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Prefazione
Livia Turco
Postfazione
Luce (Luciana Romoli)
In copertina:
illustrazione, da cui sono tratti anche i particolari all’interno del testo, di Roberto Lauciello; sfondo © Here / Shutterstock
All’interno:
sfondo all’attacco dei capitoli © Here / Shutterstock; sfondo delle citazioni © Here / Shutterstock; immagine per la sezione Per approfondire © DODOMO / Shutterstock
1a-5a edizione nella collana Generazione G, 2025 6a edizione nella collana Condizionale presente, 2026
PAOLINE Editoriale Libri
© FIGLIE DI SAN PAOLO, 2022
Via Francesco Albani, 21 - 20149 Milano www.paoline.it • www.paolinestore.it edlibri.mi@paoline.it
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)
ISBN 978-88-315-5886-0
Alle donne e agli uomini di domani
Cari ragazzi, care ragazze,
vi incoraggio a leggere questo libro perché vi parla di una pagina importante della storia del nostro Paese che resta ancora poco conosciuta: i nomi, la vita, le opere delle donne che hanno contribuito a scrivere la nostra Costituzione.
La puntuale ricostruzione storica è operata in un modo che mette in diretta comunicazione le protagoniste e noi, lettori e lettrici. Romano
Cappelletto e Angela Iantosca danno infatti la parola alle protagoniste: è molto bello sentirle parlare in prima persona della loro vita e delle battaglie sociali e politiche che hanno condotto. Leggere questo libro è come sentire direttamente la loro voce, vedere il loro viso, il loro sorriso. Leggendo queste pagine scatteranno in voi la curiosità e la voglia di conoscere da vicino queste ventuno donne, e anche un sentimento di ammirazione e di gratitudine.
Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino,
Ciao!
Siamo i due autori del libro che stai per leggere e che contiene ventuno storie. Sono le storie delle donne che, nel secolo scorso, hanno avuto lo straordinario e difficile compito di sedere nell’Assemblea che, dopo la fine della dittatura fascista, della Seconda guerra mondiale e con la nascita della Repubblica, avrebbe dovuto dare all’Italia una Costituzione.
Compito straordinario e difficile, anche perché quell’Assemblea era composta da 556 seggi. Quindi le donne che ne fecero parte rappresentavano soltanto il 3,8% del totale.
Quello che in questo libro scoprirai è che, a dispetto di una percentuale così esigua, il loro contributo fu fondamentale.
E non soltanto, come si potrebbe pensare, per la difesa, la promozione del ruolo delle donne nella vita politica, civile, economica e sociale del nostro
Paese, cosa che non sarebbe comunque stata di poco conto, visto che nel 1946, quando l’Assemblea Costituente cominciò i suoi lavori, quel ruolo era ancora estremamente marginale.
Scoprirai che quelle ventuno donne si batterono assiduamente per princìpi e valori che prescindono dal “femminile”: il diritto al lavoro, all’assistenza sociale, l’attenzione alle condizioni delle carceri, la solidarietà, il diritto delle opposizioni e delle minoranze, la questione del decentramento dei poteri…
E scoprirai – ahinoi! – che molti di questi princìpi e valori, sebbene fissati nella nostra Costituzione, ancora oggi faticano a essere pienamente rispettati.
Nel libro raccontiamo le vite delle ventuno
Madri costituenti (anzi, si raccontano loro stesse), evidenziando i tratti fondamentali, associando a quei nomi i temi, i princìpi, le questioni per cui si sono battute più strenuamente.
Ma le loro vite e le loro battaglie non si riducono certo a quel singolo elemento né soltanto agli anni in cui furono parte attiva dell’Assemblea Costituente. Sono le vite complesse di chi ha attraversato conflitti, ingiustizie, disuguaglianze e ha fatto di tutto per cambiare il mondo nel quale viveva, senza paura dello scontro, dell’isolamento, del pregiudizio e del moralismo dell’epoca. Hanno lottato per
se stesse e soprattutto per noi, affidandoci e affidandoti il compito di onorare le loro battaglie, di trasformarle in azioni concrete e di farle rispettare, nonostante i diversi tentativi di boicottaggio di ieri e di oggi.
A te che leggi, dunque, auguriamo buon viaggio in un passato che è il tuo presente!
