Skip to main content

Progettare per la Sanità n. 2/26 aprile

Page 1


CNETO Centro Nazionale per l’Edilizia e la Tecnica Ospedaliera

Organizzazione, tecnologia, architettura

Princess Máxima Center, ridefinire l’oncologia pediatrica / Mary Elizabeth’s Hospital, la persona al centro della cura / Il ruolo della progettazione nella sanificazione e nell’igiene / Riorganizzare il servizio sanitario italiano / Pensare i modelli ospedalieri del futuro

Princess Máxima Center for Pediatric Oncology, Utrecht, Paesi Bassi

PLANNING SOLUTIONS

22|23|24 aprile 2026

BOLOGNA FIERE

Progetto e direzione In collaborazione con

Richiedi il tuo pass

Principi di sostenibilità e cura

Il Princess Máxima Center for Pediatric Oncology di Utrecht, Paesi Bassi

È innegabile che, nel dibattito contemporaneo sulla transizione ecologica, esista un grande assente: l’ospedale. Tra tutti gli edifici pubblici esso rappresenta, infatti, uno dei più energivori proprio per le sue caratteristiche intrinseche: attivo 24 ore su 24, ad alta componente impiantistica, con standard di sicurezza che impongono ridondanza e

continuità assoluta. E proprio qui sta il paradosso: il luogo deputato alla cura della nostra salute contribuisce pesantemente nel compromettere la salute dell’ambiente che ci circonda.

Nel 2019, il Rapporto “Healthcare’s climate footprint” ha messo bene in evidenza l’impatto del settore sanitario globale: l’impronta climatica nel 2014 è stata pari a 2,0 miliardi di tonnellate di CO2, equivalente al 4,4% delle emissioni nette globali. Ciò significa che, se la Sanità fosse un Paese, sarebbe il quinto più grande emettitore sul pianeta dopo Cina, Stati Uniti, India e Russia. Le proiezioni indicano che, senza interventi strutturali, questo valore potrebbe crescere fino a triplicare entro il 2050.

La progettazione sanitaria si trova quindi di fronte ad una questione complicata: da un lato, la necessità di garantire controllo microclimatico e sterilità (laddove necessario) nelle nostre strutture sanitarie, fornire prestazioni a tutti i cittadini utilizzando tecnologie sempre più avanzate ed energivore,

promuovere la prevenzione oltre che la cura (la Radiologia è responsabile del 7,5% del consumo energetico degli Ospedali); dall’altro, l’urgenza di ridurre i consumi, le emissioni e gli impatti lungo l’intero ciclo di vita dell’edificio. Ripensare l’ospedale in chiave sostenibile significa quindi efficientare gli edifici, intervenire sulla forma dell’architettura, sull’orientamento, sull’integrazione con il contesto climatico, sullo studio di facciate performanti. Ma la vera sfida è culturale, oltre che tecnica. In questa sfida sono coinvolti non solo i progettisti ma tutti i professionisti della salute che hanno l’onere di ridurre gli sprechi, preferire materiali riusabili, riciclabili e rinnovabili con impatto minimo sull’ambiente, perseguire l’appropriatezza delle prescrizioni diagnostiche e delle cure e promuovere la telemedicina. Mirare alla sostenibilità significa quindi adottare un approccio integrato e olistico, fondato su una piena consapevolezza ambientale e sociale.

Direttore Responsabile

Giorgio Albonetti

Direttore Scientifico

Margherita Carabillò

Responsabile Periodici

Chiara Scelsi - c.scelsi@lswr.it Tel. +39 349 0099322

Redazione

Simone Ciapparelli s.ciapparelli@lswr.it

Comitato scientifico

S. Brusaferro, S. Capolongo, M. Carabillò,M. Gola, J. Guercini, K. Kob, M. Mauri, F. S. Mennini, C. Nicora, D. Pedrini, G.Polifrone

Comitato di redazione

Architettura: Design LAB, DABC Politecnico di Milano

Impiantistica: Francesco Ruggiero

Information Technoloy:

Fabrizio Massimo Ferrara

Innovazione digitale: Paolo Bertini

Organizzazione e management:

Federico Lega

Servizi e facility management: Arturo Zenorini

Tecnologie per l’Architettura: Rosa Romano, Maria Chiara Torricelli

Hanno collaborato a questo numero:

S. Arruzzoli, M. Carabillò, L. Felicetti, A. Ferraioli, F. Ferre, A. Ingletti, M. Gola, E. Maggioni, D. H.Ibrahim, S. Kemenater, F. Lega, S. Mangili, M. Pedrini, L. A. Piterà, S. Possati L. P. Rizzi, F. Salvador, M. Torricelli, C. Zilio

Impaginazione LSWR

Immagini

Shutterstock

Produzione Antonio Iovene - Tel. 3491811231 a.iovene@lswr.it

Direzione Commerciale dircom.quine@lswr.it

Ufficio Traffico Ilaria Tandoi - i.tandoi@lswr.i Tel. 3452453804

Servizio Abbonamenti www.quine.it - Tel. 02 864105 abbonamenti.quine@lswr.it Costo copia singola: euro 4,50 abbonamento annuale Italia euro 40,00 abbonamento annuale Europa euro 60,00

Stampa GALLI & C. - Varese

Edra Edizioni

Progettare per la sanità www.progettareperlasanita.it

Reg. Trib. Milano n. 767 del 09/11/1998 Iscrizione al ROC n. 12191 del 29.10.2005

Tutti gli articoli pubblicati su Progettare per la sanità sono redatti sotto la responsabilità degli Autori. La pubblicazione o la ristampa degli articoli deve essere autorizzata per iscritto dall’editore. Ai sensi dell’art. 13 del Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali 679/2016 di seguito GDPR, i dati di tutti i lettori saranno trattati sia manualmente, sia con strumenti informatici e saranno utilizzati per l’invio di questa e di altre pubblicazioni e di materiale informativo e promozionale. Le modalità di trattamento saranno conformi a quanto previsto dagli art. 5-6-7 del GDPR. I dati potranno essere comunicati a soggetti con i quali Edra Edizioni srl intrattiene rapporti contrattuali necessari per l’invio delle copie della rivista. Il titolare del trattamento dei dati è Edra Edizioni srl, Viale Enrico Forlanini 21 Milano, al quale il lettore si potrà rivolgere per chiedere l’aggiornamento, l’integrazione, la cancellazione e ogni altra operazionedi cui agli art. 15-21 del GDPR. © Edra Edizioni srl – Milano Testata Associata

Organo ufficiale del C.N.E.T.O.: Centro Nazionale per l’Edilizia e la Tecnica Ospedaliera

SOLUZIONI PER L’IMPIANTISTICA

INTEGRATION

La soluzione completa.

La soluzione completa o erta da Comoli Ferrari nasce dall’integrazione tra elettrico e idrotermosanitario: impianti che comunicano, edi ci che diventano intelligenti, energia che si trasforma in comfort e risparmio.

Scopri il nostro ecosistema di soluzioni integrate e fai crescere il tuo business.

Esplora tutte le possibilità e contattaci ora!

È l’innovazione che guarda lontano: dalla gestione automatica e integrata di calore e climatizzazione all’uso di energie rinnovabili, no a case e building smart.

Ogni soluzione risponde a una richiesta di well living e alle s de della transizione energetica, dalla progettazione, al supporto post-vendita.

Forniamo Soluzioni Impiantistiche integrate, accompagniamo i professionisti nella crescita del proprio business.

www.comoliferrari.it

Sommario

PRINCESS MÁXIMA CENTER DI UTRECHT

Il concept progettuale del Princess Máxima Center, con i suoi numerosi spazi comuni e angoli gioco all’interno delle camere di degenza, non mira soltanto a rendere la permanenza dei giovani pazienti il più possibile piacevole e priva di ansia, ma include anche un’area appositamente sviluppata per i genitori, rappresentando un’interessante evoluzione del concetto di rooming-in. di Marco

RESTITUIRE UMANITÀ AI LUOGHI DELLA CURA

All’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, la riqualificazione dell’atrio e del Pronto Soccorso trasforma colore, luce e acustica in strumenti di cura. Un progetto che integra orientamento, comfort e sostenibilità per migliorare l’esperienza di pazienti e operatori. di Simona Kemenater

NUOVI MODELLI INTEGRATI

DI ORGANIZZAZIONE

SANITARIA

NELLE

MARCHE

Dalla logica dell’ospedale isolato a un sistema reticolare, la trasformazione in atto nelle Marche richiede nuove soluzioni progettuali capaci di integrare funzioni, garantire sicurezza e adattarsi all’evoluzione dei modelli di cura di Luca Felicetti, Alfredo Ingletti, Stefano Possati, Francesca Salvador

Gola, Daniel Hany Ibrahim, Silvia Mangili

30

MARY ELIZABETH’S HOSPITAL DI COPENAGHEN

La visione alla base del progetto dell’edificio, che aprirà nel 2027, pone al centro la cura, l’accoglienza e il gioco integrato alla cura e all’assistenza. Il tutto in un edificio intuitivo, facile da navigare e capace di guidare il comportamento degli utenti.

di Maria Chiara Torricelli

OSPEDALI DEL FUTURO. RESILIENTI, SOSTENIBILI, INCLUSIVI

A partire dal rapporto “Hospitals of the Future” pubblicato dall’OMS si sta delineando un nuovo modello di ospedale, una struttura complessa in grado di rispondere alle sfide di decarbonizzazione, integrazione nei territori e attenzione al benessere delle persone.

di Claudio Zilio, Luca Alberto Piterà

PROGETTARE UN’UNITÀ DI RADIO-ONCOLOGIA

Un’analisi tecnica degli ambienti e dei servizi necessari al funzionamento di un’unità di radio-oncologia, dalle apparecchiature alle soluzioni costruttive e impiantistiche.

di Armando Ferraioli

IGIENE OSPEDALIERA E PROGETTAZIONE DEGLI SPAZI

Nelle strutture sanitarie la sicurezza igienica dipende non solo dalle attività di sanificazione, ma anche dalla corretta organizzazione degli spazi e dei percorsi, dalla pianificazione degli ambienti e dalla gestione operativa dei servizi. di Maurizio Pedrini 56

SICUREZZA IGIENICA IN AMBITO CHIRURGICO

Prevenzione delle infezioni del sito chirurgico, igiene delle mani, gestione dei flussi e sanificazione degli ambienti: la sicurezza in sala operatoria dipende dall’applicazione rigorosa di protocolli e dall’organizzazione degli spazi e dei processi.

di Maurizio Pedrini 60

68

APPRENDERE PER RIORGANIZZARE

La trasformazione dei servizi sanitari richiede un ecosistema integrato di governance, infrastrutture digitali e progettazione degli spazi. Alcune riflessioni operative a partire da esperienze europee.

di Francesca Ferre, Federico Lega, Elena Maggioni, Luisa Paolina Rizzi

72

CYBERSECURITY E RISCHIO CLINICO

Gli attacchi informatici non incidono solo su sistemi e dati, ma anche sulla continuità delle cure. Ritardi diagnostici, allungamento delle degenze e aumento delle complicanze sono conseguenze documentate. a cura della redazione

Comoli Ferrari 3 comoliferrari.it

Exposanità 1 exposanità.it

Medical lab II copertina medicallabsystem.com

OML III copertina omlspa.it

Pineapple IV copertina us.pineapplecontracts.com

Ospedali, misurare l’innovazione oggi

Oltre 10 miliardi di euro per il rinnovamento dell’edilizia ospedaliera

italiana e più di 60 nuovi ospedali in fase di progettazione o realizzazione delineano una stagione di profonda trasformazione del sistema sanitario. In questo contesto si è svolto al Politecnico di Milano il 4° Annual Meeting del Joint Research Partnership Healthcare Infrastructures, dedicato al tema della misurazione dell’innovazione nei modelli di “Next Generation Hospital”.

L’incontro ha riunito istituzioni, ricerca e industria con l’obiettivo di individuare strumenti condivisi per orientare gli investimenti e valutare l’efficacia delle soluzioni adottate. Il cambiamento in atto riguarda non solo le infrastrutture, ma anche l’organizzazione dei servizi, con una progressiva riduzione delle degenze tradizionali a favore di attività ambulatoriali, chirurgiche e diagnostiche, con ricadute dirette sulla progettazione degli spazi.

Tra i dati emersi, l’automazione e l’intelligenza artificiale mostrano un impatto significativo: i sistemi automatizzati di gestione del farmaco possono ridurre fino al 50% i tempi operativi legati alla distribuzione, mentre la logistica automatizzata consente di recuperare fino al 30% del tempo infermieristico, destinandolo ad attività

a maggior valore clinico. L’uso dell’IA nella gestione dei flussi e dei posti letto è associato a riduzioni della degenza media fino al 10-15% e dei tempi di attesa fino al 20%, mentre la robotica è destinata a coprire una quota crescente delle attività non cliniche. Centrale, secondo i promotori, è la definizione di indicatori condivisi per rendere l’innovazione misurabile e guidare scelte progettuali più efficaci e trasparenti. Dal confronto tra diverse Regioni è emersa la necessità di rafforzare competenze tecniche e capacità amministrative per gestire programmi complessi, accelerando interventi resi urgenti anche dall’obsolescenza del patrimonio esistente, con oltre il 60% degli ospedali italiani costruiti da più di cinquant’anni.

Un network per l’antimicrobico-resistenza

Nasce una rete nazionale per contrastare la crescente diffusione dell’antimicrobico resistenza, una delle principali emergenze sanitarie a livello globale. Il progetto, promosso dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma insieme

all’Istituto Superiore di Sanità, coinvolge alcuni tra i più importanti IRCCS italiani con l’obiettivo di definire un modello condiviso per l’uso appropriato degli antibiotici. L’iniziativa, finanziata dal Ministero della Salute, riunisce strutture di riferimento nel campo delle malattie infettive e punta a sviluppare un approccio clinico-organizzativo replicabile su scala nazionale, capace di integrarsi anche con i servizi territoriali.

In Italia, dove la diffusione di batteri resistenti è tra le più elevate in Europa, si stimano circa 12.000 decessi l’anno legati a infezioni da microrganismi resistenti, dato che evidenzia l’urgenza di strategie coordinate. Il modello in fase di sviluppo combina strumenti digitali per la raccolta e l’analisi dei dati, percorsi diagnostici avanzati basati su test molecolari e programmi di formazione rivolti agli operatori sanitari. Particolare attenzione è rivolta anche al supporto decisionale per i clinici, con l’obiettivo di migliorare la prescrizione e ridurre l’uso inappropriato degli antimicrobici. L’obiettivo finale è definire uno standard nazionale di antimicrobial stewardship, in grado di contenere l’impatto delle infezioni correlate all’assistenza e di contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario, sia in termini di salute pubblica sia di costi.

Robot OSS per ridurre le infezioni

All’Ospedale Civile dell’Annunziata di Cosenza sono entrati in funzione tre robot dedicati all’assistenza igienica dei pazienti nell’area di Emergenza-Urgenza. L’iniziativa punta a rafforzare le strategie di prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA), con una riduzione stimata del rischio fino all’80%, e a migliorare al tempo stesso l’organizzazione del lavoro sanitario. I dispositivi affiancano gli operatori socio-sanitari

nelle attività di nursing e nelle procedure di igiene, garantendo standard elevati e uniformità di esecuzione. Il loro impiego è particolarmente rilevante nei contesti ad alta intensità assistenziale, come pronto soccorso, medicina d’urgenza e terapia intensiva, dove il controllo del rischio infettivo è prioritario. L’introduzione della tecnologia si inserisce in un percorso più ampio di innovazione organizzativa avviato dall’Azienda

Infezioni chirurgiche, verso standard nazionali

Le infezioni del sito chirurgico rappresentano una quota rilevante delle infezioni correlate all’assistenza, pari a circa il 10,5%, ma oltre la metà dei casi potrebbe essere evitata attraverso l’adozione sistematica di pratiche basate su evidenze scientifiche. È quanto emerso nel corso di un incontro istituzionale promosso a Palazzo Madama dall’Intergruppo parlamentare per la prevenzione delle ICA. Oltre all’impatto clinico,

queste infezioni determinano conseguenze significative sul piano organizzativo ed economico: la degenza può prolungarsi fino a 17 giorni e i costi per il Servizio sanitario nazionale aumentano sensibilmente, fino al 50% nei casi standard e oltre nei quadri più complessi, con ricadute anche sul numero di ricoveri successivi. Nel corso del confronto è stata sottolineata la necessità di superare un approccio basato su sole rac-

ospedaliera, che ha previsto anche la formazione del personale coinvolto. I robot non sostituiscono gli operatori, ma ne supportano l’attività, contribuendo a ridurre i rischi clinici e a liberare tempo da dedicare alla relazione con il paziente. Il progetto nasce da un’iniziativa interna finalizzata a rafforzare le misure di contrasto alle ICA, oggi tra le principali criticità dei sistemi sanitari. L’utilizzo di protocolli standardizzati e il supporto tecnologico consentono di limitare la trasmissione dei patogeni e di migliorare la qualità complessiva dell’assistenza. Sono inoltre in corso attività di monitoraggio nei reparti coinvolti per valutare l’impatto dell’introduzione dei robot sulle strategie di prevenzione. Un’esperienza potenzialmente replicabile che contribuise a coniugare innovazione tecnologica, sicurezza delle cure ed efficienza organizzativa.

comandazioni, puntando invece a un’applicazione uniforme e strutturata delle misure di prevenzione su tutto il territorio. L’obiettivo è integrare in modo stabile nelle routine assistenziali gli interventi già validati dalla comunità scientifica. Tra le azioni indicate figurano la definizione di obiettivi misurabili per le strutture sanitarie, l’introduzione di sistemi informativi interoperabili e il rafforzamento degli interventi lungo tutte le fasi del percorso chirurgico, dalla preparazione al follow-up. Centrale anche il ruolo delle tecnologie, dalla gestione degli ambienti al monitoraggio dei pazienti, affiancate da protocolli standardizzati, attività di formazione e sistemi di sorveglianza estesi anche dopo la dimissione. Il Piano nazionale per la prevenzione e il controllo delle infezioni correlate all’assistenza, attualmente in fase di definizione, potrà rappresentare il quadro di riferimento per rendere omogenea l’adozione di queste misure a livello nazionale.

Fonte: Sanità33

Tredici ospedali italiani tra i migliori al mondo

Nella classifica “World’s Best Hospitals 2026”, pubblicata da Newsweek in collaborazione con la piattaforma dati Statista e dedicata alle 250 migliori strutture sanitarie a livello globale, sono presenti tredici ospedali italiani. Il miglior posizionamento nazionale è del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, che si colloca al 33° posto, risultato indicato come il più alto raggiunto da un ospedale italiano nelle otto edizioni del ranking. Tra le strutture italiane presenti figurano cinque ospedali lombardi. Il Grande Ospedale

Metropolitano Niguarda di Milano è il secondo centro nazionale e si posiziona al 43° posto mondiale, seguito dall’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (51°) e dall’Ospedale San Raffaele di Milano

(57°). Il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna si colloca al 76° posto, mentre l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è 104°. Completano la presenza italiana l’Azienda Ospedale Università di Padova (127°), il Policlinico San Matteo di Pavia (134°), l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona - Ospedale Borgo Trento (142°), l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze (192°), l’Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena (198°), l’Azienda ospedaliera universitaria Sant’Andrea di Roma (203°) e il presidio Molinette - Città della Salute e della Scienza di Torino (221°). La valutazione dell’edizione 2026 ha incluso ospedali di 32 Paesi, selezionati sulla base di criteri di comparabilità quali dimensione della popolazione, aspettativa di vita, disponibilità di dati e densità ospedaliera. Oltre 2.500 strutture sono state esaminate e il punteggio finale è stato determinato attraverso raccomandazioni di esperti medici, indicatori di qualità ospedaliera, dati sull’esperienza dei pazienti e il Patient-Reported Outcome Measures Implementation Survey di Statista. A livello globale la classifica è guidata dalla Mayo Clinic di Rochester, seguita dal Toronto General-University Health Network, dalla Cleveland Clinic e dal Karolinska Universitetssjukhuset di Stoccolma.

Sanità territoriale, attuazione a rilento

Il percorso di attuazione del DM 77/2022, che ridefinisce l’assistenza territoriale, procede con velocità disomogenee e registra ritardi significativi, soprattutto nella realizzazione di Case della comunità e Ospedali di comunità. È quanto emerge dal monitoraggio dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), che evidenzia criticità sia sul piano infrastrutturale sia su quello organizzativo. Al 31 dicembre 2025, delle 1.715 Case di comunità da mettere a

regime entro il 2026 (ma di queste solo 1.038 rientrano nel target minimo Pnrr), appena 66 sono pienamente operative, mentre la maggior parte degli interventi si trova ancora in fase di progettazione o in corso di realizzazione. Analoga situazione per gli Ospedali di comunità: dei 594 previsti sono attivi solo 163. Molti cantieri risultano avviati ma non ancora conclusi, con scostamenti rispetto alle milestone fissate al 2026. Le difficoltà riguardano iter autorizzativi complessi, procedure di gara e adeguamenti strutturali degli edifici esistenti, oltre all’aumento dei costi dei materiali e ai tempi di esecuzione. Sul piano organizzativo, permangono criticità legate all’attivazione dei servizi e al reperimento del personale, elemento chiave per rendere operative le nuove strutture.

Le Case della comunità, concepite come nodi centrali per l’integrazione tra sanità e sociale, faticano in molti contesti a raggiungere una piena funzionalità, mentre gli Ospedali di comunità scontano ritardi nella definizione dei modelli assistenziali. Il monitoraggio sottolinea come la sfida non sia esclusivamente edilizia, ma riguardi la concreta attivazione dei servizi in coerenza con il DM 77/2022. Nel complesso, emerge la necessità di un’accelerazione per rispettare le scadenze del PNRR e garantire che le nuove infrastrutture territoriali possano rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e caratterizzata da cronicità diffuse.

Nuovo traguardo per la chirurgia automatica

Una nuova frontiera della medicina si sta avvicinando rapidamente: alla chirurgia completamente autonoma. Un team di ricercatori guidati dalla Johns Hopkins University ha annunciato un importante traguardo nella robotica chirurgica, dopo aver effettuato con successo otto interventi di rimozione della colecisti su organi di maiale senza alcun intervento umano. I robot, addestrati con l’intelligenza artificiale attraverso video di operazioni eseguite da chirurghi su organi animali, hanno completato l’intera procedura con il 100% di successo. Il risultato, pubblicato sulla rivista Science Robotics, rappresenta secondo gli autori un “punto di svolta verso l’introduzione clinica di sistemi chirurgici autonomi”. La tecnologia alla base di questi robot è simile a quella che anima strumenti di IA generativa come ChatGPT o Google Gemini, basata su reti neurali artificiali capaci di apprendere comportamenti complessi. Durante i test, i robot hanno dimostrato notevoli capacità decisionali. Hanno infatti chiesto strumenti specifici, corretto il proprio percorso in media sei volte per intervento e si sono adattati alle differenze anatomiche senza guida esterna. Sebbene siano risultati leggermente più lenti dei chirurghi umani, i robot

hanno eseguito movimenti più fluidi e con percorsi più brevi, segno di una precisione potenzialmente superiore. Il professor Axel Krieger, tra i principali responsabili del progetto, ha sottolineato come per la prima volta si sia andati oltre semplici attività chirurgiche isolate, arrivando a un’operazione completa e complessa su tessuti molli: «Siamo riusciti a eseguire l’intera procedura di rimozione della colecisti, con tagli e applicazione di clip, senza alcuna assistenza umana. È un risultato davvero storico.»

Exposanità, innovazione per il sistema sanitario

Dal 22 al 24 aprile, Exposanità 2026 mette al centro il ruolo delle tecnologie digitali nella trasformazione del sistema sanitario. Intelligenza artificiale, ICT e soluzioni hi-tech saranno i temi guida della manifestazione, articolata nei cinque saloni Horus, Hospital, Diagnostica, Sanità Digitale e Terza Età. L’evento si propone come momento di confronto sulle prospettive della sanità, tra innovazione tecnologica e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Il digitale viene infatti sempre più riconosciuto come leva strategica non solo per migliorare le prestazioni cliniche, ma anche per ottimizzare l’organizzazione dei servizi, supportare i professionisti e favorire una gestione più efficace della cronicità e della non autosufficienza.

Ad aprire la manifestazione sarà il convegno inaugurale dedicato alle sfide socio-sanitarie e alle possibili risposte offerte dall’innovazione. Al centro del dibattito, temi cruciali come l’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale e la sostenibilità economica, con l’obiettivo di individuare soluzioni capaci di garantire il diritto alla salute in un contesto in evoluzione. Ampio spazio sarà dedicato anche all’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito clinico e gestionale, con workshop focalizzati su cardiologia, oncologia e organizzazione sanitaria. In questi contesti, esperti e professionisti si confronteranno su opportunità e criticità legate all’uso dell’AI nella diagnosi, nella medicina personalizzata e nell’analisi dei dati. Tra i temi trasversali, anche la sicurezza informatica e la gestione del dato sanitario, sempre più centrali in un sistema che integra tecnologie e processi complessi. Exposanità si conferma così come un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni in atto nella sanità contemporanea.

