

Paolo Scquizzato
Trasformazione
Tu sei ciò che cerchi
Per le citazioni tratte da La Sacra Bibbia
nella versione ufficiale a cura della Conferenza Episcopale Italiana
© 2008, Fondazione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena
Per i testi citati dal magistero della Chiesa e dai documenti dei pontefici
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PAOLINE Editoriale Libri
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Dal roveto al Mar Rosso
Il tema della metamorfosi, che attraversa tutta la storia della letteratura fin dall’antichità, interessa anche personaggi della Bibbia, tanto del Primo quanto del Secondo Testamento. Osserviamo da vicino alcune di queste trasformazioni.
Ardeva ma non si consumava
Iniziamo dall’Esodo, dove si racconta la vocazione di Mosè.
Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore
vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?». Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Es 3,1-12
Nel deserto c’è un roveto. Non un semplice arbusto secco. Si tratta di un punto-limite,
un confine della vita. Il roveto è ciò che resta quando l’esistenza è ridotta all’osso: ciò che rimane di noi quando cadono i ruoli, le maschere, i progetti, le attese. È semplicemente l’umano nudo.
Un deserto fuori, un deserto dentro: la stessa aridità che scricchiola tra la sabbia e il cuore. Ora Mosè si trova qui. Colui che camminava tra i palazzi d’Egitto adesso guida un gregge neppure suo. Il principe è diventato straniero; l’uomo del potere è divenuto ricercato; il liberatore mancato vive da fuggiasco, e nel nome del figlio, Ghersom, “straniero in terra desolata”, ha consegnato al mondo il suo fallimento. Nulla gli regge più sotto i piedi: infatti ciò che credeva solido si fa sabbia e ciò che sognava si sfalda tra le dita.
Questa condizione, prima o poi, tocca ogni vita, quando l’esistenza ci lascia soli davanti a ciò che non torna. Quando la linea del futuro si accorcia e quella del passato pesa. Quando rimpianti e rimorsi diventano una seconda pelle, e continuiamo a rispondere alle attese degli altri per mendicare qualche goccia d’attenzione e dunque d’affetto.
È allora che accade l’inaudito: un roveto arde senza consumarsi. Non un fenomeno straor-
dinario, un miracolo della natura, ma uno squarcio insospettabile: una fenditura nel reale da cui trapela l’Altro. È come se la fragilità stessa diventasse trasparente a una luce che non divora, una luce che non usa ciò che tocca, ma piuttosto lo rivela. Mosè percepisce il suo Dio in questo modo. JHWH per lui è un fuoco che illumina senza distruggere, una fiamma che purifica senza ridurre a cenere. Perché, si sa, l’amore vero non annienta ciò che tocca: lo fa fiorire. Il testo ci sussurra che non esiste frammento della nostra storia che sia estraneo al Mistero; non esiste fallimento che non possa diventare luogo di Manifestazione. Non esiste ferita che non possa essere al contempo feritoia. Ogni deserto, se lo guardi con occhi diversi, è un altare.
E pare che Mosè abbia imparato a vedere tutto ciò proprio attraversando l’inferno.
Questo i mistici l’hanno sempre saputo. Giuliana di Norwich osa dire: «Tutto sarà bene e tutto sarà per il bene e ogni specie di cosa sarà bene». Etty Hillesum, nel cuore di Auschwitz, intuisce una Presenza che non si lascia soffocare dall’orrore.
Il roveto ardente non annuncia che il mondo cambia: il roveto resta roveto, Auschwitz resta Auschwitz, l’inferno resta inferno. Ciò che
cambia – se cambia – è lo sguardo. La trasfigurazione non àltera la sostanza delle cose: ne spalanca la profondità. È l’occhio che brucia, non la materia. E così il Mistero chiama per nome proprio Mosè: non l’eroe d’Egitto, non il puro, non il più adatto, ma l’uomo incrinato, l’uomo che porta addosso un delitto, l’uomo che ha smesso di credere anche in sé stesso. E gli affida un popolo. Incredibile la trasformazione che s’è compiuta: da fuggiasco a liberatore.
Dovremmo impararlo molto bene: è sempre nel punto più secco, più fragile, più screpolato della nostra anima che può accendersi una luce che non pretende, non punisce, non divora. Una luce che non chiede perfezione: chiede solo disponibilità. Una luce che non ci consuma, ma ci restituisce a noi stessi.
