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SCHIOMESE 977

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Schio Mese

Periodico di informazione dell’Alto Vicentino

anno XV n. 143 - aprile 2026

Sorpresa, quasi seimila scledensi vivono all’estero - p.6 ◆ Tutti i musei nella rete - p.14

Il calcio torna in serie D “Ora una squadra competitiva”

A quasi trent’anni dall’ultima volta (la stagione 97-98), il calcio giallorosso riprende finalmente quota e lo Schio torna a vedere la serie D. Un traguardo raggiunto in anticipo rispetto ai progetti della dirigenza. Ne parliamo in questa intervista con il presidente dello Schio Calcio, Davis Vallortigara.

Il presidente dello Schio Calcio, Davis Vallortigara

Orsi e ricorsi

RStefano Tomasoni

iassunto delle puntate precedenti. Alla conclusione del suo doppio mandato da sindaco di Schio, Valter Orsi indica come sua “delfina” Cristina Marigo, che si candida alla carica e viene eletta nel giugno del 2024 superando al ballottaggio Cristiano Eberle, espressione del centrosinistra. Nella nuova amministrazione, Orsi va a ricoprire il ruolo di presidente del consiglio comunale, uno scranno che soltanto in aula consiliare sta visivamente sopra a quello del sindaco, ma dal quale c’è poco o niente da decidere: c’è da menare le danze dei lavori dell’assemblea civica e assicurare che tutto proceda bene, punto. La convinzione di Orsi, tuttavia, è che, al di là dell’incarico politicamente di facciata, la sostanza finirà comunque per passare anche tra le sue mani. Del resto, è lui il fondatore di “Noi Cittadini”, lui l’uomo forte della politica scledense degli ultimi dieci anni. Sarà mai possibile che di punto in bianco “Noi Cittadini per Valter Orsi” diventi davvero “Noi Cittadini per Cristina Marigo” e tanti saluti al suonatore?

Tempo sei mesi, facciamo nove come il tempo di un parto, e si accorge che sì, è possibile. L’ex sindaco si rende conto abba-

Supplemento mensile di Lira&Lira

Direttore

Stefano Tomasoni

Redazione

Elia Cucovaz

Mirella Dal Zotto

Camilla Mantella

Grafica e impaginazione

Alessandro Berno

Per inviare testi e foto: schiothienemese@gmail.com

Per le inserzioni pubblicitarie

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stanza presto che non va mica come pensava: non viene cercato e ascoltato sui temi più importanti e non riesce a dare il suo contributo di idee (tantomeno di decisioni); la sindaca non lo coinvolge, e lui rimane ai margini.

Orsi, dunque, comincia a mandare segnali di malcontento, ma nel frattempo ha una seconda carta da giocare: quella delle elezioni Regionali dell’autunno 2025. Avendo già contribuito non poco, in precedenza, all’elezione di Andrea Nardin, collega sindaco di Montegalda, alla presidenza della Provincia, e avendo fatto parte della sua squadra d’impronta civica, l’ex sindaco decide di appoggiare apertamente lo stesso Nardin quando questo, entrato nel frattempo in Fratelli d’Italia, si candida a consigliere regionale. La ciambella non esce col buco: Nardin non viene eletto, superato nelle preferenze da altri candidati del suo partito (a partire dall’ex sindaco di Vicenza Rucco, sostenuto tra gli altri dal consigliere Fdi di Schio Alex Cioni).

Sfumata la “partita” regionale, Orsi torna a concentrarsi su quella locale, dove – la facciamo breve - arriva il tempo del “redde rationem”, che tradotto dal latino vuol dire “rivar a lo struco”. Rende definitivamente manifesta la sua insofferenza comunicando la decisione di lasciare a fine anno la carica di presidente del consiglio comunale, e lo fa. Diventa, nel contempo, capofila di una piccola “fronda” di consiglieri di maggioranza (lui e altri tre), un passaggio politico che appare come il primo passo verso la possibile costituzione di un gruppo autonomo, fuori da “Noi Cittadini”. A nessuno sfugge che la conseguenza di un gesto simile sarebbe quella di far diventare il “Gruppo Orsi” l’ago della bilancia della maggioranza, potenzialmente in grado di “staccare la spina” all’amministrazione Marigo se insoddisfatto delle sue scelte e della sua politica.

Poi, a inizio ’26, in due successive sedute di consiglio nelle quali è all’ordine del giorno l’elezione del nuovo presidente del consiglio, alla prima Orsi e i suoi non si presentano in aula e alla seconda si presentano ma si astengono sul nome indicato dalla maggioranza, quello di Sergio Secondin che pure era stato il presidente nel decennio di Orsi sindaco. A quel punto la rottura

tra sindaca in carica e il suo mentore diventa a tutti evidente e comincia a farsi più concreto lo scenario di una possibile interruzione anticipata del mandato amministrativo.

Entrano in scena anche le categorie economiche locali – Industriali, Artigiani, Commercianti – per sottolineare l’importanza di non arrivare a rotture dannose per la città e per lanciano un appello a che i due – Marigo e Orsi - si incontrino e si parlino, per evitare una volta per tutte lo spettro del commissariamento prefettizio, mai accaduto in riva al Leogra.

Alla fine, Orsi fa il passo indietro: non tira la corda fino a romperla, si dimette dal consiglio comunale, e due dei tre “dissidenti” fanno altrettanto.

E così arriviamo a oggi.

E oggi la domanda che ancora resta sospesa nel mondo politico scledense è più o meno quella di tre mesi fa: quali sono le intenzioni di Valter Orsi per il futuro? Una cosa che ci sentiamo di dare per sicura è che l’interessato non ha chiuso con l’impegno politico. Viaggia per i sessanta, non è più un giovincello, ma ha tutte le carte in regola per poter e voler dire ancora la sua. Resta da capire in che modo e in che veste intenda farlo.

C’è chi è convinto che lo scenario potrebbe essere grossomodo questo: Orsi adesso resta per un po’ dietro le quinte, diciamo che si prende un annetto sabbatico di decantazione, e intanto mette a punto le strategie per un ritorno in pista sulla scena politica cittadina, magari alla guida di un nuovo movimento o di un nuovo schieramento. Qualcosa di simile a quanto fatto una quindicina di anni fa dopo l’uscita dalla Lega Nord: in quel caso, dopo la rottura con il Carroccio, Orsi si era preso un periodo di stop e di “ricarica”, nel quale pareva addirittura che si fosse chiamato fuori dall’agone politico per tornare alle sue attività professionali. Poi invece era tornato sulla scena fondando “La Cordata”, un movimento-associazione finalizzato alla difesa dell’ospedale e della sanità locale. Il movimento era cresciuto in poco tempo in adesioni e impegno, lavorando con una certa efficacia sul tema dei servizi sanitari e della loro salvaguardia, e da lì il Valter aveva spiccato il volo per la candidatura a sinda-

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co a capo di “Noi Cittadini per Valter Orsi”, arrivando alla clamorosa vittoria alle Amministrative del 2014, maturata nel rocambolesco ballottaggio contro Dario Tomasi, in cui Orsi era partito da una posizione apparentemente persa in partenza. Da ex leghista a primo sindaco civico di Schio. Adesso, si sussurra, potrebbe esserci la possibilità di un percorso inverso che veda Orsi, fondatore del civismo scledense, tornare a riconoscersi in uno schieramento partitico definito, nella prospettiva di un quadro politico scledense in evoluzione verso un rinnovato confronto tra centrosinistra e centrodestra, con l’esperienza civica a quel punto in difficoltà a mantenere le posizioni di forza attuali.

