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SchioMese

Periodico di informazione dell’Alto Vicentino

anno XV n. 146 - luglio 2026

L’ultimo dono di don Fra e Albi

Un mare di gente ha partecipato alla fiaccolata in ricordo di don Francesco Andreoli e di Alberto Fioretto, e poi anche ai funerali al palasport. È come se la città tutta abbia vissuto un momento topico. Catartico. Uno di quei momenti che segnano un passaggio, a loro modo una svolta.

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Quella fontana va a stagioni alterne

16 Arbitri da tre generazioni

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L’ultimo dono di don Fra e Albi

l 29 giugno, al posto della consueta festa del patrono, a Schio è successa una cosa senza precedenti. Il che vuol dire (è utile sottolinearlo per capirne bene la portata): mai vista prima.

Un mare. Giovani e giovanissimi, adulti, anziani, famiglie con bambini piccoli sulle spalle, giunta e amministratori comunali, associazionismo di ogni tipo. Un mare di gente, quella sera, ha partecipato alla fiaccolata in ricordo di don Francesco Andreoli e di Alberto Fioretto, il sacerdote salesiano e il giovane animatore che hanno perso la vita il 25 giugno nell’incidente della galleria della Pedemontana.

Un mare di gente ha partecipato alla fiaccolata in ricordo di don Francesco Andreoli e di Alberto Fioretto, e poi anche ai funerali al palasport. È come se la città tutta abbia vissuto un momento topico. Catartico. Uno di quei momenti che segnano un passaggio, a loro modo una svolta.

Si è parlato di diecimila persone. Un numero impressionante, pari a un quarto della popolazione scledense. Ma non è importante il pallottoliere della statistica: se anche fossero state la metà sarebbero state ugualmente tantissime. È importante invece il senso di quella partecipazione di massa, la sua spontaneità, la sua urgenza gridata attraverso il silenzio quasi irreale nel quale si è svol-

ta l’intera marcia. S’è avuta la sensazione che, in quel silenzio, perfino le migliaia di cellulari nelle tasche abbiano evitato volutamente di suonare o di emettere notifiche (e chissà se su google maps in quell’ora le vie del centro erano segnate in rosso). Un’imponenza e una solennità determinata non tanto dalla quantità, ma dalla “qualità” di quella presenza composta e ancora incredula.

Foto Istituto Salesiano
Foto Roberto Rizzotto
Foto Roberto Rizzotto

La festa annullata

Va dato merito a quanti, poco dopo la notizia della tragedia, hanno colto la necessità di mettere da parte gli eventi legati all’imminente festa del patrono, per chiamare a raccolta la città intorno a quel lutto improvviso e corale che si era prodotto. Non sarebbe stato oggettivamente possibile, in quel frangente, tener viva l’atmosfera di leggerezza prevista dal calendario. L’ha capito subito l’amministrazione comunale, l’hanno ben compreso tutti coloro che avevano organizzato eventi per i giorni di fine giugno, l’ha capito senza tentennamenti il mondo del commercio, che pure dalla festa del patrono riceve un po’ di linfa in questi tempi difficili. E così è diventato il 29 giugno della compostezza, del dolore e della riconoscenza. Sentimenti manifestati in quegli incredibili due-tremila passi attraverso le vie del centro. Partita da piazza Almerico, la grande fiaccolata ha percorso compatta via Capitano Sella, piazza Duomo, via Battaglione Val Leogra. E mentre la testa della processione era già all’altezza di piazza Statuto, il mare di gente stava ancora generando le sue onde alla partenza. Migliaia di candele hanno illuminato il cammino di questa folla che sembrava procedere ammortizzando i passi per limitare anche quel rumore. All’arrivo in oratorio salesiano i partecipanti hanno riempito ogni spazio, inondando anche il campo da calcio, aperto come un bacino di contenimento durante una piena.

Una perdita che ha avvicinato tutti Nei giorni successivi un’intera macchina organizzativa, all’insegna del volontariato, si è attivata per gestire l’ultimo saluto a don Francesco e Alberto. La camera ardente, allestita per due giorni nella cappella dell’oratorio salesiano con le due bare una accanto all’altra, ha registrato un lungo afflusso di persone. E poi ci sono state le esequie, al palaCampagnola. Un altro momento di autentica e commossa partecipazione popolare, con ancora migliaia di persone

dentro il palazzetto, per tre ore incuranti del caldo micidiale, aiutate da tanti volontari intenti a distribuire bottigliette d’acqua; ma poi anche con centinaia di altre persone ad assistere alla cerimonia funebre all’esterno, davanti al maxischermo. Un altro evento senza precedenti. È stato come se questa duplice, tremenda perdita abbia toccato davvero tutti. E abbia avvicinato tutti. O perlomeno tantissimi, mettiamola così. C’è stata la sensazione palpabile che esistano momenti, nella vita di una comunità, in cui, nonostante tutto, si può ancora sentire di far parte di un tes-

C’è stata la sensazione che esistano momenti, nella vita di una comunità, in cui si può ancora sentire di far parte di un tessuto unico e coeso. Come se si fosse capito che c’è ancora un’alternativa alla “bolla” vischiosa di cattiveria e cinismo alla quale ci siamo assuefatti.

suto unico e coeso. Come se si fosse capito che c’è ancora un’alternativa alla “bolla” vischiosa di cattiveria e cinismo alla quale ci siamo assuefatti, vivendo tutti, chi più chi meno, immersi nel tempo dei social e dell’insulto libero. L’avevamo sotto il naso, questa alternativa, ma non le stavamo dando l’importanza che meritava, non le stavamo dando l’occasione di manifestarsi in tutta la sua potenza.

Otto anni di grande semina

Vien da dire che, nella settimana trascorsa dalla morte di don Francesco e Alberto al momento dell’ultimo saluto, la città ha vissuto un momento topico. Quasi catartico. Uno di quei momenti che segnano un pas-

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saggio, a loro modo una svolta. Perché sarà difficile per tutti dimenticare quel mare di gente, prima alla fiaccolata e poi ai funerali. E se sarà difficile farlo, vorrà dire che tutto questo avrà lasciato un segno profondo. Quello stesso segno profondo che ha lasciato, in migliaia di giovani, la figura di don Francesco. “Un innamorato di Dio con il cuore di don Bosco”, lo ha definito il papà nel saluto alla fine del funerale. E tra i tanti messaggi postati sui social, vogliamo citare qui quello della società Alto Vicentino Volley: “Eri lo spirito genuino che dava un tocco speciale, capace di far sentire tutti accolti e di lasciare un segno nel cuore di chi ti ha conosciuto”.

