Ministero dell’Istruzione dell’’Università e della Ricerca ESAME DI STATO DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE SECONDA PROVA SCRITTA - ESEMPIO Indirizzo: LI01 – CLASSICO Tema di: LINGUA E CULTURA GRECA LINGUA E CULTURA LATINA PRIMA PARTE: traduzione di un testo in lingua greca Parola di filosofo! De liberis educandis, scritto attribuito a Plutarco, anche se dubbia risulta la paternità, così come l’epoca di composizione, apre la raccolta dei Moralia. L’opera, nonostante tali incertezze, riveste un ruolo importante per comprendere la concezione pedagogica greca del I-II sec. d.C. L’opuscolo, incentrato sulla tematica educativa e pedagogica, ne sottolinea la centralità nella formazione della persona. PRE-TESTO Riassumendo, io ribadisco (e probabilmente avrò l’aria di uno che dà oracoli più che consigli) che in questo campo il punto primo, centrale e ultimo, è costituito da un’educazione seria e un’istruzione corretta, e sostengo che il concorso di questi due fattori è efficace per acquisire la virtù e la felicità. Gli altri non sono che beni umani, insignificanti e indegni di considerazione (…). L’educazione è l’unico nostro bene immortale e divino. Nella nostra natura due sono in assoluto gli elementi più importanti: intelletto e parola. L’intelletto è signore della parola e la parola è al servizio dell’intelletto: è inespugnabile dalla sorte, inattaccabile dalla calunnia, indenne dalla malattia, al riparo dai guasti della vecchiaia. Μόνος γὰρ ὁ νοῦς παλαιούμενος ἀνηβᾷ, καὶ ὁ χρόνος τὰ ἄλλα πάντ’ἀφαιρῶν τῷ γήρᾳ προστίθησι τὴν ἐπιστήμην. Ὅ γε μὴν πόλεμος χειμάρρου δίκην πάντα σύρων καὶ πάντα φέρων μόνην οὐ δύναται παιδείαν παρελέσθαι. Καί μοι δοκεῖ Στίλπων1 ὁ Μεγαρεὺς φιλόσοφος ἀξιομνημόνευτον ποιῆσαι ἀπόκρισιν, ὅτε Δημήτριος2 ἐξανδραποδισάμενος τὴν πόλιν εἰς ἔδαφος κατέβαλεν καὶ τὸν Στίλπωνα ἤρετο μή τι ἀπολωλεκὼς εἴη. Καί ὅς «Οὐ δῆτα» εἶπε «πόλεμος γὰρ οὐ λαφυραγωγεῖ ἀρετήν». Σύμφωνος δὲ καὶ συνῳδὸς ἡ Σωκράτους ἀπόκρισις ταύτῃ φαίνεται. Καὶ γὰρ οὗτος ἐρωτήσαντος αὐτόν, μοι δοκεῖ, Γοργίου ἥν ἔχει περὶ τοῦ μεγάλου βασιλέως ὑπόληψιν καὶ εἰ νομίζει τοῦτον εὐδαίμονα εἶναι, «Οὐκ οἶδα» ἔφησε «πῶς ἀρετῆς καὶ παιδείας ἔχει», ὡς τῆς εὐδαιμονίας ἐν τούτοις, οὐκ ἐν τοῖς τυχηροῖς ἀγαθοῖς κειμένης.
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Stilpone, vissuto circa dal 380 al 300 a.C., terzo scolarca della scuola megarica, sotto l'influsso di Cinici pose come summum bonum, cioè come fine della vita, l'apatheia. 2 Demetrio di Macedonia (336 al 263 a.C.), soprannominato Poliorcete, espugnò Megara nel 307 a.C.