Difficile dire ora se questo possa essere davvero uno scenario realistico. Certo è che se lo fosse e maturasse la prospettiva di un ulteriore “nuovo corso” orsiano, lo schieramento di destinazione dell’ex sindaco non potrebbe che essere quello di centrodestra, che a quel punto potrebbe magari decidere di unire le sue diverse anime proprio sotto il nome dell’esponente politico locale di maggior esperienza. Il Valter. Per sapere se sia fantapolitica o meno non c’è altro da fare che attendere. ◆

Lo Schiocco

Le mani del Cune

Bisogna dire che Carlo Cunegato ha fatto presto a entrare nel ruolo di consigliere regionale e a imparare a farsi sentire. In pochi mesi sono già numerosi gli interventi fatti in consiglio, come si può vedere sui social, dove vengono postati dall’interessato con tempestività, in aggiunta ai video nei quali si rivolge al pubblico che lo segue. Ovviamente sono tutti interventi critici verso la maggioranza di centrodestra, ma non per questo sono privi di propositività. Insomma, sembra davvero che il buon Carlo non abbia pagato lo scotto del neòfita. Soltanto un appunto ci sentiamo di fargli, e riguarda la postura e la gestualità negli interventi e nei video. A parte il costante dondolìo del busto, come se parlasse sempre da una piattaforma galleggiante alla fermata dei vaporetti a Venezia, c’è quel muovere le mani su e giù, aperte e simmetriche quasi tenesse in mano un pallone invisibile. Ma non c’è nessun pallone e il risultato è che sembra costantemente

sul punto di dire al suo interlocutore, o a chi lo guarda, che gli farà un mazzo così. Riassumendo: giù le mani dal Cune, che il suo lavoro lo sta facendo. Però, Cune, giù le mani anche tu, dai. [S.T.]

Copertina

I festeggiamenti della squadra in campo dopo la partita con il Montecchio he ha sancito la promozione in serie D

Il calcio torna in serie D “Ora una squadra competitiva”

quasi trent’anni dall’ultima volta (la stagione 97-98), il calcio giallorosso torna a vedere la serie D. Sembra passata una vita dall’epoca del “presidentissimo” Sergio Zauipa, che negli anni Ottanta aveva preso in mano un’A.C. Schio intento a navigare tra la Prima categoria e la Promozione, e lo aveva portato appunto alla serie D, che allora si chiamava Interregionale. Terminata quella stagione, il calcio scledense era tornato a scendere nelle categorie inferiori, vivendo gli alti e bassi (più bassi che alti) di tante realtà di provincia e arrivando fino alla scomparsa della società “storica”.

Le ceneri di quello Schio, però, non si sono mai veramente spente. Dapprima è nata la società Alto Vicentino, poi il TorreValli e più tardi ancora lo SchioTorreValli. Tutte esperienze rimaste inespresse nelle loro potenzialità, però utili per tenere in vita il pallone scledense e traghettarlo verso la rinascita, rappresentata da quello Schio Calcio che oggi è finalmente tornato a occupare il ruolo che merita nel panorama calcistico.

Di questa nuova società è da anni presidente Davis Vallortigara, 53 anni, che nella vita è amministratore delegato della Vallortigara Servizi Ambientali, azienda di famiglia fondata dal padre a Torrebelvicino e oggi con sedi a Torre e Marano e uffici a Schio, entrata cinque anni fa a par parte del Gruppo Hera.

A quasi trent’anni dall’ultima volta (la stagione 97-98), il calcio giallorosso riprende finalmente quota e lo Schio torna a vedere la serie D. Un traguardo raggiunto in anticipo rispetto ai progetti della dirigenza. Ne parliamo in questa intervista con il presidente dello Schio Calcio, Davis Vallortigara.

Partiamo dall’inizio, presidente: lei quando è entrato nel mondo del calcio e dello Schio in particolare?

“Eh, gli anni cominciano a essere tanti... Quando è nato il TorreValli io sono entrato nel consiglio direttivo della società. Poi, a un certo punto, ci è stato chiesto se eravamo interessati a far ripartire una società a Schio, abbiamo detto ‘va bene’ e così intorno al 2013-14 è nato lo SchioTorreValli. Dopo qualche tempo il Valli ha deciso di andare per conto suo e così, dovendo rivedere un po’ tutto, abbiamo deciso di ripartire con il nome di Calcio Schio. È nata una società nuova, che non aveva niente a che fare con il vecchio Schio 1905. Ci sono state nuove elezioni e in quel momento sono diventato presidente”.

Con quali obiettivi di partenza?

“Con la voglia di creare qualcosa di importante. Ho cercato subito di collaborare con tutte le società di calcio locali, perché il mio pensiero è sempre stato che il Calcio Schio potesse diventare la società di riferimento della città, in un progetto condiviso appunto con le altre società di calcio. Nella mia idea doveva esserci un direttivo di cui avrebbe dovuto far parte un rappresentante di ciascuna società di calcio loca-

li: il Concordia, il Poleo, il Cà Trenta, il Giavenale…”.

Questo per valorizzare meglio i vivai di tutti?

“Per mettere in piedi una nuova forma di collaborazione, nella convinzione che nei vivai si potesse lavorare per portare giocatori locali in prima squadra. Questo è stato sempre il mio obiettivo. Purtroppo non siamo riusciti a realizzarlo per una serie di motivi, però abbiamo la collaborazione tra società è iniziata. L’obiettivo è lavorare per avere un buon settore giovanile”.

Quanto è importante un buon vivaio per una società che gioca in queste categorie?

“È un punto di forza. Quest’anno abbiamo lavorato insieme con l’Alto Academy di Marano, società che fa solo settore giovanile. Ora stiamo lavorando insieme con un progetto integrato che comprende Alto Academy, Valle Agno Academy e Zanè, per arrivare ad avere ragazzi che possano arrivare in prima squadra a Schio. Si tratta di collaborare con le società locali per portare i giocatori del posto a fare determinate categorie. In un bacino come il nostro c’è la possibilità di autoalimentarsi con giocatori dei settori giovanili”.

L’intero progetto è partito dalla Prima categoria, giusto?

“Sì, poi siamo andati in Promozione, dopo qualche anno siamo saliti in Eccellenza e siamo rimasti lì fino a oggi”. Ecco, e oggi si è prodotta una felice congiunzione di fattori che ha portato a una stagione da assoluti protagonisti, fino alla vittoria del campionato. Cosa è successo?

“Sono stati fatti dei cambiamenti gestionali e organizzativi, è entrato anche un nuovo socio, Filippo Costabeber, siamo riusciti a coinvolgere nuove energie. Diciamo che è stata portata aria nuova”.

L’obiettivo che vi eravate posti con questo rinnovamento e questo ingresso di “aria nuova” era salire subito di categoria o il risultato è andato oltre le aspettative?

“Già negli anni precedenti avevamo lavorato in modo oculato, nella convinzione che una città come Schio possa ambire almeno alla serie D. Siamo partiti l’anno scorso con un progetto che puntava entro tre anni al salto di categoria, invece siamo riusciti a raggiungere il traguardo al primo anno”. Bè, complimenti. E dunque rieccoci in serie D a distanza di una buona trentina d’anni. Lei ai tempi del presidente Zaupa era un ragazzino. Ha dei ricordi?

