Op.cit.
rivista quadrimestrale
di selezione della critica d'arte contemporanea Direttore: Renato De Fusco .dattori: Roberta Amirante, Alessandro Castagnaro, Alessandra de Martini,
Marina Montuori, Livio Sacchi, Sergio Villari Segretaria di redazione: Saia Graus Ventrella
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Electa Napoli
R. DE Fusco,
A. CARNEVALE, G. Lorn,
FacoltĂ d'architettura: che fare? Una Biennale per architetti Design: ancora sullo sviluppo sostenibile Libri, riviste e mostre
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Alla redazione di questo numero hanno collaborato: Maria Vittoria Capitanucci, Giuseppina Dal Canton, Antonio d' Avossa, Graziella Leyla CiagĂ , Rosa Losito, Maria Dolores Morelli.
La rivista si avvale del contributo economico dei seguenti Istituti e Aziende:
Alessi Camera di Commercio di Napoli Driade
Facoltà d'architettura: che fare?
RENATO DE FUSCO
I vari discorsi che si fanno intorno alla Facoltà di archi tettura per individuare il suo attuale stato di crisi hanno un carattere che oscilla fra il politico-legislativo e il tecnico pratico, rivelandosi assai raramente in grado di esprimere una concezione, un'idea della nostra scuola e di conse guenza di proporre una linea risolutiva delle sue difficoltà. Il discorso che qui invece intendo svolgere - nella convin zione che i motivi della crisi non vanno individuati nei pro blemi che incontriamo quotidianamente, da ritenersi più ef fetti che cause, né sono risolvibili con l'istituzione di nuovi «apparati», generalmente surrogati di idee - è esplicita mente· teorico e fondato appunto su un'idea della nostra scuola e su come si possa individuare una ideale via d'u scita. Il carattere teorico di ciò che vado ad esporre è tale non solo e non tanto perché ogni pratica è preceduta da una teoria, ma soprattutto per non cadere nei cento temi sopra accennati - dal reclutamento del personale docente al grande numero degli studenti, dagli sbocchi professionali ai problemi dell'edilizia universitaria - ognuno meritevole di una approfondita trattazione, ma in ogni caso disomogenei fra loro e comunque dipendenti da un ridefinizione teorica della scuola.
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La struttura
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L'idea che mi sono fatto di quest'ultima, come ho avuto modo di notare già in altre occasioni, è quella per cui essa è, o meglio era, fino ad una certa data, poniamo il '68 (sul quale non intendo aggiungere un riga alla ricca letteratura esistente, ma assumerlo qui solo come termine a quo), para gonabile a un triangolo, avente su un lato le materie profes sionali, su un altro quelle storico-critiche e sul terzo quelle tecnico-scientifiche. Cosicché tale struttura era composta dalle scienze matematiche-naturali, da quelle umane e da quanto conseguiva il precetto del verum-factum, cioè del l'imparare facendo. Al centro del triangolo, nella sua area, stava il.progetto, nell'accettazione più ampia del termine come vedremo. Il rapporto che s'instaurava fra queste tre componenti, ognuna delle quali didatticamente autonoma, ed il loro in sieme era sostanzialmente quello delle parti col tutto, pro prio del circolo ermeneutico; l'ermeneutica era anche perti nente la descritta struttura, perché ognuna delle sue compo nenti andava interpretata dai soggetti operanti nella Facoltà in ordine alle circostanze e alle diverse tradizioni locali. È ben vero che questo non si verificava sempre: gli inse gnamenti delle materie professionali, peraltro fregiandosi del ridicolo termine di «compositive», rivendicavano un primato sulle altre, considerate subalterne e strumentali; gli insegnamenti storico-critici peccavano di un filologismo inutile a se stessi e tanto più alle altre due componenti della nostra scuola; gli insegnamenti tecnico-scientifici, fatte le debite eccezioni, non riuscivano mai a tradursi nei termini comprensibili agli architetti e agli storici dell'architettura. Tuttavia, nonostante queste discrasie, si era avviato un pro cesso orientato all'unità, grazie anche al Razionalismo che affrancava la nostra scuola dalla sua matrice «artistica» e grazie al post-razionalismo che recuperava ai nostri studi l'interesse per la storia. In sostanza il sistema reggeva al meno come processo teleologico: quello di formare dei laureati non specializzati in nulla, ma con un'attitudine, nel
