XXII Conferenza Nazionale SIU Società Italiana degli Urbanisti Matera-Bari | 5-6-7 Giugno 2019
L'URBANISTICA ITALIANA DI FRONTE ALL'AGENDA 2030 Portare territori e comunità sulla strada della sostenibilità e della resilienza
CARTOLINE Album delle cartoline partecipanti alla Mostra
PLANUM PUBLISHER | WWW.PLANUM.NET
Š Copyright 2020
Planum Publisher Roma-Milano ISBN 9788899237226 Volume pubblicato digitalmente nel mese di aprile 2020 Pubblicazione disponibile su www.planum.net | Planum Publisher Ăˆ vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, anche ad uso interno e didattico, non autorizzata. Diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento, totale o parziale con qualsiasi mezzo sono riservati per tutti i Paesi.
Crediti
XXII Conferenza Nazionale SIU. L'urbanistica italiana di fronte all'Agenda 2030. Portare territori e comunità sulla strada della sostenibilità e resilienza. Matera-Bari, 5-6-7 giugno 2019. Coordinamento Scientifico
Nicola Martinelli, Mariavaleria Mininni.
Comitato Scientifico
Maurizio Tira, Maurizio Carta, Claudia Cassatella, Giovanni Caudo, Paolo La Greca, Giovanni Laino, Anna Marson, Stefano Munarin, Gabriele Pasqui, Camilla Perrone, Michelangelo Russo, Piergiuseppe Pontrandolfi, Corrado Zoppi.
Comitato Organizzatore
Mariella Annese, Sergio Bisciglia, Letizia Chiapperino, Daniela De Leo, Matteo di Venosa, Vito D’Onghia, Giovanna Mangialardi, Ida Giulia Presta, Vittoria Santarsiero, Antonella Santoro, Michelangelo Savino.
Staff
Nicoletta De Rosa, Vito D’Onghia, Nicola La Macchia, Nicola La Vitola, Federica Montalto, Ada Palmieri, Miriam Pepe, Francesco Severino, Giulia Spadafina, Maria Cristina Tagarelli, Giuseppe Volpe.
Segreteria Organizzativa
Giulia Amadasi, Letizia Chiapperino.
Pubblicazione
A cura della Planum Publisher | Giulia Fini e Laura Infante (Coordinamento), Teresa Di Muccio, Marco Norcaro, Virginia Vecchi (Redazione).
Progetto Grafico Miriam Chtioui.
A definire il concept del logo e dell’immagine coordinata per la XXII Conferenza Nazionale SIU è stata la formula organizzativa prevista: 3 x 3 x 3 (+3) workshop e plenarie. Nove occasioni di confronto tra plenarie, workshop ed eventi collaterali da cui derivano nove moduli che compongono una griglia ripetuta tre volte, di cui il primo quadrato è dedicato al marchio, e i secondi due supportano l’impaginazione del testo del logotipo. Al logo è associata una re-interpretazione della città di Despina di Karina Puente, architetto peruviano che ha realizzato una personale interpretazione delle Città invisibili di Italo Calvino. L’illustrazione raffigura i minareti delle architetture bizantine - diffuse nei territori che hanno ospitato la XXII Conferenza - dai quali si diramano bracci flessibili che si protendono verso il cielo.
Crediti
Autori
Cartoline. Album delle cartoline partecipanti alla Mostra, DICAR - Dipartimento di Scienze dell'Ingegneria Civile e dell'Architettura, Politecnico di Bari, Bari 5-6-7 giugno 2019
Carlo Alberini, Diletta Angelone, Vito Azzilonna, Angela Alessandra Badami, Claudio Nicola Biancofiore, Cosimo Camarda, Massimo Carta, Marica Castigliano, Li Chen, Letizia Chiapperino, Miriam Chtioui, Teresa Cilona, Valentina Ciuffreda, Nicola Clementel, Francesco Saverio Colella, Annalisa Contato, Gianmarco Cotti, Vito D’Onghia, Alberto De Virgiliis, Francesco di Paola De Gaetani, Fabio Di Iorio, Massimo Dicecca, Emiliano Esposito, Salvo G. Ferlito, Marzia Gabriele, Nicola La Macchia, Nicola La Vitola, Paola Lavorgna, Giorgia Lentini, Giada Limongi, Barbara Lino, Lorenzo Massimiano, Silvana Milella, Salvatore Danilo Mistretta, Federica Montalto, Angelica Nanni, Alessandro Oppizzi, Marilena Orlando, Miriam Pepe, Linh Pham, Andrea Marçel Pidalà, Ida Giulia Presta, Elisa Privitera, Caterina Quaglio, Caterina Salvatori, Eleonora Santoro, Federica Scaffidi, Srishti Singh, Giulia Spadafina, Carmelo Galati Tardanico, Luca Torrisi, Samuele Vincenti, Giuseppe Volpe, Yuqi Zhang.
Coordinamento Scientifico
Mariella Annese e Matteo di Venosa con Michele Cera, Donatella Cialdea, Enrico Formato, Daniele Ronsivalle, Federico Zanfi.
Progetto Grafico
Giulia Spadafina, Giuseppe Volpe.
Cartoline Le Cartoline sono immagini ravvicinate e aggiornate di specifiche realtà territoriali entro cui è possibile riconoscere alcune rilevanti condizioni, ad un tempo di fragilità e di valore
Introduzione In relazione alle realtà locali e a partire da luoghi cospicui delle due regioni ospitanti la Conferenza Nazionale SIU 2019, le tematiche dell’Agenda 2030 sono state illustrate, in aggiunta ai lavori della Conferenza, anche attraverso le Cartoline. Si tratta di immagini ravvicinate e aggiornate, incentrate su specifiche realtà territoriali, entro cui è possibile riconoscere alcune rilevanti condizioni ad un tempo di fragilità e di valore. Le Cartoline rappresentano, in altri termini, visioni di prossimità su casi di studio significativi che si prestano come casi-guida per rileggere e confrontare altre realtà del territorio italiano ed internazionale. In linea con i temi della Conferenza, le Cartoline pongono l’accento su alcune questioni cogenti delle agende urbane locali e si dispongono in maniera trasversale alle tre tematiche nelle quali si articolano i workshop, proponendosi come sfondo di approfondimento delle questioni trattate. Ogni Cartolina propone temi e keywords preordinate, da tenere quali riferimenti della discussione interna ad ogni workshop e possibili punti di avvio delle plenarie. Ogni cartolina è inoltre connotata da una immagine, una fotografia, con l’obiettivo specifico di arricchire la comunicazione settoriale con un linguaggio “altro” e ugualmente denso, come già avvenuto in altre esperienze passate. La fotografia supporta il racconto e la descrizione dei temi affrontati collaborando così alla costruzione di un atlante. Allo scopo di fornire utili riferimenti per l'elaborazione delle Cartoline, sono stati curati tre casi-guida: Matera, Taranto e il Salento. Bari, giugno 2019
M.d.V., M.A.
Cartoline Guida
Cartolina-guida di riferimento
MATERA Parole chiave
cultura, moderno, patrimonio Titolo
Matera “immagine della vergogna�
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Autore della fotografia: Michele Cera Anno di ripresa: 2011 Luogo di ripresa: Serra Venerdì, Matera Autori della cartolina: Mariella Annese, Mariavaleria Mininni
Matera, “immagine della vergogna”, è stata per molto tempo un laboratorio privilegiato per il progetto della città pubblica. Mostrandone i limiti e le incapacità, dovute al distacco di quel progetto dai luoghi e dall’identità della comunità, ha anche messo in luce le opportunità che potevano nascere da una integrazione delle forme dell’abitare dentro gli strumenti di piano, mettendo a confronto l’architettura con l’urbanistica e il loro diverso modo di progettare la città. Lo sguardo offerto dalla cartolina Matera tocca i temi affrontati in alcuni workshop di questa conferenza SIU, ovvero il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, e i WS 1.2 Opportunità abitative nelle periferie rigenerate, WS 3.3 Nuove ecologie dell’abitare, ed invita a riguardare la città, la complessità e le contraddizioni di quellastagionesperimentaleeascoprirnelepotenzialità. Con una diversa angolazione, i quartieri del moderno - e Matera - possono diventare i luoghi per ridefinire i rapporti tra spazi e società, tra pratiche e progetto, attraverso la più fertile definizione patrimoniale data dal paesaggio. Una visione rinnovata su Quartieri nell’impostazione quanto negli strumenti di lettura può permettere un aggiornamento dell'interpretazione critica, misurata rispetto alle istanze e alle pratiche degli abitanti di quei quartieri, lontani ormai dai fatti di quella memoria che conservano comunque come identità storica comune. I materiali del moderno, sebbene ancora inadeguati per le necessità dell’abitare, possono infatti provare a stabilire un confronto con la città contemporanea, evocare la storia e diventare un nuovo centro (storico), così contribuendo a riscrivere lo spazio, dando ordine a quanto è sopraggiunto in maniera frammentata e illeggibile, offrendo al territorio nuove regole e forme principi ordinatori.
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Cartolina-guida di riferimento
TARANTO Parole chiave
fragilitĂ , patrimonio, innovazione Titolo
Taranto specchio d'Italia
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Autore della fotografia: Michele Cera Anno di ripresa: 2012 Luogo di ripresa: Taranto Autore della cartolina: Matteo di Venosa
Taranto. L’immagine convenzionale è dominata dalla figura dell’Ilva che offusca la città con la sua storia, le sue risorse culturali e naturali. La città appare immobile, sospesa, imprigionata in un immaginario collettivo popolato da inquietanti mostri ambientali. Oltre l’Ilva, l’arsenale, il polo petroli, il cementificio della Cementir, i grandi quartieri dell’edilizia sociale, Tamburri, Salinella, Paolo VI. L’inquinamento è fisico e culturale. Taranto è specchio d’Italia per non aver mai risolto il rapporto tra città e fabbrica, tra politiche ambientali, politiche sociali e politiche del lavoro. Così come i mostri convivono con la storia, anche Taranto - la città delle nuvole - convive con i propri miti, con la propria cultura stratificata, con la geografia di un sito straordinario e unico, con un patrimonio di valori identitari che reclamano un progetto di futuro, una visione condivisa che riaffermi il valore della polis come luogo di elaborazione, di dialogo, di produzione di bellezza e di conoscenza, di indirizzo politico e culturale. A Taranto la cité e la ville sono alla ricerca di una nuova ricomposizione politica e culturale. Anche per questo motivo la fotografia di Taranto riflette quella più generale del nostro Paese. Nella drammaticità dei contrasti forti e ineludibili si costruisce l’immagine contemporanea e inedita di Taranto. Si tratta di invertire un orientamento che ha visto prevalere in questo territorio la figura dello straniero e le politiche economiche dell’intervento imposto dall’alto. Il caso di Taranto consente di traguardare i temi della Conferenza SIU e di declinare gli obiettivi dell’Agenda 2030 (inclusività, sicurezza, sostenibilità) rispetto alle specificità di un contesto paradigmatico.
La cartolina consente un approfondimento di alcuni workshop. In particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili e il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. La fragilità non si lega solo alla scarsa robustezza fisica ma anche ai valori territoriali più intimi: alle risorse minori, quelle rare, più sensibili. Risorse da tutelare come beni comuni, come patrimonio. Le molteplici condizioni di rischio richiedono la predisposizione di un progetto di territorio che operi come infrastruttura ambientale, come dispositivo che migliori la qualità dell’aria, del suolo, dell’acqua, dell’ambiente urbano degradato e abbandonato. In questa prospettiva Taranto è città laboratorio: luogo di sperimentazione di una cultura della sicurezza ambientale che riscatti l’autoreferenzialità degli approcci e l’inefficacia degli esiti. La prospettiva della sicurezza ambientale e del progetto di territorio ad essa associato, si fonda sul riconoscimento della città come risorsa patrimoniale, bene comune, palinsesto da decifrare in tutti i suoi livelli di senso: storico-archeologico, ambientale, culturale e sociale. Ancora una volta Taranto specchio d’Italia.
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Cartolina-guida di riferimento
SALENTO Parole chiave
turismo, crisi ambientale, rigenerazione territoriale Titolo
Paesaggio in crisi
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Autore della fotografia: Michele Cera Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Torre Rinalda, Lecce Autore della cartolina: Mariella Annese
L’interpretazione della diffusione salentina come modello insediativo coerente con la struttura della società e dell’economia locale ha consentito, così come era stato previsto dagli estensori del PTCP della Provincia di Lecce, il concretizzarsi di un turismo che è riuscito a promuovere il territorio. Il Salento da luogo archetipico dell’arretratezza atavica del Sud è così diventato meta privilegiata del turismo nazionale e internazionale. Attraverso un periodo lungo oltre 20 anni, l’economia turistica ha dilatato lo sguardo dalla costa all’entroterra, aderendo alla forma dispersa del territorio delle masserie, delle casedde, delle pagliare, consentendo trasformazioni importati del patrimonio immobiliare minuto e delle economie. Ma se il patrimonio privato è stato in gran parte devoluto all’accoglienza turistica, sottraendo spazi all’abitare e alla produzione agricola, parallelamente non si è compiuta l’altrettanto attesa infrastrutturazione del territorio, l’implementazione dei servizi e delle reti. Le interferenze positive con gli altri aspetti aspetti che pure il turismo avrebbe dovuto rilanciare sono state molto parzializzate nei fatti, lasciando inalterato (se non esasperandolo) il divario economico e sociale interno alle comunità. La cartolina dal Salento espone allo sguardo il guasto di uno sviluppo alla cui consapevolezza si giunge in questi anni ma che si è compiuto anche attraverso l’incapacità della politica di governare i processi, di non saper far convergere le dinamiche economiche dentro una visione complessiva e multisettoriale della realtà. L’immaginario comune di un avvenente litorale turistico di sabbie cristalline e mare incontaminato contrasta con una realtà in cui i temi della tutela e la valorizzazione degli aspetti ambientali - temi a cui già 20 anni fa gli scenari del possibile sviluppo
della penisola salentina avevano fatto riferimento ritenendoli sostanziali e non accessori per dare senso auspicata crescita - risultano cruciali. Lo guardo offerto dalla cartolina tocca i temi affrontati in alcuni workshop di questa conferenza SIU, ovvero il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, il WS 1.3 Adattabilità e modelli per nuovi abitanti e stili di vita, e il WS 1.1 Le politiche di welfare sulle diseguaglianze. Il tema del territorio-patrimonio nel Salento si impone con potenza attraverso i grandi problemi ecologici e ambientali (xilella, TAP, abusivismo) richiamando all’agenda la necessità di un urgente cambio di passo della gestione e un diverso ruolo delle comunità locali. In Salento la possibile uscita dalla crisi ambientale si sostanzia nell’affermazione di un progetto di interconnessione ambientale-paesaggistica costituibile nell’ipotesi di una strategia di rigenerazione territoriale che superi la scala comunale e che valorizzi tutti gli aspetti che dimensione ambientale contiene (pratiche sociali, attività produttive, la storia, la cultura popolare, ambiente). Questo progetto di territorio appare possibile nell’ipotesi che le comunità locali siano non più (e solo) attori del progetto ma decisori consapevoli che la salvezza della loro terra passa dalla riscoperta delle matrici identitarie storiche.
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Album delle Cartoline partecipanti alla Mostra
Cartolina da
MATERA Parole chiave
labirinto, patrimonio, antropico Titolo
Sovrapposizioni di volumi
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Autore della fotografia: Ida Giulia Presta Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Piazzetta San Pietro Barisano, Matera Autore della cartolina: Ida Giulia Presta
La storia dell’abitare umano è fatta innanzitutto di architettura spontanea, anonima, vernacolare, senza nome, espressione profonda dell’esigenza umana di non accontentarsi soltanto di avere un riparo, ma anche proiezione della propria identità personale e comunitaria. C’è molto da imparare dall’architettura antica, in particolare dall’architettura prima che diventasse arte (per esperti). Matera è un fondamentale esempio di “architettura collettiva”, legata all’atto di costruire come espressione naturale di una cultura, di uno specifico clima, ambiente e morfologia territoriale. Matera racconta la storia dell’umanità e di come l’ambiente costruito risponde a tale storia. Il ruolo dell’architetto, se vogliamo connetterlo a questo concetto, non è forse quello di concepire e costruire nuove forme, ma quello di osservare e tentare di innervare il proprio ruolo in questo continuo progredire, preservando e valorizzando l’eredità del costruito. In relazione al WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, che mette al centro la salvaguardia del patrimonio e lo sviluppo economico attraverso forme di turismo sostenibile, il caso Matera può essere visto come particolarmente significativo delle dinamiche in atto. La società contemporanea è in continuo mutamento, le necessità cambiano così come gli interessi e i bisogni, il contesto dei Sassi è - paradossalmente l’habitat perfetto per l’uomo moderno. I Sassi sono un esempio di città sostenibile, un laboratorio urbano, un cantiere di sperimentazione della disciplina del restauro a livello internazionale. Ma sono anche un microcosmo sociale che può essere ripetuto all’infinito, la loro struttura, infatti, non è che semplice manifestazione fisica dell’organizzazione sociale.
Nell’insediamento umano dei Sassi, prende forma il sistema di relazioni fisiche e sociali, il vicinato, come micro-aggregazioni super-familiari, la forma urbana degli antichi Rioni. Nella maggior parte dei casi diversi nuclei familiari abitavano le diverse case/grotte, monolocali senza bagno e cucina, condividendo però posti a tavola o letti. Il recupero urbano immaginato per un luogo così caratteristico deve fare i conti con ogni tipologia presente, il contesto va dunque studiato, analizzato e compreso. Lo sviluppo dei Sassi potrà e dovrà identificare nuove forme abitative e spazi aperti, magari aggiornando la classica dimensione del vicinato, guardando a nuove forme di co-housing/co-living, per trovare le motivazioni per con-vivere tra vicini di casa, dove abitare e consumare diventano parte di una nuova esperienza, e magari trasformando un semplice viaggiatore in un abitante vero, ma temporaneo, della città.
