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Il Giornale dei Biologi - N.7/8 - Luglio/Agosto 2026

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Lug/ago 2026 Anno IX - N. 7/8

SCUOLA PERMANENTE SUI BENI CULTURALI La Fnob e la Fib avviano un percorso dedicato alla biologia applicata al restauro

SALUTE Pochi italiani fanno screening di prevenzione

ASTROBIOLOGIA Trovato lo zucchero nella Via Lattea


IL RUOLO DEL BIOLOGO NELLA RISTORAZIONE COLLETTIVA Dalla sicurezza alimentare alla sostenibilità ambientale

28 settembre 2026 9 Ecm

www.fnob.it


Sommario

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EDITORIALE

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PRIMO PIANO

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INTERVISTA

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SALUTE

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AMBIENTE

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INNOVAZIONE

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BENI CULTURALI

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SPORT

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LIBRI

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SCIENZE Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Lug/ago 2026 Anno IX - N. 7/8

SCUOLA PERMANENTE SUI BENI CULTURALI

Anno IX - N. 7/8 Luglio/Agosto 2026 Edizione mensile di Bio’s Testata registrata al n. 113/2021 del Tribunale di Roma Diffusione: www.fnob.it

Direttore responsabile: Vincenzo D’Anna

Questo magazine digitale è scaricabile on-line dal sito internet www.fnob.it

La Fnob e la Fib avviano un percorso dedicato alla biologia applicata al restauro

Questo numero del “Giornale dei Biologi” è stato chiuso in redazione il 31 luglio 2026. Gli articoli e le note firmate esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi. Immagine di copertina: @ amarklc/shutterstock.com

SALUTE Pochi italiani fanno screening di prevenzione

ASTROBIOLOGIA Trovato lo zucchero nella Via Lattea

Si informano gli iscritti che gli uffici della Federazione forniranno informazioni telefoniche di carattere generale dal lunedì al giovedì dalle 9:00 alle ore 13:30 e dalle ore 15:00 alle ore 17:00. Il venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00 Tutte le comunicazioni dovranno pervenire tramite posta (presso Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, via Icilio 7, 00153 Roma) o all’indirizzo protocollo@cert.fnob.it, indicando nell’oggetto l’ufficio a cui la comunicazione è destinata. È possibile recarsi presso le sedi della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi previo appuntamento e soltanto qualora non sia possibile ricevere assistenza telematica. L’appuntamento va concordato con l’ufficio interessato tramite mail o telefono.

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Centralino

06 57090 200

Ufficio protocollo

protocollo@cert.fnob.it

Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026


Editoriale

di Vincenzo D’Anna Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi

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gni giorno ha la sua pena". Così recita un vecchio adagio popolare. Per esprimere l'identico concetto potremmo scomodare illustri filosofi e, tra questi, il noto esistenzialista francese Jean-Paul Sartre, che scriveva in una sua commedia "L'enfer, c'est les autres", ossia "L'inferno sono gli altri", intendendo dire che esiste il "potere dello sguardo" altrui. E quando gli altri ci osservano, ci guardano, ci giudicano, ci etichettano e ci incasellano, trasformandoci in un oggetto inanimato.

A muovere questa abitudine concorrono molti fattori, uno dei quali è la frustrazione, ossia quel sentimento che sorge allorquando siamo il termine di paragone. In quanto tali, ciò che abbiamo viene valutato non come frutto di merito, capacità o valore culturale e materiale, bensì come il frutto di un'ingiustizia oppure di un privilegio, così da tacitare l'altrui disagio. In questi mesi i Biologi italiani sono stati oggetto di particolari e poco benevole considerazioni, divenendo il termine di paragone degli altri Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Editoriale

La pietra dello scandalo sarebbe il D.P.R. con il quale si aggiornano e si adeguano le competenze professionali dei Biologi

Sia come sia, in questi mesi i Biologi italiani sono stati oggetto di particolari e poco benevole considerazioni, divenendo il termine di paragone degli altri. Ad avvicendarsi nella critica, spesso acrimoniosa e sempre immotivata, sono stati lorsignori, ovvero i responsabili di altri Ordini professionali e, in particolar modo, Chimici, Tecnici sanitari di laboratorio biomedico e Dietisti. È certamente paradossale che, nell'era della "One Health" e della sanità fondata su équipe multidisciplinari, ci si perda ancora nel proporre battaglie corporative non solo anacroni6

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stiche e sostanzialmente inutili, ma anche in controtendenza con la modernità scientifica. Perlopiù si è trattato di un ritorno al passato, alla rivendicazione di prerogative e competenze, tra l'altro non previste dai rispettivi ordinamenti, come per i Tecnici e i Dietisti, oppure condivise, per taluni aspetti, come per i Chimici, i Medici e i Veterinari. La pietra dello scandalo sarebbe il decreto del Presidente della Repubblica, varato dal Consiglio dei ministri il mese scorso, con il quale si aggiornano e si adeguano le competenze professionali dei Biologi, si modificano le modalità dell'esame di Stato e dei tirocini abilitanti e si dispone la tripartizione dell'Albo professionale dei Biologi. Non un colpo di mano oppure un'improvvisa alzata d'inge-


Editoriale

gno dei decisori politici e dei due ministeri competenti (Salute e Università e Ricerca), ma l'applicazione di una norma contenuta nella legge n. 163 del 2021. Sì, avete letto bene: dopo ben cinque anni da quella previsione legislativa si è finalmente giunti ad attuarla. Il percorso attuativo, lungo e laborioso, ha visto l'intervento di una commissione tecnica ministeriale, nominata con decreto del MUR, con la partecipazione di rappresentanti delle Università, dei funzionari preposti dei due citati ministeri e degli Ordini professionali interessati. Quattro anni di lavori e di confronto tecnico, giuridico e scientifico. Ma non è bastato. Sul provvedimento in itinere hanno espresso i loro pareri gli uffici legislativi dei due ministeri interessati e, infine, il Con-

siglio Superiore di Sanità. Un parto laborioso e complesso, passato al vaglio di diversi organi tecnici e giuridici, ai quali la FNOB ha più volte fornito supporto e chiarimenti. Eppure, al termine del percorso, lorsignori ci hanno fatto oggetto di contestazioni per lo più campate in aria, alle quali abbiamo risposto senza mai sottrarci al confronto, laddove richiesto. Inutile dire che tutte le competenze elencate discendono dalla nostra legge istitutiva, ormai vecchia di sessant'anni e, come tale, bisognosa di aggiornamento anche alla luce Lorsignori ci hanno fatto oggetto di contestazioni per lo più campate in aria, alle quali abbiamo risposto senza mai sottrarci al confronto Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Editoriale

Non defletteremo né arretreremo in alcuna sede, anche perché chi ha da eccepire può farlo impugnando il decreto innanzi al TAR

delle innovazioni scientifiche intervenute nel campo delle scienze biologiche. Competenze che non interferiscono in alcun modo con quelle altrui oppure che sono condivise, come nel caso dei Chimici in campo ambientale, i quali oggi ne rivendicano l'esclusiva. Ma il vero paradosso viene dai Tecnici e dai Dietisti, ossia da laureati triennali allocati nel comparto tecnico-sanitario, che contestano competenze ai Biologi, laureati magistrali riconosciuti nel segmento delle professioni sanitarie. Professione sanitaria che dà facoltà ai Biologi di svolge8

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re in autonomia le molteplici competenze che da sempre esercitano e che, come tali, non possono confliggere con quelle dei laureati triennali appartenenti alle professioni tecnico-sanitarie. In parole povere, sono questi ultimi ad accampare nuove pretese non previste nei loro stessi ordinamenti. Va da sé che non defletteremo né arretreremo in alcuna sede, anche perché chi ha da eccepire può farlo impugnando il decreto innanzi al TAR e facendo valere ragioni e diritti che, finora, sono sfuggiti a una miriade di tecnici e giuristi ministeriali. Nello Stato di diritto l'etica pubblica risiede nella legge. Noi l'abbiamo sempre rispettata e mai esercitata a scapito di chicchessia. Lorsignori se ne facciano una ragione.


UN SOGNO CHE È REALTÀ

Tutta la biologia al servizio della comunità 2-4 OTTOBRE 2026 Centro Congressi G. Colosimo Catanzaro


Primo Piano

di Rino

© Gialdini Luca/shutterstock.com

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Primo Piano

Dazzo

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a biologia al servizio dei beni culturali non più - o non solo - in situazioni legate all'emergenza, ma attraverso un approccio programmato, sistemico, realmente multidisciplinare. A settembre, infatti, partiranno le prime lezioni della Scuola di Restauro per Biologi e l'annuncio è arrivato proprio durante un evento dedicato alla biologia applicata al restauro, tenutosi a inizio luglio nella suggestiva cornice dell'Orto Botanico di Napoli. Vincenzo D'Anna, presidente della FNOB (Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi) e della FIB (Fondazione Italiana Biologi), ha illustrato il lancio di un progetto destinato ad assegnare ai biologi un ruolo sempre più di primo piano nella salvaguarda dell'immenso patrimonio culturale, artistico, architettonico, librario (e non solo) italiano. «Una scienza giovane e moderna come la biologia ci offre nuovi saperi che devono tradursi in nuove opportunità d'impiego. L'ordine in questo deve essere vicino ai giovani», ha spiegato il presidente D'Anna. «Non solo tutele giuridiche, indicazioni, formazione e informazioni ma anche e soprattutto un percorso capace di combinare la parte teorica e la parte pratica, che unisca il 'sapere' al 'saper fare'. Noi ci stiamo pensando, abbiamo sentore che da questa scuola usciranno centinaia di biologi che troveranno occupazione in campi considerati fino a oggi impensabili», ha aggiunto D'Anna. Ma come funzionerà, nel concreto, la nuova istituzione permanente al servizio dei beni culturali? «Il percorso formativo integra lezioni teoriche online, le FAD, con seminari in presenza di tre giorni durante i quali gli iscritti faranno la parte pratica, andranno a vedere come si affrontano materialmente problemi quali la rimozione di biodeteriogeni dalle opere d'arte o apprendere le corrette tipologie d'intervento. Il biologo, sotto l'indicazione dei critici d'arte, dei restauratori, dei ricercatori e di quelli che poi andranno a salvare o a predisporre il monumento perché possa essere accessibile e fruibile, farà determinati tipi di indagine e determinati tipi d'intervento biologico». Come anticipato dal presidente, la scuola avrà durata trimestrale e inizialmente si

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BIOLOGIA APPLICATA AL RESTAURO, DA NAPOLI IMPORTANTE ANNUNCIO DEL PRESIDENTE D'ANNA. LA NUOVA ISTITUZIONE SARÀ ITINERANTE E FORMERÀ 50 SPECIALISTI CON APPROCCIO INNOVATIVO

rivolgerà a una classe di una cinquantina di biologi, che avranno modo di dare applicazione alle conoscenze acquisite presso siti di grande importanza strategica e storica, anche di epoche diverse, quali Pompei, Ercolano o la Reggia di Caserta. La responsabilità e la direzione scientifica della scuola sarà di Federico L. I. Federico, architetto, giornalista e storico di fama internazionale, che ha fornito un quadro esaustivo sul ruolo innovativo della biologia del restauro, che deve fondarsi sulla valutazione dell'istanza storica e dell'istanza estetica di un'opera, considerando inoltre la storicità ultriore di un bene culturale: l'accumulo di interventi, di trasformazioni, ristrutturazioni, aggiunte o anche di eventi traumatici come incendi, terremoti o guerre, che ne hanno stratificato nel tempo l'originale significato. Fondamentale è il concetto di «patina del tempo» che, come spiegato dal presidente D'Anna, «non sempre è un danno da cancellare, ma spesso anzi si rivela un elemento che costituisce parte integrante della bellezza e del valore storico dell'opera e che come tale va compreso e preservato». Un esempio lampante in tale direzione è offerto dal caso della Basilica di Santa Chiara a Napoli che, dopo essere stata quasi completamente distrutta nel corso della Seconda Guerra Mondiale, fu ricostruita secondo quanto illustrato dall'architetto Federico «con una scarsa attenzione verso la storicità culturale. Il rivestimento barocco che si era aggiunto nel tempo fu rimosso, alterando però


Primo Piano

© rafa jodar/shutterstock.com

la percezione delle originali forme medievali». Gli interventi di restauro, insomma, devono tener conto di tutte le fasi della vita di un monumento senza rischiare di cancellarne la memoria stratificata, sacrificando la sua complessa storia ed evoluzione a favore di un'ipotetica, spesso solo presunta, purezza originale. All'evento napoletano in cui è stato annunciato il varo della Scuola di Restauro per Biologi, che si è tenuto sotto la responsabilità scientifica di Carla Cimmino (segretaria FNOB) e di Teresa Verde (coordinatrice CNBA), ha preso parte anche l'architetto Mariano Nuzzo, Soprintendente alle Belle Arti e al Paesaggio delle province di Caserta e Benevento, che ha ulteriormente delineato l'importanza di un approccio integrato, sistemico e multidisciplinare nelle operazioni di restauro, in cui ciascuna scienza possa offrire il proprio contributo nel modo più utile e opportuno: «Se venisse meno uno degli anelli della catena quali lo studio, la prevenzione, la manutenzione e il restauro l'intero percorso della conservazione si interrompe. Gli interventi episodici non sono molto utili, è necessario – ha sottolineato Nuzzo – passare da una multidisciplinarietà formale, dove ognuno agisce per conto proprio, a una multidisciplinarietà reale, dove si costruisce una risposta comune a un problema complesso».

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Primo Piano

Batteri, funghi e alghe da killer delle opere d'arte a preziosi strumenti per diverse operazioni di biorestauro

© Heide Pinkall/shutterstock.com

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l ruolo dei biologi restauratori è essenziale nella conservazione delle opere d'arte, sia che si tratti di dipinti sia che si tratti di sculture, manoscritti o altri tipi di monumenti. La biologia, infatti, è la scienza che studia e conosce il comportamento e le modalità d'azione dei principali responsabili del biotederioramento: batteri, funghi e alghe. Questi stessi organismi però, come avremo modo di vedere, possono diventare anche preziosi alleati in alcune operazioni di biorestauro. Ma in che modo i batteri, i funghi, le muffe e le alghe vanno a danneggiare i beni culturali? Sfruttando alcune condizioni particolari, legate ad esem14 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

pio all'umidità o alle alte temperature, diversi tipi di batteri possono proliferare in siti artistici, colonizzandoli e provocando gravi danni di natura estetica che molte volte sono la conseguenza di danneggiamenti alla stessa materia fisica e chimica del bene. È il caso ad esempio dei batteri eterotrofi e chemiolitotrofi che molto spesso si diffondono in grotte, catacombe e altri siti ipogei, producendo acidi (nitrico, solforico e altri) che sciolgono o corrodono i pigmenti dei dipinti, i leganti, gli stessi materiali artistici. Questi stessi batteri, poi, secernono enzimi in grado di far degradare, in modo più o meno rapido, la cellulosa di tele e libri. Anche fun-

ghi e muffe sono responsabili di gravi danni al patrimonio. Specie come Penicillium, Cladosporium e Aspergillus, con la loro capacità di penetrare all'interno dei pori di pietre, pergamene o tele sfruttando le caratteristiche delle ife, le loro strutture filamentose, producono enzimi in grado di causare macchie e alterazioni difficili da rimuovere o correggere e che indeboliscono la stessa struttura del bene artistico. In associazione con alghe e cianobatteri, inoltre, possono portare alla formazione di licheni sulle superfici esposte all'esterno. Proprio le alghe sono un agente particolarmente aggressivo nei confronti dei monumenti all'aperto. Si diffondono in ambienti umidi e ben illuminati e, grazie alla fotosintesi, proliferano formando patine verdi. Inoltre, contribuiscono a trattenere l'acqua e a rilasciare metaboliti di natura acida che sciolgono le rocce producendo fori in cui si annidano polveri e smog. Se da un lato questi piccoli organismi provocano danni alle opere d'arte, dall'altro possono essere strumenti efficaci per dar vita a esaustive operazioni di biorestauro. Ceppi selezionati di batteri, in particolare quelli eterotrofi, sono utilizzati sempre più di frequente per ripulire in modo selettivo le opere da incrostazioni, colle e composti che molto spesso sono sgraditi retaggi di operazioni di restauro precedenti, effettuate con metodi tradizionali a base chimica o comunque tossica. Ma si tratta solo di un esempio. Nella Collezione ENEA del Centro di Ricerche della Casaccia sono stati mappati e catalogati circa 1.500 microorganismi tra batteri, funghi, alghe e persino virus in grado di eliminare naturalmente sostanze nocive e consentire la conservazione dei manufatti artistici. (R. D.).


Primo Piano

Ricostruire la storia è possibile attraverso l'analisi dei materiali biologici contenuti negli antichi reperti

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onostante sia stata coinvolta e utilizzata in modo sempre più massiccio in questo specifico ambito solo in tempi relativamente recenti, la biologia molecolare con le sue tecniche e i suoi campi d'applicazione si sta rivelando uno strumento preziosissimo non solo per la conservazione delle opere d'arte, ma anche per dare risposte ad altri interrogativi cruciali. Attraverso l'analisi del DNA dei materiali di origine biologica presenti in beni culturali come pergamene, tessuti, legno, avorio o altri reperti archeologici è possibile aiutare storici, archeologi e ricercatori a ricostruire le tecniche di produzione, verificare l'autenticità delle opere e ottenere nuove informazioni sul contesto storico e ambientale in cui sono state prodotte. L'archeogenomica, in particolare, è la branca della genomica che studia come estrarre e come analizzare il DNA da reperti antichi. Il processo di analisi si compone di diverse fasi per evitare contaminazioni. La prima prevede il campionamento in camere bianche: il prelievo del materiale biologico avviene in ambienti a pressione positiva con l'utilizzo di filtri HEPA. Segue poi la fase di estrazione e amplificazione, nel corso della quale il campione o la polvere ossea sono trattati per isolare quei frammenti di DNA antico molto degradati e poco significativi. Arriva poi la fase del sequenziamento e della bioinformatica, in cui i genomi vengono classificati e analizzati attraverso dei cluster di computer in grado di identificare e analizzare il materiale originale. I risultati sono straordinari. L'analisi del DNA ha spesso consentito di svelare sesso e legami parentali nei resti umani ritrovati presso scavi archeologici o preistorici, di mappare migrazioni e spostamenti di intere popolazioni,

© Microgen/shutterstock.com

ma anche di identificare specie vegetali o animali nei reperti o nei dipinti. Esempi tangibili delle eccezionali scoperte rese possibili dalla biologia molecolare sono gli ultimi studi sulle vittime dell'eruzione del Vesuvio a Pompei, con la ricostruzione dettagliata di storie familiari o anche di animali vittime della furia del vulcano. Anche la Sindone, di recente, è stata oggetto di un ulteriore studio che ha consentito di mappare il variegato universo di tracce di DNA, umano, vegetale o animale, che ha accompagnato il viaggio del sacro velo dall'Oriente a Torino, dove è custodita attualmente. Ma l'analisi del DNA contenuto nelle opere d'arte consente anche di

perfezionare altri tipi di studi molto importanti. È il caso della museomica, in cui l'applicazione delle tecnologie biomolecolari su reperti conservati in collezioni museali consente di ottenere informazioni preziose su organismi vissuti nel passato, ampliando il raggio di conoscenze su evoluzione delle malattie e abitudini alimentari dell'antichità, mentre attraverso il DNA barcoding, basato sull'analisi della variabilità di un particolare marcatore molecolare, è possibile identificare legni, colle e altre componenti biologiche utilizzate nella realizzazione di dipinti e sculture, facilitando la loro difesa e conservazione. (R. D.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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el cuore della nostra galassia, in una fredda nube di polvere e gas che registra temperature di -250° e che presenta condizioni apparentemente proibitive per qualsiasi tipo di interazione chimica, un gruppo di astrobiologi individua la presenza dell’eritrulosio. Si tratta di uno zucchero semplice, composto da quattro atomi di carbonio e comunemente presente nei lamponi e negli autoabbronzanti, ma che potrebbe riscrivere la storia dell’origine della vita. Il team di ricerca, guidato da Izaskun Jiménez-Serra del Centro di Astrobiologia di Madrid, ha individuato la firma chimica della molecola all'interno della nube molecolare G+0.693-0.027. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Astronomy, rappresentano la prima identificazione dell'eritrulosio nello spazio interstellare e rafforzano un'ipotesi che da anni affascina gli studiosi: le basi della vita potrebbero essersi formate nello spazio ben prima della nascita della Terra. La rilevanza biologica di questa scoperta è enorme. Gli zuccheri semplici, infatti, non sono solo fonti di energia, ma costituiscono i tasselli fondamentali per la sintesi dei ribonucleotidi, i costituenti primari dell’RNA. Secondo una delle ipotesi più accreditate sull'origine della vita, fu proprio l'RNA il primo sistema capace di immagazzinare informazioni genetiche e di catalizzare reazioni chimiche, molto prima che il DNA assumesse il ruolo di archivio principale del patrimonio biologico. L'idea che il cosmo possa funzionare come un gigantesco laboratorio chimico non è nuova. Negli ultimi decenni gli astronomi hanno individuato decine di molecole organiche nelle nubi interstellari, mentre missioni spaziali e analisi di meteoriti hanno rivelato la presenza di amminoacidi e zuccheri primitivi su piccoli corpi del Sistema Solare. Tuttavia, il ritrovamento dell'eritrulosio aggiunge un tassello importante a questo mosaico, perché dimostra che anche zuccheri relativamente complessi possono nascere spontaneamente in ambienti estremamente ostili. Secondo i ricercatori, l'eritrulosio si sarebbe formato sulla superficie di minuscoli granelli di polvere cosmica che hanno agito come microscopici laboratori. Qui la glicolaldeide e il glicole etilenico, due molecole già note agli studiosi, avrebbero dato origine allo zucchero a quattro atomi di carbonio. Questi minuscoli cristalli di polvere diventano così vere e proprie officine molecolari disperse nella galassia, capaci di costruire composti sempre più complessi destinati, nel corso di milioni di anni, a essere incorporati in comete, asteroidi e altri corpi celesti. È proprio questo il passaggio che rende la scoperta così importante per l'astrobiologia. Se gli zuccheri pos16 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

sono formarsi nello spazio, allora potrebbero essere stati trasportati sui pianeti durante le prime fasi della loro evoluzione. Nel caso della Terra, ciò significa che una parte della chimica necessaria alla comparsa della vita potrebbe non essersi sviluppata esclusivamente sul nostro pianeta, ma essere arrivata dall'esterno. Yoshihiro Furukawa, docente dell'Università di Tohoku e uno degli studiosi che hanno analizzato i campioni dell'asteroide Bennu, considera il ritrovamento «un'importante conferma del possibile contributo delle comete all'evoluzione chimica dei pianeti. Se polveri cosmiche, asteroidi e nuclei cometari erano davvero ricchi di zuccheri e altre molecole organiche, il loro incessante bombardamento avrebbe potuto fornire alla Terra una straordinaria quantità di ingredienti essenziali per l'avvio dei processi biologici».


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UN GRUPPO DI ASTROBIOLOGI SCOPRE L'ERITRULOSIO NELLA GALASSIA: IL PRIMO MATERIALE GENETICO DELLA TERRA SI SAREBBE FORMATO NEL GELO INTERSTELLARE

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di Matilde Andolfo

© Maksim Safaniuk/shutterstock.com

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L'Estate dei Record e il Bilancio Epidemiologico dati consolidati della stagione estiva 2026 hanno formalizzato quello che la comunità scientifica paventava: l'anno in corso ha registrato l'estate più calda della storia moderna. Questo incremento termico globale non rappresenta più una semplice fluttuazione statistica o un'anomalia meteorologica transitoria, ma una vera e propria crisi biologica su scala continentale,

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capace di impattare direttamente sui tassi di mortalità europei. I dati epidemiologici transalpini relativi al picco di inizio estate delineano un quadro drammatico: nella sola area di Parigi la mortalità è più che raddoppiata rispetto alle medie storiche del periodo, traducendosi in circa 3.000 decessi in eccesso. Parallelamente, il Belgio ha registrato oltre 2.000 decessi aggiuntivi nel bimestre giugno-luglio. Questi

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numeri non indicano soltanto un problema di gestione sanitaria, ma dimostrano come la pressione termica ambientale stia sistematicamente superando le capacità di compensazione omeostatica dell'organismo umano, specialmente nelle fasce di popolazione più vulnerabili. Fisiopatologia dell'Ipertermia Extre ma: il Collasso Cellulare Sul territorio italiano, il superamento sistematico della soglia dei 40 °C – con picchi locali che hanno toccato i 47,3 °C a Muravera, in Sardegna, e massime diffuse tra i 45 °C e i 46 °C nelle isole maggiori e nelle aree urbane del Centro-Sud – permette di analizzare l'impatto clinico della canicola sulla fisiologia umana. Quando la temperatura ambientale eguaglia o supera la temperatura corporea interna, i meccanismi biologici di termoregolazione entrano in una fase di scompenso critico guidata da tre fattori biochimici e sistemici. Scompenso Osmotico e Idroelettrolitico: Il tentativo di disperdere calore tramite la sudorazione profusa innesca una massiva deplezione di acqua e di elettroliti essenziali, in particolare sodio e potassio. L'alterazione risultante modifica il potenziale di membrana a riposo delle cellule, compromettendo la conducibilità miocardica e neuronale. Insufficienza Emodinamica: La vasodilatazione periferica estrema, attivata per massimizzare lo scambio termico con l'esterno, provoca un drastico calo delle resistenze vascolari sistemiche. Il conseguente sequestro ematico periferico riduce il ritorno venoso al cuore, inducendo ipotensione acuta, shock e ipossia d'organo. Denaturazione Proteica e Apoptosi: A livello sub-cellulare, il superamento della temperatura critica di 41-42 °C danneggia la stabilità dei legami deboli che mantengono la struttura terziaria e quaternaria degli enzimi. Questo innesca la denaturazione proteica e attiva le vie di segnalazione 20 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

L'ANALISI DEI DATI EPIDEMIOLOGICI E FISIOLOGICI DELLA PIÙ GRAVE ONDATA DI IPERTERMIA MAI REGISTRATA IN EUROPA RIDEFINISCE I CONFINI DELLA TOLLERANZA CELLULARE E DELLA SALUTE PUBBLICA

della morte cellulare programmata (apoptosi), portando all'insufficienza multiorgano (MODS). La Frattura Termodinamica della Penisola e lo Stress Ecosistemico. Le dinamiche della stagione estiva hanno inoltre evidenziato una marcata frammentazione ecoclimatica della penisola italiana, utile per comprendere la complessità dei moderni modelli climatici. Mentre le regioni centro-meridionali e le isole maggiori sono rimaste a lungo oppresse dalla stasi termica indotta dall'anticiclone subtropicale africano (con città come Cagliari, Foggia e Terni stabilmente sopra i 40 °C), il Nord Italia ha sperimentato l'estremo opposto. Le regioni settentrionali (in particolare Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna e Marche) sono state ripetutamente colpite da fronti di instabilità dinamica, con violenti nubifragi, grandinate di eccezionali dimensioni e fulminazioni continue. Per i biologi e gli ecologi, questa dicotomia rappresenta una duplice minaccia per la biosfera. Nel Meridione, lo stress termico e il deficit idrico prolungato portano al blocco metabolico della flora locale e alla riduzione della resilienza faunistica. Al Settentrione, gli shock meccanici e termici repentini causati dalle grandinate distruggono la struttura degli agroecosistemi, causano il dilavamento dei nutrienti dal suolo e alterano i cicli fenologici vegetali, con ripercussioni a lungo termine sulle catene trofiche.

Sebbene i modelli a breve termine registrino temporanee flessioni termiche grazie allo spostamento dei sistemi di alta pressione – con il temporaneo riallineamento delle massime sui 32-34 °C nelle regioni centrali e settentrionali –, l'estate 2026 conferma che la crisi climatica deve essere trattata come un'emergenza biosanitaria permanente. Per la comunità dei biologi, la priorità scientifica si sta spostando dalla semplice documentazione ecologica alla definizione dei limiti biogeografici ed evolutivi di tolleranza. Diventa fondamentale sviluppare biomonitoraggi stringenti sugli effetti dell'effetto "isola di calore" urbano, studiare la plasticità fenotipica delle specie autoctone e collaborare alla progettazione di piani di resilienza sanitaria per i centri urbani. Solo l'analisi rigorosa dei meccanismi fisiologici permetterà di comprendere e mitigare gli effetti di un pianeta che ha ormai superato i propri storici parametri di equilibrio. IMPATTO DELLA CRISI TERMICA IN EUROPA (Dati inizio Estate 2026) Parigi: Mortalità raddoppiata (>3.000 decessi in eccesso) Belgio: Oltre 2.000 decessi in eccesso (giugno-luglio) Italia: Picchi bioclimatici localizzati fino a 47,3 °C (Sardegna)


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entre il picco termico spinge i consumi energetici ai massimi storici, i dati della Cabina di regia del ministero della Salute e i monitoraggi dell'Anbi svelano la fragilità del sistema-Paese di fronte allo stress bioclimatico. L’andamento della terza ondata di calore in Italia ha trovato il suo apice nella giornata di sabato 18 luglio, con ben 19 centri urbani simultaneamente in codice rosso per rischio biometrico. L’epicentro della sollecitazione termica si è localizzato in Sardegna, dove le stazioni di rilevamento hanno registrato picchi di 47,2 °C a Ollastra, 46 °C a Orani e 45 °C nel Sulcis: valori che si collocano stabilmente ai margini superiori di tolleranza per i sistemi biologici complessi. I dati epidemiologici validati dalla Cabina di regia del ministero della Salute confermano il legame diretto tra l'anomalia termica e lo scostamento dalle medie storiche di mortalità. Eccesso di mortalità geriatrica. Nel periodo compreso tra il 25 maggio e il 30 giugno, la popolazione italiana over-65 ha registrato un incremento di mortalità del +3%, concentrato quasi interamente nella coorte dei "grandi anziani" (over-85). Il caso Torino. La vulnerabilità climatica urbana è stata parossistica nel capoluogo piemontese. Con il 63% dei giorni monitorati (23 giorni) classificati a livello di allerta 2 e 3, la seconda e più intensa ondata del 18-30 giugno ha generato un picco di mortalità statisticamente significativo tra la popolazione anziana isolata. Risposta dei servizi sanitari. Non si è assistito a un sovraffollamento strutturale dei Pronto Soccorso – salvo lievi incrementi rilevati a Venezia, Milano e Palermo –, segnale che la crisi si esprime principalmente attraverso un deterioramento omeostatico domiciliare. A conferma di ciò, il numero di pubblica utilità 1500 ha registrato un sovraccarico con oltre mille chiamate, provenienti principalmente da anziani residenti in Lazio, Lombardia e Piemonte.

Il Sovrasfruttamento Energetico e il Collasso Idrologico. La risposta antropica all'ipertermia ha generato un parallelismo critico tra stress biologico e stress infrastrutturale. Il ricorso massivo ai sistemi di condizionamento ha spinto i consumi energetici della rete nazionale ai massimi storici dell'anno. Secondo i dati provvisori di Terna, la massima punta oraria di fabbisogno è stata registrata con 57.985 MW, segnando un incremento del 4,6% rispetto al picco massimo registrato nel 2025 (55.450 MW). Questo imponente output energetico si inserisce in un quadro di grave sofferenza idrica e degli ecosistemi acquatici, monitorato dall'Anbi. Fiume Adige: Contrazione della portata idrica del 55% in un mese. Fiume Po: Riduzione della portata del 39%, con conseguente risalita del cuneo salino e alterazione chimico-fisica degli habitat fluviali. Oasi del Simeto: Simbolo del collasso degli ecosistemi umidi terrestri, devastata da incendi che hanno richiesto la mobilitazione coordinata di vigili del fuoco e protezione civile. Il caldo eccessivo e i nubifragi violenti hanno comportato notevoli danni in agricoltura. Come rilevato da Coldiretti, i violenti nubifragi e le grandinate che hanno anticipato il fronte instabile al Centro-Nord hanno devastato centinaia di ettari di colture (frutteti, vigneti e cereali). Questo shock meccanico esaspera lo stress biologico subito dalle piante durante la fase di canicola, compromettendo la resilienza degli agroecosistemi per la restante parte dell'anno. L'Oms Europa ha formalizzato l'urgenza del fenomeno: con oltre 200.000 decessi correlati al calore negli ultimi quattro anni, le ondate di calore devono essere trattate normativamente e scientificamente come un'emergenza sanitaria permanente, abbandonando la narrativa della transitorietà meteorologica. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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ondata di calore dell’estate 2026 sta colpendo duramente l'agricoltura e l'acquacoltura italiane. L'indagine di Legacoop Agroalimentare evidenzia uno stop metabolico diffuso: la riduzione del peso specifico dei frutti ha già raggiunto il -10%, con una drastica penalizzazione dei calibri commerciali. Le perdite sono sistemiche: nel Ravennate i costi di irrigazione sono aumentati del 30% e la resa delle pesche è stimata in calo del 30%, mentre in Piemonte e Veneto violenti nubifragi e grandinate hanno distrutto fino all'80% dei pomodori. In Veneto preoccupa la risalita del cuneo salino nei fiumi, mentre in Sardegna l'anossia da ipertermia ha causato una moria di pesci nello stagno di S'Ena Arrubia, con danni per 150mila euro. In questo scenario, il biologo esperto in agricoltura e biodiversità assume un ruolo scientifico primario. Non si tratta più solo di gestire l'emergenza, ma di guidare la transizione ecologica dei sistemi agroalimentari. Attraverso lo studio della fisiologia vegetale e l'uso di tecnologie di precisione, il biologo ottimizza l’efficienza idrica cellulare, monitora la salinizzazione dei suoli e seleziona cultivar resilienti allo stress termico. Il suo intervento è biochimico ed ecologico: la biosicurezza e la difesa della catena trofica dipendono oggi dalla capacità di interpretare questi limiti evolutivi.


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l report nazionale “Laghi sotto pressione” di Legambiente, presentato con la Goletta dei Laghi, delinea un quadro di severa vulnerabilità per i principali bacini limnici italiani. I corpi d'acqua dolce del Paese – dal Lago Maggiore e Como al Nord, fino al Trasimeno al Centro, e ai laghi di Pergusa e Omodeo nelle Isole – mostrano i segni di una crisi sistemica. L'azione sinergica tra stress termico antropogenico, prelievi idrici incontrollati e inquinamento chimico sta letteralmente minando il "sistema immunitario" di questi fragili ecosistemi ecologici. I dati limnologici e idrometrici evidenziano anomalie quantitative e qualitative senza precedenti. Il Lago Maggiore ha registrato una perdita netta di 43 milioni di metri cubi d'acqua, riducendo la sua percentuale di riempimento al 40%. Parallelamente, il Lago Trasimeno ha subito un deficit idrico di 169 centimetri rispetto allo zero idrometrico. Questo drastico calo volumetrico si associa a un preoccupante riscaldamento delle acque: i dati del programma Copernicus indicano che la temperatura superficiale media del Lago Maggiore ha superato di 0,75 °C la media storica di riferimento. Per i biologi ambientali, l'innalzamento termico e la concentrazione degli inquinanti emergenti – tra cui spiccano i PFAS campionati nel Maggiore, nel Lario e nel Trasimeno – rappresentano una minaccia diretta alla biodiversità ittica e microbica. L'aumento termico altera la solubilità dell'ossigeno disciolto, accelerando i processi di eutrofizzazione e ipossia dei fondali. La contrazione degli habitat d'acqua dolce richiede un intervento scientifico e normativo urgente: è indispensabile che il Governo integri il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici con misure di tutela biochimica.

L'aumento degli incendi boschivi in Italia prima dell'estate è causato dall'allungamento della stagione critica dovuto alla crisi climatica e a temperature record. Dal 15 giugno, data di inizio della campagna antincendi estiva, al 15 luglio sono stati 21.442 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco per incendi boschivi e di vegetazione in genere, 2.689 in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando furono 24.131. Dati principali del report Legambiente (Gennaio - 15 Giugno 2026) • Incendi totali: quasi 500 roghi registrati prima dell'avvio della stagione antincendio. • Superficie bruciata: 9.545 ettari di territorio andati in fumo. • Equivalente in spazio: l'area distrutta è pari a 13.368 campi da calcio. • Tendenza: incremento del 36,3% della superficie bruciata rispetto allo stesso periodo del 2025. • Nuove aree a rischio nel Centro-Nord • Piemonte: 355 ettari distrutti (erano solo 23 nei primi mesi del 2025). • Liguria: 386 ettari colpiti attraverso 10 roghi (contro i 97 ettari dello scorso anno). • Toscana: 623 ettari bruciati nel solo mese di maggio in provincia di Lucca. • Lazio: 131 ettari divorati dalle fiamme con 11 roghi diffusi. • Regioni più colpite al Sud e aree protette • Sicilia: prima in assoluto con 4.769 ettari bruciati, 175 roghi e 1.800 ettari distrutti in siti protetti Rete Natura 2000. • Calabria: seconda regione più colpita con 1.543 ettari andati in fumo e 156 roghi registrati. • Campania: 715 ettari distrutti a causa di 42 roghi sul territorio. • Recidività comunale: Legambiente ha evidenziato una concentrazione sistematica di roghi negli stessi luoghi, con 10 comuni sotto osservazione tutti situati in Sicilia e Calabria.

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numeri non mentono mai e sono purtroppo impietosi, indicativi di un problema che c'è e va risolto nel più breve tempo possibile: agli italiani gli screening non piacciono. Per lo meno: non sembrano aver sufficiente forza d'attrazione nei loro confronti. E andrebbe capito il perché. Nel 2024, secondo il Report annuale dell'Osservatorio Nazionale Screening richiamato in un'analisi della Fondazione Gimbe, oltre 14 milioni di italiani sono stati invitati a eseguire dei test per il tumore del seno, del colon retto o della cervice uterina nell'ambito dei programmi organizzati dal SSN, il Sistema Sanitario Nazionale. Oltre sette milioni e mezzo, il 54% degli interessati, non ha però risposto a inviti e chiamate, non cogliendo l'opportunità di ricevere una diagnosi precoce, cruciale per la terapia e il trattamento di questo tipo di tumori. Si stima che, in conseguenza della mancata esecuzione dei test, siano stati oltre 50mila i casi di cancro non intercettati in tempo. Un numero molto alto, che va tassativamente abbassato nel prossimo futuro. «Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali compromettono l'efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose», sottolinea Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. «Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening». Così ripartiti, nello specifico: «Oltre 11mila carcinomi della mammella, di cui più di 2.300 invasivi di piccole dimensioni, quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell'utero, 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25mila adenomi avanzati. Nel complesso, oltre 50.300 tumori e lesioni che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare, permettendo di avviare tempestivamente gli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, il trattamento specifico». E non è tutto. Perché oltre alla gravità dei numeri c'è da fare i conti con differenze molto significative tra una parte e l'altra del Paese. In generale, sono le regioni del Sud a dimostrarsi meno capaci di raggiungere i cittadini con i loro inviti a effettuare i test e anche a mettere in atto efficaci politiche di recupero nei confronti di quanti non hanno risposto a un primo invito negli anni precedenti. La Calabria, col 74,3%, fa registrare i livelli più bassi nella capacità di attirare i cittadini a sottoporsi allo screening per il tumore al collo dell'utero, la Sardegna col 60,8% è invece ultima per estensione dello screening del colon retto. La Valle d'Aosta, unica regione del Nord a far registrare numeri tanto bassi, è ultima per quanto riguarda la capacità di invitare i cittadini a sottoporsi allo screening per il tumore del seno: appena il 58,1%. «L'Italia resta molto lontana dall'obiettivo fissato nel 2022 dal Consiglio dell'Unione Europea: garantire entro il 2025 una copertura degli

OSSERVATORIO NAZIONALE: NEL 2024 IL 54% DEGLI INTERESSATI HA DISERTATO LA CHIAMATA L'IMPORTANZA DELLA DIAGNOSI PRECOCE E DELLA MEDICINA PREDITTIVA: IL RUOLO DEI BIOLOGI

screening oncologici di almeno il 90% della popolazione target», evidenzia il presidente Cartabellotta. Ma è sul fronte delle risposte dei cittadini che emergono situazioni ancor più delicate. La Calabria, in particolare, è ultima in tutte le classifiche: ventunesima su ventuno nella capacità di adesione agli screening per il tumore del colon retto (4,5% degli invitati), per quello della cervice uterina (12,2%) e per quello della mammella (15,2%). Sicilia e Campania occupano rispettivamente il penultimo e il terzultimo posto della classifica, seguono poi Sardegna e Molise. Non è messo bene neanche il Lazio, sedicesimo per adesione dei cittadini agli screening per i tumori del seno e del colon retto, quattordicesimo per quello alla cervice uterina. In generale, in tutte le regioni del Mezzogiorno i livelli di adesione sono inferiori alla media nazionale per quel che riguarda lo screening colon-rettale. Solo Puglia e Basilicata superano la media per lo screening cervicale, solo la Basilicata per quel che concerne lo screening mammografico. In cima alla classifica, invece, la Provincia Autonoma di Trento, l'Emilia Romagna e il Veneto. Questo quadro, prevalentemente a tinte fosche, coinvolge direttamente il lavoro e la sfera d'azione dei biologi, che si occupano di medicina predittiva e svolgono dunque un ruolo chiave nelle politiche di screening. È l'analisi dei biomarcatori genomici e molecolari che consente, infatti, di stimare la probabilità d'insorgenza di future patologie e d'indirizzare analisi, test ed esami mirati e funzionali all'individuazione immediata e tempestiva delle stesse. L'analisi del DNA, nello specifico, è essenziale per l'identificazione di possibili mutazioni o predisposizioni genetiche. Cruciali sono anche le analisi di medicina personalizzata, che consentono di eseguire trattamenti precoci basati su specifiche caratteristiche biologiche di natura individuale, e gli studi mirati sui biomarcatori per patologie tipici della prevenzione attiva. È il caso, ad esempio, della demenza senile, di numerose malattie rare e di specifici tumori. Ai biologi l'onore e l'onere di intercettarli per tempo. (R. D.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Novità sulle procedure per l'aggiornamento professionale

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a Commissione nazionale per la formazione continua, nella riunione del 14 maggio 2026, ha espresso parere positivo sulla richiesta presentata dalla FNOB per il riconoscimento di tre ulteriori tipologie di attività nell’ambito dell’autoformazione ECM. Si amplia, pertanto, la possibilità per i Biologi di acquisire crediti ECM attraverso attività formative svolte al di fuori degli eventi accreditati dai Provider ECM. Le nuove attività riconoscibili Oltre alle tipologie di autoformazione già riconosciute, consistenti nello studio autonomo di testi scientifici — quali articoli, monografie, riviste scientifiche e altri materiali di approfondimento attinenti alla professione — potranno essere valorizzate anche le seguenti attività: 1. Partecipazione a corsi non accreditati ECM organizzati dalla FNOB o dagli Ordini territoriali dei Biologi 2. Attività di docenza in corsi non accreditati ECM 3. Partecipazione a corsi non organizzati da Provider ECM La novità consente quindi di richiedere il riconoscimento come autoformazione anche per la partecipazione a corsi che, pur non attribuendo direttamente crediti ECM, presentino contenuti di effettivo interesse professionale. Il riconoscimento non riguarda indistintamente qualsiasi corso non accreditato: resta necessario che l’attività sia pertinente alla

professione e coerente con gli obiettivi del sistema ECM. Come registrare l’attività Per inserire la richiesta, il professionista deve: • accedere con SPID alla propria area riservata del portale CoGeAPS; • selezionare la sezione “Formazione individuale”; • scegliere la voce “Autoformazione”; • nel materiale autoformazione scegliere “Formazione identificata dall’Ordine” • selezionare la tipologia di attività svolta in “descrizione materiale” • compilare tutti i campi richiesti; • allegare, ove richiesto, la documentazione attestante la partecipazione al corso o lo svolgimento dell’attività di docenza; • confermare e trasmettere la richiesta. È opportuno conservare l’attestato o ogni altra documentazione dalla quale risultino almeno il titolo dell’attività, il soggetto organizzatore, la data di svolgimento e la durata complessiva. Resta fermo il limite previsto dalla normativa ECM: i crediti acquisibili mediante autoformazione non possono superare il 20% dell’obbligo formativo individuale. Eventuali crediti eccedenti tale soglia non saranno riconosciuti ai fini dell’assolvimento dell’obbligo ECM.

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di Avvocato Chiara Gala

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a Legge n. 75 del 21 aprile 2026, recante le "Disposizioni sanzionatorie a tutela dei prodotti alimentari italiani", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 110 del 14 maggio 2026 ed entrata in vigore il 29 maggio 2026, interviene in modo ampio sulla tutela del settore agroalimentare, introducendo nuovi reati alimentari e modificando numerose sanzioni amministrative applicabili in materia di tracciabilità, etichettatura, informazioni ai consumatori, denominazioni protette e commercializzazione degli alimenti. In particolare, al titolo VIII del libro secondo del Codice penale, crea un nuovo Capo II-bis dedicato ai "Delitti contro il patrimonio agroalimentare" e introduce e rimodula fattispecie di reato specifiche e relative pene:

Nuovi Reati e Codice Penale, Sanzioni Amministrative • Frode alimentare (art. 517-sexies c.p.): punisce la messa in circolazione di alimenti non genuini o difformi per origine e qualità allo scopo di ingannare il compratore con la reclusione da due mesi a un anno e multa da 1.000 a 4.000 euro. • Segni mendaci (art. 517-septies c.p.): Sanziona l'uso di indicazioni false sull'origine, la qualità o la provenienza dei prodotti. La pena prevede la reclusione da tre a diciotto

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mesi e la multa fino a 20.000 euro. • contraffazione di Indicazioni Geografiche e Denominazioni Protette (art. 517- quater c.p.): le sanzioni per la violazione o alterazione dei regimi DOP e IGP vengono inasprite, prevedendo la reclusione da uno a quattro anni e la multa da 10.000 a 50.000 euro. • Inasprimento sanzioni. Previsioni: di range minimi e massimi, limite massimo, percentuale sul fatturato e determinazione di criteri prestabiliti per stabilirne l’entità. • Esclusione di punibilità: È prevista la non punibilità per i casi di lieve entità o meri errori formali in buona fede. • Etichettatura e Tracciabilità: Inasprite le sanzioni per chi viola le regole di tracciabilità e la protezione dei marchi di qualità DOP e IGP. Controlli e strumenti • Poteri di ispezione: Le autorità possono eseguire prelievi e campionamenti senza preavviso. • Strumenti d'indagine: Nei casi gravi di agromafia o frodi transnazionali, sono ammesse intercettazioni e il ricorso a poliziotti sotto copertura. • Blocco temporaneo: previsto un blocco ufficiale temporaneo per sanare errori formali documentali senza ricorrere a sequestri immediati. • Cabina di regia: istituita presso il MASAF per coordinare le attività ispettive tra enti e categorie. Per approfondire l'argomento, consulta l'articolo sul sito www.fnob.it.


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Intervista

di Ester Trevisan Dottor Milan, da anni dedica la sua attività di ricerca al mie loma multiplo. Ci spiega che cos'è questa malattia e quali sono oggi le principali sfide nella sua cura? l mieloma multiplo è un tumore del sangue che origina dalle plasmacellule, cellule del sistema immunitario deputate alla produzione di anticorpi. Quando diventano tumorali, si accumulano nel midollo osseo, alterandone il normale funzionamento e causando anemia, lesioni ossee, insufficienza renale e maggiore suscettibilità alle infezioni. Negli ultimi vent’anni la prognosi dei pazienti è migliorata in modo straordinario grazie all’introduzione di nuove terapie. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la malattia tende a ripresentarsi nel tempo. La sfida principale oggi è comprendere i meccanismi che permettono alle cellule tumorali di sopravvivere alle terapie e sviluppare strategie sempre più personalizzate per prevenirne la ricaduta. Quali sono i punti di forza che hanno permesso al suo pro getto di ottenere il finanziamento massimo previsto dall’Ims and Paula and Rodger Riney Foundation Translational Rese arch Award? Nel mio laboratorio studiamo da anni i meccanismi molecolari che rendono le plasmacellule delle macchine molecolari altamente specializzate nella produzione di anticorpi. Per riuscirci, queste cellule devono coordinare in modo estremamente preciso la sintesi, il ripiegamento e il controllo di qualità delle proteine. È un equilibrio molto delicato. Le cellule di mieloma derivano proprio dalle plasmacellule e sfruttano gli stessi meccanismi per sostenere la loro crescita e sopravvivenza. Il nostro progetto nasce quindi dall'idea che comprendere a fondo questi processi possa rivelare vulnerabilità finora poco esplorati per aprire la strada allo sviluppo di nuove terapie che si affianchino a quelle già disponibili. Credo che la commissione abbia apprezzato proprio questa combina-

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INTERVISTA CON IL RICERCATORE ENRICO MILAN, AUTORE DEL LAVORO CHE SI È AGGIUDICATO UN FINANZIAMENTO DI 250MILA DOLLARI, IMPORTO MASSIMO PREVISTO DAL PREMIO INTERNAZIONALE “IMS AND PAULA AND RODGER RINEY FOUNDATION TRANSLATIONAL RESEARCH AWARD” © Nemes Laszlo/shutterstock.com

zione: una solida attività di ricerca di base, sviluppata negli anni, e la concreta possibilità di tradurre queste conoscenze in nuove strategie terapeutiche. Quindi potremmo dire che la commissione ha voluto premia re il carattere traslazionale del vostro lavoro Esattamente. La ricerca traslazionale rappresenta, infatti, il collegamento tra la ricerca di base a livello dei meccanismi molecolari e cellulari e la pratica clinica. Significa trasformare le scoperte ottenute in laboratorio in strumenti concreti per i pazienti, come nuovi biomarcatori o bersagli per terapie innovative. Ci racconta qual è stata la sua prima reazione quando ha sa puto che al suo progetto erano stati assegnati 250mila dollari? E il percorso che l’ha portata a raggiungere questo traguardo? È stata una grande soddisfazione, soprattutto perché questo finanziamento arriva in un momento molto importante della mia carriera. Da pochi mesi ho iniziato il mio percorso come docente e ricercatore all’Università di Padova e poter avviare un laboratorio indipendente rappresenta un’opportunità straordinaria. Naturalmente c’è stata anche molta emozione: dietro questo risultato ci sono anni di studio, di ricerca e di collaborazioni costruite nel tempo, prima all’Università di Padova, poi al San Raffaele di Milano e durante il periodo trascorso negli Stati Uniti. Concretamente, come saranno investiti questi soldi? Una parte delle risorse servirà ad acquistare reagenti e materiali indispensabili per gli esperimenti, mentre un’altra sarà destinata a finanziare il lavoro di due giovani ricercatori che entreranno a far parte del gruppo. Questo finanziamento ci permetterà inoltre di consolidare il nuovo laboratorio e di sviluppare il progetto con le risorse necessarie. Investire nelle persone è fondamentale: la ricerca è sempre un lavoro di squadra. Finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica in Italia: a che punto siamo? Per la mia esperienza non posso lamentarmi. Ho avuto la fortuna di ricevere importanti finanziamenti competitivi

sia dal Ministero della Salute, attraverso i bandi dedicati ai giovani ricercatori, sia dal Ministero dell'Università e della Ricerca grazie alle opportunità offerte dal PNRR. Questi investimenti hanno rappresentato una spinta significativa per molti gruppi di ricerca italiani e hanno permesso di attrarre nuovi talenti e avviare progetti ambiziosi. Ora, però, la sfida è dare continuità a questo percorso. Un consiglio agli studenti di Biologia che sognano un futuro professionale nel mondo della ricerca Direi innanzitutto di coltivare la curiosità, perché è il motore della ricerca scientifica. È importante costruire una solida preparazione, ma anche essere disponibili a mettersi in gioco, imparare nuove tecniche e confrontarsi con realtà diverse. La ricerca è un percorso impegnativo, fatto anche di esperimenti che non funzionano e di risultati che non arrivano subito, quindi servono passione e perseveranza. Un altro consiglio che mi sento di dare è quello di cercare un buon mentore. Non necessariamente qualcuno che lavori direttamente sul proprio progetto, ma una persona con esperienza che sappia offrire consigli sinceri e disinteressati nei momenti più importanti del percorso. nrico Milan (Rovigo, 1985) EDipartimento è ricercatore RTT presso il di Biologia dell’U-

niversità di Padova. Laureato in Biotecnologie Sanitarie a Padova, ha conseguito la laurea magistrale e il dottorato in Medicina Molecolare all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ha svolto attività di ricerca al Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di La Jolla (California). Si occupa di mieloma multiplo e dei meccanismi che regolano la sintesi e la secrezione degli anticorpi.

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Intervista

Cresciuto nella terra più colpita dall’amianto in Italia, ha dedicato vent’anni a studiare il mesotelioma maligno tra Alessandria, le Hawaii e Vercelli. A 49 anni ci ha lasciati, ma la sua ricerca continua a parlare di Emanuela Birra

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è una coerenza silenziosa nella vita di Pietro Bertino che colpisce soltanto a guardarla tutta intera, dall’inizio alla fine. Nato e cresciuto nell’alessandrino - una delle province italiane più duramente segnate dall’emergenza amianto, dove per decenni l’esposizione alle fibre killer ha seminato casi di mesotelioma maligno con una frequenza spietata - aveva scelto di fare di quella ferita collettiva il centro della propria esistenza scientifica. Non per caso, non per opportunità accademica, ma con la determinazione di chi sa esattamente perché si sveglia la mattina e torna in laboratorio. Pietro Bertino si è spento nel maggio 2026 all’età di 49 anni, improvvisamente. Lascia un vuoto che la comunità dei biologi italiani fatica ancora a misurare.

Gli inizi: curiosità e spirito di squadra Laureato all’Università del Piemonte Orientale, Bertino muove i primi passi nel Laboratorio di Citogenetica e Patologia Molecolare della Struttura Complessa di Anatomia Patologica di Alessandria, dove si reca per la realizzazione della tesi di laurea sotto la guida della sua prima tutor. La tesi riguarda gli effetti biologici dei campi elettromagnetici su modelli in vitro, condotta in collaborazione con il Politecnico. Non è ancora il mesotelioma - ma il laboratorio, le colture cellulari, la ricerca applicata alla patologia: il terreno è già quello. Chi lo ha conosciuto in quegli anni ricorda un giovane che si integra con naturalezza nel gruppo, collabora con colleghi, tecnici e ricercatori, partecipa con impegno e curiositàà scientifica genuina. Qualità umane, prima ancora che accademiche, che avrebbero segnato tutta la sua carriera. A fare luce sugli anni della formazione è la dottoressa Ro32 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026


Intervista

Pietro Bertino.

berta Libener, responsabile del Centro Raccolta Materiale Biologico dell’AOU Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria. Fu lei, oltre 25 anni fa, a seguire Pietro Bertino come prima tutor di tesi di laurea - quando il giovane biologo muoveva i primi passi in laboratorio, ancora lontano dalle Hawaii e dal mesotelioma, ma già riconoscibile per quella curiosità scientifica e quello spirito di squadra che avrebbero segnato tutta la sua carriera. Quattordici anni alle Hawaii, poi il ri torno Conseguito il dottorato in Medicina Molecolare all’UPO sotto la guida del professor Gaudino - con una tesi interamente dedicata alla carcinogenesi e alla terapia farmacologica del mesotelioma maligno da asbesto - Bertino parte. Per 14 anni lavora come ricercatore all’Università delle Hawaii, fino a diventare professore associato presso la School of Medicine. Sono anni in cui la sua ricerca si concentra su uno dei tumori più ostili che la medicina moderna conosca: il mesotelioma maligno, un tumore delle membrane sierose che colpisce soprattutto la pleura, quasi sempre come conseguenza diretta dell’esposizione all’amianto. La sua aggressività è nota: la sopravvivenza media dalla diagnosi non supera i 12-18 mesi, e la resistenza alle terapie convenzionali lo rende ancora oggi una sfida aperta.

È su questo terreno che Bertino costruisce il contributo più originale della sua carriera. Da un lato indaga i meccanismi molecolari con cui fibre come l’asbesto e l’erionite trasformano le cellule mesoteliali sane in cellule tumorali - un processo che aveva cominciato a decifrare già durante il dottorato. Dall’altro lavora sulle terapie, cercando combinazioni di farmaci capaci di colpire il tumore in modo più preciso ed efficace: dimostra effetti sinergici tra chemioterapici come gemcitabina e pemetrexed e inibitori molecolari specifici, aprendo la strada a protocolli in grado di ridurre le dosi e con esse gli effetti collaterali per i pazienti. Contribuisce inoltre allo sviluppo di modelli preclinici per testare nuovi agenti farmacologici, tra cui gli inibitori delle chinasi Aurora - proteine chiave nel controllo della divisione cellulare. Ma l’America non è mai il punto di arrivo. Rientrato in Italia, coordina i Laboratori DAIRI dell’AOU di Alessandria e dal 2023 presta servizio come Dirigente Biologo presso l’Anatomia Patologica dell’ASL di Vercelli. La direzione è sempre la stessa: capire il mesotelioma, trovare il modo di fermarlo. Cosa resta La FNOB, nel comunicato di cordoglio del presidente Vincenzo D’Anna, ha ricordato che Bertino aveva incarnato i valori più alti della professione biologica: il rigore scientifico, la passione per la scoperta, l’orientamento costante alla tutela dei pazienti più fragili. Sono parole istituzionali, ma in questo caso centrano qualcosa di vero. Un biologo che sceglie di studiare la malattia della propria terra, che rinuncia a restare in America per tornare dove quella malattia colpisce ancora, non sta solo seguendo una carriera. Sta saldando un debito con la comunità che lo ha formato - con la stessa naturalezza e lo stesso spirito di squadra che chi lo ha conosciuto agli inizi ricordava già allora, da studente, in laboratorio.

A 49 anni, Pietro Bertino non ha fatto in tempo a chiudere quella partita. Ma ha lasciato strumenti, risultati e una direzione che altri potranno continuare a percorrere. Dott.ssa Libener, cosa ricorda del Pietro Bertino studente? C’era già allora una direzione scientifica chiara, o si è rivelata nel tempo? Pietro Bertino ha frequentato più di 25 anni fa il Laboratorio di Citogenetica e Patologia Molecolare della Struttura Complessa Anatomia Patologica per la realizzazione della tesi di laurea. La sua tesi riguardava gli effetti biologici dei campi elettromagnetici su modelli “in vitro” e gli esperimenti sono stati condotti in collaborazione con il Politecnico. Durante il periodo dedicato alla realizzazione della tesi nel settore delle colture cellulari, si è integrato con naturalezza nel gruppo di lavoro, instaurando rapporti di collaborazione con colleghi, tecnici e ricercatori. Ha partecipato con impegno e interesse alle attività di laboratorio, contribuendo attivamente al progetto di ricerca e dimostrando curiosità scientifica, serietà e spirito di squadra. Il suo ricordo rimane vivo non solo per il contributo offerto al lavoro svolto, ma anche per le qualità umane che hanno arricchito l'ambiente di lavoro e le persone che hanno avuto la fortuna di condividere con lui questo inizio di percorso. La sua curiosità scientifica lo ha portato dopo la laurea a intraprendere strade anche molto lontane ma mantenendo e proseguendo il filone di ricerca (mesotelioma della pleura) che era iniziato con il lavoro in Alessandria.

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Intervista

di Claudio De Rosa

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Intervista

L'ANOMALIA TERMICA DEL 2026 ACCELERA LA TROPICALIZZAZIONE DEL MEDITERRANEO. L'AUMENTO DEGLI AVVISTAMENTI NON INDICA UN BOOM DEMOGRAFICO, MA LO STRESS DI UN ECOSISTEMA AL COLLASSO BIOLOGICO. L'ANALISI DELLA MARINE WILDLIFE EXPERT LAURA PINTORE (WWF ITALIA) © Viacheslav Lopatin/shutterstock.com

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l rischio concreto, da qui a dieci anni, è che il Mediterraneo si trasformi in una sterile “zuppa calda”, un bacino surriscaldato e incompatibile con i cicli biologici e riproduttivi delle specie pelagiche autoctone. L’anomalia termica di questa torrida estate 2026 sta accelerando drammaticamente i processi di tropicalizzazione, costringendo i grandi vertebrati marini a modificare rotte, areali di foraggiamento e fenologia. In questo scenario di profonda transizione ecologica, l’apparente incremento di avvistamenti lungo le coste italiane funge da marker biologico di un ecosistema in sofferenza, dove i predatori apicali inseguono l'erratica ridistribuzione delle risorse trofiche. La ricerca sul campo in questo scenario necessita di scienziati capaci di unire rigore analitico e militanza conservazionistica. È il percorso di Laura Pintore, etologa e Marine Wildlife Expert di WWF Italia. La sua traiettoria scientifica nasce da un precoce imprinting biologico: un incontro visivo interspecifico a soli otto anni con un tursiope (la specie più robusta dei delfini) emerso sotto la prua di una barca a vela. Quella spinta l'ha guidata agli studi in Scienze Naturali ed Etologia e, successivamente, a un punto di svolta in Sardegna come guida di whale watching. Lì, il contatto con l'allora presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi, ha avviato un percorso culminato nel primo dottorato di ricerca interamente finanziato dall'associazione in oltre mezzo secolo di attività. Oggi, alla guida del dipartimento scientifico, coordina i progetti di tutela e monitoraggio del bacino. Con lei abbiamo analizzato i dati e le strategie obbligatorie per contrastare il collasso ecologico in atto. Qual è l’attuale quadro biogeografico dei cetacei nel baci no e quali sono i reali profili di rischio? «Il Mediterraneo è un bacino semichiuso che ospita Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Intervista

23 specie segnalate, ma solo otto sono stabilmente residenti. L'isolamento geografico ha indotto un isolamento genetico critico: queste popolazioni non sono endemiche, ma possiedono pool genici peculiari e altamente vulnerabili. Le valutazioni della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) delineano un quadro severo. Cinque specie residenti - balenottera comune, capodoglio, globicefalo, grampo e delfino comune - sono ufficialmente classificate come minacciate. Lo zifio è valutato come vulnerabile. Al momento, solo il tursiope e la stenella striata rientrano nella categoria di minore preoccupazione, ma restano esposti a pressioni antropiche insostenibili». Il riscaldamento globale sta alterando in modo irreversibile la fenologia dei grandi vertebrati marini? «I cetacei occupano il vertice delle reti trofiche marine, quindi la loro presenza è strettamente dipendente da quella delle prede. Il vero punto critico del riscaldamento termico colpisce la base della catena biologica: l'innalzamento delle temperature rischia di compromettere il ciclo riproduttivo del krill e degli organismi zooplanctonici. Attualmente osserviamo anomalie distributive e migrazioni erratiche che non rispondono ancora a modelli predittivi chiari. Se il trend attuale non si inverte, entro i prossimi dieci anni il Mediterraneo cesserà di essere un bacino temperato per trasformarsi in quella "zuppa calda" sterile, incompatibile con le esigenze biologiche di molte specie attuali». "Le Vele del Panda": la Citizen Science appli cata alla ricerca In questo contesto di forti mutamenti, come può muoversi la ricerca scientifica sul campo? «Attraverso modelli di monitoraggio attivo e Citizen Science, come il progetto nato nel 2019 in sinergia tra WWF Italia, WWF Travel e Sailsquare. L'obiettivo è convertire il turismo da diporto in una piattaforma scientifica: i partecipanti autofinanziano la ricerca e affiancano i biologi nella raccolta dati sottomarini. Oggi gestiamo una flotta di nove imbarcazioni che copre rotte ecologiche in tutto il Tirreno, inclusi campi estivi e la nuova tratta Brindisi-Grecia. Abbiamo superato i 1.200 avvistamenti validati, dimostrando che il coinvolgimento 36 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

pubblico può colmare importanti gap di campionamento nei mari italiani». Xenobiotici e l'insidia subletale delle micro plastiche I cetacei sono considerati a tutti gli effetti delle specie sentinella. Cosa accumulano nei loro tessuti? «In quanto predatori apicali e longevi, i cetacei subiscono gli effetti del biomagnificamento: accumulano metalli pesanti, inquinanti organici persistenti (POP) e additivi plastici. Il Mediterraneo detiene uno dei primati mondiali per concentrazione di microplastiche superficiali a causa del ridotto ricambio idrico e della pressione industriale. I cetacei ingeriscono queste particelle sia per via trofica sia per filtrazione diretta tramite i fanoni, come accade alle balenottere. Gli effetti subletali di questo inquinamento includono immunotossicità, interferenza endocrina e sterilità, compromettendo il reclutamento delle popolazioni nel lungo periodo». Migrazione lessepsiana e l'invasione delle specie aliene La tropicalizzazione sta riscrivendo la biodi versità delle nostre coste? «Il Mediterraneo sta subendo una rapida transizione ecologica verso un assetto tropicale. Il riscaldamento delle acque favorisce l’insediamento di specie aliene invasive (NIS) che penetrano principalmente dal Canale di Suez o dal Mar Rosso. Il caso ecologicamente più distruttivo è quello del granchio blu (Callinectes sapidus), un predatore eurialino altamente aggressivo che sta decimando i bivalvi autoctoni e alterando gli equilibri delle lagune costiere, provocando pesanti danni económicos alla pesca. A questo si aggiunge la colonizzazione sistematica da parte di altre specie ittiche pericolose come il pesce scorpione, il pesce coniglio e il pesce palla maculato». Il caso Foca Monaca e le dinamiche di ricolo nizzazione I recenti avvistamenti di Monachus monachus indicano un reale recupero demografico? «I dati indicano una tendenza positiva, ma richiedono estremo rigore scientifico per evitare facili entusiasmi. La popolazione globale totale stimata oscilla ancora tra appena 600 e 700 individui, sebbene la IUCN abbia recentemente declassato la specie da "in pericolo critico" a "vulnerabile". In Italia registriamo


