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Care 3 | 2026

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ca|re

costi dell’assistenza e risorse economiche

3|2026

INCONTRI

Dalla prestazione alla presa in carico: ripensare la nostra sanità pubblica con uno sguardo al futuro

A colloquio con Giuseppe Quintavalle

Presidente Fiaso e Direttore generale Asl Roma 1

Dottor Quintavalle, alla Mediterranea School 2026 lei ha affermato che “il futuro della sanità si costruisce mettendo insieme idee, iniziative e professionalità” e che il Sud può offrire “esperienze e modelli utili all’intero Paese”. Può farci esempi concreti di buone pratiche che ha riscontrato nelle aziende sanitarie meridionali e che ritiene esportabili a livello nazionale?

CARE offre dal 1999 a medici, amministratori e operatori sanitari un’opportunità in più di riflessione sulle prospettive dell’assistenza al cittadino, nel tentativo di coniugare – entro severi limiti economici ed etici – autonomia decisionale di chi opera in sanità, responsabilità collettiva e dignità della persona.

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Un momento centrale della Mediterranea School - svoltasi lo scorso aprile a Bari sul tema ‘Governare il futuro del Ssn. Modelli organizzativi per la tutela della salute e la gestione della cronicità’ - è stato sicuramente quello dedicato alle best practice del nostro meridione, un territorio ricco di eccellenze e di grandi professionisti. La sfida, adesso, è trasformare queste singole esperienze virtuose in modelli strutturati, affinché diventino un punto di riferimento capace di arginare la cosiddetta ‘mobilità passiva’. Un fenomeno, questo, che non riguarda solo il Sud ma gran parte d’Italia, a favore di alcune regioni del Centro-Nord.

Per fare qualche esempio concreto, in Campania sono stati sviluppati ottimi modelli di assistenza domiciliare, pensati specificamente per le aree interne. La Puglia, dal canto suo, sta dimostrando l’efficacia di una sanità che sa “fare sistema”, offrendo negli ultimi anni impulsi e segnali di forte rinnovamento. Vorrei poi citare la Calabria che, oltre a

DALLA LETTERATURA

Parliamo di: guerre e collasso sanitario, fattori ambientali e salute cardiovascolare, dimissioni alla Food and drug administration

10 CONFRONTI Fascicolo sanitario elettronico 2.0: la Toscana accelera sulla diffusione della cultura digitale della salute

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CONFRONTI Anticorpi anti-amiloide per l’Alzheimer: un dibattito sul confine tra significatività statistica e rilevanza clinica

01 Incontri

DALLA PRESTAZIONE

ALLA PRESA IN CARICO:

RIPENSARE LA NOSTRA

SANITÀ PUBBLICA CON UNO SGUARDO AL FUTURO

A colloquio con Giuseppe Quintavalle

15 Dalla letteratura internazionale

10 Confronti

IL FASCICOLO SANITARIO

ELETTRONICO 2.0: LA TOSCANA ACCELERA

SULLA CULTURA

DIGITALE DELLA SALUTE

IL PARADOSSO

CUBANO: ECCELLENZA

SCIENTIFICA

E CRISI UMANITARIA

ANTICORPI

ANTI-AMILOIDE

NELL’ALZHEIMER: UN

DIBATTITO SUL CONFINE

TRA SIGNIFICATIVITÀ STATISTICA E RILEVANZA CLINICA

Tutti gli articoli e le interviste sono disponibili su www.careonline.it

CARE Costi dell’assistenza e risorse economiche

Direttore responsabile

Giovanni Luca De Fiore

Comitato editoriale

Giancarlo Bausano, Cristina Cenci

Guendalina Graffigna, PierLuigi Lopalco

Walter Ricciardi, Eugenio Santoro Federico Spandonaro

Redazione

Andrea Calignano, Federica Ciavoni, Norina Di Blasio, David Frati, Mara Losi

Stampa Lion Brand srl - Roma

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Fotografie

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Abbonamenti 2026

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Istituzionale: euro 120,00

Periodicità bimestrale

Finito di stampare giugno 2026

Il Pensiero Scientifico Editore

Via San Giovanni Valdarno 8 - 00138 Roma

E-mail: info@careonline.it

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Con il patrocinio di

Giuseppe Quintavalle è medico specialista in psichiatria e iscritto all’albo degli psicoterapeuti. Attualmente ricopre la carica di direttore generale della Asl Roma 1, una delle principali aziende sanitarie del paese per complessità organizzativa e bacino di utenza, e è presidente di Fiaso (Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere). Nel corso della sua carriera ha guidato rilevanti strutture sanitarie e ospedaliere della Regione Lazio, partecipando attivamente a tavoli tecnici istituzionali e commissioni ministeriali. All’impegno manageriale affianca da anni una costante attività scientifica e di docenza accademica in materia di programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sanitari.

essere in fase di uscita dal commissariamento e dal piano di rientro, sta finalmente esprimendo una sanità di alto livello. Basti pensare alla recente acquisizione di tecnologie robotiche all’ospedale di Cosenza, un traguardo raggiunto grazie all’impegno della professoressa Melfi: un’innovazione cruciale che segnerà una svolta per l’affermazione della chirurgia robotica nella regione, contribuendo a frenare l’emigrazione sanitaria. Ci tengo a sottolineare che questo non è solo un problema medico, ma un vero e proprio tema sociosanitario ed economico: quando un paziente è costretto a curarsi altrove, si sposta con lui un intero nucleo familiare, con un impatto pesante sul bilancio delle famiglie.

In sintesi, parliamo di una grande resilienza del Sud che Fiaso continuerà a sostenere. Il percorso della Mediterranea School proseguirà infatti a settembre proprio in Calabria, dove a Reggio Calabria organizzeremo un convegno in stretta sinergia con la Regione e il governatore Occhiuto, per approfondire i temi già tracciati a Bari insieme alle sei regioni del Mezzogiorno.

Dall’audizione della Corte dei Conti sul documento di finanza pubblica emergono grossi ritardi sull’attivazione degli ospedali e delle case di comunità: si parla di soli 163 ospedali di comunità attivi sui 595 programmati e di sole 66 case di comunità a regime con tutti i servizi obbligatori, inclusa la presenza medica e infermieristica, sulle 1715 programmate. Sono numeri che parlano di un fallimento?

A mio avviso è necessario inquadrare correttamente il concetto di ‘casa di comunità’. Innanzitutto, non si può affatto parlare di un fallimento: le scadenze finali del Pnrr sono concentrate proprio nei mesi compresi tra marzo e giugno. Inoltre, la vera novità non consiste semplicemente nell’aprire una struttura intesa come un tradizionale ambulatorio. La casa di comunità è un insieme di servizi territoriali; il primo vero nodo da sciogliere è quindi di natura culturale, un cambiamento che va promosso sia tra gli operatori sia, soprattutto, tra i cittadini.

La casa di comunità deve essere vissuta come un punto di riferimento quotidiano. Uno spazio che accoglie associazioni, terzo settore, società scientifiche, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali del Ssn, il tutto coordinato da infermieri ben formati in una logica di reale prossimità. Questo nuovo modello punta a potenziare l’assistenza domiciliare – garantendo la permanenza del paziente a casa propria –, a migliorare l’appropriatezza degli accessi in pronto soccorso e a offrire risposte immediate per le piccole e medie complessità quotidiane. Lì ci si vaccinerà e si accederà ai programmi di screening: parliamo di una visione radicalmente nuova. Più che di un fallimento, parlerei quindi del faticoso ma necessario avvio di un modello.

I prossimi passi cruciali riguardano la digitalizzazione dei servizi e l’integrazione dei Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta) all’interno delle strutture, creando agende di prenotazione dirette tra il medico di base e lo specialista, anche via telemedicina. Per gestire l’impatto delle patologie cronico-degenerative sarà poi fondamentale il reclutamento di professionisti dedicati. Solo così potremo incidere, nel medio periodo, sulla riduzione delle liste d’attesa, abbattendo le prestazioni inappropriate.

Le case di comunità oggi sono una realtà normativa e strutturale; la sfida attuale è riempirle di contenuti per evitare che restino scatole vuote.

La carenza strutturale di medici e infermieri sta compromettendo sia i presidi territoriali che quelli ospedalieri. La scarsa attrattività del sistema pubblico – retributiva ma non solo – è la causa principale?

Il reclutamento del personale è oggi la sfida più complessa per noi direttori generali e per le direzioni strategiche, quotidianamente impegnati a colmare i fabbisogni organici. Se da un lato l’applicazione del Decreto Calabria ha garantito l’inserimento di un buon numero di medici (grazie al reclutamento degli specializzandi), dall’altro scontiamo ancora una grave carenza in alcune specifiche specializza-

“Le direzioni generali sono oggi il luogo in cui gli indirizzi di riforma diventano organizzazione reale: presa in carico, appropriatezza, integrazione tra ospedale e territorio, misurazione dei risultati e uso responsabile delle risorse.”

zioni. A questo si aggiunge l’impatto massiccio dei pensionamenti: stiamo attraversando un ricambio generazionale senza precedenti.

Dobbiamo essere più attrattivi? Certamente sì sul piano retributivo, ma la chiave di volta è saper essere più motivanti nei confronti dei giovani professionisti. Un giovane resta, si spende e dà il massimo se si sente inserito in una progettualità di squadra e in un percorso di crescita chiaro. Laddove manca una visione e un progetto, assistiamo alla fuga dei colleghi: una diaspora che non riguarda solo i medici, ma anche infermieri e fisioterapisti. Diventa quindi fondamentale agire sulle leve di nostra competenza: motivazione, senso di appartenenza, empatia e un vero e proprio affiancamento (tutoraggio) nella crescita professionale.

Dobbiamo guardare anche alle nuove competenze: oggi parliamo di intelligenza artificiale e robotica. È necessario che l’università strutturi in modo permanente percorsi formativi o master dedicati, sia in ambito medico-chirurgico che sanitario.

Resta fermo il nodo economico. Non dimentichiamo che il privato convenzionato oggi offre standard elevati e noi dobbiamo competere con questa realtà a parità di livello. Auspico quindi una sempre maggiore attenzione alle retribuzioni, in particolare per quelle aree “di frontiera” dove i professionisti sono esposti a rischi elevati: penso ai pronto soccorso (teatro di continue aggressioni), alla medicina penitenziaria, alla psichiatria o alle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), dove il reclutamento degli psichiatri è ormai difficilissimo proprio per la delicatezza e il carico di stress del contesto. C’è molto da fare, ma un’azione di sistema tra politica, management sanitario e università potrà garantire un reale beneficio ai giovani, governando un ricambio generazionale mai così urgente.

Le liste d’attesa continuano a essere principale indicatore percepito di inefficienza del nostro servizio sanitario. Quale ripensamento strutturale dell’appropriatezza prescrittiva dell’allocazione delle risorse diagnostiche ritiene necessario per affrontare il problema alla radice?

Le liste d’attesa rappresentano da sempre un tema dominante della sanità pubblica: se guardiamo al 2000, o persino a prima, lo scenario era esattamente lo stesso. Il problema non si risolve semplicemente aumentando l’offerta di prestazioni: se l’offerta cresce in modo indiscriminato senza filtri all’ingresso, la domanda indotta finirà comunque per saturare i tempi d’attesa. Per affrontare la questione alla radice serve un’azione di sistema: consolidare la medicina di prossimità, applicare rigorosamente i Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta) e strutturare slot di prenotazio-

ne interni dedicati esclusivamente alle fasce deboli e ai pazienti cronici. In questo modo si decongestionano le visite programmabili o quelle in classe B (Breve), che attualmente risultano pletoriche e spesso non rispondono a reali emergenze, potendo essere gestite in tempi diversi.

Questo cambio di paradigma richiede un’evoluzione culturale sia da parte dei medici sia dei cittadini. Ed è proprio su questo terreno che il management sanitario sta già esercitando una funzione decisiva di guida del cambiamento. Le direzioni generali sono oggi il luogo in cui gli indirizzi di riforma diventano organizzazione reale: presa in carico, appropriatezza, integrazione tra ospedale e territorio, misurazione dei risultati e uso responsabile delle risorse. Come Fiaso, riteniamo che il rafforzamento del Ssn passi in modo determinante dalla capacità di governo delle aziende sanitarie, che ogni giorno tengono insieme professionisti, innovazione, sostenibilità del sistema e bisogni di salute delle comunità. Dobbiamo superare la logica fredda della ‘lista d’attesa’ per passare al concetto di ‘presa in carico’ e ‘presa in cura’ del paziente. Solo così si incrementano l’appropriatezza e l’aderenza terapeutica. Un altro punto critico è l’invecchiamento demografico: se non interveniamo anche sul piano sociale, rischiamo un’eccessiva e impropria medicalizzazione della terza età. Nella AslRoma 1 abbiamo constatato che un approccio integrato – capace di offrire vicinanza e supporto sociale agli anziani soli ma ancora in discrete condizioni di salute – riduce drasticamente quella corsa ingiustificata alle prestazioni sanitarie che appesantisce le liste. È un percorso interdisciplinare complesso, ma assolutamente necessario. Un’ulteriore insidia recente è l’autodiagnosi tramite l’intelligenza artificiale o i social network, un fattore di rischio in crescita che spinge gli utenti a pretendere esami inutili o incongrui: dobbiamo tornare a fidarci del medico, evitando accertamenti superflui. Laddove i Pdta vengono attivati correttamente, si assiste a una riduzione automatica del 40-50% delle liste d’attesa. Oggi registriamo tassi di inappropriatezza che sfiorano l’80% in esami come l’ecocolordoppler. Assistiamo inoltre a vere e proprie ‘mode’ diagnostiche, come la richiesta di cardio-Tac a cinquant’anni o di risonanze magnetiche laddove basterebbe una radiografia tradizionale. Cambiando l’approccio alla prescrizione e puntando sulla reale necessità clinica, risolveremo il problema alla radice.

Come si può riformare il sistema di remunerazione ospedaliera per incentivare l’efficienza senza penalizzare l’innovazione tecnologica e, soprattutto, come si può superare la frammentazione dei budget tra ospedale e territorio consideran-

“Spendere di più dove c’è reale valore, compensando con i risparmi ottenuti altrove: è questo il nuovo modello di gestione”

do il fatto che l’aumento della cronicità fa sì che i percorsi di cura non si esauriscano più tra le mura del reparto ospedaliero?

Oggi gli ospedali sono ancora vincolati al sistema di remunerazione per Drg (Diagnosis Related Groups). Si tratta di un modello introdotto nel 1994 che ha subìto pochissimi aggiornamenti e che richiede oggi una profonda revisione. Dobbiamo superare la logica della prestazione isolata per passare a ‘pacchetti di prestazioni’ integrati. Nelle alte complessità, questo approccio consentirebbe un adeguamento del valore del Drg, dando all’ospedale i margini per incidere sulla qualità della cura. Al contrario, per le patologie cronico-degenerative (penso al diabete e alle sindromi correlate), non possiamo più ragionare per singolo Drg sic et simpliciter, ma dobbiamo introdurre tariffe basate sull’intero percorso assistenziale. È una transizione complessa, che richiede l’aggiornamento sia del nomenclatore della specialistica ambulatoriale sia degli stessi Drg. Oggi l’innovazione sconta forti penalizzazioni: un intervento di chirurgia robotica, ad esempio, spesso manda in perdita l’azienda perché la tariffa riconosciuta è inferiore ai costi reali dell’atto chirurgico. Lo stesso accade per procedure d’avanguardia come la Tavi (impianto transcatetere di valvola aortica), dove l’equilibrio finanziario viene garantito solo grazie a stanziamenti extra da parte di alcune Regioni. Allo stesso tempo, la medicina odierna sta vivendo una rivoluzione straordinaria grazie ai farmaci innovativi, agli anticorpi monoclonali e alla medicina di precisione. Siamo entrati nell’era della ‘cronicità oncologica’: grazie alle terapie d’avanguardia e ai programmi di screening (colon-retto, mammella, cervice), tumori un tempo a prognosi infausta oggi consentono lunghe sopravvivenze. Questo progresso ha chiaramente un costo elevato, ed è qui che diventa centrale il concetto di appropriatezza sistemica. Ottimizzando le risorse ed eliminando le prestazioni inappropriate in altri settori dell’azienda, possiamo far quadrare i bilanci e liberare i fondi necessari per garantire ai pazienti farmaci e tecnologie che ne prolungano la vita, migliorandone la prognosi. Spendere di più dove c’è reale valore, compensando con i risparmi ottenuti altrove: è questo il nuovo modello di gestione.

Come direttore generale della Asl Roma 1, quali sono le principali criticità economiche e organizzative che ha incontrato e cosa ritiene prioritario mettere in atto nell’agenda nazionale delle aziende sanitarie pubbliche?

La Asl Roma 1 rappresenta una delle realtà più grandi e complesse d’Italia: gestisce un bilancio di circa 3,5 miliardi di euro, assiste un bacino di 1.200.000 abitanti e sovraintende ai controlli di

oltre 150 strutture private accreditate. Accanto a questa intrinseca complessità, il vero punto di forza – e insieme la sfida maggiore – è la natura profondamente variegata della popolazione. Passiamo dal centro storico di Roma alle periferie, intercettando aree di forte fragilità sociale. Attraverso la rete delle case di comunità che stiamo attivando, la nostra strategia punta a risposte ‘sartoriali’, calibrate di volta in volta sul confine tra bisogno sanitario e sociosanitario.

In questo scenario, la Regione Lazio sta dimostrando una grande vitalità, investendo molto su digitalizzazione, telemedicina e piattaforme di monitoraggio dei dati. Il dato è una bussola fondamentale anche per il controllo del budget aziendale, che gestiamo attraverso un confronto costante e rigoroso con i nostri medici. Il messaggio che trasmettiamo non è mai il rigido “dobbiamo risparmiare”, bensì “dobbiamo essere appropriati ed eliminare gli sprechi”. I risultati ci danno ragione: lavorando sull’appropriatezza e in regime di isorisorse, alcuni nostri servizi hanno registrato un incremento delle prestazioni del 30%.

Questa transizione si inserisce in un contesto globale estremamente delicato. Spesso basta guardare a cosa accade a poche ore di volo dall’Italia per comprendere il valore straordinario del nostro modello. Dobbiamo ricordare con orgoglio ai cittadini che il nostro Servizio sanitario nazionale resta uno dei migliori al mondo, capace di salvare milioni di vite ogni giorno nei pronto soccorso del paese. Il ritardo di una prestazione ambulatoriale o di una risonanza magnetica non urgente non può oscurare questo primato. Chi viaggia sa che non è possibile fare un confronto diretto con i sistemi assicurativi esteri: il nostro Pil sanitario si muove in un perimetro diverso. Dobbiamo indubbiamente crescere, ma proteggendo i principi cardine del nostro ‘miracolo italiano’: equità, gratuità e universalismo. A questo si aggiunge l’eccellenza delle nostre università, che formano professionisti stimati e contesi a livello internazionale.

