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SchioMese

Periodico di informazione dell’Alto Vicentino anno XV n. 145 - giugno 2026

Virginia sogna il Giro d’Italia - p.10 ◆ Chicco e Giovanna, due vite per gli altri - p.14

Simone Pellegrinelli

“Alle ex Marconi vedo

un centro integrato di

polizia”

A un anno dal suo arrivo al Consorzio Alto Vicentino, il comandante della polizia locale parla della sua nuova esperienza e lancia un’idea suggestiva in vista del trasferimento nella nuova sede delle ex Marconi: “In futuro si potrebbe pensare a un progetto che integri nello stesso edificio anche altri organi di polizia. Quella struttura potrebbe essere un tassello di una visione più complessiva di un sistema di sicurezza integrato”.

La pizza in piazza (e due interviste)

“U

n segno che gli scledensi hanno apprezzato, non solo per la qualità della pizza, ma per l’atmosfera che si è creata: quella di un luogo dove sostare, non solo consumare. Una sperimentazione di socialità in piazza che ha funzionato, e che la città sembra aver fatto propria. I partecipanti hanno apprezzato il fatto di poter parlare tranquillamente con gli amici senza essere disturbati dalla musica troppo alta. Un altro particolare, è stata l’assenza dell’uso dei cellulari a tavola dove il dialogo e le buone risate facevano da padrone. La piazza chiusa ha inoltre favorito il gioco dei bambini, che potevano correre tranquillamente in giro”. Queste, rigorosamente virgolettate, sono le parole con cui Mauro Zattara, presidente della Pro Loco di Schio, ha commentato l’esito della manifestazione “Che pizza questa piazza”, andata in scena in piazza Statuto il 23 e 24 maggio scorsi (detto tra noi: ricorrere a un gioco di parole come “Che pizza questa piazza” proprio nella discussa Statuto richiede una lodevole dose di coraggio, visto il doppio senso che può generare).

L’evento non si portava dietro una particolare carica di innovazione, visto che si trattava di trovarsi in piazza per mangiare

Schio

Supplemento mensile di Lira&Lira

Direttore

Stefano Tomasoni

Redazione

Elia Cucovaz

Mirella Dal Zotto

Camilla Mantella

Grafica e impaginazione

Alessandro Berno

Per inviare testi e foto: schiothienemese@gmail.com

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della pizza in compagnia, ma non è detto che un’idea debba essere necessariamente originale per avere successo. In questo caso tutto è partito da una collaborazione tra alcuni esercenti del centro, realizzata operativamente dalla Pro Loco con la collaborazione del Comune. In due giorni si è registrato un migliaio di presenze: “mia poco”, direbbe Dj Gaggia.

Si può osservare che mangiare pizza all’aperto seduti su panche e tavolate sia di per sé una cosa più vicina alla sagra di paese che a un evento capace di richiamare gente da fuori, ma non è questo il punto, quanto il fatto che la “mega-pizzata” ha finito – a nostro avviso - con l’assumere un significato che va al di là del suo peso reale e diventa una specie di “cartina di tornasole”. Per due motivi: il luogo in cui si è svolta e i commenti rilasciati a posteriori dagli organizzatori.

Il luogo, innanzitutto: piazza Statuto. Non la solita “piastra polivalente” di piazza Falcone Borsellino. Non l’area antistante la Fabbrica Alta. No: piazza Statuto, proprio lei. Quella che è stata oggetto di lavori di ripavimentazione e di nuovo arredo urbano, ma che poi non ha completato la trasformazione da rospo in principe ed è tornata a essere usata principalmente come parcheggio.

I commenti degli organizzatori, poi: è bastata un’idea semplice come una pizzata collettiva per far registrare un plauso generale all’utilizzo di piazza Statuto come spazio di aggregazione e di incontro. Zattara parla di “un luogo dove sostare”, “una sperimentazione di socialità di piazza”, osserva che la piazza chiusa “ha favorito il gioco dei bambini, che potevano correre tranquillamente in giro”. E non c’è stato solo il presidente della Pro: “Volevamo creare qualcosa che tenesse le persone in centro, non solo per un acquisto e via, la pizza ci è parso il linguaggio giusto: universale, allegro, adatto a tutte le età. Vedere la piazza

così è stata una soddisfazione enorme”, ha detto Giacomo Zoppello, titolare del Bar Garibaldi. Dal canto suo, la vicesindaca Barbara Corzato ha promosso la manifestazione a pieni voti osservando che “il vero motore è stato il gioco di squadra. Un’idea nata dal basso, dal tessuto commerciale del centro, raccolta dalla Pro Loco e sostenuta dall’amministrazione comunale, un esempio di buona collaborazione”.

La ciliegina sulla torta l’ha messa il comunicato stampa diffuso dal Comune dopo l’evento, parlando di “un successo che ha trasformato piazza Statuto in uno spazio di socialità in cui la pizza ha fatto da pretesto perfetto per ritrovarsi”.

E allora ci viene da pensare che se un’iniziativa efficace ma basica come questa ha suscitato commenti così entusiastici sull’uso di piazza Statuto come “luogo dove sostare” e fare “socialità”, si può capire cosa potrebbe diventare quello spazio se, liberato finalmente dalle auto in modo stabile, fosse usato più spesso per ospitare manifestazioni o situazioni di aggregazione cittadina, ma anche soltanto per dare occasione di esprimersi a quella ”socialità di piazza” citata dal presidente della Pro loco. Certo, serve da parte di tutti – rappresentanti politici, operatori economici e cittadini - uno sforzo di fantasia e la disponibilità a immaginare e a provare qualcosa di nuovo. La città ne avrebbe bisogno. Come diceva Frankenstein Junior: Si-può-fare!

Nelle pagine che seguono pubblichiamo due interviste ad altrettante “new entry” nel panorama scledense: il comandante del consorzio di polizia locale, Simone Pellegrinelli, che compie in questi giorni il suo primo anno di incarico, e l’assessore all’urbanistica Michele Lain. Dell’intervista al comandante ci interessa evidenziare un punto, quello in cui dà voce

Mese
Periodico di informazione dell’Alto Vicentino

a una sua personale convinzione, ossia che il complesso delle ex scuole Marconi, di cui sta per concludersi il recupero e dove a inizio 2027 si insedierà il consorzio di polizia locale, potrebbe diventare sede – in prospettiva – di un vero e proprio centro integrato di polizia, trasferendo sul posto le forze di ordinamento statale, che in città sono espresse dal distaccamento di polizia stradale, così da fare delle ex Marconi un “polo della sicurezza” centralizzato, quantomeno per quanto riguarda le diverse espressioni delle forze di polizia. A noi sembra un’ottima idea e, per quel che può valere, ne peroriamo fin d’ora la realizzazione. All’interno dell’edificio c’è spazio disponibile per tutti, e questo sarebbe un buon modo per utilizzare al meglio quella struttura, attraverso funzioni strategiche che garantirebbero anche un presidio costante a servizio della sicurezza del centro storico.

