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Atti della XVII Conferenza nazionale SIU | L'urbanistica italiana nel mondo | Planum Publisher 2014

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La pubblicazione degli Atti della XVII Conferenza nazionale SIU è il risultato di tutti i papers accettati alla conferenza. Solo gli autori regolarmente iscritti alla conferenza sono stati inseriti nella presente pubblicazione. Ogni paper può essere citato come parte degli “Atti della XVII Conferenza nazionale SIU, L’urbanistica italiana nel mondo”, Milano 15-16 maggio 2014, Planum Publisher, Roma-Milano 2014.

© Copyright 2014

Planum Publisher Roma-Milano ISBN 9788899237004 Volume pubblicato digitalmente nel mese di Dicembre 2014 Pubblicazione disponibile su www.planum.net

È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, anche ad uso interno e didattico, non autorizzata. Diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento, totale o parziale con qualsiasi mezzo sono riservati per tutti i Paesi.

Atti della XXVII Conferenza Nazionale SIU


Introduzione

L’atelier propone il tema del planning come ‘impresa trans-nazionale’ sviluppato dai contributi – già numerosi nella letteratura politologica e, da qualche tempo, in aumento anche nella nostra letteratura – sulla mobilità e mutazione di idee, metodi ed esperienze che viaggiano su reti progressivamente globali. Molti interventi di pianificazione nel nostro paese, storici e recenti, possono essere riguardati, in questo senso, come esito dell’incontro tra saperi, attori ed esperienze scambiate in ambiti trans-nazionali. L’intento è sollecitare una riflessione a partire da esperienze di questo tipo capaci di avanzare, dalla loro specifica prospettiva, questioni di portata più generale: dalla presa epistemologica e morale della pianificazione rispetto ai modelli ‘di importazione’ calati in contesti specifici, alla costruzione di comunità internazionali di pratiche che assemblano attori, istituzioni, norme, tecnologie e interessi in una logica di mutuo apprendimento. L’esperienza italiana – dalle bonifiche degli anni ’20-’30, alla costruzione di paesaggi-cartolina del consumo turistico; dalle politiche di convergenza nell’ambito dell’Unione Europea fino alle più recenti esperienze di progetti urbani sul modello del downtown globalizzato – crediamo possa costituire un piano di riflessione non banale dal quale contribuire alla discussione sul tema che è in corso nel dibattito internazionale.

Planning as a trans-national enterprise, i.e. a practice of mobility and mutation of ideas, methods and experiences traveling through global actornetworks, is the core-theme of this atelier. In Italy, several planning experiences in the last century can be regarded as cross-border practices entangling forms of knowledge, actors and experiences transferred from different sites and contexts. The aim of this call is debating this topic starting from specific experiences with good potential to address more general issues: from the critique to imported models of planning in the contexts of global capitalism, to international community building arenas assembling actors, institutions, technologies and norms within frames of mutual learning. The Italian case – from the reclamation of rural areas in the 1920’s, to the districts of élite tourism in the 1960’s; from the cohesion policies in the EU context up to the recent urban revitalization projects based on the globalized downtown model – can be, in such a perspective, a relevant context for scholarly contributions to the international debate. Authors interested in this workshop are invited to submit proposals dealing with concrete planning and policy cases provided with theoretical and critical potential to address discussion in broader terms.

L’urbanistica italiana nel mondo


Atti della XXVII Conferenza Nazionale SIU


Coordinatore:

Giovanni Attili Civita di Bagnoregio. Un processo di reinvenzione trans-nazionale Alessandro Boldo, Raffaella Freschi “Re-scaling” ed “interplay” nella governance ambientale europea: gli accordi di cooperazione delle regioni montane Carlotta Fioretti Verso un nuovo trans-nazionalismo nella pianificazione della diversità Enrico Formato Controluoghi. Agro Pontino, sprawl-field Abdelrahman Halawani, Francesco Lo Piccolo The concept of exception: from politics to spatial domain Giada Merella Divenire Carbonia. Potenzialità latenti e relazioni vitali ridisegnano la città nuova Alvise Pagnacco Tram territoriali e città diffusa Davide Ponzini Archistar internazionali e trasformazioni urbane: assunti, ruoli ed esiti nell’urbanistica milanese recente

L’urbanistica italiana nel mondo


Atti della XXVII Conferenza Nazionale SIU


Civita di Bagnoregio. Un processo di reinvenzione trans-nazionale Giovanni Attili Università La Sapienza, Roma DICEA – Dipartimento Ingegneria Civile, Edile, Ambientale Email: giovanni.attili@uniroma1.it

Abstract Civita di Bagnoregio è un piccolo borgo dell’entroterra laziale. Ha una popolazione di soli 6 residenti ed una storia complessa segnata da un tensione dialettica e conflittuale con l’ambiente naturale circostante. Il borgo è infatti situato su una rupe di tufo che si muove e si sgretola. Il progressivo crollo di questa rocca tufacea ed il conseguente abbandono da parte della popolazione nel corso degli ultimi secoli ha accelerato un processo di atrofizzazione sociale che l’ha trasformata in un vero e proprio borgo fantasma. La storia però spesso si contraddice sorprendentemente. Quella fragilità fatta di crolli e smottamenti ha finito con l’isolare Civita dal resto del mondo. L’ha trasformata in un isola che galleggia in maniera surreale all’intero di un mare di calanchi. Ma l’ha anche preservata da stupri urbanistici e colate di cemento. La sua più grande fragilità ha finito col trasformarsi in un’ancora di salvezza. Non solo. L’ineluttabilità della fine ha acceso sguardi curiosi. La città che muore spinge infatti “a compassione e offre persino uno spettacolo – lo spettacolo della morte – a cui si può assistere con sguardo pietoso e caritatevole” (Vulpio 2013). Quest’essere malfermo, scartato della modernità, è diventato nel tempo oggetto di reinvenzione in una prospettiva trans-nazionale che ne sta mutando i caratteri. Civita oggi rivive in funzione di un crescente flusso di turismo globale che vede in questa cittadina un esempio morfologicamente coerente e intatto di borgo medioevale. Sei residenti, circa 3000 visitatori al giorno durante i weekend estivi ed un significativo incremento del mercato di seconde case sono il segno eloquente di una nuova dinamica territoriale. Parole chiave: urbanization, representation, social practices

Un ciuffo di case e di mura in rovina «Quell’aria di apocalisse cristiana che tante volte mi aveva colpito intorno alle case e alle mura rimaste in piedi lassù, ma quasi brancolanti nel vuoto; e il ricordo del terremoto antico, lo slittamento continuo e segreto delle crete, l’assiduità delle piogge che cadono spettrali sul bianco delle argille e chiamano le nebbie dai fossi. [...] È possibile che qualcuno viva ancora quassù, è possibile che ci sia ancora la vita qui? » (Tecchi in: Martellini, 2010: 4) Civita di Bagnoregio è un piccolo borgo dell’entroterra laziale. Ha una popolazione di soli 6 residenti ed una storia complessa segnata da un tensione dialettica e conflittuale con l’ambiente naturale circostante. Il borgo è infatti situato su una rupe di tufo che si muove e si sgretola. La particolare conformazione geologica e l’attività erosiva dei due corsi d’acqua che ne lambiscono i fianchi, il Rio Chiaro e il Rio Torbido, trasformano Civita in un ecosistema particolarmente fragile cui il tempo non ha risparmiato ferite mortali. Terremoti devastanti, crolli e frane costituiscono il nucleo archetipico di una storia scritta in profondità nella roccia e nei vissuti che intramano l’esistenza dolorosa di questo borgo tufaceo. Torri di avvistamento, cinte murarie, chiese, conventi ed ampie porzioni di abitato sono state inghiottite dalla terra. Oggi più di due terzi del nucleo originario di Civita si è sbriciolato nelle ampie vallate circostanti. Intere contrade si sono dissolte nel nulla. «Tutto quel che è rimasto - un ciuffo di case e di mura in rovina, nere sul tufo, erette come sul vuoto - respira ormai l’atmosfera della fine» (Tecchi in: Martellini, 2010: 4).

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Non sono state solo le avverse condizioni naturali a minare la stabilità della vita civitonica. Nel tempo si è sgretolato anche qualcos’altro: il rapporto di cura e conoscenza puntuale che le comunità locali avevano da sempre nutrito nei confronti del loro territorio. Basti pensare alla sapienza ingegneristica delle popolazioni etrusche che circa 2600 anni fa aveva guidato la costruzione di un attento sistema di canalizzazioni idrauliche e cisterne per evitare che i deflussi delle acque piovane andassero ad erodere la base di argilla su cui poggia la rupe tufacea. Oppure basti fare riferimento ai numerosi statuti medioevali che regolavano l’uso del suolo attraverso l’obbligo di piantumazione di essenze arboree i cui impianti radicali avrebbero garantito maggiore stabilità ai pendii della rupe stessa. Nel tempo incuria e disattenzione hanno finito col minare il rapporto co-evolutivo tra comunità insediata e territorio accelerando un destino di disfacimento. Questo destino, scandito da crolli e smottamenti ha sancito, nel corso degli ultimi secoli, il progressivo spopolamento di Civita. Un lento processo di atrofizzazione sociale ha finito col trasformarla in un vero e proprio borgo fantasma. La sua popolazione, definita da Arnaldo Bocelli «quadrata e terragna», ha dolorosamente scelto di abbandonare quello «scoglio circondato di abissi, burroni, scoscendimenti e terra geologicamente martoriata da fenomeni tellurici» (Martellini). La tenace resistenza che i civitonici hanno da sempre opposto al tragico destino di morte ha finito dunque col vacillare. «L’unica strada, esile e bianca come un nastro, che congiunge al mondo di qua, alla terra ferma e sicura, il ciuffo nero di case, l’isolotto alto di tufo, sospeso in mezzo al mare delle crete e degli abissali ‘cavoni’, sta per crollare. Crollò già una volta alcuni anni or sono: rimase come per miracolo una strisciolina di tufo, accorsero ingegneri e muratori, issarono archi snelli sul vuoto, piantarono assi e basamenti. Il lavorìo sordo dei fossi al fondo delle valli, lo slittamento profondo e segreto delle crete, l’insistenza delle piogge, han ròso di nuovo, nel giro di pochi anni, quel che doveva esser solido e duraturo. Tra qualche mese o qualche giorno, forse una di queste notti piovose d’inverno, l’unico esile legame cadrà. Sono andato ancora una volta a vedere, prima che sia troppo tardi [...] l’antica Civitas appare con la forza austera di un tempo» (Tecchi). Il racconto di Bonaventura Tecchi, scrittore e germanista nato a Civita, fa riferimento agli eventi che hanno interessato il collegamento tra Civita e Bagnoregio sin dall’inizio del ventesimo secolo. Nel 1901, infatti, la strada che collegava i due paesi viene deviata verso Sud a causa del verificarsi di una grossa frana. Nel 1926, il Genio Civile, a seguito di nuovi crolli del muro di sostegno della strada predispone la costruzione di un ponte murario ad arcate e a piano inclinato. È dello stesso anno l’ordinanza di sgombero dell’abitato che ancora oggi è in vigore1. Nel 1941 i muri di sostegno di una parte della strada antistante il ponte crollano. Viene quindi costruita una passerella in legno. Nel 1944, nel pieno degli eventi bellici, i pilastri del ponte vengono fatti saltare dai tedeschi in ritirata. Il collegamento viene ancora una volta sostituito da un ponte in legno. Nell’inverno del 1959 l’ennesimo evento traumatico: un nuovo crollo del ponte getta nella disperazione la comunità dei 350 civitonici che ancora vivevano nel borgo. Ecco come lo racconta Sandro Rocchi nelle pagine del suo diario. «A causa delle forti piogge invernali, il vecchio ponte in legno unica via di accesso a Civita viene a mancare per smottamento delle argille sottostanti. Grande fu la preoccupazione degli abitanti ancora residenti a Civita. Questo purtroppo fu l’ultimo atto per poter dire abbandonate Civita!. Era già iniziata in una nuova zona di Bagnoregio la costruzione di piccole case popolari per poter ospitare coloro che avrebbero di li a poco abbandonato il paese di Civita, questo gruppo di nuove case veniva chiamato Civita Nuova. Molta gente non so se per paura di perdere tutto o nella speranza di una vita migliore, si trasferisce a Civita Nuova. Così facendo la vecchia e gloriosa città velocemente si spopola restando nel 1962 con circa 60 abitanti, per lo più vecchi irriducibili e pochissimi giovani» (Sandro). Le vicissitudini del ponte sono emblematiche del progressivo isolamento in cui precipita il borgo. Raccontano di una storia tellurica e dei tentativi portati avanti dalla comunità locale per aggrapparsi verghianamente a questa roccia malferma. Tentativi vani perchè l’esodo appare inevitabile anche per la concomitante presenza di più ampie dinamiche socio-economiche che in quel momento storico stavano cambiando il tessuto produttivo di questo territorio. Gli anni cui facciamo riferimento sono quelli segnati dal progressivo abbandono delle campagne, primaria fonte di sostentamento di Civita. L’apertura della fabbrica DEREF nel territorio bagnorese, sostenuta dall’allora ministro delle finanze Giulio Andreotti, finisce con il rendere sempre più definitiva la rinuncia alla vocazione agricola su cui si era consolidata l’economia locale. Campi arati e mulini in funzione ventiquattro ore al giorno vengono sostituiti dalla 1

Tale ordinanza, emanata nel 1926 dal Genio Civile, viene oggi spesso usata in maniera ricattatoria da alcune delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi anni comunali per contenere “intemperanze” e “richieste non accettabili” da parte della popolazione locale.

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produzione di materiali plastici destinati al mercato sovietico per la costruzione di gasdotti2. Una rivoluzione favorita dallo smottamento delle argille. Un grande camino in pietra

Il destino di atrofizzazione sociale sembra dunque compiersi senza molti attriti. Ma la storia non è mai lineare. Proprio nel momento di massimo abbandono, in controtendenza rispetto ad una dinamica generale apparentemente inarrestabile Civita viene riscoperta. Quella che segue è una storia che affonda le sue radici negli anni sessanta e si nutre di una serie di straordinarie casualità. I protagonisti sono: Malcom Davis, architetto proveniente dall’Harvard School of Design; Astra Zarina, profuga lettone espatriata negli Stati Uniti dove studia all’Architecture School del MIT di Boston; Josè d’Amely Melodia, romana ma laureata all’Harvard Law School. La prima scena di questa storia si svolge a bordo di una nave in partenza da New York e diretta a Roma, la Leonardo da Vinci. In questa nave si incontrano Astra e Josè. Astra ha vinto il “Rome Prize” e il “Fulbright Grant for Italy”. Andrà ad insegnare all’Accedemia Americana che ha sede nella capitale. Josè ha finito di studiare ad Harvard e sta tornando nella sua città. Si incontrano per caso dunque. E scoprono di avere un amico in comune: Malcom. In questa storia c’è anche un romanzo: ‘Forty Plus and Fancy FreÈ, il racconto di un gruppo di donne americane in viaggio in Italia all’inizio degli anni ’50. Nel romanzo c’è una lettera di Bernard Berenson, famoso storico d’arte statunitense, che suggerisce, durante il viaggio da Roma a Firenze, di lasciare la Via Cassia all’altezza di Bagnoregio. Di attraversare il paese fino alla fine della strada e di fermarsi al Belvedere. E di guardare. Non dice nient’altro. Malcom segue letteralmente queste indicazioni. Si ferma al Belvedere e scopre Civita, “chiusa in un pugno nero, protesa in alto, sul tufo” (Tecchi). Si innamora di questo luogo abbandonato sospeso tra le nuvole e decide di acquistare una casa. La sua idea è quella di coinvolgere anche altri nella costruzione di una “colonia per artisti”. Chiede alla sua amica Josè, in quanto avvocato, di assisterlo durante la compravendita dell’immobile. «Nel settembre del 1962 sono andata a Civita con mia madre (Malcom era già partito per Rangoon) per vedere la casa che Malcom voleva acquistare e per prendere accordi con il proprietario. […] Facemmo un giro per il paese. Mia madre ed io vedemmo una casa piccola in una piazzetta con una porta di sotto per la stalla ed una di sopra alla quale si accedeva per una scaletta che portava alla casa. Ci dissero che la casa era in vendita, e così, senza averla vista all’interno, pensai di acquistarla. A mia madre piaceva Civita» (Josè). Nel frattempo anche Astra scopre Civita. È Malcom a portarla in visita a bordo della sua cinquecento. È qui che rivede inaspettatamente Josè, dopo l’incontro fugace sulla Leonardo da Vinci di qualche anno prima. Astra è una signora che risveglia subito la curiosità dei civitonici. Un oggetto esotico che irrompe nella vita del borgo. «La vita nel paese stava diventando monotona e triste ma, come nelle favole, nel marzo 1960 arriva a Civita una persona interessata alle vecchie case del borgo ormai in svendita. Ne visiona alcune ma l’attenzione cade sul grande salone di Bonaventura (detto Zinfonia, perché andava in giro con una radio sempre accesa). Sala grande e signorile con grande camino in pietra basaltica lavorato magistralmente a mano da maestri scalpellini. Soffitto in legno alto cinque metri bellissimo e veramente maestoso, adiacente una misera camera per dormire. La misteriosa signora decide ed acquista subito detta casa per una cifra irrisoria. I pochi abitanti guardano sorpresi il fare di questa nuova proprietaria simpatica e piena di idee, che si scopre poi essere un Architetto» (Sandro). Anche Tony Costa Heywood, architetto e marito di Astra, uno dei sei residenti che attualmente vive a Civita, ricorda l’incontro di Astra con quella casa: «On one of the trips, Astra was exploring Civita. While in a narrow alley that ended with a door a storm broke with heavy rain. She knocked on the door and asked to get in out of the downpour. Inside was a large dark room with a high ceiling. Lines with drying laundry divided the space. At one end of the room was an enormous Renaissance fireplace with a small window in it. Inside the fireplace sat a grandfather and three grandchildren all eating spaghetti. She commented about the wonderful fireplace, and suddenly, the father of the children, Venturino Medori, appeared from behind the hung laundry asking if she wanted to buy it. If she bought it there would be no place to put it, so she had to decline the offer. Medori explained that he needed money to purchase the house next door which was in better repair and more suitable for his family. He would also sell the room along with the fireplace. They agreed on a price and Astra with little money that she had ended up owning a room in Civita without a clear idea at the time, what she would do with it» (Tony). 2

Oltre alla DEREF, la maggiorparte degli abitanti di Civita trova lavoro presso due ditte locali a cui vengono affidati lavori in appalto dall’ENEL. Dopo il fallimento di queste due ditte, i lavoratori vengono assorbiti direttamente dall’ENEL. Ancora oggi ENEL rappresenta uno dei più importanti datori di lavoro per i civitonici.

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Nel 1963 Malcom, Josè ed Astra acquistano dunque tre immobili fatiscenti in un borgo sperduto che aveva perso anche l’unica di via di collegamento con il mondo esterno. Un acquisto anacronistico in un momento segnato dall’abbandono progressivo della popolazione locale. Un acquisto coraggioso come dimostra anche la fatica che accompagna i lunghi lavori di ristrutturazione che procedono con grande lentezza nonostante la ricostruzione del nuovo ponte, inaugurato nel 1965. “The progress was slow and the problems were many: workmen from Bagnoregio did not want to work in Civita and in Civita there was little help available. The new bridge was in place, but transport of construction materials was done with one man and two mules and they were not always immediately available. The Vespa scooter was not yet in general use nor many automobiles either. If something was needed from Bagnoregio a trip on foot was necessary. There were no small electric hand tools and not enough electric current for the large ones. Work was done manually with traditional hand tools, mortar for masonry, concrete, and plaster were mixed in portable wooded bins with shovels. And the biggest problem: constant supervision was needed to solve questions as soon as they came up and that was not possible for such a small job” (Tony). L’unico mezzo di trasporto sul ponte era il mulo di Anacleto: un signore di una certa età che indossava stivali da cavallerizzo e che in gioventù aveva partecipato al palio di Siena. Ci vogliono più di due anni di lavori per rendere almeno vivibile la stanza con camino acquistata da Astra ed è solo a partire dal 1968 che la casa di Josè (ristrutturata dalla stessa Astra) viene finalmente abitata. Malcom invece non procederà mai alla ristrutturazione del suo rudere ed il progetto di una “colonia per artisti” tramonta. Negli anni successivi Astra compra altri immobili adiacenti alla stanza originaria per allargare il proprio nucleo abitativo e nel 1971 sposa Tony. «Astra and Tony had the foresight to envision the value and potential to restoring buildings in Civita, and their training as architects gave them the skill and vision to make it a reality. But it took hard work and many years. Astra handled restoration projects for some of the first buildings in Civita in the late 60s for architect friends, leading the wave of reclaiming these beautiful structures» (Sharon). Numerose fonti testimoniano come la caparbietà, la passione e le competenze di Astra furono capaci di catalizzare un graduale processo di rivitalizzazione di Civita: sono anni caratterizzati da un «piccolo ma costante recupero sia di molte costruzioni disastrate ma anche della vita sociale del Borgo. […] Specialmente il sabato sera Astra voleva che i pochi abitanti si riunissero nel suo salone per cantare e ballare con l’unica fisarmonica di Venturino intonando in coro le vecchie canzoni civitoniche» (Sandro). Piccoli indizi di una rinnovata scena sociale. Nel frattempo nuovi abitanti si affacciano nel mondo Civitonico: Gunnar Birkerts, amico di Astra ed architetto di origini lettoni ma proveniente dal Michigan; il prof. Pallottino da Roma, docente di Etruscologia; la marchesa Ferrero di Ventimiglia, da Torino; il sig. Manetti, magistrato; l’avv. Peila ed altri ancora che durante gli anni ’70 contribuiscono ad un parziale ripopolamento di Civita. Si tratta prevalentemente di seconde case. Alcuni nuovi proprietari approfittano delle sovvenzioni stanziate per la ricostruzione del borgo: tali incentivi economici vengono erogati a condizione di rendere visitabile l’immobile ristrutturato almeno una volta al mese. Sempre negli anni ‘70 Astra immette nuova linfa vitale nel borgo attraverso l’Italian Hilltowns program: un programma residenziale estivo per studenti di architettura provenienti da Seattle. Ogni anno, dalla fine degli anni ‘70 e per più di trent’anni, gruppi di studenti americani trovano ospitalità nelle case di alcune famiglie Civitoniche per due-tre mesi. Per Sandro Rocchi è una rinascita: «Civita riprende meravigliosamente a vivere con i suoi 60 abitanti tutti attratti da questa nuova avventura collaborando tutti con la professoressa. La prof. riesce subito a capire quali sono i problemi di questa gente cioè mancanza di liquidità per poter sopravvivere dignitosamente. Quindi i ragazzi che porta dalla sua scuola americana li distribuisce in maniera equa tra le poche famiglie rimaste pagando loro una piccola quota di vitto e alloggio. Un modo di ospitare in casa persone nuove che parlano una lingua diversa ed hanno abitudini di vita al di fuori della loro. È stata un’esperienza dimostratasi negli anni a venire vincente, non a caso ancora oggi a distanza di 30 – 40 anni alcuni ex ragazzi tornano a Civita e ricordano con affetto e nostalgia i bei giorni trascorsi in Civita. Il sottoscritto ha avuto il piacere di conoscere molte di queste persone che dopo laureatesi sono tornate per acquistare altre case importanti e ristrutturarle seguendo le orme della professoressa Astra» (Sandro). Astra Zarina è morta nel 2008 ma ancora oggi suoi amici ed ex studenti continuano a popolare il borgo. In generale tutti i proprietari di seconde case, originari degli Stati Uniti, sono più o meno direttamente legati alla sua figura. Il North West Institute, un istituto di ricerca fondato da Astra e Tony, con sedi a Civita e Seattle, è forse l’eredità più visibile lasciata da questa donna straordinaria. Il segno eloquente di un processo di reinvenzione transnazionale.

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Dalla pre-modernità alla post-modernità

Oggi il 40% delle seconde case è abitato da persone provenienti da altri Stati (prevalentemente USA, ma anche Francia, Inghilterra, Germania, Turchia, Brasile, Polonia). Tra gli italiani invece la maggioranza dei proprietari viene da Roma. Per quanto riguarda i flussi turistici giornalieri si nota una presenza rilevante di cinesi, giapponesi e coreani durante i giorni della settimana mentre il weekend è affollato di un turismo proveniente in maniera più significativa da Emilia, Lazio e Veneto. La percentuale di stranieri che decidono di pernottare a Civita supera quella degli Italiani (Libano, Cina, Hong Kong, Nuova Zelanda, Canada, USA, Spagna, olanda, Australia, Gran Bretagna). Questi pochi dati aiutano a leggere Civita come un luogo-intersezione di una molteplicità di territori di circolazione leggibili alle diverse scale. Uno spazio di frizione dove globale e locale fanno attrito. In questa cornice la storia di Astra intesa come detonatore di un crescente interesse internazionale rappresenta solo un frammento di una vicenda più complessa che ha progressivamente catapultato Civita all’interno della scena globale. Dal già citato romanzo americano degli anni ‘50 fino ai più recenti articoli del Financial Times, la storia di Civita è stata rilanciata all’interno di una platea sempre più ampia. Numerosi sono gli articoli usciti su Telegraph, New York Times, Daily Mail e Chicago Tribune. Importante anche il ruolo svolto dalla televisione che sin dai primi anni ’50 ha restituito al mondo l’immagine del borgo che muore: dalle prime incursioni audiovisive del cinegiornale dell’Istituto LUCE ai numerosi servizi della RAI ma anche della BBC, della CNN, della tv di stato francese TF1e e di quella giapponese NHK, ogni passaggio televisivo si è sempre tradotto in un incremento di turisti nel weekend immediatamente successivo alla messa in onda del servizio. Anche l’industria cinematografica ha scelto Civita come sfondo di molte sue produzioni italiane ed internazionali: “La strada” di Fellini (1954), “I due colonnelli” (1962) di Steno, “Contestazione generale” (1970) di Zampa, “Non ci resta che piangere” (1984) di Troisi e Benigni, la telenovela brasiliana “Terra Nostra 2” (2003), la fiction “Pinocchio” (2008) di Sironi, il thriller belga “Holy Money” (2009) di Alexandre, l’imminente produzione statunitense Vij di Englund (2014). Ancora più sorprendente è pensare a Civita come fonte di ispirazione per il maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki nella realizzazione del suo film “Laputa” anche conosciuto come “Castle in the Sky” (天空の城ラピュタ). Sempre in Giappone, infine, Civita è protagonista di un manga “Ichigo Mashimaro” (苺ましまろ ) creato da Barasui e pubblicato dapprima sulla rivista mensile Dengeki Daioh e successivamente confluito in un anime di 12 episodi. È vero che sono passati molti anni da quando c’era un unico telefono in piazza gestito da Peppone. Ma l’accelerazione che ha conosciuto la diffusione dell’immagine di Civita nel mondo appare davvero sorprendente. Una diffusione direttamente proporzionale all’impatto territoriale prodotto. L’industria dell’immagine e la moltiplicazione/circolazione transnazionale di reportage giornalistici, film, fiction, documentari, romanzi, pubblicità e cartoni animati su Civita hanno, infatti, funzionato come agenti di trasformazione e gentrification territoriale. L’irrompere di un turismo di massa e di flussi globali fino a pochi anni fa inimmaginabili ne è la riprova più evidente. Sono solo sei le persone che abitano a Civita durante tutto l’anno. Ma sono oltre tremila i visitatori che ne affollano i vicoli durante i weekend estivi. Civita rimane un borgo spopolato ed iper-popolato al tempo stesso. Luogo di seconde case e cartoline. Un luogo di una bellezza sconvolgente, fatto di silenzio e densità. Ma anche esempio paradigmatico di un turismo mercificato dove il “pittoresco” e la “tradizione” sono usate come armi di marketing territoriale. Un marketing territoriale che ha ripreso e rilanciato l’immagine di un borgo autentico e morfologicamente intatto. Se è vero che la fragilità fatta di crolli e smottamenti ha finito con l’isolare storicamente Civita dal resto del mondo, trasformandola in un isola lontana che galleggia in maniera surreale all’intero di un mare di calanchi, è altrettanto vero che questa stessa connotazione l’ha preservata nel tempo da stupri urbanistici e colate di cemento, da condomini e garage, da ville unifamiliari e capannoni. La sua più grande fragilità ha finito cioè col trasformarsi in un’ancora di salvezza contro l’inciviltà del progresso. L’ha preservata come esempio morfologicamente coerente e intatto di borgo medioevale. Non solo. L’ineluttabilità della fine ha acceso sguardi curiosi. La città che muore spinge infatti “a compassione e offre persino uno spettacolo – lo spettacolo della morte – a cui si può assistere con sguardo pietoso e caritatevole ma, al tempo stesso, senza il rimorso dell’inconfessabile brivido indecente provocato dal veder morire qualcuno o qualcosa (e una città somiglia più a qualcuno che non a qualcosa)” (Vulpio 2013). Quest’essere malfermo, scartato della modernità, è diventato dunque nel tempo oggetto di reinvenzione e spettacolarizzazione all’interno di una cornice trans-nazionale. È come se la storia di Civita avesse fatto direttamente un salto dalla pre-modernità alla post-modernità. È da questa prospettiva postuma (post-

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moderna, post-metropolitana, post-mortem) che il feticismo del passato diventa motore di attrazione per flussi ingenti di turisti. Ciò che trionfa è quella dimensione del pittoresco che si offre alla vista senza alcuna compromissione del corpo e della vita. Un oggetto da contemplare nella distanza. La venerazione di forme silenti radicate in un passato mitico e mistificato. L’effetto immediato è una museificazione del paesaggio, una banalizzazione del vivente. Fuori di metafora, Civita si sta connotando sempre di più come un museo a cielo aperto con tanto di obbligo di pagamento di un biglietto d’ingresso. In soli sei mesi dall’introduzione di questo biglietto (dal giugno 2013 al gennaio 2014) circa centoventimila visitatori paganti hanno invaso Civita. All’interno del borgo poi esiste un vero e proprio museo, il Museo delle Frane, dove le esigenze scientifico-divulgative si intrecciano ad uno sguardo voyeuristico sulla morte. Ennesima spettacolarizzazione gettata in pasto a consumatori veloci e voraci. La vera minaccia con cui deve confrontarsi oggi Civita non viene più esclusivamente dal sottosuolo: il rischio più grande è forse quello di trasformarsi in un’immagine-cartolina. Il simulacro di qualcosa che non c’è più. Oggi, infatti, quelle forme sociali e produttive che avevano dato vita al borgo sono state progressivamente sostituite da una moltiplicazione di immagini-feticcio veicolate con cura all’interno di un mercato globale sempre più interconnesso. Una messinscena espositiva in cui il guardare3 rischia di prendere il sopravvento sul vivere. Uno spettacolo devitalizzato. Il pericolo in agguato è ridurre Civita ad un fossile vivente, tutt’al più utile ad essere esposto in una vetrina. Un parco a tema costruito attraverso «processi di estetizzazione diffusa che non sono più appannaggio di un ristretto ed elitario gruppo di intellettuali ed artisti, [e che] riguardano piuttosto ampie porzioni di popolazione” (Nuvolati, 2013: 151).