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Cartolina da
MATERA Parole chiave
patrimonio, turismo, abitare Titolo
Dove dormire a Matera
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Autore della fotografia: Emiliano Esposito Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Matera Autore della cartolina: Emiliano Esposito
Matera è da molto tempo un laboratorio culturale in grado di suscitare l’attenzione non solo del mondo accademico e del dibattito pubblico, ma anche di diversi settori dell’arte. Il percorso che ha trasformato Matera da cittá della vergona alla piú bella delle vergogne passa, infatti, per importanti momenti dal carattere artistico-culturale: la dichiarazione del centro storico come patrimonio UNESCO per l’umanità, l’abbellimento dei Sassi voluto dalle grandi produzioni cinematografiche di Hollywood (King David con Richard Gere nel 1985, e La passione di Cristo di Mel Gibson nel 2004), fino alla nomina di capitale della cultura europea per il 2019. Le trasformazioni degli ultimi decenni, dunque, hanno fatto di Matera un emblema della bellezza artistica e culturale. Tali cambiamenti hanno prodotto effetti collaterali visibili sul patrimonio storico-culturale dell’abitare in cittá. L’effetto di maggiore visibilità è quello legato al turismo. Rispetto al 2007 le visite turistiche in cittá sono aumentate del 176% negli ultimi sette anni. Matera si riempie di turisti, ma si svuota di abitanti: nel 2017 circa il 25% delle abitazioni del centro storico era affittato ai turisti tramite la piattaforma Airbnb. Oggi la cittá sembra inseguire il trend nazionale delle grandi cittá d’arte offrendosi in vetrina agli ingenti flussi di cittadini temporanei, mentre il tessuto urbano storico sembra sfumare sotto la sua immagine da cartolina. Lo sguardo Dove dormire a Matera tocca i temi affrontati in alcuni workshop della conferenza SIU del 2019, quali WS 1.3 Adattabilità e modelli per nuovi abitanti e stili di vita e WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. Inoltre, la cartolina intende offrire un invito a riguardare il percorso di trasformazione di Matera, con uno sguardo critico alle potenzialità non espresse e alle contraddizione di quanto avvenuto negli ultimi decenni.
Guardando alla cittá da una prospettiva diversa, i centri storici - e Matera nello specifico - possono diventare laboratori dove ridefinire i rapporti tra sviluppo economico, patrimonio storico-culturale, spazio, abitare e comunità. Fino ad ora Matera si è presentata come uno scenario privilegiato per eventi che fanno rumore e si consumano. Tuttavia, la cittá gode di un solido bagaglio culturale che proviene da lontano e rappresenta un valido detonatore di ricerca e approfondimento storico-sociale che possa fungere da supporto dello sviluppo locale. Una visione rinnovata di intervento e di lettura rispetto a quanto è stato fatto finora e a quanto offre Matera può ispirare un percorso lungo il quale le novità del turismo vadano di pari passo con le tradizioni abitative di comunità. 1 Si veda: http://www.assoturismo.it/assoturismo-cst-le-cittadarte-continuano-a-crescere-nel-2018-1134-milioni-dipresenze-34-milioni-sul-2017-dallestero-il-60-dei-visitatori. html. 2 Si consulti: https://www.internazionale.it/reportage/giadazampano/2017/09/04/airbnb-matera.
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Cartolina da
MATERA Parole chiave
sottosuolo, resilienza, sostenibilitĂ Titolo
Matera. Una cittĂ che scommette nel sottosuolo
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Autore della fotografia: Paola Lavorgna Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Matera Autore della cartolina: Paola Lavorgna
Lo spazio sotterraneo è un elemento che contribuisce significativamente alla pianificazione e gestione degli aspetti connessi alla qualità della vita, quindi strettamente legato alle possibilità di sviluppo sostenibile di un’area urbana. La conoscenza del sottosuolo, risorsa naturale e ambientale, crea opportunità in termini di ricadute positive in settori come la sicurezza, l’efficienza energetica e la gestione delle geo-risorse. In particolare i Sassi di Matera rappresentano un ecosistema urbano straordinario, in grado di durare dal più lontano passato preistorico fino alla modernità. Stiamo parlando di un contesto in cui la roccia costituisce contemporaneamente il substrato e il contenitore. Le cavità sono il negativo di quello che emerge in superficie, e quindi è importante che tutte le azioni finalizzate all’utilizzo, al ri-utilizzo o alla conservazione, non trascurino le informazioni acquisibili “entrando” nel sottosuolo e costituendo parte attiva in un processo di gestione del contesto. Così facendo la città si appropria delle sue caratteristiche intrinseche e le mette in gioco per risolvere problematiche relative ai rischi ambientali a cui il contesto materano è sottoposto. Proprio la friabilità delle rocce calcarenitiche ha dato la possibilità di ricavare da queste delle cisterne artificiali per lo stoccaggio dell’acqua piovana, adattando una soluzione artificiale alla morfologia dell’ambiente e risolvendo il grande problema della scarsa piovosità per la città. La cartolina fa riferimento ai macro-temi di alcuni workshop, in particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili e il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. Se volessimo inserire il discorso nel contesto di Matera 2019, capitale della cultura, la domanda che sorge spontanea è: può la consapevolezza e la conoscenza geologica con tutte le relative risorse del sottosuolo costituire
un’attrazione culturale? Queste informazioni possono portare Matera a diventare una città smart: una città sicura, sostenibile, energicamente efficiente, una città che fa propri gli aspetti del vivere sostenibile e in grado di riusare il suo tessuto e contesto ambientale ed urbano. In poche parole di far propria la resilienza, intesa come capacità di un sistema di superare il cambiamento o di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici legati al territorio. Una resilienza che abbiamo perso e che dovremmo far nostra a partire dagli esempi del passato e al modo in cui i nostri antenati facevano propria la capacità di ingegnarsi con le risorse provenienti dal territorio stesso per traguardare uno sviluppo futuro.
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Cartolina da
MATERA Parole chiave
aggregazione, comunicazione, transizione Titolo
Ri-Nascita
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Autore della fotografia: Vito Azzilonna Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Matera Autore della cartolina: Vito Azzilonna
Lo scatto rappresenta un particolare del centro commerciale “le botteghe”, ubicato nella zona nord della città di Matera e vuole evidenziare la rinascita di un luogo originariamente destinato ad ospitare un mattatoio che, attraverso un processo di transizione durato alcuni anni ha subito una trasformazione capillare, rinascendo, da luogo di morte a piazza del mercato rionale. Nello specifico, il soggetto della foto è particolarmente significativo per la sua funzione simbolica: quello che era uno dei locali del mattatoio oggi ospita una attività di imprenditoria giovanile che crea aggregazione e intrattenimento. All’esterno, come in altre aree della piazza, le pareti sono ricoperte da vivaci raffigurazioni di street art di natura provocatoria e di denuncia che connotano il luogo con un forte carattere comunicativo e allo stesso tempo richiamano il dinamismo diurno del mercato. La transizione, in questo senso, ha determinato la Ri-Nascita di questo luogo, trasformandolo da sede del processo prettamente produttivo e utilizzato limitatamente alla sua funzione, a luogo di incontro, aggregazione e di socializzazione fruibile sia di giorno che di notte da una utenza diversificata in base alle fasce orarie e alle attività disponibili relative a queste.
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Cartolina da
ORLY Parole chiave
rinnovo urbano, mixitĂŠ, quartiere Titolo
C’era una volta un grand ensemble
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Autore della fotografia: Caterina Quaglio Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Quartiere dei Navigateurs, Orly Autore della cartolina: Caterina Quaglio
Il grand ensemble Orly-Choisy ha letteralmente invaso tra anni ’50 e ’60 due piccole municipalità della cintura parigina, trasformandone irrimediabilmente il panorama urbano e sociale. Da ideale dell’abitare moderno a ricettacolo di degrado e criminalità, da terreno di rivendicazioni politiche a luogo di vita familiare e collettiva, l’immagine e la realtà del grand ensemble ha conosciuto profondi mutamenti fino a diventare, negli ultimi quarant’anni, un inesauribile laboratorio di pratiche e politiche di rigenerazione urbana. La cartolina Orly, offrendo un’istantanea della trasfigurazione che il grand ensemble Orly-Choisy sta conoscendo oggi, presenta elementi di contatto con diversi temi trattati dai WS della XII conferenza SIU, in particolare i tre WS 1 L’obiettivo della città inclusiva e il WS 3.3 Nuove ecologie dell’abitare. Dopo anni di progetti volti ad eliminare i problemi dal quartiere, il nuovo programma dell’Agence Nationale pour la Rénovation Urbaine - ANRU sembra oggi voler smantellare il grand ensemble stesso, perlomeno nella sua forma originaria.
La mixité è la nuova parola d’ordine. Obiettivo che si mira a raggiungere con politiche volte alla sostituzione e diversificazione tanto degli abitanti quanto del tessuto residenziale. Dall’osservazione in diretta del drastico processo di trasformazione del quartiere vengono a galla dubbi, questioni e potenziali rischi che si nascondono dietro il programma di rinnovo: l’indebolimento delle reti sociali; la compresenza di popolazioni estremamente diverse e difficilmente integrabili; gli ostacoli e i fastidi di un lungo cantiere abitato; le sfide poste dall’inclusione dei residenti nelle scelte progettuali; la scarsa qualità delle nuove costruzioni; la frammentazione dell’ampio spazio verde comune che connotava il grand ensemble; l’alterazione degli elementi di maggiore riconoscibilità del area. Quel che sappiamo è che “C’era una volta un grand ensemble”. Molto più difficile è prevedere cosa ci sarà domani.
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Cartolina da
MATERA Parole chiave
paesaggio, sfruttamento del territorio, biodiversitĂ Titolo
Lungo la Val d’Agri
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Autore della fotografia: Francesco Saverio Colella Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Bassa val d’Agri, Aliano, Matera Autore della cartolina: Francesco Saverio Colella
La Val d’Agri è uno dei più vasti bacini idrografici della Basilicata con una estensione complessiva di circa 1700 kmq. Presenta una geologia e morfologia estremamente variegate e si caratterizza per una molteplice varietà di ambienti che rende l’area ricca di specie vegetali e animali. La brulla vallata offerta dalla cartolina si propone come mezzo di riflessione sullo sfruttamento del territorio, tra tutela delle biodiversità ed estrazioni petrolifere.
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Cartolina da
AGRIGENTO Parole chiave
patrimonio, identità, abitare contemporaneo Titolo
Da Valle dei Templi a “Città dei Templi”?
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Autore della fotografia: Diletta Angelone Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: località Villaseta, Agrigento Autori della cartolina: Salvatore Danilo Mistretta, Diletta Angelone
A poca distanza dai limiti di un Parco archeologico e paesaggistico straordinario, nei pressi del quartieredormitorio Villaseta, c’è la “Città dei Templi”. È emblematico, e a tratti anche beffardo, come il nome del centro commerciale sia un chiaro richiamo al patrimonio che sorge a poche centinaia di metri. La Valle dei Templi rappresenta per il territorio agrigentino motivo di orgoglio e di visibilità planetaria. Testimoni di un passato glorioso, di una storia stratificata e millenaria, i templi greci dominano incontrastati il paesaggio circostante, attirando a sé migliaia di visitatori al giorno, con effetti più che rilevanti sull’economia locale. Non solo: la conformazione del Parco che racchiude l’area archeologica ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo urbanistico della città siciliana, ragion per cui la città contemporanea possiede una struttura “morfologicamente” policentrica (con vari nuclei urbani sparsi), ma continua a soffrire di un marcato monocentrismo, con gravi ripercussioni sociali ed identitarie che si tramutano in una quasi completa assenza di vivibilità. Il centro commerciale è l’esaltazione del non-luogo. Il vano, quanto patetico, tentativo di simulare una matrice identitaria. La chiusura verso l’interno. La massiccia frequentazione di uno spazio pubblico che pubblico non è, in un’alterazione e distorsione del senso dello stesso. È la sostituzione fisica e concettuale dei veri luoghi della socialità, svuotati di senso e umanità. Una testimonianza del persistere di un tipo di concezione economica che continua ad escludere a priori il territorio come risorsa e lo considera invece come mero suolo da erodere. Diventa dunque spunto di riflessione, in una terra tristemente famosa per l’abusivismo edilizio e l’indiscriminato consumo di suolo, cosa significhi effettivamente sviluppo locale.
Diventano punti di domanda sostanziali il perché non sia ancora diffusa la percezione di valorizzare, con buon senso, le precipue risorse naturali, storiche, culturali, sociali, identitarie che un non comune territorio possiede e può offrire. La percezione distorta che ha portato a conferire tale nome al centro commerciale deve essere contrastata da un ritorno al senso pieno dei luoghi, in un’ottica di riappropriazione pubblica degli stessi quali protagonisti di una rigenerazione sociale ed identitaria che non potrebbe mai verificarsi all’interno di un anonimo incubatore di attività commerciali e di svago. Il luogo su cui e in cui intervenire certo non manca, anzi, la Valle dei Templi (quella vera stavolta) è già il principale attrattore di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Forse è giunto il momento che lo diventi anche per la popolazione locale.
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Cartolina da
MAZARA DEL VALLO Parole chiave
common stocks, periferie, rigenerazione urbana Titolo
Mazara del Vallo, “Periferica�: la cava degli Umori
XXII Conferenza Nazionale SIU | Cartoline
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Autore della fotografia: Barbara Lino Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: “Periferica”, Mazara del Vallo Autore della cartolina: Barbara Lino
Nelle periferie urbane in cui coesistono ampi margini alla modificazione, un surplus di spazi interstiziali e marginali, negli ultimi anni si sta dispiegando la proliferazione di esperienze che aprono il campo a un diverso modo di trasformare le città, in una sorta di resilienza locale alla crisi e al conseguente vuoto di welfare sociale, pratiche che tendono a far tornare collettive dotazioni sottoutilizzate. Uno sguardo alle storie sembra indicare una tendenza a spostare l'asset di sviluppo dalla patrimonializzazione immobiliare a una economia della conoscenza, in cui i beni dismessi si offrano come piattaforme abilitanti dell'azione collettiva. Luoghi prima abbandonati spesso in aree periferiche si trasformano in spazi urbani flessibili, luoghi aperti e informali, in alcuni casi in origine temporanei e low cost, che perseguono prospettive di utilità collettiva, attraverso la forma dell’impresa e dell'innovazione sociale. Nel 2013, una cava di tufo dismessa nel quartiere Macello a Mazara del Vallo ha rivelato agli occhi di giovani resilienti e creativi, di non essere un nonluogo per via dell'abbandono, ma una potente traccia di bellezza da seguire e, soprattutto, una scintilla del cambiamento possibile a cui credevano. Periferica trasforma una cava di tufo di circa 3.000 mq in un centro culturale indipendente e permanente in cui si realizzano workshop e laboratori coinvolgendo cittadini, associazioni, università e imprese, per la produzione di allestimenti urbani che ripensano gli spazi dismessi delle città tenendo conto delle esigenze espresse dai residenti. Periferica è tra i vincitori dell'edizione 2017 del concorso Culturability con “Evocava - Museo Evocativo delle Cave”. Il progetto prevede la realizzazione di un museo co-progettato da studenti universitari e giovani professionisti di architettura, design e comunicazione
e rappresenta l’occasione (non semplice) per provare a sperimentare una visione di rigenerazione urbana delle periferie di Mazara necessariamente fondata sulla cooperazione di comunità e istituzioni. Narrare e connettere le storie di cambiamento può aiutare a "guardare" (e quindi ad "agire per") un cambiamento possibile e a lavorare nella direzione di un progetto di territorio capace di generare un ecosistema in cui abilitare intelligenza sociale, per affrontare - in maniera cooperativa - le sfide della rigenerazione.
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Cartolina da
NEBRODI, Uno zoom su Rocca di Caprileone (Me) Parole chiave
contesti, tendenze, cittĂ diffusa Titolo
Highway and urbanism
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Autore della fotografia: Andrea Marçel Pidalà Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Rocca di Caprileone, Messina Autore della cartolina: Atelier “Marçel Pidalà & Partners”
Rocca di Capri Leone (fraz. del centro storico di Capri Leone che contiene attualmente una popolazione di 4.484 abitanti circa) è tra i vari e numerosi centri che si collocano all’interno dei Nebrodi, territorio molto complesso e articolato sotto diversi profili per la sua struttura geomorfologica, ecologica, paesaggistica e urbanistica. Difatti l’evoluzione complessa di quest’area negli anni ha modificato le relazioni spaziali tradizionali così i centri urbani originari hanno dato vita ad un sistema a rete di centri minori relazionati tra loro mediante l’articolazione di collegamenti viari verticali "mare-monti" e lineari con la Strada Statale 113 (che collega Messina a Palermo lungo costa) e che oggi comprendono una popolazione molto vasta ed una propria economia. Per fornire alcuni numeri: i Nebrodi contengono 47 Comuni, di questi 8 hanno il proprio centro urbano in zona costiera, 21 in zona collinare e 18 in zona montana. Nella struttura urbanistica attuale dei Nebrodi da un lato vi è la promozione di un tentativo di riequilibrio tra le aree costiere e il Parco (quest’ultimo sta avvenendo mediante le strategie e le politiche territoriali promosse dal basso dal alcuni soggetti come il Gal Nebrodi Plus, il Biodistretto dei Nebrodi,…), dall’altro vi è una tendenza alla città lineare diffusa che si muove “voracemente” lungo la costa per un’estensione di circa 40 km, congiungendo Capo d’Orlando, Rocca di Caprileone, Torrenova, Sant’Agata di Militello, Acquedolci (direzione Messina-Palermo sulla costa tirrenica). Vale la pena ricordare che nell’area geografica risiedono 157.407 abitanti censiti al 2011 su una superficie territoriale di circa 1.795,29 kmq e una densità territoriale di 87,68 ab/kmq. Rocca di Caprileone, così come in generale gli insediamenti dei centri costieri di questo territorio ha subito, negli ultimi decenni, una crescita intensa, dovuta alla domanda di antropizzazione,
conseguente al declino del settore primario (e al flusso migratorio dai centri collinari verso la costa per via della disposizione dei servizi alla persona), che si è intrecciata e incrementata nel tempo per le dinamiche del settore turistico (la costa tirrenica appetibile per il turismo sole/mare) unitamente alla collocazione di industrie, servizi e residenze nelle aree pianeggianti ed in prossimità delle foci dei fiumi e dei torrenti. Oggi la diffusione urbana è contenuta tra l’infrastruttura autostradale (a monte del nuovo centro), la ferrovia e la battigia. Mentre su alcuni siti la capacità insediativa ha esaurito la sua fonte di espansione, rimangono irrisolti o aperti brani e contesti di paesaggio che vengono lasciati all’espansione della composizione urbana spontanea ma che in realtà potrebbero essere occasione e opportunità di una riflessione e riprogettazione complessiva. Osservando i Nebrodi dal treno si percepiscono immagini come fossero diapositive, frame, per parti medianti interruzioni costanti che definiscono delle Scene; osservandolo dai belvederi, la visione del territorio e dei contesti è più organica (soprattutto se ci si trova nella stagione giusta, il gioco di luci e colori evidenzia che non esistono barriere tra uomo e natura), si comprende meglio l’articolazione urbana frutto dell’insieme dei volumi disposti chiaramente non per stratificazione ma per aggiunta, per sommatoria, che hanno creato un paesaggio diverso eterogeneo, quello attuale. Gli habitat, le aree di pregio ambientale, gli ecosistemi di rilievo, le unità ed i mosaici di paesaggio costituiscono tutt’oggi gli elementi decisivi per i progetti di riqualificazione della fascia costiera e per lo stesso riequilibrio, sostanziale, dei centri urbani.
