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1915 la prima guerra mondiale segue (quartino)

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...La Prima Guerra Mondiale (segue)

29 GIUGNO 1914 COMPLOTTO SERBO CONTRO L’ARCIDUCA Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capoluogo della Bosnia-Erzegovina, uno studente serbo di nome Gavrilo Princip uccise a colpi di pistola l’erede al trono imperiale d’Austria-Ungheria, l’arciduca Francesco Ferdinando, in visita in quei luoghi insieme alla moglie. La Bosnia era da tempo una regione critica nel cuore dell’Europa. Annessa nel 1908 all’Impero d’Austria, dopo essere stata a lungo dominata dai turchi, suscitava da sempre le ambizioni della Serbia, il piccolo ma intraprendente regno balcanico che si faceva da tempo forte dell’appoggio della Russia e non esitava per questo ad avventurarsi in provocazioni pericolose verso il governo di Vienna. Immediatamente arrestato, l’assassino risultò infatti affiliato ad una società segreta nazionalista che lottava proprio per l’annessione della Bosnia alla Serbia. I sei cospiratori, salvo uno che sfuggì alla cattura, furono arrestati e processati, ma nessuno di loro venne condannato a morte perché minorenni. Successive indagini provarono che Princip e i suoi compagni erano stati addestrati, o quanto meno avevano avuto dei contatti, con i servizi segreti dell’esercito serbo e pare pertanto sicura una corresponsabilità di alcuni ambienti del governo di Belgrado nell’attentato. Tuttavia non mancarono all’epoca e anche in seguito ipotesi che vedevano nell’arciduca ucciso un uomo pericoloso anche per certi settori della monarchia asburgica. Questo grande Impero, comprendente oltre all’Austria e all’Ungheria, anche la Slovenia, la Croazia, la Boemia, la Slovacchia, la parte meridionale della Polonia e la Transilvania, era attraversato da contrasti profondi tra le varie nazionalità riunite sotto la corona dell’anziano Francesco Giuseppe. La divisione fra i vari popoli era alimentata dalle differenze linguistiche, religiose, economiche e sociali: il mosaico risultava particolarmente complesso giacché un gruppo, in una regione maggioritario, si trovava in minoranza in un’altra. A seguito della riorganizzazione statale del 1867, che aveva introdotto il termine stesso di Duplice Monarchia, Francesco Giuseppe era in pari tempo imperatore d’Austria e re di Ungheria. Questo escamotage rifletteva la posizione preminente che i due gruppi, l’austriaco e l’ungherese, avevano assunto, raggiungendo un soddisfacente compromesso tra loro ma sostanzialmente a danno di tutti gli altri, in particolare degli slavi, che risultavano i più sacrificati dalla spartizione. L’arciduca assassinato si era messo in luce come un possibile innovatore di tale dinamica cristallizzata, perché non aveva fatto mistero di pensare ad un’evoluzione della monarchia da Duplice a Triplice, conferendo cioè un ruolo e un’autonomia anche alla componente slava, una volta che fosse arrivato a cingere la corona. Per tale motivo dalla sua morte potevano trarre un beneficio sia i nazionalisti serbi, che temevano in caso dell’ascesa al trono dell’arciduca di non poter fare più presa sulle componenti slave della Bosnia e della Croazia, sia i fautori del primato austro-ungherese, decisi a non cedere quote del loro potere agli slavi nell’eventuale riorganizzazione dell’Impero. è possibile che la morte di Francesco Ferdinando sia stata il risultato di questi fini opposti, divergenti nella meta ma concordi nel mezzo, appunto la sua eliminazione fisica. Ad una complicità di talune autorità austriache hanno fatto pensare certi errori quasi inesplicabili compiuti nell’organizzazione della visita dell’arciduca a Sarajevo, come l’uso di un’automobile scoperta in quel contesto ostile, o il fallimento di un primo attentato quello stesso giorno. In ogni caso il governo asburgico trasse spunto dal sanguinoso episodio per sferrare alla Serbia una dura lezione, tale da screditarla agli occhi degli indipendentisti e da ridimensionarla una volta per tutte: la si considerava infatti il perno di una pericolosa politica panslavista, evocando in tal modo il ruolo della Russia. Pertanto il 23 luglio fu inviato a Belgrado un ultimatum durissimo, da accettare in toto, pena la guerra, che prevedeva richieste tali da ledere gravemente la dignità della Serbia e da eliminarla come fattore politico attivo dai Balcani. Il 28 luglio il documento venne respinto, determinando così la proclamazione delle ostilità da parte di Vienna. Cosimo Ceccuti