stra scuola lo ha già definito da tempo ed è «l'architet tura», intesa nel senso più ampio, oltre la sua accezione edi lizia, un'architettura vista appunto nelle sue componenti di materie professionali, storico-critiche e tecnico-scientifiche. Insomma la Facoltà di architettura - così pensavo e conti nuo a ritenere - è già un esemplare dipartimento rispon dente tanto alla prima, quanto alla seconda idea di organiz zazione dipartimentale. Né a smentire questo giudizio valeva l'obiezione allora in vigore contro chi resisteva al nuovo «apparato»: il dipar timento, si diceva, non riguarda la didattica ma la ricerca; cosi mentre per l'una la Facoltà non corre alcun rischio, la seconda è fortemente stimolata. Che i fautori di questa tesi avessero torto lo hanno dimostrato i fatti, del resto facil mente prevedibili. Anzitutto è difficile distinguere la didat tica dalla ricerca, ma è ancora più difficile che nella nostra scuola si faccia ricerca. La ricerca (di tipo collettivo, svolto nella sede universitaria, interdisciplinare e simili) è general mente assente nella maggioranza dei nostri dipartimenti e dove, fra cento difficoltà riesce ad effettuarsi, dà risultati ri sibili. Alla immediata domanda: se non ricercate che cosa insegnate? Rispondo che insegnano quei pochi che fanno rf cerca totalmente «privata». Senza moralismi e ipocrisie i migliori insegnanti sono i migliori professionisti, coloro i quali, fuori della scuola, esercitano il mestiere di architetti, di storiografi, di calcolatori di strutture.· Se deludenti sul piano della ricerca, disastrosi si sono ri velati i dipartimenti su quello della didattica. Tutto il mio pessimismo sull'istituzione dipartimentale non riusciva tut tavia a prevedere quello che poi si è verificato. In pratica, i dipartimenti, sorti come funghi, spesso dall'amicizia perso nale di alcuni docenti, e dalla titolazione più fantasiosa, hanno· operato un frazionamento della precedente Facoltà dipartimento; ognuno di essi vive come una monade isolata, beninteso retto da un apposito apparato burocratico e am ministrativo, che non consente alcuna permeabilità con al tri, ciascuno totalmente preso ad amministrare le proprie faccende, programmi, consigli e bilanci. Docenti di materie 8
professionali, scientifiche e storiche non si incontrano più, se non nei Consigli di Facoltà, magari in seguito a formale presentazione. Si aggiunga che il «distacco», già avvenuto per statuto, si è aggravato con la questione dell'edilizia uni versitaria: i dipartimenti, possibili in quei paesi che dispon gono di un unico campus, da noi sono ubicati in sedi di verse, talvolta a notevole distanza fra loro. Infine, i diparti menti, luoghi di una presunta ricerca, come s'è detto, ten dono ciascun ad avere pressò la rispettiva sede, anche le aule per la didattica, unica attività concreta che bene o male si svolge nella nostra Facoltà. Cosicché quell'incontro che manca a livello di professori, si ripropone anche a livello de gli studenti. II più recente apparato, avente per titolo «Nuovo Ordi namento», ha scoperto che le materie professionali s'impa rano facendo e, invece di ripristinare semplicemente le vec chie e utili extempore, ha inventato i «Laboratori», luoghi in cui oltre a lezioni teoriche si disegna. Fin qui l'intento è positivo, ma cambia segno laddove si pretende, all'interno dei laboratori, l'apporto, del tutto subalterno, delle disci pline appartenenti ai settori storico-critico e tecnico-scienti fico. Non è chi non veda come un tentativo volto all'unifi cazione non si risolva in una nuova frattura. Questa si verifica, oltre che per gli inconvenienti pratici, ancora una volta per equivoci concettuali. II primo consiste nel presunto paradosso per cui il gruppo di discipline pro fessionali e segnatamente quella dell'architettura, di quel l'architettura che compare nell'insegna della nostra Facoltà, abbia uno statuto più debole rispetto a quelli dei gruppi sto rico-critico e tecnico-scientifico. Se non si smentisce quest'i dea condivisa dalla maggioranza - una convinzione cosi dif fusa presso gli stessi soggetti operanti che, condizionandone i comportamenti, diventa vera - non si ricostruisce quell'u nità dei nostri studi indispensabile a superare la loro crisi attuale.