“Ero un bambino con i pantaloni corti, ma mi ricordo cos’era quello Schio. Quando siamo arrivati in società sono andato nei vecchi archivi a guardare, ho trovato tante foto, ho visto cos’erano quei tempi”. Adesso che altre ambizioni avete? Quella di assestarvi nella nuova categoria o già pensate di poter puntare ai vertici anche in serie D? L’obiettivo è salvarsi o puntare in alto?

“Sognare è bello, ma bisogna fare i conti con la realtà. La serie D è una categoria importante, ci si trova a giocarecon società che investono moltissimo, società ex professionistiche. Nel girone in cui dovremmo essere inseriti, quello veneto-trentino-friulano, ad esempio, avremo a che fare con la Triestina, per dirne una. Insomma, è una serie dove giocano società strutturate che

puntano a risalire tra i professionisti. Poi, per carità, sappiamo che il pallone è rotondo e che è il campo a parlare. In ogni caso, il nostro obiettivo è quello di costruire una squadra competitiva, innanzitutto per mantenere il traguardo raggiunto. Vediamo intanto di fare bene nella nuova serie”. Società che investono moltissimo, dice. In effetti è questione di risorse economiche, quindi anche di sponsor. Lei lavora all’interno del Gruppo Hera, che potrebbe essere uno sponsor importante per puntare in alto… “Io ragiono intanto come famiglia Vallortigara, per la quale mantenere il rapporto con il territorio è sempre stato un punto di fondo. La mia attività imprenditoriale ha ricevuto dalla città, e penso che sia giusto investire nella comunità in cui si vive e si lavora. Dopodiché uno dei miei sogni è riuscire a coinvolgere ulteriori imprenditori della zona, per dare continuità a questo progetto, per fare qualcosa per la città. Ci sono già degli sponsor e avremo degli incontri a breve per cercare di ingrandire la squadra anche fuori dal campo. Penso sia un orgoglio per tutti portare la propria città su certi palcoscenici”.

In questo senso lo stadio diventa un fattore importante, anzi imprescindibile. Il “De Rigo” ha bisogno di cure e di interventi di adeguamento, servono risorse per adeguare l’impianto alla

Copertina

nuova serie. Il Comune si è impegnato a realizzare i lavori necessari. Lei è ottimista sul fatto che si arrivi in tempo per l’avvio del campionato?

“C’è da investire, certo. D’altra parte lo stadio di Schio nasce ai tempi del fascismo, di fatto ha cento anni. Sono state fatte delle manutenzioni, nel tempo, però ha bisogno di interventi, anche perché le normative sono cambiate e sono sempre più esigenti. Il confronto con il Comune è iniziato da un po’ di tempo, adesso bisogna correre per trovarsi pronti quando inizierà la nuova stagione. I tempi sono molto stretti, abbiamo tre o quattro mesi, farsi trovare pronti è l’impegno di tutti. Se riusciremo a coinvolgere più imprenditori e più sponsor magari si potrà fare qualcosa di importante. In tutti i casi aver portato Schio, dopo trent’anni, dove siamo adesso è già un buon risultato”. I tifosi scledensi, in effetti, si sono decisamente rianimati, la tribuna del “De Rigo” è tornato a essere affollata.

“Quello che mi ha reso felice è stato, nelle ultime partite, vedere gente che non avevo mai visto allo stadio, anche tanti giovani e ragazzi. Questo è molto positivo”. ◆

Munarini: “Se un domani si salisse ancora, servirebbe un nuovo stadio”

Aldo Munarini ritrova lo Schio in serie D da assessore allo sport. Quando lo aveva lasciato, nell’ultima stagione 97-98, era in società come allenatore dei portieri, ruolo nel quale aveva giocato anni prima. Non stupisce che sia i più contenti dell’exploit raggiunto dai giallorossi. Adesso, però, c’è la partita dello stadio da risolvere in tempi rapidi. Rapidissimi. C’è da lavorare sulla sicurezza realizzando una recinzione nuova e più resistente tra campo e tribune, c’è da rivedere la capienza, da monitorare la tribuna, da ammodernare gli spogliatoi, più altre cosette. Una serie di interventi che potrebbero impegnare 2-300 mila euro.

“Avevamo fatto un sopraluogo un mese fa con l’omologatore della Lega nazionale Dilettanti (la serie D non dipende più dal Comitato regionale veneto e ci sono normative diverse) – spiega -. I lavori devono cominciare a maggio o giugno. La volontà, come Comune, è certamente quella di mettere lo stadio a disposizione della nuova serie. Stiamo aspettando una perizia tecnica che riguarda soprattutto la sicurezza della tribuna, che in termini di staticità ha bisogno di essere verificata. Sul resto, per quanto riguarda la federa-

zione non ci sono particolari difficoltà”. Ma, sull’onda del successo, c’è spazio anche per coltivare sogni anche più ambiziosi, forse eccessivi, sicuramente prematuri. Ma sognare, almeno quello, per ora non costa niente.

“Un pensiero che si può fare – dice Munarini – è anche quello che se un domani si dovesse salire tra i professionisti, lo stadio attuale non basterebbe più”.

Troppa grazia? “L’Arzignano o il Caldiera, o il Virtus Verona insegnano – puntualizza l’assessore -. Il problema è che il nostro stadio è inserito in un contesto urbanistico che oggi ha delle carenze. Abbiamo cominciato a ragionare, aprendo il libro dei sogni, anche su un nuovo stadio: la società ha dimostrato di avere ambizioni, quindi dobbiamo essere pronti, nell’eventualità, anche a sostenere progetti più importanti”.

Con un ulteriore prospettiva: “Lo stadio Cosaro di Montecchio è stato il primo stadio in Italia senza barriere, cioè senza reti intorno al campo, a livello dilettantistico. Perché non chiedere alla federazione di realizzare una cosa del genere anche a Schio? Sarebbe anche un bel messaggio di correttezza e di sportività”. [S.T.]

Il presidente dello Schio Calcio, Davis Vallortigara

Attualità

Il folto numero di “scledensi” all’estero, iscritti all’AIRE, è il frutto di più ondate migratorie: da un lato i discendenti degli emigrati verso le Americhe a cavallo tra il ‘900 e il secondo dopoguerra, dall’altro la “nuova mobilità” tanto di giovani professionisti che oggi partono verso l’Europa.

fine 2025 la popolazione di Schio ammontava a poco meno di 39 mila abitanti. Il dato, però, non tiene conto di un numero significativo: quello degli scledensi nel mondo. Sono oltre 5800 le persone iscritte all’AIRE, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, “agganciate” all’anagrafe scledense. Si tratta del 15% della popolazione totale, in pratica un ottavo quartiere che non compare fisicamente sulla mappa.

Questa comunità, divisa quasi perfettamente tra maschi e femmine, racconta una storia di partenze vecchie e nuove. L’AIRE, infatti, raccoglie i dati dei cittadini che risiedono fuori dai confini nazionali per oltre dodici mesi, ma dietro l’acronimo burocratico si nascondono realtà umane profondamente diverse.

Fra vecchia emigrazione e nuova mobilità

La lista degli iscritti è il frutto di più ondate migratorie: da un lato i discendenti degli emigrati verso le Americhe a cavallo tra il ‘900 e il secondo dopoguerra, dall’altro la “nuova mobilità” tanto di giovani professionisti che oggi partono verso l’Europa per cercare stipendi e gratificazioni che l’Italia fatica a garantire, quanto di ragazzi immigrati di seconda generazione cresciuti qui ma che preferiscono costruire il loro futuro fuori dall’Italia.

