Skip to main content

1895 12 11 amba alagi, poi il disastro di adua

Page 1

La linea del tempo… timeline 1895 Gennaio: si svolge clandestinamente a Parma il III Congresso del Partito dei lavoratori, che assume la denominazione di socialista.Viene ricostituito il disciolto Partito socialista italiano. Febbraio: il governo approva l’invio in Etiopia di nuovi 21 battaglioni dell’esercito. Marzo: il Consiglio nazionale del Psi, riunito a Bologna, approva il “programma minimo” politico per partecipare alle elezioni. Tra i punti principali vi sono: il suffragio universale, l’eguaglianza giuridica e politica tra i sessi, l’autonomia comunale, la statalizzazione di ferrovie e miniere, il prolungamento della scuola dell’obbligo, una tassazione progressiva sui redditi e le successioni. Lo stesso mese, il quotidiano di Torino “Gazzetta piemontese” cambia nome e diviene “La Stampa”. Aprile: a Milano, durante il II Convegno delle forze repubblicane, viene fondato il Partito repubblicano italiano (Pri). Lo stesso mese viene aperta a Venezia la prima Esposizione internazionale d’arte. Maggio: nasce a Castellaneta (Taranto) l’attore Rodolfo Valentino. Lo stesso mese si svolge la prima gara automobilistica d’Italia, la Torino-Asti. Dicembre: il governo richiede (e ottiene) lo stanziamento di nuovi fondi per la guerra in Africa orientale.

Cenni storici: un anno in breve Il 1895 si caratterizza per una politica coloniale molto aggressiva da parte del governo Crispi. A inizio anno, le vittorie che le truppe italiane ottengono in Etiopia nonostante l’inferiorità numerica consentono di mitigare il dissenso dell’opposizione, contraria anche alle ingenti spese militari sostenute. Tuttavia, dalla metà del 1895 cominciano a registrarsi numerosi insuccessi che culmineranno, l’anno seguente, con la tragica sconfitta di Adua.

Che c’è di nuovo… what’s app... ened! 11 dicembre 1895: le disavventure coloniali in Eritrea Già nel 1893 Crispi, in un colloquio con Umberto I sulle condizioni del nostro paese, relazionava di un’Italia sull’orlo del fallimento, scontenta, dove il disordine imperava e la Camera non si riconosceva più. Bisognava ristabilire pace e fiducia nelle istituzioni. Storia vecchia o nuova? Crispi a quel tempo guardava l’Africa, terra alla quale pareva legato il destino d’Italia, dove la Francia invece cercava in tutti i modi di scavare la tomba alla nostra politica d’espansione. L’avventura in Africa venne però messa in forte discussione dopo la sconfitta di Amba Alagi. Nonostante l’opposizione però, la Camera riconfermò pienamente la fiducia al Governo sulla politica coloniale che si pose su una via molto pericolosa, non più difensiva ma offensiva, che l’Italia non era in grado di sostenere neppure economicamente. Si arrivò così alla disastrosa battaglia di Adua, che costò dolorose perdite all’esercito italiano. Secondo le nostre valutazioni, di fronte ai fanti italiani, non si sarebbero trovati più di 30.00 abissini, demoralizzati e senza provviste. I fatti saranno ben diversi, a cominciare dalle mappe non corrispondenti alla realtà del terreno, ad un esercito molto ben armato da mercanti come il noto ai più come poeta, Arthur Rimbaud. Nel libro di Lussu, Un anno sull’altipiano, il colonnello dice: “Non si affidi alle carte, altrimenti non ritroverà più il suo reggimento. Creda a me, ho fatto tutta la campagna d’Africa. Ad Adua abbiamo perduto perché avevamo qualche carta. Perciò siamo andati a finire a ovest invece che a est. Qualcosa come se si attaccasse Venezia al posto di Verona”. La nostra ritirata fu una disfatta. La sconfitta fu anche uno schiaffo morale: dimostrava che i bianchi non erano invincibili e divenne un simbolo della lotta al colonialismo. La prima notizia di Adua giunse al Governo il 1° marzo. Le dimostrazioni dell’opinione pubblica furono violente, le proteste contro il Governo si trasformarono in esplosioni di collera che costrinsero Crispi alle dimissioni. Il primo marzo in Etiopia è festa nazionale. Noi italiani forse abbiamo rimosso l’evento dalla memoria, ma se qualcuno ha perso, qualcun altro ha vinto e se ne ricorda ancora bene. Sempre che in guerra ci siano vinti e vincitori!