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Dalle materie al concetto
Per ricostruire l'unità della nostra scuola è, secondo me, necessario individuare non ciò che differenzia (pur nella di stinzione) le parti fra loro - vale a dire le tre componenti dello schema proposto, riaccorpando e riducendo le disci pline che intanto sono proliferate -, ma ciò che le assimila. E questo non è il semplice progetto proprio delle sole mate rie professionali o appunto progettuali, bensì il «concetto di progetto» che è invece comune alle discipline che figurano su ogni lato dell'ideai-tipico triangolo, al pari del «con cetto» di storia e di scienza. Anticipando la conclusione, il fattore unitario, va spostato dal piano dei «fatti» o degli eventi (rispettivamente il progetto di un dato edificio, il cal colo di una specifica struttura, lo studio storico di un parti colare monumento) a quello dei concetti di «progetto», di «storia», di «scienza delle costruzioni». Per esplicitare tali espressioni è necessario esaminarle separatamente. Molto prima di tradursi in un elaborato tecnico, il pro getto è sostanzialmente un programma, una previsione, una pre-cognizione, che diventa cognizione allorquando passa al vaglio di tutti i dati e le esigenze richieste per dar luogo ad un prodotto, quale che sia il suo genere; nel nostro caso. sempre riferendoci allo schema dell'ideale triangolo: un edi ficio; la sua programmazione progettuale passa al vaglio dei dati storici che lo riguardano come pure dei calcoli statici che ne garantiscano la stabilità. Che il progetto meramente architettonico sia qualcosa che s'impara facendo è indubita bile. Ma la coincidenza del vero col fatto non va intesa solo nel senso manuale; quel fare comporta anche attività me taoperative; e questo, mentre riscatta l'insegnamento delle materie progettuali da una condizione meramente fabbrile e banausica, ci conferma il precetto vitruviano, per cui «l'ar chitettura è una scienza che è adornata di molte cognizioni e colla quale si regolano tutti i lavori che si fanno in ogni arte». A condividere questa definizione si comprende peral tro come una certa idea di architettura includa e appunto re10 goli altri settori ad essa assimilabili, dall'urbanistica al de-
meno, intrecciarsi, donde la regola: storicizzare e rendere più scientifica la progettazione; rendere più progettuale e scientifica la storia; storicizzare e rendere più progettuale la scienza.
Il carattere teorico di ciò che ho esposto diventa anche pratico in quanto per la sua applicazione non si dovrebbero attendere leggi, decreti o comunque disposizioni dall'alto, bensl prevalentemente un'intesa e un più attento studio da parte di chi, a vario titolo e livello, vive ed opera nell'am bito della Facoltà.
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Una Biennale per architetti
GIANCARLO CARNEVALE
L'ultima Biennale di Venezia, la sesta edizione, ci ha proposto una vasta rassegna della produzione architettonica contemporanea 1• La direzione di Hans Hollein ha mostrato un piglio utilitaristico, badando al sodo, ha puntato sul suc cesso di pubblico promuovendo allestimenti spettacolari per alcuni padiglioni (Francia, Giappone, Ungheria), imponenti frammenti di architetture nel Padiglione Italia, un numero inconsueto di espositori, tre leoni alla carriera per tre « grandissimi vecchi» (Niemeyer, J ohnson e il nostro Ignazio Gardella). Certo riavvicinare l'architettura ad un pub blico non specialistico costituisce un intento altamente meri torio, in un momento che marca una crisi di distacco e di emarginazione per la nostra cultura, crisi forse più grave di quante altre mai ci siano state in passato. Ma dietro i dati ci sono realtà per nulla rassicuranti: i visitatori della Biennale, a parte le scolaresche deportate in omaggio ad una estesa consuetudine di consumo culturale, quale espiazione di una cattiva coscienza pedagogica, erano quasi soltanto addetti ai lavori. Architetti, studenti di architettura, docenti, amici e parenti delle centinaie di espositori si sono alternati per settimane nei viali dei Giardini di Castello: non è una novità che l'autoconsumo della produzione architettonica goda ormai di un'attenzione tanto estesa da ·incoraggiare nuove forme mediatiche (CD Rom e tascabili di architettura affol lano ormai le edicole). La preoccupazione che desta questa 15
