piccola che si è dedicata alla politica- come professione e, spesso, come mestiere - abbia rappresentato un ritorno in scena di quei “signorini soddisfatti”. E credo che precisamente da ciò dipendano molte delle nostre attuali difficoltà. Quella generazione é cresciuta con una consapevolezza del limite eccessivamente rachitica e, nella politica –in una politica essenzialmente stagnante come quella italiana- ha sviluppato grandi abilità tecniche ma non altrettanto l’attitudine ad interpretare e ad orientare i processi più profondi della società. Da quando il vento del cambiamento ha investito con forza anche l’Italia, una ventina d’anni fa, appunto, quella generazione, la mia generazione, si é mostrata inadeguata alla prova. Un giro un po’ largo, certamente, ma ora posso proporvi la mia risposta alla domanda che prima ho formulato: Medini non è e non è mai stato un “signorino soddisfatto”; e molti nello “stato maggiore” del Comune di Bologna non sono mai stati “signorini soddisfatti”, talora forse “signorini” ma non soddisfatti. Troppo saldo il “principio di realtà”. Troppo intima e radicata la consapevolezza che 8


le società in cui viviamo, le nostre comunità urbane, non sono un dato di natura ma un prodotto della storia ed hanno quindi bisogno di essere accudite ogni giorno, con competenza e con amore, coltivando gli alimenti essenziali alla loro vita: il senso della sicurezza, l’affidabilità delle relazioni interpersonali e la fiducia che nasce dalla certezza di una comune appartenenza. E’ questa la ragione, io credo, per la quale Il Comune di Bologna é apparso a tanti e per tanto lungo tempo un “giardiniere tenace”, un giardiniere di straordinarie capacità, in una certa fase persino il giardiniere per antonomasia. Di questo deve essere ringraziato Medini e devono essere ringraziati quanti hanno condiviso con lui stessa passione e la stessa missione.

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Saluto di Annamaria Cancellieri, Commissario Straordinario del Comune di Bologna Allora, benvenuto a tutti e soprattutto benvenuto al nostro festeggiato, perché questa oggi è una festa. Cercherò di mettere insieme un po' di idee per cercare di dare un filo logico ad una cosa che nasce, veramente, da una serie di sentimenti. Innanzitutto l'ammirazione per un grande uomo dello Stato, perché prima di tutto io intendo riconoscere al dottor Medini la sua funzione, la funzione che lui ha svolto di grande segretario generale della tradizione più nobile dei Segretari Generali. Siamo della stessa famiglia, Ministero degli Interni, siamo cugini come si suol dire: la tradizione che ormai appartiene alla storia di questo paese, di questi personaggi che hanno amministrato, che hanno seguito i Sindaci nei vari periodi e l'hanno sempre fatto con una competenza, una professionalità e un senso dello Stato rarissimi, che ormai sono una merce preziosa e Alberto Medini questo lo rappresenta. Alberto Medini “è” il Comune di Bologna. E quindi è l'uomo che ha affiancato – e qui ci sono i sindaci passati che lo testimoniano, che lo possono dire, che lo dicono con la loro presenza - è stato accanto a sindaci di diversi colori, di diversa appartenenza, ma sempre ha svolto il suo ruolo con un altissimo senso dell'amministrazione. Quindi questo è il riconoscimento al professionista, diciamo, all'uomo di Stato. Poi c'è un riconoscimento che mi nasce dal cuore, dal cuore dei dipendenti, perché questo riconoscimento nasce soprattutto dai figli di Alberto Medini. Eccoli qua, sono tutti qua: i dirigenti del Comune di Bologna che per lui hanno una venerazione, lo dico con commozione perché credo che un leader che riesca ad ottenere dai suoi collaboratori