DATI TECNICI

Luogo Utrecht, Olanda

Superficie totale

44.833 m²

Num. totale camere pazienti 85

Superficie camera di degenza 34 m²

Anno di completamento 2018

Committente

Princess Máxima Center, Utrecht

Progettisti LIAG architects

Interior designer Mmek

di Marco Gola, Daniel Hany Ibrahim, Silvia Mangili

Princess Máxima Center di Utrecht

ARCHITETTURA, ORGANIZZAZIONE SANITARIA E RICERCA INTEGRATA IN UN CENTRO NAZIONALE CHE RIDEFINISCE L’ONCOLOGIA PEDIATRICA

ATTRAVERSO SPAZI FAMILY-CENTERED E HEALING ENVIRONMENT

■ Piano terra del Princess Máxima Center

INTRODUZIONE

Il Princess Máxima Center for Pediatric Oncology (Prinses Máxima Centrum, PMC) è il centro nazionale olandese per l’oncologia pediatrica dal 2018. L’impianto integra l’assistenza clinica, la ricerca traslazionale e la formazione, con l’obiettivo dichiarato di «guarire ogni bambino affetto da cancro garantendo al tempo stesso la migliore qualità di vita possibile». Il PMC è localizzato ad Utrecht, nel polo di eccellenza dell’Utrecht Science Park (De Uithof), in prossimità immediata del complesso universitario-ospedaliero dell’UMC Utrecht e dell’ospedale pediatrico Wilhelmina Children’s Hospital (WKZ). Il paesaggio circostante si intreccia con lo spazio costruito e la presenza del verde è diffusa in tutto l’edificio. La scelta del sito è stata determinata da diversi fattori: in primis risponde alla prossimità a competenze cliniche e diagnostiche di terzo livello con l’UMC e il WKZ e la condivisione di servizi comuni, la forte sinergia con il polo universitario, e la localizzazione baricentrica rispetto all’Olanda garantisce l’accessibilità per la popolazione.

PROGRAMMAZIONE

SANITARIA

Secondo Statistics Netherlands (CBS), la popolazione olandese ha superato 18,05 milioni nel 2024. Considerando la centralizzazione, il bacino potenziale del PMC coincide con l’intera popolazione nazionale (0-18 anni come target primario), in cui però è anche possibile accogliere, per casi selezionati, pazienti internazionali che necessitano di cure ad alta specializzazione. In generale, si stima che ogni anno circa 600 bambini nei Paesi Bassi ricevono una diagnosi di cancro. Questi dati sono monitorati tramite registri nazionali e nello specifico il Netherlands Cancer Registry (IKNL) è il registro oncologico nazionale dal 1989 e rende disponibili statistiche su incidenza, prevalenza, sopravvivenza e mortalità. Dal punto di vista della programmazione sanitaria, il fatto di aver

centralizzato il tutto in un centro nazionale unico ha implicato una pianificazione di capacità e flussi su bacino nazionale, lo sviluppo di modelli di presa in carico che includono follow-up condiviso con gli ospedali regionali per ridurre mobilità, la necessità di sistemi informativi e registri robusta, nonché un’importante attenzione ad evitare disuguaglianze di accesso ai servizi. Tutto ciò ne ha determinato anche dei requisiti spaziali da indicare ai progettisti per garantire di conseguenza ambienti all’altezza per un centro nazionale, tra cui spazi per permanenza prolungata, aree per la presenza dei genitori, spazi di supporto, ecc., anche in una logica culturale per rispondere alle esigenze di persone e famiglie provenienti da altri paesi. Infatti, il PMC dichiara un’offerta a pazienti internazionali per trattamenti e studi ad alta specializzazione non facilmente disponibili in altri Paesi (es. CAR-T, terapia ¹³¹I-MIBG, chirurgia complessa, trapianti allogenici, early phase trials, brachiterapia per sarcomi); e la componente internazionale non sostituisce il bacino nazionale, ma introduce requisiti ulteriori: gestione interpreti/ mediazione culturale, coordinamento con referenti esteri, supporto logistico alle famiglie e compliance regolatoria. In generale, il PMC risulta anche sostenuto da fundraising e fondazioni collegate, elemento che spesso influenza programmi di ampliamento, dotazioni e progetti “quality of life”. Questo mix di finanziamento pubblico/ assicurativo e di donazioni rende centrale la rendicontazione e la comunicazione verso stakeholder e cittadinanza.

Il PMC integra cure, ricerca e formazione co-localizzate, per accelerare l’innovazione terapeutica e ridurre il tempo tra scoperta scientifica e applicazione clinica. Sono presenti oltre 900 professionisti sanitari e circa 600 ricercatori, per un’organizzazione complessiva nell’intorno di circa 1.500 addetti ai lavori. La struttura include orga-

PROGETTO SANITARIO
■ Sezione longitudinale del Princess Máxima Center. Copyrights LIAG architects

■ Sopra, a fianco: un dettaglio della facciata e vedute delllo spazio ricreativo

■ Sotto, a destra: una delle camere di degenza

■ Sotto, a sinistra: uno dei laboratori di ricerca, separati dalle aree cliniche più sensibili

■ Destra: un bridge colorato connette l'edificio con l’ospedale pediatrico

Copyrights immagini: Ewout Huiber e Ronald Tilleman

ni di governo e advisory (incluse componenti scientifiche) a supporto della strategia. La rete SKION contribuisce a standard e linee guida a livello nazionale. Per la direzione sanitaria, il punto di attenzione è la gestione dei trade-off tra flessibilità clinica (personalizzazione) e standardizzazione (protocolli), in un contesto ad alta intensità di trial clinici e terapie innovative.

Una specificità dichiarata è l’aggregazione dell’expertise per tipologia di tumore in dipartimenti dedicati, con la presa in carico end-to-end (ricovero, day treatment, e poi le visite ambulatoriali).

L’organizzazione per patologia con il proprio front office semplificano l’esperienza utente e riducono tempi morti, ma richiedono dimensionamento accurato di sale infusioni, attese, stanze visita, spazi dedicati a procedure e accessi venosi, e percorsi sicuri per antiblastici, e un’organizzazione efficiente dei sistemi informativi/ logistici integrati per la programmazione di ogni passaggio. Come risaputo, lo sviluppo dei bambini a cui viene diagnosticato un tumore presenta un ritardo di almeno un anno se sopravvivono. Questo spiega l’attenzione dedicata non solo alla malattia e al trattamento, ma anche allo sviluppo del bambino e della famiglia. Il risultato è una configurazione del centro unica nel suo genere. È stato stabilito un insieme di regole per l’organizzazione dell’edificio al fine di consentire un utilizzo privo di stress. Ad esempio, la “regola del minuto” stabilisce che i genitori debbano poter raggiungere tutti i servizi necessari entro un minuto a piedi dalla stanza del paziente. In aggiunta, trattandosi di un ospedale pediatrico, a livello organiz-

zativo sono stati introdotti spazi dedicati per fasce d’età, con connessioni progettate in funzione dell’interazione sociale e dei bisogni (aree gioco, spazi adolescenti). Questo implica un controllo accurato di acustica, visibilità e sicurezza, oltre ad un wayfinding leggibile anche per le diverse età degli utenti.

PROGETTO ARCHITETTONICO E FUNZIONALE

A partire proprio dagli obiettivi sanitari, il centro adotta un approccio che riconosce che lo sviluppo del bambino continua anche durante la malattia, definito come modello assistenziale “development-oriented”; ciò si traduce in spazi per scuola, gioco, sport, musica e socialità, e nella possibilità per pazienti e genitori di muoversi in edificio in modo relativamente libero, compatibilmente con le cure e terapie in corso per i figli, in una logica “safety by design”. Gestionalmente ciò implica un’infrastruttura di risk management (controllo infezioni, sicurezza, tracciabilità) che consenta tutto ciò, senza comprometterne mai la sicurezza. Il complesso è un edificio a sviluppo orizzontale, caratterizzato una piastra principale ove si sviluppa tutto il polo dedicato all’assistenza, caratterizzato da quattro livelli con i locali tecnici posizionati in copertura, e a sua volta connesso ad un padiglione più elevato, di sette piani, ove sono localizzati i parcheggi, le aree destinate alla ricerca oncologica e i relativi laboratori. Questo assetto supporta una strategia di flussi: mantenere le aree cliniche più sensibili separate dai flussi di ricerca e parcheggi, garantendo però percorsi rapidi per lo staff e il commento con i servizi generali.

Con una superficie di 45.000 m² è il più grande centro in Europa ed è unico al mondo, e come riportato dal Comune di Utrecht, prossimamente potrebbe essere prevista un’estensione dell’ospedale di circa 5.000 m² con un volume di sette piani, all’interno di uno dei cortili interni. In aggiunta, l’edificio è connesso attraverso un bridge colorato con l’ospedale pediatrico, e tale connessione permette pertanto che il Prinses Máxima Centrum ospiti le funzioni specifiche per l’area oncologica evitando le ripetizioni di servizi e/o funzioni presenti presso l’ospedale pediatrico.

Il PMC integra degenza oncologica pediatrica, day hospital, ambulatori, diagnostica per immagini, supporti clinici, spazi per la riabilitazione, spazi per l’attività sportiva e didattica, nonché grandi aree pubbliche, aree di formazione e un auditorium. A queste, si aggiunge l’edificio dedicato ai laboratori e alle aree di ricerca in cui vengono garantiti accessi dedicati, sistemi di ventilazione e pressurizzazione

adeguati, logistica reagenti/campioni, sicurezza biologica e gestione rifiuti speciali. Trattandosi di un centro oncologico pediatrico, i flussi sono stati considerati in una logica atta a contenere il rischio, proprio per questo motivo sono presenti diversi flussi differenziati per le diverse esigenze: la main street, come spazio di orientamento e incontro, a cui si aggiungono i percorsi sanitari per il trasporto dei rifiuti, biancheria, farmaci, ecc. e gli spostamenti interni, nonché percorsi protetti per pazienti fragili o in isolamento, e accessi separati per le emergenze.

RICERCA DELL’HEALING ENVIRONMENT

Il progetto a cura di LIAG architects è stato impostato sui concetti del development-oriented care al fine di creare un edificio a dimensione di bambino e/o adolescente nonostante la malattia e degli healing environment in cui gli elementi chiave quali luce naturale, viste ver-

Area esterna

so il paesaggio, continuità tra interno ed esterno, materiali naturali e colori caldi hanno l’intento di dare origine ad un ambiente domestico e rassicurante che riduca l’ansia e supporti la normalità.

Con una superficie di 45.000 m², il Princess Máxima Center
è il più grande centro in Europa. Prossimamente potrebbe essere prevista un’estensione dell’ospedale di circa 5.000 m²

Proprio perché il bambino e la famiglia devono poter condurre una vita il più possibile normale per il maggior tempo possibile, in un ambiente “che si prende cura”, il progetto degli spazi è stato svolto congiuntamente con medici e psichiatri e in stretta collaborazione con associazioni di pazienti e genitori. A tutto ciò si aggiunge il progetto paesaggistico a cura di Bureau B+B che utilizza il meadow landscape come dispositivo di benessere e orientamento con l’estensione del prato verso la facciata, panorami controllati, una sequenza di giardini (due corti chiuse e ulteriori giardini tematici, inclusi roof garden e aree sportive), ecc., in cui c’è una forte relazione con la vegetazione che si rinnova durante le stagioni, rispetto al meteo e all’alternanza giorno-notte.

La progettazione del verde qui non è solo decorativa ma è parte del processo di cura: riduce stress, facilita l’orientamento e offre luoghi di decompressione per famiglie e staff. Per garantire un adeguato comfort percepito, sono state adottate soluzioni per garantire l’apertura delle finestre, schermature solari per atte ad evitare abbagliamento e surriscaldamento, ed è perfino stato introdotto un sistema di illuminazione artificiale “circadiana-friendly”. Gli ambienti sono caratterizzati dalla presenza di materiali naturali e soluzioni di interior design che rendano l’ambiente accogliente, bilanciando naturalmente le scelte con quelle che sono le caratteristiche igienico-sanitarie di un ambiente oncologico, nel rispetto del comfort acustico e gli aspetti di sicurezza.

CAMERE DI DEGENZA: L’UNITÀ GENITORE-BAMBINO

Tra le soluzioni adottate, i progettisti hanno disegnato le stanze di degenza come delle micro-unità di cura proprio per garantire la stretta relazione genitore-figlio. Questa unità è stata sviluppata

insieme al supporto di KopVol in cui ogni Ouder-Kind eenheden (unità) è composta da due spazi indipendenti adiacenti, una stanza per il paziente e una per i genitori, e che grazie alla presenza di un’ampia porta scorrevole è possibile dare origine a diverse configurazioni flessibili (open living diurno vs privacy notturna), supportandopresenza continuativa del parente e/o in generale del caregiver. Lo spazio esterno/balcone privato di queste unità è accessibile dalla stanza dei genitori, che rafforza la sensazione di controllo e sicurezza, aspetti fondamentali per la riduzione dello stress. Ogni camera di degenza dispone di una postazione infermieristica con lavabo e adeguati spazi di stoccaggio per i materiali, mentre i bagni dei pazienti sono accessibili e dotati di porte scorrevoli. Oltre alla supervisione da parte dei genitori nello spazio adiacente, una porta in vetro e una finestra aggiuntiva garantiscono una visibilità ottimale dell’area letto dal corridoio. Gli infermieri possono monitorare il paziente dalla postazione accanto all’ingresso della stanza, da cui è possibile anche registrare i dati clinici senza dover tornare a una postazione centrale, riducendo il rischio di errori. La possibilità di accedere alla cartella clinica digitale direttamente in prossimità della stanza evita inoltre l’introduzione di apparecchiature non necessarie all’interno degli ambienti.

L’area destinata ai genitori è, comprensibilmente, più essenziale, ma è dotata di un frigorifero integrato che garantisce un adeguato livello di comfort per permanenze prolungate. I davanzali ribassati sono configurati come panche con contenitori sottostanti, in cui è possibile riporre i giochi. Naturalmente tale soluzione per garantire la resilienza della stanza ha comportato la necessità di raddoppiare le dotazioni impiantistiche (chiamata infermieri, prese, dati), funzionamento degli impianti e la verifica dei requisiti igienico-sanitari compatibili con la degenza oncologica e il comfort alberghiero, senza inficiare sui processi terapeutici.

DOVE SONO

LOCALIZZATE LE FUNZIONI

SANITARIE

IL SISTEMA DI FACCIATA

Ad un primo sguardo, la facciata può sembrare molto monotona, con un colore molto austero, ma la preponderanza del bianco alternato da bande verticali colorate, associate ai colori dell’arcobaleno, nella sua organicità e dinamicità consente all’utente, man mano che si avvicina, di scorgere sempre uno scorcio differente. Ciò racconta molto della funzione erogata all’interno e, agli occhi del piccolo paziente, viene richiamato il camice del medico e le diverse componenti che caratterizzano il DNA. Anche il ponte di collegamento al Wilhelmina Children’s Hospital è colorato, e questo spazio “arcobaleno” non crea solo un collegamento funzionale, ma offre anche un’esperienza speciale per i giovani pazienti.

IMPRONTA ECOLOGICA DELL’OSPEDALE

Il PMC dichiara adesione al Green Deal Sustainable Care 2.0 e 3.0, con un impegno nella promozione di: salute, educazione, riduzione della CO₂, operazioni circolari e riduzione sprechi farmaceutici. Dal 2021 partecipa al programma "Environmental Care Thermometer”, il quale fa riferimento non solo ad aspetti di natura ambientale ma anche alla sostenibilità economica relativa agli aspetti di governance e KPI. Per quanto riguarda le strategie di sostenibilità ambientale attuate, la copertura del complesso è costituita da circa 1.900 pannelli fotovoltaici e sono presenti le colonnine di ricarica per le autovetture.

A queste si aggiunge il sistema di warmte-koudeopslag, definito WKO, cioè accumulo caldo/freddo in falda, per uso efficiente dell’energia per la climatizzazione. Si tratta di un sistema diffuso nei Paesi Bassi per i grandi complessi: sfrutta lo stoccaggio termico nel sottosuolo per la produzione di calore in inverno e raffrescamento in estate, spesso con il supporto di pompe di calore. A tutto questo si aggiunge l’introduzione di materiali a basso impatto ambientale e con soluzioni di riduzione degli sprechi, gestione rifiuti e ottimizzazione logistica. Infine, è stata prevista un’attenzione alle tematiche di Indoor Environmental Quality (IEQ) con soluzioni atte a ridurre impatti ambientali promuovendo allo stesso tempo il benessere di pazienti e staff.

FLESSIBILITÀ E ADATTABILITÀ

Siamo consapevoli che le conoscenze in ambito medico e le terapie evolvono rapidamente e pertanto è necessario offrire una struttura flessibile e resiliente. Sicuramente la progettazione in BIM e i diversi ragionamenti attuati per la separazione dei volumi aiutano gli scenari futuri e futuribili, ma le principali azioni progettuali che sono state attuate nel progetto è stata quella di sovradimensionare gli impianti, garantire modularità nelle aree dei laboratori, facile accesso negli spazi tecnici per le diverse modifiche dei layout e l’introduzione di “soft spaces” di immediata riconversione, come per esempio uffici che diventano ambulatori pronti all’uso, ecc. A questi si aggiungo-

Vista del Princess Máxima Center

no anche molte ridondanze impiantistiche, la possibilità di isolare porzioni di edificio, percorsi alternativi, piani emergenza (eventuale carenza di energia, guasti per il HVAC, incidenti in laboratorio), nonché locali tecnici in copertura che facilitano interventi esterni senza dover entrare formalmente all’interno delle aree funzionali.

MANUTENZIONE E COMPONENTE IMPIANTISTICA

Il progetto è stato realizzato in BIM e ciò ha facilitato il coordinamento multidisciplinare in fase di progetto, ma attualmente anche per il facility management del complesso. Ciò permette di controllare il funzionamento dei sistemi di ventilazione HVAC, che in ambito oncologico sono dei dispositivi clinici strategici per il controllo delle temperature e dell’umidità, le pressioni differenziali, il controllo di particolato e del comfort, ecc. Trattandosi di un centro nazionale sono presenti gruppi elettrogeni, UPS per carichi critici e architettura IT ad alta disponibilità. La co-presenza di aree di ricerca e attività di trial ha richiesto la necessità di data integrity, cybersecurity e segregazione reti, e quindi di spazi per il supporto di tutte le tecnologie informatiche. Infine, la concentrazione di pazienti immunodepressi aumenta la dipendenza da gas medicali e i relativi monitoraggi. Il tutto è stato progettato in maniera ridondante, con un sistema ad anello, con valvole di zona e percorsi manutentivi che minimizzino interruzioni. Nel complesso è presente anche un serbatoio di azoto a supporto delle attività delle

aree e dei laboratori di ricerca. Il Princess Máxima Center rappresenta quindi un caso studio europeo di ospedale altamente specializzato che integra cure pediatriche oncologiche, ricerca e formazione in un unico ecosistema fisico e organizzativo. Il valore progettuale non risiede solo nell’immagine iconica della facciata, ma soprattutto in tipologia di degenza family-centered, spazi di vita e sviluppo, separazione funzionale dei volumi, strategia paesaggistica e agenda di sostenibilità supportata da tecnologie innovative e all’avanguardia.

RINGRAZIAMENTI

Le informazioni utili per la scrittura dell’articolo sono state tratte da: descrizioni del progetto fornita dai progettisti di LIAG architects, disamina tecnica dei disegni di progetto, portali di architettura accessibili dal web. Gli autori dell’articolo ci tengono a ringraziare i colleghi di LIAG architects, nello specifico Thomas Bögl, per la condivisione del materiale e il supporto tecnico per la scrittura dell’articolo.

GLI AUTORI

MARCO GOLA, DANIEL HANY IBRAHIM e SILVIA MANGILI

Design & Health Lab, Dip. ABC, Politecnico di Milano

Copyrights Fieneke de Munck Mortier su gentile concessione di LIAG architects

ARCHITETTURA di Simona Kemenater

Foto: ©Cecilia Marchesini/Courtesy

SSK Studio Architettura Probiotica®

Atrio corpo C, zone di attesa

Sportelli di accettazione ricoveri

DATI TECNICI

Luogo Roma, Italia

Progettista

SSK Studio

Architettura Probiotica®Simona Kemenater

Committente

Azienda Ospedaliera

San Giovanni Addolorata

Anni di esecuzione 2024-2026 - Giubileo 2025

Ambiti

Atrio Corpo C; Pronto Soccorso Corpo A

Restituire umanità ai luoghi della cura

ALL’OSPEDALE SAN GIOVANNI ADDOLORATA DI ROMA, LA RIQUALIFICAZIONE DELL’ATRIO E DEL PRONTO SOCCORSO TRASFORMA COLORE, LUCE E ACUSTICA IN STRUMENTI DI CURA. UN PROGETTO CHE INTEGRA ORIENTAMENTO, COMFORT E SOSTENIBILITÀ PER MIGLIORARE L’ESPERIENZA DI PAZIENTI E OPERATORI

■ Sopra: pronto soccorso triage, sala d’attesa accompagnatori. La grafica a parete rimanda ad una cascata; l’illuminazione con sistema circadiano cambia temperatura di colore col passare delle ore per ridurre il fenomeno di alienazione. Foto realizzata in corso d’opera. Sotto: Pronto soccorso, zona alta intensità

In occasione del Giubileo 2025, l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma ha avviato tre interventi di riqualificazione sensoriale, nell’ambito di più radicali interventi tecnologici, che si inseriscono nel programma di ristrutturazione della sanità pubblica della Regione Lazio. Le soluzioni progettuali ridisegnano gli spazi dell’Atrio del Corpo C, dedicato all’accettazione ricoveri e all’URP, e delle due ali del Pronto Soccorso situato nel Corpo A, con l’obiettivo di migliorare accoglienza, comfort ambientale e orientamento. A firmare il progetto di umanizzazione è Simona Kemenater, architetto e fondatrice di SSK Studio Architettura Probiotica®, che propone una visione innovativa dell’ospedale come luogo di benessere percettivo, uno spazio in cui colore, luce, acustica e forme organiche diventano strumenti progettuali capaci di incidere positivamente sullo stato emotivo dei pazienti e sulla qualità del lavoro del personale sanitario. Nella fase iniziale è stato utilizzato, con licenza d’uso limitata, il metodo “Colore e … Sanità®” dell’architetto Daniela De Biase, già applicato in passato in altri reparti del complesso ospedaliero, come riferimento metodologico e punto di partenza di un percorso di ricerca e approfondimento professionale, a partire dal quale è stato sviluppato un approccio autonomo e ampliato alla progettazione sensoriale e biofilica. Un ospedale accogliente è un dispositivo di cura in sé: luce, colore, suoni e riferimenti naturali contribuiscono al comfort ambientale, non solo per i pazienti e i loro familiari ma anche per tutto il personale, sanitario e non. Studi scientifici hanno dimostrato l’efficacia di questi aspetti in termini di riduzione dei tempi di ripresa del paziente.

L’ATRIO TRA MEMORIA E NATURA

L’atrio principale, fulcro d’accesso dell’ospedale, è stato ripensato come uno spazio di connessione tra interno ed esterno, una piazza coperta che introduce funzionalmente ed emotivamente i fruitori. Le cromie dei verdi e dei blu organizzano i flussi e le funzioni sanitarie evocando igiene e salubrità, mentre i toni caldi del cotto e del cocciopesto accolgono con un senso di familiarità e radicamento. Il concept si ispira al parco monumentale in cui sorge il complesso, ai siti archeologici sottostanti e ai flussi d’acqua che da sempre ne definiscono l’identità, richiamando la fontana dell’Acquedotto Felice, voluta da Papa Clemente VIII come simbolo di vita e di purificazione. Rivestimenti tattili e pannelli acustici restituiscono all’ambiente un senso di silenzio e morbidezza, mentre la luce artificiale è calibrata per differenziare le aree di passaggio, caratterizzate da una maggiore intensità luminosa, dalle aree di attesa e accettazione, volutamente più soffuse per ridurre la tensione emotiva.

DESIGN TRA MEMORIA E IDENTITÀ

Elemento centrale dell’intervento è la realizzazione di tre banconi realizzati su disegno, uno per l’accoglienza e due per l’accettazione ricoveri, che prendono ispirazione da quelli progettati dal prof. Paolo Portoghesi in occasione del Giubileo del 2000 per la Sala Mazzoni. Le loro linee morbide sono ulteriormente enfatizzate nella forma e nella scelta cromatica: ispirate alle curve di livello della terra, evocano il legame con la materia e la continuità con la storia del luogo. Un sistema di baffle fonoassorbenti a soffitto nei toni del verde definisce una zona filtro all’ingresso, ricreando il chiaroscuro di una grande chioma stilizzata, che accompagna il visitatore in un passaggio graduale tra esterno e interno. Una sottile fascia giallo sole si apre tra i verdi come segno di energia e guarigione, un accento luminoso che attraversa lo spazio evocando il passaggio della luce tra le fronde. Infine, i segni verticali delle nuove strutture metalliche dei divisori emergono in una tonalità di turchese intenso, colore che, secondo numerosi studi percettivi, incontra un alto gradimento del pubblico per la sua capacità di trasmettere equilibrio, fiducia e senso di apertura. Il progetto è stato improntato a un approccio conservativo ed ecosostenibile, volto a ridurre l’impatto ambientale dell’intervento. I materiali preesistenti come il pavimento in marmo e le contropareti modulari in pannelli di legno e vetro, sono stati conservati e reinterpretati in chiave contemporanea, limitando demolizioni e nuove forniture e di conseguenza la produzione di rifiuti di cantiere. Sono stati integrati con soluzioni tecnologiche come gli elementi fonoassorbenti in pannelli di feltro di PET riciclato sviluppati su progetto, a supporto del comfort ambientale che risultava compromesso da fastidiosi fenomeni di rimbombo.