Dell’intervista all’assessore Lain, invece, sottolineiamo un breve passo dedicato alla Destra Leogra: dopo aver ricordato la competenza della Provincia nella stesura del progetto, Lain osserva che l’amministrazione comunale ha il compito di “far sì che la strada diventi catalizzatrice per la creazione di parchi, luoghi di incontro e socialità e rigenerazione ambientale”. Con-

Lo Schiocco

Brutto segnale

Sono in corso, in più punti della città, lavori di rifacimento di brevi tratti stradali, preceduti quasi ovunque da segnali stradali ridotti nelle condizioni di quello nella foto, che doveva essere in circolazione già al tempo del quinto governo De Gasperi. Vien da pensare che in un capitolato d’appalto per lavori stradali si dovrebbe poter inserire una clausola rescissoria nel caso in cui la ditta che se lo aggiudica utilizzi segnaletica stradale del dopoguerra. Mica per niente, ma per rispetto sia del Comune appaltante che, soprattutto, dei cittadini. A meno che la cosa non sia voluta. Non vorremmo fosse un (brutto) segnale che si è persa la speranza di recuperare la Fabbrica Alta e di valorizzare meglio il

fidiamo che - se un giorno l’infrastruttura dovesse concretizzarsi – ci si ricordi di questo compito e lo si prenda sul serio, perché al momento l’unica cosa che ci pare certa nell’eventuale costruzione di una strada in

patrimonio di archeologia industriale della città, accontentandosi di lanciare Schio nell’empireo dell’archeologia stradale. [S.T.]

“destra Leogra” è lo sventramento della costa d’argine dal Molo all’ingresso di Pieve, con l’inevitabile perdita di buona parte del polmone di verde urbano che corre in quel lungo tratto. ◆

Copertina

“Dopo una fase di lettura dei bisogni, è stata realizzata una serie di iniziative che comincia a dare risultati. Penso alle attività avviate riattivando l’agente di quartiere, ai servizi appiedati, a un maggior presidio del centro, alla maggiore attenzione a fenomeni di degrado, alle attività di contrasto di altri fenomeni di illegalità diffusa”.

Questa intervista comincia così, con un numero. Quello dell’anno in cui sono nati sia il Consorzio di polizia locale Alto Vicentino che il suo attuale comandante, Simone Pellegrinelli. Per la precisione, il consorzio vide la luce in aprile, e all’epoca fu il primissimo ente consortile di polizia urbana in Italia. Qualche mese dopo, in agosto, a Occhiobello, Basso Polesine con il Po alle porte, nasceva Simone Pellegrinelli, che da un anno è alla guida della polizia locale altovicentina.

La sua è ormai un’esperienza trentennale nella polizia locale. Dopo le prime esperienze iniziate dalla classica gavetta, come agente, è diventato via via coordinatore e poi comandante. Per molti anni, dal 2001 al 2019, ha guidato la polizia locale a Castelmassa, sempre provincia di Rovigo, da lì è passato nel Mantovano, andando a far nascere una nuova realtà di polizia locale associativa, quella della Destra Secchia. Da giugno dell’anno scorso, infine, Pellegrinelli è arrivato a Schio. Dove, oltre a trovare una struttura coetanea, ha trovato un consorzio con un organico di una quarantina di agenti (tre sono stati assunti proprio in questi giorni), un bacino geografico che copre 15 comuni più due associati, e un bacino demografico che si avvicina ai 90 mila abitanti. La sede è da sempre a Schio ed è in procinto di essere trasferita dai locali di via Pasini, da tempo troppo stretti, al complesso delle ex scuole Marconi in fase di ristrutturazione. Un distaccamento è operativo a Piovene, per seguire in particolare i comuni di area montana.

Simone Pellegrinelli

“Alle ex Marconi vedo

un

centro

integrato di polizia”

A un anno dal suo arrivo al Consorzio Alto Vicentino, il comandante della polizia locale parla della sua nuova esperienza e lancia un’idea suggestiva in vista del trasferimento nella nuova sede delle ex Marconi: “In futuro si potrebbe pensare a un progetto che integri nello stesso edificio anche altri organi di polizia. Quella struttura potrebbe essere un tassello di una visione più complessiva di un sistema di sicurezza integrato”.

Comandante, intanto buon primo anno a Schio… Che realtà ha trovato qui nell’Alto Vicentino, e come è stato questo periodo d’avvio?

“E’ stato un anno entusiasmante. Sapevo che avrei trovato una realtà stimolante, un consorzio ben strutturato e organizzato. Necessitava di una serie di passaggi in termini di governance, alla luce dell’avvicendamento del nuovo comandante e del vicecomandante, ma questa è una struttura che ha sempre rappresentato un’eccellenza e che ha saputo dare nel tempo risposte efficaci alle esigenze del territorio. Il lavoro di questo anno è stato molto intenso e impegnativo, si è trattato anche di prendere conoscenza delle dinamiche sia dell’ente che della città di Schio e del territorio. Non conoscevo Schio e ho trovato una città accogliente, inclusiva, che vale la pena

di vivere. Essere individuato come comandante di questa realtà per me è stato un motivo d’orgoglio, anche perché ricordo che il consorzio ha avuto autorevoli predecessori, che poi si sono espressi ad altissimi livelli, cito per tutti Aldo Zanetti, che nella sua carriera è stato in seguito comandante generale a Padova, a Bologna, a Roma”. Il suo è un ruolo in cui diventa inevitabile, ma anche necessario, rapportarsi costantemente con gli amministratori locali. Com’è stato, fin qui, il rapporto con la politica, a cominciare da quella della città “capo area”, appunto Schio? “La polizia locale non può prescindere dalla politica legata al territorio su cui opera: noi siamo un servizio associato che rende un servizio alle amministrazioni, dunque non possiamo esimerci dal confrontarci e dal prendere atto delle indicazioni che ar-

rivano dalle amministrazioni. Come consorzio abbiamo la fortuna di essere strutturati in modo autonomo rispetto ad altre polizie locali che sono incardinate direttamente all’interno degli enti locali: abbiamo un Cda con un suo presidente, un’assemblea consortile, abbiamo organi di rappresentanza che fanno da filtro rispetto a necessità, bisogni o obiettivi che l’amministrazione ha necessità di portare avanti”. Questo per dire che non si è mai sentito “tirato per la giacca”, come si suol dire, in questo anno? “No, assolutamente, non ho mai avuto problemi. Sono riuscito a costruire un sistema di relazioni e di prassi molto ben rodato, che sta dando ottimi frutti. Tendo a privilegiare un rapporto diretto con gli amministratori. C’è una leale collaborazione, che è una condizione indispensabile per portare avanti il lavoro”.

Di certo il tema più sensibile un po’ per tutti gli amministratori locali è quello della sicurezza. Su questo come vi state muovendo? Lei stesso, di recente, ha sottolineato l’importanza di potenziare la presenza degli agenti a piedi in strada per una più efficace attività di controllo e presidio della città.

“Io credo che non si possa pensare di essere utili, in tema di sicurezza, se non si ragiona in termini di sicurezza integrata: tutti gli attori devono essere messi in condizione di lavorare in modo sinergico per prendersi cura di un dato territorio, certo nei rispettivi ruoli e funzioni. In una visione di questo tipo il ruolo della polizia locale è fondamentale. Ovvio che non si può prescindere dalla sicurezza urbana, che ha come protagonista la polizia locale. Noi andiamo a inquadrare situazioni che rappresentano un bisogno manifestato dagli amministratori, ma anche dai cittadini: il diritto alla libertà, alla tranquillità, al riposo… Su questo il consorzio è da tempo al lavoro, stiamo cercando di dare risposte che siano le più efficaci possibili”.

E i frutti stanno arrivando?

“Dopo una fase di lettura dei bisogni, è stata realizzata una serie di iniziative e di riorganizzazione del servizio che comincia a dare risultati. Penso alle attività avviate nei mesi scorsi riattivando l’agente di quartiere, ai servizi appiedati, a un maggior presidio del centro, alla maggiore attenzione a fenomeni di degrado, al cominciare a rimettere mano al regolamento di polizia urbana, alle attività di contrasto di altri fenomeni di illegalità diffusa in particolare all’interno del centro… Ovvio che siamo solo all’inizio. Ma è importante che la polizia locale rimanga la polizia di prossimità, per governare la vivibilità e la bellezza della città. La soluzione vincente è fare di questo un valore prioritario, mettendo in atto un lavoro di squadra.