3 AGOSTO 1914 FRANCIA E BELGIO RESISTONO AI TEDESCHI

24 MAGGIO 1915 IN GUERRA PER TRENTO E TRIESTE

5 NOVEMBRE 1918 L’IMPERO ASBURGICO SI DISSOLVE

L’impero asburgico, nell’inviare l’ultimatum alla Serbia, aveva tenuto conto della possibilità che al fianco di Belgrado potesse scendere la Russia, allargando pericolosamente il perimetro della guerra. Tuttavia si era sentito sufficientemente tutelato dalle assicurazioni dell’alleato tedesco, pronto ad affrontare la lotta insieme. In effetti la Russia mobilitò subito le sue truppe lungo tutta la frontiera occidentale (30 luglio), un atto chiaramente ostile che faceva da preludio alla guerra, cui l’Impero germanico, guidato dal Kaiser Guglielmo II, non intese sottrarsi; anzi fu proprio esso a dichiarare aperte le ostilità contro lo Zar (1° agosto). La Francia, alleata da tempo della Russia (nonostante la divergenza fra i sistemi politici dei due paesi) in funzione antitedesca, si apprestò a sua volta a intervenire, e lo scontro con Berlino si fece inevitabile (3 agosto). L’Inghilterra, stretta da legami diplomatici e militari con la Francia, sarebbe forse potuta restare neutrale, o quanto meno non partecipare subito alla lotta, se non fossero stati i tedeschi a trascinarcela immediatamente, pur non volendolo affatto. Infatti tutta la loro strategia si basava sull’assunto che fosse fondamentale vincere in modo rapido e risolutore ad Occidente, per potere poi concentrare le truppe ad oriente. L’esercito russo poteva disporre di un numero formidabile di uomini (se ne parlava all’epoca come di un “rullo compressore”) ma era estremamente lento a muoversi, per effetto delle distanze dell’enorme paese e della sua arretratezza. Una guerra su due fronti era indubbiamente pericolosa per Berlino, ma la necessità che il colpo sferrato contro la Francia dovesse risultare rapidissimo e definitivo comportava a sua volta praticamente l’obbligo di violare la neutralità del Belgio, per attraversarlo e calare da nord sull’esercito francese, spiazzandolo e stringendolo in una morsa mortale. E qui entrava in scena l’Inghilterra, perché era altrettanto prevedibile che l’irrompere delle truppe germaniche fino alle sponde della Manica avrebbe trascinato Londra nella mischia. I generali tedeschi lo sapevano ma giudicarono che il rischio andava corso comunque: a loro avviso l’effetto sorpresa e la rapidità nel mettere fuori gioco le forze francesi avrebbe reso inutile e impossibile l’arrivo del grosso dell’esercito britannico sul continente. Il conflitto rappresentava il punto d’arrivo dei contrasti europei di più lunga data, dovuti a precise rivendicazioni territoriali (come l’Alsazia e la Lorena, perse nel 1870 e reclamate dalla Francia) e alla più generale volontà di potenza dei vari Stati, legati dal sistema delle alleanze in due blocchi contrapposti in lotta per l’egemonia e come tali tendenti inevitabilmente allo scontro. All’inizio fu comune a tutte le nazioni coinvolte l’illusione che la lotta potesse risolversi con una rapida vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. I più favoriti sembravano i tedeschi, decisi a ripetere quanto avevano compiuto più di quarant’anni prima, quando avevano sbaragliato i francesi in poche settimane. Tuttavia la manovra attraverso il Belgio non avvenne con la rapidità inizialmente prevista e necessaria, anche grazie alla resistenza del piccolo ma animoso paese. L’esercito francese, benché costretto a ripiegare precipitosamente dal nord-est, lasciando in mano al nemico alcune delle regioni più industrializzate e importanti, riuscì a sfuggire alla morsa e a resistere sul fiume Marna, a poche decine di chilometri da Parigi, fermando l’avanzata delle truppe del Kaiser. In seguito, con l’arrivo dei rinforzi dall’Inghilterra, il fronte si attestò definitivamente lungo una linea di trincee che andava dalla Svizzera al canale della Manica. Decine di migliaia di uomini vennero inutilmente sacrificate negli assalti, ma nei successivi tre anni il fronte non si spostò per più di 16 chilometri, in un senso o nell’altro. Su quello orientale invece, gli eserciti contrapposti condussero sin dall’inizio azioni di movimento e in profondità, lungo un’area vastissima che in pratica andava dal Mar Baltico al Mar Nero. In ottobre infatti l’Impero ottomano scese al fianco di Austria e Germania.