E il Resto... in classe Italiano (testo scritto): “La guerra è un’avventura senza ritorno, ciò che viene distrutto non potrà più tornare come prima”. Commenta questa frase di Giovanni Paolo II. Storia: rispondi alle seguenti domande. - Quali aree geografiche furono interessate dall’espansionismo coloniale italiano durante l’epoca di Crispi? - Quali furono i principali eventi dell’avventura coloniale italiana durante questo periodo? - Quali furono le caratteristiche del governo Crispi? - Cerca sul vocabolario il significato delle parole: “colonialismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Fai una riflessione in classe con i tuoi compagni stabilendo, se lo ritieni opportuno, relazioni e collegamenti. - Fai una breve ricerca su colonialismo, neocolonialismo e forme più moderne di colonialismo che riguardano anche l’economia degli stati. Geografia: disegna una carta geografica delle zone interessate dal fenomeno del colonialismo italiano nell’epoca del governo Crispi. Gisella Pretolani Istituto Comprensivo “G. Lanfranco” Gabicce Mare

11 DICEMBRE 1895 AMBA ALAGI, POI IL DISASTRO DI ADUA L’Italia giunse tardi sulla ribalta delle conquiste coloniali, quando ormai Francia e Inghilterra si erano spartite pressoché tutta l’Africa. Nel 1885 fu occupata la città di Massaua e con essa il litorale dell’Eritrea, una delle poche zone ancora indipendenti nel continente nero, confinante con il grande impero etiopico, guidato dal negus Giovanni IV. L’incertezza e la cautela che seguirono a questo esordio erano dovute ai caratteri particolari del colonialismo italiano, espressione di uno Stato giovane attanagliato da gravi problemi interni e allora agli inizi del vero e proprio processo di industrializzazione, con una divisione sul tema che investiva le stesse classi dirigenti. Infatti, mentre i proprietari del Sud, espressione del latifondismo assenteista, guardavano con favore alla conquista delle colonie come valvola di sfogo per l’emigrazione, impedendo l’acuirsi dei contrasti nelle loro proprietà, gli industriali del Nord consideravano uno spreco di risorse quello fatto per occupare territori sconosciuti in Africa, mentre gradivano che le uscite dello Stato andassero a sostenere lo sviluppo e il consolidamento delle loro fabbriche. All’inizio la penetrazione sembrò che potesse avvenire gradatamente, sfruttando i contrasti fra i potenti capi tribali, i ras, dotati di larga autonomia, e l’imperatore, il negus appunto, specie dopo la morte di Giovanni IV. Con il trattato di Uccialli (1890) l’Italia assicurava l’appoggio all’ascesa al trono del ras Menelik, che da parte sua riconosceva il controllo italiano sull’Eritrea e una sorta di implicito protettorato sull’Etiopia, anche se il testo dell’intesa, volutamente ambiguo, doveva di lì a poco essere interpretato in maniera opposta dalle parti contraenti. Nel 1893 il ritorno alla presidenza del Consiglio di Francesco Crispi, invocato come l’uomo forte in grado di risolvere i problemi italiani seguiti allo scandalo della Banca Romana, venne ad imprimere una svolta anche alla politica coloniale, intensificando la presenza in Africa Orientale e insistendo per un’applicazione letterale del trattato di Uccialli, nonostante il negus Menelik rifiutasse in modo categorico di considerare il suo paese un protettorato. Nel 1895 la guerra divenne inevitabile ed ebbe inizio con la penetrazione italiana nella regione del Tigrè. Ai primi di dicembre del 1895 la punta più avanzata delle forze italiane era quella comandata dal maggiore Pietro Toselli, inviato ad occupare l’Amba Alagi, una montagna di quasi 3.500 metri, molto importate strategicamente perché domina la strada che da Macallè si inoltra nell’interno dell’Etiopia. Con circa 2.300 uomini, quasi interamente truppe indigene dell’Eritrea (gli ascari) guidate da ufficiali italiani, e appoggiato da soli 4 cannoni, Toselli si trovò ad affrontare una forza abissina soverchiante, circa 30.000 soldati guidati da Ras Mekonnen. Non appena si rese conto del pericolo informò il suo superiore, il generale Arimondi, di stanza a Macallè, da cui ebbe l’invito a resistere e l’assicurazione di prossimi rinforzi. Tuttavia il comandante in capo italiano, generale Oreste Baratieri, ritenne più prudente far ripiegare il contingente di Toselli per ricongiungerlo con quello di Arimondi. Questo messaggio, di fondamentale importanza, non giunse mai al giovane maggiore, che decise quindi di impegnarsi in una dura resistenza, obbedendo al primo degli ordini ricevuti. La battaglia ebbe inizio la mattina del 7 dicembre e vide le forze italiane resistere strenuamente per buona parte del giorno sulle pendici dell’Amba Alagi sino a quando, schiacciate dal numero così superiore dei nemici, dovettero prima ripiegare per poi essere travolte e quasi annientate. Toselli trovò eroicamente la morte mentre cercava di condurre la ritirata dei suoi uomini, cagionando al nemico “perdite enormi che contribuirono efficacemente a ritardarne l’avanzata”, come reciterà poi la motivazione della medaglia d’oro al valor militare, conferitagli alla memoria. Solo pochi superstiti raggiunsero l’indomani Macallè. Il tragico fatto d’armi causò costernazione e proteste in Italia, ma ebbe anche l’effetto di spingere Crispi ancora più a fondo nell’impegno militare contro l’Etiopia, andando incontro di lì a pochi mesi al disastro di Adua. Cosimo Ceccuti GRAZIE A


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook