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costi dell’assistenza e risorse economiche
4|2026
INCONTRI
Demenza e diversità: un’assistenza
inclusiva come driver per l’integrazione delle
A colloquio con Paola Barbarino
minoranze
Special adviser presso l’Alzheimer’s Disease International (ADI), Londra
In che modo la diversità entra in gioco nella gestione delle persone con demenza e declino cognitivo? Quali sono gli ostacoli più significativi che queste persone devono affrontare?
La diversità è oggi un fattore cruciale, poiché i flussi migratori interessano ogni nazione, indipendentemente dal livello di reddito. Molti migranti spesso rimangono a vivere nei paesi di accoglienza e
CARE offre dal 1999 a medici, amministratori e operatori sanitari un’opportunità in più di riflessione sulle prospettive dell’assistenza al cittadino, nel tentativo di coniugare – entro severi limiti economici ed etici – autonomia decisionale di chi opera in sanità, responsabilità collettiva e dignità della persona.
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invecchiano lì dove l’integrazione non è sempre completa. Un ostacolo significativo è la barriera linguistica: accade spesso che, con l’insorgere del declino cognitivo, queste persone inizino a dimenticare la seconda lingua, tornando a esprimersi esclusivamente nella lingua madre.
Come tenere conto dell’esperienza di migrazione nella presa in carico dei pazienti?
La prima cosa essenziale è capire cosa succede alla persona. Immaginiamo la vulnerabilità di chi non conosce la propria patologia – una malattia che spaventa, spesso circondata da stigma sociale – e arriva da un medico senza neanche riuscire a esprimere cosa prova. Quindi, la cosa più importante deve essere mettere le persone a proprio agio e avere gli strumenti necessari per farlo. In quest’ottica, anche
DALLA LETTERATURA
Parliamo di: screening e prevenzione, telemedicina, povertà e salute mentale, vie legali per difendere la salute
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DOSSIER Comunità, territorio e partecipazione: una chiave di lettura diversa del Dm 77/2022
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DOSSIER
Diagnosi di laboratorio “al letto del malato”: quali sono i limiti e le opportunità dei Point of care testing?
01 Incontri
DEMENZA E DIVERSITÀ: UN’ASSISTENZA
INCLUSIVA COME DRIVER PER L’INTEGRAZIONE DELLE MINORANZE
A colloquio con Paola Barbarino
14 Dalla letteratura internazionale
10 Dossier COMUNITÀ, TERRITORIO, PARTECIPAZIONE:
LE PAROLE DEL DM 77
DIAGNOSI DI LABORATORIO “AL LETTO DEL MALATO”
15 Confronti
SIAMO DISPOSTI A MODIFICARE LA NOSTRA DIETA PER IL CLIMA? In questo numero
Tutti gli articoli e le interviste sono disponibili su www.careonline.it
CARE Costi dell’assistenza e risorse economiche
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Nel campo delle demenze e dei disturbi cognitivi non esiste un approccio one size fits all, ciò che funziona in un contesto medico e sociale non è necessariamente efficace in un altro. In occasione del convegno conclusivo del progetto Immidem, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso l’Immidem Study Group, abbiamo esplorato con Paola Barbarino come la diversità culturale e le crisi umanitarie rappresentino le nuove frontiere per un’assistenza sociosanitaria inclusiva.
Secondo Paola Barbarino, la forza di una rete globale come quella dell’Alzheimer’s Disease International (ADI), da lei guidata come Ceo per nove anni e di cui sta supportando ora la transizione come special adviser, risiede proprio nella capacità di pensare fuori dagli schemi, per apprendere dalle diverse esperienze locali: la gestione della demenza nelle popolazioni migranti richiede infatti una sensibilità che va oltre la clinica. In questa prospettiva, lo stesso progetto Immidem si è affermato come un modello d’avanguardia capace di offrire strumenti per mettere a proprio agio pazienti di diverse culture, validare test diagnostici culturalmente

sensibili e abbattere le barriere comunicative. Uno dei lasciti di questo progetto, condiviso fortemente anche da Paola Barbarino, è la consapevolezza che l’inclusione non è un concetto astratto, ma un obiettivo da perseguire attraverso azioni concrete. Solo attraverso la progettazione di servizi diversity-sensitive è possibile garantire che ogni individuo, indipendentemente dalla sua provenienza o dalla crisi che sta attraversando, sia assistito con la dignità che merita.
lo stesso progetto ‘Immidem, Dementia in immigrants and ethnic minorities: clinical-epidemiological aspects and public health perspectives’, che è il primo progetto dedicato a caratterizzare la questione dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante in Italia, ha lavorato proprio su questo: dare a chi si occupa di persone che hanno un problema che potrebbe essere correlato con la demenza, sicuramente con un disturbo cognitivo, almeno la possibilità di comunicare che cosa sta succedendo.
Un’assistenza sociosanitaria inclusiva può essere un driver per l’integrazione delle minoranze nella comunità?
Bisogna considerare che la demenza non colpisce solo il singolo: coinvolge una famiglia, gli amici, un’intera rete di supporto. Di solito c’è una famiglia, ci sono amici, c’è una comunità che si occupa di queste persone. Per questa “famiglia allargata” non è importante solo che la persona riceve una diagnosi, ma capire cosa questo voglia dire. È necessario creare sistemi che diano a chi ruota intorno alla persona che ha un problema cognitivo la possibilità di capire che cosa sta succedendo e che cosa succederà.
Questo non vale solo per le popolazioni migranti, perché in tutto il mondo c’è un problema generale di carenza di assistenza post-diagnostica per le persone che si prendono cura di questi pazienti, per i loro familiari, per gli amici. Ancora troppo spesso il paziente ci racconta che dopo la diagnosi non succede assolutamente nulla.
Diversità e demenza: quale elemento trasversale tra le esperienze condotte nell’ambito dell’Alzheimer’s Disease International potrebbe guidare meglio i percorsi?
Ho molti esempi che posso riportare. Penso, per esempio, al caso giapponese: una persona inglese molto nota in Giappone ha manifestato i primi segni di demenza e la successiva degenerazione della malattia. Questo ha portato il paese a una vera e propria presa di coscienza sulla presenza di migranti all’interno della società giapponese; già solo realizzare che il problema esiste è fondamentale. Ho visto iniziative straordinarie venire anche dal Regno Unito: penso a progetti specifici per comunità nate in contesti culturali diversi, dove è stato fatto un tentativo molto forte non solo di integrazione, ma anche di sensibilizzazione del personale medico. È fondamentale che il medico comprenda la provenienza del paziente: è quello che gli inglesi definiscono acknowledgement, ovvero il riconoscimento del fatto che la persona viene da un altro contesto culturale. Capire questo aspetto, e farlo percepire al paziente, crea un senso profondo di ascolto: la persona sente di esistere, di non essere soltanto un ‘numero’ in una serie di tanti altri. È importante far capire al paziente che comprendiamo la sua difficoltà e conosciamo gli accorgimenti che potrebbero farlo sentire più a suo agio.
Il rapporto ‘Forgotten in a crisis: addressing dementia in humanitarian response’ sottolinea che le persone con demenza, spesso ignorate durante
Paola Barbarino
Il ‘Core humanitarian standard sulla qualità e la responsabilità’ definisce i nove impegni che organizzazioni e individui coinvolti nella risposta umanitaria possono utilizzare per migliorare la qualità e l’efficacia dell’assistenza fornita. Modificata da: Alzheimer’s Disease International, Alzheimer’s Pakistan, Global Alzheimer’s and Dementia Action Alliance. Forgotten in a crisis: addressing dementia in humanitarian response. London: Alzheimer’s Disease International; 2019. Disponibile a questo indirizzo: https://www.alzint.org/u/2020/08/ Forgotten-in-a-Crisis_Report_2019. pdf.
conflitti o catastrofi naturali, necessitano di protocolli specifici e supporti pratici. Quali sono le principali difficoltà che emergono e quali azioni mettere in campo?
Tutto è iniziato qualche anno fa, in parte perché un membro della nostra rete in Pakistan ha dovuto affrontare un problema durante una grave crisi umanitaria dovuta a un forte terremoto. In quell’occasione, e successivamente con altri membri presenti in territori colpiti da inondazioni, carestie o guerre, ci siamo resi conto che le persone anziane, e soprattutto quelle con demenza, sono completamente abbandonate. Esistono moltissimi manuali e informazioni su come rapportarsi in situazioni di emergenze con i bambini o con altre categorie vulnerabili, ma non con le persone con demenza.
Siamo partiti da un opuscolo, che inizialmente era per lo più teorico: una call to action per convincere gli stati a considerare questo gruppo tra le minoranze colpite da tali eventi. Oggi, però, quel progetComunità e persone
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Le risorse sono gestite e utilizzate in modo responsabile per lo scopo previsto.
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Il personale è supportato nello svolgimento efficace del proprio lavoro e trattato in modo equo e giusto.
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Gli attori umanitari imparano e migliorano continuamente.
to è diventato molto più pratico. Ovunque ci siano situazioni di conflitto o emergenza, produciamo delle ‘card’: raccomandazioni basate su un linguaggio visivo, facilmente traducibili in molte lingue, che aiutano le famiglie a capire come agire. Per esempio, sotto un bombardamento, una persona con demenza potrebbe avere difficoltà a raggiungere un rifugio perché la confusione è tale che non riesce a capire dove andare. O ancora, come gestire il disorientamento durante l’affollamento che segue un terremoto? Queste card sono state tradotte in tantissime lingue dai nostri volontari: in ucraino, per esempio, e più recentemente in entrambe le lingue del conflitto israelo-palestinese. Così possiamo aiutare immediatamente i paesi colpiti. Spesso, quando accade un disastro, nessuno pensa a queste fragilità e non si sa cosa fare: l’idea è fornire strumenti pratici che offrano un aiuto immediato.
Intervista a cura di Norina Wendy Di Blasio
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La risposta umanitaria è appropriata e pertinente. 2 La risposta umanitaria è efficace e tempestiva.
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La risposta umanitaria è coordinata e complementare.
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La risposta umanitaria rafforza le capacità locali ed evita effetti negativi.
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La risposta umanitaria si basa sulla comunicazione, la partecipazione e il feedback.
I reclami sono accolti e gestiti.
Uspstf a rischio smantellamento?
L’allarme lanciato da due dei fondatori della task force
Lawrence R, Woolf SH
The current threat to the US Preventive Services Task Force and why it matters
Ann Intern Med, Epub 24 February 2026
doi:10.7326/ANNALS-26-00514
La Us preventive services task force (Uspstf) – l’organismo indipendente che dal 1984 definisce le raccomandazioni basate sull’evidenza per la prevenzione e lo screening – rischia di essere smantellata o svuotata di credibilità dall’amministrazione Trump, in particolare per iniziativa del Segretario alla salute Robert Francis Kennedy Jr. L’allarme arriva direttamente dai fondatori della task force, Robert Lawrence, primo presidente dell’organismo, e Steven Woolf, uno dei più noti referenti scientifici della task force, che a febbraio 2026 hanno firmato un articolo allarmante sulla rivista Annals of Internal Medicine
COS’È LA USPSTF E PERCHÉ È IMPORTANTE
Istituita durante l’amministrazione Reagan, la Uspstf è composta da esperti volontari che prendono in esame le evidenze scientifiche disponibili e formulano raccomandazioni su screening e altri interventi di prevenzione. Le sue raccomandazioni hanno un impatto concreto sulla vita di milioni di cittadini: per legge, quelle con un grado A o B – come lo screening per il cancro del colon-retto o della mammella –devono essere coperte dalle assicurazioni sanitarie senza alcun costo a carico del paziente, una norma introdotta con l’Affordable Care Act nel 2009.
I SEGNALI DI ALLARME
I primi campanelli d’allarme sono suonati la scorsa estate, quando il Dipartimento della salute (Hhs) ha annullato con soli due giorni di preavviso una riunione ordinaria della task force – un episodio che Lawrence ha definito preoccupante, avvenuto “sull’onda dello scioglimento dell’Acip”, il comitato consultivo sui vaccini, poi ricostituito con nuovi esponenti scettici verso le vaccinazioni.
A oggi non sono state annunciate nuove date per le riunioni della Uspstf. Anche la riunione annunciata per marzo 2026 è stata rimandata a data da destinarsi. I mandati di cinque dei sedici membri sono scaduti il 31 dicembre scorso senza che siano stati nominati i successori e a metà maggio 2026 il Segretario alla Salute statunitense Robert F Kennedy Jr ha rimosso bruscamente dai loro ruoli di leadership il presidente della Uspstf, il dottor John B. Wong, e la vice-presidente, la dottoressa Esa M. Davis.
In seguito a questi licenziamenti e al fatto che i mandati di altri cinque membri erano già scaduti il 31 dicembre precedente senza che fossero stati nominati dei successori, la Uspstf si è ritrovata dimezzata, con soli 8 membri attivi rispetto ai 16 previsti, e completamente priva di una guida ufficiale.
A causa di questo stallo quattro linee guida in bozza attendono ancora di essere finalizzate: riguardano lo screening per il consumo di al-
col negli adulti, l’autoprelievo per lo screening del cancro cervicale, il counseling per le donne a rischio di depressione perinatale e l’integrazione di vitamina D per prevenire fratture negli anziani.
LO SCENARIO PEGGIORE
Secondo Lawrence e Woolf, la Uspstf non può essere abolita senza l’approvazione del Congresso, ma Kennedy potrebbe di fatto neutralizzarla tagliandone i fondi e il personale, sostituendone i membri o modificando i criteri di valutazione delle evidenze. Le aree più a rischio sarebbero le raccomandazioni su uso di droghe, malattie sessualmente trasmissibili, Hiv, salute mentale e servizi dedicati a popolazioni vulnerabili, comprese le comunità Lgbtq+.
Particolarmente delicato il rischio di un cambiamento nella composizione della task force: Lawrence ha espresso preoccupazione per l’ipotesi di sostituire i medici di cure primarie – che tradizionalmente ne formano il nucleo – con medici specialisti, il cui sguardo meno ampio potrebbe alterare l’equilibrio delle raccomandazioni rivolte alla salute della popolazione nel suo complesso.
“Distruggere questa infrastruttura, costruita in decenni di lavoro, in nome di obiettivi politici o ideologici rappresenta una minaccia esistenziale per la pratica clinica e per la salute pubblica”, concludono i due autori.
UN SEGNALE DIVERSO DAI CDC: LA LETTERA DI BHATTACHARYA AI DIPENDENTI
In un contesto di forte turbolenza istituzionale, arriva però un segnale in controtendenza dal versante dei Centers for disease control and prevention (Cdc). Jay Bhattacharya – direttore dei National Institutes of Health e ora anche direttore reggente dei Cdc – ha scritto una lettera ai dipendenti dell’agenzia, assumendo un tono marcatamente diverso dalla retorica radicale e aggressiva che ha caratterizzato molte delle comunicazioni dell’amministrazione in questi mesi*.
Bhattacharya ha riconosciuto esplicitamente che “alcune decisioni, comunicazioni e processi del governo federale hanno contribuito a generare confusione, frustrazione e una perdita di fiducia pubblica”, definendo questa ammissione “un passo necessario verso il rinnovamento”. Ha elogiato il lavoro dei ricercatori e del personale durante la pandemia definendolo “eroico, coraggioso ed essenziale” e ha tracciato i principi che guideranno la sua gestione: integrità scientifica, umiltà, trasparenza nell’aggiornamento delle linee guida, apertura al dissenso fondato sull’evidenza e responsabilità verso le comunità servite. Un messaggio conciliante, che molti osservatori leggono come un tentativo di stabilizzare un’agenzia profondamente scossa da mesi di cambiamenti improvvisi, tagli e incertezza. Se rappresenti un segnale di discontinuità reale o una rassicurazione di facciata, lo dirà il tempo – e soprattutto le decisioni concrete che seguiranno. n
Mara Losi
* MedPage Today Staff. Read Jay Bhattacharya’s letter to CDC employees. February 23, 2026. https://www.medpagetoday.com/washington-watch/washington-watch/119988.
Agenas: le parole della telemedicina
Bandini L, Borghini A, Iodice M, Scotellaro M
Glossario nazionale di telemedicina. Definizioni e termini chiave per i servizi e le componenti della telemedicina
Agenas 2026
Il Servizio sanitario nazionale ha da tempo avviato la propria trasformazione digitale secondo le indicazioni del Dm 77/2022 e grazie ai finanziamenti ricevuti tramite il Pnrr. Strumento centrale di questa trasformazione, con la prospettiva di avvicinare le cure ai cittadini e ridurre i ricoveri ospedalieri, è la telemedicina. Fino ad ora questa tecnologia si è però sviluppata più rapidamente della sua definizione normativa e concettuale, generando una sorta di ‘torre di Babele’ dove termini come televisita, teleconsulto o telemonitoraggio sono spesso usati in modo impreciso o come sinonimi intercambiabili. Per ovviare a questa confusione terminologica, Agenas ha pubblicato il Glossario nazionale per la telemedicina, nel quale l’Agenzia incaricata di gestire centralmente l’infrastruttura nazionale di telemedicina definisce un linguaggio condiviso, necessario per far comunicare tra loro i diversi sistemi sanitari.
PERCHÉ LE PAROLE SONO INFRASTRUTTURA
In informatica sanitaria, l’interoperabilità non è solo una questione di cavi, server o protocolli di trasmissione dati (interoperabilità tecnica). La sfida più complessa è l’interoperabilità semantica: la capacità di due sistemi diversi di scambiare informazioni garantendo che il significato del dato rimanga immutato e condiviso. Se una Regione definisce ‘telemonitoraggio’ un’attività che in un’altra è considerata ‘telecontrollo’, il rischio è quello di creare asimmetrie nelle prestazioni,

inefficienze amministrative e, soprattutto, incertezze sul piano della responsabilità clinica. Questo glossario interviene esattamente sotto questo aspetto, fornendo un repertorio ufficiale e condiviso che uniforma le definizioni operative e le componenti tecnologiche su tutto il territorio nazionale.
LE DEFINIZIONI CHIAVE
Il documento chiarisce in modo inequivocabile le diverse modalità di erogazione delle prestazioni. La televisita viene definita come un atto medico a distanza, svolto in tempo reale attraverso videochiamata, che permette l’interazione tra medico e paziente (eventualmente con il supporto di un caregiver). Fondamentale è il riconoscimento del suo pieno valore clinico-legale: la televisita consente di prescrivere terapie e rilasciare referti e certificati esattamente come una visita in presenza, a patto che il medico ne valuti l’appropriatezza caso per caso.
Distinto è il teleconsulto, un confronto tra due o più medici o professionisti sanitari per condividere valutazioni cliniche su un caso specifico. Qui l’interazione può essere sincrona o asincrona e non prevede necessariamente la presenza del paziente. Questa distinzione è cruciale per i dirigenti sanitari e i clinici, poiché definisce i confini delle responsabilità e le modalità di rendicontazione della prestazione all’interno dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta).
Si fa chiarezza anche su altri due termini spesso confusi: telemonitoraggio e telecontrollo.
Il telemonitoraggio è destinato a patologie già diagnosticate a rischio di evoluzione rapida. Richiede la trasmissione di dati in tempo reale e si divide in due livelli: il tipo 1 (bassa complessità), basato su valutazioni periodiche programmate, e il tipo 2 (alta complessità), che prevede un monitoraggio continuo con sistemi di allerta (alert) automatici pronti a segnalare ogni anomalia.
Il telecontrollo, invece, è orientato a pazienti cronici in condizioni stabili. Qui l’obiettivo non è l’intervento immediato sull’acuzie, ma il monitoraggio regolare e programmato dei parametri per analizzare i trend nel tempo, supportando la gestione della cronicità a domicilio.
L’IMPATTO ORGANIZZATIVO E LA PIATTAFORMA NAZIONALE
Il glossario è quindi una sorta di “libretto delle istruzioni” della Piattaforma nazionale di telemedicina. Standardizzando i termini, Agenas abilita l’adozione omogenea dei modelli operativi da parte dei professionisti sanitari. Per gli epidemiologi e i ricercatori, questo significa avere dati confrontabili a livello nazionale; per i cittadini significa maggiore trasparenza sulla qualità e la natura dei servizi offerti.
Dal punto di vista della gestione sanitaria, l’adozione di questo glossario facilita la progettazione di workflow clinici chiari, riducendo la burocrazia derivante da interpretazioni regionali divergenti e garantendo che un paziente in Puglia riceva una prestazione definita e monitorata con gli stessi standard di un paziente in Lombardia.
La sfida ora passa alle Regioni e alle singole aziende sanitarie, che devono recepire e declinare queste definizioni nella pratica quotidiana, trasformando questo vocabolario condiviso nella nuova grammatica di un Servizio sanitario nazionale anche digitale e realmente vicino ai cittadini. n
Mara Losi
Povertà e salute mentale: il
Rapporto
Caritas e l’eredità di Basaglia a rischio
Caritas Italiana
Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati
Tau editrice, Todi (PG) 2026
“La via italiana alla salute mentale sta attraversando tempi bui, dal punto di vista sanitario, culturale, organizzativo, dei diritti. Dal punto di vista scientifico osservo un ritorno egemone del paradigma biomedico focalizzato sulla pericolosità, che determina un’organizzazione dei servizi drammaticamente tesa alle prestazioni farmacologiche”, ha esordito così Giovanna Del Giudice – psichiatra e autrice del volume Basaglia oggi. Un pensiero necessario1 – durante la presentazione del Rapporto ‘Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati’, promosso da Caritas Italiana, in collaborazione con la Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia, di cui Del Giudice è presidente.
“In Giovanna Del Giudice abbiamo trovato consonanze e questo ci dimostra che si può costruire una rete tra contesti di origine diversa ma con lo stesso obiettivo di inclusione e sostegno delle persone fragili. La diversità di competenze diventa una ricchezza”, ha continuato Don Marco Pagniello – direttore di Caritas Italiana – durante la mattinata di presentazione del Rapporto che si è svolta a Roma.
“Il Rapporto è un lavoro richiesto dal Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza episcopale italiana, che ci ha affidato la questione del disagio mentale tra le emergenze di cui occuparci per conoscere il problema nel dettaglio. È l’inizio di un percorso di ricerca che ci dia strumenti concreti anche per fare advocacy nei luoghi istituzionali: questo studio serve a dimostrare che si può agire concretamente”, ha spiegato don Marco Pagniello.
Lo stesso Cardinale Zuppi è intervenuto alla presentazione sottolineando che: “L’attenzione della Caritas alla salute mentale è fondamentale per contenere il rischio di tornare indietro: siamo consapevoli delle difficoltà e dei cambiamenti ma dobbiamo continuare a seguire l’intuizione fondamentale di Basaglia. L’integrazione socio-sanitaria è una grossa sfida, ma la risposta da parte delle istituzioni è insufficiente. Questo Rapporto chiede responsabilità. La contaminazione dell’alleanza non è facile da mettere in pratica”.
IL LAVORO SUL TERRITORIO DELLE CARITAS DIOCESANE
Dalle testimonianze delle Caritas diocesane è emersa l’importanza di partire dalle esperienze, dalle persone e dai territori. Silvia Bagnarelli – Caritas Diocesana di Perugia – ha spiegato che “è la povertà materiale che spinge a rivolgersi ai nostri 43 centri di ascolto, ma dietro c’è qualcosa di più profondo che richiede un ascolto attento. Negli ultimi cinque anni il tema della salute mentale è stato centrale nel nostro lavoro quotidiano e, se associato alla povertà, rende più complessi i percorsi di accompagnamento che realizziamo. Il disagio psichico privo di una rete di supporto porta alla marginalità estrema e lo stigma della povertà e quello della salute mentale si sommano e si intrecciano”.
Ha rilevato un aumento della sofferenza psichica anche Cristina Soardi, della Caritas diocesana di Bergamo: “le persone più fragili faticano a raggiungere i servizi di cura per diversi motivi, la mancanza di una rete familiare, i documenti non in regola, l’assenza di residenza e l’inconsapevolezza del bisogno di cura poiché la sofferenza viene sedata con l’uso di sostanze. I servizi specialistici non sono in grado di individuare questi bisogni complessi. Parliamo di migranti con traumi, donne vittime delle dinamiche della strada e giovani entrati in Italia come minori non accompagnati, che a 18 anni devono uscire dalle comunità di accoglienza e non riescono a orientarsi. Così si crea un circolo vizioso tra povertà e sofferenza psichica, che in strada si amplifica e allontana la possibilità di accedere alle cure”.
LO STATO DELLA SALUTE MENTALE IN ITALIA
Federica De Lauso, ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas Italiana e tra le curatrici del volume, ha precisato che il lavoro ha integrato l’analisi qualitativa, raccogliendo informazioni da focus group di alcune Caritas diocesane, con dati quantitativi. È stato fatto un confronto longitudinale tra i dati del 2024 e quelli del 2014 e si osserva un peggioramento trasversale dello stato della salute mentale in Italia, soprattutto nella fascia tra i 14 e 19 anni, tra le donne e i migranti. Il numero di persone seguite dai servizi della Caritas è aumentato del 62%, ma il dato allarmante è che sono cresciuti del 154% i disturbi psichici tra le persone prese in carico.
Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale: la multidimensionalità delle fragilità non si traduce solo nella somma di tante fatiche ma porta a un vortice di vulnerabilità che ha un effetto moltiplicatore ed è sempre più difficile uscirne. Un altro aspetto analizzato nella ricerca è la cronicità: chi soffre di un disagio psichico rimane più a lungo a carico del circuito Caritas e fa fatica a emanciparsi dal bisogno economico.
L’approccio della Caritas verso il disagio mentale mette al centro la persona attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e i bisogni essenziali, oltre alla malattia. La salute mentale è un bene comune e per questo negli interventi, integrati e continuativi, sono centrali la famiglia e la comunità, non solo per ridurre lo stigma e la marginalità ma per diffondere la cultura della corresponsabilità.
Vera Pellegrino – ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas italiana e tra le curatrici del volume – ha sottolineato la circolarità del problema: la povertà può incidere sul disagio mentale e allo stesso tempo il disagio mentale può portare alla povertà per le difficoltà a sostenere la quotidianità. Questa relazione non è automatica ma rappresenta una percentuale di rischio. I profili di fragilità sono molteplici e complessi: dai minori a seguito delle famiglie che non conoscono il loro progetto migratorio, a donne vittime di violenza, a persone sole over 55, fino ai giovani con disagio psichico che rappresentano una grossa parte della popolazione analizzata.
SOCIAL VS ISTITUZIONI
Federica Arenare, ricercatrice nell’ambito delle tecnologie digitali, ha poi illustrato la presenza del tema salute mentale su Instagram, analizzando 1.715 post e 11.000 commenti: “La divulgazione medico-sanitaria viene fatta dai singoli professionisti della salute mentale e dai content creator, che emergono maggiormente come media a sé stanti
invece delle istituzioni”. Il quadro che emerge è che si tratta di un tentativo di smontare uno stigma, ma ancora risulta sommario e superficiale in ambiente social, come se il tema fosse individuale e non al centro di un’agenda legislativa.
SERVIZI DI PROSSIMITÀ IN CRISI
Le conclusioni affidate a Giovanna Del Giudice tracciano un quadro della situazione e delle prospettive future. Dal punto di vista organizzativo ci stiamo allontanando dai servizi a bassa soglia e di prossimità su cui la Legge 180 diceva che si deve lavorare, e questo produce sofferenza nella comunità, in cui vengono lasciate sole persone con disturbi mentali anche gravi e le loro famiglie. I veri servizi di prossimità nella salute mentale sono i centri di salute mentale, che rappresentano il dispositivo organizzativo su cui si basa una salute mentale di comunità. Questi centri devono essere in relazione con tutta la rete di servizi sanitari e sociali del territorio, quindi anche con le case di comunità.
“L’orizzonte non è roseo, i dati Istat – aggiornati al gennaio 2024 e pubblicati a inizio 2026 – ci dicono che la residenzialità è aumentata complessivamente2. Alle persone con sofferenza mentale sono stati riconosciuti dei diritti fondamentali che hanno permesso loro di essere protagonisti della loro vita. Esiste già una rete molto importante di servizi territoriali: bisogna valorizzarla dal punto di vista culturale, organizzativo, sanitario, scientifico e delle risorse umane; oltre a riprendere il cammino verso la deistituzionalizzazione”.

Le intenzioni del Pnrr sulle case di comunità sono pregevoli – continua Del Giudice – ma ciò che si sta concretizzando sono spesso edifici vuoti non ancora riempiti di contenuti3. Il grave depotenziamento delle risorse della salute in generale e della salute mentale in particolare crea problemi, poiché la forza dei servizi per la salute mentale è rappresentata proprio dagli operatori che però non ci sono. Bisogna ricominciare a lavorare in questo senso e i politici hanno la possibilità di intervenire, ma gli interventi attuali sono molto deboli, come si vede dalle risorse finanziarie stanziate. La direzione che si sta prendendo nel paese mostra attenzione alla sicurezza attraverso una cultura securitaria e pratiche custodiali. È stato invece dimostrato che è possibile un modo diverso di assistere l’altro e le situazioni più complesse anche nella comunità, in un contesto di integrazione con gli altri servizi e con la comunità stessa. I cittadini sono un valore se si lavora con loro. Non c’è bisogno né di rinchiudere né di custodire, ma bisogna principalmente curare e prendersi cura dell’altro. n
Federica Ciavoni
BIBLIOGRAFIA
1. Del Giudice G. Basaglia oggi. Un pensiero necessario. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2025.
2. https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-strutture-residenziali-socio-assistenziali-esocio-sanitarie-al-1-gennaio-2024/
3. https://careonline.it/salute-pubblica/2026/01/case-della-comunita-le-parole-chiavedel-dm-77/
Cura il tuo prossimo come te stesso
Amore, relazione umana e professionalità nella cura
A cura di George Gabriel Bologan e Mario Colombo
Il volume raccoglie gli atti del Convegno “Cura il tuo prossimo come te stesso. Amore, relazione umana e professionalità nella cura” che si è tenuto a Sanmartin – Baile Felix nella contea di Bihor (Romania) il 13 dicembre 2025. Va ad arricchire la collana editoriale di Auxologico “Cura il tuo prossimo come te stesso” nata nel 2018 con l’intento di riflettere, con contributi multidisciplinari, su temi di attualità nella cura delle persone e nella ricerca biomedica, con una forte implicazione valoriale. Il convegno ha rappresentato un evento eccezionale che ha portato a confrontarsi, nell’ambito della comune radice cristiana, culture, sensibilità ed esperienze differenti tra Romania e Italia. Autorità religiose, rappresentanti delle istituzioni civili, manager pubblici e privati, ognuno secondo le proprie prospettive, hanno sottolineato come il messaggio evangelico di amare il prossimo come sé stessi trovi un’espressione assoluta nella cura del prossimo e nella relazione che con esso si va a instaurare. Ciò è tanto vero che i confini tra il prossimo e sé stessi vanno a sfumare, a scomparire nella consapevolezza di una fratellanza e di una comune identità umana.
I tribunali come ultima difesa della salute pubblica
Avorn J
Products that pose health risks: can litigation protect us when government fails?
NEJM, published June 17, 2026 doi: 10.1056/NEJMp2604841
Può capitare – e capita – che vengano ammessi al commercio prodotti dannosi per la salute. Capita anche che i governi, talvolta, non intervengano in tempo. In questi casi, può essere la giustizia a colmare il vuoto. È questa la tesi centrale di un editoriale firmato da Jerry Avorn, medico e ricercatore della Division of pharmacoepidemiology and pharmacoeconomics, department of medicine, Harvard medical school and Brigham and women’s hospital, pubblicato il 17 giugno 2026 sul New England Journal of Medicine. Due sentenze recenti hanno colpito i grandi gruppi tecnologici. YouTube e Meta (la società che controlla anche Instagram e Facebook) sono state condannate a pagare 9 milioni di dollari. Il motivo: aver tratto profitto da prodotti social progettati per creare dipendenza, con un possibile danno psicologico per gli utenti: ne hanno parlato molti media, tra cui il New York Times1. Un giorno prima, Meta aveva già ricevuto un’altra condanna, da 375 milioni di dollari, per aver ignorato le prove raccolte internamente sui rischi dei propri prodotti. Queste sentenze, secondo l’autore, non sono casi isolati. Richiamano due precedenti storici importanti.
I PRECEDENTI
Il primo precedente riguarda il farmaco Vioxx (principio attivo: rofecoxib), un antinfiammatorio prodotto da Merck & Co. Il farmaco raddoppiava il rischio di infarto e ictus nei pazienti che lo assumevano2. Le cause legali intentate da privati portarono Merck a pagare quasi 5 miliardi di dollari di risarcimenti. L’autore stesso ha partecipato come testimone esperto, senza compenso, in questi processi. Le conseguenze furono importanti: nel 2007 il Congresso americano costrinse la Food and drug administration (Fda, l’ente regolatorio dei farmaci negli Stati Uniti) a creare un sistema nazionale di sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci, a lungo rimandato. Il secondo precedente citato da Avorn è la causa contro l’industria del tabacco, negli anni novanta. Quarantasei procuratori generali degli Stati americani citarono in giudizio i quattro maggiori produttori di sigarette. L’accordo finale, nel 1998, costò alle aziende oltre 200 miliardi di dollari. Una parte di quei fondi fu poi destinata ad altri usi, diversi da quelli previsti. Ma l’accordo ottenne anche un risultato meno visibile e più importante: costrinse le aziende a limitare la pubblicità e a smettere di negare i rischi sanitari dei propri prodotti.
UNO SCHEMA CHE SI RIPETE
I tre casi condividono una stessa struttura. Le prove di rischi per la salute erano già note da tempo. Le aziende possedevano anche ricerche interne che confermavano questi rischi. Le aziende, però, negavano l’esistenza o la rilevanza clinica di quei dati. Alcuni funzionari
pubblici avevano lanciato l’allarme. Diversi responsabili della sanità pubblica statunitense (i surgeon general), a distanza di decenni l’uno dall’altro, avevano già segnalato i rischi del tabacco e, più di recente, dei social media. Nonostante queste diffuse preoccupazioni, non era seguita alcuna risposta legislativa o regolatoria efficace.
LE DOMANDE APERTE
L’autore solleva alcune domande che restano sostanzialmente senza risposta:
l Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nell’individuare e affrontare i rischi per la salute di un prodotto?
l Il danno dipende dal prodotto in sé, o dal modo in cui viene usato?
l Senza studi randomizzati e controllati, come si può dimostrare un legame causale tra un prodotto di uso comune (sigarette, un farmaco, un social network) e un effetto clinico (cancro, malattie cardiovascolari, disturbi psichici)?
l Quanta responsabilità ha la vittima, se l’azienda aveva comunque messo in guardia gli utenti (i “consumatori”…) circa i rischi legati all’uso? Quali elementi contribuiscono a definire l’adeguatezza di un avviso?
l Quando sono sufficienti regole più severe sulla pubblicità o sulla vendita (come per il tabacco, o i limiti di età per i social media)?
l Quando, invece, serve un divieto totale, come accaduto per il Vioxx?
I tre casi mostrano che la via legale può funzionare. Ha portato a importanti riforme di sistema, sia per il tabacco sia per la sicurezza dei farmaci. Per i casi recenti sui social media, è ancora presto per dirlo: le sentenze potrebbero essere modificate in appello.
L’autore segnala però anche i limiti di questo approccio. Le cause legali, basate su giurie laiche, composte da persone non esperte della materia, possono talvolta sbagliare nell’attribuire le responsabilità. Un esempio citato è quello delle cause contro i produttori di paracetamolo, che collegano il farmaco all’autismo, nonostante le prove scientifiche siano inconsistenti.
IN CONCLUSIONE
Il sistema ideale prevederebbe leggi tempestive, basate sulle prove robuste e libere da conflitti di interesse. Quando questo non accade, secondo l’autore, i tribunali possono garantire un ulteriore livello di protezione per la salute delle persone. Non è il metodo più efficiente. A volte, però, è l’unico che funziona. n
A cura della Redazione
BIBLIOGRAFIA
1. Kang C, Mac R, Tan E. Meta and YouTube found negligent in landmark social media addiction case. New York Times. March 25, 2026. https://www.nytimes. com/2026/03/25/technology/social-media-trial-verdict.html
2. Goldstein J. Ghost of Vioxx still haunts Merck. Wall Street Journal. April 15, 2008. https://www.wsj.com/articles/BL-HEB-2407.
Screening del tumore della prostata: il rumore di fondo copre le evidenze?