I rivestimenti in vinilico sottile riciclato, oltre a caratterizzare visivamente gli ambienti, aumentano la protezione delle superfici verticali, garantendone la durabilità e la qualità dell’immagine nel tempo, con una significativa riduzione degli interventi di manutenzione. L’atrio diventa così un luogo di accoglienza empatica e riconoscibile, capace di tradurre in forma architettonica l’idea di cura secondo una visione olistica della persona.

ORIENTARE, RASSICURARE, UMANIZZARE

Nel Pronto Soccorso, la progettazione cromatica diventa linguaggio funzionale. Un percorso sinuoso a pavimento, realizzato in teli vinilici di tonalità terrose, guida pazienti e personale tra le aree di attesa e di cura. Bolle cromatiche segnalano varchi e funzioni e delineano gerarchie di percorsi, creando una segnaletica silenziosa immediatamente leggibile. Le pareti alternano rivestimenti in PVC

Pronto soccorso triage, vista da ingresso ambulanze. Dettaglio del percorso verso le sale operative

e pitture, mentre la luce LED a ridotto abbagliamento disegna un paesaggio visivo calmo e concentrato. I controsoffitti a pannelli colorati contribuiscono al controllo acustico e alla qualità percettiva degli ambienti, evocando idealmente il cielo esterno. Nei bagni e nei locali di servizio, i rivestimenti a fasce verticali evocano l’esperienza di una passeggiata tra la vegetazione del parco monumentale, mentre segni orizzontali in tonalità color cotto richiamano il paesaggio archeologico su cui sorge il complesso ospedaliero, creando continuità tra interno e contesto.

Il turchese intenso dell’atrio ritorna nei dettagli strutturali e si estende fino a formare una fascia avvolgente sopra la testa dei pazienti barellati nelle sale operative, generando un effetto percettivo sorprendente. Sotto la fascia il senso di protezione è immediato e tangibile; avanzando nello spazio, la luce si apre e restituisce una sensazione di ariosità nelle fasce dei controsoffitti color azzurro cielo e arancio aurora. Qui il beneficio della condivisione che ha guidato la scelta del formato open space si coniuga alla presenza di tende di protezione visiva a tre lati, in colori coordinati con i rispettivi ambienti, per garantire la privacy durante le fasi più delicate delle terapie. Anche l’esterno della camera calda è stato riqualificato con un intento conservativo. Segni turchesi ridisegnano la struttura metallica portante esistente, accogliendo fin dall’arrivo in ambulanza e anticipando la simbologia cromatica degli interni.

LA DIMENSIONE DELL’ATTESA

La sala d’attesa per i familiari è concepita come uno spazio immersivo, caratterizzato da una immaginaria lunga cascata d’acqua, accompagnata da un sistema di illuminazione circadiana che modula la temperatura di colore nell’arco della giornata. I tempi dilatati dell’attesa vengono così accompagnati, per quanto possibile, dal fluire della luce e dalle sue variazioni cromatiche, in sintonia con i ritmi naturali. Il bancone del triage rappresenta il punto d’arrivo dell’acqua, il luogo in cui il fluire si arresta con la forza e la purezza di una cascata. Lo schiumare dei flutti è tradotto in tre fasce sinuose di colore, che scandiscono le funzioni e modulano la percezione dello spazio il piano di lavoro verde acqua delle postazioni sedute richiama la trasparenza del fluire ed è condiviso anche con la postazione pazienti disabili. Inoltre, il bianco caldo della schiuma delinea le postazioni per i pazienti e gli operatori in piedi, evocando la leggerezza del moto ondoso. Infine, le fasce verdi più intense, nella parte inferiore, richiamano la profondità e la forza del flusso. Una zona retroilluminata enfatizza la leggerezza dell’elemento liquido e introduce un segno di tecnologia e innovazione, trasformando il bancone in un dispositivo architettonico insieme funzionale e simbolico, immagine di accoglienza, professionalità e rigenerazione. Simboli chiari di un reparto in cui la tecnologia si intreccia con un’architettura a misura d’uomo, restituendo al luogo della cura un linguaggio visivo di empatia e forza vitale. Anche all’interno del

■ Pronto soccorso triage, dettaglio del controsoffitto.

Le forme e i colori richiamano il cielo

reparto, l’illuminazione è stata accuratamente studiata. Corpi illuminanti a basso abbagliamento assicurano comfort visivo e concentrazione, mentre la loro disposizione evita le sorgenti zenitali dirette sui pazienti, creando un equilibrio di luci e ombre che favorisce il benessere e una naturale ginnastica oculare, pur garantendo la piena efficienza delle aree operative. Le due ali del reparto sono state realizzate in fasi distinte, al fine di garantire la prosecuzione ininterrotta delle attività del Pronto Soccorso.

Le scelte cromatiche mantengono una coerenza progettuale complessiva, ma sono state volutamente differenziate per interpretare le diverse funzioni dei due ambiti. Per l’ala ovest, destinata all’area ad alta intensità, i rivestimenti a parete accompagnano le attività di personale e pazienti in un contesto di forte concitazione, contribuendo al tempo stesso a compensare le differenti condizioni di esposizione degli ambienti. Per l’ala est, destinata a funzioni di media e bassa intensità, con possibilità di riconversione in reparto isolato infettivo in caso di emergenze pandemiche, sono state selezionate tonalità che favoriscono la sensazione di respirabilità e il contatto visivo con il verde circostante. Colore, luce e trasparenze sono utilizzati come strumenti progettuali per ridurre l’alienazione percettiva e il senso di isolamento tipico del pronto soccorso.

UN MODELLO REPLICABILE

Gli interventi del San Giovanni Addolorata rappresentano un modello di umanizzazione integrata che unisce ricerca cromatica, acustica e biofilia per migliorare la qualità della vita negli ambienti di cura. Un approccio che riafferma il ruolo dell’architettura come parte integrante dei processi di cura.

L’AUTRICE

SIMONA KEMENATER

Architetto e fondatrice SSK Studio Architettura Probiotica®

DALLA LOGICA DELL’OSPEDALE ISOLATO A UN SISTEMA RETICOLARE, LA TRASFORMAZIONE IN ATTO NELLE MARCHE RICHIEDE NUOVE SOLUZIONI PROGETTUALI CAPACI DI INTEGRARE FUNZIONI, GARANTIRE SICUREZZA E ADATTARSI ALL’EVOLUZIONE DEI MODELLI DI CURA

- Technical Director

Luca Felicetti, 3TI Partner & Associate Director of General Buildings Division
Alfredo Ingletti, 3TI Chairman & Founding Partner
Stefano Possati, 3TI Founding Partner and Senior Technical Director
Francesca Salvador, 3TI Senior Partner & Director of General Buildings Division

Nuovi modelli integrati di organizzazione sanitaria nelle Marche

Negli ultimi anni la Regione Marche ha avviato un processo di profonda ridefinizione del proprio sistema sanitario che interviene su infrastrutture, organizzazione e modelli di cura. Al centro di questa trasformazione vi è il progressivo superamento del modello ospedaliero isolato a favore di una configurazione reticolare, capace di integrare ospedali per acuti, presidi territoriali e strutture intermedie. Questo processo si inserisce nel quadro più ampio degli interventi di adeguamento e messa in sicurezza del patrimonio sanitario, con particolare attenzione ai contesti a rischio sismico e alla garanzia della continuità operativa delle strutture esistenti. In questo scenario, l'ospedale non è più un organismo autoreferenziale, ma un nodo all'interno di un sistema complesso, in cui la distribuzione delle funzioni, la gestione dei flussi e la relazione con il territorio diventano elementi centrali del progetto. La riconfigurazione dei livelli di cura implica una ridefinizione anche dei modelli spaziali e organizzativi. Ne deriva una crescente attenzione alla capacità degli edifici di garantire prestazioni tecniche elevate, integrazione tra discipline progettuali e flessibilità nel tempo, in risposta all’evoluzione dei modelli sanitari. L'architettura deve tradurre in forma costruita questa evoluzione, assumendo un ruolo strategico nella realizzazione di infrastrutture capaci di sostenere complessità, adattarsi nel tempo e garantire efficienza operativa.

Architettura sanitaria e modelli operativi

I progetti per Fano e Urbino nascono da una domanda di natura operativa: come devono funzionare questi edifici? La configurazione spaziale è in entrambi i casi la risposta diretta all'organizzazione delle attività cliniche e alla gestione dei percorsi interni di pazienti, personale, materiali. Entrambi i progetti devono inoltre rispettare il principio DNSH ("Do No Significant Harm") previsto dal PNRR, con un fabbisogno di energia primaria entro i limiti degli edifici NZEB:

un requisito che ha orientato le scelte tecnologiche e impiantistiche sin dalle fasi iniziali della progettazione. Nel caso di Fano la nuova palazzina per l'emergenza è pensata come un organismo unitario ad alta integrazione: pronto soccorso, osservazione breve intensiva, diagnostica e terapie intensive sono messe in relazione diretta, in modo che il paziente possa essere accompagnato attraverso tutte le fasi del percorso clinico senza interruzioni. La compattezza dell'impianto non è una scelta estetica, ma la traduzione spaziale di un modello operativo preciso. La concentrazione delle funzioni consente inoltre di ridurre i tempi di trasferimento e di ottimizzare il coordinamento tra le diverse unità operative. Diversamente, nel caso di Urbino, attraverso un analogo ragionamento, è stato sviluppato un presidio con un ruolo diverso, non concentrando le funzioni critiche in un dispositivo ad alta velocità, ma costruire una struttura capace di funzionare in modo continuo e diffuso, mantenendo una relazione diretta con il territorio e con un'utenza più ampia e diversificata. La leggibilità degli spazi e la chiarezza dei percorsi assumono quindi un valore progettuale centrale, al pari della distribuzione funzionale. L’organizzazione distributiva è orientata a garantire accessibilità, riconoscibilità delle funzioni e continuità nell’utilizzo quotidiano della struttura. In entrambi i casi, è la definizione dei flussi a strutturare l'edificio, e non viceversa.

PO "Santa Croce" di Fano: il nodo dell’emergenza

La nuova palazzina sorge in adiacenza al complesso esistente, su un'area di circa 8.800 m². È concepita come una struttura progettata per garantire la piena operatività anche in caso di terremoto, quando la sua funzione diventa ancora più critica, con impianti indipendenti dal presidio esistente e isolamento sismico alla base. La configurazione strutturale è finalizzata a garantire elevati livelli di sicurezza e continuità di esercizio, anche in condizioni di

emergenza. Il collegamento con l'ospedale avviene attraverso un tunnel ipogeo climatizzato al piano interrato, strutturalmente indipendente da entrambi gli edifici, che raccorda il nuovo edificio con il Padiglione C del presidio esistente garantendo la continuità dei percorsi clinici, inclusa la separazione tra sporco e pulito, senza interrompere le attività in corso durante la costruzione. Questa soluzione consente di mantenere attivo il presidio durante tutte le fasi di cantiere, riducendo le interferenze con le attività sanitarie esistenti. L'impianto funzionale integra in un sistema continuo le principali funzioni critiche: pronto soccorso con diagnostica dedicata, osservazione breve intensiva, medicina d'urgenza, terapia intensiva e subintensiva, unità coronarica e blocco operatorio con 4 sale, di cui 2 in categoria ISO 5. Non si tratta di semplice prossimità tra reparti, ma di una logica di continuità assistenziale. Le aree ad alta intensità di cura sono organizzate in stretta relazione con i sistemi di monitoraggio e con gli spazi di supporto. La distribuzione verticale segue la progressione dell'intensità di cura. Al piano terra l'accesso e la gestione acuta: PS, osservazione breve intensiva e camera calda, con altezza libera interna di almeno 4 m, per l'arrivo dei mezzi di soccorso, in continuità con quella esistente. Al primo piano la medicina d'urgenza, la terapia intensiva e subintensiva e l'unità coronarica, ciascuna con posti letto tecnici e almeno un posto isolato. Al secondo il blocco operatorio. Al piano interrato la diagnostica per immagini, i magazzini e il collegamento ipogeo con il presidio esistente. In copertura le centrali impiantistiche, schermate e protette. Il livello tecnico in copertura consente l’alloggiamento degli impianti principali, garantendo accessibilità per la manutenzione e separazione dalle aree sanitarie. Su ogni livello, i percorsi di pazienti, personale e materiali sono nettamente separati, con depositi distribuiti per piano e due nuclei di distribuzione verticale che servono l'intero edificio. I percorsi pedonali esterni sono progettati per essere fruibili anche da persone con disabilità motoria, visiva e uditiva. Il progetto ridisegna anche la scala urbana dell'intervento: il nuovo parcheggio pubblico raggiunge i 190 posti auto rispetto ai 120 preesistenti, realizzato con materiali drenanti, nuove alberature e dotato di vasca interrata per raccolta e depurazione delle acque di superficie. Gli accessi all'area ospedaliera sono stati completamente riorganizzati, con percorsi separati per mezzi di soccorso, utenti, pedoni e logistica. La compattezza dell'impianto non esclude però la capacità di adattarsi: la configurazione strutturale, con solaio bidirezionale alleggerito a campate libere, senza travi, è studiata per consentire evoluzioni future dell'organizzazione interna senza compromettere la coerenza dell'insieme.

PO Santa Maria della Misericordia Urbino: il presidio nella rete territoriale

La nuova palazzina di Urbino nasce in un contesto radicalmente diverso da Fano, per dimensioni, per morfologia del sito e per il ruolo

che il presidio svolge nella rete sanitaria regionale. Il progetto si inserisce in un sistema complesso caratterizzato da vincoli infrastrutturali e dalla necessità di garantire la continuità operativa delle funzioni esistenti. L'area di intervento, circa 2.000 m² sull'attuale parcheggio riservato ai dipendenti a est del complesso esistente, è delimitata a ovest dall'ospedale, a est da una scarpata con sottostante viabilità carrabile e confina con la RSA Montefeltro e il Parco urbano. Un tunnel tecnico sotterraneo preesistente attraversa il sito; a livello stradale, un volume prefabbricato ospita la risonanza magnetica che deve restare pienamente operativa per tutta la durata del cantiere, un vincolo concreto che ha condizionato la configurazione dell'edificio, la logistica di cantiere e la sequenza delle fasi realizzative. Anche qui la struttura è in classe d'uso IV con isolamento sismico alla base, finanziata nell'ambito del PNRR. L’adozione di sistemi di isolamento sismico alla base consente di ridurre le sollecitazioni trasmesse alla struttura e di garantire la piena operatività dell’edificio anche dopo eventi sismici. L'edificio si sviluppa su quattro piani fuori terra più interrato, con altezza massima di 18 m, e ospita PS, osservazione breve intensiva con camera calda, medicina d'urgenza, terapia intensiva e subintensiva, blocco operatorio con cinque sale, tre ISO 7 e due ISO 5, e al piano interrato magazzini e centrale di sterilizzazione. Le funzioni sono distribuite per livelli in modo da garantire continuità operativa e integrazione tra le diverse attività sanitarie. Il collegamento con il presidio esistente avviene attraverso una passerella aerea in carpenteria metallica al primo piano, isolata staticamente da entrambi gli edifici. La passerella consente il collegamento funzionale mantenendo l’indipendenza strutturale tra i corpi edilizi e prevede due percorsi distinti: uno riservato alle funzioni ospedaliere, l'altro accessibile anche all'utenza.

La separazione tra sporco e pulito è garantita su entrambi i tracciati, raccordandosi con i flussi del presidio esistente. Se a Fano la sfida era concentrare funzioni ad alta intensità in un dispositivo compatto e veloce, a Urbino il progetto vuole realizzare una struttura capace di funzionare in modo continuo e diffuso, leggibile per un'utenza ampia e diversificata, e allo stesso tempo inserita con misura in un contesto urbano e paesaggistico di forte identità. Il progetto garantisce il mantenimento della viabilità interna ad anello attorno al complesso, attiva sia a regime che durante i lavori, con accesso diretto dalla viabilità principale su viale G. Di Vittorio, percorsi separati per tutte le categorie di utenza, nuove aree di sosta con superficie permeabile e percorsi pedonali accessibili anche a persone con disabilità motoria, visiva e uditiva con sistemi Loges-Vet-Evolution. Come a Fano, la struttura portante in cemento armato con solaio bidirezionale alleggerito a campate libere è pensata per consentire evoluzioni future dell'organizzazione interna, mantenendo coerenza d'impianto e qualità degli spazi nel tempo.

Costruire il progetto

Il cantiere per la nuova palazzina di emergenza di Fano è stato ufficialmente aperto il 13 dicembre 2024, per le attività preliminari. I lavori sono iniziati da un anno e attualmente sono nella fase di realizzazione della struttura portante in calcestruzzo: lo scavo è stato completato, insieme alle opere di fondazione. È in corso la realizzazione del primo solaio fuori terra della palazzina principale e le strutture degli edifici secondari destinati ad alloggiare alcuni impianti. Secondo il cronoprogramma condiviso con la Regione e l’impresa, è previsto il collaudo della parte strutturale della palazzina entro il 30 giugno 2026, un momento chiave perché segna

il superamento di una fase fondamentale della costruzione. Il 12 marzo 2026 è stato inaugurato il parcheggio, che mette a disposizione circa 190 posti auto per pazienti, visitatori e operatori sanitari. Migliorando l’accessibilità e supportando l’evoluzione delle infrastrutture di emergenza, contribuiamo a creare sistemi sanitari più efficienti e a condizioni migliori per pazienti, personale medico e comunità locali. Il cantiere del presidio ospedaliere di Santa Maria della Misericordia è invece stato ufficialmente aperto il 18 marzo 2026 con consegna definitiva, al termine delle attività propedeutiche, e siamo nella fase di avvio dei lavori di costruzione.

Due progetti, un approccio

Fano e Urbino, in modi diversi, traducono in spazio costruito un modello innovativo di cura. Le differenti condizioni di contesto, scala e ruolo all’interno della rete sanitaria determinano configurazioni progettuali specifiche, ma riconducibili a un approccio comune. Le condizioni di partenza, un'area di 8.800 m² per un nodo ad alta complessità, un lotto di 2.000 m² per un presidio territoriale integrato, portano a configurazioni inevitabilmente diverse. Eppure, il metodo è lo stesso: il progetto non prende avvio dalla forma dell’edificio, ma dalla struttura operativa che è chiamato a sostenere. A Fano questo approccio produce un organismo compatto e ad alta integrazione, in cui la velocità dei percorsi e la prossimità tra le funzioni critiche sono la misura del progetto. A Urbino genera un organismo più articolato, pensato per funzionare in modo continuo e per essere leggibile da un'utenza diversificata. Ciò che accomuna i due interventi è una precisa posizione progettuale: che la qualità dell'architettura sanitaria non si misuri nell'edificio in sé, ma nella sua capacità di rendere il sistema di cura più efficiente, sicuro e umano.

Prospetto del Presidio Ospedaliero "Santa Croce" di Fano

DATI TECNICI

Luogo

Copenaghen, Danimarca

Superficie 60.000 m2

Committente

Regione della Capitale di Danimarca (Hovedstaden), Rigshospitalet, Ole Kirk's Fond

Progettazione

3XN con Arkitema, Niras, Rosan Bosch Studio e Kristine Jensens Tegnestue

Product design, produzione, installazione pannelli facciata UPB Group

Dotazioni

246 p.l., 15 sale operatorie, 14 sale parto, 87 ambulatori, centro sangue, centro diagnostico generale e medicina nucleare, centro training e riabilitazione

Cronologia

2016 (concorso di progettazione) 2027 (ultimazione costruzione)

di Maria Chiara Torricelli disegni e foto: 3XN

Mary Elizabeth’s Hospital di Copenaghen

LA VISIONE ALLA BASE DEL PROGETTO DELL’EDIFICIO, CHE APRIRÀ NEL 2027, PONE AL CENTRO LA CURA, L’ACCOGLIENZA E IL GIOCO INTEGRATO ALLA CURA E ALL’ASSISTENZA. IL TUTTO IN UN EDIFICIO INTUITIVO, FACILE DA NAVIGARE E CAPACE DI GUIDARE IL COMPORTAMENTO DEGLI UTENTI

Vista aerea dell’ospedale con la forma delle mani a dita aperte

Diagramma dei giardini di inverno in testa alle dita della mano

Il Mary Elizabeth’s Hospital, per bambini, adolescenti e per l’assistenza alla nascita, aprirà nel 2027. Per la sua realizzazione, la Regione Capitale della Danimarca, il Rigshospitalet e la fondazione senza scopo di lucro Ole Kirk's Fond hanno unito le forze in una partnership unica nel suo genere, per un nuovo ospedale pubblico che stabilisca nuovi standard di cura e integri assistenza, ricerca e formazione. Il nuovo edificio sorge nel campus ospedaliero del Rigshospitalet - storico e importante ospedale della Danimarca - nel quartiere urbano di Osterbro, caratterizzato da belle costruzioni, parchi, viali e specchi d’acqua. Occupa un lato occidentale del campus ed è collegato all’edificio principale tramite due tunnel sotterranei e un ponte pedonale. Il Rigshospitalet originariamente era costituito da edifici grigi degli anni ’70 propri della tipologia ospedaliera di quegli anni: blocchi ortogonali tra di loro con la stecca alta del blocco centrale.

Nuovi edifici si sono aggiunti tra il 2015 e il 2020 tra i quali una importante ala a nord destinata alle chirurgie, dalla forma a zigzag. Ma sarà il Mary Elizabeth’s Hospital, un edificio alto dalle forme curve avvolto da un involucro dal colore caldo, a costituire un nuovo landmark dialogando al contempo con le alberature che lo circondano e con gli edifici tradizionali in mattoni dei vicini isolati. L’ospedale ospiterà strutture pediatriche, neonatali e per il parto e la ginecologia: 143 posti letto per bambini e adolescenti, 33 posti letto per adulti, 15 sale operatorie, 14 sale parto, 34 posti letto pre e post operatori, 36 posti letto di day hospital per bambini e adolescenti, 57 ambulatori per bambini e adolescenti, 30 ambulatori per adulti, 1 unità di addestramento e riabilitazione, 1 centro diagnostico con diagnostica nucleare. Ogni giorno ci saranno 1200 operatori tra medici e altre competenze, 200 studenti, 900 pazienti, tutti sotto un unico involucro che articola i volumi.

■ Pianta del livello 0

I CINQUE PRINCIPI DEL PROGETTO

La visione alla base del progetto fu definita sviluppando un’attività di ricerca, partecipazione e osservazione condotta lungo quattro mesi nel 2014. Ci hanno lavorato il Centro Juliane Marie - JMC - del Rigshospitalet, specializzato in ambito pediatrico e della nascita, i suoi utenti e RED Associates, una società di consulenza strategica con competenze in scienze umane e sociali.

La visione pone al centro la cura, l’accoglienza nel significato più ampio che comprende i famigliari e gli operatori sociali. L’idea nuova è che gli utenti, indipendentemente dalla loro età, non smettano di essere se stessi quando varcano la soglia dell'ospedale e abbiano la possibilità di trovarsi in un luogo facile da comprendere e da percepire come non estraneo. Per utenti nell’età evolutiva il gioco è espressione, apprendimento, un modo di farsi capire. A partire da questa idea innovativa, si muovono i cinque principi fissati alla base del progetto del nuovo ospedale:

- Gioco integrato: atto a rendere il gioco parte integrante del design, della vita e dei processi dell'ospedale;

- Progettazione per la vita quotidiana: pensata per sincronizzare il mondo all'interno e all'esterno dell'ospedale;

- Guardami, chiedimi, lasciami fare: principio che si basa sulla restituzione ai pazienti della sensazione di controllo permettendo loro di gestire le piccole azioni di tutti i giorni;

- Il buon viaggio: principio basato sulla creazione di un percorso del paziente che inizi bene, sia coerente e celebri i progressi;

- Zone chiare ovvero creare un edificio intuitivo, facile da navigare e che guidi il comportamento degli utenti.

PROGETTO E ARCHITETTURA

Il progetto che vinse il concorso nel 2017, ed è stato poi premiato in più occasioni, è di 3XN, uno studio danese fondato nel 1986 e oggi a carattere internazionale, che pone al centro della propria

■ Pianta del livello 7
■ Pianta del livello 2

filosofia la consapevolezza dell’influenza che l’architettura ha su chi abita un edificio e che opera nel solco della tradizione dell’architettura scandinava, fatta di razionalità, funzionalità e un’estetica semplice. Comprende al suo interno una unità GXN per raccogliere e applicare le nuove conoscenze nel campo degli studi comportamentali, delle tecnologie e dei materiali innovativi. Con 3XN hanno lavorato al progetto lo studio Arkitema, la società di ingegneria Niras, lo studio Rosan Bosch specializzato nella progettazione di spazi per imparare e Kristine Jensens Tegnestue, paesaggista.

L’architettura del nuovo ospedale enfatizza l’unitarietà e il potere del gioco come parte integrante della vita dell’ospedale, il concept del planivolumetrico dell'edificio muove dalla forma di due mani che uniscono tra di loro i pollici e aprono le dita, a simboleggiare come l’architettura sostenga tutti insieme i vari aspetti delle cure e si apra al contesto. Là dove le due “mani” si congiungono si trovano gli spazi comuni e di comunicazione tra reparti. Questi ultimi danno luogo alle dita che terminano in spazi destinati a giardini d’inverno, aree gioco, aree relax e spazi per l’arte e la fantasia. Un’area relax per le famiglie è ospitata ai piani in spazi che compongono il polso delle mani. La disposizione delle dita garantisce brevi distanze tra i diversi spazi e una distanza massima di 20 metri tra ogni spazio e il giardino più vicino. L’edificio si estende su 60.000 m2 distribuiti su 8 piani, sette fuori terra e uno interrato. Un atrio centrale, dall’involucro grigliato curvilineo che segue le solette aggettanti ai vari piani, apre a tutta altezza l’edificio al suo interno, sottolineando l'unitarietà del sistema degli spazi e dei percorsi.