Nuda verità
Perché qualcosa accada davvero nella vita di Mosè, la Voce gli chiede un gesto essenziale: «Togliti i calzari, il luogo sul quale tu stai è suolo santo». Non è un comando rituale. È un invito a tornare nudo alla terra. A toccare l’humus di cui è costituito, a sentire sotto i piedi la verità da cui proviene. Fino a quando restiamo protet-
ti dalle nostre suole – dai nostri titoli, dai nostri ruoli, dalle versioni di noi stessi che ci siamo costruiti – non potremo cominciare alcun processo di trasformazione.
Entrare in contatto con l’humus, la terra, in sostanza vivere l’umiltà, non è un esercizio morale: è una questione di verità. Essere umili significa essere veri.
Il reale è sempre nudo. Mosè deve togliersi i calzari perché ciò che è, finalmente, possa affiorare senza schermi. Perché la vita, senza armature, torna ad aderire alla pelle.
Ma – lo sappiamo bene – l’umano ha paura della propria nudità. Allora si riveste: competenze, funzioni, ruoli, reputazione. Ci aggrappiamo a ciò che facciamo per non vedere ciò che siamo. Abbiamo paura che, senza questi involucri, nessuno ci voglia bene. La Scrittura dice invece l’opposto: quando non hai più nulla, è allora che puoi finalmente essere qualcuno. Quando non ti resta più niente da difendere, puoi finalmente entrare in contatto con te stesso, e in ultimo con il Mistero.
Lo aveva intuito Caterina da Genova: «Quando non c’è più l’io c’è Dio». Quando non abbiamo più appigli – quando siamo nudi – inizia l’esperienza del divino, di ciò che ci supe-
ra e ci attraversa. Togliersi i sandali significherà dunque questo: diventare ciò che siamo, semplice terra. Non per annullarci, ma per rinascere.
Questo testo, così antico e così vivo, ci consegna un principio decisivo: la fragilità non ha termine. Nel cammino spirituale restiamo sempre friabili, feriti, limitati. Eppure – e qui sta l’autentico miracolo – continuiamo a splendere. La tua fragilità non cancella la tua luce. Non devi scegliere: sei entrambe le cose.
Il roveto, in questo racconto, non diventa un roseto. Rimane roveto. Eppure arde. L’accadimento della grazia non cambia la natura del roveto: la incendia da dentro. Non elimina ciò che siamo, lo trasfigura.
Ci hanno insegnato che per essere salvati bisogna essere impeccabili, “a posto”, adeguati, corrispondenti. Ma mettiamoci in mente una cosa: non è la purezza che salva! È il fuoco che ci portiamo dentro che trasforma. La svolta non arriva quando ti raddrizzi a forza, ma quando smetti di lottare contro ciò che sei e ti lasci cadere nel mare dell’Amore. Allora la tua aridità, la tua frattura interiore, la tua inadeguatezza iniziano lentamente a trasformarsi. Non perché tu sia migliorato, ma perché finalmente ti fidi.
Ho fiducia – fede – in questo fuoco che mi abita. Mi ci abbandono, e vengo raccolto. Smetto di forzare la salvezza, e mi scopro salvato. Faccio silenzio, e una voce mi parla. Abbasso le armi, e qualcuno mi abbraccia.
Paolo lo aveva intuito: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Quando Mosè aveva tentato da solo di liberare il suo popolo, aveva fallito e aveva ucciso un uomo. Ora che non gli resta più nulla, ora che è straniero, vuoto, inaridito come un roveto nel deserto, scopre di essere abitato, amato e luminoso. Ed è solo ora che diviene liberatore del suo stesso popolo.
Perché, in ultima analisi, non possiamo portare alcuna libertà nel mondo senza aver prima sperimentato la nostra, attraversando la nostra verità più profonda. Una verità fatta di polvere… e di fuoco.
Il cuore ostinato
Poco più avanti, nel Libro dell’Esodo, troviamo un altro episodio di trasformazione, ma questa volta in senso negativo: perché ci si può trasformare portando alla luce la nostra parte più umana, ma – come abbiamo visto ad esempio
nella Metamorfosi di Kafka – ci si può anche trasformare in peggio, diventare bestiali.
Nel capitolo 7 inizia il racconto dei flagelli d’Egitto, che prosegue fino al capitolo 11. La premessa è che il cuore del faraone si indurisce, diventa di pietra, e quando il cuore diventa di pietra tutto l’ambiente circostante è un flagello. Ciò che è fertile diventa improduttivo, ciò che è bello diventa ripugnante, l’acqua si trasforma in sangue. Se lasciamo indurire il nostro cuore, non aspettiamoci che intorno a noi fiorisca qualcosa: come l’amore trasforma il roveto in luce, così l’odio e la durezza cambiano la luce in tenebra, la vita in morte. La nostra vita è in ogni caso destinata a trasformarsi, sia che ci mettiamo nella modalità dell’umiltà di Mosè –e quindi di trasformazione degli occhi, intraprendendo una vita contemplativa che scorge luce, fuoco, calore e bellezza nella nostra situazione pur limitata e limitante – sia che, all’opposto, trasformiamo noi stessi e l’ambiente intorno a noi in aridità, in sangue, in violenza.
Un passo nell’impossibile
Nel capitolo 14 dell’Esodo a trasformarsi è il Mar Rosso, durante quel passaggio che è diven-
tato categoria salvifica non solo per gli Ebrei ma anche per i cristiani: dalla schiavitù alla liberazione, dalla morte alla vita.
Il mare che diventa terra asciutta è però anche un’immagine archetipica che indica in che cosa consiste la liberazione. Qui Mosè con il suo popolo si trova in una situazione tragica, perché avanti non si può andare, pena la morte per annegamento, e indietro non si può andare: c’è il popolo nemico. Il mare, allora, rappresenta tutte quelle situazioni che nella nostra vita ci appaiono paralizzanti, insormontabili, impossibili. Spesso ci troviamo in situazioni di questo genere, e non è raro che proprio in quei frangenti scopriamo di avere, dentro, una forza che non pensavamo di possedere. Ci sono momenti in cui tutto sembra spacciato, ma se li abitiamo, se ci stiamo dentro in maniera consapevole, succede quello che scrive Etty Hillesum, stretta nella morsa del nazismo: «Nel nostro accettare e sopportare qualcosa di irrevocabile (…) si liberano nuove forze».
Il mare rappresenta dunque lo smarrimento, l’impotenza, la minaccia di morte; nella psicologia onirica l’allagamento rappresenta proprio le situazioni in cui tutto viene a mancare, non c’è più il terreno sotto i piedi. Al contem-
po, però, l’acqua è simbolo di vita, rinnova, fa fiorire. La trasformazione del mare in terra asciutta, allora, forse ci dice che c’è un amore, il Mistero, la forza di cui parla Etty Hillesum, che trasforma il pericolo mortale in via di salvezza. La più grave minaccia può favorire un’intensa esperienza di vita. Il poeta tedesco Friedrich Hölderlin scriveva: «Dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva». Laddove tutto sembra finire, si spalancano nuove possibilità. Per questo bisogna educarsi a non evitare, non fuggire, ma abitare. In Estremo Oriente nel XIII secolo Eihei Do ¯ gen ripeteva ai suoi: «Fai un passo verso il vuoto, e il vuoto ti sosterrà». Mosè ha fatto un passo e il mare s’è aperto.
È questa la fondamentale esperienza di trasformazione: ciò che minaccia si muta in qualcosa che salva; la paura si tramuta in fiducia; il dubbio in speranza; il disorientamento in sicurezza; la schiavitù in libertà. Ma questa trasformazione può avvenire solo sul fondale del mare, cioè nella profondità della nostra angoscia, della nostra disperazione. Se vogliamo realizzare in pienezza la nostra vita, non possiamo non fare i conti con la parte umbratile di noi, il nostro inconscio. Come Israele, che non passa sopra le onde, ma attraversa il fondale. La vera li-
bertà non sta alla superficie dei pensieri e dei sentimenti, nel conscio, ma emerge quando osiamo affrontare le profondità del nostro io, però con grande fiducia, sapendo che se l’affrontiamo, se ci stiamo dentro, se facciamo questo passo, allora entriamo in contatto con un Centro, la nostra più profonda sorgente interiore che apre il mare e la strada. Se non fai il passo non saprai mai cosa potrebbe accadere. Dio comanda a Mosè: «Tu alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto» (Es 14,16). Mosè lo fa, e il mare si apre. I Padri della Chiesa hanno letto quel bastone come figura del legno della croce: come Mosè ha usato un legno per aprire il Mar Rosso e rendere possibile il passaggio, la liberazione dalla schiavitù alla libertà, così Gesù con la croce ha aperto il passaggio dalla morte alla vita. Personalmente non riesco più a stare dentro a questa interpretazione che considera la croce di Gesù come strumento di salvezza. Un Gesù che accetta di andare a morire su un patibolo infame per dare compimento al progetto del Padre, ovvero quello di riacquistare a sé l’umanità andata perduta a causa d’un peccato originale, non è il mio Gesù, semplicemente perché non è evangelico. Per questo preferi-
sco passare a un’altra lettura, probabilmente più vicina al sentire delle donne e degli uomini del XXI secolo. Abbiamo bisogno nella vita d’un Mosè che stenda la sua mano sul mare delle nostre paure, del nostro inconscio, delle nostre rimozioni, delle nostre minacce. Una voce amica che, quando tutto sembra contro, quando tutto pare andare in frantumi e fallito, ci sussurri: «Dai, prova. Fidati, ancora una volta. Metti un piede sopra l’abisso, e vedrai che ti scoprirai a volare».
L’apostola imprevista pag. 85
Restituita a sé stessa » 89
La contro-trasfigurazione » 93
Non certo il migliore » 97
Ma voi » 98
Simone, tu sarai Pietro » 103
«Fu trasfigurato» » 109
Una risurrezione a metà Vangelo » 112
Quello che siamo veramente » 115
«Anche se è morto, vivrà» » 119
Un Dio che non condiziona » 121
Farsi trovare vivi » 125
Tre imperativi » 129
La trasformazione è adesso » 133
Imprevisti » 136
Mulinelli e vento dorato » 139
Mappe » 142
Mancante, scomposto, bello » 144
L’ultima trasformazione » 147
Non c’è forma senza caos » 149
La morte, un “essere altrimenti” » 151
Il Mistero originario » 154
Vivere da mortali » 156
La foglia e l’albero » 159
SCINTILLE DELLO SPIRITO
Testi che offrono scintille di fede per accompagnare il cammino dei credenti, per rinnovare la comprensione della fede, per lasciarsi provocare da vie nuove che lo Spirito apre nella storia.
1. Dalla cenere la vita, di Paolo Scquizzato
2. Danzare con la solitudine, di José María Rodríguez Olaizola, sj
3. Pensiero incompleto, di Gaetano Piccolo
4. Dov’eri? Vivere non è solo un diritto, di Alessandro Deho’
5. Ogni giorno un nuovo inizio. La saggezza dei Padri del deserto, di Anselm Grün
6. Libera la gioia, di José María Rodríguez Olaizola, sj
8. Padre nostro, di Alessandro Deho’
9. Nella terra di tutti. Perché restare in una Chiesa con cui non riusciamo a trovarci d’accordo su molte questioni urgenti?, di José María Rodríguez Olaizola, sj
10. Dalla comunità alla comunione. Insieme sulla via della vita, di Antonella Lumini
11. Vivere ogni giorno con fiducia, di Anselm Grün
12. Dio è felicità, di Paolo De Martino
13. Il Dio di Gesù. Pregare il Padre nostro, di Paolo Curtaz
14. Danzare con il tempo, di José María Rodríguez Olaizola, sj
15. Mistica e coscienza. Vedere dentro, di Antonella Lumini
16. Nessuno vive solo per sé stesso, di Anselm Grün
17. Funamboli. Genitori che camminano sul filo dell’Oltre, di Francesco Fiorillo
18. In amorosa fedeltà. Leggere e trasmettere le Scritture, di Antonietta Potente
19. Pace. Dalla Parola ai fatti, di Fabio Corazzina
20. Bellezza. Una forza per fiorire, di Maria Teresa Milano
21. Tenerezza. Il lieve tocco di Dio, di Paolo De Martino
22. Pazienza e perseveranza. La speranza commina a piedi, di Giuseppe Di Stefano
23. Speranza. La cosa difficile, di Brunetto Salvarani
24. Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi, di Paolo Scquizzato
25. Chiesa. Riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, di Giuseppe Forlai
26. Gratitudine. Il frutto della meraviglia, di Debora Rienzi
27. Generatività. La vita torna a brillare, di Katia Roncalli
29. Così fragili e così amati. Conoscere sé stessi e lasciarsi amare da Dio, di Paula Noronha Jordão, fmvd
30. Le 6 porte della felicità, di Anselm Grün
31. Opzione gioia, di Anselm Grün
32. Fiorisci in pieno inverno. 365 semi per ripartire ogni notte, di Francesco Fiorillo
33. Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, di Wanda Tommasi e Cristina Simonelli



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