OTTOBRE
N° 009 ANNO I
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IN PRIMO PIANO
Vino al Vino il vino dolce
e n ia s u in V te is v r a te ll in e sagra d p olenta e baccalĂ Andrea Radic
Giornalista, comunicatore e narratore
by
a Tav ola con Patrizia Laquidara Cantante, autrice, atrice, scrittrice
I
“ v s f i D n p d a M d m È v N m S p t r l I d c
In questo numero di Gustolocale... “Se ottobre è piovarolo, è pure fungarolo”, cita un vecchio proverbio, facendo intendere che la pioggia, quando non è eccessiva, ha anche i suoi lati positivi, come quello di far spuntare i funghi! E chissà come sarà questo mese che, per antonomasia, indica l’inizio dell’autunno. Di certo, per quanto ci riguarda, i funghi li abbiamo già messi nel piatto e pure in copertina! Profumati, adatti a moltissime preparazioni gastronomiche, a volte anche con proprietà medicinali, ne esistono molteplici specie e sono particolarmente amati anche dagli chef. Ma il carrello della nostra spesa ottombrina si riempie anche di colori e sapori dalle mille sfumature: giallo, arancio, rosso, marrone, così come le foglie che presto rivestiranno gli alberi. È tempo di cachi, castagne, melagrane e uva, pronta per essere vendemmiata! Nelle nostre interviste incontreremo Andrea Radic, giornalista ma anche grande “comunicatore” che, in una chiacchierata con Stefano Bertuol, ci svela molto del suo lavoro. Ed ancora, appuntamento a tavola con Patrizia Laquidara, cantautrice veneto-siciliana che con la sua intensità ha conquistato gli ascoltatori più esperti del panorama musicale internazionale. Chissà se le sue abilità canore si rispecchiano anche in cucina?! Infine, spunti, idee ed interviste a ristoratori dell’alto vicentino da leggere, come sempre, in questo “gustoso” inserto da staccare e conservare! La redazione
k n D i r Food c i s u M and
Selezioni musicali, ottimo vino e piatti squisiti per la tua serata perfetta!
TUTTI I SABATI MERCATO DEI “CUSTODI DELLA TERRA” Bio mercato contadino che accoglie un gruppo di produttori del vicentino con i loro sani prodotti del territorio. Troverete il pane da frumento antico, gli ortaggi di stagione, formaggi di capra e mucca di montagna, birre agricole, vini dei Berici, farina, riso, fagioli di Posina e altro ancora! dalle 9.00 alle 13.00 - CA’ DELL’AGATA Via Monte Rosa 26 - GRUMOLO PEDEMONTE
VENERDÌ 18 E 25 OTTOBRE DOPPIO MALTO LIVE MUSIC Proseguono i venerdì musicali al Doppio Malto. Venerdì 18 ottobre | I.B.Q.L., tribute band di Antonello Venditti Venerdì 25 ottobre | Jackson One, Michael Jackson tribute DOPPIO MALTO - Live Music Pub –Pizzeria – Ristorante – Birreria Tel. 0445 370832 | Via San Giovanni Bosco, 132 - THIENE
DaL 25 Al 27 OTTOBRE FESTA DEL CIOCCOLATO BASSANO 2019 ART & CIOCC Festa del cioccolato artigianale a Bassano. Sarà Piazza della Libertà ad ospitare una nuova edizione di ART & CIOCC ®, il tour dei più famosi maestri cioccolatieri che portano prelibatezze di alta qualità nelle maggiori piazze di tutta Italia.
Inserto al numero odierno de
Piazza Libertà - BASSANO DEL GRAPPA Sabato 18:00-23:00 - domenica e lunedì 9:00 - 21:00 | Ingresso gratuito
Aut. Tribunale Vicenza n. 497 del 05.04.1985
EDITRICE | Pubblistudio Pubblicità s.r.l. Via Lago di Lugano, 15 - 36015 Schio (VI) DIRETTORE RESPONSABILE | Paolo Zami REDAZIONE | Tatiana Branchi, Stefano Bertuol redazionepubblistudio@gmail.com PROGETTO GRAFICO | Studio Pasquariello STAMPA E LEGATORIA | Litotipografia Alcione
SABATO 26-10 e DOMENICA 27-10 GOURMET FESTIVAL Weekend per immergersi nel mondo dell’enologia e della gastronomia gourmet. È l’occasione di assaporare nuovi e tradizionali sapori: dal vino alle birre, dai formaggi ai salumi, dalle marmellate alle salse, dal pane alla pizza, dai gelati ai dolci, dai prodotti DOP ai piatti degli chef emergenti. VILLA BONIN CLUB & RESTAURANT Tel. 393 012 33 93 | Via Del Commercio 49 - VICENZA
Dal 2 AL 4 NOVEMBRE 2019 Questo inserto è stato creato in collaborazione con la rivista Gustolocale. Tutte le immagini, articoli, contenuti, elaborati ed estratti dalla rivista Gustolocale sono ad uso esclusivo di Pierregi di Paolo Gasparin - Schio (VI). Eventuali utilizzi impropri senza previa autorizzazione scritta da parte nostra saranno perseguiti a norma di legge. Le collaborazioni in testi o foto sono gratuite e sono di completa proprietà della Pierregi. È vietata la riproduzione, anche parziale, di redazionali e di avvisi pubblicitari senza autorizzazione scritta dell’editore.
37^ “FESTA DEI MARUNI Un’occasione imperdibile per assaporare le prelibatezze di stagione: caldarroste, torte di marroni, “caùci”, gnocchi di fioretta e gnocchi di patate serviti in vari sughi, carne alla brace, salado brustolà, polenta, formajo, frittelle... anche con la “maresina” e il “maronetto”, la speciale salsa di marroni ideata dal maestro di cucina Amedeo Sandri. ALVESE DI NOGAROLE VICENTINO
L’AUTUNNO IN TAVOLA Finalmente!
Terminata la torrida estate, quella delle insalate, del vitello tonnato (quasi sempre fatto male), delle capresi biancorosseverdi, del prosciutto e melone, del roastbeef, finalmente ora si torna ad accendere il fuoco e a preparare cibi pieni di sapore e di bontà. L’autunno ci consegna alcuni prodotti che fanno della cucina il centro del buono: funghi, castagne, tartufi, zucche, fagioli, cacciagione.
E ciò che vi è d’eccezionale è che, in genere, questi prodotti sono fatti come Dio comanda: nei funghi, nei tartufi e nelle castagne l’intervento dell’uomo è inesistente. Basta solo raccogliere ciò che il provvido bosco ci fa avere in modo naturale per costruire piatti di grande dignità gastronomica. E poiché suona, in noi, una specie d’orologio biologico che reclama questi prodotti, sempre più i ristoratori ci propongono ora piatti che danno di nuovo il piacere di mangiare caldo, nell’unione della tavola.
L’orto sta terminando il suo lavoro: tra poco le verze avranno preso la prima gelata e diverranno più morbide, la dolce zucca la useremo per minestre (e non solo) e non manca molto che il mas-cio ci darà abbondanza in tavola ed in dispensa! Gireranno di nuovo gli spiedi, e la selvaggina da penna troverà nella salsa peverada un’insostituibile compagna.
Sottovalutati e poi riscoperti I funghi li gusteremo in zuppe, in paste, in contorni: sono frutto di un’incredibile rivalutazione gastronomica. Sembra incredibile ma i montanari, fino a non molti anni fa, li snobbavano (ancora nel Nord Europa i funghi non li guardano nemmeno), perché poveri di calorie, non nutrivano e davano, in definitiva, solo un profumo ai cibi. In effetti, per avere dal fungo qualcosa oltre al profumo è necessario friggerlo, legarlo a paste, a carni: ma, quando la miseria bussava alla porta, se si doveva usare grasso per friggere, non si riservava certo ad un prodotto privo di calorie! Verrebbe da dire che è stata la popolazione cittadina a dare al fungo una nobiltà che prima non aveva. È ritornato con successo nelle tavole sui monti dopo essere stato apprezzato da quelle della pianura. Certamente la difficoltà a reperirlo, la casualità della sua nascita, il breve periodo di presenza sul mercato, lo ha reso ricercato e caro.
Terminata la torrida estate si torna ad accendere il fuoco e a preparare cibi pieni di sapore e di bontà.
Pregiato e costoso Mai caro come il tartufo bianco, autunnale diamante della terra, sconosciuto, amato ed odiato in tempi diversi (Galeno dichiarava che predisponeva alla voluttà, l’Inquisizione ne vietò il consumo), oggetto del desiderio gastronomico come nient’altro, esclu-
sivo, con fama d’afrodisiaco senza eguali. Si sublima, in cucina, affettandolo sottile su due uova al tegamino, su tagliolini, in risotti, sulla fonduta. Che fosse caro lo dicevano già nel 1929, nel primo numero della rivista “La Cucina Italiana”: “Questo è un piatto che costa: ma vi sono paesi dove i tartufi abbondano e se ne mangiano dalle famiglie, anche mediocremente agiate, a sazietà”. Beati loro! Più avvicinabile alle tasche è il tartufo nero che richiama, da lontano, il profumo del bianco e che si esalta, a differenza di quello, nella cottura. È presente, fra l’altro per un più lungo periodo, dalla primavera al tardo autunno. Vanno entrambi maneggiati con cura, rispetto, direi con devozione. Donano il sentimento confuso di una gioia immeritata, di un momento difficilmente ripetibile: sono droga gastronomica!
Il frutto dell’autunno Diametralmente opposta è la castagna, che il Pascoli loda in uno stupendo canto: “Tu, pio castagno, solo tu, l’assai doni al villano che non ha che il sole...” Che il castagno fosse importante lo dicevano i montanari stessi precisando che vivevano con “pan di legno e vin di nuvole” cioè con castagne ed acqua! Ma il castagno era di più di questo: serviva come combustibile, per legname da costruzione, per attrezzi agricoli, per palificare le vigne, per lettiera del bestiame, dava tannino per la concia delle pelli. Fino all’arrivo della patata, è stata la castagna la vera risorsa alimentare primaria. Essiccata su graticci, dava farina per fare paste unita al grano, veniva usata in minestre (riso, latte e castagne), zuppe, insieme al pane, insaporite con pancetta e rosmarino (la brodolese toscana). Ora si è raffinata e la usiamo in piatti di grande eleganza come fagiani al forno, faraone, negli arrosti d’autunno, nel stupendo dolce qual’ è il Montebianco.
Che il castagno fosse importante lo dicevano i montanari stessi precisando che vivevano con “pan di legno e vin di nuvole” cioè con castagne ed acqua!
Feste gastronomiche si hanno in tutta Italia: noi festeggiamo le castagne a Durlo nel vicentino, a Combai, a Miane, a Monfumo nella Marca. È questa una cucina della memoria, piena di sensazioni, che ha rivalutato un prodotto immagine d’atavica miseria che ha grande dignità gastronomica. Corsi e ricorsi storici che l’autunno ci ricorda…
I FUNGHI A TAVOLA regali leccornie che ci deliziano tutto l’anno
Sembra strano ma dal Rinascimento all’Unità d’Italia a farla da padroni sulle mense regali e pontificie furono i funghi di primavera, più che gli autunnali: spugnole, prugnoli, marzuoli erano i grandi funghi da cucina.