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tanto apprezzamento è un grande e se lo merita pienamente. E l'ho raccolto, perché ormai è un anno che sono in queste stanze, da frasi, da apprezzamenti, da considerazioni della migliore dirigenza del Comune di Bologna. Questo Comune che ha una dirigenza di altissima qualità, deve l'altissima qualità della sua dirigenza ad un maestro, a questo maestro: quindi questo Comune, questi figli di Medini sono qui per dirgli grazie, grazie di cuore. Credo che sia la cosa più bella, perché avere svolto il proprio compito bene è una cosa importante, però non basta, perché essere bravi ma senza riuscire a coniugare la bravura con i sentimenti, con la passione, secondo me non basta. Lei è riuscito, quindi lo dico con commozione perché se lei intervista... guardi eccoli là, son tutti là i suoi figli, lei lo chieda a uno di loro, ciascuno di loro le dirà quello che io sto cercando di dirle con parole, così, un po' emozionate. E allora, ecco, siamo qui per dirle grazie. Bologna le deve tanto, le deve tantissimo, perché la città non avrebbe questo Comune, non avrebbe questi funzionari, se non ci fosse stato un grande maestro e quindi grazie di cuore. Basta, non parlo più perché mi emoziono.

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Fulvio Alberto Medini Francamente pensavo, oggi, di limitarmi ad un ringraziamento sincero a chi ha inteso onorarmi di questo ambitissimo omaggio. Alludo ovviamente alla signora Cancellieri (anch'io uso il termine signora....non so usare altro) e a chi insieme a lei ha costruito un percorso che ha portato... però devo dirvi che accanto a questo volevo ringraziare tutto e tutti i presenti che mi ricordano una vita intera. Adesso, magari, non “tutta”, ma una buona parte della vita intera e concludere così. Però la motivazione è stata ???, le parole dell'amico Antonio La Forgia mi costringono a fare alcune brevi riflessioni. Sono convinto che ognuno di noi, giunto al termine di una vita lavorativa, se ripensa a ciò che è stato inevitabilmente trova passaggi nei quali o il caso o la fortuna, qualche elemento hanno contribuito a formare quella che poi diviene una sua modalità di vita, un lavoro. Nel caso mio, ma non voglio tediarvi a lungo, ve lo dico subito, non posso ignorare alcuni di questi aspetti, perché è a queste cose che in larga misura io devo quel poco o tanto che ho fatto. Iniziamo dalla mia vita universitaria, quando incontro maestri, professori dei quali non faccio nomi.. uno sì, però. Tre in particolare, io ero solito dire, erano capaci di accendere la lampadina in testa. Uno di questi era Paolo Fortunati, per questa ragione decisi di laurearmi con lui, cosa che veniva vista all'epoca come una scelta folle, stante le connotazioni del professore che alcuni di voi hanno conosciuto e che effettivamente erano un po' particolari. Professore universitario, incarico di statistica, incarico di ??? economica, senatore della Repubblica, assessore del Comune di Bologna, persona che faceva gli esami il sabato notte, per esempio. Non sono normali queste

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cose, persona che magari teneva uno studente due minuti e un altro tre ore nella interrogazione, al punto che quando fui assistente insieme agli altri colleghi mi riproponevo una clessidra per regolare un po'... però devo dirvi che la clessidra diventò un errore clamoroso, perché tutti guardavano il filo di sabbia e non parlavano e qualcuno fece cadere la clessidra perché era il solo modo.... Vabbè, a parte questi fatti, mi sono laureato con Paolo Fortunati, la tesi lunga, laboriosa, mi portò al massimo dei risultati e appena laureato mi stavo guardando attorno perché all'epoca venivano delle proposte, quando Fortunati mi chiamò e mi propose di iniziare un percorso che nel giro di tre o quattro anni avrebbe portato a una stabilizzazione, inizialmente no e stante anche la mia esigenza fin da allora di avere un minimo di remunerazione, mi portò, mi convinse ad entrare in Comune quale responsabile dei servizi statistici. In realtà questa responsabilità era mirata, giustamente, a acquisire elementi di conoscenza, ad approfondire, a valutare le numerosissime proposte che nella sua mente, costantemente, si sentiva di avanzare al sindaco Dozza, particolarmente nella materia tributaria, essendo all'epoca assessore ai tributi e vi devo dire – forse una cosa un po' desueta – all'epoca prima che una proposta approdasse aveva un percorso di istruttoria veramente importante. Questa mia vicinanza in questo ruolo specifico mi portò ad avere l'opportunità, fin dai primissimi tempi, di avere anche rapporti con il sindaco Dozza. Non voglio più di tanto soffermarmi su questo punto se non perché vorrei ricordare due cose. Una cosa era questa: diceva sempre Dozza «Ricordatevi tutti che stiamo lavorando per tutta la città e che a noi compete di dare risposte a tutti i cittadini, a prescindere dalla loro collocazione od opinione politica e a prescindere dal voto che hanno

