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Storie di ventuno afghane in lotta per la vita
PAOLINE Editoriale Libri
© FIGLIE DI SAN PAOLO, 2026
Via Francesco Albani, 21 - 20149 Milano www.paoline.it • www.paolinestore.it edlibri.mi@paoline.it
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)
ISBN 978-88-315-5884-6
A tutte le donne, fiori resistenti
A mamma e papà, che mi hanno concepita femmina
Era dicembre 2024 e mi trovavo in una scuola romana. La Ong Nove - Caring Humans 1 mi aveva invitata a parlare di diritti, di parità, di pace e Resistenza, della forza di quelle donne che hanno contribuito alla stesura della nostra Costituzione e di cui ho scritto nel libro
Ventuno 2 .
Sul palco, con me, una ragazza fuggita dall’Afghanistan il 15 agosto 2021 dopo il ritorno dei talebani a Kabul.
È stato quel giorno che ho pensato a questo libro.
È accaduto lì, ascoltando le parole di Mahdia, osservando la forza e la fragilità di una giovane che si è trovata a dover lasciare il suo Paese per poter essere certa di vivere, rinunciando a tutto, ma trovando in sé la determinazione per ricominciare, studiare, lottare e dare voce a chi quella voce la vede ogni giorno silenziata, insieme al corpo, ai sogni, alle speranze e alla libertà.
Nei suoi racconti ho sentito le parole di quelle ventuno, di quelle prime donne della Storia italiana a essere entrate in Parlamento: stesse battaglie, stessa resistenza, come un filo rosso che collega luoghi distanti del mondo,
1 Ong che opera in Italia e in Afghanistan, in particolare a Kabul e a Jalalabad (www.novecaringhumans.org).
2 R. Cappelletto - A. Iantosca, Ventuno. Le donne che fecero la Costituzione, Paoline, Milano 20255.
sia geograficamente sia temporalmente, unendoci in una comune lotta per i diritti.
Succede sempre così: uno squarcio, un fulmine, un lampo che mi acceca, e la sensazione della necessità di scrivere.
Mentre ero lì in quell’aula e intuivo le emozioni che attraversavano quella ragazza come un arcobaleno cangiante, facendomi intravedere ora indignazione, ora solitudine, ora sopraffazione, ora stanchezza, e mentre guardavo le sue lacrime discrete e comprendevo la sua richiesta di gentilezza da parte di tutti – perché «quando incontri qualcuno non sai mai chi hai di fronte, non conosci la sua storia» –, ho sentito riecheggiare le parole di Teresa Mattei, Adele Bei e Nilde Iotti e delle settantamila partigiane e donne della Resistenza, ho rivisto nonna Luce 3 e tutte le Antigoni contemporanee con il loro vissuto, le loro ferite, le paure trasformate in forza, coraggio, partecipazione.
E ho ritrovato in lei anche quella ragazza che un giorno di qualche anno fa incontrai a Palermo: era una studentessa, di una famiglia proveniente dal Bangladesh, che insieme ad altri aveva trovato il coraggio di denunciare i mafiosi che avevano osato chiedere il pizzo ai suoi genitori, gestori di un negozio. Quando le domandai se avesse paura lei mi rispose: «Nella paura trovo il coraggio». Ero di fronte a una giovane di sedici anni, che non aveva conosciuto né Falcone né Borsellino, non aveva respirato quel Novantadue, l’annus horribilis per l’Italia,
3 Luciana Romoli, oggi novantacinquenne, staffetta partigiana dall’età di dodici anni con il nome di battaglia di Luce.
tra Tangentopoli e stragi mafiose. Eppure dentro di sé aveva quella forza, quella chiarezza che ho rivisto poi in Mahdia e tempo fa in Brigida, una donna colombiana che, insieme alla sua comunità, alla violenza risponde sempre con la pace senza aver mai incontrato Mandela o Gandhi 4 .
C’è una trama che ci unisce: unisce il tempo e lo spazio e le donne. Una connessione che si nasconde in quel nascere femmine, in quella verità che ci appartiene, che proviene da qualche altro pianeta o da qualche altra vita, che ci lega in una lotta che parla lingue differenti e indossa abiti diversi, ma che è rivolta a uno stesso obiettivo: l’uguaglianza tra i popoli, tra la gente, tra gli esseri umani.