Polenta di Marano e funghi sono un mangiare da re che rimanda alla bontà delle cose semplici, conosciute, ritrovate
E c’è, in questa stagione, la poesia della ricerca sui dolci declivi coperti di fiori, fra prati e boschi ricchi di colori, che accresce il senso della conquista. Poi la cucina reclama il tocco giusto, l’eleganza della semplicità delle tagliatelle con le spugnole o di una frittata. E questo nostro paese, benedetto per la presenza di tanta biodiversità, ha diversi luoghi ove si “reclama” il meglio della produzione fungina: chi trova migliori, sopra ogni altro, i funghi della Sila, chi del toscano Pratomagno, chi afferma che i porcini di Borgotaro, nel parmense, sono imbattibili e chi, dall’altra parte del monte, a Pontremoli, sta combattendo una profumatissima guerra per fare una secessione e liberarsi da una sgradita compagnia che sembra opprimente e reclamare la palma del migliore ai propri porcini. Questo perché dal 1993 è stato insignito del marchio IGP il “fungo porcino di Albareto, Borgo Val di Taro e Pontremoli”!
E i nostri dell’Altopiano? Niente da invidiare a nessuno: polenta di Marano e funghi sono un mangiare da re che rimanda alla bontà delle cose semplici, conosciute, ritrovate secondo quell’indicatore eccezionale che è “l’orologio biologico” che è in ciascuno di noi. L’antica saggezza contadina dava tanto valore ai funghi da far pensare all’intelligenza di uno scritto, trovato ai primi dell’Ottocento, in un ricettario regalato ad un convento di Schio, che recita: “Coi fonghi mori (i porcini) anche i poareti gà magnar da siori”. Quanto è vero...
Per celebrarli In autunno i funghi diventano gli interpreti anche di manifestazioni gastronomiche importanti: il trevigiano Cocofungo è fra le più note. Ma ve n’è un’altra, in primavera, che ha ancora più fascino ed è condotta da un grande del settore, Guido Stecchi, che si definisce, a ragione, “micogastronomo” La rassegna si chiama “A tavola con i funghi dei Re e dei Papi”, cioè con i funghi di primavera e vi partecipa, nella nostra provincia, il Casin del Gamba, meta obbligata per chi vuole godere di piatti di elevata concezione e di squisita fattura.
PODERE LA TORRE Momenti speciali in ogni occasione Dopo una fantastica stagione estiva vissuta prevalentemente all’aperto, tra le piscine, il laghetto naturale e le dolci passeggiate nel verde collinare, il Podere La Torre non finisce di stupire con le sue proposte.
In una location raffinata ed esclusiva, una posizione strategica a due passi da Schio e con una vista impagabile, il Podere La Torre è il posto giusto dove trovare mille spunti per mangiare, rilassarsi o divertirsi. Sapientemente gestito dal capo chef Giuseppe Zurlo, al quale la proprietà ha affidato anche la direzione esecutiva, è un ambiente bello, accurato, se vogliamo anche un po’ di lusso, ma che tutti possono permettersi. Un locale che non distingue la clientela in base alle condizioni economiche, ma che apre la possibilità di fare un’esperienza di livello a tutti, anche a famiglie con bambini. Al Podere La Torre ogni momento della giornata è pensato per essere vissuto con armonia: dalla colazione alla pausa pranzo veloce, dall’aperitivo al dopocena. La sala principale de Il Podere è estremamente curata nei dettagli, impreziosita da opere d’arte e lampadari di design, tanto da non sembrare un agriturismo. Il menu non è mai semplice o banale. La qualità e la stagionalità degli ingredienti sono il cardine su cui vengono creati i piatti, in una fusione perfetta
fra tradizione, gusto e creatività. La cucina propone una selezione di piatti della tradizione rivisitati, pietanze realizzate con materie prime d’eccezione a km 0, con cura e dedizione. Gli alimenti utilizzati in cucina provengono da proprie produzioni, come le carni di manzo, i polli e i maiali, la frutta fresca, i succhi e le verdure. L’uliveto dona un olio fruttato e la vigna ben quattro diversi tipi di vino. Il menu è radicato nel territorio e propone ricette tradizionali che arrivano però nel piatto in chiave moderna e rivisitata. La cucina del Podere, poi, è sempre pronta ad affrontare qualsiasi richiesta del cliente, con un occhio di riguardo per gli intolleranti e i celiaci, senza tralasciare la filosofia vegetariana e vegana. Il menu è alla carta e cambia settimanalmente, in base alla stagionalità. Per la pausa pranzo, invece, viene utilizzata un’altra sala non classificata come agrituristica, dove il menu è ancora più ampio.
Al Podere La Torre ogni momento della giornata è pensato per essere vissuto con armonia
PORCINI
in crosta di pane, cremoso di patate all’erbetta cipollina e colatura di parmigiano
Ogni ricorrenza può essere celebrata all’agriturismo Podere La Torre. Il salone degli eventi, illuminato dalle grandi vetrate ed impreziosito dal camino e dal principesco lampadario, è il luogo ideale per festeggiare battesimi, comunioni, pranzi di famiglia, ma anche la location adatta per cene aziendali in un contesto scenografico. Il giorno del tuo matrimonio, momento unico e irripetibile, merita una location da sogno come quella de Il Podere. Dallo splendido allestimento curato nei minimi dettagli, al magnifico panorama, fino al raffinato menu, tutto è garantito per ottenere la miglior qualità e poter coronare magnificamente il tuo “Grande Giorno”. E allora… comincia a sognare ad occhi aperti!
Per i porcini: Tagliare i porcini a fette, impanarli in farina, uovo e pangrattato. Friggerli in olio per 3 minuti
Per il cremoso di patate: Mettere le patate in acqua bollente per 30/40 minuti, dopo di che’ pelarle e schiacciarle con olio, sale, pepe ed erbetta cipollina.
Per la crema di parmigiano: Scaldare 200 ml di latte in pentolino e aggiungere 50 gr di parmigiano Mescolare a fuoco tenue fi no ad ottenere una crema liscia.
Giuseppe Zurlo
PODERE LA TORRE Via Lungo Gogna, 59 SCHIO (VI) 0445.522459 info@poderelatorre.com /poderelatorreschio
La magica storia del vino Da bevanda degli dei a sangue Divino
La vite è una pianta arborea rampicante antichissima, radicata nelle zone temperate del nostro pianeta dalla notte dei tempi. Comparsa milioni di anni fa, la Vitis vinifera, nota come vite europea, muove i suoi primi passi in oriente, da dove si è diffusa in tutto il bacino Mediterraneo. Pare che la viticoltura vera e propria sia nata in Mesopotamia, nel territorio dell’antica Persia, ove sono stati rinvenuti orci di terracotta datati 7.000 anni prima di Cristo, contenenti tracce di vino. Per i Sumeri, la vite ed il vino erano simboli di immortalità.
Per i popoli antichi il vino era sì una bevanda, ma anche un vero e proprio alimento, con proprietà capaci di trasformarlo in un autentico medicinale Ma è nella Bibbia che troviamo la testimonianza scritta del più antico viticoltore e vinificatore esistito: Noè. Dopo aver affrontato il Diluvio, è lui il primo a piantare la vite, “uno dei beni più preziosi dell’uomo” (I Re), a cogliere l’uva e ricavarne del vino, per poi prendersi una sbronza solenne.
Ma nella Bibbia troviamo numerosi brani che citano il vino e le vigne, e si capisce chiaramente che per i popoli antichi il vino era sì una bevanda, ma anche un vero e proprio alimento, con proprietà capaci di trasformarlo in un autentico medicinale, che dà sollievo al corpo e allo spirito. Senza dimenticare che dai primi cristiani ad oggi, il derivato dell’uva rappresenta niente meno che il sangue di Dio!
Gli Egizi, rinomati per la birra, allietavano i loro faraoni con del dolce nettare d’uva a bacche rosse, già allora coltivate “a pergola”. Ma non solo, conservavano il vino in anfore chiuse con impresso l’annata e il produttore, forse per una sorta di rudimentale pratica d’invecchiamento o più probabilmente di rintracciabilità del prodotto… Anche il mondo greco conosceva e praticava la vinificazione. I poemi omerici testimoniano ampiamente la presenza e l’importanza del vino: a Polifemo, ad esempio, viene propinato puro un vino che, secondo le usanze dell’epoca, veniva diluito con 16 parti di acqua! Ma è grazie all’Iliade che possiamo affermare che si coltivava della vite con ceppo basso, così raffigurata sullo scudo di Achille: “…una vigna stracarica di grappoli, bella, d’oro: era impalata da cima a fondo di pali d’argento…”
o n V i l a o n iV storie terre e sapori Tra dessert e meditazione:
IL VINO DOLCE
Il vino dolce ha avuto fin dall’antichità importanti estimatori: i Greci tessevano le lodi del vino magnificando la sua dolcezza e la sua potenza e i Romani viaggiavano con degli intrugli a base di miele e spezie dolci da aggiungere al vino che trovavano lungo i loro viaggi. Con l’andare dei secoli e la diffusione del cristianesimo i monaci portarono con loro non soltanto la fede, ma anche immense distese di vigneti. Il Sud produceva vino e lo vendeva; il Nord lo comprava e lo beveva. Per fare un esempio la Malvasia e il Moscato sono vini che sono resistiti al tempo anche nella loro denominazione.
La richiesta di vino e la sua necessità di trasportarlo non ebbe mai pausa durante i secoli e così si ritrovano documenti mercantili delle Repubbliche marinare in cui il vino è una merce di scambio spesso trattata: le uniche due necessità di cui ha bisogno sono velocità e puntualità. Durante il Rinascimento la Malvasia e il Moscatello, sempre vinificati in dolce, furono tra i vini preferiti sia in Italia che in Europa. La Toscana, invece, si specializzò nella Vernaccia, detta la Malvasia indigena, e per prima cominciò a vinificarlo affinché risultasse un vino meno dolce anche se morbido e potenzialmente forte. I vini dolci non esistono in natura, la mano dell’uomo deve infatti fermare la fermentazione e la trasformazione dello zucchero in alcool con un semplice procedimento di filtraggio o di travaso del mosto. Per produrlo ha affinato diverse tecniche e tradizioni: - La sovramaturazione. Consiste nel lasciare i grappoli appesi per un periodo più prolungato e vendemmiarli in ritardo. Si noti che solo se esiste un buon livello di acidità si ottengono vini di livello. Questa tecnica è abbastanza praticata anche per eliminare l’eccesso di acidità o rinforzare le uve nel caso dei vini secchi. - Il Marciume nobile o Botrytis cinerea, invece, è un fungo parassita veicolato dall’umidità. Se intervengono condizioni meteorologiche, come alcune nebbie particolari, questi parassiti attaccano le bucce riducendo l’acqua ed innestando un procedimento di “botrizzazione”. Questa modalità di raccolta è estremamente dispendiosa dato che le uve devono essere vendemmiate ripetutamente: nel Sauterne, per fare un esempio, si prevedono fino a 12 vendemmie successive. Il principale prodotto di questa metodologia è sicuramente il Sauterne, ma anche nella vendemmia del Tokay ungherese ci sono alcune similitudini; in Italia si produce attraverso questa tecnica il Muffato della Sala di Antinori. Si è provato a riprodurre artificialmente le condizioni di cui sopra anche inserendo spore di Butritys ma il risultato non è paragonabile a quello che la natura ci può dare. - Appassimento delle uve. Qui siamo proprio in casa. L’appassimento delle uve dopo la Vendemmia; o deposte su cassette o appese per i piccioli è una tecnica abbondantemente applicata nel Veneto e particolarmente nelle zone di Verona e Vicenza. Vedi Il Recioto e l’Amarone.Appassiti fino a febbraio e poi direttamente lavorate, fanno diventare dei vini di grande pregio che tutti noi abbiamo la fortuna di assaporare. Sentore di miele e di frutta disidratata possiamo cogliere gustando un buon Recioto di Soave e di Gambellara. Mentre un Recioto Amarone ci farà inebriare con i suoi sentori di frutti di boschi e ciliegie mature. - Congelamento dei grappoli. Una pratica diffusa nei Paesi molto freddi come Germania, Austria e Canada. Si lascia che i grappoli appesi siano colpiti naturalmente dalle gelate notturne; il gelo riesce a congelare l’acqua presente nell’uva che viene eliminata nel momento della pigiatura producendo vini con un’acidità elevata e con un alto tasso zuccherino.