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espresso». Un dato che, se ci pensate, non è di poca importanza... Accanto a questo il sindaco Dozza mi fece comprendere, cosa che appare banale ma che non lo è, la profonda differenza tra autorità e autorevolezza. L'autorità derivava al sindaco per ragioni ovvie, l'autorevolezza è una cosa diversa e ricordo molto bene, in questa frenetica attività di Fortunati, che peraltro era uno degli assessori di punta della giunta, qualche volta accadeva che Dozza (uomo molto riflessivo) pensava a lungo e alla fine concludeva semplicemente «No, caro Paolo, credo sia meglio fare così». Questo non determinava in Paolo Fortunati, il professore universitario, nessuna reazione perché era la convinzione che l'uomo sapesse interpretare il vero significato delle conseguenze di quel rapporto ?? e infatti il più delle volte questo si dimostrerà vero nei fatti. Altro punto importante questo secondo me e che è servito molto per cominciare a capire. Dunque da questa prima fase io incominciai un po' a innamorarmi del Comune, poi è vero, ha ragione Antonio quando dice che in realtà fu il fatto che mi volevo sposare e mi portò ad assumere una decisione... è vero ….è vero.....è vero.... una decisione... per un concorso in Comune..che era il dato economico che era sufficiente per avviarsi su un percorso... Ecco, fatta questa scelta ai tributi ci fu un cambio di amministratore, venne Umbro Lorenzini. Pochi di voi lo ricordano, qualcuno sì, li vedo in sala per esempio.... Umbro Lorenzini è stato per me il più grande maestro, con lui ho lavorato dodici anni e da lui ho imparato molto, molto, molto di quello che lui mi ha lasciato chiamare “il gusto dell'amministrazione???”, ho imparato il significato della delega, non esistevano all'epoca le deleghe eh?, quindi vennero inventate nei miei confronti da lui e nella delega era importante il riferimento della responsabilità ed era sempre il delegante, cioè lui, il responsabile di quello che facevo io. Poi quando sbagliavo – anch'io ho sbagliato nella vita – la cosa era a due, mai però smentiva le

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cose che io ho fatto. Questo è un dato pure importante e serve per imparare molte cose. Con lui ho vissuto dodici anni che mi hanno fatto in qualche modo appassionare al Comune, innamorare del Comune, tant'è io credo di dovere oggi ringraziare mia moglie, al di là del fatto.... di avermi sopportato per cinquant'anni, dovrebbe essere normale... ma soprattutto di avermi sopportato avendo un'amante: era il Comune di Bologna, che mi toglieva quotidianamente o quasi da quella che è la vita normale di una famiglia. Ma scherzi a parte, passata questa fase il sindaco Renato Zangheri, io ero giunto al punto di direttore della ragioneria e ritenevo di aver raggiunto già una posizione massima della mia carriera, quando il sindaco Renato Zangheri, in verità consultandosi con il mio predecessore, l'avvocato Boccardi, mi propose di tentare la via di un percorso che poteva sfociare nell'incarico di segretario generale. Il percorso era quello di un concorso, beh erano tutti concorsi, non ha importanza, e diventare anche vice segretario generale e di lì nacque... quando il dottor Boccardi lasciò il Comune io venni chiamato a reggere come segretario generale. Da direttore della ragioneria conobbi Antonio La Forgia, i nostri rapporti iniziarono in modo un po' brusco, ma questo è un dato che ricordiamo simpaticamente, nel senso … lo posso dire Antonio.... nel senso che si rendeva un po'... era un po' inquieto perché qualcuno – non faccio nomi – era perché se una tal cosa si doveva fare bisognava che Medini fosse d'accordo. Pensare di venire a parlare da Medini, lui nel mio ufficio, di questa cosa...poi siamo diventati con gli anni... certamente, certamente.. non puoi neanche assolvere, non ne ho facoltà e conseguentemente lì è nata una grande amicizia. Devo dire una cosa che Antonio giustamente non ha richiamato ma che vorrei ricordare: il processo che si avviò nel Comune di Bologna e che poi