La geografia di questa “Schio all’estero” vede il Brasile come protagonista assoluto con oltre 1.800 iscritti, seguito dal Regno Unito con oltre 800 e dalla Svizzera con circa 500. A completare la classifica delle comunità più numerose troviamo Francia,

Sorpresa, quasi seimila scledensi vivono all’estero

Sono oltre 5800 le persone iscritte all’AIRE, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, e “agganciate” all’anagrafe scledense. Si tratta del 15% della popolazione totale, in pratica, un vero e proprio quartiere che non compare fisicamente sulla mappa.

Argentina, Germania, Spagna, Australia e USA.

Proprio dal Brasile arriva la prima voce di questo mosaico, quella di Emiliano, 30 anni, che incarna la figura del discendente che riscopre le radici per necessità: “Sono arrivato a Schio cinque anni fa perché mio bisnonno era partito da queste zone. Ho preso la residenza il tempo necessario per completare la pratica di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis. Schio mi è piaciuta molto, ma la mia vita professionale è altrove: ora lavoro in un’università tedesca. Mi sento italiano? Sulla carta sì, ma il mio legame con Schio è stato funzionale a un futuro europeo che il Brasile non mi offriva”.

I paletti della nuova legge

Questa dinamica, tuttavia, è destinata a cambiare radicalmente a causa della recente riforma sulla cittadinanza del 2025. La nuova legge ha infatti introdotto paletti più rigidi per il riconoscimento della cittadinanza ai discendenti, limitando l’automatismo e richiedendo legami più diretti o prove di conoscenza della lingua e della cultura. Questo porterà inevitabilmente a una diminuzione drastica delle nuove

iscrizioni AIRE provenienti dal Sudamerica, stabilizzando numeri che per decenni sono cresciuti solo per via burocratica. Il volto dell’emigrazione scledense diventerà così sempre più europeo e legato a partenze recenti, come quella di Cristina, 33 anni, che vive a Londra: “Ho studiato a Milano e poi a Parigi, sfruttando nel frattempo la possibilità di formarmi anche in contesti extra europei grazie alle opportunità offerte dalle università in cui mi sono laureata prima alla triennale e poi alla magistrale. Sono partita per il Regno Unito prima che la Brexit rendesse più complesso trasferirsi nel Paese. A Londra ho costruito una carriera nella finanza etica e sostenibile che mi dà grandi soddisfazioni permettendomi di avere un impatto positivo sui contesti in cui opero. In Italia è difficile trovare realtà simili a quella per cui lavoro”.

Accanto a chi parte per scelta di carriera, c’è chi l’emigrazione l’ha vissuta come eredità familiare. È il caso di Ornella, settantenne, che risiede in Francia ma che non ha mai reciso il cordone ombelicale con la Val Leogra: “Mio padre lasciò Schio negli

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anni ‘50 per andare a lavorare nelle fabbriche vicino a Lione. Io sono nata lì, ma in casa si è sempre parlato dialetto. Sono AIRE da quando negli anni ’90 è stato possibile iscriversi a questo elenco e non ho mai pensato di rinunciare al passaporto. Ogni anno torno a Schio a visitare i cugini e i pochi zii rimasti; per me Schio è il luogo delle radici, mentre la Francia è il luogo della vita vissuta”.

Il suo racconto si intreccia con quello delle nuove cittadinanze italiane, che vedono nel passaporto europeo una chiave per il mondo. Felicity, 25 anni, di origine ghanese, è diventata cittadina italiana a Schio a vent’anni e si è subito trasferita nel Regno Unito: “Sono nata in Ghana ma cresciuta e istruita a Schio. Appena ottenuto il giuramento, ho deciso di giocarmi la carta dell’estero. Mi sono trasferita a Liverpool quasi

subito. Sono un’italiana di origine ghanese che vive in Inghilterra. L’AIRE per me rappresenta la libertà di movimento che ho conquistato dopo anni di attesa burocratica in Italia”.

Trattenere il proprio “capitale umano”

L’analisi dei dati e delle storie personali evidenzia come l’AIRE di Schio stia cambiando pelle. La nuova legge sulla cittadinanza, frenando le richieste dei discendenti lontani, renderà l’anagrafe estera una fotografia sempre più fedele di chi Schio l’ha vissuta davvero ma che, per ragioni solitamente legate alle possibilità maggiori di crescita e affermazione professionale offerte da altri paesi europei, ha deciso di lasciarla. Questo spostamento dell’asse migratorio verso le nuove generazioni evidenzia una questione strutturale: la capacità del territorio di trattenere il proprio capitale umano. Se da un lato la mobilità è un valore e un segno di dinamismo, dall’altro il flusso costante di giovani scledensi verso l’estero interroga direttamente il sistema produt-

tivo e sociale locale. Il rischio è che Schio, pur essendo un polo industriale storicamente all’avanguardia, finisca per trasformarsi in un incubatore di talenti che poi scelgono di generare valore altrove, impossibilitati a trovare in loco risposte adeguate alle proprie ambizioni salariali o di carriera. Trattenere i giovani non significa limitarne l’orizzonte, ma creare le condizioni affinché restare — o tornare — sia una scelta competitiva e non un ripiego. ◆

Una volta davanti alle vetrine si restava inbaucà

ia madre si godeva a guardare le vetrine, soprattutto quelle di vestiti, perché lei da giovane era stata sarta e capiva subito se un capo era fatto con roba buona o con strasse, se era fatto ben o parà su. Io m’inbaucavo soprattutto davanti alla bottega di Gioachin (Dalla Cà – Caoduro), in via Carducci, grande produttore di paste e di torte “fornitore della real casa”. Mah. E insomma una volta uno, anche se non aveva neanche un franco come me, si godeva a guardare le cose che avrebbe potuto comperarsi, se fatalità fosse stato sior. E si figuravano di diventarlo, magari con l’aiuto di una bottina di Sisal.

Oggi è finito tutto. Anche perché non abbiamo più il candore di una volta, quando si giocava a far finta di essere diventati non dico dei Pienideschei, ma insomma abbastanza ricchi, da comperare in un colpo tutte le torte che erano in vetrina da Gioachin. E dopo comperate restare ancora

con schei in tasca. Ma anche perché oggi le vetrine sono sempre meno e quelle che resistono sembrano non voler dare nell’occhio. Alcune hanno però un cartello bene in vista “svendita per prossima chiusura”. Non ce la fanno più poricani. E infatti, se uno entra in un supermercato, trova tutto: libri, quaderni, braghe, roba da mangiare e da bere, frigoriferi, TV, medicine, frutta, verdura, lampadine, ferramenta e tanta altra roba ad un prezzo di norma inferiore a quello che può permettersi qualsiasi bottegaro. E poi ci sono le vendite on line: ti portano a casa la merce che viene direttamente dalla Cina o da qualche magazzino cinese qui da noi. Un mio amico compera tutto così, anche un par di mutande. “Come sono?” gli ho domandato. “Eh insoma, sembra che abiano la carta vetrata par dentro, ma sai quanti puchi schei che le ho pagate? Neanche metà”. Però anche aver carta vetrata nelle mutande, no che sia un bel mestiero.