Angela e Romano





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una splendida virtù chiamata disobbedienza». Mi piace la disobbedienza. Anche se credo ci sarebbe da specificare che le lotte portate avanti da noi e poi, dopo di noi, da altre donne non sono frutto di disobbedienza, ma di giustizia, equità, normalità. Quante volte si lotta in famiglia tra fratelli e sorelle perché ciò che è concesso al maschio non è permesso alla femmina? Ecco, questo a voi sembra equo? Qual è il principio sul quale si fonda l’idea che sia giusto così?
Comunque non mi perdo oltre nei meandri di queste disquisizioni e torno a me. Sono nata all’inizio del XX secolo. Mio padre faceva il boscaiolo e si chiamava Davide. Eravamo tanti in famiglia, undici in tutto, e io ero la terza. Ero ancora una ragazzina quando ho cominciato a interessarmi di politica. Se ne parlava molto in casa mia e questo mi ha reso ben presto familiari alcuni argomenti. Ma è stato quando ho incontrato il mio futuro marito, Domenico Ciufoli, che ho sposato nel 1922, che mi è stato chiaro che cosa fossero le differenze economiche e di classe. Le sentivo già forti dentro di me, ma parlare con lui mi ha permesso di non avere più dubbi.
È il 1921 quando Domenico, uscito dal Partito
Socialista, contribuisce con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Due anni
dopo, insieme a me, è costretto a fuggire dai fascisti che ci vogliono arrestare, così ci rifugiamo in Belgio. Ci siamo appena sposati e già siamo in fuga!
Dopo il Belgio, andiamo in Lussemburgo e infine in Francia, ma questo non ci impedisce, nel frattempo, di mettere al mondo due figli, Ferrero e Angela, e di andare avanti nella lotta. Anzi, io sono talmente attiva da diventare un «Fenicottero»: è questo il mio nome di battaglia, poiché faccio avanti e indietro dall’Italia per diffondere materiale antifascista. È un compito molto pericoloso, è vero, per il quale spesso si privilegiavano le donne, perché si riteneva che dessero meno nell’occhio, o forse si voleva approfittare del diffuso pregiudizio che queste fossero cose «da uomini» e quindi una donna era più difficile da scoprire.
Ma proprio in uno di questi viaggi vengo arrestata: è il 1933 e mi trovo a Roma… Volete sapere se dico qualcosa, se mi estorcono una confessione? No, non dico niente: non un nome, non una parola, nonostante i cinque mesi di isolamento al quale mi costringono. Ci provano in tutti i modi a farmi capitolare, a farmi parlare, a farmi fare la spia. E, in quanto donna, ci provano anche con il metodo classico del ricatto psicologico, facendo leva sui miei sentimenti di madre, sulla distanza dai miei figli. Ma io non ci casco: sono madre, è
vero, ma sono una donna, sono un’attivista e sono una persona che vive nel mondo e che considera gli altri non altro da sé, che ha sempre lottato contro le disuguaglianze. Come potrei considerare il mio interesse e quello dei miei figli superiore a quello degli altri bambini, delle altre madri? Per questo ai miei aguzzini rispondo così:
Non pensate alla mia famiglia, qualcuno provvederà; pensate invece ai milioni di bambini che, per colpa vostra, stanno soffrendo la fame in Italia. Appunto perché sono madre, sento il dovere di lavorare per l’avvenire di queste creature; per questo mi trovo di fronte a voi1.
Sapete come mi hanno giudicata? «Socialmente pericolosissima». Ed effettivamente lo ero, secondo i loro parametri. Perché chi è più pericoloso di una donna (o meglio, di una persona) libera? Ai loro occhi il fatto che io sia donna rendeva tutto molto più spiazzante. Ma semplicemente perché dimenticavano che sono un essere umano, come tutti. Comunque, alla fine mi condannano a diciotto anni di carcere, che trascorro tra le Mantellate di Roma, un istituto di pena femminile, e il carcere di Perugia.
1 Adele Bei, comunista e madre costituente, in www.fondazionefeltrinelli.it (https://bit.ly/3MkHGhK).
Sono anni intensi, di studio e di lettura: passo dai classici russi ai testi di economia politica e di storia, fino a Le vite di Plutarco. E mentre sono reclusa, i miei figli emigrano in Unione Sovietica, a trecento chilometri da Mosca, in un luogo nel quale si trovano anche i figli delle coppie Longo-Noce, TogliattiMontagnana e quelli di molti dirigenti comunisti stranieri.
Intanto, anche mio marito, che si muove tra Mosca e Parigi, alla fine del 1939 viene arrestato e poi, nel 1944, internato a Buchenwald: farà ritorno in Italia dopo la Liberazione nelle condizioni che possiamo immaginare… Ma questa è un’altra storia.
Torno alla mia: dopo otto anni di reclusione, mi inviano sull’isola di Ventotene, dove rimango ventiquattro mesi. Qui frequento molti perseguitati politici, finché il 25 luglio del 1943, alla caduta del fascismo, riconquisto la libertà! Sbarco a Formia cantando l’Internazionale e, da lì, il 18 agosto arrivo a Roma. Non senza pericoli: sfuggo a un nuovo arresto da parte dei tedeschi e dei fascisti e poi mi metto in contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio, con le quali collaboro alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i Gruppi di Difesa delle Donne (GDD), reclutando e motivando tante militanti di ogni ceto e orientamento nell’azione quotidiana contro i nazisti. Finché il 4 giugno
1944 gli Alleati arrivano in una Roma che ormai è l’ombra di se stessa. Ma è proprio questo il momento dell’azione, così comincio a lavorare per capire come trasfondere i valori della Resistenza nello Stato che si sta formando: nell’autunno partecipo alla fondazione dell’Unione Donne Italiane (UDI), nel cui primo congresso vengo nominata dirigente; nel 1945 entro a far parte della Consulta, unica fra le tredici rappresentanti a essere indicata da un organismo non politico. In questa assemblea consultiva siede anche mio marito, rientrato da Buchenwald, ma tra noi non è più come un tempo: siamo stati separati troppo a lungo e abbiamo anche perso un figlio…
Candidata alla Costituente dal Partito Comunista, il 2 giugno del 1946 vengo eletta nel collegio di Ancona-Pesaro-Macerata-Ascoli Piceno con 7549 voti.
Qual è il mio ruolo? Quello di segretaria della Terza commissione per l’esame dei disegni di legge. Ma, come avrete capito, non sono una che rimane in silenzio; nel biennio co-firmo gli emendamenti proposti dalle colleghe e nella seduta del 18 febbraio 1947 prendo anche la parola contro la soppressione del Ministero dell’Assistenza postbellica, perché molto utile sul fronte delle colonie estive, delle cooperative per il lavoro di reduci e partigiani, delle scuole professionali, delle mense popolari:
Vogliamo assistere il popolo perché vogliamo riportare la serenità nella famiglia, e la serenità non si porta solo a parole, si porta con l’assistenza fattiva2.
Porto avanti tante battaglie che hanno sempre al centro il mondo femminile: come quella per il miglioramento delle condizioni carcerarie delle donne e per i maggiori diritti alle lavoratrici. Senza dimenticare l’attenzione che, grazie a me, si comincia a porre alle parole. Per farvi un esempio, sin dal primo giorno mi definisco senatrice, non senatore, e durante il mio mandato sindacale uso il termine lavoratrici per riferirmi a una categoria totalmente femminile come quella delle tabacchine, del cui sindacato nazionale sono anche diventata guida. Qualcuno forse farà spallucce di fronte a questa mia cura nell’uso del femminile, ma le parole non sono solo superficie e non a caso questo è un tema di cui si dibatte anche oggi: le parole sono sostanza e, laddove non c’è ancora sostanza, hanno la forza di crearla, attraverso la normalizzazione linguistica di cambiamenti che sono ancora lontani dal concretizzarsi.
2 Ibid.



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Vicchio: un paese che forse non vi dirà niente.
Ma io ne sono molto orgogliosa, perché è stata la città natale di due grandi pittori: Giotto e il
Beato Angelico. E poi qui, nella piccola frazione di Sant’Andrea di Barbiana, per molti anni operò il grande don Lorenzo Milani.
Mi piaceva studiare. E molto. Ero quella che definireste una secchiona! Mi sono laureata a venticinque anni e ho cominciato quasi subito a insegnare. Era il 1939. La mia attività di docente cominciò proprio quando si iniziarono a sentire i ruggiti della Seconda guerra mondiale. Il 1o settembre di quell’anno Hitler aveva invaso la Polonia, non contento di aver ottenuto nei mesi precedenti, complici le altre grandi potenze europee, l’Austria e parte della Cecoslovacchia.