A ben vedere, la presenza del don a Schio si è concentrata in un arco di tempo non lunghissimo, otto anni, essendo arrivato qui nel 2018. Eppure otto anni sono bastati per lasciare come eredità quell’immenso patrimonio di affetto, di amore e di entusiasmo che abbiamo visto all’opera. Sono bastati per entrare nel cuore degli scledensi, non soltanto dei più giovani. Nel suo testamento spirituale, don Francesco lo ha espresso al meglio, rivolto a Dio: “Qui ho trovato casa, qui ho sentito il tuo amore, qui voglio scegliere di essere tutto tuo per loro”. È evidente che c’è qualcosa di straordinario nel fatto che una persona arrivata da fuori otto anni fa – che non sono pochi, ma certo nemmeno tanti - abbia raccolto intorno a sé, al momento del triste addio, un affetto così smisurato e spontaneo. Don Francesco ha seminato così tanto, nella sua permanenza a Schio, che il raccolto è destinato, per fortuna nostra, a durare per molto tempo. Per questo non lascia un vuoto, come si dice sempre in questi casi, ma lascia un pieno. Fatto di relazioni buone, di cura verso il prossimo, di empatia, di affetto spontaneo, di gratitudine.

Foto Roberto Rizzotto
Foto Roberto Rizzotto

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È lo stesso pieno che lascia Alberto Fioretto, con i suoi sedici anni radiosi appena compiuti, con la sua voglia di vivere, il suo sorriso e la spontaneità felice di un ragazzo che si stava affacciando alla vita con il desiderio di farsene sorprendere. Un frutto di quell’umanità giovane e luminosa, aperta ed entusiasta, che cresce nel mondo degli oratori salesiani.

La più bella festa del patrono

Ancora una volta, allora, dobbiamo dire grazie alla forza docile dei Salesiani. Alle radici ultrasecolari della loro presenza a Schio, piantate 125 anni fa, con l’arrivo dei primi sacerdoti, guidati da don Callisto Mander. Dobbiamo dire grazie all’esempio concreto di servizio e di presenza accanto ai giovani che da sempre arriva da questi sacerdoti con le braccia eternamente aperte, con il loro sorriso, con la loro carica educativa. Dall’oratorio di Schio sono uscite figure di grandissimo spessore, ricordiamo per tutti padre Luigi Bolla, missionario per tutta la vita tra le tribù più povere del Perù e oggi in cammino verso la santità. Ma qui hanno operato e operano anche tantissimi laici e volontari con grande dedizione e passione, e ci sembra giusto ricordare, tra questi, Carlo Bolla, anche lui da poco scomparso, un altro lutto doloroso per l’oratorio scledense.

Non sono estirpabili, insomma, le radici salesiane che ci portiamo dentro. Non più. Adesso l’abbiamo definitivamente capito. E allora possiamo dire che la fiaccolata infinita del 29 giugno, nata da un evento così tragico e doloroso, ha creato la più bella festa del patrono di sempre.

Per una volta non c’è stato bisogno di musica, di birra, di banchetti in piazza e di fuochi d’artificio. Siamo città di montagna, ma è come se il tragico addio di queste due giovani vite, nella sua infinita tristezza, abbia portato a Schio, appunto, il mare. Non soltanto il mare di gente che ha manifestato la propria partecipazione. Un mare che è fatto soprattutto di coinvolgimento, di partecipazione, di apertura di orizzonti.

Il 29 giugno 2026 rimarrà nella memoria collettiva come una festa del patrono stravolta. Ma forse don Francesco e Alberto ci direbbero che è stata anche questa una giornata di festa. Perché è stata la festa della riscoperta. Don Fra e Albi ci hanno fatto un ultimo regalo, forse il più prezioso: ci hanno fatto riscoprire un sentimento che a volte, a guardarsi intorno, si ha l’impressione che si sia ormai perso, ossia cosa vuol dire essere una comunità.

Sta a noi provare riconoscenza per questo dono. E meritarlo. ◆

Vestitemi con la tuta e le scarpe da ginnastica

I Salesiani di Schio hanno pubblicato, nel loro sito, alcuni passaggi del testamento spirituale che don Francesco Andreoli aveva scritto il 24 settembre 2024. Sono parole che, lette oggi dopo la scomparsa del sacerdote, risuonano ancora più forti e significative.

Signore, io ti posso dire solo GRAZIE! Grazie per questa vita che mi hai fatto vivere con entusiasmo; grazie per mamma, papà, Laura e Ico che sono state le persone che mi hanno custodito e amato da sempre… una famiglia e una casa speciali! Nulla di quello che sono ci sarebbe stato senza di loro.

Grazie per Schio, per i ragazzi, i genitori, le famiglie, la comunità [salesiana ndr] , [...] qui ho trovato casa, qui ho intuito il tuo amore, qui voglio scegliere di essere tutto tuo per loro. Grazie per la vocazione a essere salesiano, a essere prete… grazie per l’allegria e il sorriso di cui la certezza del tuo amore è la radice.

Papà, muoio felice… non posso chiederti altro da questa vita, perché ho avuto tutto… spero e prego di dare tutto a te e, nel tuo nome, a chi vorrai! [...]

Nella cassa vestitemi con la maglietta, la tuta e le scarpe da ginnastica… non vuole essere una presa in giro… questo è il modo che ho avuto per non pensare di avere un ruolo importante, il modo per ricordarmi che l’unico ufficio che conta è il cortile, la cosa più importante è la confidenza con i ragazzi. Chiedo al Signore di correre ancora per i miei ragazzi dal Paradiso… quindi devo essere attrezzato per poterlo fare.[...]

Ho cercato di fare del mio meglio… chiedo al Signore di decidermi in maniera radicale di diventare santo, di fare di tutto per amarlo sinceramente, fino alla fine!

Nelle tue mani Signore affido la mia vita e a te affido tutte le persone che mi hanno voluto bene e che hanno faticato per la mia felicità!

Sempre IN CORDE JESU don Francesco Andreoli

Foto Stefano Tomasoni
Foto Donovan Ciscato

Controllo del vicinato, già oltre trenta gruppi

I “Gruppi di controllo del vicinato” a Schio sono 28, ma altri 4 stanno nascendo, e coinvolgono quasi seicento famiglie. A essere particolarmente interessate sono le zone di Poleo, Magré e SS.Trinità. Ecco cosa fanno e a cosa servono.

numeri sono sempre più indicativi: i “Gruppi di controllo del vicinato” a Schio sono 28 (altri 4 si stanno ufficializzando in questi giorni) e coinvolgono 576 famiglie. A essere particolarmente interessate sono le zone di Poleo, Magré e SS.Trinità. L’esperienza, nata negli Stati Uniti negli anni Sessanta, è arrivata in Inghilterra negli anni Ottanta e in Italia si è sviluppata dal 2015 in poi. Giorgio Lotto l’ha avviata a Santorso, dove vive, a partire dal 2019.