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portò l'assessore Vitali agli Affari Generali e il sindaco Imbeni fu una trasformazione, ma che partiva da un presupposto, idea di Antonio La Forgia: era inutile parlare di organizzazione del Comune se non rivisitando l'assetto complessivo delle competenze di tutti, degli organi, della dirigenza, di tutti. Perché è evidente, fino ad allora, fino alla fine degli anni ??? la legge fondamentale risaliva agli anni '30, le competenze erano per materia, per valore. E' di lì nacque a Bologna, prima della legge agli inizi degli anni '90 e dopo un percorso consiliare molto importante e molto condiviso, tra l'altro, uscì una ipotesi di lavoro che poi in larga misura trovò applicazione con la legge di riforma delle autonomie. Era l'opinione di un consiglio comunale compito di indirizzo e di controllo di una giunta e dell'apparato era in qualche modo individuata. Però devo dire che l'idea originale fu di Antonio La Forgia, perché io me lo ricordo, in una delle tante nottate che abbiamo trascorso insieme in un localetto nel centro storico di Bologna a parlare di questo. Quindi è importante questo, è importante il fatto che uscita la nuova legge, l'assessore Vitali, siamo il primo Comune italiano che porta avanti i provvedimenti attuativi di quella legge. E tra le altre cose, avendo tutti la consapevolezza che una scommessa un po' sul nuovo era sicuramente quella di ricercare modalità di gestione dei servizi tali da consentire, ove conveniente, ove possibile, di ricorrere al privato. Si pensò, d'intesa con Valter Vitali, di ricercare all'esterno un dirigente, io venivo nominato direttore generale insieme al segretario generale, il dirigente che veniva da?? è qui presente, posso dire anche il nome, è Sant???, il quale cominciò a far squadra con me e con i dirigenti, devo dire con qualche difficoltà iniziale, perché l'inserimento di un estraneo e di un

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esterno non sempre è facile, no? Ma aumentando il senso di squadra, aumentando la consapevolezza il gioco di squadra dava dei risultati. E fu con il suo concorso che per primi producemmo anche degli atti che modificavano profondamente il ruolo dei dirigenti e la definizione della loro funzione attraverso strumenti che non sto qui ad illustrare perché non hanno molta importanza. Questo processo continua ovviamente Vitali sindaco e, sto concludendo, essendomi io posto l'obiettivo fermo, per ragioni di età, di chiudere la mia carriera, la mia vita lavorativa con il sindaco Vitali, accadde un fatto particolare. Un anno prima delle elezioni del '99 Giorgio Guazzaloca chiese di potermi parlare, fra l'altro con una lettera che ho conservato, perché è una lettera molto cauta che quasi quasi mi faceva un po' arrabbiare, perché diceva «..se la cosa non ti pone problemi..» come se io avessi problemi a parlare con chiunque, è per questo che mi sono un po' arrabbiato, ho ancora la lettera e quindi ho una documentazione che mantengo. E parlando mi disse delle sue ipotesi di lavoro e mi disse «..però qualora io dovessi vincere ti chiederei la cortesia di restare con me un paio d'anni per garantire un po' la continuità». Devo dire che ho avuto occasione di lavorare spesso con Giorgio Guazzaloca come rappresentante di altre realtà e che lo stimavo come persona, ma in ogni caso mi ricordo che finimmo dicendo «beh, in fondo la cosa è impossibile, quindi possiamo anche scommettere». Mi ricordavo un'altra cosa... ma più avanti... è molto improbabile... in conclusione il fatto si verifica ma la fallocca che è persona.. non gli ha mai chiesto di onorare la scommessa, mi ha detto solo... parlavamo insieme per cominciare e poi nel giro di qualche mese... Devo dire che questa è la conoscenza della persona che ho sempre stimato, lo dico tranquillamente, perché è vero.