Figura 1 | Un luogo di una bellezza sconvolgente, fatto di silenzio e densità. Ma anche esempio paradigmatico di un turismo mercificato dove il “pittoresco” e la “tradizione” sono usate come armi di marketing territoriale

Un fiocco

Passeggio per i vicoli del borgo. È sera. Le folle di turisti si sono disperse e Civita torna ad assumere sembianze umane. Il silenzio si riappropria del borgo. È un silenzio denso, pieno di voci. Un silenzio che riverbera tra le mura di tufo suoni sottili: cinguetii che si disperdono nel vento; qualche cane che abbia nelle vallate circostanti; il rintocco delle campane; il cigolio dei cardini arrugginiti di qualche imposta dimenticata aperta. Ricontatto i motivi che mi hanno fatto scegliere questo luogo. Sorrido, come spesso mi capita quando respiro bellezza. I miei occhi si posano su una porta. C’è un fiocco appeso. Un fiocco che annuncia la nascita di un bimbo. Il pensiero che forse i sei residenti di Civita avranno presto compagnia mi mette di buon umore. La mattina dopo chiedo curioso: “di chi è il bimbo che è nato qui a 3

Sharon Mentyka ha soggiornato a Civita per alcuni mesi. Ha vinto una borsa di Studio presso il North West Institute: un istituto di ricerca fondato da Astra e Tony, con sedi a Civita e Seattle. Durante la sua permanenza ha costruito diverse mappe di Civita (frenologica, simbolica, descrittiva, temporale). Ha cercato inoltre di ricostruire una mappatura delle parole (words cloud) più ricorrenti nello spazio pubblico civitonico. Dal 25 Agosto fino al 25 ottobre del 2013 è rimasta in ascolto per un’ora nei pressi della piazza di S. Donato. La parola che in assoluto si è imposta sulle altre è : “guarda”.

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Civita?”. Mi rispondono: “quale bimbo?”. Ed io “c’è un fiocco alla porta in Via della Maestà”. Scoppia una risata. “È un bimbo nato negli Stati Uniti”. Riferimenti bibliografici Martellini L. (2010), “L’antica terra abbandonata di Tecchi, ovvero della poetica rimembranza” in AAVV, Bonaventura Tecchi, Sette Città, Viterbo. Nuvolati G. (2013), L'interpretazione dei luoghi. Flânerie come esperienza di vita, Firenze University Press, Firenze.

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“Re-scaling” ed “interplay” nella governance ambientale europea: gli accordi di cooperazione delle regioni montane Alessandro Boldo

Dr D.E.I.T. Università degli studi di Ferrara Email: bolds@libero.it

Raffaella Freschi Dr PPPT Università I.U.A.V. Venezia Email: raffaella.freschi@libero.it

Abstract Con l'arretramento dello Stato-Nazione si sono avviati a livello sovranazionale e subnazionale processi di ridimensionamento territoriale tra i sistemi – come le regioni – che in precedenza costituivano e coincidevano con la sovranità nazionale. È questo il caso degli accordi di cooperazione transnazionale di carattere ambientale – particolare riferimento alle regioni montane – su cui il paper propone di indagare le inferenze epistemologiche che sottendono le regioni non quale oggetto amministrativo, bensì quale “spazio poroso” che sfrutta la marginalità dell'ambiente per indurre l'azione coordinata di attori eterogenei. Gran parte degli accordi di cooperazione – costruiti sul modello dell'environmental governance – si interroga oggi sullo scarto tra legittimità ed efficacia pratica, lavorando per trovare un adeguato enforcement istituzionale. È in questi difetti d'efficacia, che attori e risorse ai “margini” hanno colto l'occasione per federarsi ed avviare contro-processi di regionalizzazione alimentando nuovi fattori di apprendimento ed innovazione connessi alle dinamiche ambientali e ponendo all'environmental governance questioni di rescaling ed interplay. Il passaggio dall'istituzionalizzazione di una politica di cooperazione transfrontaliera – sul modello werationality – ad un eco-regional institutionalization è così indagata rispetto quelle coalizioni discorsivo-pratiche che lavorano per costruire nuove storylines, mappe e vettori che alimentano la percezione e l'organizzazione socialmente costruita delle regioni stesse capaci di “territorializzare” le politiche dell'agenda ambientale globale. Parole chiave: regions, public policies, environment.

Premessa Regimi globali, regionali, nazionali e locali , norme e meccanismi di regolazione dominano le strutture della governance ambientale: architetture istituzionali sempre più complesse sono state infatti avviate per risolvere i crescenti misfit tra i regimi istituzionali e quelli socio-ecologici (Young et al., 2002). Il modello dello Stato Nazione e del Welfare State ha oggi definitivamente esaurito i benefici strutturali diretti ed indiretti ereditati dai cicli della modernizzazione – legati al fordismo ed al post-fordismo – accanto ai suoi effetti sottoprodotto sui territori1. Alle periferie degli Stati Nazione, per superare i fattori dell'alienazione territoriale, nuove arene usano “l'ambiente” quale occasione federativa per attori e risorse al fine di sperimentare nuovi processi di istituzionalizzazione. Riconoscendosi simbolicamente nelle “regioni ambientali” – catene montuose, bacini idrografici – essi attingono fortemente non solo dalle storyline (Hajer, 1995) delle agende globali in materia, ma avviano processi di exploration ed exploitation (Lanzara,

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Come ha dimostrato Beck (2000) i territori non distribuiscono più i goods, ma competano oggi nel ripartirsi alla minore intensità possibile i bads.

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1993) per una regionalizzazione ambientale (REGov, 2010) legata maggiormente agli sviluppi sociali che non all'azione dei governi nazionali. 1 | Environmental Governance A partire dagli anni '60 – dal Club di Roma in poi – il rapporto tra i policy-maker e l'ambiente ha avuto carattere fortemente internazionale, in quanto i problemi che interessavano le dinamiche ecologiche dimostravano carattere poco lineare e “confinabili” nello spazio amministrativo. L'Environmental Governance2 – costruita sulla cooperazione internazionale tra i governi dei singoli stati – era quindi la via preferibile per affrontare sfide decisamente non controllabili all'interno dei singoli Stato-Nazione. Tuttavia, il crescente disagio derivato dai costi di transazione dei regimi globali e la progressiva “fatica nell'implementazione” delle convenzioni internazionali hanno presto indotto a mettere in discussione l'architettura della governance attivata. In questa cornice l'opportunità della scala regionale si configurava non solo quale livello meso tra cittadini e governi, ma poteva allargare ai regimi socio-ecologici (Young et al., 2002) i tradizionali studi di politica regionale basati sui processi di integrazione economica o sulla sicurezza. Si recuperavano così i riferimenti epistemologici della “sezione di valle” di Patrick Geddes (1970), il regionalismo di Mumford (1928), il watershed-based design della mappa del West America di Wesley Powell (1890), gli studi di McHarg sul bacino del Potomac (1989) ed in Italia si inaugurava la sperimentazione dell'approccio congiunto suolo-acque con l'istituzione delle Autorità di Bacino3. Nel 1972, alla Conferenza delle Nazioni Unite a Stoccolma, si avviano i processi di sensibilizzazione istituzionale verso i problemi ambientali, prendono forma organizzazioni come l'UNEP, che da allora lavora come catalizzatore di mezzi e risorse in favore di un approccio regionalista quale asset strategico per lo “sviluppo sostenibile”. Un approccio in linea con la controcultura ambientalista degli anni 70 emergente in California e che – di lì a poco – avrebbe intersecato – più o meno intenzionalmente – i processi di europeizzazione che coinvolgevano le sfere ambientali dello spazio Comunitario. A partire dalla Convenzione di Helsinki nel 1974 – sulla protezione del Mar Baltico – e in quella di Barcellona nel 1976 – sulla protezione del Mediterraneo – si inaugura così una nuova forma di cooperazione: un accordo regionale ambientale, non più istituito a partire da fattori legati alla sicurezza nazionale, ma indirizzati alla gestione e tutela delle matrici ambientali interagenti in uno spazio condiviso. I casi di Environmental Governance sono oggi catalogati dall'International Environmental Agreements (IEA) Database Project4 che ha individuato – al 2013 – più di 1190 accordi ambientali di carattere multilaterale, 1150 bilaterali e 250 accordi di altro tipo. La produzione di queste forme cooperative avviene secondo il modello we-rationality (Hollis and Sugden 1993) in cui la condizionalità risiede nel contratto. Tuttavia gran parte degli accordi di cooperazione si interroga oggi sullo scarto tra legittimità ed efficacia dell'accordo stesso, che sembra confondere i mezzi coi fini e lavora per ri-sintonizzare i misfit spazio-temporali (Young 2002), evitare cascade effects (Galaz, 2002), interrogarsi sull'implementation deficit, sulla carenza di accountability e di un adeguato enforcement. Fattori che hanno amplificato i conflitti socio-ambientali producendo forme di alienazione dei territori rispetto le architetture di policy attivate e che portano i territori stessi a competere nel ripartirsi alla minore intensità possibile i bads ed i relativi rischi (Beck, 2000) 2 | Cornice: “comunità immaginate” L'alienazione non ha impedito all'ambiente di ripensarsi socialmente quale terreno di riappropriazione e d'individuazione sociale (Zoja, 2013) per un rinnovato spazio politico (Lefebvre, 1991). Negli ultimi 20 anni infatti la governance ambientale globale ha subito un rapido processo “vertically down rescaling” (Andonova, 2011) per effetto dell'emergere di attori debolmente istituzionali che – sebbene detenessero poca capacità di spesa – hanno attivato processi di interplay – sfruttando la logica delle reti per filtrare gli obiettivi delle grandi agende nazionali ed internazionali e usarli creativamente alla micro-scala. Queste contro-spinte territoriali hanno – in parte – contribuito alla de-strutturazione dello Stato-Nazione, costituendosi ai margini delle eredità della guerra fredda e oggi indipendentemente dai flussi primaziali 2 L'Environmental

Governance – per l'UNEP – è strutturata a partire dal World Summit di Rio nel '92 e 10 anni dopo a Johannesburg e si concentra sulla dimensione degli accordi di cooperazione in tema ambientale di carattere prettamente multilaterale o bilaterale tra soggetti governativi. 3 Legge 183/89 sulla difesa del suolo. 4 Cfr. http://iea.uoregon.edu/page.php?file=version.htm&query=static

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globali ed individuando nelle regioni una ri-collocazione di attori, risorse e discorsi in ottica federativa (à la Elazar). Queste impostazioni hanno portato a riconsiderare il concetto di regione a valle delle ipotesi di “comunità politica immaginata” di Benedict Anderson (1996). I ricercatori del New Regionalism hanno infatti iniziato ad indagare i processi sociali e scientifici attraverso cui le “regioni” emergono come rilevanza istituente politica, socio-economica e culturale-simbolico (REGov, 2010)5. Nelle comunità immaginate della Anderson - che inquadra il discorso alla luce dei nazionalismi al tramonto della “guerra fredda”– i membri delle comunità immaginate non possono fare conoscenza ognuno dell'altro e pertanto il contenuto del loro legame non può che essere immaginato (Anderson, 1996)6. I nazionalismi stessi sono intesi quali costrutti culturali modulari (ibid) ereditati dalla tradizione di primo ottocento ed innestati nel corpus sociale. Questa “comunità” applicata alla regione – se appare forzato – è comunque parte di un processo di ri-appropriazione dell'immaginazione sociale e rappresenta lo sfondo di capacità (Searle, 1996) sul quale le persone cercano i simboli (il “munus” da scambiare) e le applicazioni necessarie al loro linguaggio e alle loro azioni. Nella teoria della Anderson è infatti centrale il tempo, l'idea di simultaneità più che di prossimità fisica, in cui le “immagini” possono far derivare nuove mappe regionali quali aggregazioni cognitive per descrivere funzioni, connessioni, problemi, soluzioni (Van Deever, 2004). Così sfruttando il portato immateriale, politico, discorsivo (Hajer, 1995) dell'ambiente – a partire dai primi accordi multilaterali del Mar Baltico e per l'inquinamento dell'aria in Europa – si è progressivamente istituita una relazione strutturale che “shape policy makers and societal notions of the region under discussion” (ibid: 329), determinanti per produrre aggregazioni di immagini di “pan-European regionality” (ibid: 313)7. 3 | La Convenzione delle Alpi Nel 1991, i ministri dell'ambiente di otto Stati 8 e l'Unione Europea sottoscrissero a Salisburgo la “Convenzione per la protezione delle Alpi”. L'accordo internazionale è il risultato di un processo di preparazione iniziato negli anni '60 per opera di un'organizzazione non governativa, la CIPRA9 – spin-off dell'I.U.C.N.10 quindi di chiara matrice “ambientalista”– il processo sarà a fatica accolto politicamente dai governi nazionali alla fine degli anni '80, fino alla firma della Convenzione stessa nel 1991 e le seguenti ratifiche. La CIPRA non ha esaurito il suo lavoro, anzi la sua mission si è arricchita dall'istituzionalizzazione della bioregione alpina alla costruzione di un network e di una partnership pan-alpina. Ha così proseguito nella sua attività dando un attivo contributo anche al trattato e ai successivi protocolli in qualità di osservatrice, organizzando convegni annuali, producendo rapporti e coinvolgendo altri soggetti e attori più o meno formali11.

Van Deever e Balsiger (2010) hanno riassunto i percorsi teorici recenti della formazione delle regioni; dalla scuola neofunzionalista (Parsons, Alexander, Luhuman), al “transactionalism” – che enfatizza gli scambi i contatti e la comunicazione tra le persone come successo di processi di integrazione –, dall'approccio neo-realista, al new-regionalism, che suscitò il dibattito sulle responsabilità regionali in quanto disaggregativi degli Stati-Nazione al termine della guerra fredda. 6 “È immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l'immagine del loro essere comunità” (ibid: 27) 7 Il regionalismo ambientale non è assolutamente una prerogativa europea:, appare negli anni '70 in un esteso dibattito pubblico sull'ambiente a livello globale dopo la pubblicazione del Club di Roma e la Conferenza di Stoccolma. Derivato dall'approccio ecologico degli studi regionali, il primo impulso è venuto dagli ecologisti della California, Peter Berg e Raymond Dasmann, che hanno definito bioregione nel 1978 (Lang et al., 2002): «both to a geographical terrain and a terrain of consciousness to a place and the ideas that have developed about how to live in that place». A cui si aggiunge nel 1981 il valore simbolico e metaforico: «a central element of bioregionalism--and one that distinguishes it from similar politics of place-is the importance given to natural systems, both as the source of physical nutrition and as the body of metaphors from which our spirits draw sustenance.» (Dodge in Lang et al. 2002) e nel 1985 «places as if they should be «governed by nature, not legislature». (Kirkpatrick in Lang et al. 2002). Per concludere una definizione che si ritiene essere corretta: «to view the landscape historically is to acknowledge its cumulative character; to acknowledge that nature, symbolism, and design are not static elements of the human record but change with historical experience». (Conzen in Lang et al. 2002) 8 Principato di Monaco, Francia, Svizzera, Italia, Liechtenstein, Austria, Germania, Slovenia. 9 Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi. http://www.cipra.org/ 10 International Union for the Conservation of Nature. http://www.iucn.org/ 11 All'art. 2, par. 1 della Convenzione quadro, si legge: «Le Parti contraenti, in ottemperanza ai principi della prevenzione, della cooperazione e della responsabilità di chi causa danni ambientali, assicurano una politica globale per la conservazione e la protezione delle Alpi, tenendo equamente conto degli interessi di tutti i Paesi alpini e delle loro Regioni alpine, nonché della Comunità Economica Europea, ed utilizzando le risorse in maniera responsabile e durevole. La cooperazione transfrontaliera a favore dell'area alpina viene intensificata nonché ampliata sul piano geografico e tematico». 5

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La Convenzione delle Alpi rappresenta il primo accordo di cooperazione ambientale in ambito montano, particolarmente ai margini del dibattito nazionale, ma ben presente in quello Europeo 12. Essa è stata un riferimento vincolante orientata allo sviluppo sostenibile delle regioni montane (Balsiger 2007, Van Deever, Balsiger 2010). L'esperienza dell'istituzionalismo ambientale regionale è stata poi “riprodotta” sui Carpazi e recentemente nei Balcani, con l'emergere di norme transnazionali comuni di cooperazione anche nei Pirenei, nel Caucaso, nelle Ande, in Asia13, mettendo in luce non solo modelli a cui adeguarsi, ma anche differenti capacità e modalità di istituzionalizzazione e legittimazione. Questi processi di cooperazione appartengono a prospettive raramente omogenee e statiche, ma tutte denotano una continua costruzione, de-costruzione e ri-costruzione (Söderbaum, 2005) della governance attivata e difficoltà implementative notevoli. Il caso della Convenzione delle Alpi è infatti paradigmatico nello scenario europeo: se per i ricercatori è descritta quale paper tiger (Balsiger, 2007), isolata dal dibattito politico internazionale, dagli interessi dei policy makers e dalle strategie d'implementazione dei governi nazionali è continuamente riformulata da storyline (Hajer, 1995) che interagiscono con l'accordo stesso. Un paio emergono rispetto le altre: 1. Lo sviluppo sostenibile. A differenza della convenzione di Helsinki o Barcellona, l'esercizio di governance ambientale si propone di attivare non politiche settoriali e tematiche, ma una integrated policy scommettendo sull'accountability tra gli stati contraenti sfruttando proprio la storyline dominante in quegli anni, lo sviluppo sostenibile. Forte degli stimoli istituzionali che vengono dalla Convenzione sulla Biodiversità e dall'Agenda 21 – con un capitolo dedicato alle catene montane14 – la Convenzione delle Alpi trova in questa storyline un vero e proprio fondamento ontologico15. Con la Convenzione dei Carpazi nel 2003, la sostenibilità appare replicata regionalmente: si fa sostantiva e fortemente legata alla significazione dei regimi di policy ambientale e consiste formalmente nel passaggio da una istituzionalizzazione di una politica di cooperazione transfrontaliera, ad un'“eco-regional institutionalization” (Balsiger, 2009, 2007). Il prefisso eco è espressione di un “process-based iterative approach to cross-sectoral coordination under the umbrella of sustainable development”16 (ibid: 4). Quest'ultima domina già gran parte degli sforzi programmatici nazionali, ma assume nelle policy nazionali diverse declinazioni anche a livello locale. Il raccordo è difficilmente definibile a-priori nell'accordo in quanto ogni paese possiede sistemi di decisione specifici nel rispettivo frame della sostenibilità17. Sono questi fattori che indeboliscono l'accordo proprio su quelle narrazioni che dovrebbero rafforzarlo, accusato invece di forte “gerarchismo” e di polarizzazione nazionale al fine di aumentare la visibilità, imporre strumenti e ottenere finanziamenti (Church, 2010). Gran parte del peso di negoziazione nella Convenzione delle Non solo per carenze strutturali, ma anche per il tema stesso ai margini dell'Agenda nazionale, solo recentemente (2012) riattivato dal Ministero della Coesione Territoriale all'interno della strategia per le aree interne alla luce della nuova stagione di politiche comunitarie 2014-2020. Dal punto di vista etnografico, è a partire dagli studi di P. Viazzo (1989) che si sono progressivamente persi i riferimenti culturali ancorati alle teorie di R. Netting che descrivevano i villaggi alpini, come ecologie chiuse; dimostrando invece come le regioni (o sub-regioni montane) siano socialmente dinamiche e interagenti a partire da scambi culturali e socio-economici vivacissimi. Il mito del “montanaro isolato” è stato abbondantemente demistificato non solo dagli antropologi culturali (Viazzo 1989) ma anche dall'indagine sociale e storica di Nuto Revelli nei primi anni '70 mettendo in luce le comunità alpine non quali entità predeterminate, ma in movimento e fortemente adattive. 13 L'International Mountain Partnership, composta da 50 paesi, 118 gruppi e ONG, 16 organizzazioni intergovernative, cerca di favorire il proliferare di queste cooperazioni: dalla Convenzione dei Carpazi firmata nel 2003 (entrata in vigore nel 2005) esplica proprio la promozione dello sviluppo sostenibile tra i principi ispiratori, di recente si inizia a parlare di un'iniziativa simile nei Balcani Occidentali; alla Ande con la partnership pubblico-privata del Consorcio para lo Desarollo Sostenibile de la Ecoregión Andina. Tuttavia e solo per esempio mentre la CA è un accordo regionale ambientale, la dimensione andina è un'organizzazione internazionale regionale, che si focalizza più sugli aspetti sociali ed economici che sulla dimensione ecologica (cfr. Church 2010). 14 “Generating and strengthening knowledge about the ecology and sustainable development of mountain ecosystems” 15 La congiunzione “Convenzione delle Alpi-Sviluppo sostenibile” è poi amplificato nel corso degli anni: il 2002 è stato sia l'Anno internazionale della montagna (IYM) con il varo dell'European Mountain Initaitive: all'interno dei documenti programmatici della stessa Convenzione il vocabolario è stato velocemente ri-arrangiato, con le intenzioni dalla VII° Conferenza delle Alpi nel 2002, i Ministri delle Parti contraenti della Convenzione delle Alpi hanno deciso di far confluire le loro esperienze del processo alpino nel “Partenariato internazionale per lo sviluppo sostenibile delle regioni montane”. L'occasione per la promozione è stato l'Earth Summit per lo sviluppo sostenibile di Johannesburg, non un accordo vincolante e nemmeno un programma delle Nazioni Unite o emanazione di fondi, ma la promozione di una partnership tra governi, organizzazioni internazionali e privati. Nel 2003 a Biskek in Kirghizistan è avviato il “Global Mountain Summit” che conduce alla formazione della Convenzione dei Carpazi. 16 Per molti ricercatori, la Convenzione rappresenta esplicitamente la dimensione ambientale, sociale ed economica dello sviluppo sostenibile (Balsiger 2012, Balsiger, 2010 da Danz e Ortner 1993): un concetto ed un'equazione che ritorna spesso come un “apriori” nei discorsi che ruotano attorno la cooperazione ambientale internazionale e come “modello” da inseguire nel tempo dei trattati internazionali della montagna. 17 La Germania è ad esempio interessata alla sfera della biodiversità mentre la Francia a quella socio-economica. 12

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Alpi infatti non risiede nell'arena stessa, ma nella forza istituzionale dei singoli ministeri per l'ambiente18 (ibid), in un contesto distante, sul quale gravitano forti e consolidati attori economicopolitici19. Inoltre nell'assumere la leadership, le parti tacitamente concordano di non ostacolare i progetti e gli interessi degli altri soggetti nazionali, producendo così una distorsione autointeressata del contratto (Julien, 1998) o – come direbbe La Cecla (1997) – un “malinteso doppiamente beninteso”20. 2. I processi paralleli di europeizzazione (Risse, Cowles, Caporaso, 2001) e globalizzazione dei regimi ambientali. La carenza di enforcement istituzionale e la costante ricerca di elementi in comune tra i contraenti porta la Convenzione a spostare energie nel focalizzare sforzi gestionali in materia di “acque” e “cambiamenti climatici” cercando di cogliere le spinte parallele dell'environmental institutionalization, un'impostazione che nella sostanza determina l'abbandono “dell'ombrello” della sostenibilità quale integrated policy per sfruttare invece storylines affini e potenzialmente interagenti. Lo scenario comunitario tuttavia non è un fattore di mobilitazione e di accompagnamento quanto di competizione21 Sono questi infatti gli anni infatti in cui si inaugurano in Europa i processi della gestione della matrice acqua a valle delle riforme introdotte dalla Dir. 2000/60/Ce, l'istituzione di un'ecoregional institution come i distretti idrografici, strategici per le attività di mitigazione e adattamento agli effetti indotti dai cambiamenti climatici22. 3.1 | Considerazioni: la Convenzione delle Alpi quale “scrittura vincolante”

«La regola non si applica alla vita ma la produce e, insieme, si produce in essa.» (Agamben, 2011: 89). La Convenzione delle Alpi è espressione di un valore performativo dell'accordo di cooperazione sul dinamismo delle variabili socio-territoriali, un testo da applicare. Se il testo scritto diviene regola – più o meno vincolante – quando cioè i regimi socio-ambientali divengono forzatamente Convenzione, i discorsi e le storyline sono coalizzati come regola-testo. L'accordo tra le parti, da solo, produce così sovrastrutture stanche e deluse di se stesse che fanno emergere un contenitore vuoto, una “paper tiger” (Balsiger, 2007) piuttosto che nuova spazialità politica. Chi vede nella Convenzione delle Alpi il modello da esportare su altre regioni ritiene valida la sequenza “regione geografica testo” contribuendo a porre debolmente il problema – quantomeno solo strumentalmente – dell'utilità cooperazione territoriale. La messa in opera infatti non si qualifica come testo scritto (accordo), in quanto la sua “consistenza non coincide con la trascrizione di una prassi vitale né con l'esecuzione pratica di una regola scritta” (Agamben, 2011 p. 96), cosa che invece altre scale (piccole) hanno già imparato a fare. 4 | “Framing the Alps”: l'istituzionalizzazione eco-regionale «Quando e perché sussiste una regione montana?»23 (Debarbieux 2009) La Convenzione delle Alpi non è il frutto solo di importanti negoziazioni tra l'Unione Europea e gli Stati Nazione24, ma il risultato di un lento movimento iniziato più di 50 anni fa ad opera di importanti Ngo

O tra settori istituzionali nazionali in conflitto: alcuni rappresentanti per esempio non sono uguali da paese a paese, ma assumono rapporti di forza a seconda del peso istituzionale della nazione di appartenenza. Il ministro federale della Baviera è più influente del suo stesso ministro nazionale, mentre in Francia è rappresentativo il ministro degli affari internazionali di Parigi. 19 Germania, Svizzera ed Austria hanno forti componenti micro-regionali (i lander, i cantoni) che mettono in discussione i processi scaling-up proposti dalla regionalizzazione delle regioni alpine. Al contrario lo stato italiano ha una struttura centralizzata ed in Francia lo Stato-Nazione paradossalmente ha inaugurato processi di ristrutturazione istituzionale supportando le regioni come parte del rinnovamento. 20 Le parti sanno che vi è più convenienza a lasciare che le cose come stanno nel implementation deficit, nel misfit strumentale e pertanto risolvono il malinteso, il conflitto tornando ad occuparsi ognuno delle proprie specificità. 21 La Strategia Europea a scala macro-regionale vede il focus sul Mar del Baltico e sulla Regione del Danubio – processi già fortemente strutturati. Nel 2012 la Commissione ha presentato una Strategia per la Regione Adriatica e Ionica. Alla luce della politiche di cooperazione territoriale, l'Unione Europea ha trascurato le regioni montane e solo negli ultimi mesi ha inserito la macro-regione delle Alpi quale strategia di cooperazione territoriale 22 L'agenda Europea, nonostante rappresenti uno dei contraenti della Convenzione, dimostra passività rispetto l'implementazione della regione delle Alpi promuovendo piuttosto un esperimento parallelo quale Alpine Space Programme disperdendo risorse che afferiscono a sfere cognitive e strategiche comuni e coinvolgono simili attori di co-progettazione. Se la Convenzione delle Alpi ha avuto effetti indiretti considerevoli nell'elaborare l'Alpine Space Programme, i soggetti responsabili si sono spesso interrogati – nella costruzione della Convenzione dei Carpazi e dei Balcani – se affidarsi all'attore europeo o piuttosto ad attori in coalizione (UNEP, Stati Nazioni, NGO) e lavorare con effetti di spillover (come i Siti Unesco) per risolvere i gap d'implementazione. 23 Queste riflessioni sono il risultato del Regional Environmental Governance Workshop (REGov workshop), Interdisciplinary Perspectives, Theoretical Issues, Comparative Designs tenutosi a Ginevra dal 16 al 18 Giugno 2010. 18

