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il punto la rivista dell'OMCeO Torino - Numero 2 2026

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Facciamo il punto al Salone del Libro

Crescere con lo smartphone in mano: nuove alleanze per il benessere dei giovani

Oltre i confini nazionali: una lettera aperta per il sistema sanitario di Cuba

Neutralità o complicità?

Religione, medicina e le ragioni del potere

Algovigilanza cognitiva: una nuova frontiera

della sicurezza clinica

Un progetto dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino 2|

il punto | 2 | 2026

ANNO V, NUMERO 2

APRILE-GIUGNO 2026

Direttore scientifico

Guido Giustetto

Direttore editoriale

Rosa Revellino

Comitato redazionale

Francesca Alessandro, Francesco Cuniberti, Venera Gagliano, Marta Mello, Aldo Mozzone, Chiara Rivetti, Angelica Salvadori (OMCeO Torino).

Laura Tonon, Federica Ciavoni (Il Pensiero Scientifico Editore)

3

Curare in tempi complessi. La pratica medica come atto democratico

Guido Giustetto

IL PUNTO SULLA CRISI

SANITARIA A CUBA

6

Una lettera aperta per il sistema sanitario di Cuba

8

La lenta asfissia imposta a Cuba

Maurizio Bonati

10

Blackout, sanzioni e vaccini

La ricerca a Cuba

13

Neutralità o complicità?

Religione, medicina e le ragioni del potere

Ferdinando Laghi, Roberto Romizi

15

Il medico di oggi per la Planetary Health

Martina Meocci

18

La piccola Beatrice e i bambini invisibili

Costantino Panza

22

L’odontoiatra sentinella

Patrizia Biancucci

26

“Non ho più nulla da offrire se non la mia continua cura e il mio impegno”

Adam Cifu

29

Il tempo in medicina generale

Giampaolo Collecchia

32

Algovigilanza cognitiva: una nuova frontiera della sicurezza clinica

Fabio Di Bello, Daniele Angioni

FACCIAMO IL PUNTO

AL SALONE DEL LIBRO

36

Crescere con lo smartphone in mano

38

Diventare adulti, tra vulnerabilità e ricerca di riconoscimento

Antonella Anichini

41

Social media e adolescenti. Corpi esposti, emozioni nascoste

Laura Dalla Ragione

44

La sofferenza psicologica negli adolescenti. Intercettarla prima che diventi un’emergenza

Francesco Cuniberti

46

LIBRI, CINEMA, ARTE Perché i medici scrivono così tanto? Rosa Revellino

Comitato editoriale

Marco Bobbio, Michela Chiarlo, Libero Ciuffreda, Giampaolo Collecchia, Lucia Craxì, Fabrizio Elia, Elena Gagliasso, Giuseppe R. Gristina, Roberto Longhin, Giuseppe Naretto, Luciano Orsi, Elisabetta Pulice, Lorenzo Richiardi, Massimo Sartori, Vera Tripodi, Marco Vergano, Paolo Vineis

Comitato direttivo

dell’OMCeO di Torino

Guido Giustetto (presidente)

Chiara Rivetti (vicepresidente)

Vladimir Erardi Bacic (segretario) Savino Santovito (tesoriere)

Francesca Alessandro, Davide Bosio, Roberto Congiu, Francesco Cuniberti, Gilberto

Gli articoli raccolti in questo numero sono post pubblicati sul sito www.ilpunto.it

Fiore, Federico Latini, Marta Mello, Aldo Mozzone, Fernando Muià, Angelica Salvadori, Emanuele Stramignoni, Alessandra Taraschi, Renato Turra, Roberto Venesia

Sede e contatti

OMCeO Torino

Corso Francia 8 – 10143 Torino

email: info@ilpunto.it

Produzione e amministrazione Il Pensiero Scientifico Editore

Via San Giovanni Valdarno 8, 00138 Roma tel. 06862821 | fax 0686282250

e-mail: pensiero@pensiero.it internet: www.pensiero.it

c/c postale: 902015

Editore responsabile

Giovanni Luca De Fiore

Progetto grafico e impaginazione

Typo85 S.r.l., Roma Stampa Lion Brand S.r.l., Roma Autorizzazione Tribunale di Torino numero registro stampa 65/2021 del 29/12/2021 (già 793 del 12/01/1953).

Immagini In copertina:”Inaugurazione del Salone del Libro 2026”, credits IZBA - Fabrizio Fiore, © Salone del Libro. Nelle pagine interne le foto non firmate sono di iStock. Tutti i diritti sono riservati. Diritti d’autore Tutto il materiale pubblicato in queste pagine è disponibile sotto la licenza “Creative Commons Attribuzione - Non commerciale

- Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale”. Può essere riprodotto a patto di citare ilpunto.it, di non usarlo per fini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Finito di stampare luglio 2026

Abbonamenti 2026

Per l’Italia: privati € 40,00 (per gli iscritti OMCeO Torino ricompreso nell’iscrizione all’Ordine); enti, istituzioni, biblioteche € 50,00. Per l’estero: € 60,00. L’abbonamento decorre dal mese di gennaio a dicembre

Per abbonamenti: Andrea De Fiore tel. 06 86282324 e-mail: andrea.defiore@pensiero.it

Curare in tempi complessi. La pratica medica come atto democratico

C’è una parola che attraversa le pagine di questo numero de il punto: responsabilità.

È il compito del medico chiamato a confrontarsi con l’intelligenza artificiale senza rinunciare alla propria capacità di giudizio. È la consapevolezza di chi comprende che la salute delle persone non può più essere separata dalla salute del pianeta. È l’impegno a riconoscere e proteggere la fragilità, soprattutto quando riguarda i bambini e gli adolescenti. È, infine, la scelta di affermare che la cura non è soltanto un atto clinico, ma una decisione culturale e civile.

Viviamo un tempo in cui la complessità sembra moltiplicarsi. Le tecnologie evolvono con una rapidità senza precedenti, le crisi ambientali ridisegnano il nostro rapporto con la salute, i conflitti continuano a produrre sofferenza e disuguaglianze, mentre cresce la sfiducia verso le istituzioni e verso il sapere scientifico. In questo scenario, la medicina è chiamata non solo ad aggiornare strumenti e competenze, ma a custodire il significato più profondo della propria missione. Perché curare non significa soltanto intervenire sulla malattia. Vuol dire assumersi un dovere nei confronti della persona e della comunità. Vuol dire difendere il diritto di ciascuno a essere ascoltato, accolto e curato, e rendere concreto ogni giorno quel principio di uguaglianza che è alla base della nostra democrazia.

Il Manifesto

“Medici e Pace”

È la visione che anima il Manifesto “Medici e Pace” promosso dalla FNOMCeO. Un documento che non si limita a richiamare il valore della pace come assenza di guerra, ma invita a riconoscere nella tutela della salute, nella difesa dei diritti e nella dignità della persona le condizioni essenziali di una convivenza autenticamente democratica. La pace, in questa ottica, non è un orizzonte lontano: è una costruzione quotidiana, fatta di gesti di cura, conoscenza, dialogo e responsabilità.

In questa prospettiva, i temi affrontati in questo numero trovano una naturale connessione tra loro.

Curare non significa soltanto intervenire sulla malattia. Vuol dire assumersi un dovere nei confronti della persona e della comunità. Vuol dire difendere il diritto di ciascuno a essere ascoltato, accolto e curato

L’approfondimento dedicato all’algovigilanza cognitiva ci ricorda che l’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità, ma anche una nuova sfida ( pagina 32). Più gli strumenti diventano potenti, più cresce il valore del giudizio clinico, della capacità critica e dell’autonomia professionale. Il risultato non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma dalla qualità del pensiero di chi li utilizza. La tecnologia può sostenere la cura; non può sostituire quella responsabilità etica che appartiene esclusivamente al medico. Lo stesso sguardo emerge nella riflessione sulla Planetary Health ( pagina 15 ). Oggi sappiamo che il benessere delle persone è

inseparabile dalla salute degli ecosistemi, dalla qualità dell’ambiente, dalle condizioni sociali e dagli equilibri climatici. Prendersi cura significa allora assumere una visione più ampia, capace di riconoscere le connessioni tra individuo e collettività, tra presente e futuro. È una prospettiva che restituisce alla professione una responsabilità pubblica ancora più profonda.

Ogni volta che un medico ascolta senza discriminare, esercita il proprio giudizio con autonomia, mette la conoscenza al servizio della persona e difende il diritto alla salute, contribuisce anche a rafforzare il tessuto democratico della comunità

La tutela delle persone più fragili rappresenta un’altra declinazione di questo impegno. Il caso di Bordighera ( pagina 18) richiama l’attenzione sul delicato equilibrio tra protezione dell’infanzia, ascolto, competenza e prudenza. Di fronte alla vulnerabilità non esistono automatismi né scorciatoie: esiste la necessità di esercitare il giudizio con rigore, sensibilità e consapevolezza, sapendo che ogni decisione può incidere profondamente sulla vita delle persone.

Lo stesso principio vale quando lo sguardo si allarga oltre i confini nazionali. L’appello dedicato alla drammatica crisi del sistema sanitario cubano ( pagine 4-12) ricorda che il diritto alla salute è universale e che il venir meno delle condizioni essenziali per garantire cure, farmaci e assistenza non può lasciare indifferente la comunità internazionale. Quando un sistema sanitario cede, non viene meno soltanto la capacità di curare: si indebolisce uno dei presìdi fondamentali della dignità umana e della convivenza civile.

In questo senso, il Manifesto della FNOMCeO acquista un significato ancora più profondo quando afferma che ogni atto medico è un atto di pace. Non è una formula simbolica. È il riconoscimento che la cura costruisce fiducia, riduce le disuguaglianze, ricuce le fratture sociali e restituisce dignità alle persone. Ogni volta che un medico ascolta senza discriminare, esercita il proprio giudizio con autonomia, mette la conoscenza al servizio della persona e difende il diritto alla salute, contribuisce anche a rafforzare il tessuto democratico della comunità. Per questo la medicina non può rinunciare alla propria autonomia, al rigore scientifico e alla responsabilità etica. Non può sottrarsi alle domande poste dall’innovazione tecnologica, dalle trasformazioni ambientali, dalle nuove fragilità sociali o dalle crisi umanitarie. E non può rinunciare a essere una voce autorevole nel dibattito pubblico quando sono in gioco i diritti fondamentali della persona ( pagina 13).

Pensiamo alla responsabilità che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. Il confronto promosso da il punto al Salone internazionale del Libro di Torino 2026 ( pagine 36-45 ) ha riportato al centro una domanda che riguarda tutti: come stanno crescendo i nostri ragazzi? Le riflessioni sul rapporto tra smartphone, social media, salute mentale e costruzione dell’identità ci ricordano che il disagio adolescenziale non può essere letto come una semplice emergenza clinica. È una sfida educativa, culturale e sociale che riguarda famiglie, scuola, istituzioni e professionisti della salute.

L’aumento delle fragilità psicologiche, dei disturbi del comportamento alimentare, dell’autolesionismo e del ritiro sociale ci chiede di andare oltre il sintomo. Significa imparare ad ascoltare prima che a curare, significa riconoscere i segnali precoci del disagio e costruire comunità educanti capaci di accompagnare gli adolescenti nella crescita. Anche questa è medicina. Ed è forse una delle forme più alte di prevenzione, perché investire sul benessere dei giovani significa prendersi cura del futuro della società. Curare oggi va ben oltre l’atto del guarire. Significa custodire la fiducia in un tempo di incertezza, difendere la conoscenza in un tempo di semplificazioni e costruire relazioni

di qualità in un tempo di polarizzazioni. Significa inoltre ricordare che la salute è un bene comune e che la dignità della persona rappresenta il fondamento di ogni convivenza democratica e di ogni possibile futuro.

È forse questa la responsabilità più alta della professione medica: continuare a essere un presidio di umanità proprio quando il mondo sembra perdere i propri punti di riferimento. Perché ogni gesto di cura, quando nasce dalla competenza, dalla libertà e dal rispetto della persona, non difende soltanto la salute. Rafforza la democrazia. E contribuisce, ogni giorno, a costruire la pace. y

Ogni gesto di cura, quando nasce dalla competenza, dalla libertà e dal rispetto della persona, non difende soltanto la salute.

Rafforza la democrazia. E contribuisce, ogni giorno, a costruire la pace

Una lettera aperta per il sistema sanitario di Cuba

L’appello di un gruppo di riviste scientifiche, per rompere l’assedio imposto da Trump

Per decenni il sistema sanitario cubano ha rappresentato un modello riconosciuto a livello internazionale, capace di garantire l’accesso universale alle cure anche in condizioni di risorse limitate. Oggi, però, quella stessa rete assistenziale attraversa una crisi profonda che molti osservatori definiscono ormai prossima al collasso. A richiamare l’attenzione su questa emergenza sono stati i direttori di dieci riviste scientifiche italiane, che hanno rivolto una lettera aperta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della salute Orazio Schillaci. Nell’appello si sottolinea come l’Italia non possa restare indifferente di fronte alla situazione cubana, anche alla luce del sostegno ricevuto dall’isola durante la pandemia di covid-19 e del contributo che oggi i medici cubani assicurano al funzionamento del servizio sanitario in Calabria. Il progressivo deterioramento dell’assistenza sanitaria a Cuba rappresenta una questione che supera i confini nazionali e solleva interrogativi rilevanti sul diritto alla salute, sulla cooperazione internazionale e sulla tutela delle popolazioni più vulnerabili.

La lettera aperta

Gentile Presidente del Consiglio, Gentile Ministro della salute, siamo operatori della salute di varie aree e dirigiamo riviste scientifiche volte a informare e aggiornare la comunità sanitaria, ma anche la società civile, sui percorsi di prevenzione e cura basati sulle evidenze scientifiche, in ottemperanza all’art. 32 della Costituzione italiana. Ci impegniamo quindi affinché il diritto alla salute per tutti sia garantito e sia un diritto universale non solo per i cittadini italiani.

L’organizzazione dei servizi sanitari a garanzia del diritto alla salute costituisce un potente indicatore del progresso o dell’arretramento di un Paese. Il fatto che un servizio sanitario di qualità come quello di Cuba sia costretto a non adempiere alle proprie funzioni deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure.

Cuba ha costruito nel corso di decenni un sistema sanitario che era considerato un modello a livello internazionale, capace di garantire accesso universale alle cure anche in condizioni di risorse limitate. Dal 1963, oltre 600mila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio in più di 160 Paesi, Italia compresa. Cuba, undici milioni di abitanti, è il Paese con la più alta densità di medici al mondo: 8,4 ogni mille abitanti, contro i 5,3 in Italia. Quel sistema è oggi in stato di collasso. Le testimonianze raccolte dai corrisponden­

Foto di Matthias Oben (Pexels) / CC BY

ti della stampa italiana e internazionale restituiscono un quadro di urgenza estrema, che impone una risposta da parte della comunità medica, scientifica e civile globale. La sopravvivenza nei tumori infantili è scesa dall’80 al 65 per cento a causa della mancanza dei farmaci di prima linea; 96mila persone (quasi uno su cento degli abitanti) – di cui 11mila bambini –sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Se la situazione non cambia, la lista potrebbe riguardare 160mila pazienti entro la fine del 2026. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana sono compromessi dalla carenza di farmaci, ossigeno, anestetici e materiali di consumo.

La crisi affonda le sue radici in una combinazione di fattori che si sono aggravati progressivamente. L’inasprimento dell’embargo economico durante la prima amministrazione Trump, il covid­19 e, dal gennaio 2026, il blocco quasi totale delle forniture energetiche conseguente alla crisi venezuelana hanno privato l’isola di carburante, elettricità e accesso ai mercati internazionali dei farmaci e dei dispositivi medici.

Il crollo di un sistema sanitario non è soltanto una tragedia locale: è una violazione dei diritti umani fondamentali che richiede una risposta della comunità globale, al di là di ogni valutazione politica sul regime cubano. Il principio di neutralità dell’assistenza sanitaria – sancito dal diritto internazionale umanitario e dalla deontologia medica universale – impone che le misure economiche coercitive non colpiscano l’accesso alle cure, in particolare quelle rivolte a bambini, bambine e popolazioni vulnerabili.

La situazione di Cuba è stata indicata come una priorità da vari organi internazionali e dalla comunità scientifica: è quindi urgente attivarsi rapidamente.

L’Italia non può rimanere indifferente o silenziosa anche perché debitrice verso Cuba per l’aiuto ricevuto durante la pandemia covid­19 e per l’attuale lavoro dei medici cubani in Regione Calabria a ga­

Le testimonianze raccolte dai corrispondenti della stampa italiana e internazionale restituiscono un quadro di urgenza estrema, che impone una risposta da parte della comunità medica, scientifica e civile globale

ranzia del funzionamento del Servizio sanitario locale.

Anche per questo e per mostrare interesse, partecipazione e sostegno potrebbe essere utile che una apposita commissione italiana di tecnici della salute venga inviata a Cuba e relazioni sullo stato di salute della popolazione cubana, sull’accesso alle cure, sulla disponibilità di farmaci e dispositivi medici. Un rapporto tecnico e indipendente, focalizzato sui bisogni sanitari essenziali della popolazione cubana sotto embargo, potrebbe costituire il materiale per programmare interventi mirati, essenziali e prioritari di aiuto indirizzando sia le istituzioni sia le organizzazioni nazionali di cooperazione. È dovere della comunità sanitaria globale (medici, ricercatori, istituzioni, riviste scientifiche), ma anche della comunità civile agire senza ambiguità, nel rispetto dei principi fondamentali del diritto umanitario. Ogni giorno di silenzio ha un costo in vite umane. Grazie per l’attenzione. y

Maurizio Bonati – Ricerca&Pratica

Luca De Fiore – Recenti Progressi in Medicina

Antonio Addis – Forward

Luca Carra, Eva Benelli – Scienza in rete

Guido Giustetto – il punto

Gavino Maciocco – Saluteinternazionale

Paola Di Giulio – Assistenza Infermieristica e Ricerca

Federico Marchetti – Medico e Bambino

Francesco Forastiere, Francesco Barone-Adesi –Epidemiologia & Prevenzione Michele Gangemi – Quaderni acp

L’elenco completo delle persone che hanno sottoscritto la lettera

Irecenti conflitti dimostrano che colpire le infrastrutture elettriche, le fonti e i depositi energetici viene sempre più spesso utilizzato come arma di guerra e di coercizione. A Cuba le restrizioni sui carburanti hanno contribuito ai blackout1 e, di conseguenza, a ostacolare anche le cure mediche, compromettendo la fornitura di medicinali e acqua potabile, mettendo a rischio la salute del popolo cubano. I danni causati dalle interruzioni di corrente sono spesso considerati come secondari nei contesti di conflitto, ma per i pazienti che dipendono da cure continue, le interruzioni di corrente possono essere letali. Inoltre le prolungate interruzioni di corrente sono associate a conseguenze negative per la salute mentale, soprattutto quando vengono compromesse le normali attività quotidiane, evidenziando ulteriormente come e quanto l’instabilità energetica sia un problema critico per la salute pubblica (un determinante della salute).2

Oltre 100.000 pazienti, tra cui 11.000 bambini, sono in attesa di interventi chirurgici rinviati a causa di interruzioni di corrente e carenza di forniture. Circa cinque milioni di persone affette da malattie croniche rischiano la sospensione di trattamenti salvavita, tra cui oltre 16.000 persone che necessitano di radioterapia e oltre 12.000 attualmente sottoposte a chemioterapia. Quasi un milione di persone, circa il 10 per cento della popolazione, si rifornisce di acqua potabile tramite autobotti e anche la sicurezza alimentare è a rischio. Al rapido deterioramento del sistema sanitario cubano ha corrisposto l’aumento del tasso di mortalità infantile, passata da 3,9 a 8,2 per 1000 nati vivi nel periodo 2018­2025. I dati sono prevalentemente di fonte cubana (Ministero della salute). Ma molte testimonianze di giornalisti internazionali e di operatori sanitari, che sono stati a Cuba recentemente, sono concordi nel descrivere come asfittica la sintomatologia che affligge il Paese.3

Gli Stati Uniti imposero per la prima volta sanzioni economiche a Cuba negli anni

La lenta asfissia imposta a Cuba

Quando

l’embargo colpisce ospedali, case, famiglie

I danni causati dalle interruzioni di corrente sono spesso considerati come secondari nei contesti di conflitto. Ma per i pazienti che dipendono da cure continue, le interruzioni di corrente possono essere letali

‘60, ma il presidente Donald Trump le ha intensificate a partire dal 2017, affermando che il Paese rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale e che è necessario un cambiamento politico. L’ordine esecutivo di Trump del gennaio 2026, che impone dazi doganali a qualsiasi Paese venda petrolio a Cuba, ha di fatto bloccato le forniture petrolifere dell’isola, accelerando la stretta del cappio. Gli Stati Uniti attribuiscono la crisi alla cattiva gestione economica e alla corruzione, ma i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno definito le sanzioni petrolifere “illegali” e una “carestia energetica”.4

L’intensificazione dell’embargo per far collassare l’economia cubana e provocare la caduta del governo passa anche dalle pressioni­imposizioni fatte dagli Stati Uniti su alcuni Paesi, tra cui Giamaica, Honduras e Guatemala, affinché pongano fine agli accordi bilaterali esistenti sulle missioni mediche cubane, fonte anche di entrata economica. Pressione fatta anche all’Italia da Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense a Cuba, per la cessazione del contratto che riguarda i circa 400

Maurizio Bonati Direttore della rivista Ricerca&Pratica

medici cubani in servizio dal 2022 presso gli ospedali calabresi.5

Situazione gestita diversamente, perché ulteriormente complessa, quella in Venezuela dove, all’inizio di quest’anno, erano oltre 10.000 gli operatori sanitari cubani impegnati a garantire il funzionamento del servizio sanitario nazionale. Il rischio, come avvenuto in precedenza in Brasile quando 8000 medici cubani hanno lasciato il Paese, è di creare riduzioni persistenti nell’assistenza alle malattie croniche e delle cure territoriali che necessitano di tempo e risorse per essere recuperate.6 L’Italia, come Cuba, si caratterizza per riconoscere che: la salute è un diritto fondamentale e collettivo, la Repubblica garantisce l’accesso alle cure; il diritto alla salute non può essere trasferito o ceduto: è inalienabile e irrinunciabile; è un diritto universale, spetta a tutti, senza discriminazioni; è un diritto soggettivo del singolo individuo; è irriducibile ed essenziale. Inoltre l’Italia, come Cuba, nel 1978 adottò, con altri 133 Stati e 67 agenzie internazionali, la epocale Dichiarazione di Alma Ata sull’assistenza sanitaria primaria (la primary health care) come prospettiva di

Bibliografia

1 Taylor L. Cuba health crisis: blackouts and fuel shortages following Trump pressure. BMJ 2026; 392: s383.

2 Broche-Pérez Y, Fernández-Fleites Z. Powerless and pressured: mental health vulnerabilities in the context of prolonged blackouts in Cuba. Soc Sci Med 2026; 403: 119419.

3 Jayapal P, Jackson J. What we saw in Cuba shocked us. The New York Times, 11 maggio 2026.

4 UN human rights office (Ohchr). United States must end “energy starvation” of Cuba with severe human rights impacts: UN experts. Ohchr press release, 7 maggio 2026.

5 Agli Stati Uniti non piace che i medici cubani vengano a lavorare in Italia. il post, 23 febbraio 2026.

6 Sliwa Ruiz S, Becker M, Hone T, Rocha R. What happens to population health when the doctors leave? Evidence from the exit of Cuban doctors in Brazil. J Health Econ 2026; 106: 103099.

7 Una lettera aperta per il sistema sanitario di Cuba. L’appello di un gruppo di riviste scientifiche, per rompere l’assedio imposto da Trump. Il punto, 27 maggio 2026.

riferimento per raggiungere “la salute per tutti” nell’anno 2000. Un impegno che coniugava la salute ai diritti umani alla giustizia sociale per rendere universalmente accessibili i servizi sanitari essenziali. Un impegno politico, sociale e professionale, individuale e istituzionale, nell’area della salute e della sanità, del sociale e del sanitario, dello star bene e meglio (welfare) nell’ambiente di vita e di lavoro. Un impegno oneroso e ambizioso come tutti quelli volti alla garanzia dei diritti umani, intesi come diritti della collettività oltre che dei singoli individui. Se la finalità comune è rappresentata dal garantire a tutti lo star bene e meglio, il vivere e lavorare in salute, secondo principi di equità, l’impegno e la responsabilità è di tutti, dei singoli e della collettività.

Questa la prima ragione (il diritto universale alla salute per tutti) che ha motivato la stesura e l’invio della lettera propositiva alla presidente del Consiglio e al ministro della salute7 ( pagina 6) affinché l’Italia si attivi a difesa della salute del popolo cubano. Quasi un obbligo, anche di riconoscenza, (seconda ragione) dopo che le brigate sanitarie cubane hanno contribuito in molte realtà, quali Torino, Bergamo e la bassa padana, a combattere la pandemia covid­19 e circa 400 medici cubani dal 2022 consentono di garantire l’assistenza sanitaria in Calabria. y

IL PuNTo suLLA CRIsI sANITARIA

Blackout, sanzioni e vaccini. La ricerca a Cuba

Da mesi ormai Cuba è al buio, non c’è carburante a causa del bloqueo, sistema di sanzioni imposto dagli Stati Uniti. Ma nelle strade così come negli ospedali dell’Avana la vita – a fatica – continua.1

Il blocco economico e finanziario non riguarda solo merce e carburante ma penetra fin dentro i laboratori di biotecnologia. Fare ricerca e sviluppo di prodotti biotecnologici necessari per la sanità pubblica è compromesso. I reagenti sono introvabili ed è vietata la vendita a Cuba di apparecchiature che contengano il 10 per cento o più di componentistica statunitense. I software e le pubblicazioni scientifiche, l’accesso all’informazione e lo scambio tra professionisti subiscono le limitazioni imposte dal blocco economico.2

Nonostante si arrivi anche a 36 ore consecutive di blackout, i laboratori più importanti continuano a mantenere vivo lo spirito scientifico. Molti hanno installato pannelli solari per potenziare i generatori di emergenza e garantire il funzionamento delle apparecchiature. L’Instituto Finlay de Vacunas ha acquistato biciclette elettriche per i dipendenti che devono percorrere lunghi tragitti per andare al lavoro.1

“Per spiegare il peso che hanno le scelte politiche e di mercato internazionali rispetto all’accesso al diritto alla salute per molte popolazioni, porto spesso l’esempio del vaccino contro la polmonite”, ha spiegato Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr presso l’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica. “Lo Streptococcus pneumoniae continua a rappresentare il princi­

Tra crisi umanitaria e il modello pubblico

di innovazione

pale killer infettivo nei primi cinque anni di vita dei bambini in tutto il mondo; è infatti responsabile ogni anno di circa 200.000­250.000 decessi a livello globale, in larga parte per polmoniti invasive, meningiti e sepsi prevenibili mediante la vaccinazione, sebbene siano disponibili vaccini efficaci e sicuri”. La distribuzione geografica della mortalità è profondamente disomogenea e iniqua: i tassi più elevati di morte per polmonite si registrano nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale e sudorientale, mentre risultano molto più bassi in Europa e Nordamerica.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2021 solo circa il 50 per cento dei bambini al compimento del primo anno d’età aveva ricevuto la terza dose di vaccino pneumococcico, lasciando milioni di bambini esposti al rischio infettivo. Questa disuguaglianza vaccinale riproduce e amplifica la negazione dei diritti (anche) di salute a livello globale: le popolazioni più colpite dall’infezione e dagli esiti sono quelle con la minore copertura vaccinale.

Contro questo batterio i Paesi più ricchi hanno la possibilità di avere i vaccini coniugati che costano tra 200 e 300 dollari la dose. Ogni bambino ha bisogno di tre do­

si per l’immunizzazione completa. Cuba ha sviluppato QuimiVio, il vaccino pneumococcico coniugato eptavalente (oggi candidato vaccinale 11­valente) presso l’Instituto Finlay de Vacunas, nonostante queste condizioni. Questo risultato rappresenta una risposta scientifica, politica e umana alle costanti barriere che limitano l’accesso ai vaccini coniugati a Cuba e ai Paesi a basso reddito”.

Il ricercatore continua: “La scelta cubana di sviluppare QuimiVio risponde dunque a una logica volta a sottrarre la produzione e distribuzione del vaccino contro lo S. pneumoniae dalla dipendenza dai mercati internazionali delle multinazionali e a creare un’opzione tecnologica pubblica per contesti con risorse limitate. QuimiVio e altri vaccini cubani dimostrano che

La sfida, nell’interesse del bene comune, è che anche i vaccini cubani siano disponibili senza ostracismo politico ed economico di pochi a danno di molti

l’innovazione vaccinale può emergere anche al di fuori dei circuiti industriali delle multinazionali, anche in condizioni di emergenza umanitaria prolungata. La sfida, nell’interesse del bene comune, è che anche i vaccini cubani siano disponibili senza ostracismo politico ed economico di pochi a danno di molti”.

Il ricercatore spiega così l’alternativa al modello di innovazione farmaceutica dominante. “Sono convinto che questo modello debba essere esteso anche fuori da Cuba: è l’unica alternativa possibile per garantire che le più avanzate vaccinazioni possano essere alla portata di tutti”. Protagonisti del filantrocapitalismo come la Bill & Melinda Gates Foundation e la Vaccine Alliance GAVI hanno investito nella copertura vaccinale in molti Paesi, ma operano con un approccio in cui i mezzi di produzione dell’innovazione vaccinale sono concentrati in mano di pochi attori privati e i prezzi riflettono i rapporti di forza del mercato più che i bisogni sanitari delle popolazioni, configurando una forma di imperialismo (anche) sanitario.2

Foto di Mehmet Turgut Kirkgoz (Pexels) / CC BY

La solidarietà scientifica internazionale

La comunità scientifica globale dispone di strumenti, riviste, conferenze, reti di collaborazione che potrebbero aggirare almeno in parte le sanzioni, tuttavia le collaborazioni internazionali e i finanziamenti per la ricerca provenienti dall’estero stanno diminuendo. La Fondazione Gates, per esempio, ha una politica antiterrorismo che vieta di destinare fondi a Cuba.1

Secondo Chiodo, “ci sono diversi livelli di aiuto da parte della comunità scientifica internazionale. Negli anni diversi scienziati in giro per il mondo hanno aiutato la biotecnologia cubana dietro le quinte, esponendosi. In moltissimi Paesi c’è la paura del ricatto, perché nel momento in cui un professore universitario firma un accordo bilaterale per iniziare una collaborazione con istituti di biotecnologia cubana su uno specifico progetto, potrebbe rischiare il licenziamento. Dal punto di vista della solidarietà umana e scientifica c’è sempre stato il massimo supporto da parte di tanti scienziati del mondo, inclusi quelli nordamericani. Posso dire con orgoglio soprattutto di quelli italiani. Esporsi al livello individuale, invece, è un rischio più alto”.

I numeri di una crisi: mortalità infantile e patto sociale a rischio

La crisi del sistema sanitario cubano è il risultato di un embargo cronico che ha progressivamente eroso infrastrutture, risorse e diritti umani. Eppure il sistema ha retto per decenni proprio sullo sforzo di un patto sociale tra medici, ricercatori e cittadini.

Chiodo afferma che “il patto c’è sempre perché nel contesto cubano il sistema sanitario, biotecnologico e soprattutto i cittadini sono uniti tutti insieme, anche sostenuti da una buona formazione di base scientifica e culturale. Questo connubio porta a credere molto nella ricerca, nella scienza e soprattutto nella medicina, e non si è mai rotto”.

Negli ultimi anni il blocco economico e finanziario ha aumentato del 148 per cen­

to il tasso di mortalità infantile a Cuba. Fino a pochi anni fa l’isola aveva uno dei tassi di mortalità infantili più bassi dell’emisfero occidentale, inferiore persino a quello statunitense; oggi è dell’83 per cento più alto rispetto agli Stati Uniti. Gli autori di un report pubblicato dal Center for economic and policy research (Cepr)3 sostengono che la causa principale di questo aumento sia l’inasprimento delle sanzioni statunitensi avviato nel 2017 sotto la prima amministrazione Trump, proseguito con l’amministrazione Biden – che ha mantenuto gran parte delle misure – e ulteriormente rafforzato dalla seconda amministrazione Trump. Citano a supporto uno studio pubblicato nel 2025 su The Lancet Global Health4 secondo cui le sanzioni unilaterali causerebbero circa 564.000 morti l’anno a livello globale, di cui il 51 per cento tra bambini sotto i 5 anni – una sproporzione enorme rispetto al peso demografico di questa fascia d’età. L’articolo documenta, anche tramite visite dirette del Cepr a strutture cubane, gravi carenze di siringhe, inalatori, soluzione fisiologica, apparecchiature diagnostiche e pezzi di ricambio. I blackout hanno reso critica la gestione di incubatrici neonatali e ventilatori, il personale ha dovuto in alcuni casi ventilare manualmente i neonati durante le interruzioni di corrente. “Quel patto sociale esiste ancora, ma in questo momento è nettamente in crisi a causa delle estremizzazioni del blocco criminale”, afferma Chiodo. Il rischio che il patrimonio di competenze e il saper fare cubano vadano dispersi è molto alto.

“La responsabilità di preservarlo è in mano a ogni cittadino: bisogna opporsi, parlarne e resistere. È in mano di tutti noi il patrimonio di una ricerca non finalizzata al profitto”. y

A cura della redazione il punto

Bibliografia

1 Stone R. As U.S. blockade bites, Cuba’s health care and science suffer. Science 2026; 392: 6793.

2 Chiodo F. Cuba deve respirare: vaccini pneumococcici tra scienza sanzioni e blocco economico. Ricerca&Pratica 2026; 42: 1-3.

3 Main A, Sammut J, Weisbrot M, Long G. US sanctions and the sharp rise in infant mortality in Cuba. Cepr.net, 27 aprile 2026.

4 Rodríguez F, Rendón S, Weisbrot M. Effects of international sanctions on agespecific mortality: a cross-national panel data analysis. The Lancet Global Health 2025; 13: e1358-e1366.

Neutralità o complicità? Religione, medicina e le ragioni del potere

L’idea che religione e medicina debbano mantenere una posizione di neutralità politica è oggi ampiamente condivisa. Tuttavia, quando chi detiene il potere adotta politiche che limitano diritti fondamentali, tale concezione diventa difficilmente sostenibile. Questo contributo argomenta che, in presenza di violazioni della dignità umana, il silenzio di istituzioni eticamente orientate non rappresenti un esempio di equilibrio, bensì una forma di complicità. Ne consegue la necessità di una presa di posizione esplicita contro modelli politici che subordinano i diritti umani alla logica del potere.

Il mito della neutralità

La neutralità istituzionale, rispetto ad accadimenti di varia natura, è spesso invocata come garanzia di ponderato equilibrio. Essa, però, diventa discutibile quando viene applicata indiscriminatamente anche in situazioni in cui sono in gioco diritti fondamentali delle persone. È necessario, perciò, distinguere tra neutralità rispetto a scelte partitiche, cioè da appartenenza politica o elettorale e neutralità morale, ovvero astensione da giudizi etici, anche a fronte di violazioni evidenti dei diritti fondamentali.

Nel dibattito contemporaneo emergono modelli politici che subordinano i diritti universali a logiche di sicurezza, sovranità e/o identità nazionale

La prima è essenziale per mantenere credibilità e autonomia; mentre la seconda, caratterizzata dall’assenza di giudizio morale in contesti di ingiustizia, appare assolutamente non condivisibile e rimanda ai comportamenti descritti da Hannah Arendt nel suo famoso saggio La banalità del male.

Medicina e responsabilità etica

Il giuramento di Ippocrate e i codici deontologici in genere impongono la tutela della salute e della vita come valori primari. Organizzazioni come Médecins Sans Frontières e Save the Children hanno più volte denunciato attacchi a strutture sanitarie e limitazioni dell’accesso alle cure in contesti di guerra. Strumenti che, seppur banditi da tutte le convenzioni internazionali, vengono puntualmente utilizzati negli scenari bellici.

In casi del genere il silenzio non rappresenta neutralità, bensì una rinuncia alla responsabilità professionale.

Religione: dalla neutralità alla responsabilità

Le tradizioni religiose si fondano su principi etici universali: dignità umana, solidarietà tra individui e popoli, tutela dei vulnerabili. Don Lorenzo Milani ha sottolineato questo principio, affermando che “l’obbedienza non è più una virtù”, in aperta critica proprio alla neutralità passiva.

Nel dibattito contemporaneo emergono modelli politici che subordinano i diritti universali a logiche di sicurezza, sovranità e/o identità nazionale. La linea incarnata da Donald Trump ne è un clamoroso esem­

pio. Essa restringe i diritti, dentro e fuori i confini nazionali, in nome della sicurezza, e delegittima le istituzioni sovranazionali. A questa visione si contrappongono nettamente quella di papa Leone XIV e di papa Francesco prima di lui, che richiamano invece la centralità della persona umana, la dignità dei migranti, la responsabilità globale verso i più vulnerabili. Si tratta di posizioni inconciliabili che partono da visioni etiche incompatibili.

Priorità politiche: il dilemma del riarmo

Negli ultimi anni si è registrato un significativo aumento globale delle spese militari, giustificato con esigenze di sicurezza e instabilità geopolitica. Ciò solleva una questione eticamente centrale: quale equilibrio tra difesa nazionale e tutela sociale è compatibile con il principio della dignità umana?

Secondo numerose analisi internazionali, l’incremento degli investimenti militari si accompagna a pressioni sui bilanci pubblici, con ricadute negative su sanità, istruzione e welfare. Il problema non è l’esistenza della difesa, ma il peso della sua priorità. Come sottolinea Filippo Anelli, presidente della FNOMCEO, è necessario costruire una visione politica che rimetta al centro la salute pubblica, rafforzando il sistema sanitario in una prospettiva universalistica e promuovendo una cultura della pace come obiettivo concreto, necessario e immediato.

Neutralità come complicità

Quando le istituzioni con evidenti connotazioni etiche scelgono di non esporsi, evitando prese di posizione e giudizi espliciti, legittimano, di fatto, lo status quo, indeboliscono la tutela dei diritti, rinunciano al proprio ruolo di coscienza critica. In tali contesti, la neutralità si configura come una forma di partecipazione passiva all’ingiustizia.

Religione e medicina non devono diventare strumenti della politica, ma non possono neppure sottrarsi quando la politica

Religione e medicina non devono diventare strumenti della politica, ma non possono neppure sottrarsi quando la politica ferisce la dignità umana

ferisce la dignità umana. Il loro compito è porre limiti etici al potere, denunciare violazioni e difendere chi non ha voce.

Conclusioni

In contesti di crisi umanitaria o disuguaglianza estrema, la neutralità può trasformarsi in abdicazione morale, fino alla complicità silenziosa. Seguendo l’eredità di don Lorenzo Milani, il problema non è prendere posizione, ma non prenderla quando è necessario.

Distinguere tra neutralità partitica e responsabilità morale consente di riconoscere la legittimità del ruolo – talvolta necessario – di religione e medicina nel dibattito pubblico. Non si tratta di imporre visioni ideologiche, ma di riaffermare un principio fondamentale: la vita, la salute e la dignità umana si antepongono a qualsiasi appartenenza politica.

Il Manifesto “Medici e Pace” della FNOMCeO ribadisce con chiarezza questo impegno: “Ogni atto medico è un atto di pace. (...) La guerra rappresenta la negazione della pace, dei diritti e della dignità umana”. E noi medici non possiamo restare neutrali di fronte alla negazione della vita. y

Bibliografia

essenziale

Versione integrale del Manifesto “Medici e Pace”

Hannah Arendt. Eichmann in Jerusalem: A report on the banality of evil. Penguin Books, 1963.

Paul Farmer. Pathologies of Power: health, human rights, and the new war on the poor. university of California Press, 2004.

World Health organization. surveillance of attacks on healthcare – Reports. 2023-2025.

Médecins sans Frontières. Humanitarian reports and field analyses, 2022-2025. united Nations. universal declaration of human rights. 1948.

Beauchamp, Childress JF. Principles of biomedical ethics. oxford university Press, 2019.

Wolff J. The human right to health. New York: W.W. Norton & Company, 2012. Papa Francesco. Fratelli tutti. Libreria Editrice Vaticana, 2020.

FNoMCe o Manifesto “Medici e Pace” e documenti istituzionali sulla responsabilità etica della professione medica 2024-2026.

Il medico di oggi per la Planetary Health

Cosa significa oggi essere medici in un mondo malato?

Martina Meocci

Medico in formazione specialistica in Malattie dell’apparato respiratorio

Presidente Isde Sezione Siena

Ambasciatrice per il Patto europeo per il clima

Durante il congresso “35 anni di ISDE: un pianeta sano per una vita sana”, tra dati epidemiologici e testimonianze dal campo, aleggiava una domanda comune, urgente e ineludibile: cosa significa oggi essere medici in un mondo malato? Non malato nel senso clinico ordinario. Malato nei suoi ecosistemi, nel suo clima, nella sua biodiversità. È da questa domanda che prende forma il paradigma della Planetary Health e con esso una nuova visione del ruolo medico.

La Planetary Health: una scienza

La salute planetaria non è una corrente ideologica travestita da medicina. È un paradigma scientifico rigoroso, formalizzato dalla commissione The Lancet nel 2015, che riconosce l’interconnessione profonda tra salute umana, sistemi naturali e sistemi sociali. La tesi centrale è tanto semplice quanto rivoluzionaria: non esiste salute umana senza salute del pianeta. L’inquinamento atmosferico causa circa sette milioni di morti premature l’anno

La medicina non può continuare a operare come se i pazienti fossero entità isolate dal loro contesto

secondo l’Organizzazione mondiale della sanità; il cambiamento climatico amplifica la diffusione di malattie infettive, altera i calendari pollinici, aumenta le patologie cardiovascolari e respiratorie; la perdita di biodiversità favorisce l’emergere di zoonosi. In questo quadro, la medicina non può continuare a operare come se i pazienti fossero entità isolate dal loro contesto. I polmoni non respirano in un vuoto: respirano l’aria di una città, di un sistema industriale.

Dal paziente isolato all’ecosistema: il cambio di paradigma

La medicina moderna ha costruito i propri fondamenti attorno alla cura centrata sul paziente – principio nobile e irrinunciabile, ma che da solo non basta più. Siamo chiamati a passare da una visione puntuale a una visione sistemica: da una medicina del singolo organo a una medicina dell’ecosistema; da un approccio reattivo a uno preventivo, che agisce sui determinanti ambientali e sociali della salute a monte. Questo richiede anche un’evoluzione del principio di precauzione: non aspettare la certezza assoluta per agire, ma agire quando le evidenze disponibili segnalano un rischio significativo.

Le tre dimensioni del ruolo medico nell’era della salute planetaria

1. La clinica individuale: cure sostenibili e prescrizioni verdi Il primo livello di azione è la relazione clinica quotidiana. Incoraggiare il paziente a camminare o usare la bicicletta non è solo un consiglio cardiologico: è anche un contributo alla riduzione delle emissioni locali. Consigliare una dieta a prevalenza

vegetale non è solo prevenzione di malattie croniche: è anche riduzione dell’impatto degli allevamenti intensivi. Al centro di questo approccio vi sono anche le prescrizioni verdi: raccomandazioni terapeutiche – fondate su evidenze solide – di trascorrere regolarmente del tempo in ambienti naturali come parte del piano di cura.

2. Educazione: il medico come moltiplicatore di consapevolezza

Il medico gode di un capitale di fiducia sociale che poche altre figure possono vantare. Occorre investire nell’alfabetizzazione ambientale e climatica: con i pazienti, spiegando il legame tra qualità dell’aria e patologia respiratoria; con i colleghi, promuovendo una sanità sostenibile, per esempio attraverso la scelta di inalatori a basso impatto di carbonio e la riduzione degli sprechi (il settore sanitario è responsabile del 4­5 per cento delle emissioni globali di gas serra); con gli studenti di medicina, formando professionisti capaci di leggere le patologie anche attraverso la lente ambientale. La salute planetaria è ormai una competenza trasversale imprescindibile.

3. Advocacy e responsabilità deontologica: il medico nella sfera pubblica

Il medico ha il dovere etico e deontologico di alzare la voce. Il codice deontologico italiano già richiama la responsabilità verso la salute collettiva e le generazioni future: agire sui determinanti ambientali è coerente con questo mandato. Non agire equivale a trattare i sintomi di una malattia ignorandone la causa. Agire significa battersi contro l’inquinamento atmosferico, promuovere la mobilità urbana sostenibile, sostenere sistemi alimentari sani, difendere la biodiversità come presidio sanitario. Le alleanze strategiche – con scuole, amministrazioni locali, associazioni, terzo settore – moltiplicano l’impatto della voce medica nella sfera pubblica.

Il medico gode di un capitale di fiducia sociale da investire nella promozione dell’alfabetizzazione ambientale e climatica

Il mondo già si muove: esempi internazionali

In Finlandia, la figura del Planetary Health physician integra formalmente la dimensione climatica nella pratica clinica nazionale. Il Manifesto “Doctors for Future”, firmato da decine di migliaia di operatori sanitari, ha portato la voce medica dal G7 alle Cop sul clima. In Canada e nel Regno Unito, le green prescriptions sono parte dei percorsi di cura primaria: il medico prescrive formalmente tempo in natura, con accesso gratuito a parchi e riserve. Reti come Doctors for Planetary Health e Isde,

PER APPROFONDIRE

Le green prescriptions

Le prescrizioni verdi sono raccomandazioni terapeutiche formali con cui il medico invita il paziente a trascorrere tempo a contatto con la natura – parchi, boschi, aree verdi urbane – come parte integrante del piano di cura. Le evidenze scientifiche a sostegno di questo approccio sono robuste. Per esempio, una ricerca pubblicata su Pnas1 documenta la riduzione dei livelli di cortisolo e della ruminazione mentale; uno studio sugli effetti fisiologici dello shinrinyoku (bagno nella foresta) evidenzia il miglioramento della variabilità della frequenza cardiaca e l’abbassamento della pressione arteriosa;2 l’attention restoration theory di Kaplan & Kaplan descrive gli effetti benefici su ansia, depressione e burnout;3 ulteriori studi segnalano incremento dell’attività fisica spontanea e miglioramento della qualità del sonno. In Scozia e Canada, programmi strutturati di nature prescription sono già integrati nella medicina generale. In Giappone, lo shinrin-yoku è riconosciuto come pratica terapeutica dal Ministero della salute.

1 Bratman GN, Hamilton JP, Hahn KS, et al. Nature experience reduces rumination and subgenual prefrontal cortex activation. Proc Natl Acad Sci 2015; 112: 8567-72.

2 Park BJ, Tsunetsugu Y, Kasetani T, et al. The physiological effects of Shinrin-yoku (taking in the forest atmosphere or forest bathing): evidence from field experiments in 24 forests across Japan. Environ Health Prev Med 2010; 15: 18-26.

3 Kaplan, S. The restorative benefits of nature: toward an integrative framework. J Environmental Psychol 1995; 15: 169-182.

insieme a strumenti come il “Green impact toolkit” del Royal college of general practitioners, forniscono un supporto concreto a chi vuole intraprendere questo percorso. L’Italia, con la sua tradizione di medicina territoriale, ha tutte le potenzialità per essere protagonista di questa transizione.

Conclusione: diventare medici della Planetary Health

Essere un medico della Planetary Health significa osservare e segnalare quando i determinanti ambientali minacciano la salute delle comunità; leggere le malattie

Il medico del futuro cura la Terra curando le persone

come segnali di un sistema che va fuori equilibrio; tradurre il sapere scientifico in azione civile. Non è un compito aggiuntivo: è una ridefinizione del senso stesso della professione medica nell’era che stiamo vivendo. La crisi climatica è, a tutti gli effetti, una crisi sanitaria. Come ogni crisi sanitaria, richiede medici che si prendano cura della Terra e delle persone nello stesso gesto. y

Costantino Panza

Pediatra

Ausl di Reggio Emilia

Ripetutamente si assiste a notizie di cronaca come quella della bambina di Bordighera. Le storie, riportate con attenzione e accuratezza dai media, restano però alla superficie del problema. Che cosa continua a mancare per dare un significato più compiuto a queste vicende di maltrattamento?

La piccola Beatrice, così il nome della bambina di Bordighera, e le sue due sorelline non sono solo le vittime di un dramma all’interno di una famiglia che – così leggiamo dalle cronache – non funziona,

ma sono anche un esempio di cosa non funziona nella nostra comunità. I bambini in Italia in cura ai servizi sociali per problematiche di maltrattamento, secondo il più recente report pubblicato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e realizzato da Cismai e Terre des Hommes con il supporto di Istat2, sarebbero circa quattro ogni trecento bambini. Già questo dato dà una consistenza importante a un fenomeno che descrive non solo sofferenza e dolore per il bambino e la sua famiglia, ma che ci ricorda che questo dolore, quan­

La piccola Beatrice e i bambini invisibili

Il caso di Bordighera riguarda l’intera comunità

do non porta alla morte, condurrà a forme di vita adulta vissute con vari gradi di disabilità fisica e mentale, con una conseguente incapacità lavorativa, sentimentale, di relazione affettiva e di socializzazione: un costo umano enorme, e non solo. La valutazione economica indica che la spesa per la comunità è elevatissima, dalla perdita di produttività, all’attivazione di interventi di sostegno sociale e sanitario, alla mancanza di produzione di reddito, e quindi di tasse. In altre parole, se si vuole aumentare il pil e ridurre le spese del Pa­

Il maltrattamento è la più frequente malattia cronica e invalidante di tutta l’infanzia

ese, si dovrebbe investire (non spendere) molto di più in servizi per il sostegno all’infanzia: il guadagno per tutti è assicurato. Non è una affermazione ad effetto, ma una considerazione fatta da precise misurazioni che hanno meritato il premio Nobel per l’Economia nel 2000 a James Heckman.

Si dice che la vicenda della piccola Beatrice e delle sue sorelline è solo la punta di un iceberg, di un sommerso che non viene a galla. Abbiamo quattro bambini su trecento seguiti dai servizi sociali, ma in realtà, secondo le stime scientifiche per la Regione europea (Italia inclusa), per ogni bambino in carico ai servizi ce ne sono almeno altri dieci non diagnosticati, non conosciuti, che vivono il maltrattamento: la più frequente malattia cronica e invalidante di tutta l’infanzia. Quindi, dobbia­

mo pensare che su trecento bambini almeno quarantaquattro hanno in corso, hanno avuto o avranno un maltrattamento che invaliderà la loro vita.

Conoscere per prevenire

Queste considerazioni epidemiologiche ed economiche meritano ancora un titolo sui giornali per impressionare il pubblico. Ma poi, cosa facciamo? È questa la domanda che dovrebbe interessarci come cittadini, convinti che l’infanzia sia il nostro futuro. Allora, che cosa è possibile fare?

In Italia manca un registro nazionale sul maltrattamento, ossia un flusso informativo amministrativo di tutte le situazioni dove un bambino ha subito un abuso alla sua persona. L’assenza di dati precisi su questo fenomeno è alla base dell’impossibilità di misurare e pertanto di strutturare interventi precisi per contrastare il fenomeno. Sembra assurdo, ma quando il Ministero della giustizia ha chiesto quanti bambini fossero nelle stesse condizioni della famiglia del bosco, non è stato possibile dare una risposta precisa. Se gli inquirenti del caso di Bibbiano avessero avuto accesso ai dati di altri distretti in Emilia o in Italia, avrebbero avuto maggiori informazioni per capire se quella di Bibbiano fosse un’anomalia. Per costruire un registro di dati amministrativi è necessaria una legge dello Stato: una legge che noi non abbiamo.

Si dice che la piccola Beatrice era una bambina nascosta: è vero. La mamma non la portava in visita nel timore – così riportano le cronache – che le fosse portata via. Il pediatra non può obbligare una famiglia ad avere controlli programmati nel tempo per

4 su 300 i bambini seguiti dai servizi sociali per maltrattamento

44 su 300 i bambini che, secondo le stime, vivono o vivranno un’esperienza di maltrattamento x 13

l’aumento dei casi individuati quando gli operatori sono specificamente formati

Dati: Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza - ClSMAI - Fondazione Terre des Hommes Italia, 2025

L’assenza di dati precisi è alla base dell’impossibilità di misurare e pertanto di strutturare interventi per contrastare il fenomeno

valutare le condizioni di crescita e di sviluppo del bambino, anche se i bilanci di salute sono un pilastro dell’assistenza pediatrica. Ricordiamo, però, che lo Stato ha deciso, per legge, l’obbligatorietà dei vaccini. Se i genitori non portano il bambino all’ambulatorio vaccinale, parte una segnalazione ai servizi sanitari e all’autorità giudiziaria; poco importa quale sarà la conseguenza, sanzione amministrativa o limitazione alla frequenza di comunità. Quando sentiamo la frase “Il bambino non è una proprietà dei genitori”, per evitare che rimanga uno slogan vuoto di senso, è necessario pensare concretamente a provvedimenti che riconoscano il bambino come un bene di tutta la comunità e che come tale debba avere sempre una attenta assistenza sanitaria, anche se i genitori, per i più diversi motivi, non riescono a gestirla. Un altro punto fondamentale è la preparazione degli operatori sanitari. In alcune nazioni è obbligatorio che ogni professionista sanitario a contatto con il bambino debba avere un training permanente sul maltrattamento: un numero di ore di formazione ogni tre anni dopo un corso completo di base iniziale. In Italia noi medici abbiamo l’obbligo di frequentare un corso sulla radioprotezione (giustissimo), ma ci si dimentica spesso di formare gli operatori sanitari, soprattutto i pediatri, sul maltrattamento all’infanzia e all’adolescenza. Un’esperienza – misurata scientificamente – ha portato in affiancamento ai medici di 19 strutture di pronto soccorso un operatore formato a valutare la possibilità di maltrattamento attraverso uno strumento standardizzato.1 I dati hanno evidenziato che, in questa sperimentazione durata 15 giorni, il maltrattamento era stato sospettato come probabile o certo in

circa il 2 per cento delle visite, un valore tredici volte superiore a quello abitualmente registrato. Com’è la situazione oggi negli ambulatori pediatrici?

Dalle politiche per l’infanzia alle riforme necessarie

LEGGI ANCHE

L’articolo di Costantino Panza sul maltrattamento infantile: dall’epidemiologia alla diagnosi con il coinvolgimento di più figure professionali.

Poi c’è il vasto argomento degli interventi che si possono fare per sostenere la famiglia e proteggere il bambino. Ce ne sono tantissimi da applicare nei più diversi contesti e molti di ottima efficacia. Ne ricorderei solo uno: l’asilo nido per tutti i bambini. Se la piccola Beatrice avesse frequentato un asilo nido avrebbe avuto l’opportunità di vivere in un ambiente protetto per gran parte della giornata, i genitori avrebbero avuto contatti con le educatrici, incontri dove si possono consigliare strategie di comportamento del genitore per affrontare le più diverse problematiche; inoltre, assenze prolungate, così come la presenza di lividi, disturbi del comportamento o segni di trascuratezza, non sarebbero passate inosservate. Nel Nordeuropa gli asili nido sono frequentati da oltre il 90 cento dei bambini, e il loro sviluppo linguistico e cognitivo è migliore rispetto a quello dei bambini che restano a casa. Con la rimodulazione al ribasso degli investimenti del Pnrr sugli asili nido abbiamo perso una grande occasione per compiere un salto qualitativo nell’assistenza all’infanzia. Infine, è bene spendere due parole sulla legislazione in merito al maltrattamento all’infanzia, dispersa tra tante norme, talvolta di difficile interpretazione. In Italia manca una legge specifica sul maltrattamento all’infanzia, capace di integrare la conoscenza del fenomeno con le strategie di prevenzione e intervento e di dare una struttura organica ai diversi servizi preposti al sostegno e alla protezione dell’infanzia. È stata presentata per la prima vol­

La cultura stimola la creazione delle leggi, ma è anche vero che le leggi fanno cultura

ta in Italia una proposta di legge organica (n. 2801 del 26 novembre 2020, XVIII Legislatura) a cura del pediatra Paolo Siani, ma è stata di fatto dimenticata sia dal Parlamento della legislatura precedente sia da quello attuale.

La cultura stimola la creazione delle leggi, ma è anche vero che le leggi fanno cultura.

Le punizioni fisiche sono ancora largamente utilizzate dai genitori e, ad oggi, in Italia non vi è una legge specifica che vieti qualsiasi forma punizione, come schiaffi, sculacciate o strattoni, se non quando tali comportamenti sono configurabili come abuso di mezzi di correzione. Quasi tutti i Paesi europei hanno una normativa adeguata (vedi il sito endcorporalpunishment.org). E noi cosa aspettiamo per ricordare che il nostro Stato – cioè noi tutti – è contrario a qualsiasi forma di punizione corporale? Qualcuno potrebbe contestare che qualche scapaccione o una umiliazione del bambino può fare bene alla crescita. Sono centinaia le ricerche scientifiche che hanno accertato il danno che provoca allo sviluppo l’utilizzo delle percosse date con intento educativo, e non solo punitivo e umiliante. Le notizie devono informare e permettere, a chi le legge, di costruirsi una opinione

La

vicenda

della

piccola

Beatrice

e delle sue sorelline non riguarda solo quella famiglia di Bordighera, ma riguarda tutti noi

che possa andare oltre la singola storia: se si vuole capire il punto, allora è bene osservare la circonferenza. Ed è da questa complessa circonferenza che dobbiamo partire se come obiettivo abbiamo il desiderio di non voler più leggere di queste notizie. Le opportunità per intervenire in modo efficace esistono. Spetta alla coscienza civile, alla comunità e ai decisori politici di fare la loro parte. La vicenda della piccola Beatrice e delle sue sorelline non riguarda solo quella famiglia di Bordighera, ma riguarda tutti noi. y

Bibliografia

1 Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Cismai, Fondazione Terre des Hommes Italia. Seconda indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, 2025.

2 Gruppo nazionale PES 2000. Prevalenza, caratteristiche e fattori di rischio nel maltrattamento infantile: una overview dei risultati di uno studio nazionale in 19 servizi di pronto soccorso pediatrico. Gruppo Nazionale PES-2000, pp. 200-206. In: Istituto superiore di sanità, Progetto nazionale salute mentale. Rapporti ISTISAN 01/2.

L’odontoiatra sentinella

Per la prevenzione, la diagnosi precoce e la tutela della salute

Il dentista è frequentemente percepito nell’immaginario collettivo come una figura “tecnica” capace e insostituibile, ma ancora molto distante dalla categoria medica alla quale a tutti gli effetti appartiene. Da alcuni decenni si parla del ruolo fondamentale dell’odontoiatra sentinella, probabilmente uno dei pochissimi se non l’unico medico che un paziente potrebbe vedere nel corso dell’anno. La crescente diffusione della Medicina orale riconosce alla professione odontoiatrica un ruolo cardine della salute del paziente dal momento che amplia gli orizzonti clinici e apre a nuove opportunità terapeutiche. Le evidenze scientifiche dell’ultimo ventennio mettono in luce come l’ecosistema orale influenza non solo la salute locale ma anche quella sistemica, e quindi odontoiatri e igienisti dentali sono fondamentali nel prevenire e intercettare le malattie sistemiche. C’è evidenza scientifica relativa al legame tra malattia parodontale e diabete, così come il legame con le malattie cardiovascolari.

Se, come dicono infatti i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2030 il 10 per cento della popolazione adulta mondiale soffrirà di diabete e se esiste una correlazione per cui chi soffre di parodontite sviluppa più facilmente un diabete di tipo 2 (ma anche il contrario), ebbene la bocca non può che apparire veramente come uno specchio della salute. Essendo la cardiopatia ischemica una possibile conseguenza di alcune patologie

orali, si rafforza la necessità di effettuare regolari controlli odontoiatrici. In particolare, i pazienti affetti da diabete dovrebbero essere consapevoli dell’importanza dei richiami periodici, che consentono di prevenire le malattie orali e di ridurre la necessità di interventi più invasivi e costosi.

In un editoriale della rivista Prevention International Magazine for Oral Health, Annamaria Genovesi – una delle madri dell’Igiene orale italiana – incitava a “evitare di ridurre la professione ad un rapporto tecnico concentrato sugli aspetti procedurali per arrivare ad una più profonda relazione di cura incentrata sulla persona con cui, per il nostro ruolo, ci confrontiamo e finalizzata alla costruzione della sua salute”.

Nel suo ultimo libro autobiografico Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani definisce i medici che lo curavano per cancro negli Stati Uniti “aggiustatori”, per il rapporto che instaurano con il corpo “staccato” dalla persona: “Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volere o poterne tenere conto”.

Il bioeticista Sandro Spinsanti scrive relativamente al positivismo del secolo XIX, che ha continuato la sua influenza nel secolo XX e persino nel XXI, che “la malattia non è più qualcosa che capita all’uomo nel suo insieme, ma qualcosa che succede ai suoi organi. Lo studio delle cause della malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti, nelle strutture cellulari e nella stessa costituzione delle molecole biochimiche fondamentali. Il fatto morboso si ritiene compreso quando

Patrizia Biancucci

Medico chirurgo Specialista in Ortognatodonzia

si può spiegare stabilendo il rapporto causa­effetto, sulla base delle leggi che regolano i fatti fisico­chimici”.

Marco Mozzati, medico chirurgo specializzato in Odontostomatologia, spiega che “prima di intraprendere il percorso implanto­protesico di un paziente con patologie sistemiche, è indispensabile procedere all’analisi di una serie di parametri di rischio; quelli sui quali è sicuramente imprescindibile soffermarsi sono essenzialmente quattro”. Il primo parametro prende in analisi il rischio emotivo. Il secondo parametro prende in analisi il rischio fisico­sistemico che comprende le patologie di cui il paziente è portatore e le terapie, in atto e pregresse, che possano compromettere l’andamento del percorso o richiedere dei protocolli operativi specifici. Il terzo parametro da considerare nel percorso è certamente quello relativo al rischio di guarigione. Il quarto parametro è, infine, relativo al rischio odontoiatrico. L’osservazione della bocca – e non solo dei

denti – rappresenta quindi l’ultimo passaggio della valutazione. Ma quanti professionisti inquadrano il rischio odontoiatrico complessivo utilizzando la classificazione Asa dell’American society of anesthesiologists, impiegata per valutare il rischio dei pazienti candidati a un intervento chirurgico? Spesso questa classificazione non viene neppure riportata nei case report pubblicati.

In un’intervista pubblicata su Dental Tribune Antonio Salierno, chirurgo orale e patologo orale, vincitore del Peers Case Contest Award 2023, ritiene che “la prima visita sia in assoluto il momento più importante rispetto a tutto il percorso odontostomatologico che il paziente affronterà. Di certo l’approccio del medico orale consente di ottenere una valida alleanza medico­paziente e soprattutto di discriminare patologie che possono essere letali per il paziente prima di pensare alla riabilitazione protesica e implanto­protesica. Mediante questo tipo di approccio spesso vengono riconosciute correlazioni tra patologie sistemiche di cui il paziente è affetto e patologie odontostomatologiche”. Qualunque sia il livello di perfezionamento o specializzazione dell’odontoiatra, egli è medico del cavo orale. Prima ancora di occuparsi della sua branca specialistica, deve presentarsi al paziente come il professionista capace di prendersi cura della salute del cavo orale nell’insieme, condurre correttamente l’anamnesi, farsi apprezzare per la sua capacità di ascolto attivo e per l’attenzione ai problemi sistemici del paziente. Deve saperlo visitare e, quando necessario, indirizzarlo al medico di medicina generale o ad altri specialisti. Deve, con competenza e vocazione, occuparsi di lui. In Italia il 95 per cento delle prestazioni odontoiatriche viene svolto in libera professione; quindi, il dentista entra in contatto con numerosi pazienti e può svolgere un ruolo determinante nell’intercettare numerose patologie. È pertanto fondamentale che conosca, almeno per quelle più frequenti, le relative manifestazioni cliniche a livello del cavo orale.

Carcinoma orale

Il cancro orale è il settimo tumore più frequente e la nona causa di morte in tutto il mondo con circa 710.000 nuovi casi e 359.000 decessi all’anno. È più frequente negli uomini che nelle donne e rarissimo nei giovani. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni si aggira intorno al 50­60 per cento e la prognosi peggiora quando la malattia, non essendo stata intercettata in tempo, è progredita. Il basso status socioeconomico, l’età avanzata e il consumo di alcol e tabacco sono fattori di rischio nel 70 per cento dei casi. Rispetto alla prevenzione e all’intercettazione dei primi sintomi, gli odontoiatri e gli igienisti dentali possono svolgere un ruolo molto importante applicando il cosiddetto “screening opportunistico”; mentre la divulgazione e la conoscenza di questa malattia spettano ad altri soggetti, tra cui le associazioni di categoria, i giornalisti scientifici e i siti dedicati alla salute. Spetta dunque all’odontoiatra “sentinella” intercettare lesioni orali sospette e inviare il paziente ai centri specialistici di riferimento consentendo così una diagnosi precoce.

Diabete

In Italia il diabete interessa circa il 7 per cento della popolazione, con punte dell’8­9 per cento in alcune aree del Sud. Si tratta di una delle principali malattie metaboliche croniche e, in circa un caso su tre, rimane non diagnosticata. La salute orale è strettamente correlata alla malattia: il diabete aumenta il rischio di infezioni del cavo orale e di malattia parodontale, mentre le infezioni parodontali rendono più difficile il controllo della glicemia. Per questo è fondamentale la collaborazione tra odontoiatra e diabetologo. Il principale compito dell’odontoiatra per migliorare la qualità e le aspettative di vita del paziente diabetico è preservare la funzione masticatoria, indispensabile per garantire una corretta alimentazione, e mantenere un adeguato controllo dell’infiammazione gengivale e parodontale. La riduzione dell’infiammazione cronica può infatti contribuire a un

migliore controllo della glicemia, con possibili benefici sulla terapia farmacologica e sul rischio di scompenso metabolico. L’odontoiatra può inoltre svolgere un importante ruolo nell’individuazione precoce di casi di diabete non ancora diagnosticati. In presenza di una malattia parodontale particolarmente severa o rapidamente evolutiva, non giustificata da fattori di rischio locali (come accumulo di placca, tartaro o scarsa igiene orale) né da familiarità per malattia parodontale, e soprattutto se associata a sintomi quali calo ponderale, poliuria e polidipsia, è opportuno indirizzare il paziente al diabetologo o al medico curante per l’esecuzione di un appropriato screening diabetologico.

Malattie cardiovascolari, cardiopatia ischemica

Esiste una forte correlazione tra salute orale compromessa, come la malattia parodontale, e il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, inclusa la cardiopatia ischemica. I batteri presenti nelle infezioni orali possono entrare nel circolo sanguigno, scatenando un’infiammazione sistemica e favorendo la formazione di placche aterosclerotiche nelle arterie, che sono alla base della cardiopatia ischemica in quanto restringono e ostruiscono i vasi

Il dentista è in grado di intercettare diverse patologie che, almeno nelle loro forme più frequenti, devono essere conosciute anche nelle loro manifestazioni all’interno del cavo orale

sanguigni. È compito dell’odontoiatra informare il paziente sulla necessità di controlli periodici e di una buona igiene orale, non solo per la salute della bocca ma anche per quella del cuore. È altrettanto importante mantenere una corretta igiene orale professionale e domiciliare per prevenire le infezioni del cavo orale e ridurre l’infiammazione. La diagnosi precoce e il trattamento di parodontiti e gengiviti sono dunque fondamentali per prevenire le malattie cardiovascolari, rendendo la cura del cavo orale un aspetto integrante della salute generale.

Sindrome

delle apnee ostruttive del sonno

Gli odontoiatri hanno la possibilità di intercettare precocemente i sintomi della sindrome delle apnee ostruttive del sonno (Osas dall’inglese obstructive sleep apnea syndrome). La sindrome è caratterizzata da ripetuti episodi di completa o parziale cessazione del flusso d’aria attraverso le vie aeree superiori, causati dal collasso ricorrente delle stesse durante il sonno, con conseguenti sonnolenza diurna e russamento notturno. Chi ne soffre ha un rischio maggiore di incorrere in incidenti stradali rispetto al resto della popolazione. La prevalenza dell’Osas è paragonabile a quella del diabete e, come per quest’ultimo, una quota rilevante dei casi rimane non diagnosticata. Studi recenti indicano che questa sindrome si associa ad altre patologie croniche, quali aritmie cardiache diverse dalla fibrillazione atriale, disturbi cognitivi e dell’umore, sindrome depressiva, insonnia, asma bronchiale, insufficienza renale, neoplasie e steatosi epatica. Il ruolo dell’odontoiatra è fondamentale nell’identificazione precoce dei soggetti a rischio e nel loro tempestivo invio ai percorsi diagnostici appropriati. A supporto di questo ruolo, il Ministero della salute ha emanato le “Linee guida nazionali per la prevenzione e il trattamento odontoiatrico del russamento e della sindrome delle apnee ostruttive nel sonno in età evolutiva”.

Violenza e maltrattamenti

Grazie al rapporto di conoscenza e fiducia instaurato nel tempo con intere famiglie di pazienti, i dentisti possono essere tra i primi professionisti sanitari a intercettare casi di violenza quando riscontrano lesioni a carico di collo, testa, viso e cavità orale riconducibili a maltrattamenti, spesso di natura domestica. Ogni volta che l’odontoiatra osserva lesioni del cavo orale o del distretto maxillo­facciale deve considerare anche l’ipotesi di una violenza, soprattutto quando la dinamica riferita dal paziente o dagli accompagnatori appare poco plausibile o incoerente con il quadro clinico (per esempio, una presunta caduta dalle scale o un incidente durante il gioco). Si stima che circa la metà delle vittime di violenza presenti lesioni a carico del capo o del distretto orofacciale. Inoltre, la cavità orale costituisce uno dei possibili siti bersaglio nelle violenze sessuali ai danni dei minori. Gli atti di violenza sono responsabili di circa il 12 per cento dei traumi orofacciali, una percentuale verosimilmente sottostimata a causa dell’elevato numero di episodi che non vengono denunciati.

Conclusioni

Dal carcinoma orale ai disturbi del sonno, passando per diabete e malattie cardiovascolari: i temi affrontati in queste pagine confermano come il cavo orale non sia un distretto a sé, ma parte integrante dell’organismo, in costante dialogo con la salute sistemica. Una consapevolezza che oggi la ricerca ha ampiamente confermato, ma che deve ancora di tradursi nella pratica clinica: percorsi strutturati di collaborazione tra odontoiatri e medici, capaci di intercettare precocemente segnali che altrimenti rischiano di passare inosservati, comprese le situazioni legate alla violenza domestica e al maltrattamento, dove un intervento tempestivo può risultare determinante. y

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“Non ho più nulla da offrire se non la mia continua cura e il mio impegno”

Verso un nuovo giuramento moderno che riconosca i limiti della medicina

TRè un uomo di 88 anni, disabile e affetto da dolore cronico dovuto al canale stretto vertebrale e all’artrosi del ginocchio. Ha molti altri problemi di salute, tra cui una coronaropatia cronica e una broncopneumopatia cronica ostruttiva. Nel corso degli anni si è sottoposto a numerosi trattamenti per le ginocchia e per la schiena, tra cui fisioterapia, ripetute infiltrazioni articolari e una procedura ambulatoriale per trattare il canale stretto vertebrale. Ha provato anche diversi trattamenti con farmaci orali per il controllo del dolore. TR non è interessato ad un intervento chirurgico (e, con ogni probabilità, anche se lo fosse, non sarebbe comunque considerato un candidato eleggibile).

Viene in visita e mi chiede che cosa si possa ancora fare.

Ci viene insegnato a non dire mai: “Non c’è più nulla che io possa fare per lei”.

Può accadere che non ci siano più opzioni chirurgiche o terapeutiche disponibili, ma possiamo sempre continuare a pren­

Foto di Beth Fitzpatrick (Pexels) / CC BY

derci cura dei nostri pazienti e a sostenerli. Non è un principio scritto nel Giuramento di Ippocrate, ma è talmente centrale nella nostra formazione che si potrebbe pensare che lo sia.

Ci sono valide ragioni per invitare i medici ad evitare frasi del tipo: “Mi dispiace, ma non credo di poter fare altro per lei”. È vero che, nella medicina del XXI secolo, il prendersi cura dei pazienti è stato spesso ridotto a qualcosa di secondario. Per questo ci dobbiamo ricordare che assistere una persona non è un gesto da compiere solo quando non resta più nulla da fare, ma è il nostro primo dovere.

La speranza, di fronte alla malattia, ha un valore immenso. Privare i pazienti di questa speranza non è solo crudele, ma probabilmente anche dannoso per la loro salute.

C’è poi un’altra verità: quando un singolo medico non ha più nulla da offrire, spesso la medicina, nel suo insieme, ha ancora qualcosa da offrire. Ancora oggi mi porto dentro almeno un caso, in cui ho scambiato i limiti delle mie conoscenze per un limite della medicina stessa.

Un medico che dice di non avere più nulla da offrire, potrebbe, in realtà, scegliere la via più facile. Un approfondimento ulteriore o un invio ad un altro specialista spesso possono far emergere trattamenti efficaci, anche se non necessariamente risolutivi. C’è sempre il rischio che, quando diciamo “non possiamo più aiutarla”, ci stiamo sbagliando.

Pur essendo tutto questo vero, credo che non ammettiamo abbastanza spesso che non c’è più nulla da fare. La versione moderna del Giuramento di Ippocrate include infatti questa frase:

“Non mi vergognerò di dire ‘non lo so’, né mancherò di consultare i miei colleghi quando le

Quando un singolo medico non ha più nulla da offrire, spesso la medicina, nel suo insieme, ha ancora qualcosa da offrire

loro competenze saranno necessarie per la guarigione di un paziente.

È davvero così difficile immaginare che il Giuramento moderno possa dire anche questo?

“Non mi vergognerò di dire: ‘non ho più nulla da offrire se non la mia continua cura e il mio impegno’, né consulterò i miei colleghi sapendo che anche loro non hanno nulla da offrire se non proteggermi nel dover ammettere i limiti della medicina”.

Oggi non nascondiamo più ai pazienti le diagnosi gravi, perché lo consideriamo un comportamento non etico. È tempo di considerare non etico anche nascondere il fatto che non abbiamo più nulla da offrire oltre alle cure palliative.

È difficile dire ai pazienti che il meglio che possiamo fare per loro è controllare il dolore, soprattutto quando siamo stati formati a non farlo. Serve impegno per essere certi che né noi né i nostri colleghi abbiamo ancora qualcosa da offrire oltre ad un ciclo continuo di cure che alimenta la speranza ma nulla di più. E serve anche un certo coraggio: non possiamo mai essere sicuri al cento per cento che davvero nessuno abbia più nulla da offrire.

Eppure, anche il non dire mai che siamo arrivati alla fine ha i suoi aspetti negativi. Molti pazienti arrivano ad accettare che ulteriori cure siano inutili non dopo un colloquio onesto, ma dopo essere stati logorati da una sequenza interminabile di visite, dai trattamenti e dalle promesse che non portano da nessuna parte. Nel frattempo, si sprecano tempo e denaro – tempo e denaro che potrebbero essere spesi meglio per vivere. Le cure inutili lasciano i pazienti e le loro famiglie sempre più frustrati da un sistema sanitario che si rifiuta di essere realmente onesto e vicino a chi soffre.

Ci sono pazienti che accolgono con favore una valutazione sincera delle loro possibilità e spostano la loro attenzione sul convivere con la malattia e con la disabilità. Ce ne sono altri, invece, che non lo fanno. Ho avuto pazienti che non si sono più rivolti a me dopo che avevo detto loro che

non c’era più nulla da fare. Mi hanno lasciato per salire su quella ruota di quel ciclo continuo di cure. Questa scelta non li ha fatti stare meglio, ma forse li ha resi più sereni e più pronti ad accettare l’inevitabile. Prima o poi.

TR mi telefona di tanto in tanto e viene a farsi visitare ogni tre o quattro mesi. Mi parla dei suoi sintomi e delle cose che vorrebbe ancora riuscire a fare. Gli ricordo che ci sono tentativi che potrebbe ancora fare e specialisti che potrebbe consultare, ma gli faccio capire che, secondo me, nessuna di queste opzioni sarebbe davvero utile. Lui mi risponde che non è interessato. Gli consiglio di aumentare i farmaci per il dolore e di assumere una terapia preventiva per i sintomi; ma so già che non seguirà questo consiglio. So che ripeteremo questa stessa visita in futuro, anzi spero davvero che sia così ancora per molti anni. y

Il

giuramento dei medici, dall’antichità ad oggi

Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento prestato dai medici prima di iniziare la professione ispirato al testo antico tradizionalmente attribuito a Ippocrate di Coo (V secolo a.C.) che enuncia in forma sintetica le norme etiche e deontologiche. Il testo originale è stato più volte riformulato nei secoli per adattarsi ai contesti storici e culturali. Oggi ne esistono diverse versioni.

In Italia i medici pronunciano il giuramento approvato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri. .

Negli Stati Uniti, invece, non esiste un giuramento unico: il testo moderno più citato nelle scuole americane è la versione scritta da Louis Lasagna nel 1964, che contiene le frasi alle quali fa riferimento Adam Cifu in questo articolo.

È tempo di considerare non etico anche nascondere il fatto che non abbiamo più nulla da offrire oltre alle cure palliative

Questo articolo è la traduzione, a cura di Angelica Salvadori, del post di Adam Cifu pubblicato su Sensible Medicine con il titolo “The ethics of telling patients we have nothing left to offer”. Per gentile concessione di Sensible Medicine.

Foto di Leonardo Delsabio (Pexels) / CC BY

Il tempo rappresenta una delle risorse più limitate e, al contempo, più decisive nella pratica della medicina generale. La crescente complessità assistenziale, l’invecchiamento della popolazione e la moltiplicazione delle richieste burocratiche contribuiscono a una percezione diffusa di “tempo insufficiente”. Tuttavia, il tempo non è solo un vincolo organizzativo, ma anche uno strumento clinico e relazionale. Strategie come il wait and see e la cosiddetta if therapy mostrano come il tempo possa essere utilizzato attivamente nel processo decisionale, trasformando l’incertezza da limite a risorsa. Riflettere sul suo utilizzo significa interrogarsi non solo sull’efficienza dei sistemi sanitari, ma anche sulla qualità della cura e sul significato stesso della relazione medico­paziente.

Il tempo come problema organizzativo

La sensazione di lavorare in condizioni di tempo insufficiente è comune a molti medici di medicina generale. Le agende sono fitte, le consultazioni brevi, le richieste spesso frammentate e discontinue. A ciò si aggiunge un carico amministrativo crescente che sottrae spazio all’attività clinica. Il tempo appare quindi come una variabile esterna, imposta da vincoli organizzativi e istituzionali, difficilmente modificabile dal singolo professionista. In questo contesto, la qualità della cura rischia di essere identificata con la capacità di “fare di più in meno tempo”, secondo una logica produttiva che mal si adatta alla complessità dei problemi di salute. Eppure, ridurre il tempo a una semplice unità di misura quantitativa rischia di nasconderne la natura più profonda. Il tempo in medicina non è solo durata, ma anche contenuto.

Il tempo in medicina generale

Da vincolo organizzativo a risorsa clinica

Medico internista

Membro del Comitato per l’etica nella clinica

Ausl Toscana Nord Docente scuola di formazione specifica in Medicina generale della Regione Toscana

Il tempo come strumento clinico

Attendere significa osservare, rivalutare, permettere alla storia naturale della malattia di chiarirsi

Nella pratica quotidiana, il tempo svolge una funzione diagnostica spesso sottovalutata. La possibilità di osservare l’evoluzione dei sintomi, di rivedere il paziente e di lasciare spazio all’incertezza costituisce un elemento essenziale del processo decisionale. In medicina generale, dove prevalgono condizioni iniziali, aspecifiche o indifferenziate, il tempo diventa una vera e propria risorsa clinica: consente di evitare interventi inutili, ridurre l’eccesso diagnostico e limitare il rischio di medicalizzazione. In questo contesto si colloca l’approccio del wait and see, che non rappresenta un atteggiamento passivo o rinunciatario ma una scelta attiva e consapevole. Attendere significa osservare, rivalutare, permettere alla storia naturale della malattia di chiarirsi. È una strategia che richiede competenza, capacità di gestione dell’incertezza e, soprattutto, fiducia reciproca tra medico e paziente. Accanto a questo, la cosiddetta if therapy introduce una dimensione ulteriore: non una prescrizione immediata, ma condizionata all’evoluzione del quadro clinico (“se accade questo, allora fai questo”). Si tratta di una forma di decisione condivisa che utilizza il tempo come variabile dinamica, trasferendo al paziente una parte del processo decisionale, senza abbandonarlo.

Il tempo della relazione

Se il tempo è uno strumento clinico, è anche il fondamento della relazione medico­paziente. Comunicare, ascoltare, comprendere non sono attività comprimibili oltre una certa soglia senza perdita di significato. La consultazione non è un semplice trasferimento di informazioni, ma un processo interattivo in cui si costruisce un senso condiviso del problema. Questo richiede tempo: tempo per ascoltare la narrazione del paziente, per coglierne le preoccupazioni, per adattare il linguaggio al suo livello di comprensione. Approcci come il wait and see e la if therapy non possono essere applicati senza una relazione solida. Attendere o delegare decisioni implica che il paziente comprenda il senso della scelta, ne condivida le finalità e si senta sostenuto. In assenza di questa base, il tempo rischia di essere percepito come abbandono anziché come cura.

Il tempo oggettivo e il tempo soggettivo

Il tempo della medicina non è solo quello misurato dall’orologio. Esiste un tempo soggettivo, vissuto in modo diverso da medico e paziente. Per il medico, il tempo è spesso una risorsa scarsa, da ottimizzare. Per il paziente, può essere invece un’esperienza dilatata, soprattutto in presenza di ansia, dolore o incertezza. Una strategia di wait and see, se non adeguatamente spiegata, può essere percepita come una mancata presa in carico. Al contrario, la if therapy può essere vissuta come un segno di fiducia o, in altri casi, come un trasferimento eccessivo di responsabilità. La qualità del tempo non coincide quindi con la sua quantità. Pochi minuti possono essere sufficienti se il paziente si sente ascoltato e accompagnato; tempi più lunghi possono risultare inefficaci se manca una reale connessione.

Efficienza o appropriatezza?

Le politiche sanitarie tendono a misurare il tempo in termini di efficienza: numero di visite, durata media delle consultazioni, produttività. Tuttavia, questi indicatori non riflettono la qualità della cura. Una gestione rigidamente orientata all’efficienza può favorire interventi rapidi ma non necessariamente appropriati, aumentando il ricorso a esami diagnostici o prescrizioni farmacologiche come risposta immediata alla pressione. Al contrario, strategie come il wait and see e la if therapy richiedono apparentemente più tempo iniziale, per spiegare, condividere, negoziare, ma possono ridurre interventi inutili nel medio periodo, migliorando l’appropriatezza e la sostenibilità del sistema.

Il

tempo come scelta

Se è vero che molti vincoli sono esterni, è altrettanto vero che una parte dell’utilizzo del tempo dipende da scelte professionali. Decidere quanto tempo dedicare a un paziente, quando approfondire, quando attendere, quando prescrivere immediatamente o quando optare per una if therapy, non è mai un atto neutro. Riflette priorità, valori, modelli di cura. Il rischio è che, sotto la pressione organizzativa, queste scelte diventino automatiche. Il wait and see può trasformarsi in inerzia, la if therapy in deriva pilatesca. Per evitare che ciò accada, è necessaria una costante riflessione critica sul proprio operato.

Il tempo della medicina non è solo quello misurato dall’orologio. Esiste un tempo soggettivo, vissuto in modo diverso da medico e paziente

Riflessioni finali

Il tempo in medicina generale è spesso descritto come un problema. Lo è, indubbiamente. Ma è anche una risorsa, forse la più importante di cui disponiamo. Approcci come il wait and see e la if therapy mostrano come il tempo possa essere utilizzato non solo per fare, ma anche per non fare, o per fare in modo diverso. Non si tratta di rinviare decisioni, ma di inserirle in un pro­

La vera questione non è quindi quanto tempo abbiamo, ma che cosa ne facciamo

cesso più ampio che tenga conto dell’evoluzione clinica e della partecipazione del paziente.

La vera questione non è quindi quanto tempo abbiamo, ma che cosa ne facciamo. Se lo utilizziamo esclusivamente per rispondere a richieste immediate, rischiamo di perdere la dimensione più profonda della medicina. Se invece lo consideriamo uno strumento clinico e relazionale, può diventare un alleato prezioso. In un contesto in cui tutto tende ad accelerare, forse la sfida non è correre più velocemente, ma capire quando è necessario attendere e quando è possibile condividere l’attesa. y

Algovigilanza cognitiva: una nuova frontiera della sicurezza clinica

Come monitorare gli effetti collaterali cognitivi

dell’intelligenza artificiale?

Daniele Angioni

Consigliere OMCeO Novara

Referente Scuola Piemonte di Medicina generale per formazione in AI ed ecografia

La medicina contemporanea dispone di sistemi maturi per rilevare eventi avversi farmacologici, tossicità biologiche, complicanze procedurali e incidenti organizzativi. Non possiede tuttavia un framework equivalente per monitorare gli effetti cognitivi prodotti dall’interazione tra professionisti sanitari e sistemi di intelligenza artificiale. Questo è oggi uno dei punti ciechi della sicurezza clinica. Quando l’intelligenza artificiale (AI) entra nella pratica medica, il problema non è soltanto stabilire se l’algoritmo abbia prodotto una risposta corretta o errata. La questione più profonda è comprendere se quell’output abbia modificato il modo in cui il medico pensa, dubita, verifica, costruisce il differenziale diagnostico e prende una decisione. Un sistema di AI clinica, soprattutto quando parla in linguaggio naturale, non è un semplice strumento passivo. È un artefatto epistemico: orienta l’attenzione, influenza la memoria di lavoro, suggerisce priorità, produce im­

Come un farmaco efficace può produrre reazioni avverse non pienamente visibili negli studi pre-autorizzativi, così un sistema di AI utile può produrre effetti collaterali cognitivi che sfuggono alla sola valutazione tecnica

pressioni di certezza, restringe o amplia lo spazio delle ipotesi e può modificare la soglia di verifica del professionista. Da questa consapevolezza nasce il concetto di algovigilanza cognitiva: l’insieme strutturato di metodi, indicatori e procedure finalizzati a identificare, classificare, monitorare, prevenire e mitigare gli effetti cognitivi, decisionali e comportamentali indotti dall’uso di sistemi di AI nella pratica clinica. Il neologismo unisce il prefisso “algo”, da algoritmo, al concetto di vigilanza, mutuando dalla farmacovigilanza la logica della sorveglianza post­implementazione. Come un farmaco efficace può produrre reazioni avverse non pienamente visibili negli studi pre­autorizzativi, così un sistema di AI utile può generare effetti collaterali cognitivi non evidenti nella sola valutazione tecnica del software.

L’oggetto della sorveglianza cambia. Nella farmacovigilanza il bersaglio principale è biologico: tossicità, reazioni avverse, interazioni, complicanze. Nell’algovigilanza cognitiva il bersaglio è il ragionamento clinico: calibrazione della fiducia, capacità di recuperare conoscenze, costruzione delle ipotesi, ampiezza del differenziale diagnostico, autonomia epistemica, capacità di dissentire dall’output e metacognizione del medico.

Un evento avverso cognitivo può essere definito come una modificazione clinicamente rilevante, indotta o amplificata

dall’interazione con un sistema di AI, del processo cognitivo, metacognitivo o decisionale di un professionista sanitario, tale da aumentare il rischio di errore, omissione, eccesso diagnostico­terapeutico, perdita di competenza o dipendenza operativa. Questa definizione sposta il focus dalla domanda tecnica – il sistema ha ragione o torto? – alla domanda clinico­cognitiva: che cosa è accaduto al ragionamento del medico dopo l’esposizione all’output dell’AI?

Il punto è decisivo. Un output formalmente corretto può ridurre impropriamente il dubbio. Un output incompleto può restringere il differenziale diagnostico. Un riferimento bibliografico plausibile può indurre fiducia eccessiva anche quando la fonte è irrilevante, debole o inesistente. Un sistema ripetutamente utile può produrre dipendenza progressiva e perdita di retrieval autonomo, inteso come la capacità di richiamare conoscenze e informazioni cliniche senza il supporto del sistema. L’evento avverso non coincide dunque solo con l’errore dell’algoritmo. Può coincidere con la trasformazione patologica del modo in cui il medico pensa, verifica, dubita e decide.

I principali fenotipi degli eventi avversi cognitivi sono riconoscibili nella pratica quotidiana. Il primo è l’eccessiva fiducia nell’automazione (automation bias): il clinico attribuisce all’output automatico un peso superiore a quello giustificato e smette di esplorare ciò che il sistema non ha nominato. Il danno cognitivo non è solo l’adesione a una singola affermazione falsa, ma il collasso dello spazio delle ipotesi. Un secondo fenotipo è la falsa rassicurazione. I modelli linguistici possono produrre testi coerenti, fluidi e assertivi anche quando l’incertezza epistemica è elevata. La qualità retorica della risposta può abbassare la percezione del rischio residuo e generare una chiusura cognitiva prematura: il caso sembra più risolto di quanto sia realmente, soprattutto nei quadri atipici, nei sintomi sfumati e nelle diagnosi tempo­dipendenti.

L’evento avverso non coincide solo con l’errore dell’algoritmo. Può coincidere anche con la trasformazione patologica del modo in cui il medico pensa, verifica, dubita e decide

Un terzo fenotipo è l’amplificazione dell’ancoraggio diagnostico: il primo output dell’AI può diventare un punto di riferimento rispetto al quale vengono valutate le ipotesi successive. L’ancoraggio classico viene così potenziato da una sorgente percepita come computazionalmente superiore, con rischio di irrigidimento prematuro del ragionamento.

Un quarto fenotipo è il deskilling epistemico, ossia la progressiva erosione delle competenze necessarie a costruire, verificare e aggiornare autonomamente il ragionamento clinico. L’uso continuativo dell’AI può ridurre la necessità percepita di richiamare conoscenze, sintetizzare dati e generare ipotesi indipendenti. Nel breve periodo questo può apparire come efficienza; nel lungo periodo può produrre perdita progressiva della capacità di ragionamento clinico autonomo. Altri fenotipi rilevanti sono la fiducia eccessiva indotta da citazioni formattate o tono accademico e la riduzione della soglia di verifica di dosaggi, controindicazioni, interazioni, linee guida locali e dettagli contestuali.

Questi fenomeni mostrano perché la sorveglianza software tradizionale sia necessaria ma insufficiente. Disponibilità del sistema, bug, accuratezza predittiva, drift del modello, sicurezza informatica e conformità tecnica restano dimensioni essenziali, ma non misurano il comportamento cognitivo dell’utente clinico. Un sistema può funzionare tecnicamente e tuttavia produrre danno cognitivo. Può avere buona accuratezza media e indurre eccessiva fiducia nei casi fuori distribuzione. Può generare risposte grammaticalmente impeccabili e restringere im­

propriamente il differenziale diagnostico. Può non avere bug rilevabili e alterare comunque il comportamento decisionale del medico.

La formula operativa è chiara: performance engineering non equivale a cognitive safety La prima misura il funzionamento del sistema; la seconda misura ciò che il sistema fa al ragionamento clinico. Una validazione basata solo sull’output non intercetta gli eventi in cui l’AI ha orientato in modo patologico il processo decisionale pur senza produrre una risposta manifestamente errata. Per questo la sicurezza cognitiva richiede indicatori propri, audit propri e meccanismi di segnalazione propri.

Un framework di algovigilanza cognitiva dovrebbe coprire l’intero ciclo di vita dell’AI clinica: valutazione pre­implementa­

zione, monitoraggio in uso reale, segnalazione degli eventi, analisi causale, mitigazione e rivalutazione periodica. Prima di introdurre un sistema in un contesto assistenziale, non basta misurarne accuratezza e robustezza tecnica. Occorre chiedersi come l’interfaccia presenti l’output: come suggerimento, probabilità, spiegazione o raccomandazione prescrittiva? Occorre valutare se il sistema renda visibili incertezza, limiti e condizioni di applicabilità; se l’output tenda a chiudere il ragionamento o ad ampliare il differenziale diagnostico; se il clinico sia spinto a formulare un’ipotesi autonoma prima di visualizzare la risposta dell’AI.

La sorveglianza in uso reale dovrebbe includere la raccolta sistematica dei segnali deboli. Come in farmacovigilanza un sin­

L’AI clinica non deve essere valutata solo come tecnologia predittiva o generativa. Deve essere valutata come intervento cognitivo

golo evento avverso può anticipare un pattern, nell’algovigilanza cognitiva un near miss cognitivo può anticipare un danno clinico. La segnalazione non dovrebbe limitarsi agli errori conclamati, ma includere episodi in cui il medico riconosce di essere stato indebitamente orientato dall’AI: riduzione inattesa delle ipotesi diagnostiche considerate, accettazione iniziale di una raccomandazione poi corretta da verifica indipendente, mancato controllo di una citazione o di un dosaggio, ritardo nel richiedere consulenza specialistica per falsa rassicurazione.

La mitigazione degli eventi avversi cognitivi richiede interventi sul sistema, sull’interfaccia, sul workflow e sulla formazione. Una misura chiave è il pre-commitment cognitivo: chiedere al clinico di documentare ipotesi, livello di incertezza e possibili alternative prima di consultare l’AI. Un’altra è la progettazione di output differenziali, che non forniscano solo una risposta, ma alternative ragionate, condizioni di falsificazione e segnali di allarme. Nei passaggi ad alto rischio può essere utile introdurre attrito intenzionale: per prescrizioni, diagnosi gravi, esclusioni di emergenza o decisioni irreversibili, l’interfaccia dovrebbe rallentare il passaggio dall’informazione all’azione. Fondamentali sono anche l’etichettatura dell’incertezza, la separazione tra fonti verificate e non verificate, la revisione periodica dei near miss cognitivi e la preservazione di momenti di ragionamento clinico autonomo senza AI.

L’algovigilanza cognitiva modifica anche il modo in cui un’organizzazione sanitaria dovrebbe governare l’intelligenza artificiale. Non basta approvare un software al momento dell’acquisto. Bisogna osservare

nel tempo come quel sistema ridefinisce pratiche, competenze, routine decisionali e cultura epistemica. La responsabilità non può essere attribuita in modo semplicistico né solo all’algoritmo né solo al medico. Il danno emerge dall’interazione tra modello, interfaccia, contesto, pressione temporale, competenza dell’utente e governance istituzionale.

Sul piano formativo, il clinico deve essere addestrato non solo a usare l’AI, ma a sorvegliare il proprio pensiero durante l’uso dell’AI. La competenza centrale diventa metacognitiva: riconoscere quando l’output ha ampliato il ragionamento e quando lo ha ristretto; quando ha reso più esplicita l’incertezza e quando l’ha mascherata; quando ha aumentato la sicurezza del paziente e quando ha soltanto aumentato la sicurezza soggettiva del medico. L’AI clinica non deve essere valutata solo come tecnologia predittiva o generativa. Deve essere valutata come intervento cognitivo. Ogni volta che un sistema modifica il modo in cui un medico cerca, interpreta, dubita e decide, entra nello spazio della sicurezza clinica. In questa prospettiva, la sicurezza dell’AI non coincide con la correttezza media dell’output, ma con la capacità del sistema sanitario di proteggere il giudizio clinico mentre lo potenzia. Dove questa protezione manca, l’AI può diventare non solo uno strumento fallibile, ma un agente di tossicità cognitiva. y

Questo testo è una versione sintetizzata e adattata per ragioni di spazio dell’articolo integrale “Intelligenza artificiale e sicurezza clinica: cos’è l’algovigilanza cognitiva?”, disponibile online. La versione completa approfondisce il framework concettuale, la tassonomia degli eventi avversi cognitivi e le possibili strategie di monitoraggio e mitigazione.

Crescere con lo smartphone in mano

L’incontro al Salone internazionale del Libro 2026

In un tempo in cui l’uso di social network e dispositivi digitali ha invaso le nostre vite, quali sono le nuove sfide per la tutela della salute mentale degli adolescenti? Attorno a questa domanda si è sviluppato l’incontro “Benessere dei giovani come leva del futuro” al Salone internazionale del Libro di Torino 2026.

L’appuntamento ha offerto uno spazio di dialogo tra il pubblico e tre professionisti che lavorano quotidianamente a contatto con gli adolescenti, le famiglie e le scuole: Antonella Anichini , Laura Dalla Ragione e Francesco Cuniberti .

Hbsc, acronimo per “health behaviour in school­aged children”, è un progetto internazionale patrocinato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che analizza i comportamenti e le abitudini di salute dei ragazzi in età scolare. In Italia, l’indagine si concentra sull’analisi dei contesti familiari e scolastici, delle abitudini alimentari, dell’attività fisica e dei comportamenti a rischio degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni. L’ultimo report dell’Oms, pubblicato nel 2025 su una rilevazione 2022, rivela che tra le ragazze, in Piemonte, la percezione di salute “eccellente” cala drasticamente dal 33 per cento a 11 anni al 12 per cento a 17. Fra le quindicenni e le diciassettenni, l’85 per cento riferisce almeno due sintomi psicosomatici con una frequenza di più di una volta a settimana. Anche la solitudine emerge come tema centrale: il 28 per cento delle ragazze di 13 anni e il 27 per cento di quelle di 17 ne soffrono. L’utilizzo problematico dei social media riguarda il

13,5 per cento degli adolescenti italiani e il 12,4 per cento in Piemonte, con una maggiore frequenza tra le ragazze: a 13 anni raggiunge il 20,5 per cento. Come esempio di quanto sia urgente affrontare il problema basterebbe citare la notizia raccontata dai media, protagonista una ragazza di Venezia che ha chiesto aiuto perché si è resa conto di quanto grave fosse diventata la sua dipendenza dall’intelligenza artificiale.

Su questi temi l’OMCeO Torino aveva già dedicato un ampio focus sui giovani nel mondo digitale, ripreso da numerosi organi di informazione. Da qui la decisione di proseguire la riflessione al Salone del Libro, approfondendo con il pubblico questioni come l’ansia adolescenziale, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, l’isolamento sociale e i comportamenti autolesionistici, per mettere a fuoco le sfide emergenti per i professionisti sanitari e per tutti gli adulti.

L’intervista video a Guido Giustetto

“Il nostro Ordine ha sempre cercato di valorizzare, tra i compiti che la legge attribuisce agli Ordini dei medici, la promozione della funzione sociale della professione: non solo la tutela della qualità dell’atto medico, ma anche il contributo che i medici offrono alla società”, ha esordito il presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Torino, Guido Giustetto, ricordando che proprio in questa cornice è nato il punto: non una semplice rivista, ma un progetto culturale che affronta temi di etica e deontologia, di politiche sanitarie e sociali, lontano dai casi clinici e vicini al ruolo sociale del medico, chiamato a mettere le proprie competenze professionali al servizio del benessere delle persone, della comunità e della tutela dei diritti.

Dal dialogo al Salone del Libro è emersa la necessità di costruire strumenti per edu­

Il nostro Ordine ha sempre cercato di valorizzare la promozione della funzione sociale della professione

care a muoversi nel modo digitale, senza cedere né alla demonizzazione della tecnologia né alla minimizzazione del disagio adolescenziale. Le nuove tecnologie non sono strumenti da proibire, ma realtà da comprendere e governare, attraverso la presenza di adulti capaci di accompagnare i più giovani nel confronto con gli altri e con i modelli culturali ed estetici veicolati dai media. Nelle pagine che seguono, i contributi di Antonella Anichini, Laura Dalla Ragione e Francesco Cuniberti invitano a un cambio di prospettiva: il benessere dei giovani dipende dalla capacità degli adulti sia di entrare nel loro mondo digitale – parte integrante della costruzione della loro identità e delle loro relazioni – sia di offrire ascolto, legami significativi e opportunità per riconoscere, esprimere e comprendere le proprie emozioni. y

A cura della redazione il punto

Facciamo il punto continua online

Cosa sta succedendo nel mondo dei ragazzi?

Il punto a SalTo26

La registrazione degli interventi

La raccolta di articoli dedicati al benessere degli adolescenti

Le nuove tecnologie sono strumenti straordinari di conoscenza e creatività, ma richiedono adulti capaci di accompagnare i più giovani nella costruzione di senso, identità e futuro

Diventare adulti, tra vulnerabilità e ricerca di riconoscimento

Guardare oltre il sintomo, costruire

alleanze educative e di cura

Antonella Anichini

Neuropsichiatra infantile

Responsabile del Day hospital psichiatrico terapeutico, Ospedale infantile Regina Margherita di Torino

Coordinatrice della Commissione Patologia neuropsichiatrica in età evolutiva e transizione all’età adulta, OMCeO Torino

Nella mia esperienza clinica di neuropsichiatra infantile, una delle domande che più frequentemente mi viene posta riguarda le ragioni dell’aumento del disagio psicologico tra gli adolescenti. È una domanda legittima, soprattutto alla luce dei numeri che osserviamo ogni giorno nei servizi. Negli ultimi anni le richieste di aiuto sono cresciute in modo significativo: aumentano gli accessi in pronto soccorso per motivi psichiatrici, aumentano i ricoveri, così come i casi di autolesionismo, i tentativi di suicidio e i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. La pandemia ne ha certamente accelerato la diffusione, ma sarebbe un errore considerarla l’unica spiegazione. La crescita di questi fenomeni era già in corso da tempo e ci obbliga a interrogarci sulle trasformazioni profonde che hanno interessato la nostra società.

Le trasformazioni delle relazioni

Quando parliamo di salute mentale in adolescenza dobbiamo anzitutto ricordare che ci troviamo di fronte a una fase della vita caratterizzata da una vulnerabilità fisiologica. Il cervello dell’adolescente è ancora in evoluzione e le aree deputate alla

L’intervista video a Antonella Anichini

regolazione delle emozioni non hanno ancora completato il proprio sviluppo. Questo significa che i ragazzi affrontano cambiamenti intensi disponendo di strumenti ancora in fase di maturazione. È una condizione normale, ma proprio per questo richiede la presenza di adulti capaci di accompagnare, contenere e orientare. A questa vulnerabilità biologica si sono aggiunti cambiamenti sociali e culturali molto rapidi. Sono cambiate le famiglie, le

Ciò che non trova espressione nella parola tende a riemergere attraverso il corpo e attraverso il sintomo

modalità di lavoro, le reti di sostegno, le occasioni di incontro. È cambiato soprattutto il modo di stare in relazione. Una parte crescente della comunicazione avviene attraverso dispositivi digitali che consentono di essere sempre connessi, ma che spesso riducono lo spazio dell’incontro reale. Trascorriamo molte ore al giorno davanti agli schermi e questa trasformazione riguarda gli adulti prima ancora dei ragazzi.

La comunicazione mediata dalla tecnologia presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto alla relazione diretta. Manca il corpo, manca lo sguardo, manca quella dimensione emotiva che accompagna ogni incontro umano. È una comunicazione che qualcuno ha definito “disincarnata” e che rischia di diventare particolarmente problematica proprio in quella fase della vita in cui si costruiscono l’identità personale e le competenze relazionali.

Nei servizi osserviamo inoltre un fenomeno relativamente nuovo. Molti adolescenti arrivano con una conoscenza sorprendentemente dettagliata delle categorie diagnostiche. Attraverso i social network imparano a riconoscere sintomi, disturbi e definizioni cliniche. Questo non significa che il loro malessere sia meno autentico. Significa però che la sofferenza tende a esprimersi attraverso forme che trovano riconoscimento e legittimazione nel contesto sociale. Il sintomo diventa un linguaggio disponibile per raccontare un disagio che spesso non riesce ancora a trovare parole per esprimersi.

Da questo punto di vista è interessante osservare la coincidenza temporale tra l’esplosione di alcune forme di disagio e la diffusione degli smartphone dotati di videocamera frontale. Naturalmente non esistono rapporti semplici di causa ed effetto, ma le correlazioni meritano attenzione. La possibilità di mostrarsi continuamente ha contribuito a rafforzare una cultura dell’immagine nella quale l’apparire rischia di prevalere sull’essere. Molti ragazzi vivono nella pressione costante di costruire una rappresentazione di sé all’altezza delle aspettative altrui. Dietro immagini apparentemente sicure e curate si nascondono spesso fragilità profonde, paure, sentimenti di inadeguatezza. Nella pratica clinica incontro frequentemente adolescenti che faticano a riconoscere e a comunicare le proprie emozioni più profonde. In particolare la rabbia, la tristezza e la delusione vengono vissute come esperienze di cui vergognarsi. Il mes­

saggio implicito che ricevono è che bisogna mostrarsi sempre forti, felici, performanti. Le emozioni più dolorose vengono quindi trattenute, nascoste o negate. Ma ciò che non trova espressione nella parola tende a riemergere attraverso il corpo e attraverso il sintomo.

Per questa ragione ritengo che il nostro compito non possa limitarsi alla diagnosi e alla terapia. Certamente la cura specialistica è fondamentale, così come lo sono i farmaci quando necessari. Tuttavia il lavoro clinico richiede anche la capacità di entrare in relazione con quei ragazzi che non riescono ancora a raccontarsi. Dobbiamo trovare linguaggi alternativi, strumenti che consentano di dare voce al loro mondo emotivo.

Nella nostra esperienza, i laboratori artistici rappresentano una risorsa preziosa. Attraverso il disegno, la musica, la scrittura o altre forme espressive è possibile accedere a contenuti che spesso non trovano spazio nel dialogo tradizionale. L’arte diventa un ponte tra il sintomo e la persona, tra il disagio e la possibilità di attribuire a quell’esperienza un significato.

Costruire alleanze per la salute mentale

Accanto al lavoro terapeutico è indispensabile rafforzare la prevenzione. Alcuni adolescenti presentano condizioni di particolare vulnerabilità, come i disturbi del neurosviluppo, l’Adhd e i disturbi dello spettro autistico. In questi casi il rischio di isolamento sociale e di utilizzo problematico delle tecnologie può essere maggiore. Tuttavia sarebbe sbagliato limitare l’attenzione a gruppi specifici. La fragilità riguarda oggi una quota molto ampia della popolazione giovanile. Penso, ad esempio, ai ragazzi che crescono senza reti di sostegno significative, alle famiglie isolate, ai bambini che trascorrono molte ore da soli, ai contesti nei quali il tempo condiviso si riduce progressivamente. Se guardiamo alla nostra infanzia, molti di noi ricordano strade, cortili, gruppi di coetanei, occasioni spontanee di

La prevenzione non può iniziare nell’adolescenza: deve partire molto prima, quando si costruiscono le prime relazioni e si pongono le basi dello sviluppo emotivo

incontro. Oggi queste esperienze sono molto meno frequenti e questo può avere conseguenze sullo sviluppo delle competenze relazionali.

La risposta a questa situazione di disagio non può essere affidata esclusivamente ai servizi sanitari. È necessario costruire alleanze. Famiglie, scuola, pediatri, servizi territoriali, associazioni e istituzioni devono sentirsi parte di una responsabilità comune. In questa prospettiva assumono particolare valore i progetti di prevenzione rivolti ai primi anni di vita, perché molte delle basi dello sviluppo emotivo e relazionale si costruiscono molto precocemente. Un esempio è rappresentato dalle iniziative dedicate alla fascia 0­6 anni che vedono la collaborazione tra servizi territoriali e pediatri per accompagnare i genitori nel l’uso consapevole delle tecnologie digitali e per promuovere alternative relazionali, educative e di gioco fin dall’infanzia. La prevenzione non può iniziare nell’adolescenza: deve partire molto prima, quando si costruiscono le prime relazioni e si pongono le basi dello sviluppo emotivo.

Come medici siamo chiamati a svolgere una funzione che va oltre la dimensione strettamente clinica. Curare significa intervenire sul sintomo, ma significa anche contribuire a creare contesti nei quali bambini e adolescenti possano sentirsi riconosciuti, ascoltati e accompagnati. In fondo, una parte importante del nostro lavoro consiste proprio in questo: aiutare i ragazzi a costruire la propria identità, offrire loro uno spazio in cui sentirsi visti e creare, insieme, le condizioni per immaginare il proprio futuro. y

Laura Dalla Ragione

Psichiatra e psicoterapeuta

Fondatrice e direttrice

Rete per i disturbi del comportamento alimentare della Usl 1 dell’Umbria

Docente Campus

Biomedico Roma

Direttrice Numero

verde nazionale DCA

dell’Istituto superiore di sanità

Ci siamo a lungo interrogati sugli effetti dei social media e delle nuove tecnologie sulla salute mentale degli adolescenti. È una domanda inevitabile, soprattutto di fronte all’aumento dei disturbi alimentari, dell’autolesionismo, del ritiro sociale e più in generale della sofferenza psicologica che osserviamo nei servizi. Tuttavia, se vogliamo comprendere davvero ciò che sta accadendo, dobbiamo evitare una lettura semplicistica. I social

network hanno certamente modificato il modo di pensare, comunicare e rappresentarsi delle nuove generazioni, ma non sono la causa unica del disagio. Semmai ne rappresentano uno specchio, un amplificatore e, in alcuni casi, un acceleratore. Per comprendere il malessere degli adolescenti occorre partire da una domanda diversa: perché tanti ragazzi soffrono e perché spesso non trovano interlocutori ai quali affidare questa sofferenza? Una recente indagine condotta su migliaia di adolescenti ha evidenziato un dato particolarmente significativo. Alla domanda su chi si rivolgerebbero in caso di difficoltà, moltissimi ragazzi hanno risposto di non saperlo. È un dato che dovrebbe interrogare profondamente il mondo degli adulti. Prima ancora di chiederci che cosa accade nelle piattaforme digitali, dovremmo domandarci che cosa accade nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione e nelle relazioni educative.

Il bisogno di riconoscimento

I ragazzi continuano ad avere bisogni molto simili a quelli delle generazioni precedenti. Hanno bisogno di essere riconosciuti, ascoltati, desiderati, amati. Hanno bisogno di sentirsi visti. Questo tema ritorna spesso nelle storie che ascolto ogni giorno. Molti adolescenti raccontano di non essersi mai sentiti veramente visti. Non significa necessariamente che siano stati trascurati o che siano cresciuti in contesti privi di affetto. Significa piuttosto che non si sono sentiti riconosciuti per ciò che sono realmente. Hanno percepito aspettative, progetti, desideri formulati da altri, ma non sempre hanno incontrato uno sguardo capace di accoglierli nella loro unicità.

Social media e adolescenti. Corpi esposti, emozioni nascoste

Essere visti non garantisce la felicità. Nessuno sguardo può eliminare la fatica del vivere. Ma quello sguardo costituisce una risorsa fondamentale per affrontarla. È ciò che permette a una persona di sentirsi degna di esistere, di trovare un posto nel mondo e di attraversare le inevitabili difficoltà della crescita senza percepirsi sbagliata.

Nella sofferenza degli adolescenti di oggi emerge con particolare forza il tema della vergogna. È un’emozione spesso trascurata, ma estremamente potente. Molti ragazzi non desiderano tanto essere belli, quanto evitare di sentirsi brutti. E il termine “brutto” non riguarda soltanto l’aspetto fisico. Significa sentirsi inadeguati, non all’altezza, non amabili. Significa avere paura di non meritare attenzione, affetto o riconoscimento.

Questa dimensione appare particolarmente evidente nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il corpo, che dovrebbe rappresentare il luogo in cui abitare e costruire la relazione con il mondo, diventa frequentemente oggetto di giudizio, controllo e rifiuto. L’immagine corporea assume un peso crescente nella costruzione dell’identità e viene costantemente confrontata con modelli che appaiono sempre più lontani dalla realtà.

Le piattaforme digitali svolgono un ruolo importante in questo processo. Tra i contenuti più diffusi e condivisi rientrano quelli legati al cibo e all’immagine corporea. Da una parte assistiamo a una continua esposizione a contenuti alimentari di ogni tipo; dall’altra proliferano immagini idealizzate, filtrate, ritoccate o addirittura generate artificialmente. Gli adolescenti si confrontano quotidianamente con rappresentazioni che non corrispondono alla realtà e che contribuiscono a rafforzare sentimenti di inadeguatezza. In alcuni casi si arriva a una vera e propria separazione tra il sé reale e il sé rappresentato. Molti ragazzi costruiscono online un’immagine di sé più accettabile, più sicura, più conforme agli standard percepiti come desiderabili.

Paradossalmente, quanto più questa immagine si allontana dalla realtà, tanto più diventa difficile mostrarsi per ciò che si è realmente. Fenomeni come il ritiro sociale e l’isolamento volontario trovano terreno fertile anche in questa distanza crescente tra identità vissuta e identità esibita.

Oltre l’immagine: la questione del linguaggio Tuttavia, il problema più profondo non riguarda soltanto l’immagine corporea o la costruzione dell’identità digitale. Riguarda anche il linguaggio. È forse questo il danno più rilevante prodotto dalle piattaforme social negli ultimi anni, un aspetto che rischiamo di sottovalutare. Hannah Arendt ricordava che, alla fine, ciò che resta di ciascuno di noi è la lingua. Le parole non sono semplicemente uno strumento di comunicazione: rappresentano la nostra casa, il luogo nel quale prendono forma il pensiero, l’identità e la capacità di comprendere il mondo. In questo senso siamo fatti di parole.

PER APPROFONDIRE

L’intervista video a Laura Dalla Ragione

Social fame e i disturbi dell’alimentazione

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono malattie gravi, dall’esito spesso infausto: rappresentano la prima causa di morte tra le patologie psichiatriche. Oltre alle complicanze internistiche, la causa di decesso più frequente è il suicidio. È difficile accettare che qualcuno possa deliberatamente diffondere, tra adolescenti che chattano o navigano in rete, modelli e contenuti capaci di alimentare questi disturbi con conseguenze così devastanti. Secondo i dati del Ministero della salute sono più di tre milioni gli italiani che convivono con un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, seconda causa di morte tra i 12 e i 17 anni dopo gli incidenti stradali. La pandemia ha agito da acceleratore: nel nostro Paese si stima un incremento dei casi tra il 30 e il 35 per cento, con un abbassamento significativo dell’età di insorgenza. Bambini di 8-9 anni presentano oggi sintomi tipici dell’anoressia, un disturbo fino a poco fa estraneo alla fascia infantile. Queste forme di disagio incarnano gli imperativi della società postmoderna, che interpella gli individui attraverso consumo e immagine. Per ogni 100 ragazze adolescenti, circa 10 soffrono di qualche disturbo alimentare e 1-2 nelle forme più gravi. Crescono anche i pazienti maschili, che nella fascia 12-17 anni rappresentano circa il 20 per cento dei casi –una quota che aumenta al diminuire dell’età e che resta spesso sottodiagnosticata, perché i pediatri faticano a riconoscerne i segnali. In generale, l’età di insorgenza di tutti i disturbi si è spostata intorno ai 14-15 anni, con casi che emergono già a 10-11.

Oggi assistiamo invece a un progressivo impoverimento del linguaggio. Si legge meno, si frequentano meno i libri e i giornali, mentre una parte crescente delle informazioni viene acquisita attraverso contenuti rapidi, frammentati e semplificati. Il repertorio linguistico di molti adolescenti si è ridotto e con esso si è ridotta anche la possibilità di nominare le emozioni, descrivere le esperienze e attribuire significato a ciò che si vive. Questo aspetto è particolarmente importante perché le parole non rappresentano soltanto il mezzo attraverso cui esprimiamo il pensiero: ne sono il fondamento. Pensiamo attraverso le parole che possediamo. Se il linguaggio si impoverisce, si impoverisce anche la capacità di elaborare la complessità, di interpretare il disagio e di costruire narrazioni di sé. A mio avviso, questa riduzione degli strumenti linguistici e culturali rappresenta uno dei fattori che rendono oggi molti ragazzi più esposti alla sofferenza psicologica. Questo non significa che esista un rapporto diretto e automatico tra social media e disturbi mentali, ma che la riduzione degli strumenti interpretativi rende più difficile comprendere se stessi e affrontare le inevitabili difficoltà della crescita.

Restituire valore alle relazioni

Qual è la priorità oggi? Non credo che la risposta possa consistere esclusivamente nel limitare o vietare l’uso delle tecnologie. La proibizione, da sola, non ha mai rappresentato una strategia efficace. L’educazione digitale dovrebbe entrare stabilmente nella scuola come competenza fondamentale. I ragazzi, pur essendo “nativi digitali”, spesso non possiedono gli strumenti per orientarsi tra contenuti falsi, relazioni virtuali e rischi legati alla dimensione emotiva della rete. Per questo è necessario accompagnarli – insieme alle famiglie – verso un uso più consapevole dei social e del mondo “onlife”, dove reale e virtuale si intrecciano continuamente. Dobbiamo scendere a patti con i cambiamenti, comprenderli e affrontarli per “il

Molti ragazzi non desiderano tanto essere belli,

quanto

evitare

di

sentirsi brutti. E il termine “brutto” non riguarda soltanto l’aspetto fisico

benessere dei giovani come leva del futuro”. È necessario costruire alternative. Occorre offrire ai bambini e agli adolescenti occasioni concrete di esperienza, relazione e scoperta. Abbiamo bisogno di restituire valore ai luoghi dell’incontro, al gioco, allo sport, alla lettura, alla musica, al contatto con la natura, alle attività creative. Abbiamo bisogno di ricostruire comunità educanti capaci di accompagnare la crescita e di offrire spazi nei quali sia possibile sperimentare relazioni autentiche. Questa responsabilità riguarda tutti. Non soltanto le famiglie, non soltanto la scuola, non soltanto i servizi sanitari. Riguarda l’intera comunità adulta. Anche noi siamo immersi nello stesso ecosistema digitale che proponiamo ai ragazzi. Per questo ogni riflessione sugli adolescenti richiede inevitabilmente una riflessione sugli adulti. La sfida che abbiamo davanti non consiste nel demonizzare la tecnologia, ma nel ricostruire condizioni che consentano ai giovani di sviluppare strumenti interiori adeguati per abitare il presente. Se vogliamo contrastare la diffusione della sofferenza psicologica, dobbiamo tornare a investire nelle relazioni, nelle parole e nella capacità di riconoscere l’altro. È da lì che nasce la possibilità di costruire percorsi di crescita più solidi e più liberi. y

Nota bibliografica

Nel libro Attacco al corpo. Ferite e mutamenti in adolescenza Laura Dalla Ragione e Renata Nacinovich affrontano con rigore scientifico e approccio multidisciplinare la complessità dei disturbi alimentari e le nuove manifestazioni del disagio giovanile. L’espressione “attacco al corpo” descrive un fenomeno che si manifesta attraverso autolesionismo, disturbi alimentari, dismorfofobia e ritiro sociale. In questo contesto, il corpo cessa di essere una mera entità biologica per diventare uno spazio identitario, relazionale e di espressione della sofferenza, trasformandosi nello strumento per comunicare esperienze altrimenti difficili da verbalizzare. Questa dinamica emerge con forza in adolescenza, una fase in cui i cambiamenti fisici incidono profondamente sulla costruzione del sé.

La sofferenza psicologica negli adolescenti. Intercettarla prima che diventi un’emergenza

Scuola, formazione e comunità educanti per una prevenzione più efficace

Francesco Cuniberti

Consigliere dell’Ordine dei Medici di Torino Medico psichiatra, SPDC Agnelli del Dipartimento salute mentale e dipendenze nel ciclo di vita, ASL Torino 3

Quando parliamo di salute mentale degli adolescenti, uno dei rischi più frequenti è quello di oscillare tra due estremi. Da una parte c’è la tendenza a minimizzare il disagio, considerandolo una fase inevitabile della crescita. Dall’altra parte c’è il rischio di trasformare ogni difficoltà in una diagnosi, attribuendo rapidamente etichette che finiscono per semplificare situazioni molto più complesse.

Credo che il primo passo sia riconoscere che la sofferenza psicologica esiste e che negli ultimi anni è diventata sempre più visibile. I servizi di neuropsichiatria infantile e di psichiatria registrano un aumento delle richieste di aiuto, ma sappiamo che molti ragazzi continuano a non arrivare all’attenzione dei professionisti. Per questo motivo la questione centrale non è soltanto curare chi manifesta un disagio conclamato, ma intercettare precocemente i primi segnali di sofferenza.

Riconoscere i segnali senza etichettare

L’identificazione precoce richiede uno sguardo attento e competente. Molti segnali vengono ancora interpretati esclusivamente come problemi comportamentali o educativi. Pensiamo al ragazzo che non riesce a stare fermo, che interrompe

continuamente le lezioni, che appare provocatorio o disinteressato. Oppure al bambino che fatica a rispettare le regole e viene considerato semplicemente maleducato.

Dietro questi comportamenti può esserci molto altro. Può esserci una difficoltà emotiva, una sofferenza psicologica, un bisogno di aiuto che non trova altri modi per esprimersi. Il compito degli adulti non è attribuire immediatamente un’etichetta diagnostica, ma interrogarsi sul significato di ciò che osservano.

Troppo spesso i ragazzi vengono definiti attraverso il loro comportamento. In questo modo rischiamo di vedere soltanto il sintomo e non la persona. Un adolescente che appare oppositivo o aggressivo può essere un ragazzo che non riesce a comunicare il proprio malessere. Un bambino considerato problematico può essere semplicemente un bambino che ha bisogno di essere ascoltato, accolto e compreso.

La scuola come sentinella

In questa prospettiva la scuola rappresenta una risorsa fondamentale. Gli insegnanti trascorrono molte ore con bambini e adolescenti e sono spesso i primi adulti a cogliere cambiamenti, difficoltà relazionali, segnali di sofferenza o condizioni di isolamento.

Affinché questa funzione possa essere svolta efficacemente è però necessario investire nella formazione. Non possiamo chiedere agli insegnanti di affrontare problemi sempre più complessi senza fornire strumenti adeguati. La formazione sulla salute mentale dovrebbe diventare parte integrante delle politiche educative e non un’iniziativa occasionale affidata alla sensibilità dei singoli.

Allo stesso modo, ritengo che i servizi sanitari debbano rafforzare il proprio ruolo nei confronti della scuola, costruendo occasioni di confronto e collaborazione stabili. La salute mentale non può essere considerata una questione che riguarda esclusivamente gli specialisti. È una responsabilità condivisa che richiede competenze diffuse.

Nella mia esperienza ho avuto occasione di incontrare studenti in numerose attività di educazione e sensibilizzazione. Ogni volta sono rimasto colpito dall’attenzione e dall’interesse con cui affrontano questi temi quando viene offerta loro la possibilità di discuterne apertamente. Questo dimostra che esiste un bisogno di ascolto a cui non sempre vengono offerte risposte adeguate.

Per questa ragione sarebbe utile rendere strutturali gli interventi di educazione alla salute mentale all’interno delle scuole, coinvolgendo professionisti, insegnanti e studenti in percorsi continuativi e non episodici.

Educare all’incontro con l’altro

Accanto alla formazione esiste un altro tema che considero particolarmente importante: quello delle esperienze concrete di relazione. Viviamo in una società che tende spesso a proteggere i ragazzi da ogni forma di fragilità e sofferenza. Tuttavia crescere significa anche confrontarsi con la realtà dell’altro e sviluppare capacità di empatia e responsabilità.

Per questo motivo ritengo che il volontariato possa rappresentare una preziosa opportunità educativa. Costruire percorsi strutturati che consentano agli adolescen­

Il compito degli adulti non è attribuire immediatamente una categoria diagnostica, ma interrogarsi sul significato di ciò che osservano

ti di entrare in contatto con contesti di fragilità, dalle case di riposo alle mense sociali, significa offrire occasioni di crescita difficilmente sostituibili.

Non si tratta soltanto di aiutare gli altri. Si tratta di scoprire nuove prospettive, uscire da una dimensione esclusivamente centrata su se stessi e sviluppare competenze relazionali che rappresentano importanti fattori di protezione anche per la salute mentale.

La prevenzione del disagio psicologico non può essere affidata a un singolo intervento o a una singola istituzione. Richiede una rete di relazioni, una comunità educante e la capacità di costruire alleanze tra scuola, servizi sanitari, famiglie e territorio. Quanto più riusciremo a intercettare precocemente i segnali di sofferenza e a offrire ai ragazzi luoghi di ascolto e di partecipazione, tanto più sarà possibile intervenire prima che il disagio evolva in una condizione più grave e difficile da affrontare. y

L’intervista video a Francesco Cuniberti

Perché

i medici scrivono così tanto?

Perché, da secoli, la medicina continua a produrre narratori, poeti, memorialisti, diaristi e romanzieri? La domanda non riguarda soltanto la medicina narrativa o la scrittura clinica. Riguarda qualcosa di più profondo: il rapporto tra la pratica medica e l’osservazione dell’essere umano.

Nel mondo anglosassone esiste addirittura una categoria riconosciuta, i physician writers, che attraversa generi ed epoche, dai racconti di Anton Čechov e Michail Bulgakov fino ai saggi di Oliver Sacks e Atul Gawande. (…) Anche la cultura italiana conosce bene questa tradizione: Carlo Levi guardò il mondo contadino e le sue marginalità con uno sguardo insieme clinico, sociale e antropologico, mentre Mario Tobino trasformò l’esperienza maturata nei manicomi in una riflessione profonda sul rapporto tra identità, sofferenza e normalità. Più vicino a noi, Andrea Vitali continua a raccontare la provincia italiana con quella particolare attenzione all’umano che la professione medica sembra affinare.

In fondo, la pratica clinica richiede competenze sorprendentemente vicine alla scrittura: osservare, ascoltare, interpretare, attribuire senso. Anche l’anamnesi è, in qualche misura, un lavoro sul linguaggio: il paziente porta frammenti di esperienza, ricordi, paure, percezioni; il medico è chiamato a dare forma a questi elementi per costruire una comprensione condivisa della malattia. Non è un caso che Michel Foucault, in Nascita della clinica, abbia individuato nello sguardo uno

dei fondamenti della medicina moderna. Lo sguardo clinico non consiste soltanto nel vedere, ma nel riconoscere connessioni, interpretare segni e trasformare l’osservazione in conoscenza. Da questo punto di vista, medico e scrittore condividono un gesto essenziale: entrambi cercano un significato dentro l’esperienza umana. Ma forse esiste una ragione ancora più profonda. Molti medici scrivono non per raccontare la medicina, bensì per elaborare ciò che essa pone continuamente davanti ai loro occhi: la fragilità umana. La scrittura diventa allora uno spazio di interpretazione, di memoria e, talvolta, di sopravvivenza emotiva. L’esperienza clinica espone a incontri, vicende e domande che difficilmente possono essere contenuti nel solo linguaggio tecnico. La parola letteraria consente di trattenere ciò che rischierebbe di dissolversi nella routine ospedaliera, nella rapidità delle decisioni e nella necessità operativa della cura. Forse è anche per questo che la figura del medico scrittore attraversa i secoli senza scomparire. In Italia questa tradizione resta sorprendentemente viva e solida. Lo dimostra il lavoro dell’Associazione medici scrittori italiani, fondata a Torino nel 1951 dal chirurgo Achille Mario Dogliotti e dallo stomatologo Nello Falomo. Da oltre settant’anni l’Associazione riunisce professionisti

accomunati dalla passione per la scrittura, promuove incontri culturali, premi letterari, pubblicazioni e occasioni di confronto che mantengono vivo il dialogo tra medicina e letteratura. L’ultima antologia dell’Associazione, Scrittori Medici Contemporanei (La Feluca Edizioni), presentata quest’anno al Salone del Libro di Torino, raccoglie trentatré autori provenienti da tutta Italia: racconti, riflessioni e testimonianze che restituiscono ancora una volta l’intreccio profondo tra osservazione e immaginazione, tra esperienza professionale e ricerca di significato.

La letteratura non rappresenta una fuga dalla medicina. Semmai ne costituisce una delle espressioni più naturali. Chi cura ascolta storie. Chi scrive prova a comprenderle. Forse è per questo che, da generazioni, tanti medici continuano ad affidare alla pagina ciò che non può essere contenuto in una cartella clinica, in un referto o in una diagnosi, non per allontanarsi dalla propria professione, ma per continuare a interrogare, attraverso un altro linguaggio, quella stessa materia che incontrano ogni giorno.

Le pagine raccolte dall’Associazione medici scrittori italiani testimoniano questa tensione: una scrittura che nasce dall’osservazione, dall’ascolto e dall’esperienza, che non rinuncia al rigore dello sguardo ma accetta di misurarsi con ciò che la scienza, da sola, non sempre riesce a raccontare. Perché la medicina e la letteratura, prima ancora di essere discipline diverse, condividono la stessa domanda: “Che cosa significa essere umani?”.

Rosa Revellino

Direttrice editoriale il punto

Il testo è stato adattato per ragioni di spazio. La versione integrale è disponibile online.

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Antonella Anichini

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