Il progetto, sempre più strutturato, può contare sulla sottoscrizione di un protocollo d’intesa con la Prefettura di Vicenza, che ha recentemente ufficializzato il riconoscimento del controllo del vicinato in area scledense, definendone ruoli, ambiti e modalità di azione. L’esperienza deve

Schio

Periodico di informazione dell’Alto Vicentino

Supplemento mensile di Lira&Lira

Direttore

Stefano Tomasoni

Redazione

Elia Cucovaz

Mirella Dal Zotto

Camilla Mantella

Grafica e impaginazione

Alessandro Berno

Per inviare testi e foto: schiothienemese@gmail.com

Per le inserzioni pubblicitarie

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rimanere volontaria, gratuita e autogestita, basata sull’osservazione del territorio e sulla segnalazione tempestiva di situazioni anomale alle forze dell’ordine, senza però sovrapporsi alla polizia locale. “Il valore del progetto – spiega Giorgio Lotto, che è il referente provinciale – è soprattutto preventivo e sociale; non riguar-

Si sta pensando di istituire una cabina di regia ristretta fra Comune, forze dell’ordine e referenti dei gruppi, per garantire rapidità decisionale, coordinamento e continuità nella gestione delle emergenze.

da solo il contrasto alla microcriminalità, ma contribuisce a rafforzare la qualità della convivenza, la solidarietà e l’attenzione condivisa. Nessuno, più di chi ci vive, conosce meglio un quartiere, una piazza, una via, ma essere attenti non significa sostituirsi alle forze dell’ordine, bensì collaborare con esse per verificare certe situazioni e sventare così tentativi di furto, più frequenti nel periodo estivo. Ci si deve formare imparando a relazionarsi, aumentando la qualità del rapporto umano con i vicini, condividendo opinioni”. Su questo aspetto legato alla relazione, Giorgio Lotto punta molto, sottolineando il fatto che un gruppo di controllo del vicinato non è una ronda che si fa giustizia da sé; laddove la sorveglianza funziona, senza sostituirsi a chi di dovere, si è registrata una diminuzione dei furti pari all’80%: un grande risultato, indubbiamente.

“Coordino una settantina di gruppi in provincia – continua Lotto - con una media di trenta famiglie ognuno, per un totale di 1522 famiglie coinvolte, e la realtà è in continuo aumento. Si tratta di un’esperienza unica di sicurezza partecipata, apartitica, che nasce dal basso e proprio per questo è particolarmente sentita dalle persone, ben consapevoli della carenza di organico nelle forze dell’ordine. A mio avviso, è un bel sistema anche per ricucire il dialogo sociale, ormai molto carente. Gestire insieme problematiche comuni fa aumentare la sicurezza e la solidarietà permettendo, con l’osservazione costante di alcune situazioni anomale, di salvare vite e aiutare soprattutto gli anziani soli, che sono in numero sempre maggiore e che, con i gruppi di controllo del vicinato, si sentono controllati e protetti”.

Tutto si gioca sulla prevenzione, basata sull’analisi delle criticità, che cambiano nel tempo e nei diversi quartieri di Schio; aree particolarmente sensibili sono il Parco Robinson e alcune zone di Magré e SS.Trinità; ultimamente, complice la bella stagione e la possibilità di stare all’aperto in tarde ore serali, preoccupa alquanto la microcriminalità minorile, aumentata di ben il 30%. Si sta così pensando di istituire una cabina di regia ristretta fra Comune, forze dell’ordine e referenti dei gruppi, per garantire rapidità decisionale, coordinamento e continuità nella gestione delle emergenze.

I cittadini che volessero entrare a far parte di qualche gruppo già esistente, o fossero interessati ad avere informazioni su come costituire un gruppo, possono rivolgersi al Comune per un contatto con il referente provinciale, disposto a fornire ogni spiegazione. ◆

Mese

Attualità

è un’associazione, a Schio, che in poco più di dieci anni ha quadruplicato i propri iscritti, portandoli a più di mille e andandoli a prendere non solo in città, nemmeno soltanto in provincia, e nemmeno all’interno del Veneto, ma in tutta Italia. Ed è un’associazione che –udite udite - si occupa di ricerca storica. Stiamo parlando dell’associazione IV Novembre, che nel tempo si è consolidata nel tempo come una realtà di riferimento di livello nazionale nel panorama del volontariato culturale, distinguendosi per un approccio metodologico rigoroso orientato alla salvaguardia della memoria storica, in particolare della prima guerra mondiale. Nata nel 1987 come un gruppo di amici, la IV Novembre si è saputa evolvere in una struttura organizzata e capillare che oggi conta 1.068 iscritti, distribuiti in varie regioni d’Italia, un dato ancora più sorprendente se confrontato con i 214 soci del 2014. Tra gli associati, che includono una significativa presenza di 50 minorenni, emerge una notevole eterogeneità di estrazione, con una composizione interna che spazia dagli avvocati ai medici, dai rappresentanti delle forze dell’ordine agli operai. Il presidente dell’associazione, Giorgio Dall’Igna racconta che l’Associazione rifiuta la retorica della celebrazione bellica fine a se stessa, focalizzando l’attività sull’indagine documentale e materiale della vita quotidiana, delle paure umane e delle condizioni di sussistenza vissute dai soldati durante il primo conflitto mondiale. L’operatività dell’associazione si articola su direttrici precise suddivise in gruppi di lavoro specialistici, ognuno dei quali contribuisce alla conservazione e alla divulgazione del patrimonio storico.

Un momento di una rievocazione storica organizzata dalla IV Novembre. Foto Amerigo Tani

I mille della IV Novembre

“ll gruppo dei rievocatori si dedica alla ricostruzione filologica che, attraverso lo studio approfondito delle dotazioni, dell’abbigliamento e dei comportamenti d’epoca, punta a restituire un’immagine fedele della realtà storica, mantenendo una distanza critica da ogni interpretazione romanzata o folkloristica - spiega Dall’Igna -. Il gruppo dei manutentori, invece, è incaricato nello specifico degli interventi strutturali sul Monte Novegno e sul Forte Rivon e gestisce il delicato compito di conservazione del patrimonio architettonico militare, affrontando costantemente le criticità legate al degrado naturale dei manufatti e alla loro messa in sicurezza. I cucinieri aprono il Forte nei giorni estivi per fornire ristoro ai visitatori del Novegno. I ricercatori invece sono dotati di apposito tesserino e, in gruppo o singolarmente, si dedicano alla ricerca sul campo di reperti storici. I lettori espressivi intervengono come animatori agli eventi organizzati, ma operano anche autonomamente con letture in casa di riposo o in centri diurni per diversamente abili. Fondamentali, poi, sono gli animatori culturali ambientali, che accompagnano i visitatori sui luoghi della prima guerra mondiale”.

Una componente di particolare rilievo, introdotta di recente per ampliare il raggio d’azione dell’associazione, è costituita da

un gruppo di volontari diplomati al conservatorio: la loro attività non si limita al mero accompagnamento musicale, ma mira a una vera e propria ricostruzione sonora dell’ambiente bellico.

I gruppi di lavoro specializzati contano ciascuno qualche decina di persone: il resto dei soci, meno attivo negli eventi e nei progetti, supporta l’associazione in veste di ricercatore storico, recuperante e catalogatore di reperti dell’epoca o come semplice simpatizzante.