Ma ora aveva tirato un po’ troppo la corda e finalmente Inghilterra e Francia avevano aperto gli occhi sulle reali intenzioni del Führer : quella che la sua propaganda definiva la «ricerca di uno spazio vitale» era in realtà il desiderio di conquistare l’Europa e, chissà, forse il mondo intero.
L’Italia, ancora una volta, era rimasta inizialmente neutrale, ma si capiva benissimo che di lì a qualche mese Mussolini avrebbe affiancato Hitler nei suoi folli piani di conquista e sterminio. Non so cosa avrebbe detto di tutto questo mio
padre Adolfo, morto quand’ero ancora una bambina. Socialista, fabbro del paese, mi aveva insegnato valori che avrebbero plasmato il mio pensiero e la mia azione politica: pace, giustizia, uguaglianza, solidarietà. Parole importanti, da usare con estrema attenzione e mai a vuoto. Parole che a sette anni – l’età che avevo quando mio padre morì – non capivo ancora bene, ma che mi vennero poi ripetute, spiegate, fatte assimilare da mio nonno Angiolo.
Avevo iniziato a insegnare, tenendo a mente proprio quei princìpi assorbiti da mio padre e da mio nonno. Ma quei princìpi nell’Italia fascista non erano ammessi. Avevo avuto addirittura l’ardire di parlare ai miei studenti dell’importanza della storia e della cultura ebraica. Fui temeraria, lo ammetto, visto che ormai da tempo erano in vigore le famigerate leggi razziali contro gli ebrei: leggi discriminatorie, giustificate da altrettanto folli ragioni pseudoscientifiche che parlavano di razza pura. Chissà cosa avrebbe detto mio padre di fronte a quella follia.
Il contrasto con il preside della scuola in cui insegnavo divenne insanabile. Così decisi di andarmene: non solo dalla scuola, ma dall’Italia.
Partii nel dicembre del 1941: destinazione Bulgaria. Qui per sei mesi insegnai la nostra lingua presso il locale Istituto Italiano di Cultura.
Dopodiché rientrai in Italia nel giugno del 1942, dedicandomi, con tutti i mezzi possibili, alla propaganda e poi alla resistenza antifascista.
Furono anni e mesi difficili quelli vissuti fino alla fine della guerra. Ma fu anche un tempo propizio, una palestra in cui imparai sul campo cosa significavano le parole che mi avevano insegnato mio padre e mio nonno: pace, giustizia, uguaglianza, solidarietà. Come in loro due, anche in me scattò potente la passione politica. E fu così che, dopo essere entrata nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e aver cominciato a collaborare con alcuni giornali, mi candidai alle elezioni del 2 giugno 1946, nel collegio di FirenzePistoia. Elezioni importanti, che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente.
I risultati furono sorprendenti. Certo, ero sicuramente apprezzata per la mia passione politica e le mie doti oratorie, ma non mi sarei mai aspettata di ricevere ben quindicimila voti! Un numero doppio rispetto, per esempio, a Sandro Pertini, il futuro amatissimo presidente della Repubblica.
Ero stata eletta e ora potevo far parte di quella piccola ma agguerrita minoranza di donne che entrarono nell’Assemblea Costituente. Alla felicità, devo ammetterlo, si accompagnò però una profonda
amarezza, le cui ragioni solo qualche anno dopo ebbi il coraggio di rendere pubbliche.
I leader del mio partito, infatti, non videro di buon occhio il mio successo. Ero stata utile per la campagna elettorale, ma di sicuro non si aspettavano che sarei stata eletta. Per gli standard del tempo, anche per un partito progressista come il PSIUP, ero troppo giovane, e per giunta una donna! E fu così che mi fecero firmare una lettera di dimissioni, che avrebbero usato se in Aula mi fossi mossa in modo troppo indipendente.
A dire il vero, al di là dell’amarezza, non mi curai molto di quella minaccia velata e mi gettai anima e cuore nei lavori per la definizione di una Costituzione. Certo, sentire di avere puntati addosso gli occhi degli stessi compagni di partito e vedere sguardi di dissenso solo per la mia volontà di intervenire in Aula non mi rendeva le cose facili.