Puoi trovare questo vino presso:
viale Europa, 71 - Thiene (VI) tel 0445367145 - info@vino-quotidiano.it Seguici su Facebook: Vino Quotidiano
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da RIGONI la “GIORNATA DEI FUNGHI” con Cardoncello, Grifola e Shiitake Un pomeriggio dedicato ad illustrare ed assaggiare tre specie di funghi molto speciali. Lo propone giovedì 24 ottobre, dalle 16 alle 19, nel proprio punto vendita di Zanè, Ortofrutta Rigoni, in collaborazione con Fubit, azienda agricola nella quale vengono coltivati i funghi Cardoncello, Grifola e Shiitake, prodotti non ancora largamente diffusi sul mercato italiano.
Ne parliamo con Enrico Vidale, titolare e responsabile commerciale di Fubit. «Si tratta di una speciale occasione per conoscere, e anche degustare, queste tre tipologie di funghi, dal gusto molto intenso e con un’elevata resa in cottura. La particolarità sta nel fatto che queste specie fungine vengono coltivate in azienda sul vero substrato naturale, il legno vergine, come faggio, abete e quercia, proveniente da boschi naturali come il Cansiglio e l’altopiano di Asiago. I metodi naturali utilizzati simulano il ciclo biologico del fungo svolto in bosco, che si traduce in elevati standard qualitativi quali: maggior gusto ed aromi, allungamento della shelf-life e salubrità totale della coltivazione a garanzia della sicurezza alimentare. Le materie prime sono quindi accuratamente selezionate e non vengono utilizzate sostanze chimiche, permettendo la sola ed esclusiva produzione biologica. In breve, legno, acqua e un clima umido idoneo alla fruttificazione. Ortofrutta Rigoni è stato tra i primi a credere e scommettere su questi prodotti, diventando partner effettivo ed esclusivo per il vicentino della nostra azienda». - Ci vuole descrivere brevemente le proprietà principali di questi funghi che li rendono così caratteristici? «Il Cardoncello è uno dei funghi più prelibati. Di colore variabile tra il bruno chiaro e bruno scuro, carnoso, sodo e dall’inconfondibile sapore, si presta bene ad essere utilizzato come ingrediente principale nei primi, nei secondi e anche come contorno. Il suo profumo in cucina non è penetrante ma sottile ed “ele-
gante”. Con i suoi aromi equilibrati, non copre ma valorizza il sapore di altre pietanze, tanto da suscitare l’interesse gastronomico dei migliori maestri di cucina del mondo. La Grifola è un fungo che viene ricercato, oltre che per il suo ottimo sapore, anche per le sue virtù terapeutiche perché contiene importanti sostanze che stimolano il sistema immunitario come i linfociti; inoltre è ricco di vitamine, fibre, amminoacidi e sali minerali come potassio e magnesio. In cucina, la Grifola è ottima soprattutto come ingrediente principale per i primi e le sue carni sono molto adatte anche ad essere conservate sottolio (modalità di consumo tipico della riviera ligure). Lo Shiitake, o quercino, è un fungo originario delle foreste di Russia, Cina e Giappone. Largamente consumato in tutto il mondo (secondo per consumo a livello globale), è apprezzato per il suo intenso sapore e per la versatilità in cucina, oltre ad essere considerato un alimento di alto valore nutrizionale e salutistico. Numerosi studi scientifici hanno infatti dimostrato la sua capacità di interagire positivamente con il sistema immunitario e nel controllo dei livelli di colesterolo. Questi funghi vengono utilizzati soprattutto per la preparazione di zuppe, ed in Italia hanno trovato un buon impiego come in primi piatti come risotti, tagliolini, oppure come contorno e condimento per i secondi a base di carne o verdure». - A chi è rivolta questa particolare giornata dedicata ai funghi? «Assolutamente a tutti. Chiunque può partecipare, anche se l’intenzione è quella di far conoscere maggiormente queste tre specie di funghi ai ristoratori della zona. Sono prodotti che sul mercato risultano difficili da reperire e spesso a prezzi elevati. Tuttavia, grazie ai nuovi metodi di coltivazione dell’azienda Fubit, possono essere forniti a prezzi molto competitivi e con la certificazione biologica. Il ristoratore ottiene così un fungo di alta qualità e con rese in cotture molto elevate, che permettono di contenere i costi. Giovedì 24 ottobre avremo modo di illustrare tutte le qualità e caratteristiche di questi prodotti, rispondendo anche alle eventuali richieste dei presenti. Infine, non mancherà la prova fondamentale: la degustazione. Rigoni metterà infatti a disposizione un angolo cottura per preparare tre diverse ricette nelle quali Cardoncello, Grifola e Shiitake saranno indiscussi protagonisti».
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Funghi SPECIALE
Giovedì
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1
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Zanè
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DIMOSTRAZIONE e
DEGUSTAZIONE Shiitake • Grifola • Cardoncello
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dalle ore 16:00 alle 19:00 ENTRATA LIBERA
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e t t e c i Ra fuoco lento
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LASAGNETTE con porcini trotella di torrente e peperoni arrostiti
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Pulire con un panno umido i porcini, scottare il peperone alla griglia per poi pelarlo, preparare i filetti di trotella.
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Tagliare i tre ingredienti a listarelle separatamente.
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Scottare i porcini in olio, aglio e timo per 3 minuti circa, aggiungere le listarelle di trota e proseguire la cottura per altri 2 minuti. Aggiungere a questo punto i peperoni che hanno solo bisogno di essere scaldati. Salare e pepare. Cuocere le lasagnette e spadellare il tutto aggiungendo un po’ di acqua di cottura per mantenere morbida la pasta.
BuAopnpetit o !
INGREDIENTI • 350 g di lasagnette all’uovo • 500 g ca di filetto di trotella di torrente • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva
porzioni
• 400 g di porcini • 1 peperone rosso • 1 spicchio d’aglio • 1 rametto di timo • sale e pepe
Preparazione eseguita dallo Chef Antonio Dal Lago del “Casin del Gamba” di Altissimo (VI)
AL MORARO
storica trattoria con i profumi e la tradizione di casa
LA RICETTA
Coradella “Coradea” di vitello
Dal 1876. È questa la data che identifica la nascita della Trattoria Al Moraro di Montecchio Precalcino. Quasi 150 anni di vita, pressoché tutti sotto la conduzione della stessa famiglia. Oggi, dopo qualche anno d’inattività, “Al Moraro” è tornato a rivivere con la guida appassionata di Simona Dal Ferro, pronipote della primissima proprietaria.
- Che sensazione si prova a riprendere in mano un locale che ha fatto la storia della tua famiglia? «È emozionante ma mi rende anche molto orgogliosa. Il passato di quella che oggi è una trattoria, racconta di un posto dove i miei avi, mia nonna Elvira in primis, avevano l’abitudine di offrire un bicchiere di vino ai viandanti che passavano di qui, stanchi e affaticati da chissà quale viaggio. Una consuetudine che ha successivamente trasformato il locale nell’osteria e locanda del paese, dove c’era anche la possibilità di fermarsi a riposare per la notte. Ad esser sinceri, non c’è una data certa che stabilisca l’inizio di questa attività ma, in una targa in cantina era impresso l’anno 1876 che, convenzionalmente, è diventato anche identificativo di un principio. L’ultima gestione familiare è terminata nel 1991 con mia mamma; poi, per 26 anni, è stata portata avanti da altre persone fino al 2013. Lo scorso anno ho deciso di fare il passo e, dopo una ristrutturazione della parte di locale adibita a trattoria e bar, ho ripreso la guida dell’attività di famiglia».
- Il vostro menu segue la tradizione o hai preferito fare scelte diverse? «Se una scelta c’è stata, è stata sicuramente quella di portare avanti le ricette tradizionali venete, quelle della nonna, della zia, della mamma. Piatti della cucina di un tempo, alcuni “rivoluzionati”, se vogliamo, solo con nuovi metodi di cottura. Per il resto, Al Moraro il cliente trova aria e profumi di casa: trippa, coratella, pasta fatta in casa, bigoli al ragù d’anitra, gnocchi al ragù di cinghiale, sono alcune delle proposte in menu. In trattoria, poi, il camino è sempre acceso per preparare la carne alla brace, sempre richiesta dai nostri clienti. Tra i primi piatti, invece, il nostro piatto forte sono le pappardelle alla lepre, un piatto tradizionale che non deve mai mancare. Gli ingredienti che utilizziamo sono genuini e per lo più reperiti da produttori locali, a garanzia di freschezza». - Tra le vostre proposte, ci sono anche serate a tema? «Certamente, ne organizziamo in media una al mese. In queste occasioni, scegliamo dei prodotti da rendere protagonisti della serata. Tra gli eventi che abbiamo proposto, mi piace ricordare quello dedicato agli amanti del bollito oppure quello a base di baccalà. Grande successo ha riscosso anche la serata di “braciole col manico”. Ma non sono mancate le cene a base pesce, come le “moeche” o gli avannotti».
PREPARAZIONE: Tagliare il cuore ed il polmone in pezzetti piccoli e sbollentarli per 10 minuti in acqua un po’ salata Affettare la cipolla sottilmente e rosolarla con l’ olio extravergine. Sfumare con il vino bianco e, quando è completamente evaporato, abbassare la fiamma. Coprire con brodo, aggiungere il limone tagliato a metà con i chiodi di garofano e le stecche di cannella e lasciare “pipare” per almeno un paio d’ore, finché il liquido di cottura non si sarà un po’ addensato. Aggiustare di sale e di pepe. Servire molto caldo, con polenta morbida.