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Cartolina da
BELICE Parole chiave
identitĂ , patrimonio, arcipelago territoriale Titolo
Rovine identitarie
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Autore della fotografia: Marilena Orlando Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Salaparuta, Trapani Autore della cartolina: Marilena Orlando
Ci troviamo davanti alle evocative e restaurate rovine dell’ex-convento dei Cappuccini, a Salaparuta, distrutta dal terremoto che nella notte del 14 gennaio del 1968 l’ha colpita - insieme agli altri tredici comuni della Sicilia occidentale ad est e a ovest del Fiume Belice - ponendo la Valle del Belice all’attenzione nazionale non solo per le distruzioni avvenute ma anche per le condizioni di povertà e insicurezza della popolazione. L’immagine è emblematica del patrimonio storicoarchitettonico ferito dal sisma che, fuori e dentro i centri urbani, ne ha cancellato l’identità. Dopo il terremoto molti edifici crollarono per la mancanza di interventi tempestivi e furono compiute innumerevoli demolizioni di chiese e complessi monumentali nonostante le forti proteste dei cittadini che avrebbero voluto conservare i propri luoghi della memoria e fu predisposto il trasferimento totale o parziale di alcuni dei centri colpiti dal terremoto (oltre Salaparuta, anche Gibellina, Montevago e Poggioreale). I luoghi storici danneggiati dal terremoto, ma molto spesso mortificati dall’incuria e dall’abbandono, sono ancora evocativi di una identità perduta, tuttavia possono diventare nuovamente luoghi di interesse e in alcuni casi, rinnovate centralità della vita contemporanea. Interventi puntuali in essere sono segno di un cambiamento in questa direzione. Oggi i centri urbani del Belice attraverso il grande attivismo sociale, attraggono idee, rafforzano reti e producono nuove economie. Si va delineando un progetto di futuro disegnato sul patrimonio territoriale: iniziative di messa in valore delle identità esistenti nel campo culturale, maggiore specializzazione nel settore agro-alimentare, forme innovative di attrattività turistiche, che fanno del patrimonio naturalistico e culturale, nonché della
promozione di eventi, il proprio punto di forza. Nella convinzione che tali iniziative inducano a riconoscere il Belice come luogo privilegiato per il radicamento di forme di sviluppo in cui il patrimonio locale diventa motore di un nuovo metabolismo rurale-urbano, la Valle del Belice può essere interpretata come un “arcipelago territoriale” che, come dice Maurizio Carta, “utilizza la forza delle sue relazioni reticolari per condividere identità, ruoli e gerarchie”, e diventa luogo ideale in cui sperimentare nuove centralità, con specializzazioni funzionali che valorizzano le identità e attivare azioni di networking per produrre attrattività e competere nel contesto sovralocale. Individuando l’arcipelago territoriale come un orizzonte a cui tendere per l’applicazione di strategie di sviluppo in chiave sostenibile a partire dal potenziale insito nel patrimonio locale, la diffusione della conoscenza del capitale territoriale attraverso un censimento delle risorse disponibili si riconosce come una delle azioni prioritarie da mettere in campo al fine di stimolare l’uso della creatività per la riattivazione di nuovi cicli di vita delle risorse locali.
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Cartolina da
CRACO Parole chiave
abbandono, rigenerazione, territorialitĂ Titolo
Craco, paese spettrale
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Autore della fotografia: Miriam Chtioui Anno di ripresa: 2015 Luogo di ripresa: Strada Comunale Craco, Montalbano Jonico Autore della cartolina: Miriam Chtioui
Craco, paese fantasma circondato dai calanchi. Il piccolo centro della provincia di Matera appare immobile e disabitato, fermo agli anni Settanta, quando gli abitanti furono costretti a lasciare le loro case messe in pericolo dal terremoto. Il caso di Craco è emblematico in quanto luogo dell’entroterra abbandonato e spopolato. Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 (inclusività, sostenibilità) e, più in generale, per preservare la vita sul pianeta, bisogna considerare questi luoghi dimenticati dei punti di partenza per costruire una nuova civiltà e dar vita a quello che il paesologo Franco Arminio definisce il "nuovo umanesimo delle montagne". Per fermare la distruzione del paesaggio bisognerebbe ricercare nuovi modelli di abitare e di coltivare la terra, che tengano in forte considerazione il cambiamento climatico, partendo da un pensiero arcaico per poi procedere verso la modernità più avanzata. A questo proposito serve cambiare lo sguardo sulle aree interne per riscoprire la loro identità storica e culturale, il loro patrimonio da tutelare e valorizzare. Comprendere che in un piccolo paese dell’Appennino lucano, e di qualunque zona interna d’Italia, si vive meglio per la qualità dell’aria, del cibo, per i rapporti umani. Cosa dovrebbe fare la politica per poter destinare i fondi comunitari disponibili da qui al 2020 e al tempo stesso contrastare il fenomeno dello spopolamento? Servirebbe una doppia azione: da una parte reclamare i servizi essenziali per questi luoghi, le scuole, i trasporti, la sanità; dall’altra incentivare le cooperative di comunità, sostenere chi si sposta nelle aree interne e porta il proprio ingegno per far reddito, mettendo insieme le forze del territorio, in questo caso l’agricoltura, gli anziani, considerati una risorsa per tramandare storia, usi e
costumi, tradizione, e i trasporti locali. Lo sguardo offerto dalla cartolina Craco tocca i temi affrontati in alcuni workshop della XXII conferenza SIU, ovvero il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, il WS 2.2 Misure per l’accessibilità e la sicurezza del trasporto pubblico, il WS 2.3 Città, cibo e salute, e invita ad approfondirli. Un paese come Craco ha un potenziale di risorse enorme in termini di clima, della biodiversità agricola e biologica e della ricchezza della tradizione alimentare che potrebbe essere valorizzato a vantaggio dell’intero paese. I progetti di rilancio dell’economia del territorio, della cultura, deve avvenire in maniera originale. Le comunità locali dovrebbero impegnarsi per creare occasioni di lavoro per le popolazioni autoctone nei campi della rigenerazione urbana, della cura e manutenzione del territorio, dell’arte e del turismo, della manifattura artigianale e industriale. Migliorare l’attrattività del luogo richiamerebbe lavori e investimenti utili alla crescita del Mezzogiorno e dell’intero Paese.
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Cartolina da
POMARICO Parole chiave
fragilitĂ , spopolamento, rigenerazione Titolo
Non solo Craco!
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Autore della fotografia: Giada Limongi Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Pomarico, Matera Autore della cartolina: Giada Limongi
Pomarico, a 40 chilometri dalla ben più famosa Craco, è la Craco dei nostri giorni. I fenomeni migratori, registrati a partire dalla seconda metà del Novecento dalle aree rurali alle città, hanno indotto una progressiva marginalizzazione dei piccoli centri e un crescente divario tra i modelli di sviluppo delle città, sempre più dinamici e globalizzati, e quelli delle aree interne, più lenti e radicati all’identità dei luoghi. Nelle aree interne del nostro Paese, particolarmente interessate da queste dinamiche, le geografie dell’abbandono si fondono con le geografie del rischio. I processi di spopolamento possono essere, infatti, ricondotti ad una commistione di fattori: dalla scarsa accessibilità alla carenza di servizi e infrastrutture; dalla debolezza dei tessuti economici alla vulnerabilità del territorio ad eventi calamitosi. La mancanza di risorse da destinare alla manutenzione del territorio, come conseguenza di una marginalizzazione che disincentiva gli investimenti, incrementa ulteriormente la vulnerabilità di tali luoghi determinandone, in alcuni casi, il definitivo abbandono. Nel caso di Craco lo spopolamento, iniziato negli anni Sessanta per effetto di un movimento franoso, condusse al definitivo abbandono del centro che solo di recente è stato messo in sicurezza per dar vita ad un parco museale scenografico. Nel caso di Pomarico, gli eventi franosi avvenuti il 25 e il 29 gennaio del 2019 hanno causato lo sgombero di una parte del centro storico, che fino ad allora era ancora abitata, ma che si inseriva in un contesto di graduale spopolamento da parte di chi, nato in quei luoghi, aveva deciso di migrare verso le città del nord in grado di offrire maggiori opportunità lavorative.
L’immagine immortalata nella cartolina di Pomarico offre spunti di riflessione che possono essere ricondotti ai temi della conferenza SIU dei WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili e WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. Nella prospettiva di invertire le tendenze di abbandono delle aree interne, assumono particolare rilevanza gli aspetti connessi alla necessaria multidimensionalità delle politiche di rigenerazione dei territori fragili, chiamate ad accrescere la resilienza di queste aree sia in termini di robustezza e adattabilità agli eventi calamitosi, mettendo in campo azioni di prevenzione e mitigazione delle diverse componenti del rischio, sia in termini di trasformabilità rispetto alle mutate condizioni fisiche e socio-economiche, delineando nuove prospettive per le deboli economie locali sia, infine, in termini di capacità di apprendimento, attivando processi di governance in grado di favorire il coinvolgimento attivo delle comunità locali e del capitale di conoscenze di cui sono portatrici. Pomarico non può certo diventare un parco museale, per invertire i processi di marginalizzazione e spopolamento in atto è necessario affiancare alla tutela e alla salvaguardia del rilevante patrimonio di risorse antropiche e naturali che caratterizza gran parte delle aree interne, azioni che, anche facendo leva sul radicato senso di appartenenza delle collettività insediate, incentivino e promuovano uno sviluppo socio-economico improntato su modelli e tempi diversi da quelli delle città, quale motore di attivazione di un contro-meccanismo di ritorno ai luoghi.
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Cartolina da
MENFI Parole chiave
local development, historic centers, habitability Titolo
Tracce di memoria
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Autore della fotografia: Cosimo Camarda Anno di ripresa: 2016 Luogo di ripresa: Via Porto Palo, Menfi, Agrigento Autore della cartolina: Cosimo Camarda
Gennaio 1968, la città di Menfi, Agrigento viene duramente colpita dal terremoto che investe il territorio del Belìce, in quella notte non crolla soltanto buona parte della città, ma si smarrisce l’identità, si smarrisce il futuro di un borgo rurale della Sicilia. Cosa rimane oggi dei bagli, dei cortili, delle vie costruite a “misura di carretto”, cosa rimane di quella identità rurale, di quei luoghi della quotidianità? L’immagine proposta tocca i temi di due workshop di questa conferenza SIU: WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità e WS 3.3 Nuove ecologie dell’abitare, alimentando una riflessione sul valore dei luoghi e del paesaggio come risorsa non rinnovabile. Oggi la città di Menfi ha ridisegnato la propria immagine legata alle produzioni delle eccellenze vitivinicole e alla valorizzazione della costa e delle spiagge pluripremiate, dimenticando forse i luoghi dove l’urbano e il rurale si fondono. L’immagine dell’abbeveratoio, oggi non più funzionante, ci impone una riflessione sul senso dei luoghi storici, segni tangibili di vita urbana e rurale, e sul concetto di sostenibilità abitativa che, inconsapevolmente, era propria dei centri rurali di Sicilia. La visione patrimoniale del territorio rappresenta un tema centrale per una agenda sulla rinascita dei territori interni e sul potenziale detenuto dai nuclei storici minori, luoghi che soffrono una crisi di identità e assistono impotenti a processi di spopolamento e di impoverimento economico e sociale. Il patrimonio assume quindi un ruolo determinante per uno sviluppo locale auto-sostenibile, capace di mettere a valore le componenti sottoutilizzate per nuovi abitanti e nuovi stili di vita.
La riflessione pone particolare attenzione all’intervento urbanistico inteso come “diritto” dei cittadini alla “qualità della vita” declinata nei suoi vari aspetti: urbana, sociale, economica e ambientale, attingendo alle funzioni che i nuclei storici hanno avuto nel tempo, specchio della società che li ha abitati, spazio urbano inteso nella concezione di Lefebvre come specchio della produzione e costruzione sociale.
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Cartolina da
DORTMUND Parole chiave
brownfield, ri-ciclo, rigenerazione urbana Titolo
Il lago Phoenix. Un caso di ri-ciclo di brownfield attivatore di sviluppo urbano
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Autore della fotografia: Federica Scaffidi Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Hörde, Dortmund Autore della cartolina: Federica Scaffidi
Il lago Phoenix, situato nel quartiere Hörde di Dortmund, è un caso di ri-ciclo di una ex area produttiva dismessa. Localizzato nel bacino della Ruhr, all’interno dell’Emscher Park, si tratta di un importante intervento di rigenerazione urbana sviluppato dove erano presenti le ex acciaierie di ThyssenKrupp AG (ex Hoesch). La produzione di acciaio ha avuto inizio intorno al 1843, producendo un prodotto di ottima qualità, ma in seguito agli eventi che si sono succeduti, tra cui la distruzione degli stabilimenti durante il secondo conflitto bellico, i passaggi di proprietà e la fusione in ThyssenKrupp, è stato segnato il declino dell’acciaieria, chiudendo definitivamente la sua produzione nel 1998 (phoenixdortmund.de). Nel novembre 2005 ha avuto inizio l’intervento di rigenerazione promosso dal Comune di Dortmund, con l’obiettivo di creare nuovi spazi di vita e di lavoro, combinando aree residenziali, parco tecnologico, natura e luoghi culturali. Il progetto è stato concluso nel dicembre 2011, per un totale di 100 ha, di cui 29 ha dedicati ad aree residenziali e 23 ha ad aree verdi e pubbliche (Mihaila, 2015). Il lago Phoenix è un logo di transizione e di cambiamento, è diventato un centro ricreativo di Dortmund, dove è possibile fare jogging, sport acquatici, passeggiare e andare in bicicletta, usufruendo dei 3,2 km di percorsi ciclo-pedonali. La trasformazione del complesso industriale in un ambiente naturale e sportivo permette ai suoi visitatori di godere del paesaggio in modo creativo, di rilassarsi e dedicarsi alle numerose opportunità che questo paesaggio concede. La sua natura industriale è ricordata con alcuni simboli del precedente passato produttivo, che rimandano ai luoghi dell’ex altoforno e delle acciaierie. Sulle rive del lago, oggi, è possibile osservare delle unità residenziali di pregio
architettonico, una passeggiata con bar e ristoranti, uffici commerciali, un’area galleggiante con un porticciolo turistico. L’intervento di rigenerazione delle aree dell’ex acciaierie riunisce aspetti urbanisti con quelli paesaggistici, fa convivere il vecchio con il nuovo, sviluppando interventi di protezione dalle inondazioni e di rinaturazione dei percorsi fluviali, convertendo il dismesso, il disuso in nuovi ambienti da vivere (Huning & Frank, 2011). Il lago Phoenix di Dortmund è un esempio di riciclo di brownfield che non si limita alla riattivazione di una risorsa dismessa, ma crea nuovi cicli di vita in ambito culturale, sociale, naturalistico, economico e tecnologico. Le azioni e le iniziative portate avanti oggi dai cittadini, dalle associazioni, dalle imprese locali e dall’Amministrazione mirano a mantenere e migliorare questo territorio affinché il contesto in cui è inserito possa essere generatore di nuove polarità.
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Cartolina da
DANISINNI Parole chiave
circo sociale, rigenerazione umana, rigenerazione urbana Titolo
Coltivare spazi creativi. A Danisinni un orto, un circo sociale
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Autore della fotografia: Carmelo Galati Tardanico Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Danisinni, Palermo Autore della cartolina: Carmelo Galati Tardanico
Agli occhi di chi guarda la città di Palermo nelle sue componenti sociali e urbane, nelle sue tessere del complesso mosaico che la costituisce, questa si configura spesso come una complessa “città di città”. Città che nel suo disegno compiuto e organico fa emergere l’articolato sistema dei quartieri storici e di quelli delle periferie nate a partire dagli anni ’60 ai margini del tessuto della città compatta, delle borgate storiche: luoghi caratterizzati ognuno da funzioni urbane riconoscibili, radicate nelle rispettive identità storiche e ambientali. Danisinni è uno di questi luoghi. Da Danisinni non si passa, a Danisinni ci si va. Si arriva solo se ci vuoi andare o solo, se per caso, ti perdi nella fitta rete di strade che tra via Cappuccini e via Cipressi ti conducono nella sua storica piazza posta lì in mezzo a quel quartiere, che fino a poco tempo fa fondeva le caratteristiche della povertà e dell’arretratezza tipiche delle periferie delle grandi città. Dal dopoguerra il quartiere è stato esclusa da ogni attenzione urbanistica e sociale, è piombato nell’ombra dell’indifferenza collettiva al pari del vicino Cortile Cascino a cui tanto si dedicò Danilo Dolci. Ancora oggi, moltissimi palermitani sono all’oscuro dell’esistenza di questo quartiere che sorge a poche centinaia di metri da Palazzo dei Normanni sede del parlamento siciliano. L’isolamento rispetto al sistema viario ha contribuito a preservare l’identità morfologica, strutturale e sociale di questa depressione posta nella piana di Palermo. Dopo la chiusura nel 2007 dei due presidi sociali, l’asilo e il Consultorio, eliminando l’unica presenza istituzionale rimasta attiva, il quartiere era sprofondato in una condizione di povertà e arretratezza che senza scampo.
L'unico presidio rimasto era la parrocchia Sant'Agnese, con la costante opera di fra Mauro Billetta, frate-psicoterapeuta, e dei volontari locali. Nel 2015 intorno alla parrocchia, con il coinvolgimento dell’Accademia di Belle Arti e la creazione di DanisinniLab, è stata avviata, attraverso diversi progetti artistici partecipativi, una delle più interessanti operazioni di rigenerazione urbana e umana in città. Un terreno di un ettaro vicino alla chiesa, nelle mani della mafia, viene recuperato e affidato alla parrocchia: È qui che nasce la fattoria didattica e l’orto sociale un luogo di socializzazione aperto: un esteso campo con stalle, orti e giochi per bambini, dove si pratica la permacultura e l’allevamento, si raccolgono i prodotti dell’orto e si vendono. Nel 2017 un processo di avvicinamento all’arte si è messo in moto con Rambla Papireto, un progetto artistico di promozione e inclusione che ha colorato le facciate delle case di Danisinni, messo in piedi laboratori d’arte e performance. La chiave di ogni progetto è la collaborazione con gli abitanti parte attiva nel processo di creazione e fabbricazione. Nell’orto, dalla primavera del 2018, c’è un grande tendone bianco, è quello di CircAll e del suo “Circo sociale permanente”; uno spazio dedicato alla produzione, formazione e promozione del circo contemporaneo, del teatro di strada e delle arti performative. La pratica del circo contribuisce nei bambini alla crescita personale, alla fiducia in se stessi, alla libertà di espressione e al benessere psico-fisico, creando così le basi per collaborazione, coesione, solidarietà, rispetto e lavoro di equipe.