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come la CIPRA. I vari rappresentanti dei network attivati propongono di condividere le sfide introdotte dalle dinamiche ambientali e socio-economiche interagenti in termini di vulnerabilità, marginalità, ma anche opportunità. È pertanto da escludere la riduzione della regione a “invariante”, a “dato” anticipatore per l'azione di governo: le (bio)regioni sono invece territori costruiti socialmente e come tali possono non coincidere con i tradizionali confini politico-amministrativi (Bourdieu 1980, Debarbieux 2004, Balsiger 2007, Grillotti Di Giacomo 2011). Accettare questa definizione significa considerare i pattern d'interazione come un processo implementativo e costitutivo delle regioni diacronico (nel tempo) e dialettico (come spazio anche politico). Il contributo del costruttivismo al regionalismo (Debarbieux Price 2008, Hettne 2003) non descrive le regioni quali entità fisiche, amministrative o oggettuali, piuttosto quali processi socialmente definiti ed in continua ri-composizione, che pongono la centralità di meccanismi di overlapping, il pluralismo di driver ed arene, nonché i processi di apprendimento tra attori non necessariamente connessi da una prossimità fisica. Balsiger (2012) ha cercato di far emergere il duplice canale che contraddistingue l'apprendimento organizzativo dello Spazio Alpino: quale miscela ad elevata intensità cognitiva con caratteristiche miste, eterarchiche (Keating, 2009) e gerarchiche – secondo l'impulso degli Stati-Nazione. I ricercatori del New Regionalism hanno quindi preso a riferimento l'esperienza della Convenzione delle Alpi per descrivere i processi di framing delle regioni ambientali quali costrutti sociali (Debarbieux, 2009) in continua ricomposizione per la ricchezza empirica e concettuale di attori non-governativi, spesso esclusi dagli studi dell'Environmental Governance25 (Van Deever e Balsiger 2010, 2012). Nella cornice della regionecostrutto, Van Deever e Balsiger aggiungono alla tradizione gerarchica dell'Environmental Governance la spinta eterarchica (Keating, 2009) di una Regional Environmental Governance quale concetto di second'ordine (Le Galès, 2006: 42) e raccordo di tre fattori: 1. la territorialità: quale effetto sottoprodotto del passaggio dall'aggregazione degli Stati-Nazione alla costruzione sociale delle eco-regioni; 2. il ruolo degli agenti cooperativi, comprendente attori statali e no-state actors (SOER, 2010) su cui indaga il New Regionalism; 3. gli approfondimenti tematici che sono fatti confluire sotto “l'ombrello” dello sviluppo sostenibile. Questi fattori non sono attivati “a cascata” a partire dalla ratifica dell'accordo sulle reti (Rhodes, 1997)26, ma determino la produzione di un luogo costrutto nel quale emerge con forza un pan-attivismo alpino (Debarbieux, 2008). Infatti – indipendentemente dal rallentamento dei livelli governativi – essi definiscono nella pratica la eco-regional institutionalization delle Alpi. Molti sono i no-state actors (SOER 2010) che – catalizzati dalla Convenzione – accompagnano livelli amministrativi micro per implementare i protocolli dell'accordo cooperativo alla scala locale anche senza esplicita ratifica del governo nazionale. Sfruttando poi iniziative federative (à la Elazar) alla scala locale27, i network si arricchiscono di linguaggi normativi, di regolamenti e di processi europei e sanno (in parte) attivare fondi, sperimentano l'attivazione di esercizi di co-progettazione e di partenariato. La prossimità geografica non è più un discrimine all'istituzione e (forse) nemmeno pre-requisito per un rinnovato spazio politico di cooperazione. Rimanendo nella logica della Anderson, i network attivati (Del Biaggio, 2010) connettono tra loro attori e risorse anche distanti, le aree protette (ALPARC), i comuni (Alleanza nelle Alpi), le piccole imprese (NENA), città (Città alpina dell'anno), scienziati (ISCAR), località turistiche (Alpine Pearls) e tantissime altre formazioni anche a livello bilaterale28. Le piccole organizzazioni tra loro, aggreganti in modo temporaneo e variabile, materialmente dialogano e si fanno carico indirettamente dei problemi della Convenzione, continuando così a a costruire, a produrre All'interno di quest'arena di discorsi si sono attivate iniziative parallele: nella “Comunità di lavoro dei paesi alpini” Arge-Alp, tra i Lander del Tirolo, la provincia di Bolzano, il Voralberg, di Salisburgo, della Baviera, dei Grigioni, della Regione Lombardia, a cui aderì nel 1973 la provincia di Trento, che divenne poi la Comunità delle Alpi centrali. Anch'essa ha poi organizzato i lavori in commissioni di lavoro, i cui risultati vennero trasmessi ai governi centrali. 25 Banalmente costruita sull'accordo negoziale tra attori governantivi. 26 L'accordo dovrebbe a cascata definire i meccanismi di trasmissione: la light governance di Rhodes (1997) propone forme di controllo meno top-down, costruzione del consenso, maggiore decentramento, governance flessibile per liberare l'azione dai laccioli dello stato e consegnarli a forme alternative di regolazione. 27 Church (2010) ha definito questo processo “implementation without ratification”, in quanto i contesti locali e molte organizzazioni se sono attivi ben prima dell'istituzione della Convenzione, hanno caratterizzato la loro attività tramite la catalizzazione della Convenzione stessa. 28 il CAFI (Associazione delle Alpi Franco-Italiane), il CRFG (Comité régional franco-genevois), l' Eurorégion AlpesMéditerranée, il COVAVAL (Conseil Valais – Valle d'Aosta), il Conseil du Léman, l'EMB (Espace Mont Blanc), la Regio Insubrica, Arge Alp, EUregio Tirol-Südtirol-Trentino, l'IBK (International conference of Lake Constance), etc …. 24

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e ri-produrre una Convenzione delle Alpi sempre diversa, il cui scopo principale è quello di istituire arene per mobilitare e rinnovare non i protocolli – la sostenibilità, le acque, i cambiamenti climatici, … – ma uno spazio politico alpino. Questo è spazio dell'interazione non sancito dall'accordo, ma che sfrutta lo stimolo della Convenzione delle Alpi per attivare processi di down-scaling governativo sulle varie reti e organizzazioni ed intercetti l'up-scaling dei tanti No-State actors. La mescolanza di network plurilivello ha implicazioni nella costruzione di molteplici realtà istituzionali la cui pluralizzazione descrive l'interplay quale isomorfismo dei flussi organizzativi per favorire canali di (in)formazione-comunicazione-apprendimento cooperativo (quindi comportamento à la Watzlawick). Nell'arco alpino quindi se il ruolo dello Stato-Nazione è percepito distante e la sua azione è più problematica che di sostegno, altre scale invece automaticamente sono abili nel cogliere gli stimoli della cooperazione o dell'environmental governance per creare i simboli utili per l'istituzionalizzazione. Questi processi di sfondo (Searle, 1996) non riducono, ma moltiplicano i discorsi delle arene ai margini per istituire territori di nuova determinazione: le storylines (Hajer, 1995) transitano nei canali della comunicazione sociale e nelle scale istituzionali per portare sui territori le cure necessarie, progressive e incrementali per territorializzare i grandi obiettivi dell'agenda ambientale globale, che altrimenti rimarrebbero “parole ombrello”. I processi di regionalizzazione delle Alpi non si scontrano con la Convenzione, ma costituiscono uno spazio d'interazione nella quale confluiscono attori e risorse in modo eterarchico (Keating, 2009)29. Infatti nei contesti cosiddetti marginali, i legami deboli (Lanzara 1993) portano i gruppi locali a stringere patti non dichiarati ed informali con le istituzioni per portare i temi stessi al centro dell'agenda politica e tecnica. Questa miscela organizzativa contribuisce al rafforzamento di reti transnazionali capaci di veicolare iniziative di costituzionalismo sociale transnazionale (Teubner, 2012) quali forme di ri-appropriazione ed individuazione (à la Jung) per destabilizzare i fattori di alienazione territoriale, derivanti dall'arretramento dello Stato-Nazione o dai gap strumentali dell'Environmental Governance. 4.1 | Considerazioni: L'eco-regionalizzazione quale “lettura territoriale”

La Convenzione è un testo/accordo, la regionalizzazione invece l'occasione per “coalizioni [volontarie] di discorsii30” (Hajer, 1995) quali schemi induttori d'azione (à la Foucault). Nel recuperare il valore etimologico di lettura quale “raccolta”, i network “leggono” l'accordo/testo quale scrittura non vincolante, ma mobilitante producendo differenti polisemie interagenti. Ma l'istituzionalizzazione della regione ambientale se è parte di questa produzione di senso/lettura, è anche abilità degli attori istituzionali di inter-legere, leggere dentro quelle piccole narrazioni e continuano a sostenere l'accordo/testo, generando “mappe per l'azione” (Weick, 1995) per un'etnografia dei discorsi (Paasi 1999, 2002). La tensione tra il testo (Accordo) e la lettura (“pan-attivismo alpino”) produce uno spazio che Agamben definisce di liturgia31, cioè “pratica di servizio pubblico”. 5 | Conclusioni: i territori della cooperazione Il doppio movimento – Convenzione/regionalizzazione – ha contribuito a costruire una nuova epistemologia di environmental region non settorialmente, tematicamente o normativamente rilevante, ma soggetto da costruire e di cui prendersi cura (Mortari, 2006). Infatti, il percorso di continua ri-composizione della Regional Governance nelle Alpi – attivato dal misfit istituzionale e dal deficit implementativo – non si è esaurito nella definizione di una strategia ottimale di cooperazione, ma ha scovato attori e risorse che si sono scoperti ricettivi32 e continuamente si scoprono responsivi rispetto il problema. Si inaugura così una modalità immediata33 di produzione e di accesso alle conoscenze, che organizzazioni radicate localmente già possiedono, ma che non trovavano soluzioni nelle tradizionali filiere istituzionali e tantomeno nell'accordo internazionale. Questi processi hanno avviato l'uso di frame cognitivi per intendere la pluralizzazione di

Per Keating il sistema eterarchico è caratterizzato da una struttura orizzontale con processi di di apprendimento improvvisati, processi di decision making diffusi e auto-costituiti e ridondanza di flussi nell'interazione. 30 Per Judith Butler se i frame sono cornici interpretative, i discorsi sono costrutti sociali per la produzione di soggettività nelle architetture istituzionali tramite dispositivi sociali. La Discourse Theory si fonda sulla convinzione che esista affinità tra struttura linguistica e struttura sociale. Secondo Lacan lo spazio sociale è strutturato come un linguaggio, per Saussure, come una langue, secondo Althusser “Freud aveva già detto che tutto dipendeva dal linguaggio” (Althusser, 1994 p.29), per Mouffe e Laclau (2010) essa dipende da una contingenza storica e relazionale di una varietà di coalizioni discorsive. 31 Agamben ha fatto emergere il carattere performativo (piuttosto che commemorativo) della liturgia 32 In parte opportunisti. 33 Non mediata strumentalmente 29

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regione e consolidare il differenzialismo34 quale azione in continuo movimento di attori e risorse ai margini. per creare rappresentazioni collettive delle Alpi indotte dalla nuove narrazioni ambientali. Se invece la Convenzione delle Alpi ricade nella trappola dello strumentalismo dell'accordo/testo al fine di intercettare qualche finanziamento, essa diviene best practice da esportare e da modulare in cui le “coalizioni dei discorsi” si fanno convenzione e comunicazione interessata in aggregazione. In questa disposizione lo spazio tra accordo costituito e discorsi istitutivi (tra scrittura e oralità), contrae il piano delle politiche passando all'omogeneità e al riduzionismo “modulare”, rendendo impossibile una “liturgia”. La Convenzione non direbbe molto di più rispetto le forme sostanziali di concetti quali sviluppo sostenibile (dall'assolutismoabusivismo del principio), rendendo la realtà delle Alpi performativa ed escludendo quella peculiarità che la fa divenire evento catalizzatore e ri-organizzatore per un territorio-in-comune (Crosta, 2010, 2000) – ben oltre la ratifica dei protocolli. Il passaggio dall'accordo istitutivo35 alla transboundary institutionalziation non può avvenire via-protocollo, ma quale occasione plurale d'interazione discorsivo-pratica tra attori e risorse. È una scrittura “messa in uso” con pratiche di lettura (Agamben, 2011) e alimentata dalle forme riflessive36 dell'azione sociale, che tiene assieme negoziazione di significati, mappe e discorsi attorno ciò che accade a quel luogo e alle sue attività. In questa cornice la Convenzione è un esito possibile, eventuale (Crosta, 1998) che sfrutta il carattere debole del legame organizzativo (Lanzara, 1993, Crosta, 1998) e dove la mobilitazione congiunta rappresenta – più che l'implementazione dei protocolli o la loro ratifica – la costruzione dei veri territori della cooperazione. La sua continua frammentazione e ricomposizione – quale esperienza di Regional Environmental Governance – non pone soluzioni ai problemi, ma li interroga e può rappresentare stimolo per l'innovazione ed il cambiamento territoriale. Come visto i pattern d'interazione lavorano tenendo assieme un doppio sguardo: da lontano – per vedere le dinamiche in ottica integrata – e una da vicino, raccogliendo i frammenti dei discorsi prodotti socialmente come in un caleidoscopio (Burroni, Crouch, Keune, 2005). Si creano così quelle miscele che non si chiudono nella fissità del testo/accordo, ma aprono l'ambiente alla dimensione socialmente costruita – cioè territoriale (Crosta, 2010) –, svincolandone la sudditanza rispetto al proceduralismo tecno-scientifico. Attribuzioni La redazione del testo è risultato di un lavoro congiunto dei due autori. Riferimenti bibliografici Agamben G. (2011), Altissima povertà. Regole monastiche e forme di vita. Neri Pozza Editore, Vicenza. Althusser L. (1994), Sulla psicoanalisi. Freud e Lacan, Raffaello Cortina Editore, Milano. Anderson B. (1996), Comunità immaginate, origine e diffusione dei nazionalismi. Manifestolibri, Roma. Balsiger J. (2007), Regionalism reconsidered: the Alpine Convention as a model of Earth System Governance. Paper presentato al Conferenza di Amsterdam, 24−26 maggio 2007 su “The Human Dimensions of Global Environmental Change”: http://www.2007amsterdamconference.org/papers Balsiger J. (2009), The Impact of Ecoregional Mobilization on Mountain Policies in the Swiss Alps and California’s Sierra Nevada. Journal of Alpine Research, Les régions de montagne comme référents de l'action collective, special issue vol.97, no. 2, pp. 50 - 58. Balsiger, J. (2009), Uphill Struggles: The Politics of Sustainable Mountain Development in Switzerland and California. Review of Policy Research vol. 28, no. 2, pp. 222 - 24. Balsiger J., Debarbieux B. (2011), Regional Environmental Governance: Interdisciplinary Perspectives, Theoretical Issues, Comparative Designs. Procedia – Social and Behavioral Sciences vol. 14, Elsevier, Amsterdam. Balsiger Jörg, and Stacy D. VanDeveer (a cura di, 2012). Regional environmental governance. Global Environmental Politics no. 3, vol. 12. Balsiger J. (2012), New Environmental Regionalism and Sustainable Development in the European Alps. Global Environmental Politics no. 3, vol. 12, August 2012. Bassetti P., (a cura di, 1988), Le Alpi per l'Europa. Una proposta politica. Editoriale Jaca Book SpA, Milano.

I territori ai margini rappresentano oggi un nuovo “esotico” per le politiche su cui è necessario staccarsi dall'interventismo sinottico. 35 La sequenza lineare scrittura lettura uso (razionalità lineare) 36 Agamben (2011) ricostruisce la storia del monachesimo come congiunzione oralità=scrittura; la meditatio, che qui intendo come riflessività rappresenta la prosecuzione, la perpetuazione “liturgica” della lettura intesa come pratica di vita. 34

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Verso un nuovo trans-nazionalismo nella pianificazione della diversità Carlotta Fioretti Università degli Studi Roma Tre DArch - Dipartimento di Architettura Email: cfioretti@uniroma3.it

Abstract In Italia l’immigrazione è un fatto abbastanza recente. Tuttavia, con il passare del tempo la relativa novità del fenomeno sembra piuttosto una scusa per l’incapacità delle politiche di affrontare una questione ormai definita quotidianamente emergenziale. Nel campo dell’urbanistica quello che si riscontra è che il considerarsi ‘indietro’ rispetto a paesi ritenuti più avanzati in virtù di una storia di immigrazione più lunga, ha portato all’applicazione di chiavi di lettura e metodi di intervento importati, con esiti non necessariamente positivi. L’articolo affronta il tema di come concetti e pratiche relative alla questione urbana dell’immigrazione abbiano viaggiato tra i paesi fino ad arrivare in Italia, mantenendo tuttavia una prospettiva troppo ancorata alle realtà di un certo ‘occidente’, e mal applicandosi al nostro contesto. La teoria delle ordinary city di Jennifer Robinson (2006) viene dunque utilizzata come strumento interpretativo per sovvertire categorizzazioni consolidate e ripartire dalle caratteristiche peculiari delle realtà urbane italiane. Parole chiave: immigration, urban policies, social exclusion/integration.

Introduzione L’immigrazione internazionale in Italia è considerata una questione recente. Rispetto ad altri paesi europei, l’Italia diventa in epoca molto più recente paese di immigrazione, essendo stato storicamente un paese di emigrazione o al massimo di migrazioni interne, anche per una storia coloniale e post-coloniale meno rilevante di quella di altri paesi europei. Tuttavia, la relativa novità del fenomeno rischia di diventare una scusa, poco credibile con il passare del tempo, per l’incapacità delle politiche di affrontare un fenomeno ormai definito quotidianamente emergenziale. Se questo è vero in generale, si riflette anche nello specifico della pianificazione e delle politiche urbane che rispetto al tema dell’immigrazione procedono con lentezza, affrontando solo i problemi più urgenti, rispondendo in maniera spesso inadeguata. La tesi sostenuta è che tale inadeguatezza non sia dovuta tanto alla novità del fenomeno, quanto ad un modo sbagliato di interpretarlo e affrontarlo. In particolare, quello che si riscontra è che il considerarsi ‘indietro’ rispetto a paesi ritenuti più avanzati in virtù di una storia di immigrazione più lunga, ha portato all’applicazione in Italia di chiavi di lettura e metodi di intervento importati, con esiti non necessariamente positivi. Nello specifico, il concetto di segregazione spaziale che negli Stati Uniti ha un significato ben preciso e fortemente connotato dal punto di vista etnico, è approdato anche in Europa e infine in Italia, dove però ha assunto un significato e delle declinazioni specifici. In altre parole, si ipotizza qui che alcuni concetti relativi a come interpretare la spazializzazione dell’immigrazione, nati in altri contesti, abbiano ‘viaggiato nel tempo e nello spazio’ per essere poi applicati anche alle città italiane. «Like people and schools of criticism, ideas and theories travel – from person to person, from situation to situation, from one period to another. (…) one should go on to specify the kinds of movement that are

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possible, in order to ask whether by virtue of having moved from one place and time to another an idea or a theory gains or loses in strength, and whether a theory in one historical period and national culture becomes altogether different for another period or situation» (Said, 1983: 226) Seguendo Said in un pensiero poi ripreso da altri autori, le idee così come le teorie viaggiano nel tempo e nello spazio. Se questo è successo anche nel caso della spazializzazione dell’immigrazione, sembra opportuno ricostruire questa migrazione di idee per capire se in tale spostamento ne abbiano guadagnato o perso. Il saggio procede dunque ritracciando il percorso che il concetto di segregazione spaziale etnica ha seguito fino ad approdare in Italia. Se ne evidenziano poi le conseguenze in termini di politiche, ponendo l’accento su modalità di intervento importate da altri paesi. La ristrettezza con cui viene applicato questo paradigma viene imputata almeno in parte ad una tendenza della teoria urbana ad avere un forte colonial bias, e a fondarsi sulle realtà di un ‘certo occidente’. La teoria delle ordinary city di Jennifer Robinson (2006) viene dunque utilizzata come strumento interpretativo per sovvertire categorizzazioni consolidate e ripartire dalle caratteristiche peculiari delle realtà urbane italiane. La segregazione come chiave di lettura nel suo migrare trans-nazionale È ormai assodata l’importanza dell’immigrazione come fenomeno urbano che dunque influenza ed è parte integrante dei processi di trasformazione del territorio (sia fisici che simbolici e culturali). D’altra parte è anche ormai consolidata la convinzione che lo spazio fisico urbano svolga un’importante funzione nei processi di inclusione ed esclusione degli immigrati (Fioretti, 2013). Questa consapevolezza ha iniziato a diffondersi anche in Italia e anche se debolmente l’immigrazione è entrata a far parte di politiche urbane e territoriali, di piani e progetti. L’attualità del tema è confermata dal fatto che l’anno scorso l’immigrazione era tra le priorità dell’agenda urbana del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane del governo Letta, e quest’anno è parte del dibattito per la futura programmazione dei fondi strutturali. È sensato allora guardare a come l’immigrazione sia stata trattata negli ultimi anni dalle politiche e pratiche urbane e territoriali in Italia: quello che emerge è un’azione in realtà debole ed occasionale, fortemente orientata dal timore di concentrazioni spaziali della componente immigrata della popolazione. Questo risulta se non altro curioso, considerando che negli ultimi dieci anni molti sono gli autori che analizzando i modelli di inserimento residenziale degli immigrati in Italia hanno rilevato come peculiari del nostro territorio bassi livelli di segregazione residenziale (confronta soprattutto Arbaci, 2007, 2008; Arbaci & Malherios, 2010) o forme di segregazione diverse rispetto a quella residenziale (Tosi, 1998). Ma allora a cosa è dovuta la centralità di questo tema? Una risposta che sembra convincente è che una tale attenzione arrivi dall’estero e attraverso vari passaggi sia infine approdata in Italia. Cercando di ritracciare questo percorso si può individuare una possibile origine nel contesto nord americano, dove negli anni ’90 è andata affermandosi la così detta social polarization theory (Sassen, 1991; Mollenkopf & Castells, 1991). Tale teoria sostiene che negli ultimi decenni le città dei paesi industrializzati sono state investite da importanti processi di ristrutturazione economica, dovuti all’avvento della globalizzazione. Ciò ha comportato la strutturazione di nuovi assetti economici urbani prevalentemente basati sui servizi, che hanno a loro volta implicato la crescita della domanda di lavoro altamente specializzato da un lato, e scarsamente qualificato dall’altro. Una tale polarizzazione del mercato lavorativo si è riflessa in una crescente distanza socio-economica della popolazione. Secondo tale interpretazione la polarizzazione si manifesta anche dal punto di vista dell’organizzazione spaziale della città, con i gruppi benestanti che vivono nelle gated communities e i meno abbienti segregati in ghetti. La segregazione socio-spaziale è qualcosa che si manifesta nelle città capitaliste, anche europee, sin dal 1800, ma è con la globalizzazione che assume i connotati e la durezza odierni, in particolare negli Stati Uniti dove la questione razziale si sovrappone con forza a quella di classe: «In the most starkly obvious picture, one can see in every U.S. metropolis a pair of opposed interests, fully separate societies, one rich and the other poor, one suburban and the other urban, one white and the other minority» (Goldsmith & Blakely, 2010: 77). Sebbene il contesto nord-americano abbia delle peculiarità ben definite (con ‘questione etnica’ non si considerano tanto gli immigrati quanto le due principali minoranze African Americans e Latino Americans), alcuni autori considerano la social polarization theory come la base per una delle più potenti retoriche europee: quella dell’esclusione sociale. Anche l’esclusione sociale ha una forte dimensione spaziale, ma se nel contesto americano tale spazializzazione si traduce in un’opposizione tra ‘urbano’ e ‘sub-urbano’ (Goldsmith & Blakely, 2010) in Europa l’esclusione viene identificata con determinati quartieri

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svantaggiati, che assumono connotazioni diverse nei vari paesi: inner city areas (Power & Mumford, 1999) e quartiers sensibles (Avenel, 2004) per citarne due. Secondo Maloutas (2004) il passaggio di questa teoria è possibile solo in una variante meno rigida, che si adatti alle differenze delle realtà urbane europee rispetto a quelle americane. Una variante che però, nella sua applicazione, non è esente da alcune criticità: la perdita di un ragionamento sulle dinamiche alla base di questi processi urbani, una mancata attenzione alle specificità dei contesti e infine l’uso dei concetti di polarizzazione (sociale) e segregazione (spaziale) in modo indistinto. La social polarization theory con le opportune modifiche continua a funzionare per l’interpretazione di alcune realtà europee, in particolare nord-occidentali, ma nel momento in cui viene applicata alle città del Sud Europa, tra cui quelle italiane, sembra non reggere più. In Italia, in particolare, la pur presente polarizzazione assume delle spazialità ancora diverse, di cui la più evidente è la divisione nord-sud del paese. Infatti, internamente ai contesti urbani, una serie di fattori (economici, territoriali e di policy) hanno portato a contesti scarsamente segregati spazialmente sia per quanto riguarda le classi sociali che lo status di cittadinanza. Nel caso degli immigrati in particolare i motivi che hanno portato ad una scarsa segregazione spaziale sono vari: un patrimonio di edilizia pubblica scarso e difficilmente accessibile, le caratteristiche del mercato immobiliare, la frammentazione del tessuto urbano, la sistematica riqualificazione dei centri storici avvenuta negli anni ’80 e ’90, nonché le peculiarità stesse del fenomeno migratorio. Eppure la retorica della segregazione degli immigrati permane, con delle conseguenze in termini di politiche: vediamo quali. La mixité, obiettivo di politiche di dispersione e controllo L’attenzione alla segregazione spaziale è dominante in Europa anche nel discorso di policy e permea le stesse direttive dell’Unione Europea: sin dagli anni ’80 si diffondono programmi e azioni intesi ad aumentare il mix sociale ed etnico (cfr. Galster, 2007 e Kleinahns, 2004 in Blockland & van Ejik, 2010). In una revisione delle politiche e dei programmi urbani europei volti all’inclusione socio-spaziale degli immigrati Alietti e Augustoni (2010: 44) individuano tre principali metodi di intervento: 1. politiche rivolte a ridurre, o prevenire, la segregazione spaziale; 2. politiche per ridurre gli effetti negativi della segregazione spaziale; 3. politiche che governano l’esistente concentrazione e fanno un utilizzo positivo delle opportunità che sono date dalla segregazione etnica. Da una disamina delle politiche e iniziative italiane esistenti emerge come tra questi tre possibili approcci si trovi traccia in Italia solo del primo, che prende forma in termini di iniziative volte ad aumentare la mixité di alcuni contesti (per una casistica confronta Briata, 2014 con particolare riferimento a quello che lei definisce ‘social mixing all’italiana’). Se è discutibile l’aver importato come dominante il discorso sulla segregazione etnica in un paese scarsamente segregato, lo è ancor di più essersi focalizzati solo su una modalità di intervento, che tra l’altro dimostra una visione della segregazione spaziale come puramente negativa, cosa contestata da tanta letteratura (cfr. Waquant & Wilson, 1993; Bolt, Burgers, Van Kempen 1998; Murie 2005). In Italia la mixité si invoca anche come misura preventiva di una temuta concentrazione di immigrati: la quale non è sentita come sbagliata perché fonte di esclusione sociale del gruppo segregato, ma in quanto pericolo per la società ospitante. Di conseguenza, le politiche prodotte sotto il vessillo della mixité non sono politiche di inclusione sociale, ma di controllo e separazione (Fioretti, 2012). Dunque, in questo viaggio, la retorica sulla segregazione etnica e il suo contrario la mixité corrono il rischio di scivolare su posizioni ideologiche che sono spesso anche alla base del diffondersi di un clima di paura e di tensioni razziali: l’accento sui fenomeni di concentrazione della popolazione immigrata inasprisce la diffidenza nei confronti del diverso e alimenta meccanismi discriminatori. Verso un mondo di ordinary cities In questa analisi su come viene affrontata la questione dell’immigrazione in campo urbano in Italia, si sono riscontrati almeno due processi di ‘migrazione di concetti’ tra diversi paesi: uno che riguarda l’interpretazione del fenomeno, nello specifico le forme di spazializzazione dello stesso, e l’altro – a questo strettamente legato – che riguarda le politiche che lo affrontano. Si tratta dunque di una migrazione sia di teorie sia di pratiche, in questo caso giudicata da chi scrive non particolarmente riuscita. Essa sconta una

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prospettiva fortemente centrata su paesi come gli Stati Uniti e il Nord Europa che, una volta applicata in altri contesti, fatica a intercettarne le peculiarità. A tal proposito risulta particolarmente illuminante il lavoro di Robinson (2006). Nel suo libro Ordinary cities, Robinson sostiene che categorizzare le città come ‘occidentali’ (o ‘nord-occidentali’), ‘globali’, ‘in via di sviluppo’ comporta che l’accento venga posto solo su determinate città e su determinate caratteristiche delle città. È quindi opportuno liberarsi di queste categorie e considerare tutte le città del mondo allo stesso livello in quanto ordinary cities. Tale punto di partenza permette di concepire ‘un mondo di città’ in cui il concetto di urbano non è univocamente concepito a partire da determinate visioni consolidate ma è plurale, diverso e in cambiamento. Secondo la Robinson, il fatto che concetti come sviluppo e modernità si siano formati all’interno di un contesto spazio-temporale ben definito (le città occidentali dei primi del Novecento) ha finito per influenzare in maniera restrittiva le visioni di futuro possibili per ogni città del mondo. L’approccio ordinary city sostiene invece la possibilità per ogni città di costruire una visione di futuro diversa a partire dai contesti locali e dalla capacità di innovazione degli abitanti. Sostanzialmente, la Robinson adotta una prospettiva post-coloniale in un campo, quello degli studi urbani, segnato da una forte tendenziosità coloniale che si basa essenzialmente su determinate esperienze in determinate città dell’occidente. Allora: «Urbanists, too, could find it valuable to think about the contrast between the restricted spatialities of their theories – the geography of urban theory – and the diverse cosmopolitanisms of the city they write about. (…) we need a form of theorizing that can be as cosmopolitan as the cities we try to describe. This would be a form of urban theory that can follow the creative path of urban dwellers – across the city or around the world – as they remake cities (Simone 1998) and that can draw on the transformative potential of shared lives in diverse contested – ordinary – cities to imagine new urban futures» (2006: 3). Se si applica la tesi della Robinson al ragionamento contenuto in queste pagine risulta evidente come un ‘pregiudizio coloniale’ abbia informato anche la teoria europea mainstream sulla questione urbana dell’immigrazione, che è andata costruendosi a partire da determinate realtà di determinate città – cioè quelle statunitensi e nord-europee – mentre altre realtà e altre città, come quelle sud-europee, sono state escluse da questo processo1. Se questo è vero vale la pena allora seguire la Robinson anche nella seconda parte del suo ragionamento, ed evitare di importare politiche e pratiche altrettanto mainstream con il rischio di rincorrere obiettivi mal formulati e prodursi in esiti discutibili. Per fare ciò bisognerà dunque partire dalla diversità, dalla conflittualità e dalla banalità dei contesti urbani italiani, per riscrivere nuove politiche che sappiano sfruttare i potenziali di innovazione degli abitanti stessi. Per un trans-nazionalismo controcorrente Cosa significa partire dalla diversità, dalla conflittualità e dalla banalità dei contesti urbani italiani in tema di immigrazione? Prima di tutto, partire dalle caratteristiche del fenomeno in Italia e dalla sua strutturazione territoriale. Se le riflessioni sulle politiche per l’inclusione degli immigrati sono ancora carenti, al contrario negli ultimi dieci anni ha iniziato a farsi piuttosto consistente una letteratura sulla descrizione e analisi del fenomeno anche rispetto alla sua dimensione spaziale (ad esempio Lanzani, 2003; Cremaschi 2008; Pompeo, 2011; Cancellieri & Scandurra, 2012). Una lettura di questa produzione porta ad assumere alcuni elementi come distintivi del caso italiano, in particolare relativi alla strutturazione territoriale del fenomeno, e se ne evidenziano tre ritenuti i principali: - una grande varietà geografica con almeno tre modelli distintivi di inserimento: nelle aree metropolitane, nella città diffusa e nelle ‘aree fragili’ (Osti & Ventura, 2012); - una pluralità di pattern insediativi all’interno delle aree urbane influenzata dalla grande varietà di nazionalità di origine, dalla componente di genere e status familiare, dall’inserimento lavorativo; - una tendenza alla periferizzazione/sub-urbanizzazione e scarsa segregazione spaziale influenzate dalle caratteristiche territoriali locali Un’operazione interessante che fa Robinson nel suo libro è una rilettura di alcune città che hanno profondamente influenzato la teoria urbana alla luce delle caratteristiche peculiari di città rimaste invece ai suoi margini (cfr. Revisitng Paris, Berlin and Chicago via the Copperbelt, 2006: 53). Se applichiamo lo stesso 1

Interessante notare come una prospettiva post-coloniale inizi a prendere piede anche in Italia nella letteratura che si occupa di città e immigrazione, vedi ad esempio Guarrasi, 2012 e Cremaschi, 2013.