INGREDIENTI • 1 kg Coradella di vitello (polmone/cuore) • 2 cipolle • 2 litri di brodo di carne • 1/2 bicchiere di vino bianco • 1 limone • olio extravergine di oliva • sale e pepe • spezie (cannella/chiodi di garofano)
Via Moraro, 10 - Montecchio Precalcino tel 0445334779
| www.trattorialmoraro.it
LA MELAGRANA Una pianta leggendaria, un frutto ricco di fascino, dalle virtù nascoste. Amico anche della linea
Un pio fedele di Cristo seguì il Calvario di Nostro Signore, raccogliendo in un sacchetto di cuoio le gocce di sangue
che non supera mai i 5 metri d’altezza e cresce spontaneo in India, dalla Persia all’Afghanistan. È citato più volte nella Bibbia, nel Cantico dei Cantici, come uno dei frutti della terra promessa ed era noto come pianta medicinale dalle grandi proprietà terapeutiche e vermifughe. Si trovano raffigurazioni di Melograno già nelle tombe egizie del 2500 a.C. Della stupenda bellezza del fiore ne dà testimonianza Carducci “..i bei vermigli fior..” ma la davano anche le spose romane che adornavano i capelli come simbolo di fertilità e di ricchezza. Ed anche gli artisti la raffigurarono con grande importanza: da Raffaello che dipinse la Madonna della Melagrana alla scultura di Jacopo della Quercia dallo stesso nome. Moltissimi pittori del XV e XVI secolo dipingevano spesso una melagrana in mano a Gesù Bambino, dato il suo simbolo di fertilità In cucina questo frutto ha perso, progressivamente, funzione. Era molto usata nella cucina medievale: si mettevano i grani interi nei ripieni, oppure se ne spremeva il succo da unire a salse o sughi o si usava come leggero acidificante al posto dell’aceto. Veniva anche usato per aromatizzare il vino: il “vinum granatus” era una leccorDEDICATO AI GOLOSI nia da servire nei pranzi di corte. Mangiare melagrane certamente non vi farà disperare Ed il Tanara scrive sulla bilancia: ricca di calorie e di carboidrati una mela(1654) “.. questo grana di 200 g fornisce solamente 70 kcal, poiché la parsugo serve ancor te edibile è solo il 59%, e la difficoltà nel mangiarla funge per salsa sopra dida ottimo controllore della silhouette di tutti gli ingordi.
Dal tardo autunno, fino all’inizio dell’inverno pochissimi frutti arrivano a maturazione sulle nostre piante e fra questi vi è la melagrana. Una bella e struggente leggenda lega la melagrana al Calvario: un pio fedele di Cristo seguì il Calvario di Nostro Signore, raccogliendo in un sacchetto di cuoio le gocce di sangue che, sulla strada impolverata, cadevano. Nostro Signore ricambiò quest’atto d’amore tramutando, a ricordo, il sacchetto nel frutto del melograno, ove i chicchi sono le gocce del suo sangue… Ha avuto una storia bellissima, in gastronomia e non solo, il melograno ed il suo stupendo frutto: sapete che Granada si chiama così proprio perché era zona di grande presenza del melograno? Ha una storia millenaria quest’arbusto
versi arrosti e pesci fritti, le grane regalano insalate, carni, pesci, cosa già dette e ancor da dirsi..” Al giorno d’oggi il succo della melagrana viene usata per gelatine, sciroppi (famosa è la granatina), bibite, marmellate, gelati e sorbetti ed in pasticceria. Importante è anche lo scopo decorativo dei semi. Noi vicentini onoriamo ancora, in cucina, la melagrana, con la paeta al malgaragno. È da novembre che va cucinata, secondo un antico proverbio: “Co in novembre el vin nol xe pì mosto la paeta la xe pronta par el rosto”. Se fatta allo spiedo si irrora la paeta con il grasso che cade dalla leccarda e con succo di melograno, se fatta al forno si spruzza con succo della melagrana prima di metterla a cuocere e poi, di tanto in tanto, si bagna con il fondo di cottura. Le interiora tritate, messe in un padellino con del burro, rosolate e cotte a fuoco dolce con succo di melagrana divengono una salsa che accresce la bontà di un piatto che rappresenta la nostra terra e ha tradizioni antiche. Un’ultima curiosità: il frutto matura solo sulla pianta: non raccoglietelo sperando che migliori sulla fruttiera in cucina!
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17 d a l l e o r eA
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Via Santa Rosa, 21/A - THIENE (VI)
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da lunedi a venerdi - dalle 6:30 alle 21:00 | sabato dalle 7:00 alle 14:00
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MERCATO RINASCIMENTALE Il 12 e 13 Ottobre un salto indietro nel tempo Nel 1492 Colombo scopre l’America e la storia cambia il suo corso. Anche per Thiene si tratta di una data storica: il 6 ottobre ottiene la concessione, da parte della Serenissima Repubblica Veneta, del Mercato Franco da dazi, il primo della provincia di Vicenza.
Siamo davvero felici di poter presentare anche alcune grosse novità, tra cui un incontro dibattito VENETIE MD e il coinvolgimento delle scuole thienesi La rievocazione thienese vuole così tramandare il ricordo di una vicenda importante e promuovere la conoscenza di uno spaccato notevole della storia dell’alto vicentino, un territorio che affonda le radici del proprio benessere in epoche lontane, già ricche di fervore imprenditoriale e commerciale. Thiene è quindi pronta per tornare indietro nel tempo. Sabato 12 e domenica 13 ottobre si svolgerà, infatti, per le vie del centro storico il tradizionale “Mercato Rinascimentale Europeo Thiene 1492”, manifestazione curata ed organizzata
dall’associazione “Amici di Thiene”, in collaborazione con il Comune. Come sempre, alla guida del comitato organizzativo, Bepi Restiglian, affiancato da Mirella Fontana per la parte artistica, da Mirella Restiglian e le sarte del laboratorio degli Amici di Thiene per quel che concerne i costumi. Tutti gli allestimenti, invece, sono curati dai volontari dell’associazione di promozione sociale. «È un evento che richiede molto lavoro ma che restituisce molta soddisfazione - afferma Restiglian- e contribuisce a far conoscere e diffondere i valori storico-culturali di Thiene e del territorio circostante. La manifestazione è organizzata, come ogni anno, con bancarelle dedicate alle arti e mestieri del tempo, ma anche con quelle dedicate ai “sapori”. Non mancheranno, infatti, porchetta, arrosticini e tante specialità della tradizione. E poi, i costumi d’epoca, le milizie ai tre varchi della città, i giocolieri, gli sbandieratori sui trampoli che faranno giochi di fuoco. Tuttavia, quest’anno, siamo davvero felici di poter presentare anche alcune grosse novità, tra cui un incontro dibattito VENETIE MD e il coinvolgimento delle scuole thienesi.
Saranno, infatti, presenti gli scolari della scuola primaria di Rozzampia che si cimenteranno in alcune danze, mentre gli alunni della scuola secondaria di primo grado “Bassani” di Thiene eseguiranno brani musicali. I liceali del “Corradini” saranno invece alla Chiesetta Rossa di Piazza Ferrarin per intrattenere il pubblico con letture rinascimentali e sulla storia di Thiene, mentre gli studenti dell’Istituto Tecnico “Ceccato” accompagneranno i turisti in una visita guidata alla scoperta del mercato rinascimentale, fino al monumento ai Caduti, dove saranno illustrati i fatti storici di Rovereto. Proprio all’interno dell’antica Loggia, sarà esposta la storia di Thiene, scritta e corredata da sei quadri dipinti da Mirella Fontana: un racconto che la nostra importante socia degli Amici di Thiene, quest’anno alla soglia degli 80 anni, ha voluto narrare a mo’ di cantastorie. Gli studenti dei Centri di Formazione Professionale saranno poi impegnati ai banchi del mercato: quelli del “San Gaetano” si occuperanno del trucco, mentre quelli del “Saugo” del parrucco. Infine, i ragazzi dell’Itis “Chilesotti” eseguiranno un servizio fotografico ed un video che andranno ad arricchire il nuovo sito della Rievocazione Storica. Questa folta presenza di studenti ha creato nel nostro gruppo un nuovo entusiasmo che ci fa ben sperare in un ricambio generazionale, nella speranza si possano portare avanti anche in futuro queste manifestazioni che fanno conoscere e divulgano la storia della nostra cara città».
OTTOBRE E IL ROSARIO Ricordi di una tradizione troppe volte dimenticata...
Ottobre è un mese importante per me. È cetta tradizionale. Questa, molto semplinato mio padre, mi sono sposato, inizia a cemente, vuole l’anitra (muta) lessata e pieno ritmo la scuola, la natura è sgargian- poi servita come secondo piatto accomte di colori e il clima è crepuscolare, gli ani- pagnata con il kren (rafano grattugiato mali tornano nelle stalle a tempo pieno e conservato sott’aceto). Il brodo di cottura la sera si recita il Rosario. Già, perché otto- del volatile viene utilizzato per lessare i bibre, così come maggio, è un mese “Maria- goli che, a loro volta vengono conditi con no” cioè dedicato alla Madonna. La prima le frattaglie (cuore, fegato, ventriglio) del domenica, poi, è chiamata “domenica del palmide. Tutto il resto è fantasia, innovaRosario”. Tutti o comunque molti, si reca- zione, adeguamento, gusto personale, inno a Monte Berico in pellegrinaggio e pa- terpretazione o quant’altro dir si voglia. recchi mangiano i “bigoli co’ l’arna”, piatto Una bella informaggiata ci può stare, ma tradizionale di Thiene-Zanè che ha “trova- il formaggio dovrebbe essere un “doppio to fortuna” in tutto il territorio provinciale uso” (Asiago d’allevo) grattugiato al moe oltre. Pochi, o per meglio dire non tutti, mento. Fin qui i bìgoli, ma il Rosario, quello sanno che questo piatto ultracentenario è composto da cinque serie da 10 Ave Maria l’antenato più significacadauna, intervallate dai misteri tivo dei moderni “piatti gloriosi, gaudiosi e dolorosi, che unici”. Lasciamo stare le fine ha fatto? Fin quando ho visIl letto di versioni moderne della suto in casa, con mio padre e mia piuma era stato ricetta (ragù d’anitra, madre, l’ho sempre recitato tutscaldato con la anitra cotta in forno e te le 31 sere del mese di ottobre. fogàra in latta sfilacciata, polpa d’aniMia madre che cantilenava la priinchiodata tra e di maiale macinate ma parte dell’Ave Maria, il resto assieme e quant’altro) della famiglia che le faceva eco, e andiamo alla sola riconcludendo la seconda parte dell’invocazione alla Vergine. Le ultime Ave Maria facevano sempre parte dei misteri dolorosi.
Le sedie sulle quali eravamo inginocchiati erano di paglia intrecciata dallo zio Toni, nativo di Gambugliano e residente a Novale di Valdagno, causa matrimonio con Rita, sorella di mio padre. Alla fine del Rosario, le ginocchia erano profondamente segnate dalla paglia intrecciata ed i gomiti assume-
vano un colore rosso fuoco, a causa dello sfregamento sul tavolo di legno. Speravamo sempre che mia madre sbagliasse per difetto la conta delle Ave Maria; gli sbagli c’erano, ma sempre per eccesso. Alla fine, segno della Croce, atto di dolore (in tutti i sensi) e “cinema bianchini” sotto coperte e cuscini. Se già faceva freddo, il letto di piuma era stato scaldato con la fogàra in latta inchiodata. Il Rosario si diceva anche per quello: perché la Madonna ci proteggesse, mettendoci una mano sulla testa, nel momento di sollevare le coperte, scoprire la mónega e togliere la fogàra che celava, sotto la cenere, la brace ardente che poteva incendiare il letto. Poi si affondava nel piumino d’oca che ci avvolgeva come un guscio di noce e il sonno s’impadroniva di noi facendoci sognare. Solo la punta del naso e un orecchio, a turno, erano freddi; tutto il resto del corpo era ammantato dal calore. L’importante era fare la pipì prima di andare a letto e di strucàre bene per farla tutta, al fine di non dover uscire dal caldo nido nella fredda notte buia. Sovente però mi capitava di sognare di fare la pipì perché mi scappava, e di svegliarmi a fine sogno rendendomi conto che questo si era ahimè trasformato in realtà. Passavo tutta la notte a cercare di asciugare con il calore del corpo “l’umidità”; il mattino tutto sembrava a posto tranne l’alone, una sorta di nuvoletta irradiata dal sole, della quale si accorgeva subito mia madre. Quando scopriva il malfatto, nonostante il Rosario e i misteri Gaudiosi, utilizzava i meno misteriosi sculaccioni dolorosi per farmi cominciare la giornata. Tutto in attesa del prossimo Rosario, della prossima fogàra e della prossima pipì da sogno! Amedeo Sandri
FATTORIA VALDASTICO
dove nascono le cose buone
Prodotti a Km Zero di qualità, tutti rigorosamente di propria produzione. È il biglietto da visita di Fattoria Valdastico, azienda agricola a conduzione familiare che da oltre dieci anni opera a Zanè, in via Busin 28; da qualche anno ha aperto anche un secondo spaccio a Sarcedo, in via Bassano del Grappa, 14.