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Cartolina da
TARANTO Parole chiave
Mar Piccolo, paesaggio costiero, infrastrutture territoriali Titolo
Sul Mar Piccolo
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Autore della fotografia: Massimo Dicecca Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: SP 79, Taranto Autore della cartolina: Massimo Dicecca
L'orizzonte è la città. La città è una lontana schiuma grigiastra, confine netto e silenzioso, lungo serbatoio di storie in sospeso, spesso maledette. Oggi che il sole è coperto, la ferraglia industriale neanche scintilla, ma un poco fuma. Il ponte un sorriso sdentato. La risacca gonfia l'acqua: stamattina non si esce. Un vecchio solitario si accende la sigaretta e sputa per terra. In orbita accanto a lui, un bambino gironzola. Attracchi come dita storte si bagnano sul mare, mischiano cemento e scogliere, pneumatici e legni aguzzi. Nei pressi, barchette rigorosamente laccate rossoblu, sotto un cielo magmatico e altissimo, sbattono sul pietrame come metronomi scordati. In ordine sparso lamiere e pallet, taniche e cordame. Conchiglie e altre vite si incrostano su una statua della Madonna di Fatima, raggiunta da un vialetto tutto kitsch e autocostruzione. Dal pelo accigliato delle onde emergono tubi innocenti come filo spinato, a misurare il mare, a squadrare la vista. Qualche drappo lacerato, in giorni migliori, garantirà sufficiente ombreggiatura. Nessuna conveniente offerta per tre chili di cozze. Oggi, sulla sponda orientale del Mar Piccolo di Taranto, il paesaggio è in attesa. ~ L'altra Taranto si manifesta pienamente anche qui, nel secondo seno del Mar Piccolo. Un potenziale spazio di rinascita dal quale ricominciare, per annullare almeno in parte il recente e nefasto binomio che alla Città dei Due Mari vuole accostare inquinamento, disagio sociale e disastro paesaggistico. Una cerniera naturale che raccorda l'entroterra al mare, a sua volta raccordata dall'eccezionale percorso sbiadito dei binari della ferrovia in disuso "Nasisi-Taranto Arsenale".
Una infrastruttura che deve essere ripensata come bordo dolce entro il quale disegnare una struttura di nessi, per tenere insieme e comprendere siti archeologici, zone di grande ricchezza naturalistica, pascoli, uliveti, masserie e fiumi riemersi, provenienti dalle Murge. Sull'altro bordo, la breve costa, così ancora autentica, costellata da baracchette, piccoli attracchi e micro paesaggi produttivi, necessita anch'essa di un progetto reinterpretativo che riesca a non snaturarla. Espedienti ed abbandono, storie antiche e patrimonio immenso: Taranto specchio d'Italia.
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Cartolina da
TARANTO Parole chiave
fragilitĂ , natura, territorio Titolo
Sedimenti
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Autore della fotografia: Samuele Vincenti Anno di ripresa: 2016 Luogo di ripresa: Strada provinciale 78, Taranto Autore della cartolina: Samuele Vincenti
Una piccola area naturale protetta di circa sette ettari, a sud-est del mar Piccolo di Taranto: è tutta lì la palude “La Vela”. Un ambiente umido e ricco di sale, dove la salicornia e la salsola si intrecciano con il lentisco e la fillirea, aspettando il passaggio dei cavalieri d’Italia e dei cormorani, adagiati tra il piccolo mare e il canale d’Aiedda. È viva la palude, le acque dolci e salmastre si incontrano e riempiono la laguna con la torba e l’argilla, disegnano forme curve di terra e limo, sedimenti di materia organica, ricco nutrimento per la fauna che la popola o che da qui passa per altre mete. Lo sguardo si smarrisce tra gli arbusti dell’entroterra e i cespugli che si stendono fino alla costa, tra le rocce brulle che delimitano il canale e le canne che ondeggiano spinte dalla brezza marina. Della città, all’orizzonte, si intravede a malapena il profilo, di un ponte le forme, dell’industria due linee.
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Cartolina da
TARANTO Parole chiave
turismo, agricoltura paesaggistica, vigneto-giardino Titolo
Le onde del tempo nella terra dell’acciaio
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Autore della fotografia: Giulia Spadafina Anno di ripresa: 2016 Luogo di ripresa: Masseria Amastuola, Crispiano, Taranto Autori della cartolina: Silvana Milella, Vito D’Onghia, Giulia Spadafina
L’immagine di Taranto non è solo legata alle innumerevoli dannazioni ambientali inflitte da un cinquantennio di gigantismo industriale, ma la bellezza patrimoniale del suo territorio è raccontata dalle intrinseche risorse latenti descritte dal suo naturale paesaggio e dal rigoglioso sistema produttivo agricolo. Masseria Amastuola, nel territorio di Crispiano, Taranto, a soli 15 Km dallo stabilimento più grande di produzione dell’acciaio (ex Ilva spa) è il connubio tra rigenerazione territoriale e agricoltura paesaggistica, dove il vigneto giardino esprime la valorizzazione della cultura, del paesaggio e delle tecniche agricole biologiche. “Le onde del tempo che attraversano fin dall’antichità questo luogo” è la frase pronunciata dal paesaggista Fernando Caruncho che definisce il suo vigneto giardino, nel quale disegna una spazialità oltre l’orizzonte fisico e temporale, progettando armonici filari di vite ad onde che decantano l’estetica e l’orografia del territorio. La continuità del paesaggio boschivo degradante premurgiano si interrompe da uno disegno progettuale ben incardinato in un contesto paesaggistico duale, quale quello della Terra delle Gravine, collinare e costiero, esaltando tradizionali coltivazioni agricole con l’inserimento di ventiquattro isole di ulivi secolari e cipressi organicamente distribuiti sull’intera superficie del vigneto. Le testimonianze storiche rurali (come trulli e muretti a secco) associate all’andamento armonico del vigneto rivelano una dimensione fruitivo percettiva unica nel suo genere che sa fondere natura, agricoltura e rigore. La ricomposizione di una multifunzionalità paesaggistica prova a descrive la semplicità progettuale nel cogliere la storicità del contesto e quella visione patrimoniale del territorio per produrre
uno scenario di sostenibilità attraverso nuove forme di turismo legate al food, alla promozione di prodotti tipici locali, allo sviluppo di modelli sinergici che perseguono non solo fruizione paesistica integrata ma un’adeguata implementazione di turismo naturalistico, rurale e storico culturale. La cartolina intende riflette sui temi affrontati nei WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, WS 2.3 Città, cibo e salute e nel WS 2.1 La sicurezza nei territori fragili, proponendo paradigmi alternativi ai classici approcci di rigenerazione di spazi urbani e periferici della città contemponarea. L’agricoltura sostenibile diviene forma e produzione di internità capace di riscoprire la qualità dei servizi agrourbani in aree marginali, migliorare quel rapporto intrinseco tra città e campagna, tra ruralità e urbano proponendo un’azione paesaggistica orientata nel riconoscere nuovi caratteri urbani e ambientali. La sfida da intraprendere per la fragilità di questi territori è nell’avvio di paradigmi alternativi di connessione tra approcci di sviluppo agroambientale e metodi ecologicamente orientati con visioni comuni di diversi attori agenti sul territorio, i quali sappiano essere promotori di linee programmatiche capaci di descrive un’Agenda Urbana Locale.
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Cartolina da
VALLE DEL SIMETO Parole chiave
comunità, responsabilità, partecipazione Titolo
Una comunità per la sua Valle: resilienza e coprogettazione
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Autore della fotografia: Salvo G. Ferlito Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Stazione San Marco, Paternò Autore della cartolina: Presidio Partecipativo del Patto di Fiume Simeto
Nella Valle del Simeto, area a forte vocazione rurale nella Sicilia orientale, succede che una comunità sta sperimentando un nuovo modo di stare insieme, un nuovo modo di progettare collettivamente il futuro, un nuovo modo di agire. Dieci comuni appartenenti al medio corso del fiume (Adrano, Belpasso, Biancavilla, Motta, Paternò, Ragalna, Santa Maria di Licodia, Centuripe, Regalbuto e Troina) nel maggio del 2015 hanno sottoscritto, insieme all’Università di Catania e al Presidio Partecipativo, una rete di oltre sessanta associazioni del territorio, un piano di sviluppo locale sostenibile ispirato ai principi dell’economia circolare e della solidarietà sociale, denominato Patto di Fiume Simeto. Il percorso di crescita e responsabilizzazione collettiva che ha portato alla sottoscrizione del Patto ha inizio nel 2002, quando gli abitanti della Valle, riuniti da una protesta contro la realizzazione di un inceneritore in territorio di Paternò, decisero di passare al piano della proposta coinvolgendo ricercatori e amministratori locali, praticando un esercizio continuo di cittadinanza attiva. Tale processo rappresenta una vera svolta per la comunità simetina, che da quel momento ha abbandonato ogni individualismo, per cominciare a ragionare collettivamente. Ci piace raccontare la storia del Patto di Fiume Simeto come un laboratorio dove si sperimentano pratiche di progettazione di comunità, dove si presta attenzione tanto allo spazio quanto alle persone che lo usano e alle relazioni sociali che sorreggono le città degli uomini; come il tentativo di un’intera comunità di implementare un’idea di sviluppo realizzando una serie di piccole azioni che permettono di agire nel cambiamento. Il caso della Valle del Simeto consente di affrontare i temi della Conferenza SIU, guardando agli obiettivi
dell’Agenda 2030 (inclusività, sicurezza, sostenibilità) dal punto di vista di una comunità che da più di un decennio si impegna giornalmente in un’azione sinergica che guarda allo sviluppo locale come ad un processo di sperimentazione ed apprendimento dalla realtà. La cartolina consente di approfondire la questione della responsabilità e delle competenze diversificate che hanno i diversi attori di fronte alle sfide lanciate dagli SDGs; in particolare nell’ambito del WS 1.1 Le politiche di welfare sulle diseguaglianze e nel WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali. Temi come la giustizia ambientale e sociale, la tutela del patrimonio architettonico e culturale non possono che essere affrontati con gli strumenti della partecipazione e del coinvolgimento delle comunità, detentrici di saperi e portatrici di innovazione nei processi di sviluppo di territori in difficoltà.
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Cartolina da
GELA Parole chiave
ecology, contamination, landscapes Titolo
Contaminated Entanglements
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Autore della fotografia: Elisa Privitera Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Gela Autore della cartolina: Elisa Privitera
The landscapes are entanglements between humans and nonhumans; they are the product of the changes over the time of the co-evolutive and interdependent triad of humans-society-environment; they are the environment of life of the people and of their point of view. Through the transformation of the contaminated landscapes of Gela is possible to read the downside of the "progress", imposed "in name of modernization"; the porosity of human/nonhuman ecologies; the thick net of relations among the several components of the urban ecosystem; the current and future challenges of the post-industrialized cities. The history of its landscapes from the lens of the small data can disclose the complexity of such fragile territory. Gela stands out in the largest plain of Sicily which, crossed by several streams and by the Gela river - from which it takes its name, overlooks the Mediterranean Sea, giving life to the largest gulf in Sicily. Its orography and its Mediterranean climate have made it attractive since the Eneolithic period. Despite its naturally fertile environment, Gela has almost preserved its features of the village over the centuries with an economy mainly based on pastoralism, fishing, and farming of vineyards and cotton, and specializing in the treatment of sponges. The turning point occurred at the end of the 50s when Gela, together with the other Sicilian villages Milazzo and Priolo, was chosen as one of the main petrochemical poles of Italy. The refinery of Gela, called u stabilimentu was built and activated in 1963, attracting many people from everywhere in Sicily and Italy. Within thirty years the population has doubled, likewise, the size of the city has doubled due to the spread of abusive construction. While the urban life quality decreased due to the overpopulation, the lack of public services
and running water, the residents hoped to become employees at the refinery, starting to shelve their traditional jobs such as agriculture, fishing, and pastoralism. The petrol crisis in the 1970s has cleared up the smokescreen on the truth about the ecological transformations of landscapes and of the human body. Nowadays the fragility of Gela is linked to an entanglement of lack, losses, and damages of values and tangible things: the derelict and abandoned agricultural fields; the lack of running and clean water; the polluted beaches; the contaminated marine fauna and flora (e.g. the black seashells); the feeling of misery, worry and injustice and the constant perception of risk by residents. How to mend the adulterated ecological relations? In line with the topics of the WS 2.1 regarding The security of fragile territories, Gela allows a deeper reflection on how to deal with the risk landscapes. It is needed a relational ecological approach that overcomes a simplistic quantitative and deterministic concept of risk, rather focusing on the small data and on the local communities' point of view in order to reread the complex entanglement of landscapes.
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Cartolina da
AGRIGENTO Parole chiave
infrastruttura, paesaggio, sicurezza Titolo
Il viadotto Akragas: demolizione o recupero strutturale?
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Autore della fotografia: Teresa Cilona Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Agrigento, Contrada Fondacazzo Autore della cartolina: Teresa Cilona
Il Ponte Morandi di Agrigento, o viadotto Akragas, progettato alla fine degli anni ’60 e costruito nei primi anni ’70, rispondeva alla primaria esigenza di collegare i quartieri satellite di Villaseta e Monserrato - posti a sud-ovest di Agrigento - con il centro della città, nel periodo immediatamente successivo alla frana del 1966 (fenomeno geologico dalle enormi ricadute socio-economiche). Il regime vincolistico, teso alla salvaguardia delle emergenze archeologiche, architettoniche e paesaggistiche del perimetro della Valle dei Templi (D. M. del 16.05.1968 cosiddetto Gui-Mancini), avrebbe presupposto una maggiore attenzione - per usare un eufemismo - all’impatto dell’imponente opera infrastrutturale con il paesaggio della Valle ma, in quel preciso momento storico, prevalse l’esigenza di collegare la new town con il centro cittadino. In realtà, non vi è prova dello studio di un percorso alternativo o di una progettazione meno invasiva, l’unica certezza è che la realizzazione del Ponte si è imposta prepotentemente sul territorio agrigentino. Oggi, il viadotto, necessita di importanti opere manutentive e comunque sembra avviato alla inesorabile conclusione della sua “vita utile”. Architetti, ingegneri, urbanisti, ambientalisti e studiosi si confrontano, con idee fortemente contrastanti, sull’effettivo apporto del Ponte Morandi alla viabilità cittadina e al paesaggio della Valle: l’opera per rispondere ai minimi criteri di sicurezza ha bisogno di ingenti investimenti economici, nell’ordine delle decine di milioni di euro. Non un limitato restyling, bensì importanti interventi di consolidamento strutturale, tutti finalizzati a mantenere in esercizio il viadotto Akragas, almeno per alcuni ulteriori decenni. In questo scenario, ci si chiede se tali risorse pubbliche possano essere dirottate verso la demolizione della struttura, piuttosto che al suo recupero strutturale.
Certo è che la funzione di collegamento tra il centro e la periferia ovest della città dovrebbe, comunque, essere assolta da altra e diversa viabilità, a raso e meno impattante. E sta tutta qui l’incapacità della politica, della pubblica amministrazione: l’assenza di lungimiranza, ora come allora, nella ricerca di valide soluzioni alternative. Dal 2017 il viadotto è chiuso al traffico, per quasi l’intero sviluppo, e gli agrigentini nel maggio 2019 sono ancora in attesa della partenza, più volte preannunciata, di lavori di messa in sicurezza, appaltati da ANAS, che tardano ad essere avviati. Nel frattempo, il viadotto Akragas, da quasi 50 anni, con la sua devastante imponenza, continua ad affondare i suoi piloni in un’antica necropoli paleocristiana e costituisce, oggi più che mai, la più grossa “ferita di Stato” alla monumentalità della Valle. E a ben poco, in concreto, può valere il giudizio di chi - sovvertendo il comune sentire - lo considera un’opera pregevole, di altissima ingegneria, da salvaguardare e valorizzare. Al massimo, a ben vedere, è un’infrastruttura utile ma nel posto sbagliato.
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Cartolina da
PESCARA Parole chiave
allagamenti urbani, pista ciclabile, resilienza Titolo
From rain to drain
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Autore della fotografia: Angelica Nanni Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Lungomare Papa Giovanni XXIII, Pescara Autore della cartolina: Angelica Nanni
Pescara. Una città potenzialmente resiliente con molteplici situazioni di rischio da trasformare in opportunità di innovazione. Sempre più frequentemente si assiste ad allagamenti urbani dovuti ad eventi atmosferici estremi e le cause non sono dovute esclusivamente ai cambiamenti climatici. Due gli ulteriori fattori influenti. Il primo è un sistema fognario inadeguato che, in tempi ridotti, non è in grado di far defluire le eccedenti quantità di acque meteoriche e ne compromette, peraltro, il corretto processo di depurazione. Il secondo è un eccessivo consumo di suolo che, secondo i dati dell’ISPRA del 2018, risulta pari al 51,1% della superficie territoriale pertinente. Ne consegue che i fenomeni di allagamento urbano non possono che aumentare in maniera direttamente proporzionale alle problematiche legate ai cambiamenti climatici, all’incremento delle superfici impermeabili e alla sempre più scarsa manutenzione del sistema fognario tradizionale esistente. Tali questioni consentono alla città di Pescara di inserirsi nei temi della Conferenza SIU e approfondire in particolare il WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali. “From rain to drain” perché per riferirsi correttamente alle problematiche prese in esame è necessario ampliare lo sguardo e tentare di capire dove agire in modo tale che piccole operazioni puntuali possano contribuire a contrastare i cambiamenti climatici. Essendo Pescara una città adriatica con 36 km di pista ciclabile realizzata, sarebbe opportuno ragionare sulle potenzialità di tale infrastruttura che non è solo la “parte longitudinale della strada, opportunamente delimitata, riservata alla circolazione dei velocipedi” come definita dall’art. 3 del Codice della Strada. Va ripensata come occasione per stabilire un rapporto tra essa stessa e gestione delle acque meteoriche rinvenienti da eventi atmosferici estremi.
Come? Linee Guida, Buone Pratiche, Normativa di settore non ne parlano perché puntano, erroneamente, all’unico obiettivo di realizzare il maggior numero possibile di km di piste ciclabili concentrandosi esclusivamente su sicurezza, intermodalità e funzionalità del tracciato. L’innovazione sta nel ripensarla come progetto di suolo che preveda di lavorare sullo spazio della rete, sullo spazio associato alla rete e sullo spazio urbano, come tre ambiti specifici da cui una strategia di questo tipo non può prescindere. Senza dimenticare che essendo un’infrastruttura ambientale che attraversa spazi e luoghi, va considerata come un’opera relazionale e non come un semplice tracciato.
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Cartolina da
PESCARA Parole chiave
cittĂ adriatica, cambiamenti climatici, resilienza Titolo
Pescara 2100
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Autore della fotografia: Angelica Nanni Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Lungomare Papa Giovanni XXIII, Pescara Autore della cartolina: Angelica Nanni
Pescara. Una città diffusa che abbraccia ampi territori limitrofi con un’urbanizzazione ad alta densità e con tutte le peculiarità caratterizzanti le città adriatiche è al centro di un dibattito che la vede protagonista di un rapido dissolversi. Due le cause principali. La prima legata al consumo di suolo che, secondo l’Edizione 2018 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia redatto dall’ISPRA, risulta pari al 51,1% della superficie territoriale pertinente, con una percentuale pari al 7,2 relativa al solo anno 2017, contro una media regionale pari al 5,1%. La seconda è il suo inserimento, risalente a luglio 2018, nelle nuove sette aree costiere a rischio inondazione stimate dall’ENEA secondo specifiche e dettagliate proiezioni realizzate combinando fattori quali la fusione dei ghiacci terrestri e l’incremento del livello del mare, dettati dall’innalzamento delle temperature del Pianeta, ma anche la geomorfologia italiana e i movimenti tettonici. Oltre al frequente manifestarsi di terremoti, tanto nelle aree interne quanto nelle aree costiere, e soprattutto all’intensificarsi degli allagamenti urbani dovuti ad eventi atmosferici estremi, spesso concentrati in un arco di tempo ristretto, che non riescono ad essere efficacemente gestiti a causa di un sistema fognario inadeguato e alla mancanza di sufficienti aree permeabili che possano contribuire al defluire delle acque meteoriche. Nonostante l’evidenza del problema, i disagi causati da tali eventi che, peraltro, si ripetono sempre più frequentemente, la consapevolezza degli abitanti è ancora scarsa. Quasi inesistente. Prevale una sorta di fiduciosa attesa che possano dissolversi, quasi per magia, gli “estremi allarmismi” dell’ENEA. E allora il vero allarmismo è insito nelle aspettative salvifiche della popolazione che, perpetuando atteggiamenti miopi e inconsapevoli, trasformerà la Pescara del 2100 in questa cartolina.
Per questo motivo la città può inserirsi nei temi della Conferenza SIU e approfondire in particolare il WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali. La Pianificazione Urbana, secondo l’Adaptation Strategy adottato dalla Commissione Europea nel 2013, dovrebbe promuovere azioni efficaci, rafforzare le conoscenze e integrare misure di adattamento nelle politiche locali, ma ad oggi le potenzialità di Pescara per divenire una città resiliente non sono all’ordine del giorno. Sarebbe opportuno intervenire ad esempio sulla permeabilizzazione delle aree di risulta, sostituendo una pavimentazione drenante a ciò che è completamente impermeabile, lavorare sui possibili interventi nell’ambito dello spazio urbano tentando di adottare misure che contribuiscano a limitare anche le emissioni di gas a effetto serra e mitigare quell’aumento del livello del mare atteso nel 2100 che modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano e vedrà Pescara una città di mare nel senso più proprio del termine. Pescara nel 2100 sarà emblema di un’ingente perdita.
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Cartolina da
FAVARA Parole chiave
rigenerazione urbana, cittĂ creative, cultura Titolo
Educare alla rigenerazione
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Autore della fotografia: Lorenzo Massimiano Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Farm Cultural Park, Cortile Bentivegna, Favara, Agrigento Autore della cartolina: Lorenzo Massimiano
La crisi di risorse che sta investendo il nostro pianeta in questa epoca ci costringe a limitare i consumi: economici, energetici e anche di suolo. Questa condizione ci ha indotto a sviluppare strategie di recupero e valorizzazione di ciò che già possediamo, in tutti i campi di progetto: potremmo dire dal cucchiaio (riciclato) alla città (rigenerata). Ma quali sono le azioni da intraprendere a questo scopo? Certamente ogni comune italiano vorrebbe essere in grado di attivare delle politiche di rigenerazione urbana efficaci, che gli consentano di dare nuova vita ad aree difficili o abbandonate. Eppure non è così semplice. Non esiste, infatti, una formula generale, un procedimento standard per cambiare le sorti di uno spazio urbano; soprattutto in un paese come l’Italia, contraddistinto da differenze culturali molto marcate e stratificate nel tempo. Purtuttavia è possibile riconoscere un aspetto prevalente che contraddistingue la maggior parte dei progetti di rigenerazione urbana, in Italia e non solo; una sorta di leva deputata a compiere il tentativo di risollevare le sorti di quelle aree che consideriamo ormai degradate: stiamo parlando della cultura. Osservando le sperimentazioni avviate globalmente negli ultimi anni, possiamo riscontrare che le attività legate alla cultura e all’arte sono quelle che nel tempo si sono rivelate più capaci di generare dei cambiamenti concreti. Fra questi c’è il Farm Cultural Park, un progetto che, proprio puntando sulla cultura, è riuscito in breve tempo a diventare uno degli esempi di rigenerazione urbana più riusciti del panorama italiano recente. Farm Cultural Park è un centro culturale e turistico contemporaneo diffuso, insediato nella parte più antica del centro storico di Favara, paese siciliano di 33.000 abitanti, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi di Agrigento.
Il progetto nasce nell’estate del 2010, dal basso, grazie all’impegno della coppia Andrea Bartoli e Florinda Saieva che decidono di trasformare il Cortile Bentivegna - aggregato di sette cortili circondato da edifici di matrice araba fatiscenti e in rovina - in un avamposto nazionale sui temi dell’arte, della cultura e della formazione. Il progetto è basato su una crescita graduale e costante, e tuttora è in espansione: si è partiti recuperando piccole abitazioni in macerie e si è arrivati oggi ad avere gran parte del Cortile Bentivegna “colonizzato” dalle diverse strutture del Farm Cultural Park. Tra queste troviamo la Farm XL, uno spazio espositivo con bookshop e concept store, e la scuola SOU, la prima scuola di architettura rivolta ai bambini, nata per stimolare la riflessione, la progettazione e l’azione sui temi della società e dell’ambiente nelle generazioni del futuro. Tale fermento ha regalato un’inedita vocazione culturale e turistica tanto al quartiere quanto all’intera città, ed è sempre più comune vedere creativi e turisti passeggiare per le vie di Favara, con conseguenti benefici economici e sociali per tutta la comunità.
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Cartolina da
CASAMICCIOLA TERME Parole chiave
fragilitĂ , rischio, patrimonio Titolo
Casamicciola, terra instabile
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Autore della fotografia: Fabio Di Iorio Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Ischia, Casamicciola Terme, piazza Maio Autore della cartolina: Fabio Di Iorio
Casamicciola Terme, un toponimo che nel linguaggio comune è sinonimo di caos e distruzione. Un’isola vulcanica caratterizzata da terremoti di bassa energia, ma ad elevata intensità, ha dimostrato dopo un lungo periodo di quiescenza, la persistenza dell’area epicentrale nel territorio di Casamicciola Terme. Ischia, l’isola verde. L’immagine simbolica dell’isola d’Ischia, quella costruitasi nella prima metà del secolo scorso, ha visto accostarsi in seguito al sisma del 21 agosto 2017, quella dell’isola del cemento e dell’abusivismo. Un’immagine, la prima, che prende forma a partire dal XVII secolo con le stazioni termali di Casamicciola Terme, le quali trasformano prima un piccolo insediamento nella “stazione termale più bella d’Europa”, poi l’intera isola in un magnifico attrattore turistico. Un’isola caratterizzata da piccoli nuclei insediativi compatti, interrotti solo da grandi placche di territorio naturale. La seconda immagine, quella qui rappresentata, si genera attraverso un processo che vede la sostituzione di singoli pixel all’interno del frame precedente. Attraverso ininterrotti interventi puntiformi, alimentati dal benessere derivante da fenomeni esogeni– il boom economico del dopoguerra, la febbre del mattone e un ciclo di leggi a supporto dell’abusivismo – insieme con la sempre crescente domanda di alloggi turistico-residenziali, generano un “mostro” che si autoalimenta della stessa materia da cui trae i suoi benefici. Il paesaggio, la natura incontaminata de “l’isola verde”. La cartolina solleva alcuni interrogativi da poter approfondire in merito ad alcuni temi del workshop. In particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali e WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità.
Il processo speculativo che porta alla costruzione di decine di migliaia di alloggi e posti letto in poco meno di cinquanta anni, sostenuto da una cecità politicoamministrativa e dà un lungo periodo di quiescenza sismica, produce insediamenti fragili su un territorio altamente instabile. Instabilità di cui pare se ne sia persa la memoria storica. La giustapposizione del vecchio - la costruzione di tipo “baraccata” post-sisma 1883, sul fondo - e del nuovo - il patrimonio sulle quinte stradali, tra il 1950 e il 1990 - egualmente e irreparabilmente danneggiati sono la reale rappresentazione della fragilità dei nostri insediamenti rispetto alle minacce a cui, da decenni dovremmo aver dato risposta certa. In un certo qual modo, il sisma è stato il contrappeso sulla bilancia degli eventi passati. Un “test” che ha misurato le reali condizioni di un insediamento, inevitabilmente risultato mancante. Ciò, richiede un nuovo sguardo sul futuro degli insediamenti, una vision che non si soffermi sulla riproposizione pedissequa del dov’era com’era o della delocalizzazione, ma che guardi agli insediamenti come parte integrante di un più vasto progetto di territorio.
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Cartolina da
FRANCAVILLA AL MARE Parole chiave
rischio, adattamento, riqualificazione Titolo
Do The Right Thing
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Autore della fotografia: Valentina Ciuffreda Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Foce del fiume Alento, Francavilla al Mare, Chieti Autore della cartolina: Valentina Ciuffreda
Il fiume Alento incontra il mare. Nasce in uno stato di totale naturalità, sublimata dalla presenza del Parco Nazionale della Majella, per poi ritrovarsi alla sua foce con una scadente qualità delle acque, nel caos caratteristico della conurbazione costiera del medio adriatico. “Do The Right Thing” è il messaggio impresso su un muro che separa le abitazioni dal fiume e dal mare, un elemento netto, al quale si affida, ciecamente, il compito di riportare ordine in una situazione di assoluta contiguità tra natura ed urbanizzato. In che modo l’urbanistica può individuare quale sia “la cosa giusta” da fare, quando la natura si riappropria dei suoi spazi, evidenziando tutta la fragilità di città esposte deliberatamente al rischio idraulico esacerbato da urbanizzazioni sconsiderate? La riflessione offerta da questa cartolina permette un focus comune ad alcuni temi affrontati nei workshop di questa conferenza SIU, in particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, e il WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali, invitando a ripensare al potenziale implicito dei processi di valorizzazione dei bacini fluviali e alle ricadute positive che questi potrebbero offrire alla collettività che vi si affaccia. La fotografia fa parte dell’apparato analiticointerpretativo della tesi di laurea: “Contratto di Fiume dei bacini idrici Alento-Foro e rigenerazione urbanistica” (autrice Valentina Ciuffreda, relatore Massimo Angrilli), sviluppata e discussa nel corso del 2017 e nell’ambito della piattaforma di ricerca BikeFlu (Protocollo d’intesa Regione Abruzzo - DdA Pescara). La risposta implicita in questa cartolina guarda alla programmazione strategica negoziata e partecipata, in particolare allo strumento del Contratto di Fiume, sia nella offerta di indirizzi e buone pratiche,
sia nella formulazione di una proposta di riqualificazione urbanistica e ambientale della foce, mirata a contenere il rischio idrogeologico connesso alla cementificazione dell’alveo. Nella definizione degli scenari strategici, confrontati con il Piano Paesaggistico Regionale (2009), si guarda prioritariamente alle cause del degrado, facendo in modo che le esigenze trasformative e funzionali possano compromettere i valori paesaggistici preesistenti, giungendo quindi alla definizione di un progetto articolato in quattro fasi: la decementificazione delle sponde fluviali; la restituzione dell’assetto geomorfologico originario dell’alveo; la rinaturalizzazione delle sponde fluviali e la restituzione di un parco fluviale alla città. Quest’ultimo mette a sistema trama agricola e vegetazione ripariale esistenti con il corridoio fluviale, rimodellato con un andamento a gradoni che asseconda la pendenza naturale del sito, nel rispetto delle aree esondabili esistenti. La morfologia del nuovo corridoio fluviale consente di restituire all’area ripariale la sua permeabilità che, unita all’ampliamento della sezione dell’area umida esondabile all’interno dell’alveo, permette di mitigare il rischio idraulico che incombe sull’area.
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Cartolina da
BAGNOLI Parole chiave
archeologia industriale, resilienza, riattivazione Titolo
Spazio blindato
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Autore della fotografia: Miriam Pepe Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Bagnoli, Napoli Autore della cartolina: Miriam Pepe
Un tratto di costa suggestivo e ricco di storia, incastrato tra il mai più e il non ancora. Collocata geograficamente alle pendici della propaggine di Posillipo, che definisce il limite orientale della piana di Bagnoli, l’area viene scelta - in virtù della legge "Legge per il risorgimento economico di Napoli” - come sede per lo stabilimento Siderurgico dell’ILVA. Questo intervento ha inciso drasticamente sul destino del luogo, negando le spiccate valenze paesaggistiche del territorio, le quali erano state inserite addirittura da vari artisti, tra il Cinquecento e l’Ottocento, negli itinerari del voyage en Italie e più tardi del Grand Tour. Dal 1905 al 1992, la costruzione di questa importante industria ha portato un aumento della popolazione a Bagnoli, nonché uno sviluppo urbanistico, oggi difficile da riscontrare. Di un florido periodo produttivo restano gli “scheletri” industriali, elementi di archeologia, ciminiere, pontili e agenti inquinanti. Un cimitero industriale sparso qua e là in un territorio di valore archeologico, artistico e naturalistico inestimabile. Se si osserva l’area dalla collina di Posillipo, si riesce ad apprezzare tutto il potenziale di cui è dotata: moli che diventano passeggiate sul mare, presenza di verde, accesso al mare, vicinanza all’isola di Nisida, presenza di un suggestivo patrimonio industriale. L’area oggi però appare blindata, nega l’accesso al mare il quale nega l’accesso a se stesso, dato il divieto di balneazione dovuto all’alto tasso di inquinamento presente nelle acque. Ogni scorcio possibile è vietato da alte mura e cancellate, ogni possibilità di accesso o di ridar dignità al luogo si arresta davanti a iter burocratici infiniti che rincorrono tentativi di bonifica mai attuati.
Non solo l’area, ma l’intero quartiere risulta costellato di spazi inutilizzati, perché abbandonati all’incuria, in attesa di bonifica o sotto sequestro, che potrebbero invece rappresentare, se accessibili e adeguatamente riqualificati, spazi con funzioni sociali ed identitarie per l’intera comunità e per i suoi membri. Di qui l’importanza di riappropriarsi degli spazi pubblici attualmente non utilizzati e della linea di costa da parte dei cittadini, per creare nuovi spazi di aggregazione. Le aree urbane abbandonate, degradate o “negate” alla cittadinanza possono costituire un punto di partenza per la promozione di azioni di rigenerazione urbana attraverso processi di partecipazione e, inoltre, promuovere un uso temporaneo degli spazi costieri può rappresentare un input per riattivare gli spazi al fine di dimostrarne la valenza e promuovere realmente le operazioni di bonifica così tanto attese.
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Cartolina da
BAGNOLI Parole chiave
resilienza, identitĂ , trasformazione Titolo
Recuperare il senso del luogo/Abitare il limite
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Autori della fotografia: Giuseppe Volpe, Letizia Chiapperino Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Bagnoli, Napoli Autori della cartolina: Giuseppe Volpe, Letizia Chiapperino
Bagnoli, segmento dei campi Flegrei, si presenta come un quartiere di natura composita caratterizzata da elementi di straordinaria bellezza paesaggistico - ambientale, per lungo tempo sito a vocazione turistica per la presenza di numerose fonti termali. L’insediamento dell’industria siderurgica dell’ILVA agli inizi del ‘900 e la graduale occupazione della colmata ha portato il quartiere ad essere soprannominato Ferropoli. Tale realtà industriale, principale settore dell’economia per la municipalità, ha subito il progetto di dismissione negli anni ’90 causando un vuoto non solo produttivo ma anche sociale, con l’abbandono di questi territori da parte delle giovani generazioni. Oggi, come un tempo, quest’area risulta essere un elemento di forte frammentarietà nel territorio, che attraverso la demarcazione del perimetro tramite muri pone delle barriere, creando vere e proprie zone interdette alla comunità. Questa inaccessibilità si pone come condizione obbligata per la presenza di limiti invalicabili che hanno prodotto nella coscienza della comunità un sentimento di nostalgia più che di memoria storica, facendo trapelare un senso di rassegnazione di fronte alle politiche che in questi anni si sono susseguite con esiti negativi. Grandi aree, non solo legate al passato industriale del quartiere, sono perimetrate da grandi mura e in molti casi sottoposte a sequestro a causa di un lungo impasse burocratico per errori e spesso superficialità degli approcci ad uno dei tratti di costa tra i più suggestivi. Nell’immagine proposta, è rappresentata una condizione che racconta questo limite fisico, emotivo e visivo di negazione anche rispetto al mare dove anche usi diversi rispetto alla balneazione sono impediti e pertanto vi è una notevole carenza di spazi attrezzati per la vita sociale.
Per tali motivi, è necessario ripartire dalla riappropriazione di tali spazi con l’abbattimento e il superamento di questi limiti e avviare processi di trasformazione anche temporanei attraverso il confronto con le comunità, gli stakeholders e i rappresentanti delle istituzioni competenti.
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Cartolina da
CAPO D’ORSO Parole chiave
faro, arcipelago della Maddalena, fortezza Titolo
Forme interpretative del territorio
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Autore della fotografia: Nicola La Vitola Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Capo d’Orso, Sassari Autore della cartolina: Nicola La Vitola
I Fari all’interno del ricco panorama delle coste italiane, rappresentano, allo stato dei fatti, un sistema della navigazione ormai in disuso poiché sostituito da altri mezzi di orientamento spaziale; interessati da un lento abbandono questi straordinari manufatti, esposti all’azione della salsedine, delle intemperie e a una scarsa manutenzione, sono vittime di un inarrestabile decadimento. Il faro di Capo d’Orso si trova sulla costa Nord della Sardegna, presso Palau, al piede di un promontorio roccioso che domina l’arcipelago de La Maddalena, il cui valore strategico è testimoniato dalla presenza di un fitto sistema di antiche strutture militari, balistiche e fortificate, oggi in disuso. È un faro a torre, isolato dal casamento, che attraverso la sua presenza riconosce il valore della punta bassa su cui si insedia, esaltato dalla parete del Capo d’Orso come quinta scenica. Il promontorio, con le rovine che esaltano gli elementi orografici e topografici della sua forma naturale, costituisce un luogo fisicamente articolato ma unitario che assume una propria identità attraverso la presenza del faro. La stratificazione delle architetture nel tempo ha dato forma ed evidenza alle parti costitutive della morfologia naturale del capo: la batteria militare definisce l’area acrocorica, delimitata da un sistema misto artificiale (mura) e naturale (rocce); le residenze, protette dalla vista e dai venti, si dispongono lungo il crinale di arrivo e nella conca a sud dell’acrocoro; la punta bassa, presidiata dal faro, manifesta il suo duplice valore nella visione dal mare o nel suo svelarsi lungo il percorso terraneo.