Ma, come avrò modo di scrivere molti anni più tardi: «Ingoio saliva amara, la pelle mi brucia addosso come fosse stata frustata, ma resto in silenzio. Non siamo i rappresentanti di coloro che ci hanno dato il voto? Per loro parlerò». E parlai. Uno dei temi che più avevo a cuore, come potete immaginare visto il mio passato di insegnante, era proprio la scuola. Volevo far capire ai miei colleghi in Aula l’importanza che l’educazione aveva per un Paese
come il nostro, uscito distrutto dalla guerra. Si dovevano certo ricostruire le case, ridare lavoro e fiducia, ma era necessario anche risollevare la scuola, per nutrire, oltre al corpo, pure l’anima. Così, nella seduta del 22 luglio 1946, intervenni:
Il nostro Paese, voi sapete, non ha soltanto da rifare la sua economia distrutta e non ha soltanto da ricostrui re le sue case; deve far risorgere tante altre ricchezze, tanti altri valori negati o sepolti nella coscienza umana, deve ricreare l’onestà e la libertà nelle coscienze, deve educare questo nostro popolo, che è sempre vissuto nella povertà dello spirito, alla ricchezza e alla forza della vita morale. La nostra casa brucia ancora di tutte le sofferenze; noi abbiamo viva negli occhi la visione di tanti lutti; il popolo soffre per la disoccupazione e per la miseria economica; ha sempre davanti a sé questa tristezza, questa disperazione, questo dolore che attanaglia la sua vita
problemi sono di così immediata importanza che vanno risolti immediatamente, non si possono rimandare a domani. Il problema del pane, per esempio, e del lavoro non si può rinviare; non si può temporeggiare su di esso senza distruggere, nel medesimo tempo, la nostra possibilità di vita quotidiana. Però badate, fra i precetti degli uomini civili c’è quello di dare la mercede agli operai, ma ce n’è ancora un altro, giustissimo, maturato nel corso della storia
dell’umanità, di tutte le epoche: dare il sapere liberatore agli spiriti.
Molti applausi interruppero più volte il mio discorso. Come gli attori e il regista di un film che il giorno dopo la prima vanno subito a leggere le recensioni, nei giorni successivi anch’io andai a vedere sui giornali la cronaca del mio intervento. Ancora amarezza: invece di commentare le mie parole, tanti si erano ridotti a parlare del mio modo di vestire, come se questo fosse l’elemento più importante. Scrissero:
Vestiva un abito color vinaccia e i capelli lucenti, conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza, dove salì con i più giovani colleghi a quegli scanni.
Immagino che ai vostri tempi questo non accada più, vero?!
L’avventura della Costituente fu per me dura ma entusiasmante. E in qualche modo lì mi feci le ossa per il nuovo impegno politico iniziato nell’aprile del 1948, quando fui eletta deputata della I Legislatura, durante la quale mi occupai di diverse tematiche e feci varie proposte di legge.
La questione su cui concentrai maggiormente le mie energie fu quella dei cosiddetti «figli di NN», cioè i figli nati al di fuori del matrimonio. Ne nascevano circa cinquantamila ogni anno e nella maggior parte dei casi venivano abbandonati o vivevano solo con la madre, che di solito aveva dovuto lasciare la famiglia d’origine (a quei tempi avere un figlio fuori dal matrimonio era considerato un disonore), proveniva da condizioni sociali non molto agiate e spesso, quando riusciva a trovare un lavoro, si trattava di un lavoro umile. Dunque, le condizioni di vita erano davvero difficili per quei bambini, peggiorate dal fatto che la società li considerava figli di serie B, figli di nessuno, perché quell’«NN» che veniva scritto sulle pagelle e sui documenti era l’acronimo dell’espressione latina nescio nomen, cioè «non conosco il nome del padre» (ai miei tempi, e ancora per molti anni, oltre al nome del bambino si scriveva anche il nome del padre).
Avevamo scritto e approvato una Costituzione che non ammetteva, fin dai Princìpi fondamentali, alcuna forma di discriminazione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Così recita
l’articolo 3. Non era ammissibile quanto accadeva a centinaia di migliaia di bambini. Era una questione da affrontare senza indugio!