forma di autofagia è che, creatosi questo regime, si produ cano sempre più dei meccanismi di chiusura verso l'esterno, di sganciamento e di disinteresse verso quell'immaginario popolare che, in un tempo non troppo remoto, costituiva un importante referente della architettura; infatti, va registrata la quasi assoluta scomparsa di quelle commistioni e di que gli scambi che avvenivano di frequente tra cultura popolare della costruzione e grande architettura di autore. Il tema Sensori del futuro. L'architetto come sismografo, intelli gente ed ambiguo, ha consentito di omologare differenze al trimenti inconciliabili. L'ambiguità è nella formula, così ecumenica e ottimistica, che tende ad attribuire alla nostra cultura un ruolo di anticipazione, di percezione visionaria e avanguardistica delle trasformazioni sociali, economiche, antropologiche che si vanno producendo. Se dubbi pote vano esserci sulla capacità del progetto contemporaneo di annunciare il futuro, sarebbe bastata la sola visita del padi glione americano a fugarli con perentorietà. La funzione di retroguardia che l'architettura esercita appare riaffermata dalla linea Disney, che raccoglie significativi prodotti di al cuni tra i più interessanti progettisti del momento 2, tutti - in misura languidamente diversificata - preoccupati di confe zionare edifici piacevoli, comunicativi, accattivanti. La componente ludica, che pure si annuncia e che spesso - an che in passati remoti - conservava umori eversivi 3, assume qui la rassegnata patina del virtuosismo obbligato, reso do mestico dalle leggi del mercato, dominato da un cantiere asettico. ed efficiente. Questi manufatti appaiono.molto più simili a prototipi rassicuranti, quasi lanci promozionali per nuove linee di produzione, che non a proposte aggressive di innovazioni alternative ed utopistiche. Ma non è il solo padiglione americano a dare l'impres sione di una cultura ripiegata su se stessa, rivolta a modeste esperienze. di accademiche anamorfosi; questa sensazione pervasiva la si riscontra anche nello stesso Padiglione Italia, dove le innumerevoli ed impressionanti realizzazioni di ato pie sembrano fare la parte del leone (stazioni, aeroporti, grattacieli, palazzi per esposizioni, grandi fabbriche, centri 16
pubblicistica internazionale. Un interessante contributo viene, su questo tema, dal padiglione ungherese che mostra i lavori, per molti versi coinvolgenti per tensione e desiderio di rappresentarsi, di una ricerca che sconfina in ambiti non strettamente disciplinari. Ed è proprio questa apprezzabile enfasi, riconoscibile nei bei plastici e nelle seducenti tavole esibite, a suggerire che l'autentico ambito del de-costruttivi smo potrebbe essere quello.delle arti grafiche o plastiche: un destino più metastrutturale che concretamente ancorato alla costruzione architettonica. Ci si chiede anche quali siano i reali confini che possano delimitare l'area che indichiamo come de-costruttivista; ad esempio l'eleganza puntuale di Borie Miralles (insignito di un meritato premio), non sarà piuttosto riconducibile alle - peraltro ostentate - radici ca talane, affondate in una vicenda storicamente un po' margi nale, che non legata ad un filone così frequentato dalla pub blicistica? E, al contrario, gli sconfinamenti di Starck nella produzione architettonica, non dovrebbero insospettirci sulla facilità con la quale si elaborano forme senza lasciarsi sfiorare dalla fatica degli assemblaggi tra le materie? Qualche elemento di riflessione ci viene offerto dai padi glioni delle lontane regioni del Nord, che appaiono sempre così remote anche dal dibattito internazionale, prive di pre senze carismatiche, incapaci di elaborazioni teoriche, con scuole di architettura ancora saldamente legate ad una tra dizione empirica, poco attrezzate di strumenti critici o di let tura del territorio o della città, eppure, a dispetto di queste connotazioni culturali così cheap e provinciali, capaci di catturare la rispettosa sorpresa per la eleganza non confor mista delle tante realizzazioni e dei sobri progetti. Un caso di evoluzione costante, con scarse fluttuazioni verso le nuove tendenze, ma capace di metabolizzare ed assimilare quanto di innovativo appare, riconducendolo all'interno delle proprie radicate convenzioni formali. Quale differenza dalle revanches francesi, che rispolve rano vecchie icone degli anni Sessanta per rivendicare il di scutibile merito di aver tenuto a battesimo - ante litteram 18 diagonali e linee spezzate, pareti inclinate e coperture curve,