L’associazione si muove quotidianamente sul monte Novegno, ma sono attivi anche progetti di recupero e ricerca sul Parco naturale regionale della Lessinia e su quello dei Colli euganei, “retrovie” del fronte della prima guerra mondiale che conservano però testimonianze preziose dell’epoca. “Per noi è importante poterci muovere su più contesti geografici - continua Dall’Igna -. Certo, il Novegno è casa, ma una visione più ampia ci ha permesso nel tempo di aprirci a varie opportunità. Tra le altre, abbiamo partecipato a progetti di respiro internazionale, come la collaborazione con Magnum Photos per la mostra ‘The War in Pictures’, tenutasi a Bruges, in Belgio, tra 2014 e 2015. Siamo stati nominati Amba-

L’associazione IV Novembre è cresciuta nel tempo diventando una realtà di riferimento nel panorama nazionale del volontariato in tema di ricerca storica. Dai poco più di 200 soci del 2014 è arrivata oggi a più di mille, in tutte le regioni d’Italia. → segue a pag. 8

Il museo della prima guerra mondiale alla Caserma Cella

sciatori del Turismo dal Comune di Cavallino Treporti nel 2017 per il contributo nel recupero delle batterie Amalfi e Pisani (postazioni di artiglieria, ndr) e per la creazione e la gestione di un percorso di visita ad esse dedicato. Abbiamo partecipato, con i nostri rievocatori, al promo che la Rai ha prodotto per celebrare i cento anni di anniversario della Grande Guerra nel 2014”. La sede dell’associazione poi, in Caserma Cella, ospita una mostra permanente di reperti del primo conflitto mondiale che viene aggiornata ogni tre mesi e che è visitabile tutti i sabato pomeriggio, eccetto nei mesi di luglio e agosto. La sede fa parte della Rete dei Musei Altovicentino.

“Se guardiamo al percorso fatto, è evidente che il centenario della Grande Guerra non è stato solo una commemorazione, ma il volano che ci ha permesso di moltiplicare le attività, trasformando quell’entusiasmo in una struttura organizzata - conclude Dall’Igna -. Il cuore di questo

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successo è l’impegno dei nostri soci. Siamo nati come appassionati, cultori e ricercatori di memorie storiche, ma siamo riusciti a costruire un’organizzazione vera e propria. Abbiamo capito che ogni reperto ritrovato dai soci necessita di una contestualizzazione rigorosa, unendo l’analisi dei documenti d’archivio al lavoro costante sul campo. L’evoluzione della nostra associazione è sostenuta dalle quote dei nostri iscritti e dall’accesso a bandi ministeriali: un riconoscimento tangibile della serietà e della precisione della nostra progettualità, riconosciuta peraltro anche dalla Regione Veneto. Il nostro obiettivo è quello di dare vita a situazioni e far rivivere luoghi dove la storia possa tornare a essere vissuta con onestà, lontana da ogni retorica e alimentata dalla passione di chi sa che la memoria, se non curata con metodo e rigore, è destinata a svanire. Chiunque desideri condividere il nostro percorso e sostenere l’associazione, può farlo visitandoci direttamente in sede il sabato pomeriggio a partire dal mese di settembre”.

Quelli che domandano l’elemosina

è una nuova categoria di poveri, che si mettono in ginocchio sul marciapiede a domandare l’elemosina. Vengono di sicuro da via: mai visto io nostrani in ginocchio in strada. Uno piuttosto vecchio nei giorni di mercato è nella curva tra via Carducci e via Cap. Sella. Anche se piove resta lì fermo e se c’è sole forte, non cerca l’ombra delle case. Sembra che offra sofferenza in cambio di una moneta. Se vede da lontano una guardia, è però lesto a prender su da terra il cappello e ad allontanarsi. Un sabato era lì fermo, immobile come la statua dell’Omo lì vicino, sotto una piova piuttosto forte e, porocan, gocciolava da tutte le parti. Una donna gli ha detto: “Cossa vorlo stare, in zenocio, anima? Ma zelo mato? El se alsa, dai!”. E faceva il gesto di tirarlo su. L’omo obbediva e si metteva in piedi. Ho pensato che in questa nostra epoca in cui la compassione è quasi scomparsa, c’è ancora qualcuno che si intenerisce alla vista di uno sventurato.

Non sono così sprovveduto da non sapere che esiste un racket (almeno così dicono)

dell’accattonaggio che farebbe girare molti soldi e che presidia i supermercati, le chiese e i mercati settimanali. Il consiglio che danno è di non dar soldi a questi disperati. Mah, sarà giusto così. Certo che se uno sta tutta una mattina in ginocchio sotto la pioggia o anche sotto un sole che non scherza, mi viene da pensare: 1° che abbia delle buonissime ròtule; 2° che sia spinto dal bisogno più che dal racket.

C’è però l’idea che se uno chiede l’elemosina in un luogo pubblico, comprometta il c.d. decoro della città. A me questa parola “decoro” non è mai piaciuta perché mi sembra che nasconda un’ipocrisia: i poveri bisognerebbe nasconderli o meglio pararli via. Che cosa abbiamo noi di Schio da spartire con questi poricani? Che vadano a lavorare! Portano degrado e delinquenza. Capisco che questo sia oggi il pensiero dominante, ma non è in linea con la storia della nostra gente, che non ha mai del tutto rinnegato alcuni imperativi, che qui da noi sono ancora radicati (come quello di fare la carità ai puareti).

Anche la richiesta di elemosina ha avuto comunque un’evoluzione: negli anni sessanta a praticarla era gente nostrana molto

mal messa o anche sìngane. Suonavano i campanelli e allora la gente dava cinque o dieci lire. Mia madre pensava che a non dar niente si facesse peccato e allora, piuttosto che andare all’inferno, dava cinque franchi. Ma anche allora c’era chi sconsigliava di dare soldi: “Daghe pan, se te ghe dè schei, el puareto el va subito a bévarli”. Negli anni ottanta si è incominciato a vedere i primi marocchini con il borsone: non chiedevano elemosina ma volevano vèndere i loro strafanti. Mi capitava di incontrarne uno al venerdì sera al bar all’uscita dalla fabbrica di Lugo. Un mio compagno di lavoro voleva trattare anche per un accendino usa e getta. “Cento lire”. “No, cinquanta”. Con cinquanta lire non si comperava niente neanche allora, ma lui diceva che con i marocchini bisognava trattare sempre e dopo ‘ncora. Si mettevano d’accordo sulle ottanta lire, ma il marocchino non aveva le venti di resto e allora l’amico gli diceva: “Tiéntele”. “Grassie” rispondeva il marocchino che aveva imparato l’italiano dalle nostre parti. Una mezz’ora di trattative per il gusto di dimostrare l’impossibile: che negli affari l’astuzia veneta è superiore a quella marocchina. ◆

Il presidente dell’associazione IV Novembre, Giorgio Dall’Igna

Attualità

Se durante l’infanzia il ruolo del pediatra è determinante nell’invito alla vaccinazione e nel monitoraggio, con l’ingresso nell’adolescenza e nell’età adulta sono molti i singoli a decidere di non vaccinarsi o a dimenticare i richiami.

assata l’onda lunga del Covid, le polemiche sull’utilità dei vaccini si sono quietate, ma ci siamo chiesti se gli scontri mediatici e i timori pandemici abbiano avuto delle ripercussioni sulle campagne vaccinali sul territorio. Se, in buona sostanza, la “paura” del vaccino, qualunque esso sia, stia facendo correre il rischio di una pericolosa contrazione della copertura vaccinale.