L’INVOLUCRO ESTERNO E INTERNO

I volumi curvilinei dell’ospedale sono avvolti da un involucro esterno con sottostruttura in acciaio, del tipo facciata continua in alluminio e vetro e da un involucro interno che affaccia sull’atrio ed è costituito da uno schermo a montanti in legno.

■ Prospetto, sezione orizzontale e sezioni verticali sulla parte vetrata (sez. A) e opaca (sez. B) della facciata tipo

■ Prospetto e sezione di una ‘punta di un dito’, con i giardini di inverno terrazzati

GESIMS

BLÆNDGLAS

GESIMS

BLÆNDGLAS

GLAS

PREMI - 2023 WAN Awards: Future Healthcare - GOLD - 2023 European Healthcare Design Awards: Future Healthcare - Highly Commended - Vincitore Danish Design Awards 2024 For the design concept for the Future Hospital Experience

■ Sopra da sinistra: vista della hall di ingresso. Veduta in cantiere di una delle facciate. Costruzione della struttura delle solette in c.a. dell’atrio. Sotto: costruzione della carpenteria del rivestimento e della scala dell’atrio. Vista dell’atrio

L’involucro esterno al piano terra è un sistema intelaiato del tipo facciata ventilata vetrata con tende solari esterne. Ai piani superiori la facciata è invece costituita da pannelli realizzati fuori opera che vengono ancorati alle travi di bordo composite, in acciaio e cemento. Si tratta di pannelli su misura intelaiati che alternano vetrature schermabili a parti opache. Queste ultime sono costituite da una controparete e un tamponamento isolante e, all’esterno, da un “cassettone” a base triangolare con inclinazioni diverse e ad altezza di piano. Il cassettone è rosso mattone, realizzato in alluminio ondulato e fiancate in pietra calcarea.

Si è trattato di 2700 pannelli di superficie tra 11 e 19 m2, di diverse larghezze, angolazioni e motivi, per creare un effetto casuale, un ritmo non monotono. La scelta di realizzare pannelli fuori opera è stata imposta dal ritmo variato del disegno architettonico, ma ha anche semplificato la logistica del cantiere. È stato infatti necessario

RINGRAZIAMENTI

Per la documentazione fornita, la revisione dell’articolo e i suggerimenti si ringrazia lo studio di architettura 3XN, in particolare la sede centrale di Copenhagen A/S, con Magdelis Santos, Sybille Karottki e Zuhal Kocan.

lavorare in un cantiere ristretto, contiguo alla viabilità urbana e a quella dell’ospedale universitario. La soluzione di involucro rispetta criteri di sostenibilità ambientale, per il livello di isolamento termico, la possibilità di ventilazione naturale, la calibrazione di luce naturale e schermi solari, infine per la presenza in copertura di un impianto fotovoltaico. L’involucro interno che avvolge gli spazi pubblici della hall e dell’atrio centrale è invece caratterizzato dalla scelta di un materiale caldo come il legno e dalla semplicità di un ritmo di montanti a interasse ravvicinato che seguono le curve morbide delle solette ai piani, che si affacciano sulla hall e sull’atrio centrale a tutta altezza. La hall è uno spazio che si estende dall'ingresso principale sulla strada Henrik Harpestreng a sud-est fino all'altro grande ingresso su Edel Sauntes Allé a nord-est. È uno spazio dinamico con un'atmosfera amichevole e invitante. Le curve e gli elementi giocosi continuano dallo spazio esterno all'interno, fino all’atrio principale collegando l'interno con l'esterno. L’atrio centrale è illuminato dall’alto e si estende fino all'ultimo piano dell'edificio, creando un collegamento visivo tra i diversi piani che favorisce un senso di comunità. Riprendendo la forma curva dell'esterno dell'edificio, l'atrio è costituito da una serie di onde organiche che si incurvano verso l'interno e l'esterno, creando una sequenza di spazi e nicchie di diverse dimensioni attorno all'atrio. Una scala centrale invita gli ospiti e gli utenti a utilizzare le scale invece degli ascensori.

Nella concezione architettonica, ambientale e tecnologica dell’involucro i progettisti hanno realizzato un segno forte con cui l’edificio interpreta i principi alla base del nuovo progetto di cura: giocosità, sincronia, centralità di ogni persona, continuità del percorso di cura, facilità a vivere gli spazi.

FONTI

- https://Mary Elizabeth's Hospital - Children's Hospital | 3xn architects | 3XN

- https://www.upb.lv/en/references/borneriget

- https://www.youtube.com/watch?v=21cw-qv01bY

- Rigshospitalet & ReD Associates A/S, Children’s Hospital Copenhagen. The user experience at the world’s best hospital for children and families, November 2014

L’AUTORE

MARIA CHIARA TORRICELLI

Già professoressa di Progettazione tecnologica e ambientale dell’architettura e professoressa onoraria dell’Università di Firenze

A PARTIRE DAL RAPPORTO

“HOSPITALS OF THE FUTURE” PUBBLICATO DALL’OMS SI STA DELINEANDO UN NUOVO MODELLO DI OSPEDALE, UNA STRUTTURA COMPLESSA IN GRADO DI RISPONDERE ALLE SFIDE DI DECARBONIZZAZIONE, INTEGRAZIONE NEI TERRITORI E ATTENZIONE AL BENESSERE DELLE PERSONE

Ospedali del futuro Resilienti, sostenibili, inclusivi

Claudio Zilio, Luca Alberto Piterà

L’ospedale è sempre stato percepito come il luogo per eccellenza della cura e della protezione della salute collettiva. Tuttavia, la pandemia ha evidenziato quanto questa visione sia incompleta: gli ospedali non possono più essere concepiti soltanto come contenitori di servizi clinici, ma devono diventare infrastrutture resilienti, sostenibili e integrate con la comunità. La crisi sanitaria ha reso evidenti limiti strutturali e organizzativi: spazi troppo rigidi, percorsi non facilmente riconfigurabili, impianti incapaci di assorbire shock improvvisi. Inoltre, le problematiche ambientali degli ultimi anni hanno messo in evidenza un’impronta energetica e ambientale eccessiva delle strutture ospedaliere. La pubblicazione dell’OMS “Hospitals of the Future” (2023) ha segnato una svolta culturale. Per la prima volta, un documento di livello internazionale ha definito linee guida che non si limitano agli aspetti clinici o gestionali, ma che affrontano l’ospedale come un sistema integrato. A partire da queste indicazioni, la letteratura scientifica successiva ha approfondito sei grandi aree tematiche: flessibilità e resilienza, sostenibilità ambientale e carbon neutrality, digitalizzazione e smart hospitals, integrazione territoriale, healing environment e qualità dell’aria interna. A queste, si aggiungono oggi analisi specifiche sui reparti più energivori e impattanti, come la radiologia interventistica, che rappresentano un banco di prova per l’innovazione.

FLESSIBILITÀ E RESILIENZA

La pandemia ha insegnato che l’ospedale deve essere concepito come un organismo “vivo”, capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. L’OMS sottolinea la necessità di prevedere “spazi polmone” facilmente convertibili, percorsi separati per ridurre il rischio di contaminazioni e modelli organizzativi flessibili. In letteratura si è sviluppata una riflessione più ampia sul superamento dell’ospedale monolitico, che concentra tutte le funzioni in un unico edificio di grandi dimensioni. Sebire et al. (2025) propongono di adottare modelli distribuiti, basati su reti di ospedali e presidi più piccoli, connessi digitalmente e logisticamente, in grado di garantire ridondanza e maggiore resilienza. Un sistema diffuso consente infatti di ridurre la vulnerabilità a eventi estremi e di avvicinare i servizi alle comunità. Un altro fronte di ricerca riguarda le architetture modulari. Iftimie (2024) ha mostrato che l’Hybrid Modular Architecture (HMA) permette di costruire reparti in tempi dimezzati e di riconfigurare spazi in base alle necessità, senza compromettere qualità e sicurezza. Questa logica modulare non riguarda solo le strutture, ma anche gli impianti: sistemi HVAC e reti elettriche progettati in moduli indipendenti possono essere isolati, espansi o riconfigurati rapidamente. L’innovazione più recente arriva dagli studi di Aghili et al. (2025), che hanno proposto un framework per rendere resilienti gli impianti HVAC ospedalieri tramite l’uso di intelligenza artificiale e modelli predittivi. Grazie a sofisticati metodi di Deep Learning (facendo uso ad esempio di reti neurali basate su strutture Long Short-Term

Memory (LSTM) e a indicatori di comfort psicrometrico, è possibile anticipare guasti, ottimizzare i consumi e garantire continuità operativa anche in condizioni di stress climatico o di sovraccarico. In questo modo, la resilienza diventa un concetto data-driven: non solo la capacità di resistere, ma anche quella di prevedere e adattarsi.

SOSTENIBILITÀ, NZEB E CARBON NEUTRALITY

La dimensione ambientale è ormai inseparabile da quella sanitaria. Gli ospedali consumano enormi quantità di energia, utilizzano materiali monouso in grandi volumi e generano rifiuti speciali. L’OMS ha chiarito che l’ospedale del futuro deve essere “climate-resilient” e contribuire agli obiettivi di neutralità climatica. Con la Direttiva (UE) 2024/1275, l’Europa ha fissato obiettivi vincolanti: dal 2028 i nuovi edifici pubblici, compresi gli ospedali, dovranno essere a emissioni zero; dal 2030 il requisito sarà esteso a tutte le nuove costruzioni, compresi gli ospedali privati. Le evidenze raccolte in Italia da Dolcini et al. (2025) mostrano che la maggior parte delle Direzioni Sanitarie e Tecniche degli ospedali riconosce la priorità della sostenibilità, ma incontra ostacoli finanziari e organizzativi. Pascale e Achour (2024) propongono un approccio integrato, in cui la resilienza climatica e la riduzione dei consumi vadano di pari passo con la continuità operativa durante eventi estremi. Un contributo rilevante arriva da Olawade et al. (2025), che hanno analizzato percorsi concreti verso la decarbonizzazione del settore sanitario. Lo studio evidenzia quattro aree decisive: design ospedaliero energeticamente efficiente, forniture mediche ecocompatibili, gestione sostenibile dei rifiuti e produzione farmaceutica a basse emissioni. È stato stimato che circa il 70% delle emissioni del settore provenga dalle catene di fornitura e dai dispositivi medici, segnalando la necessità di politiche di acquisto di prodotti a basso impatto ambientale e di materiali biodegradabili. Per la progettazione impiantistica, la sfida è duplice: ridurre i consumi con soluzioni avanzate (trigenerazione con rinnovabili, microgrid, accumuli termici ed elettrici, sistemi di recupero energetico) e garantire continuità anche in scenari di crisi, adottando logiche di ridondanza e di gestione predittiva.

DIGITALIZZAZIONE E SMART HOSPITAL

La digitalizzazione è la spina dorsale dell’ospedale del futuro. Non si tratta solo di introdurre tecnologie ICT, ma di costruire un ecosistema digitale capace di estendere i confini della cura, di integrare dati clinici e gestionali, e di trasformare il facility management. Iftimie (2024) descrive ospedali connessi tramite 5G, dove la telemedicina è pratica quotidiana, i pazienti sono monitorati da remoto e i reparti dialogano con la rete territoriale in tempo reale. Questo approccio consente di alleggerire i carichi interni, migliorare l’accessibilità e ottimizzare le risorse. Gli studi di Aghili et al. (2025) mostrano come l’intelligenza artificiale possa essere applicata agli impianti: grazie a modelli predittivi e digital twin, è possibile monitorare in tempo reale lo stato

dei sistemi HVAC, anticipare guasti, programmare la manutenzione e ridurre sprechi energetici. In questo senso, la digitalizzazione non è solo strumento clinico, ma anche leva strategica per la sostenibilità. Il concetto di smart hospital implica dunque un’integrazione profonda: sistemi BIM per la gestione del ciclo di vita, sensori IoT per il monitoraggio della qualità dell’aria e dei consumi, piattaforme di manutenzione predittiva e robusti sistemi di cybersecurity. L’ospedale diventa un’infrastruttura cognitiva, capace di imparare e adattarsi.

INTEGRAZIONE TERRITORIALE E URBANA

L’ospedale del futuro non può più essere pensato come un'isola separata, ma come un nodo di un sistema territoriale complesso. Il documento OMS lo definisce chiaramente: gli ospedali devono agire come anchor institutions, ovvero istituzioni radicate nelle comunità, capaci di generare valore sociale ed economico oltre che sanitario. La letteratura più recente ha confermato e ampliato questa visione. Sebire et al. (2025) sottolineano che la transizione verso modelli distribuiti è indispensabile per garantire equità nell’accesso alle cure. Strutture di prossimità connesse digitalmente all’hub ospedaliero centrale consentono di ridurre i tempi di risposta, migliorare la capillarità dei servizi e alleggerire la pressione sui grandi poli. Pascale e Achour (2024) suggeriscono modelli organizzativi hub & spoke, in cui le funzioni ad alta complessità restano centralizzate mentre attività diagnostiche, follow-up e servizi di prevenzione si distribuiscono sul territorio. Un ulteriore contributo deriva dalle analisi di Olawade et al. (2025), che legano la sostenibilità degli ospedali anche alle catene di approvvigionamento: ospedali integrati con il tessuto produttivo locale possono ridurre l’impatto ambientale dei trasporti, rafforzare economie circolari e migliorare la resilienza dei sistemi sanitari. Dal punto di vista urbanistico, l’ospedale deve essere localizzato in aree accessibili con il trasporto pubblico, connesse

con infrastrutture energetiche e digitali resilienti, inserite in progetti di rigenerazione urbana che lo trasformino in un vero “civic center” multifunzionale. Il futuro non è solo un ospedale che cura, ma un ospedale che produce benessere diffuso, con spazi verdi aperti alla comunità, servizi culturali e funzioni educative.

HEALING ENVIRONMENT E BENESSERE

Il concetto di “healing environment” (che in italiano potrebbe essere tradotto come “ambienti di guarigione” o “ambienti salutogenici”, perdendo forse alcune delle sfumature più ampie che questo concetto ha assunto nella letteratura scientifica) si è progressivamente affermato negli ultimi vent’anni, ma la pandemia ne ha rilanciato l’urgenza. L’OMS ha sottolineato l’importanza di progettare spazi ospedalieri capaci non solo di garantire efficaci cure cliniche, ma di contribuire attivamente al benessere psicologico di pazienti, operatori e visitatori. Zhang et al. (2024), attraverso un’analisi bibliografica, hanno individuato tre cluster principali di ricerca: l’ambiente fisico come supporto alla salute mentale, la qualità della vita dei pazienti e il benessere degli operatori sanitari. Un esempio emblematico è il New Herlev Hospital in Danimarca, completato nel 2024: giardini interni, tetti verdi, ampie corti luminose e l’uso diffuso di materiali naturali hanno reso l’ambiente non solo più piacevole, ma anche funzionale a ridurre stress e tempi di degenza.

Dolcini et al. (2024) hanno tradotto questi principi in linee guida italiane, proponendo delle checklist per valutare i reparti in base a parametri di comfort ambientale, qualità acustica, illuminazione naturale e accessibilità. Interessante è anche il contributo di Lojo-Lendoiro et al. (2025), che hanno studiato reparti ad alta tecnologia come la radiologia interventistica, mostrando come anche ambienti tipicamente percepiti come freddi e tecnologici possano essere ripensati in chiave umanizzata. L’uso di illuminazione LED

New Herlev Hospital
©
C.F. Møller Architects

dinamica, la definizione di spazi più ergonomici e l’implementazione di percorsi organizzati per ridurre i tempi di attesa contribuiscono a migliorare il comfort dei pazienti e a ridurre la fatica del personale. Per i progettisti impiantisti, questo si traduce in sfide concrete: garantire illuminazione artificiale che supporti i ritmi circadiani, ventilazione silenziosa e confortevole, impianti di climatizzazione flessibili che permettano regolazioni individuali. La tecnologia, se ben progettata, diventa alleata della qualità della vita, non un ostacolo.

PREVENZIONE INFEZIONI E IAQ

La pandemia ha posto la qualità dell’aria interna (IAQ) al centro della discussione. Già il rapporto OMS raccomandava di considerare la ventilazione e la compartimentazione degli spazi come elementi chiave per la prevenzione delle infezioni. Gola et al. (2024) hanno confermato l’importanza di progettare e installare sistemi HVAC ad alte prestazioni, in grado di garantire portate d’aria adeguate e filtrazione efficiente. Stiller et al. (2024) hanno documentato come la transizione alle stanze singole riduca sensibilmente le infezioni nosocomiali, rendendo questa scelta progettuale una misura di prevenzione al pari dei protocolli clinici. Il contributo più innovativo proviene però dagli studi di Aghili et al. (2025), che hanno proposto un modello data-driven per monitorare e migliorare la resilienza dei sistemi HVAC. Grazie all’intelligenza artificiale, è possibile prevedere in anticipo malfunzionamenti o condizioni di rischio, intervenendo prima che si verifichino criticità. Questo significa passare da un approccio reattivo a uno proattivo nella gestione della qualità dell’aria. In prospettiva, si va verso ospedali in cui la qualità dell’aria è monitorata in tempo reale da sensori diffusi, con sistemi di ventilazione capaci di adattarsi dinamicamente all’occupazione e al rischio epidemiologico. La qualità dell’aria diventa così non solo un requisito tecnico, ma parte integrante della terapia, uno strumento di prevenzione che lavora in silenzio a tutela della salute di pazienti e operatori.

RADIOLOGIA INTERVENTISTICA

COME REPARTO ENERGIVORO

Tra i reparti ospedalieri, la radiologia interventistica (IR) rappresenta uno degli ambiti più energivori e ad alta impronta ambientale. LojoLendoiro et al. (2025) hanno stimato che un singolo intervento di IR può generare fino a 243 kg di CO₂ equivalente, contro meno di 1 kg per una radiografia standard. Questa sproporzione evidenzia la necessità di strategie mirate per ridurre l’impatto ambientale dei reparti ad alta intensità tecnologica. Le principali leve di intervento identificate riguardano gli impianti HVAC, responsabili di circa metà delle emissioni in un reparto IR. La regolazione dinamica dei flussi d’aria in funzione dell’occupazione e l’adozione di sistemi di spegnimento intelligente nelle fasi di inattività consentono riduzioni significative. Anche la gestione delle apparecchiature è cruciale:

modalità di risparmio energetico (Eco Power Mode) applicate a TAC e risonanze magnetiche riducono i consumi senza compromettere la qualità diagnostica. Non meno importante è la dimensione dei materiali: la radiologia interventistica utilizza grandi quantità di dispositivi monouso, spesso in plastica o metalli non riciclabili. Lojo-Lendoiro e colleghi propongono di avviare programmi di procurement sostenibile, privilegiando fornitori che offrano dispositivi biodegradabili o riutilizzabili, e sistemi di raccolta e smaltimento a basso impatto. Questo caso studio dimostra che la sostenibilità non è un concetto astratto, ma una sfida concreta che riguarda la pratica clinica quotidiana. I reparti ad alta intensità possono diventare laboratori di innovazione, dove soluzioni tecnologiche, organizzative e impiantistiche convergono per ridurre l’impronta ambientale.

UN NUOVO MODELLO

Gli ospedali del futuro, come delineati dal documento OMS e dalle ricerche successive, sono infrastrutture adattive e intelligenti, capaci di rispondere a sfide sempre più complesse. Non si tratta di introdurre qualche innovazione tecnologica, ma di ripensare in profondità il modello stesso di ospedale. La resilienza si costruisce attraverso architetture modulari e impianti data-driven; la sostenibilità richiede ospedali a emissioni zero e catene di fornitura ecocompatibili; la digitalizzazione trasforma i dati in uno strumento di governo degli edifici e dei processi; gli healing environments pongono il benessere umano al centro della progettazione; la qualità dell’aria e la prevenzione delle infezioni diventano parte integrante della sicurezza clinica; i reparti ad alta intensità come la radiologia interventistica aprono la strada a nuove pratiche di decarbonizzazione.

Per l’Italia, la sfida sarà duplice: da un lato, recepire e tradurre in requisiti minimi operativi gli obiettivi europei (EPBD IV, CAM edilizia, decarbonizzazione o neutralità climatica al 2050); dall’altro, favorire una cultura progettuale integrata che sappia unire architettura, ingegneria impiantistica e organizzazione sanitaria. In questa prospettiva, l’ospedale del futuro non è più soltanto il “luogo della cura”, ma un attore strategico di salute pubblica, innovazione e sostenibilità, capace di contribuire alla transizione ecologica e alla resilienza delle comunità.

Per i riferimenti bibliografici si rimanda all’autore. L’articolo qui pubblicato è stato originariamente edito sul n° 95 di AiCARR journal.

LE AUTRICI

CLAUDIO ZILIO

Presidente AiCARR - Università degli Studi di Padova

LUCA A. PITERÀ

Segretario Tecnico AiCARR

Progettare un’unità di radio-oncologia

UN’ANALISI TECNICA DEGLI AMBIENTI E DEI SERVIZI NECESSARI AL FUNZIONAMENTO DI UN’UNITÀ DI RADIO-ONCOLOGIA, DALLE APPARECCHIATURE ALLE SOLUZIONI COSTRUTTIVE E IMPIANTISTICHE

Seconda parte

Nella prima parte dell’articolo, pubblicata su Progettare per la Sanità 4/25, sono stati messi a fuoco i principi che guidano la progettazione di un’unità di radio-oncologia: dall’organizzazione dei percorsi clinici all’integrazione tra spazi, tecnologie e professionalità, fino ai requisiti di sicurezza e radioprotezione. È emersa la complessità di un sistema in cui la qualità progettuale incide direttamente sull’efficacia delle cure e sull’esperienza del paziente. La seconda parte entra ora nel vivo degli aspetti più operativi, concentrandosi sulle apparecchiature e sugli ambienti che ne supportano l’impiego, a partire dalle sale di imaging e simulazione e dalle sale per la tomografia computerizzata, snodi fondamentali del processo di pianificazione del trattamento.

APPARECCHIATURE

Tutti gli elementi dovranno essere catalogati e ben dettagliati anche nelle loro dimensioni ed essere già conosciuti in fase di progettazione, in modo da garantire che le apparecchiature siano alloggiate in modo tale da consentirne il corretto funzionamento e la manutenzione. In particolare, le dimensioni della stanza e le specifiche per gli acceleratori lineari e le sale dei quadri elettrici/elettronici devono soddisfare tutte le raccomandazioni del produttore, poiché i requisiti di spazio variano in base alla tipologia dell’apparecchiatura da installare e ai dettami del produttore che la fornisce. Occorre sottoporre ai progettisti già in fase progettuale tutte le problematiche connesse alle apparecchiature che richiedono forniture particolari come acqua, aria e alimentazioni speciali.

La lunghezza del cavo che collega le apparecchiature principali deve essere controllata e i condotti di attraversamento nella pavimentazione devono essere adeguati alle tubazioni e/o ai cavi da contenere, anche in funzione di eventuali modifiche e/o sostituzioni che potrebbero rendersi necessarie nel tempo. Le porte devono essere dimensionate al passaggio di apparecchiature di cui già si conoscono le dimensioni. I carichi termici devono essere ben stimati per soddisfare ogni esigenza possibile e i carichi legati ai pesi rilevanti delle apparecchiature devono essere ben stimati e strutturalmente controllati prima dell’installazione delle stesse. Le allocazioni devono tener conto dello spazio sufficiente sia per le apparecchiature previste nell’immediato che la loro possibile sostituzione, richiesta mediamente ogni 10-15 anni. Deve inoltre essere previsto uno spazio adeguato alla manutenzione. È da tenere in debita considerazione che gli armadi di controllo elettronico sono particolarmente ingombranti e necessitano di un accesso speciale sui tre lati. Per quanto riguarda le macchine dell’acceleratore lineare, esse do -

TERMINOLOGIA

I termini frequentemente utilizzati in radioterapia sono:

• fase: una serie pianificata di sessioni di cura e trattamento per pazienti (es. fase di simulazione); fase di trattamento relativo alle sedute di radioterapia da effettuare; fase di follow-up da identificare come il periodo successivo alla fine della terapia in cui il paziente inizierà ad essere monitorato;

• frazione: somministrazione di una singola dose di radiazione in una singola sezione di trattamento;

• campo: area anatomica del paziente su cui viene diretta la dose di irradiazione, come parte di una frazione di trattamento. Per una sola frazione di trattamento possono essere erogati uno o più fasci di radiazione.

vrebbero essere "accoppiate" all’interno di un’unità per assicurare che il trattamento possa continuare fino ad essere ultimato anche in caso di malfunzionamento della macchina. Questa macchina “accoppiata” fornirebbe la stessa energia del fascio e la stessa qualità. Le sale degli acceleratori lineari (bunker) richiedono una protezione dalle radiazioni che includa pareti, porte e soffitti con uno specificato spessore. Le esigenze di radioprotezione dell’unità devono essere valutate da un fisico certificato o da un consulente in materia di radioprotezione, in conformità con gli standard nazionali e i requisiti legislativi e regolamentari per ciascuna giurisdizione. Da notare che il programma di disposizione o collocazione indica le dimensioni del bunker (incluso il labirinto) piuttosto che la sala di trattamento reale che è dell’ordine di 150 m2. Questo a garanzia che l’area consentita durante le prime fasi di pianificazione sia sufficiente.