Da parte nostra, in queste settimane abbiamo completato le procedure per l’assunzione di quattro nuovi agenti, che verranno perlopiù destinati ai servizi di prossimità, per una maggiore presenza degli agenti in mezzo alla gente”.

Negli ultimi anni ad alimentare la preoccupazione della gente e a far percepire un senso di minor sicurezza generale è stata la presenza delle “baby gang”, o dei cosiddetti “maranza”, soprattutto a certe ore (nemmeno troppo serali) e in certi luoghi. Si può affermare che quel tipo di emergenza sia perlopiù rientrata?

“Credo che, nel tempo, la polizia locale di Schio abbia fatto un ottimo lavoro da questo punto di vista, intercettando tutta una serie di situazioni. Alcune forme spontanee di questo tipo sono state debellate sul nascere, anche con interventi pesanti. Però è da tener presente che il fenomeno delle baby gang, ma meglio sarebbe dire di piccoli gruppi spontanei e di situazioni borderline di disagio giovanile, non è mai del tutto risolto.

Su questo tema la polizia locale può intervenire in modo rigoroso in termini di prevenzione e repressione, ma nel contempo può essere l’anello che porta a far emergere situazioni che devono essere ben gestite. Pensiamo al tema dell’immigrazione, del degrado, dell’abitare… la polizia locale deve diventare un punto di contatto rispetto ad alcuni problemi che non necessariamente devono essere affrontati in maniera repressiva”.

Veniamo alla nuova sede del consorzio: l’intervento è ormai in dirittura d’arrivo e si avvicina il momento del trasloco alle ex Marconi. E’ da immaginare che non vediate l’ora di poter operare in spazi più consoni all’attività e all’organico.

“Penso che si tratti di un progetto estremamente lungimirante. È stata fatta la scelta di tenere la polizia locale nel centro stori-

co, destinando una struttura importante che è stata recuperata a una seconda vita. Si è ragionato in termini ambiziosi, perché gli spazi, oltre a essere molto accoglienti, hanno potenzialità enormi. Quella struttura potrebbe rappresentare un tassello di una visione più complessiva di un sistema sicurezza integrato”.

In che modo?

“In questa fase il primo obiettivo è quello di portare la polizia locale nella nuova sede, in modo che diventi fin da subito un punto di riferimento qualificante in termini di servizio e di proposta, e questo avverrà nella prima parte dell’anno prossimo. Ma in futuro si potrebbe pensare, come suggestione, a un progetto più di ampio respiro che possa veder integrarsi nello stesso edificio anche altri organi di polizia, in primis la Polizia di Stato. Ho in mente la realtà dei centri integrati di polizia, che esiste già nel nostro paese”.

Cioè secondo lei si potrebbe portare alle ex Marconi anche il distaccamento di polizia stradale…

“Nel momento in cui si ragiona in termini di presidi integrati, il primo passaggio è quello di interessare le forze di polizia di ordinamento statale, che hanno come riferimenti la prefettura, la questura. Secondo me è un progetto fattibile, è una sperimentazione che, come detto, ha già raccolto frutti importanti in altre realtà, penso alla città di Modena ad esempio, dove le amministrazioni locali hanno lavorato in modo molto stringente con prefettura e questura. Del resto, le forze di polizia non sono a comportamenti stagni, il nostro lavoro quotidiano è già estremamente collegato con l’Arma dei carabinieri, la nostra centrale operativa e quella del 112 si interfacciano minuto per minuto anche per gli interventi o i servizi sul territorio. E’ una sinergia utile a tutti”. ◆

la facciata delle ex scuole Marconi, destinate a ospitare la sede della polizia locale

Michele Lain L’uomo che ha in mano l’urbanistica

ichele Lain è da sei mesi assessore all’Urbanistica, Edilizia privata, Lavori pubblici, Sistema informativo territoriale e Performance dei servizi pubblici di Schio. Nominato a gennaio, è un tecnico che ha accettato la delega – lasciata in precedenza da Giorgio Marchioro per motivi personali - spinto dai progetti di trasformazione urbana che stanno prendendo forma in città. Lo abbiamo incontrato per fare il punto su cantieri aperti e visioni future, dall’area ex Lanerossi alla mobilità, dal mercato immobiliare alle aree rurali.

Assessore, lei è entrato in giunta come tecnico, non come politico “di carriera”. Cosa l’ha convinta ad accettare?

“Diciamo che questo è il genere di richieste a cui spesso e volentieri si tende a rispondere ‘no, grazie’, dati l’impegno e la dedizione richiesti. Ma i grandi progetti urbanistici che stanno maturando a Schio mi hanno convinto ad accettare la proposta”.

Partiamo dall’area ex Lanerossi. Nell’ultima seduta di consiglio comunale, l’8 giugno, si sono discusse le più recenti modifiche al Piano Urbanistico Attuativo, il PUA. Quali sono le novità?

“È un progetto che mi sta particolarmente a cuore e appena insediato ho avviato delle interlocuzioni con progettisti e committenza. Ho trovato in Marcello Cestaro una persona che ha a cuore il bene della città e che si è dimostrata aperta anche alle modifiche che abbiamo proposto come amministrazione, fermi restando i piani di base — come quello di bonifica — che non possono essere toccati. Sono convinto che ne possa uscire un’area di grande interesse. Parte dell’attuale parcheggio diventerà una piazza che si connetterà al parco, dove sarà

A sei mesi dall’ingresso in giunta l’assessore all’urbanistica, edilizia e lavori pubblici fa il punto sui progetti in corso d’opera: area ex Lanerossi, retro Duomo, Destra Leogra, stazione, edilizia residenziale. “Per l’ex Lanerossi l’intenzione è quella di arrivare ad approvazione finale del progetto tra settembre e ottobre”.

necessario recuperare edifici meravigliosi come l’ex archivio Lanerossi, uno shed incredibile dall’alto valore architettonico, e la centrale idroelettrica. Sarà una quinta meravigliosa per Schio. L’intenzione è quella di arrivare ad approvazione finale del progetto tra settembre e ottobre”.

E poi?

“Poi i lavori partiranno subito da parte della proprietà privata”.

Restiamo sul territorio: un altro cantiere strategico è la Destra Leogra.

“Anche questo è un progetto importantissimo e ce lo diciamo da decenni. La Provincia traccia e costruisce la strada che risalirà il Leogra connettendo comuni e territori, ma come amministrazione dobbiamo esserci per intercettare il progetto e far sì che la strada diventi catalizzatrice per la creazione di parchi, luoghi di incontro e socialità e rigenerazione ambientale. Solo intervenendo ora, in fase di progetto, possiamo poi avere la base per gli interventi futuri, e non adeguarci a qualcosa calato dall’alto che poi diventa difficile da gestire”.

La Destra Leogra ci introduce al tema della mobilità, che negli ultimi mesi ha generato polemiche per via di alcune sperimentazioni che hanno coinvolto le aree del centro e del Campus.

“Schio è una città di 39 mila abitanti con solo due strade di accesso al centro: via Baratto, nell’area delle vecchie poste, e via Baccarini, nell’area della Stazione.