Anna si occupa della caseificazione, Antonio dell’allevamento mentre la figlia Alice della produzione, vendita e della parte didattica. Alla fattoria Valdastico si produce formaggio a latte crudo proveniente dalle mucche del proprio allevamento, cresciute senza conservanti o OGM; ma sono proposti anche latticini, formaggi freschi e stagionati, insaccati prodotti con i propri maiali, uova fresche delle loro galline, pane e dolci realizzati con le farine dei cereali che crescono nei loro campi. E da quest’anno, una novità: uno speciale “Yogurt di Fattoria” che sta riscuotendo un grande successo. «Ci piace definire il nostro yogurt come “naturalmente buono” – afferma Anna -, perché non ha bisogno di trucchi: ha caratteristiche nutrizionali uniche; è un alimento completo, ma soprattutto racchiude in un cucchiaino tutta la bontà del latte delle nostre mucche e la natura del nostro territorio. I suoi unici ingredienti sono il latte e i fermenti lattici. Punto. Non c’è nessun additivo chimico o addensante e non vengono aggiunti panna o alcun tipo di zucchero (contenuti unicamente nelle puree di frutta e nelle creme). L’intera gamma di yogurt viene proposta nelle versioni bianco e con marmellata di frutta, con la particolarità di essere non mescolato, ma bicolore, in modo da mantenere intatta la fragranza degli ingredienti. Queste sono le caratteristiche che rendono il nostro yogurt, semplicemente unico e naturalmente buono. Uno yogurt artigianale a Km Zero che ben si differenzia da quello industriale, che tutto standardizza ed appiattisce». Il latte utilizzato proviene dalle vacche della fattoria, che Antonio definisce simpaticamente “le sue
signorine”. «Siamo molto fieri del nostro bestiame, cresciuto con un’alimentazione del tutto naturale – sostiene Antonio -. Il loro fieno viene raccolto dai 20 ettari di prato stabile a Zanè e poi integrato con foraggio secco non trattato, senza conservanti, né OGM e senza insilati. D’altra parte, se mangiano bene le mucche, mangiamo bene anche noi! Il benessere dei nostri animali viene al primo posto e noi garantiamo all’animale cinque tipi di “libertà”: una corretta e sana alimentazione; uno spazio adeguato; la possibilità di esprimersi come specie; l’essere curato e la condizione di non provare stress, paura o disagio. Un cibo sano non solo offre una dieta nutriente ed equilibrata ma aiuta a rendere forti le nostre mucche aumentando naturalmente le difese immunitarie». Dal 2018 Fattoria Valdastico è anche Fattoria Didattica riconosciuta dalla Regione Veneto, un’azienda agricola in cui si fanno attività educative cosiddette “attive” per bambini e ragazzi ma anche adulti e anziani. «Apriamo al pubblico la fattoria attraverso la promozione e l’educazione organizzando giornate e feste in fattoria, centri estivi e dopo-scuola – conclude Alice - . La prospettiva è di creare un rapporto continuativo, coinvolgendo i ragazzi in modo attivo nelle attività facendogli conoscere l’ambiente agricolo, l’origine dei prodotti alimentari, la vita degli animali. E in fattoria si “impara facendo”, per far comprendere il legame fra l’origine dei prodotti agricoli e la loro importanza nella nostra nutrizione»
Fattoria Valdastico e Spaccio via Busin, 28 - Zanè (VI) da martedì a sabato | 9.00 - 12.30 e 15.30 - 19.00 Punto Vendita via Bassano del Grappa, 14 - Sarcedo (VI) da lunedì a sabato | 9.00 -12.30 e 16.00 - 19.30 fattoriavaldastico@gmail.com
www.fattoriavaldastico.it
Il più nobile prodotto della terra Usi, costumi e credenze sul tartufo. Da sempre il cibo dei banchetti più ricchi ed opulenti Se per nobiltà si deve intendere l’insieme delle condizioni che determinano distinzione, eccellenza e superiorità, sicuramente il tartufo assomma in sé tutte queste prerogative. La sua particolare condizione di fungo ipogeo, dal profumo forte ed inebriante e dal sapore insolito e deciso, racchiude tutte le fragranze e gli odori del bosco, ponendolo in condizione di assoluto privilegio rispetto a qualsiasi altro prodotto della terra. Il tartufo, signore delle mense, gioiello per ogni pietanza che lo incontri, autentico pezzo forte delle cucine più raffinate, attraversa numerose epoche storiche, c a r a t te r i z z a n d o soprattutto quelle di opulenza e ricchezza. Re della tavola e del gusto, è conosciuto fin dai tempi più antichi. In Europa il tartufo è noto da almeno duemila anni, come testimoniano scritti e opere che ne documentano la raccolta, il commercio e la presenza già nella dieta dei Sumeri, che lo univano ad orzo, ceci, lenticchie e senape. I Babilonesi, invece, utilizzavano per le loro sontuose mense i tartufi degli arenili dell’Asia Minore (“Terfezia Leonis”), mentre il faraone Cheope preparava i suoi banchetti con tartufi cotti con grasso d’oca. Anche nella Grecia Antica, dove l’arte culinaria era un esercizio assai apprezzato, il tartufo era costantemente utilizzato e il suo impiego, il suo profumo così insolito e la sua strana crescita diedero vita ad una serie di leggende sulla sua nascita, ma anche sui suoi effetti. Persino quando Roma era il Caput Mundi, il tartufo era molto apprezzato, basterebbe ricordare il trattato di gastronomia di Apicio o le ricette del
console Locullo, universalmente noto per i suoi esagerati banchetti. È comunque nel Rinascimento che il tartufo raggiunge la sua massima diffusione, tanto da creare una sorta di dipendenza psicologica ai tanti signori e signorotti dell’epoca.
Miti e leggende Tralasciando l’aspetto puramente culinario, già in passato si cercò di comprendere quale fosse l’origine biologica del tartufo. Non essendo possibile spiegarne l’origine, la scienza e le credenze popolari lo coprirono di mistero a tal punto che studiosi, filosofi e naturalisti azzardarono svariate ipotesi sulla sua origine. Plutarco ne teorizzò la nascita dall’azione combinata di acqua, calore e fulmini; c’era chi asseriva si trattasse di un organo di riproduzione degli insetti, chi lo classificò tra i minerali e chi un’escrescenza degenerativa del terreno, cibo del diavolo e delle streghe. Solo nel 1827, dopo numerosi tentativi di classificazione, De Bornholz stabilì che i tartufi non appartenevano né al regno animale né a quello vegetale, bensì a quello dei funghi.
Una vita in simbiosi Questo delizioso fungo epigeo che vive nel sottosuolo, camuffato da tubero, è costituito da una massa carnosa detta gleba e rivestito da una sorta di corteccia chiamata peridio. Il tartufo nasce e cresce come un parassita in prossimità delle radici degli alberi, dove vive in simbiosi con la pianta
che lo “ospita”: tanto che il colore, il profumo ed addirittura il suo sapore, si plasmano in base al tipo di albero grazie al quale il tartufo nasce e cresce. Anche la sua forma è determinata da fattori esterni, e cioè dalla friabilità del terreno: più questo è soffice e più il tartufo si presenterà liscio e perfetto. Le sue componenti principali, ovvero proteine, grassi, carboidrati, acqua e ceneri, risultano quantitativamente simili ad altri funghi edibili, e, come tali, hanno un’alta percentuale di acqua contenuta - fra il 75 e il 90% - unita alla presenza di molecole non digeribili dall’uomo. Questo fa sì che il suo valore nutrizionale non sia di primaria importanza, anche se si fa un notevole consumo di questo alimento.
Le varietà Esistono diverse specie di tartufo: in primis il rinomato tartufo bianco pregiato, ma anche il bianchetto, il tartufo nero pregiato, il tartufo estivo o scorzone, il tartufo nero invernale, il tartufo nero liscio, il tartufo uncinato. Le differenze fra il tartufo bianco e quello nero si evidenziano in cucina secondo un principio fondamentale: il tartufo nero viene consumato cotto ed in quantità, mentre quello bianco, con il suo profumo acuto ed inconfondibile, è impiegato per lo più in minime dosi aromatizzante, quasi esclusivamente crudo, affettato con l’apposito taglia tartufi direttamente sulla pietanza.
ATTENTI A QUEI 2 Abbiamo dei gusti semplicissimi… ci accontentiamo sempre del meglio!
Una storia che ha radici antiche. Musica e cibo fin dall’antichità sono due arti in perfetta armonia, l’una al servizio dell’altra quale fonte d’ispirazione, metafora o accompagnamento.
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MUSIC REMEMBER I Bee Gees sono tutt’ora uno dei gruppi musicali POP più famosi del panorama musicale mondiale. I componenti sono di origine inglese ma il Gruppo si formò in Australia nel 1958. La band era composta dai fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb. Hanno venduto oltre 230 milioni di dischi. Sono ricordati soprattutto nel genere della disco dance e, in particolare, per aver composto le canzoni principali della colonna sonora “La febbre del sabato sera”. Indimenticabili i loro impasti vocali e la cantata in falsetto. I tre fratelli scrivevano la stesura delle loro canzoni sempre assieme.
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SAGRA DELLA POLENTA E BACCALÁ a Thiene la sagra più antica del Veneto
Da venerdì 25 a lunedì 28 ottobre, torna nel centro storico di Thiene la Sagra della “Poenta e Bacalà”, la più antica sagra del Veneto.