I dati pubblici più recenti di cui disponiamo sono quelli che la Regione Veneto, nel suo Piano regionale di prevenzione, diffonde annualmente e sono relativi al 2024. I numeri mettono in luce sia i risultati raggiunti nelle diverse fasce d’età, sia le dinamiche che influenzano le adesioni alle campagne vaccinali.

Sono dati su base regionale, che tuttavia non evidenziano significative differenze tra le varie province: possiamo quindi considerarli rappresentativi anche della situazione altovicentina e, di conseguenza, scledense.

I vaccini in età pediatrica

Le coperture per i cicli primari nei primi due anni di vita, come l’esavalente che protegge da poliomielite, tetano, difterite, pertosse, epatite B e Haemophilus influenzae B, si mantengono stabilmente su livelli elevati, superando in molti casi la soglia del 95%, considerata ottimale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questo dato indica un alto grado di protezione collettiva raggiunto nella prima infanzia, favorito anche dalla normativa per cui i bimbi non coperti da questi vaccini non possono accedere alle scuole dell’obbligo. Per quanto invece riguarda le vaccinazioni raccomandate, come quelle per il rota-

Vaccini, il problema adesso sono gli adulti

Come procedono, dopo la “grande paura” del Covid, le campagne vaccinali nel territorio? I dati 2024 del Piano regionale di prevenzione confermano l’eccellenza nell’infanzia, ma preoccupa il calo nell’età adulta.

virus, la varicella o il vaccino trivalente per morbillo, parotite e rosolia, il report evidenzia una variabilità nelle percentuali di adesione, che in alcuni casi si abbassano sotto al 90%. La flessione si spiega con una diversa percezione delle singole malattie da parte dei genitori. L’idea di “malattie innocue” porta molti a chiedersi se sia davvero necessario vaccinare per una malattia che “tutti hanno fatto da piccoli”. Il problema è che la scienza non guarda alla nostalgia, ma ai rischi: complicanze gravi da varicella o disidratazione severa da rotavirus riempiono ancora i reparti di pediatria.

Adolescenti e adulti

Il calendario vaccinale regionale è strutturato per offrire protezione lungo tutto l’arco della vita. Nell’età infantile l’attività è focalizzata sui cicli primari e sui primi richiami. Passando all’età scolare e all’adolescenza, il piano prevede richiami fondamentali, come quello per difterite, tetano e pertosse, insieme all’offerta attiva del vaccino anti-HPV per la prevenzione di diverse patologie tumorali. In questa fascia d’età, i dati mostrano però

una flessione delle coperture rispetto ai primi anni di vita, con percentuali che in alcuni casi si attestano intorno al 60%. Per quanto riguarda infine l’età adulta e la popolazione anziana, il sistema prevede l’offerta di vaccini contro influenza, pneumococco e zoster, con un’adesione che dipende sia dalla chiamata attiva da parte delle strutture sanitarie sia dall’iniziativa dei singoli cittadini.

Se durante l’infanzia il ruolo del pediatra di libera scelta è determinante nell’invito alla vaccinazione e nel monitoraggio, con l’ingresso nell’adolescenza e nell’età adulta il percorso richiede una maggiore autonomia da parte dell’utente e sono molti i singoli a decidere di non vaccinarsi o a dimenticare i richiami - nonostante, è giusto dirlo, il centro vaccinale locale sia molto puntuale nel ricordare le scadenze consegnando un’informativa dettagliata dopo ogni vaccinazione eseguita.

La sfida per l’Ulss 7 Pedemontana si gioca dunque proprio in questo passaggio: far sì che la prevenzione non resti confinata ai primi anni di vita, ma diventi un’abitudine consapevole per tutti i cittadini di Schio e dell’Alto Vicentino. ◆

PAttualità

rendersela con piazza Statuto è un po’ come sparare sulla Croce rossa. Non che ci faccia piacere farlo, ma bisogna pur dire le cose come stanno. O perlomeno come a noi sembra che stiano. Ormai le auto ci sono e ce le teniamo. Il nuovo selciato in porfido si sta già sporcando con l’olio e la morchia che cade dai veicoli in sosta, ma ci teniamo anche quello. Per l’area della fontana, però, bisogna fare qualcosa. Forse eravamo partiti con aspettative eccessive, ma quel che è troppo poco è troppo poco. Insomma, già la fontana è nata al ribasso, con quei modesti sbittini che svettano per sì e no mezzo metro. Già è ancora lì che aspetta questo benedetto monumento da installare al centro per completare il progetto originario. Doverla anche vedere lasciata a secco per due stagioni su quattro, ridotta in pratica a una panchina circolare in marmo, è davvero triste. Le aiuole verdi, gradevoli e ben curate, da sole non bastano a salvare capra e cavoli. In inverno l’acqua viene fermata perché – è stato spiegato – il gelo potrebbe ghiacciare le tubature e danneggiarle. E si può capire, è un motivo di per sé ragionevole. Ora che è estate l’acqua è sparita perché - presumiamo - siamo in regime di siccità. Tutto giustificato, per carità: mica vorremmo buttar via denaro pubblico per riparare tubi che si possono preservare dal ghiaccio, né vogliamo deviare qualche po’ d’acqua dal sistema idrico in periodi di scarsità come quelli che viviamo.

Quella fontana va a stagioni alterne

In piazza Statuto la fontana da qualche tempo è nuovamente a secco. In inverno viene spenta per evitare che l’acqua congeli nei tubi, in estate (si presume) per la siccità. Ma se il destino dell’opera è quello di rimanere inattiva per due stagioni su quattro, viene da dire che sarebbe stato meglio lasciar perdere la fontana e puntare tutto su un monumento del giusto impatto.

Comprensibile, dunque. Però, allora, forse sarebbe stato meglio considerare in anticipo il fatto che in questi tempi di cambia-

Lo Schiocco

La mezza zebra

Si sa, quando una ditta di lavori stradali interviene su un piccolo tassello di asfalto, poi da contratto è tenuta a rifare la segnaletica orizzontale soltanto su quel tassello. Non si può pretendere che, gratuitamente, si metta a rifare tutta la segnaletica intorno, mica è babbo Natale. Però c’è un limite a tutto. Ad esempio c’è un limite in via Rovereto, dove in più punti, dopo la riasfaltatura di una delle due corsie di marcia, sono state ridisegnate soltanto mezze strisce pedonali, quelle della corsia su cui si era lavorato. Le altre mezze sono rimaste sbiadite come prima. Il risultato finale è surreale: mezza strada ha le strisce e mezza no.