Ora abbiamo riaperto anche via Fogazzaro al transito verso il centro, aggiungendo una terza opzione, ma rimane il fatto che l’accessibilità veicolare non è semplice. Si fanno i conti con le strade esistenti, ma sono insufficienti per le esigenze della città. Chiaro, anche a me piace immaginare una città a misura d’uomo, pedonale e ciclabile, ma dobbiamo considerare la realtà del territorio e gli spostamenti che avvengono principalmente in auto. Non significa non migliorare e sostenere una mobilità lenta e dolce, ma bisogna essere realisti. Servono più parcheggi nell’area periferica al centro, anche a vantaggio dei residenti del centro storico che faticano a trovare posto per le auto, per carenza di garage e aree di sosta convenzionate. Un’area su cui sto ragionando molto è quella alle spalle del Duomo, che soffre per immobili a volte fatiscenti e per una mobilità poco agevole. Desidero potervi intervenire al più presto: è una zona centrale ma un po’ dimenticata”.

Si torna periodicamente a parlare di spostare la stazione ferroviaria. Lei cosa ne pensa? “A riguardo sono aperto. Io sono per i progetti: decido in base a quelli. Se mi venisse presentato un progetto plausibile per uno spostamento in area ex Cementi, con un piano di mobilità interessante in ingresso

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al centro storico, ne discuterei. Non dico no a priori. In ogni caso, al momento rimane dov’è. È anche in partenza un piano di riqualificazione dell’attuale area verde attigua alla stazione perché diventi un parco urbano”.

Si lavora per rendere Schio più attrattiva, eppure il mercato immobiliare locale sembra poco vivace e i nuovi residenti scarseggiano. Perché?

“Il patrimonio immobiliare residenziale scledense proposto in vendita è effettivamente limitato. Negli anni sono state adottate misure a contrasto del consumo di suolo — per fortuna — e le aree edificabili si sono ridotte. È però un falso problema, perché anche le poche in vendita non vengono acquistate e in ogni caso è sempre possibile la riqualificazione dell’esistente. La vera questione è che costruire al nuovo con una buona qualità per i singoli sta diventando improponibile per i costi eleva-

ti. Le imprese che si impegnano in nuove lottizzazioni, invece, sono poche e presentano progetti standard per poter contenere i costi, cosa che può andare a svantaggio della bellezza e dell’armonia del contesto urbano: edifici fotocopia calati in contesti diversi”.

Qual è, allora, la sfida per il futuro, da questo punto di vista?

“La sfida è rendere più semplice ai giovani comprare casa. Mi metto nei loro panni: la scelta è tra acquistare al nuovo — a costi comunque considerevoli — appartamenti numericamente scarsi, oppure comprare più datato e ristrutturare, con costi elevati e spesso poco prevedibili. Come amministrazione possiamo lavorare per favorire le riqualificazioni dell’esistente e selezionare gli immobili migliori, magari ampliando l’offerta di edilizia residenziale convenzionata. Cercheremo di farlo anche sul PUA ex Lanerossi, per quanto possibile.

Il tema della rigenerazione del patrimonio residenziale privato tocca tutti: l’amministrazione può dare indirizzi, ma ha poteri fino a un certo punto. Su aree private non vincolate, per esempio, non possiamo mai

Se Schio e Santorso fossero tutto uno…

Quando sul Giornale di Vicenza ho letto che Santorso è tra i piccoli comuni che dovrebbe fondersi con un partner, ho pensato subito: “Già fatto”. E infatti, se guardi dalla collina, vedi un unico grande paesotto: Schio è arrivato fino al Timonchio e anche Santorso è lì lì. E allora in realtà Schio e Santorso sono già una città sola, come Schio e Magrè, per dire. E quindi di fatto Santorso si è già unita a Schio e non dovrebbe fare più niente altro, basta solo scrìverlo anche sulle carte.

Veniamo da un passato che è sempre andato in questa direzione: quelli di Santorso andavano a lavorare nelle fabbriche di Schio e qui da noi si sono sempre sentiti come in casa loro; il dialetto era quasi uguale, con qualche inflessione più arcaica in quelli di Santorso, che poi si è man mano attenuata fino a scomparire del tutto; Alessandro Rossi, che se ne intendeva, si è fatto

fare da Caregaro Negrin una grande villa a Santorso, pur avendo la fabbrica a Schio, come tutti sanno.

Non saprei dire se l’esistenza dell’ospedale nel comune di Santorso rappresenterebbe un ostacolo alla fusione, che mi sto figurando io nella mia testa: a suo tempo infatti a Schio c’era un ospedale già mezzo fatto o comunque già iniziato. Si è preferito fermare i lavori e andare a costruirne uno nuovo a Santorso, secondo il progetto di alcuni volonterosi, che avevano già pronte le carte….

“E quelli di Thiene?”. “Cosa centrano quelli di Thiene?” si dirà.

“Anca massa boni a non aver preteso quella volta che l’ospedale fosse costruito per esempio a Zanè. Perché no? Visto che si voleva costruirlo a Santorso, tacà a Schio. E allora perché tacà a Schio e non tacà a Thiene?”

E in effetti anche se negli ultimi decenni il mondo è un po’ cambiato, almeno noi vec-

esprimerci sulla qualità estetica di un progetto, ma solo verificare che sia aderente alle normative. Si possono però rafforzare i controlli sugli edifici più fatiscenti, che oggi vengono spesso messi in affitto alle fasce economicamente più fragili”.

Ultima domanda: le aree rurali collinari di Schio. Vale la pena incentivarne il ripopolamento? “Il ripopolamento delle aree rurali è una scelta di vita. Se si sale solo per tornare a dormire la sera, forse è una scelta che non apporta così tanto valore, perché non ci si impegna nella manutenzione del territorio che una volta facevano i contadini. I tempi sono cambiati. Quindi sì, chi si impegna a riqualificare contrade e caseggiati è lodevole, ma l’amministrazione deve anche fare i conti con una realtà concreta: garantire servizi — strade, raccolta rifiuti, illuminazione, scuolabus — a insediamenti sparsi e sottoutilizzati ha un costo per tutta la collettività. Quando la densità abitativa è molto bassa, il costo pro capite di quei servizi diventa sproporzionato. Non è un invito a non salire in collina, ma a farlo con un progetto di vita vero, che generi anche presidio e cura del paesaggio. Quello sì vale ogni investimento”. ◆

chi non ci siamo ancora abituati a lasciar perdere la questione dei campanili e siamo ancora fissati con l’idea che debba vincere quello che proietta l’ombra più lunga.

“Ma non vorrai mica tirar fuori di nuovo l’antica rivalità tra i mas-ciari di Thiene e i pandoli di Schio?” (preciso che per pandoli si devono intendere i biscotti, specialità scledense, no il fatto che quelli di Schio siano dei pandoli, perché detto così, contrapposto a mas-ciari, potrebbe trarre in inganno).

Queste rivalità sono morte e sepolte. C’era qualcosa magari ai tempi di mio padre che era del novecentosette. Lui diceva che a quel tempo là dopo le partite di calcio qualche volta capitava che i tifosi più sfegatati dello Schio e del Thiene, se si incontravano, si dessero delle sberle, ma mai con cattiveria e no per far male. Erano più che altro sberlette e magari dandole a qualcuno scappava anche qualche parola no tanto bella. Ma adesso i tempi sono cambiati per sempre. Non vorrei però, nel caso che Schio si unisse a Santorso e quindi si prendesse anche l’ospedale, che quelli di Thiene, in un estremo sussulto di campanilismo fuori stagione, dicessero: “Sta volta quei de Schio i ne ga ciavà”. E forse sarebbe la prima volta, perché è sempre successo il contrario. ◆

Mariano Castello

VAttualità

irginia ha 22 anni, va all’università, ama ascoltare musica e cucinare, specialmente le torte, e stare con i suoi amici. Una ragazza come ce ne sono tante a Schio. La differenza che la rende unica emerge quando sale in sella a una bicicletta e va in fuga. Virginia Bortoli infatti è una professionista del ciclismo che si sta facendo notare sui circuiti nazionali e internazionali, pedalando fianco a fianco di campioni mondiali. Una “promessa” delle due ruote che sogna in grande, pur restando coi piedi per terra. Le abbiamo chiesto di raccontarci da dove nasce il suo talento e dove spera di arrivare grazie ad esso. Quando hai iniziato a praticare il ciclismo?