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POST-TESTO Ma come consiglio di non considerare niente più importante dell'educazione dei figli, così pure ribadisco la necessità di attenersi a quella pura e sana, e di tenere i figli il più lontano possibile dal ricercare con pomposi discorsi il pubblico consenso: piacere alle masse è dispiacere ai saggi! Traduzione di Giuliano Pisani, Bompiani 2017
SECONDA PARTE: confronto con un testo in lingua latina, con traduzione a fronte. Seneca negli anni del suo ritiro dalla vita pubblica (62-65), quando ormai la solitudine è assordante e l’ideale di un governo illuminato irrimediabilmente infranto, dà vita alle Epistulae morales ad Lucilium, capolavoro artistico ed espressione matura della riflessione filosofica dell’autore. L’intreccio di spunti e temi affrontati nei Dialogi e nei trattati, trova nelle Epistulae la sua definitiva collocazione. Hic (Stilbon)3, enim capta patria, amissis liberis, amissa uxore, cum ex incendio publico solus et tamen beatus exiret, interroganti Demetrio4, cui cognomen ab exitio urbium Poliorcetes fuit, num quid perdidisset, "omnia" inquit "bona mea mecum sunt". Ecce vir fortis ac strenuus! Ipsam hostis sui victoriam vicit. "Nihil" inquit "perdidi": dubitare illum coegit an vicisset. "Omnia mea mecum sunt": iustitia, virtus, prudentia, hoc ipsum, nihil bonum putare quod eripi possit. Miramur animalia quaedam quae per medios ignes sine noxa corporum transeunt: quanto hic mirabilior vir qui per ferrum et ruinas et ignes inlaesus et indemnis evasit! Vides quanto facilius sit totam gentem quam unum virum vincere? Haec vox illi communis est cum Stoico: aeque et hic intacta bona per concrematas urbes fert; se enim ipse contentus est; hoc felicitatem suam fine designat. Ne existimes nos solos generosa verba iactare, et ipse Stilbonis obiurgator Epicurus similem illi vocem emisit, quam tu boni consule, etiam si hunc diem iam expunxi. 'Si cui' inquit 'sua non videntur amplissima, licet totius mundi dominus sit, tamen miser est.' La sua patria era stata occupata, aveva perduto la moglie, i figli e se ne usciva dal fuoco ovunque divampante solo, col volto sorridente. Ed ecco che, alla domanda di Demetrio, soprannominato Poliorcete per essersi segnalato nell’espugnare città, se avesse perduto qualche cosa rispose: “i miei beni sono tutti con me”. Ecco un uomo veramente forte e valente! Riuscì a vincere persino il suo nemico vincitore. Rispose: “Niente ho perduto”; in tal modo costrinse Demetrio a dubitare della sua vittoria. “Quanto mi appartiene è con me”: la giustizia, la costanza, la stessa convinzione che non è un vero bene quello che ci può essere tolto. Guardiamo con meraviglia certi animali, che senza subire alcun danno passano in mezzo al fuoco: quanto più ammirevole è quest’uomo, il quale riuscì incolume pur attraverso le spade e le case crollanti e le fiamme! Non ti pare forse che che sia più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Tale affermazione rende Stilbone simile agli Stoici: anch’egli sa portare i suoi beni intatti attraverso le città incendiate. Infatti è pago di se stesso: in questo consiste la sua felicità. E, affinché tu non creda che solo noi andiamo ripetendo nobili sentenze, sappi che persino Epicuro, giudice severo di Stilbone, espresse un pensiero simile, che ti deve riuscire gradito, anche se io per oggi già saldai il conto. «Colui, al quale i propri averi non sembrano più che abbondanti, sarebbe infelice, anche se fosse padrone di tutto il mondo». Traduzione di Umberto Boella, UTET 1995
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Stilpone, vissuto circa dal 380 al 300 a.C., terzo scolarca della scuola megarica, sotto l'influsso di Cinici pose come summum bonum, cioè come fine della vita, l'apatheia 4 Demetrio di Macedonia (336 al 263 a.C.), soprannominato Poliorcete, espugnò Megara nel 307 a.C.
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TERZA PARTE: tre quesiti, a risposta aperta, formulati su entrambi i testi proposti in lingua originale e sulle possibili comparazioni critiche fra essi, relativi alla comprensione e interpretazione dei brani, all’analisi linguistica, stilistica ed eventualmente retorica, all’approfondimento e alla riflessione personale. Il limite massimo di estensione è di 10/12 righe di foglio protocollo. Il candidato può altresì rispondere con uno scritto unitario, autonomamente organizzato nella forma del commento al testo, purché siano contenute al suo interno le risposte ai quesiti richiesti, non superando le 30/36 righe di foglio protocollo. 1) Comprensione /interpretazione Ambedue i brani contengono delle frasi esemplari, pronunciate dallo stesso personaggio o da interlocutori diversi: il candidato istituisca un confronto, focalizzando la/le virtù che rappresentano e la tematica affrontata. 2) Analisi linguistica e/o stilistica ai fini dell’interpretazione Il candidato illustri le modalità dell’esortare e del narrare nel brano di Plutarco sul piano linguistico e/o stilistico e confronti gli elementi emersi dal testo di Plutarco con il brano di Seneca, per stabilire analogie e differenze. (Vengono offerti alcuni spunti, che possono essere utilizzati per avviare il percorso di analisi: quali figure retoriche sostengono le asserzioni dell’autore? A quanti e quali personaggi il narratore concede di esprimersi con voce propria? Perché? Il narratore commenta le vicende?). 3) Approfondimento e riflessioni personali Nei testi proposti ricorre il lessico della serenità, del vivere felice e dell’autosufficienza, ma anche dell’irrequietudine e della sopraffazione: a partire da questi elementi, il candidato rifletta in che modo l’uomo antico affronti “l’arte di vivere”.
_____________________ Durata massima della prova: 6 ore. È consentito l’uso dei vocabolari di: italiano, greco e latino.
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