effettive capacità di controllo costruttivo. Ma è una rappre sentazione obiettiva dei nostri pregi e dei nostri limiti: i lau reati prodotti dalle nostre facoltà si avvalgono di rilevanti capacità critiche, di strumenti analitici e teorici sofisticati, ma dispongono di una esperienza tecnologica limitata e, in genere, tendono a servirsi del disegno per rappresentare più che per verificare o controllare il progetto. Un revival anche più emozionante è stato invece assicurato da un'altra se zione, sempre nel Padiglione Italia, Radicals 1960-1975, una esposizione curata da Gianni Pettena, che, in uno spa zio forse troppo esiguo, ha raccontato momenti densi di una vicenda celibe. In questi pannelli, compattati dalle esigenze della kermesse veneziana, si ritrovano ancora oggi i germi . delle idee più fervide che si siano affacciate negli ultimi trenta anni. La distanza storica ci permette di cogliere quanto di approssimativo, di ingenuo e di velleitario si sia accumulato in questi schieramenti, legati e collegati da un desiderio di autorappresentarsi, di legittimarsi in una cul tura provinciale ed accademica quale era quella degli anni Sessanta-Settanta, dominata dalla breve parabola dell'in formale, e scoraggiata dall'involuzione del neo-realismo. Un certo complesso di colpa si avverte nel confrontare la at tenzione critica che è stata, colpevolmente, rivolta, negli anni successivi a fenomeni di ben minore importanza, ma questa è già storia recente. Una considerazione conclusiva riguarda la nostra posi zione, quella della cultura italiana, in rapporto alla produ zione internazionale più avanzata. Sembra reso evidente, da questa rassegna che la Biennale ha allestito, un limite già in parte avvertito in questi ultimi tempi: il desiderio di riaffer mare una posizione che - in un passato non più così re cente - sembrava assicurare un primato significativo tanto alla nostra cultura storico-critica, quanto a quella teorico progettuale. Ebbene questo desiderio passa, purtroppo, al momento, attraverso le spinte di emulazione e di rilancio nei 20 confronti delle tendenze via via riproposte dalla pubblici-
stica internazionale. Una sorta dì insegnamento e di corsa in avanti che ci allontanano da quella ricerca di identità che non può essere cancellata dall'internazionalismo. Si tratta di intendersi, certo, sui termini, il regionalismo cosi come l'internazionalismo possono essere fenomeni provinciali e regressivi, o, al contrario, gloriose bandiere, dipende... di pende, come è sempre stato, dall'architettura che rappre senterà queste tendenze. Ebbene la considerazione che cer cavo di fare ha a che vedere con la preoccupazione di « sen tire il futuro», questi nostri architetti che parlano più lin guaggi, che si mostrano up to date sulle ribalte cosmopolite, sembrano talmente preoccupati di restare agganciati alle correnti portanti della contemporaneità, da non riuscire ad elaborare riflessioni private, personali, sul proprio lavoro, e si tratta di un lavoro che, al contrario, avrebbe dovuto nu trirsi di piccoli contributi, ritrovare la qualità proprio negli scarti minimi, nelle differenze marginali. Le tecnologie, le «nuove» tecnologie, non costituiscono certo una via maestra che porta alla qualità architettonica: restano uno strumento, non un fine, e per di più, come ogni strumento, richiedono perizia, sensibilità, talento. Certe in discriminate applicazioni mostrano, con allarmante evi denza, l'instaurarsi di un conformismo tanto più rischioso in quanto si autorappresenta come innovativo. Forse è solo la forza del paradosso a suggerirlo, ma credo che il nostro mestiere ritrovi un proprio equilibrio, una continuità storica, solo quando lega saldamente la forma del progetto alla materia della costruzione, quando rende espressione la tecnica. Occorrerebbe poter disporre di raffinati sensori del passato per rintracciare queste remote e impolverate qualità. Questa Biennale sembra volerci dire che quasi tutti i « sensori del futuro» devono aver smarrito la ingegnosa crudeltà con la quale, in passato, materiali di origini diverse, con storie e sostanze differenti, si compone vano in un difficile (e provvisorio) equilibrio che prendeva il nome di architettura.
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1 Trentaquattro partecipazioni nazionali, una quarantina di autori invitati nella sezione «Città», più di trenta nella sezione «Emergenti», poi ci sono i «Radicals », ancora una trentina nella«Sezione italiana», in più i fotografi di architettura, più un numero imprecisato di eventi, sim posi, allestimenti, installazioni ed altre manifestazioni di corollario. 2 Tanto per fare qualche nome: Gehry, Graves, Grumbach, Gwa thmey, Hollein, Isozaki, Johnson, Moore, Nouvel, Portzamparc, Stern, Venturi e il nostro Rossi. 3 Penso a Giulio Romano, a Gaudl, a Plecnik, ma anche a Michelan gelo, al Guggenheim, a Loos stesso, ai tanti monumenti che hanno cele brato la trasgressione irridente dei codici, annunciando, nella forzatura del linguaggio, nuovi valori. 4 Faccio riferimento alla Via Novissima (Biennale del 1980 ed al po st-modem che, nel bene e nel male, si rivelò un momento rappresentativo di svolta nella cultura architettonica del tempo, ma potrei ricordare anche il battesimo della Tendenza (Triennale di Milano del 1973). 5 Forse, a rigore, non potrebbe dirsi de-costruttivismo ortodosso quello di Gehry, ma, ad esempio, la sua realizzazione parigina, I' Ameri can Center, non ha superato il battesimo delle prime piogge, rendendo imbarazzantemente evidente la presenza doviziosa di vulnerabili fogli in cartongesso, fatalmente mortificati dall'imprevisto evento atmosferico. Ed è inutile dire dell'orgoglio con il quale i Coop-Himmelb(l)au (questi sl ortodossi) vantano la inclusione di una scala dimenticata dei carpentieri in una chiostrina non più raggiungibile dell'edificio del museo di Gronin gen quasi si trattasse di un involontario contributo creativo alla artistica serendipity dell'opera, e non somigliasse piuttosto - tale inopportuna di menticanza - alle pinze abbandonate da frettolosi chirurghi in tanti sfor tunati addomi I
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Design: ancora sullo sviluppo sostenibile GIUSEPPE LOTTI
La consapevolezza del rischio ambientale, le crescenti problematiche sociali legate alla diffusione dell'automa zione, i rischi di eterocontrollo dovuto all'utilizzo massiccio dei mass media, e, non ultima, la prospettiva del passaggio del millennio da sempre accompagnata da foschi presagi hanno portato ad un profondo cambiamento del nostro at teggiamento nei confronti della tecnologia. Anche se è in corso un dibattito molto serrato tra catastrofisti - dagli esponenti del movimento neo-luddista americano assertori dello stesso tecno-pessimismo che aveva indotto nei primi anni dell'800 a prendere d'assalto, in pieno avvio dell'era industriale, macchine e telai tessili, al nostro Roberto Vacca che nel suo non più recente Il Medioevo prossimo venturo 1 formulava l'ipotesi di un possibile collasso dei paesi più avanzati a causa della degradazione e della ingovernabilità dei grandi sistemi tecnologici -, ed anticatastrofisti - Bruce Arnes che, per affermare l'assurdità dell'ambientalismo è arrivato addirittura a dimostrare la cancerogenità del basilico 2 o Luciano Caglioti con il suo recente scritto dal titolo, assai significativo, Madre natura, anzi matrigna 3 -, la fiducia illimitata che aveva caratterizzato il nostro atteggia mento nei confronti della tecnologia si è profondamente in crinata. Alla luce del disastro nucleare di Chernobyl, delle orride maree nere fuoriuscite da petroliere come la Exxon Valdez ma anche nella consapevolezza che l'elevato tasso di
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disoccupazione è frutto soprattutto della crescente automa zione produttiva, niente ci appare più lontano della macchi nolatria futurista - Marinetti che paragona l'automobile alla Nike di Samotracia, Ginna che la definisce nostra sola amante possibile desiderabile, Azari che addirittura fonda la Società di protezione delle Macchine-, ma anche del trionfalismo dell'immediato secondo dopoguerra così come traspare, ad esempio, dalle pagine della prima« Civiltà delle macchine». Il mondo occidentale, scrive Paolo Schmidt di Friedberg, ha vissuto questi ultimi secoli, credendo che fosse possibile, almeno in teoria, raggiungere la sicurezza,
che l'ordine e la stabilità fossero soltanto questione di buona volontà in quanto ci attendevano in fondo alla strada. La scienza e la tecnologia, con la loro crescente ca pacità di capire, riordinare e organizzare, erano
li per ga
rantirlo: le navi solcavano mari sempre più lontani, le mani fatture sfornavano prodotti in un crescendo entusiasmante
e i cannoni, sempre più potenti e precisi, portavano ovun que ordine e «civiltà». ( ... ) Oggi queste felici semplifica zioni appaiono colpite alla base poiché la scienza ha messo in discussione se stessa. 4•
La coscienza dei pericoli insiti in uno sviluppo tecnolo gico illimitato è emersa per la prima volta in tutta la sua evi denza nel rapporto elaborato dal Massachussets Institute of Technology per conto del Club di Roma 5 il quale, nelle sue conclusioni, rilevava che, a meno di radicali trasformazioni, la crescita economica si sarebbe irrimediabilmente arrestata per l'esaurimento delle risorse naturali e la degradazione dell'ambiente; ma, già precedentemente, si erano levate voci isolate di denuncia come quella di John von Neumann che, nel suo articolo dal titolo emblematico Riusciremo a so pravvivere alla tecnologia? 6 già nel lontano 1955 sulla rivi sta «Fortune», pur imputandola alle dimensioni finite della terra anticipava la crisi tecnologica attuale.- Anche se, come ha fatto notare recentemente Paolo Rossi, nessuno degli esponenti della cosiddetta Rivoluzione Scientifica ha mai ri
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tenuto che la liberazione dell'uomo potesse essere affidata alla scienza e alla tecnica in quanto tali e la restaurazione del
sone e le regioni, la sicurezza dei cittadini, la loro salute, il livello culturale, la «vitabilità» dell'ambiente naturale, l'ef ficacia e l'efficienza dei trasporti pubblici 12 -, finché non verranno previsti vantaggi e sgravi fiscali per le aziende che intraprendono la difficile strada della sostenibilità sarà molto difficile che si possa assistere a decisivi mutamenti. Qualcosa in tal senso comincia a muoversi: si pensi alla pro posta, avanzata da Jacques Delors in sede di prima stesura del trattato di Maastricht e recentemente recuperata dall'E cofin di Dublino, di inserimento tra i parametri di ammis sione alla moneta unica, a fianco della correttezza dei conti, del tasso di disoccupazione; ma anche a come in Francia per le aziende con più di 300 dipendenti sia obbligatorio redi gere un bilancio sociale basato sulla comparazione tra utili economici e costi collettivi delle scelte operate, e, più in par ticolare dal punto di vista strettamente ambientale, in molte nazioni sia stato introdotto il principio di responsabilità estesa del produttore attraverso il quale gli oneri ambientali vengono trasferiti dal pubblico ai privati che utilizzano le ri sorse con evidenti vantaggi per la collettività. Chiare indica zioni di tipo legislativo, unite ad un mercato che, superata l'euforia degli anni '80, ricerca prodotti che siano espres sione di valori meno effimeri e più duraturi - Francesco Morace e gli altri autori de I nuovi boom 13, a proposito de gli attuali comportamenti di consumo, parlano significati vamente di ripresa, se non di vere e proprie ideologie, di si stemi di pensiero forti (l'ecologia e l'etica, la solidarietà e il razzismo) -, potrebbero rappresentare una decisa spinta verso scèlte maggiormente attente ai. problemi di natura so ciale ed ambientale. La ricerca tecnologica, incalzata dalla crescente consa pevolezza delle diseconomie insite in uno sviluppo illimi tato, si sta già muovendo in direzioni insospettabili. L'eco logia - scrivono Enzo Tiezzi e Nadia Marchettini, come luogo di osservazione privilegiato e necessario per la soprav vivenza dell'uomo e del pianeta, può assumere su di sé ( ... ) il ruolo di fare politica e di fare filosofia. Può assumere su 26 di sé la dimensione epocale di una grande svolta culturale
sumono maggior vigore ed importanza 18• Sempre più spesso in futuro diverse realtà produttive conviveranno fianco a fianco; emblematico il caso della Schliltler, azienda tedesca del settore dell'arredo, che nell'imbottitura dei propri pro dotti utilizza - quasi a riproporre il primo giaciglio umano - paglia di segale (un materiale naturale e sano an che nelle fasi di lavorazione, perfettamente rinnovabile e ri generabile, assai durevole che permette, anche dopo l'uti lizzo, un facile smaltimento attraverso compostaggio, bru ciatura con creazione di energia usata per nuovi divani e riu tilizzo come isolante), ed affida la finitura dei singoli pezzi ad artigiani che garantiscono la cura dell'oggetto finito a mano. Una tecnologia dunque che ha acquistato il senso della storia o, più propriamente, il senso della fine della sto ria 1 9, tipico della postmodernità. Si può parlare di acquisi zione della consapevolezza dell'importanza crescente - l'imprescindibilità direbbe Morin 20 - della variabile tempo anche in relazione alla qualità ambientale di un pro dotto che dipende in parte dalla sua durata e dalla possibi lità di allungamento della sua vita tramite riparazione e so stituzione delle parti usurate e dunque dalla istituzione di servizi di assistenza al consumatore. Ma si guardi anche al nuovo significato che va assu mendo la dialettica tra naturale ed artificiale, con il primo termine che ha perso quella connotazione positiva che lo ac compagnava fino a poco tempo fa (artificiale= moderno) caricandosi, spesso a torto, di significati negativi in chiave ecologica, ed il secondo che è stato investito da un interesse non sempre giustificato (non è detto infatti che ciò che è na turale è ecologico come affermano gli ambientalisti). Spesso, scrive Michael Herloff, si pensa che sia ecologico il ritorno a materiali naturali, legno, sughero, (...). Non è vero che è così, che più naturale qualcosa sembra, più è eco logico (...). Non è così: prendi una poltrona di legno brasi liano e cuoio argentino, sembra perfetta, ma la riforesta zione è impossibile e conciare la pelle è dannoso per l'am biente. Allora è meglio una sedia in materiali artificiali ben 28 prodotta (...). Bisogna cioè pensare alla provenienza del
trari confini politici e ridisegnando autonomie e intercon nessioni funzionali sulla base delle identità e diversità natu rali e culturali 22• Ci sembra giusto infine soffermarsi sui rapporti, sempre più fecondi, che la tecnologia dovrà instaurare con culture diverse da quella occidentale; l'attenzione che, negli ultimi tempi l'architettura dedica al Feng-shui, studio di origine giapponese sugli influssi negativi su costruzioni e uomo ed alcune recenti esperienze condotte dall'Alessi come l'Og getto dell'equilibrio che attiva potenzialità energetiche e di namiche legate a un attento utilizzo delle proporzioni auree sembrano muoversi proprio in questa direzione. Scrive Mauro Cerutti: La conoscenza umana si sta planetariz zando, nello spazio come nel tempo; la scienza stessa non può pretendere di giudicare le altre forme di conoscenza come se detenesse poteri e qualità di un tribunale neutro e obiettivo; al contrario può solo cercare di intavolare con esse una conversazione incompiuta e indeterminata ( ... ). In questa prospettiva, il mito sarebbe solo un antecedente della filosofia; la religione sarebbe solo un antecedente della se colarizzazione; la metafisica sarebbe solo un antecedente della scienza 23• In questa difficile transizione verso un modello di svi luppo sostenibile il designer - un designer che non sia solo un progettista di inutili illusioni ma un cosciente, responsa bile artefice del proprio tempo - può e deve esercitare un ruolo di primo piano, supportando scelte che, muovendosi talvolta contro il senso comune - conservazione vs innova zione, caduta della netta contrapposizione tra naturale e ar tificiale -, hanno bisogno di una forte legittimazione cultu rale. I molti fattori in gioco richiedono però anche al desi gner un radicale mutamento del suo modo di pensare e la messa a punto di metodologie e strumenti di lavoro che va dano al di là di quelli classici. Si tratta soprattutto di impa rare a navigare nella complessità, con occhio vigile, sempre pronti a cambiare rotta e, talvolta, addirittura a ritornare sul proprio cammino, apprendendo dagli errori commessi e 30 adattandosi agli imprevisti che si presentano. Lo sforzo è
16 E. MoRIN, /ntroduction à la pensée complexe, Edgar Morin, 1990, trad. it. di M. CoRBANl, Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano 1993, p. 52. 17 E.J. HoBSBA WN e T. RANGER (a cura di), L'invenzione della tradi zione, Einaudi, Torino 1987. 18 O. GlARINl, H. LoUBERGÈ, La delusione tecnologica: i rendimenti decrescenti della tecnologia e la crisi della crescita economica, Monda dori, Milano 1978. 19 Per il concetto di « fine della storia» si veda in particolare: G. VATTIMO, Posmodernità e fine della storia, in G. MARI (a cura di), Mo derno postmoderno. Soggetto, tempo sapere nella società attuale, Feltri nelli, Milano, 1987. 20 E. MORIN, La methode. I. La nature de la nature, Éditions du Seui!, Paris 1977, trad. it. di G. Boccm, li metodo. Ordine disordine or ganizzazione, Feltrinelli, Milano 1993. 21 Citato in: B. LAKOTIA, Die Entdeckung der Langlebigkeit, in «Architektur & Wohnen» n. 1, 1996. 22 K. SALE, Dwellers in the Land the Bioregional Vision, Sierra Club Books, 198S, trad. il., Le regioni della natura. La proposta bioregionali sta, A Coop. sez. Elèuthera, Milano, 1991, IV• di copertina. 23 M. CERurn, Ambivalenza dell'idea di progresso, in E. TIEZZl e N. MARCHETIINl (a cura di), op. cii., pp. 14-1S.
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