Per il futuro del sistema sanitario, ritengo prioritario agire su questi fronti:

l il Piano nazionale esiti (Pne), valorizzando il grande lavoro di monitoraggio svolto da Agenas e dal Ministero della salute attraverso il Nuovo sistema di garanzia (Nsg), fondamentale per definire parametri oggettivi di appropriatezza; l il governo della mobilità sanitaria, analizzando i flussi di mobilità passiva di ogni singola Regione. Capire perché un paziente sceglie di curarsi fuori dal proprio territorio è il presupposto essenziale per individuare le inefficienze interne e intervenire in modo mirato.

Intervista a cura di Mara Losi

Conflitti geopolitici e collasso sanitario:

le realtà di Cuba, Venezuela, Gaza e Iran

Epidemiologia & Prevenzione, Recenti progressi in medicinaForward, Ricerca & Pratica Cuba: il collasso di un sistema sanitario. Un appello alla comunità medica e alle istituzioni internazionali.

Recenti Prog Med 2026; 117 (4): 167-168

Marzouk S, Nasari A, Trujillo A, Spiegel PB, Anonymous Venezuela’s health system: when force meets fragility

Lancet 2026; 407: 740-743

Who

Hostilities in the occupied Palestinian territory (oPt).

Public Health Situation Analysis (PHSA)

11 November 2025

De Fiore L.

Guerra e oncologia in Iran: le conseguenze plausibili sulla popolazione

Oncoinfo.it, 9 marzo 2026.

I sistemi sanitari contemporanei sono sempre più messi alla prova dagli shock geopolitici che stiamo vivendo e, anche quando sono stati costruiti su decenni di investimenti e competenze, possono entrare in crisi irreversibile di fronte alle guerre. L’evidenza empirica proveniente da contesti geograficamente e politicamente distanti – Cuba, Venezuela, Gaza e Iran – mostra dinamiche comuni nella disintegrazione dell’assistenza sanitaria, con conseguenze particolarmente gravi per i pazienti oncologici e cronici, e per le fasce vulnerabili della popolazione.

CUBA: QUANDO L’ECCELLENZA SANITARIA INCONTRA

I BLACKOUT ENERGETICI

Il sistema sanitario cubano, storicamente riconosciuto come modello di cooperazione internazionale con 8,4 medici ogni 1.000 abitanti contro i 2,6 degli Stati Uniti, versa oggi in uno stato di collasso documentato. L’inasprimento dell’embargo economico e il blocco delle forniture energetiche venezuelane dal gennaio 2026 hanno imposto blackout energetici fino a venti ore giornaliere negli ospedali, rendendo impossibili le normali attività chirurgiche e alimentando liste di attesa impressionanti.

La sopravvivenza nei tumori infantili è scesa dall’80% al 65% e, restando nell’ambito pediatrico, oltre 300 interventi chirurgici a settimana sono compromessi per la carenza di farmaci, ossigeno e anestetici. I farmaci essenziali, incluso il paracetamolo, sono scomparsi dalle farmacie statali e sopravvivono solo sul mercato parallelo a prezzi inaccessibili.

Per questo, un editoriale pubblicato congiuntamente su Recenti Progressi in Medicina, Epidemiologia e Prevenzione e Ricerca & Pratica ha lanciato un appello unendosi a chi da tempo invita la comunità sanitaria internazionale a rompere il silenzio chiedendo la sospensione immediata delle misure di embargo contro Cuba, la creazione di un corridoio umanitario garantito per l’accesso sicuro delle organizzazio-

ni internazionali, il riconoscimento formale che le sanzioni economiche che impediscono l’accesso alle cure costituiscono una violazione dei principi fondamentali del diritto alla salute, il sostegno concreto a medici e operatori sanitari cubani che continuano a lavorare in condizioni estreme.

VENEZUELA: L’INTERVENTO MILITARE CHE AGGRAVA UNA CRISI PREESISTENTE

Gli attacchi militari statunitensi nel Venezuela del 3 gennaio 2026, culminati con la cattura del presidente Nicolás Maduro, hanno rappresentato uno shock profondo per un sistema sanitario già al collasso. La spesa sanitaria pubblica era già scesa all’1,7% del Pil nel 2018, ben al di sotto della media latinoamericana del 4% e lontana dal 6% raccomandato dall’Oms, e nel marzo 2020 oltre metà dei letti ospedalieri pubblici erano già inoperativi.

La crisi ha causato il ritorno della malaria con quasi un milione di casi annui, il riemergere di morbillo e difterite, e 2,4 milioni di bambini vulnerabili a malattie prevenibili con i vaccini. Il costo del paniere alimentare di base ha raggiunto i 539 dollari, circa mille volte il salario minimo, con il 94,5% delle famiglie in stato di povertà secondo l’indagine ENCOVI (Encuesta Nacional de Condiciones de Vida) – la più importante e autorevole ricerca statistica indipendente sulle condizioni socio-economiche in Venezuela – del 2021.

Il definanziamento del sistema sanitario, unito all’instabilità politica, ha generato un esodo massiccio della popolazione venezuelana, che non ha risparmiato medici e operatori sanitari: oltre 24.000 medici hanno lasciato il paese nel 2018, lasciando le strutture in cronica carenza di personale, parte di un’emigrazione totale di oltre 7 milioni di venezuelani.

Gli attacchi militari e la militarizzazione dei servizi pubblici conseguente all’aggressione americana hanno ulteriormente paralizzato le operazioni umanitarie, restringendo la libertà di movimento e ritardando l’accesso ai medicinali con un acuirsi della morbilità prevenibile e della mortalità.

GAZA:

LA DISTRUZIONE SISTEMATICA

DEL SISTEMA SANITARIO

A Gaza il sistema sanitario non sta più semplicemente ‘collassando’, ma viene sistematicamente smantellato. I dati dell’Oms e di Medici Senza Frontiere tra il 2024 e il 2026 delineano un quadro che possiamo senza mezzi termini definire disumano per la sua gravità.

I continui attacchi al personale e le strutture umanitarie (oltre 500 sono quelli documentati fino ad oggi) hanno fatto sì che solo 18 dei 36 ospedali inizialmente esistenti siano rimasti in parte funzionanti, spesso senza anestetici o acqua pulita. Sulla base di dati del Ministero della salute palestinese, confermati dall’Oms, solo 564 degli oltre 11.000 pazienti oncologici sono stati evacuati all’estero per cure mediche e la chiusura, a metà maggio 2024, dell’European Gaza Hospital, principale centro di riferimento oncologico per i governatorati meridionali, ha aggravato la situazione, con oltre il 70% dei farmaci oncologici attualmente esauriti.

Il sovraffollamento nei campi profughi (il 90% della popolazione è sfollata) ha causato un’esplosione di malattie infettive. I casi di diarrea acuta sono aumentati di 36 volte e l’epatite A ha registrato picchi senza precedenti a causa del consumo di acqua contaminata.

In assenza di analgesici e antibiotici appropriati, i medici sono spesso costretti a eseguire amputazioni salvavita su bambini che, in condizioni normali, avrebbero potuto conservare l’arto. Si è creata a Gaza la più grande coorte al mondo di bambini amputati per ferite di guerra in un singolo conflitto.

Sempre sulla base di dati Oms, a Gaza una gravidanza su tre è ad alto rischio e i neonati prematuri o sottopeso rappresentano ora il 60-70% dei nuovi nati, rispetto al 20% di quanto accadeva precedentemente all’attacco israeliano.

IRAN: IL “DOPPIO FRONTE” DEI PAZIENTI ONCOLOGICI

L’oncologia è spesso la prima disciplina a risentire della ‘guerra indiretta’ o delle sanzioni, poiché richiede una continuità terapeutica fatta di tempi e sequenze cliniche non comprimibili. L’Iran si trovava già prima del recente conflitto in una fase di crescita del carico oncologico, essendo passato dai circa 112.000 nuovi casi del 2016 ai circa 160.000 del 2025, con un incremento superiore al 40%. Questa nuova realtà si scontra con la fragilità dei percorsi diagnostico-terapeutici in atto nel paese e con la rottura delle filiere assistenziali, che trasformano i pazienti oncologici in una delle prime vittime del conflitto: la sospensione delle chemioterapie endovenose e l’impossibilità di garantire il follow-up determinano infatti un eccesso di mortalità evitabile in tempi di pace. Anche la radioterapia risulta particolarmente vulnerabile, richiedendo infrastrutture ad alta tecnologia, continuità energetica e personale altamente qualificato.

La situazione è aggravata dall’insicurezza nella quale si trovano a lavorare gli operatori. Il direttore generale dell’Oms ha espresso profonda preoccupazione per le segnalazioni di personale sanitario aggredito o arrestato mentre prestava soccorso in Iran. Quando gli ospedali cessa-

no di essere luoghi protetti e diventano spazi di vulnerabilità, il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini si incrina, minando le basi della salute pubblica.

UN APPELLO ALLA COMUNITÀ SCIENTIFICA

INTERNAZIONALE

L’analisi qui proposta evidenzia alcuni aspetti ricorrenti nel deterioramento dei sistemi sanitari in contesti di crisi, che possiamo riassumere in questi quattro punti:

1. interruzione delle filiere di approvvigionamento: farmaci essenziali, ossigeno, dispositivi medici diventano indisponibili o accessibili solo tramite mercati paralleli;

2. collasso infrastrutturale: blackout energetici prolungati, distruzione o inattività di strutture ospedaliere, impossibilità di mantenere catene del freddo per farmaci e vaccini;

3. esodo del personale sanitario: l’emigrazione di medici e infermieri qualificati lascia i sistemi gravemente sottodimensionati;

4. vulnerabilità oncologica: i pazienti oncologici rappresentano l’indicatore più sensibile del collasso, richiedendo una continuità diagnostico-terapeutica incomprimibile.

Le conseguenze di questa situazione non sono immediate ma si manifestano attraverso diagnosi tardive, trattamenti incompleti e mortalità evitabile, che emerge nei registri epidemiologici anni dopo la fine dei conflitti. Le istituzioni sanitarie internazionali devono riconoscere che non solo le guerre ma anche le sanzioni economiche che impediscono l’accesso alle cure costituiscono una violazione della deontologia medica e del diritto umanitario, indipendentemente dalle valutazioni sui regimi politici coinvolti. Sono necessari corridoi umanitari protetti, il ripristino delle infrastrutture elettriche e idriche negli ospedali e una protezione reale per il personale sanitario, così da permettere di ricostruire la sovranità sanitaria in questi territori e garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali.

Ogni giorno di silenzio delle istituzioni scientifiche ha un costo che si misura, inesorabilmente, in vite umane. n

Mara Losi

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L’appello è sottoscritto dai direttori di dieci riviste scientifiche italiane coordinate da Scienza in Rete e sostenuto con forza anche da Care

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Fattori ambientali e salute cardiovascolare: l’appello delle società di cardiologia

Münzel T, Lüscher T, Kramer CM et al.

Environmental stressors and cardiovascular health: acting locally for global impact in a changing world

Eur Heart J 2026; Jan 20: ehaf915

Le malattie non trasmissibili (Ncd) rappresentano il 70% della mortalità globale, causando oltre 38 milioni di decessi annui, di cui la maggior parte attribuibili a patologie cardiovascolari. Accanto ai fattori di rischio tradizionali come ipertensione, diabete e ipercolesterolemia, emerge con crescente evidenza il ruolo dei fattori di rischio ambientali (Erf): inquinamento atmosferico, acustico e chimico, inquinamento luminoso artificiale, effetti dei cambiamenti climatici quali ondate di calore, incendi, alluvioni e tempeste di sabbia. È questo il quadro tracciato da un documento congiunto della European Society of Cardiology (Esc), American College of Cardiology (Acc), American Heart Association (Aha) e World Heart Federation (Whf), pubblicato simultaneamente sull’European Heart Journal, Circulation, Journal of the American College of Cardiology e Global Heart. Gli autori, guidati da Thomas Münzel e Sanjay Rajagopalan, sottolineano come questi fattori ambientali contribuiscano a circa 20 milioni di decessi annui a causa di cardiopatia ischemica, ictus, ipertensione e diabete di tipo 2, cifre che superano l’impatto di molti fattori di rischio tradizionali. Il solo inquinamento è responsabile di 9-12,6 milioni di morti all’anno, dato probabilmente sottostimato poiché non considera pienamente l’inquinamento da plastica e le interazioni sinergiche tra diversi fattori.

IL CONCETTO DI ESPOSOMA

Per comprendere appieno il ruolo dei fattori di rischio ambientali, i ricercatori sono ricorsi al concetto epidemiologico di esposoma, un approccio sistemico che integra le esposizioni cumulative nell’arco della vita, superando i tradizionali modelli mono-esposizione. Questo framework socio-ecologico-infrastrutturale considera come i sistemi

di approvvigionamento essenziali – trasporti, energia, alimentazione, gestione dei rifiuti – determinino profili di esposizione distintivi in base a prossimità e intensità, con impatti particolarmente severi sulle popolazioni vulnerabili.

IL RUOLO DELL’URBANIZZAZIONE

L’urbanizzazione intensifica drammaticamente queste esposizioni, creando ambienti ad alta densità di stress ambientali multipli e cumulativi. Con il 70% della popolazione mondiale che vivrà in aree urbane entro il 2050, le città rappresentano sia il fulcro del problema sia un’opportunità di intervento su larga scala.

Sul versante delle politiche, le società cardiologiche firmatarie enfatizzano la prospettiva “Health in All Policies” (HiAP),* che allinea la trasformazione urbana con obiettivi di salute pubblica. Strategie come le “Città dei 15 minuti”, zone a basso traffico, espansione di spazi verdi urbani e promozione di mobilità attiva possono evitare 400-800 anni di vita aggiustati per disabilità (Daly) per 100.000 abitanti annualmente.

IL RUOLO DEL SISTEMA SANITARIO

Fondamentale appare il passaggio dalla prevenzione primaria alla prevenzione primordiale, intervenendo su stili di vita e determinanti precoci. Questo approccio non solo ridurrebbe l’utilizzo di servizi sanitari e le emissioni ad essi associate, ma consentirebbe anche di allineare benefici ambientali e sanitari.

Un dato emblematico: oltre il 4% delle emissioni globali di gas serra è attribuibile alle attività sanitarie e gli stessi interventi cardiovascolari come angioplastica coronarica e bypass generano significative emissioni di CO2

Il documento sollecita quindi le organizzazioni sanitarie ad adottare: l principi di efficienza energetica, utilizzando energie rinnovabili e tecnologie a basso costo;

*Who. Promoting health in all policies and intersectoral action capacities. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.who.int/activities/promoting-health-in-all-policies-andintersectoral-action-capacities.

l iniziative di economia circolare, eliminando la plastica monouso e riducendo gli sprechi alimentari che rappresentano il 10-15% dei rifiuti ospedalieri;

l azioni di revisione clinica, dando priorità alla prevenzione secondaria per ridurre il ricorso a procedure ad alto impatto emissivo, come la chirurgia cardiovascolare e gli interventi percutanei.

Rispetto all’aumento degli eventi climatici estremi, il documento evidenzia la necessità di migliorare la resilienza dei sistemi di cura basandosi su tre pilastri fondamentali:

l infrastrutture resilienti: ospedali progettati per resistere a calore estremo e inondazioni, dotati di sistemi di ventilazione avanzati e riserve energetiche off-grid, ossia autonome rispetto alla rete energetica nazionale);

l governance e allerta: potenziamento dei sistemi di early warning per collegare le allerte meteorologiche ai percorsi di cura cardiovascolare;

l forza lavoro: formazione specifica del personale sulla gestione delle emergenze climatiche e sulla cardiologia ambientale”.

Solo il 35% dei paesi ha implementato sistemi di allerta precoce per ondate di calore. La sfida è quella di poter disporre, in un futuro sempre più prossimo, di sistemi sanitari resilienti, in grado di affrontare gli shock climatici garantendo i servizi essenziali e integrando anche le comunità marginalizzate nei piani di risposta alle emergenze per promuovere una maggiore equità.

L’APPELLO ALL’AZIONE

Esc, Acc, Aha e Whf lanciano quindi sei priorità d’azione:

1. rafforzare advocacy per politiche nazionali e internazionali, che integrino la salute cardiovascolare ambientale nelle strategie climatiche;

2. sviluppare una base di evidenze globale attraverso osservatori ambientali e ricerca transdisciplinare;

3. espandere formazione e educazione sui determinanti ambientali della salute cardiovascolare;

4. accelerare partnership Sud-Sud e Nord-Sud con centri di eccellenza regionali;

5. implementare strategie allineate con i Sustainable development goals, gli Accordi di Parigi e la roadmap Oms sulle Ncd;

6. sviluppare linee guida globali armonizzate, che affrontino inquinamento atmosferico, acustico, chimico e stressor climatici.

Un’enfasi particolare è posta sul sostegno ai paesi a basso e medio reddito, che subiscono in modo sproporzionato le conseguenze del degrado ambientale pur contribuendo solo in minima parte alla sua genesi. In questo contesto, l’integrazione della conoscenza indigena, che enfatizza pensiero olistico e sistemico in linea con i principi di salute planetaria, rappresenta una risorsa ancora sottoutilizzata ma potenzialmente preziosa. La conclusione che emerge da queste considerazioni è chiara: affrontare le cause profonde degli stress ambientali è possibile e necessario per ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari e promuovere società più sane, eque e sostenibili. n

Makary lascia la guida della Fda

CBS News

Marty Makary resigns as Fda commissioner after internal tensions

https://www.cbsnews.com/news/marty-makary-fdacommissioner-resigns-trump/

Time

FDA Commissioner Marty Makary resigns https://time.com/article/2026/05/12/fda-commissionermarty-makary-resigns-trump-administration/

Il dottor Marty Makary si è dimesso martedì 12 maggio 2026 dalla carica di commissioner della Food and drug administration (Fda), l’agenzia federale statunitense che regola farmaci, dispositivi medici e alimenti. Il suo mandato è durato tredici mesi ed è stato segnato da turbolenze continue.1-3 Makary è un chirurgo di origine britannico-americana, noto per le sue critiche alla gestione governativa della pandemia da covid-19, che si era presentato come un riformatore pronto a semplificare i processi di approvazione dei farmaci.

Il 6 maggio 2026, la Fda ha approvato alcune sigarette elettroniche aromatizzate dell’azienda Glas Inc. Secondo il Wall Street Journal, la decisione è arrivata solo dopo che il presidente Trump aveva fatto pressione su Makary affinché approvasse i prodotti aromatizzati alla frutta, che il commissario aveva fino ad allora rifiutato di autorizzare. La preoccupazione di Makary riguardava l’attrattiva di questi prodotti sui giovani.4 Proprio questo contrasto ha rappresentato il motivo finale delle dimissioni, anche secondo persone informate sui fatti citate dal New York Times. 5 Makary ha raccolto critiche anche sul fronte opposto. La Fda, sotto la sua guida, ha approvato un farmaco generico del mifepristone – la cosiddetta pillola abortiva – rendendola così più economica e accessibile.3 La mossa ha scatenato la reazione dell’organizzazione anti-abortista Susan B. Anthony Pro-Life America, che ha chiesto esplicitamente il licenziamento di Makary per quella decisione. Il caso illustra bene la posizione scomoda in cui si è trovato il commissario: esposto contemporaneamente alle pressioni di chi voleva meno regolamentazione e di chi ne chiedeva di più, a seconda del tema in gioco.

Un’altra vicenda ha alimentato le critiche dell’industria farmaceutica. Ad aprile 2026, la Fda ha respinto per la seconda volta la candidatura di un farmaco della società Replimune contro il melanoma avanzato, citando prove insufficienti di efficacia e contestando il disegno del trial clinico basato su un singolo braccio, cioè senza un gruppo di controllo con cui confrontare i risultati.6-8 Nella lettera dei tecnici della Fda, era sottolineato come la decisione giungesse all’unanimità dal momento che i dati presentati erano stati giudicati insufficienti a dimostrare prove sostanziali di efficacia. “Non lavoro per Replimune, lavoro per il popolo americano, e mi fido dei ricercatori della Fda”, ha affermato in un’intervista su CNBC.1

UN MANDATO SEGNATO DA CONFLITTI INTERNI

Il mandato di Makary è stato caratterizzato da disfunzioni interne, turbolenze nella leadership e crescenti critiche da parte dell’industria

farmaceutica, dei medici e dei gruppi di pazienti riguardo alle decisioni regolatorie. Molto scontento interno all’agenzia: il personale veniva spesso a conoscenza di nuove iniziative attraverso comunicati stampa o articoli su riviste scientifiche, anziché per vie interne. Il presidente Trump ha nominato Kyle Diamantas, fino ad ora vice commissario per i prodotti alimentari, come commissario ad interim. Diamantas è un avvocato con legami personali con Donald Trump Jr. Per la nomina di un commissario permanente sarà necessaria la designazione presidenziale e la successiva conferma del Senato. Il Segretario alla salute Kennedy ha annunciato che la ricerca di un nuovo commissario è già in corso.

RIFORMARE DALL’INTERNO: UNA MISSIONE IMPOSSIBILE?

La parabola di Marty Makary pone una domanda che va oltre la sua vicenda personale. Può un commissario tecnico guidare un’agenzia regolatoria complessa e difendere standard scientifici rigorosi, quando le politiche sanitarie e sociali sono di fatto dettate da una presidenza forte e da alleanze politiche trasversali?

Makary ha cercato di muoversi su linee diverse: ha difeso il rigore scientifico sul caso Replimune, ha approvato un generico del mifepristone rispettando le prerogative regolatorie, ha resistito alle pressioni sulle sigarette elettroniche. Ogni scelta gli ha alienato un pezzo del fronte politico che avrebbe dovuto sostenerlo. Alla fine, è stata proprio una decisione imposta dall’alto a rappresentare il punto di rottura insostenibile.

L’ex commissario Scott Gottlieb ha avvertito che la continua instabilità alla guida dell’agenzia rappresenta un ulteriore passo verso il basso per un’istituzione già indebolita da numerose partenze, con nomine politiche che sostituiscono posizioni tradizionalmente ricoperte da

funzionari di carriera. Il caso Makary ricorda che riformare un ente istituzionale dall’interno è impresa difficile in ogni circostanza. Diventa quasi impossibile quando l’agenda regolatoria deve competere con la logica della convenienza politica di breve termine. La Fda ne esce indebolita. E con essa, la fiducia dei cittadini nella capacità delle istituzioni sanitarie di agire nell’interesse della salute pubblica. n

A cura della Redazione

BIBLIOGRAFIA

1. CNBC. Marty Makary resigns as FDA commissioner following industry and White House backlash, 12 maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.cnbc. com/2026/05/12/trump-fda-commissioner-marty-makary-out.html

2. NPR. FDA Commissioner Makary resigns after tumultuous tenure, 12 maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.npr.org/2026/05/12/nx-s15819722/fda-commissioner-makary-resigns

3. BBC News. Makary faced criticism over FDA’s approval of generic mifepristone, 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.bbc.com/news/articles/ ce8pg3kr3pxo

4. Whyte LE, Andrews N. Trump pressures Fda commissioner to approve flavored vapes. Wall Street Journal, 6 maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https:// www.wsj.com/politics/policy/trump-pressures-fda-commissioner-to-approve-flavoredvapes-9dad81ee?mod=Searchresults&pos=1&page=1

5. Jewett C. Fda commissioner Marty Makary resigns after weeks of pressure. New York Times, 12 maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https:// www.nytimes.com/2026/05/12/us/politics/trump-fires-fda-commissioner-makary. html?searchResultPosition=1.

6. Koka A. When the Data Doesn’t Hold Up: Inside Replimune’s Second FDA Rejection, Substack, maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://anishkokamd. substack.com/p/when-the-data-doesnt-hold-up-inside

7. BioSpace. Makary defends Replimune melanoma rejection again as FDA tensions build, maggio 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.biospace.com/fda/ makary-defends-replimune-melanoma-rejection-again-as-fda-tensions-build

8. FierceBiotech. UPDATED: Replimune to reduce workforce following ‘disappointing’ second rejection for melanoma prospect, aprile 2026. Disponibile online al seguente indirizzo: https://www.fiercebiotech.com/biotech/fda-refuses-replimunes-melanomaprospect-second-time

La salute? È una parola

Strumenti e divagazioni per capire la crisi del welfare

Un’analisi approfondita della crisi del Servizio sanitario nazionale e dei sistemi di welfare, condotta attraverso l’indagine semantica delle parole che caratterizzano il dibattito sulla sanità.

Arricchito da riferimenti alla letteratura, al cinema e alle arti figurative, il testo decodifica la complessità del linguaggio sanitario per restituire al lettore una visione a tutto tondo, critica e consapevole. Un’opera appassionata che si rivolge non solo ai professionisti, ma a ogni cittadino che desideri comprendere le radici e le prospettive delle politiche sociali contemporanee.

Marco Geddes da Filicaia

“Accanto alla formazione a distanza, Regione Toscana ha investito fortemente sulla costruzione di una rete territoriale di ‘facilitatori del Fse 2.0’, figure chiave per accompagnare concretamente l’adozione del Fse 2.0 nei contesti organizzativi e professionali delle singole strutture sanitarie.”

Il fascicolo sanitario elettronico 2.0: la Toscana accelera sulla cultura digitale della salute

Un progetto integrato di formazione e comunicazione per diffondere la cultura del fascicolo sanitario elettronico 2.0 e accelerare la trasformazione digitale della sanità toscana

La trasformazione digitale della sanità passa dalle tecnologie, ma soprattutto dalle persone. È da questa consapevolezza che ha preso forma il Progetto di formazione e comunicazione per l’adozione del fascicolo sanitario elettronico 2.0 promosso da Regione Toscana nell’ambito della Missione 6 del Pnrr, dedicata al rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica e delle competenze digitali del sistema sanitario, finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU.

Avviato alla fine del 2023, il progetto - con il coordinamento di una cabina di regia e di un comitato scientifico regionale - sta accompagnando professionisti sanitari, operatori e strutture verso un utilizzo sempre più diffuso, consapevole ed efficace del fascicolo sanitario elettronico 2.0 (Fse 2.0), rendendolo uno strumento centrale nell’ambito dei servizi sanitari regionali. Il Fse 2.0 rappresenta infatti il punto unico di accesso ai servizi sanitari per il cittadino, un ecosistema digitale a supporto della diagnosi e della cura e, al tempo stesso, uno strumento strategico per migliorare l’analisi dei dati clinici e l’erogazione dei servizi sanitari. Proprio per sostenere questa trasformazione, Regione Toscana ha sviluppato un piano integrato che unisce formazione e comunicazione in un’unica strategia operativa, in coerenza con le milestone previste dal Pnrr. Un approccio orientato non soltanto a trasferire competenze specifiche sul Fse 2.0, ma anche a promuovere una nuova cultura della sanità digitale nel suo insieme.

LE QUATTRO LINEE DELLA

FORMAZIONE REGIONALE

Il progetto formativo è articolato attraverso quattro linee di intervento principali, pensate per rispondere alle esigenze delle diverse categorie professionali coinvolte nel sistema sanitario regionale. Le quattro direttrici individuate sono:

l formazione a distanza, l formazione residenziale dei ‘facilitatori del Fse 2.0’,

l formazione delle figure apicali della sanità regionale,

l formazione specifica per medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e operatori di front-office.

La formazione a distanza (Fad) rappresenta il cuore più ampio del progetto, con l’obiettivo di allineare le competenze digitali di base di circa 60.000 operatori del Servizio sanitario regionale attraverso percorsi asincroni e moduli differenziati per livelli di competenza. Al 31 maggio 2026 risultano già coinvolti 49.251 operatori e professionisti sanitari, un dato che testimonia la capacità del progetto di raggiungere in tempi rapidi una platea molto ampia e diversificata.

Nel corso dei diversi moduli formativi sono affrontati anche temi legati all’accesso ai servizi digitali, all’integrazione dei dati sanitari, alla gestione delle informazioni cliniche e alla personalizzazione delle cure attraverso gli strumenti e le possibilità del Fse. L’intero programma è stato costruito con un approccio orientato alla diffusione di competenze operative e alla valorizzazione dell’esperienza dei professionisti coinvolti.

Accanto alla formazione Fad, Regione Toscana ha investito fortemente sulla costruzione di una rete territoriale di ‘facilitatori del Fse 2.0’, figure chiave per accompagnare concretamente l’adozione del Fse 2.0 nei contesti organizzativi e professionali delle singole strutture sanitarie. La formazione residenziale dedicata ai facilitatori ha coinvolto fino ad oggi 103 professionisti distribuiti nelle tre aree vaste regionali, attraverso percorsi in presenza basati su esercitazioni pratiche, casi d’uso e metodologie interattive.

Ed è proprio il ruolo dei facilitatori ad aver rappresentato uno degli elementi più innovativi del progetto. Queste figure hanno il compito di accompagnare il cambiamento all’interno delle organizzazioni sanitarie, sostenendo i colleghi nell’utilizzo del Fse 2.0 e favorendo una diffusione più capillare della cultura digitale. Un modello che punta sulla prossimità, sul confronto diretto e sulla costruzione di competenze distribuite nei diversi contesti territoriali.

Un ulteriore asse strategico riguarda la formazio-

“Prima della definizione delle attività comunicative, il progetto ha previsto una fase preliminare di analisi del contesto, attraverso interviste qualitative, focus group e workshop, che hanno coinvolto direttori sanitari, medici di medicina generale, pediatri e operatori del sistema sanitario regionale.”

ne dei professionisti con ruoli apicali e decisionali della sanità di Regione Toscana. Il progetto ha previsto sessioni dedicate ai dirigenti e alle figure di coordinamento delle organizzazioni sanitarie, con l’obiettivo di rafforzare la governance della trasformazione digitale e favorire una visione condivisa dell’evoluzione del Servizio sanitario regionale, guardando in particolare all’utilizzo strategico dei dati disponibili attraverso il Fse, all’ecosistema dei dati sanitari e alle opportunità legate all’intelligenza artificiale. Al 31 maggio risultano coinvolti oltre 200 professionisti con ruoli apicali.

Parallelamente una particolare attenzione è stata dedicata ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta e agli operatori di front-office, figure che rappresentano il punto di contatto diretto con i cittadini. La formazione erogata in modo capillare su tutto il territorio regionale ha già coinvolto più di 1.700 tra i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta e 1.227 operatori di front-office, contribuendo a rafforzare le competenze operative e relazionali necessarie per promuovere l’utilizzo del Fse 2.0 nella pratica quotidiana.

Il coinvolgimento di queste figure è cruciale perché rappresentano il primo punto di accesso dei cittadini ai servizi sanitari. Rafforzare le competenze digitali di medici, pediatri e operatori amministrativi significa favorire una maggiore diffusione del Fse 2.0 e migliorare la capacità del sistema sanitario di accompagnare cittadini e pazienti verso un utilizzo più semplice, consapevole e continuativo dei servizi digitali.

UNA COMUNICAZIONE MULTICANALE DIFFUSA SU TUTTO IL TERRITORIO

L’intero progetto si è distinto per una forte integrazione tra formazione, comunicazione e accompagnamento al cambiamento. Il piano di comunicazione, infatti, non è stato concepito come semplice attività informativa, ma come leva strategica per sostenere la formazione e l’adozione del Fse 2.0 all’interno delle organizzazioni sanitarie.

Prima della definizione delle attività comunicative, il progetto ha previsto una fase preliminare di analisi del contesto, attraverso interviste qualitative, focus group e workshop, che hanno coinvolto direttori sanitari, medici di medicina generale, pediatri e operatori del sistema sanitario regionale. Questo lavoro ha permesso di individuare bisogni, aspettative e principali barriere percepite rispetto all’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico, definendo così i messaggi chiave e i linguaggi più efficaci per i diversi target professionali.

A partire da questa analisi è stato costruito un ecosistema di iniziative e strumenti di comunicazione per la promozione delle attività formative e della cultura del Fse 2.0: materiali informativi cartacei e digitali, newsletter, infografiche, video, pagine web dedicate, campagne informative e momenti di incontro sul territorio. La diffusione dei materiali di comunicazione è stata capillare, raggiungendo tutte le aziende sanitarie regionali e numerosi ambulatori medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.

Particolare rilievo hanno assunto i sette eventi di comunicazione organizzati in diverse città delle

“Il Fse 2.0 diventa così il punto di integrazione dell’intero percorso di cura del cittadino, favorendo continuità assistenziale, aggiornamento costante delle informazioni e maggiore efficienza sanitaria.”

tre aree vaste toscane, concepiti come momenti di confronto, aggiornamento e coinvolgimento diretto dei professionisti sanitari, con una partecipazione di oltre 1.800 professionisti e operatori del settore. Gli eventi si sono contraddistinti per un format dinamico e partecipativo, proponendo infatti game interattivi, quiz e tavole rotonde che hanno favorito un confronto continuo con la platea.

VERSO UNA NUOVA CULTURA DIGITALE

DELLA SALUTE

Il progetto di Regione Toscana nella sua interezza si distingue per la scelta di affrontare la trasformazione digitale come un processo culturale prima ancora che tecnologico. La disponibilità di dati sanitari accessibili e condivisi in modo sicuro rappresenta oggi una delle principali sfide per l’evoluzione dei sistemi sanitari.

In questo scenario, il Fse 2.0 si configura come un’infrastruttura abilitante per il futuro del sistema sanitario, che mette al centro il dato sanitario e capace di collegare tutti gli attori del sistema sanitario. Il Fse 2.0 si caratterizza, infatti, per il cambio di paradigma basato su dati clinici strutturati in modo uniforme, in grado di mostrare, ad esempio, l’andamento dei parametri clinici del paziente, e condividerli in sicurezza tra medici, ospedali, laboratori, farmacie e servizi di telemedicina.

Il Fse 2.0 diventa così il punto di integrazione dell’intero percorso di cura del cittadino, favorendo continuità assistenziale, aggiornamento costante delle informazioni e maggiore efficienza sanitaria.

Questa trasformazione rappresenta non solo un’evoluzione tecnologica, ma anche un cambiamento organizzativo e culturale nel modo di raccogliere, gestire e utilizzare i dati sanitari.

La Regione Toscana sta accompagnando questa evoluzione con un investimento che unisce innovazione, organizzazione e valorizzazione del capitale umano. Un percorso che, attraverso la collaborazione tra istituzioni, strutture, professionisti e territori, punta a consolidare una nuova cultura digitale della salute, orientata alla qualità dei servizi e alla centralità del cittadino. n

A cura della Redazione

Realizzato con la collaborazione di Regione Toscana, nell’ambito del Piano di Formazione e Comunicazione sul FSE 2.0, finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU PNRR/Missione 6 Componente 2 – Investimento 1.3 – Sub investimento 1.3.1 “Rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica e degli strumenti per la raccolta, l’elaborazione, l’analisi dei dati e la simulazione b) Adozione e utilizzo FSE da parte delle Regioni”.

Il paradosso cubano: eccellenza scientifica e crisi umanitaria

Un recente webinar organizzato da Scienza in rete ha esplorato la contraddizione di un’isola che, nonostante un embargo decennale sempre più aspro, riesce a produrre innovazione biotecnologica di livello molto alto, pur affrontando una crisi umanitaria quotidiana. È sempre più difficile mantenere quella capacità innovativa per cui Cuba si è distinta a dispetto di tutto e che le ha consentito finora di produrre farmaci e vaccini e di offrire una buona assistenza sanitaria. Anche fuori dall’isola.

Eva Benelli ne discute con Maurizio Bonati, medico, esperto di sanità internazionale, con Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr e con Elizabeth Balbuena Delgado, cardiologa cubana che lavora nella sanità pubblica italiana partecipando a un progetto di collaborazione, per sopperire alle carenze di organico. Eva Benelli introduce il concetto di “paradosso”: Cuba è una piccola isola, con una decina di milioni di abitanti, sotto embargo ma che è riuscita a raggiungere una copertura vaccinale del 90%, con vaccini prodotti sull’isola, sia della popolazione adulta che dei bambini. Con 7,5 medici ogni mille abitanti è il primo paese al mondo per numero di medici, sostenuti da un’infrastruttura sanitaria solida e presenti in vari paesi del mondo per le loro capacità. Benelli sottolinea come l’inasprirsi delle sanzioni e le minacce internazionali stiano mettendo a rischio non solo la salute dei cubani, ma un patrimonio di “saper fare” scientifico che è una perdita per l’umanità intera.

IL LABORATORIO CUBANO E GLI EFFETTI DELL’EMBARGO

“Cuba è un laboratorio unico al mondo per la salute pubblica, che ha investito fin dal 1959 sul diritto alla salute e all’istruzione, abbattendo mortalità infantile e materna, e analfabetismo” inizia così l’intervento di Maurizio Bonati, che evidenzia come il paradosso stia in tanti aspetti, per esempio nelle Case della comunità: mentre l’Italia arranca con i fondi Pnrr per realizzarle, Cuba le utilizza con successo da sessant’anni.

Bonati continua con la denuncia degli effetti devastanti dell’embargo: si è passati da tassi di benessere in termini di indici di salute che facevano di Cuba un paese con elevata qualità sanitaria nonostante le scarse risorse e il basso Pil, alla mancanza oggi di elettricità e carburante che impedisce l’accesso ai servizi di base (igiene e smaltimento dei rifiuti), portando al ritorno di malattie come la tubercolosi e all’aumento della mortalità infantile.

L’IMPATTO DELLE SANZIONI SULLA RICERCA

Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr, descrive cosa significa fare ricerca di eccellenza in condizioni di blocco economico: “tutti gli strumenti che abbiamo in laboratorio sono apparecchiature che hanno un 10% di componentistica nord americana che viene dagli Usa e che non può essere commercializza-

IL PARADOSSO

CUBANO ALLA FINE

DEI SUOI GIORNI

 Se vuoi rivedere il webinar organizzato da Scienzainrete, inquadra questo QR code

ta con Cuba. Ogni volta che i miei colleghi devono comprare un anticorpo o un reagente in laboratorio, nella maggior parte dei casi si trovano di fronte a grosse difficoltà. Quando riescono a farlo, si crea un sistema di perdita della tracciabilità che aumenta il prezzo in maniera esponenziale e ritarda la ricezione del prodotto in questione. Non sono solo più di 60 anni di blocco economico e finanziario che viola i diritti umani, ma durante il primo governo Trump – mantenute da Biden e dall’attuale governo Trump che ha estremizzato tutto ciò – sono state introdotte 243 extra sanzioni. L’impatto di 21 ore di blocco corrisponde al denaro che Cuba potrebbe utilizzare per acquistare l’insulina per tutti i pazienti diabetici dell’isola per un anno”.

Chiodo continua: “Durante la pandemia Cuba ha sviluppato cinque candidati vaccinali, di cui tre sono diventati vaccini autorizzati in diversi paesi del mondo, mettendo in collaborazione diversi istituti che stanno sotto Big Pharma, che è l’entità pubblica che gestisce la biotecnologia a Cuba. A mio avviso Cuba dimostra che – con le basi che ha sempre avuto di ricerca pubblica e funzionale al bene del cittadino – c’è un’alternativa al dipendere da meccanismi come quelli instaurati dalle istituzioni finanziarie, che bloccano molto spesso i paesi in via di sviluppo. A Cuba io sono considerato un terrorista per la Gates Foundation, e non posso chiedere fondi di ricerca alla stessa fondazione per una norma antiterrorismo. Questo fa sempre parte di quello che viene considerato il blocco economico e finanziario”.

Il ricercatore infine porta esempi di eccellenza: il vaccino chimico contro lo Streptococcus pneumoniae (molto pericoloso per i bambini sotto i cinque

anni), sviluppato grazie alla ricerca pubblica a Cuba, a fronte dei prezzi insostenibili che ha il farmaco per qualsiasi paese a basso reddito o in via di sviluppo. “Cuba dimostra come la biotecnologia pubblica può produrre innovazione superiore a quella guidata dal profitto, nonostante il blocco economico”, afferma Chiodo.

LA RESILIENZA CUBANA

E L’AIUTO ALL’ITALIA

“Nonostante la carenza di petrolio e tecnologia avanzata, Cuba ha recentemente vinto premi internazionali per un vaccino contro il tumore del polmone con risultati significativi in sopravvivenza” racconta Elizabeth Balbuena Delgado, cardiologa cubana che lavora in Calabria, raccontando la resilienza cubana come una capacità di affrontare le difficoltà e le ingiustizie con ottimismo e forza. La medica difende la sicurezza dei vaccini cubani (Abdala e Soberana), sottolineando l’assenza di effetti avversi gravi rispetto ad altre tecnologie.

Sono arrivati in Calabria circa 500 medici cubani per sostenere una situazione di emergenza della sanità locale, grazie a un accordo triennale tra la Regione Calabria e la società statale cubana: Maurizio Bonati invita al rafforzamento in Italia di reti tra università, istituti di ricerca, accademia per creare progetti di scambio e ricerca condivisa che altri paesi europei già stanno sostenendo.

“Cuba no está sola” cantava Carlos Puebla negli anni sessanta, ma oggi rischia di esserlo sempre di più. n

Federica Ciavoni

“5 EURO CONTRO IL FUMO”: LA RICERCA CHIEDE AL PARLAMENTO ITALIANO DI AGIRE CONTRO IL TABAGISMO

Aumentare il prezzo delle sigarette per contrastare il tabagismo e recuperare risorse per il Servizio sanitario nazionale: è la sfida lanciata da Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione Aiom attraverso una campagna di raccolta firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare che chiede l’aumento di 5 euro sul prezzo di tutti i prodotti da fumo, comprese le sigarette elettroniche e il tabacco riscaldato.

Il quadro epidemiologico è preoccupante. In Italia fuma il 24% degli adulti, e i dati sui giovani restano critici: il 7,5% degli studenti fra 11 e 13 anni ha già provato prodotti a base di tabacco o nicotina, percentuale che sale al 37% tra i 14-17enni. Il fumo rappresenta una delle principali cause prevenibili di malattia e morte, con 700.000 vittime ogni anno nella sola Unione Europea.

La leva fiscale ha già dimostrato la sua efficacia oltre confine. In Francia, tra il 2017 e il 2025, il prezzo medio delle sigarette è salito da 7,05 a 13 euro e la quota di fumatori adulti è scesa dal 27% al 18%; in Irlanda, tra il 2019 e il 2025, il prezzo ha superato i 15 euro e i fumatori adulti sono passati dal 23% al 18%.

Cresce anche la preoccupazione per i dispositivi di nuova generazione, spesso percepiti come “alternative sicure”. Una revisione di oltre cento studi condotti tra il 2017 e il 2025, pubblicata nel marzo 2026, ha concluso che le sigarette elettroniche a base di nicotina sono “probabilmente cancerogene” e potrebbero causare tumori orali e ai polmoni, esponendo chi le usa a sostanze chimiche che danneggiano il DNA (Stewart BW, Marshall H, Bonevski B et al., The carcinogenicity of e-cigarettes: a qualitative risk assessment, Carcinogenesis 2026; 47 (1): bgag015 https://doi. org/10.1093/carcin/bgag015).

I cittadini maggiorenni possono firmare sulla piattaforma ufficiale del Ministero della giustizia, con autenticazione tramite SPID, CIE o CNS. Il sito della campagna è 5eurocontroilfumo.it.

Inquadra il QR code con il tuo smarthphone per aderire alla campagna

“Al centro di questo primo webinar la revisione Cochrane sugli anticorpi monoclonali anti-amiloide, presentata da due degli autori, Francesco Nonino (direttore di Cochrane Italia e Irccs Istituto delle scienze neurologiche, Bologna) e Luca Vignatelli (Irccs Istituto delle scienze neurologiche, Bologna), che ha esaminato 17 studi randomizzati su oltre 20.000 pazienti con mild cognitive impairment (Mci) o demenza lieve da Alzheimer.”

Anticorpi anti-amiloide nell’Alzheimer: un dibattito sul confine tra significatività statistica e rilevanza clinica

L’Associazione Italiana di Epidemiologia e l’Associazione Alessandro Liberati hanno inaugurato con il webinar Farmaci anti-amiloide per l’Alzheimer: cosa dicono le prove? una serie di incontri sull’anticipazione diagnostica in presenza di trattamenti dall’efficacia incerta. Al centro di questo primo webinar la revisione Cochrane sugli anticorpi monoclonali anti-amiloide1, presentata da due degli autori, Francesco Nonino (direttore di Cochrane Italia e Irccs Istituto delle scienze neurologiche, Bologna) e Luca Vignatelli (Irccs Istituto delle scienze neurologiche, Bologna), che ha esaminato 17 studi randomizzati su oltre 20.000 pazienti con mild cognitive impairment (Mci) o demenza lieve da Alzheimer. L’analisi è stata condotta con metanalisi a effetti casuali e valutazione Grade della certezza delle evidenze, includendo sette molecole (aducanumab, bapineuzumab, crenezumab, donanemab, gantenerumab, lecanemab, solanezumab). I risultati a 18 mesi hanno riportato effetti statisticamente significativi ma clinicamente marginali (0,5 punti sulla funzione cognitiva misurata con ADAS-Cog, e 0,29 sulla gravità della demenza misurata con CDRSB, ben sotto le soglie di rilevanza clinica di 2-3 e 1-2 punti) a fronte di un rischio di ARIA aumentato di dieci volte (119 eventi di edema cerebrale per 1.000 pazienti contro 12 nel placebo). Anche gli esiti funzionali, valutati con scale ADCS-ADL e varianti per MCI/IADL, si sono collocati tra “poco o nulla” e “piccolo al massimo”, senza indicazioni robuste di un impatto clinicamente percepibile.

IL NODO METODOLOGICO: AGGREGARE O DISTINGUERE?