Il percorso che attraversa i luoghi della fortezza, del Capo fino a giungere alla punta dove si trova il faro assume il valore di strumento di esperienza, in grado di offrire condizioni della visione interna ed esterna, del paesaggio costruito e del mare.
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Cartolina da
BARCELLONA Parole chiave
quartieri, residenti, politiche Titolo
Abitare Barcellona
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Autore della fotografia: Nicola La Macchia Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Barrio del Bon Pastor, Sant Andreu, Barcellona, Spagna Autore della cartolina: Nicola La Macchia
Dal dizionario della lingua italiana “periferia” significa “l’insieme dei quartieri disposti ai margini esterni di un agglomerato urbano” ma anche “la zona più esterna e marginale, in contrapposizione al centro, di uno spazio o di un territorio”. Per l’area urbana del capoluogo catalano, uno degli epicentri del turismo europeo questa definizione se pur corretta non sempre è adeguata. La città di Barcellona è stata interessata dal regolamentato fenomeno di “dilatazione territoriale del costruito”, che ha consentito di unire il quartiere dello eixample, secondo il piano Cerdà del 1860, alle periferie di Gracia e Sant’Andreu. Successivamente alle Olimpiadi del 1992, gli anni che hanno cambiato radicalmente la città, il processo di turistificazione ha spinto sempre più gli abitanti ad abbandonare le proprie abitazioni poiché la vivibilità dei quartieri centrali, come la Ramblas e Barceloneta erano sempre più compromesse. L’accelerazione del fenomeno negli ultimi anni ha dato vita a manifestazioni di protesta contro quelli che sono considerati gli effetti negativi del turismo, dalla saturazione dello spazio pubblico alla mono-tematizzazione dell’offerta commerciale, fino ai comportamenti “incivili” dei turisti. Nel 2015 la lista civica neomunicipalista Barcelona en Comú, guidata dall’attivista Ada Colau, ha fondato un punto cardine della sua campagna elettorale, elaborando un programma elettorale botton-up contro il turismo di massa, opponendosi alle potenti lobby degli alberghieri e delle piattaforme di sharing housing (Airbnb). Le azioni introdotte dalla giunta Colau, hanno consentito di marginalizzare il fenomeno dell’abbandono della città da parte dei residenti, con una politica di acquisto e costruzione di nuove case popolari, all’acquisto di interi edifici che
stavano per essere comprati da fondi speculative. Per regolamentare l’incontrollato fenomeno, la città si è dotata di un Piano speciale urbanistico di ordinamento degli alloggi turistici (PEUAT), elaborato con la partecipazione della cittadinanza e delle associazioni presenti sul territorio, che divide la città in tre zone con l’obiettivo di decongestionare il centro. Nella zona centrale, non è più possibile concedere licenze per appartamenti turistici, nella seconda zona il rapporto degli appartamenti turistici per isolato deve essere inferiore all’1,48%, mentre nella zona più periferica, la terza, è possibile ottenere licenze. Le azioni e politiche messe in campo, mirano a ridefinire le città in termini urbanistici, contrastare la disuguaglianza sociale ed economica e garantire ai quartieri periferici ed al centro urbano alti standard qualitativi per l’abitare sostenibile.
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Cartolina da
CEGLIE MESSAPICA Parole chiave
abbandono, abusivismo edilizio, riqualificazione Titolo
Stato di precarietĂ
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Autore della fotografia: Francesco Saverio Colella Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Ceglie Messapica, Brindisi Autore della cartolina: Francesco Saverio Colella
Malgrado la presenza di piani regolatori e normative scrupolose, è uso comune aggirare le direttive per ricorrere a messe in opera sbrigative e poco attente alla tipologia edilizia, al contesto urbano e in alcuni casi, al decoro. La cartolina prova a indurre nell’osservatore una riflessione sulle modalità esecutive degli interventi di recupero edilizio nei centri abitatitivi salentini.
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Cartolina da
CEGLIE MESSAPICA Parole chiave
dissesto idrogeologico, erosione, biodiversitĂ Titolo
Paesaggio in abbandono
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Autore della fotografia: Francesco Saverio Colella Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Contrada Ulmo, Ceglie Messapica, Brindisi Autore della cartolina: Francesco Saverio Colella
Nonostante la ciclovia dell’Acquedotto Pugliese nel corso degli ultimi anni si sia spinta nel cuore dell’alto Salento per diversi chilometri, molte zone limitrofe al percorso mostrano segni evidenti di erosione e dissesto idrogeologico dovuti all’incuria del territorio da parte delle amministrazioni. Parallelamente, questo stato dei luoghi ha favorito una biodiversità crescente in tutta l’area. La cartolina mostra una vegetazione in espansione su di un fondo scavato probabilmente da una precedente inondazione, dove un sostegno elettrico alla deriva prova a resistere al passare del tempo e delle cose.
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Cartolina da
SALENTO Parole chiave
Lamie, edilizia rurale, paesaggio Titolo
Lamia
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Autore della fotografia: Francesco Saverio Colella Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: SP21, agro di Ostuni, Brindisi Autore della cartolina: Francesco Saverio Colella
La lamia, una costruzione rurale normalmente utilizzata come riparo momentaneo o deposito, viene di fatto adibita per gli usi piÚ svariati dagli agricoltori. Col bianco abbagliante della calce e la forma quadrangolare, caratteristiche tipiche del fabbricato, la lamia appare agli occhi di un osservatore occasionale un elemento quasi misterioso che si staglia tra gli ulivi. La cartolina si pone come punto di partenza per una riflessione sull’edilizia rurale provando ad andare oltre il piÚ tradizionale trullo.
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83
Cartolina da
SALENTO Parole chiave
cave, riqualificazione, abbandono Titolo
Le cave tra strappo col paesaggio ed opportunitĂ
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Autore della fotografia: Francesco Saverio Colella Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: SP21, cava abbandonata, agro di Ostuni, Brindisi Autore della cartolina: Francesco Saverio Colella
Il recupero delle cave dismesse rappresenta una grande sfida per il Salento e più in generale per l’intero territorio pugliese. Oggi nella maggior parte dei casi, le ex aree estrattive vengono destinate all’uso agricolo e in misura minore ad usi industriali o come discariche per i residui delle cave stesse. Meno dell’1% viene riconvertita per attività del terziario (uso ricreativo, servizi, ecc.). La cartolina mostra una cava abbandonata lungo la SP21 di Ostuni.
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Cartolina da
SALENTO Parole chiave
antropizzazione, abuso, violazione Titolo
(S)vista mare
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Autore della fotografia: Samuele Vincenti Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Torre Rinalda, Lecce Autore della cartolina: Samuele Vincenti
Il litorale leccese è rimasto pressoché incontaminato fino all’inizio del secolo scorso. Nonostante il porto di Adriano a San Cataldo di epoca romana e la presenza, nell’entroterra, di masserie fortificate già nei primi del ‘700, i primi insediamenti abitativi nelle marine leccesi non appaiono prima del ‘900, in seguito alle prime bonifiche di Federico Libertini a Frigole e alla grande “Bonifica di San Cataldo” che ha modificato il paesaggio trasformandolo da paludoso ad agricolo. Dopo la seconda guerra mondiale si è assistito alla rapida antropizzazione ed edificazione di lunghi tratti costieri: il fallimento della riforma agraria e il conseguente abbandono degli edifici sparsi nell’immediato entroterra, oltre all’incontrollato abusivismo edilizio hanno ridisegnato completamente il paesaggio costiero, ormai caratterizzato da costruzioni che si affacciano (letteralmente) sul mare. Oggi il Comune di Lecce risulta vincitore di un bando della Regione Puglia dedicato alla “Rigenerazione urbana sostenibile” presentato dalla precedente amministrazione Salvemini. L’auspicio è che l’ambizioso progetto possa ridefinire regole e contesti di fruizione in questa lingua di terra lunga circa venticinque chilometri.
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Cartolina da
SALENTO Parole chiave
antropizzazione, abusivismo, violazione Titolo
Il molo e il mare
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Autore della fotografia: Samuele Vincenti Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Parco Naturale Regionale Bosco e Paludi di Rauccio, Lecce Autore della cartolina: Samuele Vincenti
Il litorale leccese è rimasto pressoché incontaminato fino all’inizio del secolo scorso. Nonostante il porto di Adriano a San Cataldo di epoca romana e la presenza, nell’entroterra, di masserie fortificate già nei primi del ‘700, i primi insediamenti abitativi nelle marine leccesi non appaiono prima del ‘900, in seguito alle prime bonifiche di Federico Libertini a Frigole e alla grande “Bonifica di San Cataldo” che ha modificato il paesaggio trasformandolo da paludoso ad agricolo. Dopo la seconda guerra mondiale si è assistito alla rapida antropizzazione ed edificazione di lunghi tratti costieri: il fallimento della riforma agraria e il conseguente abbandono degli edifici sparsi nell’immediato entroterra, oltre all’incontrollato abusivismo edilizio hanno ridisegnato completamente il paesaggio costiero, ormai caratterizzato da costruzioni che si affacciano (letteralmente) sul mare. Oggi il Comune di Lecce risulta vincitore di un bando della Regione Puglia dedicato alla “Rigenerazione urbana sostenibile” presentato dalla precedente amministrazione Salvemini. L’auspicio è che l’ambizioso progetto possa ridefinire regole e contesti di fruizione in questa lingua di terra lunga circa venticinque chilometri.
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Cartolina da
SALENTO Parole chiave
antropizzazione, bacino, abbandono Titolo
Bacino di Acquatina
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Autore della fotografia: Samuele Vincenti Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Frigole, Lecce Autore della cartolina: Samuele Vincenti
Il bacino naturale e le paludi di Acquatina sono state oggetto di bonifica a partire dal 1932. L’impresa Mascoli, aggiudicataria dell’appalto (una parte della grande “Bonifica di San Cataldo”), trasformò l’area in una laguna di pesca, le paludi furono colmate e le loro acque fatte defluire mediante due canali nella parte nuova del canale Giammatteo che, ancora oggi, porta le acque delle sorgenti sia all’Acquatina che al mare. Il bacino, insieme al territorio circostante, è attualmente gestito dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell'Università del Salento. Grazie al progetto di “Rigenerazione urbana sostenibile”, di cui il Comune di Lecce risulta vincitore, Acquatina si appresta a diventare un vero e proprio parco nel quale conviveranno tutela dell’ambiente, attività di ricerca e attività sportive acquatiche. Una parte delle risorse saranno impiegate per l’animazione e gestione dei luoghi. È prevista anche la piantumazione di ginepri, il ripristino di percorsi pedonali, il ripascimento dunale, la creazione di due aree a parcheggio (una da 120 posti auto, l’altra da 84), un percorso galleggiante, e la riqualificazione di aree a vocazione didattica e sportiva.
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Cartolina da
SALENTO Parole chiave
antropizzazione, abusivismo, violazione Titolo
Frattura
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Autore della fotografia: Samuele Vincenti Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Torre Rinalda, Lecce Autore della cartolina: Samuele Vincenti
Il litorale leccese è rimasto pressoché incontaminato fino all’inizio del secolo scorso. Nonostante il porto di Adriano a San Cataldo di epoca romana e la presenza, nell’entroterra, di masserie fortificate già nei primi del ‘700, i primi insediamenti abitativi nelle marine leccesi non appaiono prima del ‘900, in seguito alle prime bonifiche di Federico Libertini a Frigole e alla grande “Bonifica di San Cataldo” che ha modificato il paesaggio trasformandolo da paludoso ad agricolo. Dopo la seconda guerra mondiale si è assistito alla rapida antropizzazione ed edificazione di lunghi tratti costieri: il fallimento della riforma agraria e il conseguente abbandono degli edifici sparsi nell’immediato entroterra, oltre all’incontrollato abusivismo edilizio hanno ridisegnato completamente il paesaggio costiero, ormai caratterizzato da costruzioni che si affacciano (letteralmente) sul mare. Oggi il Comune di Lecce risulta vincitore di un bando della Regione Puglia dedicato alla “Rigenerazione urbana sostenibile” presentato dalla precedente amministrazione Salvemini. L’auspicio è che l’ambizioso progetto possa ridefinire regole e contesti di fruizione in questa lingua di terra lunga circa venticinque chilometri.
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Cartolina da
FIRENZE Parole chiave
specializzazione, centro, turismo commerciale Titolo
Dentro i recinti per turisti
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Autore della fotografia: Massimo Carta Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: via dei Cerretani, Firenze Autore della cartolina: Massimo Carta
Le dinamiche che interessano città d’arte e centri storici variamente estesi con alta concentrazione di patrimonio storico architettonico e artistico sono parte importante della radicale riconfigurazione attuale di alcuni spazi urbani metropolitani. La loro particolare forma e consistenza, il loro carico comunicativo, simbolico e memoriale, li rende immediatamente riconoscibili nell’ambito del circuito mondiale delle mete turistiche più ambite (D’Eramo M., 2017, Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli, Milano). Le presenze turistiche si concentrano potentemente, e modificano da una parte quelle aree delle città più direttamente interessate che si adattano alla pressione d’uso specializzato, e per altri aspetti questa stessa pressione determina mutazioni e scelte più generali e diremo strutturali sul tessuto delle aree urbane o metropolitane: sul sistema complessivo delle infrastrutture per la mobilità, sulle dinamiche immobiliari e fondiarie, sui servizi alla persona, sulla struttura del commercio al dettaglio. Si assiste alla tendenza alla separazione (Carta M., 2019, “Il fallimento della separazione”, in Obiettivo Periferico. Visioni e previsioni sul futuro della periferia urbana, in Bagnoli L. et. al., LULU Editore, Firenze) e alla specializzazione di tessuti tipicamente vocati alla mixité. Questo, nel campo della gestione dei flussi turistici rischia di generare fenomeni di impoverimento e banalizzazione alla lunga dannosi anche per la dimensione economica del turismo “commerciale”. Il tentativo di eliminare specializzazione e concentrazione, passa anche per decisioni che debbono essere prese: per infrastrutture che debbono essere realizzate, per percorsi e recinti che vanno riconfigurati, per ritmo e traiettorie degli spostamenti che occorre mutare.
Il centro storico Unesco di Firenze è una delle mete principali del turismo internazionale e nazionale: vi si riconoscono in misura crescente conformazioni spaziali che si possono definire "tourism precincts" (Hayllar, Griffin e Edwards, 2008, City Spaces, Tourist Places: Urban Tourism Precincts, Elsevier, London). L’immagine mostra indizi della latente trasformazione di questi spazi urbani. Soluzioni di specializzazione (pedonalizzazione, isolamento, contenimento) decise dall’Amministrazione in passato, mostrano ora i loro effetti. L’immagine è ripresa sull’asse della prevista linea tramviaria che il 17 febbraio 2008 un referendum consultivo di tipo abrogazionista, poco partecipato, annullò: era una consultazione che vide esprimersi il 39,36% dei fiorentini, la piccola maggioranza dei quali risultò contraria alla linea 2 passante per Piazza Duomo. Nell’Ottobre del 2009 si attua con l’amministrazione Renzi la totale pedonalizzazione del Duomo: la mobilità cittadina cambia, la città è tagliata in due, non si prevede alcuna linea di trasporto pubblico passante per il centro. Oggi, le diverse ipotesi sul tavolo per risolvere questo nodo, dovranno fare i conti con assetti e usi urbani radicalmente mutati.
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Cartolina da
FRIGOLE Parole chiave
appropriazione, abbandono, restituzione Titolo
Emergenza qualitĂ
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Autore della fotografia: Giorgia Lentini Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Lungomare A. Mori, Frigole, Lecce Autore della cartolina: Giorgia Lentini
Tra gli anni ’60 e ’80, sulla costa leccese sono nati una serie di insediamenti abusivi che hanno permesso a molti abitanti della città di avere una seconda casa vicino al mare, da usare durante il periodo estivo. Questi nuovi quartieri satellite, chiamati Le Marine di Lecce, sono così diventati dei piccoli centri abitati, vissuti però solamente per pochi mesi all’anno da coloro che erano riusciti ad appropriarsi di un pezzetto di terra. Non sono mai state previste opere di infrastrutturazione del territorio o creazioni di spazi pubblici. I soli edifici esistenti sono abitazioni private con alte recinzioni e qualche lido sulla spiaggia. Con il passare del tempo molte di queste “seconde case al mare” hanno iniziato a svuotarsi, creando gravi danni al territorio stesso, dovuti ad una carenza di manutenzione delle strutture e ad una mancanza di attenzione nei confronti del rapporto tra qualità abitativa e paesaggio circostante. Questa tematica viene affrontata nella cartolina prendendo come esempio una struttura fatiscente, che non è altro che il risultato di questo progressivo abbandono. Si rimanda ad alcuni temi affrontati in alcuni workshop di questa conferenza SIU, ovvero il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, il WS 3.3 Nuove ecologie dell’abitare e il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili. Attualmente, in questi luoghi esiste una forte domanda sociale connessa a spazi di qualità, che richiama nuovi approcci capaci di ristabilire un bene comune a seguito di uno sfruttamento degli spazi. Per quanto riguarda il futuro, ci si augura che la municipalità riesca a restituire al mare e alla spiaggia la fruizione collettiva, la percezione dei panorami marini, e l’equilibrio idrogeomorfologico che spetta da tempo a questi territori.
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Cartolina da
FAVIGNANA Parole chiave
rigenerazione urbana, piano del colore, turismo sostenibile Titolo
Terre di mare
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Autore della fotografia: Angela Alessandra Badami Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Isola di Favignana Autore della cartolina: Angela Alessandra Badami
L’arcipelago delle isole Egadi, all'estremità occidentale della Sicilia, custodisce un patrimonio architettonico, ambientale e paesaggistico di grande valore storico, culturale e demo-etnoantropologico. Dal difficoltoso rapporto tra gli abitanti e un ambiente per molti versi ostile, è stato forgiato nel tempo un paesaggio eccezionale, frutto della capacità dell’uomo di adattarsi, ai limiti della sopravvivenza, alle esigue risorse locali: la pesca stagionale del tonno "il maiale del mare" e la lavorazione dei prodotti derivati, la faticosa estrazione dalla roccia viva di materiale edile e, in maniera estremamente residuale, una arida agricoltura osteggiata dagli agenti atmosferici e non sufficientemente supportata dalle esigue risorse idriche disponibili. La trama e l’aspetto della pietra locale, una calcarenite bioclastica di colore giallo-chiaro dorato, hanno dato nei secoli forma e immagine a un'architettura tradizionale perfettamente integrata nel paesaggio naturale. L’ex Stabilimento Florio delle tonnare di Favignana e Formica (progetto arch. G. Damiani Almeyda, committente I. Florio, 1874), che domina il paesaggio urbano dell’insediamento di Favignana raccolto attorno al golfo settentrionale dell’isola - rappresentato nella cartolina -, ne è una eccezionale testimonianza. Tale paesaggio, tuttavia, è oggi minacciato dai rischi provenienti dagli agenti atmosferici, dalla forte pressione di un turismo prevalentemente balneare e da una "modernizzazione" dell’edilizia che stanno importando tecniche, materiali e colori estranei alla tradizione locale, rischiando di compromettere definitivamente la qualità paesaggio urbano.