Giunta alla 55esima edizione, ha infatti radici che risalgono al lontano 1964, precedendo tutte le altre manifestazioni a base di baccalà che si sono poi diffuse nella nostra regione. All’evento, che offre la possibilità a tutti di degustare questo piatto così gustoso della nostra tradizione locale è stato poi aggiunto, nel 2002, il “Gran Galà del Bacalà”, una cena in Piazza Chilesotti su prenotazione, con un ricco menu dall’antipasto al dolce e con un’attenta selezione di vini d’accompagnamento. Ad idearlo e portare avanti ancora oggi questa manifestazione è Chester Stella, il “capitano” della Compagnia del Bacalà di Thiene che, con la collaborazione della Pro Loco, e del suo presidente Manuel Benetti in primis, è in pieno fermento per la preparazione dell’evento. «È una sagra che racchiude la storia e la tradizione culinaria della nostra città e che ogni anno attira sempre più visitatori e “assaggiatori”. Io mi occupo personalmente anche del Gran Galà che si svolge nella tensostruttura al coperto, riscaldata e pavimentata in legno, in Piazza Chilesotti, ai piedi del campanile. Quest’anno siamo riusciti ad inglobare nel tendone
anche la fontana, così da rendere la location maggiormente scenografica.Il menu studiato per questa edizione parte da un tris di antipasti con zuppetta di stoccafisso, praline di baccalà e baccalà mantecato; il primo sarà preparato in collaborazione con la Pro Loco di Posina e sarà, naturalmente, un piatto di “gnocchi al ragù di cortile” e, a seguire, il classico secondo di polenta e baccalà alla vicentina. Per il dessert, invece, presenteremo la “Treccia d’Oro” con zabaione, tipica speciali-
tà della pasticceria Signorini di Thiene. Un occhio particolare sarà anche dedicato ai vini d’accompagnamento che saranno forniti dall’azienda agricola Cavazza: un Durello dei Lessini Metodo Charmat e un Tai Rosso. Durante la tre giorni, gli avventori della sagra avranno la possibilità di mangiare in loco oppure portarsi a casa porzioni abbondanti di polenta e baccalà, ma anche gnocchi di Posina conditi con pomodoro o burro e salvia. Il tutto accompagnato da un vino a km zero dell’azienda vinicola Ruaro di Marano Vicentino. Si tratta di un Pinot Grigio, un prodotto biologico di ottima qualità, particolarmente indicato con il pesce. Per lunedì, ultimissimo giorno della manifestazione, ci sarà invece solo l’opportunità del pranzo da asporto». Grazie alle abilità pittoriche di Chester Stella è stato inoltre realizzato un piatto celebrativo della sagra thienese che verrà messo in vendita per fini di solidarietà. «Certamente. Come già abbiamo fatto nelle precedenti edizioni, il ricavato della vendita servirà per offrire il pranzo di polenta e baccalà agli anziani ospiti della Casa Albergo».
Insomma, sarà un weekend all’insegna della bontà, del gusto e della solidarietà con un unico filo conduttore: “Poenta e bacalà”!
e n a i e s t u s i n v i r inte V Andrea Radic Giornalista, comunicatore e narratore
Andrea Radic classe 1964
Laureato in Scienze Politiche Internazionali Università degli Studi di Torino. Coordinatore Le Guide de L’Espresso. Collaboratore giornalista per Rai Radio Live. Giornalista per ANSA. it. Giornalista presso Ferrovie dello Stato S.p.A. Collaboratore giornalista presso Il Giornale. Capo Ufficio Stampa e portavoce del Presidente Provincia di Milano fino al 2012. È stato portavoce della Regione Lombardia per 7 anni, incontrando i grandi della Terra, in missioni istituzionali. Direttore Comunicazione e Iniziative editoriali Affaritaliani.it. Consulente coordinamento comunicazione Milano Serravalle - Milano Tangenziali S.p.A.. Cofounder & Ceo Italian Luxury in the World. Direttore comunicazione e direttore iniziative strategie marketing ad EXPO 2015. Public affairs corporate director SAVE s.p.a. Communication & Public affairs director - ALCATEL
Pensando ad Andrea Radic, la prima cosa che mi viene in mente è una parola: COMUNICATORE. Lo ha fatto e lo sta facendo dal palco dal vivo, in televisione, in radio in diretta e in registrata, con le sue foto, con i suoi articoli su prestigiosi quotidiani nazionali e, infine, con i suoi format sul web. Facciamoci raccontare questo modo di fare comunicazione. «Il concetto, Stefano, è quello di aver trovato una modalità, se vuoi abbastanza originale e personale, di comunicare, di raccontare ciò che sono le realtà che affronto. Un punto di congiunzione e di sintesi tra il modo di lavorare sul web e quello che è invece un giornalismo narrativo. Che già è stato percorso diverso tempo fa, ma che è assolutamente di moda ancora oggi e, ancor più oggi, ha la sua efficacia». - Nel format “A tavola con...”, possiamo trovare “gustose” e interessanti chiacchierate con personaggi del mondo della politica, dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria. «Sì! L’intento è quello di portare i lettori o spettatori che siano, a seconda che la cosa sia testuale o video, nelle realtà che vuoi descrivere. Lo spirito è quello di carpirne e capirne le ragioni, soprattutto umane; comprendere che al centro di ogni cosa ci sono le persone, dietro ogni bottiglia di vino c’è qualcuno che la lavora, dietro ogni prodotto agroalimentare c’è qualcuno che fatica, così come dietro ad ogni museo ci sono centinaia di persone che ci operano. Ogni realtà culturale e imprenditoriale ha una dimensione umana, che forse è la più interessante da consegnare agli altri. A questo proposito cito l’intervista al presidente della Biennale di Milano, Paolo Baratta, Deus ex machina della cultura in Italia, dal cinema al teatro, dalla danza all’architettura, che si è raccontato in una maniera estremamente avvicinabile, enormemente aperta, e ha consegnato un’immagine di sé, che forse non
era mai stata costruita. Ecco, il giornalismo che mi piace è proprio questo. Un’originalità della narrativa che va a toccare delle chiavi e dei sentimenti che non sono scontati. Un bagaglio di esperienze e competenze di comunicazione in diversi settori». - A questo proposito, Andrea, mi viene in mente una bellissima intervista per La Freccia, la rivista che possiamo tutti trovare sul Frecciarossa appunto, con una protagonista del panorama musicale italiano ed internazionale. «Vero. Un bellissimo viaggio di tre ore Milano-Portogruaro con Elisa. È stata un’esperienza straordinaria perché ne è venuto fuori un ritrattone inedito e particolare. Anche se abbiamo toccato chiavi musicali, l’abbiamo fatto in una maniera molto personale; il che non vuol dire vita privata o gossip, ma quello che viene fuori chiacchierando con le persone quando ci si incontra. Per questo io scelgo d’intervistare a tavola o in treno, perché sono i luoghi della condivisione, dove l’atmosfera del viaggio e del cibo crea dei momenti particolari. E sapendola sfruttare, si originano situazioni davvero uniche. Proprio come è successo tra noi due, Stefano. Un incontro casuale, avvenuto in una cena tra amici comuni, dal quale ne è nato questo rapporto, che ci ha permesso di condividere momenti interessanti, come, per esempio l’intervista a Massimo Fenati e la conoscenza di Barbara, del ristorante 20TRE di Genova».
Vinus Eventi & Gusto Locale Quando l’amico Paolo Dal Cucco, editore de La Piazza, mi ha informato del progetto “GUSTO LOCALE” e mi ha chiesto se volessi farne parte, la mia risposta è stata viscerale e istantanea: «Sì!». Il mio ruolo sarà quello di intrattenervi mensilmente con interviste, racconti e storie di personaggi che ho avuto l’opportunità e la fortuna di conoscere, attraverso l’attività di Vinus Eventi, e di conoscere insieme a voi, nuove persone che abbiano da raccontare tutto ciò che concerne il “Gusto”. Nella sua accezione più ampia.
a cura di
Stefano Bertuol
Chi sono - Certo, tu la fai facile, ma per me essere qui, al telefono, a “intervistare” un personaggio della Comunicazione come te, mi mette in soggezione. Vuoi svelarmi il segreto? «L’importante, almeno per me, è quello di essere sempre molto aperti verso chi hai davanti e anche privi di qualunque, diciamo così, timor-panico o barriera concettuale magari riferita alla posizione di colui che intervisto. E non avere nemmeno la preoccupazione di andare troppo a fondo. Al contrario, la profondità di certe cose è proprio quella che rende un ritratto interessante: un po’ come la luce dei grandi ritrattisti, siano essi pittorici o fotografici».
- E in chiusura, voglio ricordare le dirette sui social dei tuoi magnifici e invidiabili “home tasting”. In breve spieghi ai nostri lettori cosa sono? «L’home tasting è un momento di condivisione, che abbiamo reso in qualche modo mediatico, sia
con dirette sui social, sia con qualche articolo uscito sui giornali. È un salotto divertente, che rompe gli indugi del principio di “invito Tizio perché conosca Caio”. È un condividere cose belle e cose buone, con amici del mondo della comunicazione, dello spettacolo, della politica e dell’imprenditoria nazionale ed internazionale». - Quanta passione sento ascoltandoti! Come dice quel detto? “Fai quello che ami e non lavorerai nemmeno un giorno...” «Sì, il mio lavoro è la mia passione, il mio hobby. Non lo vedo come un sacrificio. La vita privata, aspetto importantissimo, è parte integrante del mio percorso. Mia moglie Tiziana ed io condividiamo passioni e progetti; il suo punto di vista è sempre equilibrato e prezioso. È un ingrediente di tutto, come in una ricetta ben riuscita. Nessun sacrificio. Passione, soddisfazioni, sorrisi».
Di professione faccio qualcosa che è molto legato al “buon gusto e alla bellezza”. Forse questo, seppur indiretto legame, mi ha portato a ricercare il buono e il bello in ogni cosa. Questa ricerca mi ha spinto a sviluppare anche dei percorsi sui temi del cibo e del vino, a me cari. Ma non solo. L’amore che ho nello stare con la gente e le mie attività precedenti, mi hanno permesso di conoscere molte persone e di sviluppare molti interessi. E, da curioso quale sono, scoprire cose e fare esperienze nuove. Nonché approfondire argomenti dei quali avevo solamente i rudimenti e di condividerli con voi. Condivisione che ha preso corpo con la fondazione nel novembre del 2015 di Vinus – Un Gruppo per Bene. Un gruppo di organizzazione e promozione di eventi nell’ambito dell’enogastronomia, ma non solo, con il fine ultimo della sensibilizzazione dell’opera di Maria Teresa Nardello, a Lakka in Sierra Leone.
RISTORANTE PIZZERIA
AL MOLINO Il vero sapore della pizza napoletana… e non solo! La pizza è uno dei piatti più famosi e apprezzati al mondo, ma è soprattutto uno dei piatti preferiti dagli italiani. Al Ristorante Pizzeria Al Molino, a Molina di Malo, si può assaporare il vero gusto della pizza napoletana, perché preparata da veri napoletani! Mario e Valeria Cuomo sono alla guida del bellissimo locale, completamente ristrutturato qualche anno fa, dove si possono gustare, oltre a fantastiche pizze, anche piatti di pesce e carne, per incontrare i gusti di tutti. «Non si può venire Al Molino senza provare, almeno una volta, la nostra pizza - afferma Mario Cuomo. Nel nostro menu se ne possono trovare di moltissimi tipi con ingredienti classici ma anche con qualche idea più innovativa. Proponiamo impasti con farine integrali, ai cereali e il classico e tipico “impasto Napoli” a doppia lievitazione, che rende la pizza un piatto più leggero e digeribile.
pizze gourmet per i palati più raffinati, e vasta scelta di portate di pesce
Recentemente abbiamo anche introdotto una novità per rendere la pizza ancora più gustosa: il bordo (cornicione), ripieno di ricotta o, a scelta, di un composto speciale che prepariamo con ricotta e salumi. Una vera bontà!
Non mancano, poi, per i palati più “raffinati”, alcune proposte di pizze gourmet, come la “Furore” (con piovra, patate lesse e olive greche), la “Delicata” (con salmone superiore e stracciatella) o la “Isolana” (con cappesante, branzino e funghi porcini)». Non dimentichiamo che Al Molino è anche ristorante-trattoria con un menu che offre proposte di piatti davvero interessanti, anche della tradizione veneta. «Le nostre carni sono rigorosamente selezionate e nostrane - continua Cuomo. Siamo specializzati, in particolare, nella cottura alla brace di costate, fiorentine e tagliate. Il pesce, poi, è uno dei nostri punti di forza, con una vasta scelta di portate, dai crostacei ai pesci di mare, sempre ed assolutamente freschissimi».