«All’età di tre anni, per emulare mia sorella più grande, nella squadra di Santorso». Il tuo talento è emerso subito?

«All’inizio i risultati non mancavano, e vincere è sempre una soddisfazione. Ma non era la cosa più importante, per me». E qual era la cosa più importante?

«La soddisfazione di portare i fiori alla mamma o al nonno quando vincevo: sono sempre stata grata a tutta la mia famiglia per il supporto e l’incoraggiamento che mi hanno dato. E soprattutto… le torte».

Le torte?

«Mi ricordo che dopo ogni gara la mamma di una mia compagna portava un rotolo di pan di spagna con dentro tantissima Nutella: una delizia. Pregustando il momento in cui lo avrei assaggiato mi sentivo felice a prescindere dal risultato».

E da allora è sempre stato un crescendo?

«Già in quel periodo in realtà ho dovuto affrontare dei momenti complicati. Verso i dieci anni, poco dopo il passaggio di categoria, ho dovuto stare ferma diversi mesi a causa di un problema di salute che ha richiesto lunghi accertamenti».

Virginia sogna il Giro d’Italia

La scledense Virginia Bortoli, 22 anni, è già una bella realtà del ciclismo professionistico. “Vorrei riuscire ad arrivare al prossimo Giro d’Italia al massimo della forma: quest’anno ho dovuto saltarlo per un infortunio. Poi magari accedere al circuito world tour. Ma resto con i piedi per terra e sto costruendo il mio Piano B”.

Ma non hai mollato.

«Anche se non potevo pedalare sono rimasta vicino alla squadra rendendomi utile come potevo, per esempio facendo il tifo. Quando sono rientrata, pur non essendo in piena forma, aiutavo le compagne che potevano raggiungere i risultati migliori». Quando hai capito di poter puntare in alto?

«Verso i 15-16 anni ho cambiato squadra, sono andata a Breganze, dove ho trovato Davide Casarotto, un allenatore che mi ha capito e ha fatto emergere le mie potenzialità. Il momento della svolta è stato, nel 2020, l’ottavo posto al campionato italiano».

Come ti sei mossa in seguito?

«Ho preso contatti con una squadra del circuito professionistico, la Fassa Bortolo, e l’anno successivo sono entrata nel team».

Com’è stato il passaggio?

«Un po’ traumatico, non solo perché ero la più piccola in una squadra di sportive molto più esperte, o per l’impegno in più, ma anche perché era l’anno della maturità e ho dovuto saltare molte presenze per prepararmi agli esami».

Un altro momento difficile. Come lo hai superato?

«Grazie al nostro allenatore Lucio Rigato, che ha sempre saputo starmi vicino, e a Tatiana Guderzo, campionessa del mondo

che quell’anno militava nella nostra squadra. Il suo esempio e i suoi consigli sono stati un’opportunità straordinaria».

Com’è la vita di una professionista del ciclismo?

«Conciliare allenamenti quotidiani e continui viaggi in Italia e all’estero con lo studio e i rapporti con gli amici può essere frustrante. Spesso sono lontana da casa per un paio di mesi, con solo uno o due giorni di pausa tra una trasferta e l’altra…».

Però continui a pedalare.

«Sto vivendo delle esperienze uniche e ci sarà sempre tempo, più avanti, per una vita tranquilla. Mi piacerebbe molto riuscire ad arrivare al prossimo Giro d’Italia al massimo della forma: quest’anno ho dovuto saltarlo per un infortunio».

E poi?

«Magari accedere al circuito world tour e… Sono giovane e questo è il momento giusto per inseguire il mio sogno, ma resto con i piedi per terra: sto costruendo il mio piano B».

Qual è?

«Fra allenamenti e gare sono riuscita a  completare uno stage in uno studio di nutrizionismo e penso che con la mia esperienza sportiva potrei avere una marcia in più in quella professione». ◆

TAttualità

ornano a Schio ogni due-tre anni, per ritrovarsi con la famiglia, gli amici e l’OMG. Incontrare Chicco Rigon e Giovanna Pietrobelli, al servizio dei poveri in Perù, è una lezione di vita.

Entrati a far parte dell’Operazione Mato Grosso a metà degli anni Settanta, quando il gruppo di Schio era agli inizi, si sono sposati nell’83. Entrambi hanno sempre coltivato il desiderio di vivere in comunità, aiutando i giovani e i poveri. Nell’87 sono partiti per l’Ecuador e dopo circa cinque anni sono passati in Perù, al seguito di Padre Ugo De Censi, che aveva intuito la loro propensione per l’insegnamento e che, nel ‘92, ha proposto a entrambi di fondare una scuola per formare maestri, riconosciuta a livello statale. Nel frattempo, sono nati cinque figli, tutti cresciuti con uno sguardo in più verso chi è in difficoltà.

Vi siete trovati a operare anche in periodi difficili. “Dal ‘92 al ‘97 – spiega Giovanna - ci furono in Perù diversi atti di terrorismo che insanguinarono il paese: nel ‘92 perse tragicamente la vita un volontario che conoscevamo, Giulio Rocca, e cinque anni dopo il nostro parroco, Daniele Badiali, fu ammazzato per ottenere un riscatto; queste morti ci provarono, ma ci spinsero anche a raccogliere il testimone, scegliendo di vivere ancor più consapevolmente la nostra missione. Considerato il pericolo, soprattutto perché avevamo figli piccoli, Padre Ugo ci spostò a Pomallucay, una missione più centrale, occupandoci in un seminario per la formazione sacerdotale. Io curavo l’oratorio, accoglievo i pellegrini, stavo con i ragazzi che sentivano la loro vocazione; Chicco invece era principalmente impegnato a costruire una centrale idroelettrica

Chicco e Giovanna, due vite per gli altri

Giovanna Pietrobelli e Chicco Rigon hanno dedicato la loro vita al servizio dei poveri e degli emarginati in Sudamerica. Partiti da Schio quasi quarant’anni fa, hanno vissuto in Ecuador e soprattutto in Perù. La loro è una vita che diventa lezione d’amore e dedizione agli altri.

in collaborazione con la De Pretto Escher Wyss, la ditta in cui aveva fatto uno stage prima di arrivare in Perù e che ci fu sempre molto vicino. La centrale era destinata a fornire elettricità all’ospedale di Chacas”. Ricordiamo il Gruppo Turbina.

“Esatto – interviene Chicco -. Era stata individuata una turbina che si poteva sistemare con successo e più operai della De Pretto, lavorando gratuitamente fuori orario o al sabato mattina, riuscirono ad approntarla nel migliore dei modi. Poi arrivò da noi in Perù e garantì energia costante alla zona di Pomallucay e Chacas”.

Attualmente dove prestate il vostro servizio?

“Da sei anni siamo a Shilla con Padre Alessio Busato, originario di Pievebelvicino. Il paesino si trova nella Sierra, a tremila metri di altezza. Lì accogliamo i poveri e gli anziani: ce ne sono molti soli, e non esistono case di riposo. Noi cerchiamo di dare ciò che è nelle nostre possibilità, ricevendo tantissimo dal punto di vista umano. Finché avremo forza e salute, intendiamo portare avanti la nostra scelta di vita”.