Le storie contenute in questo libro sono le vicissitudini di ventuno donne che durante la loro esistenza in Afghanistan, e poi lontano da lì (la maggior parte dopo il 15 agosto 2021) 5, hanno lottato e lottano per i diritti di tutti; sono le storie di ventuno donne che sono riuscite ad andare via, nonostante il dolore della scelta, e a giungere come rifugiate in Europa, per lo più in Italia, grazie a Nove - Caring Humans, alla solidarietà, alle istituzioni, ma anche alla loro tenacia 6 . Donne che hanno perso tutto quel 15 agosto e che ogni giorno, grazie a ciò che hanno trovato in questa
4 Cfr. G. Giudetti con A. Iantosca, Con loro, come loro. Storie di donne e bambini in fuga, Paoline, Milano 20255, cap. III, Seme di almendro, pp. 41 ss.
5 Il 15 agosto 2021 Kabul, capitale dell’Afghanistan, è caduta nelle mani dei talebani che, dopo vent’anni, hanno ripreso possesso del Paese.
6 Le interviste, da cui ha origine questo volume, sono state da me realizzate tra il maggio e l’agosto del 2025. Per ragioni di sicurezza, delle donne afghane si riporta soltanto il nome.
nuova vita, lottano perché quante sono rimaste in Afghanistan possano liberarsi di tutte le restrizioni a cui sono sottoposte in quanto donne, a cominciare dall’obbligo di coprirsi quando escono in pubblico indossando il burqa 7 o un velo integrale, dal divieto di studiare dopo i dodici anni, di viaggiare da sole (per affrontare un percorso che supera i settantadue chilometri devono essere accompagnate da un familiare di sesso maschile, il mahram), di svolgere una serie di attività lavorative (con le Ong internazionali, ad esempio, o come insegnanti), di accedere a parchi pubblici e di divertimento, di frequentare luoghi come hammam, palestre, parrucchieri, centri estetici, e di vedere pubblicati i propri libri o articoli che parlano di diritti umani e costituzione, ormai banditi dalle università 8 .
Ventuno donne che cercano di essere la voce di coloro che l’hanno persa – perché è stata loro tolta –, denunciando apartheid di genere, matrimoni precoci sempre più frequenti a causa della povertà crescente, ma anche l’impossibilità di praticare sport, di cantare, di leggere e recitare, di ridere, di truccarsi, di portare i tacchi e di vestire abiti colorati, di trattare con negozianti uomini, di essere visitate da dottori maschi, di andare in tivù o in radio, di andare in bicicletta o in moto.
Ventuno donne che hanno in sé la forza delle donne di sempre, anche delle ventuno Madri costituenti che, con il loro impegno e determinazione, hanno lasciato un segno indelebile nelle parole degli articoli della Costitu-
7 Abito femminile che copre interamente il corpo, compresa la testa; una fessura, talvolta velata, all’altezza degli occhi permette alla donna di vedere.
8 Si veda https://qr.paoline.it/divieto-libri.
zione italiana. Ventuno donne che ci inchiodano alle nostre responsabilità, alla necessità di scegliere da che parte stare, di non sottrarsi, di portare avanti insieme battaglie condivise e di essere ogni giorno una di loro, come loro: «La Ventiduesima».
Ventuno donne con le quali mi ha messo in contatto proprio Nove, Ong presente da anni in Afghanistan con iniziative e progetti che in diversi modi hanno aiutato quelle ventuno (e centinaia di altre) e continuano a farlo anche dopo la caduta di Kabul. Una realtà che ho conosciuto anni fa per le sue iniziative, di cui ho parlato in vari contesti, e alla quale ho deciso di devolvere parte dei proventi derivanti dalla vendita del libro.
Un piccolo contributo, questo, per aiutare Nove a non far spegnere la speranza in quella terra.
Un modo, il libro, per dar voce a queste donne che ci parlano di dignità, radici, famiglia, nostalgia e pace. Del diritto all’amore e del costante desiderio di tornare a sentire il profumo di cardamomo e cannella, di vedere le montagne del Nord, di ascoltare la musica delle feste e di respirare sotto quei cieli blu dove un tempo i loro sogni volavano.
«La guerra sembra non finire mai, neanche per noi che siamo arrivate in Italia. Gli altri non ci vedono come progetti, come possibilità; non considerano che siamo donne forti, che abbiamo lasciato la nostra vita e siamo venute qui non conoscendo neppure la lingua. Che stiamo ripartendo da sotto zero e che siamo nate nuove».