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ragionamento e guardiamo Londra dal punto di vista dell’Italia cosa notiamo? Che l’immigrazione a Londra sta assumendo recentemente le caratteristiche di quella italiana e non vice-versa. Vertovec nel suo famoso articolo sulla super-diversità nota: «Britain can now be characterized by ‘super-diversity,’ a notion intended to underline a level and kind of complexity surpassing anything the country has previously experienced. Such a condition is distinguished by a dynamic interplay of variables among an increate number of new, small and scattered, multiple-origin, transnationally connected, socio-economically differentiated and legally stratified immigrants» (2007: 1024) Ma non sono forse queste (almeno la maggior parte) le peculiarità del fenomeno migratorio in Italia? Frammentazione delle origini (Ribas e Mateos, 2004), connessioni transnazionali (Ambrosini, 2008), differenziazione dello status (legali, illegali, cittadini italiani, neo-comunitari, richiedenti asilo), diffusione spaziale. In particolare quando andiamo a vedere come Vertovec descrive le nuove forme di spazializzazione del fenomeno (2007: 1041) notiamo delle forti assonanze con la situazione italiana: sia per quanto riguarda una diminuzione della concentrazione di specifiche cittadinanze in aree interne alla metropoli, sia per una maggior diffusione del fenomeno nel resto del paese anche in città medio-piccole e aree rurali. Partendo dunque da queste caratteristiche tutte italiane si potrebbe arrivare alla formulazione di politiche e pratiche che sovvertono l’impostazione mainstream europea: - accento non sull’esclusione ma sull’immigrazione come risorsa in contesti fragili: comuni piccoli, aree montane, aree rurali; - accento non sulla concentrazione in determinate aree (vedi iniziative area-based) ma sulle reti e connessioni: politiche reticolari e multi-scalari; - accento non sulla residenza ma sugli spazi urbani del quotidiano. Considerando questa prospettiva, l’Italia diventa potenzialmente un interessante laboratorio di superdiversità, dove sperimentare nuove politiche territoriali e modalità di azione che possono arricchire il dibattito internazionale. Riferimenti bibliografici Agustoni A., Alietti A. (2011), Migrazioni, politiche urbane e abitative: dalla dimensione europea alla dimensione locale, Fondazione ISMU e ORIM, Milano. Ambrosini M. (2008), Un’altra globalizzazione. La sfida delle migrazione trasnazionali, Il Mulino, Bologna. Arbaci S. (2008), “(Re)Viewing Ethnic Residential Segregation in Southern European Cities: Housing and Urban Regimes as Mechanisms of Marginalisation”, in Housing Studies, no. 23, vol. 4, pp. 589 - 613. Arbaci S. e Malheiros J. (2010), “De-Segregation, Peripheralisation and the Social Exclusion of Immigrants: Southern European Cities in the 1990s”, in Journal of Ethnic and Migration Studies, no. 36, vol. 2, pp. 227 - 255. Avenel C. (2004), Sociologie des «quartiers sensibile». Armand Colin, Paris. Blockland T. e van Eijk G. (2010), “Do people who like diversity practice diversity in neighbourhood life? Neighbourhood use and the social networks of ‘diversity-seekers’ in a mixed neighbourhood in the Netherlands”, in Journal of Ethnic and Migration Studies, no. 36, vol. 2, pp. 313 - 332. Bolt G., Burgers J., Van Kempen R. (1998), “On the social significance of spatial location: spatial segregation and social inclusion”, in Netherlands Journal of Housing and the Built Environment, no. 13, vol.1, pp. 83 - 95. Briata, P. (2014), Spazio urbano e immigrazione in Italia, Franco Angeli, Milano. Cancellieri A., Scandurra G. (a cura di, 2012), Tracce urbane. Alla ricerca della città, FrancoAngeli, Milano. Cremaschi M. (a cura di, 2008). Tracce di quartieri. Il legame sociale nella città che cambia, FrancoAngeli, Milano. Cremaschi M. (2013), “The Politics of Splintering: Immigrants and Urban Development in Buenos Aires, Kolkata and Rome”, in Planum, The Journal of Urbanism, no. 27, vol. 2, pp. 40 - 49. Fioretti C. (2013), “Abaco degli spazi urbani dell’immigrazione”, in Crios – Critica degli ordinamenti Spaziali, no.6, pp.47 - 60. Fioretti C. (2012), “La mixité in Italia: soluzione o problema?” lo Squaderno no. 25, pp.51 - 55. Goldsmith W. W., Blakely E. J. (2010), Separate Societies: Poverty and Inequality in U.S. Cities, 2nd ed. PA: Temple University Press, Philadelphia. Guarrasi V. (a cura di, 2012), La città cosmopolita. Geografie d'ascolto, Palumbo, Palermo. Lanzani A. (2003), I paesaggi italiani, Meltemi, Roma.

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Controluoghi. Agro Pontino, sprawl-field Enrico Formato Università degli Studi di Napoli Federico II DiArc – Dipartimento di Architettura Email: e.formato@unina.it

Abstract Il controluogo è un nodo particolare dello spazio, uno squarcio sul presente e sulle possibilità di orientarne le trasformazioni. E’ un luogo “contro” perché apre a condizioni spaziali ed associative inedite. Nell’Italia fascista i luoghi del regime sono Via della Conciliazione e Via dei Fori Imperiali; uno dei controluoghi più interessanti è l’Agro Pontino, con la sua essenza di post-città nel paesaggio: una “diffusione insediativa” che ribalta i tradizionali rapporti tra terra ed edificio, sprawl-field invece che sprawl-town.. Il piano di posa di questo sistema ibrido, ciò che rende “continuo” e “integrato” il rapporto tra coltivazione, città-giardino e borghi di servizio, è il “suolo bonificato”, fatto di canali, trincee, scavi, dune e barriere frangivento: una visione di come sarebbe potuta incardinarsi la diffusione insediativa, non solo in Italia, sulla base di un progetto di suolo a scala geografica. L’Agro Pontino risente oggi di un diffuso inquinamento ambientale, dovuto all’agricoltura intensiva, all’epansione insediativa, all’industrializzazione della Cassa per il Mezzogiorno. In rapporto a questa condizione, a fronte di una canonica bonifica settoriale, il Laboratorio P-Rex, diretto da Alan Berger, ha proposto Rewtland (2008) una nuova bonifica “sistemica” che mette a sistema le esigenze di fito-depurazione ed un progetto di paesaggio e nuovi usi pubblici. Il progetto propone la realizzazione di due “macchine” naturali che usano il metabolismo ambientale per la bonifica delle acque e dei suoli. L’Agro Pontino si candida così ad essere un controluogo anche nell’Italia dei nostri giorni. Parole chiave: sprawl, ecology, composition

1 | Luoghi e controluoghi I controluoghi, sono nodi non consueti dello spazio. Una condizione analoga a quella delle eterotopie (Foucault, 1994) ma che pare soprattutto rimarcare una discontinuità riferita al mondo della produzione e trasmigrazione delle idee: ipotizziamo siano punti di condensazione relazionale, in cui una teoria, una narrazione o un modello, non necessariamente con consapevolezza, diventa realtà spaziale. Questa condizione rende i controluoghi diversi dal contesto, determinando fratture nella topologia dei rapporti e delle prossimità. Tuttavia, a differenza delle eterotopie, i controluoghi non rappresentano necessariamente una piega, luogo di addensamento dei flussi, né uno specchio, ingannevole rimando a situazioni fantastiche o lontane, nel tempo e nello spazio. Questi territori, proprio per la propria natura serena, per il carattere della propria epifania, che deriva da una sorta di distrazione dall’ordinamento spaziale dominante, sembrano basati su di un solido equilibrio interno – una condizione di autonomia, analoga al rapporto tra villa extramoenia e città (Ackerman, 1992) - e anche, come nel seguito si proverà ad illustrare, connotati dalla tendenza a concretizzare la propria forma con asciuttezza, senza “ornamento”. Il controluogo non è dunque un’archeologia (che rimanda ad un tempo lontano) o un’utopia (verso un futuro lontano), né una forma illusoria di spaesamento (come l’eterotopia); è uno squarcio intenso sul presente e sulle possibilità di orientarne le trasformazioni. E’ un luogo “contro” perché apre a condizioni spaziali ed associative inedite, senza nostalgie o astrazioni ipertestuali. Riconoscere questi singolari ordinamenti spaziali vuol dire valutare concretamente alternative allo stato di fatto, ai paesaggi e al sistema formale di riferimento. Vuol dire riconoscere un’alternativa attraverso la

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rappresentazione di opposizioni, conflitti tra idee e forme, interessi e opportunità; creare un mondo di scelte di per sé dirompente, abbandonando ogni pretesa storiografica e di neutralità. Occorre scegliere: tra luoghi e controluoghi non c’è mediazione. Nell’Italia degli anni 20 e 30 i luoghi del regime sono Via della Conciliazione e Via dei Fori Imperiali; uno dei controluoghi più interessanti è l’Agro Pontino, con la sua essenza di post-città nel paesaggio: una “diffusione insediativa” che ribalta i tradizionali rapporti tra terra ed edificio, sprawl-field invece che sprawltown. L’Agro Pontino si candida ad essere un controluogo anche della contemporaneità, se verrà realizzato il progetto Rewetland proposto dagli studiosi americani del P-Rex diretto da Alan Berger. 2 | Oltre il «rispecchialismo» L’ortodossia marxista, sulla base di una relazione, supposta diretta, tra strutture produttive e sovrastrutture (società, economia, cultura, territorio, ecc.), ha teso a subordinare la soluzione delle questioni territoriali al salvifico e prioritario ribaltamento dei rapporti di dominio ed organizzazione delle strutture economiche e produttive (Roggi, 2006). Questa posizione rispecchialista (Secchi, 2013), già messa in crisi nell’apparato ermeneutico gramsciano (con particolare riferimento al rapporto tra dominio e cultura, cfr. Negri, 2005), è messa in discussione in maniera sostanziale dal pensiero strutturalista degli anni Sessanta il quale prova a «riportare Marx con i piedi per terra» (Althusser, 2008), ipotizzando un diverso, reciproco rapporto, tra le condizioni relative alla forma di produzione e di riproduzione dei capitali, le forme concrete con cui il mondo si offre all’esperienza ed il mondo delle idee e delle forme che ne costituiscono la figura. In questa concezione lo spazio assume valore in sé, non è specchio dei valori politici né, tantomeno, risultato scontato dell’organizzazione economica. All’interno di un medesimo sistema di produzione possono quindi darsi differenti sistemi ideologici, formali e spaziali, diverse politiche: nell’epoca della recessione successiva al crack del 1929, ad esempio, la nazionalizzazione, la pianificazione centralizzata, l’ampliamento della produttività manifatturiera, sono caratteristiche che accomunano gli Stati Uniti del New Deal, l’Unione Sovietica dei Piani quinquennali, la Germania e l’Italia, fasciste e corporative (Schivelbusch , 2008). Tuttavia il modo di governare il sistema produttivo muta notevolmente da un paese all’altro; da questa differenza si alimenta il conflitto tra le nazioni e tra le classi sociali (lotta di egemonia e potere tra Stati-Nazione, lotta di classe). Allo stesso modo, all’interno del medesimo sistema di produzione si sviluppano, migrano e si trasformano, idee anche radicalmente opposte. Ognuna di esse fa riferimento ad un insieme di valori, formali ma anche politici, ben preciso, tra i quali non può esistere mediazione. Non si dà, ad esempio, la sopravvivenza della Bauhaus (delle sue forme, del suo spazio) nella Germania Nazista. Così, tuttavia, gli anni 30 sono per gli Usa l’epoca dell’utopia usoniana di Wright e, allo stesso momento, dell’importazione delle infinite prospettive haussmaniane, ad opera della Scuola di Chicago. Allo stesso modo l’Italia degli anni 20 è la nazione degli sventramenti di Piacentini, delle prospettive e delle quinte urbane da parata e dei diradamenti monumentali, ma anche il terreno di sperimentazione – a partire dall’Agro Pontino, alla Sardegna, all’Emilia, alla piana del Sele, fino alla Sicilia e alla Puglia – delle bonifiche integrali, ovvero della ricerca di un nuovo, moderno, rapporto tra città e campagna. 3 | Sprawl-field Tra la fine degli anni 20 e l’inizio della guerra, in un angolo recondito e nascosto dell’impero, in un antico ed impenetrabile controluogo come la palude dei Caetani, sembra realizzarsi, mediante la “bonifica integrale dell’Agro Pontino” la concretizzazione “perfetta” dell’idea howardiana di terzo magnete, città-natura. Nella “bonifica integrale” – un’esperienza dovuta all’Opera Nazionale Combattenti guidata da Valentino Orsolino Cencelli – manca in sostanza la previsione d’insediamenti industriali: la bonifica è legata all’agricoltura, mediante l’appezzamento e la concessione a coloni dei terreni sottratti alla palude, dotati di funzionali casali e inseriti in un sistema insediativo di servizio alla produzione in cui alcune attività di supporto sono organizzate su scala collettiva (i terreni, assegnati ai coloni, sarebbero di contro diventati dopo un certo numero di anni proprietà privata dei coltivatori). Il sistema insediativo dei territori bonificati è schematizzabile in tre strati: i “casali” che punteggiano gli appezzamenti (circa 4000 unità); i “borghi”, di servizio alla produzione agricola e con piccoli servizi collettivi; le cinque “città-giardino” che, a partire da Littoria (realizzata su progetto di Oriolo Frezzotti del 1932), vengono insediate in modo piuttosto regolare nell’Agro e sui suoi bordi. I “borghi” presentano una struttura insediativa ricorrente, con la chiesa, la casa del fascio, il credito agricolo, uno spaccio-osteria e una scuola. Le “città-giardino” (Littoria, oggi Latina, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia) non vanno considerate come delle “città di

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fondazione”, ma come parti urbane di un insediamento diffuso più ampio, prettamente rurale, che è quello dell’Agro: insediamenti di fondazione e campagna bonificata sono un tutt’uno indissolubile, «esse non sono città ma centri comunali agricoli: indissolubilmente legate al loro territorio e alla terra che produce […]. Non è ora più possibile parlare di città ma occorre vedere la regione-città, la provincia-città, la nazione-città» (Piccinato, 1934: 12).

Figura 1 | La struttura territoriale della “bonifica integrale”. Particolare planimetrico ed elementi: suolo; podere; borgo di sevizio; città-giardino.

Il piano di posa di questo sistema insediativo-rurale, ciò che rende “continuo” e “integrato” il rapporto tra coltivazione, città-giardino e borghi di servizio, è il “suolo bonificato”, fatto di canali, trincee, scavi, dune e barriere frangivento: una complessa macchina idraulica che recupera all’agricoltura uno dei luoghi più arretrati e sottoutilizzati del Paese. Il risultato finale – cui probabilmente si arrivò attraverso neanche un piano iniziale chiaro ma mediante un insieme di scelte accomunate dall’ideologia antiurbana e rafforzate dalla convinzione crescente della riuscita dell’operazione – è straordinario, soprattutto perché è qui, nell’antica, impenetrabile e oscura palude dei Caetani, che il concept territoriale di Howard (la città giardino è un insieme non separabile tra cinque parti di campagna ed una parte insediata) sembra realizzarsi, con le cinque città-giardino in equilibrio con un territorio rurale di cui diventano parte inscindibile: a differenza di Letchworth e Welwyn (gli esperimenti inglesi di città-giardino realizzate nel primo ventennio del 900), ben presto assorbite nell’orbita gravitazionale della Grande Londra, l’Agro Pontino si struttura compiutamente come un sistema autonomo, definitivamente anti-urbano ma al contempo diffusamente abitato: una visione di come sarebbe potuta incardinarsi la diffusione insediativa, non solo in Italia, sulla base di un “progetto di suolo” (Secchi, 1986) a scala geografica. Il suolo, i campi, la conformazione del piano di posa, strutturano la nuova entità spaziale in cui si disperde la città ottocentesca, densa e caotica: una sprawl-field, ovvero un campo disteso, a tratti insediato (con un rapporto, che a tutt’oggi resiste, con circa 1 parte costruita ogni nove parti agricole, del tutto sbilanciato a favore dello spazio aperto). Si configura una macchina, che forza la natura dei luoghi mediante un potente dispositivo ibrido: 2600 km di canali, di cui 2150 scavati ex novo e circa 200 pompe idrovore; il suolo

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opportunamente conformato; sistemi frangivento e piantumazioni “mirate” di eucalipti (straordinarie idrovore naturali) e monumentali Pinus pinea. Ne deriva un metabolismo misto che mette in sinergia natura ed artificio, contribuendo alla definizione di una eccezionale produttività agricola (a tutt’oggi la dismissione agricola si attesta intorno al 2% delle aree non urbanizzate) e di un’architettura del paesaggio misurata, in equilibrio tra modernità e preesistenze ambientali, anticipazione significativa di una delle linee di ricerca più originali della cultura architettonica italiana del 900 (Gregotti, 1966). L’Agro Pontino configura una nuova entità geografica (estesa quasi quanto l’intera Provincia di Napoli, con una popolazione di circa 450.000 abitanti) che a tutt’oggi – dopo l’industrializzazione del dopoguerra e la diffusione insediativa incrementale che ha investito queste come le altre pianure del paese – mantiene una sua identità tra Napoli e Roma, senza finire assorbita compiutamente nel raggio d’influenza né dell’una né dell’altra metropoli.

Figura 2 | Sabaudia, piazza della Rivoluzione: fotografia d’epoca e principi della composizione (su disegno di Luigi Piccinato)

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Figura 3 | La foce del Canale Acque Alte

Le cinque città-giardino (Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia) realizzate tra il 1932 e il 1939, sono pensate e concepite in rapporto tra loro e con la campagna bonificata in un’organizzazione territoriale che si riflette anche nei caratteri architettonici e nell’impianto degli insediamenti, non affidati ad architetti di fama (ad eccezione di Sabaudia, progettata da un gruppo in cui spicca la figura di Luigi Piccinato), ma realizzati nello spirito di un pragmatismo ruralista che semplifica e riduce al massimo il “rumore visivo” e la congestione urbana. Un ritorno al medioevo, proprio come nelle garden city inglesi, però qui è il “comune quattrocentesco” a ispirare l’architettura urbana: gli elementi della città della storia, ridotti a forme pure come nelle Piazze d’Italia di De Chirico, sono composti con un dinamismo planimetrico degno delle coeve composizioni di pittoriche di Mondrian ed architettoniche di Van Eesteren. A Littoria, ma ancor meglio ad Aprilia o Sabaudia, la sequenza di spazi pubblici centrali è fluida, il paesaggio e la natura diventano elementi del progetto, le prospettive evitano gli allineamenti semplici, la stessa retorica del cardo-decumano è scomposta e traslata: la simmetria lascia così il passo alla “sequenza” e al “percorso”. La ricerca moderna sull’equilibrio dinamico (che segna la linea espressiva che da Mondrian giunge sino a Calder) irrompe in un mondo di prospettive centrali, di retoriche forzate, di ostentate semplificazioni. Tanto l’architettura della città fascista è retorica e regressiva, tanto quella delle campagne bonificate – per un insieme di cause forse riconducibile ad una sorta di confusione tra ideologia antiurbana e antiborghese del fascismo delle origini e bonifica, o anche per un’identificazione tra “architettura funzionale” e “pragmatismo agrario” - è progressiva e avanguardistica; sicuramente più avanzata, dal punto di vista della riuscita dei modelli e della qualità degli interventi, delle coeve esperienze anglo/americane. 4 | P-Rex. Ritorno all’Agro La particolare caratteristica di controluogo dell’Agro Pontino è rafforzata dal progetto Rewetland, un esperimento di fitodepurazione e ri-bonifica predisposto nel 2008 dal laboratorio P-Rex (Project for Reclamation Excellence, Harvard University e Mit) diretto da Alan Berger nell’ambito del programma di sostegno comunitario Life+, per la tutela dell’ambiente e della natura. L’Agro Pontino risente di un diffuso inquinamento ambientale, iniziato con lo spargimento di Ddt da parte degli Alleati alla fine della Seconda guerra mondiale ed in larga parte derivante dall’utilizzo di pesticidi e concimanti chimici (nitrogeno e fosforo) per la produzione agricola intensiva. Il metabolismo “perfetto” della macchina della bonifica è stato inoltre modificato dall’urbanizzazione degli ultimi sessant’anni, sia di tipo residenziale (ampliamento delle città-giardino, proliferazione della diffusione insediativa lungo le direttrici di collegamento tra borghi), sia di tipo industriale. Le industrie, soprattutto di tipo chimico (esito della politica di sussidio statale della Cassa per il Mezzogiorno), oggi in larga parte

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dismesse, hanno lasciato un suolo localmente intriso di idrocarburi e altri agenti inquinanti che hanno contaminato le acque della falda superficiale. Nei pressi di Latina, c’è inoltre la prima centrale elettronucleare italiana, dismessa dal 1986 ed a tutt’oggi in corso di smantellamento. In rapporto all’inquinamento rilevato, a fronte di una canonica bonifica settoriale delle acque e dei suoli, Rewetland ipotizza una bonifica “sistemica” (Berger, 2009), mettendo a sistema le esigenze di fito-depurazione con un progetto di paesaggio e di nuovi usi pubblici. Il progetto propone la realizzazione di due “macchine” naturali volte ad “utilizzare” il metabolismo ambientale per la bonifica delle acque e dei suoli.

Figura 4 | P-Rex, Alan Berger. Rewtland: la wetland machine (in rosso)

Il primo dispositivo, denominato wetland machine, è costituito da un suolo-spugna, localizzato 6 km a Nord di Latina: una sorta di ripaludamento (artificiale) atto a favorire lo scambio biologico e le funzioni di filtraggio della vegetazione acquatica. La macchina raccoglie il flusso del Canale delle Acque Alte e le convoglia in una gigantesca serpentina che, su di una estensione di 2,3 kmq, rallenta il flusso (al di sotto di 1,5 Km/h) consentendo alla vegetazione una funzione di depurazione pari al 90% dell’inquinamento presente. La macchina idraulica non è un luogo per la depurazione tradizionale; ambisce a diventare un’area d’uso pubblico, con spazi per la pesca, lo sport ed il contatto con la campagna. Costituisce inoltre un’operazione che, dal punto di vista del paesaggio e degli habitat ecologici, ripristina in parte l’ambiente precedente alla bonifica novecentesca.

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Figura 5 | P-Rex, Alan Berger. Rewetland: il sistema retrodunale.

Un secondo dispositivo consta di una macchina dunale: il turismo costituisce una eccezionale potenzialità, in parte inespressa, della regione, specialmente in relazione all’utilizzo della linea di costa. La Provincia è in possesso di dati che mostrano un massiccio incremento dei rifiuti, dell’inquinamento delle acque e di traffico durante i mesi di punta dell’estate. Dopo aver analizzato i trend della popolazione permanente e di quella temporanea di Latina nell’arco dei dodici mesi, e dei loro rispettivi flussi di rifiuti, P-Rex ha proposto un turismo alternativo nell’area: una versione a basso impatto rispetto allo sviluppo standard ai margini del Mar Mediterraneo, con un accesso veicolare diretto all’interfaccia mare/terra (un principio che gli studiosi americani sembrano riprendere direttamente dalle lezioni dei grandi parchi naturali ottocenteschi, come Niagara Falls Park e Giant Sequoia - Yosemite Park). Attualmente esiste un ambiente di basse dune tagliato da una strada che serve le case di vacanza contribuendo, con la sua presenza, all’erosione della costa. Il progetto prevede l’eliminazione della strada retro-dunale, la realizzazione di scambi diretti tra viabilità e spiaggia (bande di parcheggio naturale), la realizzazione di una nuova viabilità di accesso alle residenze (dall’entroterra) e l’ispessimento dell’area filtro tra campagna e mare. I vantaggi di questa proposta sono molteplici: dall’ampliamento delle possibilità di fruizione pubblica a quelle legate all’incremento della diversità vegetazionale, con ripercussioni positive per l’ecologia ed il sistema diffuso della fitodepurazione, tale da creare una sorta di “paratia verde” che interrompe il deflusso delle acque inquinate verso il mare. Nel complesso l’operazione proposta da P-Rex introduce nuovi elementi di natura selvaggia all’interno della griglia della bonifica novecentesca (l’unico habitat paragonabile è attualmente quello del Parco del Circeo, nei pressi di Sabaudia). Questi lacerti naturalistici ripropongono, mediante operazioni artificiali di nuova bonifica, paesaggi ed ambienti della palude; le macchie paludose servono al funzionamento della macchina idraulica in quanto costituiscono dei tessuti-filtro capaci di adattare il metabolismo ibrido dell’Agro alle nuove esigenze derivanti dalle condizioni di inquinamento ed urbanizzazione degli ultimi decenni. In questo senso Rewetland è un’operazione analoga alla bonifica integrale, non la sua negazione. Uno sviluppo di questo progetto potrebbe spingere avanti l’approccio sistemico, rafforzando le relazioni tra le due macro-macchine territoriali e l’insieme diffuso, dei drosscape da risignificare (Berger, 2006): la centrale nucleare le fabbriche dismesse, i depositi a cielo aperto, le infrastrutture non più in uso.