Al momento dello scoppio del conflitto tra Austria e Serbia, l’Italia dichiarò la sua neutralità. La misura non contrastava con il patto militare che sin dal 1882 legava i governi di Roma, Vienna e Berlino, noto come Triplice Alleanza. Tale accordo era infatti di carattere eminentemente difensivo, visto che prevedeva il soccorso militare degli altri paesi se uno di loro fosse stato aggredito militarmente. Non era questo il caso del conflitto austro-serbo, visto che la dichiarazione di guerra l’aveva fatta proprio Vienna, anziché subirla. In quel periodo alla presidenza del Consiglio si trovava il liberal-conservatore Antonio Salandra, costretto però a governare con una Camera in netta maggioranza sostenitrice di Giovanni Giolitti, liberale progressista. All’inizio la differenza di orientamento fra i due circa la guerra praticamente non sussisteva, ma con il passare del tempo si approfondì fino a sfociare in posizioni contrapposte. Passato il periodo iniziale, quando tutto faceva sembrare prossima una vittoria tedesca a Occidente, apparve chiaro lo stallo in cui si trovavano i contendenti. Fu così che Salandra e il suo ministro degli Esteri, il toscano Sidney Sonnino, si convinsero che un’eventuale discesa in campo dell’Italia avrebbe potuto rappresentare la classica spada che fa pendere in un senso o nell’altro il braccio della bilancia, determinando così la vittoria del blocco con cui si sarebbe schierata. La possibilità di scendere al fianco degli alleati della Triplice fu presto, e definitivamente, scartata, ma si continuarono con loro le trattative per guadagnare qualcosa dal mantenimento della neutralità. Negoziati indubbiamente difficili, perché se Vienna capiva quanto fosse pericolosa l’apertura di un fronte italiano non voleva saperne di cedere territori come il Trentino, Gorizia e tantomeno Trieste, su cui si appuntavano proprio le richieste di Roma. Anche quando, su pressante consiglio della Germania, si decise ad accettare queste mutilazioni territoriali (sebbene su scala più ridotta) volle rimandare ogni cessione a guerra conclusa. Nella primavera del 1915 Salandra e Sonnino guardavano ormai all’altro campo e a Londra avviarono negoziati per una guerra che credevano, confortati anche dal parere dei vertici militari, breve e vittoriosa. Ovviamente gli alleati accordarono grandi concessioni territoriali, perché tutte a spese dell’Austria e dell’Impero ottomano, loro nemici. Giolitti era invece fermamente convinto che un conflitto di quelle dimensioni sarebbe stata una prova troppo dura per l’Italia, unita da appena cinquant’anni e impegnata a modernizzarsi; pensava inoltre che mantenendo la neutralità le concessioni avrebbero potuto essere comunque significative e comunque tali da preferirle al costo in termini economici e umani. Contro questa sua idea, espressa prudentemente sulla stampa, presero posizione in molti in Italia, specie nel mondo della cultura, del giornalismo e delle organizzazioni giovanili, impegnandosi in conferenze e manifestazioni per spingere alla guerra il governo Salandra, inizialmente ritenuto dai più accesi interventisti del tutto neutralista o addirittura “rinnegato” come lo stesso Giolitti. Secondo loro Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia andavano liberate integralmente e non vilmente mercanteggiate raccogliendone solo delle briciole. Guardavano alla guerra come ad un atto eroico e vitale, il solo capace di imporre una radicale trasformazione alla società italiana, in pratica un cambiamento “morale” e di spirito. Anche la grande stampa di opinione, come il “Corriere della Sera” diretto da Luigi Albertini, considerava favorevolmente l’apertura delle ostilità. Il mondo politico nel suo complesso si dimostrava invece sostanzialmente neutralista. Lo era la maggioranza presente in Parlamento, il partito socialista e il mondo delle varie organizzazioni cattoliche; un insieme certo rilevante e di fatto maggioritario ma che non fu capace di organizzare nulla che fosse paragonabile in termini di mobilitazione al fronte degli interventisti, dominatori indiscussi della piazza fisica e di quella “mediatica” diremmo oggi. A metà maggio il governo Salandra si dimetteva ma era solo una prova di forza, per spingere Giolitti ad uno scontro con le istituzioni e con il Re, ormai impegnato dal patto siglato a Londra a fine aprile. Di fronte al sovrano, infatti, il vecchio statista piemontese si ritrasse e lasciò campo libero ai suoi avversari. In questo modo anche la maggioranza giolittiana si sciolse e aderì alla dichiarazione di apertura delle ostilità. Il 24 maggio l’Italia era dunque in guerra.