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Il fatto che una grande parte dei miei collaboratori mi spingesse a rimanere, per ragioni credo evidenti, e per garantire la continuità ma anche perché in qualche modo io rappresentavo un punto di riferimento per un mucchio di loro, ebbè mi fecero accettare questa ??? Questa ??? ha portato alla conclusione della mia carriera in cui mi sono molto divertito. Vedo qui presenti assessori d'epoca che conobbi sin quasi da bambini e che quindi adesso hanno assunto dimensioni politiche nazionali, vedo amici della Prefettura presenti, ricordo tutti. Però in questo modo ho portato avanti questo discorso, però giocando molto su questo ruolo di squadra, di squadra che deve lavorare in modo compatto. Voglio ricordare che Fe??? ci fece fare anche dei corsi, ci fece passare una giornata

insieme

all'allenatore

della

pallacanestro

nazionale,

un

personaggio importante, per dimostrare il gioco di squadra nella sua importanza. Vabbè, e così ho portato in porto queste cose. Chiudo veramente. Non posso negare che l'essere in questa sala mi crea, non un problema.. però, pensate a quante ore, quante giornate ho trascorso in questa sala. Con tutti i ricordi che vengono, fra l'altro in un clima, personalmente, di grande cordialità con tutti; credo di poter dire di non avere avuto nessun nemico, nella maggioranza, nella minoranza. Non credo, non so, può anche essere, ma non credo. Molte ore quindi trascorse qui, ma soprattutto perché qui dentro si sono decisi per Bologna atti molto importanti. Pensate che in questa sala si sono decise le cose più rilevanti del periodo finita l'epoca della ricostruzione, quando si passa allo sviluppo, in questa aula queste cose vengono maturate e così sempre nel corso degli anni, anzi. E al di là di quello che ripeto un ringraziamento per tutti i presenti, non sto

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a...... mi auguro veramente che chi verrĂ ad amministrare, chiunque sia, abbia l'accortezza di ritrovare come nel passato, in questa sala, tutte le cose sono accadute, per il bene della cittĂ , perchĂŠ quando le cose sono fatte per il bene della cittĂ ??? la condivisione di tutti o di molti. E qui veramente concludo, vi ringrazio e vi saluto con molto affetto come sempre.

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Fulvio Alberto Medini Bozza non corretta Francamente pensavo, oggi, di limitarmi ad un ringraziamento sincero a chi ha inteso onorarmi di questo ambitissimo omaggio. Alludo ovviamente alla signora Cancellieri (anch'io uso il termine signora....non so usare altro) e a chi insieme a lei ha costruito un percorso che ha portato... però devo dirvi che accanto a questo volevo ringraziare tutto e tutti i presenti che mi ricordano una vita intera. Adesso, magari, non “tutta”, ma una buona parte della vita intera e concludere così. Però la motivazione è stata ???, le parole dell'amico Antonio La Forgia mi costringono a fare alcune brevi riflessioni. Sono convinto che ognuno di noi, giunto al termine di una vita lavorativa, se ripensa a ciò che è stato inevitabilmente trova passaggi nei quali o il caso o la fortuna, qualche elemento hanno contribuito a formare quella che poi diviene una sua modalità di vita, un lavoro. Nel caso mio, ma non voglio tediarvi a lungo, ve lo dico subito, non posso ignorare alcuni di questi aspetti, perché è a queste cose che in larga misura io devo quel poco o tanto che ho fatto. Iniziamo dalla mia vita universitaria, quando incontro maestri, professori dei quali non faccio nomi.. uno sì, però. Tre in particolare, io ero solito dire, erano capaci di accendere la lampadina in testa. Uno di questi era Paolo Fortunati, per questa ragione decisi di laurearmi con lui, cosa che veniva vista all'epoca come una scelta folle, stante le connotazioni del professore che alcuni di voi hanno conosciuto e che effettivamente erano un po' particolari. Professore universitario, incarico di statistica, incarico di ??? economica, senatore della Repubblica, assessore del Comune di Bologna, persona che faceva gli esami il sabato notte, per esempio. Non sono normali queste cose, persona che magari teneva uno studente due minuti e un altro tre ore nella interrogazione, al punto che quando fui assistente insieme agli altri colleghi mi riproponevo una clessidra per regolare un po'... però devo dirvi che la clessidra diventò un errore clamoroso, perché tutti guardavano il filo di sabbia e non parlavano e qualcuno fece cadere la clessidra


