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il punto la rivista dell'OMCeO Torino - Numero 4 2025

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Trimestrale - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale Aut. n°MIPA/CENTRO-SUD/192/2022 – Stampe Periodiche in Regime Libero – ISSN 2785-6240 - € 15,00

Un progetto dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino

Il medico condotto e le cure di prossimità oggi. Dalle riforme dell’Ottocento a una sanità territoriale più equa

La professione in ospedale: l’equilibrio tra lavoro e vita privata, tra frustrazioni e fragilità Crescere oggi nell’infosfera. Gli adolescenti, i chatbot persuasivi e la solitudine Il suicidio medicalmente assistito: la deontologia e la libertà della persona

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Sommario il punto

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La professione medica tra luoghi, tempi e una vita possibile Guido Giustetto

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IL PUNTO SULLA CURA NEL TERRITORIO

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ANNO IV, NUMERO 4 OTTOBRE-DICEMBRE 2025 Direttore scientifico Guido Giustetto Direttore editoriale Rosa Revellino Comitato redazionale Francesca Alessandro, Francesco Cuniberti, Venera Gagliano, Marta Mello, Aldo Mozzone, Chiara Rivetti, Angelica Salvadori (OMCeO Torino). Celeste De Fiore, Laura Tonon (Il Pensiero Scientifico Editore)

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L’equilibrio tra lavoro e vita privata è un’illusione? Noah Hoonhout

Disuguaglianze, bisogni e competenze nella medicina generale rurale Rosario Falanga, Ferdinando Petrazzuoli

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“La giusta distanza dal male”: sopravvivere al pronto soccorso Giorgia Protti, Sara Strippoli

Comitato editoriale Marco Bobbio, Michela Chiarlo, Libero Ciuffreda, Giampaolo Collecchia, Lucia Craxì, Fabrizio Elia, Elena Gagliasso, Giuseppe R. Gristina, Roberto Longhin, Giuseppe Naretto, Luciano Orsi, Elisabetta Pulice, Lorenzo Richiardi, Massimo Sartori, Vera Tripodi, Marco Vergano, Paolo Vineis Comitato direttivo dell’OMCeO di Torino Guido Giustetto (presidente) Chiara Rivetti (vicepresidente) Vladimir Erardi Bacic (segretario) Savino Santovito (tesoriere) Francesca Alessandro, Davide Bosio, Roberto Congiu, Francesco Cuniberti, Gilberto

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La vita a volte è strana Serena Ferretti

Il medico condotto: l’inizio delle cure di prossimità Franco Lupano

Sanità territoriale e aree montane: la sfida della continuità Marco Bussone

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Gli articoli raccolti in questo numero sono post pubblicati sul sito www.ilpunto.it

Fiore, Federico Latini, Marta Mello, Aldo Mozzone, Fernando Muià, Angelica Salvadori, Emanuele Stramignoni, Alessandra Taraschi, Renato Turra, Roberto Venesia Sede e contatti OMCeO Torino Corso Francia 8 – 10143 Torino email: info@ilpunto.it Produzione e amministrazione Il Pensiero Scientifico Editore Via San Giovanni Valdarno 8, 00138 Roma tel. 06862821 | fax 0686282250 e-mail: pensiero@pensiero.it internet: www.pensiero.it c/c postale: 902015 Editore responsabile Giovanni Luca De Fiore

Adolescenti e chatbot. Qualche pensiero Franco Mazzini

Crescere oggi, nell’era digitale Veronica Barassi, Matteo Lancini, Luciano Floridi

Il difficile equilibrio nel dibattito italiano sul fine vita Donata Lenzi

Verso una deontologia che accompagni la libertà del morire Guido Giustetto

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Il suicidio medicalmente assistito: l’urgenza di un pluralismo ragionevole Marco Vergano

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Il disagio psichico in età evolutiva Antonella Anichini

Clima e salute. Le evidenze del Lancet Countdown 2025 e le implicazioni per l’Italia Francesco Romizi

IL PUNTO SUL DIRITTO A MORIRE

LESSICO DI BIOETICA

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Non più indifferenti: un appello alla difesa dei diritti e della libertà Giovanni Gordini

@ilpunto_OMCeO

Progetto grafico e impaginazione Typo85 S.r.l., Roma Stampa Lion Brand S.r.l., Roma Autorizzazione Tribunale di Torino numero registro stampa 65/2021 del 29/12/2021 (già 793 del 12/01/1953). Immagini In copertina: “Torino”, di Serinus (Pexels). Nelle pagine interne le foto non firmate sono di iStock. Tutti i diritti sono riservati. Diritti d’autore Tutto il materiale pubblicato in queste pagine è disponibile sotto la licenza “Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo

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Biodiversità Sergio Lanteri

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LESSICO DI BIOETICA

Etica ambientale Matteo Cresti

_ilpunto

RivistailPunto

4.0 Internazionale”. Può essere riprodotto a patto di citare ilpunto.it, di non usarlo per fini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Finito di stampare dicembre 2025 Abbonamenti 2026 Per l’Italia: privati € 40,00 (per gli iscritti OMCeO Torino ricompreso nell’iscrizione all’Ordine); enti, istituzioni, biblioteche € 50,00. Per l’estero: € 60,00. L’abbonamento decorre dal mese di gennaio a dicembre Per abbonamenti: Andrea De Fiore tel. 06 86282324 e-mail: andrea.defiore@pensiero.it


La professione medica tra luoghi, tempi e una vita possibile Guido Giustetto

C’

è una domanda che attraversa oggi la professione medica e riguarda il tempo, i Presidente luoghi della cura e il rapporto, tutt’altro che semplice, tra l’esercizio della pro­ OMCeO Torino fessione e la possibilità di una vita personale gratificante. È una domanda che Direttore scientifico accompagna l’intero percorso medico, dalla formazione alla pratica quotidiana. il punto La medicina, in qualunque contesto venga esercitata, tende infatti a oltrepassare i con­ fini dell’orario e del ruolo. Non si limita a occupare una parte della giornata, ma entra nella vita, cambiandone lo sguardo, le relazioni, le priorità. Il cosiddetto equilibrio tra lavoro e vita privata appare allora un obiettivo arduo da raggiungere, una tensione co­ stante, cui far fronte nel tempo. Una tensione che si avverte già all’inizio del percorso formativo: diventa subito chiaro che la scelta di diventare medico non è solo professio­ nale ma profondamente esistenziale, talora foriera di sensi di colpa. “Per ritagliarci più tempo personale, ci chiudiamo alla cura del paziente profonda e accurata che spesso ha originariamente alimentato il nostro desiderio di diventare medici”, scrive un giovane medico specializzando (vedi pp. 20-21). Questa consapevolezza non riguarda solo chi si affaccia oggi alla professione. Nei luoghi in cui la medicina incontra i suoi confini più estremi, la sovrapposizione tra tempo del­ la cura e tempo della vita personale diventa ancora più evidente. L’esperienza clinica mostra come dolore, responsabilità, perdita e speranza non restino confinati allo spazio ospedaliero, ma accompagnino chi cura ben oltre il turno di lavoro. In questi contesti, la possibilità di rimanere dentro la professione non nasce dalla distanza, ma dal senso attribuito all’atto di cura, dalla capacità di riconoscere valore anche dentro la fatica più radicale (vedi pp. 18-19). È però fondamentale saper trovare quella “giusta distanza” di cui parla Giulia Protti, medico di pronto soccorso, nel titolo del suo libro. “Il confine sottile tra empatia e im­ medesimazione è difficilissimo da individuare”, dice. “Ogni giorno cerco di tracciare con maggiore chiarezza il limite tra una cura empatica, che è essenziale, e un’immer­ sione troppo profonda nelle emozioni del paziente”. Il pronto soccorso regala momenti di grande pesantezza, ma anche di necessaria leggerezza, soprattutto quando ci si trova davanti al dolore e alla morte. “L’ironia diventa un’arma di sopravvivenza, un modo per continuare a vedere la vita, anche nei momenti più bui” mentre “puntare sulla retorica della vocazione non paga se al significato sacrosanto di passione per il lavoro che si fa, si associa quello di martirio, di sacrifi­ Nei luoghi in cui la medicina incontra i suoi cio dovuto” (vedi pp. 14-17). confini più estremi, la sovrapposizione Questa permeabilità tra vita e professione tra tempo della cura e tempo della vita non risente delle differenze tra ospedale e territorio. Il medico ospedaliero, immer­ personale diventa ancora più evidente so in urgenze, turni e decisioni spesso ir­

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reversibili, e il medico di medicina gene­ rale, profondamente inserito nella vita Solo una medicina capace di sostenere quotidiana delle persone e delle comunità, chi la esercita può continuare a essere, vengono spesso rappresentati come figure nel tempo, un riferimento credibile, distanti, quasi opposte. In realtà, entram­ umano e duraturo per le persone bi sperimentano una difficoltà strutturale nel tracciare confini netti tra ruolo pro­ fessionale e persona. Cambiano i contesti, ma resta comune l’esperienza di una pre­ senza continua, che chiede responsabilità e disponibilità nel tempo. Se si allarga ulteriormente lo sguardo, questa tensione non appare affatto nuova. Alle origini delle cure di prossimità, la figura del medico condotto restituisce l’immagine di una pratica in cui la cura era inseparabile dalla vita quotidiana. Il medico viveva nella comunità, ne condivideva i tempi, le fragilità, le attese. La sua vita personale non era un elemento esterno alla cura, ma ne costituiva una parte integrante. Una medi­ cina fatta di relazione, continuità e responsabilità diffusa, che ancora oggi interroga il nostro modo di pensare la professione (vedi pp. 5-6). È così che le contrapposizioni con cui siamo abituati a leggere la professione svelano le loro caratteristiche comuni. Ospedale e territorio, formazione e pratica, dedizione e vita personale non sono mondi conflittuali e inconciliabili, ma diverse declinazioni di una stessa sfida: esercitare una professione ad alta responsabilità senza che questa assorba interamente la vita di chi la pratica. Parlare di vita possibile per i medici significa assumere questa complessità come dato strutturale della professione. Significa riconoscere che la qualità della cura è insepa­ rabile dalla qualità della vita di chi cura, e che la sostenibilità della medicina non può essere affidata solo alla resilienza individuale. In questo senso, il tempo e la consapevolezza per prenderci cura di noi stessi, sono una responsabilità non astratta e non solo nostra, ma un diritto attuale e concreto. Una responsabilità che riguarda le istituzioni, i modelli formativi e organizzativi e la cul­ tura stessa della professione. Perché solo una medicina capace di sostenere chi la eser­ cita può continuare a essere, nel tempo, un riferimento credibile, umano e duraturo per le persone. y

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Il punto sulla cura nel territorio

Il medico condotto: l’inizio delle cure di prossimità Dalle riforme ottocentesche al Servizio sanitario nazionale

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Come è nato l’interesse per la storia del medico condotto, e da quali fonti ha preso avvio la sua ricerca? Che ruolo ha avuto il lavoro d’archivio nella ricostruzione storica di questa figura? l mio interesse per la figura del medico condotto nasce negli anni ’90, quando, insieme ad altri colleghi, iniziai a col­ laborare con una rivista dedicata alla me­ dicina di famiglia. Ci accorgemmo presto che molti problemi che affrontavamo quo­ tidianamente non erano né nuovi né indi­ viduali. Così nacque l’idea di approfondire le radici storiche di questa professione, cercando di capire come si fosse evoluto nel tempo il ruolo del medico di prossimi­ tà. Scoprimmo che, allora come adesso, la medicina di famiglia era rimasta inca­ strata nella difficoltà del rapporto con i pazienti e del ruolo, un po’ solitario. Il lavoro d’archivio è stato decisivo. Ho avuto accesso a fonti preziose come l’archi­ vio storico della Compagnia di San Paolo e gli atti dei singoli Comuni, che raccontano la quotidianità delle condotte mediche, dalle nomine agli stipendi, fino alle moda­ lità di prescrizione. Ma oltre ai documenti ufficiali, hanno avuto un ruolo fondamen­ tale anche le memorie personali: ho rac­ colto racconti orali di medici che hanno esercitato come condotti e che ho avuto la fortuna di conoscere. È stato importante poter utilizzare fonti di natura diversa. Da un lato, quelle prima­ rie: atti amministrativi, regolamenti co­

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Intervista a

Franco Lupano Medico di famiglia Presidente del Centro italiano di storia sanitaria e ospitaliera in Piemonte Coordinatore Commissione storica dell’OMCeO Torino

munali, verbali, carteggi, testimonianze autobiografiche e interviste dirette a ex medici condotti, come dicevo. Sono docu­ menti che raccontano le condizioni mate­ riali della professione, le difficoltà econo­ miche, ma anche la percezione sociale di questa figura. Dall’altro lato, mi sono ser­ vito di fonti secondarie: testi di storia del­ la medicina e della sanità, in particolare i lavori di Giorgio Cosmacini, che dedica ampio spazio al ruolo delle condotte medi­

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Credo si possa leggere la storia d’Italia attraverso la figura del medico condotto, la sua evoluzione accompagna i grandi passaggi della nostra storia sanitaria e politica

Adelasia Cocco, la prima donna medico condotto in Italia Sassarese, nata nel 1885, Adelasia Cocco fu incoraggiata dal padre intellettuale a intraprendere gli studi di medicina, che concluse a Sassari nel 1913. Nel 1914 ottenne l’incarico di medico condotto a Nuoro, prima donna in Italia a ricoprire questo ruolo. Affrontò ambienti difficili, come la frazione di Lollove, dove il precedente medico era stato assassinato: ogni giorno vi si recava a cavallo per garantire cure a una popolazione spaventata e isolata. Nel corso della carriera promosse la cultura igienica attraverso conferenze pubbliche, affrontò le difficoltà di un contesto ancora ostile alle donne medico e non esitò a sfidare il regime fascista con certificati che proteggevano le oppositrici. Nel 1928 divenne ufficiale sanitario di Nuoro e poi direttrice del Laboratorio provinciale di Igiene, incarico che mantenne fino al 1955.

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che nella sua Storia della medicina e della sanità in Italia, e manuali di docenti del­ l’Università di Torino che si occupano di saperi medici. Unire queste due prospet­ tive mi ha permesso di ricostruire tutti gli aspetti della figura del medico condotto e della sua storia.

Quali sono state, secondo lei, le tappe fondamentali che segnano l’evoluzione del medico condotto dall’Italia preunitaria alla Repubblica? Si può dire che in qualche modo la storia del medico condotto racconta e riflette la storia politica, sanitaria e sociale italiana? Forme di assistenza pubblica, per così di­ re, sono presenti già a partire dal Medioe­ vo. Anche durante il Settecento, in pieno Illuminismo, in tutta Europa ci sono casi di medici assunti dallo stato. Ufficialmen­ te però, la figura del medico condotto in Italia nasce con le riforme sanitarie del­ l’Ottocento, in particolare con la legge Cri­

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spi-Pagliani del 1888. È a questo punto che la figura si istituzionalizza assumendo an­ che un ruolo chiave nelle politiche di pre­ venzione. Il medico condotto diventa il punto di riferimento per il controllo delle condizioni igieniche, delle epidemie e del­ la salute collettiva. Durante il fascismo il condotto perde una parte della propria au­ tonomia, diventando a tutti gli effetti un funzionario statale, anche con compiti di vigilanza sociale. Il vero cambiamento av­ viene nel dopoguerra, prima con la nascita delle Casse mutue, e infine con l’istituzio­ ne del Servizio sanitario nazionale nel

Il modello delle condotte ci permette di non ripetere gli stessi errori, ma anche di recuperare il valore sociale e relazionale della medicina primaria, che rimane essenziale per la salute pubblica


Il punto sulla cura nel territorio 1978, quando la figura del medico condot­ to confluisce in quella del medico di me­ dicina generale. Credo si possa leggere la storia d’Italia at­ traverso la figura del medico condotto, la sua evoluzione accompagna i grandi pas­ saggi della nostra storia sanitaria e politi­ ca. Ad esempio, nell’Ottocento, durante il Risorgimento e il periodo postunitario, il medico condotto diventa un presidio fon­ damentale, soprattutto nelle campagne e nelle periferie. È l’intermediario tra Stato e popolazione, e spesso è testimone privi­ legiato delle disuguaglianze: basti pensare alle grandi inchieste agrarie, in cui i me­ dici condotti erano coinvolti in prima per­ sone, che documentano le condizioni di miseria e malattia di larga parte della po­ polazione italiana.

Sempre a proposito dell’evoluzione di questa figura, come è cambiata la percezione del medico condotto nei diversi contesti storici: liberale, fascista, repubblicano? Appena nato il ruolo, in epoca liberale, non era considerata una posizione di pre­ stigio e spesso i condotti erano medici ap­ pena laureati che in questo modo facevano esperienza. D’altra parte, però era ricono­ sciuto il suo ruolo di garante della salute pubblica e di figura di prossimità nelle comunità. Era spesso visto come un pro­ fessionista autorevole, pur lavorando in condizioni economiche precarie, ce lo di­ cono chiaramente le testimonianze dei medici che raccontano la fatica del lavoro ma anche il riconoscimento da parte della comunità. Con il fascismo la sanità diven­ ta uno strumento di controllo sociale e il medico condotto è inserito in un sistema centralizzato che ne limita l’autonomia. Nel dopoguerra e soprattutto con la nasci­ ta delle mutue, la percezione torna ad es­ sere ambivalente: da un lato cresce l’ac­ cesso alle cure, dall’altro si diffonde l’im­ magine del medico della mutua sovracca­ rico, poco valorizzato, e a volte ridotto a mero prescrittore. Anche in questo caso si possono leggere dei cambiamenti sociali e politici attra­

Nicola Badaloni, un medico sovversivo Nato a Recanati nel 1854 e laureato a Napoli nel 1877, Nicola Badaloni esercitò come medico condotto a Trecenta dal 1878. Ben presto divenne figura di spicco del socialismo polesano: nel 1886 fu eletto deputato, sostenendo riforme in campo sanitario e sociale. Il suo impegno si tradusse in proposte concrete, come la legge contro la pellagra, il progetto per una Cassa pensioni dei medici condotti e norme a tutela dei lavoratori esposti al fosforo bianco. Convinto pacifista, si oppose alle guerre coloniali e al primo conflitto mondiale. Legato da amicizia a Giacomo Matteotti, nel dopoguerra si ritirò dalla vita politica per dedicarsi interamente alla sua condotta. Morì nel 1945, pochi giorni dopo la Liberazione, a 91 anni, incarnando l’idea di un medico che intrecciava cura, impegno sociale e battaglia politica.

verso la lente del medico condotto. Quan­ do la sanità inizia a diventare sempre più centralizzata, la figura perde importanza e riconoscimento.

Perché è importante studiare e conoscere la storia del medico condotto, come figura ma anche come singole storie di professionisti? Studiare questa storia significa scoprire le radici della medicina territoriale in Italia. Questa memoria storica ci aiuta a capire meglio l’attuale dibattito sulle cure di prossimità e sul ruolo dei medici di medi­ cina generale. Molti problemi che affron­ tiamo oggi – dalla scarsità di risorse alla necessità di rafforzare la sanità territoria­ le – hanno radici profonde e cicliche. Sa­ pere che il modello delle condotte ha già affrontato sfide simili ci permette di evi­ tare errori, ma anche di recuperare il va­ lore sociale e relazionale della medicina primaria, che rimane essenziale per la salute pubblica. y

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Franco Lupano, è stato medico di famiglia a Trofarello (Torino), attualmente è presidente del Centro italiano di storia sanitaria e ospitaliera in Piemonte e coordina la Commissione storica dell’Ordine dei Medici di Torino. Si occupa di storia della medicina e della sanità pubblica ed è autore di saggi e monografie, tra cui La Compagnia di San Paolo e il Servizio sanitario per i poveri (1814-1851). Nel libro Stipendiare moderatamente un medico ricostruisce la storia e il ruolo del medico condotto in Italia.

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iamo due medici di famiglia di campagna classe 1958, ambedue operiamo in studi singoli, sotto ca­ sa, in piccoli paesini uno in provincia di Pordenone e l’altro in provincia di Caser­ ta. Tutti e due abbiamo conseguito una specializzazione universitaria dopo la lau­ rea nel 1983, ma ci ha appassionato la me­ dicina di famiglia, per la sua visione oli­ stica, per la continuità assistenziale longi­ tudinale nel tempo e per una presa in ca­ rico biopsicosociale centrata sulla persona e sulla comunità rurale. Entrambi siamo membri dell’European rural and isolated practitioners associa­ tion (Euripa), un network di Wonca Euro­ pe, la società scientifica e accademica che rappresenta più di 120.000 medici di fami­ glia in Europa. La rete è stata fondata per rispondere alle esigenze di salute e benes­ sere delle comunità rurali e alle necessità professionali dei medici di medicina ge­ nerale operanti in ambito rurale europeo. Rappresenta una rete crescente di profes­ sionisti e organizzazioni che lavorano in­ sieme per ridurre le diseguaglianze nel­ l’accesso ai servizi sanitari, diffondere buone pratiche, intraprendere ricerche cliniche e possibilmente influenzare le politiche sanitarie. La pratica individuale del medico di medi­ cina generale, caratterizzata da un rappor­ to continuativo con i propri pazienti, favo­ risce lo sviluppo di una relazione di fidu­ cia e una comunicazione più efficace. Se­ condo la letteratura, questo modello assistenziale è associato a migliori esiti di salute: riduce la polifarmacoterapia, limi­ ta il ricorso a esami diagnostici non ne­ cessari, diminuisce gli accessi al pronto soccorso e i ricoveri ospedalieri, contri­ buendo anche a una riduzione della mor­ talità. Ma presenta alcuni limiti, tanto che

Disuguaglianze, bisogni e competenze nella medicina generale rurale Le sfide per una sanità territoriale più equa Rosario Falanga Medico di famiglia, Polcenigo (PN) Rappresentante italiano di Euripa

Ferdinando Petrazzuoli Medico di famiglia, Ruviano (CE) Presidente di Euripa

Dove troveremo i giovani medici che prenderanno il nostro posto, se non rendiamo il lavoro più attrattivo per una nuova generazione di professionisti?

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sta diventando sempre più rara perché le­ gata ad eccessivi carichi di lavoro, diffi­ coltà ad assentarsi per ferie, malattie, cor­ si di aggiornamento. Le evidenze mostrano chiaramente che le popolazioni rurali presentano un’età me­ dia più elevata e, di conseguenza, una maggiore prevalenza di malattie croniche. Allo stesso tempo, anche i medici di medi­ cina generale che operano in ambito rura­ le hanno un’età media superiore rispetto ai colleghi attivi in contesti urbani. Ciò significa che anche l’assistenza primaria in queste zone deve cambiare per affron­ tare nuove sfide. Innanzitutto, è fondamentale riconoscere che differenti popolazioni hanno diffe­ renti priorità. Se è vero che una delle prin­ cipali competenze della medicina di fami­ glia è la cura centrata sulla persona, è pro­ prio nel contesto rurale che ciò diventa più evidente. Quello rurale è un ambito in cui i medici si prendono cura degli indivi­ dui considerando il contesto familiare, comunitario e culturale; rispettando sem­ pre l’autonomia dei propri pazienti e nego­ ziando con essi i piani di gestione così da


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Foto di Nicola Raviglione / CC BY

Una rete europea European rural and isolated practitioners association nasce per rispondere ai bisogni specifici delle comunità rurali e dei professionisti che vi operano, con l’obiettivo di promuovere equità nell’accesso alle cure, qualità dell’assistenza e sviluppo professionale. La rete coinvolge medici di medicina generale, ricercatori, formatori e operatori sanitari impegnati nella pratica quotidiana in aree remote o svantaggiate, favorendo lo scambio di esperienze e la costruzione di un linguaggio condiviso tra i diversi sistemi sanitari europei. Le attività si svolgono attraverso gruppi tematici, progetti di ricerca collaborativa, forum annuali e iniziative di advocacy, spesso in collaborazione con Wonca Europe. Ogni anno, Euripa organizza il “Rural health forum”, un momento di incontro per discutere buone pratiche, bisogni emergenti e politiche per la salute rurale. La rete promuove anche percorsi formativi e supporta i professionisti nell’elaborazione e nella pubblicazione di studi scientifici. L’adesione è aperta a singoli operatori e organizzazioni: i membri possono contribuire direttamente alla progettazione delle attività, condividere esperienze locali e accedere a risorse formative dedicate alla medicina rurale.

integrare aspetti clinici, psicologici, so­ ciali, culturali ed esistenziali, servendosi della conoscenza e della fiducia maturata nel corso di relazioni continuative nel tempo. Dove troveremo i giovani medici che pren­ deranno il nostro posto, se non rendiamo il lavoro più attrattivo per una nuova gene­ razione di professionisti della salute con valori e aspettative di vita diverse? Noi crediamo che sia necessario creare, nelle aree rurali, studi con due/tre medici di famiglia, con una gestione manageria­ le, con personale amministrativo e infer­ mieri di famiglia a carico del Servizio sa­ nitario nazionale, personale adeguata­ mente formato in modo interprofessiona­ le, con il supporto della telemedicina e di piccoli strumenti (ecografo, spirometro, elettrocardiografo), tutto naturalmente ottenuto grazie a investimenti pubblici. Solo in questo modo possiamo preservare il valore fondamentale della prossimità dell’assistenza sanitaria nelle zone rurali e rendere attraente la pratica in questi luo­ ghi per i giovani medici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un numero insufficiente di opera­ tori sanitari adeguatamente formati e la conseguente carenza di professionisti sa­ nitari rende le comunità rurali e remote meno in grado di ricevere cure adeguate. Anche per questo motivo osserviamo una massiccia emigrazione dalle aree rurali verso le travagliate zone suburbane, con­ tribuendo all’instaurarsi di gravi proble­ mi sociali. In Italia, per preservare i bel­ lissimi borghi, le montagne e le piccole isole dall’abbandono della popolazione, c’è anche bisogno di un’assistenza primaria di buona qualità. Fornire una buona assi­ stenza sanitaria nelle aree rurali non è solo un problema di salute, ma anche di politica pubblica. Nelle raccomandazioni dell’Organizzazio­ ne mondiale della sanità viene sottolinea­ ta la necessità di una trasformazione ra­ dicale di tutti i sistemi di welfare secondo una prospettiva integrata, multiprofes­ sionale e multisettoriale. Questi cambia­

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Il punto sulla cura nel territorio menti devono essere attuati principal­ mente a livello territoriale, richiedendo una partecipazione attiva delle comunità. In letteratura, questo è chiamato “com­ prehensive primary health care” (C-phc). Uno dei principali ostacoli alla sua effet­ tiva attuazione risiede nella formazione degli operatori sanitari, che purtroppo avviene quasi esclusivamente nei grandi ospedali universitari cittadini, sia duran­ te il percorso prelaurea che nella forma­ zione postlaurea – quando invece le aree rurali necessitano di personale sanitario specificamente formato per lavorare in si­ mili contesti, professionisti che ne com­ prendano esigenze e complessità. A tal riguardo Euripa Italia con i suoi rap­ presentanti ha partecipato alla campagna 2018 “Primary health care now more than ever”, ha collaborato alla stesura e alla sot­ toscrizione del Libro Azzurro e, infine, ha aderito al progetto “Alleanza per la rifor­ ma delle cure primarie in Italia”, con l’o­ biettivo di vedere rafforzati la territoria­ lizzazione, la contestualizzazione e la prossimità dei servizi di cure primarie in Italia. Uno dei temi fondamentali quando si parla di rural health è quello della for­ mazione dei futuri professionisti e della esposizione agli insegnamenti che si pos­ sono trarre nei contesti di campagna o nelle zone remote. L’Italia è generalmente in ritardo rispetto agli altri Paesi nello sviluppo della formazione medica rurale. In Italia ci sono 5532 piccoli Comuni rura­ li sotto i 5000 abitanti, che rappresentano il 70 per cento del totale dei Comuni italia­ ni. Pertanto, l’educazione medica rurale dovrebbe essere una componente impor­ tante della formazione medica. Euripa suggerisce la creazione di corsi di forma­ zione pre- e postlaurea in medicina rurale per tutti i professionisti delle cure prima­ rie (medici, infermieri, assistenti sociali)

Foto di Duc Tinh Ngo / CC BY

Garantire buone cure nelle aree rurali non è solo una questione sanitaria, ma anche una scelta di politica pubblica

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che lavoreranno insieme secondo i princi­ pi della C-phc. Per procedere in questa direzione è necessario coinvolgere come docenti i medici di famiglia con esperien­ za di lavoro nelle zone rurali, oltre a un adeguato curriculum e vocazione all’inse­ gnamento e alla ricerca. Ciò consentireb­ be lo sviluppo di una assistenza primaria rurale basata sull’evidenza e faciliterebbe la formazione di giovani medici motivati e appassionati del lavoro in ambienti rurali. Solo in questo modo la pratica rurale sarà attraente, sostenibile e di successo. Un altro ostacolo allo sviluppo della poli­ tica sanitaria rurale è la mancanza di dati, prove e ricerche specifiche; pertanto, di­ ventano invisibili le esigenze sanitarie ai decisori politici. Per quanto molto spesso sottovalutato, grande è il potenziale dei medici rurali


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Cosa c’è di meglio di un ambiente rurale per esplorare (e ricercare) queste competenze: orientamento alla comunità, assistenza centrata sulla persona, modellizzazione olistica? per contribuire alla formazione e alla ri­ cerca. Wonca Europe afferma che i medi­ ci, quando si occupano dei pazienti, “in­ tegrano fattori fisici, psicologici, sociali, culturali ed esistenziali, utilizzando la conoscenza e la fiducia generate dalla ri­ petuta conoscenza e la fiducia che si in­ staura con i contatti ripetuti”. Cosa c’è di meglio di un ambiente rurale per esplora­ re (e ricercare) queste competenze: orien­ tamento alla comunità, assistenza centra­

ta sulla persona, modellizzazione olistica? Euripa considera la ricerca nelle zone ru­ rali un elemento essenziale per conoscere, colmare e soddisfare le esigenze di assi­ stenza sanitaria di queste popolazioni. Per questo il comitato scientifico dell’associa­ zione progetta e sviluppa attività di ricerca attraverso il coinvolgimento degli asso­ ciati e promuovendone la diffusione grazie alla partecipazione a congressi scientifici o la pubblicazione su riviste indicizzate. Purtroppo, in Italia, la medicina di fami­ glia non è ancora riconosciuta come disci­ plina accademica, e i medici di famiglia interessati alla ricerca si trovano spesso privi di tempo protetto, supporto econo­ mico e opportunità di carriera adeguate. Fino ad ora, quindi, i medici rurali sono stati meno inclini a intraprendere percor­ si di ricerca scientifica anche a causa dell’isolamento professionale e della li­ mitata disponibilità di risorse. Tuttavia, l’introduzione di nuove tecnologie – come webinar, applicazioni digitali e social me­ dia – può essere d’aiuto nella pratica clini­ ca quotidiana, contribuendo a ridurre l’i­ solamento e a stimolare una maggiore partecipazione alla ricerca. Alcuni elementi potenzialmente scorag­ gianti del lavoro in aree rurali e remote, oltre all’elevato carico di lavoro e alla mancanza di “coraggio clinico” per il fatto di operare a volte da soli in zone remote, possono essere la mancanza di sviluppo e crescita professionale, le scarse opportu­ nità ricreazionali, le scarse prospettive di lavoro per il partner e le difficoltà legate all’istruzione dei figli. A nostro avviso, però, lavorare in zone ru­ rali e remote può essere stimolante e gra­ tificante dal punto di vista emotivo e pro­ fessionale. La vision di Euripa per i futuri medici di famiglia rurali non è quella di qualcuno che si lamenta sempre per la mancanza di strutture e la sensazione di isolamento, ma di chi è orgoglioso di esse­ re un medico di famiglia di campagna e cerca di trarne il massimo ogni giorno. y

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Sanità territoriale e aree montane: la sfida della continuità

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a sanità nelle aree interne e monta­ ne si trova oggi ad affrontare sfide sempre più urgenti, luoghi dove problemi noti anche a livello nazionale mostrano tutta la loro complessità. Garan­ tire il diritto alla salute richiede soluzioni strutturali, continuità nei servizi e nuovi modelli organizzativi. Ne abbiamo parlato con Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale Comuni Comunità Enti montani.

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Le aree interne e montane italiane – anche in Piemonte – affrontano da anni criticità strutturali legate allo spopolamento, all’invecchiamento della popolazione e alla carenza di servizi essenziali. Dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, quali sono oggi le principali difficoltà che incontrano i cittadini di questi territori, e quali priorità ritiene non più rinviabili? La questione centrale è che la popolazione di queste aree ha un’età media sempre più elevata, con bisogni di salute profonda­ mente mutati rispetto al passato. Le croni­ cità prevalgono sulle acuzie, e questo com­ porta un fabbisogno crescente di assisten­ za continuativa, sia da parte delle famiglie sia da parte degli enti pubblici, in partico­ lare Comuni e Regioni. I sindaci, va ricor­ dato, sono responsabili della salute pub­ blica e titolari – spesso per necessità, più

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Intervista a

Marco Bussone Presidente nazionale Uncem – Unione nazionale Comuni Comunità Enti montani

che per scelta – di una serie di servizi es­ senziali per i territori. Una priorità urgen­ te riguarda il ripensamento dell’assisten­ za medica territoriale, a partire dalla me­ dicina generale. La scarsità di medici di famiglia è ormai strutturale e, in molti contesti, si fatica persino a trovarli. Su questo si contrappongono due visioni: da un lato chi auspica che i medici diventino dipendenti pubblici, dall’altro chi preferi­ sce mantenerne lo status libero-profes­ sionale con incarico regionale. Ma il vero problema è che oggi, semplicemente, non ci sono abbastanza medici disponibili.

Tra le soluzioni proposte a livello nazionale, il potenziamento della medicina territoriale, la valorizzazione delle Case della comunità e lo sviluppo della telemedicina sono ritenuti strumenti fondamentali per ridurre le disuguaglianze. Secondo lei, questi modelli sono realmente sostenibili e attuabili? E quali ostacoli restano da superare sul piano della progettazione e della gestione? Il diritto a restare, o come preferisco chia­ marlo, il diritto all’opzione – cioè poter scegliere se restare o meno – deve poggia­ re su servizi stabili, non su sperimentazio­ ni a tempo. Negli ultimi anni, grazie alle strategie nazionali per le aree interne, si sono attivati alcuni servizi sanitari e so­ ciali. Il Pnrr ha dato impulso a nuovi mo­ delli organizzativi, come le Case della co­ munità, adesso il tema è la continuità. Anche nelle aree interne il diritto all’assi­ stenza sanitaria va garantito con soluzioni flessibili e originali. Il modello dell’infer­ miere di comunità, già attivo in Val Maira con ottimi risultati, ne è un esempio con­ creto: unisce assistenza sanitaria e sociale, costruisce relazioni stabili con i pazienti cronici e si coordina con le strutture terri­

La questione centrale è che la popolazione di queste aree ha un’età media sempre più elevata, con bisogni di salute profondamente mutati rispetto al passato


Il punto sulla cura nel territorio toriali. Un servizio simile, sperimentato con successo, andrebbe esteso, non lascia­ to come sperimentazione isolata. Se alla fine dei fondi finisce anche il ser­ vizio, allora il sistema ha fallito. Le inizia­ tive vanno rese strutturali, garantite nel tempo ed estese al maggior numero di ter­ ritori. Serve una responsabilità forte da parte delle Regioni e dello Stato nel farsi carico della continuità. Non si può abban­ donare una comunità dopo due anni di­ cendo: “sono finiti i soldi”.

Il Piemonte, come altre regioni alpine, è interessato da una grande varietà di situazioni territoriali e sociali: valli isolate, aree collinari densamente abitate, comuni con grandi flussi turistici e altri in progressivo declino. Come dovrebbero adattarsi a questa complessità le politiche sanitarie regionali, in modo da preservare e valorizzare le specificità locali? Ribadisco che, innanzitutto, la vera sfida è la continuità nel tempo e nello spazio delle politiche. Troppo spesso tutto finisce per mancanza di risorse o, peggio, per as­ senza di visione. Solo così possiamo ragio­ nare su come ripensare i servizi assisten­ ziali. Andrebbe affrontato con un approc­ cio integrato il problema delle cronicità, dell’emergenza, della residenzialità per anziani, delle reti ospedaliere e dei tra­ sporti. Il Piano delle cronicità dovrebbe includere le specificità delle aree interne, rafforzando le “comunità di pratica” e la rete tra asl, associazioni del terzo settore e unioni montane. Anche la digitalizzazione è fondamentale: con la telemedicina, si possono ridurre tempi, costi e spostamen­ ti, a patto che si diffondano le tecnologie giuste e che si formi il personale. In Piemonte, qualcosa è stato fatto: penso al volo notturno dell’elisoccorso, attivo dal 2006, e alle 150 piazzole inaugurate negli ultimi cinque anni. Ma non basta: senza reti di trasporto efficienti, strumenti ade­ guati e personale formato, anche il miglior ospedale rischia di restare irraggiungibi­ le. E in molti territori non ci sono nemme­ no le condizioni per mantenere un ambu­

I nuovi abitanti delle montagne Secondo il Rapporto Montagne Italia 2025 di Uncem, tra il 2019 e il 2023 le aree montane piemontesi hanno registrato oltre 14mila nuovi ingressi, pari a un aumento del 2,6% dei residenti distribuiti nelle 39 valli regionali. Si tratta in gran parte di cittadini italiani, circa due terzi dei 100mila nuovi abitanti che nello stesso periodo hanno scelto la montagna a livello nazionale. In Piemonte i picchi si osservano in Val Sangone (+52‰) e in Alta Val di Susa (+6,8‰), con incrementi significativi anche in Valchiusella e nelle Valli di Lanzo. Il fenomeno è trainato da coppie under 40 e pensionati, spesso con modalità di residenzialità flessibile. Restano criticità occupazionali: la disoccupazione femminile raggiunge il 13% in alcune valli, mentre il lavoro è concentrato su agricoltura, allevamento e turismo, con il contributo crescente dello smart working grazie alla banda ultralarga. Fonte: Palazzo C. Sorpresa sulle montagne del Piemonte: la popolazione torna a crescere. La Repubblica, 24 settembre 2025.

latorio medico stabile. Inoltre, le patologie complesse legate all’invecchiamento – penso alle demenze – non trovano risposte adeguate nei piccoli Comuni. L’integrazio­ ne tra sanitario e sociale è ancora troppo debole, e chi ne soffre di più sono le fami­ glie, spesso lasciate sole.

Gli Ordini professionali – a cominciare da quello dei medici – che ruolo possono avere nel rafforzare il legame tra professionisti della salute e territori? Premetto che conosco poco il funziona­ mento interno degli Ordini, ma credo che possano avere un ruolo importante. Ad esempio, se le Regioni vogliono sperimen­ tare modelli diversi per la medicina gene­ rale nelle aree montane – prevedendo me­ dici dipendenti pubblici – forse dovrebbe­ ro aprirsi a soluzioni nuove, quantomeno prendendole seriamente in considerazio­ ne. Gli Ordini possono e devono avere uno slancio innovativo, così possono contribu­ ire a un futuro per le comunità più perife­ riche, riducendo le disuguaglianze – ad oggi molto forti – al diritto alla salute. y

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“La giusta distanza dal male”: sopravvivere al pronto soccorso Tra fragilità, empatia e ironia Intervista a

Giorgia Protti medica e scrittrice A cura di

Sara Strippoli Ufficio stampa OMCeO Torino

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C’

è una dottoressa che esce dal pronto soccorso, esausta. Alla fi­ ne del turno serale, cammina ver­ so l’auto parcheggiata in una via laterale per evitare i parcheggiatori abusivi, che odia. E poi un’apparizione. Un’allucinazio­ ne, forse. Sul cofano della macchina c’è un ragazzo con ali nere sulle scapole. Lucife­ ro. Parte così, e subito cattura, La Giusta distanza dal male, il romanzo d’esordio di Giorgia Protti (edizione Einaudi), medica in un pronto soccorso di Torino. Fra dia­ gnosi e tempo che fugge logorando la vita privata, la protagonista racconta l’inferno del pronto soccorso, luogo simbolo della crisi della sanità pubblica. Come non soc­ combere senza rinunciare a empatia e contatto con i pazienti?

Momenti drammatici e improvvisa leggerezza, realtà cruda e parentesi oniriche. Dottoressa Protti, la sua metafora del pronto soccorso come un girone dantesco, regala anche sorrisi e ironia. Finché c’è la capacità di sorridere non si cede alla fatica e alla sofferenza? Credo che come nella vita quotidiana, an­ che in quella professionale, il pronto soc­ corso regali momenti alterni, di pesantez­ za e poi di inevitabile e necessaria legge­ rezza, soprattutto davanti al dolore e anche alla morte. L’ironia è un’arma di sopravvi­

L’ironia è un’arma di sopravvivenza per continuare a vedere la vita, anche laddove si è circondati dal dolore

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venza per continuare a vedere la vita, an­ che laddove si è circondati dal dolore.

Nella sua storia compare e scompare Lucifero, antagonista e confidente. Jeans e t-shirt musicali da fan dei concerti, Led Zeppelin e Ramones, giovane, tentatore. Ho pensato potesse essere l’inconscio che emerge. O, forse, un terapeuta. È un diavolo. Però salvifico. Oppure è un Virgilio che accompagna all’inferno e aiuta a trovare una strada nuova per fronteggiare il male? È un po’ di tutto questo. Lucifero, come ha detto bene Tiziano Scarpa che ha scritto la quarta di copertina del libro, è un diavolo custode, un personaggio con molte sfac­ cettature caratteriali. Di fatto rimane l’u­ nico che sta vicino alla protagonista, di­ sposto ad ascoltarla quando il resto del mondo si dilegua. Al tempo stesso non perde la sua natura di tentatore. Tra i tanti nomi con cui potevo chiamarlo, Satana, Diavolo o altri, ho scelto proprio Lucifero, perché mi interessava l’etimologia: un “portatore di luce”, di conoscenza. Lucife­ ro è di fatto una personificazione di una parte della psiche della protagonista che la obbliga a confrontarsi con le domande a cui lei non vorrebbe rispondere. Lui, inve­ ce, una risposta la pretende. Il periodo allucinante del covid non ricorre spesso nel suo romanzo ma non poteva non esserci. Anni da dimenticare, si direbbe. È così? Penso sia stato per molti degli operatori sanitari qualcosa con cui si deve fare an­ cora i conti. Personalmente faccio fatica a


collocare in un ordine di senso compiuto ciò che è successo. Io ero stata assunta da poco in pronto soccorso e questa emer­ genza mondiale mi è piombata addosso con una forza enorme. La ricordo con una dimensione quasi più onirica che reale. E parlando con i colleghi ho capito che anche per loro è stato così. È come se fosse stata una parentesi di tempo e di spazio isolata rispetto allo scorrere lineare del tempo.

Passando dal sogno alla realtà, il quadro che emerge dal suo romanzo è quello di una sanità in grandissima difficoltà, con indicatori anche comici come il centralino che non passa mai i numeri giusti, o tragici come l’incubo delle barelle che si accumulano, o folli come i turni dello “smonto notte” che mandano a gambe all’aria il ritmo sonno-veglia. La stanchezza cronica che ne deriva rischia di minare la vita personale e infatti il fidanzato della protagonista fa le valigie e se ne va. La sanità pubblica non ce la fa più? Purtroppo è un fatto che stia vivendo un periodo di profonda crisi e il pronto soc­ corso si ritrova ad essere l’ultima tasselli­ na del domino. La scarsità di risorse, le lunghe liste d’attesa e la carenza di medici

su tutti i livelli territoriali e ospedalieri alla fine portano a molte di quelle patolo­ gie che magari non sono urgenti nel mo­ mento in cui si richiedono gli accertamen­ ti ma lo diventano perché gli esami e le visite non riescono a essere eseguiti nei tempi giusti. Il pronto soccorso si trova così a smaltire non solo le urgenze del mo­ mento ma anche tutte quelle non adegua­ tamente smaltite nei mesi precedenti.

Lucifero è la personificazione di una parte della psiche della protagonista che la obbliga a confrontarsi con le domande a cui lei non vorrebbe rispondere Servono assunzioni, non parlo solo di me­ dici ma di tutto il personale, ed è indi­ spensabile rendere più appetibile questo lavoro provando a garantire una qualità di vita migliore, sia lavorativa sia extralavo­ rativa. Gli stipendi contano ma nessuno dei miei colleghi è interessato a migliorare la propria qualità di vita solo guadagnando di più, ma di sicuro vorrebbe vivere me­ glio, sul lavoro e fuori. Penso poi che pun­

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tare sulla retorica della vocazione non pa­ ghi. Viviamo in un momento storico in cui alla vocazione si associano almeno due significati: quello sacrosanto di passione per il lavoro che si fa, ma anche di marti­ rio, un sacrificio dovuto. Trovo sia perico­ loso quando questi due termini vengono accostati in maniera così scontata: fare del sacrificio un atto dovuto non rende giusti­ zia a chi lo fa tutti i giorni.

maggioranza dei medici che lasciano il pronto soccorso non lo facciano per guada­ gnare di più ma per esaurimento. La bilan­ cia tra la soddisfazione personale, l’arric­ chimento, e il senso di perdita in termini di tempo e di qualità di vita comincia a pendere sempre più spesso dalla parte ne­ gativa. Sono convinta che la fuga sia l’ulti­ ma spiaggia e non la via verso un migliora­ mento egoistico della propria condizione.

La protagonista del suo romanzo scenderebbe in piazza per protestare per la tutela del diritto a una sanità pubblica efficiente? Certo che sì.

Il suo è il libro di una scrittrice, non solo il racconto dell’esperienza estraniante in prima fila ma un romanzo iperrealista, complesso, catartico. La sua passione per la scrittura è evidente. Il suo futuro è in ospedale o nel mondo della letteratura? Questa è una domanda che mi sto ponen­ do. In questo momento sono presenti in me entrambe le passioni. Idealmente, mi piacerebbe farle scorrere in parallelo, senza che necessariamente questo voglia dire scrivere soltanto di medicina.

Qual è il profilo del professionista di pronto soccorso ideale? Chi, freddo ed efficiente, ha saputo prendere le distanze dal male, o piuttosto chi ha dubbi ed è capace di empatia come la protagonista del suo romanzo? Quello efficiente ed empatico. Empatia e immedesimazione, il confine è labile. Quando arriva il momento di respingere il senso di coinvolgimento per il dolore di fronte a malattie importanti e alla morte? Questo è esattamente il succo del roman­ zo, la giusta distanza di cui parla il titolo del libro. Quel confine sottile tra empatia e immedesimazione è difficilissimo da individuare. Ogni giorno provo a delinea­ re con più precisione il limite tra una cura empatica, necessaria, e una immedesima­ zione troppo stretta. Ammetto che menti­ rei se dicessi che ho trovato una soluzione. Non ce l’ho. Cresce il numero dei medici di pronto soccorso che getta la spugna e se ne va. E fra le specializzazioni scelte dai laureati la medicina d’urgenza è al fondo della classifica, si prediligono specialità dove ci sono chance di spostarsi nel privato. Una scelta egoistica? Il pronto soccorso è un posto che dà tantis­ simo sia in termini di formazione profes­ sionale sia di arricchimento umano, e al­ trettanto toglie. Penso che la stragrande

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Quanto la scrittura del libro ha sottratto alla sua vita privata, visto che la vita usurante del pronto soccorso, straordinari inclusi, è così totalizzante? Di sicuro è stato un grande sacrificio rica­ vare il tempo della scrittura ma dentro di


Curare il corpo non può prescindere da una qualche cura dell’anima. Per questo nella cura il tempo del contatto umano e delle spiegazioni è fondamentale me ne sentivo l’urgenza. Ogni ora del mio tempo libero era dedicata alla scrittura: prima del turno, dopo il turno, di notte, nei giorni liberi. La vita personale è certa­ mente stata sacrificata e anche nel roman­ zo è presente questo senso di solitudine.

In pronto soccorso il lavoro di gruppo è cosa rara, lei racconta che lo si trova soltanto nell’Obi, lo spazio per l’osservazione breve intensiva, il luogo per chi è in attesa di una diagnosi, o di un letto in reparto, quel boarding che il sistema sanitario non riesce a eliminare. Esatto. Nell’Obi si può sperare in qualche forma di lavoro di gruppo. Il paradosso è che la solitudine continua spesso anche fuori dal turno di lavoro, per l’incompren­ sione che spesso c’è da parte di chi non sa e non può sapere cosa significa questo lavoro. Cosa pensa dell’utilizzo massiccio di gettonisti? Al di là di ogni altra considerazione etica visto i compensi che ricevono, riescono ad inserirsi in un sistema che richiederebbe un’organizzazione impeccabile? È un tema importante perché questi colle­ ghi sono molto utili, rimedio inevitabile per la scarsità di professionisti a tempo indeterminato. Sul loro inserimento van­ no fatti dei distinguo, credo non si possa generalizzare. È chiaro che in un mondo ideale la figura del gettonista non dovreb­ be esistere perché al loro posto ci sarebbe­ ro medici assunti regolarmente. C’è Lucifero, nella dimensione surreale, e c’è Giselda, una presenza reale e familiare, alcolista, una di quelle figure che dal pronto soccorso entrano ed escono. Cosa rappresenta Giselda?

Il pericolo dello stereotipo, la facilità con cui gli operatori sanitari vedono in quella persona una situazione che è nata così, e così è sempre stata e sempre sarà. E non fanno il passo indietro di chiedersi che cosa l’ha provocata, cosa ha reso un essere umano un alcolista, una persona che si prende così poco cura di sé da fare 125 passaggi in pronto soccorso per lo stesso motivo, l’abuso etilico. Giselda ci ricorda che anche coloro che parrebbero non pos­ sedere più un’anima in realtà ce l’hanno se guardati da un punto di vista diverso, da un’angolatura che forse richiede più fatica, più dolore, più immedesimazione, ma che è anche più vero. E uscire dallo stereotipo vuole anche dire cercare una possibilità di cambiamento.

Anima e corpo. I medici hanno tempo e voglia di occuparsi anche dei mali dell’anima, a volte origine di quelli del corpo? Il termine anima può sembrare improprio all’interno di una terminologia scientifi­ ca. Ma se con anima intendiamo l’essere umano, il carattere, la personalità, l’insie­ me di tutte quelle caratteristiche, credo che l’anima e il corpo siano la stessa cosa, nel senso che curare il corpo non può pre­ scindere da una qualche cura dell’anima. Per questo nella cura il tempo del contatto umano e delle spiegazioni è fondamentale, ma per garantirlo servono le risorse. Inve­ ce il tempo manca quasi sempre e di qui spesso nascono i diverbi, le reazioni vio­ lente, le incomprensioni. Poi ci sono quelli che arrivano perché sperano in qualche giorno di mutua e così il tempo scorre a cercare una diagnosi per un male che non esiste. Capita anche questo, certo, e purtroppo fa parte della commedia umana, ma anche del grande calderone che il pronto soccorso finisce per rappresentare e che accoglie tutti: “malati” perché poveri, soli o depres­ si e che la società dovrebbe saper “curare” altrove. y

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n riquadro dello schermo della Tip, il reparto della terapia inten­ siva pediatrica, che osservo in si­ lenzio appoggiata al bancone del repar­ to. Dentro, l’immagine di un adolescente vestito di sola disperazione, sopraffatto, indifeso, che stringe la mano immobile della sorella. Le chiede perdono per quel qualcosa che non doveva accadere, per una colpa che non ha, ma che inevitabilmente sente. Tante parole in poco tempo, quello necessario per l’accertamento di morte cerebrale. A me sembrano ore intermina­ bili. A lui, probabilmente, una manciata di secondi. Lo stesso per i loro genitori. Han­ no deciso di donare. Ammiro la grandez­ za delle loro anime in mezzo a quella tra­ gedia che non conosce misura. La mattina successiva, il letto vuoto, in ordine. Sulla schermata del computer, accanto al nome di quella ragazza, il simbolo della sala operatoria: nella mia mente, andata senza ritorno. La vita a volte è strana. La mia storia di odio e amore per i trapian­ ti nasce così, in un giorno di pioggia del mio quarto anno di specializzazione in Pe­ diatria, dalla parte degli sconfitti. Sconfit­ ti dalla vita, dalla rabbia, dalla speranza che da medici sapevamo già in principio di non avere, ma che non ci potevamo negare, dal dover sopportare il senso di impotenza che ti morde la faccia di fronte a un ragazzo che piange e a una ragazza che non potrà più farlo. Passano due mesi, lascio il mio ospedale per una nuova esperienza. Il mio maestro dice che devo farlo. Devo andare a conoscere un posto nuovo, confrontarmi con persone che non sanno nulla di me, imparare la nefrologia pediatrica come ha fatto lui, così potremo lavorare meglio in­ sieme. Non so se mi piacerà, ho tante per­ plessità, ma trattengo il respiro e vado, sperando di tornare presto “a casa”. Dopo pochi giorni, prima chiamata tra­ pianto. È per un ragazzo che fa dialisi da anni. I suoi occhi scuri, increduli e impau­ riti, brillano di speranza. Gli infermieri lo abbracciano, c’è fermento in reparto. Tutti accolgono la notizia con apprensione e gio­ ia, una strana commistione. Per me è una

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Serena Ferretti Giovane pediatra Pronto soccorso pediatrico

Storia di un cammino nel mondo dei trapianti pediatrici

pugnalata. Non ho la forza di tollerare quell’entusiasmo, non ho la forza di stare là dentro. Come farò? A chi potrò dire che mi sento morire a pensare che dietro a quella chiamata c’è un bambino strappato alla vita? Come resisterò nei prossimi me­ si? Riuscirò a tenermi tutto dentro? Devo andare via. Ho bisogno di prendere aria. Finisco di fare quanto necessario, esco di fretta. Non l’ho mai fatto, mi sono sempre trattenuta in ospedale prima d’ora, perché amo il mio lavoro e le persone con cui lo condivido. C’è il sole fuori, la vista è stu­ penda. Finita la scalinata per arrivare al parcheggio, non trattengo più le lacrime. Mi sento vuota, totalmente. Mi vorrei sfo­ gare. Sarà un cammino lungo e difficile, non avevo calcolato tutto questo. I giorni successivi altre chiamate, vite che si fermano, vite che rinascono. Alcu­ ni partono in quarta, altri in prima, altri vanno avanti e poi di nuovo indietro. È una danza che non conosce ritmo. In parallelo, la commozione dei genitori, felici per quei bambini per cui è tornata la luce grazie al­ la generosità di chi l’ha vista spegnersi di colpo. Continuo a non capire, a non trova­

La vita a volte è strana


Non avrei mai pensato di saper dare un senso alla sofferenza di queste famiglie e di trovare nella loro incondizionata generosità la certezza di una speranza che non potrà spegnersi mai

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Quaderni acp dell’Associazione culturale pediatri e qui riproposto nell’ambito della collaborazione tra Quaderni acp e il punto per affrontare insieme, con un taglio interdisciplinare e dialettico, le tematiche nell’ambito della salute maternoinfantile.

re il senso di quel ciclo per me folle. Per­ ché una madre o un padre per far vivere il proprio figlio deve sperare che muoia quello di qualcun altro? Dio mio, perché?! Poi, la prima guardia diurna festiva. L’e­ state è alle porte, le giornate si allungano, il primo sole di giugno scalda l’asfalto da­ vanti al cancello dell’ospedale. Arrivo, mi siedo, recepisco dalla strutturata il mes­ saggio a cui mi sto abituando. C’è un tra­ pianto anche oggi. È un intervento diffici­ le, il ricevente è un bimbo piccolo, il rene molto grande. Un chirurgo giovane, che avrà qualche anno più di me, passa in re­ parto. È lui il ponte tra gli sconfitti e i vin­ citori, tra colei che penso di essere e quel­ la che inconsapevolmente sto per diventa­ re. Nei suoi occhi leggo la preoccupazione e il coraggio che ancora non sa di avere. Speriamo vada tutto bene... La mamma porta in braccio il bambino, prova a tra­ smettergli la calma, ma i suoi movimenti sono concitati. Nel vedere tutti questi vol­ ti, provo qualcosa di diverso dal solito, non so di cosa si tratti. La vita a volte è strana. “Perché non vai in sala?” La mia strutturata mi gela il sangue con poche, inattese parole. Mi piaceva la chi­ rurgia quando ero all’università, ma que­ sta storia dei trapianti mi mette in crisi. È primo pomeriggio, siamo due specializ­ zande e alla fine, passivamente, mi lascio trasportare. Il clima in sala è teso, qualcu­ no lo stempera. Declampaggio. Silenzio. Riperfusione. Quel fagiolo bianco sembra ora una di quelle spugne che mia madre mi comprava per il bagnetto, che si gon­ fiavano una volta messe nell’acqua. Il rene diventa rosso, si ingrandisce. Dopo un po’, il giallino dell’urina nel catetere. Incredi­

bile. È di nuovo vita. Mi sento confusa, mi sembra un miracolo. Ciò che non riuscivo ad accettare giorno dopo giorno diventa, insieme alle urgenze, l’esperienza più straordinaria della mia specializzazione. Vivo otto mesi di umani­ tà. Imparo a sorridere per chi riceve, sen­ za dimenticarmi il sacrificio di chi dona. Vedo anche genitori regalare il proprio rene ai figli quando la compatibilità lo consente. Storie stupefacenti. Il chirurgo che avevo conosciuto quella mattina mi dice che, nonostante tutto, non riesce a immaginare un lavoro più bello. Final­ mente comprendo il suo pensiero, non l’a­ vrei mai detto. La vita a volte è strana. Anno nuovo, vita nuova, si torna all’ovile. Mi travolge l’affetto di chi mi ha cresciu­ ta durante questi anni per farmi diventare la pediatra che spero di saper essere. Por­ to con me tanta ricchezza, ma sono sempre la stessa, me lo dicono tutti. O forse no… Qualcosa è cambiato. Ricomincio con gio­ ia il gioco di squadra della mia amata fa­ miglia del pronto soccorso, accanto alla Tip. La nefrologia è ormai l’altra fetta del mio pane quotidiano, il mio maestro ne va fiero! Ora non vedo più trapianti, ma non me ne sono dimenticata. Mi specializzo, divento strutturata. E così, un freddo po­ meriggio, mentre prendo consegne per una delle mie prime guardie, vengo a sa­ pere che in Tip, dove tutto era iniziato, c’è un altro accertamento di morte. Improv­ visamente, i ricordi di quella lunga strada che avevo percorso con tanta fatica si affa­ stellano nella mia testa. Un’altra vita che vola via. Mi sento di nuovo dalla parte de­ gli sconfitti. Ma stavolta so che non lo sia­ mo del tutto, perché quella bambina se ne sta andando solo per metà. E domani altri bambini rinasceranno per quella stessa metà grazie a lei e all’amore di chi l’ha messa al mondo. Non avrei mai pensato di saper dare un senso alla sofferenza di que­ ste famiglie e di trovare nella loro incon­ dizionata generosità la certezza di una speranza che non potrà spegnersi mai. La vita a volte è strana. Strana come un mira­ colo. Un miracolo come un trapianto. y

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L’equilibrio tra lavoro e vita privata è un’illusione? Le riflessioni di un giovane studente di medicina Ho finito per provare fastidio verso tutte le discussioni sull’equilibrio tra lavoro e vita privata. Quando sento studenti o tirocinanti parlarne, sento le spalle irrigidirsi. So che è una reazione ingiusta, ma ci sono voluti anni prima che capissi una verità semplice eppure difficile da accettare: non esiste un vero equilibrio tra lavoro e vita privata. È tutta un’unica vita. Per avere successo in medicina, non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare. E il lavoro stesso deve saper regalare gioia e gratificazione, allo stesso modo delle vacanze, degli amici e della famiglia – solo che si tratta di una gioia diversa, di una gratificazione diversa. Amo questo articolo di Noah Hoonhout perché riesce a esprimere con precisione ciò che significa adattarsi a una vita immersi nella medicina. Adam Cifu Noah Hoonhout Studente al terzo anno di medicina New York Institute of Technology College of Osteopathic Medicine Old Westbury, New York

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n paio di cenni d’assenso e mor­ morii di solidarietà intorno al ta­ volo della mensa indicavano che il mio compagno di corso aveva toccato un punto condivisibile. Aveva espresso un sentimento con cui molti di noi stavano lottando, ma che forse si sentivano in col­ pa ad ammettere.

Questo era, per altri versi, un intervento strano in una conversazione su quali spe­ cializzazioni interessassero ai miei diver­ si compagni di facoltà di medicina. Da un gruppo di studenti del secondo anno, ci si potrebbe aspettare commenti idealisti agli albori delle loro carriere: il desiderio sincero di relazioni a lungo termine, op­ pure la passione per casi intellettualmen­ te stimolanti, o una profonda soddisfazio­ ne nel lavorare con le proprie mani. Inve­ ce, molti di noi giovani studenti di medi­ cina, pur desiderosi di lasciare le aule per fare veramente pratica, nutrono una di­ screta apprensione verso la formazione clinica che incombe. Ciò che ci aspetta evoca un cinismo più aspro attraverso il nostro entusiasmo calante. Scene come questa non sono rare. Le con­ versazioni a pranzo spesso cominciano come una pausa dalla medicina e lenta­ mente evolvono in una critica alla profes­ sione stessa. Espongo le mie frustrazioni


(solitamente sotto forma di lamento) spe­ rando in una qualche forma di catarsi; ri­ cevo mormorii e cenni di assenso (la so­ lidarietà è facile da trovare, dopotutto è buona educazione), eppure resto insoddi­ sfatto, con le mie lamentele che si fanno ancora più presenti nella mente. Ogni generazione in medicina trova le proprie cause dietro cui mobilitarsi e le proprie questioni pratiche su cui osses­ sionarsi. Allo stesso modo, ogni genera­ zione sembra formare il suo unico mar­ chio di cinismo. La risposta mia e dei miei colleghi arriva quando guardiamo con occhio diffidente al “Sistema Medico” in­ combente. Un conglomerato amorfo di lavoro ospedaliero, assicurazioni sanita­ rie, cartelle cliniche elettroniche e tutti gli altri buchi neri dell’assistenza sanitaria di cui gli studenti di medicina sentono par­ lare ma in verità non sanno nulla. Questo conglomerato finirà per dominare le no­ stre ore lavorative. Se non possiamo riparare il sistema, pos­ siamo almeno bilanciarlo diluendone la potenza con più tempo libero trovato nella vita fuori dall’ospedale. Simpatizzo con un tale istinto di autoconservazione e spesso lo ritrovo in me stesso. Questo atteggiamento crescente è un’accusa all’establishment e una sfida per noi studenti di medicina. Non c’è nulla di male nel denunciare il maso­ chismo e le strutture disfunzionali, anche se non si può fare a meno di chiedersi se, nei nostri sforzi di trovare un equilibrio, non finiamo per trasformare le nostre pre­ occupazioni in vere e proprie priorità. La realtà dell’equilibrio tra lavoro e vita privata in medicina è che, spesso, non si tratta affatto di equilibrio. Più tendiamo a spostare l’ago della bilancia verso la “Vita”,

Quando il nostro sguardo è fermamente rivolto al modo di vivere al di fuori della medicina, dovremmo davvero stupirci se proviamo risentimento verso la carriera che si mette in mezzo?

più trasformiamo il “Lavoro” nel colpevo­ le, nell’ostacolo che ci impedisce di godere del tempo libero e dello stile di vita che desideriamo. Si scatena una battaglia in­ teriore tra il nostro lavoro di medici in formazione e la nostra “vera” vita fatta di uscite serali e vacanze. La medicina si tra­ sforma da professione privilegiata e sacri­ ficale a un mezzo per ottenere prestigio sociale, benessere economico e un lavoro vagamente interessante. Questo sentimento tra i tirocinanti fini­ sce per limitare il potenziale delle nostre carriere in divenire e genera una visione miope di ciò che la medicina dovrebbe es­ sere. Una prospettiva così ristretta non porta né serenità né un percorso più sem­ plice attraverso le difficoltà della forma­ zione. Per ritagliarci più tempo persona­ le, ci chiudiamo alla cura del paziente profonda e accurata che spesso ha origi­ nariamente alimentato il nostro deside­ rio di diventare medici. E quando i nostri brevi momenti di pausa finiscono e il la­ voro torna a incombere, ci immergiamo di nuovo riposati, oppure affrontiamo a malincuore il prossimo questionario o la prossima cartella clinica? Possiamo anche parlare di cambiamento sistemico e lavorare per ottenerlo. Ma c’è un punto in cui la frustrazione verso un sistema difficile modifica il nostro atteg­ giamento nei confronti della cura del pa­ ziente o la natura stessa del nostro lavoro professionale? La formazione medica sarà sempre una sfida, richiedendo turni di la­ voro più lunghi e un peso emotivo maggio­ re rispetto alla maggior parte delle carrie­ re, ma ciò che ha attratto tanti di noi è il significato profondo, unico, che si trova in questo lavoro. Quando il nostro sguardo è fermamente rivolto al modo di vivere al di fuori della medicina, dovremmo davvero stupirci se proviamo risentimento verso la carriera che si mette in mezzo? y Questo contributo è la traduzione dell’articolo stato pubblicato su Sensible Medicine con il titolo “Balancing Work and Life”. Per gentile concessione di Sensible Medicine.

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Adolescenti e chatbot. Qualche pensiero Tra supporto emotivo e rischi per lo sviluppo

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adolescenza è un periodo della vita caratterizzato da nume­ rosi cambiamenti e criticità nella sfera sociale e personale. Questi mutamenti, insieme alla conseguente incertezza rispetto alla propria identità, possono favorire l’insorgenza di disagio emotivo o di problematiche di tipo psico-relazionale. Sempre più spesso gli adolescenti, utilizzando il loro smartphone o computer, si rivolgono a chatbot o agenti conversazionali non solo per svolgere compiti scolastici, per cercare informazioni o per ottenere risposte a quesiti della quotidianità, ma anche per porre domande specifiche legate alla gestione dei propri senti­ menti o per cercare sostegno in situazioni di isolamento, solitu­ dine o disagio psicologico. In questo contributo cercherò di evi­ denziare i vantaggi e i limiti di questa tecnologia in termini di privacy, efficacia e sicurezza, con l’obiettivo di promuovere uno sviluppo eticamente consapevole e responsabile. Franco Mazzini Pediatra di famiglia Ambulatorio di Medicina dell’adolescenza Ausl della Romagna Ambito di Cesena

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Il fenomeno chatbot: dati di utilizzo Secondo i dati di Audicom – Sistema Au­ diweb, ad aprile 2025 l’app di intelligenza artificiale ChatGpt in Italia è stata usata ogni mese da 8,8 milioni di persone pari ad un quinto della popolazione che usa Internet, seguono Google Gemini (usato in media da circa 2,8 milioni), Microsoft Copilot (2,7 milioni) e l’alternativa cinese Deepseek con 716.000 utenti di media. La penetrazione maggiore è nella fascia d’età 18-24 anni, con un utilizzo negli studenti che si attesta al 37 per cento. Dall’analisi si scopre però che l’app più frequentata per tempi di utilizzo è Character AI (circa 20 ore al mese per persona), una piattaforma che permette di generare giochi di ruolo,

interagire con altre persone, dare vita a narrazioni, in definitiva per favorire un intrattenimento senza limiti e possibilità di connessione tra gli utenti e personaggi fittizi. Considerando tutte le classi d’età i dati statistici mostrano che i chatbot sono frequentati maggiormente dal sesso fem­ minile (24 per cento versus 8 per cento). Analizzando per fascia di età otto giovani su dieci (fascia 18-34) si sono interfacciati con questa tecnologia, numero che scende al 57 per cento per gli adulti tra 35 e 54 an­ ni e al 26 per cento per gli over54. Un interessante sondaggio di Common Sense Media, effettuato nel periodo apri­ le-maggio 2025 su 1060 teenager statuni­ tensi di età compresa tra i 13 e i 17 anni, riporta che il 72 per cento ha provato un “AI companion”, il 52 per cento usa con re­ golarità questi chatbot e il 13 per cento ogni giorno. I “companion” sono assisten­ ti di intelligenza artificiale che aiutano gli utenti in compiti di produttività, collabo­ razione e gestione delle informazioni, ma sono programmati anche per alimentare legami emotivi e, spesso, vengono utilizza­ ti come confidenti. Un terzo dei ragazzi trova le conversazioni con i companion “più soddisfacenti” o uguali a quelle uma­ ne ma la maggioranza (67 per cento) prefe­ risce un amico vero. Il 33 per cento usa questi bot per simulare relazioni, giochi di ruolo, amicizia o supporto emotivo; un al­ tro 39 per cento li impiega per affinare competenze sociali: avviare conversazioni, dare consigli, esprimere emozioni. Quasi il 25 per cento dichiara di aver condiviso anche informazioni personali reali (nome, luogo, segreti) e il 34 per cento degli inter­ vistati dichiara di aver provato disagio per contenuti inappropriati emersi dalla chat. Posizioni contrastanti: opportunità o rischio? A questo proposito Common Sense Media sconsiglia l’uso di questi companion da parte di chi ha meno di 18 anni, fino al­ l’implementazione di adeguate misure di sicurezza. Altre fonti ritengono che l’uso sia positivo poiché contrastano la solitudi­


ne e l’isolamento. Secondo altre opinioni l’interazione costante con una presenza digitale che si propone come “compagna” rischia di amplificare la solitudine e la vulnerabilità emotiva dei minori, espo­ nendoli a contenuti e dinamiche non sem­ pre adeguati alla loro età. L’accesso a fun­ zioni avanzate, come la comunicazione vocale e video, aumenta il livello di coin­ volgimento e la percezione di autenticità, rendendo ancora più sottile il confine tra esperienza virtuale e vita reale. L’intelli­ genza artificiale denominata Grok, pro­ mossa recentemente da Elon Musk, svi­ luppa una compagnia virtuale che si di­ stingue per la capacità di generare attacca­ mento emotivo nei confronti degli utenti, offrendo risposte empatiche e realistiche che possono confondere i più giovani, ren­ dendo difficile distinguere tra realtà e finzione. Di fronte a questi scenari Telefono Azzurro ha recentemente lanciato un appello alle istituzioni e alle aziende tecnologiche as­ serendo che “non si può lasciare che l’in­ novazione diventi una nuova zona grigia di vulnerabilità per i bambini”. Vengono ri­ chiesti una verifica obbligatoria dell’età, la progettazione di sistemi child-safe, l’im­ plementazione di filtri intelligenti e l’avvio di un programma nazionale di educazione digitale rivolto a famiglie e scuole. Un ap­ proccio integrato, che coinvolga tutti gli attori in campo, può garantire che le po­ tenzialità dell’intelligenza artificiale siano messe al servizio della crescita e della sicu­ rezza dei più giovani, senza trasformarsi in nuove forme di rischio e isolamento. Vantaggi e criticità: alcune riflessioni Questa disamina mostra quanto sia com­ plesso l’orizzonte di questi “agenti conver­ sazionali” sia negli aspetti potenzialmen­ te favorevoli che in quelli negativi. Si pos­ sono avanzare alcune considerazioni/ri­ flessioni. { L’intelligenza artificiale è uno stru­ mento che abbrevia i tempi delle ricerche bibliografiche e di lavoro/studio; inoltre

Foto di Ars Electronica / CC BY

rappresenta una fonte di informazione di facile utilizzo. { È importante porre all’intelligenza ar­ tificiale domande precise e dettagliate nel prompt di comando per specificare meglio la risposta che otteniamo. { Sarebbe opportuno interrogare l’intel­ ligenza artificiale su temi o argomenti di cui abbiamo sufficiente conoscenza e ca­ ricare file, pdf o testi specifici su cui chie­ dere un approfondimento. Una volta otte­ nuta la risposta potremo valutare le affer­ mazioni andando ad analizzare la fonte che viene citata, per escludere informa­ zioni fake, cioè contraffatte.

Il sondaggio di Common Sense Media

Non dobbiamo per trascurare alcune po­ tenziali criticità. { L’interazione con l’intelligenza artifi­ ciale prevede il processo della “profilazio­ ne”; in altre parole l’intelligenza artificia­ le, analizzando grandi quantità di dati (tra cui anche le nostre richieste) riesce a cre­ are profili dettagliati degli individui, al fine di prevedere comportamenti e pren­ dere decisioni automatizzate in vari ambi­ ti, come per esempio il marketing. Questa combinazione solleva preoccupazioni si­ gnificative relative alla privacy, al consen­ so degli utenti e ai rischi di decisioni in­ giuste o discriminatorie.

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{ Occorre prestare attenzione a proporre quesiti o interazioni che esprimano conte­ nuti profondi rispetto alle proprie condi­ zioni psichiche o a stati emotivi personali. { Infine, dobbiamo conoscere il fenome­ no del “cognitive offloading”, cioè la dele­ ga di compiti mentali ad agenti esterni. Un recente studio del Massachusetts institute of technology, ancora in fase preliminare, ha provato a rispondere a una domanda urgente: l’uso dell’intelligenza artificiale riduce la nostra capacità di pensare? Come detto – permettendo di scaricare processi complessi, quali il ragionamento, la sinte­ si e il problem solving – l’intelligenza ar­ tificiale attiva le cosiddette “scorciatoie cerebrali”, specie in età evolutiva, a cui è difficile rinunciare o disabituarsi. Per gli adolescenti la sfida è ancora più delicata poiché se il cervello in sviluppo smette di utilizzare alcuni processi mnemonici e di elaborazione del pensiero avrà meno pos­ sibilità di riattivarli nel proseguo degli anni (fenomeno del “pruning cerebrale”). Pertanto continuare a stimolare la curio­ sità, la creatività e l’impegno mentale è fondamentale per non lasciare che la tec­ nologia prenda il sopravvento sul cervello umano. Pensare è sinonimo di fatica, ma “allenare” il cervello rimane il miglior in­ vestimento a lungo termine. L’importanza dell’educazione digitale In ultima analisi risulta evidente che per prevenire comportamenti inappropriati o fenomeni di dipendenza è necessario pre­ disporre progetti di media education nelle scuole fin dalla scuola primaria per pro­ muovere un uso consapevole delle tecno­ logie digitali. Per esempio, nell’Asl della Romagna coordino due progetti di educa­ zione alla salute denominati “Generazio­ ne Z” e “Generazioni digitali” che affron­ tano tematiche inerenti l’uso delle tecno­ logie digitali: identità digitale, intimità digitale, tempo di fruizione, empatia, si­ curezza sul web, diritti e doveri nella rete. Il gruppo promotore è multidisciplinare e comprende operatori di tre dipartimenti

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aziendali, professionisti della Polizia di Stato, dell’Ufficio scolastico provinciale e della Cattedra di Informatica forense del­ la locale Università. Annualmente viene formato un gruppo di circa 150 docenti che attuano i progetti nelle classi delle scuole primarie e secondarie di primo grado. Nell’epoca in cui viviamo non possiamo crescere adolescenti “asociali” ma per­ sone socialmente competenti, online e offline. y

La bibliografia di questo articolo è disponibile online

Glossario Che cosa è il cognitive offloading? Le evidenze neurobiologiche confermano e si integrano con meccanismi psicologici già noti del cognitive offloading (scaricamento cognitivo), concetto descritto da Evan Risko e Sam Gilbert nel 2016. Tale fenomeno indica la naturale tendenza umana a delegare compiti mentali complessi a strumenti o supporti esterni. Internet ha già rappresentato una manifestazione di questo meccanismo: il cosiddetto Google Effect (o “amnesia digitale”) mostra come la facilità di accesso alle informazioni riduca la necessità di memorizzarle a lungo termine, favorendo un’abitudine alla ricerca piuttosto che alla memorizzazione. L’intelligenza artificiale amplifica questo processo a un livello superiore: non si limita a fornire un link a un’informazione, ma offre una risposta completa e già elaborata, sollevando l’utente dall’impegno di un’elaborazione cognitiva più approfondita. Cosa sono le scorciatoie cognitive? Spesso indicate anche come euristiche in psicologia cognitiva, le scorciatoie cognitive rappresentano delle strategie mentali rapide che il cervello utilizza per prendere decisioni o valutare informazioni senza analizzarle in modo approfondito. In pratica, sono dei percorsi cognitivi rapidi ed economici, che ci permettono di risparmiare tempo ed energia mentale, ma che possono talvolta portare a errori o bias. L’intelligenza artificiale “spinge” il cervello a prendere scorciatoie, perché fornisce informazioni rapide, convincenti e spesso ripetitive, creando un rischio di affidarsi troppo senza ragionare criticamente. Per esempio, quando il chatbot fornisce una risposta chiara e convincente, il nostro cervello tende a fidarsi subito, senza verificare ogni dettaglio. È una scorciatoia cognitiva: invece di controllare fonti o ragionare passo passo, accettiamo la risposta perché ci sembra corretta e affidabile. Oppure nel momento in cui il chatbot conferma ciò che già pensiamo o vogliamo sentirci dire, la nostra mente tende a dare più peso a quella informazione: qui la scorciatoia è il confermare convinzioni preesistenti, senza confrontarle con dati contrari. Che cosa è il pruning cerebrale? Chiamato anche “potatura sinaptica”, è un processo naturale in cui il cervello elimina le connessioni sinaptiche meno utilizzate, rafforzando quelle più importanti. Questo meccanismo rende il cervello più efficiente e consente di consolidare le informazioni e le abilità realmente necessarie. È direttamente collegato all’apprendimento: le esperienze e le ripetizioni rinforzano le connessioni utili, mentre quelle inutilizzate vengono eliminate, permettendo al cervello di adattarsi e specializzarsi in base a ciò che pratichiamo e apprendiamo. A cura della redazione ilpunto


Crescere oggi, nell’era digitale Il punto di vista di un’antropologa, di uno psicoterapeuta e di un filosofo

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l malessere delle nuove generazioni si manifesta in forme di­ verse, talvolta apparentemente contraddittorie: dalla violenza di strada all’isolamento sociale, dall’autolesionismo alla ri­ cerca di un dialogo con chatbot. Dietro questa varietà di sintomi si nasconde una domanda urgente: cosa significa essere adole­ scenti oggi, in una società che chiede loro di essere sempre visi­ bili, performanti e autentici, ma che allo stesso tempo li espone a uno sguardo continuo e giudicante? Per comprendere queste ma­ nifestazioni di disagio è necessario partire da ciò che l’adole­ scenza rappresenta: una fase cruciale dello sviluppo umano, se­ gnata da cambiamenti profondi che interessano non solo la sfera biologica, ma anche quella cognitiva, emotiva e sociale. L’adole­ scente si trova ad affrontare un duplice movimento: da un lato deve separarsi dai modelli genitoriali, dall’altro deve costruire la propria identità attraverso nuovi linguaggi e forme di apparte­ nenza. Ma nella società contemporanea questo processo si svolge in un contesto radicalmente trasformato.

Veronica Barassi, antropologa digitale, è docente di Scienze della comunicazione all’Università di San Gallo, in Svizzera. Il suo ultimo libro: I figli dell’algoritmo: sorvegliati, tracciati e profilati dalla nascita.

Una generazione datificata Quella di oggi è la prima generazione cre­ sciuta sotto la sorveglianza algoritmica che Veronica Barassi, antropologa digi­ tale, definisce “generazione datificata”. Negli ultimi 20-25 anni le tecnologie han­ no raccolto dati sempre più specifici, cre­ ando profili digitali che seguono i giova­ ni dall’infanzia all’età adulta. L’avvento dei chatbot ha segnato una svolta senza precedenti: per la prima volta l’intelli­ genza artificiale non si limita ad analiz­ zare dati, ma dialoga direttamente con le persone. Se inizialmente strumenti come Alexa o Siri avevano capacità limitate, oggi i chatbot sono in grado di sostenere conversazioni complesse, analizzare dati personali in tempo reale e adattare le ri­

sposte all’interlocutore. “Queste mac­ chine possono esercitare un potere per­ suasivo molto più grande di quello dei social media, della pubblicità e di molte altre forme mediatiche”, avverte Baras­ si. Combinano profilazione e interazione dialogica: non solo personalizzano i con­ tenuti rafforzando convinzioni e prefe­ renze, ma reagiscono alle emozioni e orientano il dialogo. Una capacità che li rende potenzialmente più influenti di qualsiasi medium precedente. Sebbene ci siano aspetti positivi nell’inte­ razione uomo-macchina – soprattutto in educazione e ricerca – emerge un proble­ ma: queste tecnologie sono nelle mani di poche aziende che controllano profilazio­ ne e contenuti mirati, con gravi implica­ zioni per i giovani tra 13 e 18 anni. “Non stiamo dando alle nuove generazioni ne­ anche la possibilità di sviluppare il loro sé, di capire chi sono nella società e quali so­ no i loro valori” prima che un profilo digi­ tale definisca molte scelte sulla loro vita. La risposta, secondo l’antropologa, sta nell’educazione. “Serve aiutare i ragazzi a sviluppare una coscienza critica: cos’è l’intelligenza artificiale, quali sono i suoi limiti, cos’è un bias analitico, cos’è un’al­ lucinazione, perché succedono e come vie­ ne prodotta la conoscenza attraverso le macchine”. È fondamentale creare nuove alfabetizzazioni che permettano alle nuo­ ve generazioni di comprendere a fondo le implicazioni della comunicazione tra uo­ mo e macchina. In questo processo, pe­ diatri, medici ed educatori hanno un ruo­ lo cruciale di mediazione, collocandosi tra le famiglie e la società. “C’è un importante lavoro da fare perché la collaborazione tra adulti e ragazzi e la comunicazione inter­ generazionale migliorino costantemente per affrontare al meglio le grandi innova­ zioni tecnologiche. Quando sono arrivati i social media, come so­ cietà non eravamo pronti. In questo caso dobbiamo essere un pochino più ve­ loci e preparati”.

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Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della Fondazione Minotauro di Milano. Docente presso l’Università MilanoBicocca e dell’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro: Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti.

Il problema non è (solo) la tecnologia Matteo Lancini, psicoterapeuta e studio­ so del disagio giovanile, ribalta la pro­ spettiva comune: il problema non sono i dispositivi digitali o l’intelligenza artifi­ ciale, ma la fragilità di una generazione adulta che non sa più offrire relazioni au­ tentiche, che non è credibile e che cerca un colpevole esterno invece di assumersi responsabilità. “Abbiamo costruito una società del ‘tutto e subito’, iperconnessa, dove tutti usano strumenti digitali. L’ab­ biamo costruita noi adulti”, spiega Lanci­ ni, “ma ci preoccupiamo solo quando i giovani ne fanno uso”. Perché sequestrare cellulari ai diciassettenni invece di chie­ dere scusa per non averli preparati al mondo digitale? “Alcuni comportamenti e interpretazioni degli adulti – spesso fragili – hanno spinto le nuove generazio­ ni, più che in passato, a rivolgersi ai coe­ tanei e a Internet per risolvere le proprie questioni. Quando gli adulti, invece di riconoscere la propria fragilità, diventano prevaricatori o impongono regole con­ traddittorie, i ragazzi non reagiscono più contestando – come accadeva in passato – ma si rivolgono altrove”. Il risultato è

una dissociazione devastante del mondo adulto: “Non offriamo relazione né sap­ piamo stare sul dolore, e poi accusiamo i chatbot quando i ragazzi si suicidano. È troppo facile dare la colpa allo strumento invece di chiederci: perché non li abbia­ mo ascoltati?”. Per i giovani le possibilità di rivolgersi ai chatbot come forme di supporto cresceranno: non aspetteranno più di incontrare qualcuno nei momenti di difficoltà, ma interrogheranno stru­ menti sempre più articolati, capaci di da­ re risposte o almeno di farli sentire meno soli. “I ragazzi oggi si sentono molto so­ li, pur stando insieme, circondati dagli adulti. Per questo vanno su Internet a cer­ care soluzioni”. Quale ruolo dovrebbero avere le istituzioni e gli ordini professio­ nali? Secondo Lancini, l’interdisciplina­ rità ha prodotto progetti importanti, ma “l’emergenza vera è capire che non ha senso intervenire sulle nuove generazioni senza prendersi carico della fragilità degli adulti”. Non si può conti­ nuamente chiedere agli adolescenti di soffrire in nome di istituzioni e di­ spositivi fatti per placare gli adulti, non i ragazzi. Foto di Ars Electronica / CC BY

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Educazione su misura nell’infosfera Ma la trasformazione digitale può in real­ tà rappresentare una sfida cognitiva ed educativa profonda, con implicazioni par­ ticolarmente rilevanti per i sistemi scola­ stici e per le scienze del neurosviluppo, come ben suggeriscono i lavori del filosofo dell’informazione Luciano Floridi. “Vi­ viamo immersi in una quantità di stimoli che l’umanità non aveva mai sperimenta­ to” ci spiega Floridi in una intervista. “Non siamo biologicamente preparati a gestire una tale densità. Per questo è essenziale sviluppare un’educazione alla gestione de­ gli stimoli. Non possiamo affidarci al fun­ zionamento naturale delle nostre capacità attentive. Serve un’educazione intenzio­ nale, condivisa tra famiglie, scuole e luo­ ghi di crescita. La condizione onlife ha eliminato la distinzione tra online e offli­ ne, rendendo il nostro ambiente informa­ tivo continuo. Un link porta a un altro link e, in pochi minuti, ci si trova lontanissimi dal punto di partenza. È un’opportunità straordinaria, ma richiede nuove compe­ tenze di orientamento, simili alla naviga­ zione in mare aperto”. Nel campo della psicologia dello sviluppo è ormai consolidato che la variabilità in­ terindividuale rappresenti la norma bio­ logica. L’eterogeneità dei profili cogniti­ vi, che comprende funzionamenti neu­ rotipici e neurodivergenti, orienta i modi in cui bambini e adolescenti acquisisco­ no informazioni, generano significato e costruiscono il proprio capitale semanti­ co. La tecnologia e l’intelligenza artificia­ le permettono di realizzare su larga scala ciò che i buoni insegnanti hanno sempre cercato di fare: adattare l’insegnamento alle differenze individuali. “Il parallelo con la medicina è chiaro”, continua il filo­ sofo. “Come la cura oggi viene modulata sul singolo paziente anziché essere uguale per tutti, anche l’apprendimento può seguire questa evoluzione. Per anni si è adottato un unico metodo non per scelta, ma per mancanza di alternative pratiche. L’intel­ ligenza artificiale può operare in due dire­

Luciano Floridi, filosofo dell’informazione tra i più influenti nel dibattito contemporaneo sull’etica digitale e l’AI, è docente di Scienze cognitive all’Università di Yale, dove dirige il Digital ethics center. Tra i suoi libri: Pensare l’infosfera.

zioni: appiattire, se usata per generare elaborati senza comprensione, oppure ampliare, offrendo spiegazioni alternative e approcci multipli quando uno studente non capisce”. Il principio da perseguire è l’equità cognitiva che “non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel mettere ciascuno nelle condizioni di imparare se­ condo il proprio funzionamento. È la stes­ sa logica che guida molte pratiche cliniche. Le tecnologie digitali permettono di avvi­ cinarsi a una personalizzazione reale, dal gruppo classe fino al singolo studente”. Servono investimenti, strumenti, perso­ nale, classi meno numerose. Purtroppo ci sono limiti di risorse, strutturali ed eco­ nomici, che pesano molto anche in un Pa­ ese avanzato come l’Italia. Ma c’è poi un tema culturale e strategico: spesso con­ fondiamo uguaglianza con equità: dare a tutti la stessa cosa non significa offrire le stesse opportunità. “La tecnologia può aiutare enormemente, ma deve inserirsi in una visione educativa che riconosca la varietà come risorsa na­ turale”, conclude Floridi. “L’obiettivo non è trattare tutti allo stesso modo, ma mettere ciascuno nelle condizioni di riuscire”. y

Non chiamatele “baby gang” “Il termine ‘baby gang’ è fuorviante e scientificamente scorretto”. Su ilpunto.it Lodovico Benso, già direttore Scdu di Auxologia dell’Ospedale infantile Regina Margherita di Torino, commenta che i giovani coinvolti in atti criminali hanno generalmente completato la pubertà e possiedono una maturità biologica e cerebrale adulta. Il loro cervello è già equipaggiato per comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Durante e dopo la pubertà si sviluppa il “pensiero formale”: capacità di astrazione, ragionamento ipotetico-deduttivo e piena comprensione delle conseguenze. Proprio durante la pubertà i giovani tendono a sostituire alla famiglia il gruppo dei pari, come riferimento principale.

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Il disagio psichico in età evolutiva Negli ultimi anni, cosa è cambiato negli accessi al pronto soccorso pediatrico per motivi psicologici o psichiatrici? al nostro osservatorio presso la Struttura complessa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Regina Marghe­ rita di Torino, assistiamo da oltre un decennio a un’onda­ ta crescente di malessere e disagio psichico negli adolescenti, amplificata dal covid ma già presente in precedenza. Il fenomeno ha assunto dimensioni critiche, con un effetto “a valanga” che sta saturando il sistema di accoglienza dell’urgenza. Si registra in­ nanzitutto un significativo abbassamento dell’età di esordio: se tradizionalmente il picco si collocava intorno ai 14 anni, oggi ve­ diamo sempre più spesso ragazzi di 10-11 anni, e anche più picco­ li. Non è raro che giungano contemporaneamente 5-6 adolescen­ ti in scompenso psichico con necessità di percorso prioritario. I numeri parlano chiaro: secondo uno studio multicentrico uni­ versitario, le consulenze di neuropsichiatria infantile nel nostro Dipartimento di emergenza e accettazione sono aumentate da 319 nel 2018 a 1694 nel 2022, stabilizzandosi poi L’esperienza su questo trend elevato. Dal punto di vista si è riscontrato un aumento del dell’Ospedale qualitativo, 294% dei disturbi alimentari, del 297% Regina dell’ideazione suicidaria e del 249% dei Margherita tentativi di suicidio. La caratteristica do­ è la complessità bio-psico-socia­ di Torino minante le: gli adolescenti arrivano con un mix di sintomi che si traducono in un vero e pro­ Intervista a prio blocco evolutivo. L’intervento non Antonella Anichini può esaurirsi in una consulenza esperta o Neuropsichiatria infantile in una prescrizione farmacologica, ma ri­ Responsabile Day hospital chiede una decodifica attenta della richie­ psichiatrico terapeutico, Ospedale infantile Regina sta d’aiuto in contesto protetto, nell’inten­ Margherita di Torino to di disinnescare le condotte a rischio e Coordinatrice Commissione invertire la rotta verso la ripresa evolutiva. Neuropsichiatria e

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transizione all’età adulta OMCeO Torino Segretario regionale Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza

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Quali sono oggi i principali motivi di accesso ai servizi di emergenza? Sul piano clinico, oltre il 30% delle richie­ ste riguarda agitazione psicomotoria, il

20% disturbi alimentari, il 17% tentativo di suicidio o importante ideazione suici­ daria e autolesionismo, il 16% ansia acuta. È significativo ricordare che in Italia l’810% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi soffrono di anoressia o bulimia, un feno­ meno definito qualche anno fa “epidemia nascosta” ed esploso con il covid. Oltre l’espressione sintomatologica, gli adole­ scenti appaiono al capolinea di un percor­ so per il quale sentono di non avere più risorse. Sono in difficoltà a dare forma ai propri pensieri, in carenza di parole per comunicare la sofferenza. Una sorta di cortocircuito mente-corpo li spinge all’a­ gire con meccanismi di auto-sabotaggio “per non pensare” i pensieri difficili, che richiedono invece un transito nella mente degli adulti: un ascolto attento, propositivo ed educativo che sappia trarre da dentro di loro un filo di fiducia verso il proprio po­ tenziale, per orientarli e sostenerli verso nuovi orizzonti.

Una volta gestita l’acuzie, quale percorso di presa in carico si attiva? Gli adolescenti in scompenso psichico necessitano di una gestione tempestiva e complessa di tipo multidisciplinare inte­ grato. È fondamentale che possano resta­ re il più possibile nel proprio contesto di vita, sostenuti ad affrontare le fatiche dei compiti evolutivi: per questo lavoriamo per orientare o rinviare i giovani pazienti ai curanti territoriali. Tuttavia, la rete per l’accoglienza delle emergenze-urgenze psichiatriche non è omogenea su tutti i ter­ ritori, a causa di carenze di personale e lunghe liste d’attesa. La complessità attua­ le della psicopatologia rende necessario un percorso intraospedaliero nel 40-50% dei casi. Il nostro reparto dispone di 18 letti, unico riferimento regionale per la psico­ patologia acuta e complessa adolescenziale, con un tasso di occupazione persistente­ mente sopra al 100% (fino al 200% duran­ te il covid). In mancanza di posti, ci rivol­ giamo alle pediatrie interne del Regina Margherita o alle pediatrie delle asl cosid­ dette “rafforzate”, che stanno intrapren­


dendo un percorso in sinergia con le strut­ ture di neuropsichiatria infantile. Recen­ temente sono stati attivati 5 letti regionali dedicati ai disturbi alimentari presso l’O­ spedale di Verduno, nella provincia di Cu­ neo. Per la transitional care – ovvero l’insie­ me delle azioni finalizzate a garantire la continuità del trattamento durante il tra­ sferimento tra strutture ospedaliere, al domicilio, o nel passaggio dall’età pedia­ trica all’adulta – cerchiamo la collabora­ zione con i reparti e i centri di salute men­ tale di psichiatria. All’interno del Regina Margherita è attivo un percorso semi-resi­ denziale di day hospital psichiatrico tera­ peutico che consente di mantenere i ragaz­ zi nel loro contesto di vita in collaborazione con asl e scuole. Il day hospital ha visto l’aggiunta di una sezione per il postricove­ ro e nel 2020 di un percorso pomeridia­ no-serale per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, aumentati del 191% fino a rappresentare circa il 50% degli ac­ cessi totali, passati da 3000 nel 2021 a 5170 nel 2024. A ogni fase del percorso intrao­ spedaliero è attiva la collaborazione con i servizi territoriali per la presa in carico globale al termine della fase acuta.

Come si integra il lavoro tra pronto soccorso, neuropsichiatria infantile ospedaliera e servizi territoriali? Il modello della neuropsichiatria infantile si basa sulla cultura del lavoro in rete, valo­ rizzando tutte le professionalità che ruota­ no attorno ai ragazzi: pediatri, psicologi, infermieri, operatori socio-sanitari, logo­ pedisti, terapisti della neuro e psicomotri­ cità, della riabilitazione psichiatrica, edu­ catori, assistenti sociali, insegnanti. Attra­ verso il coordinamento del case manager, il sistema lavora con una ridistribuzione razionale dei compiti tra le diverse profes­ sionalità (task shifting), utilizza gruppi di lavoro e supervisione interistituzionale in presenza e da remoto, si fa carico global­ mente della famiglia e sostiene l’inclusione scolastica, integrando territorio e ospedale con interventi rivolti alla realtà esterna dei ragazzi e al loro mondo interno. La criticità

principale resta l’applicazione del modello in pronto soccorso, a causa del sovraffolla­ mento e dei ritmi urgenti, richiedendo una riorganizzazione dell’intero sistema di emergenza. Conquiste recenti sono i centri riabilitativi psicosociali, luoghi di proget­ tazione e supporto alla ripresa evolutiva che operano in connessione tra ospedale (in particolare day hospital) e territorio. In questa ottica si inserisce il progetto “Un Ponte tra Ospedale e Territorio”, sostenuto da Compagnia di San Paolo: un laboratorio di sinergie interistituzionali che utilizza lo spazio diurno di CasaOz di Torino, struttu­ ra di Torino che accoglie bambini e giovani che affrontano la malattia e le loro fami­ glie, per il reinserimento sociale degli adolescenti fragili attraverso laboratori espressivi e interventi didattici.

Questa intervista è un estratto della versione integrale pubblicata online

Se dovesse indicare una priorità per migliorare la risposta al disagio psicologico degli adolescenti, quale sarebbe? Avere a cuore il futuro dell’umanità non può prescindere dall’investimento sulla salute mentale delle nuove generazioni e dal loro coinvolgimento attivo nella cura. Occorre una politica sanitaria lungimi­ rante, che non sia solo attenzione all’emer­ genza-urgenza ma portatrice di visione prospettica. La prevenzione del disagio psichico inizia quando l’adolescente è an­ cora piccolo, come recita il “Manifesto psi­ coanalitico dell’adolescenza” redatto dall’Associazione dei gruppi italiani di psicoterapia psicoanalitica dell’adolescen­ za. La prevenzione deve iniziare fin dalla nascita, come evidenziato nel concetto “One Brain, One Health”. È urgente un in­ tervento precoce sui disturbi del neurosvi­ luppo, che colpiscono il 20% dei bambini, ma solo una parte riceve adeguato suppor­ to. Inoltre, è cruciale formare i pediatri e coinvolgere attivamente i genitori. La re­ cente istituzione delle Reti pediatriche con consulenti di neuropsichiatria infantile nella nostra Regione è un passo verso stra­ tegie innovative di sinergia e co-progetta­ zione per la salute fisica e mentale di bam­ bini e adolescenti nelle loro famiglie. y

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Il punto sul diritto a morire

Non più indifferenti: un appello alla difesa dei diritti e della libertà Intervista a

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Giovanni Gordini Medico anestesista e rianimatore Presidente dell’associazione “Per una Sanità del servizio pubblico”

Fine vita, tra diritti e coscienza collettiva “C’è anche il diritto a morire” è il titolo della tavola rotonda organizzata dall’associazione “Per una Sanità del servizio pub­ blico”, che si è svolta a luglio pochi giorni prima all’avvio dell’e­ same al Senato del testo base unificato del disegno di legge in materia di morte volontaria medicalmente assistita, approvato dalle commissioni Giustizia e Affari sociali. Scopo dell’incon­ tro era favorire un confronto tra diverse sensibilità culturali e professionali — laiche e religiose — sul significato dei diritti, della libertà e dell’autodeterminazione della persona malata. Senza entrare nel merito tecnico del disegno di legge, la discus­ sione ha voluto concentrarsi sui principi che ne stanno alla ba­ se: la dignità, la responsabilità e la libertà di scegliere, anche di fronte alla sofferenza e alla fine della vita. All’incontro hanno partecipato esperti provenienti da diversi ambiti professionali e culturali. Queste pagine raccolgono par­ te delle riflessioni discusse e condivise nel corso della tavola rotonda, con l’intento di mantenere aperto un dialogo pubblico e consapevole su un tema che interroga profondamente la co­ scienza individuale e collettiva.

Il video della tavola rotonda

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Il programma e i relatori

Nel presentare la tavola rotonda “C’è anche il diritto a morire”, la deputata Donata Lenzi ha affermato che “in uno Stato democratico liberale il campo dell’etica non può che essere pluralista”. Nel dibattito sul suicidio medicalmente assistito, convivono diverse posizioni culturali e morali? Qual è la sua opinione riguardo al rischio che una posizione possa prevalere sulle altre? irei che la parola “indifferenza” è purtroppo ancora molto attuale. Per anni intorno a questo tema ha regnato un silenzio quasi totale, che solo di recente si è rotto, ma in una direzione che desta preoccupazione: la discussione è stata presa in mano da una parte politica, la destra, che l’ha affrontata con un ap­ proccio di principio, più ideologico che tecnico, e dentro un progetto di legge che ha tutti i tratti di un’imposizione maggio­ ritaria. Non è un caso che Donata Lenzi, relatrice della legge 219 del 2017, abbia sottolineato l’importanza di quel provve­ dimento: fu la prima norma a riconoscere ai cittadini il diritto di esprimere consen­ so o dissenso rispetto a qualunque tratta­ mento sanitario, compreso quello che può portare a una morte dignitosa. Oggi, al contrario, sembra che il Parla­ mento non voglia più legiferare con lo spi­ rito del confronto. Quella del 2017 resta una delle ultime leggi nate davvero da un dibattito parlamentare, non da una logica di maggioranza. La tendenza attuale, inve­ ce, è quella di imporre visioni di parte, con un atteggiamento che definirei antilibe­ rale: un Governo che non ascolta posizio­ ni diverse ma che decide di piegare anche i diritti individuali ha un’impostazione ideologica. Eppure parliamo di diritti che appartengono a tutti i cittadini, indipen­ dentemente dal colore politico. Non a caso, qualche tempo fa ci siamo posti una do­ manda provocatoria: “C’è ancora il diritto di morire?”. Alla fine abbiamo tolto persi­ no il punto interrogativo, perché sembra che il diritto – e con esso la discussione pubblica – siano stati soppressi.

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Il punto sul diritto a morire Nella vostra Regione avete vissuto una vicenda particolare, con il ricorso al Tar che ha sospeso una delibera regionale sul suicidio medicalmente assistito. Come avete affrontato questa situazione e che prospettive vede per il futuro? Il ricorso al Tar è stato un atto che definirei inumano, e forse il termine è persino de­ bole. Ha bloccato la procedura per un sin­ golo paziente, rinviando la decisione a una seduta collegiale fissata nove giorni dopo. Ma nove giorni, per chi è in fase avanzata di malattia, possono significare la diffe­ renza tra poter esercitare una scelta con­ sapevole e morire senza che la volontà venga rispettata. Quel paziente, infatti, è morto un giorno prima della seduta del Tar. Questo episodio rivela bene la con­ traddizione: i diritti rischiano di restare schiacciati dentro i cavilli procedurali. Oggi quella delibera della Giunta regiona­ le è ancora in vigore: se un nuovo caso ve­ nisse sottoposto alle commissioni compe­ tenti, potrebbe essere attuata. Ma sappia­ mo già che ci potrebbe essere un nuovo ricorso, mettendo costantemente in di­ scussione un diritto del cittadino tutelato Foto di Gioele Gatto / CC BY

da una delibera regionale e con esso la possibilità di dibatterne in modo direi “laico” usando un aggettivo non consono al nostro Paese. Il problema sta proprio qui: una delibera regionale, essendo un atto amministrativo e non una legge, resta sempre vulnerabile davanti al Tar. In Emilia-Romagna, nel febbraio 2024, ave­ vamo compiuto un passo importante per rendere esigibile il diritto di scelta del cit­ tadino, ma ora ci troviamo in una situazio­ ne di fragilità normativa. Sarebbe neces­ sario un passaggio successivo: trasforma­ re l’indirizzo politico in una legge regio­ nale vera e propria come è stato prima in Toscana e poi Sardegna che ha legiferato: non una semplice delibera, ma una norma che traduce in procedure obiettive quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019. Solo così si può ri­ durre il rischio che, ancora una volta, il diritto di scelta dei cittadini sia messo in discussione da ricorsi o interpretazioni amministrative. E, come già sottolineato, sarebbe opportuno arrivare a una legge nazionale che traduca i principi della sen­ tenza della Consulta.

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Un Governo che non ascolta posizioni diverse ma che decide di piegare anche i diritti individuali ha un’impostazione ideologica Quali attori dovrebbero essere coinvolti per sensibilizzare e garantire la tutela del diritto al suicidio medicalmente assistito in Italia? Penso a politica, ordini professionali, mondo ecclesiastico, associazioni civiche… Una vera classe politica, intesa come clas­ se dirigente degna di questo nome, do­ vrebbe farsi carico delle istanze dei citta­ dini e tradurle in norme. Da noi, purtrop­ po, la situazione è più complessa. Siamo una nazione con una storia complessa ri­ spetto alla laicità dello Stato, tanto che ci meravigliamo quando emergono posizioni favorevoli alla libertà di scelta anche all’interno della Chiesa cattolica. Mi rife­ risco per esempio al Cortile dei Gentili o a figure come monsignor Casalone che hanno espresso posizioni aperte al diritto di scelta individuale, non partendo dall’assunto che “la vita non è mia, ma è di Dio” e dunque nemmeno il suicidio medi­ calmente assistito sarebbe pensabile. Esi­ ste una parte del mondo cattolico che non è ostile al diritto di scelta del singolo cit­ tadino, anche non credente o non cattoli­ co. Questo è fondamentale per evitare che principi religiosi vengano imposti attra­ verso leggi dello Stato che dovrebbe rima­ nere laico. Gli Ordini dei medici, invece, non hanno mai avuto un’apertura franca e laica oltre il loro mandato professionale. Non si possono considerare portatori di una cultura innovatrice, anche se esistono eccezioni significative. Ricordo la posizio­ ne netta del presidente dell’Ordine dei medici di Torino quando si oppose alle pa­ role del Papa sui medici che definiva “si­ cari” i medici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza, un atto previsto e regolato dalla legge italiana. In generale, però, non si sono schierati per ampliare i diritti dei cittadini. Esistono poi gli attori

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civici e politici che storicamente hanno portato avanti queste battaglie: i radicali, l’associazione Coscioni, figure simbolo come Piergiorgio Welby o dj Fabo. Loro hanno mostrato che i cittadini possono esercitare i propri diritti, anche quando il legislatore tace. Non dimentichiamo che la stessa Corte costituzionale aveva chiesto al Parlamento di colmare un vuoto normati­ vo: invece di accogliere quell’invito, si è scelto di restringere le possibilità come sembra emergere dalla discussione attua­ le. È un paradosso, perché la stragrande maggioranza degli italiani si è dichiarata favorevole a una legge che regolamenti il suicidio medicalmente assistito.

Nel presentare la tavola rotonda lei ha ricordato il messaggio di Gramsci – “Odio gli indifferenti” – come richiamo alla necessità di stare dalla parte di chi difende diritti e libertà. Alla parola indifferenza potremmo aggiungere anche quella di invisibilità? Quanto incidono indifferenza e invisibilità nel rallentare il riconoscimento e la tutela di questo diritto? Indifferenza e invisibilità potrebbero es­ sere due facce della stessa medaglia. Quan­ to più una questione resta invisibile, non discussa, tanto meno l’opinione pubblica può formarsi un’idea e, conseguentemen­ te, influenzare la politica per produrre norme adeguate (posto che ci sia un colle­ gamento tra opinione pubblica e politica). Il sistema mediatico e i social oggi gioca­ no un ruolo enorme: se una questione non viene portata alla luce, resta confinata nei drammi individuali, senza mai arrivare a un dibattito collettivo. Dal mio punto di vista di persona che si sta confrontando con questi nuovi strumenti, vedo come tutto venga spesso mantenuto sopito, im­ pedendo una discussione aperta e infor­ mata. Storicamente, in Italia, i grandi di­ ritti civili – dal divorzio all’aborto – sono diventati visibili solo quando qualcuno li ha portati con forza nell’arena pubblica, rompendo il muro dell’indifferenza. Oggi manca un attore capace di giocare lo stesso ruolo. Anche il mondo sanitario, che pure


Il punto sul diritto a morire dovrebbe essere coinvolto in prima linea, appare timido, quasi incapace di affronta­ re il tema. In questo vuoto, i cittadini si accorgono dell’importanza del diritto di scelta solo quando tocca loro direttamen­ te, o un familiare. Ed è troppo tardi. Qui torna utile ricordare la legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento, la 219 del 2017. Introdu­ cendo il principio che il cittadino ha dirit­ to a ricevere un’informazione completa e a decidere consapevolmente, la legge 219 ha cercato di ridurre l’asimmetria di potere nel mondo sanitario tra chi gestisce il per­ corso clinico-assistenziale e il pazien­ te-cittadino, asimmetria che però è anco­ ra oggi evidente. Dopo 43 anni di espe­ rienza medica, posso affermare che senza un’apertura al tema del consenso infor­ mato completo e comprensibile, non riu­ sciamo nemmeno ad ascoltare veramente il paziente, a far sì che ci racconti cosa pensa, cosa vorrebbe fare, a cosa effettiva­ mente acconsente. La legge 219 sulla pia­ nificazione anticipata delle cure ha posto le basi per affrontare questi temi nella pratica quotidiana della sanità. Ma se il cittadino non è informato sulle forme di adesione ai trattamenti proposti, è diffici­ le che si arrivi a un livello di informazione e socializzazione tale da generare proposte di legge sentite dalla popolazione. Il mon­ do sanitario, non solo medico ma di tutte le professioni sanitarie, dovrebbe essere un traino in questo processo, ma spesso non è ancora in grado di affrontare questi temi con la necessaria apertura.

Guardando avanti: qual è, a suo avviso, la priorità assoluta per far sì che il suicidio medicalmente assistito diventi davvero un diritto riconosciuto e praticabile? Credo che la priorità sia duplice. Da un lato, serve un salto legislativo: non deli­ bere amministrative fragili, non compro­ messi che rischiano di essere smontati dai tribunali, ma una legge chiara e na­ zionale che traduca le indicazioni già date dalla Corte costituzionale. Solo così si può garantire un diritto esigibile, senza che

sia sottoposto ogni volta all’incertezza dei ricorsi. Dall’altro lato, serve un lavoro culturale. Dobbiamo uscire dall’idea che il suicidio medicalmente assistito sia una bandiera di parte, un tema ideologico, e non una questione di diritti individuali e di libertà personale. Significa riconosce­ re che il cittadino è padrone delle proprie scelte, comprese quelle che riguardano la fine della vita. Questo non toglie nulla a chi, per convinzione religiosa o persona­ le, non voglia avvalersi di quella possibi­ lità. Ma significa garantire a tutti la facol­ tà di decidere. Solo quando la politica, la società civile, il mondo sanitario e – al­ meno in parte – quello religioso saranno capaci di aprirsi a questo confronto, po­ tremo dire di avere davvero un dibattito pluralista e democratico. Fino ad allora, restiamo intrappolati tra indifferenza e invisibilità. y

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Di chi è la vita? Alla tavola rotonda “C’è anche il diritto di morire”, padre Carlo Casalone della Pontificia Accademia per la vita ha condiviso una riflessione sul fine vita che superi la tradizionale dicotomia tra laici e credenti, seguendo l’insegnamento del cardinale Martini che distingueva piuttosto tra “pensanti e non pensanti”. La fede non è vista come un insieme di verità da cui dedurre norme, ma come interpretazione relazionale della vita illuminata dalla Rivelazione. Più che di “diritto a morire” dovremmo interrogarci sulla “libertà di disporre della propria vita”, riconoscendo che anche questa libertà ha dei limiti. La legge stessa pone restrizioni alla disponibilità del proprio corpo (divieto di commercio di organi, di ridursi in schiavitù). Inoltre, il diritto a morire rischierebbe di creare un dovere altrui o statale di procurare la morte. Emerge una tensione tra libertà individuale (che richiede non interferenza statale) e diritto soggettivo (che richiede intervento statale). La morte è questione personale, ma il modo di morire non è irrilevante per il corpo sociale. Ai credenti che sostengono l’indisponibilità assoluta della vita perché “dono di Dio”, padre Casalone obietta che questa visione è contraddittoria: quale donatore impedisce di disporre del dono? La vita è disponibile, come dimostra l’esempio di Cristo e dei martiri. Infine, si distingue tra assistenza al suicidio (regolamentabile in una società pluralista) ed eutanasia, che implica l’intervento di un terzo e rischia di erodere l’interdetto “non uccidere”, con potenziali conseguenze sulle persone più vulnerabili.

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l dibattito italiano sul suicidio medi­ calmente assistito, e più in generale sul fine vita, si inserisce in un contesto particolarmente complesso, che affonda le radici in questioni etiche fondamentali che attraversano da decenni la discussio­ ne pubblica del nostro Paese. Il faro a cui dobbiamo sempre guardare è l’articolo 32 della Costituzione – “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” – e la legge 219 del 2017, che regola il con­ senso informato e le disposizioni antici­ pate di trattamento, concretizza la tutela costituzionale del diritto all’autodetermi­ nazione. Sulla base della Costituzione, e richiamando più volte la citata legge, la Corte costituzionale è intervenuta quattro volte sulla possibilità di ricorrere al suici­ dio medicalmente assistito (vedi a p. 36: “Le quattro sentenze sull’aiuto medico a morire”). Se questi interventi riconoscano o meno un diritto al suicidio medicalmente assi­ stito o siano il riconoscimento di una ri­ stretta area di non punibilità penale è uno degli elementi del dibattito politico odier­ no sollevato dalla proposta di legge in di­ scussione al Senato. Il nuovo disegno di legge – apparentemente – vuole dare ap­ plicazione alle sentenze della Corte costi­ tuzionale, ma in realtà rende praticamen­ te impossibile il ricorso all’aiuto medico a morire e rimette in discussione la libertà del paziente di rifiutare le cure. La costruzione di leggi eticamente sensibili La legge 219/2017, di cui sono stata relatri­ ce in Parlamento, rappresenta un esempio significativo di come sia possibile affron­ tare i temi “eticamente sensibili” con un approccio trasversalmente condiviso. Il testo, approvato con 326 favorevoli contro 37 contrari alla Camera, 180 favorevoli e 71 contrari al Senato, ha dimostrato che è possibile “incrociare sensibilità multiple” e costruire una posizione il più possibile bipartisan. La 219 è inoltre una legge par­ lamentare, ossia nata e discussa solo in sede parlamentare senza un diretto coin­

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Il difficile equilibrio nel dibattito italiano sul fine vita Tra libertà di scelta e diritti inviolabili

volgimento del Governo. Tale risultato è stato favorito anche dal lavoro culturale preparatorio svolto da istituzioni come la Fondazione del Cortile dei Gentili, presie­ duta da Giuliano Amato e dal cardinale Gianfranco Ravasi, che ha contribuito a un dialogo tra laico e cattolico. Una chiara di­ mostrazione che un lavoro culturale pre­ paratorio è fondamentale per redigere una legge condivisa e, come credo fermamen­ te, che tale approccio dovrebbe essere adottato per tutte le leggi di natura etica­ mente sensibile. Intervenendo sulla materia del suicidio medicalmente assistito, la Corte costitu­ zionale ha mostrato una particolare atten­ zione nel non cadere in quello che il suo presidente, Augusto Barbera, definisce “bipolarismo etico”. La preoccupazione principale è evitare una situazione in cui l’adesione a una sola posizione teorica possa, nel tempo, essere ribaltata senza mai trovare un punto di mediazione, sca­ ricando così un peso enorme sui profes­ sionisti sanitari e soprattutto sui pazienti e i loro familiari e caregiver. Come ribadito nell’ultima sentenza della Corte, la numero 66, “in uno Stato demo­ cratico liberale il campo dell’etica non può che essere pluralista”. Questo principio dovrebbe guidare il dibattito attuale, po­

Donata Lenzi Deputata del Partito Democratico Relatrice della legge 219/2017

“La Costituzione come bene comune”: la relazione di Augusto Barbera


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Foto di Pramod Tiwari / CC BY

nendoci di fronte a un interrogativo cru­ ciale: siamo in una fase di risoluzione del­ le questioni all’interno di un dibattito multiculturale, oppure stiamo assistendo alla prevaricazione di una posizione su tutte le altre? La vita è “inviolabile” o “indisponibile”? Una delle questioni di fondo più dibattute durante l’elaborazione della legge 219 ri­ guardava la natura del diritto alla vita: se sia da considerare inviolabile o indisponi­ bile. Dal punto di vista giuridico, il diritto alla vita si colloca nell’ambito dell’artico­ lo 2 della Costituzione sui principi invio­

labili: “La Repubblica riconosce e garanti­ sce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’a­ dempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale”. Un diritto inviolabile costituisce una bar­ riera a qualsiasi intervento esterno sia da parte di singoli che dello Stato. Il diritto alla vita è un diritto inviolabile, e il “non uccidere” è il principio base di ogni so­ cietà, e nella nostra Costituzione neanche lo Stato può disporre la morte del singolo cittadino. Se invece si afferma che la vita è un diritto (o un bene) indisponibile, ciò equivale a sostenere che non posso decidere di porre fine alla mia vita, posso solo attendere che la natura – o meglio, la malattia – faccia il suo corso. Ma nella realtà è effettivamente possibile togliersi la vita. Si tratta dunque di un’affermazione di natura morale: se la vita umana è un bene in sé, solo Dio può porvi fine. Tale posizione ha conseguenza anche sulle scelte di cura in quanto obbli­ ga ad adottare qualsiasi soluzione favori­ sca il mantenimento in vita indipendente­ mente dalla volontà del paziente e dalle sue condizioni di salute e di sofferenza. In pratica più che un diritto alla vita si è di fronte a un obbligo a vivere. L’orientamento assunto con la legge 219 è nettamente a favore del principio che la vita sia inviolabile ma non aderisce alla convinzione che sia anche indisponibile. È esattamente su questo punto di fonda­ mentale importanza che la proposta di legge in discussione diverge dalla legge 219 e dalla Costituzione. Infatti, all’artico­ lo 1 afferma che la vita è bene indisponi­ bile e mai nel testo si fa riferimento all’au­ todeterminazione del paziente.

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In uno Stato democratico liberale il campo dell’etica non può che essere pluralista

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Il punto sul diritto a morire Dal diritto alla vita al diritto di essere aiutati a morire Partendo dall’articolo 32 della Costituzio­ ne e dalla legge 219 del 2017, la Corte costi­ tuzionale ha sviluppato un ragionamento articolato: pur non riconoscendo un gene­ rico “diritto a morire”, afferma che il di­ ritto alla vita va rispettato e che la persona è legittimata a rifiutare le cure, anche quando questo comporti un rischio per la vita stessa. La Corte aggiunge che quando il rifiuto diventa una esplicita richiesta di suicidio assistito questa può essere accolta a determinate condizioni: il richiedente dipende da un sostegno vitale e si trova in condizioni di sofferenza per lui intollera­ bile. Se la persona può rifiutare le cure e revocare il consenso a un trattamento, co­ me l’impianto di una Peg, e la conseguenza di tale scelta è il morire, allora – argomen­ ta la Corte – la persona che si trova nelle medesime condizioni può anche richiede­ re il suicidio medicalmente assistito. La Corte si spinge fino a riconoscere la possibilità dell’aiuto medico al suicidio che si attua fornendo gli strumenti neces­ sari affinché la persona possa porre fine alla propria vita. Tuttavia, si ferma prima dell’eutanasia attiva, ossia somministra­ zione diretta del farmaco da parte del me­ dico. Questo approccio graduale stabilisce alcuni criteri precisi, delineando un am­ bito di applicazione abbastanza ristretto, ma comunque significativo, del diritto di ricorrere al suicidio medicalmente assi­ stito. Più che di un generico “diritto a mo­ rire” – concetto problematico dato che la morte è comunque il destino di ogni esse­ re vivente – si può, a mio avviso, parlare di un diritto per chi si trova in determinate condizioni ad essere aiutato a porre fine alla propria vita. O ancor più precisamen­ te, del riconoscimento di una “libertà” e di uno “spazio di scelta”, riservando il lin­ guaggio dei diritti al momento in cui in­ terverrà la legge necessaria per autorizza­ re altri ad aiutare a morire. La Corte costituzionale ha stabilito espli­ citamente che il Servizio sanitario nazio­ nale deve farsi carico dell’attuazione delle

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Le quattro sentenze sull’aiuto medico a morire La Corte costituzionale ha pronunciato quattro rilevanti sentenze incentrate sulla legge 219, tracciando un percorso giuridico che ha progressivamente ridefinito i confini della responsabilità penale nei contesti di fine vita. Il primo intervento risale al 2019, quando la sentenza n. 242 ha affrontato il “Caso Cappato e Dj Fabo”, dichiarando l’illegittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio. La Corte ha riconosciuto la non punibilità di chi assiste una persona nel porre fine alle proprie sofferenze attraverso l’autosomministrazione di un farmaco letale, fornito dal medico, a condizione che siano soddisfatti quattro requisiti specifici. A distanza di tre anni, nel 2024, la Corte è tornata sulla questione con la sentenza n. 135, affrontando il tema della non punibilità di chi agevola il suicidio altrui nel caso di persone mantenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. In quella sede ha anche precisato la definizione stessa di trattamenti di sostegno vitale, risolvendo un’ambiguità normativa. Le due più recenti pronunce, entrambe depositate nel 2025, hanno ulteriormente circoscritto il perimetro dell’intervento penale. La sentenza n. 66 è entrata nel merito del suicidio medicalmente assistito e della rilevanza del requisito del trattamento di sostegno vitale, mentre la sentenza n. 132 ha affrontato le questioni dell’impossibilità fisica di assumere autonomamente il farmaco letale e della distinzione tra aiuto al suicidio e omicidio del consenziente.

sentenze e non può sottrarsi a questo com­ pito. Il dibattito può riguardare le moda­ lità – se attraverso una legge, una delibera regionale o altri strumenti normativi – ma il principio è chiaro: il Servizio sanitario nazionale ha un compito di garanzia verso il paziente, della sua consapevolezza, dell’adeguatezza delle informazioni, della libertà di esprimersi e della possibilità di scegliere effettivamente. Sottrarre il Servizio sanitario nazionale dal campo della legge, lasciando tutto in una “zona grigia” all’interno della quale il singolo individuo deve “arrangiarsi”, si­ gnificherebbe tradire uno dei principi cardine posti dalla Corte costituzionale. Non si può eludere la responsabilità pub­ blica di garantire l’applicazione dei diritti riconosciuti, nascondendosi dietro la ri­ luttanza a parlare di “diritti” in questo ambito. Le sentenze della Corte incontrano diver­ se difficoltà nella loro applicazione con­ creta, mentre prosegue il tentativo di am­ pliarne l’ambito di applicazione tramite successive denunce e ricorsi su altri casi.


Il punto sul diritto a morire La Corte, dunque, è sottoposta a pressioni discordanti sull’interpretazione giuri­ sprudenziale. Tale situazione potrebbe essere risolta solo mediante l’emanazione di una legge chiara su questa materia. Verso un dialogo democratico per la libertà di scelta Sono dell’idea che l’elemento centrale del dibattito in corso sul suicidio medical­ mente assistito consista nel riaffermare il concetto di libertà personale: una libertà che si esercita per tutta la vita e che deve potersi esprimere anche nella fase finale dell’esistenza. Non si tratta, quindi, di un conflitto tra diritti – il diritto alla vita contro il diritto a morire – ma del ricono­ scimento fondamentale della libertà della persona, tutelata dall’articolo 13 della Co­ stituzione che dichiara “inviolabile” la li­ bertà personale, che deve essere difesa in primo luogo. La libertà di scelta si fonda sul diritto a es­ sere informati, a comprendere pienamen­ te la propria situazione. Purtroppo, una comunicazione corretta, completa ed em­ patica tra medico e paziente resta ancora un’eccezione in Italia, allontanandosi dal­ la cultura anglosassone, dove la traspa­ renza e la completezza dell’informazione al paziente sono principi consolidati. Il nostro sistema sanitario si confronta con una cultura dell’informazione del pazien­ te che spesso si basa sul silenzio. Non di rado, sono ancora i familiari a chiedere ai medici di non rivelare la diagnosi al mala­ to, convinti che “sia meglio non sapere”. La legge 219, al contrario, stabilisce chiara­ mente che il paziente ha il diritto di essere informato, in modo da poter esprimere liberamente la propria volontà: dire sì, di­ re no o cambiare idea. E allo stesso tempo

Non si tratta di un conflitto tra diritti – il diritto alla vita contro il diritto a morire – ma del riconoscimento fondamentale della libertà della persona

– è importante ricordare – solleva i pro­ fessionisti da responsabilità civili, penali e amministrative per le scelte del paziente. Il diritto alla vita e la libertà di scelta do­ vrebbero coesistere. Ma il rapporto tra questi due principi può essere mutevole e trovare equilibri diversi a seconda delle condizioni tecnologiche, sanitarie nonché culturali. Il dibattito sull’autodeterminazione e sul fine vita rischia oggi di confrontarsi con un clima culturale che richiama alla me­ moria i momenti più drammatici del caso Englaro. Gli ultimi giorni di Eluana furo­ no caratterizzati da scontri incivili, rap­ presentando un esempio di come il con­ fronto possa degenerare in contrapposi­ zione ignorante e violenta. C’è una parte del Paese, probabilmente minoritaria ma comunque forte e capace di mobilitazione, che costituisce ancora oggi una realtà con cui fare i conti. Non si tratta solo di nume­ ri, ma di un sommovimento culturale gui­ dato da coloro che si opposero alla legge 219 (i 37 contrari alla Camera) e che oggi occupano posizioni influenti, come dimo­ strato dalla presenza di almeno tre di essi nel neo nominato Comitato nazionale di bioetica. Inoltre, il contesto attuale è segnato dalla radicalizzazione del conflitto, oggi ali­ mentata dai social media rispetto a ieri, con una crescente difficoltà a comprende­ re le ragioni altrui. Il confronto tende a concentrarsi su posizioni estreme invece che su punti di incontro. È preoccupante l’emergere di una visione antidemocrati­ ca, visibile in temi come i no vax, le scelte di fine vita e l’aborto, dove prevale l’idea che le proprie convinzioni debbano essere imposte con la forza. Il rischio è che il con­ fronto su questi temi eticamente sensibili diventi sempre più polarizzato. È l’epoca dei crociati, e dovremmo invece tornare a un’epoca di confronto democratico e valo­ rizzare iniziative di dialogo per evitare che il dibattito diventi uno scontro ideologico senza mediazione. y

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Verso una deontologia che accompagni la libertà del morire Guido Giustetto Presidente dell’OMCeO Torino

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uando si parla di suicidio medical­ mente assistito, il dibattito pub­ blico si accende. Tra questioni eti­ che, implicazioni giuridiche e sensibilità personali, c’è un attore fondamentale che raramente è al centro della scena, ma che ha il compito di orientare con chiarezza i professionisti della salute: il Codice di deontologia medica. È questo il documento che stabilisce le regole del comportamento professionale del medico, la bussola etica della nostra professione. Eppure, quando ci chiedia­ mo cosa dica il Codice in merito al suici­ dio assistito, la risposta è tutt’altro che semplice. Il Codice attualmente in vigore, approvato nel maggio 2014, non affronta esplicita­ mente il tema del suicidio medicalmente assistito. Anzi, lo esclude in modo netto. All’articolo 17 si legge “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effet­ tuare né favorire atti finalizzati a provo­ carne la morte”. Tale norma è stata poi integrata nel 2020 dagli indirizzi applica­ tivi del medesimo articolo, ai sensi della sentenza n. 242/2019 della Corte costitu­ zionale. E tuttavia, quello stesso Codice che vieta gli atti finalizzati a provocare la morte ri­ conosce la piena legittimità deontologica del medico che accompagna il paziente

nella rinuncia alle cure, condividendo con lui la scelta di lasciarsi morire. Una posi­ zione che, per molti aspetti, anticipa la leg­ ge 219 del 2017 sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento. Alla luce di questa apparente ambivalen­ za, la domanda che mi pongo è la seguen­ te: le aperture del Codice in tema di ri­ spetto dell’autonomia del paziente e di legittimità della rinuncia ai trattamenti possono estendersi anche all’aiuto medi­ co al suicidio? Dall’autodeterminazione alla legittimità del lasciar morire Per provare a rispondere, ripercorro alcu­ ni articoli chiave del nostro Codice di de­ ontologia. L’articolo 3, dedicato ai doveri generali del medico, introduce un termine cruciale: la libertà del paziente, accanto alla più clas­ sica dignità. È un elemento di novità che segna un cambio di paradigma nella rela­ zione di cura. L’articolo 16 affronta il tema della pro­ porzionalità degli interventi: “Il medico che si astiene da trattamenti non propor­ zionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provoca­ re la morte”. Una precisazione significa­ tiva, che sottolinea quanto fosse necessa­ rio distinguere tra lasciar morire e provo­ care la morte. L’articolo 20 descrive la relazione di cu­ ra come uno spazio di condivisione delle autonomie e di mutuo rispetto tra medico e paziente. L’articolo 35 anticipa il tema delle dichiarazioni anticipate di tratta­ mento, ripreso poi in altri articoli relativi all’assistenza ai pazienti con prognosi in­ fausta. Tutti questi elementi, presi nel loro in­ sieme, disegnano un Codice fortemente orientato alla tutela dell’autodetermina­ zione del paziente e, al tempo stesso, alla protezione del medico che rispetta tale scelta. Un ulteriore riferimento importante è l’articolo 53, sul rifiuto consapevole di alimentarsi. In occasione del caso Cospito,


Il punto sul diritto a morire è tornato alla ribalta per il principio che vi si afferma: “Il medico non assume inizia­ tive costrittive né collabora a procedure coattive di alimentazione e/o di nutrizione artificiale”. La sentenza 242/2019 della Corte costitu­ zionale, che ha introdotto la possibilità – in casi specifici – di non punibilità per il medico che agevola il suicidio assistito, purché siano rispettate determinate con­ dizioni, ha portato nel 2020 ad aggiornare il nostro codice, con una valorizzazione esplicita dell’autodeterminazione dell’in­ dividuo ed escludendo in tali circostanze la punibilità del medico anche sul versan­ te disciplinare. La vera questione, oggi, è allora la seguen­ te: possiamo estendere la liceità deontolo­ gica del “lasciar morire” al “far morire”? Sul piano ideologico e culturale, la distan­ za tra le due azioni è rilevante. Per molti medici, considerare l’aiuto al suicidio co­ me parte della cura non è affatto scontato. Foto di Eugene Golovesov / CC BY

La vera questione, oggi, è allora la seguente: possiamo estendere la liceità deontologica del lasciar morire al far morire? Eppure, nei casi definiti dalla sentenza 242 della Corte Costituzionale, la diffe­ renza concreta tra le due opzioni può as­ sottigliarsi: la volontà è sempre espressa dal paziente, il fine è il medesimo, così come l’esito. Ciò che cambia è il ruolo atti­ vo del medico al quale, di conseguenza, va garantita la possibilità di esercitare l’obie­ zione di coscienza. Ma ciò che conta davvero, a mio avviso, è che si offre alla persona uno spazio più ampio di libertà che include anche il “co­ me, quando, dove e con chi” morire con un’interpretazione profonda del significa­ to della parola “libertà” richiamata nel­ l’articolo 3 del Codice.

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Il punto sul diritto a morire Il senso delle parole, il senso della qualità della vita C’è infatti un punto che merita attenzione: il significato che attribuiamo alle parole che usiamo nei codici e nei dibattiti. Pren­ diamo ad esempio l’espressione “tutela della vita”: spesso la interpretiamo come difesa della vita biologica. Ma non po­ tremmo invece riferirla anche alla vita biografica, soggettiva, narrata dalla per­ sona stessa? Allo stesso modo, quando nell’articolo 16 si parla di “interventi eticamente non pro­ porzionati per un miglioramento della qualità della vita”, come si decide la pro­ porzionalità? E rispetto a quale qualità? Se consideriamo la qualità della vita come un valore soggettivo, allora la proporzionalità non riguarda solo il singolo atto medico, ma la coerenza dell’intero percorso di cu­

C’è un punto che merita attenzione: il significato che attribuiamo alle parole che usiamo nei codici e nei dibattiti ra con il senso che la persona attribuisce alla propria esistenza. Personalmente – e parlo non in qualità di presidente di Ordine, ma come medico – non vedo ostacoli irremovibili, sul piano deontologico, all’accettazione del suicidio assistito. La revisione attualmente in corso del Codice di deontologia medica potrebbe rappresentare un’occasione preziosa per affrontare questa complessità, alla luce dei valori che già il Codice stesso ha saputo af­ fermare con forza: il rispetto, la dignità e, soprattutto, la libertà della persona. y Foto di Luca Luperto / CC BY

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Il punto sul diritto a morire PER APPROFONDIRE

Cosa dice il Codice di deontologia medica? Art. 3 | Doveri generali e competenze del medico Doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. Al fine di tutelare la salute individuale e collettiva, il medico esercita attività basate sulle competenze, specifiche ed esclusive, previste negli obiettivi formativi degli Ordinamenti didattici dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi dentaria, integrate e ampliate dallo sviluppo delle conoscenze in medicina, delle abilità tecniche e non tecniche connesse alla pratica professionale, delle innovazioni organizzative e gestionali in sanità, dell’insegnamento e della ricerca. La diagnosi a fini preventivi, terapeutici e riabilitativi è una diretta, esclusiva e non delegabile competenza del medico e impegna la sua autonomia e responsabilità. Tali attività, legittimate dall’abilitazione dello Stato e dall’iscrizione agli Ordini professionali nei rispettivi Albi, sono altresì definite dal Codice. Art. 16 | Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriato e proporzionato. Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte. Art. 17 | Atti finalizzati a provocare la morte Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte. Indirizzi applicativi dell’art. 17 – “atti finalizzati a provocare la morte” e correlati, ai sensi della sentenza 24/19 della corte costituzionale La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare. Art. 20 | Relazione di cura La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione per-

segue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura. Art. 35 | Consenso e dissenso informato L’acquisizione del consenso o del dissenso è un atto di specifica ed esclusiva competenza del medico, non delegabile. Il medico non intraprende né prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato. Il medico acquisisce, in forma scritta e sottoscritta o con altre modalità di pari efficacia documentale, il consenso o il dissenso del paziente, nei casi previsti dall’ordinamento e dal Codice e in quelli prevedibilmente gravati da elevato rischio di mortalità o da esiti che incidano in modo rilevante sull’integrità psico-fisica. Il medico tiene in adeguata considerazione le opinioni espresse dal minore in tutti i processi decisionali che lo riguardano. Art. 38 | Dichiarazioni anticipate di trattamento Il medico tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta, sottoscritta e datata da parte di persona capace e successive a un’informazione medica di cui resta traccia documentale. La dichiarazione anticipata di trattamento comprova la libertà e la consapevolezza della scelta sulle procedure diagnostiche e/o sugli interventi terapeutici che si desidera o non si desidera vengano attuati in condizioni di totale o grave compromissione delle facoltà cognitive o valutative che impediscono l’espressione di volontà attuali. Il medico, nel tenere conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento, verifica la loro congruenza logica e clinica con la condizione in atto e ispira la propria condotta al rispetto della dignità e della qualità di vita del paziente, dandone chiara espressione nella documentazione sanitaria. Il medico coopera con il rappresentante legale perseguendo il migliore interesse del paziente e in caso di contrasto si avvale del dirimente giudizio previsto dall’ordinamento e, in relazione alle condizioni cliniche, procede comunque tempestivamente alle cure ritenute indispensabili e indifferibili. Art. 39 | Assistenza al paziente con prognosi infausta o con definitiva compromissione dello stato di coscienza Il medico non abbandona il paziente con prognosi infausta o con definitiva compromissione dello stato di coscienza, ma continua ad assisterlo e se in condizioni terminali impronta la propria opera alla sedazione del dolore e al sollievo dalle sofferenze tutelando la volontà, la dignità e la qualità della vita. Il medico, in caso di definitiva compromissione dello stato di coscienza del paziente, prosegue nella terapia del dolore e nelle cure palliative, attuando trattamenti di sostegno delle funzioni vitali finché ritenuti proporzionati, tenendo conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Art. 53 | Rifiuto consapevole di alimentarsi Il medico informa la persona capace sulle conseguenze che un rifiuto protratto di alimentarsi comporta sulla sua salute, ne documenta la volontà e continua l’assistenza, non assumendo iniziative costrittive né collaborando a procedure coattive di alimentazione o nutrizione artificiale.