Avete cinque figli, due dei quali in America Latina e tre qui in zona. Hanno sempre condiviso le vostre scelte?

“Si sono formati in scuole che promuovono l’istruzione così come la concepiva don Bosco. La primogenita, Maria, ha una laurea in infermieristica e lavora in una casa di accoglienza per malati a Lima; Francesco si è laureato in ingegneria in Italia, ha tre figlie e abita a Schio; Paolo è in missione in Brasile e ha due bambine; Anna vive anche lei a Schio e lavora in una cooperativa per l’inserimento lavorativo di persone diversamente abili; Daniele è laureando in architettura. Ci incontriamo ogni due-tre anni, ma riusciamo a videochiamarci spesso. I nostri ragazzi hanno avuto un percorso diverso dal comune, ma ci sembra che abbiano capito e condiviso la nostra scelta”.

Anche i vostri genitori, a suo tempo, l’hanno sostenuta?

“Erano nel volontariato – precisa Giovanna – e mio padre era molto attivo alla Charitas, per cui la scelta di aiutare i bisognosi era nel nostro dna. Per loro però non è stato facile lasciarci partire, capire che non saremmo tornati, se non per periodi più o meno lunghi, sentirci di rado. Ma erano orgogliosi e contenti per noi, questo sì”.

Con l’OMG di Schio il rapporto è continuo e speciale, il gruppo scledense vi aiuta spesso con raccolte fondi.

“L’OMG è stata la nostra vita – dice Chicco - fin da quando, giovanissimi, frequentavamo il gruppo. Ci sono tanti ragazzi molto attivi anche oggi, e questo per noi è un grande piacere; in tanti ci danno concretamente una mano e noi siamo legati a Schio, qui sentiamo di avere ancora persone che ci vogliono bene e ci sostengono”.

Un messaggio finale?

“Non abbiamo la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma siamo convinti che la vita più bella è quella al servizio di chi ha di meno. Non vale la pena perdersi in cose inutili o cercare il superfluo. Dare è meglio che ricevere, e non è una frase fatta”. ◆

Giovanna Pietrobelli e Chicco Rigon Rigon con un bambino peruviano

Attualità

Sembra utopico parlare oggi di pace e gentilezza, ma è proprio questa l’unica via da seguire per cambiare il mondo. A palazzo Toaldi Capra si è tenuto un interessante convegno a cura del CIRFDI, il Centro internazionale di ricerca e formazione per il dialogo interculturale, nel quale sono intervenuti l’assessore scledense ai servizi educativi e alla gentilezza Milva Scortegagna, il presidente del CIRFDI Michele Di Cintio e il filosofo Fabio Peserico. Scopo finale del CIRFDI è gettare le basi, nel mese di ottobre, per la nascita del Parlamento Mondiale degli Studenti. Già è attivo, da una ventina d’anni, il Parlamento Europeo degli Studenti, spesso ospite delle massime istituzioni a Bruxelles, ma ora si pensa di allargare la sfera d’azione, soprattutto dopo i contatti avuti con le Università di Fez e Rabat, che hanno portato ad avviare il Parlamento Africano degli Studenti. In ottobre, dunque, al Palazzo del Bo di Padova, delegazioni del Comune e del CIRFDI incontreranno alcuni rappresentanti della comunità marocchina di Treviso e docenti universitari per consolidare, sancire ed estendere legami interculturali.

“Pace e gentilezza sono oggi atti di coraggio – ha detto nel suo intervento Milva Scortegagna -, forze generative in grado di mettere al centro la persona e di gettare le basi per un nuovo umanesimo condividendo idee, esperienze e prospettive”. Dal canto suo Di Cintio ha spiegato come

Passi carrai e strisce pedonali davanti al liceo Martini

Qual è il punto d’accesso giusto per entrare con l’auto davanti al liceo Martini, in via Maraschin? Il primo che si incontra arrivando dalla rotonda del Civico, o quello in fondo prima del busto di Fusinato? Per parte nostra abbiamo sempre usato il primo, in faccia al Civico, che però presenta un cartello di divieto di accesso. Cartello visibile soltanto se si arriva dal Monumento Rossi, non se si arriva dalla rotonda del Civico. Quindi? S’intende che non si può entrare se si arriva dal Monumento, ma si può se si arriva dal Civico?

Ci siamo posti la domanda perché di recente ci è capitato di entrare dall’accesso in faccia al Civico mentre una gentile signora stava per uscirne. Così come ci è capitato di vedere un’auto entrare dall’accesso finale, vicino a Fusinato. Forse è il caso che chi di dovere provveda a sgombrare ogni dubbio con una segnaletica chiara a tutti.

Prende corpo da Schio l’idea di un Parlamento Mondiale degli Studenti

gli attuali momenti drammatici abbiano radici storiche ben precise: “Si sta frantumando il diritto internazionale e non si comprende che il mondo è ormai multicentrico; non si arriva alla pace esportando la democrazia con i carri armati, ma lavorando per una federazione di popoli e di stati che Kant auspicava già alla fine del Settecento. Non dobbiamo tradire gli ideali di pace e fratellanza, urge promuovere il più possibile la democrazia partecipativa mirando alla giustizia, alla solidarietà e alla corresponsabilità. Bisogna pensare a chi verrà dopo di noi, capendo che la Storia

Ma sarebbe utile anche spostare di qualche metro più avanti il passaggio pedonale subito dopo la rotonda del Civico, perché le fronde e il fusto dell’albero che precede le strisce tolgono visuale a chi sta uscendo dalla rotonda, creando pericolo per chi si accinge ad attra-

è dell’uomo, non di Dio, ed è l’uomo che la determina”.

Il filosofo Peserico ha sottolineato il valore della cittadinanza attiva, dell’impegno, della formazione di donne e uomini educati al bene, del dialogo, della solidarietà, di quei diritti umani che devono venire prima di ogni altro diritto.

Si cercherà ora di far seguire i fatti alle parole: un Parlamento Mondiale degli Studenti che parte da Schio? Può essere un obiettivo ambizioso, ma si può e si deve lavorare per raggiungerlo, con convinzione e perseveranza. ◆ [M.D.Z.]

versare. E infatti di recente una persona è stata investita mentre iniziava ad attraversare la strada. Su, chi può faccia qualcosa per entrambe le questioni, accesso carraio e strisce. Le tragedie è meglio lasciare che vadano in scena nel vicino teatro [M.D.Z./S.T.]

Spettacoli

n questo caso è proprio corretto parlare di “famiglia di artisti”. Il padre, Giovanni Bonato, è un compositore di fama internazionale e docente al conservatorio “Pollini” di Padova; la madre, Federica Zanella, insegna poesia per musica e drammaturgia musicale al “Buzzolla” di Adria. E i figli? Presto detto: Piero è primo violoncello nell’Orchestra Sinfonica Siciliana, Agostino si occupa di scrittura, Agnese ha studiato e lavorato come attrice al Piccolo di Milano e ora recita al Veleia Teatro, Cecilia è stata recentemente ammessa alla prestigiosa Accademia di Santa Cecilia come viola di fila.

Facciamo la nostra chiacchierata proprio con Cecilia. 26 anni, bella e con un accattivante sorriso, possiede tutte le premesse per essere una protagonista.

Cecilia, sei approdata nell’orchestra più prestigiosa d’Italia, dove è certo che si arriva per merito. Le tue doti sono indubbie, ti abbiamo ascoltata e applaudita più volte anche al Civico, ma c’è qualcuno a cui senti di dovere qualcosa?