Come se, arrivato al centro della carreggiata, il pedone varcasse una soglia invisibile ed entrasse in un universo parallelo, tipo Cronache di Narnia. O in un mondo onirico, tipo la Divina Commedia. Ecco, sì, una cosa del genere: “Nel mezzo del cammin di nostra via, mi ritrovai per una zebra oscura, che la vernice d’un tratto era smarrita”. [S.T.]

menti climatici – tra rischio ghiaccio e rischio siccità – una fontana sarebbe stata un’opera impegnativa da gestire. Si poteva prevedere che sarebbe stata inattiva per mesi, facendo abbassare il suo (già modesto) impatto estetico sulla piazza. Se questo è il destino dell’opera (e, ripetiamo, ci può stare che l’esigenza di prevenire manutenzioni pesanti o di sprecare acqua faccia decidere di sospendere il funzionamento dell’impianto), viene da dire che sarebbe stato meglio lasciar perdere la fontana e puntare tutto su un monumento del giusto impatto, capace di dare lustro alla piazza. Quello, una volta installato, non avrebbe avuto problemi di gelo invernale né di arsura estiva. Sarebbe rimasto lì, indifferente alla meteorologia.

Siamo ancora in tempo per sistemare tutto, beninteso. Un qualche monumento davanti al municipio prima o poi dovrebbe arrivare. A quel punto le chiusure stagionali della fontana faranno meno effetto. Nel frattempo, però, essendo stata la comparsa dell’acqua l’unica vera novità della nuova piazza, la sua assenza risalta il doppio. ◆

Attualità

La sezione Aia cittadina può vantare tra i suoi primati anche quello di una “terna” specialissima, che coinvolge tre generazioni di un’unica famiglia.

e a qualche genetista dovesse mai venire il pallino di verificare l’esistenza del “cromosoma dell’arbitraggio”, dovrebbe certamente iniziare i suoi studi da Schio. La sezione Aia cittadina, infatti, può vantare tra i suoi primati anche quello di una “terna” specialissima, che coinvolge tre generazioni di un’unica famiglia.  Tra i nuovi giovanissimi entrati a far parte della “Aldo Frezza”, infatti, c’è Ethan Pettinà, 16 anni, che non è solamente figlio d’arte, ma addirittura nipote. A festeggiare il suo ingresso nel mondo arbitrale, infatti, ci sono al suo fianco anche papà Ever e nonno Franco, entrambi già fischietti tesserati nella sezione scledense. È stata la passione per il calcio a portare il capostipite Franco Pettinà, oggi settantenne, verso il percorso arbitrale. “Tuttavia ho potuto iniziare questo percorso solo piuttosto tardi, a 33 anni – racconta -. Dopo otto, nove anni da direttore di gara, sono diventato osservatore (una specie di arbitro degli arbitri) ruolo che ho mantenuto per 17 anni, fino al sopraggiungimento dei limiti di età. Ricordo con particolare emozione di aver assistito all’esordio di arbitri che hanno fatto strada, come quello di Daniele Orsato in Serie C: anche nel nostro settore ti accorgi subito quando una persona ha carattere”. Suo figlio Ever, invece, spiega di non essere mai stato interessato al calcio in quanto tale. “Da piccolo accompagnavo papà alle partite e mi sono appassionato proprio al ruolo dell’arbitro per le complessità e le responsabilità che deve saper gestire con decisioni rapide nonostante le pressioni che riceve dentro il campo e da fuori. Ho iniziato a 16 anni, nel 1998, e anche se ho dovuto interrompere la mia esperienza dopo pochi anni per motivi di lavoro, l’arbitraggio mi è sempre rimasto dentro, e ancora oggi non mi tiro indietro se c’è bisogno di dirigere qualche amichevole”.

Arbitri da tre generazioni

Tra i nuovi giovanissimi arbitri entrati a far parte della sezione Aia di Schio c’è Ethan Pettinà, 16 anni, figlio e nipote d’arte. A festeggiare il suo ingresso nel mondo arbitrale, infatti, ci sono al suo fianco anche papà Ever e nonno Franco, entrambi già fischietti tesserati della “Aldo Frezza”.

Siamo arrivati così alla terza generazione, quella di Ethan Pettinà. La sua discesa in campo l’ha fatta a 7 anni, come giocatore, ma crescendo è maturato in lui anche il desiderio di provare a far carriera in quel mondo affascinante e competitivo. “Come giocatore, oggi, se non hai precise caratteristiche fisiche, è praticamente impossibile puntare alle massime serie. Come arbitro, invece, mettendoci tanto impegno, è un obiettivo raggiungibile. Per questo ho voluto iniziare subito con il piede giusto: per il corso da arbitro ho studiato molto e all’esame finale sono risultato il migliore della mia classe”.

Nel calcio, in linea di principio, le regole non sono molte: diciassette per la precisione. “Ma la formazione da arbitro prende in considerazione tutte le casistiche concrete che possono verificarsi sul terreno, che sono praticamente infinite - continua il giovane -. Mi sono reso conto di quanto poco ne sapessi, da giocatore. Oggi in campo si vedono direttori di gara che esitano un po’ troppo nell’estrarre i cartellini, e purtroppo ho visto spesso la si-

tuazione degenerare. Io mi ispirerò allo stile Collina o Orsato che certe cose non le avrebbero mai consentite e sanno come farsi rispettare”.

Sognare in grande è un privilegio delle nuove generazioni e alle precedenti spetta di consigliare, incoraggiare, e anche “fare un fischio” ove necessario, cosa che nella famiglia Pettinà è quasi una questione di Dna. “Sono stato contento di vedere che Ethan ha seguito le nostre orme - continua papà Ever - soprattutto perché l’ambiente arbitrale è fatto di amore per le regole, lealtà, coraggio, capacità decisionali, che sono tutti valori altamente formativi e che, a prescindere dalla carriera, lasciano in ogni caso tante esperienze e relazioni importanti, che uno si porta dentro per tutta la vita”.

E il consiglio del nonno qual è? “I consigli a suo tempo li ho dati a mio figlio ed ora è bene che sia lui, da padre, a trasmetterli a sua volta” conclude Franco, con la sensibilità del direttore di gara di lungo corso, consapevole che spesso le regole più importanti sono quelle non scritte. ◆

Attualità e cultura

Portateveli sotto l’ombrellone, i “Fiorèti 2” di Mariano Castello. L’autore scledense ha recentemente dato alle stampe con Editrice Veneta un’antologica di circa sessanta racconti degli ultimi quindici anni, scelta personalmente; fa seguito a un’altra raccolta, “Fiorèti 1”, stampata nel 2010.

Le sue opere hanno sempre goduto dei fa-

Il 26 e 27 settembre prossimi tornerà la rievocazione storica “Schio, la Manchester d’Italia”, ideata da “Progetto Ophélie” di Tullia Mantella ed Elena Deganello, professioniste impegnate nella valorizzazione del patrimonio culturale-storico-identitario del territorio, con il sostegno di AVIS, BVR Banca Veneto Centrale e il contributo del Comune e dell’associazione Cuore di Schio. Giunta alla terza edizione, la manifestazione presenterà un programma ampio e articolato: sabato 26 aprirà una mostra al Lanificio Conte con lavori degli studenti dell’Ipsia “Garbin” sull’Asilo Rossi, con opere pittoriche degli allievi dell’artistico “Martini”, con una selezione di documenti storici originali d’archivio. Nel pomeriggio visita guidata al Teatro Civico, in collaborazione con la Fondazione, con figuranti in costume e un “aperitivo storico” con degustazione di prodotti locali.