Ristorante Pizzeria Al Molino vanta una grande ed accogliente sala che può contenere fino a 150 persone ed è quindi adatta per cene aziendali, per associazioni, società sportive o gruppi numerosi. Inoltre, dal lunedì al sabato, per la pausa pranzo è proposto un menù fisso per i lavoratori, a prezzo agevolato.
Il carrello della spesa
e r b o t t O di
L’autunno trasforma il paesaggio.
Tutto si tinge di toni caldi, dei colori della terra, di sfumature che spaziano dall’ocra all’arancio, dal rosso più carico al marrone. Ma non sono solo i colori a cambiare: i sapori della frutta e verdura di ottobre iniziano a diventare più intensi. La regina indiscussa di questo mese è la zucca, da poter utilizzare in ogni tipo di preparazione, sia salata che dolce. Ma nel reparto frutta e verdura compaiono anche il radicchio, le castagne e la frutta secca a guscio.
In questo mese la lista della spesa si fa davvero interessante ed ogni sapore va gustato in ogni sua sfumatura.
FRUTTA •CACHI •CASTAGNE •CLEMENTINE •FICHI •GIUGGIOLE •KIWI
•MANDORLE •MELE •MELE COTOGNE •MELAGRANE •NOCI
•NOCCIOLE •PERE •POMPELMI •UVA
VERDURA •BIETOLE •BROCCOLI •CARCIOFI •CAROTE •CAVOLI
•CAVOLFIORI •CICORIA •FINOCCHIO •INSALATE •PORRI
•RADICCHIO •RAVANELLI •SEDANO •SPINACI •ZUCCHE
Agriturismo MARINEA
tradizione e qualità del “fatti come una volta” Agriturismo Marinea ha una storia lunga e felice. Dopo una vecchia gestione che ha funzionato per oltre 30 anni, si presenta oggi con una nuova “anima”, rappresentata dagli attuali responsabili del locale, Enrico, Francesca e Mauro che, con passione e professionalità, da due anni a questa parte hanno ripreso le redini dello storico locale a Zugliano.
- Enrico, la vostra è una terna vincente. Quali sono le caratteristiche di ognuno di voi? «Siamo tre soci effettivi anche se le principali persone di riferimento all’interno del locale siamo io e Francesca. Mauro si occupa della coltivazione del mais per ottenere la farina che poi utilizziamo per la polenta. Inoltre, si occupa dell’allevamento di suini per l’agriturismo e della produzione di carne ed insaccati. I maiali vivono in circa un ettaro del nostro terreno, praticamente allo stato brado, restituendo prodotti come salame, soppressa, brasolara, ossocollo, pancetta arrotolata, speck, tutti rigorosamente senza conservanti né additivi aggiunti, che rendono speciale il nostro menu. Non dimentichiamo, poi, il “coessin” (cotechino), da gustare servito caldo e accompagnato dal nostro cren. La conduzione dell’agriturismo Marinea è però principalmente affidata a me e Francesca. Durante la settimana ci occupiamo dell’orto in azienda, dal quale raccogliamo tutte le verdure a km zero da utilizzare in cucina; ma abbiamo anche un piccolo vigneto a bacca rossa che ci fornisce una discreta quantità di vino Cabernet e Merlot, un uliveto per la produzione dell’olio e una ristretta coltivazione di alberi da frutto. Non mancano poi gli animali da bassa corte, come oche, anatre e galline che alleviamo con un’alimentazione del tutto naturale». - Cosa propone il vostro menu e quali sono i vostri piatti forti? «Il nostro è essenzialmente un menu classico, tradizionale, in linea con la proposta che Marinea ha sempre offerto ai propri clienti. Sono sempre presenti i piatti a base di pasta fresca all’uovo, fatta rigorosamente in casa e in diversi formati; ma non mancano mai neppure le carni alla brace o gli spiedi. Proponiamo anche qualche piatto meno tradizionale come le tagliatelle o gli gnocchi alla rapa rossa, gustosi e anche belli da vedere! Ottimi, in questo periodo, anche i petti o le cosce d’anatra
accompagnati da una particolare maionese alla melagrana. Francesca ha invece una grande passione per i dolci che prepara con maestria e in quantità. Il nostro menu, infatti, prevede sempre un tagliere di assaggi misti che spaziano dai più classici tiramisù, torte e panne cotte a vere e proprie realizzazioni di piccola pasticceria». - La vostra azienda agricola funge anche da punto vendita per chiunque voglia assaporare i vostri prodotti casalinghi… «Certo. I nostri clienti, spesso, ci chiedono di poter acquistare i nostri prodotti, proprio perché sani, genuini e gustosi. Tra questi, non mancano marmellate, conserve, sottaceti, ortaggi ma anche i nostri insaccati che vengono prodotti con ingredienti naturali, quindi privi di conservanti e coloranti alimentari». - All’ agriturismo Marinea ci si può fermare anche per la notte, sia per esigenze lavorative che per una pausa rilassante in mezzo alla natura. «Disponiamo di cinque camere doppie, arredate in modo naturale ed accogliente, caratterizzate da travature e mobili in legno, semplici come da tradizione, e da tinte pastello che richiamano i colori della frutta come il nome di ogni camera. Mela, pera, ciliegia, oliva e limone sono tutte dotate di servizi igienici privati e doccia, connessione wi-fi gratuita ed un piccolo angolo cottura in comune dove poter concedersi un caffè o una tisana rilassante».
Via Tovari, 13 - Zugliano (VI) Tel. 331 2303113 info@agriturismomarinea.net
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agriturismomarinea
www.agriturismomarinea.net
n o c a l o v a T a
Patrizia Laquidara cantante, autrice, attrice e scrittrice
Equilibrismo di un’artista tra carisma, energia e dolcezza È una delle voci più delicate ed intense del panorama musicale italiano. Patrizia Laquidara, catanese di nascita maladense d’adozione, si autodefinisce affetta da “funambolia cronica”; si destreggia con abilità e disinvoltura in diversi ambiti come cantautrice, occasionalmente attrice, ed ora anche scrittrice di libri. Un’artista che si è guadagnata assoluta credibilità.
Patrizia Laquidara catanese - classe 1972 Al suo attivo premi prestigiosi: dal Premio Alex Baroni e il Premio assoluto della critica “Mia Martini” al festival di Sanremo, alla nomination al David di Donatello per la sezione “Miglior canzone originale” per il brano “Noite Luar” del film “Manuale d’Amore”, alla Targa Tenco per “Il Canto dell’Anguana” come miglior album dialettale. Il suo album “ C’è qui qualcosa che ti riguarda” è arrivato nella cinquina del Premio Tenco come miglior album dell’anno in assoluto e il brano “Il cigno” è stato selezionato, tra i dieci in nomination, dal “Premio Amnesty International” per i Diritti Umani.
- La tua professione ti ha portata a girare tutto il mondo. C’è un posto in cui ti sei sentita più a tuo agio, dove ti sei trovata come a casa? «New York è sicuramente un posto dove mi sono sempre sentita come a casa, per il fatto che ognuno lì può essere libero di essere ciò che vuole e come vuole. Mi sono sentita accolta e a mio agio in questa città fin dalla prima volta e credo dipenda molto dal suo straordinario melting pop etnico. In fin dei conti, New York è stata la prima città cosmopolita al mondo. Serbo un bellissimo ricordo anche di Los Angeles e San Francisco, soprattutto delle persone incontrate lì. Poi, non posso non citare tra i paesi che mi fanno sentire a casa, anche il Brasile, luogo che ho
visitato spesso e che amo per molti motivi, non ultimo la musica e la lingua». - Viaggiando molto, avrai dovuto adattarti anche alle tradizioni alimentari dei Paesi dove ti trovavi. Quale “cucina” ti attira maggiormente? «Mi attira molto la cucina giapponese e non solo quella che conosciamo qui, cioè il sushi e il sashimi. Quando sono arrivata a Tokio ciò che mi ha colpito di più della cucina è stata proprio il suo essere variegata. È vero che il pesce è l’ingrediente principale, ma si possono trovare anche molte zuppe, la pasta come gli udon, la soba (spaghetti di grano saraceno), il riso, la carne, le verdure. Inoltre in Giappone c’è una cura maniacale per tutto ciò che è la cura del dettaglio, il colore, la forma e questo si ritrova molto anche nella cucina. Rimanevo a bocca aperta davanti alla presentazione dei piatti». - Quando sei in tour segui una dieta particolare? «Non una dieta particolare, ma sto attenta a non mangiare mai cose pesanti. Mi tratto un po’ come fossi un atleta». - Sei abile in cucina come con il canto? Quali sono i piatti che preferisci o che ti riescono meglio? «Non posso dire di essere abile in cucina perché non gli dedico il tempo necessario. Però, quando decido di cucinare, scelgo piatti non propriamente leggeri: la parmigiana, gli arancini, il pesce spada... ricette che mi arrivano dalla mia parte siciliana; il sugo coi pinoli i fegatini e l’uvetta, il castagnaccio, fanno invece parte della mia parte “più a nord”».
- Recentemente hai pubblicato il disco dal titolo “C’è qui qualcosa che ti riguarda’’. Ce ne vuoi parlare? «Credo sia il mio lavoro più maturo. C’è molta sincerità in quel disco, ogni cosa scritta e cantata è stata sentita e posso dire che mi ci ritrovo ancora adesso. È bello poter pensare questo. Mi ha mosso, nel farlo, una volontà di onestà verso il pubblico». - “Gente di Malo” è la mostra che ritrae 220 personaggi maladensi che hanno fatto, o fanno parte della storia del paese, tra i quali spicca anche il tuo. Come ti ha fatto sentire essere inclusa in questa speciale lista? «Mi sento onorata, chiaro. Soprattutto perché io a Malo, a differenza di altri, non ci sono nata, ma sicuramente sono stata felicemente adottata da questo paese a cui ho dedicato anche una canzone nel mio ultimo disco e un racconto uscito qualche settimana fa per la casa editrice Helvetia, “Nordestereofonico”»
RICORDI D’ESTATE C’era una volta in un campo di grano...
Quando eravamo bambini l’arrivo dell’estate era un momento veramente speciale, rispettava più o meno la data del solstizio e poi preannunciava una stagione dall’andamento prevedibile e regolare. Gli abitini senza maniche o i calzoni corti s’indossavano quasi sempre ad anno scolastico ultimato e, animati dal desiderio di libertà e dalla gioia di essere in vacanza, ci si radunava spesso in gruppi per lasciare le poco frequentate strade di paese alla volta della campagna.