“A più d’uno, sicuramente. Intanto, alla mia famiglia, dove ho sempre respirato musica e arte; poi, a tre insegnanti in particolare: Davide Zaltron con cui ho iniziato i miei studi a Vicenza, Yuval Gotlibovich a Lugano, Simone Briatore a Roma. Mi ha molto formato il far parte dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, del gruppo cameristico che suona nei Pomeriggi Musicali a Milano, dell’associazione “Crescere in Musica” che, attraverso i giovani, promuove la

Cecilia prima viola …alla Santa Cecilia

Cecilia Bonato a 26 anni è entrata alla prestigiosa Accademia di Santa Cecilia di Roma come primo violino. L’orchestra è spesso in tournée all’estero e a settembre sarà in concerto in giro per l’Europa, da a Parigi a Bruxelles a Francoforte e Bratislava. “Essere viola di fila significa anche fare gruppo, saper ascoltare, è un ruolo che mi piace, che sento mio”.

musica classica proprio fra loro. Desidero anche citare la compagnia di prosa Schio Teatro 80, che mi ha aiutato nell’affrontare il contatto con il pubblico e nell’acquisire presenza scenica: sono caratteristiche importanti anche per un orchestrale”. Come sei arrivata a Roma? Ci racconti la selezione?

“Tutti noi musicisti cerchiamo di vincere concorsi per garantirci un impiego stabile, ma non è certo facile, soprattutto in Italia. Ne ho affrontati più d’uno ed ero a conoscenza della realtà prestigiosa dell’Accademia di Santa Cecilia; me ne aveva parlato anche Briatore, uno dei miei maestri, così ho partecipato al concorso per viola di fila. Gli iscritti all’inizio erano 120, provenienti da più parti del mondo, ma alle selezioni ci siamo presentati in 65. Le prove sono state tre e nel corso delle prime due i candidati dovevano suonare dietro una tenda: non erano visibili alla commissione, che in mano aveva solo dei numeri abbinati in seguito ai nominativi. Mi sentivo abbastanza tranquilla e carica, avevo la netta sensazione di padroneggiare bene il brano di Bach che dovevo proporre. In finale siamo arrivati in cinque, tre femmine e due maschi, di nazionalità italiana, ucraina, portoghese e spagnola. Quando mi hanno comunicato che la scelta era caduta su di me, l’emozione è stata veramente molto forte”.

Quali sono le caratteristiche che preferisci dell’orchestra in cui ti trovi a suonare adesso?

“Il direttore, l’inglese Daniel Harding, predilige la ricerca e questo, personalmente, mi stimola molto. L’orchestra è poi spesso in tournée all’estero e a settembre terremo concerti in giro per l’Europa: a Parigi, Bruxelles, Colonia, Baden Baden, Francoforte, Bratislava. Gli appuntamenti più prossimi in Italia saranno invece a Roma e a Bologna. Per me si tratta di splendide occasioni, di bei momenti da condividere; essere viola di fila significa anche fare gruppo, saper ascoltare... è un ruolo che mi piace, che sento mio”.

Ma se non avessi seguito gli studi musicali, cosa ti sarebbe piaciuto fare nella vita?

“La restauratrice, ci ho pensato a suo tempo. Però la musica è stata più forte di ogni cosa”.

Come vedi la tua città? Sei giovane e proiettata in ambito internazionale, ma qui hai pur sempre le tue radici.

“Esatto. Schio è casa, famiglia, montagne. Non posso dire che ho tanti amici, sono tutti fuori; chi, come me, lavora in ambito culturale, non può restare in zona. Però devo dire che nel settore non vedo lungimiranza, apertura, desiderio di cambiare. A Schio c’è una buona qualità di vita, ma dal punto di vista culturale non ci si proietta all’esterno, non si promuovono iniziative di richiamo. Non lo dico solo io, è un pensiero comune a molti, giovani e meno giovani; si dovrebbe pensare più in grande”. ◆

Schio Teatro 80 vince il Festival di Pistoia

Grande soddisfazione per Schio Teatro 80: lo spettacolo “Della stessa sostanza dei sogni” ha vinto la XIX edizione del festival nazionale “Fabrizio Rafanelli” di Pistoia 2026, risultando il migliore tra quelli proposti da ben undici compagnie provenienti da tutta Italia. Un premio è andato anche a Luca Garbin, come miglior attore in scena.

Ispirato a Shakespeare, lo spettacolo racconta la storia di due amici attori, intrecciando memoria, teatro e vita, facendo riflettere sul legame tra arte e comunità.

SSpettacoli

ono stati molti gli appuntamenti del Sacrofest, tutti tesi a stimolare la riflessione e l’impegno per una società migliore. Abbiamo seguito, fra tutti, tre momenti: “Viva la Costituzione”, il monologo civile di Luca Sommi; il raffinato concerto della cantautrice veneta Erica Boschiero; lo spettacolo teatrale con alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova che hanno recitato con studenti del collegio universitario “Gregorianum”.

Luca Sommi, lezione sulla Costituzione

Luca Sommi, conosciuto dal grande pubblico come conduttore di “Accordi e disaccordi”, è un custode convinto della Costituzione e nel suo monologo, che gira con successo in parecchi teatri italiani, la spiega con contagiosa convinzione. Al Civico un folto pubblico l’ha seguito e applaudito: una sorta di lectio magistralis, la sua, tutta tesa a dimostrare, anche con l’aiuto di video ad hoc, la bellezza della nostra Carta, “perimetro entro cui ci dobbiamo muovere per avere una società perfetta”. Commosso l’omaggio ai padri costituenti e in particolare al presidente Umberto Terracini, accurata la scelta degli articoli da commentare (3-10-21-54), parlando di dignità, uguaglianza di fronte alla legge, diritti sociali, ripudio della guerra; convinto il discorso sulla necessità di un nuovo umanesimo che ci faccia uscire dall’impasse attuale. Il tutto trattato con l’aiuto di immagini e grandi nomi come Calamandrei, de Montaigne, Rousseau, Dante, De André, Tolstoi, Picasso, Pericle, Manzoni, Berlinguer… citati nel momento esatto per garantirne maggiore efficacia e attualità. Numerosi gli spunti per comprendere il nostro più alto testo civile, tanti i suggerimenti per guardare al bene comune. Il messaggio più applaudito? “La Costituzione non va rivista, va applicata e difesa. Sempre”. Alla fine, “Bella ciao” ritmata da tutti, logica conclusione di un coinvolgente spettacolo di teatro civile.

Pillole (e che pillole) di Sacrofest

Tra gli eventi proposti quest’anno dal Sacrofest, ne abbiamo seguiti tre: quello con Luca Sommi dedicato alla Costituzione italiana, quello con la raffinata cantautrice Erica Boschiero, e lo spettacolo teatrale con alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova e gli studenti del collegio universitario “Gregorianum”.

Boschiero canta il sociale e l’ambiente

Erica Boschiero, nata a Pieve di Cadore e residente a Treviso, è una voce molto interessante del cantautorato femminile, premiata in Italia e all’estero per i suoi dischi impegnati, tesi a raccontare tematiche ambientali e sociali. Al “Pasubio” ha contato su una platea non numerosissima, ma attenta e ricettiva, che si è lasciata piacevolmente coinvolgere dalle sue canzoni, molte tratte dall’ultimo lavoro, “Un posto sulla terra”. Erica si è esibita con il tastierista Stefano Cenci e il percussionista Andrea Ruggeri, che sanno sottolineare la sua bella voce, calda, argentina e delicata. Lei sa prendersi la scena, ma non è affatto la cantautrice che insegue il successo; porta avanti, onestamente e con fermezza, argomenti come la salvaguardia ambientale, la responsabilità del singolo per il bene comune, la necessità della gentilezza, la prospettiva di un futuro diverso e a misura d’uomo.