Abbasi K
Why not screening for prostate cancer is justified BMJ 2026; 393:e894967
Lo screening per il tumore della prostata continua a dividere opinione pubblica, politica sanitaria e medicina. La domanda sembra semplice: gli uomini devono sottoporsi a controlli di routine? La risposta non è altrettanto semplice. Lo sottolinea Kamran Abbasi, direttore del BMJ, in un editoriale pubblicato l’11 giugno 2026. Due documenti recenti lo dimostrano. Li ha pubblicati il National screening committee (Nsc), il comitato che nel Regno Unito valuta le politiche di screening. Il primo riguarda i test per l’individuazione di più tipi di tumore in un’unica analisi1. Il secondo riguarda gli esiti surrogati usati negli studi clinici sullo screening oncologico2. Entrambi mostrano quanto siano complesse le decisioni in questo campo. La richiesta di screening generalizzato è costante. Se un test esiste, sostengono in tanti, andrebbe usato su tutti. Una diagnosi tardiva, in questa logica, sarebbe sempre colpa della mancanza di controlli. La realtà è più articolata di quanto il buon senso potrebbe far credere. Lo screening di popolazione è solo una opzione possibile. Un’altra strada è lo screening mirato ai gruppi ad alto rischio, come avviene per la valutazione delle persone con pensieri suicidari3,4. In ogni caso, la decisione corretta nasce dal confronto tra benefici e danni, e dal rapporto costo-efficacia. Il dibattito sullo screening prostatico, però, è spesso dominato da altri fattori. Campagne di personaggi famosi, affissioni di grande formato nelle città, piazze presidiate da camion attrezzati per i prelievi, prese di posizione politiche e una copertura mediatica apparentemente priva di dubbi alimentano la richiesta di controlli per tutti. Quando un forte rumore di fondo copre le evidenze scientifiche, il dibattito si trasforma in disinformazione che fa leva sull’emotività. Il Nsc, nota Abbasi, non si è lasciato distrarre da questo clima.
Anche la medica di cure primarie e firma storica del BMJ, Margaret McCartney, condivide la decisione del comitato, seppure con alcune
riserve5. Il Nsc raccomanda uno screening mirato con il test del Psa ogni due anni. La raccomandazione riguarda gli uomini tra 45 e 61 anni portatori di una variante patogena del gene BRCA2, già noto per l’associazione con un rischio più elevato di tumore della prostata e della mammella.
Il governo britannico ha aggiunto un’altra tessera al mosaico. Tutti gli uomini neri d’Inghilterra tra 45 e 74 anni saranno invitati a partecipare a un ampliamento dello studio Transform sullo screening prostatico6 La condizione è che la prima fase dello studio dia risultati positivi. La misura punta a colmare un noto gap informativo: gli uomini di origine afro-caraibica si ammalano di tumore della prostata più spesso degli altri uomini.
Per Abbasi, la decisione del Nsc non nuoce ai diritti degli uomini alla propria salute. Non è nemmeno un esempio di politica sanitaria “a due velocità”. È, piuttosto, una decisione fondata sulle evidenze migliori disponibili. Un esito raro, scrive l’autore, in un mondo spesso dominato da arroganza di potere, giochi politici e interessi economici.
La conclusione di Abbasi torna al punto di partenza. Non bisogna lasciarsi distrarre dal rumore di interessi contrastanti e pressioni esterne. L’innovazione resta benvenuta, ma deve passare attraverso dati solidi e valutazioni rigorose. È una risposta poco spettacolare, scrive l’autore.
Resta, però, la risposta giusta. n
A cura della Redazione
BIBLIOGRAFIA
1. Batson S, Taylor-Phillips S, Mackie A, et al. UK National Screening Committee position statement on evidence required for multicancer detection tests. BMJ 2026;393:e089868. doi:10.1136/bmj-2026-089868
2. Batson S, Hackshaw A, Mackie A, et al. UK National Screening Committee position statement on surrogate outcomes in cancer screening trials. BMJ 2026;393:e629407. doi:10.1136/bmj-2026-629407
3. Stapper N, Elwyn R, Kepecs D, et al. Clinical updates: assessment and management of suicidal ideation in adults. BMJ 2026;393:e086834. doi:10.1136/bmj-2025-086834
4. Tyrrell EG, Morriss R, Vijaykumar L, et al. Strengthening the UK primary healthcare response to suicidal ideation. BMJ 2026;393:e959881. doi:10.1136/bmj-2026-959881
5. McCartney M. Prostate cancer: the UK National Screening Committee is right to recommend against population screening. BMJ 2026;393:e425752. doi:10.1136/bmj2026-425752
6. Cobucci G. Prostate cancer: all black men aged 45-74 will be offered screening in major trial expansion. BMJ 2026;393:e558612. doi:10.1136/bmj-2026-558612
Esempi di esiti rilevanti per la valutazione di un programma di screening con test di rilevazione precoce multicancro
Sicurezza
l Sicurezza del test di screening
l Sicurezza di eventuali esami diagnostici di approfondimento (follow-up)
l Sicurezza di qualsiasi trattamento somministrato a seguito dello screening
Partecipazione, equità e accettabilità
l Partecipazione allo screening con test di rilevazione precoce multicancro e adesione all’intero percorso assistenziale
l Disuguaglianze nell’adesione allo screening, nel completamento del percorso diagnosticoterapeutico e nel follow-up
l Disuguaglianze nell’accesso
l Accettabilità dei percorsi di screening, diagnostici e di trattamento
Performance del test
l Accuratezza diagnostica
l Accuratezza nella predizione della sede d’origine del tumore
l Tasso di fallimento del test
l Tasso di casi positivi non risolti (test di screening positivo, ma il tumore non viene mai identificato)
Efficacia clinica
l Mortalità cancro-specifica e mortalità per tutte le cause
l Qualità della vita correlata alla salute
l Morbilità
l Incidenza dei tumori identificati in stadio avanzato (esito intermedio)
l Tasso dei tumori d’intervallo
Modificata da Batson S, Taylor-Phillips S, Mackie A, et al. 20261
Danni e conseguenze indesiderate
l Riduzione dell’adesione ai programmi di screening già esistenti
l Riduzione del ricorso ai servizi sanitari da parte delle persone con sintomi
l Diagnosi in stadio avanzato di tumori non inclusi nei programmi di screening
l Sovradiagnosi o sovratrattamento
l Danni psicologici
Impatto sul sistema e sul budget
l Costi e costi opportunità
l Effetti sull’uso di risorse limitate (ad esempio, assistenza primaria, diagnostica per immagini e tempi di attesa per i trattamenti)
l Gestione dei reperti incidentali (derivanti sia dal test di rilevazione precoce multicancro sia dagli esami diagnostici di approfondimento)
Comunità, territorio, partecipazione: le parole del Dm 77
A quattro anni dall’entrata in vigore del Dm 77/2022, il dibattito sulle case della comunità si è a lungo concentrato soprattutto sui tempi di realizzazione e sulla carenza di personale. Questo articolo propone invece una chiave di lettura diversa: partire dalle parole del decreto –comunità, territorio e partecipazione – per riflettere sul modello culturale e organizzativo che la riforma ha inteso promuovere, al di là dello stato di avanzamento delle singole strutture.
La ridondanza di termini quali comunità e territorio in relazione all’assistenza sanitaria nel Dm 77/2022, che definisce il nuovo modello di assistenza territoriale del Ssn, sembra quasi in contraddizione con le finalità del decreto. Più che nella loro frequenza, tuttavia, la criticità risiede nella mancanza di una definizione operativa condivisa, che ne chiarisca il significato nel contesto della salute. Il documento punta infatti a rafforzare la sanità territoriale, avvicinandola ai cittadini, ma lascia volutamente aperta l’interpretazione di concetti che diventano centrali nell’attuazione della riforma. Comunità è naturalmente il termine più ricorrente, seguito da assistenza e territorio (nelle diverse declinazioni). Come devono essere interpretate queste parole e quale relazione le lega?

“Io partirei appunto da chi è comunità o la costruisce quotidianamente, da chi sul territorio ci vive”. A parlare è Sara Vallerani, sociologa e ricercatrice dell’Università di Ginevra in occasione dell’incontro Dalle riforme sanitarie alle case di comunità: a che punto siamo? che si è tenuto il 4 dicembre 2025 a Roma, presso la Biblioteca Fabrizio Giovenale. “Comincerei a guardare quello che succede sui territori, comincerei a guardare quelle realtà più o meno organizzate e soprattutto informali che ogni giorno si interrogano su cosa sia il territorio, la partecipazione, la comunità. Quelle che comprendono il modo in cui questi concetti vanno messi in relazione”. Quindi la partecipazione definisce la comunità, e struttura il territorio sul quale le comunità hanno modo di svilupparsi.
In questa prospettiva, la comunità non è un soggetto dato una volta per tutte, ma un processo che prende forma attraverso la partecipazione. È quest’ultima, quindi, a dare significato alla comunità e a strutturare il territorio nel quale le relazioni sociali e i percorsi di salute possono svilupparsi.
Affidandosi a queste parole, ma mantenendone i confini semantici sfumati, la riforma della medicina territoriale corre il rischio di renderle protagoniste solo sulla carta, alimentando una retorica che non sempre si traduce in pratiche concrete.
“Semplifico: se l’utilizzo del concetto di comunità intende delegare una serie di cose ai cittadini, non funziona”, continua Vallerani.
La parola comunità è diventata un pilastro fondamentale della riforma della sanità territoriale in Italia. Tuttavia, alla sua centralità nel dibattito pubblico non corrisponde sempre una definizione condivisa di ciò che significhi costruire processi realmente partecipativi né di come i cittadini debbano esserne coinvolti. Da qui emergono diversi spunti di riflessione. Uno riguarda la tensione tra le regole calate dall’alto e le iniziative che nascono spontaneamente nei territori: quanto riescono le forme di partecipazione – reali o soltanto dichiarate – a incidere concretamente sull’organizzazione dei servizi, prima
“Senza luoghi nei quali la partecipazione possa esercitarsi concretamente, il rischio è che i concetti fondativi del Dm 77 rimangano principi condivisibili, ma privi di reale capacità trasformativa.”
ancora che sulle politiche sociali? C’è poi il rischio che dietro termini come comunità e partecipazione si nasconda, in realtà, una delega dei servizi al volontariato o ai soggetti privati, anziché la costruzione di autentici spazi di decisione democratica.