Assoluta la bellezza estiva di un campo di grano nel suo ondeggiare, con la sua immensa distesa di spighe La provincia vicentina di allora era meno industrializzata e la sua pianura ci appariva come un’immensa pagina suddivisa in quadretti colorati con le più svariate tonalità del marrone, del verde e del giallo. Il primo indicava semplicemente la presenza della nuda terra, il verde stava per i filari dei gelsi e le coltivazioni di granoturco, vite, erba medica. Il giallo, o per meglio dire l’oro, testimoniava la presenza di piante di orzo e, soprattutto, di grano. Di esso i contadini spiavano la crescita già da alcuni mesi, dal momento in cui lasciava intravedere i suoi primi germogli e poi, sfidando piogge, brina e gelate, cresceva fino a trasformarsi in spighe irte e forti. Assoluta la bellezza estiva di un campo di grano nel suo ondeggiare, con la sua immensa distesa di spighe, dapprima verdeggianti, poi bionde ed infine dorate, pronte, mature, e impossibile non riandare con il pensiero alle macchie rosso acceso dei papaveri e quelle celesti dei fiordalisi. Il campo rappresentava poi un richiamo irresistibile per innumerevoli tipi di uccelli ed in-
setti che, ignari della calura estiva, riempivano l’aria di canti e versi. Anche il grano piegato dalla brezza o dal vento regalava i suoi suoni e, circondati dal silenzio della campagna, si restava ad ascoltare. Sembrava che il tempo si fermasse nel sentire le spighe sfiorarsi e, per lo strofinio delle une contro le altre, ci sembrava che il campo stesse per fremere, frusciare, fluttuare. Se accadeva che un temporale estivo vi ci scatenasse la sua violenza, la superficie del campo era tutta un susseguirsi di gobbe, vuoti e squarci impressionanti e anche in quel caso ci si soffermava ad osservare lo spettacolo della campagna e a cogliere la poesia dei suoi cicli vitali. Con l’andare del tempo molte cose sono cambiate, ogni processo o fenomeno legato all’agricoltura è diventato semplicemente un ”fatto”, ma allora veniva considerato un “evento”. La stessa realtà rurale ha subito profonde trasformazioni ed è stato così anche per la nostra vita. Il ricordo di quel campo di grano sembra appartenere ad un tempo piuttosto lontano,
quando erano diversi anche gli uomini e le cose. Mentre era ancora possibile vivere l’ambiente naturale ed il suo mondo, l’agricoltura veniva praticata con una sapienza antica e nel rispetto delle tradizioni e alla campagna era concesso di seguire i ritmi che le erano propri ed ospitare le sue forme di vita. I campi apparivano meno perfetti, non così sacrificati tra orribili sagome di capannoni e nastri di asfalto. Le macchie cromatiche della fioritura di papaveri, così diffusi allora, sono quasi assenti nelle campagne moderne per non parlare dei fiordalisi, che ormai in sparuti esemplari, si possono ammirare soltanto nelle minuscole parcelle di riserve naturali e orti botanici destinati alla conservazione di specie vegetali in via di estinzione. Con il tempo abbiamo perso molto, trascurando il “senso” della natura, il nostro legame con la terra e i suoi valori arcaici, ed abbiamo sempre meno tempo per viverla, osservarla, ascoltarla.
Dovremmo invece riappropriarci del nostro tempo e della nostra vita, ricominciare a fermarci e riflettere, riscoprire ciò che è immateriale, ma che è dotato di una forza immensa e ci sa regalare una gioia autentica.
Per monti e per funghi Un ingrediente umile, ma preziosissimo
Tra poco arriva l’autunno, quella che tradizionalmente è la stagione dei funghi. E sarà festa. Durante le vacanze di agosto, i monti sono stati percorsi come ogni anno da cercatori accaniti (non sempre “acculturati” quanto si dovrebbe per rispettare l’habitat), ma anche noi “cittadini”, con sempre più facilità, troveremo funghi ovunque. Fruttivendoli, supermarket, bancarelle ci permetteranno di comprare sia quelli che sono considerati funghi di serie A (porcini ed ovoli, finferli), sia gli altri che, in realtà costituiscono un cocktail, il “misto”, che meravigliosamente è equilibrio di profumi e sapori. Così, questo squisito complemento a menù importanti, pregiato piatto di mezzo, ricercato contorno si presenta in tavola nel mentre l’autunno mostra i suoi colori, fra il giallo ed il rosso delle vigne e dei boschi. Ed ecco, fra i tanti miracoli della natura, proprio quando ci si sta preparando all’inverno, l’abbondanza dei funghi, questa “carne del bosco”, ricchissima di proteine, dieteticamente eccezionale per le pochissime calorie, che ignora completamente i grassi.
Funghi preziosi ed umili, che tendono ad occultarsi, a vivere nel silenzio magico del bosco, che quasi impaurisce con le sue ombre ed i suoi fruscii, o sui verdi prati al confine del verde, a mostrarsi solo all’ultimo istante, a dare il senso di una conquista che è insostituibile.
Prezioso e umile
Funghi preziosi ed umili, che tendono ad occultarsi, a vivere nel silenzio magico del bosco
Si presta ad una gamma sconfinata di usi e consumi. Profuma le salse ed i condimenti, gli intingoli di tutte le preparazioni, si unisce ai piatti di alta aristocrazia
o a quelli popolari come zuppe e minestre, frittate o arrosti. Ma c’è di più: lo secchi, lo riduci in polvere che potrai usare in un mare di piatti, lo metti sott’olio, lo sposi con aglio e prezzemolo senza danneggiarlo. A volte non devi neppure cuocerlo, basta affettarlo e sposarlo con scaglie sottili di grana padano, adagiarlo lieve su un carpaccio di carne. L’importante è che vi sia un filino d’olio, un pizzico di sale ed un’avarissima presa di pepe bianco appena macinato. Null’altro.
Riconoscerli è fondamentale per poterli degustare
I funghi riempiono, ogni anno, scaffali di librerie perché, nonostante vi sia già una sterminata moltitudine di libri sull’argomento, non si è mai giunti alla fine. Così dalle riviste di settore, di gastronomia, ai testi di cuochi importanti, da “luminari” della micologia a dilettanti, gli scaffali delle librerie sono piene di testi che forniscono le più diverse informazioni. Ed una ragione più che valida esiste: non c’è altro modo di stare sicuri circa la velenosità dei funghi che conoscerli. Non c’è cucchiaio d’argento o d’oro che annerisca, non serve a nulla mettere un oggetto di ferro durante la cottura, non serve mettere un pezzo di pane o aglio (secondo le usanze francesi) durante la cottura, per determinarne la velenosità. Bisogna conoscere, fra le tremila specie presenti in Europa, quella sessantina che dona solo piacere e non mal di pancia, o peggio. Così, quelli che sono considerati i testi “sacri”, quelli di Fernando Raris, del Cetto, della stupenda associazione della Bresadola, assurgono a veri “vangeli” di sicurezza.
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o o c t t a a i i p d l e o n Z
Scorpione dal 23 ottobre al 21 novembre Lo Scorpione è un segno forte e determinato e mostra questo lato del suo carattere anche a tavola. Ama le spezie e il peperoncino, capaci di dare un tocco afrodisiaco a ogni piatto. I nati sotto il segno dello Scorpione, appartengono alla costituzione linfatica, hanno un temperamento spinoso, ed è difficile farli sottostare ad un sano regime alimentare specie se non sono convinti della necessità di una dieta. Amano iniziare il pasto con tanti stuzzichini diversi, curiosi, insoliti, saporiti; sono incuriositi dalle cose misteriose, complicate, raffinate, i piatti esotici e da indovinare; apprezzano una tavola ricca e ben decorata. Volete prendere per la gola uno Scorpione? Niente di più facile: esagerate! Partite con una nutrita serie di antipasti misti colorati, quelli che non avete mai osato proporre a nessun altro. E continuate su questa linea con accostamenti audaci e sapori forti.
MELOCOTOGNO & SENAPE
questo matrimonio s’ha da fare Sono gli ingredienti base della mostarda vicentina, ma non solo. Piccole piante dalle proprietà straordinarie Arbusto cespuglioso allo stato spontaneo, appartenente alla famiglia delle rosacee ed è una delle più antiche piante da frutto conosciute. Coltivata già più di 4000 anni fa dai Babilonesi, tra i greci i suoi frutti erano sacri a Venere e venivano utilizzati nei riti matrimoniali come buon auspicio anche di fecondo amore. Stiamo parlando del melocotogno, una pianta meravigliosa, i cui frutti a pomo sono, insieme alla senape bianca, gli ingredienti base per la realizzazione della mostarda vicentina. Originario dell’Asia Minore e della zona del Caucaso, oggi la sua coltivazione è praticata soprattutto nell’area occidentale dell’Europa, del Mediterraneo e della Cina. Dalle nostre parti, a Montecchio Maggiore, i melocotogni si piantavano ai margini dei filari delle viti e fiorivano a maggio soprattutto nelle zone collinari dei Castelli di Giulietta e Romeo. Questa pianta è uno spettacolo della natura: il fusto (che al massimo raggiunge gli 8 metri) è forte, i suoi rami sono eretti e formano una corona tondeggiante di foglie ovali vellutate e i fiori sono grandi, bianchi leggermente rosati e molto profumati. A maturazione raggiunta anche i frutti dorati, avvolti da una specie di polverosa lanugine sprigionano un delicata fragranza ed un tempo venivano posti in armadi e cassetti per profumare la biancheria. I pomi, non potendo essere utilizzati crudi, si usano per preparare marmellate, gelatine, liquori e la mostarda vicentina con benefici per il palato e l’organismo. Hanno infatti proprietà emollienti, sedative, dietetiche, astrigenti e anti-infiammatorie.
La senape
Forse non tutti sanno che… Dominati dal pianeta Plutone, che rappresenta la forza dell’inconscio e delle pulsioni, i nativi dello Scorpione hanno un fascino incredibile. Questi esemplari dello Zodiaco hanno una fortissima capacità seduttiva, che trasmettono con un semplice sguardo o con un movimento sensuale. È molto difficile resistere alla loro carica attrattiva, che esprimono anche tramite battute intelligenti e sarcastiche. Tra i nativi dello Scorpione troviamo: Voltaire (21 novembre 1694), Johann Strauss (25 ottobre 1825), Claude Monet (14 novembre 1840), Pablo Picasso (25 ottobre 1881), Indira Gandhi (19 novembre 1917), Gianni Rodari (23 ottobre 1920), Ennio Morricone (10 novembre 1928), Grace Kelly (12 novembre 1929), Alain Delon (8 novembre 1935), Dacia Maraini (13 novembre 1936), Pelè (23 ottobre 1940), Calvin Klein (19 novembre 1942), Hillary Clinton (26 ottobre 1947), Roberto Benigni (27 ottobre 1952), Bill Gates (28 ottobre 1955), Jodie Foster (19 novembre 1962), Eros Ramazzotti (28 ottobre 1963), Luciana Littizzetto (29 ottobre 1964), Julia Roberts (28 ottobre 1967), Leonardo Di Caprio (11 novembre 1974), Scarlett Johansson (22 novembre 1984).
Il cibo preferito degli SCORPIONI? Lo Scorpione è il segno legato alla sfera del piacere carnale e non saprebbe dire di no, ad esempio, a un bel quadrato di cioccolato fondente al peperoncino!
L’altro ingrediente che ben si sposa con le melecotogne è la senape. Si tratta di una pianta capace di grandi cose, nota e apprezzata fin dall’antichità. È originaria dell’area mediterranea ma viene coltivata in tutto il mondo. Appartiene alla famiglia delle crucifere, ha foglie frastagliate e dentellate e piccoli fiori gialli. Già i Greci facevano largo uso dei suoi semi per condire e, nel Medio Evo, la si mangiava tale e quale come verdura, il che fa pensare che i nostri antenati avessero stomaci piuttosto corazzati. Ed è da sempre fonte di delizia per le api che la ricercano nei prati, sul ciglio dei sentieri per sua ricchezza di nettare prelibato. Sembra proprio che la senape piaccia a tutti anche per la capacità di esaltare fortemente il sapore delle vivande, delle salse e della mostarda. La senape bianca dunque dà alla mostarda un quid che la rende squisita, quella nota pungente, ardens che la rende unica. Nelle fredde serate invernali infuoca gradevolmente le nostre papille regalandoci, insieme al dolce amalgama della polpa di cotogne, piacevoli sensazioni gustative.
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