Ho letto che a Vicenza hanno aggiornato il regolamento di polizia urbana, che preve-

de l’obbligo di schermare le vetrine sfitte in centro storico. Chi non lo fa si prende una multa. Noi, no per dire che siamo meglio di quelli da Vicenza, ma insomma una cosa simile l’avevamo fatta già molto tempo fa, anche senza la sanzione, applicando sui vetri delle botteghe sfitte delle grandi foto di Aldo Grotto, straordinario fotografo scledense del primo novecento, che riusciva a trasformare in poesia anche le inquadrature più scontate. Ma ormai anche qui da noi, quando uno chiude bottega, se ce l’ha tira giù una tenda, altrimenti lascia tutto com’è o al massimo incolla con il nastro adesivo qualche pezzo di carta, che poi col tempo si stacca e va a intristire ancora di più il posto.

Forse la strada del regolamento di polizia urbana (e quindi vincolante) intrapresa da Vicenza, potrebbe indicare anche a noi una possibile soluzione, magari cercando in qualche modo di coinvolgere i proprietari, anche con un utilizzo diverso degli spazi liberi, invogliando i padroni di botteghe sfitte a dare anche una pulita all’esterno ogni tanto, dove comandano incontrastati i colombi. Non diventeranno un’attrazione come era ai tempi di Gioachin, ma magari si eviterà, camminando per il centro, di essere presi dallo sconforto e di tornare a casa con una sensazione di polvere in bocca, di sporco e di cose trate là. ◆

Attualità

Schio si appresta a diventare per due settimane la capitale italiana del biliardo. Si terrà all’ex Lanificio Conte, dal 9 al 24 maggio, il Festival nazionale del biliardo sportivo, evento organizzato dall’Asd Primo Acchito, in collaborazione con la Federazione italiana sport biliardo-bowling e con il Comune.

In città, al Faber Box, è molto attiva una scuola federale di biliardo sportivo, nata sette anni fa su iniziativa di docenti e genitori del Liceo Tron.

“Nel tempo – dice il presidente Giorgio Pizzolato – siamo diventati un punto di riferimento per le scuole italiane che seguono il progetto ‘Biliardo e Scuola’, nonché per gli istruttori federali che arrivano da noi per ottenere la qualifica o per aggiornarsi. Nella sala del Faber box di via Tito Livio abbiamo sette biliardi internazionali, due americani e uno da snooker. Utilizziamo moderne tecnologie per la didattica, teniamo corsi per tutte le età, competizioni giovanili, tornei internazionali a distanza con particolare attenzione all’inclusione: il biliardo infatti è uno sport che può essere praticato anche da persone con disabilità, sia di tipo fisico che intellettivo (la FISBB è una disciplina sportiva associata paralimpica riconosciuta dal CIP)”.

Il prossimo Festival nazionale di biliardo sportivo sarà il primo ospitato a Schio, con una serie di competizioni in varie discipline (stecca, carambola, boccette), manifestazioni inclusive, spazi per le scuole, iniziative culturali. Di particolare impor-

Tutti in buca, arriva il Festival del biliardo

Schio si appresta a diventare per due settimane la capitale italiana del biliardo. Un risultato frutto del lavoro di anni dell’Asd Primo Acchito e della scuola federale di biliardo sportivo attiva al Faber Box.

tanza saranno il National Billiard Challenge, prova conclusiva del massimo circuito nazionale con la partecipazione dei campioni d’Italia e del mondo; i campionati nazionali Biliardo e Scuola, con ben trenta squadre in rappresentanza di quindici regioni; le dimostrazioni di partite a distanza con sistemi tecnologici avanzati. Si potrà anche visitare la mostra “Il fascino del biliardo”, con la collezione privata di Maurizio Cavalli, voce di Eurosport molto nota fra gli appassionati. Al Lanificio Conte verranno collocati 18 biliardi e sarà allestito uno spazio apposito per far giocare bambini e famiglie.

La gentilezza vista dai bambini

Èstato recentemente presentato al Lanificio Conte “Il Club Segreto dei Gentili: disegni e pensieri dai banchi di scuola», un volume sostenuto dal Comune di Schio nell’ambito del percorso «Provincia di Vicenza capitale di Costruiamo Gentilezza 2026».

Il libro raccoglie disegni, poesie, racconti brevi ed elaborati artistici realizzati dagli alunni degli Istituti Comprensivi Battistella, Fusinato, Tessitore e della scuola paritaria Maddalena di Canossa. Si chiude così un progetto, curato dall’assessore ai servizi educativi, alle politiche giovanili e alla gentilezza Milva Scortegagna, che ha coinvolto tutte le scuole di Schio, dalla primaria alla secondaria di primo grado. “La gentilezza è educazione – ha afferma-

to la sindaca Marigo -, un valore ma anche un modo di vivere la città e le relazioni tra le persone. Costruire comunità significa prima di tutto costruire relazioni positive, rispetto e senso di appartenenza; le scuole, in questo, svolgono un ruolo fondamentale”.

“Il progetto – ha sottolineato l’assessore Scortegagna - ha coinvolto studenti e insegnanti per diversi mesi e il libro rappresenta il risultato concreto che raccoglie il lavoro, la creatività e le riflessioni dei ragazzi sul tema della gentilezza e delle relazioni”. Sono stati gli stessi alunni a presentare i propri lavori: alcuni hanno spiegato le scelte dietro i loro disegni, altri hanno letto le poesie composte in classe. In parallelo, lungo le pareti del Lanificio era allestita

“Tra le 70 scuole che partecipano al progetto ‘Biliardo e Scuola’, tre sono scledensi: l’IC “Il Tessitore”, l’ITET “Pasini” e l’IIS Tron-Zanella-Martini – dice soddisfatto Pizzolato -. Stiamo iniziando a lavorare con tanti ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di primo grado: per loro l’obiettivo è la partecipazione al Trofeo Coni che si terrà in Puglia a settembre di quest’anno. Vorremmo anche riuscire ad avviare a Schio la disciplina dello snooker, specialità molto diffusa nel Regno Unito, perché la rispondenza è ottima ed è una grande soddisfazione lavorare con i giovanissimi, che dimostrano attenzione ed entusiasmo”. ◆ [M.D.Z.]

I disegni dei bambini sul tema della gentilezza in mostra all’ex Lanificio Conte

una mostra con una selezione degli elaborati che non hanno trovato spazio nella pubblicazione, per ragioni editoriali. Il libro è stato distribuito alle scuole partecipanti e sarà presto disponibile in tutte le biblioteche scolastiche cittadine. ◆

IAttualità

Musei AltoVicentino compiono 25 anni. Un traguardo importante, per una rete che raggruppa realtà diverse e distinte e che lavora su un territorio che non ha una particolare vocazione turistica. La rete museale che è andata creandosi nell’ultimo quarto di secolo si è evoluta nel tempo. Nata come una struttura per collegare realtà isolate, oggi è la piattaforma che consente di promuovere progetti trasversali che raccontano l’Alto Vicentino proprio attraverso i suoi musei più simbolici, mettendo in dialogo diverse amministrazioni.