Intervista

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Laura Pintore. un incremento significativo di segnalazioni in Toscana, Liguria, Sardegna, Sicilia e Puglia, supportate da evidenze di frequentazione riproduttiva delle grotte. Siamo in una fase di ricolonizzazione precoce, non di popolazione stabilizzata. Parallelamente, con il progetto LIFE ADAPTS, stiamo monitorando l'impatto dell'innalzamento del livello del mare e del surriscaldamento sui siti di parto idonei nel Mediterraneo». DNA ambientale: la frontiera tecnologica del monitoraggio Quali sono i reali limiti e le potenzialità dell'eDNA nei censimenti marini? «Il DNA ambientale è una tecnologia dirompente. L'estrazione e il sequenziamento del materiale genetico rilasciato nell'acqua (muco, feci, epidermide) permettono di rilevare la presenza di specie elusive, come la foca monaca in cavità subacquee inaccessibili, o di cetacei di profondità come capodogli e zifidi, senza necessità di contatto visivo. Tuttavia, lo strumento presenta limiti cinetici evidenti: l'eDNA fornisce una risposta qualitativa (presenza/assenza) ma non quantitativa, non indicando l'abbondanza degli individui né la stabilità della loro permanenza. Inoltre, il tasso di degradazione termica della molecola di DNA in mare aperto è estremamente rapido. Servono urgentemente protocolli di campionamento standardizzati su scala internazionale». Bycatch e inquinamento acustico sottomarino Qual è l'impatto diretto delle attività antro piche come la pesca commerciale e il traffico navale? «Il collasso degli stock ittici esaspera il

conflitto ecologico ed economico tra cetacei e flotte pescherecce. Il bycatch (la cattura accidentale in attrezzi da pesca) rimane la principale causa di mortalità antropica diretta per delfini e capodogli. I dati ufficiali sono ampiamente sottostimati a causa della scarsità di osservatori a bordo nella piccola pesca e della piaga silenziosa delle reti fantasma. Sul fronte del traffico navale, le grandi navi commerciali causano collisioni letali per i grandi misticeti, mentre l'inquinamento acustico sottomarino generato dai motori satura le frequenze di ecolocalizzazione degli odontoceti e maschera le comunicazioni a lungo raggio delle balenottere». Dalla produzione di dati alle tutele vincolanti Le istituzioni recepiscono le evidenze scien tifiche o manca la volontà politica? «I framework normativi esistono: disponiamo della Convenzione di Barcellona, dell'accordo ACCOBAMS e della Direttiva Habitat dell'Unione Europea. Il vero collo di bottiglia non è la produzione di dati, ma la traduzione della scienza in misure di conservazione cogenti, tempestive e vincolanti. La transizione ecologica del settore marittimo non può più essere rimandata. In Italia è necessario rendere obbligatori i dispositivi di mitigazione acustica (pinger) sulle reti, implementare un sistema di monitoraggio elettronico del bycatch esteso alla piccola pesca e istituire corridoi di navigazione obbligatori con severi limiti di velocità nelle zone ad alta densità di cetacei. Il Consorzio Pelagos lavora su questo. La mediazione con gli stakeholder economici è necessaria, ma deve essere subordinata alle leggi di tutela ecologica». Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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LO STUDIO METTE IN DISCUSSIONE L’IDEA CHE LA COMPLESSITÀ CELLULARE SIA NATA DA UN SINGOLO EVENTO EVOLUTIVO, INDICANDO INVECE UN PROCESSO DI INTERAZIONI TRA MICRORGANISMI

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e prime cellule complesse della storia della Terra potrebbero essere nate da una lunga serie di collaborazioni tra diversi microrganismi e non da un unico evento evolutivo, come si è ritenuto per decenni. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature da un gruppo di ricercatori dell’IRB Barcelona e del Barcelona Supercomputing Center (BSC-CNS), che ha ricostruito l’origine delle cellule eucariotiche grazie all’analisi di enormi quantità di dati genomici elaborati dal supercomputer MareNostrum. Le cellule eucariotiche sono quelle che costituiscono animali, piante, funghi e protisti. A differenza delle cellule più semplici, possiedono compartimenti interni specializzati come il nucleo e i mitocondri. Capire come siano comparse rappresenta uno dei principali interrogativi della biologia evolutiva. Per molto tempo la teoria più accreditata ha individuato il momento decisivo nell’acquisizione del mitocondrio. Secondo questo modello, un’antica cellula appartenente al dominio degli archei avrebbe instaurato una relazione simbiotica con un batterio destinato a trasformarsi nel mitocondrio, dando così origine alle prime cellule complesse. Il nuovo studio non mette in discussione il ruolo centrale dei mitocondri, ma suggerisce che quel processo sia stato molto più lungo e articolato. 40 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

«Per anni abbiamo raccontato l’origine delle cellule complesse come una storia con due protagonisti: un archeo e il batterio che ha dato origine al mitocondrio - spiega Toni Gabaldón, ricercatore ICREA all’IRB Barcelona e al BSC-CNS e coordinatore dello studio -. I nostri risultati indicano invece che sulla scena erano presenti anche altri gruppi di batteri e perfino virus giganti, che potrebbero aver facilitato lo scambio di materiale genetico». Per arrivare a queste conclusioni il gruppo di ricerca ha adottato un approccio definito di archeologia molecolare computazionale. Non esistono infatti fossili delle prime cellule eucariotiche, vissute circa due miliardi di anni fa, ma le tracce della loro storia sono ancora conservate nei genomi degli organismi attuali. Grazie alla potenza di calcolo del supercomputer MareNostrum, i ricercatori hanno analizzato banche dati pubbliche contenenti decine di migliaia di genomi di batteri, archei e virus. Il primo passo è stato ricostruire il patrimonio di geni e proteine del cosiddetto LECA (Last Eukaryotic Common Ancestor), l’ultimo antenato comune di tutti gli eucarioti. Successivamente quel patrimonio genetico è stato confrontato con i genomi dei diversi microrganismi per individuare l’origine evolutiva dei singoli geni. «Stiamo cercando di ricostruire una storia avvenuta miliardi di anni fa, senza poter contare su fossili diretti. Per questo abbiamo conservato soltanto i segnali evolutivi più solidi», sottolineano gli autori Moisès Bernabeu, Saioa Manzano-Morales e Marina Marcet-Houben. L’analisi ha individuato il contributo di diversi gruppi batterici. Tra i più importanti figurano i Myxococcota, associati a funzioni metaboliche e ai processi che coinvolgono membrane e lipidi, e i Planctomycetota, batteri noti per possedere una struttura interna insolitamente complessa rispetto alla maggior parte delle altre specie batteriche.

Secondo i ricercatori, i Planctomycetota sembrano aver lasciato un’impronta più antica, mentre Myxococcota e il batterio ancestrale dei mitocondri avrebbero contribuito in una fase successiva. Questa ricostruzione è compatibile con l’ipotesi che gli antenati delle cellule eucariotiche vivessero in comunità microbiche molto ricche, dove specie differenti convivevano nello stesso ambiente e potevano scambiarsi materiale genetico nel corso del tempo. Dunque, la complessità cellulare sarebbe emersa gradualmente attraverso l’acquisizione di nuove capacità biologiche. Tra gli aspetti più interessanti dello studio c’è anche il possibile ruolo dei virus giganti appartenenti al gruppo dei Nucleocytoviricota. Questi virus, caratterizzati da genomi molto più estesi rispetto alla maggior parte dei virus conosciuti, infettano organismi eucariotici unicellulari. Per gli autori potrebbero aver funzionato come vettori di geni, favorendo il trasferimento di materiale genetico tra microrganismi che condividevano lo stesso ecosistema e contribuendo così alla costruzione del patrimonio genetico delle prime cellule complesse. Il lavoro amplia una linea di ricerca avviata dallo stesso Gabaldón nel 2016, quando un precedente studio aveva già suggerito che il mitocondrio fosse stato acquisito in una fase relativamente avanzata dell’evoluzione degli eucarioti. Oggi è stato possibile ricostruire con maggiore precisione quali organismi abbiano lasciato la propria impronta nell’antenato comune di animali, piante, funghi e protisti. «Ogni genoma conserva le tracce della propria storia. Nel caso degli eucarioti, comprendere queste tracce che raccontano antiche alleanze tra microrganismi aiuta a capire da dove veniamo e come si sono evolute le cellule che oggi costituiscono tutti gli organismi complessi», conclude Gabaldón.


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www.alberodeibiologi.net Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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LA PRIMA UNITÀ BIOLOGICA ARTIFICIALE CAPACE DI NUTRIRSI E REPLICARSI APRE NUOVE PROSPETTIVE PER MEDICINA E BIOLOGIA, MA DIVIDE ANCORA LA COMUNITÀ SCIENTIFICA

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a vita può essere costruita in laboratorio? È una domanda che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente alla fantascienza, ma oggi è diventata uno dei temi più affascinanti della biologia sintetica. A riaccendere il dibattito è il lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università del Minnesota, guidato dalla biologa Kate Adamala, che ha presentato SpudCell, una cellula sintetica assemblata completamente da zero. Questa cellula è in grado di svolgere alcune delle funzioni fondamentali associate agli organismi viventi. A differenza delle tradizionali tecniche di ingegneria genetica, che modificano organismi già esistenti introducendo nuovi geni, il team statunitense ha adottato un approccio diverso. Gli scienziati hanno assemblato una cellula sintetica partendo da componenti biologici isolati, ricostruendo progressivamente una struttura funzionale dotata di membrana lipidica, materiale genetico e dei meccanismi minimi necessari alla sopravvivenza. Il risultato è una cellula generica, priva delle caratteristiche specifiche delle cellule animali o vegetali, che ricorda per molti aspetti un semplice batterio. Nonostante la sua estrema semplicità, SpudCell è in grado di assorbire nutrienti, replicare il proprio Dna e dividersi, dando origine a nuove cellule per cinque generazioni consecutive. Il processo di replicazione richiede circa dodici ore a una temperatura di 30°C, un tempo molto superiore rispetto ai circa trenta minuti necessari a un batterio comune come escherichia coli. Tuttavia, il risultato rappresenta un passo significativo verso la costruzione di sistemi biologici artificiali sempre più autonomi. Il patrimonio genetico di SpudCell è però estremamente ridotto: contiene appena 90mila coppie di basi e solo 36 geni, una quantità infinitesimale rispetto ai circa 4,6 milioni di basi presenti nel genoma di Escherichia coli. Inoltre, la cellula non possiede ancora tutti gli strumenti necessari per vivere in modo completamente indipendente. La sintesi delle proteine dipende infatti da ribosomi forniti artificialmente dai ricercatori, mentre il processo di divisione cellulare avviene attraverso un meccanismo semplificato che non utilizza il Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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citoscheletro, elemento fondamentale nelle cellule naturali. Queste limitazioni spiegano perché SpudCell riesca a replicarsi solo per cinque generazioni prima di perdere la propria funzionalità. Per molti biologi, questa dipendenza da componenti esterne impedisce di considerarla un organismo vivente nel senso più rigoroso del termine. Il progetto apre prospettive estremamente interessanti. Costruire cellule sintetiche significa poter progettare sistemi biologici su misura, eliminando molti dei vincoli imposti dall’evoluzione naturale. Secondo Yuval Elani, professore di Ingegneria Biochimica all’Imperial College di Londra, questo approccio potrebbe consentire di realizzare cellule in grado di svolgere funzioni impossibili per gli organismi esistenti. Tra le applicazioni più promettenti figurano nuove strategie terapeutiche contro il cancro, la produzione mirata di farmaci, il rilascio controllato di molecole terapeutiche e persino sistemi biologici in grado di catturare l’anidride carbonica atmosferica, contribuendo alla lotta al cambiamento climatico. Le cellule sintetiche potrebbero inoltre diventare preziosi strumenti di ricerca, permettendo agli scienziati di studiare i meccanismi fondamentali della vita, eliminando la complessità delle cellule naturali. Uno degli aspetti più sorprendenti 44 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

emersi dagli esperimenti, riguarda la comparsa di un rudimentale processo di selezione naturale. I ricercatori hanno introdotto in un piccolo gruppo di SpudCell un gene in grado di favorire la produzione di lipidi, componenti essenziali della membrana cellulare. Dopo cinque cicli di replicazione, le cellule dotate di questa modifica genetica erano diventate predominanti rispetto alle altre, poiché crescevano e si dividevano con maggiore efficienza. Il risultato suggerisce che persino sistemi biologici costruiti artificialmente possano essere soggetti a dinamiche evolutive simili a quelle osservate in natura, almeno entro determinati limiti. Nonostante l’entusiasmo suscitato dalla ricerca, molti esperti invitano alla prudenza. Il dibattito riflette una questione scientifica e filosofica ancora aperta: quali caratteristiche devono essere soddisfatte affinché qualcosa possa essere definito vivente? Più che aver creato una nuova forma di vita, i ricercatori hanno dimostrato che è possibile ricostruire in laboratorio alcuni dei processi fondamentali che caratterizzano le cellule. È un traguardo che apre scenari scientifici e tecnologici fino a pochi anni fa impensabili e che, con il progredire della ricerca, potrebbe trasformare profondamente il modo in cui comprendiamo e utilizziamo la biologia. (C. P.).


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a formazione del cervello umano è un processo molto più complesso e sorprendente di quanto si immaginasse. Una ricerca internazionale guidata dall’Università di Kyoto e pubblicata sulla rivista Nature ha scoperto che, durante lo sviluppo della corteccia cerebrale, il Dna dei neuroni appena formati viene regolarmente spezzato. Si tratta del danno genetico più grave che possa colpire una cellula, poiché interessa entrambi i filamenti della doppia elica. Eppure, nel cervello in formazione, questo fenomeno rappresenta una fase fisiologica dello sviluppo, resa possibile da un sofisticato sistema di riparazione che interviene rapidamente, per evitare conseguenze irreversibili. La scoperta modifica profondamente la visione tradizionale dello sviluppo cerebrale. Fino a oggi si riteneva che l’integrità del patrimonio genetico fosse mantenuta, in modo quasi assoluto, durante la formazione dei neuroni. Il nuovo studio dimostra invece che il cervello attraversa una fase estremamente delicata nella quale il Dna viene continuamente lesionato e successivamente riparato. Questo equilibrio dinamico sembra essere indispensabile per consentire ai neuroni di completare il loro percorso di maturazione. I ricercatori hanno osservato che le cellule nervose appena nate devono affrontare un vero e proprio viaggio attraverso tessuti particolarmente compatti. Per raggiungere la posizione definitiva nella

corteccia cerebrale, i neuroni migrano attraversando spazi molto stretti, superando fibre nervose e altre cellule. Questa migrazione, fondamentale per costruire la complessa architettura del cervello, sottopone il nucleo cellulare a forti sollecitazioni meccaniche che finiscono per provocare rotture diffuse del Dna. Attraverso sofisticati modelli sperimentali realizzati in laboratorio, il gruppo coordinato dalla neuroscienziata Mineko Kengaku ha dimostrato che tali rotture interessano contemporaneamente entrambi i filamenti della doppia elica. Si tratta delle cosiddette rotture a doppio filamento, considerate dagli esperti tra i danni più pericolosi per una cellula. In condizioni normali, infatti, questo tipo di lesione può provocare mutazioni permanenti, oppure la morte cellulare. Nel cervello in sviluppo, invece, entra immediatamente in funzione un sistema di riparazione che riesce a correggere quasi tutti i danni nell’arco di circa ventiquattro ore. Per comprendere quali possano essere le conseguenze di una riparazione incompleta del

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Uno studio pubblicato su Nature rivela il Dna dei neuroni viene spezza

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Dna, i ricercatori hanno approfondito gli effetti prodotti quando questo delicato sistema di difesa non riesce a correggere completamente i danni che si verificano durante lo sviluppo del cervello. I risultati indicano che alterazioni, anche minime, dei meccanismi di riparazione possono compromettere, nel tempo, il corretto funzionamento dei circuiti nervosi, con effetti che diventano evidenti solo in età adulta. Secondo gli autori dello studio, questo scenario potrebbe contribuire a spiegare l’origine di alcune patologie neurologiche che interessano il cervelletto, l’area del cervello deputata al controllo dell’equilibrio e della coordinazione dei movimenti. La ricerca apre così nuove prospettive nello studio delle malattie neurodegenerative e dei disturbi dello sviluppo cerebrale, suggerendo che eventi molecolari apparentemente transitori, avvenuti nelle primissime fasi della vita, possano influenzare la salute del sistema nervoso molti anni dopo. Secondo Mineko Kengaku, i risultati dello studio impongono di ripensare il concetto stesso di genoma neuro-

nale. Sebbene tutti i neuroni derivino dallo stesso patrimonio genetico, i processi di danno e riparazione potrebbero introdurre piccole differenze tra una cellula nervosa e l’altra. Questo fenomeno, noto come mosaicismo genetico, potrebbe contribuire alla straordinaria diversità funzionale dei neuroni, ma anche aumentare la vulnerabilità del cervello quando i sistemi di controllo risultano meno efficienti. Comprendere in dettaglio come avviene la riparazione del Dna nei neuroni potrebbe avere importanti ricadute anche sul piano terapeutico. Se gli scienziati riuscissero a individuare i fattori che rendono più efficace questo sistema naturale di difesa, potrebbero sviluppare strategie capaci di prevenire o rallentare alcune malattie neurodegenerative, favorendo la protezione delle cellule nervose nel corso della vita. La ricerca giapponese rappresenta quindi un importante passo avanti nella comprensione della biologia del cervello. Dimostra che la costruzione dell’organo più complesso del nostro corpo passa attraverso un processo apparentemente rischioso, nel quale la sopravvivenza dei neuroni dipende dalla rapidità con cui il Dna viene riparato dopo essere stato danneggiato. Un meccanismo tanto delicato quanto essenziale, che potrebbe custodire alcune delle risposte più attese sulle origini di numerose patologie neurologiche ancora prive di una cura definitiva.

che durante lo sviluppo del cerebrale zato e riparato continuamente

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n gene fondamentale per lo sviluppo dell’embrione umano è stato identificato grazie a una nuova tecnica di editing genetico, impiegata per la prima volta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge. La metodologia, denominata “base editing”, si distingue per l’elevata precisione con cui consente di modificare il DNA e di studiare la funzione dei geni negli embrioni umani, aprendo nuove prospettive per la ricerca sullo sviluppo embrionale. I risultati dello studio, pubblicati di recente su Nature, rivelano il ruolo cruciale di un gene chiamato NANOG e aiutano gli scienziati a comprendere meglio come si sviluppano gli embrioni umani nei primi giorni successivi alla fecondazione dell’ovulo. La ricerca condotta dal Loke Centre for Trophoblast Research dell’Università di Cambridge ha dimostrato che la tecnica di editing genomico impiegata può essere utilizzata per alterare un singolo gene nelle cellule embrionali umane, consentendo lo studio dello sviluppo umano nelle primissime fasi con un livello di dettaglio senza precedenti. La tecnica, spiegano gli autori, rappresenta un’evoluzione più precisa della tecnologia CRISPR/Cas9. A differenza della versione convenzionale, il base editing consente di modificare una singola coppia di basi del DNA all’interno del genoma umano, costituito da circa 3 miliardi di coppie di basi. Questa elevata precisione riduce il rischio di introdurre alterazioni cromosomiche indesiderate, che possono invece verificarsi con l’impiego della forma tradizionale di CRISPR/Cas9. «L’editing delle basi rappresenta un progresso significativo rispetto al CRISPR/Cas9 convenzionale, poiché comporta un rischio molto minore di causare errori cromosomici indesiderati. Questa tecnica è in grado di sostituire con precisione una singola coppia di basi nucleotidiche con un’altra nell’intero genoma umano, composto da circa 3 miliardi di coppie di basi: si tratta di un’impresa incredibile», ha affermato la professoressa Kathy Niakan del Loke Centre for Trophoblast Research

UNO STUDIO DELL’UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE DIMOSTRA, GRAZIE AL BASE EDITING, UNA NUOVA TECNICA DI EDITING GENETICO, CHE IL GENE NANOG È ESSENZIALE PER LO SVILUPPO DELL’EMBRIONE UMANO

dell’Università di Cambridge, che ha guidato lo studio. CRISPR/Cas9 è una tecnica di editing genomico già impiegata per correggere geni in bambini e adulti affetti da patologie come l’anemia falciforme, alcuni tumori e una forma di cecità genetica. Studi precedenti del team di Niakan hanno però dimostrato che il suo impiego negli embrioni può provocare anomalie cromosomiche e dunque non è indicata per la correzione genetica sugli embrioni. «La precisione del base editing rappresenta un passo avanti significativo rispetto alla precedente generazione di tecniche di editing genomico. Ciò ci permette di studiare lo sviluppo umano precoce con maggiore sicurezza», ha affermato il dottor Oliver Bower, ricercatore presso il Loke Centre for Trophoblast Research dell’Università di Cambridge e primo autore dello studio. «Individuando con precisione come geni come NANOG controllino lo sviluppo delle cellule pluripotenti – ha aggiunto Bower - possiamo rendere i sistemi basati sulle cellule staminali per la ricerca biomedica più prevedibili e affidabili». Nella ricerca gli autori hanno utilizzato il base editing per inattivare il gene NANOG in embrioni umani nelle primissime fasi dello sviluppo. I risultati hanno dimostrato che, in assenza di questo gene, le cellule embrionali non sono in grado di differenziarsi in cellule pluripotenti dell’epiblasto, destinate a dare origine ai tessuti e agli organi dell’organismo. «I nostri risultati – ha spiegato Niakan - indicano che il gene NANOG è

fondamentale per lo sviluppo delle cellule pluripotenti». Le cellule pluripotenti possono trasformarsi in qualsiasi altro tipo di cellula dell’organismo e sono ampiamente utilizzate nella ricerca biomedica, dai test sui farmaci alla modellizzazione delle malattie. Le cellule staminali embrionali umane, che sono pluripotenti, hanno origine in una parte dell’embrione in via di sviluppo che presenta livelli elevati di attivazione del gene NANOG. Ciò ha indotto gli scienziati a sospettare che NANOG svolgesse un ruolo importante nella loro formazione. La comprensione del ruolo dei geni coinvolti nello sviluppo embrionale umano, resa possibile da questo studio, apre nuove prospettive per la ricerca biomedica. In futuro, queste conoscenze potrebbero contribuire a migliorare i tassi di successo della fecondazione in vitro e a chiarire i meccanismi alla base delle interruzioni precoci di gravidanza. Inoltre, il base editing potrebbe essere impiegato per correggere specifiche mutazioni genetiche responsabili di gravi malattie ereditarie, come la fibrosi cistica e la malattia di Huntington, con l’obiettivo di prevenirne la trasmissione alle generazioni future. In questa fase precoce dello sviluppo embrionale, le modifiche genetiche sarebbero infatti ereditabili: ciò significa che le varianti genetiche responsabili di determinate malattie potrebbero essere corrette in modo permanente, evitando così il passaggio alle generazioni successive della stessa famiglia. (S. B.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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n team guidato da ricercatori della Harvard Medical School (HMS) presso il Brigham and Women’s Hospital di Boston ha scoperto nuovo modo per monitorare l’invecchiamento e valutare il rischio di mortalità nei mammiferi. Nella ricerca, pubblicata su Nature, il team spiega che con l’avanzare dell’età, i diversi tessuti di alcune specie di mammiferi, compreso l’uomo, presentano cambiamenti comuni nell’espressione genica. Sulla base di tali marcatori conservati dell’invecchiamento e del peggioramento della salute, il gruppo di ricercatori ha sviluppato nuovi strumenti computazionali denominati “orologi trascrittomici”. Tali modelli possono essere utilizzati per valutare l’età biologica, (cioè l’età che si basa sulla funzione cellulare piuttosto che sul tempo trascorso dalla nascita) e potrebbero essere impiegati in laboratorio per misurare l’età di un organismo, prevederne la mortalità attesa e identificare i processi che contribuiscono all’insorgenza di malattie e al deterioramento della salute. «Abbiamo scoperto che la maggior parte dei tipi cellulari condivide questi cambiamenti molecolari conservati con l’avanzare dell’età, nonostante abbiano origini e funzioni molto diverse,

dalle cellule immunitarie e staminali alle cellule epatiche e muscolari», ha affermato Alexander Tyshkovskiy, primo autore dell’articolo e docente di medicina della HMS presso il Brigham and Women’s Hospital. «Gli stessi cambiamenti nell’espressione genica si sono rivelati predittivi del tempo prospettico di morte negli esseri umani», ha aggiunto Tyshkovskiy. Nelle cellule coltivate in laboratorio, spiegano gli autori, tali geni hanno subito alterazioni in risposta a fattori di stress quali le radiazioni e la coltura prolungata, collegando il danno cellulare all’invecchiamento dei tessuti e dell’organismo. Per condurre lo studio, i ricercatori, assieme ai colleghi dell’Università di Tohoku in Giappone, hanno attinto a oltre 11.000 profili di espressione genica, o trascrittomi. Hanno analizzato quali geni fossero attivi in più di 25 tessuti di quattro specie di mammiferi (topo, ratto, macaco e uomo) durante l’invecchiamento e in risposta a interventi noti per accorciare o prolungare la durata della vita. Utilizzando questa risorsa, il team è riuscito a sviluppare orologi accurati, multi specie e multi tessuto, in grado di stimare l’età cronologica e la mortalità prevista sulla base dell’attività geni-

ca. Gli orologi trascrittomici forniscono quindi uno strumento per valutare l’età biologica attraverso i tessuti e le specie. I ricercatori precisano inoltre che esistono altri strumenti per stimare l’età cronologica e predire gli esiti associati alla longevità, tra cui gli orologi epigenetici basati sulla metilazione del DNA. Tyshkovskiy e colleghi hanno però dimostrato che i loro orologi trascrittomici oltre a raggiungere prestazioni comparabili a quelle degli orologi epigenetici, offrendo al contempo una maggiore interpretabilità biologica. Come si legge nello studio, il team ha suddiviso i cambiamenti nell’espressione genica in moduli che rappresentano diversi processi biologici, quali l’infiammazione, la produzione di energia e l’organizzazione della matrice extracellulare. Gli autori hanno poi sviluppato orologi trascrittomici individuali per ciascun modulo e dimostrato infine che diverse malattie e interventi medici o legati allo stile di vita possono influenzare l’età biologica attraverso processi distinti. «Questi orologi dell’invecchiamento rappresentano un potenziale nuovo modo per misurare l’invecchiamento in modo più dettagliato e potrebbero aiutare a prevedere il rischio di malattia

Un team di ricercatori della Harvard Medical School ha identificato marcatori molecolari comuni dell’invecchiamento nei mammiferi, utili per misurare età biologica e rischio di mortalità di Sara Bovio

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e mortalità, a caratterizzare gli effetti dei trattamenti e a personalizzare le cure in base all’età biologica», ha affermato Gladyshev, professore presso la HMS al Brigham and Women’s Hospital e autore responsabile dello studio. «Le terapie future potrebbero mirare sia a specifici processi legati all’invecchiamento - come l’infiammazione o il metabolismo - sia all’invecchiamento nel suo complesso», ha aggiunto Gladyshev. Gli autori sottolineano che gli orologi trascrittomici sono attualmente strumenti di ricerca piuttosto che test clinici, e che sarà necessaria un’ulteriore validazione in studi sull’uomo prima che possano essere utilizzati nella cura dei pazienti. I ricercatori potrebbero utilizzare questi strumenti per monitorare i marcatori trascrittomici dell’invecchiamento e della mortalità in colture cellulari umane, valutando in che modo una malattia o un intervento influisca sui biomarcatori molecolari associati a una vita più breve o più lunga, senza dover attendere mesi o anni per confermare l’effettiva durata della vita. I lavori futuri, rende noto il team, saranno inoltre volti a chiarire se i cambiamenti trascrittomici rappresentino cause dell’invecchiamento o sue conseguenze.

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UNO STUDIO DELL’IFOM DIMOSTRA CHE ANCHE I DANNI A SINGOLO FILAMENTO DEL DNA POSSONO GENERARE MOLECOLE DI ECDNA, FAVORENDO L’AGGRESSIVITÀ DEL CANCRO E LA RESISTENZA ALLE TERAPIE

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n recente studio dell’IFOM (Istituto Fondazione di Oncologia Molecolare) ha identificato un secondo, inatteso meccanismo alla base della formazione del DNA circolare extracromosomico (ecDNA), una forma di DNA presente al di fuori dei cromosomi e considerata un potente acceleratore dell’evoluzione dei tumori. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Molecular Cell, dimostrano che anche i danni a singolo filamento del DNA - molto più frequenti delle rotture a doppio filamento - possono innescare la formazione di ecDNA quando interessano le sequenze ripetute del genoma. Quando i danni colpiscono questo tipo di sequenze, il DNA può ripiegarsi su se stesso formando strutture ad ansa chiamate i-loop. Queste si staccano dai cromosomi e danno origine a molecole di DNA circolare extracromosomico (ecDNA), che aumentano l’aggressività del tumore e favoriscono la comparsa di resistenza ai trattamenti. La scoperta dei ricercatori italiani amplia in modo significativo la comprensione dei processi che alimentano l’instabilità genomica nelle cellule tumorali e apre nuove prospettive per individuare strategie in grado di contrastare l’evoluzione del cancro. Come spiegato dagli autori dello studio, la marcata aggressività di alcune cellule cancerose deriva dal fatto che esse riescono a modificare rapidamente il proprio genoma, diventando più eterogenee e resistenti alle terapie. Questa loro capacità deriva anche dalla comparsa di anelli di DNA extracromosomico (ecDNA) che si staccano dai cromosomi e che possono ospitare oncogeni, ossia geni che promuovono la crescita Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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cellulare. Questi ultimi possono essere amplificati, cioè moltiplicati molte volte da queste strutture che non rispondono alla regolazione da parte dei tipici meccanismi di controllo cellulare. Fino a oggi si riteneva che il DNA circolare si formasse principalmente a partire da rotture a doppio filamento del DNA: il tipo di lesione più grave per le molecole di materiale genetico, in cui entrambi i filamenti della doppia elica vengono recisi simultaneamente. I risultati dello studio guidato da Ylli Doksani, all’IFOM di Milano, hanno mostrato che esiste un secondo meccanismo, complementare al primo, in grado di produrre anch’esso ecDNA. Come spiegato nello studio, i ricercatori hanno scoperto che il meccanismo

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che porta alla formazione degli ecDNA può operare in molte regioni del genoma in cui una stessa breve sequenza si ripete anche migliaia di volte e che costituiscono circa la metà del genoma umano. «Sapevamo già che i danni ai telomeri, le strutture protettive alle estremità dei cromosomi, potevano portare alla formazione di piccoli circoletti di DNA attraverso strutture che abbiamo battezzato i-loop: anse interne che si formano nelle sequenze ripetute danneggiate e vengono poi escisse come DNA circolare», spiega Ylli Doksani, responsabile del laboratorio Replication Stress Response all’IFOM. «La nuova scoperta – prosegue Doksani - è che questo meccanismo non è limitato ai telomeri: opera in molte altre regioni ripetute del genoma e po-

trebbe contribuire anche alla formazione degli ecDNA di grandi dimensioni che si accumulano nei tumori». «Il punto di svolta - spiega Elia Zanella, primo autore dell’articolo - è arrivato quando abbiamo osservato che queste strutture i-loop si formavano con efficienza molto maggiore a partire da danni a singolo filamento che da rotture a doppio filamento, e che lo stesso principio poteva operare in regioni ripetute distribuite nell’intero genoma». Analizzando sequenze di DNA di campioni tumorali umani, i ricercatori hanno identificato segni compatibili con questo meccanismo, suggerendo una rilevanza diretta per la biologia dei tumori. «I danni a singolo filamento sono enormemente più frequenti di quelli a doppio filamento», sottolinea Doksani. «Per la loro natura più comune e più difficile da rilevare – prosegue il ricercatore - potrebbero contribuire all’instabilità genomica in modo più pervasivo di quanto si pensasse. Questo cambia il modo in cui dobbiamo guardare alla formazione dell’ecDNA nei tumori». La visualizzazione delle strutture i-loop è stata resa possibile grazie al contributo di Michele Giannattasio, anch’egli autore dello studio e responsabile dell’Unità tecnologica di microscopia elettronica a singole molecole dell’IFOM. Un ruolo fondamentale è stato svolto anche da Sara Bisi e Francesco Nicassio, del Center for Genomic Science dell’IIT, che hanno contribuito all’analisi genomica mediante Nanopore sequencing, una tecnologia di sequenziamento di nuova generazione in grado di leggere lunghi tratti di DNA in modo continuo. «Proprio questa integrazione di competenze - conclude Ylli Doksani - ha permesso di passare da un’osservazione circoscritta a un modello generale sul ruolo delle sequenze ripetute nella formazione dell’ecDNA. Il prossimo obiettivo è identificare le proteine e le condizioni biologiche che regolano questo meccanismo, per capire in quali tipi di tumore il suo ruolo sia più rilevante e, in prospettiva, individuare nuovi punti di intervento terapeutico». (S. B.).


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di Elisabetta Gramolini

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a ricerca biomedica contro l'obesità e le malattie metaboliche si arricchisce di un nuovo tassello grazie all’individuazione di una proteina, nota con la sigla Mtch2, il cui meccanismo d'azione è stato osservato e decodificato per la prima volta direttamente all'interno di cellule umane. La proteina agisce come un interruttore: quando viene disattivata, la cellula entra in uno stato frenetico e fortemente energivoro, che la induce a consumare i nutrienti a sua disposizione a una velocità superiore alla norma, mostrando una predilezione netta e quasi esclusiva per i lipidi. L’identificazione, descritta in uno studio pubblicato sulla rivista Embo Journal e guidato dai ricercatori del Weizmann Institute of Science di Rehovot (Israele), apre nuovi scenari terapeutici, in primis, alla possibilità di sviluppare in futuro farmaci innovativi per il trattamento dell'obesità capaci di agire con una precisione chirurgica e, potenzialmente, con minori effetti collaterali rispetto agli attuali trattamenti, come gli agonisti del recettore del Glp-1. Sebbene questi ultimi farmaci abbiano trasformato l'approccio clinico alla perdita di peso, agendo principalmente sui segnali di sazietà a livello cerebrale e rallentando lo svuotamento gastrico, la manipolazione della proteina Mtch2 56 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

punta invece a un bersaglio diverso, ovvero l'efficienza energetica intrinseca della singola cellula. Le radici di questa scoperta affondano in una ricerca precedente risalente al 2016, quando alcuni esperimenti avevano già evidenziato che il blocco della proteina Mtch2 all'interno dei tessuti muscolari non solo proteggeva dallo sviluppo dell'obesità, ma conferiva loro anche una resistenza fisica notevolmente superiore durante gli sforzi. Per verificare se un meccanismo così vantaggioso potesse riscontrarsi in modo analogo nell'essere umano, il team di scienziati guidato da Sabita Chourasia ha intrapreso un percorso metodologico che ha disattivato il gene responsabile della produzione di Mtch2 in linee cellulari umane coltivate in laboratorio. Attraverso analisi biochimiche condotte a intervalli regolari, i ricercatori hanno monitorato l'impatto di questa assenza genetica su oltre cento sostanze ed enzimi direttamente coinvolti nei processi metabolici cellulari. I dati emersi dall'osservazione microscopica e molecolare hanno rivelato un panorama sorprendente: l'assenza della proteina Mtch2 elimina una sorta di freno biologico, facilitando la fusione dei mitocondri, cioè le “centrali energetiche” della cellula. Questa alterazione strutturale dei mitocondri si traduce in un aumento espo-

nenziale dell'efficienza nell'utilizzo di lipidi, carboidrati e amminoacidi. «Abbiamo scoperto che l'eliminazione di Mtch2 portava a un drastico calo dei grassi nelle membrane», afferma il professor Atan Gross del Weizmann Institute of Science. «Allo stesso tempo, abbiamo notato un aumento delle sostanze grasse utilizzate per produrre energia, e ci siamo resi conto che il grasso veniva degradato a partire dalla membrana per essere usato come combustibile. In altre parole, abbiamo dimostrato che Mtch determina il destino del grasso nelle cellule umane». In termini macroscopici, è come se le cellule umane si trovassero improvvisamente in una condizione di riserva perenne, uno stato di emergenza simulato che le costringe a una ricerca incessante e ossessiva di nuovo carburante da bruciare per sopravvivere. Un dettaglio particolarmente significativo emerso dalle analisi indica che le cellule prive di Mtch2 non si limitano a consumare più energia, ma riprogrammano le proprie preferenze biochimiche orientandosi massicciamente verso i grassi come fonte energetica primaria. Questa fame di lipidi è talmente accentuata che le cellule arrivano a intaccare e consumare persino i grassi strutturali che com-


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IDENTIFICATO ANCHE NELL’UOMO L'INTERRUTTORE MOLECOLARE MTCH2 LA SUA DISATTIVAZIONE SPINGE I MITOCONDRI A BRUCIARE I LIPIDI A RITMO FRENETICO

pongono le loro stesse membrane cellulari. Inoltre, la ricerca ha evidenziato un ulteriore risvolto: la totale assenza di questa proteina impedisce di fatto alle cellule staminali o precursori di differenziarsi e trasformarsi in cellule adipose mature, bloccando alla radice l'espansione del tessuto grasso. Gli stessi autori sottolineano però come la strada verso un'applicazione clinica sicura di questa scoperta sia ancora complessa. Saranno infatti indispensabili ulteriori studi per comprendere appieno l'impatto sistemico che i farmaci basati su questo specifico meccanismo potrebbero avere sull'intero organismo umano. Indurre i tessuti in uno stato metabolico così frenetico, accelerato e privo di controlli naturali rischia infatti di sottoporre gli organi vitali e i sistemi cellulari a uno stress ossidativo e funzionale eccessivo, i cui effetti a lungo termine rimangono tuttora sconosciuti. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Lo studio dei resti umani rivela il più antico focolaio noto e nuove informazioni sull’origine del batterio

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n’epidemia di peste risalente a circa 5.500 anni fa potrebbe essere la più antica mai documentata dalla scienza. La scoperta arriva da alcuni siti funerari dell’età della pietra nella Siberia sud-orientale, dove l’analisi del Dna antico ha rivelato tracce del batterio Yersinia pestis nei resti di gruppi di cacciatori-raccoglitori e di numerosi bambini. Lo studio pubblicato su Nature da un team di ricerca internazionale, con studiosi provenienti da Copenaghen, Alberta, Cambridge e Londra, offre una nuova spiegazione anche per l’elevata presenza di giovani tra i defunti di uno dei principali siti analizzati, quello di 58 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Ust-Ida, sulle rive del fiume Angara, a nord-ovest del lago Bajkal, il lago più antico e profondo del pianeta. Gli scienziati ipotizzano che il contagio possa essere nato dal contatto con le marmotte, animali presenti nella regione e considerati un serbatoio naturale della peste. La pratica di macellare o consumare carne cruda di questi roditori avrebbe favorito il passaggio del batterio all’uomo. Una volta entrata nelle comunità, l’infezione si sarebbe poi diffusa attraverso i contatti ravvicinati tra persone, colpendo intere famiglie. L’analisi genetica è stata condotta sulla polpa dentale dei resti scheletrici rinvenuti in quattro cimiteri lungo il fiume Angara. Su 42

individui analizzati, 18 hanno mostrato tracce del Dna di Yersinia pestis, pari al 39% del campione. Una percentuale che potrebbe essere persino sottostimata perché il materiale genetico degradato nel tempo rende impossibile individuare alcune infezioni. «Gli archeologi erano interessati a capire se l’analisi del Dna antico potesse fare luce su ciò che era accaduto - ha spiegato Ruairidh Macleod, ricercatore dell'Università di Oxford specializzato nello studio del Dna antico -. Non ci aspettavamo di trovare questo fenomeno in gruppi di cacciatori-raccoglitori preistorici». I dati genetici indicano che non ci sarebbe stata una sola epidemia, ma almeno due eventi distinti: il primo iniziato circa 5.500 anni fa e il secondo verificatosi tra 400 e 600 anni più tardi. Le analisi suggeriscono inoltre che il batterio della peste sia comparso almeno 5.700 anni fa, dopo essersi separato dal suo antenato evolutivo, Yersinia pseudotuberculosis, un microrganismo capace di provocare disturbi gastrointestinali come febbre, dolori addominali, diarrea e vomito. Un elemento particolarmente significativo riguarda l’età delle vittime. In due dei cimiteri studiati, almeno due terzi dei defunti avevano meno di 15 anni. Molti bambini erano stati sepolti insieme a fratelli o altri membri della famiglia. Secondo gli esperti, gli adulti più anziani potrebbero aver sviluppato una certa protezione dopo precedenti esposizioni alla malattia, mentre i più piccoli sarebbero stati molto più vulnerabili. Prima di questa scoperta, le più antiche tracce della peste in Europa risalivano a circa 4.000 anni fa, con ritrovamenti di Yersinia pestis nei denti di individui dell’età del Bronzo sepolti in siti funerari della Gran Bretagna. (D. E.).


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Sequenziato il genoma del bradipo: identificati “geni saltanti” legati al loro lento metabolismo. La scoperta apre nuove prospettive per studiare diabete e malattie neurodegenerative

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no stile di vita lento può rivelarsi un’efficace strategia di sopravvivenza in natura. Ne sono la prova i bradipi, i mammiferi più lenti del pianeta, presenti sulla Terra da circa 65,5 milioni di anni, prima della scomparsa dei dinosauri. Questi insoliti animali vivono nelle fitte foreste tropicali, un ambiente che ne ha reso sempre difficile lo studio. Oggi, però, per la prima volta, i biologi sono riusciti a identificare i meccanismi genetici che regolano il loro metabolismo eccezionalmente lento, facendo luce su uno dei segreti della loro straordinaria longevità evolutiva. Partendo da un lavoro avviato presso l’Istituto Leibniz per la ricerca sugli zoo e la fauna selvatica (IZW) di Berlino, i ricercatori del Wellcome Sanger Institute, dell’IZW, dell’Ospedale Sírio Libanês di San Paolo, in Brasile, e i loro collaboratori hanno sequenziato e analizzato il genoma di un bradipo a due dita. Mappandone l’evoluzione, hanno scoperto dei “geni saltanti” specifici dei bradipi che si sono conservati nel corso di milioni di anni e sono collegati al metabolismo. Lo studio, pubblicato su BMC Biology potrebbe offrire spunti per ulteriori ricerche su patologie umane legate alla produzione di energia e alla funzione mitocondriale come il diabete, i disturbi legati all’invecchiamento, le malattie neurodegenerative e l’atrofia muscolare. Per approfondire la singolare biologia dei bradipi, gli scienziati dell’IZW, del Sanger Institute e i loro collaboratori hanno utilizzato la genomica comparativa. Dopo aver analizzato il genoma del bradipo hanno confrontato la sequenza genetica con quella di altri mammiferi, tra cui un 60 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

formichiere e un armadillo. Mettendo a confronto i diversi genomi, sono riusciti a comprendere cosa renda unici i bradipi. Gli scienziati hanno individuato nel genoma dei bradipi numerose copie di elementi trasponibili attivi, noti come trasposoni o “geni saltanti”. Si tratta di particolari sequenze di DNA capaci di copiarsi e inserirsi in nuove posizioni del genoma, contribuendo a modificarne l’organizzazione e l’evoluzione. Ricostruendo la storia evolutiva dei bradipi attraverso le analisi genomiche, i ricercatori hanno scoperto che questi “geni saltanti” sono comparsi circa 30 milioni di anni fa, nell’ultimo antenato comune di tutte le specie di bradipi oggi esistenti. Da allora si sono conservati nel corso dell’evoluzione, diventando una caratteristica genetica distintiva ed esclusiva di questi straordinari mammiferi. Il team è rimasto sorpreso di scoprire che molti di questi geni sono collegati ai mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule che generano la loro energia, e alle vie metaboliche. Poiché i bradipi possiedono uno dei metabolismi più singolari tra i mammiferi, i ricercatori ritengono che questi geni specifici dei bradipi siano correlati ai loro insoliti adattamenti all’ambiente e all’evoluzione del loro metabolismo estremamente basso, spesso inferiore alla metà di quello che ci si aspetterebbe date le loro dimensioni corporee Pedro Galante, coautore dello studio e ricercatore presso l’Ospedale Sírio Libanês di San Paolo, Brasile, ha dichia-


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rato: «I bradipi hanno il metabolismo più lento tra tutti i mammiferi, eppure rimangono in buona salute. Capire come ci riescano potrebbe fornire nuove indicazioni su come le cellule gestiscono l’energia in modo efficiente. I nostri risultati suggeriscono che i bradipi potrebbero aver sviluppato dei “sistemi di riserva” genetici che aiutano a compensare i loro “mitocondri pigri” e a sostenere il loro stile di vita unico». Come spiegato nello studio, i bradipi trascorrono la maggior parte del tempo sugli alberi, dove rimangono appesi immobili e mimetizzati, e quando si spostano tra i rami per nutrirsi di foglie e frutti, lo fanno con estrema lentezza. Compensano la loro dieta a basso contenuto energetico adottando uno stile di vita lento e consumando il meno possibile. Per risparmiare energia, possono alternare l’autoregolazione della temperatura

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corporea al lasciarla fluttuare in base all’ambiente, mantenendosi intorno ai 5 °C. Pur essendo lenti, i bradipi sono nuotatori sorprendentemente abili, quando sono alla ricerca di un compagno possono percorrere grandi distanze. Gli autori della ricerca sottolineano che lo studio di animali così insoliti come i bradipi, a volte può portare alla scoperta di soluzioni biologiche che gli esseri umani non hanno mai sviluppato. Secondo Marcela Uliano-Silva, coautrice principale dello studio e bioinformatica presso il Wellcome Sanger Institute, ulteriori ricerche sui bradipi potrebbero aiutare a comprendere come gli organismi affrontino gli stati di bassa disponibilità energetica e cosa non funzioni correttamente in caso di malattia. A lungo termine, conclude la ricercatrice, ciò potrebbe fornire spunti per la ricerca sulla conservazione dei tessuti, la medicina intensiva, l’invecchiamento, le malattie metaboliche e persino i viaggi spaziali di lunga durata. (S. B.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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di Carla Cimmino*

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esposizione cronica alle radiazioni ultraviolette (UV) rappresenta uno dei principali fattori eziologici coinvolti nei processi di fotoinvecchiamento cutaneo e nello sviluppo di numerose patologie dermatologiche, tra cui eritemi, discromie, alterazioni strutturali del derma e neoplasie cutanee. Gli effetti biologici delle radiazioni UVA (320–400 nm) e UVB (290–320 nm) utilizzano meccanismi differenti ma complementari, che comprendono la generazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), il danno ossidativo a carico di lipidi, proteine e acidi nucleici e la progressiva degradazione delle fibre collagene ed elastiche. L’utilizzo di prodotti fotoprotettivi costituisce pertanto una delle principali strategie preventive adottate in ambito dermatologico e di sanità pubblica. Tuttavia, negli ultimi anni, l’attenzione della comunità scientifica si è progressivamente spostata dall’esclusiva valutazione dell’efficacia dei filtri UV verso un’analisi più ampia del loro profilo tossicologico ed ecotossicologico. In particolare, molti studi hanno evidenziato come alcuni filtri organici comunemente impiegati nelle formulazioni cosmetiche possano accumularsi negli ecosistemi acquatici, condizionando fenomeni di sbiancamento dei coralli, alterazioni endocrine e perdita di biodiversità marina. Con il passare degli anni, aumenta sempre di più la necessità di sviluppare sistemi fotoprotettivi sostenibili, di orientare la ricerca verso l’identificazione di ingredienti di origine naturale in grado di garantire un’adeguata protezione nei confronti delle radiazioni UV. La tendenza è associare efficacia biologica, sicurezza dermatologica e ridotto impatto ambientale. A tal proposito un recente studio pubblicato sulla rivista Cosmetics ha investigato il potenziale dell’estratto di semi di Perilla frutescens quale componente bioattivo per la formulazione di creme solari ad ampio spettro e compatibili con la conservazione degli ecosistemi marini. L’interesse per la Perilla frutescens deriva dalla particolare composizione fitochimica dei suoi semi, ricchi di acidi grassi polinsa-

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turi, composti fenolici e molecole ad attività antiossidante e antinfiammatoria, che potrebbero contribuire non solo alla schermatura delle radiazioni ultraviolette, ma anche alla prevenzione dei processi ossidativi e infiammatori indotti dall’esposizione solare. Perilla frutescens: fonte naturale di composti bioattivi Perilla frutescens, appartenente alla famiglia delle Lamiaceae, è una pianta annuale diffusa nell’Asia orientale, dove trova tradizionalmente impiego in ambito alimentare, fitoterapico e farmaceutico. Negli ultimi anni, l’interesse scientifico nei confronti di questa specie è aumentato notevolmente grazie alla presenza, nei semi, di numerosi composti biologicamente attivi, tra cui acidi grassi polinsaturi, sostanze fenoliche e molecole dotate di spiccata attività antiossidante. L’estratto ottenuto dai semi di P. frutescens, mediante gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa (GC-MS/MS), ha consentito di identificare nove principali acidi grassi. Tra questi, l’acido α-linolenico (C18:3), appartenente alla famiglia degli omega-3, rappresenta il componente quantitativamente predominante, costituendo oltre il 43% del contenuto lipidico totale., Poi sono stati rilevati acido palmitico, acido linoleico, acido oleico e altri acidi grassi saturi e insaturi. L’elevata concentrazione di acidi grassi essenziali conferisce all’estratto proprietà biologiche di particolare interesse in ambito dermatologico e cosmetologico. Gli acidi α-linolenico e linoleico sono stati associati a un’azione antinfiammatoria, antiossidante e protettiva nei confronti della barriera cutanea, riducono lo stress ossidativo indotto dalle radiazioni ultraviolette e aiutano a mantenere l’omeostasi epidermica. Tale ricchezza fitochimica di Perilla frutescens ne suggerisce pertanto un potenziale impiego nello sviluppo di formulazioni cosmetiche innovative, orientate non soltanto alla fotoprotezione, ma anche alla prevenzione dei processi di fotoinvecchiamento e al miglioramento della salute cutanea. Ottimizzazione del processo estrattivo e va lutazione dell’attività fotoprotettiva Al fine di individuare le condizioni più


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idonee per massimizzare il potenziale fotoprotettivo dell’estratto di Perilla frutescens, sono state analizzate le influenze di differenti parametri estrattivi, valutando sia la durata della macerazione sia la concentrazione del solvente impiegato. In particolare, i semi essiccati sono stati sottoposti a estrazione mediante etanolo a diverse concentrazioni (50%, 75% e 95%) e per differenti intervalli temporali. I risultati hanno evidenziato come la macerazione in etanolo al 95% per una settimana rappresenti la condizione ottimale, consentendo

da questa si ottiene l’estratto caratterizzato dalla più elevata attività fotoprotettiva. In tali condizioni, il fattore di protezione solare (Sun Protection Factor, SPF), ha raggiunto un valore pari a 22,61, significativamente superiore rispetto a quello osservato negli estratti ottenuti con tempi di estrazione più brevi o con solventi a minore concentrazione. L’efficacia dell’estratto non sembra essere attribuibile del tutto alla sua capacità di assorbire la radiazione ultravioletta, ma anche alle sue proprietà antiossidanti. La valutazione dell’attività scavenger nei conGiornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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fronti dei radicali liberi, eseguita mediante il saggio del 2,2-difenil-1-picrilidrazile (DPPH), ha evidenziato un valore di IC50 pari a 38,95 μg/mL, indicativo di una marcata capacità di neutralizzare le specie reattive dell’ossigeno generate dall’esposizione ai raggi UV. L’elevata attività antiossidante contribuisce a limitare i processi di stress ossidativo responsabili del danno cellulare, della degradazione delle componenti extracellulari del derma e dei fenomeni associati al fotoinvecchiamento. Queste evidenze supportano l’ipotesi che l’estratto di P. frutescens possa agire non soltanto come filtro biologico naturale, ma anche come coadiuvante nella prevenzione delle alterazioni cutanee indotte dalle radiazioni solari. Sicurezza biologica e tollerabilità cutanea La valutazione della sicurezza biologica rappresenta un passaggio imprescindibile nello sviluppo di nuovi ingredienti destinati alle formulazioni cosmetiche. A tal fine, l’estratto di Perilla frutescens è stato sottoposto a saggi di citotossicità in vitro utilizzando cheratinociti umani immortalizzati (linea cellulare HaCaT), ampiamente impiegati come modello sperimentale per lo studio delle interazioni tra sostanze bioattive e tessuto epidermico. Dai risultati è emerso un profilo di sicurezza particolarmente favorevole. L’estratto ha mostrato un valore di concentrazione inibitoria mediana (IC50) pari a circa 13 mg/ mL, indicativo di una bassa citotossicità e dell’assenza di effetti avversi significativi sulla vitalità cellulare. Inoltre, le osservazioni microscopiche hanno documentato, in alcune condizioni sperimentali, una vitalità cellulare superiore rispetto ai campioni di controllo, suggerendo un possibile effetto protettivo nei confronti dei cheratinociti. La sicurezza dermatologica della formulazione finale è stata successivamente confermata mediante test clinici condotti su volontari sani. L’applicazione del prodotto tramite patch test occlusivi di 24 ore non ha determinato alterazioni significative della perdita d’acqua transepidermica (Transepidermal Water Loss, TEWL) né variazioni statisticamente rilevanti dell’indice di eritema. Tutto ciò attesta la buona tollerabilità cuta66 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

nea della formulazione e la sua compatibilità con la fisiologia della barriera epidermica. Una formulazione fotoprotettiva “reef-friendly” Uno degli aspetti più innovativi riguarda la progettazione di una crema solare definita “reef-friendly”, sviluppata con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale associato ai tradizionali filtri UV di sintesi. La formulazione è stata realizzata escludendo ossibenzone e ottinoxato, già oggetto di restrizioni normative in alcuni Paesi. La valutazione dell’ecosostenibilità del prodotto è stata effettuata mediante un approccio integrato basato su tre parametri fondamentali: persistenza ambientale, potenziale di bioaccumulo e tossicità ecologica. L’analisi, condotta secondo i criteri PBT (Persistence, Bioaccumulation and Toxicity), ha consentito di stimare il profilo ecotossicologico complessivo delle formulazioni esaminate. Entrambe le creme solari studiate hanno ottenuto un punteggio superiore a 80 su 100, soglia considerata compatibile con la tutela degli ecosistemi marini. In tale contesto, l’estratto di Perilla frutescens, ottenuto mediante solventi naturali e caratterizzato da elevata biodegradabilità, ha contribuito positivamente al bilancio ambientale del prodotto, confermando il potenziale impiego di matrici vegetali nello sviluppo di cosmetici a ridotto impatto ecologico. Valutazione clinica dell’efficacia fotoprotettiva L’efficacia della formulazione contenente l’1% di estratto di Perilla frutescens è stata valutata mediante uno studio clinico condotto su trenta volontari sottoposti a esposizione solare in condizioni reali. L’analisi strumentale dei principali parametri cutanei ha permesso di monitorare gli effetti della formulazione sulla risposta della pelle alle radiazioni ultraviolette. I risultati hanno evidenziato una riduzione dell’eritema cutaneo e una minore tendenza all’aumento della pigmentazione, associate a una migliore conservazione della luminosità della pelle rispetto alla formulazione priva dell’estratto vegetale. Molte differenze non hanno raggiunto la significatività statistica, i dati suggeriscono un contributo biologico dell’estratto nel mitigare gli effetti dell’e-


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sposizione ai raggi UV. Dal punto di vista strettamente fotoprotettivo, il prodotto ha mostrato prestazioni elevate, raggiungendo un valore di SPF pari a circa 30 e una protezione nei confronti delle radiazioni UVA classificata come PA++++. Inoltre, la lunghezza d’onda critica, pari a 382 nm, conferma la capacità della formulazione di garantire una protezione ad ampio spettro, requisito fondamentale per limitare i danni indotti sia dalle radiazioni UVB sia da quelle UVA. Limiti dello studio e prospettive di sviluppo Nonostante i risultati ottenuti evidenzino il notevole potenziale applicativo dell’estratto di Perilla frutescens, dallo studio sono emerse alcune criticità legate alla stabilità della formulazione. In particolare, l’elevato contenuto di acidi grassi polinsaturi, se da un lato conferisce importanti proprietà biologiche, dall’altro rende il prodotto maggiormente suscettibile ai processi ossidativi. L’esposizione prolungata a temperature elevate ha infatti determinato fenomeni di ingiallimento della formulazione e modificazioni delle caratteristiche fisiche dell’emulsione, evidenziando la necessità di ulteriori interventi di ottimizzazione tecnologica. A tal proposito, sono state prese in considerazione diverse strategie finalizzate a incrementare la stabilità del prodotto, tra cui l’aggiunta di sostanze antiossidanti, come il tocoferolo, l’impiego di sistemi di incapsulamento lipidico e lo sviluppo di oleogel in grado di proteggere i componenti più suscettibili all’ossidazione. Conclusioni Sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare la stabilità e l’efficacia della formulazione nel lungo periodo, i dati disponibili indicano che l’estratto di semi di Perilla frutescens rappresenta un ingrediente di notevole interesse per lo sviluppo di nuovi prodotti fotoprotettivi. Le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, unite al ridotto impatto ambientale, ne fanno un candidato promettente nell’ambito della cosmetica sostenibile. L’attenzione crescente verso formulazioni più sicure sia per la salute umana sia per gli ecosistemi marini sta orientando la ricerca verso l’impiego di matrici naturali sempre più performanti. In questo scenario, la perilla potrebbe offrire un contributo significativo allo sviluppo di fotoprotettori innovativi, capaci di coniugare efficacia biologica e sostenibilità ambientale.

Bibliografia 1. Sirinda Chalermthiralert, Witchuda Sukjoi, Sutatip Thonglem and Narongrit Lahpun. Formulation of Broad-Spectrum Ultraviolet Protection and Reef-Friendly Sunscreen Containing Perilla Seed Extract.

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a forestazione periurbana è universalmente riconosciuta come l’antidoto ecologico perfetto contro l’inquinamento atmosferico e il caldo estremo, minacce combinate che causano milioni di vittime a livello globale. Le proiezioni su 744 città continentali indicano che un incremento del 30% della copertura arborea potrebbe prevenire fino a 11.974 decessi prematuri all’anno. Eppure, l’efficacia di questo scudo verde nasconde un’insidia invisibile: l’impatto sanitario di un bosco dipende in modo cruciale dalla fisiologia della specie piantata. La dimostrazione quantitativa di questo paradosso emerge da uno studio pubblicato sulla rivista “Communications Earth & Environment” del gruppo “Nature”, coordinato da Enea in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’istituto francese ACRI-ST. Le patologie respiratorie indotte dall’aria inquinata restano un’emergenza assoluta: secondo il rapporto 2025 dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA), in Europa si contano 182.000 decessi legati al particolato fine (PM 2.5), 34.000 al biossido di azoto e 63.000 all’ozono, con un bilancio per l’Italia pari a circa 43.000 morti, numeri che subiscono repentine impennate durante le ondate di calore. I ricercatori hanno analizzato le dinamiche di piantumazione attorno a Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence, bacini mediterranei situati nell’entroterra e circondati da rilievi. Questa specifica conformazione inibisce la circolazione atmosferica, favorendo un accumulo di contaminanti che travalica le soglie di sicurezza. Il nucleo dello studio indaga l’emissione dei Composti organici volatili biogenici (Bvoc). Le piante secernono tali composti come scudo evolutivo contro patogeni, insetti o stress abiotici. Pur non essendo tossici all’origine, nella troposfera reagiscono con altri elementi innescando la genesi di inquinanti secondari, tra cui l’ozono e nuove micropolveri. «Il verde urbano è efficace solo se progettato con cura e scegliendo le specie più adatte al contesto urbano, considerando che alcuni alberi emettono numerosi composti organici volatili che contribuiscono alla formazione di inquinanti atmosferici secondari, peggiorando così la qualità dell’aria» spiega Alessandro Anav, ricercatore del laboratorio Enea Modelli e servi-


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zi climatici e autore dello studio con le colleghe Alessandra De Marco, Ilaria D’Elia e Beatrice Sorrentino. I modelli hanno confrontato due estremi. Il primo scenario ha impiegato la quercia farnia (Quercus robur), latifoglia contraddistinta da alte emissioni; il secondo ha valutato specie a debole rilascio, nello specifico il pino domestico (Pinus pinea) e il pino nero (Pinus nigra). I dati confermano che l’inserimento di specie ad alto rilascio innesca un deterioramento oggettivo: su scala urbana, i livelli del microparticolato crescono in media dello 0,80% a Firenze e ad Aix-en-Provence, e dello 0,12% a Zagabria. Le conifere, al contrario, assorbono l’impatto chimico, registrando un lieve aumento a Firenze (0,35%) e ad Aix-en-Provence (0,30%), spingendosi fino a una contrazione dell’inquinante nella capitale croata (-0,07%). L’indagine ridimensiona anche le cosiddette “isole di calore”, provando che i boschi incidono pochissimo sulle temperature massime estive. «Questo perché le temperature diurne dipendono prevalentemente dalle condizioni meteorologiche di larga scala; di conseguenza, la vegetazione esercita solo un’influenza marginale sulla modulazione della temperatura urbana. Al contrario, le due strategie di piantumazione hanno un impatto più evidente sulle temperature minime che si verificano tipicamente di notte e sono maggiormente influenzate dalle condizioni locali» aggiunge Anav. Traducendo l’effetto termico in sopravvivenza, le foreste riducono i danni mortali legati allo stress da calore e, subordinatamente, all’aria insalubre. A Firenze, la messa a dimora di pini evita 0,9 decessi ogni 100.000 abitanti, più che raddoppiando l’efficacia delle querce, bloccate a quota 0,4. «E in una popolazione che tende ad invecchiare, le giornate particolarmente calde possono avere impatti significativi» prosegue il ricercatore Enea. L’analisi restituisce andamenti divergenti: se ad Aix-en-Provence le conifere abbattono drasticamente la

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UNA RICERCA ENEA DIMOSTRA COME LE EMISSIONI FOGLIARI DI QUERCE E PINI ALTERINO I LIVELLI DI POLVERI SOTTILI RIDEFINENDO LE STRATEGIE SANITARIE NELLE CITTÀ EUROPEE

mortalità da freddo, a Zagabria sono le latifoglie a mitigare i decessi da calura. «Senza entrare nel dettaglio, queste differenze ci dicono che le soluzioni verdi vanno pensate a livello locale. Una soluzione valida ovunque è una semplificazione che potrebbe generare impatti aggiuntivi anziché proteggere la popolazione» precisano Maurizio Gualtieri, professore all’Università di Milano-Bicocca, e Ilaria D’Elia. Il prezzo dell’urbanizzazione cieca, priva di verde periferico, mostra conseguenze devastanti: le vittime per “cause termiche” subirebbero un balzo del 59,4% a Zagabria, del 13% a Firenze e del 2,9% ad Aix-en-Provence, innescando un collasso economico stimato in 708, 560 e 158 milioni di euro. Questi esiti sbriciolano definitivamente l’illusione del bosco come vago abbellimento paesaggistico, svelando un legame viscerale tra la biologia vegetale e il battito delle metropoli. Selezionare la specie chimicamente idonea ai margini dell’asfalto diventa il più alto patto di sopravvivenza: perché nel respiro invisibile di una singola foglia, e nella sua silenziosa alchimia, è letteralmente iscritta la salvezza di migliaia di vite umane. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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DALLA GENETICA DI PRECISIONE AL BREEDING AVANZATO FINO ALLE NANOTECNOLOGIE: TRE PROGETTI INTENDONO TRACCIARE LA ROAD MAP PER SALVARE L'OLIVICOLTURA ITALIANA

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a lotta alla Xylella fastidiosa, il batterio killer che ha devastato milioni di ulivi nel Salento e minacciato il patrimonio olivicolo, tenta la strada della conoscenza approfondita del Dna delle piante. Al centro di questa strategia, c'è l'ambizione di scrivere il "genoma della resistenza", una sorta di libretto di istruzioni genetiche, capace di dare vita a una nuova generazione di olivi resilienti, in grado di convivere con il patogeno. Le novità sono state illustrate durante un convegno promosso da Confagricoltura a Roma, in cui sono stati presentati i risultati di tre progetti di ricerca. Il primo, denominato Omibreed, coordinato da Maria Saponari del Cnr e dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante di Bari, ha gettato le fondamenta di questa transizione biologica ed effettuato la mappatura genetica, caratterizzando oltre 2.600 genotipi di olivo e identificando 1.500 profili molecolari unici. Il risultato è stato un immenso patrimonio di biodiversità, poi tradotto in una piattaforma genomica di precisione, uno strumento bioinformatico in grado di analizzare contemporaneamente più di un milione di varianti genetiche. Ma la vera svolta è arrivata mettendo le piante alla prova sul campo: circa 200 varietà coltivate sono state esposte all'infezione del batterio in contesti controllati. Il test ha permesso di osservare in tempo reale quali geni si attivano quando la pianta viene attaccata, portando all'individuazione di nuove potenziali fonti di resistenza naturali e alla comprensione dei meccanismi molecolari che permettono ad alcune varietà di bloccare la replicazione del batterio o di tollerarne la presenza nei vasi xilematici, ovvero in canali in cui scorre la linfa grezza. Lo studio ha inoltre ha approfondito le conoscenze sulla resistenza al freddo e avviato programmi di miglioramento genetico estesi anche al mandorlo, altra coltura colpita dal microrganismo. Il secondo progetto, denominato Novixgen, guidato da Elena Santilli del Centro olivicoltura, frutticoltura e agrumicoltura (Crea) di Rende, ha individuato i bersagli specifici per il breeding, ovvero il miglioramento delle varietà. Esaminando oltre Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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200 genotipi, il team ha isolato marcatori molecolari specifici e, soprattutto, un locus genetico strettamente associato alla resistenza, ossia una zona del cromosoma dove risiedono i geni responsabili di un determinato carattere. Averlo individuato significa possedere la chiave per guidare incroci mirati con assoluta precisione. I frutti di questo lavoro sono già tangibili: sono stati generati nuovi genotipi di olivo promettenti e, per la prima volta in Italia, la ricerca è riuscita a trasferire il locus di resistenza anche in piante di vite, altra coltura suscettibile ad altri ceppi di Xylella. Il progetto Novixgen ha isolato anche dei microrganismi antagonisti naturali del batterio, mettendo a punto un consorzio microbico che, applicato alle piante, si è dimostrato capace di mitigare i sintomi della malattia. L'ultimo tassello di questa strategia integrata arriva dall'Università della Tuscia di Viterbo con il progetto Ancosix, dove la sfida si sposta sul piano tecnologico molecolare attraverso lo sviluppo di sistemi di contrasto diretto che utilizzano peptidi antimicrobici (piccole proteine killer per il batterio), batteriofagi (virus capaci di infettare e distruggere esclusivamente la Xylella) e nanovettori innovativi. Le nanotecnologie consentono di racchiudere queste sostanze attive in "veicoli" microscopici in grado di penetrare all'interno dei tessuti della pianta in modo efficiente e mirato, rilasciando il principio attivo esattamente dove il batterio si insedia e crea i blocchi linfatici. Le formulazioni più avanzate hanno già superato i test di biocompatibilità, dimostrando di non 74 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

essere tossiche per l'ulivo o per l'ambiente, e sono attualmente in fase di sperimentazione nei campi sperimentali. L'incrocio tra i tre progetti sta delineando una strategia a lungo termine il cui obiettivo finale non è più l'eradicazione impossibile, ma una convivenza sostenibile che permetta di rigenerare definitivamente il paesaggio e l'economia olivicola italiana. (E. G.).

LA PREVENZIONE COME UNICA VIA

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l batterio della Xylella fastidiosa si diffonde attraverso degli insetti vettori che si nutrono della linfa delle piante, come la sputacchina media, che trasmettono l'infezione pungendo prima una pianta malata e poi una sana. Arrivato dalle Americhe nel Salento intorno al 2013, questo patogeno ha causato la morte di milioni di alberi secolari con conseguenze devastanti per l'economia e il paesaggio. Poiché non esiste ancora una cura efficace per guarire le piante infette, l'unica strategia applicabile è la prevenzione, che si attua attraverso l'abbattimento degli esemplari malati, la pulizia dei terreni per eliminare gli insetti vettori e severe misure di quarantena commerciale.


FOODBORNE VIRUSES Sfide (ri)emergenti per la sicurezza alimentare: prevenzione, controllo e comunicazione del rischio

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IL CENSIMENTO DI SETTEMILA ANTICHE CAVE E CATACOMBE FORNISCE ALLA METROPOLI LO STRUMENTO ESSENZIALE PER PREVENIRE CEDIMENTI IMPROVVISI IN SUPERFICIE

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a stabilità geomorfologica di Roma è strutturalmente condizionata da ciò che è stato sottratto al suo sottosuolo nel corso di oltre due millenni. La fitta rete di antiche cave per l’estrazione di tufo e pozzolana, intersecata da decine di chilometri con gallerie funerarie, cunicoli idraulici e cisterne ipogee, costituisce una complessa architettura del vuoto che determina la vulnerabilità della superficie sovrastante. La nuova Carta delle cavità sotterranee, aggiornata al 2026 e presentata nel Parco Naturale dell’Appia Antica, restituisce la misurazione più estesa e rigorosa finora disponibile di questa stratificazione nascosta: uno strumento dinamico essenziale per la valutazione della suscettibilità ai fenomeni di sprofondamento. L’opera cartografica è stata realizzata dal dipartimento per il Servizio geologico d’Italia dell’Ispra, in sinergia con l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr e l’Università della Tuscia, aggiornando la precedente stesura del 2017 grazie al contributo di Roma Capitale e delle associazioni speleologiche “Roma Sotterranea” e “Sotterranei di Roma”. Il database integra letteratura scientifica, archivi storici, cartografie archeologiche e moderne indagini geognostiche sul campo. È proprio questa necessaria eterogeneità delle fonti, diverse per epoca e per risoluzione spaziale, a conferire spessore all’indagine, imponendo, parallelamente, un rigoroso approccio probabilistico nella lettura dei dati. Analizzando un’area di 350 chilometri quadrati del tessuto urbano, l’istituto ha censito circa 5.600 elementi puntuali e 1.500 geometrie lineari o poligonali. I primi segnalano la presenza documentata di una cavità di cui non è ancora tracciabile lo sviluppo spaziale; i secondi definiscono l’ingombro planimetrico o l’andamento dei cunicoli già esplorati. La mappa di densità derivata da queste elaborazioni restituisce un quadro inequivocabile: oltre 100 chilometri quadrati della Capitale sono interessati dalla presenza di vuoti, e di questi quasi 61 ricadono in zone classificate ad elevata densità. Le concentrazioni massime affiorano nei Municipi I, II, IV, V e VIII, tracciando la geografia storica dello sfruttamento dei giacimenti piroclastici e delle aree catacombali.

Al contrario, i settori occidentali e nord-occidentali evidenziano una rarefazione dei vuoti, una metrica coerente con la diversa litologia dei terreni e con una pressione estrattiva storicamente meno invasiva. I ricercatori sottolineano come tali parametri rappresentino un inventario delle occorrenze certificate, non la mappa definitiva dell’intero sottosuolo romano. L’estensione complessiva del reticolo artificiale sfugge ancora a una quantificazione totale. Questa architettura ipogea costituisce il principale fattore scatenante dei sinkhole antropogenici, sprofondamenti improvvisi capaci di tramutare un’anomalia geologica in un collasso critico per infrastrutture, viabilità e sottoservizi. La vulnerabilità del territorio è iscritta nella sua stessa matrice geologica: Roma poggia su vasti depositi di tufi e pozzolane, materiali litoidi di facile escavazione che hanno garantito l’espansione urbanistica dell’Impero, lasciando, però, in eredità una fitta trama di cavità instabili. La tenuta meccanica di queste volte dipende da un delicato equilibrio idrogeologico: le vibrazioni di superficie, le repentine escursioni del livello di falda, le infiltrazioni meteoriche e l’inevitabile degradazione chimico-fisica del tufo innescano perdite di coesione interna. Le dinamiche di crollo possono presentare lunghi tempi di latenza per poi propagarsi bruscamente verso la superficie. Di conseguenza, il documento non ha finalità predittive sul singolo cedimento, ma fissa le basi per una corretta analisi della suscettibilità spaziale. L’efficacia della carta geologica convive con limiti ineliminabili. Molti ipogei derivano da trascrizioni storiche prive di coordinate assolute, portando con sé margini d’incertezza topografica; altre volumetrie potrebbero essere state inavvertitamente obliterate dall’espansione edilizia del Novecento. La mappa non sostituisce le indagini di dettaglio necessarie per la singola progettazione infrastrutturale, ma si impone come strumento di governo per le analisi territoriali di area vasta. Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra e Snpa, inquadra il valore sistemico del progetto: «Conoscere il sottosuolo della Capitale significa comprendere una parte fondamentale della sua identità, della sua storia e del suo futuro. Sotto le strade, gli edifici e i monumenti di Roma si estende un patrimonio straordinario, frutto di secoli di stratificazioni storiche e trasformazioni urbanistiche. La conoscenza approfondita del sottosuolo non rappresenta soltanto un’esigenza scientifica e tecnica, ma costituisce uno strumento indispensabile per dotare la città di una maggiore capacità di programmare il proprio sviluppo, prevenire criticità e valorizzare risorse spesso invisibili ma di enorme valore culturale, storico e ambientale». Concepita come un ecosistema digitale in continuo aggiornamento, la cartografia accompagnerà l’evoluzione delle tecniche di telerilevamento. Il sottosuolo urbano smette così di essere un mero vuoto archeologico per assumere la dignità di un orizzonte geomorfologico attivo, la cui mappatura rigorosa è il primo requisito per la sicurezza della metropoli contemporanea. (G. P.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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li incendi del 2025 hanno colpito in Italia 965 chilometri quadrati di territorio: un’estensione pari alla provincia di Pistoia, quasi il doppio di quanto registrato nel 2024. Nella serie storica costruita da Effis (European Forest Fire Information System), l’annata si colloca tra quelle ad elevata criticità, superata soltanto dai picchi del 2007, 2017, 2021 e 2023. Non è un’anomalia isolata: è una traiettoria che il monitoraggio scientifico ora documenta con sufficiente precisione da rendere necessaria una lettura sistematica, non episodica. I dati emergono dalle attività Ispra sul monitoraggio dei grandi incendi boschivi, un sistema che fornisce ogni anno informazioni solide e aggiornate a supporto delle amministrazioni centrali e regionali. Le analisi si basano su osservazioni satellitari ad alta risoluzione, con coerenza metodologica e rappresentatività statistica. Eventuali differenze rispetto ad altri dati risultano contenute e non influiscono sulla lettura complessiva del fenomeno: una precisazione rilevante per chi utilizza queste informazioni a fini gestionali o comparativi. Oltre la dimensione quantitativa aggregata, l’analisi di dettaglio rivela dove la pressione del fuoco si sia concentrata con maggiore intensità. Più del 30% della superficie totale bruciata ricade, infatti, all’interno delle aree protette. Se si considerano i soli ecosistemi forestali, la quota sale al 38%. Significa che più di un terzo del patrimonio 78 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

boschivo bruciato si trovava in territori sottoposti a tutela, con un conseguente deterioramento di specie, habitat e funzioni ecologiche e assumendo un peso specifico che i numeri aggregati da soli non restituiscono appieno. Sul totale nazionale, il 48% degli eventi incendiari ha interessato ecosistemi forestali. In termini di superficie, circa 123 Km2 di aree boscate sono stati percorsi dai roghi, un’estensione comparabile al comune di Ancona. La ripartizione per tipologia vegetazionale evidenzia che la quota maggiore riguarda le latifoglie sempreverdi, con circa 57 km², rappresentate principalmente da leccete, sugherete e macchia alta. Seguono le latifoglie decidue con circa 36 km², tra querceti, castagneti e faggete; le aghifoglie sempreverdi superano i 24 km² e comprendono boschi naturali e piantagioni di conifere; i restanti 5,79 km² sono riferiti a sistemi forestali misti. La distribuzione per categorie mostra che nessun tipo è rimasto sostanzialmente immune: sono state colpite tanto le formazioni mediterranee quanto quelle appenniniche e le piantagioni. La distribuzione geografica conferma tendenze storiche consolidate. Sicilia, Calabria e Campania contribuiscono complessivamente al 71% delle superfici silvestri incendiate a livello nazionale. Il Meridione e le isole maggiori restano le aree strutturalmente più esposte. Le rilevazioni evidenziano, peraltro, una crescita su base annua degli ecosistemi colpiti in Basilicata, Ca-


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LE ANALISI ISPRA MISURANO L’IMPATTO ECOLOGICO: LE AREE PROTETTE SUBISCONO UN TERZO DEI DANNI. SICILIA CALABRIA E CAMPANIA CONCENTRANO IL 71% DELLE PERDITE FORESTALI

labria e Puglia, delineando un quadro di vulnerabilità persistente per tali contesti. Roberto Inghilesi, responsabile del Centro operativo sorveglianza ambientale dell’Ispra, inquadra il significato scientifico di questi numeri: «Le attività dell’Istituto nel campo del monitoraggio satellitare e nello studio degli impatti degli incendi sugli ecosistemi naturali garantiscono un solido supporto scientifico per la valutazione dei trend in atto e delle possibili conseguenze legate ai cambiamenti climatici. Comprendere i tempi e le modalità di risposta dei sistemi boschivi agli eventi incendiari è fondamentale per orientare efficacemente le strategie di gestione, ripristino e prevenzione, in un contesto caratterizzato da una crescente pressione climatica.» Al quadro del 2025 si aggiungono le rilevazioni del 2026. Da Capodanno al 9 giugno risulta una superficie complessiva colpita di circa 60 km², pari all’estensione del Lago di Bracciano, di cui quasi 20 km² di copertura forestale. La regione attualmente più colpita è la Toscana, con circa il 28% delle aree forestali percorse da incendio nel periodo considerato; la Calabria segue con circa il 23%. Il dato parziale del 2026 non consente ancora valutazioni di tendenza, ma segnala che la stagione si è aperta con eventi già significativi per estensione. Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra e Snpa, colloca il fenomeno in una prospettiva più ampia: «I boschi rappresentano uno dei

patrimoni più preziosi del nostro Paese: custodiscono biodiversità, assorbono carbonio, proteggono il suolo e contribuiscono al benessere delle comunità. I dati del 2025 ci ricordano che gli incendi boschivi non sono soltanto un’emergenza ambientale, ma una sfida che riguarda la sicurezza dei territori, l’economia e la qualità della vita delle persone. Per questo è necessario investire sempre di più nella prevenzione, nella conoscenza e nella capacità di intervenire tempestivamente. Nessuna istituzione può affrontare da sola questa sfida: serve una grande alleanza tra Stato, Regioni, enti locali, comunità scientifica, sistema della protezione civile, mondo agricolo e cittadini. Ispra e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente mettono a disposizione dati, monitoraggi e competenze scientifiche per sostenere decisioni efficaci e costruire una cultura della prevenzione sempre più diffusa. Proteggere i nostri boschi significa proteggere il futuro del Paese». Oltre l’estensione delle superfici bruciate, il bilancio consegna alle istituzioni un patrimonio di evidenze inequivocabili. Il sistema satellitare ha dimostrato la capacità di mappare dinamiche ecologiche complesse con rigore metodologico. La sfida, ora, non è più soltanto quantificare la perdita, ma trasformare quelle misurazioni in strategie attive di prevenzione, affinché l’accuratezza dei monitoraggi diventi lo strumento primario per la vera tutela del territorio. (G. P.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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estrazione di sabbia destinata all’industria delle costruzioni rappresenta una delle cause primarie di alterazione morfologica e biologica degli ecosistemi fluviali e alluvionali. Per mitigare questa pressione estrattiva, che alimenta una vera e propria crisi globale delle risorse sabbiose, l’ingegneria dei materiali sta testando soluzioni strutturali capaci di prescindere dagli inerti vergini. Il progetto “Sarcos” (Steel And Recycled COncrete Slab), finanziato dal bando PRIN 2022 del Ministero dell’Università e della Ricerca, ha validato la fattibilità tecnica di solette composte in acciaio e calcestruzzo in cui gli aggregati naturali sono interamente sostituiti da macerie provenienti da edifici dismessi. Condotto da un gruppo di ricerca congiunto dell’Università di Cagliari e del Politecnico di Milano, lo studio dimostra come la meccanica delle strutture possa fornire uno strumento operativo diretto per la biologia della conservazione. La logica costruttiva delle solette composte si basa sulla cooperazione tra due materiali: il calcestruzzo, che assorbe gli sforzi di compressione, e la lamiera profilata in acciaio ad alta resistenza, che supporta le forze di trazione. L’efficienza del sistema dipende dal legame chimico e dall’incastro meccanico all’interfaccia tra le componenti. Fino a oggi la letteratura scientifica ha considerato quasi esclusivamente l’impiego di calcestruzzo confezionato con aggregati naturali, e le stesse direttive europee di progettazione (EN 1994-1-1) non forniscono parametri per l’utilizzo di aggregati riciclati. Questa lacuna normativa e conoscitiva si scontra con una criticità ecologica misurabile: secondo i dati dell'Associazione Europea dei Produttori di Aggregati (UEPG), l'85% dei circa tre mi© An liardi ot h

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di tonnellate di inerti prodotti annualmente nell'Unione Europea viene prelevato direttamente da cave naturali. L’impiego di materiali di recupero, specialmente nella frazione fine, è disciplinato in modo frammentario a livello globale. Nazioni come Australia, Cina e Svizzera consentono la sostituzione totale degli aggregati grossolani, mentre l’utilizzo di sabbie ottenute dalla frantumazione del calcestruzzo è limitato al 20% nel Regno Unito e al 30% in Corea. Le restrizioni derivano dal comportamento del materiale grezzo: i test accademici pregressi indicano che, sostituendo il 30% di aggregati grossolani e il 20% di fini in un mix tradizionale, la resistenza alla compressione diminuisce di circa il 10%, sollevando interrogativi su durabilità e risposta ai carichi. I ricercatori italiani hanno superato l’ostacolo analizzando la risposta meccanica non del singolo materiale, ma dell’intera architettura composita. È noto, infatti, che il calcestruzzo ottenuto da materiale di recupero possa subire flessioni prestazionali rispetto allo standard. «Con il progetto, invece, abbiamo dimostrato, con prove in scala reale, che nelle solette composte non solo non cambia la performance, ma anzi in alcuni casi aumenta: abbiamo fatto prove utilizzando calcestruzzo riciclato in varie percentuali, dal 30 al 100%, e il risultato restava invariato» ha spiegato Flavio Stochino, docente del dipartimento d’Ingegneria civile, ambientale e architettura dell’Università di Cagliari e capofila del progetto, affiancato dalla docente Monica Valdes e dai ricercatori Giovanna Concu e Marco Zuc-

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ca. L’impatto di questa evidenza ingegneristica investe in modo diretto la salvaguardia della biodiversità. Marco Simoncelli, ricercatore del dipartimento di Architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito (DABC) al Politecnico di Milano, chiarisce la ricaduta naturalistica dello studio: «Nessuno ci pensa, ma la sabbia impiegata nelle costruzioni non proviene dal deserto, ma da cave fluviali o alluvionali; quindi, in questo modo si eviterebbe di andare a scavare ulteriormente, aiutando a preservare gli ambienti naturali d’origine. È noto che la sabbia sia uno dei materiali più impiegati nelle costruzioni e questo ha portato a una vera e propria “crisi della sabbia” nel mondo». Tale approccio converte il rifiuto urbano in risorsa primaria, azzerando l’alterazione fisica degli habitat acquatici. «Con la nostra soluzione si potrebbe, dunque, sostituire la sabbia nelle costruzioni e utilizzare, invece, le macerie derivanti dalla demolizione di ecomostri, per esempio» conclude Simoncelli, supportato nello studio dai docenti milanesi Claudio Bernuzzi e Marco Andrea Pisani. Il ciclo di vita della soluzione ideata garantisce una circolarità totale: a fine uti-

lizzo la soletta può essere disassemblata, l’acciaio fuso nuovamente e il blocco cementizio frantumato per un cantiere successivo. La prassi asseconda i Criteri ambientali minimi e la certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design), evitando, inoltre, l’incremento di cemento vergine nel mix per compensare le perdite meccaniche, strategia che aggraverebbe le emissioni di anidride carbonica. La solidità del protocollo ha ottenuto il riconoscimento della comunità accademica internazionale con diverse pubblicazioni, culminate nel dicembre 2025 sulle pagine del periodico “Materials and Structures” del gruppo Springer Nature. Sulla scorta di queste evidenze, i gruppi di ricerca stanno strutturando nuove proposte di finanziamento, tra cui una candidatura al programma europeo RFCS (Research Fund for Coal and Steel) prevista per settembre. L’eredità dello studio consegna alla biologia della conservazione una certezza inedita. Svincolando la stabilità degli edifici dal prelievo di sabbie vergini, l’ambiente costruito inizia a metabolizzare i propri scarti strutturali, restituendo finalmente ai bacini idrografici la loro esclusiva vocazione ecologica. (G. P.).

Il progetto “Sarcos” tra Cagliari e Milano azzera il prelievo di sabbie vergini impiegando inerti da demolizione per garantire tenuta e integrità ecologica

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La spedizione al largo del Brasile svela i segreti della zona intermedia dell’oceano, in gran parte inesplorata

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rentuno nuove specie identificate in sole due settimane. È il risultato di una spedizione scientifica condotta nelle acque internazionali al largo delle coste del Brasile, un’impresa che potrebbe rappresentare un record per rapidità di scoperta grazie alla collaborazione di esperti provenienti da quattro continenti. La missione è partita da Salvador de Bahia a bordo della nave da ricerca Falkor (too), gestita dallo Schmidt Ocean Institute con il supporto dell’Università dell’Australia Occidentale e di altri istituti internazionali. A prendere parte allo studio oltre 20 ricercatori uniti dall’obiettivo di esplorare una delle aree meno cono82 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

sciute del pianeta: la cosiddetta zona intermedia dell’oceano, compresa tra i fondali e gli strati superficiali illuminati dal Sole. Questa fascia marina rappresenta circa il 90% dello spazio abitabile della Terra, ma resta ancora in gran parte inesplorata. Proprio qui gli studiosi hanno individuato un’incredibile varietà di organismi mai descritti prima. Tra le nuove specie figurano un anfipode, piccolo crostaceo imparentato con granchi e aragoste, un veloce verme trasparente, nove meduse, sette sifonofori – organismi coloniali affini a meduse e coralli –, sette ctenofori, noti anche come meduse a pettine, quattro larvacei, curiosi animali che vivono

all’interno di strutture mucose e che, dal punto di vista evolutivo, risultano più vicini all’uomo che agli invertebrati, oltre a due a due organismi unicellulari appartenenti al gruppo dei rizari, abbastanza grandi da essere visibili anche a occhio nudo. Secondo la responsabile scientifica della spedizione, la biologa marina Karen Osborn dello Smithsonian National Museum of Natural History, il risultato è stato sorprendente. «È stato davvero entusiasmante. La zona intermedia dell’oceano è piena di animali incredibili di cui sappiamo ancora pochissimo. Inoltre stavamo esplorando un’area mai studiata prima, quindi le possibilità di trovare nuove specie erano molto elevate», ha dichiarato. A rendere possibile questi risultati è stata una rivoluzionaria tecnologia soprannominata Squid, un microscopio confocale a scansione laser installato direttamente a bordo della nave. Per la prima volta gli scienziati hanno potuto osservare in tempo reale la struttura tridimensionale delle cellule di organismi microscopici senza attendere settimane di preparazione dei campioni. La spedizione ha impiegato anche sistemi di imaging sperimentali e analisi genetiche, che hanno permesso di identificare rapidamente gli organismi raccolti durante le immersioni. Le nuove scoperte contribuiscono ad ampliare la conoscenza sulla vita negli oceani. Per Osborn la missione conferma quanto sia essenziale continuare a investire nella ricerca oceanografica e nella cooperazione internazionale. «Dovremmo svolgere molte più spedizioni come questa. È fondamentale riunire team con obiettivi comuni e sperimentare nuovi modi di osservare il mondo marino: esiste un’enorme quantità di forme di vita, immaginate quanto potremo imparare conoscendole meglio», ha concluso la scienziata. (D. E.).


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Un’analisi mostra le perdite record dei ghiacciai, aggravate dal caldo estremo e dallo scarso innevamento

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elle Alpi elvetiche l’estate non arriva mai all’improvviso, ma viene annunciata da un lento ed elegante assottigliarsi del manto bianco che le avvolge, dalla pelle dei fianchi che si scurisce, un po’ come quando ci si abbronza. È attraverso questi segnali che i glaciologi apprendono quanto ghiaccio scomparirà entro la fine della stagione. Quest’anno le misurazioni GLAMOS (Glacier Monitoring Switzerland, il programma nazionale di monitoraggio dei ghiacciai) hanno registrato una perdita di massa estremamente rapida. Ciò ha portato gli studiosi a introdurre un nuovo indicatore dedicato, il Glacier Loss Day, che corrisponde al giorno in cui un ghiacciaio raggiunge il suo minimo annuale. Tale indicatore è concettualmente mutuato dal Earth Overshoot Day, ma applicato a un sistema fisico che reagisce in modo diretto alle condizioni meteorologiche. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del WSL e analizzati anche su The Cryosphere, la combinazione tra un inverno povero di neve e un’estate calda ha prodotto un deficit energetico che i ghiacciai non hanno potuto compensare. La neve stagionale, che normalmente riflette la radiazione solare e protegge il ghiaccio sottostante, è stata insufficiente: in alcune regioni delle Alpi centrali il manto nevoso era inferiore del 25% rispetto alla media degli ultimi decenni. Quando la neve manca, il ghiaccio affiora prima e assorbe più energia, fondendo più velocemente. Come spiegano gli studiosi della Swiss Academy of Sciences, la fusione non dipende solo dalle temperature massime, ma anche dalla durata del periodo in cui la superficie glaciale rimane esposta. Nel 2026 questa finestra è stata insolitamente lunga, con settimane di cielo sereno e notti trop-

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di Michelangelo Ottaviano po miti per permettere una ricongelazione significativa. Il Glacier Loss Day ha rivelato che molti ghiacciai hanno raggiunto il minimo stagionale con largo anticipo, alcuni, ad esempio, già a fine agosto. È un segnale che, a detta dei ricercatori, indica un cambiamento strutturale del bilancio di massa: non si tratta più di oscillazioni annuali, ma di una tendenza persistente che accelera con ogni inverno debole. Gli studi pubblicati su The Cryosphere confermano che la perdita di volume dei ghiacciai svizzeri negli ultimi anni è stata tra le più rapide mai misurate, con un ritmo che supera quello previsto dai modelli climatici degli anni Duemila. È stato sottoline-

ato, inoltre, che il declino non è uniforme, poiché i ghiacciai più piccoli e privi di bacini di accumulo adeguati, sono i primi a raggiungere le soglie critiche, mentre quelli più grandi mostrano una resistenza moderata ma pur sempre in diminuzione. Il Glacier Loss Day diventa così un indicatore della velocità con cui le Alpi stanno perdendo la loro riserva di “acqua solida”, una riserva che alimenta fiumi, ecosistemi e infrastrutture idroelettriche. Gli autori ci hanno tenuto a ricordare che la fusione accelerata non è solo un fenomeno fisico, ma un cambiamento che ridisegna il paesaggio e modifica la percezione stessa delle montagne. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Emissioni in calo: le analisi scientifiche confermano un miglioramento generale, ma che non è ancora sufficiente

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na riduzione significativa delle emissioni da auto in Europa non si sarebbe potuta rilevare con effetto immediato, perché i cambiamenti richiedono tempo per produrre variazioni misurabili. È un processo che quindi è misurabile solo dopo diversi cicli di immatricolazione, nonché il risultato di una trasformazione tecnica degli ultimi anni, la quale ha modificato profondamente i veicoli. I dati pubblicati di recente dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, riportati anche da AGI, raccontano però che, finora, la CO2 media delle nuove immatricolazioni sembra essere scesa rispetto agli anni precedenti. 84 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

Tale andamento è stato confermato anche dalle analisi dell’International Council on Clean Transportation, secondo cui le emissioni medie dei costruttori europei si attestano attorno ai 96 g/km, a pochi grammi dal target fissato dall’Unione per il periodo 2025–2027. Questa diminuzione è legata soprattutto alla crescita dei veicoli elettrici, che nei primi mesi del 2026 hanno raggiunto una quota del 21% delle nuove registrazioni, mentre gli ibridi plug in si sono stabilizzati attorno al 10%, contribuendo a ridurre la presenza dei motori a combustione tradizionali. Le analisi del JRC (Joint Research Centre) della Commissione

Europea mostrano che l’introduzione del ciclo WLTP (Worldwide Harmonised Light Vehicles Test Procedure) ha reso più accurata la misurazione delle emissioni, riducendo il divario con i valori reali (anche se i test RDE continuano a evidenziare differenze dovute alle condizioni di guida). Studi pubblicati su Environmental Science & Technology indicano che i motori di ultima generazione hanno migliorato l’efficienza termica grazie a sistemi di gestione elettronica più avanzati. Parallelamente, anche il quadro normativo europeo sta cambiando: la normativa Euro 7 introduce limiti più severi sulle emissioni in condizioni reali, includendo per la prima volta anche quelle non legate alla combustione, come il particolato dei freni e l’abrasione degli pneumatici. Questo approccio più ampio permette di valutare l’impatto complessivo dei veicoli, inclusi quelli elettrici, e contribuisce a rendere più coerente la riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti. Secondo l’ICCT (International Council on Clean Transportation), la crescita dei SUV elettrici e ibridi introduce nuove variabili, perché il peso maggiore richiede più energia per la trazione e può ridurre l’efficienza complessiva, ma la tendenza generale rimane positiva: le emissioni allo scarico dei veicoli nuovi continuano a diminuire e la quota di modelli a zero emissioni aumenta in modo costante nei principali mercati europei. La ricerca scientifica concorda sul fatto che questi progressi, pur significativi, non sono ancora sufficienti per raggiungere gli obiettivi climatici del 2030 e del 2035, ma indicano che la traiettoria è coerente con la transizione verso un sistema di mobilità più sostenibile. (M. O.).


Ambiente

Alcune ricerche sul DNA mostrano come le piante siano in grado adattarsi a caldo, siccità e stress crescenti

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a capacità delle piante di adattarsi a condizioni climatiche sempre più instabili dipende da alcuni meccanismi genetici che la ricerca sta iniziando a raccontare con sempre più consapevolezza. Negli ultimi anni, studi pubblicati su Nature Plants hanno spiegato che il genoma di una pianta, quando esposta a stress idrico o termico, attiva una serie di risposte che coinvolgono le cosiddette proteine di protezione. Questi processi sono delle strategie che permettono alle colture di mantenere le funzioni vitali anche in condizioni estreme. Le analisi condotte dai gruppi di ricerca europei e statunitensi, come raccontato sugli studi in questione, mostrano come la tolleranza alla siccità dipenda in gran parte dalla regolazione degli stomi, dalla stabilità delle membrane cellulari e dalla capacità delle radici di modificare la loro architettura per aumentare l’assorbimento dell’acqua. Anche altri studi di The Plant Cell hanno evidenziato come, in risposta a condizioni di caldo intenso, si verifichi un’attivazione delle proteine che proteggono il DNA e impediscono danni strutturali alle cellule. Parallelamente, le ricerche su PNAS raccontano che alcune colture possono migliorare l’efficienza fotosintetica modulando l’espressione dei geni coinvolti nella cattura della luce, riducendo le perdite di energia nelle ondate di calore. Questi risultati hanno spinto la comunità scientifica a considerare l’editing genetico uno strumento utile per accelerare l’adattamento delle colture. Le tecniche di miglioramento genetico di nuova generazione, come le TEA, permettono di intervenire su singoli geni responsabili della tolleranza allo stress senza introdurre materiale genetico esterno. Questa straordinaria capacità delle piante, tuttavia,

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non dipende solo dal genoma: alcune ricerche di Nature Communications mostrano che anche il microbioma radicale contribuisce alla tolleranza della siccità. La risposta delle piante al clima, dunque, non è il risultato di un singolo tratto genetico, ma di un insieme coordinato di processi che coinvolgono DNA, metabolismo e interazioni con l’ambiente. La ricerca sta cercando di comprendere come questi elementi possano essere potenziati senza alterare gli equilibri ecologici. Le piante registrano gli stress subiti attraverso modificazioni epigenetiche che possono essere trasmesse alle generazioni successive, accelerando l’adattamento in

ambienti estremi. L’obiettivo è identificare quali tratti genetici permettono alle colture di sopravvivere quando le condizioni climatiche diventano imprevedibili. In un contesto in cui caldo, siccità ed eventi metereologici instabili sono destinati ad aumentare, comprendere questi meccanismi una strada promettente per garantire la conservazione di alcune specie vegetali e per indirizzare l’agricoltura dei prossimi decenni. È chiaro però che si tratta di studi che si inseriscono in un panorama di ecosistemi già estremamente fragile, nel quale sarebbe stato necessario intervenire prima e con una progettualità diversa. (M. O.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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di Giovanni Misasi* e Teresa Pandolfi*

Volterra.

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Italia è tra i Paesi più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita superiore agli 84 anni. La sfida contemporanea non riguarda tuttavia esclusivamente l’estensione della vita, ma il mantenimento di condizioni di salute, autonomia e qualità della vita lungo tutto l’arco dell’invecchiamento. La longevità è il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici, ambientali, comportamentali e sociali. In questa prospettiva, il territorio assume un ruolo determinante, configurandosi come un’infrastruttura in grado di influenzare direttamente i determinanti di salute. I paradigmi di One Health e Planetary Health hanno consolidato l’evidenza scientifica dell’interdipendenza tra salute umana, ecosistemi e sistemi sociali, evidenziando la necessità di approcci integrati capaci di affrontare sfide complesse quali l’invecchiamento della popolazione, le malattie croniche non trasmissibili, il cambiamento climatico e le disuguaglianze territoriali.