Con Zanellato i detenuti del “Due Palazzi”

“Da Babele alla Città Celeste” , lavoro teatrale diretto da Maria Cinzia Zanellato, liberamente ispirato a scritti di Erri De Luca, ha messo sul palco detenuti del carcere “Due Palazzi” di Padova e studenti del collegio universitario “Gregorianum”. Coscienze degli spettatori (numerosi, attenti, partecipi) scosse, coscienze degli attori liberate: un mix di grande effetto, emotivamente coinvolgente, un ponte effettivo tra carcere e società esterna. Bene hanno fatto gli organizzatori del Sacrofest a dare visibilità a un simile spettacolo, con racconti autobiografici d’impatto. Non si esce come prima da una serata così: nel corso del dibattito che segue la pièce, guidato dalla regista e da un monaco di Cellole, chi sta sul palco si mette ancor più a nudo e fa capire nel profondo che quel “nessuno tocchi Caino” di biblica memoria è pura verità. Doverosamente applicabile. ◆

Continua il viaggio della Campus Company

Eccoli qui i magnifici 27 della Campus Company, appartenenti a più istituti superiori della città, mentre recitano in “Naos”. Quest’anno, guidati da Ketty Grunchi e Delfina Pevere, si sono cimentati al Civico nel pensare a un mondo diverso, migliore di quello in cui viviamo e dove loro malgrado si trovano a passare la giovinezza. Il viaggio degli eroi della resilienza si è avvalso parecchio stavolta del linguaggio corporeo, e hanno contribuito notevolmente, per la riuscita dello spettacolo, i suggerimenti

della coreografa Vittoria Caneva e dell’artista Matteo Maffesanti. Un lavoro d’insieme toccante e a tratti commovente: quelli della Campus migliorano ogni anno. [M.D.Z.]

Foto Luigi De Frenza

Detto tra noi

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Anche a Schio con il Lego si possono aiutare le persone

diversamente abili. Ecco come

Vorrei portare all’attenzione della nostra comunità un progetto tanto semplice quanto straordinariamente utile: il progetto dei Talents. Si tratta di un’iniziativa che mira a creare pedane con i Lego, pensate per aiutare le persone diversamente abili a superare le barriere architettoniche presenti in molti edifici e spazi pubblici. Parlo anche a titolo personale, perché sono anch’io una persona diversamente abile e so bene cosa significhi trovarsi ogni giorno davanti a gradini, marciapiedi inaccessibili e ingressi che escludono invece di accogliere. Le barriere architettoniche non sono solo ostacoli fisici, ma

limiti alla dignità, all’autonomia e alla partecipazione alla vita della comunità. Progetti come quello dei Talents dimostrano che con creatività, impegno e sensibilità si possono trovare soluzioni concrete, efficaci e inclusive. È per questo che credo fermamente che Schio dovrebbe sostenere e appoggiare iniziative di questo tipo. Per permettere di continuare a creare queste pedane e aiutare sempre più persone, rivolgo questo appello a chi fosse in possesso di Lego che non utilizza più: si possono donare spedendoli al laboratorio Talents Lab, in Via Alessandro Volta 1, 35030 Saccolongo (Padova). Un gesto

Sono la Fabbrica Alta e vi scrivo: fatemi diventare un museo interattivo pieno di giovani

Sono stata costruita in poco tempo nel 1862 e ho visto crescere intorno a me la città. Sono alta cinque piani con più il sotto-tetto e ho 330 finestre, sono larga 30 mt. e lunga 80 mt. Allora la fabbrica era viva con tanti operai e dirigenti che lavoravano. Era tutta gente onesta spinta dalle necessità di avere un po’ di quattrini per mantenere le loro famiglie. Io sono esistita grazie a loro. Il loro lavoro non era facile: dovevano anche sopportare tanti rumori delle macchine, ma producevano pregiati tessuti di cui io andavo fiera. Ora dove sono andati questi macchinari? Si potranno recuperare da qualche parte? Ora sono decenni che sono abbandonata e vuota. Anche il mio ricco e prezioso archivio è fatiscente. Davanti a me, oggi

vedo persone e automobili che vanno e vengono e non hanno tempo di pensare a cosa sono stata io nel passato. Oggi la memoria sembra non esistere più. Ma non si dovrebbe onorare chi ci ha preceduto? Io invece non so cosa sarà di me. Io vorrei far vedere come si lavorava un tempo, non osservando passivamente, ma diventando una protagonista attiva, coinvolgendo i sensi: un museo interattivo. Proverei gioia nel vedere i giovani che si emozionano ed esplorano per conoscere il lavoro di una volta. Io ho tutte le potenzialità per diventare bene UNESCO, come è avvenuto per l’Archeologia Industriale di Crespi d’Adda nel Bergamasco. E potrei essere visitata da molti turisti, anche stranieri, come avviene a Crespi d’Adda. Io

Ma è proprio necessario mettere musica sempre e dovunque?

Chiedo aiuto a Mariano Castello perché ci faccia capire l’assurdità di mettere musica dappertutto: nei vivai, nei supermercati, nei negozi di alimentari, di abbigliamento e d’altro, nelle farmacie, negli ambulatori, nei gabinetti dentistici, nelle gelaterie e nei bar (dentro e fuori), nelle librerie, ovunque insomma, perfino in chiesa: sì, perché quando all’approssimarsi della festa pasquale ero andata a confessarmi, mi ritrovai a parlare con i miei pensieri, e poi col confessore, con l’intralcio di un sotto-

fondo musicale per niente gradito e del tutto inopportuno: possibile che non si trovi pace e rispetto almeno dove dovrebbe esserci? Quanto alla musica nei vivai, che bisogno c’è di lei per assaporare la bellezza e il linguaggio dei fiori che sono essi stessi musica? E se ti trovi davanti a un buon piatto in trattoria o al ristorante, perché accompagnare questa delizia con la musica sovrapponendo a un autentico piacere un tale accompagnamento talora anche di volume inaccettabile?

semplice può fare una grande differenza. Ho già segnalato il progetto alla nostra amministrazione comunale, che sembra interessata, ma i tempi paiono lunghi. E pensare che nel nostro territorio le barriere architettoniche sono ancora numerosissime!

Le risorse e l’attenzione delle istituzioni dovrebbero essere impiegate in progetti validi, utili e realmente inclusivi, che non devono essere lasciati cadere nel vuoto. Pertanto questo appello lo rivolgo anche ad altri Comuni del circondario e spero che attraverso queste righe si possa aprire una riflessione seria e, soprattutto, un’azione concreta. Perché una comunità è davvero tale solo quando non lascia indietro nessuno.

sono un’icona di bellezza architettonica, una cattedrale del lavoro. Sogno di essere ristrutturata, ma potrà avvenire questo? E l’uomo illuminato Alessandro Rossi, che mi ha costruita, non potrebbe lui realizzare questo sogno? Si! Si potrà farlo, ma dobbiamo attendere la sua seconda vita come lui ha scritto nella medaglia per festeggiare i suoi 70 anni (come vedete in allegato), donata ai suoi coetanei.

Siate sinceri con voi stessi e con gli altri: il gelato che ti fa felice, il fiore amato, il libro scelto, la pizza squisita che ti riconcilia con il mondo sono già musica, non c’è bisogno di aggiungerne un’altra. E non dimentichiamo che il piacere della conversazione, ovunque ci si rovi, è un piacere che l’interferenza di colonne sonore onnipresenti non ri rado disturba e impedisce. Dato l’andazzo di questi nostri tempi so di non essere capita, ma persisto nella mia protesta e spero di trovare qualche voce amica.

Luisa Spranzi

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