L’Austria-Ungheria, impegnata a resistere sia sul fronte italiano che su quello russo, fu con il passare del tempo talmente provata dagli effetti del conflitto che la fine di esso coincise con il suo stesso collasso come entità statale. In primo luogo a farsi sentire fu la fame, che lentamente ma inesorabilmente attanagliò il grande Impero e in special modo le città. Un sistema capillare di razionamento fu in grado all’inizio di fare fronte al problema, ma in seguito divenne sempre più difficile provvedere ai bisogni del cibo: questo valeva tanto per i civili che per i soldati al fronte. Anche le materie prime necessarie all’industria bellica divennero sempre più scarse, con ovvie ripercussioni sulle capacità operative delle forze armate. I contrasti fra le nazionalità, inizialmente sopiti dalla mobilitazione per la guerra, tornarono poi a farsi sentire e ad approfondirsi pericolosamente, in special modo in Boemia e in Croazia. La morte di Francesco Giuseppe, avvenuta sul finire del 1916, aveva portato al trono il giovane Carlo I, incline in cuor suo a cercare una soluzione diplomatica al conflitto ma impossibilitato a farlo per le ostilità dell’alleato tedesco (ormai divenuto pericolosamente ingombrante e tale da condizionare in modo pesante le scelte della monarchia danubiana) e per la mancanza di interlocutori validi e disponibili nel campo nemico. Inutilmente si prestò ad agire come mediatrice la Santa Sede, allora guidata da papa Benedetto XV, timoroso che il protrarsi della guerra avrebbe determinato una crisi irreversibile per quella che restava l’ultima grande monarchia cattolica del Vecchio Continente, giudicata inoltre un fattore di ordine nell’Europa centrale e orientale: una tesi all’epoca controcorrente ma che si sarebbe dimostrata poi realistica, vista la cronica instabilità di quelle regioni nei successivi decenni. Già nel 1917 la crisi interna della Duplice Monarchia si era fatta molto grave, ma a salvarla per il momento fu l’andamento delle vicende belliche, che videro prima la Russia uscire praticamente di scena a causa della situazione rivoluzionaria in cui si venne a trovare dopo la caduta della dinastia dei Romanov, quindi il successo dello sfondamento del fronte italiano a Caporetto, una vittoria tale da far credere che su quel settore la partita fosse ormai decisa. Dopo il gravissimo sbandamento iniziale, che costò la perdita di tutto il Friuli, di larga parte del Veneto e un numero enorme di prigionieri, gli italiani riuscirono a resistere sul fiume Piave così come a respingere un ulteriore tentativo di sfondamento nel giugno 1918. A quel punto l’iniziativa passò definitivamente nelle loro mani, mentre nell’Impero asburgico la situazione precipitò dopo l’estate. Presentendo una sconfitta ormai prossima, molti soldati slavi allentarono la disciplina nell’esercito mentre nei loro paesi d’origine ferveva l’attività per staccarsi dall’Impero asburgico. Il 6 ottobre un governo provvisorio si riunì a Zagabria proclamando la nascita della Jugoslavia (il paese degli slavi del sud) mentre il 14 si formò a Praga un governo provvisorio ceco. Il 16 Carlo I tentò di arginare questa dissoluzione proclamando la trasformazione della monarchia asburgica in un impero federale. Il 24 ottobre l’esercito italiano, coadiuvato da alcune divisioni inglesi, francesi e americane, iniziava l’offensiva finale, lungo tutta la linea del fronte, dal Trentino al litorale veneziano. L’epicentro dello sforzo si concentrò sul Vittorio Veneto: di qui il nome con cui è conosciuta ancora oggi quella battaglia. In pochi giorni le truppe italiane entravano a Trento e sbarcavano a Trieste, mentre il collasso dell’esercito asburgico era in atto, con moltissimi soldati impegnati a guadagnare il ritorno alle loro case prima di essere fatti prigionieri. La sera del 3 novembre a Villa Giusti, vicino Padova, veniva firmato l’armistizio che segnava la fine delle ostilità per il giorno successivo. Nel frattempo l’Ungheria aveva dichiarato la propria indipendenza dall’Austria, nella speranza di essere trattata come una delle nuove nazioni anziché come un nemico sconfitto. Anche a Vienna poi si proclamava la repubblica e la secolare monarchia asburgica crollava così rovinosamente e definitivamente.

Cosimo Ceccuti

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