“Il fatto che non vengano imposti né definiti dei processi può essere anche positivo, se si avviano percorsi reali sui territori: ogni territorio è diverso, e ogni casa della comunità risponderà a esigenze diverse”, ribadisce sempre Vallerani.
Questa flessibilità ha dunque i suoi aspetti positivi, ma spinge anche a riflettere sulla mancanza di investimenti nei dibattiti e nei processi partecipativi, così come negli spazi di confronto sociale.
“Perché se poi mancano gli spazi in cui le persone possono decidere, discutere, dare senso a quelle parole, chi lo fa al posto loro?” conclude Vallerani. È una domanda che resta aperta e che accompagna l’intera attuazione della riforma: senza luoghi nei quali la partecipazione possa esercitarsi concretamente, il rischio è che i concetti fondativi del Dm 77 rimangano principi condivisibili, ma privi di reale capacità trasformativa.
L’IMPORTANZA DEL TERRITORIO
L’ESPERIENZA DELLA ASL ROMA 1
I contorni sfumati di queste parole consentono quindi alle aziende sanitarie e ai distretti di declinare il modello della casa della comunità in funzione dei bisogni specifici delle popolazioni di riferimento. È proprio questa flessibilità, prevista dal Dm 77, a rendere il territorio non soltanto il luogo in cui i servizi vengono erogati, ma anche il punto di partenza per progettarli.
“La disponibilità di spazi adeguati – per dimensioni, ambulatori e aree di servizio – contribuisce anche alla riconoscibilità della casa di comunità da parte dei cittadini. Indipendentemente dal distretto o dalla Asl di riferimento, entrare in una casa di comunità significa trovare un luogo con un’identità, in cui è chiaro dove andare e quali servizi aspettarsi. In questo senso, lo spazio fisico diventa parte integrante dell’esperienza di cura, offrendo al cittadino un punto di riferimento stabile per i propri bisogni di salute”, racconta Maria Ester De Caris, Direttrice del Terzo distretto della Asl Roma 1.
La Asl Roma 1 si è organizzata per gruppi di lavoro su grandi aree tematiche individuate preliminarmente, che spaziano dall’analisi dei bisogni all’integrazione sociosanitaria, coordinate dai direttori e dalle direttrici dei sei distretti aziendali. De Caris è responsabile dell’analisi epidemiologica, un’attività finalizzata a leggere le caratteristiche demografiche, sociali e sanitarie di ciascun distretto, per costruire un modello di casa della comunità coerente con le peculiarità del territorio. “Una volta raccolti que-
sti dati” spiega, “possiamo costruire un modello di casa di comunità in grado di garantire in maniera omogenea alcune prestazioni di base, ma che ha anche delle specificità tipiche del tessuto di quel territorio. Ciò che può servire al terzo distretto, per le caratteristiche specifiche dei suoi residenti, può essere un dato completamente diverso dal distretto 1 o dal distretto 15”.
L’obiettivo, dunque, non è replicare un modello identico ovunque, ma garantire un nucleo comune di servizi adattandolo alle caratteristiche epidemiologiche e sociali di ciascun contesto. Secondo De Caris, per promuovere la salute in modo efficace è essenziale identificare non solo i bisogni sanitari, ma anche le risorse e le realtà già presenti sul territorio, così da attivare collaborazioni stabili e costruire percorsi condivisi di promozione della salute e prevenzione. Questo significa superare una logica centrata esclusivamente sulla presa in carico della malattia e includere anche i bisogni della popolazione sana, valorizzando le reti sociali già esistenti. Per questo motivo il Dipartimento di epidemiologia del Ssr – Regione Lazio (Dep Lazio) è stato incaricato non solo di censire le strutture sanitarie tradizionali (case della salute, presidi, medici di medicina generale e altri servizi) e la popolazione con patologie, ma anche di ampliare la mappatura all’intera comunità e alle risorse che possono contribuire alla promozione della salute. La ricognizione coinvolge anche attori come le farmacie, già impegnate in attività quali la misurazione della pressione arteriosa e della glicemia, oltre all’organizzazione di giornate di prevenzione. L’idea è costruire una rete che integri servizi sanitari, enti locali e realtà del territorio, mettendo in relazione il terzo settore, il mondo dell’associazionismo, le case di riposo, le comunità alloggio, le comunità terapeutiche, le esperienze di co-housing e i soggetti privati accreditati, per costruire un fronte comune a tutela della salute della comunità.
Questa impostazione restituisce un significato concreto alle parole chiave del Dm 77. Il territorio non coincide più soltanto con uno spazio geografico o amministrativo, ma diventa l’insieme delle relazioni, delle competenze e delle risorse che possono concorrere alla produzione di salute. In questa prospettiva, la casa della comunità è chiamata a svolgere non solo una funzione di erogazione dei servizi, ma anche di connessione tra i diversi attori che operano localmente.
A CHE PUNTO SIAMO
DOPO LA SCADENZA DEL PNRR
Il Pnrr imponeva al Lazio, come a tutte le Regioni, una scadenza precisa per il target comunitario M6C1-3: entro il 30 giugno 2026 dovevano essere
“Nel complesso, il quadro restituisce un sistema in progressiva costruzione, nel quale la realizzazione delle strutture procede più rapidamente della loro piena operatività.”
operative tutte le case della comunità previste. La scadenza è trascorsa, e il bilancio che emerge dai dati istituzionali più recenti resta improntato più alla cautela che all’entusiasmo.
Il Report Agenas sul monitoraggio del Dm 77/2022 relativo al II semestre 2025 (dati aggiornati al 31 dicembre 2025, gli ultimi disponibili al momento della pubblicazione di questo articolo) fotografa una situazione in miglioramento rispetto al semestre precedente ma ancora lontana dagli standard previsti dal decreto:
l 781 case della comunità risultano con almeno un servizio attivo, su 1.715 strutture complessivamente programmate (finanziate attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo e altre fonti): il 45% del totale;
l solo 66 case della comunità rispettano pienamente gli standard del Dm 77/2022 — tutti i servizi obbligatori attivi e presenza medica e infermieristica conforme (h 24 sette giorni su sette nelle case di comunità hub, h 12 sei giorni su sette nelle spoke) — pari a meno del 4% del totale;
l altre 219 case della comunità hanno tutti i servizi obbligatori attivi ma senza personale medico e infermieristico adeguato (circa il 13%);
l gli ospedali di comunità attivi sono 163 su 594 programmati (27%);
l le centrali operative territoriali restano l’unico target pienamente centrato: 625 attive su 657 programmate, con 480 che hanno concorso al target di rilevanza comunitaria rendicontato alla Commissione Europea.
Nel complesso, il quadro restituisce un sistema in progressiva costruzione, nel quale la realizzazione delle strutture procede più rapidamente della loro piena operatività.
Come segnalava il Post* già alla fine del 2025, il rischio è che molte case della comunità rimangano “scatole vuote” se non si interviene contemporaneamente sul reclutamento e sulla stabilizzazione del personale sanitario e sulla capacità di radicare questi presidi nei territori.
case della comunità e rappresenta un passaggio importante per dare attuazione al modello delineato dal Dm 77. Da solo, tuttavia, non risolve il problema del fabbisogno complessivo di personale né quello della sostenibilità organizzativa delle nuove strutture.
Il limite principale resta il tetto alla spesa per il personale, che continua a rappresentare un vincolo non previsto per altre voci di bilancio. Se le case della comunità richiedono nuovi professionisti ma la spesa per il personale dipendente non può crescere, il sistema rischia di ricorrere sempre più frequentemente, attraverso la voce ‘acquisizione di beni e servizi’, a forme di lavoro precario o esternalizzato. Una dinamica che non dipende necessariamente da una scelta organizzativa, ma dalla struttura stessa dei finanziamenti: il Pnrr ha sostenuto la realizzazione delle infrastrutture, non il loro funzionamento ordinario né il personale necessario a mantenerle operative.
Lo scenario da evitare non è necessariamente quello di strutture affidate interamente a una cooperativa, quanto piuttosto quello di servizi frammentati, prestazioni erogate a ore e professionisti che cambiano continuamente. Se l’obiettivo è che queste strutture diventino punti di riferimento per comunità consolidate, con storie e vissuti complessi, lavorare con il territorio richiede sedimentazione di conoscenze e competenze, e il lavoro di ‘comunità’ richiede stabilità e continuità. Senza un investimento strutturale e duraturo, il rischio è che l’infrastruttura resti priva delle risorse umane necessarie a garantire i servizi previsti di medicina generale, infermieristica, supporto psicologico e sociale.
È proprio qui che tornano a incontrarsi le tre parole chiave del Dm 77: comunità, territorio e partecipazione. Una casa della comunità può essere realizzata nei tempi previsti, disporre di spazi adeguati e offrire servizi formalmente conformi agli standard. Ma senza professionisti stabili, capaci di conoscere il contesto nel quale operano e di costruire relazioni durature con cittadini, associazioni e servizi locali, difficilmente potrà diventare quel presidio di prossimità immaginato dalla riforma.