REQUISITI DEL SERVIZIO DI COSTRUZIONE

I servizi selezionati necessitano di strutture a prova di futuro per poter anticipare tecnologie nuove o emergenti. Potrebbe essere necessaria, ad esempio, una schermatura per fasci primari diversi da quelli presenti nelle direzioni sentinella se viene considerata una tecnologia come il “cyberknife”, un sistema robotizzato di radiochirurgia stereotassica che rappresenta una rivoluzione nella cura del tumore. Le unità selezionate possono includere modalità di imaging aggiuntive come MRI e PET. Essendo l’eventuale riadattamento di queste modalità problematico (specialmente con PET), idealmente i requisiti della struttura dovrebbero essere considerati nella pianificazione delle varie fasi del progetto. Inoltre, potrebbe essere considerato necessario uno spazio aggiuntivo all’interno di particolari locali per soddisfare la pianificazione di apparecchiature. I bunker per il trattamento delle radiazioni, le sale di simulazione TC e le sale per i trattamenti di brachiterapia hanno bisogno di una costruzione speciale contro le

TABELLA 1 Spazi clinici per sala imaging

gioco bambini e 10% posti per pazienti su sedia a rotelle

il doppio accesso. Uno per ogni sala di imaging

doppio accesso. Uno per ogni sala di imaging

TABELLA 2 Trattamento radioterapico superficiale

Area controllo dedicata a sala di trattamento superficiale e ortocontrollo

m2

Sala macchina Il generatore può essere allocato nella sala controllo

TABELLA 3 Brachiterapia HDR

Include area giochi bambini e 10% di posti per pazienti su sedia a rotelle

del complesso operatorio

trattamento

radiazioni. La pavimentazione per un’unità di radio-oncologia deve essere progettata sia per soddisfare i requisiti di carico per la movimentazione delle apparecchiature che per essere idonea all’uso preposto. Le apparecchiature montate a soffitto devono essere corredate da strutture di supporto rigide adeguatamente progettate, situate sopra il soffitto finito e capaci di supportare apparecchiature pesanti montate a soffitto come i telai dei monitor dati. La tipologia di controsoffitto da scegliere deve essere tenuta nella dovuta considerazione per facilitare l’installazione, la manutenzione e il rimodellamento delle apparecchiature. È richiesta un’altezza minima del soffitto di tre metri nelle sale di procedura, con uno spazio extra (minimo di un metro al di sopra del controsoffitto) per l’installazione di impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria.

SISTEMI DI COMUNICAZIONE E INFORMATIVI

L’infrastruttura dovrebbe essere programmata per poter disporre di una possibile espansione presente e futura con sistemi voce/dati,

capacità di videoconferenza e telefonica, chiamata di coercizione fissa e personale (se richiesta), sistemi di videosorveglianza CCTV dei punti di ingresso, infrastruttura per PACS (di solito un sistema separato dal PACS per imaging medico), cartelle cliniche elettroniche e ROIS, ampie larghezze di banda per supportare il movimento delle immagini dalle posizioni degli hub e degli spoke, sistemi di chiamata infermieristica e di emergenza (predisposti in sintonia con i sistemi esistenti). Dovrebbe inoltre disporre di sistemi Citrix per il sistema sanitario che forniscono al personale un accesso istantaneo alle informazioni del paziente.

SERVIZI ELETTRICI E MECCANICI

È necessario fornire energia sufficiente per le esigenze attuali e prevedere quella per la futura espansione dei servizi. Un gruppo di continuità (UPS) e un sistema di backup di emergenza devono essere disponibili per l’alta priorità delle apparecchiature e dell’illuminazione. I cavidotti e/o altri condotti devono essere inseriti nei

pavimenti, nelle pareti e nei soffitti così come richiesto per quelli delle attrezzature specialistiche. Una distanza massima di 7,5 metri è richiesta per il passaggio del cavo tra il simulatore e il generatore. Il cavo che passa nell’area di controllo del trattamento radioattivo necessita di un’attenta pianificazione. Per quanto riguarda i servizi meccanici, si necessita di: ricambi d’aria e scarichi adeguati per i prodotti chimici nel locale di lavoro delle strumentazioni, sufficiente capacità di condizionamento d’aria e aria compressa nelle sale di radioterapia e sale TC, accesso per la futura espansione del servizio, sistemi di trattamento dell’aria adeguati nelle sale delle apparecchiature informatiche. L’aria condizionata generale deve raffreddare l’attrezzatura senza disturbare i pazienti. La temperatura dell’unità deve essere mantenuta entro un intervallo non superiore ai 25 °C.

I rilevatori di fumo/calore nei locali per il trattamento con radiazioni e con simulatori devono essere del tipo non sensibile alla radiazione. Relativamente gli altri servizi, ossigeno e aspirazione sono richiesti in tutti i bunker, in sala simulazione, sala trattamento, postazioni dei letti dei pazienti. Protossido d’azoto, aria medicale ed evacuazione dei gas anestetici devono essere convogliati all’esterno. Le sale con acceleratori lineari richiedono un’ulteriore protezione dalle radiazioni che includerà pareti, pavimenti e soffitti con uno spessore ben specificato. Le esigenze di radioprotezione dell’unità devono essere valutate da un fisico certificato previa consultazione di un esperto in radiazioni per garantire il rispetto dei requisiti richiesti dalle autorità giurisdizionali. Questa valutazione serve a specificarne il tipo, la sua ubicazione e il margine di protezione da installare conformemente al layout finale del reparto approvato e dell’attrezzatura selezionata. I requisiti di protezione dalle radiazioni devono essere inclusi nei piani e nelle specifiche finali. Nell’unità di radio-oncologia, l’illuminazione va diversificata a seconda della necessità di impiego. I principali requisiti di illuminazione sono rappresentati da: distribuzione uniforme della luminanza nelle aree non lavorative; pareti che non generano riflessi sulle apparecchiature, in particolare all’altezza degli occhi degli addetti ai lavori; illuminazione completamente dimmerabile in bunker, nelle aree di simulazione, nelle aree dove il personale medico intraprende attività di pianificazione relativa al paziente; speciale illuminazione a tre livelli nei bunker per il trattamento con radiazioni; laser per il posizionamento del paziente nel bunker e sala simulatore TC con luminanza di alto livello disponibile per manutenzione e riparazioni. Il sistema idraulico e di drenaggio dei rifiuti speciali deve essere progettato per soddisfare i requisiti dell’Autorità fognaria pertinente e dei Dipartimenti sanitari.

COMPONENTI DELL’UNITÀ

Le stanze e gli spazi sono definiti come componenti standard, rappresentati da sale e/o locali e componenti non standard, rappresen-

tati da stanze uniche che di solito soddisfano necessità specifiche della struttura. Delle componenti non standard fanno parte le seguenti strutture. La sala risorse, un archivio per una raccolta dati estesa e tentacolare, relativa alle varie patologie oncologiche ovunque sperimentate. Le risorse possono anche essere accessibili dal computer. La sala è posizionata centralmente all’area di ingresso/ ricezione/attesa in modo che tutti i visitatori possano accedervi. Se essa fa parte di un centro oncologico integrato, potrà anche essere ubicata in un luogo centrale e condiviso.

La sala di riesame delle immagini dovrebbe essere collocata nelle vicinanze del bunker di trattamento per facilitare il personale addetto allo svolgimento delle proprie funzioni. Sarebbe consigliabile la realizzazione di almeno una sala ogni due bunker. Le sale di revisione delle immagini devono essere separate dalle sale di controllo dove stazionano gli operatori dell’acceleratore lineare. Esse non devono diventare deposito per dispositivi o apparecchiature utilizzate per l’acceleratore lineare nel bunker, che devono essere riposti in un deposito dedicato. Lo stoccaggio delle apparecchiature può anche essere condiviso con un altro acceleratore lineare, cioè con un altro bunker. Nella camera di applicazione del dispositivo al paziente vengono predisposti e misurati i dispositivi di immobilizzazione, maschere ecc. destinati ai pazienti. L’accesso deve essere diretto dal corridoio alla sala (laboratorio) di preparazione del paziente e lontano da altre aree a causa del possibile rumore e per l’emissione di fumi. Questa sala potrebbe essere combinata con una sala di stampaggio pulita, specialmente se è a servizio di due acceleratori lineari. Fondamentale è la privacy del paziente e la schermatura della porta della sala di preparazione, così come l’accesso al letto/barella. La sala deve includere: lavabo; panche ed armadi; sistema di estrazione della polvere di gesso; sistema di aspirazione fumi; grande lavello per gli stampi; bagnomaria (da incasso o indipendente); panca pesante in acciaio inossidabile; scaffalature ed armadi; trapano e strumenti vari, taglierina a filo caldo, aspiratore, formatrice sottovuoto; crogiolo in lega; tagliablocchi (è necessario un dispositivo a filo caldo a blocchi divergenti, che imita la configurazione degli acceleratori lineari nonché una tronchese a filo caldo non divergente per taglio elettronico, ecc.); protezione da sovratensioni per le apparecchiature elettriche; protezione differenziale per il personale, particolarmente in caso di utilizzo di bagni d’acqua; estrazione di polveri e fumi; contenimento acustico; spazio di stoccaggio per piastre di schermatura in lega a basso punto di fusione, supporti di compensazione, ecc. La sala stampi è utilizzata per la fabbricazione dei dispositivi di immobilizzazione. È richiesto pertanto un ampio spazio per la conservazione di grandi volumi di materiale utilizzato nella realizzazione dei dispositivi previsti. La formazione del “guscio” per i pazienti che necessitano del trattamento testa e collo è prevalentemente a base

TABELLA 4 Strutture di radioterapia (brachiterapia)

TABELLA 5 Strutture di radioterapia (sorgenti non sigillate)

di trattamento di radioterapia: con anticamera per sorgente non sigillata

Doccia: wc e lavaggio per

termoplastica anche se potrebbero esserci pazienti che necessitano di impronte di gesso e/o di applicazioni particolari da realizzare in loco. Previsto l’accesso diretto dal camerino ma lontano da altre aree a causa di possibili rumori ed emanazione di fumi. Se questa sala è combinata con quella di preparazione del paziente, le apparecchiature elencate di seguito non dovrebbero essere duplicate. È indispensabile prevedere la protezione da sovratensioni per le apparecchiature elettriche, la protezione differenziale per il personale, specialmente se in presenza di bagni d’acqua in utilizzo. La sala di stampaggio richiede l’estrazione dell’aria per il metallo fuso utilizzato nella fabbricazione di schermature da fotoni ed elettroni. Potrebbero essere necessarie taglierine ingombranti (tagliaschiuma) per prodotti di stabilizzazione personalizzati e/o produttori di vuoto per la realizzazione di mascherine personalizzate. Il contenimento acustico dovrà tenere conto di: sistema di estrazione della polvere di gesso; armadio aspiratore fumi; grande lavello e sifone; bagnomaria (da incasso o indipendente); banco in acciaio inossidabile resistente; scaffalature e armadi; strumenti (trapano, taglierina a filo caldo, aspiratore, formatore del vuoto); recipiente in lega; tagliablocchi; possibile utilizzo della tecnologia di stampa 3D. L’officina deve avere un accesso diretto dalla sala di stampaggio ma lontano da altre aree del paziente a causa di possibili rumori e presenza di fumi.

PROGETTAZIONE SALA TC/SIMULATORE

La pianificazione della sala TC è in genere uno scanner TC a foro largo con lettino piatto ed indicizzato. Potrebbe anche essere

presente un simulatore 2D convenzionale (piano radiografico). Nel caso si utilizzi questa apparecchiatura, sarà comunque necessario avere una sala TC attigua oppure un pronto accesso alla stessa. Si prevede tuttavia che le moderne unità di radioterapia possano incorporare uno scanner TC. Un simulatore dovrà essere provvisto di un intensificatore di immagini e di una capacità di interoperabilità TC. Un’unità mobile con braccio a C diagnostico potrà essere utilizzata per scopi simili nella pianificazione e nella verifica della brachiterapia ad alto dosaggio (se effettuata in sala operatoria), oppure sarà utilizzato lo scanner TC.

Il rumore delle ventole proveniente dai vari sistemi informatici può essere determinante come elemento di disturbo tanto da rendere difficile la conversazione del personale medico con i pazienti. Nella sala TC può essere richiesta l’installazione di un armadio a pavimento con accesso dall’alto per alloggiare il generatore di raggi X e i computer per la ricostruzione delle immagini. L’armadio necessita di essere ventilato separatamente. La sala TC dovrà essere ubicata in adiacenza alla sala di controllo.

Dovranno inoltre essere garantiti: accesso immediato a spogliatoi, sub-attese e servizi igienici per i pazienti; accesso immediato ad un carrello per rianimazione (per la somministrazione del contrasto endovenoso); vicinanza alla sala di stampaggio dove vengono realizzati dispositivi/maschere di stabilizzazione.

Le considerazioni da fare sono: spazio per l’ingresso, per la rotazione ed il posizionamento agevole di un letto lungo entrambi i lati del simulatore; finestra di visualizzazione in vetro piombato per la

sala di controllo; screening delle radiazioni secondo gli standard; controllo della temperatura e dell’umidità secondo le specifiche del produttore; controlli di illuminazione dimmerabili; pulsante di arresto di emergenza; ossigeno e aspirazione presenti sul pannello dei servizi medici; pulsanti di chiamata emergenza/infermiere; telecamera TVCC e sistema di interfono paziente per la sala di controllo; lavabo; banchi; luci laser per raggi X montate a parete e soffitto (con piastre di acciaio staffate tra pavimento e soffitto per assicurarne la massima stabilità); trasformatore di raggi X.

CONTROLLO TC/SIMULATORE E CAMERA DI LAVORO

L’area di controllo deve essere direttamente adiacente alla stanza del simulatore. Essa include: consolle di controllo TC e pannello di controllo del computer o del simulatore; workstation di simulazione virtuale; monitor di visualizzazione PACS (Picture Archiving and Communication System) e pannelli di visualizzazione dei raggi X per la revisione di mammografie e radiografie di pazienti provenienti da altre strutture; pulsante di "arresto" di emergenza; monitor e microfono per la visione del paziente; banchi da lavoro.

L’area viene utilizzata dai radioterapisti che lavorano individualmente, utilizzando terminali per computer con doppio schermo per rivedere i piani e produrre i profili di dosaggio delle radiazioni. Accesso immediato alle modalità di pianificazione incluso TC. Facile accesso alla sala di archiviazione dei dati del server del computer per il recupero dei dati archiviati. Le strutture specializzate includeranno: banchi da lavoro dimensionati per adattarsi ai computer

di pianificazione con doppio schermo; pianificazione dei computer (uno per ogni membro dello staff); stampante; terminali PACS con un rapporto di uno per ogni workstation TPS.

LABORATORIO DI FISICA SANITARIA E OFFICINE

Questo laboratorio necessita di uno spazio sufficiente per i computer e di un’area di lavoro per effettuare misurazioni di dosimetria, compreso lo spazio necessario ad alloggiare le varie apparecchiature. L’accesso deve essere immediato ai bunker, il pavimento in vinile sigillato, i piani di lavoro laminati e la dotazione di un telefono a vivavoce. Si noti che le misurazioni della dosimetria Intrabeam richiedono uno spazio schermato. Diverse procedure di QA possono essere ottemperate contemporaneamente, con una o più fonti radioattive ma con una pianificazione mirata.

Un’area dovrà essere dedicata alla manipolazione delle sorgenti radioattive, incluso un sistema di estrazione della cappa aspirante separato dal resto del laboratorio, conforme alle normative sulla radioprotezione. Nelle officine elettriche e meccaniche viene effettuata la manutenzione di apparecchiature e sono suddivise in zone "pulite" e "sporche", facenti parte dell’area di fisica medica. Devono avere pavimenti di colore chiaro e antistatici; messa a terra elettrostatica in tutta l’area; telefono a vivavoce. La pianificazione include: presa di aria compressa; banchi per utilizzo sia generico che per lavoro elettronico in un’area di lavoro pulita; lavello; pedana; unità mobile di aspirazione fumi; trapano e tornio in un’area di lavoro "sporca"; mobili per ufficio in generale.

SALA TRATTAMENTO CON ACCELERATORE LINEARE

Esse richiedono un labirinto simile ad un corridoio, che introduce all’ingresso della sala del trattamento (per la radioprotezione). Il labirinto e l’ingresso nella sala di trattamento devono poter consentire un agevole accesso alle attrezzature, ai letti ospedalieri e ai gantry considerando le varie rotazioni possibili. L’allocazione deve essere immediatamente adiacente all’area di controllo affinché l’accesso possa essere monitorato. Le sale di trattamento devono considerare la possibilità di un accesso immediato alle strutture di supporto per i pazienti, così come alla sala di pianificazione del trattamento e alle aree di supporto, incluse le sale di stoccaggio e quelle degli accessori per i pazienti. I layout devono essere progettati per impedire la fuoriuscita di particelle radioattive. Tutte le possibili aperture nella sala devono essere in grado di impedire qualunque esposizione diretta alle altre aree della struttura. Gli acceleratori lineari richiedono ricambi d’aria particolari.

La pianificazione include: acceleratore lineare; ossigeno e aspirazione presenti sul pannello dei servizi medici; interruttore arresto di emergenza; telecamere TVCC multiple con PTZ (comandate a

distanza); lavabo; banchi e armadi atti a contenere tutti gli accessori che necessitano al paziente da sottoporre al trattamento; luci laser per il posizionamento; visualizzazione delle informazioni per il settaggio del trattamento, come ad esempio schermi TV LCD di grandi dimensioni; monitor e apparecchiature audio per mantenere il contatto con il paziente; decorazione del soffitto (fissa o proiettata) e sistemi musicali per la distrazione del paziente; interblocco per l’ingresso (ultimo uomo fuori); coercizione fissa; un numero consistente di prese di corrente; sistema di chiamata infermiera, compresa la chiamata di emergenza. I radioterapisti eseguono tutte le funzioni di controllo e di monitoraggio del paziente nella sala controllo. Le registrazioni del trattamento radioterapico del paziente e le immagini di pianificazione dello stesso possono essere visualizzate nell’area della sala di controllo per ciascuna unità di trattamento, nel corso della terapia. Le telecamere per la visualizzazione del paziente, i computer per l’erogazione del trattamento e gli intercom consentono al radioterapista di monitorare e comunicare con il paziente durante il trattamento quando è lasciato solo nella sala di trattamento. L’accesso deve essere diretto al bunker di trattamento. Le canaline per il passaggio dei cavi devono essere facilmente rimovibili per consentire un eventuale accesso da parte del personale della manutenzione. La pianificazione include: interruttore arresto di emergenza; intercom; monitor per la supervisione del paziente; computer per imaging; workstation per la visualizzazione di immagini e grafici, accesso

al sistema di pianificazione; trattamento per l’archiviazione delle registrazioni (se non elettroniche); consolle di controllo dell’acceleratore lineare; monitor PACS; panche/scaffalature adatte ad un giusto sostegno e ad un adeguato contenimento delle attrezzature.

SALA PER BRACHITERAPIA

Nei centri in cui viene eseguita la brachiterapia LDR (a basso dosaggio), la sala dovrà avere dimensioni sufficienti all’uso preposto ed essere equipaggiata come una sala operatoria ed essere adiacente a: area di induzione; lavaggio chirurghi; area di recupero; area stoccaggio impianti e carichi; altre sale per trattamenti radioattivi; baia di uscita; deposito sterile.

Occorre considerare la messa in sicurezza totale dalle radiazioni dei materiali radioattivi. Utile ed indispensabile l’accesso ad: ossigeno; aspirazione; aria medicale; protossido di azoto; evacuazione gas anestetici all’esterno. L’accesso alla struttura per brachiterapia e ai materiali radioattivi deve essere del tipo controllato.

SALA PER ORTOVOLTAGGIO

Essa deve essere protetta dalle radiazioni ed ubicata adiacente all’area di controllo per monitorarne l’accesso. La pianificazione deve includere: una sala di controllo con tensione di rete (ortovoltaggio) collegata alla sala, spie luminose "raggi in funzione"; una porta interbloccata collegata all’erogazione del raggio e schermata, senza bisogno di un labirinto per la sala di trattamento; un’unità di raffreddamento (all’esterno della sala di trattamento). Già in fase di pianificazione va considerata la distanza tra l’unità di raffreddamento e la sala di trattamento. Quest'ultima deve avere un’unità di ortovoltaggio superficiale ed un armadio con estrazione dell’aria all’interno della stanza che ospiterà il generatore. Deve inoltre avere un deposito personalizzato per coni e schermi di trattamento, se richiesti, un pannello con ossigeno ed aspirazione, un sistema di chiamata di emergenza.

BIBLIOGRAFIA

A. Ferraioli, Diagnostica per immagini, medicina nucleare e radioterapia oncologica. Tomo Primo: Diagnostica per immagini e medicina nucleare. Tomo Secondo: Radioterapia oncologica. Dario Flaccovio Editore (Pa), 2023.

L’AUTORE

ARMANDO FERRAIOLI

Studio di ingegneria Clinica e Medica, Cava de’ Tirreni (SA)

Il Dipartimento di Emergenza-Urgenza (DE) o Pronto Soccorso, svolge da sempre un ruolo importante nel soccorso tempestivo e nella cura dei pazienti in emergenza-urgenza, fornendo un’assistenza clinica mirata, tempestiva ed efficace. Esso e ii punto di riferimento sanitario primario, responsabile della ricezione, dello smistamento, della valutazione, della stabilizzazione e della gestione dei pazienti che arrivano alla sua porta con diversi gradi di urgenza e complessità.

Una progettazione inadeguata del Dipartimento di Emergenza può portare a numerosi problemi di difficile gestione quali: affollamento, prolungata durata della degenza, aumento della mortalità, scarsa qualità dell’assistenza, tempi di attesa prolungati.

La ragione principale di queste inadeguatezze e l’assenza di un reale coinvolgimento delle parti interessate nel processo di progettazione.

Questo volume riporta ed analizza le problematiche da affrontare per pianificare e progettare un Dipartimento di Emergenza più efficiente e sicuro sia per i pazienti che per ii personale medico e paramedico.

Porte salvaspazio e gestione energetica intelligente

La progettazione delle strutture sanitarie sta evolvendo verso modelli sempre più orientati alla funzionalità degli spazi, alla sicurezza dei percorsi e alla sostenibilità energetica. In questo scenario, le tecnologie per ingressi automatici assumono un ruolo strategico, mettendo a disposizione di progettisti e gestori soluzioni avanzate per una gestione più efficiente degli accessi.

Negli edifici sanitari, infatti, la progettazione degli ingressi rappresenta un elemento fondamentale: ospedali, poliambulatori, cliniche e centri diagnostici richiedono sistemi in grado di garantire fluidità dei percorsi, igiene, sicurezza e continuità operativa, contribuendo al tempo stesso al comfort degli utenti e all’efficienza complessiva dell’edificio. Alcune tecnologie per porte automatiche sviluppate da FAAC offrono soluzioni perfette per rispondere alle esigenze specifiche delle strutture sanitarie. Tra le più interessanti per gli ambienti ospedalieri si distinguono le porte salvaspazio

rototraslanti GBF 1500 e GBF 1600 e le porte pieghevoli automatiche SF 1400, integrabili con l’automazione Airslide, la lama d’aria progettata per ottimizzare i consumi energetici e migliorare la connettività degli accessi automatici.

Massima apertura in spazi ridotti

Nei corridoi ospedalieri, nelle aree di passaggio tra reparti o nei collegamenti con zone tecniche, lo spazio disponibile può essere limitato. Negli ambienti dove il passaggio frequente di barelle, letti ospedalieri e carrelli medicali richiede varchi ampi, sicuri e facilmente accessibili, le porte automatiche rototraslanti GBF 1500 e GBF 1600 rappresentano una soluzione particolarmente efficace. Il principio di funzionamento permette all’anta di ruotare e contemporaneamente traslare lateralmente, garantendo un’ampia luce di passaggio e un’apertura fluida e senza intoppi anche in contesti

dove le tradizionali porte a battente o scorrevoli non sarebbero installabili. L’automazione delle porte GBF 1500 e GBF 1600 consente inoltre di ridurre il contatto diretto con le superfici, un aspetto fondamentale per garantire igiene e sicurezza.

Dal punto di vista costruttivo, il sistema è costituito da una robusta struttura in alluminio estruso, con parti in movimento che scorrono su cuscinetti a sfera, mentre le ante possono essere realizzate in vetro temperato con bordi a filo lucido oppure in versione intelaiata. Le due versioni si distinguono anche per il sistema di guida a pavimento. Nel modello GBF 1500 il movimento dell’anta è supportato da cassette integrate nel pavimento, mentre il modello GBF 1600 utilizza guide in alluminio anodizzato fissate a terra, eliminando la necessità delle cassette a pavimento e semplificando l’installazione in determinati contesti. Entrambi i sistemi sono dotati di dispositivo antipanico integrato.

Soluzione ideale per passaggi critici

Le porte pieghevoli automatiche SF 1400 sono progettate per contesti in cui non è possibile installare tradizionali porte scorrevoli laterali e dove è necessario garantire una via di fuga con apertura antipanico a sfondamento, in conformità alla normativa europea EN 16005. La soluzione risulta particolarmente vantaggiosa laddove è necessario garantire il passaggio di personale e attrezzature senza ostacolare la circolazione.