Si palesa, pertanto, l’urgenza di intervenire con processi di tutela, conservazione, innovazione e valorizzazione dei paesaggi storici al fine di orientare in termini qualitativi i processi in atto, temi che intercettano, in particolare, le questioni in discussione nel WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, sollevando anche tematiche affrontate dal WS 3.3 Nuove ecologie dell’abitare e dal WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali, con particolare riferimento ai rischi provenienti da fenomeni di touristic overpressure. In risposta alle criticità rilevate nell’arcipelago delle Egadi (che frequentemente si riscontrano anche in contesti similari), si distingue l’attività dell’Amministrazione locale che ha messo in agenda la redazione di un Piano del Colore. Il processo di redazione del Piano, redatto con la consulenza scientifica del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo e con la collaborazione dell’INBAR, sezione Trapani, è stato impostato sui principi della sostenibilità ambientale e culturale, sull’aggiornamento tecnologico delle tecniche costruttive tradizionali, sulla più ampia partecipazione sociale ai processi di pianificazione e sul coinvolgimento di un ampio parterre di soggetti pubblici e privati.
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Cartolina da
SPIAGGIABELLA Parole chiave
fragilitĂ , natura, uomo Titolo
Il territorio impercepito
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Autore della fotografia: Gianmarco Cotti Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Spiaggiabella, Lecce Autori della cartolina: Gianmarco Cotti, Filippo Gaspari, Luca Lori, David Naglic
Dopo esserci lasciati alle spalle la torre di Torre Rinalda, siamo arrivati a Spiaggiabella, più precisamente a due passi dal mare. Per scattare questa foto abbiamo percorso il perimetro di un’abitazione la quale si affacciava sulla spiaggia da una parte e sulla palude dall’altra. A separare l’edificato dalla zona umida un piccolo stradello retrodunale disegnato dagli pneumatici di un’auto. Quest’immagine immortala lo scenario tipico delle marine leccesi, ovvero un paesaggio interrotto dove tra la naturalità del cielo, del mare e delle paludi si contrappone la solidità apparente del cemento. Si colgono gli elementi tipici di queste ambientazioni, la palude che si fonde con la spiaggia, le dune debilitate da una tutela assente ed il mare, ormai abituato al contatto con le abitazioni che fanno da sfondo. Nella foto si possono intravedere le potenzialità di questo luogo, ricchissimo di naturalità e di cultura, impreziosito da una flora e una fauna rigorose, incorniciato da retrovie piene di storia grazie alle antiche masserie pugliesi ed i loro terreni. L’unico elemento estraneo all’interno di questo contesto è il risultato di anni di edificazione incontrollata da parte dell’uomo. Il soggetto della foto trattata si rifà ad alcuni temi affrontati in questa conferenza SIU: WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili e WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. Quella che abbiamo scelto è un’immagine che racchiude un racconto, la storia di un paesaggio che non doveva essere condizionato a tal punto, e che ora dalle sue ferite lascia intravedere la possibilità di un dialogo inaspettato. Un dialogo che vede natura e uomo non più in conflitto, bensì a formare un connubio equilibrato.
Per realizzare questo dialogo è necessaria una giusta sensibilizzazione riguardo determinate tematiche al fine di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato fare. Per farlo sarà fondamentale integrare totalmente in questo processo gli abitanti delle marine, quali protagonisti del futuro scenario. Una volta assodata questa concezione andrà attuata una politica di rigenerazione del territorio e del paesaggio volta a favorire la nascita di una nuova possibile comunità, intesa come insieme di persone unite da un obbiettivo comune quale la salvaguardia della naturalità del posto. Alla luce di queste considerazioni uno slogan potrebbe essere: “unire le persone per ricucire il territorio”, e ottenere così un dialogo che inizialmente potrebbe sembrare un’utopia ma che potrebbe realmente giovare a tutti, alle marine ed ai suoi abitanti.
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Cartolina da
TARFAYA Parole chiave
cultural heritage, sutainable development, fragile environment Titolo
Tarfaya: how to regenerate a city in the desert
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Autore della fotografia: Carlo Alberini Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Tarfaya, Morocco Autore della cartolina: Carlo Alberini
heritage, testified by its historical monuments indicating the presence of the British and Spanish colonizers. Unfortunately, the city has suffered the negative effects of geopolitical tensions related to the dispute over the Western Sahara control, as well as the impacts of climate change. In fact, over the last few decades, Tarfaya has experienced the effects of one of the most dangerous element of urban vulnerability: the advance of the desert. The economy is strongly underdeveloped, and the youngest part of the population tends to leave the city to go in northern cities (Agadir, Marrakech and Casablanca) that can guarantee better opportunities. The postcard from Tarfaya offers a zoomed look on a small unique human and spatial universe: a city rich in history, squeezed between the advancing desert and the Ocean. Look in detail at a place outside the maps, to reflect on issues related to the ancestral knowledge transmission for the sustainability of the future, as well as on cultural heritage and urban resilience. The shot taken in this southern part of Morocco proposes to reverse the points of view, to enrich the debate: look from the south to discuss some of the key themes proposed by this SIU Conference; in particular the WS 1.1 The welfare policies on inequalities; WS 2.1 The security of fragile territories and WS 3.1 Urban resilience to climate change. The King of Morocco is launching a major investment program for the southern regions of the Country to stop these phenomena (underdevelopment and internal migration) by activating sustainable development projects. The projects concerning Tarfaya aim to reconstruct a sense of belonging, starting from the awareness of the historical and cultural traditions of the city.
The challenges imposed by climate change and the need to open new paths for the social progress in the southern Mediterranean countries, testify the urgency of implementing the 2030 sustainable development agenda. The territories fragility and the insufficient resiliency of societies, together with the loss of the sense of belonging and the shared vision of the future, often constitute the accelerating enzymes of the migration phenomena between the south and the north of the Mare Nostrum. In this scenario, Morocco may be an interesting case study that can testify to the endogenous capacity of some countries to define climate actions, able to generate positive impacts on their most disadvantaged regions, in line with the UN-SDGs Agenda and in complete autonomy with respect to the post-colonial legacy. Tarfaya is a city in southern Morocco, called Villa Bens during the Spanish period, it’s located on the coast of the Atlantic Ocean; its population is around 7,000 inhabitants. Also the British occupied the city between 1882 and 1885 where they had built a commercial counter called “Casa Del Mar” (which is now in a state of complete decay). In the first half of the 19th Century, the city was also a strategic hub for the postal service network that guaranteed communications between France and its African colonies. Along the western coast of the continent, at a distance of about 150-200 km from each other, aerial infrastructures had been built for refueling aircraft. Among these, Tarfaya was the most important. The famous aviator and writer Antoine de Saint-Exupery (1900 - 1944), lived there for two years (1927 - 1929), and here he found the inspiration of an important part of his literary work including his most famous novel: “The Little Prince”. The city still reflects his great history and past cultural
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Cartolina da
CAP DE CREUS Parole chiave
turismo, abusivismo, paesaggio Titolo
Riappropriarsi della costa
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Autore della fotografia: Giulia Spadafina Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Cap de Creus, Cadaques, Girona, Spagna Autore della cartolina: Giulia Spadafina
La costa è da sempre nella storia forte attrattore per le attività dell’uomo, soprattutto per la sua stanzialità. Siamo abituati da sempre a vedere le coste mediterranee sature di opere antropiche, la pressione a cui vengono sottoposte è fortissima e nella maggior parte dei casi la fruizione di queste aree costiere è limitata a brevi periodi stagionali e dettati dal flusso turistico e dalle condizioni ambientali. Non a caso la costa viene definita da Forman (2010) come la massima espressione del conflitto tra uomo e natura. L’appetibilità di queste aree è forte e così nel 1961 nella zona di Cap de Creus, punta orientale della penisola iberica, in provincia di Girona è stata scelta da Club Med come luogo dove costruire il suo Tudela-Culip club: un villaggio turistico composto da 430 edifici capaci di accogliere circa 9000 persone per la stagione estiva. Quando, con la crescita della consapevolezza della necessità di preservare le coste e l’istituzione nel 1998 del Parco Naturale si inizia a prendere coscienza della necessità di restituire l’area alla natura. Nel 2003 l’attività del Club Med termina definitivamente e, acquisito dal Ministero dell’Ambiente spagnolo, tra il 2008 e il 2010 il villaggio è stato totalmente demolito e i materiali da costruzione recuperati ed interamente riciclati. Il progetto, opera del giovane paesaggista catalano Marti Franch e del suo studio EMF ha letteralmente restituito alla natura un territorio che le era stato sottratto. Sono stati ripristinate le stratificazioni delle rocce attraverso un lavoro meticoloso ed “archeologico”, è stato ripristinato un tratto di 250 metri di spiaggia che era andato perso a causa della costruzione di una strada.
Sono stati creati nuovi percorsi, sia asfaltati che naturali in modo da collegare tutto il sito. La memoria di ciò che era accaduto non è stata però cancellata e alcuni oggetti in corten (traguardabili) sono stati posizionati li dove si trovavano alcuni degli edifici del villaggio. Pur non essendo un caso italiano, i temi relativi a questo interessante progetto e processo, risultano interessanti da analizzare pensando ai temi del WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili. La tipologia di costa e i processi di antropizzazione a cui è stata soggetta risultano perfettamente sovrapponibili a quelli cui sono state soggette le nostre coste. Preservare le coste ed implementare i servizi affinché si riduca il turismo stagionale e massivo in funzione di una fruizione lenta e sostenibile è l’azione che ci viene richiesta.
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Cartolina da
ORIA Parole chiave
radici, tempo, visioni Titolo
Tubi catodici
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Autore della fotografia: Francesco di Paola De Gaetani Anno di ripresa: 2014 Luogo di ripresa: Oria, Brindisi Autore della cartolina: Francesco di Paola De Gaetani
Prive di prospettiva le immagini si appiattiscono, perdono profondità. Il tempo e lo spazio si schiacciano su un unico piano, si sfaldano come gli intonaci e i calcinacci delle case nel centro storico di una città traslocata nelle periferie. Per i paesi le cose non vanno molto diversamente. Il passato e il presente si stratificano l’uno sull’altro. Tutto avviene ed è insieme avvenuto. Tutto è scavato ed è subito portato alla luce. Ci si sveglia e ci si riaddormenta ogni giorno, ma non si medita mai su un domani. Ogni futuro è tagliato fuori. Ogni progetto è soffocato da un sovraffollamento nella dimensione conservatrice del tempo, dall’incapacità di innestare, sui rami secchi di un passato rassicurante, il germoglio di un frutto avvenire. La visione di un paese sulle cui plance si affiggono gli annunci di nascita, non solo quelli di morte (Franco Arminio). La visione di un paese per cui l’archeologia, lo studio delle nostre origini, conta quanto lo studio del nostro presente, che di quelle origini continua a parlarci. La visione di un paese che non si accontenta di potenziare la raccolta differenziata, ma si sforza di ridurre a monte i rifiuti. La visione di un paese in cui gli anziani e i giovani non sono messi nelle condizioni di uno scontro generazionale, in cui i politici non seminano divisioni, ma concordia. La visione di un paese per cui il turismo è una conseguenza, non una premessa, in cui si produca qualcosa di reale e non si vendano solo souvenir. La visione di un paese in cui fare politica è un po’ come fotografare, perché solo l’osservazione attenta e umile può sperare di immortalare un istante di oggettiva bellezza. La visione di un paese in cui al bar si va per fare pausa dal lavoro, e non viceversa. La visione di un paese - perché no? - con meno bar e più aziende agricole, con più bici e un po’ meno macchine, con una libreria, un teatro
comunale magari, con più musica inedita e meno tribute band, con più luce calda e meno luce fredda, con campagne più buie ma cieli più stellati, con più muri a secco e meno immondizia. Lo sguardo offerto dalla cartolina tocca i temi affrontati dalla conferenza SIU all’interno del WS 1 L’obiettivo della città inclusiva. Il contesto fotografato evidenzia come esso faccia da cartina tornasole di altri contesti fragili. Contesti in cui le città immaginano “gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza” (Tony Servillo nel personaggio di Jep Gambardella ne “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino) solamente in quei 30 giorni di campagna elettorale ogni lustro. Avere queste visioni non vuol dire sognare, peccare di concretezza. Avere queste visioni è il compito primario di una comunità di uomini che nel bene o nel male, si trovano a condividere per un breve intervallo nella storia dell’umanità, una porzione di spazio determinata da una cultura comune, da una lingua comune, da una vita in comune. Ed è il primo compito della politica e dei politici, che spesso invece si mimetizzano dietro una parvenza di serietà istituzionale per nascondere agli altri, e forse soprattutto a se stessi, che non sono più in grado di sognare. Come se non si trattasse mai del futuro, di ciò che potremmo essere, ma sempre e solo di un piatto avvicendarsi di passato e presente, di ciò che siamo stati, che non possiamo più cambiare, e di ciò che siamo, che non abbiamo mai il tempo di mettere in discussione.
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Cartolina da
CHIETI Parole chiave
comunitĂ , memoria, futuro Titolo
Frammenti
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Autore della fotografia: Alberto De Virgiliis Anno di ripresa: 2019 Luogo di ripresa: Piazza S. Giustino, Chieti Autore della cartolina: Alberto De Virgiliis
All’interno delle nostre città ci sono spazi che nel tempo perdono d’importanza, luoghi della comunità che raccontano nella loro decadenza la storia della città stessa, dei successi e degli insuccessi. Chieti oggi risente la “marginalità di un’antica capitale d’Abruzzo”, distaccata culturalmente e fisicamente dalle realtà urbane circostanti ma con spazi ancora capaci di manifestare una forza motrice. Con la cartolina Chieti si è provato a raccontare alcuni dei temi affrontati nei workshop, come WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità, WS 2.2 Misure per l’accessibilità e la sicurezza del trasporto pubblico e WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, cercando quindi di comprendere come lo spazio pubblico possa intrecciare questi vari temi. In questo caso la piazza di San Giustino, adibita attualmente parcheggio, come tanti altri vuoti urbani della città di Chieti può diventare occasione per una ri-scoperta dei valori fondativi della città, generando a sua volta una diversa visione della comunità. Donare una accessibilità a tali spazi, in visione di una loro valorizzazione, porterebbe a nuovi modi di pensare la città consolidata, calderone di esperienze passate quanto future, nella capacità quindi di saper “sostenere” il valore di tali spazi. La città “antica” non dovrebbe essere vista come un semplice museo a cielo aperto, luogo per una visita turistica, ma scenario di possibili e variegate visioni per il futuro.
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Cartolina da
ATRI Parole chiave
fragilità, sicurezza, sostenibilità Titolo
Calanchi. Fragilità e Risorsa
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Autore della fotografia: Alessio Felicioni Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Atri, Teramo Autore della cartolina: Caterina Salvatori
I Calanchi, sculture naturali nate dalla millenaria erosione del terreno argilloso, creano un paesaggio ed uno scenario quasi lunare nel contesto Atriano. Le caratteristiche di biodiversità e geodiversità dei Calanchi conferiscono quelle doti di unicità al paesaggio agrario, tanto da renderle un’area di interesse nazionale, conservando una delle forme più affascinanti del paesaggio costiero adriatico. Queste imponenti architetture naturali, note ai più come “Bolge dantesche” o “Unghiate del Diavolo”, conferiscono al territorio un carattere di profonda fragilità; evidenziando un elevata vulnerabilità delle infrastrutture, che sempre più difficilmente riescono a fronteggiare gli eccezionali eventi climatici. Una Fragilità che gli antichi erano riusciti ad arginare; infatti a una città di superficie si contrappone, una realtà sotterranea. Ingegnosi sistemi idraulici che sfruttando la natura geologica del terreno e l’inclinazione dei cunicoli, permettevano il deflusso delle acque in appositi punti di raccolta. Questa intricata trama di cisterne, cunicoli, e fontane avevano dunque lo scopo di frenare l’impeto delle acque e quietare la formazione di frane con il conseguente avanzamento dei calanchi. La cartolina non può che far riferimento ai macrotemi di alcuni workshop, in particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili e il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. I calanchi, anello debole di un sistema infrastrutturale ormai obsoleto, risulta al contrario, punto di forza del turismo locale. La riserva promuove diverse attività escursionistiche e porta avanti un importante progetto sull’agricoltura biologica, finalizzato a censire, recuperare e promuovere il ricco patrimonio agro-zootecnico presente.
Questo dimostra come la consapevolezza e la conoscenza geologica con tutte le relative risorse del suolo può effettivamente costituire un’attrazione culturale. Oggi sempre più spesso l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sulla necessità di conservazione delle risorse ambientali: aria, acqua; ma poche volte è indirizzata alla risorsa suolo. La particolare morfologia dei nostri territori, combinata all’invadente presenza antropica, ha sicuramente accelerato la formazione dei calanchi e i fenomeni erosivi. La forte espansione dell’agricoltura, l’edilizia e la cementificazione indiscriminata delle aree naturali hanno contribuito ad accelerare in maniera esponenziale queste manifestazioni. I calanchi da un punto di vista puramente umano sono un problema da controllare e arginare, ma dal punto di vista naturale sono anche una risorsa da tutelare e valorizzare.