“La sfida più grande - e quella che ritengo abbiamo vinto, è quella di esserci ancora - spiega Silvia Berlato, presidente di Musei AltoVicentino e assessore uscente alla Cultura a Malo -. Le pubbliche amministrazioni hanno aderito al progetto in numero sempre crescente: dai 10 Comuni sottoscrittori della prima convenzione nel 2001 siamo arrivati a 17, e presto saremo 18 con l’ingresso di Thiene. Credo che abbia fatto la differenza la scelta di proporre una visione aperta, senza barriere all’ingresso, lasciando piena autonomia gestionale ai singoli musei una volta entrati a far parte della rete. Questo rapporto di fiducia reciproca poggia su un fondamento solido: la consapevolezza che il patrimonio culturale appartiene a tutti. Ed è proprio questa consapevolezza a far crescere il progetto, e con esso la percezione di un territorio ricco di storia e di bellezze naturalistiche”. Secondo Berlato, il patrimonio culturale appartiene a tutti e non può essere condizionato dai confini amministrativi o dalle priorità dei singoli. “È necessario uno sguardo super partes. È proprio questa visione condivisa da tutti a permetterci di pensare a un’identità culturale unitaria per un territorio che è, al tempo stesso, vasto e variega-

Tutti i musei nella rete

I “Musei AltoVicentino” compiono 25 anni. La “rete” museale sovra comunale nata a inizio secolo per collegare tante realtà isolate sul territorio, oggi è una piattaforma che consente di promuovere progetti trasversali capaci di raccontare l’Alto Vicentino proprio attraverso i suoi musei più simbolici.

to: copriamo circa un terzo della provincia di Vicenza, con paesaggi di pianura, collina e montagna, e patrimoni che spaziano dall’archeologia industriale all’etnografia, dall’arte alla natura, fino all’archeologia e alla storia, con punte di eccellenza di rilevanza internazionale. Senza la rete, quelle eccellenze resterebbero isolate, prive di un territorio a cui fare riferimento. Questa è la differenza che possiamo fare”.

Uno dei maggiori punti di forza della rete è la comunicazione, che viene gestita su due piani distinti. Da un lato il progetto viene promosso a chiunque sia interessato attraverso il sito www.museialtovicentino. it, dove ogni museo ha la sua pagina dedicata e dove il visitatore può trovare tutte le informazioni utili, dagli orari di apertura agli eventi in programma; dall’altro la rete lavora per coltivare pubblici specifici, in special modo gli studenti e le scuole del territorio, con proposte mirate.

Nel tempo, Musei AltoVicentino ha investito anche sulla produzione di contenuti di-

gitali, ad esempio realizzando audio-guide dedicate in partenariato con i professionisti di Audiogiro, e in progetti specifici a valenza sociale, come quelli dedicati alle persone con decadimento cognitivo.

I visitatori dei musei dell’Alto Vicentino provengono perlopiù dal Vicentino e dai territori limitrofi. “Attrarre più turisti esterni è tuttavia un obiettivo importante che cerchiamo di coltivare quotidianamentepuntualizza Berlato -. Esperienze come ‘L’eredità della Serenissima’, che ha proposto ai visitatori un itinerario alla scoperta delle tracce veneziane nell’entroterra vicentino, ci hanno permesso di rivolgerci a un pubblico anche fuori dai confini della rete. Abbiamo contenuti da offrire ed eccellenze da poter rivendicare, anche se credo che per poterci rivolgere a un maggior numero di visitatori da fuori serva un coordinamento migliore con le OGD (Organizzazioni di Gestione della Destinazione, organismi pubblico-privati che pianificano, promuovono e commercializzano l’offerta turistica di un territorio specifico, ndr)”.

Il turismo che si cerca di favorire è un turismo lento, che viva appieno tutte le specificità del territorio, da quelle storiche a quelle naturalistiche.

“In ogni caso se quello dell’attrarre turisti è un obiettivo importante, lavoriamo molto anche per invitare i residenti locali a varcare le soglie dei musei, per riscoprire la storia e il territorio in cui vivono - conclude Berlato -. I nostri musei accolgono complessivamente circa 80 mila visitatori l’anno, e puntiamo decisamente a far crescere questo numero”. ◆

Una sala del Museo civico di Palazzo Fogazzaro a Schio
Museo dell’Arte Serica e Laterizia a Malo

Attualità

Si può puntare di più sul Civico senza rinunciare all’Astra?

hi frequenta il teatro Astra non può non notare delle evidenti criticità: muri scrostati a lato del palcoscenico, parecchie poltroncine della platea macchiate o strappate, sedili in legno obsoleti in galleria, camerini poco dignitosi e privi dei servizi igienici, tant’è che gli artisti usufruiscono di quelli destinati al pubblico. L’Astra, lo scriviamo da tempo, ha bisogno di manutenzione e di interventi mica da poco: non va lasciato a se stesso, perché per numero di posti (circa 900) è la seconda sala della provincia.

Il Comune di Schio è unico proprietario della struttura dal 2015 e, nel corso del tempo, ha comunque effettuato più interventi, stando ai dati fornitici dal servizio manutenzioni. Elenchiamo i più importanti: revisione dell’impianto termico con caldaie a condensazione, aggiornamento dell’illuminazione della sala, realizzazione del collegamento fisso tra regia e palco con eliminazione dei cavi volanti in platea, adeguamento antincendio con un impianto di rivelazione apposito, installazione di un sistema di allarme vocale, posizionamento di lampade sul palco, implementa-

Il teatro Civico è una vetrina per la città e un gioiello ammirato da tutti gli artisti che vi si esibiscono, e tuttavia non pochi ottimi spettacoli, per diversi motivi organizzativi, vengono ancora ospitati all’Astra, struttura che presenta evidenti criticità. Che fare? Puntare di più sul Civico a scapito dell’Astra, o intervenie sull’Astra per sfruttarne ancora le potenzialità? Può sembrare curioso, ma su questo il pensiero della direzione artistica della Fondazione e quello dell’assessore alla cultura Gianesini sono piuttosto diversi…

zione domotica, impermeabilizzazione della copertura.

Ma non basta, tant’è che per quest’anno è previsto un intervento ai camerini con guaine che poi permetteranno una ritinteggiatura; ed esiste un progetto, condiviso con Enel e Alta Pianura Veneta, per eliminare i cavi aerei ancora presenti sul fianco del teatro. Nel 2027 dovrebbero essere disponibili 200 mila euro per il consolidamento del solaio della platea e per la sostituzione della pavimentazione; nel ‘28 altri 200 mila ne verranno stanziati per poltroncine e pannelli acustici.

Sarà sufficiente tutto ciò? Sarebbe opportuno un restauro più radicale, indubbiamente costoso ma definitivo, magari con il coinvolgimento di privati?

Sempre gli esperti del servizio manutenzioni ci hanno comunicato che una stima grossolana per un intervento totale si può aggirare intorno ai due milioni e mezzo di euro; il coinvolgimento dei privati, poi, è un’operazione sul lungo periodo e ha successo quando la proprietà ha ben chiari necessità e obiettivi, quando sono presenti dei professionisti formati all’interno della pubblica amministrazione e quando si può contare su interlocutori disponibili a investire accollandosi il rischio dell’operazione. Detto questo, in tempi non certo felici non

solo per la cultura, le speranze di un restauro che non sia solo una somma di tamponamenti sembrano proprio ridotte all’osso. “Il tema del Teatro Astra è complesso e merita di essere affrontato con realismo –ci hanno detto Federico Corona e Stefania Dal Cucco, direttori artistici della Fondazione -. L’Astra presenta criticità strutturali importanti ma, nel contempo, Schio dispone di un teatro pienamente funzionante, bello, comodo e appena ristrutturato: il Civico. Non può certo competere con la capienza dell’Astra, ma garantisce un livello di qualità, sicurezza e accoglienza che oggi l’altro teatro non è in grado di offrire. Noi riteniamo che la scelta più responsabile e strategica per la Fondazione sia concentrare la programmazione al Civico, valorizzandolo al massimo delle sue potenzialità. Una delle ipotesi su cui stiamo ragionando è portare alcuni titoli della stagione a due repliche: ciò consentirebbe non solo di offrire al pubblico e agli artisti un’esperienza più confortevole e curata, ma anche di entrare in un mercato teatrale di un livello ancora superiore, accedendo a spettacoli particolarmente prestigiosi che non fanno debutti secchi. La questione è, come spesso accade, economica. Una