Le porte sono costituite da ante articolate che si ripiegano su sé stesse durante l’apertura, riducendo drasticamente l’ingombro laterale. La gamma comprende diversi modelli con ante pieghevoli singole o doppie e le automazioni possono essere equipaggiate con opzione a doppio motore, che aumenta la forza di apertura dell’anta e consente di contrastare efficacemente l'eventuale pressione del vento. Il sistema integra il riallineamento automatico dell’anta in caso di urti o arresti anomali, oltre a un dispositivo di apertura antipanico con aggancio magnetico regolabile.

Le porte pieghevoli SF 1400 assicurano movimenti precisi e silenziosi, caratteristica che garantisce comfort acustico e riduzione dello stress per pazienti e operatori.

Automazione intelligente e risparmio energetico

Tra le soluzioni più adatte alle strutture sanitarie c’è anche Airslide, un sistema di ingresso automatico con lama d’aria integrata sviluppato da FAAC. Airslide integra automazione per porta scorrevole e barriera d’aria in un unico monoblocco, generando un flusso controllato tra interno ed esterno che crea una separazione invisibile tra i due ambienti. Questo sistema contribuisce a ridurre le dispersioni termiche, limitando l’ingresso di aria fredda nei mesi invernali e di aria calda durante il periodo estivo. La soluzione è particolarmente indicata in contesti caratterizzati da flussi intensi di persone e carrelli, come ingressi principali di ospedali, poliambulatori e centri diagnostici, dove è necessario mantenere condizioni climatiche interne stabili senza compromettere la fluidità dei passaggi. Airslide può inoltre essere integrato con i sistemi di gestione dell’edificio (Building Management System), permettendo monitoraggio, diagnostica e controllo centralizzato degli accessi automatici all’interno dell’infrastruttura digitale della struttura sanitaria. Quando abbinata alle automazioni FAAC per porte scorrevoli dotate della funzione Energy Saving, la porta è in grado di ottimizzare ulteriormente la gestione energetica dell’ingresso. Questo sistema utilizza sensori intelligenti per riconoscere la direzione di camminata degli utenti, riducendo le cosiddette “false aperture” e accorciando i tempi di apertura della porta, con un conseguente miglioramento dell’efficienza energetica e della gestione dei flussi.

Test sperimentali condotti da ERGON Research, società specializzata nelle analisi termo-fluidodinamiche, hanno evidenziato come questa tecnologia possa contribuire a ridurre la dispersione termica fino al 62% rispetto agli ingressi automatici tradizionali. faac.it

NELLE STRUTTURE SANITARIE LA SICUREZZA IGIENICA DIPENDE NON SOLO DALLE ATTIVITÀ DI SANIFICAZIONE, MA ANCHE DALLA CORRETTA ORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI E DEI PERCORSI. DALLA PIANIFICAZIONE DEGLI AMBIENTI ALLA GESTIONE OPERATIVA DEI SERVIZI, L’IGIENE DIVENTA UN ELEMENTO CENTRALE NELLA PREVENZIONE DEL RISCHIO INFETTIVO

Igiene ospedaliera e progettazione degli spazi

La leva realmente efficace per mantenere nel tempo condizioni igieniche adeguate all’interno delle strutture nosocomiali non è solo la qualità del singolo intervento, ma anche la frequenza dei passaggi di pulizia e sanificazione, calibrata sul livello di utilizzo e di rischio delle aree. L’incremento dei passaggi, ove previsto dal capitolato o condiviso con la Direzione Sanitaria, consente di ridurre la permanenza della contaminazione ambientale. In tale contesto, la pulizia svolge un ruolo di contenimento del rischio e, come emerso anche durante la pandemia da Covid-19, l’incremento mirato dei passaggi di pulizia e sanificazione contribuisce a ridurre la persistenza della contaminazione ambientale, in particolare nelle aree a maggiore intensità assistenziale. La pulizia e la sanificazione degli ambienti ospedalieri sono aspetti cruciali per garantire la salute e la sicurezza dei pazienti, del personale medico e di chiunque li visiti. L’esperienza ha un ruolo essenziale, insieme alla formazione del personale e all’impiego di tecnologie avanzate, in questo delicato processo. Abbiamo parlato con Paolo Cecchini, Head of soft facility services design & proposal di Rekeep, gruppo leader nell'Integrated Facility Management sanitario.

Quale importanza assumono, nelle strutture ospedaliere, la corretta esecuzione delle procedure e dei protocolli di pulizia e sanificazione definiti per aree di rischio?

Una cosa che abbiamo sempre saputo e che la pandemia ha rafforzato è che la corretta applicazione delle procedure di pulizia e sanificazione per aree di rischio è essenziale per garantire la coerenza tra quanto previsto dal capitolato e quanto effettivamente erogato sul campo. Nei contesti ospedalieri, l’aderenza ai protocolli definisce standard di risultato misurabili, consente controlli oggettivi e assicura continuità del servizio anche in ambienti ad alta complessità. L’esecuzione conforme riduce le variabilità operative e rende il servizio realmente integrato nei processi sanitari.

Paolo Cecchini

Head of soft facility services design & proposal di Rekeep

Che azioni di monitoraggio e controllo vengono messe in atto, in base al capitolato d’appalto, negli ospedali dove prestate servizio?

In coerenza e ad integrazione di quanto previsto dai capitolati d’appalto, i servizi erogati sono supportati da un sistema strutturato di monitoraggio e controllo, finalizzato a verificare la corretta esecuzione delle attività, il rispetto delle frequenze e l’efficacia degli interventi nelle diverse aree di rischio.

Le azioni di controllo comprendono verifiche operative periodiche mediante check list dedicate per tipologia di ambiente, controlli a campione sulle superfici critiche e attività di supervisione costante del personale. Il sistema di controllo è inoltre integrato con verifiche ispettive e campionamenti condotti secondo la norma UNI EN 13549, per la quale siamo certificati, che consente una valutazione oggettiva e standardizzata dei livelli di qualità del servizio erogato. Gli esiti dei controlli vengono tracciati, analizzati e utilizzati per l’attivazione tempestiva di eventuali azioni correttive, garantendo continuità del servizio, misurabilità delle prestazioni e piena rispondenza agli obblighi contrattuali.

Una pulizia più accurata riduce la contaminazione ambientale e la sanificazione seguita dalla disinfezione riduce l’acquisizione di microrganismi patogeni… È un’affermazione condivisibile e coerente con il funzionamento reale degli ambienti ospedalieri, purché sia letta all’interno di una logica operativa e temporale del rischio. Una superficie è pulita nel momento in cui viene correttamente pulita e sanificata; il suo utilizzo successivo, inevitabile nei contesti assistenziali, ne determina progressivamente la ricontaminazione, indipendentemente dalla qualità iniziale dell’intervento. Se il servizio di pulizia è erogato correttamente, secondo protocolli, prodotti e metodologie adeguate, la superficie risulta effettivamente pulita.

Tuttavia, è l’intensità d’uso degli ambienti, delle attrezzature e degli arredi a determinare nel tempo il ritorno della contaminazione ambientale. In questo senso, le superfici non rappresentano una causa primaria, ma un punto di accumulo e di trasferimento all’interno di processi assistenziali complessi. Di conseguenza, la leva realmente efficace per mantenere nel tempo condizioni igieniche adeguate non è solo la qualità del singolo intervento, ma anche la frequenza

dei passaggi di pulizia e sanificazione, calibrata sul livello di utilizzo e di rischio delle aree. L’incremento dei passaggi, ove previsto dal capitolato o condiviso con la Direzione Sanitaria, consente di ridurre la permanenza della contaminazione ambientale. In tale contesto, la pulizia svolge un ruolo di contenimento del rischio e, come emerso anche durante la pandemia da Covid-19, l’incremento mirato dei passaggi di pulizia e sanificazione contribuisce a ridurre la persistenza della contaminazione ambientale, in particolare nelle aree a maggiore intensità assistenziale.

La contaminazione dei pazienti colonizzati può essere simile a quella dei pazienti infetti, mentre la camera precedentemente occupata da una paziente con multiresistenza antibiotica aumenta il rischio di trasmissione al paziente che successivamente occupa lo stesso letto?

Nel contesto della prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, i pazienti colonizzati, cioè coloro che ospitano microrganismi senza sintomi o danni, possono contribuire alla contaminazione ambientale in modo analogo ai pazienti infetti, pur in assenza di segni clinici evidenti. In tali situazioni, l’ambiente e le superfici possono, infatti, configurarsi come potenziali serbatoi di contaminazione residua, soprattutto in presenza di microrganismi multiresistenti. L’occupazione di una camera precedentemente utilizzata da un paziente colonizzato o infetto da patogeni multiresistenti può deter-

PROGETTARE SPAZI PER L’IGIENE

Nel controllo delle Infezioni Correlate all’Assistenza, le pratiche operative di pulizia e sanificazione rappresentano solo una parte del sistema di prevenzione. Sempre più studi evidenziano come anche la configurazione degli ambienti sanitari influenzi la diffusione dei microrganismi e l’efficacia delle procedure di igiene. È su questo principio che si basa l’Evidence-Based Design (EBD), un approccio progettuale che utilizza dati scientifici e linee guida internazionali per definire spazi ospedalieri più sicuri. Secondo questa prospettiva, il progetto architettonico e impiantistico può contribuire direttamente alla prevenzione del

rischio infettivo. La disposizione degli ambienti, la separazione dei percorsi, la scelta dei materiali e la qualità dell’aria sono tutti elementi che incidono sulla probabilità di contaminazione e sulla facilità con cui gli operatori possono applicare correttamente i protocolli di igiene. Uno dei primi aspetti riguarda l’organizzazione dei flussi e dei percorsi interni. La separazione tra circuiti puliti e sporchi, la presenza di zone filtro e la corretta distribuzione degli spazi riducono il rischio di contaminazioni crociate tra pazienti, personale e materiali. Nei blocchi operatori, ad esempio, è fondamentale distinguere chiaramen-

te i percorsi del personale sterile da quelli di materiali e rifiuti, prevedendo aree di preparazione e spazi di supporto collocati in modo da evitare incroci non necessari.

La progettazione degli spazi deve inoltre garantire l’integrazione ergonomica dei dispositivi per il controllo delle infezioni - dai punti per l’igiene delle mani alle aree di preparazione e smaltimento dei materiali - collocandoli lungo i percorsi operativi del personale in modo da favorire l’adozione delle buone pratiche assistenziali. Particolare attenzione va inoltre dedicata alla scelta dei materiali e delle superfici, che devono facilitare le

minare un incremento del rischio di trasmissione per il paziente successivo, qualora le operazioni di sanificazione e disinfezione terminale non siano eseguite in modo rigoroso e conforme ai protocolli previsti. All’interno dei servizi erogati, la pulizia terminale delle camere e delle postazioni letto assume quindi un ruolo rilevante nel contenimento della contaminazione ambientale residua, pur restando parte di un sistema più ampio che include misure cliniche, organizzative e comportamentali. L’efficacia complessiva del servizio è massimizzata quando protocolli, frequenze e controlli sono calibrati sul livello di rischio e integrati con le indicazioni della Direzione Sanitaria.

L’efficacia delle procedure igieniche è massima quando inserita in un approccio integrato alla gestione del rischio infettivo, che coinvolge fattori organizzativi, clinici e comportamentali

Possiamo affermare che una pulizia accurata e incisiva, insieme ad altrettanto efficaci interventi di sanificazione possono contribuire in modo significativo alla riduzione del fenomeno delle ICA?

Certamente: associata a efficaci interventi di disinfezione e sanificazione, una corretta pulizia contribuisce in modo significativo alla riduzione del rischio di infezioni correlate all’assistenza. L’efficacia di tali interventi è comunque massima quando inserita in un approccio integrato alla gestione del rischio infettivo, che coinvolge

operazioni di pulizia e resistere a cicli frequenti di disinfezione. Tra le soluzioni più diffuse negli ambienti sanitari vi sono pavimentazioni in PVC omogeneo o resine continue, rivestimenti murali compatti e non porosi, superfici in solid surface o acciaio inox per i piani di lavoro. In molti casi si adottano raccordi arrotondati tra pavimenti e pareti, che eliminano gli angoli vivi e riducono i punti di accumulo dello sporco.

Anche la riduzione di fughe, giunti e discontinuità costruttive contribuisce a rendere più rapide ed efficaci le operazioni di sanificazione. Negli ultimi anni si stanno diffondendo anche materiali con

fattori organizzativi, clinici e comportamentali, tra cui l’igiene delle mani e la corretta gestione degli impianti aeraulici. Questo richiamo non costituisce una deresponsabilizzazione del servizio di pulizia, ma la consapevolezza che la prevenzione delle ICA richiede un sistema strutturato.

Le pratiche di pulizia professionale negli ospedali si sono evolute, richiedendo una spiccata specializzazione… Questo settore opera oggi all’interno di un contesto fortemente regolato, strutturato e controllato, che richiede competenze specifiche, organizzazione solida e capacità di operare in ambienti ad alta complessità. In questo quadro, non valutiamo la sua evoluzione in un contesto di cambiamento radicale, ma come un progressivo consolidamento delle buone pratiche, dell’esperienza maturata sul campo e della capacità di integrare il servizio di pulizia all’interno dell’organizzazione sanitaria. In ottica futura, riveste grande importanza la continuità: rafforzare l’organizzazione, mantenere elevati livelli di controllo, investire nella formazione degli operatori e adattare strumenti e metodologie alle esigenze delle strutture, con l’obiettivo di garantire nel tempo affidabilità, coerenza del servizio e piena tenuta operativa.

proprietà antimicrobiche, come superfici trattate con ioni d’argento o leghe di rame, in particolare per elementi ad alto contatto come maniglie, corrimano e pulsantiere. Pur non sostituendo le normali pratiche di pulizia, questi materiali possono contribuire a limitare la sopravvivenza dei microrganismi tra un intervento di sanificazione e l’altro. Un ulteriore aspetto riguarda la qualità dell’aria e la gestione degli impianti di ventilazione, particolarmente importante nelle aree critiche come sale operatorie, terapie intensive e stanze di isolamento. Sistemi di filtrazione ad alta efficienza, adeguati ricambi d’aria e controllo delle

pressioni differenziali permettono di ridurre la presenza di particelle e agenti patogeni aerotrasportati, contribuendo alla sicurezza complessiva dell’ambiente di cura.

L’Evidence-Based Design invita quindi a considerare l’igiene come una dimensione progettuale, integrata fin dalle prime fasi di ideazione degli spazi. Ambienti ben organizzati, superfici facilmente sanificabili e percorsi chiari rendono infatti più semplici e sostenibili nel tempo le attività quotidiane di pulizia e prevenzione del rischio infettivo, trasformando l’architettura ospedaliera in un alleato delle pratiche di sicurezza.

Sicurezza igienica in ambito chirurgico

PREVENZIONE DELLE INFEZIONI DEL SITO CHIRURGICO, IGIENE DELLE MANI, GESTIONE DEI FLUSSI E SANIFICAZIONE DEGLI AMBIENTI: LA SICUREZZA IN SALA OPERATORIA DIPENDE DALL’APPLICAZIONE RIGOROSA DI PROTOCOLLI E DALL’ORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI E DEI PROCESSI

La sicurezza in ambito chirurgico passa innanzitutto attraverso il controllo del rischio infettivo. Le Infezioni Correlate all’Assistenza, e in particolare quelle del sito chirurgico, rappresentano infatti una delle principali criticità per gli ospedali, con conseguenze rilevanti sugli esiti clinici, sui tempi di degenza e sui costi del sistema sanitario.In questo contesto, igiene delle mani, sterilizzazione degli strumenti, sanificazione degli ambienti e corretta gestione dei flussi in sala operatoria costituiscono elementi fondamentali di prevenzione. L’efficacia delle procedure dipende però non solo dall’aderenza ai protocolli clinici, ma anche dall’organizzazione delle attività e dalla configurazione degli spazi, che devono facilitare comportamenti corretti e ridurre le possibilità di contaminazione. Ne abbiamo parlato con il dott. Vincenzo Bottino, presidente dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani, che sottolinea come la prevenzione delle infezioni sia parte integrante della pratica chirurgica e richieda standard condivisi, monitoraggio degli indicatori e una forte cultura della sicurezza.

Per i medici chirurghi ospedalieri il tema della pulizia nosocomiale collegata ad un’efficace azione di prevenzione e lotta alle ICA è al centro dell’attenzione. Che ne pensa? Le ICA sono un indicatore di qualità tanto quanto la mortalità o le riammissioni. La prevenzione non è “accessoria”, ma è parte del gesto chirurgico. Questo significa standard condivisi (linee guida OMS/ISS), comportamenti ripetibili e misurazione. Dove igiene delle mani, profilassi antibiotica appropriata, gestione dei flussi in sala e sanificazione tracciabile diventano routine, calano complicanze e giorni di degenza. La nostra missione è ridurre la variabilità tra reparti: stessi protocolli, stessi controlli, stessa trasparenza sugli esiti. Portiamo questi standard non solo nei centri di eccellenza, ma ovunque si fa chirurgia, perché la sicurezza del paziente non può dipendere in base alla regione nella quale si trova l’ospedale.

Dott. Vincenzo Bottino presidente dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani

L’alto rischio di infezioni del sito chirurgico e altre complicanze post-operatorie aumentano morbilità e costi. Quali impegni state portando avanti per ridurre il fenomeno?

Come ACOI stiamo lavorando per mettere in atto tre proposte operative e molto concrete: diffusione e aggiornamento dei bundle per la prevenzione delle infezioni del sito chirurgico (profilassi antibiotica, antisepsi alcolica, normotermia, controllo glicemico) integrati nelle nostre checklist di sala; formazione e audit nei reparti, con indicatori di processo ed esito (tassi di SSI, aderenza all’igiene delle mani, consumo di antibiotici) e cruscotti condivisi con le direzioni; proposte tecniche messe a disposizione di Regioni e aziende sanitarie per rafforzare i programmi di antimicrobial stewardship e la sorveglianza. Le nostre azioni sono pienamente allineate ai programmi nazionali e alle raccomandazioni internazionali; siamo pronti a condividerle anche con il Ministero ogni volta che saremo chiamati a confrontarci.

Cosa comporta, in concreto, declinare il concetto di igiene attuando rigorosi protocolli, a partire dal lavaggio delle mani, fino alla sterilizzazione di strumenti e ambienti?

Tradotto in pratica: cinque momenti OMS per l’igiene delle mani con dispenser accessibili e prodotti efficaci; preparazione cutanea con antisettici appropriati e tricotomia solo se necessaria; percorsi pulito/sporco separati e controllo accessi in sala; sterilizzazione validata e tracciabile degli strumenti (lotti, indicatori, log digitale); piani di sanificazione per livello di rischio (sale operatorie, recovery, degenze) con check-list firmate e verifiche oggettive.

Gestione dei materiali “a monte” (allestimento completo prima dell’ingresso) e porte chiuse durante l’intervento riducono turbolenze e contaminazioni. Sono dettagli minuti ma fanno la differenza sugli esiti. L’igiene è sostanzialmente cultura della sicurezza. Significa che progettisti, chirurghi, anestesisti, infermieri, OSS, tecnici di sterilizzazione e personale di cleaning lavorano su protocolli con-

divisi e rispondono agli stessi KPI. È anche trasparenza: quando accade un evento, si fa un audit, si corregge e si comunica al team. In questo senso, l’igiene è un processo clinico con impatto misurabile su complicanze, giorni di degenza e riammissioni.

Accurato lavaggio e asciugatura delle mani: ritiene che vi sia la piena consapevolezza dell’importanza di questa pratica in ambito ospedaliero e sanitario?

La consapevolezza c’è, riuscire a mantenerla alta è la sfida. Funziona la combinazione di: disponibilità capillare di soluzioni alcoliche, micro-formazioni frequenti e brevi, osservatori sul campo con feedback immediato, report visibili di reparto (consumo per 1.000 giornate di degenza e tasso di compliance), e leadership di esempio. Anche il design aiuta: dispenser “nel percorso naturale” del professionista, reminder visivi non invasivi, prodotti ben tollerati. La compliance non è solo formazione: è ergonomia, monitoraggio e cultura.

Qual è la sua visione d’insieme circa la cura dell’igiene negli ospedali italiani?

Cosa emerge dal confronto con il resto d’Europa?

In Italia convivono eccellenze e variabilità. I reparti con personale stabile, protocolli allenati, audit regolari e supervisione della sterilizzazione mostrano meno ICA e migliori esiti. Le criticità emergono dove c’è turn-over elevato e outsourcing non governato. In Europa i sistemi più solidi hanno sorveglianza nazionale, standard unici, reporting obbligatorio e programmi strutturati di stewardship antibiotica. Dobbiamo ridurre la variabilità interna adottando standard nazionali e cruscotti condivisi, non mille regole diverse. Noi, come associazione, siamo molto interessati all’innovazione, ma con ap -

Il design aiuta: dispenser “nel percorso naturale” del professionista, reminder visivi non invasivi.

La

compliance non è solo formazione:

è ergonomia, monitoraggio e cultura

proccio evidence-based e integrazione semplice nelle routine. Valutiamo favorevolmente: tracciabilità digitale della sterilizzazione e dei flussi, monitoraggi oggettivi delle superfici, sistemi di gestione dell’aria in aree critiche dove previsti (filtrazione, ricambi adeguati, manutenzione documentata), soluzioni che facilitino l’igiene delle mani, automazioni per sanificazioni in spazi idonei, prodotti efficaci e sostenibili con istruzioni chiare. La tecnologia è un mezzo: deve dimostrare efficacia, sicurezza e capacità di “stare” nei processi quotidiani senza complicarli.

Negli altri Paesi europei esistono modelli virtuosi ai quali potersi ispirare per governare il fenomeno delle ICA?

La letteratura e l’esperienza indicano alcune leve affidabili: bundle anti-SSI applicati con disciplina; stewardship antibiotica multiprofessionale; sorveglianza attiva con feedback rapidi; pubblicazione interna dei risultati (benchmark tra unità); formazione pratica e simulazione per le procedure ad alto rischio; “time-out” pre-incisione e debriefing con raccolta near-miss. Non servono soluzioni miracolose: servono routine robuste, dati e responsabilità diffuse. Senza dimenticare l’importanza dell’organizzazione del personale addetto al cleaning. La differenza la fanno: formazione specifica per aree a rischio, piani per classe di ambiente, codici colore e DPI, tracciabilità delle attività (check-list digitali), partecipazione agli audit e canali diretti con la direzione sanitaria. A livello contrattuale, è utile legare una quota del compenso a KPI di qualità (es. esiti dei controlli di sanificazione, non-conformità, tempi di ripristino sala). Così l’interesse di tutti coincide con l’esito clinico. La logistica conta: programmazioni realistiche dei turni di sala e procedure di turnover che non comprimano i tempi tecnici di sanificazione.

1

2

3

4

5

6

La banca dati

dei prezzari DEI aggiornata mensilmente

Cosa ti offre DEIPLUS PREMIUM:

Tutte le voci dei PREZZARI DEI dal 2018 (più di 88.000)

7 DEI

Tutte le voci dei PREZZARI REGIONALI dal 2023

Normativa tecnica indispensabile al progettista.

Più di 17.000 provvedimenti ricercabili per testo, per classificazione e per estremi (tipologia, numero, data)

Schede merceologiche: per ogni voce di materiale è presente la relativa scheda tecnica delle varie aziende produttrici

Biblioteca digitale: più di 100 volumi sfogliabili del mondo dell’edilizia. Ambiente e bioedilizia, Capitolati, Codici, Consolidamento e restauro, Geotecnica, Progettazione, Sicurezza e tanti altri argomenti

Più di 34.000 pagine per un valore di 4.500 € in libri

18 Check-list: listini precompilati con tutte le voci necessarie per i lavori più frequenti tra cui rifacimento bagno, rifacimento facciata, impianto fotovoltaico, impianto riscaldamento condominio, villino ipo

METRICODEI: il software per creare il computo metrico, completamente integrato con la banca dati DEIPLUS PREMIUM

Aria controllata prestazioni misurabili

TRA REQUISITI NORMATIVI E COMPLESSITÀ OPERATIVE, I SISTEMI DI VENTILAZIONE

PER SALE OPERATORIE EVOLVONO VERSO SOLUZIONI CAPACI DI GARANTIRE ELEVATI

STANDARD DI PUREZZA, TEMPI DI RECUPERO RIDOTTI E MAGGIORE STABILITÀ DEI FLUSSI, CON IMPATTI CONCRETI SU SICUREZZA E GESTIONE

In sala operatoria, ogni dettaglio contribuisce al successo dell’intervento chirurgico. Tra questi, la qualità dell’aria rappresenta un fattore spesso invisibile ma determinante, in grado di influenzare direttamente la sicurezza del paziente e l’efficacia delle procedure. Garantire un ambiente controllato, pulito e confortevole non è soltanto una buona pratica: è una condizione imprescindibile per ridurre il rischio di infezioni e migliorare gli esiti clinici. Le infezioni intraoperatorie continuano a rappresentare una delle principali criticità per i sistemi sanitari. Possono verificarsi durante o immediatamente dopo l’intervento e comportano conseguenze rilevanti: aumento dei tempi di degenza, incremento dei costi ospedalieri, necessità di trattamenti aggiuntivi e, nei casi più gravi, rischi significativi per la vita del paziente. In questo contesto, la prevenzione assume un ruolo centrale e passa necessariamente attraverso il controllo della contaminazione ambientale. A rendere ancora più urgente questo tema è la crescente diffusione dell’antibiotico-resistenza. L’uso estensivo e talvolta inappropriato di antibiotici ha favorito la selezione di ceppi batterici sempre più resistenti, riducendo l’efficacia delle terapie disponibili. Ridurre la carica microbica negli ambienti chirurgici significa quindi non solo prevenire le infezioni, ma anche contribuire a limitare il ricorso agli antibiotici e contrastare un fenomeno di portata globale. In questo scenario, i sistemi di ventilazione assumono un ruolo strategico: non solo devono garantire livelli elevati di purezza dell’aria, ma devono anche adattarsi alle esigenze operative, assicurando comfort, silenziosità e flessibilità per l’équipe chirurgica.