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Il punto sul diritto a morire

Il suicidio medicalmente assistito: l’urgenza di un pluralismo ragionevole Marco Vergano Medico anestesista rianimatore Reparto di terapia intensiva Ospedale San Giovanni Bosco di Torino

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iviamo in un tempo in cui la tecno­ logia medica corre più veloce della nostra capacità di interrogarci sul suo significato e di scegliere come e fino a che punto utilizzarla. Ogni giorno, in ospedale, incontriamo pazienti che salgo­ no su una sorta di “nastro trasportatore”, su cui le decisioni sono spesso automati­ che, perché “fare qualcosa” costa meno fatica rispetto a “non fare”. In questo sce­ nario, il dibattito sul suicidio medical­ mente assistito non può essere separato da un’altra domanda, più radicale: stiamo davvero scegliendo, o siamo trascinati da automatismi che ci illudono di farlo? Sono domande che hanno iniziato a emer­ gere solo con l’avvento di nuove tecnologie. I celebri discorsi di Papa Pio XII agli ane­ stesisti-rianimatori risalgono al 1957, quando la ventilazione meccanica era an­ cora una novità pionieristica. Solo pochi anni prima, certi interrogativi semplice­ mente non esistevano. Sessant’anni dopo, nel novembre del 2017 in Vaticano, Papa Francesco citava proprio quel discorso al Foto di Sandrine Cornille / CC BY

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Il punto sul diritto a morire meeting europeo della “World Medical Association” sulle questioni del fine-vita: “Non c’è obbligo di impiegare sempre tut­ ti i mezzi terapeutici potenzialmente di­ sponibili; in casi ben determinati, non solo è lecito, ma è doveroso astenersene”. Poche settimane più tardi veniva approva­ ta nel nostro Paese la legge 219 sul consen­ so informato e sulle disposizioni anticipa­ te di trattamento. Tutto questo ci impone una domanda: stiamo davvero rispettando l’idea – tanto evocata quanto ambigua – che la vita sia “indisponibile”, e cioè che non sia un bene di cui si possa disporre liberamente? Per­ ché se da una parte si difende questo prin­ cipio in opposizione a pratiche come il sui­ cidio medicalmente assistito, dall’altra non si ha la stessa cautela nell’eccesso di cure che spesso imponiamo ai pazienti più fragili, in particolare ai grandi anziani. La sproporzione tra mezzi impiegati e benefi­ ci reali è una realtà quotidiana che noi cli­ nici conosciamo molto bene. Mi ha sempre colpito come, anche tra co­ loro che abbracciano il principio dell’in­ disponibilità della vita – nelle tradizioni cattolica, ebraica e musulmana – esistano modi profondamente umani e saggi per accogliere il “lasciar andare”. Penso, ad esempio, all’“inshallah” che pronunciano alcuni pazienti di fede islamica, come ge­ sto di affidamento: un “sia fatta la volontà di Dio” che spesso, nella mia esperienza, aiuta a sbloccare relazioni di cura incan­ crenite e a rimettere in moto conversazio­ ni di fine vita che sembravano impossibi­ li. In quei momenti, paradossalmente, si compie un atto di reale rispetto per la vita – e non la sua forzatura. In questo senso, ho trovato particolar­ mente lucida l’osservazione di padre Car­ lo Casalone: se la vita è un dono, ma non ne è concessa alcuna disponibilità, che tipo di donatore è colui che impone senza lasciare spazio alla libertà? Verrebbe da dire: un donatore dispotico. È una logica, purtroppo, che ritroviamo anche nel mo­ do in cui oggi si sta tentando di regolare queste scelte.

Se la vita è un dono, ma non ne è concessa alcuna disponibilità, che tipo di donatore è colui che impone senza lasciare spazio alla libertà? Verrebbe da dire: un donatore dispotico Il disegno di legge sul suicidio medical­ mente assistito sembra destinato a passa­ re così com’è, senza modifiche, con la cre­ azione di un comitato centrale esterno al Servizio sanitario nazionale. Trovo since­ ramente inquietante che una materia così delicata venga trattata con un approccio così rigido e verticale, come un elefante in una cristalleria. Il rischio è quello di im­ porre una norma uniforme e monolitica, che ignora la complessità delle sensibilità e delle visioni del mondo che oggi abbiamo ascoltato. Mi augurerei invece che il Parlamento as­ somigliasse di più a un “Cortile dei Genti­ li”, uno spazio di ascolto e confronto sin­ cero, in cui non si cerchi il compromesso al ribasso ma un diritto capace di gentilez­ za e ragionevolezza. È ciò che Luciano Orsi ha descritto come “consenso per interse­ zione”: un’idea che richiama la teoria del pluralismo ragionevole di John Rawls, in cui diverse posizioni morali possono con­ vergere su principi condivisi, pur parten­ do da presupposti differenti. In un contesto eticamente pluralista come il nostro, una legge su una pratica già de­ penalizzata non può – e non deve – essere ridotta a una contrapposizione tribale. Deve invece garantire rispetto, libertà e possibilità di scelta, tanto a chi rivendica la disponibilità della propria vita quanto a chi ne difende l’indisponibilità. Così co­ me uno Stato laico garantisce la libertà di culto, allo stesso modo deve assicurare – senza prevaricazioni – la libertà di deci­ sione di ciascuno. Da clinico, guardo con crescente preoc­ cupazione al panorama che si sta deline­ ando. y

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Clima e salute. Le evidenze del Lancet Countdown 2025 e le implicazioni per l’Italia

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l rapporto The Lancet Countdown on Health and Climate Change 2025 1 con­ ferma con chiarezza crescente ciò che la comunità scientifica sostiene da anni: il cambiamento climatico non è solo un moltiplicatore di rischi, ma un determi­ nante di salute strutturale. E in Italia, già fragile sotto il profilo ambientale ed epi­ demiologico, i suoi effetti stanno diven­ tando sempre più evidenti e misurabili, con impatti che attraversano tutte le fasce della popolazione e aggravano le disugua­ glianze sanitarie. Mortalità da caldo: un indicatore ormai strutturale Tra il 2012 e il 2021, il nostro Paese ha re­ gistrato una media di 7400 decessi l’anno attribuibili all’aumento delle temperatu­ re, più del doppio rispetto agli anni No­ vanta. L’incremento è coerente con l’in­ tensificazione delle ondate di calore, che colpiscono soprattutto anziani, bambini, persone con patologie croniche e sogget­ ti sottoposti a trattamenti farmacologici sensibili alla termoregolazione. Le città italiane, sempre più impermeabili e ca­ ratterizzate da isole di calore marcate, rap­ presentano i contesti più vulnerabili.

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Francesco Romizi Responsabile comunicazione Isde – Associazione medici per l’ambiente Italia

L’inquinamento atmosferico come amplificatore di morbilità e mortalità Al riscaldamento globale si somma il peso dell’inquinamento atmosferico, generato spesso dalle stesse cause. Tra il 2019 e il 2023 quasi l’intera popolazione italiana – il 99 per cento – ha respirato concentra­ zioni di pm10 superiori ai limiti racco­ mandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’impatto sulla salute è evi­ dente nei dati del 2022, anno in cui l’Italia ha registrato 63.700 morti premature at­ tribuibili al pm2,5, il valore più alto nel­ l’Unione europea. Una quota consistente di queste morti, pari a circa 27.800, è ri­ conducibile all’uso di combustibili fossili, in particolare alla benzina impiegata nei trasporti su strada. Un’altra parte rilevan­ te, quasi 20.000 decessi, è invece legata alla combustione della biomassa domesti­ ca, una pratica ancora molto diffusa nelle aree interne e montane e spesso percepita erroneamente come naturale o sosteni­ bile, ma che in realtà produce livelli eleva­ ti di inquinanti nocivi. L’esposizione cro­ nica al particolato fine è correlata a un aumento significativo del rischio di nu­ merose patologie, come ad esempio ictus, tumore del polmone, scompenso cardia­ co, broncopneumopatia cronica ostrutti­


va, diabete di tipo 2. Inoltre, altera la ri­ sposta immunitaria e rende la popolazio­ ne più vulnerabile ai virus respiratori. Incendi, siccità e suolo: gli impatti silenziosi del clima sulla salute Il rapporto del Lancet evidenzia anche altri fattori critici. In Italia gli incendi boschivi – spesso alimentati da condizioni meteo estreme – hanno causato 1100 decessi l’an­ no, mentre la siccità estrema ha interessa­ to il 60,9 per cento del territorio almeno per un mese all’anno nel periodo 2020-2024. A livello epidemiologico, la scarsità idri­ ca si traduce in un aumento dei rischi per la sicurezza alimentare, in un incremento delle patologie idro-trasmesse e in un peg­ gioramento della qualità dell’aria. La per­ dita di copertura arborea, pari a 44.000 ettari nel solo 2023, riduce la capacità del territorio di mitigare ondate di calore e in­ quinamento atmosferico e amplifica la vulnerabilità delle aree urbane. Bibliografia 1 Romanello M, Walawender M, Hsu SC, et al. The Lancet Countdown on Health and Climate Change 2025. Lancet 2025; 406: 2804-57.

Il paradosso italiano: sussidi ai fossili pari al 15,5 per cento della spesa sanitaria Nonostante questa fotografia epidemiolo­ gica, l’Italia continua a destinare 30,2 mi­ liardi di dollari l’anno ai sussidi per i com­ bustibili fossili. Una cifra che rappresenta il 15,5 per cento della spesa sanitaria na­ zionale. Si crea così un paradosso evidente: si sostengono economicamente attività che aggravano la crisi climatica e l’inquina­ mento, mentre si spendono risorse ingenti per affrontarne le conseguenze sanitarie. Alimentazione e salute: un fattore spesso sottovalutato Il Lancet Countdown dedica ampio spa­ zio anche al ruolo della dieta. In Italia il basso consumo di frutta e verdura provoca 71.000 decessi l’anno, mentre l’eccessivo consumo di carne e latticini contribuisce ad altri 42.000. Promuovere una dieta più ricca di alimenti vegetali non è solo una misura ambientale, ma una strategia di prevenzione primaria cardiometabolica e oncologica, con benefici immediati sulla

salute pubblica e sulle emissioni di gas climalteranti. Cosa ci insegna il quadro epidemiologico Dai dati del rapporto emergono tre indica­ zioni cruciali. La prima: la crisi climatica sta già generando una crisi sanitaria strutturale. Non parliamo di scenari futu­ ri, ma di fenomeni in atto che coinvolgono la mortalità, la morbilità e il benessere psicofisico della popolazione. La seconda: gli impatti non sono uniformi. Le persone più vulnerabili – anziani, bambini, sog­ getti fragili, famiglie a basso reddito – pa­ gano un prezzo più alto, allargando frattu­ re sociali già profonde. La terza: le politi­ che attuali non sono in linea con l’urgenza della situazione. Ritardare la transizione energetica e la decarbonizzazione non significa essere prudenti, ma aumentare il carico sanita­ rio, i costi pubblici e le disuguaglianze. In questo contesto, rallentare o ostacolare la transizione ecologica non è più una scelta politicamente sostenibile né eticamente accettabile: ogni mese di ritardo genera nuove vittime e nuovi costi. La salute come bussola per le politiche climatiche L’Italia ha oggi la necessità di integrare si­ stematicamente clima e salute nelle pro­ prie strategie sanitarie, energetiche e ur­ bane. Le misure che riducono le emissio­ ni – mobilità sostenibile, elettrificazione dei trasporti, riduzione della combustione domestica, case efficienti, più verde urba­ no, alimentazione sostenibile e stop ai sussidi ai fossili – producono benefici im­ mediati e misurabili per la salute di milio­ ni di persone. Il rapporto Lancet Countdown ci ricorda che la salute umana dipende dalla salute dell’ambiente. Proteggere il clima signifi­ ca proteggere la vita, ridurre le disugua­ glianze e rafforzare il nostro sistema sani­ tario. È una scelta di responsabilità collet­ tiva, ma soprattutto una scelta di sanità pubblica. y

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z LESSICO DI BIOETICA

Biodiversità Inizialmente definita “diversità biologica” da Raymond Dasmann nel 1968, e Walter G. Rosen che nel 1985 conia il termine “biodiversità”, dalla fusione delle due parole “biologico” e “diversità”. Oggi il termine è ampiamente utilizzato nei contesti più disparati, dai convegni scientifici agli spot pubblicitari o alle dichiarazioni dei decisori politici. In alcuni studi lo si utilizza per riferirsi esclusivamente alle diverse specie di flora e fauna in diversi tipi di habitat; tuttavia, una definizione più ampia è stata fornita nel 2011 dall’International union for the conservation of nature (Iucn) che, appunto, utilizza varietà di tutti gli organismi viventi, microrganismi, piante, animali, dei loro geni e dei loro habitat. L’Iucn adopera l’espressione “diversità biologica” per descrivere la varietà della vita sulla terra, comprendendo il numero e la variabilità di organismi come animali, piante, funghi, microrganismi ecc., le differenze genetiche tra loro e le differenze degli ecosistemi in cui si trovano. Al “Vertice sulla Terra”, tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, la biodiversità è stata definita come “la variabilità tra organismi viventi presenti in ecosistemi terrestri o acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte”. In quell’occasione i leader mondiali hanno concordato una strategia globale di sviluppo sostenibile e uno dei principali accordi adottati è stata la “Convenzione sulla diversità biologica” (Convention on biological diversity, Cbd) entrata in vigore nel dicembre 1993 e ratificata a oggi da 196 Paesi. I tre principali obiettivi della Convenzione sono: la

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conservazione della biodiversità, l’uso sostenibile della biodiversità e la giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. Il 14 luglio 2014, in occasione della decima Conferenza degli Stati aderenti alla Convenzione, tenutasi a Nagoya in Giappone, è stato concordato il “Piano strategico per la biodiversità 2011-2020” (definito “Protocollo di Nagoya”), i cui obiettivi sono stati ratificati da oltre 50 Paesi. Nel 2015 Ersin Yucel ha incluso nel concetto di biodiversità tre componenti principali: 1. la diversità delle specie, cioè la ricchezza di specie in un sito o habitat; 2. la diversità genetica, cioè la variabilità di geni presenti nel dna di una certa specie; 3. la diversità degli ecosistemi, cioè il diverso assemblaggio di specie animali, vegetali e microbiche, le interazioni reciproche e con l’ambiente in una particolare regione (ecosistema). In tutti questi livelli, varietà, complessità ed eterogeneità sono gli aspetti essenziali dei processi vitali. Negli ultimi decenni il termine “biodiversità” è stato ampiamente utilizzato non solo in campo scientifico, ma anche come uno dei più efficaci slogan volti a promuovere un maggiore rispetto nei confronti della natura.

Attualmente la biodiversità, oltre a rivestire un significato scientifico ed economico, è considerata depositaria di una vasta pluralità di valori, estetici, culturali, ricreativi e spirituali

Indipendentemente dalla definizione data e dal contesto in cui si applica, la conservazione della biodiversità è necessaria per la sopravvivenza dell’uomo e assume anche un valore economico, in quanto l’uomo ottiene dalle biorisorse in natura benefici quali cibo, materie prime, carburante, principi attivi e farmaci ricavati da piante e animali ecc., nonché modelli utilizzati per studi e progettazioni architettoniche o ingegneristiche. Il termine “biodiversità”, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, è stato anche utilizzato per raggruppare all’interno di un unico nuovo nome una serie di problemi ambientali in precedenza apparentemente scollegati tra loro, quali la conservazione di aree di natura incontaminata, l’estinzione delle specie, la preservazione dei patrimoni genetico-evolutivi (risorse genetiche) o le catastrofi ambientali. Attualmente la biodiversità, oltre a rivestire un significato scientifico ed economico, è considerata depositaria di una vasta pluralità di valori, estetici, culturali, ricreativi e spirituali. Sergio Lanteri Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari Università di Torino

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Etica ambientale L’etica ambientale (o dell’ambiente) è l’etica applicata che si occupa di analizzare ciò che è buono e giusto fare nei confronti dell’ambiente, degli esseri viventi e degli ecosistemi. I problemi ambientali sono diventati un nodo fondamentale nel mondo moderno: attivisti come Greta Thunberg e scienziati di varie discipline indicano nella lotta al cambiamento climatico una delle principali sfide che la società contemporanea deve affrontare. Esistono tre diversi approcci all’etica ambientale, caratterizzati da differenti concezioni su ciò che ha valore. La visione più antica e tradizionale è definita “antropocentrismo”. Un’etica ambientale antropocentrica sostiene che hanno valore e sono degni di considerazione morale solo gli esseri umani. Il resto ha valore in quanto mezzo per il raggiungimento dei fini umani. La tesi centrale di questa teoria è che ciò che è un danno per l’ambiente e per gli ecosistemi lo è perché è un danno al benessere umano. Un’obiezione è che ci sono estinzioni o danni a ecosistemi che però non mettono in pericolo il benessere umano (come potrebbe essere l’estinzione di una lucertola in un deserto dove non vive nessuno), e tuttavia riteniamo intuitivamente che questo sia un male. Gli antropocentristi attribuiscono all’ambiente solo un valore “strumentale” e non intrinseco, un’obiezione, questa, a cui gli antropocentristi rispondono allargando il concetto di benessere umano, inserendovi la soddisfazione di esperienze estetiche e questioni di giustizia intergenerazionale (le generazioni future hanno diritto a godere delle risorse naturali, di ambienti incontaminati e della varietà degli

ecosistemi). Tuttavia, è sempre possibile, per chi ha poco interesse per l’ambiente, cercare di mostrare come il suo sfruttamento indiscriminato possa produrre più benessere per gli esseri umani di quanto faccia la sua protezione. Un altro gruppo di teorie, detto “biocentrismo”, identifica ciò che ha valore con gli esseri viventi, in quanto sono capaci di provare piacere e dolore e di avere interessi. Gli esseri viventi non vengono considerati come un tutt’uno, come specie o come ecosistema, ma come individui. A questo gruppo di teorie appartengono anche molti difensori dei diritti animali o del loro benessere. La principale obiezione a questo gruppo di teorie è che, sebbene possano essere soddisfacenti come etiche degli animali non-umani, non sembrano esserlo come etiche ambientali. Infatti, i principali problemi che deve affrontare l’etica dell’ambiente riguardano ecosistemi, regioni, specie e famiglie di animali, e non singoli individui. Questo tipo di teoria risulta dunque restrittiva o impossibile da applicare. Ai problemi delle teorie biocentriche, cercano di rispondere le teorie “ecocentriche”, che considerano portatrici di valore anche entità non individuali, come la biosfera, la terra, l’acqua, l’aria, gli ecosistemi e le specie. Il problema principale di questo gruppo di teorie è la difficoltà di giustificare la presenza di un valore morale in cose inanimate come l’acqua o l’aria, o in categorizzazioni artificiali come le specie. I suoi critici argomentano infatti che dal punto di vista della scienza moderna la natura è priva di un valore intrinseco: la bontà e il male, così come il colore e il calore sono qualità secondarie che risiedono negli occhi degli osservatori.

L’acqua può avere una certa temperatura, ma è fredda solo in relazione a qualcuno che la percepisce, così può essere buona solo per qualcuno e non in sé stessa.

Si parla anche di “ecosofia”, cioè di una saggezza dell’ambiente, dal momento che tutti gli esseri viventi farebbero parte di un tutto indivisibile, che bisogna cercare di proteggere Una variante di questa teoria è l’“ecologia profonda”, che sostiene l’inseparabilità degli individui gli uni dagli altri, perché le relazioni di cui siamo parte, l’ambiente in cui viviamo rientrano nella descrizione che ci definisce, e noi stessi abbiamo a che vedere con ciò che definisce gli altri. Per questa ragione si parla anche di “ecosofia”, cioè di una saggezza dell’ambiente, dal momento che tutti gli esseri viventi farebbero parte di un tutto indivisibile, che bisogna cercare di proteggere. L’ecologia profonda si caratterizza come un nuovo modo di pensare alla morale, che trascende l’ambito umano e in cui il bene è identificato con quello dell’intera Terra. Matteo Cresti Dipartimento di Filosofia e scienze dell’educazione Università di Torino

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L’integrazione tra sanitario e sociale è ancora troppo debole, e chi ne soffre di più sono le famiglie, spesso lasciate sole. Marco Bussone

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Uscire dallo stereotipo vuole anche dire cercare una possibilità di cambiamento.

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Giorgia Protti

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La realtà dell’equilibrio tra lavoro e vita privata in medicina è che, spesso, non si tratta affatto di equilibrio. Noah Hoonhout

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Un lavoro culturale preparatorio è fondamentale per redigere una legge condivisa. E tale approccio dovrebbe essere adottato per tutte le leggi di natura eticamente sensibile.

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Donata Lenzi


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il punto la rivista dell'OMCeO Torino - Numero 4 2025 by Il Pensiero Scientifico Editore - Issuu