perché era il solo modo.... Vabbè, a parte questi fatti, mi sono laureato con Paolo Fortunati, la tesi lunga, laboriosa, mi portò al massimo dei risultati e appena laureato mi stavo guardando attorno perché all'epoca venivano delle proposte, quando Fortunati mi chiamò e mi propose di iniziare un percorso che nel giro di tre o quattro anni avrebbe portato a una stabilizzazione, inizialmente no e stante anche la mia esigenza fin da allora di avere un minimo di remunerazione, mi portò, mi convinse ad entrare in Comune quale responsabile dei servizi statistici. In realtà questa responsabilità era mirata, giustamente, a acquisire elementi di conoscenza, ad approfondire, a valutare le numerosissime proposte che nella sua mente, costantemente, si sentiva di avanzare al sindaco Dozza, particolarmente nella materia tributaria, essendo all'epoca assessore ai tributi e vi devo dire – forse una cosa un po' desueta – all'epoca prima che una proposta approdasse aveva un percorso di istruttoria veramente importante. Questa mia vicinanza in questo ruolo specifico mi portò ad avere l'opportunità, fin dai primissimi tempi, di avere anche rapporti con il sindaco Dozza. Non voglio più di tanto soffermarmi su questo punto se non perché vorrei ricordare due cose. Una cosa era questa: diceva sempre Dozza «Ricordatevi tutti che stiamo lavorando per tutta la città e che a noi compete di dare risposte a tutti i cittadini, a prescindere dalla loro collocazione od opinione politica e a prescindere dal voto che hanno espresso». Un dato che, se ci pensate, non è di poca importanza... Accanto a questo il sindaco Dozza mi fece comprendere, cosa che appare banale ma che non lo è, la profonda differenza tra autorità e autorevolezza. L'autorità derivava al sindaco per ragioni ovvie, l'autorevolezza è una cosa diversa e ricordo molto bene, in questa frenetica attività di Fortunati, che peraltro era uno degli assessori di punta della giunta, qualche volta accadeva che Dozza (uomo molto riflessivo) pensava a lungo e alla fine concludeva semplicemente «No, caro Paolo, credo sia meglio fare così». Questo non determinava in Paolo Fortunati, il professore universitario, nessuna reazione perché era la convinzione che l'uomo sapesse interpretare il vero significato delle conseguenze di quel rapporto ?? e infatti il più delle volte questo si dimostrerà