Un ambiente complesso e dinamico

La sala operatoria è un ambiente altamente sensibile e al tempo stesso estremamente dinamico. La presenza del personale sanitario, i movimenti durante le procedure, l’utilizzo di apparec-

ENERGETICA

chiature e dispositivi medicali, così come la variabilità del layout in funzione del tipo di intervento, costituiscono fonti continue di contaminazione. Il parametro più utilizzato per misurare la qualità microbiologica dell’aria è il numero di unità formanti colonia (CFU/ m³), direttamente influenzato dall’attività umana e dalle condizioni ambientali. Anche piccoli cambiamenti nei flussi d’aria o nella disposizione degli elementi in sala possono determinare variazioni significative nella distribuzione delle particelle aerodisperse. Riferimenti normativi e tecnici, tra cui la UNI 11425, definiscono i requisiti prestazionali degli impianti VCCC per il controllo della contaminazione nelle sale operatorie, con particolare attenzione alla cosiddetta ‘zona critica’ del tavolo operatorio: una porzione della sala operatoria che deve essere mantenuta a elevata purezza microbiologica. Nei sistemi tradizionali a flusso laminare (LAF), questa area è generalmente limitata a una superficie di circa 9 m², comprendente il tavolo operatorio, il campo chirurgico e lo strumentario immediatamente circostante. Tuttavia, questa impostazione evidenzia limiti sempre più evidenti. In una sala operatoria standard, che può raggiungere superfici di 40-50 m², la zona critica così definita effettivamente protetta rappresenta solo una frazione dell’ambiente complessivo. Le aree periferiche, pur essendo parte integrante dello spazio operativo, non beneficiano dello stesso livello di controllo della contaminazione ed in presenza di sale sempre più affollate di personale o dispositivi medici o sale ibride, questa condizione risulta limitante per lo staff.

I limiti del flusso laminare

I sistemi LAF (Laminar Air Flow) sono stati per lungo tempo lo standard di riferimento per la ventilazione in sala operatoria. Basati su un flusso unidirezionale verticale, garantiscono un’elevata qualità dell’aria nella zona direttamente investita dal flusso filtrato.

Tuttavia, la loro efficacia è strettamente legata alla geometria del sistema e alla presenza di condizioni ideali. La protezione microbiologica si limita infatti al volume “lavato” dall’aria laminare, mentre al di fuori di questa zona possono verificarsi turbolenze, ricircoli e ingressi di contaminanti. Inoltre, la presenza di ostacoli, come operatori, lampade scialitiche, bracci meccanici, apparecchiature radiologiche o robot chirurgici, può compromettere la continuità del flusso, generando zone d’ombra e riducendo l’efficacia del sistema. Questo aspetto è particolarmente critico nelle moderne sale ibride, dove la complessità tecnologica è elevata e lo spazio operativo deve rimanere flessibile. Anche dal punto di vista energetico, i sistemi tradizionali presentano alcune criticità: per mantenere le prestazioni richieste, spesso necessitano di elevate velocità dell’aria e volumi significativi, con conseguente aumento dei consumi e del carico sui sistemi di filtrazione.

Tecnologia TcAF®: condizioni ambientali controllate Per rispondere a queste sfide, il sistema OPRAGON®, basato sulla tecnologia brevettata TcAF® (Temperature Controlled Air Flow), introduce un cambio di paradigma nella progettazione dei sistemi di ventilazione per sale operatorie. A differenza dei sistemi tradizionali, l’obiettivo non è più limitato alla protezione di una specifica area critica, ma si estende all’intero ambiente della sala operatoria. Il sistema è progettato per mantenere livelli estremamente bassi di contaminazione in tutto il volume, garantendo una qualità dell’aria uniforme e costante. Il principio di funzionamento si basa sulla combinazione di due flussi d’aria: uno centrale, diretto verso il campo operatorio, e uno periferico, diffuso attraverso appositi air-shower. Entrambi i flussi sono costituiti da aria filtrata HEPA, ma differiscono per temperatura. L’aria immessa nella zona centrale è leggermente più fredda rispetto a quella periferica. Questa differenza (circa 1,5-2 °C), genera un gradiente termico che induce un movimento discendente naturale e stabile. L’aria più fredda, più densa, scende verso il basso per effetto della gravità, creando un flusso continuo che “lava” il campo operatorio. Il comportamento del flusso d’aria nel sistema TcAF® è governato da principi di fluidodinamica che permettono di ottenere una distribuzione stabile e prevedibile, indipendentemente dalla presenza di ostacoli. A differenza dei sistemi LAF, in cui il flusso può essere facilmente disturbato, il movimento gravitazionale dell’aria nel TcAF® mantiene la propria direzionalità anche in condizioni operative complesse. Questo consente di ridurre significativamente le turbolenze e di limitare il rischio che particelle contaminanti raggiungano il sito chirurgico. Un ulteriore vantaggio è rappresentato dalla presenza del circuito di immissione periferico che assicura l’assenza di vortici periferici. Le simulazioni e le misurazioni effettuate dimostrano che la distribuzione dell’aria evita la formazione di ricircoli indesiderati, garantendo un lavaggio uniforme dell’intera sala.

Prestazioni certificate e conformità normativa

Dal punto di vista prestazionale, il sistema OPRAGON® consente di raggiungere e mantenere la classe di pulizia particellare ISO 5 secondo la norma ISO 14644-1 su un’area significativamente più estesa rispetto ai sistemi tradizionali, fino a coprire l’intera sala operatoria. Le campagne di misura condotte su numerose installazioni evidenziano livelli di contaminazione aerotrasportata estremamente bassi, spesso inferiori a 1,5 CFU/m³ nella zona sterile, sia in condizioni di sala ferma (at rest) sia durante l’attività chirurgica (operational). Questi valori sono ben al di sotto della soglia riconosciuta a livello internazionale, pari a <10 UFC/m³. Un altro parametro particolarmente significativo per il controllo

■ Il sistema è progettato per garantire una qualità dell’aria uniforme e costante in tutta la sala operatoria

della contaminazione è il recovery time, definito nella norma ISO 14644-3 come il tempo necessario affinché una sala (clean room o ambiente controllato) ritorni alla propria classe di pulizia specificata dopo essere stata contaminata da una nota concentrazione di particelle. Nei sistemi TcAF®, il tempo di recupero si è dimostrato molto breve, con prestazioni che superano i requisiti di recupero definiti nella norma ISO 14644. Ciò riflette la capacità del sistema di ristabilire rapidamente condizioni ambientali controllate dopo eventi quali l'apertura delle porte o il movimento del personale, favorendo un controllo stabile della contaminazione in condizioni operative realistiche. Il sistema soddisfa quindi pienamente i requisiti previsti dalla normativa in termini di classificazione particellare e microbiologica, portate d’aria e ricambi orari (≥15 vol/h di aria esterna), integrità della filtrazione HEPA H14, controllo delle pressioni e dei flussi. Va sottolineato che la normativa stessa evidenzia come un incremento non ottimizzato delle portate d’aria non comporti necessariamente un miglioramento delle prestazioni, ma possa anzi determinare inefficienze energetiche. In tal senso, l’approccio TcAF® è particolarmente efficace.

Efficienza e comfort

Uno degli aspetti distintivi del sistema è la capacità di ottenere elevate prestazioni con volumi d’aria inferiori rispetto ai sistemi LAF tradizionali. Grazie al suo principio di funzionamento (discesa gravitazionale del flusso d'aria), il sistema funziona inoltre con minore velocità dell’aria in immissione in sala rispetto ai tradizionali LAF, mantenendo al contempo elevati livelli di purezza. Questo si traduce in una serie di vantaggi concreti: riduzione dei consumi energetici fino al 30% su base annua; minore usura e maggiore durata dei filtri; ottimizzazione dei costi di gestione. La possibilità di modulare i flussi d’aria e di adattarli alle esigenze specifiche della sala contribuisce inoltre a migliorare l’efficienza complessiva del sistema. Oltre agli aspetti strettamente tecnici, il sistema TcAF® pone particolare attenzione al comfort degli operatori. La distribuzione dell’aria avviene in modo silenzioso, con livelli sonori inferiori a 45 dB, grazie all’assenza di motori in sala. L’assenza di correnti d’aria fastidiose, la stabilità delle condizioni termiche ed il ridotto inquinamento acustico riducono l’affaticamento del personale e migliorano le condizioni operative, soprattutto durante interventi complessi o prolungati. La maggiore estensione dell’area sterile consente inoltre una maggiore libertà di movimento, favorendo l’efficienza e la sicurezza delle procedure.

Una nuova frontiera

Il sistema OPRAGON® è oggi ampiamente diffuso a livello internazionale, con centinaia di installazioni in Europa (Italia compresa) e negli Stati Uniti. La sua efficacia è stata validata attraverso numerosi studi scientifici e applicazioni cliniche, che ne confermano le prestazioni sia in fase di collaudo sia durante l’operatività. Particolarmente rilevante è la sua adozione nelle sale operatorie ibride, dove la presenza di tecnologie avanzate richiede soluzioni in grado di garantire elevati standard ambientali senza compromettere la flessibilità operativa.

L’evoluzione delle tecnologie chirurgiche e delle esigenze cliniche richiede un ripensamento dei modelli tradizionali di ventilazione. In questo contesto, OPRAGON® rappresenta una soluzione avanzata e innovativa, capace di coniugare sicurezza, efficienza e comfort. Grazie alla tecnologia TcAF®, il sistema supera i limiti dei flussi laminari tradizionali, estendendo la protezione all’intero ambiente e garantendo condizioni di elevata purezza anche nelle situazioni più complesse. Un approccio che risponde alle sfide della sanità contemporanea e contribuisce a definire una nuova generazione di sale operatorie: più sicure per i pazienti, più efficienti per le strutture e più confortevoli per i professionisti che vi operano ogni giorno.

medicallabsystem.com s.orio@nexormedical.com

Apprendere per riorganizzare

LA TRASFORMAZIONE

DEI SERVIZI SANITARI

RICHIEDE UN ECOSISTEMA

INTEGRATO DI GOVERNANCE, INFRASTRUTTURE DIGITALI E PROGETTAZIONE DEGLI

SPAZI. ALCUNE RIFLESSIONI

OPERATIVE A PARTIRE DA ESPERIENZE EUROPEE

I sistemi sanitari europei sono immancabilmente chiamati a confrontarsi con sfide strutturali sempre più complesse, tra cui l’invecchiamento della popolazione, la crescita della domanda di servizi, la scarsità di risorse disponibili e la necessità di garantire qualità, accessibilità e sostenibilità nel lungo periodo. A queste criticità si affiancano aspettative crescenti da parte dei cittadini e una pressione costante sull’integrazione tra servizi e livelli di cura. In risposta a tali sfide, diversi Paesi hanno sperimentato soluzioni organizzative e modelli di governance differenti, sviluppando assetti innovativi per affrontare problemi in larga parte comuni. Questo articolo nasce dall’analisi di una serie di esperienze osservate in Spagna, Svezia e Portogallo. L’interesse non è rivolto alla descrizione dei sistemi sanitari in sé, bensì all’individuazione di soluzioni operative mutuabili, insieme alle logiche di funzionamento, agli assetti di governance e alle scelte progettuali che possono orientare il ripensamento dei servizi sanitari nel contesto italiano. L’attenzione si concentra in particolare sui modelli di governance sanitaria, sui meccanismi di integrazione tra ospedale e territorio, sul ruolo della digitalizzazione come infrastruttura abilitante e sulle soluzioni or-

di Francesca Ferre, Federico Lega, Elena Maggioni, Luisa Paolina Rizzi

ganizzative orientate al cittadino. Attraverso una lettura trasversale delle esperienze osservate, l’articolo intende offrire spunti utili per la progettazione dei servizi sanitari, stimolando una riflessione critica sulle possibilità di adattamento di tali modelli al contesto nazionale.

LEADERSHIP

DIFFUSA E RESPONSABILITÀ CONDIVISA

L’esperienza ormai ventennale del Consorzio di Cure Primarie Catalano (CASAP) evidenzia come il superamento della separazione tra funzioni cliniche e amministrative richieda scelte organizzative concrete, e non solo assetti formali. Il modello adottato si fonda su una governance orientata alla responsabilità condivisa, in cui il team amministrativo non svolge un ruolo di semplice supporto, ma partecipa attivamente alla gestione operativa delle cure primarie. Le sue funzioni spaziano dal reclutamento dei professionisti al monitoraggio delle attività e dei risultati, fino alla pianificazione della for-

mazione continua. Un elemento particolarmente rilevante riguarda il ruolo del front office: una volta acquisita un’adeguata formazione di base, il personale amministrativo di primo contatto effettua un primo triage, telefonico o in presenza, indirizzando i pazienti - sulla base di checklist cliniche condivise - verso i medici di medicina di comunità o gli infermieri di comunità. Questa scelta contribuisce a migliorare l’appropriatezza degli accessi e a ottimizzare l’utilizzo delle risorse professionali disponibili. La prossimità fisica tra uffici amministrativi e aree cliniche, unita a una politica di “porte aperte”, riduce le distanze decisionali e favorisce una gestione più rapida dei problemi quotidiani. In questo contesto, la rimozione di barriere simboliche, come la separazione degli spazi direzionali, assume un valore operativo concreto, rafforzando la comunicazione e la corresponsabilità all’interno del team.

Un ulteriore fattore chiave è la continuità del gruppo direzionale nel tempo, che consente di capitalizzare le conoscenze e competenze dei singoli favorendo una crescente “conoscenza organizzativa” e garantendo coerenza tra visione strategica e pratiche gestionali. Per il contesto italiano, questa esperienza suggerisce che la responsabilizzazione non può derivare dalla sola definizione formale dei ruoli, ma richiede scelte organizzative esplicite basate su prossimità, continuità e coinvolgimento operativo delle funzioni amministrative, accompagnate da percorsi formativi capaci di allineare competenze tecniche e visione strategica.

ACCESSO A SERVIZI "SU MISURA" DEL BISOGNO

Nei sistemi sanitari contemporanei, una delle principali criticità riguarda la gestione della domanda di assistenza, spesso intercettata in modo tardivo e concentrata impropriamente sull’ospedale, in particolare sui servizi di emergenza. Il sovraffollamento dei Pronto Soccorso, l’aumento degli accessi a bassa complessità e la difficoltà di garantire percorsi appropriati rappresentano non solo un problema organizzativo, ma il sintomo di scelte progettuali che collocano l’ospedale come punto di ingresso privilegiato, anziché come nodo specialistico all’interno di una rete più ampia di servizi.

Le esperienze catalane e svedesi rappresentano due innovative declinazioni differenti ma complementari di questo approccio: da un lato, la creazione di strutture territoriali dedicate alla gestione delle urgenze a bassa complessità; dall’altro, una ridefinizione radicale del ruolo dell’ospedale, concepito come struttura “chiusa” all’accesso improprio e sempre più integrata con il territorio e il domicilio.

In Catalogna, il modello dei Centri di Urgenza di Assistenza Primaria (CUAP) rappresenta una scelta progettuale chiara per intercettare e governare la domanda di assistenza prima che questa confluisca impropriamente sull’ospedale. I CUAP integrano le cure primarie con funzioni di emergenza-urgenza a bassa intensità, consentendo di gestire sul territorio una quota rilevante di richieste assistenziali che, in assenza di alternative dedicate, graverebbero sui setting ospeda-

lieri, come prestazioni di base, monitoraggio dei parametri vitali o medicazioni. Queste strutture operano come nodi di coordinamento tra medicina di comunità, infermieristica e servizi di emergenza, grazie alla presenza di personale (solitamente con un rapporto di 3 infermieri e un medico) formato per effettuare una valutazione iniziale del bisogno e indirizzare il paziente verso il setting più appropriato. L’accesso ai CUAP può avvenire sia in modo autonomo sia attraverso l’indirizzamento da parte del centralino delle cure primarie, che svolge una funzione di filtro e orientamento tramite valutazione telefonica. In questo modo, il CUAP non si limita a offrire una risposta alternativa al Pronto Soccorso, ma diventa uno strumento operativo di governo dei flussi e di integrazione tra territorio e ospedale. L’esperienza svedese del Karolinska University Hospital mostra come il governo della domanda passi da una chiara progettazione dei punti di accesso e dal ridisegno del ruolo dell’ospedale nella rete dei servizi. Nel contesto della regione di Stoccolma, l’ospedale universitario opera come struttura di riferimento per l’alta complessità, con un Pronto Soccorso di fatto “chiuso”, con accesso consentito solamente tramite ambulanza, mentre le urgenze a bassa complessità vengono indirizzate verso Pronto Soccorso territoriali (Närakut) e servizi di primo contatto extra-ospedalieri. Il sistema è supportato da un triage telefonico centralizzato (1177), che orienta i cittadini verso il setting più appropriato prima dell’accesso fisico. A questa architettura si affiancano programmi di monitoraggio remoto e cure avanzate a domicilio, parte della strategia di hospital without walls, che consentono di intercettare precocemente

il peggioramento clinico dei pazienti cronici e ridurre riammissioni evitabili. Nel complesso, il caso Karolinska evidenzia come la combinazione di accessi differenziati, ospedali focalizzati sull’alta specializzazione e servizi territoriali strutturati rappresenti una leva concreta per governare i flussi, migliorare l’appropriatezza e ridurre la pressione sui servizi di emergenza. Queste esperienze mostrano come il governo della domanda non possa essere ricondotto a un singolo strumento o intervento isolato, ma debba essere il risultato di un ecosistema di soluzioni organizzative e tecnologiche. Si tratta di scelte progettuali intrinsecamente complesse, che richiedono un elevato grado di coordinamento tra i diversi livelli assistenziali, investimenti mirati nello sviluppo delle competenze e nelle infrastrutture digitali, nonché una chiara e condivisa definizione delle responsabilità tra ambito territoriale e ospedaliero. L’obiettivo sottostante è lo spostamento del baricentro del sistema verso una gestione più appropriata e sostenibile dei bisogni di salute. Nei confronti della popolazione, entrambe le realtà necessitano di un profondo allineamento valoriale da parte della comunità di riferimento.

MICRO TEAM MULTIPROFESSIONALI

Nel contesto sanitario catalano la progettazione del lavoro multiprofessionale non è lasciata al caso, ma è frutto di scelte organizzative concrete e strutturate che mirano a migliorare la presa in carico dei pazienti. Uno degli esempi più significativi è la formazione stabile di unità medico -infermieristiche come “coppia di riferimento” per ciascun assistito: a ogni cittadino viene assegnato un medico

di famiglia e un infermiere di riferimento, che operano come una unità di cura coesa e responsabile di un elenco definito di pazienti. Ogni paziente, a seconda del bisogno contingente, viene visitato o dal medico o dall’infermiere con una precisa suddivisione di ruoli e compiti. Questo approccio favorisce la continuità relazionale e assistenziale con il cittadino, rafforza la fiducia reciproca e riduce la frammentazione delle informazioni cliniche tra i professionisti. Tutto ciò è possibile perché il modello è supportato anche da una configurazione fisica degli spazi di lavoro all’interno delle strutture di cure primarie. L’organizzazione prevede la separazione fisica dei percorsi e dei corridoi per i diversi ruoli professionali, quali medici e infermieri, con aree dedicate e non comunicanti quando necessario. Questa scelta non è solo simbolica, ma aiuta a evitare confusione organizzativa, riduce la dispersione delle competenze e supporta percorsi assistenziali condivisi e ben definiti, facilitando al contempo la gestione dei flussi di lavoro e delle responsabilità. La separazione fisica degli spazi rafforza il lavoro pianificato, favorisce l’efficienza e sottolinea come la collaborazione sia un elemento progettato intenzionalmente dall’organizzazione, non un risultato spontaneo. Parallelamente alla coppia medico -infermiere, diversi team e task force dedicate a specifiche aree di intervento, come la fragilità sociale o la gestione delle cronicità, sono istituzionalizzate e supportate da sistemi di valutazione delle performance che includono obiettivi sia individuali sia di gruppo. Questo garantisce che il lavoro di squadra sia parte integrante della cultura organizzativa e misurabile nei suoi risultati. Nel complesso, queste scelte operative dimostrano che la collaborazione multiprofessionale, pur richiedendo competenze relazionali e cliniche, si fonda su un’architettura organizzativa ben pianificata, che produce effetti positivi sia sugli esiti clinici sia sulla sostenibilità dei carichi di lavoro per i professionisti coinvolti.

UN ECOSISTEMA INFORMATIVO INTEGRATO

La digitalizzazione, infine, rappresenta un'infrastruttura strategica in grado di abilitare l’intero ecosistema dei servizi, migliorando la continuità assistenziale e supportando decisioni cliniche e manageriali basate su dati aggiornati. L’adozione di cartelle cliniche integrate e registri di qualità interoperabili, accessibili lungo tutti i setting assistenziali, consente ai professionisti di avere una visione completa del percorso del paziente e riduce la frammentazione delle informazioni. Questa disponibilità di dati permette inoltre di definire obiettivi trasversali di budget e performance sui percorsi di cura, collegando in modo efficace ospedale, territorio e servizi specialistici, così come avviene nel contesto catalano.

La possibilità di monitorare volumi, fabbisogni e risultati in tempo reale, come invece illustrano le buone pratiche svedesi, favorisce una riallocazione dinamica delle risorse e supporta la governance strategica dei servizi, aumentando l’efficienza e la sostenibilità organizzativa. Al contempo, l’esperienza pratica dimostra che la

digitalizzazione deve essere integrata in un ridisegno dei processi e dei ruoli professionali, evitando rigidità organizzative e sovraccarichi informativi. In questo senso, i sistemi digitali non sono strumenti aggiuntivi, ma elementi centrali della progettazione dei servizi, capaci di rendere più chiari i percorsi di cura, più trasparenti le responsabilità e più efficiente l’utilizzo delle risorse lungo tutto il continuum assistenziale. Le esperienze europee analizzate dimostrano che la replicabilità delle buone pratiche non consiste in una semplice trasposizione meccanica ma richiede un profondo adattamento strutturale, organizzativo e culturale del contesto ricevente. Tra le principali trasformazioni necessarie si sottolineano:

- la valorizzazione del personale amministrativo e di staff nelle cure primarie, investendo in percorsi formativi che combinino competenze tecniche e visione strategica, così da permettere un contributo attivo alla gestione dei percorsi di cura;

- la progettazione fisica degli spazi, che favorisca la collaborazione tra ruoli professionali pur mantenendo percorsi separati e funzionali, riducendo dispersioni decisionali e ottimizzando i flussi;

- l’allineamento culturale e valoriale, che promuova responsabilità operativa condivisa, coinvolgendo tutto il personale nella governance dei risultati e creando fiducia nella popolazione nei sistemi di accesso regolato;

- la digitalizzazione e l’interoperabilità dei dati, intese non come strumenti aggiuntivi, ma come infrastrutture strategiche che abilitano il ridisegno dei ruoli, consentono di monitorare i percorsi di cura in tutti i setting assistenziali e permettono di definire obiettivi di budget e performance trasversali, dall’ospedale al territorio.

Le esperienze descritte mostrano come il governo della domanda, l’integrazione ospedale-territorio e la sostenibilità nel medio-lungo periodo non siano il risultato di interventi incrementali o di soluzioni isolate, ma l’esito di una visione sistemica tradotta in scelte organizzative intenzionali, basate su una governance integrata, su una solida leadership, sulla valorizzazione del lavoro multiprofessionale e sull’uso strategico dei dati.

FERRE, FEDERICO LEGA, LUISA PAOLINA RIZZI

Centro di Ricerche e Alta Formazione in Health Administration (CRC HEAD), Dip. Scienze Biomediche per la Salute, UNIMI

ELENA MAGGIONI

Centro di Ricerche e Alta Formazione in Health Administration (CRC HEAD), Dip. Scienze Biomediche per la Salute, UNIMI, Laboratorio Management e Salute (MeS), Istituto di Management, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

FRANCESCA
GLI AUTORI

Cybersecurity e rischio clinico

GLI ATTACCHI INFORMATICI NON INCIDONO SOLO SU SISTEMI E DATI, MA ANCHE SULLA CONTINUITÀ DELLE CURE. RITARDI DIAGNOSTICI, ALLUNGAMENTO DELLE DEGENZE E AUMENTO DELLE COMPLICANZE SONO CONSEGUENZE DOCUMENTATE

Negli ultimi anni la sicurezza informatica è entrata stabilmente nell’agenda delle direzioni sanitarie, ma troppo spesso continua a essere percepita come una questione esclusivamente tecnologica o amministrativa. I dati raccontano invece una realtà diversa: gli attacchi informatici non colpiscono solo infrastrutture digitali e bilanci, ma incidono in modo diretto sulla continuità dei percorsi di cura, sulla sicurezza dei pazienti e, nei casi più gravi, sugli esiti clinici. Un contributo importante a questa consapevolezza arriva dal 2025 Study on Cyber Insecurity in Healthcare: The Cost and Impact on Patient Safety and Care, realizzato dal Ponemon Institute con il supporto di Proofpoint. Lo studio è basato su un campione di organizzazioni sanitarie statunitensi, prevalentemente ospedali e health system, e restituisce quindi un quadro riferito al contesto USA, ma utile per leggere dinamiche ormai comuni anche ad altri sistemi sanitari avanzati. Il report, basato su un’indagine condotta su centinaia di responsabili IT e cybersecurity di organizzazioni sanitarie, offre un quadro dettagliato dell’evoluzione delle minacce cyber e, soprattutto, del loro impatto sul funzionamento dei servizi sanitari e sulla sicurezza dei pazienti.