Determinanti territoriali della longevità La distribuzione della longevità non è uniforme sul territorio. Le aree interne e i piccoli borghi italiani sono interessati da processi demografici critici, caratterizzati da invecchiamento della popolazione, denatalità e spopolamento, accompagnati dalla progressiva riduzione dei servizi essenziali. Tuttavia, tali contesti conservano elementi favorevoli alla salute: qualità ambientale elevata, minore esposizione all’inquinamento, presenza diffusa di spazi verdi, modelli di vita comunitari e patrimonio culturale e alimentare identitario. Paradossalmente, i luoghi potenzialmente più favorevoli alla salute rischiano oggi di perdere la propria funzione sociale ed economica. La letteratura scientifica evidenzia come i fattori associati alla longevità includano regimi alimentari equilibrati, attività fisica quotidiana, coesione sociale, ridotto isolamento e qualità degli ambienti di vita. Ne deriva che la longevità rappresenta un fenomeno fortemente influenzato dalle caratteristiche del contesto territoriale. Il territorio come infrastruttura di salute La salute delle popolazioni è determinata in larga misura da fattori ambientali, sociali e comportamentali, oltre che dall’accesso ai servizi sanitari. Elementi quali qualità dell’aria, disponibilità di cibo sano, opportunità di attività fisica, reti sociali e condizioni socioeconomiche influenzano in modo significativo l’insorgenza delle malattie croniche non trasmissibili. I borghi storici possiedono molti di questi fattori protettivi in forma naturale. Una struttura urbana a misura d'uomo favorisce la mobilità attiva; la vicinanza sociale contrasta isolamento e solitudine; l'agricoltura locale sostiene modelli alimentari più sani. In questo quadro, il territorio può essere interpretato come * Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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una infrastruttura di salute, in grado di favorire o ostacolare i processi di prevenzione e benessere lungo tutto il ciclo di vita. Dai borghi storici alle Longevity City Per lungo tempo il dibattito pubblico ha interpretato i borghi come oggetti di conservazione o attrazioni turistiche. Tuttavia, la sola valorizzazione estetica non è sufficiente a contrastarne il declino. Un borgo vive quando offre opportunità, servizi e qualità della vita. Il progetto Borghi del Benessere – Longevity City, promosso dall’Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere (ASBSF), propone un modello di rigenerazione territoriale basato su un approccio integrato alla salute e allo sviluppo locale. L’iniziativa coinvolge oltre cinquanta Comuni e si fonda su un disciplinare scientifico strutturato che orienta interventi multidimensionali finalizzati alla promozione della salute pubblica, al rafforzamento della coesione sociale e alla rigenerazione delle aree interne. Il modello interpreta i borghi non come contesti da preservare in senso statico, ma come sistemi dinamici in cui ambiente, comunità e servizi concorrono alla produzione di salute. Infrastrutture territoriali per la longevità: il mo dello dei Borghi del Benessere Il progetto si fonda su un Disciplinare scientifico articolato in dieci punti strategici e prevede azioni integrate volte a costruire quelle che possono essere definite infrastrutture territoriali della longevità. Una comunità longeva necessita infatti di strumenti permanenti di osservazione, prevenzione e promozione della salute, tra cui osservatori socio-ambientali, monitoraggio delle matrici ambientali, report epidemiologici territoriali, verde urbano terapeutico, orti del benessere e piante officinali, promozione della filiera corta e delle produzioni locali, educazione alla salute e alla sostenibilità, spazi per l'incontro intergenerazionale, welfare di prossimità e telemedicina. Questi elementi contribuiscono alla costruzione di contesti favorevoli alla salute, integrando dimensioni ambientali, sociali e sanitarie in un unico sistema territoriale. Il ruolo dell’Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere nella costruzione delle Longevity City Il progetto nasce dall’attività dell’Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere (ASBSF), che ha sviluppato un approccio operativo basato sull’in88 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

tegrazione tra analisi dei determinanti ambientali e sociali della salute e applicazione territoriale di strumenti scientifici. L’Associazione ha promosso la costituzione della rete dei Borghi del Benessere, l’attivazione degli Osservatori Socio-Ambientali e l’elaborazione di strumenti di analisi e monitoraggio finalizzati alla lettura integrata dei territori. In un contesto in cui i temi della longevità, della prevenzione e della rigenerazione delle aree interne assumono crescente rilevanza nelle politiche pubbliche nazionali ed europee, tale esperienza rappresenta un’applicazione strutturata di un approccio sistemico alla salute territoriale. Il Nuovo BioUmanesimo: un Manifesto per la so cietà della longevità La crisi ecologica, demografica e sociale richiede un cambiamento culturale profondo. Non basta aumentare la crescita economica se questa avviene a discapito della qualità della vita. Da questa consapevolezza nasce il Manifesto del Nuovo BioUmanesimo, elaborato dall'Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere come cornice etica e culturale del progetto Borghi del Benessere - Longevity City. Il Manifesto propone un paradigma innovativo che supera la tradizionale separazione tra salute umana, ambiente, economia e progresso, riconoscendo che il benessere delle persone dipende dall'equilibrio dei sistemi naturali e sociali in cui esse vivono. I suoi principi fondamentali includono: • centralità della vita e della salute; • interconnessione tra salute umana e ambientale; • ruolo delle comunità e delle relazioni sociali; • sostenibilità e responsabilità intergenerazionale; • centralità della conoscenza scientifica e dell’innovazione; • territorio come infrastruttura di salute. Il quadro valoriale si integra con il disciplinare operativo del modello, garantendo coerenza tra visione strategica e strumenti applicativi. Se il Disciplinare dei Borghi del Benessere definisce gli strumenti operativi della trasformazione territoriale, il Manifesto ne definisce la visione strategica, individuando i principi attraverso cui orientare le scelte pubbliche verso una società della longevità. L'integrazione tra visione culturale e stru-


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menti operativi rende il modello dei Borghi del Benessere un'esperienza innovativa nel panorama nazionale: non soltanto una strategia di valorizzazione territoriale, ma una proposta di trasformazione sociale orientata alla costruzione di comunità più sane e longeve. Prospettive Il modello Borghi del Benessere - Longevity City propone una lettura innovativa dei territori marginali, interpretandoli come potenziali laboratori di innovazione per la salute pubblica e la coesione sociale. L’esperienza avviata nei Comuni aderenti evidenzia la possibilità di tradurre i principi della prevenzione e della promozione della salute in strumenti concreti di pianificazione e monitoraggio territoriale. In questa prospettiva, i territori diventano contesti attivi di produzione di salute, in cui ambiente, servizi e comunità interagiscono in modo sistemico. L’Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere si propone come interlocutore scientifico e partner progettuale per istituzioni, amministrazioni locali, ordini professionali, università ed enti di ricerca, favorendo la costruzione di reti collaborative al fine di condividere conoscenze e contribuire congiuntamente alla costruzione di comunità più sane e orientate al benessere. Conclusioni I borghi italiani non devono essere considerati territori marginali o destinati al declino, ma possono configurarsi come laboratori di innovazione sociale, sanitaria e ambientale, contribuendo alla definizione di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla salute e sulla longevità. In tali contesti è possibile sperimentare modelli avanzati di welfare territoriale, telemedicina, agricoltura sostenibile, economia circolare e pratiche di comunità resilienti. In questo quadro, il modello sviluppato dall’Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere evidenzia come l’integrazione tra analisi dei determinanti ambientali e sociali della salute, raccolta e interpretazione dei dati territoriali e progettazione di strumenti di prevenzione consenta di sviluppare approcci innovativi alla pianificazione della salute pubblica. Il progetto Borghi del Benessere rappresenta, in questo senso, un laboratorio nazionale di sperimentazione in cui si consolida una nuova alleanza tra scienza, ambiente, comunità e istituzioni. In un contesto di crescente urbanizzazione, i

piccoli centri possono assumere un ruolo strategico nel rispondere ai bisogni emergenti di salute e qualità della vita. La sfida non si limita alla conservazione dei borghi, ma riguarda la loro capacità di contribuire attivamente alla costruzione del futuro del Paese, poiché la longevità si determina non solo nei contesti sanitari e di ricerca, ma nei territori di vita quotidiana. Attraverso il Disciplinare dei Borghi del Benessere, il Manifesto del Nuovo BioUmanesimo e la rete degli Osservatori Socio-Ambientali, l'Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere ha svolto un ruolo pionieristico nell'elaborazione di un modello che integra salute, ambiente, comunità e sviluppo locale in una visione sistemica della qualità della vita e del benessere individuale e collettivo nelle varie fasce di età. In questa prospettiva, i Borghi del Benessere rappresentano un laboratorio di innovazione territoriale orientato alla longevità: una visione avanzata del futuro, in cui la longevità si trasforma da semplice fenomeno demografico a progetto di civiltà.

Apricale.

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I RISULTATI DELLE SPERIMENTAZIONI INDICANO UN INCREMENTO DELLA BIODIVERSITÀ MARINA E UN RECUPERO PIÙ RAPIDO DEGLI ECOSISTEMI COLPITI DAL RISCALDAMENTO DEGLI OCEANI

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iologia marina, stampa 3D e progettazione digitale unite per affrontare una delle emergenze ambientali più gravi degli ultimi decenni. È l’idea alla base di rrreefs, startup svizzera nata nel 2020 come spin-off del Politecnico Federale di Zurigo (ETH), che ha sviluppato un sistema di moduli in terracotta stampati in 3D per favorire la rigenerazione delle barriere coralline danneggiate dai cambiamenti climatici. L’obiettivo non è costruire barriere artificiali destinate a sostituire quelle naturali, ma creare una struttura temporanea sulla quale i coralli possano tornare a crescere. I primi risultati ottenuti in Colombia, alle Maldive e in altri siti di sperimentazione indicano che questa soluzione potrebbe accelerare il recupero di ecosistemi sempre più messi sotto pressione dall’aumento delle temperature degli oceani. Uno dei progetti più significativi si trova al largo dell’isola di San Andrés, in Colombia. Qui è stata installata una struttura modulare che i residenti hanno ribattezzato “El Castillo” per il suo aspetto. Non si tratta di un relitto o di una formazione naturale, ma di decine di mattoni in argilla stampati in 3D e assemblati sul fondale come fossero grandi costruzioni componibili. I risultati sono arrivati in tempi relativamente brevi. Dopo tre mesi dall’installazione, i ricercatori avevano già censito 38 specie di pesci. Un anno più tardi, la quantità di coralli presenti risultava doppia rispetto a quella osservata nella vicina barriera naturale. Dietro il progetto c’è un gruppo formato da quattro professioniste con 90 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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competenze molto diverse. La biologa marina Ulrike Pfreundt ha fondato rrreefs con l’idea di trasformare anni di ricerca accademica in applicazioni concrete sul campo. Accanto a lei lavorano l’artista e subacquea Marie Griesmar, che progetta le strutture affinché si integrino con l’ambiente marino, Hanna Kuhfuss, responsabile delle operazioni e delle collaborazioni scientifiche, e Josephine Graf, che coordina la strategia e lo sviluppo internazionale della startup. La tecnologia sviluppata dall’azienda si basa su un materiale tanto semplice quanto resistente: l’argilla. I moduli vengono progettati al computer, stampati in 3D e successivamente cotti a oltre mille gradi fino a trasformarsi in terracotta. La scelta non è casuale. Questo materiale è chimicamente stabile in acqua salata, ha un pH neutro e presenta una superficie porosa che favorisce l’insediamento degli organismi marini. La sua durata nel tempo è ben documentata: basti pensare alle anfore ritrovate sui fondali del Mediterraneo, rimaste in buono stato dopo 92 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

secoli di permanenza sott’acqua. Ogni elemento viene progettato per svolgere una funzione precisa. Le cavità interne offrono rifugio a pesci, crostacei e altri piccoli animali, mentre la superficie esterna, ricca di scanalature e micro-rilievi, facilita l’attecchimento delle larve di corallo. Una volta posizionati sul fondale dai sommozzatori, i moduli diventano una sorta di impalcatura biologica destinata a essere progressivamente colonizzata. Con il passare degli anni i coralli crescono sopra la struttura, fino a ricoprirla completamente. A quel punto i mattoni non rappresentano più l’elemento visibile dell’intervento, ma diventano lo scheletro sul quale si sviluppa una nuova barriera corallina. Le sperimentazioni condotte finora hanno fornito dati incoraggianti. Alle Maldive, dove il primo progetto pilota è stato avviato nel 2019, sulle piastrelle realizzate da rrreefs sono stati registrati circa 30 nuovi coralli sopravvissuti per metro quadrato, contro i 7,4 osservati nelle vicine barriere degradate. In Colombia il tasso di insediamento dei coralli è triplicato nell’arco di uno o due anni. Anche la fauna marina sembra beneficiare della presenza delle nuove strutture. Nei siti più maturi la biomassa ittica è aumentata da due a dieci volte rispetto alle condizioni iniziali e, secondo i dati diffusi dalla startup, in alcune aree sono stati registrati fino a 15.000 nuovi coralli ogni 100 metri quadrati nel primo anno. Oggi i moduli sono installati non solo in Colombia e alle Maldive, ma anche in Ecuador e nelle Filippine. I ricercatori sottolineano però che questa tecnologia non rappresenta una soluzione definitiva alla crisi delle barriere coralline. Durante l’evento di El Niño tra il 2023 e il 2024, anche i coralli cresciuti sulle strutture hanno risentito delle ondate di calore che hanno provocato fenomeni di sbiancamento in numerose aree tropicali. Il valore del progetto è un altro. Le strutture mantengono infatti superfici adatte all’insediamento di nuove larve dopo gli episodi di mortalità, offrono piccoli habitat che possono ridurre lo stress ambientale di alcune specie e costituiscono una base utile anche per il trapianto di coralli selezionati per la loro maggiore resistenza alle alte temperature. Possono pertanto rendere più rapido e più efficace il recupero delle barriere quando le condizioni ambientali tornano favorevoli, offrendo agli ecosistemi uno strumento in più per ricostruirsi. (D. E.).


Microbiota e infezioni ricorrenti del tratto genito-urinario (rUTI)

1 ottobre 2026 6 crediti Ecm

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A BASILEA L’INSTITUTE OF HUMAN BIOLOGY UNISCE BIOLOGIA, INGEGNERIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER RENDERE PIÙ RAPIDA E PRECISA LA RICERCA DI NUOVE TERAPIE

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ntrare all’Institute of Human Biology (IHB), nel campus Roche di Basilea, significa affacciarsi su una nuova idea di ricerca biomedica. Qui biologi, medici, ingegneri, matematici ed esperti di intelligenza artificiale lavorano insieme per comprendere i meccanismi delle malattie umane e rendere più efficiente la scoperta di nuovi farmaci. Un modello di ricerca che fonde scienze della vita e tecnologie computazionali con un obiettivo preciso: aumentare le probabilità di trasformare una scoperta scientifica in una terapia. L’obiettivo dell’istituto non è sviluppare direttamente nuovi farmaci, ma rendere più efficace tutto ciò che precede la loro scoperta. In altre parole, produrre conoscenza, creare modelli sperimentali sempre più affidabili e costruire strumenti capaci di guidare le decisioni scientifiche nelle fasi più precoci della ricerca, quando il rischio di investire tempo e risorse in ipotesi destinate a fallire è ancora molto elevato. Tra i protagonisti di questa rivoluzione ci sono gli organoidi: strutture tridimensionali ottenute da cellule staminali che riproducono molte delle caratteristiche degli organi umani. Sono modelli biologici estremamente sofisticati che consentono di osservare il comportamento delle cellule in condizioni molto vicine a quelle presenti nell’organismo. Nei laboratori dell’IHB prendono forma organoidi dell’intestino, dello stomaco, della retina e di altri tessuti. Osservati al microGiornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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scopio, appaiono come aggregati cellulari colorati; ogni tonalità identifica una specifica popolazione di cellule. Quelle intestinali, ad esempio, consentono di studiare le cellule endocrine responsabili della produzione di ormoni come il Glp-1, oggi al centro dell’attenzione per il ruolo svolto nella regolazione del metabolismo e nello sviluppo di nuove terapie contro l’obesità e il diabete. Disporre di modelli umani rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto al passato. Molti processi biologici, infatti, non possono essere riprodotti fedelmente negli animali da laboratorio, perché l’organizzazione dei tessuti, la fisiologia e persino la risposta ai farmaci possono differire significativamente tra specie. La sfida, tuttavia, consiste nel rendere questi modelli sempre più realistici. Una malattia raramente coinvolge un solo tipo cellulare: entrano in gioco cellule immunitarie, segnali molecolari, microbioma e interazioni tra tessuti. Per questo gli organoidi vengono progressivamente arricchiti con componenti aggiuntive o integrati in sistemi più complessi, come gli organi-su-chip, dispositivi mi96 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

crofluidici capaci di simulare alcune funzioni fisiologiche. Più aumenta la complessità biologica, maggiore diventa anche la quantità di dati prodotti. Ogni esperimento genera migliaia di immagini ad alta risoluzione, profili genetici, informazioni sulle proteine espresse, misure funzionali e dati temporali che descrivono l’evoluzione del tessuto nel tempo. Analizzare questa enorme mole di informazioni sarebbe impossibile senza il contributo delle scienze computazionali. È qui che entra in scena l’intelligenza artificiale. Algoritmi di machine learning e modelli matematici vengono utilizzati per riconoscere pattern invisibili all’occhio umano, distinguere i segnali biologicamente rilevanti dal rumore sperimentale e individuare relazioni causali tra geni, cellule e meccanismi patologici. L’obiettivo non è sostituire il ricercatore, ma fornirgli strumenti in grado di interpretare sistemi biologici sempre più complessi e di formulare ipotesi più solide. L’approccio adottato è fortemente interdisciplinare. Biologi, medici, bioingegneri, matematici, informatici ed esperti di intelligenza artificiale lavorano fianco a fianco, superando la tradizionale separazione tra ricerca accademica e sviluppo industriale. Un esempio è rappresentato dagli organoidi della retina. Per sviluppare cellule fotorecettrici mature possono essere necessari fino a otto mesi di coltura. Tempi così lunghi impongono un monitoraggio costante della qualità del modello: sistemi automatizzati acquisiscono immagini periodiche, controllano la morfologia dei tessuti e verificano la comparsa delle corrette popolazioni cellulari, riducendo il rischio di compromettere mesi di lavoro. Questa combinazione di automazione, imaging avanzato e analisi computazionale apre prospettive completamente nuove anche nella medicina personalizzata. In futuro sarà possibile creare organoidi derivati dalle cellule di un singolo paziente per valutare in laboratorio la risposta a differenti trattamenti, identificando le terapie più efficaci prima ancora della loro somministrazione. In questo scenario, l’Institute of Human Biology rappresenta un esempio concreto di come il futuro della ricerca non risieda esclusivamente nella tecnologia o nella biologia, ma nell’integrazione tra competenze diverse. (C. P.).


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l telescopio spaziale Euclid, battezzato in onore del saggio matematico greco che per primo geometricamente ordinò il mondo, è salpato come un moderno Magellano verso l'ignoto. Navigando attraverso milioni di anni luce, ha scoperto 31 nuovi quasar primordiali nati nei primi 800 milioni di anni del cosmo. Una spedizione scientifica che, proprio come la biologia evoluzionistica, ci aiuta a capire come i primi buchi neri supermassicci siano cresciuti ed evoluti così in fretta, sfidando le leggi del tempo. La luce intercettata oggi da questo esploratore orbitante è partita quando l’universo aveva appena 670 milioni di anni. Dopo aver attraversato il cosmo per oltre 13 miliardi di anni, porta con sé un "codice fossile" di inestimabile valore. I due oggetti più remoti ci mostrano come apparivano queste strutture quando il cosmo aveva soltanto il 5% dell’età attuale, aprendo una nuova finestra sulla morfologia delle prime galassie. Il risultato, pubblicato su Astronomy & Astrophysics da un gruppo guidato da Daming Yang dell’Università di Leiden, nasce dall’analisi dei primi diciotto mesi della Euclid Wide Survey. I ricercatori hanno esaminato circa 3.000 gradi quadrati di cielo, combinando le immagini nel visibile e nell'infrarosso con sofisticati algoritmi di apprendimento automatico, simili a quelli usati per il sequenziamento genetico. Le sorgenti candidate scovate da Euclid sono state poi confermate attraverso mirate osservazioni spettroscopiche condotte dai maggiori telescopi terrestri, tra cui il Keck, il Magellan e il Large Binocular Telescope (LBT) in Arizona. Nonostante appaiano come semplici cellule luminose, i quasar non sono stelle. Sono nuclei galattici attivi, i cui motori centrali sono voraci buchi neri supermassicci. Quando enormi quantità di materia precipitano verso il centro, si forma un disco di accrescimento che si riscalda a temperature inimmaginabili, liberando radiazioni. Questo processo metabolico rende il nucleo

SE LA BIOLOGIA ESPLORA L’INFINITAMENTE PICCOLO ALLA RICERCA DEL PRIMO BATTITO DELLA VITA, L’ASTROFISICA HA APPENA VARCATO I CONFINI DEL TEMPO PER SCOVARE GLI ANTENATI DEL NOSTRO UNIVERSO. SCOPERTI 31 NUOVI QUASAR migliaia di volte più luminoso dell'intera galassia ospite. I due quasar più lontani (EUCL J172902.75+641018.1 ed EUCL J125308.55+705432.3) emettevano una luminosità paragonabile a quella di mille miliardi di Soli.Trovarsi di fronte a giganti di questa stazza a meno di 700 milioni di anni dal Big Bang riaccende una delle domande più complesse dell’astrofisica, che affascina anche chi studia l'evoluzione biologica: come hanno fatto a svilupparsi così tanto in così poco tempo? Nei modelli tradizionali, un buco nero cresce gradualmente inglobando materia. Trovare sistemi già adulti in un'epoca così antica restringe il tempo a disposizione per la loro "gestazione". Le osservazioni future dovranno chiarire se questi oggetti siano nati da "semi" insolitamente massicci, emersi dal collasso diretto di imponenti nubi di gas, oppure se abbiano attraversato fasi di accrescimento iper-accelerate. Fino a oggi, le ricerche da terra favorivano la scoperta dei quasar più brillanti ed eccezionali, mentre il telescopio James Webb riesce a guardare più indietro, ma esplorando porzioni di cielo minuscole. Euclid, grazie al suo immenso campo visivo, fa da ponte: ha permesso di intercettare sorgenti più deboli su vastissime porzioni di cielo, restituendo una fotografia molto più rappresentativa della reale popolazione di buchi neri nell’universo primordiale. Dodici dei 31 oggetti si trovano a un redshift pari o superiore a 7, la misura di quanto la loro luce sia stata stirata dall'espansione cosmica. Si tratta di un bottino straordinario che arricchisce il limitato catalogo delle poche decine di quasar noti a queste distanze. Studia-

re simili sorgenti significa osservare la cruciale epoca della reionizzazione, il periodo in cui la radiazione delle prime strutture trasformò l’idrogeno intergalattico da neutro a ionizzato. Questa fase ha spazzato via le nebbie delle "età oscure", un po' come i primi organismi fotosintetici hanno reso trasparente e respirabile l'atmosfera terrestre. Lo spettro di un quasar funziona, infatti, come un potentissimo microscopio a fluorescenza: attraversando il gas, la sua luce ne registra la composizione chimica. Ogni nuova sorgente scoperta consente quindi di mappare la storia dell’intero ambiente cosmico in cui stavano nascendo le prime strutture dell'universo. Un ruolo di primo piano in questa impresa è stato svolto dalla ricerca italiana, con la partecipazione di scienziati dell’INAF, dell’INFN e di numerose università. Silvia Belladitta, ricercatrice associata all’INAF, ha guidato le osservazioni di conferma con il Large Binocular Telescope. L’analisi del secondo oggetto più remoto ha inoltre rivelato una galassia ospite ricca di gas e polveri, in cui è in corso una frenetica formazione stellare, offrendo un indizio prezioso per svelare la simbiosi tra la crescita dei buchi neri e l’evoluzione delle galassie che li cullano. La missione principale di Euclid è mappare la materia e l'energia oscura, ma questa scoperta dimostra quanto un osservatorio di tale calibro possa rivoluzionare la nostra comprensione della natura. La survey, che alla fine coprirà più di un terzo della volta celeste, è solo all'inizio: questi 31 quasar non sono il traguardo, ma solo il primo capitolo di un censimento che riscriverà la nostra comprensione dell'alba dell'universo. (C. D. R.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

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Innovazione

Lo studio apre scenari inediti sulla comprensione dell’invecchiamento cellulare e non solo

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di Pasquale Santilio

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n nuovo studio condotto dall’Istituto dei sistemi complessi del Cnr e da Sapienza Università di Roma ha dimostrato che le forti variazioni nel comportamento delle cellule staminali scheletriche non dipendono dal caso, ma da una precisa memoria biologica. La ricerca mette in evidenza come le cellule siano in grado di trasmettere alle generazioni successive informazioni cruciali che influenzano la loro futura capacità di dividersi o di arrestarsi. Un concetto mutuato dalla fisica, cioè l’inheritance entropy (entropia da eredità) rappresenta il cuore della scoperta. Quando una cellula staminale si divide, genera una 100 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

discendenza del tutto simile ai rami di un albero genealogico. Alcuni rami continuano a proliferare rapidamente, mentre altri interrompono la crescita dopo poche generazioni. Fino ad oggi la scienza non era riuscita a chiarire se questo blocco fosse un evento casuale o l’effetto di un programma biologico predeterminato. I dati dimostrano che il destino proliferativo di una cellula è strettamente legato alla sua storia familiare. Andrea Cavagna del Cnr-Isc, tra gli autori dello studio, ha spiegato che la chiave di questa scoperta risiede nel calcolo dell’entropia, un concetto che in fisica misura il grado di disordine di un sistema.

Il ricercatore ha dichiarato: «Abbiamo scoperto che in certi punti dell’albero genealogico si attiva una modificazione epigenetica, che agisce come un conto alla rovescia biologico per tutti i futuri discendenti». Questa sorta di interruttore non blocca subito la crescita, ma agisce con un effetto ritardato: la cellula continua a dividersi per alcune generazioni, ma la sua discendenza finisce progressivamente per fermarsi. Cavagna ha proseguito: «Questo intervallo di tempo crea uno schema altamente organizzato all’interno della colonia. È proprio questo surplus di ordine a ridurre l’entropia, dimostrando che la crescita delle staminali segue regole molto più strutturate del previsto, guidate da una memoria ancestrale e non dal caso». La scoperta lascia prevedere importanti ricadute nella medicina rigenerativa e nello studio dell’invecchiamento dei tessuti. Inoltre, lo strumento dell’entropia ereditaria potrà essere applicato in futuro nella ricerca oncologica. Le cellule tumorali si comportano spesso come versioni “impazzite” delle cellule staminali: si dividono continuamente e cambiano identità per sopravvivere. L’entropia da eredità offre una nuova arma per combatterle in due modi principali. Prevedere la resistenza ai farmaci: usando questa metrica, i medici potrebbero calcolare se la capacità di resistere a un farmaco è un evento casuale o se viene ereditata stabilmente da una generazione di cellule cancerose all’altra. L’altro modo è bloccare la memoria del tumore: se la proliferazione del tumore è guidata da questa “memoria nascosta”, i futuri trattamenti potrebbero puntare a cancellare i meccanismi biologici che trasmettono l’informazione di crescita alle cellule figlie, spegnendo il tumore alla radice.


Innovazione

ENEA ha brevettato un nuovo materiale per favorire la transizione energetica e l’integrazione di fonti rinnovabili

È

particolarmente competitivo, poiché economico, multifunzionale e sostenibile, il materiale di nuova generazione brevettato da ENEA per favorire la transizione energetica e l’integrazione di fonti rinnovabili. Il risultato è frutto del lavoro sviluppato dal Laboratorio Idrogeno e nuovi vettori energetici del Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili con il contributo di altre due strutture ENEA e in collaborazione con l’Università del Salento. La soluzione realizzata è un materiale privo di metalli nobili come platino ed iridio, molto costosi e poco disponibili, per applicazioni in celle a combustibile, elettrolizzatori e batterie metallo-aria, dispositivi fondamentali per la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo nel trasporto elettrico. La peculiarità del nuovo materiale è rappresentata dalla sua doppia funzione: oltre a catalizzare le reazioni elettrochimiche, agisce anche come strato di diffusione dei gas grazie alla struttura porosa e leggera, consentendo la semplificazione dei dispositivi e la riduzione di tempi e costi di produzione. Maria Federica De Riccardis, ricercatrice del Centro Ricerche ENEA di Brindisi, autrice del brevetto insieme alle colleghe Marilena Re e Daniela Carbone e al professor Claudio Mele del Dipartimento di Ingegneria dell’innovazione di Unisalento, ha spiegato: «Il materiale è composto di nanofibre polimeriche ottenute tramite elettrospinning e contenenti particelle attive a base di carbonio, azoto e ossidi di metalli di transizione, facilmente reperibili ed economici». Le nanofibre polimeriche sono filamenti sottilissimi di materiale organico con un diametro inferiore a 100 nanometri e lunghezze che possono raggiungere diversi chilometri. Ven-

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gono prodotte principalmente tramite elettrofilatura. L’elettrospinning è una tecnica elettrodinamica che utilizza un campo elettrico ad alto voltaggio per produrre fibre con diametri nell’ordine dei nanometri o micrometri da una soluzione o fusione polimerica. Le particelle attive, distribuite all’interno delle fibre, migliorano stabilità ed efficienza dei dispositivi rispetto ai sistemi tradizionali. Inoltre, il materiale può essere depositato direttamente sull’elettrodo riducendo così le perdite energetiche. La ricercatrice De Riccardis ha sottolineato che le caratteristiche del materiale realizzato lo rendono competitivo rispetto alle soluzioni commerciali e aprono

nuove prospettive per sistemi energetici più economici, efficienti e sostenibili. Si favoriscono così i passaggi chiave verso la transizione energetica e l’integrazione di fonti rinnovabili, come il fotovoltaico, nei processi di conversione dell’elettricità in idrogeno green. Le attività di ricerca, avviate nell’ambito dell’Accordo di programma Ricerca Sistema Elettrico Triennio 2022-2024, sono proseguite con i finanziamenti del Piano Operativo di “Ricerca e sviluppo sull’idrogeno” (POR H2), dell’Accordo di Programma tra ENEA e Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e del PNRR. (P. S.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 101


Innovazione

Saranno prodotte molecole destinate allo sviluppo di vaccini veterinari contro malattie trasmissibili all’uomo

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NEA, nell’ambito del progetto europeo REPRODIVAC, sta lavorando su talune specie di piante per la produzione di molecole da utilizzare per lo sviluppo di vaccini e kit diagnostici per alcune malattie di ovini e suini trasmissibili all’uomo. Selene Baschieri, coordinatrice del progetto per ENEA e ricercatrice del laboratorio Biotecnologie GREEN presso il Dipartimento Sostenibilità, ha spiegato: «Attualmente le nostre attività sono focalizzate sulla produzione di antigeni, cioè molecole presenti su virus e batteri patogeni che vengono riconosciute dal sistema immunitario per attivare una risposta 102 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

di difesa specifica». Questi antigeni rappresentano strumenti biologici fondamentali e saranno utilizzati per la formulazione di nuovi vaccini, se le prove in vitro e in vivo confermeranno la loro efficacia nell’attivare risposte immunitarie in grado di conferire protezione negli animali. L’attività è condotta con il contributo del Plant Molecular Farming, una piattaforma tecnologica sviluppata e perfezionata dall’ENEA, che sfrutta le piante come biofabbrica per la produzione di biofarmaci. I ricercatori ENEA, per la produzione di antigeni virali e batterici o anticorpi, introducono nella pianta Nicotiana benthamiana, una specie di tabacco selvatico, le informazioni

genetiche necessarie alla sintesi dei biofarmaci, sfruttando la capacità naturale del batterio del suolo Agrobacterium tumefaciens di trasferire materiale genetico nelle cellule vegetali. Quindi, la pianta produce la biomolecola nei suoi tessuti da dove può essere estratta e purificata. «I costi e i tempi di produzione delle biomolecole con il Plant Molecular Farming sono significativamente inferiori rispetto a quelli dei farmaci biologici prodotti in colture cellulari di mammifero. Dall’idea al prodotto possono essere sufficienti poche settimane. Queste tecnologie potrebbero essere più accessibili per i paesi in via di sviluppo, dove spesso le malattie zoonotiche, ossia trasmissibili dagli animali agli uomini, sono più diffuse e le infrastrutture per la produzione farmaceutica tradizionale scarse», ha sottolineato la responsabile della divulgazione del progetto REPRODIVAC Maria Elena Villani, ricercatrice del Laboratorio ENEA Biotecnologie GREEN. Sono quattro le malattie riproduttive del bestiame su cui si focalizza il progetto REPRODIVAC: la sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini di origine virale, la febbre Q causata dal batterio Coxiella burnetii che colpisce soprattutto ovini e caprini, l’aborto enzootico ovino causato dal batterio Chlamydia abortus e la brucellosi suina causata dal batterio Brucella suis. Queste patologie causano importanti perdite economiche a livello globale, in quanto incidono in maniera significativa sulla riproduzione e sulla redditività del bestiame, in particolare di bovini, ovini e suini. Inoltre, i tre batteri rappresentano un rischio anche per la salute pubblica in quanto agenti patogeni trasmissibili direttamente dagli animali infetti all’uomo. (P. S.).


Innovazione

Sono destinate ad essere utilizzate in prodotti e integratori alimentari, ma anche in mangimi per animali

L’

obiettivo del nuovo progetto PRO-MICRO-FER (PROteine alternative da MICROrganismi mediante FERmentazione) di ENEA, in collaborazione con l’azienda di nutraceutica Esserre, è la produzione di proteine di alta qualità ottenute dalla fermentazione del lievito di birra. Saranno utilizzate non solo in prodotti ed integratori alimentari, ma anche in mangimi per animali. La fermentazione del lievito Saccharomyces cerevisiae consentirà di ottenere grandi quantità di proteine in modo efficiente e sostenibile, grazie alla sua capacità di trasformare zuccheri e altri substrati in biomassa proteica e di sintetizzare un’ampia gamma di proteine di elevata qualità. Nel settore alimentare potranno essere impiegate come ingredienti per la formulazione di alimenti, in sostituzione o integrazione di proteine tradizionali di origine animale e vegetale. Nel comparto integratori alimentari potranno trovare applicazione nella produzione di preparati proteici destinati a sportivi, persone vegane o soggetti con specifiche esigenze o carenze nutrizionali. Ulteriori ambiti di applicazione potrebbero essere i mangimi per animali domestici e per l’allevamento zootecnico e i prodotti formulati senza derivati di origine animale per l’industria cosmetica. In questo progetto, il lievito verrà fatto crescere utilizzando, come substrato, la mucillagine estratta dalla pala del fico d’India (cladodio), ricca di zuccheri complessi, mentre lo strato più esterno del cladodio, che non entrerà nel processo fermentativo, sarà impiegato per estrarre altre biomolecole benefiche, come i polifenoli. Maria Pierdomenico, ricercatrice del Laboratorio ENEA Biotecnologie RED e responsabile del progetto, ha

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spiegato: «Utilizzare la pala del fico d’India come nutrimento per la fermentazione del lievito rappresenta un’opportunità economica e sostenibile: si tratta di una pianta resistente, che richiede poche cure e risorse, può crescere su terreni poveri e non necessita di irrigazioni frequenti. Inoltre, le aziende che la coltivano potrebbero ridurre i costi elevati di smaltimento delle pale, ottenendo un netto vantaggio economico». Nei prossimi mesi il team di ricerca punterà a determinare le condizioni ottimali di crescita e fermentazione del lievito, al fine di massimizzare la produzione della biomassa proteica. La biomassa ottenuta sarà analizzata per valutarne

contenuto proteico, valore nutrizionale e citotossicità, in modo da ottimizzare il processo e trasferirlo dalla scala di laboratorio a quella industriale, grazie al coinvolgimento del partner industriale Esserre. Sulla base dei dati rilevati dallo studio Food for thought: the protein transformation, entro il 2035 il mercato delle proteine alternative (sia vegetali sia ottenute tramite fermentazione) raggiungerà un valore di 290 miliardi di dollari. Entro quella data, l’11% delle proteine di origine animale utilizzate oggi (e fino al 22% in caso di forte innovazione e sostegno normativo) saranno sostituite da proteine di origine alternativa. (P. S.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 103


Beni Culturali

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Beni Culturali

Gli antichi tesori della Magna Grecia riaffiorano dalle acque al largo di Monasterace Ritrovata una nave del V-IV secolo a.C. durante gli studi relativi a un progetto eolico

Monasterace.