vero nei fatti. Altro punto importante questo secondo me e che è servito molto per cominciare a capire. Dunque da questa prima fase io incominciai un po' a innamorarmi del Comune, poi è vero, ha ragione Antonio quando dice che in realtà fu il fatto che mi volevo sposare e mi portò ad assumere una decisione... è vero ….è vero.....è vero.... una decisione... per un concorso in Comune..che era il dato economico che era sufficiente per avviarsi su un percorso... Ecco, fatta questa scelta ai tributi ci fu un cambio di amministratore, venne Umbro Lorenzini. Pochi di voi lo ricordano, qualcuno sì, li vedo in sala per esempio.... Umbro Lorenzini è stato per me il più grande maestro, con lui ho lavorato dodici anni e da lui ho imparato molto, molto, molto di quello che lui mi ha lasciato chiamare “il gusto dell'amministrazione???”, ho imparato il significato della delega, non esistevano all'epoca le deleghe eh?, quindi vennero inventate nei miei confronti da lui e nella delega era importante il riferimento della responsabilità ed era sempre il delegante, cioè lui, il responsabile di quello che facevo io. Poi quando sbagliavo – anch'io ho sbagliato nella vita – la cosa era a due, mai però smentiva le cose che io ho fatto. Questo è un dato pure importante e serve per imparare molte cose. Con lui ho vissuto dodici anni che mi hanno fatto in qualche modo appassionare al Comune, innamorare del Comune, tant'è io credo di dovere oggi ringraziare mia moglie, al di là del fatto.... di avermi sopportato per cinquant'anni, dovrebbe essere normale... ma soprattutto di avermi sopportato avendo un'amante: era il Comune di Bologna, che mi toglieva quotidianamente o quasi da quella che è la vita normale di una famiglia. Ma scherzi a parte, passata questa fase il sindaco Renato Zangheri, io ero giunto al punto di direttore della ragioneria e ritenevo di aver raggiunto già una posizione massima della mia carriera, quando il sindaco Renato Zangheri, in verità consultandosi con il mio predecessore, l'avvocato Boccardi, mi propose di tentare la via di un percorso che poteva sfociare nell'incarico di segretario generale. Il percorso era quello di un concorso, beh erano tutti concorsi, non ha importanza, e diventare anche vice segretario generale e di lì nacque... quando il dottor Boccardi lasciò il


Comune io venni chiamato a reggere come segretario generale. Da direttore della ragioneria conobbi Antonio La Forgia, i nostri rapporti iniziarono in modo un po' brusco, ma questo è un dato che ricordiamo simpaticamente, nel senso … lo posso dire Antonio.... nel senso che si rendeva un po'... era un po' inquieto perché qualcuno – non faccio nomi – era perché se una tal cosa si doveva fare bisognava che Medini fosse d'accordo. Pensare di venire a parlare da Medini, lui nel mio ufficio, di questa cosa...poi siamo diventati con gli anni... certamente, certamente.. non puoi neanche assolvere, non ne ho facoltà e conseguentemente lì è nata una grande amicizia. Devo dire una cosa che Antonio giustamente non ha richiamato ma che vorrei ricordare: il processo che si avviò nel Comune di Bologna e che poi portò l'assessore Vitali agli Affari Generali e il sindaco Imbeni fu una trasformazione, ma che partiva da un presupposto, idea di Antonio La Forgia: era inutile parlare di organizzazione del Comune se non rivisitando l'assetto complessivo delle competenze di tutti, degli organi, della dirigenza, di tutti. Perché è evidente, fino ad allora, fino alla fine degli anni ??? la legge fondamentale risaliva agli anni '30, le competenze erano per materia, per valore. E' di lì nacque a Bologna, prima della legge agli inizi degli anni '90 e dopo un percorso consiliare molto importante e molto condiviso, tra l'altro, uscì una ipotesi di lavoro che poi in larga misura trovò applicazione con la legge di riforma delle autonomie. Era l'opinione di un consiglio comunale compito di indirizzo e di controllo di una giunta e dell'apparato era in qualche modo individuata. Però devo dire che l'idea originale fu di Antonio La Forgia, perché io me lo ricordo, in una delle tante nottate che abbiamo trascorso insieme in un localetto nel centro storico di Bologna a parlare di questo. Quindi è importante questo, è importante il fatto che uscita la nuova legge, l'assessore Vitali, siamo il primo Comune italiano che porta avanti i provvedimenti attuativi di quella legge. E tra le altre cose, avendo tutti la consapevolezza che una scommessa un po' sul nuovo era sicuramente quella di ricercare modalità di gestione dei servizi tali da consentire, ove conveniente, ove possibile, di ricorrere al privato.