UN SETTORE NEL MIRINO

Il contesto statunitense analizzato dallo studio rappresenta uno degli ambienti sanitari più avanzati dal punto di vista digitale, ma anche uno dei più esposti alle minacce informatiche. L’elevata integrazione tra sistemi clinici, amministrativi e infrastrutture digitali rende infatti gli ospedali particolarmente vulnerabili a interruzioni improvvise e attacchi mirati. Secondo il report, il 93% delle organizzazioni sanitarie coinvolte ha subito almeno un attacco informatico negli ultimi dodici mesi, con una media di 43 attacchi all’anno per struttura. Si tratta di un dato che conferma come la sanità rimanga uno dei settori più esposti, per la combinazione di fattori che la caratterizzano: ampia superficie di attacco digitale, presenza di sistemi legacy, crescente digitalizzazione dei processi clinici e valore elevato dei dati sanitari. Le tipologie di attacco più rilevanti analizzate dallo studio sono quattro: compromissione di account e ambienti cloud, ransomware, attacchi alla supply chain e frodi via e-mail (business e-mail compromise, spoofing e impersonation). In tutti i casi, la frequenza resta elevata e, in alcuni ambiti, in crescita. Le compromissioni di account cloud, ad esempio, interessano oltre il 70% delle organizzazioni e rappresentano la forma di attacco più ricorrente, anche in relazione alla diffusione di strumenti di collaborazione e applicazioni cliniche ospitate in cloud.

DAL DATA CENTER AL REPARTO

La trasversalità dei sistemi informativi sanitari fa sì che un attacco cyber raramente resti confinato a un singolo ambito. Cartelle cliniche elettroniche, sistemi di imaging, piattaforme di laboratorio e software per la gestione dei flussi di pazienti sono oggi profondamente interconnessi, e qualsiasi indisponibilità può propagarsi rapidamente all’intero processo di cura.

L’elemento più critico che emerge dal report è il legame sempre più stretto tra incidenti informatici e sicurezza delle cure. In media, il 72% delle organizzazioni che hanno subito uno degli attacchi analizzati dichiara che l’evento ha causato una interruzione dell’assistenza ai pazienti. Non si tratta quindi di disagi marginali, ma di interruzioni che incidono direttamente sulla capacità di erogare prestazioni. I dati mostrano come le conseguenze si traducano in ritardi negli esami diagnostici, posticipazione di interventi e procedure, allungamento delle degenze e aumento delle complicanze cliniche. In alcuni casi, viene segnalato anche un incremento dei tassi di mortalità. È in questo passaggio,dal sistema informativo al letto del paziente, che la cybersecurity smette di essere un tema IT e diventa a pieno titolo una questione di rischio clinico.

Gli attacchi alla supply chain, pur in diminuzione numerica rispetto agli anni precedenti, risultano tra i più impattanti: quasi nove organizzazioni su dieci che li hanno subiti dichiarano un effetto diretto sull’assistenza, con ritardi nelle procedure e peggioramento degli esiti clinici. Anche i ransomware continuano a rappresentare una minaccia particolarmente grave, perché colpiscono la disponibilità dei sistemi clinici e amministrativi, causando blocchi diffusi e prolungati.

COSTO ECONOMICO E ASSISTENZIALE

La valutazione dell’impatto di un attacco informatico non può limitarsi alla dimensione finanziaria. In sanità, il costo economico è strettamente intrecciato a quello organizzativo e assistenziale, perché ogni inefficienza del sistema informativo si riflette sul lavoro quotidiano di medici, infermieri e operatori sanitari. Dal punto di vista economico, il report stima che il costo medio del singolo attacco informatico più grave subito da un’organizzazione sanitaria si aggiri intorno ai 3,9 milioni di dollari. Sebbene si registri una lieve riduzione rispetto all’anno precedente, la cifra resta significativa e comprende non solo le spese dirette di ripristino, ma anche la perdita di produttività, i costi legati al downtime dei sistemi e le opportunità mancate. La voce di costo più rilevante è legata ai problemi di disponibilità dei sistemi: quando applicativi clinici, cartelle elettroniche, sistemi di

RISCHIO CLOUD E IDENTITÀ DIGITALE

La diffusione di applicazioni cliniche in cloud ha ampliato la superficie di attacco delle organizzazioni sanitarie. Le compromissioni di account e identità digitali rappresentano oggi una delle principali cause di incidenti informatici. La gestione degli accessi e delle autorizzazioni emerge come uno snodo critico per garantire la continuità operativa e la protezione dei processi di cura.

imaging o piattaforme di laboratorio non sono accessibili o funzionano in modo degradato, l’intera macchina organizzativa rallenta. Il personale sanitario si trova costretto a ricorrere a procedure manuali, a rimandare prestazioni o a trasferire pazienti verso altre strutture, con un impatto immediato sulla qualità dell’assistenza. Accanto al costo economico esiste però un costo meno quantificabile ma altrettanto rilevante: quello assistenziale. L’allungamento delle degenze, l’aumento delle complicanze e i ritardi diagnostici rappresentano indicatori di rischio clinico che dovrebbero essere letti con la stessa attenzione riservata agli eventi avversi di altra natura.

CLOUD, MOBILITÀ E NUOVI RISCHI

La progressiva migrazione verso architetture cloud e soluzioni digitali distribuite rappresenta una trasformazione strutturale del settore sanitario. Tuttavia, questo cambiamento introduce nuove criticità legate alla gestione delle identità digitali, degli accessi e delle configurazioni di sicurezza, spesso non pienamente presidiate. La trasformazione digitale della sanità sta accelerando, e con essa cambiano anche le superfici di attacco. Il report evidenzia come una quota crescente di organizzazioni abbia già migrato applicazioni cliniche in cloud o preveda di farlo nel breve-medio periodo. Se da un lato questo passaggio offre vantaggi in termini di scalabilità e accessibilità, dall’altro rende ancora più critico il tema della protezione degli account e delle identità digitali. Gli strumenti più frequentemente colpiti dagli attacchi sono quelli di uso quotidiano: sistemi di messaggistica, piattaforme di videoconferenza, e-mail e strumenti collaborativi. Si tratta di tecnologie ormai integrate nei processi clinici e organizzativi, il cui malfunzionamento può avere ripercussioni immediate sul coordinamento tra professionisti e sulla gestione dei pazienti. Anche le applicazioni mobili in ambito sanitario e i dispositivi medicali connessi rappresentano un’area di crescente attenzione. La sicurezza di questi ecosistemi non è solo una questione di protezione dei dati, ma di affidabilità dei processi clinici che da essi dipendono.

L’IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE

In un ambiente sanitario caratterizzato da carichi di lavoro elevati, turnazioni complesse e urgenze cliniche, il comportamento umano

diventa un elemento determinante anche dal punto di vista della sicurezza informatica. Errori apparentemente marginali possono innescare incidenti con effetti sistemici. Un altro elemento centrale messo in evidenza dal report è il ruolo del fattore umano. La maggior parte degli incidenti di perdita o esfiltrazione di dati ha origine in comportamenti non intenzionali: mancato rispetto delle policy, invio errato di informazioni sensibili, uso improprio delle credenziali. Questo dato conferma come la sicurezza non possa essere affrontata esclusivamente con soluzioni tecnologiche, ma richieda un investimento continuo in formazione, consapevolezza e cultura organizzativa. Le organizzazioni sanitarie stanno aumentando i programmi di training e simulazione, ma permane una forte preoccupazione sulla reale comprensione, da parte del personale, della sensibilità dei dati trattati e delle conseguenze operative di un incidente informatico. In un contesto clinico ad alta pressione, la semplicità d’uso dei sistemi e la chiarezza delle procedure diventano fattori chiave anche per la sicurezza.

CYBERSECURITY NELLA GOVERNANCE CLINICA

L’evoluzione delle minacce informatiche impone una revisione profonda dei modelli di governance delle strutture sanitarie. La sicurezza digitale non può essere trattata come un ambito separato rispetto alla gestione del rischio clinico, ma deve essere integrata nei processi decisionali e di pianificazione. Uno dei messaggi più rilevanti che emerge dallo studio è la necessità di integrare la cybersecurity nella governance complessiva delle organizzazioni sanitarie. La mancanza di competenze interne e di una leadership chiara in materia di sicurezza informatica viene indicata come uno dei principali ostacoli a una postura efficace.

Per le strutture sanitarie, questo significa superare una visione a silos e riconoscere che la sicurezza digitale è parte integrante della sicurezza delle cure. I processi di valutazione del rischio, le strategie di prevenzione e i piani di risposta agli incidenti dovrebbero dialogare con i sistemi di gestione del rischio clinico, coinvolgendo direzioni sanitarie, responsabili della qualità e professionisti clinici.

UN APPROCCIO ORIENTATO AL PAZIENTE

L’analisi dei dati conferma come il paziente rappresenti il punto di convergenza finale degli effetti di un incidente informatico. Anche quando l’attacco non colpisce direttamente un dispositivo medico o un sistema clinico critico, le ricadute organizzative possono comunque compromettere la qualità dell’assistenza.

Il report sottolinea come, per il quarto anno consecutivo, i dati confermino una realtà ormai evidente: le minacce informatiche non sono solo un problema tecnologico, ma un rischio clinico a tutti gli effetti. Quando un attacco rallenta o interrompe un percorso

Numeri chiave

93%

+60% 72%

delle organizzazioni sanitarie USA analizzate ha subito in media 43 attacchi negli ultimi 12 mesi

delle organizzazioni ha segnalato un’interruzione dell'assistenza ai pazienti

di cura, il paziente diventa l’anello finale di una catena di eventi che parte da una vulnerabilità digitale. In questo senso, investire in cybersecurity significa anche investire nella qualità e nella sicurezza dell’assistenza. La sfida per il prossimo futuro sarà quella di adottare un approccio sempre più orientato al paziente, in cui la protezione dei sistemi informativi venga progettata tenendo conto delle esigenze cliniche, dei flussi di lavoro e dell’impatto potenziale sugli esiti di cura. La crescente attenzione verso soluzioni basate su intelligenza artificiale, sistemi di prevenzione della perdita dei dati e

delle organizzazioni accusa ritardi diagnostici e procedurali

3.9 milioni di dollari

costo totale medio del singolo attacco informatico più costoso subito negli ultimi 12 mesi

gestione avanzata delle identità può rappresentare un’opportunità, a patto che sia accompagnata da una governance solida e da una chiara consapevolezza del legame tra sicurezza digitale e sicurezza clinica. La cybersecurity nella sanità non può più, quindi, essere considerata un costo accessorio o una competenza specialistica confinata all’IT. È un elemento strutturale della progettazione dei servizi, dell’organizzazione dei processi e della tutela dei pazienti. Riconoscerlo è il primo passo per affrontare in modo efficace una delle sfide più complesse della sanità contemporanea.

Il futuro dell’impiantistica passa dall’integrazione

Soluzioni, Servizi e Competenze sono i tre pilastri su cui il gruppo

Comoli Ferrari ha costruito il proprio progetto di integrazione di sistemi, finalizzato allo sviluppo di soluzioni avanzate per l’impiantistica, con l’obiettivo di identificare per ciascun cliente e stakeholder la migliore soluzione impiantistica integrata in risposta ai nuovi bisogni emergenti da un mercato in continua evoluzione, offrendo un supporto a 360°: dalla fase di progettazione, alla consulenza nella scelta e gestione delle tecnologie, fino all’assistenza postvendita. In questo scenario, l’integrazione tra impianti elettrici e idrotermosanitari non è più un’opzione, ma una necessità. Da qui l’esigenza di Comoli Ferrari di arricchire la propria proposta con l’ingresso in un ulteriore segmento strategico del nostro mercato, quello idrotermosanitario, e offrire al proprio end user soluzioni impiantistiche interconnesse, avanzate, sostenibili. Ne parliamo con Paolo Ferrari, Amministratore Delegato dell'azienda.

Oggi è opportuno parlare sempre più di impiantistica e non solo di comparto elettrico e idrotermosanitario. In che modo Comoli Ferrari cerca di stare al passo con questa evoluzione?

Da tempo siamo impegnati in un’attenta e profonda analisi del mercato dell’idrotermosanitario (ITS). Un lavoro capillare che ha

coinvolto lo studio dei principali marchi e competitor, l’osservazione dei comportamenti d’acquisto e l’ascolto diretto dei bisogni di clienti. Un impegno che nasce da una visione chiara e dalla necessaria coerenza con il percorso ormai intrapreso da anni, che mira sempre più all’essere riconosciuti come produttori di soluzioni. Da qui l’esigenza di arricchire la nostra “proposta di valore” con l’ingresso in un ulteriore segmento strategico del nostro mercato, attraverso un’offerta sempre più integrata. L’obiettivo resta chiaro, essere un partner di riferimento per i nostri clienti.

Con l’evoluzione del concetto di impiantistica, evolve anche il mestiere stesso, e gli interlocutori aumentano. Come vi ponete di fronte a questo scenario?

Il mondo in cui operiamo è composto da progettisti, installatori, committenti e professionisti. Da tutte queste realtà emerge con forza, oggi, la necessità di essere preparati ad affrontare sfide e opportunità sempre più complesse e connesse tra loro.

Di conseguenza, un numero crescente di clienti sceglie di adottare strumenti e strategie che permettano di rispondere, in modo completo, alle esigenze dei loro committenti, offrendo soluzioni integrate e di qualità. Riteniamo sarebbe perciò anacronistico

e poco efficace una gestione differenziata: professionisti che oggi hanno più fornitori per i loro acquisti troveranno in questo modo, nella nostra azienda, un interlocutore capace di offrire soluzioni complete. Sappiamo che la vera sfida del prossimo futuro sarà quella di semplificare il lavoro dei nostri professionisti, accorciando i tempi, migliorando l’efficienza e offrendo soluzioni affidabili e trasversali.

L’integrazione dell’idrotermosanitario non è quindi solo una scelta strategica, ma una risposta concreta a un’opportunità di mercato significativa. Esatto, parliamo di un comparto che, in Italia, cuba circa dieci miliardi di euro per la distribuzione e che sarà protagonista di una trasformazione profonda nei prossimi anni. Le prospettive di investimento sono importanti, grazie ad esempio ad alcune direttive Europee come la Direttiva “Casa Green” e alla spinta della Transizione 5.0, o il pacchetto di incentivi che nel complesso genererà un potenziale di circa ulteriori cinquanta miliardi di euro. Sono numeri che parlano chiaro e confermano quanto questo mercato sia non solo in crescita, ma anche sempre più integrato con quello elettrico. È in questa direzione che si colloca la nostra proposta.

In che modo e con che tempi prevedete di “agire” questa integrazione?

Abbiamo previsto l’adozione di un modello evoluto, grazie al quale le strutture già esistenti potranno accogliere nuove categorie di prodotto, garantendo così continuità, efficienza, completezza e competenza nell’approccio al cliente e alle soluzioni proposte. Il primo passo operativo interesserà cinque dei nostri punti dislocati tra il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Sardegna, a cui si aggiunge il punto vendita di Viareggio, già specializzato nell’ITS, che integrerà anche la componente elettrica. L’obiettivo è quello di rendere l’80% dei nostri punti vendita pienamente attrezzati, per offrire l’intera proposta entro il centenario della nostra attività. L'ingresso nel mercato idrotermosanitario non è solo un ampliamento di gamma, ma una scelta strategica per rafforzare la competitività. L’integrazione tra elettrico e idrotermosanitario è un’evoluzione culturale, prima ancora che commerciale. Richiede visione, formazione, nuove competenze e un’idea forte di servizio. Abbiamo pertanto scelto puntare su ciò che ci ha sempre distinti: la qualità, l’affidabilità e la relazione. Perché solo chi conosce davvero il proprio cliente può essere un vero Trusted Solution Partner. comoliferrari.it

Nuovo strumento operativo per edifici complessi

FAAC presenta la nuova brochure “Soluzioni per Aziende e Uffici”, uno strumento rivolto ai professionisti del settore che propone una visione integrata della gestione degli accessi negli edifici complessi. Il documento illustra un approccio sistemico che va oltre il singolo prodotto: dall’area esterna, con barriere, dissuasori e controllo accessi Keydom, ai varchi pedonali ad alta intensità di utilizzo, fino agli ambienti interni e alle aree sensibili come CED e data center, protette da bussole interbloccate e sistemi antieffrazione. Particolare attenzione è dedicata anche all’efficientamento energetico, grazie a porte automatiche e soluzioni con lama d’aria, e alla tracciabilità degli accessi tramite badge e maniglie elettroniche wireless. La brochure raccoglie l’expertise di FAAC Technologies e dei brand specializzati FAAC, Magnetic, CoMETA e Techno-Fire, offrendo

Prodotti

una panoramica completa che copre consulenza, progettazione, installazione e manutenzione. Non un semplice catalogo, ma uno strumento operativo per progettisti, facility manager e responsabili sicurezza orientato a continuità operativa, controllo e riduzione dei costi di gestione. La brochure è disponibile online.

per il bloccaggio nell’industria medicale

L’industria medicale, con particolare riferimento al settore delle protesi ortopediche, rappresenta un ambito altamente innovativo e tecnologicamente avanzato all’interno del panorama industriale globale. La missione di OML è trasformare le sfide tecniche in soluzioni funzionali e intuitive, grazie a un mix di innovazione, affidabilità e precisione meccanica. Dallo sviluppo del dispositivo alla produzione, il cliente viene accompagnato in ogni fase, con attrezzature pensate per durare e performare.

Le morse IMG sono dotate di una vite di manovra completamente protetta da un sistema telescopico brevettato, che ne preserva l’integrità da contaminazioni e trucioli. La

protezione totale della vite garantisce prestazioni ottimali anche in presenza di trucioli difficili, come quelli derivanti da lavorazioni su polimeri o da trucioli fini di titanio. Inoltre

questo design innovativo permette l’azionamento del bloccaggio e dello sbloccaggio con un singolo movimento, eliminando la necessità di rimuovere le ganasce.

Linea di arredi sostenibili

La gamma Ryno® OceanGreen di Pineapple nasce dall’incontro tra sicurezza clinica e responsabilità ambientale. Cuore del progetto è l’utilizzo di plastica riciclata recuperata dagli oceani, incluse reti da pesca dismesse: materiali che, invece di inquinare mari e coste, vengono trasformati in arredi solidi, funzionali e destinati a durare nel tempo. Ogni elemento della collezione contribuisce così a ridurre i rifiuti marini e a promuovere un modello di economia circolare, senza compromettere qualità e prestazioni. Gli arredi Ryno® presentano un design monoblocco che minimizza i punti di legatura e assicura massima sicurezza, offrendo stabilità e resistenza a un utilizzo intensivo, prolungando il ciclo di vita del prodotto e riducendo la necessità di sostituzioni frequenti, un ulteriore vantaggio in termini ambientali. Le superfici lavabili, impermeabili e ignifughe facilitano la manutenzione e garantiscono igiene costante, rendendo questa gamma di arredi una scelta capace di coniugare benessere dei pazienti, riduzione dei rischi, lunga durata e un impegno concreto nella tutela del pianeta.

Pompe per il controllo di flusso, pressione e vuoto

Le tre nuove pompe intelligenti per liquidi, gas e vuoto di KNF sono dotate di tecnologia dei sensori integrata e offrono un controllo avanzato a circuito chiuso per ottenere e mantenere il flusso, la pressione o il vuoto. Per le applicazioni con liquidi, KNF ha sviluppato la FMS-FC 1.400. Questa pompa a membrana con controllo del flusso integrato utilizza un sensore di flusso preciso e garantisce un'erogazione del liquido precisa, accurata e stabile. La nuova pompa a membrana per gas MGP 75 con controllo intelligente della pressione mantiene una pressione del gas precisa e costante anche in condizioni mutevoli. Dotata della Intelligent Feature di controllo del vuoto, la nuova micropompa per vuoto NVC 830 mantiene livelli di vuoto precisi in ambienti difficili. Ogni pompa integra una moderna tecnologia dei sensori e un controllo del motore proprietario per mantenere valori di setpoint precisi, anche in condizioni dinamiche come variazioni di pressione o temperatura del fluido. Questo controllo a circuito chiuso integrato rende obsoleta l'integrazione di sensori esterni e lo sviluppo di una nuova logica di controllo da zero. Le pompe possono funzionare in modo autonomo o possono essere controllate tramite segnali analogici come la tensione di controllo. Per l'uso in sistemi complessi, le pompe supportano anche moderni protocolli di comunicazione come UART, consentendo una perfetta integrazione in ambienti intelligenti. Grazie al design modulare, le pompe possono essere personalizzate in modo rapido ed economico. Questa flessibilità rende queste pompe la scelta ideale per applicazioni critiche in settori quali la tecnologia medica.

Perché associarsi al C.N.E.T.O.

Il C.N.E.T.O. è un’associazione culturale che riunisce architetti e ingegneri interessati ai problemi dell’edilizia e della tecnica ospedaliera, tecnici, igienisti, amministratori ed economi di direzioni ospedaliere. Il C.N.E.T.O. ha come obiettivo primario la promozione dell’informazione e della conoscenza nello specifico settore della sanità, settore in continua e rapida evoluzione, che richiede il costante aggiornamento di tutti gli operatori. È proprio con questa finalità che l’Associazione organizza convegni nazionali e internazionali, viaggi di studio presso le strutture all’avanguardia, sia italiane che estere, e attiva contatti ufficiali con le altre associazioni e istituzioni più rappresentative, anche straniere. Il C.N.E.T.O. è stato fondato quale associazione multidisciplinare proprio perché la progettazione ospedaliera e socio-sanitaria esige la sinergia tra le diverse figure professionali coinvolte nella valutazione e risoluzione di tutti gli aspetti che concorrono a definire il progetto. La presenza delle aziende, in qualità di soci collettivi, permette di stabilire uno stretto legame anche con il mondo della produzione e del mercato, le cui tendenze in atto costituiscono un indispensabile strumento di cultura tecnica.

Per iscriversi e per informazioni:
C.N.E.T.O.

Centro Nazionale per l’Edilizia e la Tecnica Ospedaliera

Richiesta di adesione

Presa visione dell’articolo 4 dello statuto del C.N.E.T.O., il/la sottoscritto/a

Nome e Cognome

chiede di essere iscritto al C.N.E.T.O. in qualità di componente: ■ Ordinario (€ 120,00) ■ Collettivo (€ 300,00) ■ Sostenitore (€ 600,00) ■ Junior - professionisti under 30 e studenti (€ 50,00)

Professione

Versamento con bonifico bancario intestato a C.N.E.T.O. sul C/C Banca Prossima S.p.A.

Filiale di Milano IBAN: IT51A0335901600100000129131

Specificando nella causale: “Quota associativa anno …, Cognome e Nome (o ragione sociale) associato”.

C.N.E.T.O.

Centro Nazionale per l’edilizia e Tecnica Ospedaliera www.cneto.it - e-mail: info@cneto.it

ENGINEERED FOR HEALTH.

Sistemi di bloccaggio per l‘industria medicale

L’industria medicale, con particolare riferimento al settore delle protesi ortopediche, rappresenta un ambito altamente innovativo e tecnologicamente avanzato all’interno del panorama industriale globale.

La produzione di impianti ortopedici impone requisiti estremamente stringenti in termini di precisione, biocompatibilità dei materiali e conformità alle normative internazionali.

In tale ambito abbiamo sviluppato sistemi di bloccaggio standard e personalizzati, progettati per rispondere alle esigenze specifiche dell’industria medicale ortopedica.

La nostra missione è trasformare le sfide tecniche in soluzioni funzionali e intuitive, grazie a un mix di innovazione, affidabilità e precisione meccanica. Dallo sviluppo del dispositivo alla produzione, accompagniamo il cliente in ogni fase, con attrezzature pensate per durare e performare.

Vuoi più info?

Inquadra il QR Code e guarda il flyer illustrativo

Viale dell’Industria 6 - 27020 Trivolzio (PV) ITALY Tel. +39 0382 93 00 00

E-mail  omlspa@omlspa.it

Web  www.omlspa.it

www.pineapplecontracts.com Il design è la nostra passione, la sicurezza

la nostra priorità.

la nostra priorità.

I nostri arredi sono progettati per ospedali e ambienti di salute mentale, combinando linee pulite e avvolgenti con una struttura solida e resistente, pensata per garantire la massima sicurezza dei pazienti e degli operatori.

salute mentale, combinando linee pulite e avvolgenti con una struttura solida e resistente, pensata per garantire la massima sicurezza dei pazienti e degli operatori.

I rischi di legatura e occultamento sono ridotti al minimo, per creare ambienti protetti e confortevoli.

I rischi di legatura e occultamento sono ridotti al minimo, per creare ambienti protetti e confortevoli.

Resistenti, igienici e frutto di una progettazione attenta e consapevole, gli arredi Pineapple trasformano gli spazi di cura in luoghi sicuri, funzionali e davvero accoglienti.

Resistenti, igienici e frutto di una progettazione attenta e consapevole, gli arredi Pineapple trasformano gli spazi di cura in luoghi sicuri, funzionali e davvero accoglienti. www.pineapplecontracts.com Il design è la nostra passione, la sicurezza

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Progettare per la Sanità n. 2/26 aprile by Quine - Issuu