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Attualità

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stagione a due giorni è in questo momento poco sostenibile per la Fondazione e bisognerebbe trovare le risorse per una simile progettualità, che comunque costerebbe meno di una completa ristrutturazione dell’Astra. Crediamo poi che sia necessario distinguere tra ciò che è possibile fare subito e ciò che richiede una visione di lungo periodo: l’Astra rappresenta un potenziale, soprattutto per spettacoli più commerciali e musicali; una sua rigenerazione sarà sicuramente necessaria nei prossimi anni, ma sarebbe un processo lungo e dispen-

Nell’ambito della rassegna poetica

“Semenze matte”, palazzo Toaldi Capra ospiterà, nella seconda quindicina di maggio, una personale postuma di opere firmate da Maria Chiara Toni, mantovana, maestra nell’incisione, che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in città con il marito Vladimiro Elvieri, con cui ha condiviso vita e arte; è lui, adesso, che porta avanti quanto realizzato, negli anni, dalla moglie.

Cremona, città dove i due coniugi hanno vissuto per anni organizzando anche una biennale internazionale di arte incisoria, ha recentemente reso omaggio a Maria Chiara Toni con una splendida antologica, “Il giardino privato”. La ventiduesima mostra del Prism Print International, in Canada, quest’anno è stata dedicata a lei, che di speciale aveva una grande capacità intro -

dioso, a margine di un teatro nuovo su cui è stato molto investito”.

Non è del tutto d’accordo il presidente della Fondazione, nonché assessore alla cultura, Marco Gianesini.

“L’Astra è uno dei più grandi teatri della provincia in termini di capienza. Non vorrei proprio che finisse per essere negletto dal momento che lo storico Civico sta vivendo oggi una nuova giovinezza grazie a un sapiente restauro. Devo puntualizzare che l’Astra, anche se non in buono stato di manutenzione, attira costantemente soggetti privati che, organizzando eventi popolari di grande richiamo, incassano cifre importanti a fronte di un costo per l’affitto tutto sommato contenuto rispetto ad altri teatri. Il privato sopporta il rischio d’impresa, cioè ri-

schia in proprio sul buon esito dello spettacolo; la Fondazione non corre questo rischio, perché compra il pacchetto completo degli spettacoli dal circuito regionale Arteven, e non può ignorare che l’Astra viene tuttora alquanto sfruttato, con profitti che finiscono esclusivamente nelle tasche dei privati”. Emergono dunque delle visioni differenti, ma a nostro avviso è certo che l’Astra non può essere abbandonato, si rifarebbe l’errore che già è stato fatto in passato per il Civico. Accontentarsi dunque di tamponare? Di questi tempi forse sì, tentando comunque di proporre qualche doppia serata al Civico, che sarà indispensabile quando si faranno interventi all’Astra, ma che può essere promossa anche nell’immediato, magari grazie a qualche sponsor illuminato in più. ◆

Una personale postuma per Chiara Toni

spettiva, unita a un’attenzione mai scontata al femminile e all’emancipazione. Donna libera, sempre pronta a sperimentare e a utilizzare la sua sapienza tecnica, ha ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo. Ricordiamo quando, qualche anno fa, ci siamo occupati per la prima volta di Maria Chiara e Vladimiro, tentando anche di far ottenere uno spazio in città per le loro opere: allora il progetto non è andato in porto, ma adesso uno spazio, sia pur piuttosto limitato a nostro avviso, Maria Chiara Toni ce l’ha. Andate a vedere i suoi disegni: si tratta di disegni recenti, realizzati a grafite e matite colorate su carta, rivelatori di un ricco e originalissimo immaginario; le immagini dialogano con le parole di scrittori e poeti

vicini o lontani nel tempo, ispiratori di idee e desideri inconsci.

“È stato difficile selezionare – ci ha detto Elvieri -, perché l’opera di Chiara è alquanto vasta, ma sono certo che avrebbe approvato quanto ho scelto per lei”. Maria Chiara Toni scriveva nel 2024, con grande spinta creativa nonostante la malattia: “Nelle mie immagini i personaggi sono pervasi da una ‘solitudine’ che invita all’introspezione, a immergersi in un mare della tranquillità apparente. Cerco in tutti i modi di comprendere la mia vera natura attraverso i contenuti che riaffiorano in superficie quando disegno. Disegnare mi rende libera da ogni vincolo”. ◆ [M.D.Z.]

Cottarelli fa sempre il pieno (e anche di più)

Gli scledensi, e non solo, che seguono le attività del Centro di Cultura “Cardinale Elia Dalla Costa”, ben sanno che gli incontri primaverili e autunnali sono sempre di alto livello, ma i tre programmati tra marzo e aprile sono risultati anche al di sopra delle aspettative, con interventi del giornalista e scrittore Paolo Pagliaro, del biblista Gregorio Vivaldelli e dell’economista Carlo Cottarelli. Eravamo presenti in occasione di quest’ultimo appuntamento, tenuto in un Lanificio Conte da tutto esaurito, con persone che non hanno trovato posto e hanno assistito pazientemente in fondo alla sala, non potendo entrare per ragioni imposte

dalle normative di sicurezza, e con non poche altre che hanno rinunciato. Valeva proprio la pena ascoltare la semplice traduzione di argomenti complessi fatta da questo grande “predicatore dell’economia” (così ama definirsi): il confronto Usa/Cina, i problemi migratori, la disunione europea… temi trattati con lucido realismo ma anche con speranza, perché “non bisogna arrendersi, si deve agire, nell’ottica kennediana del non chiedersi cosa il Paese possa fare per noi, ma cosa noi possiamo fare per il nostro Paese”. Un invito da ricordare e una prassi da applicare, per un mondo da migliorare. [M.D.Z.]

DCultura

a troppi anni gli scledensi si interrogano su cosa fare della Fabbrica Alta. Il giornalista e scrittore Stefano Tomasoni ha preso l’iniziativa scegliendola come ambientazione per il suo ultimo romanzo: “I delitti dell’undici undici” (Piazza Editore, 292 pagine, 16 euro). Proprio nelle sale abbandonate del principale monumento dell’archeologia industriale scledense, infatti, comincia a intrecciarsi una trama insanguinata che collega la città di Alessandro Rossi prima a Brugine, nel padovano, e poi a Merano, Portorose in Istria, Reykjavík in Islanda, fino alla gemellata bavarese Landshut. A dipanare l’intricata matassa viene a trovarsi, quasi per caso, Teo Panebianco, affermato scrittore cinquantenne originario di Schio, da poco tornato a vivere nella città natale dove sta facendo i conti con un blocco creativo da cui non trova via d’uscita. È proprio per riempire questo vuoto professionale che il protagonista inizia a interessarsi all’omicidio compiuto nell’ex lanificio Rossi. Un delitto efferato che scuote l’intera comunità sia per le modalità dell’uccisione, sia per il macabro rituale compiuto dall’ignoto assassino sul corpo della vittima: la bruciatura dei genitali con l’acido. Sono una serie di fatti apparentemente slegati tra loro a trasformare l’iniziale interesse di Panebianco per il caso in una vera e propria indagine parallela. Dettagli che diventano un pungolo per uno che, come

Un giallo a Schio

“I

delitti dell’undici undici” è il

Un’immagine misteriosa della Fabbrica Alta: all’interno dello storico edificio sono ambientate alcune delle scene più significative del romanzo

nuovo romanzo

di Stefano Tomasoni. Un giallo-noir ambientato in buona parte a Schio. Il protagonista è uno scrittore che si trova a far luce su una serie di omicidi irrisolti e apparentemente privi di movente, che costringono a fare i conti con il passato e con una domanda di fondo: la vendetta è un male peggiore per chi la subisce o per chi la compie?

lui, ama ripetere: “non credo nelle coincidenze”. Eppure sono proprio le fatalità che lo guidano a scoprire una serie di omicidi irrisolti, inauditi per crudeltà, ma apparentemente privi di movente. L’investigazione si allarga per poi ritornare a convergere, rischiando di schiacciare lo stesso protagonista in un gioco - quello della vendettadi cui non avrebbe mai voluto conoscere le regole.