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Riferimenti bibliografici Ackermann J. (1992), La villa. Forma e ideologia, Einaudi, Torino (ed. originale 1990). Althusser L. (2008), Per Marx, Mimesis, Milano (ed. originale 1965). Berger A. (2006), Drosscape: Wasting Land in Urban America, Princeton Architectural Press, New York. Berger A. (2009), Systemic Design © Can Change The World”, SUN Architecture, Netherlands. Foucault M. (1994), Eterotopia. Luoghi e non-luoghi metropolitani, Mimesis, Milano. Gregotti V. (1966), Il territorio dell’architettura, Feltrinelli, Milano. Negri A. (2005), La differenza italiana, Edizioni nottetempo, Roma. Piccinato L. (1934), “Il significato urbanistico di Sabaudia”, in Urbanistica, no.1 Roggi E. (2006), Le autoblinde del formalismo. Conversazione con Viktor B. Sklovskij tra memoria e teoria, Sellerio, Palermo. Secchi B. (1986), “Progetto di suolo” in Casabella, no. 520-521, pp. 19 - 23. Secchi B. (2013), La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza, Roma-Bari. Schivelbusch (2008), Tre New Deal. Parallelismi fra gli Stati Uniti di Roosevelt, l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939, Marco Tropea Editore, Milano. Sitografia Sito del laboratorio universitario P-Rex: http://prex.mit.edu/ Progetto di bonifica sistemica dell’Agro: all’ipotesi avanzata da P-Rex hanno fatto seguito approfondimenti progettuali di piccolo entità, solo parzialmente riconducibili alla logica “integrata” della proposta generale. Si possono consultare i progetti dei primi stralci sperimentali, in corso di attuazione: http://www.rewetland.eu/life/

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The concept of exception: from politics to spatial domain Abdelrahman Halawani

PhD Candidate, Palermo University Department of Architecture Email: halawani.abed@gmail.com

Francesco Lo Piccolo

Full Professor, Palermo University Department of Architecture Email: francesco.lopiccolo@unipa.it

Abstract During the last decade, the concept of the state of exception has branched out from the field of politics into other fields, including planning. Since planning is inseparable from politics and because planning laws are largely influenced by the nature of each political regime. The Italian philosopher Giorgio Agamben was inspired by the German philosopher Carl Schmitt and consequently developed a theory of the state of exception. Schmitt pointed out that the context of exception is declared by a sovereign power and he tied this concept with dictatorship. Agamben, however, argues that the state of exception is not a special kind of law, but it is a zone of anomie, where all legal determinations are deactivated (Agamben, 2005: 50). According to Agamben, the state of siege (the state of exception in Agamben’s terminology) has its origins in France during the revolution when the constitution was suspended, and many other states also experienced it during the First World War. Recently, the paradigm of exception does not just occur when a hegemonic power becomes above the law; it also occurs when laws are made in order to suite the desire for control and subjection. From this perspective, the context of exception enhances the centrality of hegemonic power and it can be said that it is incompatible with the principles of justice. Hence, this context significantly raises questions of fundamental rights of citizenship, the right of the space, and spatial justice. Drawing on examples from many contexts around the world, starting from the most obvious cases where the paradigm of exception has been deployed for the purpose of subjection and control such as the case of occupied Palestine, this paper gradually highlights other contexts in which the paradigm of exception has been deployed. The occupying power (Israel) has deployed the model of exception to produce urban and regional confinements in which Palestinians have experienced land confiscation, restriction of movement, and inaccessibility to private lands. This study shows that there are other examples of spaces of exception globally, but they have never been produced at the same level of oppression and torture as in the context of occupied Palestine. This study will consider the flow – and multiple declinations - of the ‘state of exception’ model in different contexts, such as the context of refugees and contexts of emergency that are related to different political regimes, Italy included. Keywords: Emergency, Palestine, State of exception

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1 | Introduction An understanding of the concept of exception as a model, through which a hegemonic or an occupying power may use it to centralize its authority, helps to unveil the deceiving role of both powers in the formation and enactment of control, subjection and discrimination. This paper reorients this model from politics to spatial domain, illustrating that it is not confined into political arenas, but it is also deployed to produce zones of exception (spaces of ‘void of law’), where people are excluded from the domain of the law and are stripped of the rights of space. «A norm whose application has been suspended», that is how exception was described by Agamben (2005:40). Some examples from various contexts around the world are explored in this paper, where deactivation of norms and emptiness of law are widespread practices. In the case of occupied Palestine, as this paper will illustrate, Palestinian’s life (especially who live in zones of exception) are reduced to bare life; body scanner, and inspection of identity become a permanent mechanism that they face daily. As it was described by AbuZahra (2009), Israeli-issued ID cards for Palestinians are colour-coded, signifying the geographic zone to which each person is confined. Then, different degrees of power exercising over them have been implemented in relation to these codes. In the context of refugee camps, refugees are deprived from the right to have rights. After that, this paper analyses the context of emergency where people experienced serious transgressions against them. Through the model of exception, the discipline of planning is an extension of the mechanism of suspension of the norm; despite that planning is a field of study structured around fair development, through this mechanism planning becomes a repression tool. Consequently, planning is one of the instruments that can be used to exercise power and to oppress certain group of people. This paper has examined examples in which planning is based on discrimination rather than reform principles, such as enhancing the living condition of people. This paper starts by examining Agamben’s theory of the ‘state of exception’ and its influence on people life, which is transformed into bare life. Then it presents multiple contexts of deployment of the model of exception, showing that this model is not only related to a certain context of spatio-temporal suspension of laws, but it can be directed towards multiple contexts. 2 | The ‘state of exception’ theory and hegemony The state of exception answers a central question: how can power manipulate a juridical system to be itself the law? Agamben (2005) reveals the way in which a political regime can move craftily to state of exception by circumventing constitutional principles and suspending the existing law. Agamben conceptualizes the circumstance of exception highlighting the point that the same power that suspends the law, produces it again. He argues that when a political system (a state) faces a political crisis, it suspends laws and seeks to put in place another law. Under these circumstances a political system seeks to deploy the mentioned ambiguous condition for its desire of control. Agamben was inspired by Carl Schmitt who wrote the book ‘Political Theology’ (originally published in 1922). Political Theology is about the kind of the political authority that had been developed in Western Europe. Schmitt clarifies that the exception is different from anarchy and chaos although the context of exception is produced by the suspension of the entire legal order. According to Agamben (1998:19) chaos is necessary to produce the context of exception: «chaos must first be included in the juridical order through the creation of a zone of un-distinction between outside and inside»; and according to Agamben, it is not the situation of exception. In fact, Agamben (1998: 18) points out that: «the state of exception is thus not the chaos that precedes order but rather the situation that results from its suspension». Therefore, chaos is not the result of imposing the exception, but rather it is a mean by which power may use to produce the context of exception, in which the distinction between action inside or outside the law becomes unclear. Suspension of the laws makes an atmosphere in which power seeks to undertake unilateral central decisions, attempting to establish a system of power relation that serves its own interest. When power suspends the law, it continues to monopolize decisions out of law; meanwhile minor powers have no role of influence in the

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production of new laws: «What characterizes an exception is principally unlimited authority, which means the suspension of the entire existing order. In such a situation it is clear that the state remains, whereas law recedes» (Schmitt, 1985: 12). Given these circumstances, a political regime becomes a central power and tends towards hegemony, facilitating its desire not just to undertake actions out the juridical order but to become the law itself. The obvious step towards centrality is the declaration of the context of exception, which is decided by a political regime; as Schmitt points out, «sovereign is who decides on the exception» (Schmitt, 1985: 5). In this context a political regime becomes unbounded with laws and norms, gaining unlimited authority to impose new laws. That is similar to the character of monarchical regime that had ruled Western societies until the 19th century, described by Foucault (1997: 26) in terms of a juridical structure which was established at the demand and for the benefit of the royal power. The outcome of this process towards centrality, as Foucault (1997: 27) explained, is a proliferation of relations of subjection and domination within the social body. The point which is important to highlight is that, although the way to the unfair centrality may take diverse forms through time, it retains the same meaning: keeping the rules of subjection, marginalization, and control intact. The theory of the state of exception, as it has been noted by Downey (2009: 109), goes beyond the binary distinction of dichotomies such as inside/outside or inclusion/exclusion, but is the matter in which «zone of in-distinction» exists. Agmaben (2005) clarifies the context in which there is no law and order; consequently, the «emptiness of law» can be used to legalize what cannot be legal. Drawing on that point, hegemonic power finds in the situation of exception a suitable condition in order to legalize lawlessness actions. The state of exception is declared and imposed in the name of necessity, which becomes source of law and it is used as a “legitimate idea” to suspend existing laws. From this perspective, it can be understood that necessity, as a concept related to power, may be instrumentally used to justify oppression and exclusion; according to Agamben (2005:24) necessity acts to «justify a single, specific case of transgression by means of an exception». Consequently, the principle of necessity becomes a base on which new structure of laws are shaped by hegemonic power. It is worth to mention that despite the law may be used as a legal order, it does not mean that it is a legitimate order. Charl Schmitt (1985) differentiates between the two concepts, legality and legitimacy, in order to highlight how sometimes the law cannot be legitimate. 3 | The state of exception and a bare life To consider the concept of exception as a political concept, we have to explain its influence on human life. It is associated with a particular role in reproduction domains in which human natural life should be controlled by hegemonic power. Therefore, through the paradigm of exception, people can be oppressed and also categorized into groups in order to exercise power over them. This process can be developed by bio-politics mechanism which clarifies the meaning of politicization of life, when «natural life begins to be included in the mechanisms and calculations of state power, and politics turns into biopolitics» (Agamben, 1998: 71). Foucault (2007: 16) defines bio-politics as «a set of mechanisms through which the basic biological features of the human species became the object of a political strategy». According to Pløger (2008: 61), Foucault views space as a medium through which a bio-politics is implemented by the classification of human bodies into normal and a-normal. Through the mechanism of bio-politics, a power can classify a group of people (depending on ethnicity) to impose subjection upon them. Therefore, discrimination based on racial considerations is well-matched with the bio-power, and racism allows power (according to Foucault, 2003: 255) to treat population as a mixture of races and subdivide them also into subspecies in order to control them. Agamben (1998) in his book Homo Sacer: Sovereign and Bare Life, examines the relation between the exception and its devastating consequence on human life, which occurs under the guise of the law. He describes the status of homo sacer in ancient Rome: persons that may be killed (without this act being considered murder) but not sacrificed. Agamben uses the metaphorical figure of the homo sacer in order to signal the existence outside the law, in terms of exclusion and deprival of rights.

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Agamben traces that history to theorize the continuous production of the status of homo sacer in contemporary societies; although the homo sacer phenomenon disappeared, it is found nowadays when hegemonic power suspends the law: this implicates subjection and marginalization within the juridical order. The point that Agamben (1998) wanted to highlight is that those who are banned from juridical considerations, are consequently embodiment of the homo sacer; Agamben also highlights that the ban (suspension of juridical order) allows bare life to exist and to be maintained in contemporary society. Accordingly, the context of exception is more than suspension of the law. Moreover, it leads to include man’s life in the mechanism of power, transforming the normal life to bare life and certain people to homo sacer. People who exist in the situation of exception, their life become precarious because of in-distinction between actions that are in the law from that are outside. Therefore, the violence become in the law. According to (Downey, 2009), the state of exception through suspension of the law, it turns people to the condition of bare life. The paradigm of exception has brought out many zones of exceptions, where torture and deprivation from basic rights are undertaken in the space. For example, Agamben mentions that Guantánamo Bay is a zone of exception, which was produced by US during its invasion of Afghanistan (Gregory, 2006). Agamben criticized US law, that was enacted on November 13, 2001, because it authorized the indefinite detention and trial by military commission (Agamben, 2005, 3) of people who had been imprisoned, being their legal status denied (Gregory, 2006). Guantánamo Bay had been described as a lawless place and as a place of indeterminate time; a place where prisoners are subject to indefinite detention without trial (ibid). It is worth mentioning that there are many examples around the world of spaces of exception, where people are reduced to forms of bare life, but with different level of oppression. The next sections address empirical situations where the model of exception is deployed, producing bare life. 4 | Spaces of exception The space of exception is subjected to suspension of the norms and laws. Agamben (2005) argues that through the paradigm of exception the force of the law is transformed into the force without a law: «the state of exception is anomic space in which what is at stake is a force of law without law» (Agamben, 2005: 39). In this sense, lawlessness and normlessness actions become the new norm in the space of exception. The following empirical evidences show different examples of deployment of the state of exception theory in various contexts (context of occupation, refugees, and emergency), in order to clarify the way in which this theory is implemented and deployed for the purpose of control and subjection. It is worth to note that although there are many contexts around the world where people have witnessed and experienced to live in spaces of exception, that is never to the degree of oppression in the context of occupation. 4.1 | The context of occupation

The matter of occupation in Palestine is not limited to the control over a physical and geographical area, but it is also the matter of producing zones of exception where Palestinians have been categorized into different categories such as those who live behind the green line (who live in 1948 areas) and those who are not (who live in 1967 areas), those who live behind the apartheid wall and those who are not, those who are Jerusalemite and those who are not. Since the building of the apartheid wall by Israel in 2002, many regions in occupied Palestine have been divided into enclaves and enclosures. This section highlights two examples in different scales; the first is related to the household scale and the second is related to the regional scale. 4.1.1 | Household scale, unfair confinement mechanism

Since the building of the apartheid wall, real confinement conditions exist. The wall has been planned to make zones of exceptions in which norms are suspended. Land confiscation, restriction of people movements, isolation from community, and lack of accessibility to farming lands have become a permanent Israeli policy

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that resulted in suffocating Palestinians into small spaces. One of the cases of unfair confinement mechanism is the case of the farmer Hani A’amer. Hani’s house is located in Masha Palestinian village. At the beginning of the Israeli work for building the wall to separate Masha from EL-kana Jewish colony (Fig. 2), bulldozers destroyed Hani’s garden, tree nursery, and flower shop. The wall also separated him from his land (335 dunums1), which he handed down over many generations. The wall was built right up close to his house, and it completely surrounded his house. At the end, his house was confined between concrete walls and fences of coiled barbed wire, and the view of the village was replaced by a giant concrete wall of eight meters height (Fig. 1 & Fig. 2). Before building the wall, Hani refused Israeli attempts to enforce him to leave his house where he has lived before the establishment of Elkana Colony. In an interview recorded in August 2013, he said: «It is common in all part of the world that once a person owns a land, then he/ she has the right to utilize it. But in our case that means a very big dilemma». He emphasized that his persistence on his right and with the help of the international and local institutions such as United Nations Reliefs and Works Agency for Palestine refugees (UNRWA), the risks of expulsion had decreased. Despite his refusal of “Israeli temptation” and the help of international institutions, the prison was established and became as a fact on the ground. When it was decided to build the wall that separates his house from the colony, “the Israeli military commander” proposed to him many spatial suggestions about the ways he can enter into his house: suggesting a path surrounded with fences and ending with a gate without any surrounding spaces of his house, or a gate to be opened in a very limited time during the day, which can only be opened by “Israeli soldiers”.

Figure 1 | Hani’s house is sandwiched between walls and totally isolated from surroundings. Source: the authors

Hani’s persistence on his rights, as he mentioned in the interview, helped him to improve the prison conditions in terms of the gate opening time. He was insisting to be given an access without any time limitation. Therefore, that put a pressure on the occupation authorities to reconsider their suggestion and then they erected a small steel door on the wall with a key given to him (Fig. 3). 1

One dunum equals 1000 square meters.

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Figure 2 | Hani’s house is surrounded between walls which cuts his family off from the Palestinian village of Mas’ha. Source: the authors

Moreover, the house is under surveillance by cameras twenty four hours a day. Consequently, the family life has been transformed to be included in the unjust mechanism of bio-politics, in which they experience bare life by having been subjected to continuous surveillance and unfair restrictions. As a result, the family (two parents with seven children) has been cut off from friends and Palestinians neighbours, and just few people visit the house because of fear. The family has to pass through two gates, living in isolation and in a situation similar to a jail. During the interview, Hani insisted not to stop living in his house or to abandon it under any circumstances, despite all suffering.

Figure 3 | Hani and his family must pass through gates to reach their house. Source: the authors

4.1.2 | Regional Scale, unfair confinement mechanism

The logic of exception, and specifically its two features: the suspension of laws and the deactivation of norms, has been deployed by the occupation to use planning as a tool of repression and exploitation. Despite that planning is supposed to enhance the living conditions of people, in the case of Qalqiliya district, planning has been used as a repression tool as well as an exploitation one. Planning system in area c (which is the gray color in the map below) is a dual system. One concerns the colonies and the other concerns Palestinian villages or Palestinians Bedouin communities. This system is a centralized one, headed by Israeli military commander (Alexander, 2010). This system aims to strengthening the existence of Jewish settlers while weakening the existence of Palestinians. For example, various master

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plans (about four plans) had been prepared for Zufin colony since 1989; while, until now, no master plan has been prepared to the nearby Palestinian community (Arab Al-Ramaben Al Shamali). Planning has been used also to build the elements of control such as the apartheid wall. In Qalqiliya district, the planned route of the wall is 90.4 Km; in which 42.4 Km was already constructed, and 4.4 km is under construction, and the projected segment is 43.5 km (Fig. 4). The wall separates 40,000 dunums (classified as agricultural lands) out of 170,000 dunums (the whole area of the district). The wall encircles the main city of the district (Qalqiliya) and also its surrounding villages, separating farmers from their agricultural lands, creating four enclaves (Fig. 4). The path of the wall was planned nearly adjacent to build up areas of Palestinians communities, while a great attention has been given to the out-line plans of Jewish colonies in order to ensure its future expansion. According to the study conducted by Bimkom and B’Tselem (2005), the path of the wall runs more or less on boundaries of their outline plans. That strategy results in adjoining much more vacant lands to colonies and at the same time separating lands from Palestinians communities. Hundreds of Palestinians families find themselves behind the wall, being cut off from regional services such education and medical services as well as pastures. They live in the area that extends between the wall and the green line which is called “seam zone”. They live under restricted rules, and their life depends on gates and permits regime. According to the direct observation and the interviews that were conducted in August 2013, the restrictions that they have been faced are the followings: firstly, they cannot exceed the green line and, if they do, they will be punished. Secondly, they are separated from other communities located in Qalqiliya district; nobody can visit them except by obtaining a permit from the “Israeli Civilian Administration”. Thirdly, their daily needs that may purchase from regional center (Qaliqiya city) such as food are under inspection: when they pass through the Israeli military check point (el-yaho), they upload all things from their cars to be inspected through machines (similar to airport inspection measures). Fourthly, construction materials are prohibited from entering this zone: indeed they are not allowed to build any building and even paving their roads. According to the interview held in August 2013 with Ashraf (the spokmen of A’rab ar Ramadin al Janubi), he said: «we have been prevented by Israeli soldiers from paving the main street of our community by base course». Indeed, the occupation authority deliberately lets them without planning laws. In other words they are unrecognized communities in term of planning; no master plans, and no building permits to be issued.

Figure 4 | The apartheid wall in Qalqiliya district. Source: the authors

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According to what has been mentioned, the emptiness of law, which is clear by the absence of any outline plan concerning Palestinians communities located in the “seam zone” in Qalqiliya district, cripples the use of planning. Clearly, planning is used when it benefits the occupiers as in the case of determining the route of the apartheid wall to ensure future expansion of the colonies, while it is deactivated in the case of Palestinians communities for the purpose of making their life intolerable. In this sense planning has been used to limiting and hindering Palestinian community development, leaving them with shrinking spaces. This reflects the Agamben's theory about the model of exception in which there is no law and norms are deactivated. 4.2 | The context of refugee camps Refugee camps are worldwide phenomenon. UN refugee agency estimates the number of refugees2 around the world in the mid of the year 2013 at about 11.1 million refugees. In the situation of war people flee from danger to other countries or they are expelled from their homeland. Thereby, hosting countries organize refugee camps which are considered as temporary spaces, because of the hope that refugees are going to return to their homes. Despite refugees are under the international humanitarian law, critics as mentioned by Hulzer (2013: 837) describe the status of refugees as a «legal limbo», as they live in a situation in which they are deprived from «the right to have rights». And despite the role of international humanitarian agencies in the management of refugee camps around the world, refugees in many cases face ambiguous conditions in which they are denied from local law of the hosting countries. Paradoxically, refugee camps are in and out of the law of the hosting state; from one hand a state recognizes refugee camp as a space under its law of sovereignty, but on the other hand refugees are deprived from the right of citizenship. Moreover, it is noted (Hanafi, 2010) that the atmosphere in which there is no clear law related to refugees (i.e. a context of exception) increases the possibility of tyranny, and of denying their basic rights. The literature about refugees contains various empirical evidences of the conditions where they are stripped of human rights and excluded from legal domain. Furthermore, refugee camps can be considered as zones of exceptions because hosting countries categorize refugees as a group outside local law. In the case of Tanzania, as investigated by Landau (2006), the context of exception was created by politicians by inflating and manipulating xenophobia. As a response of dominating xenophobia, new laws were imposed that dehumanize their life and deny their rights. Thereby, the context of exception categorized refugees as a group that should be isolated from local citizens. So they were isolated in internationally managed camps, and the state imposed restriction on their movements outside the camps; the refugees are not allowed to exceed the distance about 3 km from the camp (Landau, 2006: 339-341). The idea of threating national ethos by refugees and make that idea a dominant one by politicians influence every aspect of refugee life. Diken (2004: 84) points out that considering refugees as a constant threat to the image of order lead to exclude them from the domain of law, although they are still subject to it. And that it is, according to Diken (2004: 84), the zone of in-distinction between inclusion and exclusion. In this sense they are deprived from the right to have access to the space of the city, to the right to own property, and to the right to non-discrimination. Therefore, these circumstances force them to live in a space of poverty as illustrated by Sanyal (2014: 561): refugee camps with the passage of time can turn into slums, especially when they have existed for many years. Buduburam refugee camp, which is located in Ghana, is also another example where refugees face exclusionary policies that force them to live with few legal protections (Holzer, 2013). In this case refugees are alienated from host law and are not protected by law as Holzer (2013, 860) points out: «the host police makes the law, and that makes it their law». When he asked one of interviewees about the police treatment, the 2

According to the 1951 Refugee Convention, a refugee is someone who «owing to a well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality, and is unable to, or owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country».

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interviewee gave a common response: «if I have a problem with Ghanian police … I don’t go to nobody because they are the overseers of the camp. They are the lawmakers». All the above indicates that the status of refugee in the mentioned cases is similar to the situation of the homo sacer, who is known from Roman law. Homo sacer as illustrated by Agamben (1998: 51, 52) is an outcast and banned person and is set out from human jurisdiction (i.e. a person without rights). The view of refugees as a threat flourishes decisions and policies to be issued in a ‘preventive manner’; questions about the way to provide the main essential needs in terms of adequate shelters, health, and education might be reoriented to focus on the matter of surveillance. 4.3 | The context of emergency

Agamben’s theories – the state of exception theory and the bare life theory – describe those contexts where the circumvention of laws and suspension of norms do occur, having as result the production and reproduction of spatial areas as zones which are characterized by a void of law. These phenomena can be found not just in in the case of occupying or hegemonic powers, but also in the Western European democratic countries. If we look at Italy, many examples testify the ‘suspension of norms’ as a common practice, which affects in particular planning activities. According to the state of exception theory, planning quite often becomes an extension (and an efficient field of application) of the mechanism of suspension of the norm, due to the (rhetorical) justification of emergency reasons. A classical example is the pervasive introduction and use of the ‘condoni edilizi’, which represent the most evident application of the suspension of the norms. Due to the emergency of a huge number of illegal and non-authorized buildings (and entire settlements, in some cases), the institutional solution has been the suspension of standard planning norms and procedures, and the recognition of a legal status for those nonauthorized buildings through the payment of a fee. The rhetorical of a context of emergency (as a result of the inefficiency of planning tools and procedures, as well as a consequence of the weakness of public institutions and officers) has justified the manipulation of the (planning) juridical system by circumventing constitutional principles (eg. the safeguard of natural landscape) and by suspending the existing law (eg. the duty of taking into consideration planning norms and rules). Agamben (2005) highlights how this ‘emptiness of law’ can be instrumentally used in order to legalize what cannot be legal in the name of necessity: emergency, that is necessity, becomes the source of law and it is used as a legitimate principle in order to suspend existing norms. There are other blatant examples of the use of the principle of necessity in order to produce new structure of laws by hegemonic power. The most blatant example is the case of the Aquila earthquake in 2009. After the earthquake, the inhabitants experienced bio-politic mechanisms of oppression and exclusion, through the suspension of standard norms and laws, according to a political strategy which transformed normal life into ‘bare life’. The state of exception which was established after the earthquake in order to implement the reconstruction turned the inhabitants status into the condition of bare life, depriving them of any citizenship right. Suspension of standard laws produced a situation in which institutional hegemonic power undertook central authoritative decisions, in order to establish a form of government which served its own interests, with the result of prevailing private interests over public ones. Decisions were monopolized under the suspension of law and through an unlimited authority (the ‘Protezione Civile’) exercising its power: under these circumstances the political regime became a central undisputed power, allowing its will not just of undertaking actions out of the juridical order, but of becoming the law itself. 4.4 | Conclusion

Agamben’s theories (the state of exception theory and the bare life theory) are useful to understand the role of circumvention of laws and suspension of norms in the production and reproduction of zones which represent a void of law. Examining various examples from different contexts around the world shows that bio-politics mechanism and the model of exception are deployed to categorize people and to exclude them from the domain of the law. Consequently, the concept of right collapses in the space of exception and in the name of necessity new laws are invented to exercise power over people.

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This paper illustrates that the paradigm of exception is also an analytical tool regarding the spatial domain, especially when and where people are deprived from their rights. This paradigm is used to legitimize oppression, subjection and control over people. In this model, the law is suspended, and then new laws are produced, in order to include lawlessness and normlessness actions in a new system of laws. In this atmosphere questions about the role of planning in production of spaces of exception become a central discussion. References Abu-Zahra N. (2009), “IDs and Territory Population Control for Resource Expropriation”, in Cown D., Gilbert E. (eds), War, Citizenship, Territory, Taylor and Francis Group, New York. Agamben G. (2005), State of Exception, University of Chicago Press, Chicago. Agamben G. (1998), Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life, Stanford University Press, Stanford. Alexander E. (2010), “Planning, policy and the public interest: planning regimes and planners ethics and practices”, in International Planning studies, no.15, vol. 2, pp. 43-162. Bimkom and B’Tselem (2005) Under the Guise of Security: Routing the Separation Barrier to Enable the Expansion of Israeli Settlements in the West Bank. Jerusalem. Downey A. (2009), “Zones of indistinction: Giorgio Agamben’s ‘bare life’ and the politics of aesthetics”, in Third Text, no. 2, vol.23, pp. 109–125. Diken B. (2004), “From refugee camps to gated communities: biopolitics and the end of the city”, in Citizenship Studies, no.1, vol.8, pp. 83-106. Foucault M. (2007), Security, Territory, Population: lectures at the College of France 1977-78. Burchell G (trans). Available at: https://docs.google.com/gview?url=http://guessoumiss.files.wordpress.com/2011/08/foucault-securityterritory-population.pdf&chrome=true (Accessed 16th of March 2014) Foucault M. (2003), Society must be defended: lectures at the College of France 1975-76. Macey D. (trans), Picador, New York. Gregory D. (2006), “The black flag: Guantánamo Bay and the space of exception”, in Geografiska Annaler, no.4, vol. 88, pp. 405–427 Hanafi S. (2010), “Framing Arab socio-political space: state governmentality, governance and non-institutional protestation”, in Contemporary Arab Affairs, no.2, vol.3, pp.148-162. Holzer E. (2013), “What happens to law in a refugee camp?”, in Law & Society Review, no.4, vol.47, pp. 837872. Landau L. B. (2006), “Immigration and the state of exception: security and sovereignty in East and Southern Africa”, in Journal of International Studies, no.2, vol. 34, pp. 32-348. Pløger J. (2008), “Foucault's dispositif and the city”, in Planning Theory, no.1, vol.7, pp. 51-70. Sanyal R. (2014), “Urbanizing refugee: interrogating spaces of displacement”, in International Journal of Urban and Regional Research, no.2, vol. 38, pp.558-572. Schmitt C. (1985), Political Theology: Four Chapters on the Concept of Sovereignty, The MIT Press, Cambridge. Web-sites UNHCR Mid-Year Trends 2013. Available on line http://www.unhcr.org/52af08d26.html (Accessed 27th of February 2014).

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Divenire Carbonia. Potenzialità latenti e relazioni vitali ridisegnano la città nuova Giada Merella

Università degli studi La Sapienza di Roma DICEA_Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale Email: merella.giada@libero.it Tel. 349. 8676716

Abstract Il contributo ruota intorno a Carbonia, città di fondazione fascista inaugurata nel 1938, in un territorio antico, figlio della lunga durata, quale è il Sulcis-Iglesiente sardo. Quello che doveva essere un modello di città ideale compiuto e perfetto, tuttavia, cominciò ben presto a vacillare: l’incontro inevitabile con la vita, non contemplata in quel disegnosimulacro di città, ha segnato il suo tessuto di crepe e fratture profonde , che riemergono nell’attuale come potenti contraddizioni. L’esaltazione per un immagine rinnovata della città (ottenuta grazie ad Piano Strategico incentrato sull’ attento recupero delle forme originarie) e di contro, la disperazione di una comunità fortemente in crisi (a causa della desertificazione dell’universo del lavoro e della rottura delle forme di socialità ), sono i caratteri estremi di una dialettica schizofrenica del Presente che si declina in molteplici forme; vi si colgono infatti, anche barlumi di potenzialità latenti e di pratiche virtuose operate dagli abitanti che attuano - a volte con mezzi inconsapevoli e confusi, quindi da decodificare e valorizzare - delle forme di resistenza. Attraverso quindi una rilettura della “storia contropelo” e la narrazione del ricco mosaico di esperienze rilevate sul territorio, si vuole dimostrare che le qualità e il carattere di Carbonia non si palesano nell’aderenza al suo modello fondativo né nell’imbellettamento, museificazione e spettacolarizzazione delle sue forme urbane, quanto piuttosto , sulla continua evoluzione e trasformazione messa in campo da chi ha abitato e vive il territorio ed intesse con questo delle relazioni vitali. Parole chiave: history, urban projects, social practices.