* Per ora le case di comunità sono vecchi ambulatori con un nome diverso. Il Post, 30 settembre 2025. Disponibile online a questo indirizzo: https://www.ilpost.it/2025/09/30/ case-comunita-problemi/
LA SFIDA DEL RADICAMENTO
NEL TERRITORIO E DEL PERSONALE
Il Dm 77 definisce in modo chiaro i requisiti relativi al fabbisogno di risorse. Sul piano nazionale, tuttavia, il tema si intreccia con questioni ancora aperte: i vincoli di spesa per il personale sanitario, il dibattito sulle borse di formazione in medicina generale e sui contratti di formazione specialistica. In questa direzione si colloca anche l’intesa raggiunta nel giugno 2026 sul nuovo Accordo collettivo nazionale della medicina generale. L’accordo definisce le modalità di presenza dei medici di famiglia nelle
Il divario tra programmazione e realtà non si misura quindi soltanto nel numero di strutture inaugurate o di servizi attivati. Si misura soprattutto nella capacità di radicare le case della comunità nei territori, rafforzare il personale e trasformare parole come ‘comunità’ e ‘partecipazione’ da principi normativi in pratiche quotidiane di cura. n
Di Andrea Calignano e Norina Di Blasio
Diagnosi di laboratorio “al letto del malato”
Il Dm 77/2022 identifica la casa della comunità come punto di riferimento dell’assistenza primaria per 40.000-50.000 abitanti. La necessità di diagnosi precoci e rapide, insieme al monitoraggio continuo dei pazienti in diversi setting assistenziali, ha favorito lo sviluppo di tecnologie diagnostiche mediante dispositivi Poct (Point of care testing). Questi dispositivi, già utilizzati in ambito ospedaliero, rappresentano ora un campo di applicazione fondamentale per il potenziamento dell’assistenza territoriale. Nelle Case della comunità, i servizi di medicina di laboratorio integreranno l’offerta diagnostica attraverso punti prelievo e dispositivi Poct, realizzando un network in grado di rispondere ai bisogni assistenziali e garantire un appropriato utilizzo delle risorse. Il Documento tecnico sui Point of care testing (Poct) in ambito territoriale a supporto dell’attuazione del Dm 77/2022, supplemento al primo numero di Monitor – rivista semestrale di Agenas – è dedicato a questi sistemi. Giampaolo Collecchia, medico di medicina generale, membro dell’Ufficio di Presidenza del Comitato per l’etica nella clinica dell’Azienda Usl Toscana Nord Ovest, ha commentato il contenuto del documento.
Negli ultimi decenni la medicina di laboratorio ha conosciuto un’evoluzione rilevante, assumendo un ruolo sempre più centrale nella pratica clinica. Gli esami di laboratorio rappresentano oggi uno dei pilastri fondamentali dei sistemi sanitari, al pari delle principali indagini strumentali, come quelle radiologiche, ecografiche ed endoscopiche.
PUNTI DI FORZA E LIMITI DEL MODELLO CENTRALIZZATO
Il laboratorio classico è fortemente centralizzato. Si basa infatti sulla concentrazione delle risorse tecnologiche, delle competenze professionali e dei processi di controllo in un’unica struttura dedicata. L’utilizzo di strumentazioni ad alta comples-
sità, la standardizzazione dei metodi e l’impiego di personale altamente specializzato consentono di ottenere elevati livelli di precisione e accuratezza. A questo si aggiunge un sistema di controllo di qualità strutturato, che include controlli interni quotidiani, valutazioni esterne di qualità e audit periodici, garantendo la costanza delle prestazioni nel tempo. Un ulteriore vantaggio è la gestione efficiente dei grandi volumi di attività. Il modello centralizzato consente economie di scala, una migliore ottimizzazione delle risorse e la possibilità di offrire un ampio spettro di esami, inclusi quelli ad alta complessità diagnostica e specialistica. Inoltre, la presenza di competenze multidisciplinari favorisce il confronto professionale e il supporto ai clinici da parte di consulenti.
Accanto a questi punti di forza, il laboratorio presenta anche alcuni limiti. Uno è legato alla distanza fisica dal paziente. Il percorso diagnostico richiede più passaggi (prelievo, trasporto del campione, analisi, refertazione) che inevitabilmente aumentano il tempo complessivo di risposta. In contesti in cui la tempestività è cruciale, questo ritardo può ridurre l’impatto clinico del risultato. In generale la separazione tra laboratorio e luogo di cura può ridurre l’integrazione tra dato diagnostico e decisione clinica, trasformando l’esame in un elemento di conferma piuttosto che in uno strumento attivo nel processo decisionale.
Un altro limite riguarda la flessibilità organizzativa. Il laboratorio centralizzato è ottimizzato per processi standardizzati e programmabili, ma risponde con maggiore difficoltà a bisogni immediati o variabili, tipici dell’assistenza territoriale e della gestione in caso di eventi acuti. Inoltre, l’accesso ai servizi di la-
“La differenza più rilevante tra i due modelli non risiede quindi nella tecnologia in sé, ma nel contesto di utilizzo.”
boratorio può risultare meno agevole per le popolazioni fragili o residenti in aree periferiche. In conclusione, il laboratorio centralizzato classico rimane il riferimento imprescindibile per la qualità diagnostica, la complessità analitica e la sicurezza dei risultati. Tuttavia, la sua efficacia massima si esprime in un contesto organizzativo che ne riconosca anche i limiti, soprattutto in termini di tempestività, prossimità e flessibilità.
COSA CAMBIA CON L’INTRODUZIONE
DEI POINT OF CARE TESTING
L’introduzione dei Point of care testing (Poct), intesi come insieme di esami diagnostici eseguiti direttamente nel luogo di cura del paziente, spostano il processo diagnostico dal laboratorio tradizionale al luogo di cura (casa della comunità, domicilio, ambulatori medici). Ciò significa rendere l’informazione diagnostica disponibile nel momento stesso in cui il clinico deve decidere, trasformando il risultato da elemento “a valle” del processo in parte integrante della valutazione clinica. Questo rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto al modello centralizzato, in cui il tempo è una variabile secondaria rispetto all’accuratezza. Come detto sopra, nel modello classico il percorso diagnostico è lineare e sequenziale: prelievo, trasporto, analisi, refertazione. Ogni passaggio aggiunge tempo e complessità organizzativa. Nella diagnostica di prossimità, il processo è invece compresso e integrato, con un
PRINCIPALI PUNTI
1. Variabilità analitica potenzialmente maggiore
I Poct, pur validati, possono presentare una variabilità superiore rispetto ai sistemi di laboratorio centralizzati, soprattutto se utilizzati in condizioni ambientali non ottimali o con campioni diversi (per esempio, sangue capillare vs siero/plasma).
2. Dipendenza dall’operatore
L’esecuzione dei test è affidata a personale non laboratorista: errori pre-analitici (prelievo, manipolazione del campione, uso scorretto del dispositivo) incidono maggiormente sui risultati rispetto ai metodi tradizionali.
3. Rischio di riduzione del controllo di qualità
Senza una rigorosa applicazione di controlli, i Poct possono sfuggire a un controllo sistematico, generando risultati non confrontabili o non affidabili nel tempo.
4. Limitata complessità diagnostica
I Poct coprono un numero ristretto di parametri e non consentono analisi complesse o approfondimenti diagnostici, che restano di esclusiva competenza del laboratorio tradizionale.
5. Costi nascosti e sostenibilità economica
Sebbene il singolo test appaia rapido ed economico, la diffusione capillare dei Poct comporta costi indiretti rilevanti (formazione, controlli di qualità, connettività, manutenzione, audit).
forte impatto sulla gestione dei bisogni non differibili, delle cronicità e dei pazienti fragili, soprattutto in ambito territoriale.
Un’altra differenza chiave riguarda il ruolo del laboratorio. Nel modello centralizzato, il laboratorio è il luogo fisico dove avviene l’intero processo diagnostico. Nei Poct il laboratorio diventa il centro di governo del sistema, non più solo il luogo dell’analisi. La qualità non è garantita dalla centralizzazione fisica, ma dalla supervisione, dalla formazione, dal controllo di qualità e dalla connettività. Questo spostamento comporta anche nuove responsabilità. Se il modello centralizzato protegge la qualità grazie a un ambiente controllato e a personale altamente specializzato, la diagnostica di prossimità richiede regole più stringenti, perché il rischio di variabilità è maggiore. Senza una governance forte e una formazione continua del personale, il vantaggio della rapidità può trasformarsi in perdita di affidabilità. Il vantaggio principale peraltro non è solo la rapidità, ma la possibilità di integrare immediatamente il dato diagnostico nel contesto clinico specifico di una particolare persona, favorendo decisioni tempestive, monitoraggio continuo e maggiore prossimità al paziente, in particolare in caso di cronicità, fragilità e bisogni non differibili. La differenza più rilevante tra i due modelli non risiede quindi nella tecnologia in sé, ma nel contesto di utilizzo. I metodi tradizionali sono inoltre ottimizzati per volumi elevati, complessità analitica e massima precisione; i Poct sono progettati per semplicità d’uso,
DEBOLI DEI POCT
6. Rischi organizzativi e di frammentazione
Un’implementazione non coordinata può portare a duplicazioni di esami, uso inappropriato dei test e perdita di integrazione con il percorso diagnosticoterapeutico complessivo.
7. Criticità nella gestione dei dati
In assenza di valida connettività con i sistemi informativi aumenta il rischio di errori di trascrizione, mancata tracciabilità dei risultati e problemi di sicurezza e protezione dei dati sanitari.