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Beni Culturali

I

l mare della Calabria continua a restituire tesori di inestimabile valore. Nelle acque al largo di Monasterace, sulla costa ionica, non troppo distante dal luogo dove nel 1972 sono stati scoperti e recuperati i celeberrimi Bronzi di Riace, è stato individuato il relitto di una nave greca del periodo classico. Nei pressi dell'imbarcazione un carico di oltre trecento anfore databili tra il quinto e il quarto secolo a.C., apparentemente in buono stato di conservazione. La particolarità è che il ritrovamento è avvenuto durante gli studi propedeutici alla realizzazione di un progetto eolico offshore, quasi un segno del destino sull'utilità di sostenere politiche green. Il relitto, infatti, è stato individuato nel 2023 da Acciona Energia, che ha subito messo al corrente la Soprintendenza di Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, dando inizio a un lungo lavoro di recupero – interamente finanziato dal ministero della Cultura – reso necessario da due aspetti. Nonostante la Convenzione Unesco 2001 sulla protezione del Patrimonio culturale subacqueo prescriva infatti la conservazione in situ per reperti sommersi di questo tipo, la conformazione particolare del relitto e il rischio concreto di danneggiamenti hanno

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suggerito di attivare l'opzione relativa al completo recupero del carico, da restituire poi al pubblico. Ma in che modo è stato scoperto il relitto? E chi si è occupato delle prime operazioni successive al ritrovamento? Tutto è avvenuto nell'ambito delle attività di archeologia preventiva che fanno da preludio agli studi di fattibilità per la realizzazione di grandi opere. È stato un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da biologi marini, archeologi, geologi, fisici e chimici, attraverso l'impiego di avanzate tecnologie di prospezione e caratterizzazione morfologica dei fondali, a scorgere nella sabbia la nave e il suo prezioso carico, in partenza – o in arrivo – da una delle colonie ioniche della Magna Grecia. La più vicina al luogo del ritrovamento è Caulonia, poco più distanti sono Locri e Scylletium, mentre sullo stesso versante di costa ma più a nord si trovano Thurii, Sybaris, Siris, Heraclea e Metapontum. Poco dopo la scoperta il Nucleo Carabinieri per la tutela del Patrimonio Culturale ha messo in piedi uno specifico progetto, affidato a un team composto da esperti di diverse discipline, denominato «Patrimonio culturale subacqueo su alto fondale. Tutela-recupero-conservazione e valorizzazione». Progetto coadiuvato dall'architetta Roberta Filocamo, con la progettazione e la direzione dei lavori affidate alla dottoressa Alessandra Ghelli, funzionario archeologico subacqueo della Soprintendenza. Del grup-


Beni Culturali

po di lavoro fanno parte il professor Mauro La Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra presso l'Università della Calabria, oltre ad archeologi marini, restauratori e reparti dei Carabinieri specializzati nei recuperi subacquei. I rilievi fotogrammetrici, eseguiti a partire dal 2025, hanno consentito di comprendere in modo accurato l'estensione del relitto e la distribuzione del carico. I nuclei di anfore che sono stati individuati sono risultati due, separati da una decina di metri: dettaglio che ha rafforzato l'ipotesi che il carico sia stato diviso in seguito ad attività legate alla pesca a strascico e ha definitivamente spazzato via i dubbi sull'opportunità di lasciare le anfore in fondo al mare piuttosto che recuperarle. A fine giugno 2026 è scattata una fase nuova delle operazioni: dall'in-

dagine puntuale del sito alla realizzazione di un più accurato rilievo fotogrammetrico dello stesso, con analisi del carico e il primo recupero di campioni archeologici destinati a essere sottoposti ad analisi di natura scientifica, archeometrica e conservativa. Cruciale, naturalmente, è la comprensione dello stato di degrado dei materiali, in modo da definire in modo idone le successive fasi di recupero e di biorestauro. La forma delle anfore, messa a confronto con ritrovamenti coevi, sembra ricordare produzioni molto frequenti in centri della Magna Grecia e della Sicilia. Dall'analisi dei reperti gli studiosi si aspettano di ottenere risposte esaustive sulla produzione e diffusione dei vini prodotti nella costa ionica, ma

anche sull'esatta individuazione dei centri produttivi delle anfore. Inoltre, la definizione e lo studio del contesto archeologico potrebbe consentire di ricostruire con margini d'errore sempre più ridotti le rotte commerciali e i traffici marittimi lungo questo settore del Mediterraneo, battuto continuamente dagli scambi tra le colonie greche e le città della madrepatria. Nel frattempo, come riferito da Acciona Energia, il progetto eolico andrà avanti: «Gli studi effettuati hanno permesso ad Acciona Energia di ottimizzare la progettazione preliminare del progetto eolico offshore, evitando sia l'area in cui si trova il sito archeologico sia altre aree identificate come particolarmente sensibili dal punto di vista ambientale». (R. D.).

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Sport

di Antonino Palumbo

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Sport

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a vinto la Spagna, hanno vinto i migliori. Il Mondiale di calcio 2026, tanto discusso e tanto seguito a qualsiasi latitudine, ha consegnato all'albo d'oro il nome del movimento calcistico più forte e organizzato del millennio. Capace di andare oltre i nomi dei (grandi) calciatori del quadriennio 2008-2012 e sfornare nuovi campioni ma, soprattutto, un'identità di squadra che ha fatto la differenza nel Mondiale dei grandi nomi: niente Messi o Mbappé, Kane o Haaland. Detto ciò e tributati i giusti e doverosi meriti ai campioni del mondo (1-0 all'Argentina in finale), per ricordare la rassegna nordamericana abbiamo scelto dieci volti capaci di ritagliarsi un mese o quindici secondi di celebrità. Livano Comenencia - Nato in Olanda, originario di Curaçao, centrocampista dello Zurigo, l'ex juventino ha segnato il primo gol della nazionale caraibica in un Mondiale, pareggiando il temporaneo vantaggio tedesco nel primo incontro del girone. Poi è finita 7-1 per gli altri, ma la sua firma resterà negli annali. Il primo punto di Curaçao è arrivato contro l'Ecuador, grazie anche alle 15 parate (recordi in partite da 90') del portiere Eloy Room. Memo Ochoa - In Italia, con la Salernitana, ha frenato sull'1-1 l'Inter e incassato 8 gol in una partita dall'Atalanta. Ma Memo Ochoa, portiere messicano, ha fatto anche molto altro. E poche settimane fa è diventato il terzo calciatore convocato ai Mondiali per sei edizioni (in campo per quattro), assieme a Messi e Cristiano Ronaldo. Josimar Voizinha Dias - Da sconosciuti a star dei social. È successo al neozelandese Tim Payne, reso celebre da una challenge del creator argentino Valen Scarsini e passato da 4,7mila a milioni di follower. Ma soprattutto, per motivi di campo, al 40enne portiere di Capo Verde, Josimar Vozinha Dias, l'unico a murare fino alla fine gli attacchi della Spagna, nello storico debut match

LA NAZIONALE IBERICA HA VINTO IL TITOLO BATTENDO IN FINALE L'ARGENTINA. UNA VITTORIA DI SQUADRA, IN UN MONDIALE CHE HA REGALATO TANTE STORIE, SIA DI CAMPIONI SIA DI PERFETTI SCONOSCIUTI di Capo Verde ai Mondiali. Capo Verde ha raggiunto i sedicesimi cedendo, ai supplementari, all'Argentina. José Canale - Cinque anni fa aveva pensato di lasciare il calcio, per dedicarsi alla figlia ammalata. Ai Mondiali 2026 ha spedito a casa la Germania, battuta dal suo Paraguay ai calci di rigore. Difensore quasi trentenne, ha sempre dovuto sudare per ritagliarsi spazio. E dopo aver steso il Flamengo, al Maracanà, nella Recopa Sudamericana, si è concesso il lusso di eliminare la corazzata per eccellenza. Erling Haaland - Finché ha potuto, si è preso sulle possenti spalle la Norvegia (62 gol in 55 partite), portandola ai quarti di finale, dove lui rimane a secco e i Vichinghi escono. Non gli serve toccare troppi palloni, gli basta toccare palloni per trasformarmi in record e storia. La doppietta allo sprecone Brasile di Ancelotti è la perfetta foto di questo centravanti essenziale, terribile, epocale. Yassine Bounou - Tra i protagonisti della corsa del Marocco, stoppata solo dalla Francia, c'è stato il portiere Yassine Bounou, autentico pararigori grazie anche alla sua particolare tecnica pre tiro, grazie alla quale prova a confondere il tiratore. Lo sanno bene Summerville e l'Olanda, eliminati agli ottavi ai rigori anche per merito di Bounou. Che ai quarti si è ripetuto su Mbappé, ma non è bastato. Kylian Mbappé - Dieci gol in un Mondiale, fra i pochissimi a riuscirci dal 1930. E anche se la Scarpa d'oro non risolleva l'umore di chi voleva vincere il trofeo più importante, i successi personali valgono a Kylian Mbappé un record difficile da superare nell'immediato. Ovvero: miglior marcatore di

sempre al Mondiale con 22 gol, davanti a Messi con 21. Un primato siglato in una partita pirotecnica, quanto triste, il 4-6 con l'Inghilterra nella finale per il terzo posto. "Cederei il record per la finale", il suo commento. Come obiettare? Jude Bellingham - Con la rete che ha chiuso il folle 6-4 sulla Francia nella finalina, è diventato il calciatore inglese con più gol in un Mondiale, 7. Un gol bellissimo, l'ultima, in serpentina, a coronamento di dieci minuti da leader nei quali ha pure ceduto a Saka il rigore che ha permesso al compagno di completare una tripletta. Lionel Messi - Il 10 dell'Argentina è stato grande protagonista del Mondiale, oltre che degli ultimi vent'anni di calcio. Oscurato dalla Spagna in finale, è stato l'uomo che ha condotto a un passo dal titolo una Albiceleste decisamente inferiore a quella di quattro anni fa. A suon di assist e gol, dai gironi alle sfide a eliminazione diretta con Capo Verde, Egitto, Svizzera e Inghilterra. La luce nel buio. Poi le lacrime e gli applausi del mondo, ma soltanto di consolazione. Ferran Torres - Difficile scegliere nella meravigliosa macchina da calcio spagnola. Dal ct Luis De la Fuente ai premiati Pau Cubarsi (miglior giovane), Unai Simon (miglior portiere) e Rodri (Pallone d'Oro del Mondiale), ognuna delle Furie Rosse è stata determinante. A spiccare sul tabellino, però, rimane il nome di chi ha segnato il gol-vittoria: Ferran Torres, freddissimo sulla sponda di Nico Williams. E poi sfortunato, quando la rete del bis gli viene annullata per fuori gioco di pochi centimetri. Ma si è ben accontentato dell'1-0. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 109


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Larissa Iapichino. 110 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026


Sport

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uove pagine di storia per l'atletica leggera italiana. Mentre l'ex olimpionico Marcell Jacobs è tornato a splendere sui 100 metri su prestazioni di livello mondiale, sono caduti nelle scorse settimane due primati decisamente rappresentativi. A Eugene (Usa), la fiorentina Larissa Iapichino ha migliorato il primato del salto in lungo, balzando a 7,12 metri, un centimetro più in là di quanto aveva fatto mamma Fiona May il 22 agosto 1998 a Budapest. Ancora più datato era il record italiano degli 800 metri, stabilito il 27 giugno 1973 a Milano da Marcello Fiasconaro, che all'epoca siglò il primato del mondo in 1:43.7. A superarlo, dopo 53 anni, è stato il giovane bresciano Francesco Pernici, che a Nancy (Francia) ha corso in 1:43.60. E ad agosto ci sono gli Europei di atletica, mentre il 25 e 26 luglio gli Assoluti a Firenze. Fiasconaro, ex mezzofondista e rugbista di origine sudafricana, ha detenuto il record mondiale per tre anni, fino all'impresa firmata dal campione olimpico cubano Alberto Juantorena. E nel 1979 è stato l'attuale presidente della World Athletics, Sebastian Coe, a togliere a Fiasconaro la "palma" di primatista europeo. Per trovare un italiano capace di far meglio, però, sono dovuti passare 53 anni. Andrea Longo si è era avvicinato nel 2000, correndo in 1:43:74 a Rieti, poi due anni fa l'italo-romeno Catalin Tecuceanu si è allineato sullo stesso rimpianto, timbrando 1:43.75 nella tappa di Diamond League nel Principato di Monaco. Intanto però è proseguita la crescita di Francesco Pernici, giovane decisamente promettente capace di abbassare dopo 31 anni il record italiano juniores di Davide Cadoni (correndo in 1:46:87 a Conegliano nel 2022) e dopo 41 quello under 23 dell'indimenticabile Donato Sabia. In quest'ultima occasione, nella semifinale dei Mondiali di Tokyo 2025, il bresciano ha corso in 1:43:84 mancando la finale per appena

IL BRESCIANO HA RITOCCATO DOPO 53 ANNI IL RECORD DI FIASCONARO SUGLI 800 METRI PIANI, LA LUNGHISTA FIORENTINA HA MIGLIORATO DI UN CENTIMETRO IL LIMITE FIRMATO DALLA MADRE FIONA MAY NEL 1998 quattro centesimi. Nella stagione all’aperto 2026, Pernici si era presentato correndo in 1:44:40 in Diamond League a Rabat e soprattutto in 1:43.97 al Golden Gala di Roma, chiuso con prestigioso terzo posto. «Sapevo di valere il primato italiano - ha raccontato dopo l'impresa di Nancy - perché ho lavorato molto bene nelle ultime settimane. Mi aspettavo di farlo stavolta, era l’occasione giusta: ho passato tutto il giorno con il sorriso sulle labbra, le condizioni ambientali erano perfette, mi sono detto "Oggi non mi ferma nessuno". All’inizio ho corso dietro alla lepre che fatto un ottimo lavoro, prima di trovarmi davanti. Gli altri hanno provato ad attaccarmi, ma ho tenuto alto il ritmo senza mollare niente». Francesco, però, sa bene che questo non è un punto d'arrivo: «Devo migliorarmi ancora con l’ambizione di essere il primo italiano a correre in meno di 1:43, se un giorno voglio puntare a una medaglia in maglia azzurra». Altrettanto memorabile è il record italiano nel salto in lungo donne, firmato dalla fiorentina Larissa Iapichino in Diamond League a Eugene, negli Stati Uniti. L'azzurra, vicecampionessa del mondo indoor, è volata un centimetro oltre mamma Fiona May, con un salto al limite della perfezione grazie a una rincorsa veloce e molto efficace e a pochissimi centimetri lasciati sull'asse di battuta. La misura di 7,12 metri è valsa il secondo posto, dietro alla "padrona di casa" Tara Davis-Woodhall che ha fatto segnare 7,13. Ma il risultato della gara è passato decisamente in secondo piano, per la lunghista allenata dal padre Gianni, che in carriera era riuscita a salta-

re massimo 7,06 metri a Palermo nel 2025. Leader stagionale continentale, ora Larissa può ragionevolmente sognare quel titolo europeo outdoor che né lei (argento a Roma 2024) né la madre Fiona May (argento a Budapest ’98 dietro una leggendaria Heike Drechsler, bronzo a Helsinki ’94) hanno mai conquistato. Dopo l'impresa di Eugene, Larissa ha ricordato che la madre «ha sempre voluto che battessi questo record». E in vista della prossima grande sfida, gli Europei di Birmingham (10-16 agosto), ha dichiarato: di vedere “solo oro”: «Nella mia collezione di medaglie ci starebbe proprio bene». In vista di Birmingham scalpita anche Marcell Jacobs, che tra fine primavera ed inizio estate ha firmato altisonanti prestazioni cronometriche sui 100 metri. Prima un 9"99 al Golden Gala di Roma, poi giù di tre centesimi (9"96) a Parigi, quindi due prestazioni "ventose" ma comunque significative ad Eisenstadt, in Austria: 9"84 in batteria, 9"67 in finale. Poi il velocista delle Fiamme Oro ha preferito risparmiarsi a Montecarlo, per via di un affaticamento muscolare, in vista degli Assoluti di Firenze e in particolare degli Europei, dove cercherà di conquistare il terzo oro consecutivo sulla distanza a lui cara. Fra le altre stelle azzurre che ambiscono a una medaglia ci sono Leo Fabbri nel getto del peso, Mattia Furlani nel salto in lungo (anche se in dubbio, per i postumi di un infortunio), Andy Diaz e Andrea Dallavalle nel triplo, Nadia Battocletti nelle gare di fondo (5.000 e 10.000) Sara Fantini nel martello e Lorenzo Simonelli nei 110 metri ostacoli. (A. P.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 111


Jannik Sinner.

Sport

© Colin McPhedran/shutterstock.com

Bis a Wimbledon per il tennista altoatesino: Djokovic battuto in semifinale, Zverev in finale. Sale a 5 Slam.

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veva lasciato Parigi con lo sguardo spento e la mente appesantita dai dubbi su quel malessere che lo aveva inebetito ed eliminato, per mano di Juan Maniel Cerundolo, al secondo turno del Roland Garros di tennis. È tornato a Wimbledon da campione in carica, ma carico di interrogativi e senza aver disputato nessun match sull'erba. Alla fine, però, il re dell'All England Club rimane lui: Jannik Sinner ha completato il cosiddetto "Back to back", vincendo a Londra per il secondo anno consecutivo e ricordando a tutti che non si è numeri 1 al mondo per caso. Stavolta, a inchinarsi (e a complimen112 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

tarsi con l'ironico «non mi piaci più», vista l'ennesima sconfitta nelle sfide dirette), è stato uno splendido Alexander Zverev, il tedesco che aveva primeggiato al Roland Garros dopo una tirata finale con un altro italiano che a tennis se la cava benino: Flavio Cobolli. Per battere Sascha in quattro set, dopo aver ceduto il primo, Sinner ha dovuto spostare l'asticella dove in pochi possono osare. «È stata una grande battaglia ieri, mi hai spinto al limite» ha scritto il campionissimi altoatesino sui social, all'indomani di un incontro assai equilibrato anche se poco spettacolare, vista l'estrema efficacia dei due al servizio. Prima di Zverev, l'avversario più

ostico per Jannik è stato il primo, il 26enne serbo Miomir Kecmanović, volato a condurre per due set a uno, prima dell'attesa accelerazione del plurivincitore Slam. Anche se «molto dura» (Sinner dixit) è stata anche la pratica Borges, portoghese battuto in tre set, dopo aver ceduto il servizio e annullato un set point nella seconda frazione. La sensazione di un Sinner "umano", nei primi turni, è stata confermata anche dall'insolita esultanza contro lo statunitense James Brooksby, superato in tre set dopo due match point sciupati. Si è chiusa in tre parziali anche la sfida con il giapponese Shintaro Mochizuki, fresco di successo con l'astro nascente Rafa Jodar: unico grattacapo, per Jannik, il tie-break nel secondo set, chiuso però brillantemente a zero. Ad attendere il numero 1 Atp è stato poi il tedesco Jan-Lennard Struff, approdato ai quarti battendo Daniil Medvedev e poi rimontando da 0-2 su Hubert Hurcack, prima del ritiro del polacco sul 2-4 nel quinto set. Anche ai quarti, sono bastati tre set, grazie a una prima di servizio eccellente e malgrado un dritto ancora ballerino. In semifinale, Sinner si è preso la rivincita su Novak Djokovic, autorità massima sui prati di Wimbledon (7 titoli), che aveva impedito il tris a Jannik all'Australian I'Open. Stavolta non c'è stata partita: 16 ace, un break per set e per il serbo solo l'ironico rammarico di aver dispensato troppi consigli a Jannik, in tempi non sospetti. La finale, per Sinner, è stata una scalata. Zverev sembrava granitico, più forte dei fantasmi di una serie negativa aperta a Cincinnati, nel 2024. Serie che, però, Jannik ha portato a 10 partite, fra i meritati applausi di Londra, degli amanti del tennis e dei campioni di tante discipline sportive. Sinner è un idolo anche per gli idoli. (A. P.).


Sport

Campione iridato juniores e poi U23 negli ultimi due anni, il 19enne genovese ha vinto il Giro Next Gen

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l tennis, con Sinner e i suoi fratelli (di Davis). L'atletica leggera, con un'Italia capace di toccare vette sublimi nell'ultimo quinquennio. Il nuoto, che continua a produrre campioni. C'è vita oltre il dormiente calcio, per gli appassionati italiani di sport. Eppure, manca qualcosa. E manca in un'altra disciplina che storicamente ha unito, diviso, appassionato quanti si inchiodavano per lunghe ore alla tv o attendevano i protagonisti lungo le strade della Milano-Sanremo, del Lombardia o del Giro d'Italia. Anche nel ciclismo, però, sembra luccicare una timida speranza per i colori azzurri. Ha cognome straniero, poiché il padre è originario di Sheffield. Ma Lorenzo Mark Finn, 19 anni e mezzo, portacolori della Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies, all'Italia ha già regalato due medaglie d'oro mondiali, a Zurigo 2024 fra gli juniores e a Kigali 2025 fra gli Under 23, al primo anno nella categoria nonché più giovane tra tutti gli atleti al via. In attesa di capire se farà sognare di più nelle corse a tappe o nelle gare di un giorno («Nel ciclismo moderno se sei da corse tappe vai forte anche nelle corse di un giorno, quelle più dure» è il suo pensiero), Finn ha iniziato a lasciare il suo segno anche tra i professionisti. Una tappa al Sibiu Tour, poi un'altra dopo 24 ore e infine la classifica generale: i primi successi da pro', ancora da teenager, sono arrivati a inizio luglio nel cuore di un anno di maturazione agonistica e personale per il campioncino genovese. In un'intervista a una testata di settore, responsabile della parte di sviluppo del progetto Rookies del team Red Bull-BORA-Hansgrohe, John Wakefield, ha raccontato che «con Lorenzo volevamo riuscire a

soddisfare un processo di crescita prima di farlo passare nel WorldTour. Abbiamo ritenuto che se lo avessimo spinto troppo in fretta quest’anno avremmo saltato alcuni passaggi, di conseguenza si è preferito un approccio molto più graduale». Tra gli under 23, Finn ha corso in totale undici giorni, aggiudicandosi quattro successi (tra cui i due di tappa al Giro Next Gen, sul Monte Livata e nella crono finale a L'Aquila) e la classifica generale della corsa rosa under 23, 15 anni dopo il trionfo di Mattia Cattaneo nell'allora Girobio. In precedenza, si era imposto nel Trofeo Les Salines con Remco Evenepoel e, in primavera, il Giro del Belvedere e il

Gp Palio del Recioto. Poi, all'inizio di luglio, l'uno-due al Sibiu Tour. Il ligure ha vinto la seconda tappa, presentandosi in solitaria all'arrivo in salita di Păltiniș Arena, dopo aver attaccato sulle prime rampe dell'ultima ascesa e staccato lo spagnolo Pablo Torres a 7 km dallo striscione. Guadagnata la maglia di leader, Finn si è ripetuto 24 ore più tardi a Bâlea Lac, grazie a una progressione clamorosa negli ultimi 700 metri. Tadej Pogacar e le sue imprese da libri di storia sono ancora lontane. Ma ora, anni dopo Nibali e lustri dopo Pantani, anche l'Italia sembra aver trovato un “baby fenomeno” con cui provare a sognare. (A. P.). Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 113


Libri

L’incanto del mondo microscopico spiegato attraverso la fermentazione di Anna Lavinia

Tim Spector I fermenti che ci fanno bene Bollati Boringhieri, 2026 – 28,00 euro

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a vita dei microbi è come quella di un film, in poco più di sessanta minuti nascono, vivono, combattono, si riproducono e muoiono. La cosa affascinante è che così come le migliori pellicole cinematografiche, restano impressi per molto tempo nella nostra memoria, ci influenzano e ci regalano benefici inaspettati. È dall’inizio della storia dell’umanità che consumiamo cibi fermentati, prodotti con batteri ma non sempre ne siamo a conoscenza o forse non ci facciamo più caso. Per esempio, nell’antica Roma c’era il garum, una celebre salsa ottenuta attraverso la fermentazione del pesce e per migliaia di anni in tutto il mondo si sono consumati cereali fermentati sotto forma di porridge. Non occorre tornare indietro di troppe epoche per ottenere preziosi benefici dai batteri contenuti nei cibi e nelle bevande. Tim Spector ci insegna che basta sorseggiare una buona tazza di caffè al mattino così da svegliare non solo il cervello assonnato ma anche tutti i microbi buoni presenti nel nostro intestino. Infatti, i risultati di uno studio condotto su oltre 20.000 persone e pubblicato nel 2024 sulla prestigiosa rivista Nature microbiology dal titolo “Coffee consumption is associated with intestinal Lawsonibacter asaccharolyticus abundance and prevalence across multiple cohorts” hanno dimostrato che il microbo del caffè che porta il nome di Lawsonibacter è presente nei bevitori assidui della bevanda fino a otto volte di più rispetto a chi non ne assume affatto. Il batterio diventa benefico per l’individuo producendo metaboliti utili alla salute dell’organismo specialmente per le sue proprietà antinfiammatorie che possono esse-

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Libri

re d’aiuto nella prevenzione di molte patologie. I nostri antenati probabilmente tutto questo non lo sapevano ma di una cosa erano a conoscenza: la fermentazione era utile non solo al gusto ma anche alla conservazione dei cibi. La fermentazione, un antico processo alchemico senza dubbio misterioso, altro non è che la trasformazione chimica di un alimento o di una bevanda attraverso il potere di lieviti, batteri e altri microbi, già contenuti nei composti stessi. La confusione e l’avversione verso questi processi forse nasce dal primordiale insegnamento che tutti i microbi sono pericolosi, dentro e fuori dal corpo ma non sempre è così. L’autore del saggio, epidemiologo al King’s College di Londra e cofondatore del gruppo di ricerca nutrizionale ZOE - tra gli scienziati più citati al mondo - ci rassicura sulla loro funzione fornendoci più di trecento pagine di motivi per arricchire il microbiota e di conseguenza la nostra salute. Gli alimenti fermentati sempre più in voga sugli scaffali dei supermercati e tra le proposte culinarie non sono solo la moda del momento ma un vero e proprio concentrato di salute iniziati da culture che da secoli padroneggiano l’arte della fermentazione. Attingendo a diversi studi all’avanguardia, il libro si propone di svelare la cottura a freddo, la scienza alla base di kimchi, crauti, kombucha, kefir e yogurt. Le aziende alimentari (e non solo) ci hanno confuso parecchio con probiotici, prebiotici, simbiotici e postbiotici ma Tim Spector prova a fare il contrario: portare chiarezza sul mondo dei batteri. Nonostante abbiamo oscuri nomi, difficili da pronunciare e ricordare, è arrivato il momento di prendersi un attimo e fare la conoscenza di lactobacillus, bifidobacterium e aspergillus oryzae per capire chi sono e come lavorano perché potrebbero davvero migliorarci la vita.

Claire Elder La botanica degli amori perduti Mondadori, 2026 - 22,00 euro Costruire giardini per aggiustare il giardino dissestato che ha dentro di sé. È quello che fa Merel, l’esperta botanica protagonista dell’intrigante romanzo. Ogni capitolo offre al lettore un piccolo e sapiente racconto di una pianta. E tra botanica, mistero e passione riuscirà a trovare la chiave per la sua rinascita. (A. L.).

Luigia Panariello La scienza della pelle HarperCollins, 2026 - 18,50 euro Dalle sfavillanti vetrine per strada a quelle sui social, nessuno è immune all’invasione della skincare. Tuttavia, tra mode passeggere e trattamenti miracolosi online e offline, ciò che conta per la pelle è la scienza. Lo spiega la dermatologa con un approccio che coniuga rigore scientifico e consigli pratici da seguire nella routine quotidiana. (A. L.).

Olivia Ninotti La scimmia antropomorta Solferino, 2026 - 17,00 euro Già il titolo del libro suggerisce che c’è qualcosa che stona. La neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta prova a spiegare la strana evoluzione della psiche dai fuochi primitivi dell’Homo sapiens all’era ipertecnologica. Pensiamo di essere superiori ma dimentichiamo che siamo scesi dagli alberi per perderci in uno smartphone. (A. L.).

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Scienze

Dalla biologia sintetica una medicina programmabile sul microbioma di Daniela Bencardino*

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Scienze

È

possibile trasformare il microbioma in una piattaforma terapeutica programmabile? Le recenti tecnologie di biologia sintetica stanno rendendo questa prospettiva sempre più concreta, consentendo di modificare direttamente i microrganismi che abitano il nostro organismo. Grazie al sequenziamento completo dei genomi oggi abbiamo a disposizione una quantità senza precedenti di informazioni sulla loro organizzazione e sul loro funzionamento. Questo consente di comprendere meglio le interazioni tra geni, proteine e metaboliti, e progettare o modificare sistemi biologici complessi affinché svolgano funzioni specifiche e controllate. In natura, i microrganismi vivono sotto forma di comu-

nità strutturate e dinamiche, dove ogni specie occupa una nicchia ecologica e instaura relazioni di cooperazione o competizione con le altre. Un esempio è il microbioma umano che interagendo con l'organismo ospite ne influenza numerosi processi fisiologici. Di conseguenza, eventuali alterazioni della sua composizione o delle sue funzioni possono avere effetti importanti sulla salute dell'ospite. Per questo motivo, ingegnerizzare il microbioma, quindi modificarne la composizione e le funzioni può essere utile per ripristinare condizioni di equilibrio. Questo tipo di intervento viene eseguito attraverso l’impiego di specifici ceppi microbici, consorzi di microrganismi, prebiotici oppure metaboliti bioattivi [1]. A queste strategie si affiancano approcci più avanzati, come l’utilizzo di probiotici geneticamente modificati e consorzi microbici sintetici che permettono interventi terapeutici più mirati e controllati. Dalle prime applicazioni dell’ingegneria dei probiotici fino alle più recenti tecnologie di biologia sintetica, sono stati sviluppati strumenti genetici in grado di programmare i microrganismi affinché svolgano funzioni terapeutiche specifiche, aprendo così nuove prospettive per la medicina personalizzata e per la modulazione del microbioma in ambito clinico. Infatti, il microbioma non cambia sempre nello stesso modo tra popolazioni diverse. Ad esempio, studi condotti su coorti olandesi e belghe hanno evidenziato una correlazione negativa tra l’abbondanza del phylum Bacteroidetes e la diversità microbica complessiva, mentre in popolazioni africane è stata osservata una correlazione positiva. Questi risultati evidenziano l’importanza di considerare anche il contesto geografico, genetico e ambientale e suggeriscono che il ripristino di specifiche popolazioni microbiche può rappresentare una strategia terapeutica promettente per contrastare numerose condizioni patologiche associate alla disbiosi [1,2]. La coniugazione del DNA In modelli sperimentali, batteri donatori opportunamente modificati sono stati utilizzati per trasferire geni a diversi membri del microbioma intestinale, dimostrando la possibilità di alterarne direttamente le funzioni. La coniugazione del DNA è una strategia innovativa di ingegneria del microbioma basata sul trasferimento diretto di materiale genetico verso microrganismi bersaglio, mediante l’utilizzo appunto di un batterio donatore. Questo approccio consente di modificare anche specie non coltivabili e caratterizzate da fenotipi complessi che non possono essere facilmente riprodotti in sistemi batterici standard. In uno studio, ad esempio, è stato impiegato un ceppo di Bacillus subtilis come vettore per trasferire un elemento miniaturizzato (miniICEBs1) a diversi batteri isolati dal microbio* Comunicatrice scientifica e Medical writer Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 117


Scienze

ma cutaneo e intestinale [3]. Un ulteriore esempio di questa strategia è stato ottenuto ingegnerizzando un ceppo di Escherichia coli in grado di trasferire plasmidi mobili, sia replicativi sia integrativi verso microrganismi riceventi. In questo caso, il metodo è stato validato anche in modelli murini, attraverso la somministrazione del donatore E. coli, dimostrando il trasferimento di una proteina reporter, la GFP (Green Fluorescent Protein), al microbioma intestinale. Utilizzando una libreria di plasmidi mobili, è stato osservato che circa il 5% dei batteri riceventi acquisiva il plasmide entro 6 ore dalla somministrazione del donatore. I microrganismi coinvolti appartenevano ai quattro principali phyla del microbioma intestinale: Firmicutes, Bacteroidetes, Actinobacteria e Proteobacteria. Tuttavia, i transconiuganti sono stati rilevati solo fino a 72 ore dopo il trattamento, indicando una stabilità limitata del mantenimento plasmidico nel tempo. In un altro lavoro, è stato sviluppato un processo di manipolazione genetica che ha permesso la modifica di 27 specie batteriche non modello appartenenti alla classe Firmicutes/ Clostridia. Gli autori hanno identificato condizioni di coltura adatte alla crescita di questi ceppi e costruito una libreria di strumenti genetici comprendente origini di replicazione, marcatori di resistenza agli antibiotici e promotori attivi nei batteri bersaglio. Attraverso il miglioramento delle condizioni e delle fasi del protocollo di coniugazione, i ricercatori sono riusciti a trasferire in modo più efficiente il materiale genetico nei batteri bersaglio. In particolare, è stato veicolato un sistema CRISPRi basato su una variante inattivata della proteina Cpf1. Questo sistema non taglia il DNA, ma lo “spegne” o ne riduce l’attività: in pratica, permette di controllare l’espressione dei geni senza modificarne la sequenza. Di conseguenza, una volta introdotto nei microrganismi, il sistema CRISPRi regola l’attività genica, attivando o inibendo specifiche funzioni cellulari. Nel complesso, questi risultati indicano che la coniugazione del DNA rappresenta una strategia promettente per la modulazione funzionale del microbioma. Tuttavia, siamo ancora in una fase iniziale di sviluppo che richiede ulteriori aggiustamenti, soprattutto in termini di sicurezza applicativa nell’uomo. Un punto critico riguarda proprio l’impiego di elementi genetici mobili perché potrebbero diffondersi anche a microrganismi non bersaglio all’interno della comunità microbica attraverso trasferimento orizzontale di geni. Inoltre, la limitata caratterizzazione dei microrganismi non modello rende difficile prevedere con precisione la funzionalità dei carichi genetici introdotti in questi sistemi biologici complessi [4]. Gli inibitori enzimatici L’attività metabolica degli enzimi microbici rappresenta uno dei principali meccanismi attraverso cui il microbioma può influenzare la salute dell’ospite. Gli enzimi prodotti dai microrganismi intestinali, infatti, sono in grado di trasfor118 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

mare farmaci, profarmaci e xenobiotici introdotti nell’organismo, talvolta generando effetti indesiderati o addirittura dannosi. In questo contesto, l’utilizzo di molecole inibitrici capaci di bloccare selettivamente specifici enzimi microbici emerge come una strategia particolarmente promettente. Un esempio significativo riguarda il farmaco antitumorale SN38. Questa molecola deriva dal profarmaco CPT-11 (irinotecan), somministrato per via endovenosa e successivamente convertito nel fegato nella sua forma farmacologicamente attiva. In una fase successiva, il fegato trasforma SN-38 in