Carbonia è una cittadina situata nella parte sud occidentale della Sardegna, in un territorio antico e selvaggio, figlio della “lunga durata”1 , denominato Sulcis-Iglesiente. Fondata secondo il rito 2 nel 1938, è l’ultima delle cosiddette ”Città Nuove” 3 : esperimento urbano fascista volto alla fondazione di città strategiche e funzionali alle necessità del regime quale, in questo caso, lo sfruttamento del bacino minerario sulcitano durante il periodo autarchico. Magnaghi (2011) Il “rito inaugurale” era una delle celebrazioni principali che dovevano accompagnare la fondazione delle città fasciste. La cerimonia, infarcita di retorica, aveva una potente carica simbolica e su tutta l’operazione, sostenuta dal più ampio ed entusiastico consenso, veniva ad aleggiare una reverenza quasi mistica (Nuti-Martinelli 1981). La costruzione minuziosa del rito (dal latino ritus = ordine prescritto) - che contemplava altri momenti topici come la posa della prima pietra e la tracciatura del solco sacro, emulazioni della romanità coloniale - , palesava la ricerca di una legittimazione, dell’appoggio di un ordine più alto, per costruire un unità del reale ( Marchi 1981) , puntando in primo luogo a far sentire i cittadini parte di una comunità (Turner 1986) che di fatto non esisteva, ma soprattutto mirava ad una produzione di senso creando un ordine “nuovo e perfetto” (De Martino 1959 ), annullando il tempo e la storia del territorio . 3 “La politica di fondazione fu varata dal regime fascista all’inizio degli anni Trenta e condotta poi fino alle soglie della guerra senza soluzione di continuità,con una periodicità annuale quasi costante. Aggregata di volta in volta a scelte vincenti-la bonifica integrale prima, l’autarchia poi- essa non fu mai comunque abbandonata fino ancora dopo il 40 […] Si può indubbiamente obiettare che le città nuove non erano città nel senso proprio del termine , sia per l’estensione territoriale molto modesta, sia per l’elementarietà della popolazione residente. Ma su oltre venti,solo due di esse , Littoria (oggi Latina) e Carbonia, superarono di 1 2

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Figura 1 | A sinistra _ Prima pagina di un quotidiano nazionale; A destra_ Vista dal Monte Rosmarino : è evidente il rigido impianto di fondazione, con le case allineate e tutte uguali, sistemate ad anelli gerarchici rispondenti ai ruoli ricoperti al’interno del complesso minerario. “In nessuna delle città si fondazione si riscontra una zonizzazione così rigida, un vero e proprio apartheid, che garantiva di non mescolarsi se non tra pari”(Nuti 1978).

Carbonia, nei suoi primi anni di vita, ha conosciuto momenti di splendore economico, di avanguardia dell’ architettura e dell’edilizia4, e una particolare vitalità sociale dovuta all’incredibile meltin pot di persone di diversa origine ed estrazione sociale, giunte da ogni parte d’Italia a popolare la moderna cittadina – tipologia urbana praticamente sconosciuta in Sardegna - e a lavorare nelle sue miniere . Tuttavia, quello che doveva essere un modello di città ideale compiuto e perfetto in tutti i suoi aspetti, cominciò ben presto a vacillare: l’incontro inevitabile con la vita , non contemplata in quel disegnosimulacro di città calato su un territorio considerato tabula rasa, l’ha segnata sin dalla sua nascita di crepe e fratture profonde nel suo tessuto, che riemergono oggi come ferite e potenti contraddizioni.

Figura 2 | A sinistra _ Immagini dei pozzi minerari di Serbariu e sotto, dei minatori. Al centro_ L’ abaco completo delle tipologie edilizie presenti a Carbonia. A destra_ In questa curiosa immagine un pastore indigeno, col tipico costume sardo, osserva perplesso un impettito geometra “pioniere”, che si fa immortalare davanti alla costruzione dell’ Albergo n.1 dormitorio per gli immigrati prossimi venturi, operai edili prima e minatori poi. Sotto, un ginepro plasmato dal Maestrale. molto le soglie fissate sfuggendo alle stesse previsioni dei costruttori, ma Carbonia, rimase ugualmente , soprattutto per la sua composizione demografica, qualcosa di sostanzialmente diverso da una città” Nuti 2001 4 La progettazione di Carbonia fu affidata all’A.Ca.I (Azienda Carboni Italiani) ed in particolare al suo presidente Guido Segre, il quale scelse personalmente i tecnici incaricati di disegnare la città nuova. La preferenza ricadde su nomi altisonanti di professionisti ovviamente vicini al regime , ma anche celebri esponenti della corrente architettonica del Razionalismo Italiano ( Ciucci 2002); nel 1937 i fautori del primo P.R.G. furono Ignazio Guidi , Cesare Valle e Gustavo Pulitzer-Finali, affiancati dal giovanissimo Eugenio Montuori. Si possono inoltre annoverare tra i disegnatori delle architetture pubbliche e dei nuclei satelliti di fondazione (Cortoghiana, Portoscuso, Bacu Abis) i nomi di altri illustri progettisti, come Saverio Muratori, Enrico Del Debbio, Raffaello Fagnoni, Giuseppe Pagano, Luigi Piccinato (Mariani 1976, Ernesti 1988) . Questi “operarono in una condizione ideale, straordinaria: quella di controllare tutte le scale del progetto, dall’impianto urbano sino al dettaglio dell’arredo degli edifici pubblici.” (Sanna 2009); tuttavia , un tale stuolo di personalità in possesso di cotanto privilegio - seppur desiderabile ed ambito da qualsivoglia progettista - non ha di fatto garantito, la riuscita dell’ambizioso quanto utopico progetto di realizzare una città ideale - come invece millantato- , ne da un punto di vista architettonico tantomeno urbanistico.

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Con la fine della guerra infatti, e col conseguente abbandono del carbone come risorsa energetica primaria, l’improvvisa crisi dell’industria mineraria ha avviato la città - la cui vita tutta era pensata per ruotare intorno alla miniera - verso un inesorabile e sofferto declino, caratterizzato peraltro da una vivace stagione di lotte sindacali e operaie volte al salvataggio delle attività estrattive, che hanno segnato la sua storia in maniera indelebile conferendole l’appellativo di città resistente, anche se, la conclusione – ovvero lo smantellamento definitivo negli anni ’90 dell’apparato estrattivo - è stata amara e densa di conseguenze drammatiche per il tessuto economico di tutto territorio sulcitano, per la città e per il destino delle famiglie. A causa di queste ed altre complesse e travagliate vicende, oggi Carbonia evoca una forte immagine di città in crisi5 profondamente radicata nell’opinione pubblica, che ne caratterizza, aggravandola, la sua atmosfera suggestiva ed inquietante di sospensione temporale, culturale e antropologica; questa si è generata, oltre che dal confronto ravvicinato tra la lunga durata del paesaggio locale con le sue importanti dominanti storico-ambientali e lo scarto spazio-temporale del progetto insediativo, anche dalle recenti trasformazioni urbane volute fortemente dall’amministrazione pubblica, che si mescolano alle pratiche spontanee - fermenti di vitalità informali ma anche “conflittuali” - di riappropriazione e risignificazione degli spazi da parte degli abitanti. Come interpretare dunque, una realtà così difficile e contraddittoria, al fine di cogliere per poi valorizzare attraverso un progetto di territorio strutturato, le peculiarità e le ricchezze contenute in un tessuto così denso di Storia e di storie? Come restituire a Carbonia un’identità che ora appare sgretolata, ma che certamente non aderisce all’emulazione o all’imbellettamento del suo modello fondativo? Raccontare il divenire : strumenti e riferimenti Le riflessioni presenti in questo contributo, sono frutto di una ricerca che assume come presupposto la necessità di considerare la storia non in maniera continua e lineare, come una trama che si sviluppa in maniera progressiva attraverso il semplice susseguirsi di eventi cronologici; piuttosto si propone di considerare il Tempo come una dimensione spiraliforme e stratificata caratterizzata da continui rimescolamenti, fratture, sopravvivenze ed anacronismi in cui occorre immergersi per coglierne le potenzialità e svelare il vero spessore della temporalità complessa. Ma trattare un tema declinato attraverso il concetto di Tempo, è un operazione ardita, quantomeno all’interno della disciplina urbanistica: sia l’approccio teorico che il fare pianificatorio moderno infatti, si dimostrano carenti rispetto alla considerazione e alla definizione del tempo come possibile “categoria” interpretativa necessaria allo studio della città e dei fenomeni urbani6. Limitandosi infatti, a rinchiudere dentro contemplativi “quadri conoscitivi” o “stati dell’arte” le dinamiche del passato o del presente della città, l’urbanistica dei piani ha sempre anteposto la smania funzionalista e ordinatrice, all’interpretazione delle temporalità che continuamente plasmano le città ed intessono intricate trame tra dimensione fisica e dimensione vissuta dell’urbano. L’ideologia urbanistica moderna , evidenzia una difetto teoretico da questo punto di vista, subordinando il concetto di divenire a quello di spazio. Ma non solo: tende ancora oggi a farsi sedurre dall’idea di poter identificare, nella costruzione di modelli - pensati fuori dal tempo e dallo spazio , sottratti dunque al divenire della vita (Decandia 2008) ed esportabili in qualsiasi luogo- , la panacea dei mali che insidiano le città. Per questo, dunque, Carbonia può essere considerata un caso paradigmatico di utopia realizzata, di grande interesse per lo studio di un vero “progetto di territorio”; anche alla luce delle recenti teorizzazioni su operazioni di fondazione di new town; rilevare ed analizzare istanze che assumono simili idee di città e di territorio può essere fondamentale per comprendere quali conseguenze possano derivare da una tale impostazione assolutistica ed autoreferenziale che assurgendo a modelli astratti, costruisce simulacri di città sradicati dai territori. Nell’adottare, analizzando Carbonia , un punto di vista che riconosce il Presente come contenitore privilegiato di osservazione della realtà perché pregno di “frammenti di passato e barlumi di futuro” Si intenda il termine crisi (dal greco κρίσις, scelta) nel significato etimologico del termine, quindi come “momento di cambiamento traumatico , di svolta”. 6 Ad onor del vero, nel corso del ‘900 si è sviluppato un filone di ricerche che implicitamente hanno considerato una concezione di tempo non lineare , che investiva le città e si esplicava attraverso mutazioni ed evoluzioni del tessuto urbano: per primo Geddes (seguito poi da Mumford al quale si riconnettono anche importanti esperienze italiane con Doglio, Olivetti, Quaroni etc..), definì la città “non come un luogo nello spazio, ma un dramma del tempo” riferendo al termine “dramma” il significato etimologico, quindi nell’accezione di azione, di continuo mutarsi (Geddes, 1915) 5

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(Deleuze 2001), si evidenziano le contraddizioni emergenti nel divenire presente di questa città, che fu pensata come città ideale e calata in un territorio considerato “vuoto”, ma che inesorabilmente il Tempo e le sue leggi hanno plasmato, insinuandosi e trasformando inevitabilmente quel progetto utopico e autoritario. Per rientrare in contatto con questa temporalità spessa, che intesse appunto le fibre del presente, ci si rivolge anche al passato: ma non per tentare in qualche modo di ripristinare uno stato ideale precedente, ma piuttosto per lavorarlo, decomporlo, smontarlo e rielaborarlo al fine di trasformare i fantasmi di morte in occasioni di cambiamento, liberare le energie imprigionate e far esprimere l’insieme di potenzialità inespresse che si sono offerte. “Spazzolando la storia contropelo” 7- come suggerisce Benjamin , si sono rilette testimonianze, documenti, rappresentazioni, connettendole - attraverso un fine lavoro di montaggio - alle immagini dell’attuale attraverso costellazioni critiche, ridiscutendo le intenzioni di chi le ha prodotte, abbattendo ogni conformismo e lettura contemplativa della storia e facendone deflagrare l’apparente continuità . Si è intrapreso così, un percorso volto ad indagare quei processi e quelle relazioni che nel tempo hanno permesso la significazione dei luoghi e dato spessore al presente. Queste pratiche - anche se silenti - hanno inevitabilmente trasformato la “città-modello” delle origini , in quella città complessa , stratificata e ribollente di temporalità che da qui si definirà come “divenire Carbonia”: in questo modo si è potuta scorgere l’ unica e vera qualità peculiare di questa città, che si esprime proprio nella continua evoluzione e trasformazione messa in campo da chi vive e abita il territorio. La dialettica dell’attuale , tra ombre di modelli e bagliori di potenzialità latenti e relazioni vitali Come Giano Bifronte, Carbonia, si presenta nell’ attuale sotto un aspetto duplice: mostra da un lato l’esaltazione per l’immagine rinnovata della città conquistata grazie ad un Piano Strategico - incentrato sull’attenta salvaguardia e recupero delle forme del nucleo di fondazione originario e la museificazione delle architetture industriali minerarie - che le è valso il riconoscimento del “Premio del Paesaggio Europeo 2010/11”; un lato oscuro, crisi che sicherivela nella profonda crisi che attraversa la comunità, un lato oscuro, che dall’altro si rivela nella profonda attraversa la comunità, dovuta alla desertificazione 8 socialità 9. e alla rottura delle forme della socialità9 . dovuta alla desertificazione lavoro rottura delle del forme della dell’universo del lavoro8 e alladell’universo

Figura 3 | A sinistra _ Scorcio di Piazza Roma oggi, dopo i lavori di riqualificazione. Al centro_ Plastici e teche della lampisteria, al CiCC, Figura 3 | A sinistra _ Scorcio di Piazza Roma oggi, dopo i lavori di riqualificazione. Al centro_ Plastici e teche della lampisteria, al il Museo della Miniera. A destra_ manifestazione degli operai dell’Alcoa e occupazione di piazza Roma a Carbonia, maggio 2011. CiCC, il Museo della Miniera. A destra_ manifestazione degli operai dell’Alcoa e occupazione di piazza Roma a Carbonia, maggio 2011.

Questa crisi, porta oggi Carbonia alla ribalta di un altro – ma questa volta amaro – primato, ovvero quello di essere il crisi, capoluogo ( il Sulcis-Iglesiente ), conamaro altissimo grado di ovvero emigrazione, Questa porta della oggi provincia Carboniapiù allapovera ribaltad’Italia di un altro – ma questa volta – primato, quelloe cifre record di suicidi. di essere il capoluogo della provincia più povera d’Italia (il Sulcis-Iglesiente), con altissimo grado di A fronte infatti di una restituzione “schizofrenica” dell’attuale che ha, in questi descritti, solo i termini più emigrazione, e cifre record di suicidi. estremi di una dialettica che si declina in molteplici forme sul tessuto urbano, si è cercato di comprendere quali fossero i rimossi e le latenze che muovono l’essere presente dialettico di questa città. Da sempre infatti, Carbonia sembra combattuta tra l’aspirazione a conservarsi come simulacro di se stessa10 e la 7 “Die Geschichte gegen den Stri- ch zu biirsten”, W.Benjamin “Tesi sulla storia n. VII” (R. Solmi 2006) a rimuovere le lacerazioni le contraddizioni che le appartengono. Proprio a partire dal rilevamento di 8tendenza La crisi atavica del comparto industriale,eper cui è nata, si è plasmata ed è sopravvissuta Carbonia, ha raggiunto l’apice durante queste “coazioni a ripetere” si è proceduto a “smontare” l’immagine presente, interrogando quel passato che l’ha l’attuale crisi economica con conseguenze drammatiche in termini di disoccupazione e povertà (su un territorio di 120 mila fatta essere quella chedisoccupati è : tuttavia è proprio nellaè dimensione dell’attuale quel passato, lungi indall’essere persone , quasi 40 mila ( Scano 2011) : questa l’assurda configurazione delche paradosso che si prefigura quella che è nata come nel raffrontarsi oggi continuamente, alle dinamiche di globalizzazione. separato dal“città-fabbrica”, presente, sembra riaffiorare attraverso anacronismi e sopravvivenze, che si 9 Intesa come la capacità di una comunità di tenere dentro di se i sui problemi, le sue sofferenze e mediarle, medicarle; la socialità mescolano continuamente nel territorio contemporaneo, non solo entrando in collisione con l’adesso, ma è la “fluidità dello scambio emotivo, intellettuale, pratico, reagente, reattivo; è lo spazio del reciproco scambiarsi di azioni e condizionando il futuro. reazioni” (Sullo 2007);

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Figura 3 | A sinistra _ Scorcio di Piazza Roma oggi, dopo i lavori di riqualificazione. Al centro_ Plastici e teche della lampisteria, al CiCC, il Museo della Miniera. A destra_ manifestazione degli operai dell’Alcoa e occupazione di piazza Roma a Carbonia, maggio 2011.

Questa crisi, porta oggi Carbonia alla ribalta di un altro – ma questa volta amaro – primato, ovvero quello di il capoluogo dellarestituzione provincia più“schizofrenica” povera d’Italia (dell’attuale il Sulcis-Iglesiente con altissimo gradosolo di emigrazione, e Aessere fronte infatti di una che ha,),in questi descritti, i termini più cifre record di suicidi. estremi di una dialettica che si declina in molteplici forme sul tessuto urbano, si è cercato di A fronte infatti di una restituzione “schizofrenica” dell’attuale che ha, in questi descritti, solo i termini più comprendere quali fossero i rimossi e le latenze che muovono l’essere presente dialettico di questa città. estremi di una dialettica che si declina in molteplici forme sul tessuto urbano, si è cercato di comprendere quali Da sempre infatti, Carbonia combattuta tra l’aspirazione a conservarsi come simulacro di se fossero i rimossi e le latenze chesembra muovono l’essere presente dialettico di questa città. 10 e la tendenza a rimuovere le lacerazioni e le contraddizioni che le appartengono. Proprio a partire stessa Da sempre infatti, Carbonia sembra combattuta tra l’aspirazione a conservarsi come simulacro di se stessa10 e la dal rilevamento di queste “coazioni a ripetere” si a “smontare” l’immagine presente, tendenza a rimuovere le lacerazioni e le contraddizioni cheèleproceduto appartengono. Proprio a partire dal rilevamento di interrogando quel passato che l’ha fatta essere quella che è: tuttavia è proprio nella dimensione dell’attuale queste “coazioni a ripetere” si è proceduto a “smontare” l’immagine presente, interrogando quel passato che l’ha che passato, lungiè :dall’essere dal presente, riaffiorare continuamente, attraverso fattaquel essere quella che tuttavia èseparato proprio nella dimensionesembra dell’attuale che quel passato, lungi dall’essere anacronismi sopravvivenze, si mescolano continuamente nel anacronismi territorio contemporaneo, separato dal epresente, sembra che riaffiorare continuamente, attraverso e sopravvivenze,non chesolo si mescolanoin continuamente nel territorio contemporaneo,il futuro. non solo entrando in collisione con l’adesso, ma entrando collisione con l’adesso, ma condizionando condizionando il futuro.

Figura Lagrande grandeminiera minieradidiSerbariu Serbariu oggi. Al centro_ dei totem che illustrano il progetto di riqualificazione del Figura44|| A A sinistra sinistra __ La oggi. Al centro_ UnoUno dei totem che illustrano il progetto di riqualificazione del nucleo nucleo di fondazione . A destra_ Una delle piazze riqualificate più controverse, piazza Berlinguer: si notino i prospetti delle di fondazione . A destra_ Una delle piazze riqualificate più controverse, piazza Berlinguer: si notino i prospetti delle abitazioni , che sono abitazioni , che statialle riportati alle colorazioni statisono riportati colorazioni originarie originarie.

Sottese dietroleleanalisi analisideldel Piano Strategico Comunale checolmato ha colmato un vuoto pianificatorio Sottese dunque, dunque, dietro Piano Strategico Comunale ( che( ha un vuoto pianificatorio durato 30 anni30) volte mettere in evidenza sia le carenze , che le ,importanti intuizioniintuizioni virtuose di alcuni di traalcuni i più durato anni )a volte a mettere in evidenza sia le carenze che le importanti virtuose importanti progetti di cui si compone, la riqualificazione di piazza Roma e del nucleo di fondazione, il tra i più importanti progetti di cui si compone, - la riqualificazione di piazza Roma e del nucleo di fondazione, il complesso museale della Grande Miniera di Serbariu - si dipanano le inevitabili riflessioni 8 La su quella che più che unaindustriale, “profezia” si èlegge unaed“condanna” tutte le contemporanee - che crisi atavica del comparto per cui nata, sicome è plasmata è sopravvissutaper Carbonia, ha città raggiunto l’apice durante l’attuale economica con dialettica conseguenzefra drammatiche povertà ( su un territorio di 120mila persone , quasi 40 milae sicrisideclina nella globale ine termini localediedisoccupazione che rilanciae sul pericolo incombente dell’omologazione disoccupati ( Scano 2011) : questa è l’assurda configurazione del paradosso che si prefigura in quella che è nata come “città-fabbrica”, desertificazione sociale (Scandurra 2007 ). nel raffrontarsi oggi alle dinamiche di globalizzazione. 9 Intesa Ma è dacome quelle pratiche spontanee dai piani” pratiche quotidiano o forme di appropriazione la capacità di una comunità di“fuori tenere dentro di se i ,sui problemi,d’uso le sue sofferenze e mediarle, medicarle ; la socialità è la <<fluidità dello, scambio emotivo, intellettuale, pratico, reagente,luoghi reattivo; periferici è lo spazio del scambiarsi di azioni e reazioni dello spazio che investono incondizionatamente (l’exreciproco quartiere operaio di via Roux)>>o (Sullo 2007); . città “irrisolta” (il parco di Villa Sulcis), che risuonano note – seppur ancora stridenti , perché piaghe della 10 o all’affidarsi a modelli precostituiti, avulsi dal territorio. inconsapevoli o confuse – di una potenziale polifonia 4 urbana tutta da inventare, ma unica garanzia di ricchezza peculiare del luogo e di una comunità che per manifestare il suo “esserci” escogita i più svariati e creativi modi per distinguersi ed emergere dal terrore di un nuovo orizzonte conformato.

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o all’affidarsi a modelli precostituiti, avulsi dal territorio.

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spazio , che investono incondizionatamente luoghi periferici (l’ex quartiere operaio di via Roux) o piaghe della città “irrisolta” (il parco di Villa Sulcis), che risuonano note – seppur ancora stridenti , perché inconsapevoli o confuse – di una potenziale polifonia urbana tutta da inventare, ma unica garanzia di ricchezza peculiare del luogo e di una comunità che per manifestare il suo “esserci” escogita i più svariati e creativi modi per distinguersi ed emergere dal terrore di un nuovo orizzonte conformato.

Figura55||In Inalto alto aa sinistra sinistra __ Immagini operai di via Dalmazia e viaeRoux in cuiinglicui abitanti hanno hanno coloratocolorato i prospetti degli Figura Immaginidei deiquartieri quartieri operai di via Dalmazia via Roux gli abitanti i prospetti edifici in maniera incontrollata e bizzarra, manifestando tuttaviatuttavia la volonta di “esserci” ed esprimersi in un orizzonte appare che degli edifici in maniera incontrollata e bizzarra, manifestando la volonta di “esserci” ed esprimersi in unche orizzonte conformato. Sotto, Sotto, un collage realizzato dal montaggio di un reportage di queste abitazioni. destra_ Forme creativeForme di appare conformato. un collage realizzato dal montaggio di un fotografico reportage fotografico di questeA abitazioni. A destra_ riappropriazione degli spazi urbani ( occupazione creativa del creativa museo didel Villasulcis) di Villasulcis) socialità e didisolidarietà anche dalla creative di riappropriazione degli spazi urbani ( occupazione museo di socialità (espresse e di solidarietà (espresse cittadina) anche cartellonistica dalla cartellonistica cittadina)

Attraverso le analisi ed i filtri interpretativi adottati che sottendono tutte le fasi della ricerca ma che sono solo

Attraverso le analisi ed i filtri interpretativi adottati che sottendono tutte le fasi della ricerca ma che sono illustrate in questo contributo si può così’ formulare e sostenere una tesi : la vera unicità e risorsa di Carbonia solo illustrate in questo contributo si può così’ formulare sostenere una tesidella : la sua veraimmagine unicità e –logo risorsadidi risiede nella rappresentazione del suo divenire. Quindi, non giàenella raffigurazione Carbonia risiede nella rappresentazione del suo divenire. Quindi, non già nella raffigurazione sua “ Città Nuova patrimonio del ‘900” o nella conservazione e delle sue forme originarie; tantomeno indella quella immagine logo di “ Città Nuova patrimonio del ‘900” o nella conservazione e delle sue forme originarie; 11 fortemente negativa di cui è pervaso l’immaginario della popolazione ; ma la sua ricchezza è da ritrovare ; ma la di sua tantomeno quellaprocessi fortemente negativa cui èe potenzialità pervaso l’immaginario della popolazione nell’insieme in di quei virtuosi, relazionidivitali latenti che nel tempo le hanno 11 permesso ricchezza ritrovareilnell’insieme di quei processi virtuosi, relazioni vitali e potenzialità latenti che nel riplasmarsiè ,darinnovare significato dei luoghi , e spesso di emanciparsi anche da improvvise e difficili tempo le hanno permesso diper riplasmarsi , rinnovare il significato deidiluoghi , e spesso di emanciparsi anche condizioni. Di conseguenza, rendere giustizia e riuscire a proporre Carbonia un immagine vitale, occorre innescare nuove emodalità reinterpretazione e riappropriazione forme edella città, aattraverso da improvvise difficili dicondizioni. Di conseguenza, per creativa renderedelle giustizia riuscire proporreladi produzioneundiimmagine un sapere vitale, attivo occorre capace diinnescare coinvolgere la popolazione vive quei luoghi, attraverso una Carbonia nuove modalità diche reinterpretazione e riappropriazione 12 dei processi complessi che hanno fatto essere la città ed il suo continua operazione di rammemorazione creativa delle forme della città, attraverso la produzione di un sapere attivo capace di coinvolgere la popolazione che vive quei luoghi, attraverso una continua operazione di rammemorazione12 dei processi complessi che hanno fatto essere la città ed il suo territorio quella che è, anche nelle sue forme inespresse, celateanche o volontariamente ma anche quella che puòsoprattutto diventare, imparando cogliere 11 Peraltro dilagato al di fuori della città, rimosse; nei paesi limitrofi : gli abitanti di Carbonia, i giovani, vengono ainfatti indicatiin con l’appellativo di “carbonianti” nella accezionediche li vede come abitanti di una città-scenografia senza storia né futuro. quelle potenzialità latenti, ,dei barlumi futuro. 12 “Il ricordo è prima did’espressione tutto rammemorazione . Essa adensità, differenzaviene del primo, non si limita a tramandare un passato, mariproposizione svela un passato Oggi la possibilità di questa surclassata dalla tensione verso la nel cui grembo è celato l’indice che rimanda ad un altrove, nell’attesa di essere redento; ci svela un passato carico di adesso, cioè di di un modello “spettacolarizzazione” sue forme, negando completamente un storia legame critico presente, tempo in ecuidalla noi siamo e che si rivela così, atteso.delle La rammemorazione è una filo che ricuce gli strappi della e libera gli con ledalla latenze che, se occultate, ripropongono come stridenti conflitti, alimentando un immaginario uomini paura del futuro.” (W. Benjaminsi1986 : 510) negativo già fortemente radicato, ed oggi aggravato da 5 una crisi che attanaglia e sembra non vedere fine13. Peraltro dilagato anche al di fuori della città, nei paesi limitrofi : gli abitanti di Carbonia, soprattutto i giovani, vengono infatti indicati con l’appellativo di “carbonianti” , nella accezione che li vede come abitanti di una città-scenografia senza storia né futuro. 12 “Il ricordo è prima di tutto rammemorazione . Essa a differenza del primo, non si limita a tramandare un passato, ma svela un passato nel cui grembo è celato l’indice che rimanda ad un altrove, nell’attesa di essere redento; ci svela un passato carico di adesso, cioè di presente, tempo in cui noi siamo e che si rivela così, atteso. La rammemorazione è una filo che ricuce gli strappi della storia e libera gli uomini dalla paura del futuro.” (W. Benjamin 1986: 510) 13 Il problema della crisi e del lavoro, rappresenta in assoluto l’urgenza principale che viene manifestata e a cui con più difficoltà si riesce a dare una risposta che contempli un orizzonte concreto o perlomeno possibile. Ancora una volta, un modello unidirezionale, che ha fatto si che – sin dalle origini - la vita di questa città dipendesse totalmente dall’indotto industriale, è stato declassato dalle dinamiche del mercato globale, con cui l’indotto sulcitano non può ovviamente reggere la concorrenza (era successo così anche nel 1945, con la fine della guerra e dell’autarchia e il conseguente repentino declino delle miniere di carbone sulcitano, non competitivo né per qualità né per costo con quello proveniente dai bacini della Rhur ). Ma anche l’assistenzialismo statale, che si è servito della cassa integrazione come “soluzione-cuscinetto” per i lavoratori, è stato alla lunga 11

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Superando quindi, l’idea che l’unicità possa esprimersi nella cristallizzazione delle forme o nella riproposizione di modelli avulsi dalla realtà, e ponendo attenzione a non recidere mai quel rapporto tra la città fisica e la città vissuta che la fa “essere”, si può forse riscoprire e riconoscere il territorio come un prezioso bene comune e come importante risorsa . L’analisi e l’interpretazione di questi fenomeni e di queste fratture presenti nel tessuto denso della città, sono foriere di suggerimenti per lo sviluppo di pratiche nuove e progetti sperimentali che inducano processi di riconciliazione con la storia della città e del territorio e che stimolino lo sviluppo di immaginari creativi, per nuovi futuri possibili. L’osservazione diretta sul campo e l’intercettazione anche di embrionali pratiche di appropriazione degli spazi e di risignificazione dei luoghi che è avvenuta nel tempo, a Carbonia acquisiscono un valore particolare, non solo come potenzialità progettuali ma anche come forti valori simbolici, soprattutto rispetto all’idea autoritaria che si cela dietro qualsiasi progetto urbano compiuto; a partire dalla stessa narrazione di alcuni esempi di “fermentazioni urbane” si possono fare emergere tali peculiarità , cercando attraverso un analisi critica di sottolinearne limiti e potenzialità, immaginandone modalità di riconoscimento e valorizzazione . Infatti è solo attraverso la costruzione di un lavoro di cura e di produzione della conoscenza, che si può provare a dare espressione al divenire stesso della città e a produrre un sapere attivo e vitale in grado di coinvolgere la popolazione. Un sapere che, proprio perché riconosce nel territorio un bene comune prezioso e una importante risorsa, mira a favorirne il suo stesso processo di reinterpreatazione creativa, disseppellendo, intercettando e rimettendo al lavoro, attraverso un sapiente lavoro di tessitura e di costruzione di relazioni vitali, proprio quelle potenzialità inespresse, quelle energie imprigionate, quei i barlumi e germogli fragili di futuro, che la ricerca ha fatto emergere. Riferimenti Bibliografici Benjamin W. (1986), I "passages" di Parigi, capitale del XIX secolo. a cura di R. Tiedemann, Einaudi, Torino. Benjamin W. (1940), Tesi di filosofia della storia . in : R.Solmi Angelus Nuovus .Saggi e frammenti, Einaudi, Torino. Ciucci G. (2002), Gli architetti e il fascismo. Architetture e città 1922- 1944, Einaudi, Torino. De Martino E. (1959),“Mito, scienze religiose e civiltà moderna”, in Nuovi argomenti, no. 37. Decandia L. (2008), Polifonie urbane. Oltre i confini della visione prospettica , Meltemi.edu. Deleuze G. (2001), Il bergsonismo e altri saggi , a cura di P.Rovatti e D.Borca, Einaudi, Torino. Ernesti G. (1988), La costruzione dell’utopia. Architetti e urbanisti nell’Italia fascista, Edizioni del Lavoro, Roma. Geddes P. (1915), Cities in evolution, Williams & Norgate, Londra. Magnaghi A. (2011), Il progetto locale:coscienza di luogo e auto sostenibilità, in Il Progetto sostenibile no. 29/2011, Edicom Edizioni. Marchi C. (1981), Voci “rito”, “spazio sacro” in Dizionario di Teologia, Casale Monferrato. Mariani R. (1976), Fascismo e città nuove, Milano, Feltrinelli. Nuti L. (1978), Le città nuove del ventennio: da Mussolinia a Carbonia in Le città di fondazione, MarsilioCiscu, Venezia. Nuti L., Marinelli R. (1981), Le città di strapaese.La politica di fondazione del trentennio, in Le città di fondazione,Franco Angeli, Milano. Nuti L. (2001), Le città nuove nella cultura urbanistica del Fascismo, in Metodo no. 17/2001. Sanna A, Peghin G. (2009), Carbonia città del Novecento, Skira, Milano. Scandurra E. (2007), Un paese ci vuole, Città Aperta Edizioni, Troina (En). Scano A. (2011), Il Sulcis al collasso articolo de: L’unione Sarda 9.4.2011-6.5.201. Turner V. (1986) Dal rito al teatro, ed.it. a cura di De Matteis S., Il Mulino, Bologna.

nocivo, poiché ha rimandato quella urgenza di affrontare seriamente il problema del lavoro, non contemplando la ricerca verso possibili alternative per ampliare e differenziare l’apparato produttivo-economico della città.