8. Gestione del rischio clinico e biologico
L’esecuzione dei test fuori dal laboratorio aumenta l’esposizione a rischi biologici e richiede ambienti idonei, procedure rigorose e un’attenta formazione degli operatori.
9. Possibile inappropriatezza d’uso clinico
L’eccessiva disponibilità dei Poct può favorire un uso non sempre giustificato dal punto di vista clinico, con rischio di sovradiagnosi e decisioni basate su test non necessari con il rischio di un’ulteriore spinta consumistica.
In sintesi il principale punto debole dei Poct non è tecnologico, ma organizzativo e gestionale: senza una governance forte, una supervisione laboratoristica costante e un sistema di qualità strutturato, i vantaggi di rapidità e prossimità possono trasformarsi in criticità per sicurezza, appropriatezza e sostenibilità.
automazione e immediatezza, spesso a scapito di una minore estensione del pannello analitico. Proprio per questo il documento dell’Agenas sottolinea che i Poct devono essere integrativi e non sostitutivi del laboratorio clinico. Richiedono pertanto un’integrazione digitale avanzata: connettività ai sistemi informativi, tracciabilità degli operatori, dei risultati e dei controlli, e gestione del rischio distribuita su più sedi. In assenza di tali requisiti, il rischio di variabilità e inappropriatezza aumenta sensibilmente.
CONCLUSIONI
In sintesi, la differenza tra i due modelli non è una contrapposizione tra “vecchio” e “nuovo”, ma tra due logiche diverse: l il modello centralizzato privilegia accuratezza, profondità e standardizzazione; l la diagnostica vicino al paziente privilegia tempestività, integrazione clinica e prossimità.
Il confronto tra gli esami diagnostici eseguiti vicino al paziente e il modello classico di laboratorio centralizzato mette in evidenza una differenza che non è solo logistica e che rappresenta un cambiamento significativo non tanto sul piano del valore diagnostico, quanto sul modello organizzativo e assistenziale in cui la diagnostica viene erogata. I Poct non rappresentano un’alternativa “più semplice” ai metodi tradizionali, ma un complemento strategico, pensato per rapidità e prossimità, che cambia il modo di usare l’informazione diagnostica. Il loro valore emerge solo se inseriti in un modello organizzato, governato e integrato con il laboratorio tradizionale, in linea con la riforma dell’assistenza territoriale delineata dal DM 77/2022. La vera sfida dei sistemi sanitari contemporanei non è scegliere uno dei due modelli, ma farli convivere in modo integrato, sfruttando i punti di forza di entrambi e riducendone le criticità. Solo così la diagnostica può diventare realmente uno strumento al servizio del percorso di cura e non un passaggio isolato.
Di Giampaolo Collecchia
Se vuoi leggere il quaderno di Monitor dedicato ai Poct, inquadra questo QR code:
Siamo disposti a modificare la nostra dieta per il clima?
Sappiamo che ciò che mangiamo ha un impatto sul clima, ma questo raramente si traduce in scelte diverse dalle abituali. Tra consapevolezza e cambiamento c’è uno spazio fatto di abitudini, resistenze e condizioni concrete che non è facile attraversare.
La scienza, ormai, è chiara. Ridurre il consumo di carne, privilegiare alimenti vegetali, scegliere prodotti locali e di stagione può contribuire in modo significativo a contenere le emissioni di gas serra. Eppure, nella vita quotidiana, questi principi si scontrano con ciò che siamo abituati a fare: il tempo che manca, il peso delle tradizioni, la percezione –spesso non verificata – che una dieta sostenibile sia più costosa o più complicata da seguire.
È da questa distanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo che è nato il webinar organizzato dalla Società italiana di pediatria (Sip) e dall’Associazione culturale pediatri (Acp) ‘Una dieta sana e sostenibile per il clima e non solo’, che si è svolto il 24 marzo, dedicato al rapporto tra alimentazione, salute e cambiamento climatico.
Come ha ricordato Paola Michelozzi, direttrice del Dep Lazio, la domanda da cui partire – se siamo disposti a modificare la nostra dieta per il clima – non è astratta, ma imposta dai dati. Nel 2024 è già stata superata la soglia di 1,5 °C di aumento della temperatura globale, e le proiezioni indicano un ulteriore incremento nei prossimi decenni. Nello scenario peggiore si potrebbe arrivare a +4 o +5 gradi entro la fine del secolo, con effetti potenzialmente devastanti in un paese come l’Italia, particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici.
In questo quadro il sistema alimentare ha un ruolo centrale: oggi è responsabile di circa un quarto delle emissioni globali di gas serra; inoltre gli allevamenti intensivi contribuiscono in modo significativo anche all’inquinamento da particolato fine. Il punto è che le stesse scelte alimentari che incidono sul clima hanno effetti diretti sulla salute. Il cambiamento climatico, la malnutrizione e l’obesità sono stati definiti già nel 2019 una “sindemia globale”1, fenomeni interconnessi che si alimentano a vicenda.
I dati sono eloquenti. In Italia – ricorda Paola Michelozzi – “oltre 36.500 decessi l’anno sono attribuibili al consumo eccessivo di carne rossa, mentre quasi 74.000 sono legati a un insufficiente apporto di alimenti di origine vegetale”. La dieta rappresenta uno dei principali fattori di rischio per malattie e anni vissuti con disabilità, e un’alimentazione ricca di prodotti ultraprocessati2, zuccheri aggiunti e gras-

si saturi è associata a un aumento della mortalità e delle principali patologie croniche.
liari, le tradizioni e le rappresentazioni del pasto giocano un ruolo decisivo. La carne, per esempio, è ancora spesso percepita come l’elemento centrale dell’alimentazione, mentre le alternative vegetali vengono considerate incomplete, anche quando non lo sono dal punto di vista nutrizionale. Accanto a queste resistenze, si collocano fattori economici e pratici. I costi dei prodotti sostenibili rappresentano un limite reale, ma esiste anche una componente di costo percepito che incide sulle scelte. La difficoltà di pianificare i pasti, di interpretare le etichette e di orientarsi tra le diverse opzioni alimentari contribuisce a mantenere le abitudini esistenti.
Una dieta sana e sostenibile per il clima e non solo Se vuoi rivedere il webinar organizzato dalla Società italiana di pediatria (Sip) e dall’Associazione culturale pediatri (Acp), inquadra questo QR code
Al contrario, esistono modelli alimentari in grado di produrre benefici sia per la salute che per l’ambiente. La dieta mediterranea resta un riferimento solido, mentre la EAT-Lancet diet propone un modello basato prevalentemente su alimenti vegetali, con un consumo limitato di prodotti di origine animale e di zuccheri raffinati3. In questo contesto, la dieta flexitariana emerge come una soluzione praticabile: un’alimentazione prevalentemente vegetale, ma flessibile, che include occasionalmente carne e pesce. Le evidenze mostrano benefici su diversi indicatori di salute, dal peso corporeo al rischio cardiovascolare, fino al diabete di tipo 2.
I MAGGIORI OSTACOLI PER UNA DIETA SANA E SOSTENIBILE
Se il quadro scientifico è sempre più definito, il passaggio alla pratica resta complesso. Durante il webinar, Simona Vecchi del Dep Lazio ha parlato dei risultati di una survey condotta tra pediatri proprio per indagare le barriere all’adozione di diete sane e sostenibili.
Il dato più rilevante riguarda la dimensione culturale e sociale: per l’83% dei pediatri, è questo il principale ostacolo al cambiamento. Le abitudini fami-
In questo contesto il ruolo dei pediatri – e più in generale dei professionisti della salute – diventa cruciale fin dall’età evolutiva, non solo per fornire indicazioni nutrizionali, ma per promuovere una maggiore food literacy, aiutando le famiglie a comprendere cosa significhi davvero una dieta equilibrata e sostenibile. Il Dep sta sviluppando, in questa direzione, strumenti come l’app ‘Dieta e co-benefici’, pensata per supportare la diffusione di conoscenze e facilitare scelte più consapevoli. Tuttavia, gli interventi individuali non sono sufficienti. Come sottolineato nel webinar, i comportamenti alimentari sono il risultato di una rete complessa di fattori economici, sociali e ambientali. Per questo, accanto alla responsabilità individuale, sono necessari interventi più ampi di sanità pubblica: politiche sui prezzi, campagne di educazione alimentare, miglioramento dell’accesso ai cibi sostenibili, maggiore trasparenza sui costi reali degli alimenti.
In definitiva cambiare dieta richiede conoscenza e condizioni favorevoli, ma è anche uno degli ambiti in cui le scelte individuali producono effetti concreti e misurabili, sulla salute e sull’ambiente. Tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo c’è un vuoto che possiamo colmare con le nostre azioni quotidiane. È nelle scelte ripetute, nelle abitudini che decidiamo di modificare, che prende forma un cambiamento reale, attraverso piccoli passi concreti e costanti. n
Tiziano Costantini
BIBLIOGRAFIA
1. Swinburn BA, Kraak VI, Allender S, Atkins VJ, Baker PI, Bogard JR et al. The global syndemic of obesity, undernutrition, and climate change: The Lancet Commission report. Lancet 2019; 393(10173):791-846.
2. Lane MM, Gamage E, Du S, Ashtree DN, McGuinness AJ, Gauci S et al. Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses. BMJ 2024; 384: e077310.
3. Rockström J, Thilsted SH, Willett WC, Gordon LJ, Herrero M, Hicks CC, et al. The EAT-Lancet Commission on healthy, sustainable, and just food systems. Lancet 2025;406: 16251700.