Domenica 27, dalle 10.30, al Conte, incontro con Piero Casentini sui legami storici ed economici tra Schio e il mondo industriale britannico. Nel pomeriggio l’anfi-

I nuovi “fiorèti” di Castello

Mariano Castello ha dato alle stampe “Fioreti 2”, un’antologica di circa sessanta racconti degli ultimi quindici anni, scelta personalmente; fa seguito a un’altra raccolta analoga stampata nel 2010.

vori del pubblico e della critica, anche per l’utilizzo di un linguaggio alquanto originale, tra il dialetto veneto e l’italiano, che è la peculiarità del suo stile. Ma quali sono le caratteristiche principali di quest’ultimo lavoro? Presto detto: brani in vernacolo stretto, maggioranza delle storie legate alla vita familiare, nostalgia per un piccolo mondo ormai antico fatto di discussioni in famiglia sempre risolte, brevi gite fuoriporta, rimedi e consigli, fede semplice e non opinabile, autoironia che mai guasta, personaggi delineati a pennellate di parole.

Scrive Castello nella prefazione: “Sarei pienamente appagato se la lettura di questo libro regalasse momenti di divertimento a qualcuno. Viviamo in tempi tristi ed è per questo che spero che i miei fiori, anche se

selvatici, portino un po’ di allegria, qualche risata o almeno un abbozzo di sorriso”. Beh, riteniamo che l’obiettivo si possa pienamente raggiungere sia con chi qualche anno ce l’ha, e ben ricorda, sia con chi è giovane, e può conoscere la Schio di un tempo, attraverso le sensazioni e le emozioni dell’autore, nato in città nel ‘44. Mariano Castello, nostro apprezzato collaboratore, ritiene che questo possa essere il suo “ultimo libro”; a parte il fatto che ogni pubblicazione che si dà alle stampe per forza di cose è sempre l’ultima, ci permettiamo un suggerimento: così come ha raccolto i suoi “Fiorèti”, potrebbe scegliere tra quanto scritto con saggezza e sagacia per noi in “Visto dal Castello”…. Sarebbe sicuramente un successo. ◆ [M.D.Z.]

La rievocazione dell’anno scorso al giardino Jacquard

Schio torna Manchester (per due giorni)

teatro del Toaldi Capra ospiterà un laboratorio artistico ispirato alle tradizioni ottocentesche e alla cultura della comunità operaia, mentre al Giardino Jacquard si svolgerà una caccia al tesoro per bambini a cura dell’Associazione Trama. Alle 18 il momento più atteso: il corteo in costume in centro storico, dove le vetrine dei negozi

saranno allestite a tema, accompagnato da alunni dell’Accademia Musicale. In serata al Conte, dialogo tra Livio Galla, autore del romanzo “Il canto dei telai” edito da Mondadori, e Manuela Faccon, che ha firmato per Feltrinelli “La fabbrica delle donne”. Un tuffo nel nostro passato, per pensare al futuro. ◆ [M.D.Z.]

ÈSpettacoli

stato avviato un nuovo percorso della Fondazione Teatro Civico, sostenuto da Fondazione Cariverona, che propone di immaginare il teatro come casa educativa, come del resto era fin dall’antichità. La Fondazione non è nuova a progetti simili, ma quest’ultimo è ambizioso, di durata biennale, costruito con una rete di partner del territorio. “Cor(p)o Civico”, questo il nome del progetto, immagina un teatro che si apra in modo continuativo a ragazze e ragazzi dai 14 ai 18 anni, offrendo loro un luogo sicuro in cui sperimentare, esprimersi, crescere insieme.

Il progetto è realizzato in collaborazione con il Comune di Schio, l’Istituto professionale “Garbin” , la Scuola di formazione professionale dei Salesiani don Bosco, l’Itis “De Pretto”, l’Avis Alto Vicentino, Fideuram private banker , Lions Club Schio e numerosi professionisti dell’arte, della cultura e del benessere.

Cuore operativo del progetto è un’équipe interdisciplinare che riunisce facilitatori culturali, artisti, operatori educativi, un professionista della salute mentale e una ricercatrice sociale. Questo gruppo non si limiterà a proporre attività, ma accompagnerà i ragazzi nel tempo, osservando i loro bisogni, costruendo percorsi che parlano

I numeri della Fondazione

Alcuni numeri di bilancio della stagione 25-26 per la Fondazione:

• 25.000 presenze complessive, con un incremento del 30% del pubblico under 35.

• 220 giornate di apertura, comprensive di spettacoli direttamente organizzati dalla Fondazione, progetti speciali rivolti ai cittadini e alle giovani generazioni ed eventi realizzati da organizzatori esterni.

• 64 spettacoli proposti, suddivisi in cinque rassegne (Schio Grande Teatro, Schio Musica, Schio Tempo Presente, Civico da Favola e Teatro Scuola).

• 227 artisti sul palco, il 44% giovani under 35.

• 7.200 presenze (+20%), per Teatro Scuola.

• 25 tour guidati all’interno del Teatro Civico, con oltre 500 visitatori.

• L’87% degli spettatori, tramite questionario, ha votato 4 o 5 su 5 come apprezzamento del programma proposto (+12% rispetto alla stagione 2024/25). Si conferma anche la vocazione civile del pubblico che ha preferito spettacoli con tematiche di attualità. [M.D.Z.]

Il Civico punta sugli adolescenti

Avviato un nuovo progetto dalla Fondazione: si tratta di “Cor(p)o Civico”, rivolto a ragazze e ragazzi dai 14 ai 18 anni per offrire loro un luogo sicuro in cui sperimentare, esprimersi, crescere insieme.

di corpo, voce, ascolto, relazione, presenza scenica e cittadinanza.

“Cor(p)o Civico” prevede circa 70 incontri di laboratorio sul tema dell’accessibilità culturale e dell’inclusione e 80 sullo sviluppo delle competenze personali e collettive: dal laboratorio performativo multidisciplinare a quello di arti visive applicate al movimento, dal percorso di introduzione alla tecnica teatrale al laboratorio inclusivo di movimento.

Nel corso dei ventiquattro mesi di progetto si svilupperà anche un percorso di “diversity training” per educatori e operatori, che offrirà strumenti concreti per lavorare in modo più inclusivo, mentre gli adolescenti avranno la possibilità di accedere gratuitamente a spettacoli e proposte culturali grazie a un pacchetto di biglietti dedicato. Un lavoro di monitoraggio e valutazione accompagnerà l’intero percorso, con l’obiettivo di misurarne l’impatto e di comprenderne la replicabilità su scala quinquennale.