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Tram territoriali e città diffusa Alvise Pagnacco

IUAV Dipartimento di culture del progetto Email: alpagnac@stud.iuav.it Tel: 329.06.944.93

Abstract Le linee tranviarie, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, si diffondono a livello globale. Per la prima volta la gittata dei sistemi di trasporto diventa ampia. Assieme alle ferrovie, le quali, con fermate distanziate da cinque a otto chilometri, avevano fissato un limite naturale all’espansione di ogni comunità, i tram offrono mobilità mai viste prima. Le città e le regioni del pre automobile si dotano di sistemi a guida vincolata basati su tecnologie adoperate, e quindi oggetto di continue migliorie, da Los Angeles a Tokyo, passando per l’Europa. L’ipotesi che guida la ricerca é che geometrie simili di rete, abbiano prodotto configurazioni urbane simili; il Veneto e le Fiandre rappresentano due territori che si prestano al paragone. Entrambi questi casi territoriali sono stati, a partire da almeno tre decenni, studiati come modelli alternativi alla città compatta. Mai però si é provato a indagare, nel contesto Veneto, un eventuale scenario controfattuale: ad esempio cosa sarebbe accaduto se la rete ferrotranviaria fosse stata mantenuta ed implementata, invece di puntare sulle infrastrutture d’asfalto? Per questo scopo, l’articolo presenta i primi due casi studio all’interno della mia ricerca di dottorato (post/car Veneto: un atlante del potenziale infrastrutturale). La ricostruzione delle logiche che hanno prodotto ogni singolo ramo della rete ferrotranviaria racconta di un progetto urbano implicito, governato dal diritto alla mobilità. Guardare a questa rete, oggi scomparsa, potrebbe scalfire l’idea dell’auto come strumento necessario per la città diffusa e suggerire strumenti per pensare al post car. Parole chiave: city-regions, mobility, history.

Tramway territoriali tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo La massima estensione della rete ferrotranviaria fu raggiunta attorno agli anni venti del novecento; la capillarità offerta dalle ferrovie secondarie venne utilizzata al di fuori dei centri compatti: che fossero esse ferrovie vicinali, come nel caso del Belgio, o tram, come in molti casi del veneto, queste reti offrivano la possibilità di fermate ravvicinate rispetto alla ferrovia tradizionale a vapore. La struttura della città diffusa veneta, già riconoscibile osservando la rete di tram territoriali che iniziarono ad essere costruiti dal 1885, per alcuni autori é da imputare esclusivamente all’automobile1. I tram, assieme alle ferrovie, rappresentano una prima forma di trasporto frutto di una industria già globalizzata: nell’Italia di fine ottocento, compagnie belghe2 ad esempio ottenevano concessioni per la costruzione e l’esercizio di

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«Non può essere oggetto di riflessione, in questa sede, quanto dell’accresciuta mobilità automobilistica sia autonoma e quanto indotta, quanto liberamente scelta e quanto coatta; in questa sede giova osservare che in assenza di uno sviluppo della mobilità attraverso un mezzo privato la città diffusa non avrebbe potuto sorgere, essa sorge e vive in quanto città automobilistica.» Indovina, Francesco, Istituto universitario di architettura di Venezia, e Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio. La Città diffusa. Venezia: Istituto universitario di architettura di Venezia. Dipartimento di analisi economica e sociale del territorio, 1990. Ciullo, Laura. «Trasporto complementare su ferro ed élite degli affari a Napoli in età liberale». Università degli Studi di Napoli «Federico II» Facoltà di Economia, 2007.

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linee di tram, esportando dai loro paesi sapere tecnico industriale che per almeno quattro decenni ha governato lo sviluppo della città a scala globale. Scenario controfattuale e path dependence

Il termine scenario é una figura spesso utilizzato nella riflessione urbana. Esso é strumento per indagare ricadute spaziali future a partire da determinate scelte. Cosa succederebbe ad esempio, se potessimo contare su un sistema di trasporto in grado di non produrre co2? Oppure, cosa succederebbe se il costo individuale che oggi viene speso per il mantenimento delle autovetture private fosse trasferito sugli investimenti per nuove linee di trasporto pubblico? Tutti questi scenari partono dall’oggi e tentano di indagare il futuro Lo scenario controfattuale invece è una forma di storiografia che, egualmente agli scenari tenta di rispondere a domande che partono dal “cosa accadrebbe se”, non più a partire dall’oggi, bensì, esplorando la storia. Lo scopo di questo esercizio è quello di accertare l’importanza di un evento, un incidente o una persona rispetto agli sviluppi successivi di una determinata storia. Una seria incursione nel trattamento di storie controfattuali è stata fatta dallo storico di economia Robert Fogel3. Nel 1964, Fogel ha cercato di utilizzare metodi quantitativi per immaginare cosa sarebbe stata l'economia degli Stati Uniti se nel 1890 non ci fosse stato il boom ferroviario. Fogel ipotizza che, gli investimenti necessari per la costruzione della ferrovia, sarebbero stati utilizzati per implementare e mantenere il sistema di canali, che al tempo era già molto sviluppato; egli stima che il livello di reddito pro capite raggiunto il 1 gennaio 1890 sarebbe stato raggiunto il 31 marzo dello stesso anno, se le ferrovie non fossero mai state inventate. Un’altra teoria, nata in economia, che egualmente guarda al passato per selezionare le scelte per il futuro é quella della path dependance. Questa teoria nasce per studiare i rendimenti crescenti di scala; essi indicano la relazione esistente tra la variazione degli input e output in una unità produttiva. Ad esempio, un incremento del 10% della forza lavoro determina un incremento del 15% della produzione. Questo tipo di rendimenti caratterizzano una grande parte della storia industriale moderna, pensiamo al fordismo o al taylorismo. Infatti possiamo individuare nell’industria automobilistica l’attore che ben ha saputo ottenere rendimenti crescenti. Path dependence quindi nasce proprio dall’osservazione di questi rendimenti di scala; spiega come l'insieme di decisioni in termini di tecnologie adottate ad esempio, prese per una determinata circostanza sia limitata (locked in) dalle decisioni prese in passato, anche se le circostanze del passato potrebbero non essere più pertinenti. Essa funziona in maniera efficace nel valutare gli effetti di un attore che addotta una specifica tecnologia rispetto a quelle disponibili. Parlando di mobilità4 possiamo osservare come questa teoria da un lato ci suggerisce quanto sia difficile pensare ad una alternativa al ciclo dell’automobile privata, essendo l’oggetto industriale automobile insuperabile. Dall’altro lato ci invita però a guardare più attentamente al sistema di trasporto prima dell’avvento dell’automobile per ritrovare un diritto alla mobilità che oggi é andato perduto. Quindi torniamo alle prime macchine, ovvero quando ancora non si era capito che questa sarebbe stata l’industria che tra le altre avrebbe rivoluzionato le città, e avrebbe fornito piena occupazione per un lungo periodo della seconda metà del 9005. 29 gennaio del 1886: Karl Benz brevetta il suo triciclo all'Ufficio Brevetti dell'Impero Germanico come Patent Motorwagen; ciò che rese questa vettura meritevole di tale brevetto stava nelle soluzioni tecniche adottate e che nelle loro linee generali sarebbero state mantenute per oltre un secolo. Benz presentò a varie manifestazioni la sua nuova invenzione, senza successo però. Agosto 1888, Bertha Benz, parte per un’avventura destinata a cambiare i destini del settore automobilistico. La signora intraprende6, di nascosto dal marito, il primo lungo viaggio nella storia dell’automobile, insieme ai suoi due figli. Il tragitto era di 106 km e collegava Mannheim a Pforzheim, città natale di Bertha. Dopo molti imprevisti, la PatentMotorwagen completò il viaggio dimostrandosi mezzo di trasporto flessibile ed affidabile anche sulle

Fogel, Robert William. Railroads and American Economic Growth: Essays in Econometric History. Baltimore: Johns Hopkins Press, 1964. 4 Pflieger, G, V Kaufmann, L Pattaroni, e C Jemelin. «How Does Urban Public Transport Change Cities? Correlations between Past and Present Transport and Urban Planning Policies». Urban Studies Urban Studies 46, n. 7 (2009): 1421–37. 5 Ross, Kristin. Fast Cars, Clean Bodies: Decolonization and the Reordering of French Culture. Cambridge, Mass.: MIT Press, 1995. 6 «Agosto 1888: Bertha Benz e il primo lungo viaggio in auto». La Stampa, 10 luglio 2013 3

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lunghe percorrenze. Questo viaggio ebbe grande eco sui media del tempo e contribuì a cambiare i pregiudizi culturali sull’automobile. Torniamo quindi a prima di quel viaggio, intrapreso da Bertha Benz, e proviamo ad osservare le modalità di funzionamento di un territorio metropolitano non compatto. Il trasporto, nell’era successiva al superamento della propulsione animale, era affidato alle ferrovie; inoltre tram urbani e tram territoriali, costituivano un settore tutt’altro che trascurabile nella società italiana dell’epoca; il fatto però che la rete dei tram fosse oggetto di una pubblicistica limitata in rapporto a quella ferroviaria ha indotto in genere a trascurarlo nelle ricostruzioni storiografiche, fino a generare una sorta di oblio attorno alle reti tramviarie7. Il caso Belga

Figura 1 | Linee nazionali (in nero) e linee vicinali (in rosso)8

Un caso interessante è quello del Belgio, un paese di piccole dimensioni ma con grandi risorse. Tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, questo paese non poteva contare su un mercato interno adeguato alle sue potenzialità industriali. Un gruppo di imprenditori belgi quindi riuscì a creare un proprio spazio nell’esportazione di servizi, assumendo posizioni predominanti su scala locale specie in aziende ferroviarie secondarie e tranviarie9. Nemmeno dieci anni dopo l’inaugurazione della prima tranvia di quel paese, tale infrastruttura in particolare era divenuta un prodotto nel quale l’ esportazione belga si era specializzata a livello mondiale. Al paese era così garantita una posizione di grande vantaggio su altri concorrenti nel più generale settore del trasporto locale: sia in termini di tecnologia, e quindi anche di management, sia in termini di investimenti10. La storia delle ferrovie, anche quelle minori, è stata sempre caratterizzata da uno stretto legame con la finanza. Infatti, l’ingente quantità di capitale occorrente alla realizzazione dell’infrastruttura dà luogo ad una grande mobilitazione di risorse, che a sua volta alimenta un consistente mercato dei titoli, azionari o obbligazionari. Questo avvenne anche nel ciclo modale precedente e in quello successivo. I colossi finanziari dell’era preindustriale Il ruolo dei chemin de fer vicinaux è importante nell'urbanizzazione dispersa belga. Nel 1934, ovvero nell’anno in cui culminò l’estensione della rete vicinale dei tram territoriali, la rete si estendeva per 5125 Maggi, Stefano. Storia dei trasporti in Italia. Bologna: Il mulino, 2005. Burlet, C. de. Les chemins de fer vicinaux en Belgique. Bruxelles: Imp. Schaumans, 1908. 9 Ciullo, Laura. «Trasporto complementare su ferro ed élite degli affari a Napoli in età liberale». Università degli Studi di Napoli «Federico II» Facoltà di Economia, 2007. 10 Dumoulin, Michel. Les relations économiques italo-belges (1861-1914). Bruxelles: Palais des Académies, 1990. 7 8

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km. Il ruolo di questa rete varia molto a seconda che si osservi un nodo importante come Bruxelles, oppure porzioni di territorio disperso. I legislatori assegnano alla rete dei vicinali un ruolo complementare alla rete ferroviaria11. Proprio in virtù dell’impossibilità data dalla ferrovia di essere capillare, i tram territoriali completavano la rete (figura 1). Le concessioni, gestite da società private, erano molto richieste nei contesti urbani mentre tali domande di concessione erano pressoché inesistenti nel resto del territorio. Per questa ragione nel 1881 venne costituita una commissione che aveva come scopo quello di studiare come connettere le zone disperse attraverso le ferrovie vicinali. venne cosi creata la societe nationale des chemins de fer vicinaux: il regime finanziario e la struttura amministrativa di questa società combinava uno sviluppo vantaggioso per l’azionariato, che era costituito da Stato, provincie, comuni e anche privati, senza però dimenticare lo scopo iniziale che aveva la società: l’interesse generale. In Belgio quindi a partire dalla seconda meta dell‘800 vengono gettati i semi per una urbanizzazione totale. Tre leggi sono universalmente riconosciute come i principali fattori di dispersione insediativa; nel 1869 il ministero delle ferrovie introdusse un sistema estremamente economico di abbonamenti per gli operai sulle tratte domicilio lavoro. Nel 1885 viene approvata la legge sull’istituzione della societè nationale des chemins de fer vicinaux. Grazie a questa legge si assistette alla costruzione, nei primi 15 anni, di 1800 km di nuove linee a scartamento ridotto, anche in quelle porzioni di territorio ove le concessioni non erano remunerative. Inoltre nel 1889 passò la legge detta dell’operaio proprietario. Lo scopo era quello di trasformare in proprietari un gran numero di quegli stessi operai che potevano contare sull’abbonamento ferrotranviario a prezzi irrisori. Il caso Veneto Sul finire dell’ottocento l’Italia é agricola e dominata da una società prevalentemente contadina. Il Veneto non si discosta da questa immagine, nonostante i centri principali e quelli minori inizino a caratterizzarsi per vicende industriali di rilievo. A differenza del caso fiammingo, qui non é lo stato che incentiva la costruzione della rete, bensì una sinergia tra privati e istituzioni comunali e provinciali. La costruzione della rete infrastrutturale ferroviaria veneta tiene dunque contro dal già accentuato policentrismo che strutturava la regione alla metà dell’ottocento. L’armatura territoriale costituita dalle linee ferrotranviarie getta le basi dell’organizzazione territoriale che nel 1990 Francesco Indovina indaga come un nuovo tipo di realtà metropolitana: «l’area centrale del Veneto compresa tra le città di Venezia, Padova e Treviso ha modificato la natura dell’insediamento. Essa, cioè, é passata da un’urbanizzazione diffusa, a quella che, provvisoriamente, chiameremo città diffusa». Ferrovie minori Nel 1872 l’onorevole Minghetti, deputato di Legnago, osserva che dal 1866 il Regno d’Italia ha speso 500 milioni per ferrovie e neppure un centesimo nelle provincie venete12. Il 17 giugno 1873 il dibattito porta al decreto reale con cui il governo accorda all’industria privata, a Provincie e Comuni, isolatamente o riuniti in consorzio, e per la durata non maggiore di 90 anni, la costruzione e l’esercizio delle linee: LegnagoRovigo-Adria; Verona-Legnago; Mantova-Legnago-Monselice; Vicenza Thiene Schio; Vicenza-Treviso; Padova Cittadella-Bassano; Conegliano-Vittorio. Le provincie di Padova, Treviso e Vicenza costituiscono un consorzio per realizzare le tre linee strategiche: Padova -Bassano; Treviso - Vicenza; Vicenza - Schio. I vertici della maglia ferroviaria restituiscono la geografia economica della regione sul finire dell’ottocento. Queste linee ferroviarie, tracciate rettilinee per connettere tali vertici, posizionano fermate ferroviarie nei territori attraversati, coinvolgendo principalmente i centri minori (Camposampiero, Cittadella, Castelfranco Veneto). Ad esclusione quindi dei centri direttamente attraversati dalla ferrovia, molte stazioni si attestano in territori scarsamente abitati, dove il manufatto stazione difficilmente riesce ad attrarre urbanizzato. Piazzola sul Brenta é un interessante esempio di realtà proto industriale, che proprio in virtù di questa sua caratteristica é riuscita a realizzare una infrastruttura ferroviaria che la connettesse alla rete regionale. 11 12

Grosjean, Bénédicte. Urbanisation sans urbanisme: une histoire de la «ville diffuse». Wavre: Mardaga, 2010. Ogliari, Francesco, e Franco Sapi. Sbuffi di fumo: Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia. Milano: Francesco Ogliari e Franco Sapi, 1966.

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Infatti l’essere connessi alla rete ferroviaria del tempo era condizione necessaria e sufficiente per partecipare alla crescita industriale. I Camerini a Piazzola sul Brenta erano sinonimo di iniziative e prosperità. Entrati nella storia di Piazzola a metà dell'800 acquistarono e restaurarono la storica villa Contarini. Il successore Conte Paolo Camerini si interessò moltissimo dello sviluppo di Piazzola e riuscì a trasformare radicalmente il piccolo centro abitato in una moderna cittadina proiettata in una realtà industriale. All'inizio del '900 Piazzola sul Brenta era il centro più industrializzato della provincia di Padova. Al Conte Paolo Camerini non poté certo sfuggire l’opportunità di istituire un collegamento ferroviario con l'importante città di Padova, per continuare a potenziare lo sviluppo di Piazzola. Dopo la sua proposta agli enti pubblici, l'approvazione e l'appoggio economico di vari consigli comunali interessati e la stesura del progetto, nel 1908 si costituì a Padova la Società Anonima per la Ferrovia Padova - Piazzola, concessionaria per la costruzione e l'esercizio della linea13. A Gennaio del 1910 iniziarono i lavori e domenica 2 Aprile 1911 il primo treno già inaugurava la nuova ferrovia Padova - Piazzola. Fra i discorsi inaugurali pronunciati quel giorno a Piazzola già trasparì l'idea di un prolungamento della linea verso altri comuni limitrofi. A Piazzola vennero presto messi in funzione tre importanti raccordi industriali con lo iutificio (in Italia uno dei più importanti dell'epoca), con la fabbrica di concimi chimici e con una fornace di laterizi, che assicurarono alla linea un cospicuo traffico merci con Padova. In località Carbogna, a tre chilometri e mezzo a nord di Piazzola, sul greto del fiume Brenta sorgeva un importante cava di estrazione di sabbia e ghiaia.

Figura 2 | L’area centrale veneta. In nero la rete ferroviaria oggi in uso, in rosso le ferrovie e tram dismessi. (fonte: elaborazione dell’autore) 13

Ogliari, Francesco, e Franco Sapi. Sbuffi di fumo: Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia. Milano: Francesco Ogliari e Franco Sapi, 1966.

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Una decauville collegava inizialmente il cantiere di Carbogna con la stazione di Piazzola, ma ben presto non fu più sufficiente vista la crescente richiesta di materiale ghiaioso e nel 1916-17 fu costruito un raccordo a scartamento normale per l'inoltro diretto dei carri nel cantiere. Il 6 Dicembre 1923 entrò in funzione l'auspicato prolungamento della ferrovia fino a Carmignano di Brenta, allacciandosi alla linea Vicenza - Treviso; una nuova stazione e un ampliamento dello scalo si resero necessari a Piazzola per il proseguimento della linea per Carmignano. Nel 1925, il raccordo in località Carbogna, venne prolungato di altri tre chilometri fino alla località di Carturo, dove l'Amministrazione Camerini aprì un importante cantiere per l'estrazione e la lavorazione della ghiaia del Brenta. La linea, continuava ad aumentare le proprie potenzialità e il traffico ferroviario toccò i massimi storici negli anni '30, proprio in occasione della fornitura di materiale ghiaioso per la costruzione della massicciata della nuova linea militare Ostiglia - Treviso. Nella seduta del consiglio dei ministri del 1958 si solleva il problema della ferrovia camerini, ormai considerata un impedimento alla circolazione automobilistica, trovandosi in sede promiscua lungo la strada provinciale. Viene infatti in questa occasione presentata come un ramo secco e ci si preoccupa non tanto della trasformazione della linea da ferrotranviaria ad automobilistica, bensi ci si preoccupa maggiormente per il destino dei sedici lavoratori rimasti a gestire la linea nelle sue battute finali. Il ministro semplicemente risponde garantendo il prepensionamento dei sedici impiegati, e ribadendo che visto il basso numero raggiunto da tale ramo ferroviario, che già era stato affiancato da alcune corse su bus, era inutile investire in quella infrastruttura. Oggi Piazzola é emarginata da qualunque infrastruttura ferroviaria; li risulta impossibile pensare ad altre forme di trasporto alternative all’automobile. Cinquanta anni fa invece era collocata al crocievia di un importante snodo ferroviario. Tram territoriali

Il tram, come abbiamo visto nel caso delle fiandre, viene progettato proprio per quei territori che erano stati esclusi dalle linee ferroviarie. In Veneto si ritrovano due modelli di tranvia territoriale: il primo si attestava parallelo a quelle linee ferroviarie che non riuscivano a distribuire il territorio in maniera capillare14, come nel caso della tranvia lungo la riviera del Brenta; il secondo invece serviva quei territori dove non era presente la ferrovia, a partire dai nuclei densi e storici, seguendo una logica radiale: é il caso dei tram che da Padova si diramavano verso i territori a sud o a ovest verso i colli Euganei. Questi tram vedono una rapida evoluzione tecnologica che aumenta velocemente le distanze percorribili; la linea Padova - Bagnoli ad esempio viene inaugurata nel 1883 a trazione animale: connetteva la stazione ferroviaria a Santa Croce (4 km); la distanza che la vettura copre offre il piacere di una nuova velocità, proponendo un viaggio che ottiene il tutto esaurito durante le stagioni piacevoli. Nel 1886 questa linea viene prolungata fino a Bagnoli (30 km). Durante il primo decennio del novecento, a seguito di un invecchiamento generale della rete tranviaria, attraverso un referendum, prescritto dalla legge sulla municipalizzazione, le linee tranviarie di Padova passano sotto l’azienda del Comune e si intraprende l’elettrificazione delle linee tra cui la Padova Bagnoli. Il primo tratto, della lunghezza di tre chilometri, viene inaugurata il 4 giugno 1907 e viene salutata da un gran numero di cartoline commemorative e umoristiche. Un attore rilevante nella costruzione di ferrotranvie in Italia e in veneto é la Società veneta per Imprese e Costruzioni Pubbliche. Fondata a Padova nel 1872 da una cordata di imprenditori capitanata da Vincenzo Stefano Breda, in pochi anni occupa un posto di primo piano tra le imprese di costruzioni pubbliche. Attraverso la società controllata delle Guidovie Centrali Venete, realizza la Padova-Malcontenta-Fusina, una tranvia extraurbana costruita per collegare in maniera capillare Padova, la riviera del Brenta e Mestre. Elettrificata nel 1928, la linea caratterizzò il panorama e l'economia della riviera del Brenta fino alla sua chiusura, avvenuta nel 1954. Anche questo trenino del Brenta, come la ferrovia camerini, venne realizzata in poco più di un anno. Questo tram, parallelo alla linea ferroviaria Padova Venezia, connette una città lineare lungo la riviera del Brenta, interpretando la mobilità dei suoi cittadini come un diritto inalienabile.

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In virtù della logica rettilinea usata per connettere i centri principali.

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Conclusioni Le relazioni tra i tram territoriali, la ferrovia e la città diffusa sono raramente state messe in luce ed indagate. I primi sono stati strumento di diffusione urbana a scala regionale e i brani superstiti trovano oggi difficoltà a partecipare alla costruzione di una realtà regionale metropolitana15. La seconda negli ultimi vent’anni é stata studiata in diversi contesti come un possibile modello alternativo alla città compatta. Oggi però uno dei grandi punti deboli di queste realtà metropolitane diffuse risiede proprio nell’utilizzo dell’automobile di proprietà come unico strumento per spostarsi. Inoltre l’automobile personale, nella città diffusa più che altrove, rappresenta la voce di spesa maggiore nel budget familiare dopo la voce dedicata all’abitazione16. In molte nazioni l’avvento della motorizzazione individuale ha coinciso con l’affermarsi della società di massa, in cui la grande maggioranza della popolazione partecipa agli stessi macrofenomeni sociali, dalla politica al consumismo, dal pendolarismo al turismo17. Il settore dei trasporti risulta strategico per l’economia e l’assetto sociale dei territori; motivo per cui oggi molte ricerche provano ad immaginare il futuro della mobilità. L’industria automobilistica cerca da un lato di migliorare la tecnologia dell’auto elettrica; dall’altro cerca di superare il modello dell’auto di proprietà come unica formula possibile18. Altre ricerche provano ad immaginare come lo spazio pubblico si modificherà a seguito delle grandi conseguenze che un nuovo ciclo di mobilità scatenerà19. Costruire uno scenario controfattuale, immaginando il funzionamento del veneto centrale basato sulla fitta rete di ferrotranvie presenti nell’anno di massima espansione della rete, richiede di proseguire con una ricerca storica sulle logiche che hanno portato alla costruzione di ciascuna linea, che in questa sede é solo abbozzata. Tale scenario da un lato potrebbe scalfire l’idea che una regione con tale organizzazione spaziale possa funzionare solo grazie all’autovettura privata, e da un altro potrebbe fornire modelli per il ciclo successivo a quello dominato dall’auto. Riferimenti bibliografici Burlet C. de (1908), Les chemins de fer vicinaux en Belgique, Imp. Schaumans, Bruxelles. Ciullo L. (2007), “Trasporto complementare su ferro ed élite degli affari a Napoli in età liberale” Tesi di dottorato, Dottorato in storia economica, Ciclo XVIII, Università degli Studi di Napoli «Federico II» Facoltà di Economia. Dumoulin M. (1990), Les relations économiques italo-belges (1861-1914). Palais des Académies, Bruxelles. Fogel R. W. (1964), Railroads and American Economic Growth: Essays in Econometric History, Johns Hopkins Press, Baltimore. Grosjean B. (2010), Urbanisation sans urbanisme: une histoire de la «ville diffuse», Mardaga, Wavre. Indovina F. (1990), La Città diffusa, IUAV Daest-Dipartimento di analisi economica e sociale del territorio, Venezia. Maggi S. (2005), Storia dei trasporti in Italia, Il mulino, Bologna. Mostafavi M., Doherty G., Harvard University Graduate School of Design, Ecological Urbanism, Lars Müller Publisher, Cambridge, Mass. Ogliari F., Sapi F. (1966), Sbuffi di fumo: Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia, a cura degli autori, Milano. Il metrò regionale veneto é un opera che rientrava nella programmazione avviata ancora da Carlo Bernini e prima ancora era stata oggetto di dibattito degli anni Sessanta che precedette la nascita della Regione. La legge che ha finanziato il Sfmr è del 1992. Oggi la regione é riuscita a realizzare le principali opere infrastrutturali previste (soppressione dei passaggi a livello e realizzazione di alcune nuove stazioni). Il modello di funzionamento (cadenzamento e riorganizzazione del sistema su gomma) invece non é mai stato realmente messo in atto. 16 Analisi dei valori di spesa media mensile familiare nell’area del nord-est (fonte dati ISTAT: indagine corrente sui consumi delle famiglie). Nel 2001 le principali voci di spesa sono: generi alimentari (390 €); abitazione (636 €); trasporti (422 €) a fronte di una spesa media mensile di 2600 euro. Nel 2012: generi alimentari (450 €); abitazione (792 €); trasporti (439 €) a fronte di una spesa media mensile di 2600 euro. All’interno della voce trasporti le voci sono così ripartite [2012 (2001)] acquisto auto e moto 24% (32%); assicurazioni 14% (15%); ricambi 7% (6%); carburanti 36% (30%); manutenzioni e riparazioni 11% (10%); tram, autobus, taxi 2% (2%); altri trasporti 7% (5%). Si nota una generale stabilità, eccetto la voce dedicata ai carburanti che ha visto una brusca impennata. Risulta incredibilmente bassa la spesa dedicata al trasporto collettivo. 17 Maggi, Stefano. Storia dei trasporti in Italia. Bologna: Il mulino, 2005. 18 Steinberg, Stephanie, e Bill Vlasic. «Car-Sharing Services Grow, and Expand Options». the new york times, 25 gennaio 2013. 19 Mostafavi, Mohsen, Gareth Doherty, e Harvard University. Graduate School of Design. Ecological Urbanism. Cambridge, Mass.: Harvard University, Graduate School of Design., 2010. 15

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Pflieger G, Kaufmann V., Pattaroni L., Jemelin C. (2009), “How Does Urban Public Transport Change Cities? Correlations between Past and Present Transport and Urban Planning Policies”, in Urban Studies Urban Studies n.46, vol. 7, pp. 1421–1437. Ross K. (1995), Fast Cars, Clean Bodies: Decolonization and the Reordering of French Culture. MIT Press, Cambridge, Mass. Steinberg S., Vlasic B. (25 gennaio 2013), “Car-Sharing Services Grow, and Expand Options”, The New York Times.