Come ha ricordato Fabio Ambrosino, editor di Neuroinfo.it e moderatore dell’incontro, la pubblicazione della revisione ha suscitato molto interesse a livello internazionale con un dibattito che si è acceso in particolare sulla scelta degli autori della revisione di aggregare tutte le molecole in un’unica metanalisi. Un commento apparso sul Lancet 2 ha infatti aspramente criticato l’accorpamento di farmaci di diversa efficacia. Francesco Nonino, annunciando il formale invio della replica alla rivista, ha ribadito che anche separando lecanemab e donanemab (le molecole approvate), le variazioni assolute rimangono sotto le soglie di rilevanza clinica.

Giuseppe Traversa (epidemiologo) ha rinforzato il punto, sottolineando che la forza della revisione sta proprio nella consistenza del dato: “Come li giri e rigiri, questi farmaci non producono efficacia; l’intero intervallo di confidenza si colloca al di sotto del livello minimo di rilevanza clinica”. Le stesse analisi per sottogruppi non hanno mostrato differenze significative, smontando l’argomento della capacità dei clinici di “discriminare i pazienti giusti” quando l’effetto è nullo per tutti.

IL DEFICIT DI TRASPARENZA

SUGLI EVENTI AVVERSI

Il dibattito ha evidenziato anche gravi carenze nel reporting degli eventi avversi da parte dei trial analizzati. Il calcolo del number needed to harm (ossia del numero minimo di pazienti da trattare per nuocere) per gli eventi avversi complessi (edemi e micro-emorragie) si attesta su livelli preoccupanti (intorno a 6-7 pazienti), e in più gli studi clinici spesso omettono di distinguere chiaramente tra forme asintomatiche e sintomatiche rendendo impossibile un consenso informato trasparente. Tra l’altro la comparsa di micro-emorragie ripetute in un encefalo già compromesso dalla patologia neurodegenerativa – hanno rimarcato Nonino e Vignatelli – solleva enormi incognite sugli effetti neurologici a lungo termine, ben oltre i 18 mesi del follow-up standard per questi pazienti. Sempre a proposito di trasparenza, è stato sollevato il problema del functional unblinding (smascheramento funzionale): le frequenti reazioni avverse nel sito di infusione endovenosa potrebbero aver reso palese a pazienti e caregiver la somministrazione del farmaco attivo, condizionando i punteggi delle scale cognitive, che mantengono una forte componente soggettiva.

L’EQUITÀ COME DISCRIMINANTE

Un tema centrale per l’organizzazione sanitaria è stato introdotto da Manlio Matera, rappresentante dell’Aima (Associazione italiana malattia di Alzheimer), che ha spostato l’accento sul valore costituzionale ed etico dell’equità. Dal punto di vista dell’economia sanitaria, il problema non risiede esclusivamente nel prezzo di listino del farmaco.

“... è necessario verificare sempre se a un’anticipazione diagnostica (o a uno screening precoce) corrisponda l’effettiva disponibilità di un trattamento realmente efficace nel migliorare la prognosi della malattia.”

Anche qualora queste molecole fossero distribuite gratuitamente, l’impatto organizzativo risulterebbe insostenibile per un Servizio sanitario nazionale già in affanno.

L’eleggibilità e il monitoraggio di queste terapie richiedono infatti un percorso diagnostico-terapeutico (Pdta) iper-specialistico: esami Pet cerebrali, analisi genetiche preliminari, risonanze magnetiche seriali per il monitoraggio delle complicanze emorragiche ed edemigene, e posti letto in day hospital per le infusioni endovenose a cadenza regolare. Strutturare una simile filiera per una platea potenziale di centinaia di migliaia di pazienti con Mci o Alzheimer precoce paralizzerebbe i servizi di neuroradiologia, dilatando ulteriormente i tempi di attesa. Questo scenario minaccia direttamente il principio di equità: l’accesso alla cura verrebbe garantito solo a chi possiede le risorse economiche per ricorrere al canale privato, traducendosi in una forte discriminazione sociale e nell’alimentazione di false speranze.

IL CASO EMA

BIBLIOGRAFIA

1. Nonino F, Minozzi S, Sambati L, Del Giovane C, Baldin E, Bassi MC, De Santis C, Gonzalez-Lorenzo M, Vignatelli L, Filippini G, Richard E. Amyloid-betatargeting monoclonal antibodies for people with mild cognitive impairment or mild dementia due to Alzheimer’s disease. Cochrane Database of Systematic Reviews 2026, Issue 4. Art. No.: CD016297. DOI: 10.1002/14651858. CD016297.

2. Fox N, Kohlhaas S, Schott J. Alzheimer’s disease immunotherapy and the amyloid hypothesis: when aggregation obscures interpretation. Lancet 2026; 407: 1664-1665. doi: 10.1016/S01406736(26)00789-0. Epub 2026 Apr 23.

3. Istituto Superiore di Sanità. Diagnosi e trattamento di demenza e mild cognitive impairment. Disponibile online al seguente indirizzo: https:// www.iss.it/-/snlg-diagnosi-etrattamento-delle-demenze.

4. Intervista a Nicola Vanacore. Alzheimer e demenze: le azioni intraprese dall’Istituto superiore di sanità in nome della sanità pubblica. Disponibile online al seguente indirizzo: https:// careonline.it/salute-pubblica/2024/04/ alzheimer-e-demenze-le-azioniintraprese-dallistituto-superiore-disanita-in-nome-della-sanita-pubblica/

Un duro affondo è stato riservato alle dinamiche di autorizzazione degli enti regolatori europei. Gli autori della revisione hanno definito “scandaloso” l’iter che ha portato l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) a rivedere il proprio iniziale e unanime parere negativo. La successiva approvazione in fase di appello è avvenuta sulla base di rianalisi posthoc presentate dall’industria farmaceutica, le quali hanno semplicemente ricalcolato il rapporto beneficio-rischio escludendo dal computo i sottogruppi di pazienti che performavano peggio sotto il profilo della sicurezza. Modificare i criteri di valutazione a protocollo chiuso per alleggerire il peso degli effetti avversi rappresenta, secondo gli epidemiologi intervenuti, un precedente pericoloso per la medicina basata sulle prove.

SERVE UN

CAMBIO DI PARADIGMA?

I risultati di questa revisione pongono una domanda cruciale: l’ipotesi amiloide è davvero l’unico meccanismo su cui concentrare la ricerca?

I farmaci rimuovono efficacemente l’amiloide (come è stato dimostrato dalla Pet), ma questo non si traduce in beneficio clinico. “Forse è il caso di allargare la ricerca su campi diversi”, ha concluso Nonino: processi infiammatori, fattori vascolari, vulnerabilità genetica, riserva cognitiva e determinanti sociali.

E a proposito di questi ultimi, è da sottolineare che Vignatelli, inquadrando a inizio del webinar la dimensione della patologia, aveva ricordato che il 39,5% dei casi di demenza in Italia è attribuibile a

fattori di rischio modificabili. Un calo del 20% nella loro prevalenza potrebbe prevenire 67.000 casi. A maggior ragione quindi bisognerebbe chiedersi se ha senso ridurre la gestione dell’Alzheimer a una risposta guidata dalle pressioni del mercato farmaceutico. Le risorse pubbliche – inclusi i fondi del Piano Nazionale Demenze e le linee guida redatte dall’Iss3,4 secondo il metodo Grade – trovano infatti una destinazione decisamente più efficiente e costo-efficace nel potenziamento dei servizi territoriali di presa in carico di questi pazienti e nella prevenzione primaria, agendo su quel 40% di casi di demenza legati a fattori di rischio modificabili (vascolari, stili di vita, scolarizzazione e determinanti sociali).

Perché, citando Marina Davoli (presidente dell’Associazione Alessandro Liberati) che ha aperto il webinar, le revisioni sistematiche come quella qui illustrata non sono “uno sfizio intellettuale e accademico”, ma uno strumento concreto per consentire ai cittadini e alle autorità regolatorie di prendere decisioni sanitarie informate e appropriate. Davoli ha posto l’accento su un quesito fondamentale di salute pubblica: è necessario verificare sempre se a un’anticipazione diagnostica (o a uno screening precoce) corrisponda l’effettiva disponibilità di un trattamento realmente efficace nel migliorare la prognosi della malattia. In caso contrario, si rischia di assecondare le sole spinte commerciali del mercato farmaceutico – fortemente orientato a investire sulla diagnosi precoce e sulle coperture assicurative integrative – senza produrre un reale beneficio per la salute delle persone. Le revisioni sistematiche sono quindi uno strumento molto potente per darci delle indicazioni sui gap di ricerca e quindi sulle priorità verso cui la ricerca primaria dovrebbe indirizzarsi, in modo che sia veramente informativa e su aspetti rilevanti.

E in questo ci viene in soccorso l’epidemiologia. Perché il ruolo chiave di questa scienza, ha ricordato Valeria Belleudi (consigliera Aie e Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale – Regione Lazio) sempre in apertura dell’incontro, risiede nella capacità di andare oltre la semplice produzione del dato biologico, aiutando a comprendere non solo se un intervento funziona nella reale pratica clinica, ma soprattutto quanto funziona, per chi, a quali condizioni e con quale impatto organizzativo sui servizi. È proprio attraverso questo percorso che l’epidemiologia fornisce il proprio contributo più alto: definire le reali priorità della ricerca primaria e fare in modo che le domande davvero rilevanti per i bisogni reali delle persone e dei servizi trovino una risposta concreta, trasparente e indipendente dalle pressioni esterne. n

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