“Cor(p)o Civico” coinvolgerà direttamente circa 500 adolescenti, ma guarda oltre i numeri. Vuole lasciare un’eredità concreta: un modello funzionante di teatro come infrastruttura educativa e sociale, capace di essere replicato e adattato in altri contesti. «Un teatro che non si limita a ospitare eventi, ma che si lascia attraversare, abitare, trasformare - dichiara la co-direttri-

ce artistica Stefania Dal Cucco -. Un teatro che può essere “salvato” dalle ragazze e dai ragazzi, non perché sia in pericolo, ma perché sono loro, con la loro presenza e il loro sguardo, a ricordarci che la cultura è viva solo quando è condivisa». ◆

Stop a bivacchi e campeggi abusivi

Roulotte parcheggiate per lunghi periodi, caravan utilizzati come abitazioni, bivacchi improvvisati su parcheggi e aree pubbliche: il Comune di Schio interviene con un’ordinanza che, per i prossimi sei mesi, vieta su tutto il territorio la sosta di caravan, roulotte, camper, autocaravan e veicoli attrezzati quando finalizzata al pernottamento, all’insediamento temporaneo o ad attività assimilabili al campeggio, al di fuori delle aree appositamente autorizzate.

Il provvedimento nasce a seguito delle numerose segnalazioni pervenute al Comune, alla polizia locale e alle forze dell’ordine da parte di cittadini e attività economiche che hanno evidenziato situazioni di occupazione impropria di parcheggi e spazi pubblici, criticità igienico-sanitarie e difficoltà nella possibilità di utilizzare aree destinate alla collettività.

Dal 30 luglio al 2 agosto arriva a Schio la seconda edizione dell’International Scledum Film Festival, dedicato al costume e alla moda nel cinema, che lo scorso anno ha fatto registrare un lusinghiero successo. Promosso e organizzato dall’associazione “Stanza perfetta Aps”, con il sostegno del Comune e il patrocinio della Regione, per quattro giorni trasformerà la città in un luogo di incontro tra cinema, arte, moda, artigianato e cultura contemporanea.

Detto tra noi

Torna il Festival del cinema

Dal 30 luglio al 2 agosto arriva la seconda edizione dell’International Scledum Film Festival.

La direzione artistica è affidata al regista e sceneggiatore Alessandro Carrieri, la co-organizzazione all’attore e imprenditore scledense Filippo Dorigato. Come nella passata edizione, il festival associa alla programmazione una tematica sociale, concentrandosi quest’anno sulla mente umana; attraverso il linguaggio cinematografico, con incontri e testimonianze, si affronteranno temi come l’autismo, l’isolamento e il disagio giovanile, l’ansia, la follia, le ossessioni, la genialità, la sensibilità. È prevista anche una performance teatrale di Schio Teatro Ottanta su Alda Merini, con la partecipazione della figlia della poetessa, Emanuela Carniti, che ritirerà un premio in memoria della madre.

Ci saranno inoltre prestigiosi ospiti: l’attore Mark Grosy (Sarkar nella fiction “Sandokan”); l’icona Florinda Bolkan, cui andrà un premio speciale alla carriera, in collegamento; l’attrice-regista Valeria Golino e il regista Marco Simon Puccioni e ancora, il regista Fabrizio Benvenuto, i costumisti veneti Catherine Buyse e Stefano Nicolao, l’artista Leonardo Ottoni, il maestro di effetti speciali Sergio Stivaletti. In programma anche una mostra a cura del liceo artistico “Martini”: un percorso dedicato alle locandine vintage dei grandi film, performance di moda con abiti ispirati al cinema curate da professioniste del settore, incontri sul rapporto cinema-impresa e sul cortometraggio. ◆ [M.D.Z.]

Per inviare lettere e contributi a SchioMese, scrivere a: schiothienemese@gmail.com

Si prega di inviare i testi soltanto via posta elettronica e di contenere la lunghezza: testi troppo lunghi non potranno essere pubblicati a prescindere dai contenuti.

Le osservazioni del Comitato Basta Allagamenti a Ss.Trinità sul piano delle acque

Il piano delle acque è stato adottato dal consiglio comunale e, avendo la possibilità di esprimere delle osservazioni in merito, il comitato Basta Allagamenti a Ss Trinità ha deciso di occuparsene. Vari allagamenti negli ultimi anni ci hanno messo a dura prova e sappiamo, avendole viste con i nostri occhi, quali sono le criticità nel quartiere. Negli anni abbiamo documentato tutto, all’assemblea dello scorso anno abbiamo fatto vedere solo una parte delle situazioni e dei danni subiti. Abbiamo a cuore il nostro quartiere: per questo presentiamo in questi giorni almeno 6 osservazioni al piano delle acque.

• Via Dino Lanaro è soggetta spesso ad allagamenti: chiediamo che si adottino soluzioni adeguate per impedire che l’acqua sia deviata nella via e che nella parte finale sia possibile realizzare uno sfogo per favorirne il deflusso in tempi ragionevoli;

• Lo spartitraffico su via Fermi in caso di allagamento convoglia l’acqua nei garage della via e dunque chiediamo venga rivisto;

• La perequazione 11 ha diverse criticità: chiediamo di potenziare la tubazione di scarico del bacino di laminazione PER11 su Via Maso dalla Vecchia e uno studio per regolare la portata della tubazione D.80 cm. che lambisce SS Trinità in modo tale da poter ricevere le acque meteoriche delle vie posta a valle (vie Nogarola/Giarette/Malpigli/Pacinotti); chiediamo anche lo studio di nuovi fossati sulla area da SS Trinità al Timonchio e la loro regolare manutenzione;

• Le caditoie in vari punti del quartiere non sono state realizzate in modo consono allo smaltimento delle acque: chiediamo la presa in carico dell’analisi delle linee di scarico acque meteoriche e chiediamo, quindi, di trovare una soluzione soprattutto per le Vie Nogarola/Giarette/ Pacinotti/Malpighi,fino al Boldoro. Chiediamo inoltre la valutazione di adozione nuove caditoie più adatte a scaricare grandi portate di acqua e la loro regolare manutenzione;

• I sottoservizi di via Pacinotti e Malpighi sono problematici per l’esistenza di varie tubazioni: chiediamo di ultimare la videoispezione e capire il motivo dell’ostruzione esistente e possibilmente risolverlo. L’altezza del tubo di scarico sul Torrente Boldoro è ad un livello inferiore rispetto al livello dell’acqua in caso di forti piogge e questo crea un rigurgito all’interno del tubo che va a riversare l’acqua nei piazzali dei condomini e residence che sono collegati a questa tubazione. Inoltre c’è anche un canale di scolo che evidentemente non è correttamente dimensionato.

Speriamo che la giunta decida di tornare a parlare direttamente con i cittadini di Ss. Trinità in una assemblea pubblica che noi vorremmo organizzare nuovamente a settembre. L’anno scorso è stato fatto e ci sembra doveroso dare spiegazioni sulle tempistiche delle opere. C’è bisogno di maggiore trasparenza e partecipazione per far capire ai nostri concittadini che il tema è una priorità amministrativa.

I portavoce del Comitato Giorgio De Zen - Anna Fabris

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