Si pensò, d'intesa con Valter Vitali, di ricercare all'esterno un dirigente, io venivo nominato direttore generale insieme al segretario generale, il dirigente che veniva da?? è qui presente, posso dire anche il nome, è Sant???, il quale cominciò a far squadra con me e con i dirigenti, devo dire con qualche difficoltà iniziale, perché l'inserimento di un estraneo e di un esterno non sempre è facile, no? Ma aumentando il senso di squadra, aumentando la consapevolezza il gioco di squadra dava dei risultati. E fu con il suo concorso che per primi producemmo anche degli atti che modificavano profondamente il ruolo dei dirigenti e la definizione della loro funzione attraverso strumenti che non sto qui ad illustrare perché non hanno molta importanza. Questo processo continua ovviamente Vitali sindaco e, sto concludendo, essendomi io posto l'obiettivo fermo, per ragioni di età, di chiudere la mia carriera, la mia vita lavorativa con il sindaco Vitali, accadde un fatto particolare. Un anno prima delle elezioni del '99 Giorgio Guazzaloca chiese di potermi parlare, fra l'altro con una lettera che ho conservato, perché è una lettera molto cauta che quasi quasi mi faceva un po' arrabbiare, perché diceva «..se la cosa non ti pone problemi..» come se io avessi problemi a parlare con chiunque, è per questo che mi sono un po' arrabbiato, ho ancora la lettera e quindi ho una documentazione che mantengo. E parlando mi disse delle sue ipotesi di lavoro e mi disse «..però qualora io dovessi vincere ti chiederei la cortesia di restare con me un paio d'anni per garantire un po' la continuità». Devo dire che ho avuto occasione di lavorare spesso con Giorgio Guazzaloca come rappresentante di altre realtà e che lo stimavo come persona, ma in ogni caso mi ricordo che finimmo dicendo «beh, in fondo la cosa è impossibile, quindi possiamo anche scommettere». Mi ricordavo un'altra cosa... ma più avanti... è molto improbabile... in conclusione il fatto si verifica ma la fallocca che è persona.. non gli ha mai chiesto di onorare la scommessa, mi ha detto solo... parlavamo insieme per cominciare e poi nel giro di qualche mese... Devo dire che questa è la conoscenza della persona che ho sempre stimato, lo dico tranquillamente, perché è vero.


Il fatto che una grande parte dei miei collaboratori mi spingesse a rimanere, per ragioni credo evidenti, e per garantire la continuità ma anche perché in qualche modo io rappresentavo un punto di riferimento per un mucchio di loro, ebbè mi fecero accettare questa ??? Questa ??? ha portato alla conclusione della mia carriera in cui mi sono molto divertito. Vedo qui presenti assessori d'epoca che conobbi sin quasi da bambini e che quindi adesso hanno assunto dimensioni politiche nazionali, vedo amici della Prefettura presenti, ricordo tutti. Però in questo modo ho portato avanti questo discorso, però giocando molto su questo ruolo di squadra, di squadra che deve lavorare in modo compatto. Voglio ricordare che Fe??? ci fece fare anche dei corsi, ci fece passare una giornata insieme all'allenatore della pallacanestro nazionale, un personaggio importante, per dimostrare il gioco di squadra nella sua importanza. Vabbè, e così ho portato in porto queste cose. Chiudo veramente. Non posso negare che l'essere in questa sala mi crea, non un problema.. però, pensate a quante ore, quante giornate ho trascorso in questa sala. Con tutti i ricordi che vengono, fra l'altro in un clima, personalmente, di grande cordialità con tutti; credo di poter dire di non avere avuto nessun nemico, nella maggioranza, nella minoranza. Non credo, non so, può anche essere, ma non credo. Molte ore quindi trascorse qui, ma soprattutto perché qui dentro si sono decisi per Bologna atti molto importanti. Pensate che in questa sala si sono decise le cose più rilevanti del periodo finita l'epoca della ricostruzione, quando si passa allo sviluppo, in questa aula queste cose vengono maturate e così sempre nel corso degli anni, anzi. E al di là di quello che ripeto un ringraziamento per tutti i presenti, non sto a...... mi auguro veramente che chi verrà ad amministrare, chiunque sia, abbia l'accortezza di ritrovare come nel passato, in questa sala, tutte le cose sono accadute, per il bene della città, perché quando le cose sono fatte per il bene della città

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condivisione di tutti o di molti. E qui veramente concludo, vi ringrazio e vi saluto con molto affetto come sempre.

la


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Il Nettuno d'oro a Fulvio Alberto Medini by Editoriale Nazionale - Issuu