Il 4 maggio del 1949 intervenni in Parlamento per presentare una proposta di legge: Disposizioni relative alla obbligatorietà del riconoscimento materno, alla ricerca della paternità e alla unificazione dei servizi assistenziali dei figli illegittimi. Ero arrabbiata, e lo si capiva dalle mie parole: non potevo accettare che migliaia di bambini fossero considerati di serie B, non potevo che provare ribrezzo per
addita al disprezzo, e che li segue per tutta la loro vita con un marchio d’infamia per una colpa che
illegittimi per un peccato che non hanno commesso, e li condanna ad uno stato d’inferiorità civile, con quell’«NN» che li segue nelle pagelle scolastiche, condotta.
Pensate che la legge sia passata velocemente e senza problemi? Vorrei che fosse stato così. Invece il mio intervento ricevette molti attacchi e ci vollero anni solo per ottenere che si smettesse di usare l’orribile marchio «NN».
Terminata la legislatura interruppi la mia esperienza politica: volevo tornare al mio primo amore, la scuola. Così nel 1958 fondai la Scuola d’Europa: un istituto sperimentale in cui l’educazione si fondava sul motto del pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi: imparare con la testa, le mani e il cuore. Solo nel 1970 tornai in politica, prima come consigliera comunale e poi come vicesindaca di Firenze.
Credo che anche ai vostri giorni i fiorentini mantengano un buon ricordo di me: mi dicono che al mio nome è stato intitolato anche un giardino, guarda caso, in piazza della Costituzione!



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renfe if e d i l ual ? Q tivi ot rimonio. t ze?
Luce era il mio nome di battaglia e sono stata una staffetta partigiana.
Avevo dodici anni quando ho cominciato questa mia attività clandestina. Anche se il comandante partigiano Nino Fracchinucci, che è poi diventato il mio comandante, non mi voleva: diceva che ero troppo piccola! Quando lo incontrai la prima volta mi chiese quanti anni avessi: «Io sono nata il 14 dicembre del 1930» gli dissi. Lui mi guardò stupito: «Siamo a ottobre del 1943, ti mancano due mesi ai tredici anni, io non ti voglio!». Allora un altro partigiano che era presente disse: «Lei è della sesta zona (i partigiani del partito comunista erano divisi in zone, ndr), se non te la prendi te, me la prendo io, perché lei ha cominciato a essere partigiana a otto anni, quando è stata espulsa da tutte le scuole del Regno per aver difeso la compagna ebrea!».
A quel punto Nino ha deciso di prendermi con sé assegnandomi il nome di battaglia: «Da oggi non sei più Luciana Romoli, da oggi ti chiamerai Luce».
Prefazione di Livia Turco pag. 7
Una piccola premessa » 23
Adele Bei
«Senatrice», non «senatore»! » 27
Bianca Bianchi
Tutti i figli sono uguali » 35
Laura Bianchini
Penelope alla guerra » 47
Elisabetta Conci
La «Pasionaria bianca» » 53
Maria De Unterrichter Jervolino
Una grande educatrice » 59
Filomena Delli Castelli
Evviva il cinema! » 65
Maria Federici Agamben
Sempre italiani, anche all’estero! » 71
Nadia Gallico Spano
Azione politica e solidarietà: un nesso indissolubile » 77
Angela Gotelli
L’importanza dell’associazionismo pag. 83
Angela Maria Guidi Cingolani
Formazione e cooperazione » 91
Nilde Iotti
Sono sempre stata Nilde Iotti » 99
Teresa Mattei
Quella della mimosa » 115
Angelina Merlin Il corpo delle donne » 129
Angiola Minella Molinari
Assistenza non è beneficenza » 137
Rita Montagnana Togliatti
La mia Resistenza » 145
Maria Nicotra Verzotto
La pena, tra umanità e rieducazione » 149
Teresa Noce Longo Il diritto di essere madri » 153
Ottavia Penna Buscemi
Non sono una donna qualunque » 161
Elettra Pollastrini
Opporsi alle ingiustizie » 165
Maria Maddalena Rossi
Senza pace non c’è vita civile » 173
Vittoria Titomanlio
Stato centrale, decentramento e bisogni dei cittadini pag. 181
Conclusioni » 187
Costituzione della Repubblica italiana
Princìpi fondamentali » 189
Postfazione
Luce, partigiana a tredici anni » 193
Ringraziamenti » 199
Appendice
Un viaggio lungo cento presentazioni » 201



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