Ad aiutare lo scrittore a muovere i primi passi nelle ricerche intorno ai delitti “dell’undici undici” è l’amico redattore del Giornale di Vicenza, Diego Neri: uno dei “calchi” di persone reali presenti nel romanzo (un altro è il primo cittadino, Cristina Marigo). Tomasoni ripropone così l’elemento di stile divenuto una sua cifra: un calcolato mix di finzione e realtà, già sperimentato nel precedente romanzo del 2023, “Caccia al Sindaco”. Un sistema ibrido che contribuisce a rafforzare quella che tecnicamente si definisce “sospensione dell’incredulità” e che è il primo fondamento di ogni fiction ben riuscita.

Altro elemento di continuità, questa volta nella scelta tematica, è la rappresentazione delle relazioni inconfessate e inconfessabili che covano sotto l’apparente tranquillità, il conformismo e il benessere di una cittadina di provincia del Nordest. Un filone che

richiama precedenti cinematografici quali “Signore e Signori” di Pietro Germi e “Le indagini del commissario Pepe” di Ettore Scola. Tomasoni scava in questo filone con una sensibilità giornalistica affinata in una vita trascorsa nelle redazioni (tra cui quella di questo mensile, di cui è direttore), che gli consente di non perdere la delicatezza della prosa neanche nei passaggi più drammatici della narrazione.

Passaggi che non mancano certo in questo nuovo romanzo che porta l’autore a confrontarsi per la prima volta con un vero e proprio thriller senza omettere nessuno degli ingredienti fondamentali del genere: suspence, relazioni scabrose, momenti da brivido, voltafaccia, un detective privato in cerca di riscatto umano e professionale. Elementi classici combinati con l’originalità necessaria a far volare una pagina dopo l’altra mentre nel lettore si insinua la consapevolezza che quel desiderio - molto giornalistico - di andare fino in fondo nella verifica dei fatti stia conducendo il protagonista a perdere se stesso e ciò che ha di più caro.

E mentre tutto sembra andare in pezzi come i ruderi di un vecchio lanificio, la domanda che pretende di trovare risposta è una sola: la vendetta è un male peggiore per chi la subisce o per chi la compie? ◆

Spettacoli

Serena Sinigaglia è una regista che già abbiamo avuto modo di apprezzare, tre anni fa, con “Supplici”. L’attenzione al femminile connota i suoi lavori e così è per “L’Empireo (The Welkin)”, firmato dalla pluripremiata drammaturga inglese Lucy Kirkwood, proposto al Civico dalla Fondazione. Nella visione dantesca, nell’empireo stanno i beati, ma le donne sul palco di certo non lo sono: chiamate, nell’Inghilterra di metà Settecento, a giudicare una ragazza che si può salvare dalla forca solo se incinta, devono decidere se lei lo è realmente. Quindi, proprio le donne hanno potere di vita o di morte su una di loro, nel rispetto di leggi inique scritte da maschi.

Il lavoro è alquanto intenso, impegnativo, tocca temi scottanti come il patriarcato, la maternità, la legge… Nonostante la severità e la drammaticità degli argomenti, però, si rivela una grande tragedia corale, quasi greca, da cui molto si può imparare. Il ritmo è volutamente lento e l’azione ridotta al minimo per far posto alla forza della parola e alle capacità recitative delle attrici, tutte molto brave, che rendono irrilevante il ruolo dell’unico uomo, il quale comunque nel testo determina il finale. La scena è lugubre, scura, ridotta al minimo, e gli abiti rigorosamente neri: il bianco dei fogli su cui le attrici leggono è l’unica nota chiara, che viene rumorosamente sbattuta a terra

Quelli “Uccelli”

NLe donne di Serena Sinigaglia

Nello spettacolo “L’Empireo” proposto al Civico, la regista ha proposto un lavoro connotato ancora una volta dalla sua particolare attenzione al femminile.

alla fine delle battute, come una frustata. Si menziona anche la cometa di Halley, che ogni tanto ci fa visita nell’universo e che spesso è presagio di sventura: Dante infat-

sono un capolavoro

on succede quasi mai di rimanere inchiodati alla poltrona, a teatro, per tre ore consecutive: il testo dev’essere avvincente e attuale, gli attori devono saper diventare i personaggi che interpre-

Addio ad Antonella

Noi di SchioMese vogliamo ricordare la professionalità, la disponibilità e lo splendido sorriso di Antonella Losurdo, mancata nel periodo pasquale. Sempre presente alla biglietteria della Fondazione Teatro Civico, dove aveva lavorato per oltre vent’anni, Antonella era stata vittima di un malore nel 2023, e da allora non aveva più ripreso conoscenza. Vogliamo pensarla alla biglietteria del Teatro Paradiso, dove incontrerà tanti che in città l’hanno conosciuta, apprezzata e preceduta. [M.D.Z.]

tano, le scene devono evocare e sottolineare i fatti. Quando queste congiunzioni ideali, quasi astrali, si verificano, si è di fronte a un capolavoro. “Come gli uccelli” (premio UBU 2024), visto al Civico, lo è stato. Tratto dall’opera del franco-libanese Wajdi Mouawad, progettato per il teatro da Il Mulino di Amleto e diretto da Marco Lorenzi, racconta una storia d’amore tra un giovane israeliano e una ragazza araba, che studiano a New York; l’amore fiorisce e se ne infischia altamente della realtà storica che fa di questi popoli degli eterni nemici. Il giovane rimane gravemente ferito in un attentato, ma sopravvive e, suo malgrado, scopre un passato che ha dell’incredibile, e che comunque non sarà in grado di unirlo per sempre alla persona amata. I nove attori in scena recitano in più lingue, ma ciò non disturba minimamente la comprensione, anche grazie alla traduzio -

ti non l’ha inserita nel suo empireo, ma in quello della Kirkwood è annunciata e porta alla morte, non certo alla speranza di cambiamento. ◆ [M.D.Z.]

ne sullo schermo-sfondo. Il coinvolgimento emotivo è forte, dall’inizio alla fine, senza cali di tensione.

“Come gli uccelli” è una grande storia, che passa dalla commedia alla tragedia, testimoniando più che mai, in questi tempi tristi, il senso di appartenenza a un popolo: legame o condanna? Sullo sfondo, l’utopia della pace, che una soldatessa, quasi alla fine, nega possa esserci fra Israele e Palestina. Ma i muri, come quello, enorme, che domina la scena firmata da Gregorio Zurla, si possono abbattere. È già successo. ◆ [M.D.Z.]

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