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Cartolina da
NAOSHIMA Parole chiave
piccole isole, turismo, rigenerazione territoriale Titolo
Naoshima, l’isola dell’Arte
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Autore della fotografia: Federica Montalto Anno di ripresa: 2017 Luogo di ripresa: Naoshima, Giappone Autore della cartolina: Federica Montalto
L’obiettivo della riflessione di queste note è lo sviluppo di una metodologia di lavoro trasferibile alle realtà geografiche e sociali delle piccole isole, che possa accompagnarle in processi di rigenerazione territoriale e valorizzazione del cultural heritage per un riscatto da condizioni di marginalità e abbandono all’interno di processi di sviluppo locale La difficoltà dei collegamenti, lo spopolamento complementare a forti flussi di migrazione stagionale, la difficoltà a declinare forme di turismo sostenibile tendono a incrementare fenomeni diffusi d’abbandono che mettono in crisi forme sostenibili di gestione delle risorse, comprese quelle ricchissime del cultural heritage di luoghi storicamente stratificati. Situata nel mare interno del Giappone, nella prefettura di Kagawa, l’Isola di Naoshima rappresenta un modo esemplare di affrontare queste problematiche: in origine piccola isola di pescatori ha affrontato i problemi di spopolamento trasformandosi in quella che è oggi definita come “l’isola dell’arte”. Ricoperta da una fittissima vegetazione, l’isola si distingue per un disarmante silenzio che rimbomba nella profondità del mare. Qui, incredibilmente, si trovano musei tra i più importanti al mondo, come il Chichu Art Museum che ospita opere di Claude Monet, Turrell e Walter de Maria o il parco del Benesse House Museum, che ospita invece opere di Louise Nevelson, Yves Klein e Bruce Nauman, raggiungibili tramite una lunga passeggiata, che si snoda tra la foresta e le calette dal mare cristallino, che sollecitano riflessione e serenità. Entrambi i musei sono opere del celebre architetto giapponese Tadao Ando. Realizzate in cemento armato, presentano giochi di ombra e luce, che assecondano l’animo sereno, silenzioso e a tratti mistico dell’isola stessa.
L’isola di Naoshima è un esempio, perché ha combattuto la sua condizione di piccola isola, destinata all’abbandono, reinventandosi come una vera e propria mostra a cielo aperto di arte contemporanea, dove ai musei, si affiancano installazioni artistiche disseminate per tutta l’isola che rendono ogni passeggiata un’occasione di scoperta e confronto culturale, offrendo sempre nuove occasioni di sperimentazione. Quella rappresentata in foto è la zucca gialla a pois di Yayoi Kusama, la cui prospettiva al colpo d’occhio finisce direttamente all’orizzonte infinito. Dello stesso artista è anche il pomodoro rosso a pois neri, ubicato in prossimità del porto, che assume la forma di un meta-sottomarino, in cui entrare e guardare al mondo fuori attraverso i suoi oblò, interagendo con l’opera fino a diventarne parte.
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Cartolina da
SAN CATALDO/CASALABATE/FRIGOLE Parole chiave
spazi bianchi, rigenerazione territoriale, turismo sostenibile Titolo
Letters from Baghdad
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Autore della fotografia: Claudio Nicola Biancofiore, Opificio Biancofiore Anno di ripresa: 2015 Luogo di ripresa: San Cataldo, Casalabate, Frigole Autore della cartolina: Claudio Nicola Biancofiore, Opificio Biancofiore
Il Salento dagli anni ‘90 da prototipo di miseria e regressione del Sud Italia è diventato una delle mete favorite del turismo intensivo. Gli investimenti turistici hanno hanno aggredito il territorio consentendo cambiamenti considerevoli del patrimonio immobiliare e delle economie locali. Il patrimonio immobiliare privato ha premuto sul dinamismo economico inseguendo una vocazione turistica, sottraendo spazi all’abitare e alla produzione agricola, e al contempo sono mancate le necessarie infrastrutturazioni del territorio, l’implementazione di servizi e reti. La criticità maggiormente sviluppata dal processo è stato il divario economico e sociale interno alle comunità, mai protagoniste del cambiamento intercorso all’interno del territorio, ormai orfano di un’identità locale suggerita, contaminata e stravolta e non più riconosciuta dalle comunità locali. Le cartoline proposte di San Cataldo/Casalabate/ Frigole mostrano allo spettatore l’insensatezza di uno sviluppo non sostenibile e miope in una prospettiva di cura del territorio a cui va sommata un'insufficiente capacità di governare i processi di appropriazione degli spazi. Dinamiche sociali ed economiche dentro una visione complessiva dei fenomeni e degli sviluppi locali non è visibile all’occhio. Il racconto di un immaginario comune afferente ad un litorale vocato al turismo e dotato di sabbie pulite e mare limpido contrasta con una sequenza di immagini proposte in cui i temi della tutela e la valorizzazione degli aspetti ambientali risultano fondanti ma posti al latere delle attenzioni e delle policy locali. Il taglio documentario offerto dalle cartoline tocca i temi affrontati in alcuni workshop di questa conferenza SIU, in particolare il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità e non meno WS 1.3 Adattabilità e modelli per nuovi abitanti e stili di vita.
Il tema del territorio/patrimonio costiero dell’alto Salento si impone con potenza attraverso i grandi problemi ti tipo ambientale. Nella sequenza di immagini proposte spicca l’abusivismo e la scarsa cura della narrazione e visione spaziale dei propri spazi. I luoghi sono assenti o manifesti attraverso il racconto della comunità fantasma di un territorio abusato. Si auspica e si prevede la necessità di una svolta e un diverso e propulsivo ruolo delle comunità locali a lungo assenti o non ancora pronte ad una visione proattiva nel prendersi cura del territorio di appartenenza. Il superamento o meglio il primo approccio alla risoluzione della crisi ambientale nel territorio costiero dell’alto Salento si potrebbe concretizzare attraverso una vision a breve medio raggio che mira ad un progetto di nuovo riconoscimento delle comunità e di innesco di processi di interconnessione ambientale-paesaggistica. Una strategia d’area che spinga sulla rigenerazione del territorio attraverso il coinvolgimento di comunità, e che potenzi e sviluppi tutti gli aspetti locali guardando a dinamiche globali. Bisogna investire e riappropriarsi delle buone pratiche sociali e di cittadinanza attiva, il riconoscimento di attività produttive non impattanti e consapevoli della storia, della cultura popolare e dell’ambiente. Questa vision appare credibile e perciò possibile nel momento in cui le comunità locali siano coinvolte nel progetto come attori/decisori consapevoli che la valorizzazione della loro terra passa dal riconoscimento delle matrici identitarie storiche e che producano e generino domande di senso.
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Cartolina da
GANGI Parole chiave
rural areas, agriculture, landscape Titolo
Il rapporto tra urbano e rurale nelle Madonie
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Autore della fotografia: Luca Torrisi Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Gangi, Palermo Autore della cartolina: Luca Torrisi
Nello scenario attuale in cui, la produttività ha una maggiore rilevanza rispetto alla qualità del territorio (Quarto rapporto sulle città, 2019), si stanno innescando nuovi processi di carattere sociale ed economico che guardano verso nuove forme di sviluppo. Questo riguarda anche le aziende agricole che non incentrano la loro economia solamente sulla produzione, ma si indirizzano sempre più spesso verso attività complementari e integrative. Una multifunzionalità connessa alla necessità dei sistemi produttivi territoriali di far leva sull’agricoltura: attività da sempre centrale nelle strategie di sviluppo economico. La presenza di produzioni di qualità e la valorizzazione dei prodotti locali, unita alla promozione delle risorse culturali e ambientali del territorio, ha innescato nuovi scenari economici che coinvolgono anche l’artigianato, il turismo enogastronomico e le attività culturali: servizi incentrati sull’intersezione tra la dimensione agricola e quella culturale. Esemplificativo è il caso dell’Area Interna Madonie (caso studio osservato all’interno dalla tesi di dottorato in corso di svolgimento); territorio contraddistinto da una estensione pari a 1814,40 km2 e dalla presenza di 62728 residenti che rende possibile una duplice lettura. I Comuni fanno parte sia della città metropolitana di Palermo, sia dell’area prototipale individuata dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne. I Comuni appartenenti all’area madonita interagiscono nell’ottica di un "arcipelago culturale e creativo" (Pianificare l’innovazione locale, 2017) in cui le connessioni e i nuclei risultano equamente importanti per generare strategie che guardino alla condivisione di risorse locali e di produzione di valore economico, sociale e culturale. L’Area Interna Madonie è contraddistinta, al pari di altre aree interne, dalla diminuzione della popolazione,
dall’incremento dell’età media dei residenti e da un elevato indice di disoccupazione rispetto alla media nazionale, nonché, in particolare per le Alte Madonie con la loro specifica orografia, dalla scarsa accessibilità per carenza di rete infrastrutturale. Si è fatto ricorso a strategie capaci di generare innovazione, nonché a nuove e differenziate risorse per il territorio anche grazie all’azione della Società di Sviluppo Madonie: una società di natura pubblicoprivata che promuove strategie di sviluppo consone alle risorse territoriali. SoSviMa e i Comuni appartenenti al sistema madonita adottano strategie per lo sviluppo dei Comuni anche in ambito agricolo e riguardanti terreni incolti e abbandonati, ma anche corsi di formazione rivolti a cittadini disoccupati al fine di incrementare l’occupazione di giovani agricoltori. Inoltre gli scarti della produzione agricola vengono adoperati per la produzione di energia dalle biomasse. La qualità della produzione nel territorio è sottolineata dalla presenza di sei Presidi Slow food, a cui vanno aggiunti altri prodotti non insigniti di particolari certificazioni, ma riconosciuti come produzioni identificative del territorio.
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Cartolina da
CASAMICCIOLA TERME Parole chiave
vulnerabilitĂ , paesaggio, abitare Titolo
(R)Ischia
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Autore della fotografia: Marica Castigliano Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Casamicciola Terme, zona “La Rita”, Ischia Autori della cartolina: Marica Castigliano, Fabio Di Iorio
Le cartoline da Ischia hanno affollato le cassette postali di tantissimi italiani, soprattutto napoletani, nel boom turistico che si è avuto sull’isola a partire dagli anni ‘50. La rigogliosa vegetazione, l’accessibilità balneare della costa e la presenza di fonti termali hanno delineato il quadro ideale per attirare una popolazione che triplica ogni estate il numero di presenti sull’isola. Per anni, turismo e agricoltura hanno disegnato un territorio originatosi da un’attività vulcanica tutt’oggi viva e manifesta. L’orografia dell’isola - i pendii del monte Epomeo, le falesie lungo la costa - è il frutto di successive eruzioni che hanno restituito un territorio al contempo fragile e ricco. Come Ischia dimostra, ricchezza di risorse e fragilità sono difficili da governare. Nella corsa verso un benessere simboleggiato da mattoni e cemento, Ischia ha consumato e deturpato gli elementi caratteristici della sua ricchezza territoriale attraverso un processo di autodistruzione. Se, nel 2017, l’isola è stata denunciata da Legambiente come “capitale dell’abusivismo e del rischio” lo si deve anche ad una politica di sviluppo urbanistico basata sull’imposizione di vincoli, in cui una programmazione attenta, fondamentale per un territorio orientato al turismo, è stata del tutto assente. Fenomeni come l’abusivismo, l’assenza di norme antisismiche adeguate, la negligenza sul controllo e la manutenzione del territorio, sono sfociati in un’elevata vulnerabilità territoriale. La cartolina raffigura la vasca di un alveo torrentizio in prossimità dell’area termale “la Rita”, nel comune di Casamicciola Terme. Alla fine della strada che conduce all’ex complesso termale “S. Rita”, un’oasi residenziale, - visibilmente frutto di interventi stratificati - ha interrotto la continuità del paesaggio naturale compromettendo l’equilibrio ambientale.
La cartolina offre riflessioni sui temi proposti dal WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, il WS 3.1 La resilienza urbana per i cambiamenti globali ed il WS 3.2 La visione patrimoniale del territorio come chiave per la sostenibilità. Lo shock dell’evento sismico avvenuto ad Ischia nell’estate del 2017 non solo ha delineato uno scenario emergenziale ma ha sollevato questioni più ampie e complesse legate all’inefficacia e alla carenza dell’apparato normativo-strategico nei territori fragili. L’opportunità di intervenire in un territorio altamente compromesso da edificazioni prive di riferimenti autorizzativi ha dato un carattere di urgenza e soprattutto di necessaria efficacia attuativa ad una pianificazione d’intervento che intrecci le questioni della messa in sicurezza del territorio, della tutela del paesaggio, della legittimazione del patrimonio costruito e della valorizzazione delle risorse locali identitarie.
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Observe
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Autore della fotografia: Eleonora Santoro Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Torre Chianca Autore della cartolina: Eleonora Santoro
Looking carefully at the built you can notice, almost as an identity, the total lack of dialogue with the context, cut o with force. It is often suffocated, surrounded, ignored or disturbed by introverted elements that create micro universe in themselves. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Appropriation
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Autore della fotografia: Giorgia Lentini Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Spiaggiabella, Lecce Autore della cartolina: Giorgia Lentini
In these territories, people driven by the need of appropriation of a piece of land, mark on the ground the blueprint of their future plots’ walls to not allow other people to take it. Meanwhile vegetation keeps growing spontaneously all around. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Defense
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Autore della fotografia: Li Chen Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Torre Chianca, Lecce Autore della cartolina: Li Chen
Houses in the settlement are well-defended. Residents built fences first, then added extra components to reinforce their enclosure. The photo is aimed to show the second thoughts of residents enclosing their property. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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125
Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Walls
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Autore della fotografia: Srishti Singh Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Torre Rinalda, Lecce Autore della cartolina: Srishti Singh
Since time immemorial, man has altered nature and it’s processes for his own convenience and security, creating landmarks and settlements where none existed, the reality would still have been palatable if the alteration to nature had the raw streak that it warrants, but man crated mediocrity; this photobook is an e ort to understand the consequential in uences this alteration has brought about in its very inconsequential way on the unparalleled beauty of Lecce coast. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Dune Paths
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Autore della fotografia: Linh Pham Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Torre Rinalda, Lecce Autore della cartolina: Linh Pham
I perceived the dunes as the dominant characteristic features of this area. While people cut the dunes to make their road, they also open the way for sand to invade the main land. So the dune paths play an important role to represent the relationship 2-sides between humans and dunes. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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129
Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Ground impact
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Autore della fotografia: Marzia Gabriele Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Frigole, Lecce Autore della cartolina: Marzia Gabriele
This picture aim to tell how the ground can become a collection of characterizing information about the marine area of Lecce. Materials, breakage and foot prints turn the ground into a metaphor of stratification, passage and human presence. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Pazzled Coast
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Autore della fotografia: Alessandro Oppizzi Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Torre Chianca, Lecce Autore della cartolina: Alessandro Oppizzi
The recent urbanization of the coast of Lecce behaved as a puzzle making. Many people felt the necessity to be near the sea and this necessity created a puzzle of houses along the main road riding the shore. Actually this urban puzzle-making is not completed and often interrupted. The “urban puzzle” is mostly charaterized by buildings started and interrupted. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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133
Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Roads
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Autore della fotografia: Yuqi Zhang Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Spiaggiabella, Lecce Autore della cartolina: Yuqi Zhang
La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
MARINE DI LECCE Parole chiave
waterfronts & harbors, landscape, ecological networks Titolo
Labyrinth
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Autore della fotografia: Nicola Clementel Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Spiaggiabella, Latitudine: 40.468447, Longitudine: 18.179074 Autore della cartolina: Nicola Clementel
Apulia, a fragmented territory. First from the agricultural link, then that of the land registry, nally those of protection from natural agents. The result is a labyrinthine landscape, where all these fragmentations guide the stakeholder in a series of rectilinear and scanned paths. La fotografia è frutto di una esperienza didattica svolta presso il Politecnico di Milano, Scuola AUIC, A.A. 2018-2019, nel Built Environment and Landscape Design Studio (professori F. Zanfi, S. Gangemi e L. Daglio, assistenti A. Kërçuku e P. Romanò).
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Cartolina da
ALIA Parole chiave
local development, mobility, networks Titolo
Periferie interne siciliane
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Autore della fotografia: Carmelo Galati Tardanico Anno di ripresa: 2018 Luogo di ripresa: Comune di Alia, Palermo Nome autore della cartolina: Annalisa Contato
Periferie interne della Sicilia, luoghi che spesso si attraversano senza soffermarsi a scoprirne le identità e i valori. Luoghi da cui sempre più spesso si parte, che si abbandonano e si lasciano alle loro fragilità. L’immagine, con la linea della ferrovia in primo piano e il paesaggio visto in movimento dal treno, vuole evocare sia il senso del transito, del passaggio in queste “terre di mezzo”, sia il senso dell’abbandono, un abbandono triste perché comporta una sconfitta, ma anche speranzoso verso nuove prospettive. Le periferie interne della Sicilia, in cui sono state riconosciute cinque Aree Interne, sono caratterizzate da una scarsa dotazione infrastrutturale, da un continuo decremento della popolazione e da insediamenti rur-urbani in precario stato di manutenzione. Ma non sono solo questo. Le Aree Interne, o meglio, le periferie interne sono dense di risorse paesaggistiche, naturali, culturali e portatori di valori legati alle produzioni artigianali e agricole. Sono luoghi propensi al cambiamento e alla sperimentazione, capaci di generare straordinarie interrelazioni tra innovazione e tradizione, dove il capitale umano - soprattutto negli ultimi anni - sta dimostrando il suo potenziale e la capacità di adeguarsi alla sfida imposta dai processi globali. Sono luoghi che offrono una qualità di vita diversa da quella offerta dai grandi poli urbani, dove è possibile instaurare relazioni più salubri con il territorio e con gli abitanti, dove il senso relazionale e di condivisione rafforza l’aspetto umano dell’insediamento urbano. In questi luoghi, i "territori di mezzo" tra i centri abitati assumono un nuovo ruolo poiché possiedono il potenziale per diventare quello spazio di interfaccia, connettivo e poroso che genera il passaggio da un sistema reticolare formato da linee e punti ad un sistema reticolare policentrico, in cui la forza
del reticolo crea nuove trame per condividere identità, ruoli e gerarchie, generando nuovi metabolismi urbani. Nella loro complessità e varietà, pertanto, rappresentano quei territori in cui un ripensamento del rapporto rurale/urbano, società/ territorio, società/economia, territorio/produzione accessibilità/interconenssione è sempre più impellente per la loro sostenibilità, per interrompere il processo di abbandono e per potenziare e mettere in rete le piccole esperienze di innovazione che stanno prendendo vita (start up, living lab, makers capillari, associazionismo attivo, ecc.) e che stanno dimostrando che è ancora possibile diventare luoghi accoglienti e funzionali, attraverso la realizzazione di nuove centralità locali dall’attrattività globale. Lo sguardo offerto dalla cartolina tocca i temi affrontati in alcuni workshop di questa conferenza SIU, in particolare il WS 2.1 La sicurezza dei territori fragili, il WS 2.2 Misure per l’accessibilità e la sicurezza del trasporto pubblico.
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L'URBANISTICA ITALIANA DI FRONTE ALL'AGENDA 2030 Portare territori e comunità sulla strada della sostenibilità e della resilienza
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XXII Conferenza Nazionale SIU | Cartoline
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L'URBANISTICA ITALIANA DI FRONTE ALL'AGENDA 2030 Portare territori e comunità sulla strada della sostenibilità e della resilienza
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Planum Publisher www.planum.net ISBN 9788899237226
9 788899 237226