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Archistar internazionali e trasformazioni urbane: assunti, ruoli ed esiti nell’urbanistica milanese recente Davide Ponzini Politecnico di Milano DAStU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Email: davide.ponzini@polimi.it

Abstract

Questo contributo propone di considerare nel contesto italiano progetti, modelli e attori che provengono da un'altra parte del “mondo” urbanistico. Si propone di osservare i rappresentanti ordinari dell’urbanistica italiana alle prese con progetti urbani firmati da architetti star internazionali, investigando in particolare il rapporto sviluppato tra il sistema e gli attori della pianificazione urbanistica milanese e una elite transnazionale di architetti e urbanisti che negli ultimi quindici anni hanno contribuito a ridisegnare parti importanti di questa città. I casi dei grandi progetti urbani in corso di realizzazione a Milano (come City Life, Garibaldi Repubblica-Porta Nuova, Santa Giulia e altri) mostrano come da un lato si assume erroneamente che, anche in assenza di una forte regia pubblica locale, la qualità dei progettisti internazionali sia in grado di risolvere problemi urbanistici contestuali e complessi. Dall’altro lato questi esempi mostrano come i ruoli e le implicazioni della figura delle archistar possono variare profondamente in un medesimo contesto. Parole chiave: progetto urbano, politiche urbane, Milano.

Introduzione1 Il tema della conferenza “L’urbanistica italiana nel mondo” fa riferimento alle relazioni tra punte avanzate della riflessione e della pratica urbanistica italiana e altri contesti internazionali. Il tema dell’Atelier “Mobilità e mutazione di idee e politiche in una prospettiva trans-nazionale” permette di operare una duplice inversione del punto di vista e di avanzare la riflessione su fronti poco discussi. La prima inversione è quella di osservare le circostanze e le esperienze in cui “il mondo” - o almeno un gruppo di idee, modelli, attori e interessi esterni – si confronta con le nostre città. La seconda inversione è quella di considerare non tanto le punte avanzate dell’urbanistica italiana, quanto i suoi rappresentanti ordinari. Sulla base di queste due considerazioni, l’articolo propone di discutere il rapporto tra il sistema e gli attori della pianificazione urbanistica milanese a partire dagli anni 2000 e una elite transnazionale di architetti e urbanisti che hanno contribuito a ridisegnare parti notevoli della città. La tesi di questo contributo è semplice: i casi dei grandi progetti urbani in corso di realizzazione a Milano (come City Life, Garibaldi Repubblica-Porta Nuova, Santa Giulia e altri) mostrano come da un lato si assuma erroneamente che la qualità dei progettisti internazionali sia in grado di risolvere problemi urbanistici contestuali e complessi (in termini di generazione di plusvalore e redistribuzione di infrastrutture servizi urbani, programmazione e delivery edifici e parti di città, …) anche in assenza di una regia pubblica forte. Dall’altro lato questi esempi mostrano come i ruoli e le implicazioni delle archistar - e si può ragionevolmente supporre di altri attori transnazionali coinvolti nei processi di trasformazione 1

Questo contributo riprende ricerche e pubblicazioni svolte sul tema dall’autore, tra cui Ponzini, 2011; 2012; Ponzini e Nastasi 2011; d’Ovidio e Ponzini, in corso, e in particolare Ponzini, in corso.

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urbana come developers, istituti di credito, … - possono variare profondamente non solo a seconda della città e del paese di riferimento, ma anche in riferimento allo stesso contesto urbano e a progetti per certi aspetti simili tra loro. Due assunti: progetto firmati e macchina della crescita urbana Sono passati ormai venticinque anni da quando David Harvey (1989a e 1989b) ha rilevato un legame tra le tendenze imprenditoriali e competitive nella gestione delle città e la presenza di architetture ed estetiche post-moderne per centri commerciali, luoghi culturali, strutture per eventi sportivi o di semplice intrattenimento, compound di uffici e altro. In questi anni si è compreso come le difficoltà incontrate da vari tipi di monopolio economico dovute alla crescente mobilità finanziaria internazionale, abbiano dato maggior importanza alla creazione di tali spazi e al loro apprezzamento immobiliare (Harvey, 2002). Dal punto di vista della società locale, questi progetti per la crescita urbana sono spesso benvenuti, assumendo che essi siano in grado di generare e distribuire nuova ricchezza attraverso la valorizzazione immobiliare, non solo attraverso la tassazione ma anche alla produzione di infrastrutture e nuove parti di città pubblica come facilities culturali, infrastrutture, verde, servizi pubblici e altro. Nonostante simili giustificazioni sino state efficacemente falsificate da decenni (Logan e Molotch, 1987) questa stessa logica è ancora oggi accettata e declinata variamente. Un assunto più esplicito di quest’approccio al progetto urbano interessa il ruolo dei progettisti. Dato che la qualità delle architetture e dei luoghi sono spesso elemento cruciale per il successo dell’intervento nel tempo, si confida più o meno strumentalmente nel fatto che architetti blasonati siano in grado di dare senso allo spazio, di attrarre cittadini ed utilizzatori locali e globali, determinando così il successo delle trasformazioni urbane (Jencks, 2005; Saunders, 2005; Sudjic, 2005). Anche sulla base di quest’assunto, promotori immobiliari e politici locali utilizzano almeno una struttura culturale o pubblica firmata da una star internazionale o un edificio spettacolare per legittimare operazioni di diversa qualità. Da diversi anni si è sviluppata una letteratura critica sulle caratteristiche e sul ruolo degli studi internazionali di architettura che ha messo in luce non pochi problemi per la trasformazione delle città contemporanee (McNeill, 2009; Sklair, 2005 e 2006). Gli studi di architettura riconosciuti come più innovativi sono spesso legati alla personalità di particolari progettisti. Possono essere imprese di centinaia di addetti, ma in genere sono gruppi più ridotti. L’ipermobilità di questi studi genera non pochi problemi per la loro effettiva capacità progettuale e gestionale. Dato che tendono a operare in vari paesi, in molti casi, queste organizzazioni cooperano con studi localizzati nei contesti di riferimento. Nonostante questi studi locali diano contributi rilevanti alla progettazione, come detto, non sono tanto creativi e innovativi quanto dotati di connessioni con i decisori locali e di capacità di negoziare e guidare l’opinione pubblica locale, il che è spesso più importante per vincere concorsi o per realizzare progetti urbani complessi. Tre progetti urbani firmati a Milano Nel contesto italiano i progetti urbani firmati hanno incontrato problemi non dissimili da altri progetti meno blasonati2. Anche quando le procedure vanno a buon fine, la debolezza di simili progetti dipende anche da interventi sul contesto, che spesso sono carenti o profondamente modificati in corso d’opera. In questo senso, sostenere che gli effetti urbani dei progetti firmati non dipenda tanto dalla creatività delle archistar o dalla loro fama, quanto dalla capacità dell’amministrazione e della disponibilità dei vari partner di costruire condizioni (e chiari vincoli progettuali) favorevoli alla fattibilità urbanistica, economica, politica ed amministrativa degli interventi e alla distribuzione dei benefici derivati sembra - in Italia come all’estero - una semplice constatazione di buon senso urbanistico. Tuttavia, io credo, si possa cercare di comprendere meglio i processi e gli effetti di simili progetti urbani discutendo con maggior attenzione i rapporti tra designer internazionali e urbanistica locale, intendendo quest’ultima in almeno tre modi: attività di pianificazione urbanistica ordinaria e istituzionalmente formalizzata; intellighenzia urbanistica e apparati tecnico-culturali delle istituzioni e professioni locali; più ampio dibattito pubblico su urbanistica e città. Saranno brevemente considerati e commentati tre progetti milanesi: Rogoredo Santa Giulia, Garibaldi Repubblica-Porta Nuova, City Life. 2

Ad esempio molte delle opere di architetti di fama in una città dinamica e in profondo rinnovamento come Salerno (la stazione marittima di Zaha Hadid, la cittadella giudiziaria di David Chipperfield, la marina progettata da Calatrava, il Crescent di Ricardo Bofill, le residenze di Jean Nouvel e altre opere di Fuksas, Perrault,…) non hanno saputo evitare ritardi e tortuosi percorsi amministrativi (Russo, 2011).

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Rogoredo Santa Giulia è stato uno dei più rilevanti progetti di riqualificazione promossi negli ultimi anni a Milano (oltre 1 milione di metri quadrati; per una descrizione accurata, si veda Bolocan e Bonfantini, 2007). È stato ideato da un team di progettisti internazionali e locali guidato da Foster + Partners per la conversione di un sito industriale periferico gravemente inquinato. Anche in virtù dell’alta accessibilità, il dibattito ha accolto il progetto come fondatore un nuovo modo di vivere e lavorare in una città multipolare, o anche come nuova porta sud-orientale di Milano (Galuzzi e Vitillo, 2002; Nicolin, 2007). A seguito di un complesso processo (per cui si rimanda a Savoldi, 2010 e a Bricocoli e Savoldi, 2012), solo parte del progetto è stato realizzato. La sede italiana di un gruppo internazionale di comunicazione è stata completata con successo nel 2009. La cosiddetta promenade commerciale (circa 600 metri di lunghezza) avrebbe dovuto diventare una nuova via della moda milanese, ma solo qualche bar ha finora aperto i battenti. Allo stesso modo i servizi sociali programmati sono disponibili solo in minima parte, spingendo così la comunità locale ad utilizzare le strutture esistenti nel vicino quartiere Rogoredo o in aree più centrali di Milano. La maggior parte delle residenze per reddito medio è stato costruita e prontamente immessa sul mercato con esiti di bassa qualità urbana (Savoldi, 2010). Le componenti più ambiziose sono state sospese, in parte anche a causa della fase critica nella finanza internazionale e il rallentamento del mercato immobiliare locale. La fama di Norman Foster era funzionale alla costruzione dell'immagine e la commercializzazione del progetto - “A World-Class Project for a World-Class City” - che avrebbe dovuto comprendere un centro congressi e appartamenti di lusso e un grande parco (33 ettari) progettato dallo studio olandese West8. Lo scandalo del 2011 e il sequestro di parte dell’area per via dell’incompleta decontaminazione hanno contribuito a indebolire ulteriormente l'immagine del progetto e ad abbassare la sua attrattività commerciale. Le famiglie che hanno acquistato le unità residenziali si devono oggi confrontare con valori immobiliari drammaticamente inferiori al previsto, mentre i sostenitori del progetto cercano di rilanciarlo, se non altro per evitare ulteriori perdite finanziarie. È chiaro che il senso e l’identità di questa parte di città non può essere garantita dalla sola immagine del progetto, anche se per molte ragioni un simile “planning disaster” poteva essere previsto (Bricocoli e Savoldi, 2012). L’attuale amministrazione si è trovata a dover rimediare alle condizioni più gravi ed ha recentemente inaugurato parte del parco. Il progetto più in vista a Milano negli ultimi anni probabilmente è quello derivato dai PII dell’area Garibaldi Repubblica, centrale e accessibile, da decenni in attesa di essere rigenerata (Marinoni, 2005). Il progetto e le condizioni favorevoli date al developer derivano dall’idea di realizzare un grande parco centrale e di generare strutture per servizi innovativi per moda e cultura (Bolocan e Bonfantini, 2007; d’Ovidio e Ponzini, in corso). Oltre a residenze e a spazi espositivi e uffici per le maison milanesi, era infatti prevista la realizzazione di un centro espositivo e di ricerca per la moda - il Modam progettato da Pierluigi Nicolin - per cui è stata istituita una fondazione dedicata e grazie a cui si è raccolto un notevole consenso per il più ampio progetto urbano. Una volta approvato lo schema, le case di moda hanno manifestato scarso interesse e incontrato limitato riscontro nell’amministrazione, andando progressivamente a localizzare i propri uffici e spazi espositivi in altre parti di città, senza seguire alcun programma a scala urbana. Una volta acquisito da un developer internazionale il progetto ha cambiato nome diventando Porta Nuova e ha completato un processo di negoziazione del master plan di Cesar Pelli e di modificazione consistente in termini di volumi e mix funzionali oggi realizzati. Pur mantenendo l’impianto originale, si è infatti persa la vocazione per la moda, lasciando maggiore spazio ad uffici per servizi finanziari, residenze e commercio di lusso. Il Modam e altre componenti pubbliche del progetto non saranno realizzate. Anche per questo, in varie fasi il progetto è stato contrastato da associazioni di quartiere, senza particolare effetti. Purtroppo il dibattito pubblico si è focalizzato sull’edificio più alto (disegnato dallo stesso Pelli e ad oggi il più alto d’Italia), senza incidere su altri fronti problematici. Oltre ai limiti morfologici e funzionali del progetto (si vedano le analisi dettagliate di Bosselman, 2007; Arcidicono e Piga, 2007) si deve notare come la città abbia perso l’occasione di dotarsi di servizi innovativi e di rafforzare un importante settore economico. I progetti per edifici residenziali disegnati da Arquitectonica e da altri progettisti locali come Stefano Boeri, Cino Zucchi e Paolo Caputo faticano a collocarsi sul mercato. Ci si può chiedere se la qualità dei luoghi generati attraverso un simile progetto urbano possa essere indifferente al mix funzionale, alla realizzazione di strutture culturali ed espositive, oppure al grave ritardo nella realizzazione del grande parco centrale al master plan. Su questi fronti, l’influenza dell’architetto star è evidentemente scarsa.

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Il progetto di City Life deriva da un procedimento complesso di assegnazione dell’aree della ex-Fiera, legato al finanziamento per lo sviluppo del nuovo polo fieristico di Rho e Pero. A seguito del concorso la Fondazione Fiera in accordo con il Comune di Milano ha assegnato al progetto di City Life (per oltre 500 milioni di Euro) nonostante questa fosse criticabile per molti aspetti urbanistici (Palermo, 2009). Il progetto consiste in un complesso residenziale e di torri per uffici disegnati da star internazionali come Hadid, Libeskind e Isozaki con estetiche spettacolari e decontestualizzate (Bolocan e Bonfantini, 2007). Oltre al parco centrale, la presenza di un grande Museo per l’Arte Contemporanea progettato da Libeskind (da finanziare grazie agli oneri del progetto) è stata accolta con interesse, dato che - nonostante la vivacità della produzione artistica e la notevole presenza di gallerie di rilievo internazionale - Milano non dispone di una simile struttura. Ad oggi solo una parte del progetto è stata realizzata e a più riprese l’effettiva realizzazione di due delle tre torri è stata confermata e smentita. Il Museo non sarà realizzato. Sembra invece tenere il quadro di potenziamento infrastrutturale. Certamente l’esito finale dello schema di sviluppo urbanistico di City Life deriva da un elevato numero di aggiustamenti e negoziazioni tra il developer e l’amministrazione comunale (che hanno ad esempio concordato una drastica riduzione delle componenti terziarie a favore di residenze di lusso), su cui l’influenza dell’architetto di fama è stata evidentemente marginale. Non sembra sorprendere solo l’incertezza in cui vertono varie componenti di questo progetto, ma come complessivamente gli attori coinvolti procedano senza considerare il rapporto tra le parti, sia in termini funzionali che di qualificazione di questo luogo. Ad esempio il fatto che non si realizzerà il Museo, non ha portato a riconsiderare il parco di sculture nel più ampio progetto dello spazio pubblico. Non sembra ragionevole immaginare che le dotazioni urbanistiche siano indifferenti alla realizzazione di due delle tre torri previste o alla presenza di funzioni residenziali piuttosto che uffici. Anche in questo caso il dibattito pubblico si è concentrato sulle figure delle archistar (a cui sono ufficialmente intitolati gli edifici: “Residenze Hadid”, “Residenze Libeskind”, “Torre Isozaki”, …) e sulle estetiche di quegli edifici spettacolari che paradossalmente non stanno vedendo la realizzazione. Capolavori firmati ma senza quadro? I tre casi hanno mostrato che pur seguendo gli assunti discussi sopra, i progetti urbani firmati talvolta non riescono a decollare, oppure falliscono dopo aver mosso i primi passi, sono radicalmente ridefiniti senza che l’architetto star possa incidere sulle scelte o intervenire nel ridisegno delle architetture e degli spazi urbani o in loro riutilizzi che mettono in crisi l’identità del luogo originalmente progettato. Questo può essere spiegato in relazione alle attività ordinarie di pianificazione, alle posizioni assunte da esperti e professionisti ed al più ambio dibattito pubblico. Un’ipotesi ricorrente nello spiegare i problemi milanesi sostiene che negli ultimi dieci anni l’amministrazione ha di fatto rinunciato a comporre una visione spaziale per lo sviluppo urbanistico e per questa ragione ciascuno dei progetti si trova a dover affrontare gravi incertezze. In effetti risale all’inizio degli anni 2000 il tentativo di innestare procedure speciali per progetti prioritari (PII) seguendo il potenziamento infrastrutturale della regione metropolitana (la cosiddetta della “T rovesciata”). Sulla base del Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche (Comune di Milano, 2000) Luigi Mazza supponeva una forte responsabilità pubblica nel selezionare e guidare progetti urbani. Per sostenere quanto questo non si sia verificato basti citare che l’amministrazione ha approvato, adottato o sta discutendo circa la metà dei 186 PII proposti dai privati in varie parti della città (Cognetti e Gaeta, 2011). La costruzione del Piano di Governo del Territorio ha di fatto assecondato l’espansione dell’offerta immobiliare (Comune di Milano, 2008) e questo ha in parte spinto i developer a cercare modalità nuove di distinzione in un mercato affollato, anche attraverso il branding di architetti internazionali. In questo quadro si sono promosse negoziazioni favorevoli per la parte privata, senza tuttavia garantire la qualità dei luoghi e tutelare né il lato dell’offerta né quello della domanda (come discusso poco sopra nei casi). Il contesto milanese degli anni 2000 sembra in termini più generali scontare le conseguenze di un’arena in cui pochi grandi investitori procedono più in virtù della loro influenza decisionale piuttosto che di una ragionevole solvibilità nel mercato di interventi residenziali e per uffici. Secondo questa visione si è sostenuto che a Milano non abbiano funzionato né i meccanismi di pianificazione né quelli di mercato (Palermo e Ponzini, 2012). L’amministrazione comunale attualmente in carica ha ereditato vari progetti problematici oggi in corso di realizzazione e si è trovata a rimediare per poter garantire condizioni minime di qualità urbana agli abitanti già insediati e di riorientare le risorse pubbliche disponibili verso interventi di minor entità ritenuti

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essenziali (ma apparentemente generatori di maggior consenso alla scala di quartiere). Non sembra essere in programma la costruzione di una nuova visione spaziale per la regione urbana. Nel 2009 viene istituita un organo tecnico-consultivo all’interno del Comune – la Commissione per il paesaggio. L’intento è quello di portare l’attenzione dei progettisti sulle nuove morfologie dei progetti in corso, sull’impatto delle nuove edificazioni sul paesaggio urbano e in generale sull’immagine della città di Milano. In particolare, uno dei quattro ambiti di riflessione (oltre a spazio pubblico, edifici, e contesti storici) è quello dei grandi progetti urbani e della loro implementazione. Data la sua natura consultiva e l’assenza di strumenti regolativi o di controllo, la Commissione ha tentato di esercitare una moral suasion che tuttavia non ha avuto un’efficacia diffusa e impatti consistenti, quanto piuttosto ha indotto aggiustamenti puntuali e incrementali su singoli progetti e mediato gli effetti meno coerenti con la propria missione. La comunità milanese di architetti e urbanisti ha sviluppato argomenti e modi di operare adeguati alle circostanze. Spesso gli studio internazionali hanno un referente locale oppure sviluppano progetti in partenariato con progettisti locali, che hanno tutto il vantaggio a riprodurre l’argomento delle straordinarie capacità delle star e sottostimare le carenze del sistema di pianificazione locale. In generale architetti e professionisti locali hanno interesse a che si proceda a costruire e a non contrastare grandi progetti urbani dove possono trovare una collocazione in termini di porgetti complementari o di consulenza, soprattutto considerando che il numero dei developer e le loro modalità di intervento sono assai limitati. Questi ed altri problemi e fallimenti urbanistici sembrano poter essere assorbiti dall’opinione pubblica senza troppo clamore o critiche ai progettisti, forse per non turbare la credibilità della rete economica e finanziaria che sostiene i progetti stessi. Le voci critiche spesso adottano argomenti tanto facili quanto contestabile (la discussione sull’estetica dei palazzi di City Life e un penoso percorso che ha seguito quasi alla lettera la strategia immobiliare di personificazione dei singoli edifici di Hadid e Libeskind valga per tutti). Molto più raramente si portano giudizi e valutazioni articolate e complessive (AAVV, 2010; Gaeta e Cognetti, 2010; Palermo e Ponzini, 2012) o su specifiche aree di progetto (Arcidiacono e Pogliani, 2011; Bricocoli e Savoldi, 2012). L’instabilità del quadro tecnico di riferimento urbanistico e la scarsa affidabilità del mercato (alcuni dei responsabili dei fallimenti urbanistici di Milano sono stati riabilitati a più riprese sulla scena pubblica) non hanno aiutato da un lato l’opinione pubblica ad emanciparsi e, dall’altro, le inchieste promosse con maggiore autonomia ad incidere con più efficacia. Conclusioni La tesi di questo contributo è semplice: i casi dei grandi progetti urbani in corso di realizzazione a Milano mostrano come da un lato si assuma erroneamente che la qualità dei progettisti internazionali sia in grado di risolvere problemi urbanistici contestuali e complessi anche in assenza di una regia pubblica forte. Dall’altro questi esempi mostrano come i ruoli e le implicazioni delle archistar possono variare profondamente. Purtroppo l’assenza di un riferimento forte di pianificazione pubblica lascia ampi margini per scelte contingenti a ciascun progetto. Le promesse di consistenti contributi alla città pubblica (nonostante le priorità siano poco chiare), la legittimazione pubblica data dall’architetto di fama, un dibattito disciplinare polarizzato tra celebrazione degli architetti o loro demonizzazione e concentrato su dettagli estetici e spettacolari aiutano i progetti urbani a procedere, ma certamente non ne garantiscono la realizzazione o il successo in termini di generazione e distribuzione di benefici pubblici. Non si tratta qui di condannare o assolvere questo o quel progettista. Gli architetti internazionali (e locali) seguono generalmente le richieste dei loro clienti pubblici o privati, anche se talvolta con scarsa dialettica e poco spirito critico. Gli esiti urbani dipendono in parte dalla committenza e dalle competenze nel montaggio e nell’implementazione, ma anche dagli assunti ad essi sottostanti. Sembra oggi chiaro che non si possa interpretare la qualità e il senso dei luoghi urbani come semplice sottoprodotto della valorizzazione immobiliare, neanche in presenza di progettisti acclamati internazionalmente. Non ci si può però stupire che un assunto sostanzialmente infondato diventi di senso comune, né che venga riproposto dai media o sostenuto da coalizioni di developer o politici pro-growth. Tuttavia non è chiaro perché professionisti e studiosi della città raramente l’abbiano criticata sulla base di analisi di progetti e processi di trasformazione urbana (il numero di ricerche critiche citate per Milano non sono di molto inferiori a quelli di altre città italiane). Osservare e riconoscere le condizioni politiche e culturali e gli strumenti urbanistici che rendono i progetti possibili, che ne richiedano un rapporto significativo con il contesto e con la struttura urbana certamente non eviterà tutti i problemi delle trasformazioni urbane, tuttavia questo

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sembra un passo indispensabile per discutere in modo più realistico della trasformazione delle città contemporanee, in Italia come all’estero (Palermo e Ponzini, 2010). Riferimenti bibliografici AAVV (2007), ‘Porta Nuova’, Lotus, no. 131, pp. 78 - 99. AAVV. (2010) Per un’altra città. Riflessioni e proposte sull’urbanistica Milanese. Politecnica, Milano. Arcidiacono A., Piga B. (2007), ‘Il caso Garibaldi-Repubblica: simulazioni spaziali e valutazione dell’impatto cumulato dei progetti urbani’, Territorio, no. 43, pp. 40 - 52. Arcidiacono A., Pogliani L. (2011), a cura di, Milano al futuro: riforma o crisi del governo urbano, Franco Angeli, Milano. Bolocan Goldstein M., Bonfantini, B., a cura di (2007), Milano incompiuta. Interpretazioni urbanistiche del mutamento, Franco Angeli, Milano. Bosselman, P. (2007), ‘The Nature of Change’, Territorio, no. 43, pp. 9 - 16. Bricocoli M, Savoldi P (2010), Milano Downtown. Azione Pubblica e Luoghi dell’Abitare, et al. Edizioni, Milano. Bricocoli M., Savoldi S. (2012), “Il disastro pianificato e l’innovazione silenziosa. Due (quasi) progetti urbani a contrasto”, Archivio di Studi Urbani e Regionali, no. 104, pp.74-90. Cognetti F., Gaeta L. (2011) a cura di, “Milano, dieci anni di ordinaria pianificazione”, Urbanistica, no. 145, pp. 7-40. Comune di Milano – Assessorato allo sviluppo del territorio (a cura di), Ricostruire la grande Milano. Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali, mimeo, Milano. Comune di Milano (2010) Piano di Governo del Territorio, mimeo, Milano. Galuzzi P., Vitillo G. (2002), “La nuova porta sud della città”, Urbanistica, no. 119, p.113. Hall P. (1980), Great Planning Disasters, Weidenfield and Nicolson, Londra. Harvey D. (1989a), The Condition of Postmodernity. An Enquiry into the Origins of Cultural Change. Blackwell, Oxford. Harvey D. (1989b), “From Managerialism to Entrepreneurialism: The Transformation in Urban Governance in Late Capitalism”, Geografiska Annaler B, no.1, vol. 71, pp. 3 - 17. Harvey D. (2002), “The Art of Rent: Globalization, Monopoly, and the Commodification of Culture”, in K. Panitch & C. Leys (a cura di), A World of Contradictions (Socialist Register 2002), Haymarket Books, Chicago. Irazábal, C. 2012 Transnational Planning: Reconfiguring Spaces and Institutions. In S. Krätke, K. Wildner and S. Lanz (eds.). Transnationalism and Urbanism. London, New York: Routledge, Taylor & Francis Group, pp.72 - 90. Jackson P., Crang P., Dwyer C. (2004) a cura di, Transnational Spaces, Routledge, Londra. Jencks C. (2005), The Iconic Building: The Power of Enigma, Frances Lincoln, Londra. Logan J. R., Molotch H. L. (1987), Urban Fortunes: The Political Economy of Place, University of California Press, Berkeley. McNeill, D. (2009), The Global Architect. Firms, Fame and Urban Form, Routledge, New York. Moulaert F., Swyngedouw E., Rodriguez A. (2002), “Neoliberal Urbanization in Europe: Large scale urban development projects and the new urban policy”, Antipode, n. 3, vol. 34, pp. 547 - 582. Nicolin P. L. (2007), “Milano Boom. Dall’etica della produzione all’estetica del consumo”, Lotus, no. 131, pp. 4 - 9. d’Ovidio M., Ponzini D (in corso), “Rhetoric and Effects of Creative City Policymaking: Evidence and Reflections from Milan and beyond”, in Krauss G. Sternberg R. (a cura di), Handbook of Research on Entrepreneurship and Creativity, Edward Elgar, Cheltenham. Palermo P.C. (2009), I Limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo, Donzelli, Roma. Palermo P. C., Ponzini D. (2010), Spatial Planning and Urban Development. Critical Perspectives, Springer, Dordrecht e New York. Palermo P.C., Ponzini D. (2012), “At the Crossroads between Urban Planning and Urban Design: Critical Lessons from Three Italian Case Studies”, Planning Theory and Practice, no. 3, vol. 13, pp. 445 - 460. Ponzini D. (2011), “Large scale development projects and star architecture in the absence of democratic politics: The case of Abu Dhabi, UAE”, Cities, no. 3, vol. 28, pp. 251 - 259. Ponzini D. (2012), “Competing Cities and Spectacularizing Urban Landscapes”, in Anheier H. K., Isar Y. R. , Hoelscher M. (a cura di) Cities, Cultural Policy and Governance. Cultures and Globalization Series, Sage, Londra, pp. 99 - 110.

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Atti della XXVII Conferenza Nazionale SIU


Lâ&#x20AC;&#x2122;urbanistica italiana nel mondo


Atti della XXVII Conferenza Nazionale SIU


Lâ&#x20AC;&#x2122;urbanistica italiana nel mondo


Planum Publisher Roma Milano www.planum.net ISBN 9788899237004

Volume digitale pubblicato nel mese di dicembre 2014


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