Nesa
«Metto insieme il mosaico di parole e di sguardi e: Dio, ce l’hanno con me. Sono io l’accusata. Non vogliono che parli sulle dichiarazioni del Governo. Chi mi ha autorizzato? Ho avuto forse l’incarico dal partito? Non so che ogni intervento in aula deve essere discusso e approvato dagli organi direttivi? (…). Non si può parlare quando si vuole (…). Posso essere brava a fare un comizio ma, che diamine, parlare alla Camera è un’altra cosa (…). Sono ferita nell’amor proprio e decido di non permettere nessun boicottaggio su di me. (…) È diventata una sfida. Ingoio saliva amara, la pelle mi brucia addosso come fosse stata frustata, ma resto in silenzio.
Non siamo i rappresentanti di coloro che ci hanno dato il voto?
Per loro parlerò».
Bianca Bianchi, Madre costituente, intervento in Assemblea Costituente, 22 luglio 1946
Nesa ha i capelli lunghi. Li lascia sciolti sulle spalle, giù fino alla vita, liberi. Non li nasconde più. Come non nasconde quelle piccole ciocche grigie tra le quali si intravedono le pieghe e le lacrime della sua storia.
Nesa ha i capelli lunghi e non porta il velo. Ora non lo porta più. Dopo tre anni di vita vissuta in Italia. Le sembrava strano toglierlo, all’inizio. La testa era troppo esposta, come i suoi capelli abituati all’ombra, sempre nascosti e non disponibili allo sguardo di occhi estranei e alle parole di chi faceva i complimenti per quella chioma che non andava vista, non andava toccata, non andava ammirata. Ha impiegato tre anni a permettersi di toglierlo, non sentendo più il giudizio per quel gesto di riappropriazione di sé, di ciò che desiderava veramente, senza che qualcuno le indicasse la strada. Neanche quella della libertà da quel velo.
Nesa ha i capelli lunghi e un sorriso che si irradia negli occhi. O forse sono i suoi occhi sorridenti, innocenti come quelli di una bambina, a irradiarsi sulla sua bocca e a proseguire oltre, nel suo cuore. Un cuore grande e aperto al mondo. Che non conosce paura, ma solo coraggio, determinazione, resistenza. Un cuore raggiante come può esserlo quello di una donna che racchiude il senso della sua vita nel nome che le è stato assegnato.
Nesa ha i capelli lunghi e il suo nome significa «donne».
«Lo ha scelto la mamma il mio nome. Lo ha scelto dopo aver deciso che lo avrebbe individuato tra le pagine del Corano. Così ha aperto il libro a caso e di fronte si è trovata la sura intitolata An-Nisa, che significa “Le donne”, dedicata proprio al mondo femminile 1: per lei è stato un segno divino da non ignorare!»
Nesa non amava il suo nome quando era bambina: lo sentiva troppo adulto, scomodo, impegnativo, antico. Ma, crescendo, tutto è cambiato. E quel nome è diventato la sua battaglia per le donne, oltre i confini della terra da cui proviene la sua famiglia e oltre i confini della terra in cui è nata e cresciuta.
«Mi sembrava il nome di una donna anziana, quando ero piccola. Ma, studiando, ascoltando, capendo, leggendo, mi sono resa conto di quanto sia importante averlo, di quale responsabilità io sia stata investita, di quanto debba occuparmi delle donne in molti modi. Il mio nome completo per la verità è Kheironesa, che significa “buone notizie sulle donne”, ma quando sono andata a vivere in Afghanistan sui documenti ho deciso di scrivere semplicemente Nesa”.
Nesa è la terza di tre figli, due femmine e un maschio. La mamma si chiama Medina, come la città dell’Arabia Saudita dove c’è la «casa di Dio» e dove millequattrocento anni fa è nato l’islam.
«Siamo dieci fratelli in tutto, ma siamo figli di quattro donne diverse. Mio papà, nato in Afghanistan, si è
1 Si tratta della quarta sura, composta da 176 versetti, che prende il nome dal suo tema centrale: le donne e il loro ruolo nella società islamica. Si veda https://qr.paoline.it/sura-an-nisa.
Parla sorridendo, Nesa, e sorride mentre mi spiega come funzionano i matrimoni in Afghanistan, dove ci sono quattordici gruppi etnici: le regole prevedono che un uomo possa sposare donne di qualsiasi etnia, anche diversa dalla propria, ma la cosa non vale al contrario. La mamma, per esempio, che non è hazaˉra 2 come il
2 Gli hazaˉra sono una popolazione di origine mongolica, parlante il dialetto persiano dari. Vivono nella regione montuosa dell’Afghanistan centro-settentrionale. Agricoltori e valorosi guerrieri, discendono da coloni militari insediati
17 sposato quattro volte, e vivevamo tutti insieme. Quando si è sposato la prima volta, sua moglie aveva vent’anni più di lui, ed era vedova di suo fratello: lo prevede la tradizione musulmana che, se una donna rimane vedova, debba restare in famiglia. Dopo il matrimonio, vista la sua età e i cinque figli, lei gli ha promesso che lo avrebbe aiutato a prendere un’altra moglie. Così gli ha proposto mia mamma, che era sua cugina: anche lei non era molto giovane. Era già stata sposata e suo marito era morto, perciò ha sposato mio padre. Ma per gli uomini musulmani è importante la verginità della moglie, e mio padre non aveva ancora avuto una moglie vergine; quindi, dopo mia mamma, ha sposato una ragazza iraniana. Sono stati insieme un anno in Arabia Saudita, dove mio padre aveva un negozio di tappeti, ma lei è morta di parto, mettendo al mondo un figlio maschio. Per questo, mio padre, trovandosi ancora una volta solo, ha sposato, in cambio di denaro, una ragazza che non aveva mai incontrato, appartenente a una famiglia molto povera. Il giorno del matrimonio ha scoperto la verità: la ragazza aveva una emiparesi su tutta la parte destra del corpo. Così, dopo aver avuto da lei un altro figlio, ha deciso di divorziare…»
padre, ma beluci 3, non avrebbe mai potuto chiedere in sposo il marito, perché ciò è considerato un tabù. Ma si è potuta sposare con un hazaˉra perché è stato lui a volerla.
«Io sono nata nel 1984 in Iran, perché mia mamma abitava lì, dove si trova anche ora, insieme ad altri figli, i suoi e quelli della prima moglie. Sono molto diversa da loro. Lo sono sempre stata, motivo per il quale tutti hanno provato a ostacolarmi quando ho deciso di andare in Afghanistan. Volevano “punirmi” per questo desiderio, ma io sono stata più forte delle loro paure e della tradizione».
Ha ventiquattro anni Nesa quando vola a Kabul: i talebani non ci sono più da cinque anni ed è un buon momento per chi vuole rientrare o andare lì per la prima volta, nonostante la presenza costante di persone non favorevoli a una emancipazione delle donne.
«Perché sono andata in Afghanistan? Per diversi motivi. Prima di tutto io stavo studiando ostetricia a Teheran e, per il fatto che ero di origine afghana, in Iran non mi davano lavoro. In secondo luogo, mio fratello, figlio della prima moglie di mio padre, aveva avuto una figlia che era morta di parto a causa di una emorragia, e questo mi aveva profondamente colpita. Inoltre, cercando su Internet, avevo cominciato a vedere cosa succedeva in Afghanistan e avevo letto in un articolo che lì moriva di parto una donna ogni due ore! Allora mi sono domandata come avrei potuto aiutare quelle donne e ho
in questa zona da Genghiz Khan agli inizi del XIII secolo. Prevalentemente sciiti, per motivi religiosi ed etnici hanno combattuto contro i talebani.
3 I beluci sono un popolo iranico abitante nella regione del Belucistan, nell’Asia sud-occidentale.
trasformato la risposta che mi sono data in una scelta concreta».
Nesa non era mai stata in Afghanistan, ma avvertiva un forte legame, un richiamo che era stato coltivato dalla sua famiglia, ma che risentiva anche dell’ostilità respirata in tutti quegli anni vissuti in Iran.
«Se tu sei afghana, in Iran tutti ti ricordano che lo sei: tutti ti parlano sempre dell’Afghanistan e ti ricordano che provieni da lì, un luogo dal quale mia mamma era scappata molto tempo prima, quando era stato invaso dalla Russia. Per questo motivo, quando io ho espresso il desiderio di partire, lei ha tentato di dissuadermi a causa della pericolosità, della mentalità, preoccupata anche per la probabile presenza dei talebani. Ma io ero determinata, così le ho detto che aveva ragione, ma che dovevo andare perché l’Afghanistan era la mia terra, perché aveva un sistema sanitario che non funzionava, a differenza dell’Iran, e che io dovevo recarmi dove c’era bisogno di Nesa. Perciò sono partita per Kabul con il progetto internazionale OIM 4. Eppure, nonostante la determinazione e l’entusiasmo, quando sono arrivata in Afghanistan la prima cosa che ho fatto è stata piangere: l’aeroporto era molto diverso da quello di Teheran, non c’era nulla intorno, vedevo solo uomini con facce torve. In quel momento ho pensato che forse mia mamma aveva ragione, perché, anche se i talebani non erano al potere in quel momento, in ogni famiglia c’era comunque un talebano, cioè un uomo che voleva la donna sottomessa. Esattamente come oggi, perché la maggior parte degli
4 L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), fondata nel 1951, è l’agenzia leader a livello globale in tema di migrazione. È entrata ufficialmente a far parte del sistema delle Nazioni Unite il 19 settembre 2016.
uomini afghani vuole ciò che sta accadendo! Sai quanto sono felici ora che sono tornati al potere i talebani? Quando i talebani sono arrivati a Kabul nel 2021, ricordo che gli uomini guardavano me e le altre per strada insieme a protestare e dicevano: “Bene, ora vediamo se domani potrete uscire”. La base culturale è quella: noi siamo sole nella nostra guerra contro i talebani e contro quel maschilismo che appartiene a tutti, è nel Dna, è impastato in ogni fibra dei maschi! In ogni caso, al mio arrivo, oltre a un senso di smarrimento per ciò che osservavo intorno a me, avvertivo anche una fortissima emozione: quella di essere a casa! Sentivo con quella terra, nonostante non ci fossi mai stata, un legame talmente profondo che era più potente della paura. Respiravo quell’aria, guardavo le montagne attorno, anche la desolazione dell’aeroporto, e sorridevo, respingendo quel pregiudizio che leggevo negli occhi di chi mi guardava perché ero una donna, sola, con indosso abiti iraniani e, soprattutto, sorridente!
Nonostante quegli sguardi, anzi indifferente ad essi, con le mie valigie mi sono diretta sicura verso l’ospedale che mi aveva assunta. Quando sono arrivata, non credevo ai miei occhi: era una costruzione bellissima, dotata di una strumentazione che avevo visto solo nei libri, e io sarei stata la caposala di Ostetricia. Ero felicissima, anche se, ogni giorno che passava, la clientela mi lasciava sempre più perplessa. Vedevo soltanto persone ricche: la moglie di un ministro o la moglie di qualcuno di importante e basta; ero stupita, anche perché in quel momento ero ancora convinta di essere stata assunta da una struttura pubblica. Ma dopo qualche mese e dopo aver familiarizzato con il posto, nel quale tra l’altro dormivo pure,
perché il mio datore di lavoro mi aveva assicurato che fuori era troppo pericoloso e che era meglio così (anche se la verità è che, con questa scusa, mi faceva lavorare ventiquattro ore al giorno), ho chiesto a un fruttivendolo informazioni sul quartiere dei poveri, perché era evidente che, rispetto ai miei progetti, mi trovavo nella parte sbagliata della città! E lì ho scoperto che il mio ospedale era privato e che mi trovavo nell’area nuova di Kabul, dove vivevano i ricchi: se volevo incontrare i poveri dovevo andare a est. Così ho preso un taxi e ho iniziato a fare un giro.
Improvvisamente la cortina che mi impediva di conoscere la realtà è caduta e i miei occhi hanno visto: le strade non erano asfaltate, intorno a me era tutto sporchissimo e c’era un livello di povertà che non avevo mai incontrato altrove. Ero scioccata, ma ora mi era tutto più chiaro e sapevo cosa fare. Ero andata in Afghanistan non per curare i ricchi in un ospedale privato, ma per intervenire laddove c’erano difficoltà. Così, dopo qualche giorno, sono uscita dall’ospedale, ho raggiunto nuovamente la zona orientale, sono entrata in una farmacia e ho spiegato che ero un’ostetrica e che volevo aprire uno studio. Il farmacista mi ha risposto che la gente lì era povera, che nessuno mi avrebbe pagato. Ma a me i soldi non interessavano: per me andavano bene anche dieci afghani 5 a visita. La mia famiglia in Iran era ricca ed ero certa che mi avrebbe sostenuto, incitandomi ad aiutare il più possibile i poveri! A quel punto ci siamo accordati: il farmacista stesso mi avrebbe dato uno spazio dentro il negozio e mi avrebbe aiutata. Così, da quel momento,
5 Un afghani, valuta nazionale, equivale a 0,013 euro.
di giorno stavo lì e la notte lavoravo in ospedale, dove, al mese, mi davano millecinquecento dollari, una cifra davvero consistente.
Ho resistito per qualche tempo in quella situazione, poi ho deciso di aprire uno studio tutto mio: non mi piacevano le pretese del farmacista, il quale voleva che prescrivessi tante medicine, da far comprare, ovviamente, nel suo negozio. Io volevo aiutare la gente e lui voleva fare affari con i poveri! Per questo ho cambiato quartiere e ho affittato un altro spazio, comprando tutto e sistemando da cima a fondo la struttura. Vicino al mio nuovo studio c’era una farmacia: un giorno sono entrata e ho spiegato al titolare quali fossero le mie intenzioni e come potessimo lavorare insieme. Questa volta ero io a dettare le regole: “Se mi aiuti, ti aiuto. Se viene un ricco, gli prescrivo le medicine e gliele faccio comprare nel tuo negozio; se viene un povero, gli do un bigliettino con sopra indicato il nome della medicina che comprerò io a prezzo di costo e che lui ritirerà gratis da te!”. Ci siamo dati la mano, abbiamo stretto questo accordo e abbiamo cominciato la collaborazione. La voce si è diffusa in fretta ed è iniziata ad arrivare tantissima gente, soprattutto donne, anche grazie a un amico che studiava fisioterapia in Iran e che era tornato in Afghanistan. La sua famiglia lavorava in televisione; per questo, saputo della mia attività, mi chiamava spesso per parlare alle donne e delle donne in tivù! Una grande occasione anche per affrontare i temi legati al parto e alla contraccezione, un tabù enorme in Afghanistan! Eppure, nonostante questo, anzi proprio per questo, io sono andata avanti lo stesso e ho fatto informazione e prevenzione, anche se c’erano tanti poveri che venivano da me e non accettavano che
dicessi loro di usare il preservativo per evitare una gravidanza alle mogli: non volevano sentire parlare di pillola o di altre forme di precauzione. Una volta, in diretta in tivù, arrivò addirittura la telefonata di un uomo che mi minacciava perché parlavo di questi argomenti pubblicamente. Ricordo che disse: “Se ti troviamo, sappiamo cosa fare con te!”. La verità è che noi donne siamo guerriere in situazioni di difficoltà estrema e quindi, in quanto guerriera, non mi sono spaventata e non mi sono piegata».
Proprio come ottant’anni fa, a migliaia di chilometri da Kabul, in Italia, non si piegò un’altra guerriera, Teresa Mattei, la più giovane delle Madri costituenti, che a venticinque anni, in attesa di un figlio da un uomo sposato di cui era innamorata, decise di portare avanti la gravidanza, nonostante la disperazione della madre, il disappunto del Partito Comunista, al quale apparteneva, e l’invito del segretario Palmiro Togliatti ad abortire per cancellare il frutto del peccato, trasformando l’evento in un’occasione per diventare «la prima rappresentante delle ragazze madri in Parlamento» 6 .
Guerriere di tempi diversi, ma guidate dalla stessa urgenza: abbattere stereotipi e pregiudizi, aiutare le persone in difficoltà, dare voce a chi non ne ha.
«Le donne povere che venivano da me erano tante. Le riconoscevo subito: dal viso, dai denti e anche dall’e-
6 Cfr. P. Pacini, Teresa Mattei, una donna nella storia: dall’antifascismo militante all’impegno in difesa dell’infanzia, Consiglio Regionale della ToscanaCommissione Regionale per le Pari Opportunità Donna-Uomo della Toscana, Firenze 2009, p. 162 (https://qr.paoline.it/pacini).
Introduzione pag. 7
I. Nesa
Venuta al mondo » 13
II. Sediqa
Complicato come andare in bicicletta » 35
III. Krishma
Ora io mi vedo » 49
IV. Taranhe
Pink Shuttle » 63
V. Maryam
Il cielo dei miei sogni » 73
VI. Fatima
Chiave di volta » 81
VII. Waheeda
Se tu mi guardi » 93
VIII. Nahid
Vivere non è solo respirare » 103
IX. Razia
La libertà è come un fiore in un vaso » 113
X. Behnaz
La forza del diritto pag. 121
XI. Shabaneh
Il muro del silenzio » 127
XII. Fatima Combattente » 137
XIII. Saliha
Io sogno » 147
XIV. Aqela
Ogni giorno » 161
XV. Negin
La voce delle donne » 169
XVI. Aliyah
Hope in Action » 181
XVII. Frishta
La mia seconda casa » 189
XVIII. Zahra
Atefà » 195
XIX. Sakina e Fatima
Di madre in figlia » 205
XX. Alia
Il mio canto libero » 227
XXI. La Ventiduesima
Fiore resistente » 235
pag. 240 Nove - Caring Humans » 242 Ringraziamenti » 244