Scienze

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SN-38G attraverso un processo di glucuronidazione mediato dall’enzima UDP-glucuronosiltransferasi, facilitandone l’eliminazione attraverso il tratto gastrointestinale. Una volta raggiunto l’intestino, però, entrano in gioco alcuni batteri del microbioma che producono enzimi β-glucuronidasi. Questi enzimi riconvertono SN-38G nella forma attiva SN-38, provocandone la riattivazione direttamente a livello intestinale. Il risultato è una marcata tossicità gastrointestinale che limita la possibilità di aumentare il dosaggio della chemioterapia e, di conseguenza, può influenzarne l’efficacia clini-

ca. Sebbene l’eliminazione dei batteri intestinali mediante antibiotici possa teoricamente ridurre questa tossicità, tale approccio presenta numerosi svantaggi, tra cui l’alterazione dell’equilibrio del microbioma e il rischio di effetti collaterali associati all’uso prolungato degli antibiotici. Per questo motivo, sono state sviluppate diverse strategie di screening ad alta processività con l’obiettivo di identificare potenti inibitori delle β-glucuronidasi batteriche che non interferissero con gli enzimi equivalenti presenti nei mammiferi. I composti individuati hanno mostrato un importante vantaggio: sono in grado di bloccare l’attività enzimatica responsabile della tossicità senza eliminare i batteri intestinali né danneggiare le cellule dell’ospite. Negli studi condotti su modelli murini, questi inibitori hanno dimostrato di proteggere gli animali dagli effetti tossici della chemioterapia; resta tuttavia da chiarire se possano contribuire anche a migliorarne l’efficacia terapeutica [5]. Un altro ambito di grande interesse riguarda l’inibizione della produzione microbica di trimetilammina N-ossido (TMAO), una molecola associata a un aumento del rischio cardiovascolare nell’uomo. Il processo inizia a partire da nutrienti comunemente presenti nella dieta, come colina, fosfatidilcolina e carnitina. Questi composti vengono convertiti dai batteri intestinali in trimetilammina (TMA) grazie all’azione degli enzimi microbici colina-TMA liasi. Successivamente, la TMA viene trasportata al fegato, dove l’enzima flavina-monoossigenasi la converte in TMAO. Per interferire con questo percorso metabolico è stato identificato il 3,3-dimetil-1-butanolo (DMB), un analogo strutturale della colina capace di inibire diversi enzimi TMA liasi senza compromettere la sopravvivenza dei microrganismi intestinali. Nei topi alimentati con diete ricche di colina o L-carnitina, il trattamento con DMB ha determinato una riduzione dei livelli plasmatici di TMAO, una diminuzione delle lesioni aterosclerotiche e una minore formazione di cellule schiumose derivate dai macrofagi, considerate un importante indicatore dello sviluppo dell’aterosclerosi. Successivamente, lo stesso gruppo di ricerca ha sviluppato altri due inibitori delle TMA liasi, fluorometilcolina e iodometilcolina. Pur non possedendo attività battericida, questi composti sono in grado di accumularsi all’interno delle cellule microbiche e di mantenere ridotti i livelli di TMAO nei topi fino a tre giorni dopo una singola somministrazione orale. Inoltre, hanno mostrato la capacità di prevenire la formazione di trombi, riducendo l’adesione delle piastrine alla matrice di collagene delle arterie in animali alimentati con colina. Un aspetto particolarmente interessante emerso da questi studi è che, pur non eliminando i batteri intestinali, tali inibitori sono comunque in grado di modificare la composizione del microbioma. Questo suggerisce che il blocco selettivo di specifiche attività metaboliche possa esercitare una pressione selettiva sulle comunità microbiche, favorendo alcuni microrganismi a discapito di altri. Di conseguenza, Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 119


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non si può escludere che, nel lungo periodo, possano svilupparsi fenomeni di adattamento o resistenza, un aspetto che richiederà ulteriori approfondimenti prima di una loro eventuale applicazione clinica su larga scala [1,6]. Microrganismi ingegnerizzati che modificano i metaboliti A differenza della somministrazione di batteri wild-type impiegati per modificare la composizione del microbioma, i microrganismi ingegnerizzati vengono progettati per svolgere nuove funzioni biologiche e intervenire direttamente sulle attività metaboliche della comunità microbica. Uno dei metaboliti più rilevanti è l’ammoniaca, prodotta principalmente dai batteri intestinali durante il metabolismo degli aminoacidi introdotti con la dieta. Il fegato provvede a eliminarla attraverso il ciclo dell’urea, ma nei pazienti con insufficienza epatica o cirrosi, questa capacità si riduce e l’ammoniaca si accumula nel sangue. A concentrazioni elevate, può attraversare la barriera emato-encefalica e agire come neurotossina. Per affrontare questo problema, i ricercatori hanno modificato geneticamente un ceppo probiotico di Escherichia coli affinché convertisse l’ammoniaca intestinale in L-arginina, un aminoacido che favorisce il ciclo dell’urea e quindi l’eliminazione dell’azoto in eccesso. Per garantire che questa funzione si attivasse solo nell’intestino, la via metabolica introdotta è stata posta sotto il controllo del promotore fnrS, che si attiva esclusivamente in condizioni di bassa concentrazione di ossigeno. In questo modo il batterio svolge la propria attività soltanto nell’ambiente anaerobico dell’intestino. Nei modelli murini, questo batterio ingegnerizzato ha ridotto l’ammoniaca ma i risultati nell’uomo sono stati meno incoraggianti. Ma il batterio ha comunque trovato una sua applicazione nei tumori solidi, dove l’ammoniaca è un prodotto di scarto del metabolismo cellulare. Convertendola in L-arginina, il batterio potrebbe aumentare l’attivazione dei linfociti T e potenziare l’efficacia degli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci utilizzati nell’immunoterapia antitumorale [7]. Un altro gruppo di metaboliti di interesse è quello degli acidi grassi a catena corta (Short-Chain Fatty Acids, SCFA), prodotti dalla fermentazione delle fibre alimentari da parte del microbioma intestinale. Tra queste, il butirrato è in grado di rafforzare la barriera intestinale, ridurre il rischio di tumore del colon-retto, contribuire alla regolazione dell’appetito, migliorare la sensibilità all’insulina, favorire l’ossidazione dei grassi e stimolare il rilascio di ormoni coinvolti nella secrezione insulinica. Ma non può essere assunto dall’uomo per via della sua scarsa biodisponibilità e del sapore e dell’odore sgradevoli. Allora si è pensato di trasformare i batteri intestinali in vere e proprie “fabbriche biologiche” di butirrato. Il Bacillus subtilis SCK6 è un batterio che produce quantità molto ridotte di questo metabolita. I ricercatori hanno introdotto nel microrganismo una via metabolica tipica dei 120 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

batteri intestinali produttori di butirrato, basata sull’enzima butirril-CoA:acetato CoA-transferasi. In questo modo il batterio è stato convertito in un produttore efficiente di butirrato direttamente all’interno dell’intestino. Un altro esempio di microbi ingegnerizzati riguarda il controllo dell’infiammazione intestinale dove l’attenzione si è concentrata sull’ATP extracellulare (eATP), una molecola presente in elevate concentrazioni nei pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali. L’eATP viene rilasciato sia dalle cellule immunitarie attivate sia dai microrganismi intestinali e svolge un’importante funzione pro-infiammatoria, contribuendo al mantenimento dello stato patologico. Per contrastarne gli effetti, è stato modificato geneticamente il lievito Saccharomyces cerevisiae affinché fosse in grado di rilevare la presenza di eATP nell’intestino e produrre enzimi capaci di degradarlo. Questi enzimi convertono l’eATP in AMP, che viene poi trasformato in adenosina, una molecola dotata di proprietà immunosoppressive e antinfiammatorie. Per aumentare ulteriormente l’efficacia del sistema, i ricercatori hanno introdotto nel lievito una versione evoluta del recettore umano P2Y2, capace di riconoscere l’eATP con una sensibilità circa mille volte superiore rispetto al recettore naturale. Questo sensore biologico è stato combinato con una potente ATPasi creando una piattaforma terapeutica in grado di attivarsi soltanto quando i livelli di eATP diven-


Scienze

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tano particolarmente elevati. Nei modelli murini di colite il trattamento ha: ridotto l’espressione delle citochine pro-infiammatorie, limitato l’accorciamento del colon associato all’infiammazione e migliorato i parametri istologici dei tessuti intestinali. Questa strategia si è dimostrata più efficace anche rispetto ad alcune delle terapie standard attualmente utilizzate per il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali [8,9].

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Conclusioni L’ingegneria del microbioma sta evolvendo per diventare un vero e proprio strumento terapeutico programmabile. L’obiettivo non è più soltanto modificare la composizione delle comunità microbiche, ma sfruttarle come piattaforme biologiche intelligenti capaci di percepire segnali patologici, elaborare informazioni e intervenire in modo mirato direttamente all’interno dell’organismo. Questo approccio apre prospettive particolarmente interessanti per lo sviluppo di terapie sempre più precise, personalizzate e adattabili alle caratteristiche del singolo paziente. Se le sfide legate alla sicurezza, alla stabilità genetica e alla regolamentazione verranno superate, il microbioma potrebbe evolvere da semplice biomarcatore di malattia a vero e proprio bersaglio terapeutico dinamico, aprendo una nuova fase della medicina di precisione.

4. Jin, W.-B.; Li, T.-T.; Huo, D.; Qu, S.; Li, X. V.; Arifuzzaman, M.; Lima, S. F.; Shi, H.-Q.; Wang, A.; Putzel, G. G.; et al. Genetic Manipulation of Gut Microbes Enables Single-Gene Interrogation in a Complex Microbiome. Cell 2022, 185, 547−562 5. Wallace, B. D.; Wang, H.; Lane, K. T.; Scott, J. E.; Orans, J.; Koo, J. S.; Venkatesh, M.; Jobin, C.; Yeh, L.-A.; Mani, S.; et al. Alleviating Cancer Drug Toxicity by Inhibiting a Bacterial Enzyme. Science 2010, 330, 831−835 6. Craciun, S.; Balskus, E. P. Microbial Conversion of Choline to Trimethylamine Requires a Glycyl Radical Enzyme. Proc. Natl. Acad. Sci. U. S. A. 2012, 109, 21307−21312 7. Kurtz, C. B.; Millet, Y. A.; Puurunen, M. K.; Perreault, M.; Charbonneau, M. R.; Isabella, V. M.; Kotula, J. W.; Antipov, E.; Dagon, Y.; Denney, W. S.; et al. An Engineered E. Coli Nissle Improves Hyperammonemia and Survival in Mice and Shows Dose-Dependent Exposure in Healthy Humans. Sci. Transl. Med. 2019, 11, eaau7975 8. Wang, L.; Cheng, X.; Bai, L.; Gao, M.; Kang, G.; Cao, X.; Huang, H. Positive Interventional Effect of Engineered ButyrateProducing Bacteria on Metabolic Disorders and Intestinal Flora Disruption in Obese Mice. Microbiol. Spectr. 2022, 10, No. e0114721 9. Scott, B. M.; Gutiérrez-Vázquez, C.; Sanmarco, L. M.; da Silva Pereira, J. A.; Li, Z.; Plasencia, A.; Hewson, P.; Cox, L. M.; O’Brien, M.; Chen, S. K.; et al. Self-Tunable Engineered Yeast Probiotics for the Treatment of Inflammatory Bowel Disease. Nat. Med. 2021, 27, 1212− 1222

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Scienze

di Matteo Piccirilli

I

primi giorni e mesi di vita di un essere umano rappresentano una finestra temporale di straordinaria delicatezza e plasticità biologica, durante la quale l'organismo del neonato getta le fondamenta del proprio futuro stato di salute. In questo periodo critico, il sistema immunitario e quello nervoso si sviluppano attraverso un'intricata e affascinante coreografia molecolare orchestrata dall'interazione continua tra fattori genetici ereditati e segnali provenienti dall'ambiente esterno. Due protagonisti silenziosi ma decisivi di questa danza dello sviluppo sono l'epigenoma, ovvero l'insieme delle modifiche chimiche che regolano l'espressione dei geni senza alterarne la sequenza, e il microbioma, la sterminata comunità di batteri, funghi e virus che colonizza il corpo umano e, in particolare, l'intestino. A differenza del genoma, che rimane sostanzialmente stabile per tutta la vita di un individuo, l'epigenoma è straordinariamente dinamico e reattivo: si modifica in risposta a un'ampia gamma di stimoli ambientali sia durante la vita intrauterina sia nel periodo immediatamente successivo alla nascita. Uno dei segnali ambientali più potenti capaci di innescare modifiche epigenetiche nell'ospite è proprio costituito dai geni dei microrganismi che abitano il nostro corpo. Nonostante l'enorme importanza di questo dialogo molecolare, i meccanismi precisi attraverso cui i fattori perinatali, le modifiche epigenetiche come la metilazione del DNA e la composizione del microbiota intestinale comunicano tra loro sono rimasti finora in gran parte inesplorati. A colmare questa profonda lacuna conoscitiva è arrivato un imponente studio pubblicato il 18 maggio 2026 sulla nuova e prestigiosa rivista multidisciplinare Cell Press 122 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

Blue, intitolato “Epigenome-microbiome interplay in early life associates with infants' neurodevelopmental outcomes”. Il lavoro porta la firma di un nutrito team di ricercatori coordinato da Siew Chien Ng, Ye Peng, Lin Zhang, Ting Fan Leung, Hein Min Tun e Francis Ka Leung Chan, afferenti principalmente al Microbiota I-Center e alla Chinese University of Hong Kong. Gli autori hanno sfruttato i dati di una straordinaria coorte di nascita longitudinale denominata MOMmy (acronimo che richiama il concetto di trasmissione del microbiota dalla madre al bambino e il suo legame con la salute a lungo termine del neonato), istituita prospetticamente a Hong Kong. La scala dello studio è semplicemente impressionante e ne fa, a conoscenza degli autori, la più ampia indagine sull'interazione epigenoma-microbioma mai condotta sulla popolazione umana nei primi anni di vita: sono stati reclutati 969 nuclei familiari, e sono stati analizzati 571 metilomi del sangue del cordone ombelicale insieme a ben 5.328 metagenomi intestinali provenienti dai neonati e dai loro genitori. I campioni di feci sono stati raccolti serialmente dai bambini a due, sei e dodici mesi di età, oltre che alla nascita sotto forma di meconio, mentre gli esiti neuroevolutivi sono stati misurati a tre anni di età mediante una versione cinese validata del Child Behavior Checklist, un questionario in grado di stimare i punteggi relativi ai problemi dello spettro autistico e ai problemi di deficit di attenzione e iperattività. Il primo risultato di grande rilievo emerso dall'analisi riguarda il profondo impatto della modalità del parto sull'epigenoma del neonato. I ricercatori hanno scoperto che il parto tramite taglio cesareo era associato a profili di metilazione alterati nei geni coinvolti nelle risposte immu-


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UNO STUDIO MONUMENTALE SU QUASI MILLE FAMIGLIE DI HONG KONG SVELA PER LA PRIMA VOLTA COME IL TAGLIO CESAREO ALTERI SIMULTANEAMENTE LA METILAZIONE DEL DNA DEL NEONATO E LA TRASMISSIONE DEI BATTERI DAI GENITORI AL FIGLIO, CON CONSEGUENZE SUL RISCHIO DI DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO E DI DEFICIT DI ATTENZIONE, MA ANCHE CON SORPRENDENTI POSSIBILITÀ DI PROTEZIONE AFFIDATE A SPECIFICI MICROBI INTESTINALI

nitarie e nello sviluppo neurale. In particolare, il livello medio di metilazione all'interno della regione del complesso maggiore di istocompatibilità, una zona del genoma cruciale per il funzionamento del sistema immunitario, risultava significativamente più elevato nei bambini nati con cesareo rispetto a quelli nati per via vaginale. Complessivamente, gli autori hanno identificato 2.379 regioni differenzialmente metilate distribuite nell'intero genoma tra i due gruppi di parto, e la stragrande maggioranza di esse, ben il 92,2 per cento, risultava ipermetilata nei bambini nati con cesareo. Queste regioni erano collocate prevalentemente in corrispondenza o in prossimità di geni responsabili delle risposte immunitarie, della proliferazione e differenziazione cellulare, della regolazione dell'espressione genica e dello sviluppo neurale, includendo geni dai nomi ormai noti agli specialisti come MAPK8, FOXO1 e MBP. È interessante notare che i neonati nati con cesareo mostravano anche proporzioni diverse di cellule immunitarie, con una maggiore percentuale di linfociti T e B ma una minore quota di granulociti e cellule natural killer, un'alterazione che potrebbe riflettere la mancata esposizione allo stress del travaglio e al cortisolo a esso associato. Il secondo grande filone di scoperte riguarda l'impatto del cesareo sulla maturazione e sulla trasmissione del microbiota inte-

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stinale. Gli autori hanno documentato che il parto cesareo era associato a una maturazione ritardata della flora batterica intestinale dei neonati, caratterizzata da traiettorie alterate degli enterotipi e da una ridotta trasmissione dei ceppi batterici dai genitori ai figli. La ricchezza mediana del microbiota intestinale infantile cresceva da appena una specie alla nascita fino a cinquantaquattro specie a dodici mesi, ma nei bambini nati con cesareo questo processo risultava rallentato, con un aumento degli anaerobi obbligati e una diminuzione di quelli facoltativi, oltre a un incremento di patogeni opportunisti come Staphylococcus epidermidis, Clostridium perfringens ed Enterococcus faecium, e a una contemporanea riduzione di microbi benefici come i bifidobatteri e diverse specie di Bacteroides e Parabacteroides. Particolarmente illuminante è stata l'analisi della trasmissione dei ceppi batterici a livello di profilazione genomica fine. Mentre il cesareo riduceva drasticamente la trasmissione dei ceppi dalla madre al neonato, un fenomeno sorprendente è emerso con chiarezza: la condivisione di ceppi batterici tra i padri e i loro figli aumentava nel tempo indipendentemente dalla modalità del parto, raggiungendo a dodici mesi lo stesso livello della trasmissione materna. Nei bambini nati con cesareo, la proporzione di ceppi del microbiota provenienti esclusivamente dal padre risultava

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comparabile a quella trasmessa dalla madre, suggerendo che il microbiota paterno possa fungere da fonte complementare di trasmissione e svolgere un ruolo importante nella successione microbica in questi neonati. Si tratta di un'osservazione di notevole originalità, che gli stessi autori attribuiscono in parte al maggiore legame postnatale tra padri e neonati tipico del contesto culturale studiato. Ma è nel terzo e più ambizioso filone di analisi che lo studio raggiunge il suo apice concettuale: la connessione tra le alterazioni epigenetiche e gli esiti neuroevolutivi dei bambini. Analizzando un sottoinsieme di duecentottantuno neonati per i quali erano disponibili sia il metiloma del sangue cordonale sia la valutazione neuroevolutiva a tre anni, i ricercatori hanno scoperto che i bambini con geni ipermetilati nelle vie neurogeniche e neurotrasmettitoriali mostravano punteggi più elevati sia per il disturbo dello spettro autistico sia per il deficit di attenzione e iperattività. Più precisamente, per quanto riguarda l'autismo, i bambini con punteggi più alti presentavano una minore metilazione di regioni annotate a vie come la risposta cellulare allo stimolo del fattore di crescita nervoso, la differenziazione neuronale e la regolazione della neurogenesi, e una maggiore metilazione di geni legati a funzioni sinaptiche come GABRB3 e CREBBP. Queste associazioni risultavano coerenti con un quadro di aumentata proliferazione neuronale e iperattività tipico dell'autismo. In modo analogo, per il deficit di attenzione, le alterazioni della metilazione coinvolgevano geni legati alla segnalazione dopaminergica come DRD4 e all'integrità della barriera ematoencefalica come SLC7A1. Particolarmente significativo è il fatto che molti di questi geni erano già stati identificati in precedenti studi di associazione genome-wide come collegati a disturbi del neurosviluppo, conferendo solidità e plausibilità biologica alle scoperte. La rivelazione forse più affascinante e densa di implicazioni terapeutiche dell'intero studio riguarda però il ruolo protettivo e mediatore di specifici microbi intestinali. Gli autori hanno scoperto che gli effetti epigenetici di rischio non erano affatto immutabili: al contrario, potevano essere mitigati dalla colonizzazione precoce di particolari batteri benefici. Nel caso dell'autismo, la presenza del batterio Lachnospira pectinoschiza a dodici mesi di età attenuava il potenziale effetto negativo dell'ipermetilazione del gene SLC5A3 sul rischio di autismo, mediando circa l'otto per cento dell'effetto complessivo. Nel caso del deficit di attenzione, la colonizzazione di Parabacteroides distasonis, un batterio già noto come potenziale probiotico, a due mesi di età risultava negativamente associata ai punteggi del disturbo a trentasei mesi, e la sua persistente presenza dai due ai dodici mesi era ugualmente collegata a punteggi più bassi. Gli autori hanno identificato complessivamente cinquecentosettantasei e ottocentonovantadue vie di me-


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diazione significative tra i marcatori epigenetici, i marcatori microbici e i punteggi rispettivamente di autismo e di deficit di attenzione. Il meccanismo biologico proposto è particolarmente elegante: Parabacteroides distasonis è infatti un noto produttore di acido gamma-amminobutirrico, il GABA, un neurotrasmettitore che nel cervello in via di sviluppo svolge un ruolo eccitatorio e la cui concentrazione e segnalazione risultano ridotte nei pazienti con deficit di attenzione. Questo suggerisce il potenziale dei metaboliti microbici, come appunto il GABA, di ripristinare il delicato equilibrio tra eccitazione e inibizione neuronale. Inoltre, la trasmissione dal padre al figlio del batterio Bacteroides fragilis a dodici mesi, sebbene con bassa frequenza, era associata a punteggi più bassi sia per l'autismo sia per il deficit di attenzione. Nel loro insieme, questi risultati delineano un quadro concettuale del tutto nuovo, che gli autori hanno efficacemente battezzato come “olo-epigenoma”, ovvero l'epigenoma dell'ospite integrato con il suo microbioma, configurato come un mediatore chiave degli esiti neuro-immunitari del bambino. Lo studio rappresenta, a conoscenza dei suoi stessi autori, la prima indagine longitudinale con molteplici tipi di campioni capace di descrivere l'intima interazione tra esposizioni perinatali, segni epigenetici, sviluppo del microbiota intestinale ed esiti neuroevolutivi nei primi tre anni di vita. Le implicazioni traslazionali sono profonde e aprono scenari terapeutici concreti: interventi mirati al ripristino microbico o alla modulazione epigenetica durante le finestre critiche dello sviluppo potrebbero in linea di principio mitigare il rischio di disturbi del neurosviluppo. Lo studio si fa così promotore di un approccio di medicina di precisione che sfrutti gli insight multi-omici, in particolare all'interno dell'asse neuro-immunitario, per una precoce stratificazione del rischio e per l'ottimizzazione delle traiettorie di salute dei più piccoli. Gli autori, con encomiabile onestà intellettuale, hanno tuttavia tenuto a sottolineare alcune importanti limitazioni del loro lavoro. La principale risiede nell'affidamento a una singola misurazione della metilazione del DNA dal sangue cordonale, un'istantanea che riflette l'ambiente prenatale cumulativo ma non può catturare le interazioni dinamiche e bidirezionali tra epigenoma e microbioma durante lo sviluppo postnatale, plasmate da fattori potenti come la dieta e l'uso di antibiotici. Per via della variabilità tecnica intrinseca al sequenziamento bisolfito dell'intero genoma, le sottili differenze di metilazione riportate vanno inoltre interpretate con cautela. Soprattutto, gli autori ribadiscono che le relazioni identificate sono di natura osservazionale e associativa: in assenza di una validazione funzionale in modelli sperimentali, le vie proposte che collegano i fattori perinatali agli esiti di salute attraverso l'epigenetica e il microbioma rimangono speculative e sono pensate per ge-

nerare ipotesi meccanicistiche per la ricerca futura. Studi meccanicistici saranno dunque necessari per stabilire un nesso di causalità e per facilitare l'identificazione di concrete modalità di intervento. In conclusione, il lavoro di Ng, Peng, Zhang e colleghi pubblicato su Cell Press Blue rappresenta una pietra miliare nella comprensione delle origini evolutive precoci dei disturbi del neurosviluppo. Esso dimostra in modo convincente come le esperienze dei primissimi giorni di vita, a cominciare dalla modalità del parto, lascino un'impronta duratura tanto sull'epigenoma quanto sul microbioma del bambino, e come questi due sistemi dialoghino incessantemente tra loro nel plasmare il destino neurologico del nascituro. Resta naturalmente aperta una serie di affascinanti domande che animeranno la ricerca degli anni a venire: sarà possibile sviluppare probiotici mirati in grado di correggere le traiettorie epigenetiche di rischio? Quanto a lungo persistono nel tempo queste impronte molecolari precoci? E in che misura potremo un giorno intervenire deliberatamente, durante le finestre critiche dello sviluppo, per proteggere la salute neurologica delle generazioni future? La nuova frontiera dell'olo-epigenoma, appena dischiusa dai laboratori di Hong Kong, promette di tenere occupati i ricercatori di tutto il mondo per i decenni a venire.

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Scienze

Deficit di Vitamina D, mito o realtà? di Matteo Pillitteri* e Marcello Speciale*

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li studi epidemiologici mostrano come la carenza di Vitamina D sia effettivamente molto frequente in Italia, specie negli anziani e nei mesi invernali. Un aspetto epidemiologico rilevante nel nostro Paese è la frequente associazione tra ipovitaminosi D e osteoporosi, soprattutto nelle donne in post-menopausa e negli uomini in età senile, che rappresenta un importante fattore di fragilità scheletrica. Si stima che l’86% delle donne italiane sopra i 70 anni presenti valori di Vitamina D inferiori alla norma alla fine dell’inverno. Questo rilievo assume aspetti particolarmente allarmanti nei soggetti istituzionalizzati o con altre comorbidità. L’inattesa maggiore prevalenza di ipovitaminosi D nei paesi del bacino del Mediterraneo rispetto al nord Europa, notevolmente meno soleggiato, è detto “paradosso scandinavo”. Ciò è dovuto al fatto che nei paesi del nord Europa si è da tempo introdotta la prassi di integrare gli alimenti con Vitamina D, pratica da noi poco attuata. L’aumento della prevalenza e incidenza di ipovitaminosi D in Italia è in parte dovuto prevalentemente all’invecchiamento della popolazione; infatti il sistema enzimatico deputato alla sintesi di Vitamina D diventa meno efficiente con l’invecchiamento. Anche l’obesità e alcune terapie farmacologiche sono in grado di influenzare negativamente il metabolismo della Vitamina D. Tra queste ultime, la terapia con glucocorticoidi è quella in grado di inficiare maggiormente l’azione della Vitamina D. Tuttavia, l’ipovitaminosi D è frequente anche in età relativamente giovane, a causa soprattutto di ridotto irraggiamento UVB per scarsa esposizione solare, uso di filtri solari, inquinamento ambientale e anche per tatuaggi particolarmente estesi (oggi molto di moda) che riducono l'esposizione diretta della pelle alla luce solare e possono * Biologi nutrizionisti

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diminuire la capacità dell'epidermide di produrre questa vitamina, contribuendo così a stati di ipovitaminosi D. Anche la dieta non consente di sopperire al deficit di produzione endogena di Vitamina D, in quanto tale elemento è presente in maniera significativa solo in pochi alimenti a prevalente elevato contenuto di grassi (olio di fegato di merluzzo e pesci grassi in particolare). Cos'è realmente la Vitamina D? La Vitamina D è costituita da un gruppo vitaminico di 5 pro-ormoni, denominati D1, D2, D3, D4 e D5, che hanno come caratteristiche comuni: • Il fatto di essere liposolubili • Di attivarsi alla luce del sole e di avere analoghe funzioni nell’organismo • Avere una struttura molecolare molto simile fra loro Le forme di maggiore interesse biologico sono tuttavia la vitamina D2 (ergocalciferolo) e D3 (colecalciferolo). La Vitamina D è una vitamina liposolubile con un’attività endocrina funzionale al mantenimento della omeostasi del calcio a livello di: rene, intestino tenue e osso. Una delle principali funzioni della Vitamina D è quella di favorire l’assorbimento intestinale del calcio. Negli ultimi due decenni la Vitamina D è stata al centro di un crescente interesse scientifico e mediatico. Parallelamente all'aumento delle richieste di dosaggio della 25-idrossivitamina D [25(OH)D] e delle prescrizioni di supplementi, si è diffusa la percezione che una larga parte della popolazione presenti una condizione di insufficienza o carenza vitaminica al punto di da indurre l’AIFA a pubblicare, nel 2014, un rapporto su questa crescita incontrollata. Tra i fattori che hanno contribuito in maniera significativa a questo fenomeno vi è certamente la maggiore attenzione della classe medica per le patologie


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scheletriche correlate alla carenza di Vitamina D, che ha condizionato una ricerca più attenta e sistematica del deficit vitaminico. A ciò si aggiunge un reale aumento della prevalenza e incidenza di ipovitaminosi D nella popolazione generale italiana. Non si può però escludere che una parte di questo aumento sia effettivamente legato a fenomeni di inappropriatezza prescrittiva. Tuttavia, l'interpretazione di questi dati richiede una corretta comprensione della fisiologia della Vitamina D e dei criteri utilizzati per definirne lo stato nutrizionale. Nonostante il nome, la Vitamina D non è una vitamina in senso stretto. Nell'uomo la principale fonte è rappresentata dalla sintesi cutanea a partire dal 7-deidrocolesterolo in seguito all'esposizione ai raggi ultravioletti B (UVB), motivo per cui viene più correttamente considerata un pro-ormone steroideo. L’introito maggiore di Vitamina D deriva dall’esposizione al sole della cute, in minima parte dall’assunzione di alcuni alimenti. Ne consegue che una carenza di Vitamina D può verificarsi quando: l’esposizione alla luce solare è limitata, l’assunzione dietetica abituale è scarsa, l’assorbimento gastrointestinale è insufficiente. La rilevanza della sintesi cutanea emerge chiaramente confrontandola con l'apporto alimentare. Un'esposizione estiva di braccia e gambe per circa 10-20 minuti può determinare la produzione di quantità di Vitamina D stimate nell'ordine di 10.000-20.000 UI, mentre una porzione di salmone da 100 g ne apporta mediamente 400-1.000 UI e un uovo meno di 50 UI. Attenzione perché anche l’esposizione solare non è una variabile standardizzata, in quanto intervengono altri fattori: • Latitudine • Stagione • Fototipo • Età • Adiposità • Abbigliamento • Fattore di Protezione Solare (SPF) Poco sole → rischio carenza Troppo sole → rischio danni cutanei Il metabolismo della Vitamina D Le principali forme di Vitamina D sono il colecalciferolo (Vitamina D3) e l'ergocalciferolo (Vitamina D2). Sebbene differiscano lievemente nella struttura chimica, entrambe seguono le stesse vie metaboliche. Dopo l'assorbimento intestinale o la sintesi cutanea, Vitamina D2 e D3 raggiungono il fegato dove vengono convertite dall'enzima CYP2R1 nei rispettivi metaboliti 25-idrossilati. L'insieme di questi metaboliti costituisce la 25-idrossivitamina D [25(OH)D], il principale serbato-

io circolante e il biomarcatore utilizzato per valutare lo stato vitaminico. Successivamente, a livello renale, l'enzima 1α-idrossilasi (CYP27B1) converte la 25(OH)D nella forma biologicamente attiva, la 1,25-diidrossivitamina D [1,25(OH)₂D], o calcitriolo. Quest'ultima agisce legandosi al recettore della Vitamina D (VDR), un recettore nucleare coinvolto nella regolazione di numerosi geni associati all'omeostasi del calcio e del fosforo, al metabolismo osseo, alla funzione muscolare e alla risposta immunitaria. L'omeostasi della Vitamina D dipende inoltre da meccanismi di inattivazione mediati dall'enzima CYP24A1, che degrada sia la 25(OH)D sia il calcitriolo in metaboliti inattivi. Quando si può parlare di carenza? Si ritiene che l’uomo sia stato a conoscenza fin dall’antichità della molecola che oggi conosciamo come Vitamina D. La prima descrizione scientifica di un deficit di Vitamina D, cioè di rachitismo, è stata fornita nel 17° secolo sia dal dottor Daniel Whistler (1645), sia dal professor Francis Glisson (1650). Tradizionalmente, la Vitamina D è stata associata al mantenimento della salute scheletrica e alla prevenzione di rachitismo e osteomalacia. Negli ultimi anni, tuttavia, il possibile coinvolgimento della Vitamina D in numerosi processi extra scheletrici ha ampliato il dibattito sul significato clinico delle sue concentrazioni circolanti. Per molti anni la classificazione proposta dalla Endocrine Society nel 2011 ha definito la carenza come una concentrazione di 25(OH)D inferiore a 20 ng/mL, l'insufficienza tra 21 e 29 ng/mL e la sufficienza a partire da 30 ng/ mL. L'applicazione di questi criteri ha portato a stimare una prevalenza molto elevata di insufficienza vitaminica nella popolazione generale. “Stiamo osservando un deficit biologico o una costruzione nosografica dipendente dal cut-off?” Sebbene molti laboratori continuino a considerare carenza valori inferiori a 20ng/mL, le più recenti linee guida sottolineano che il rischio di manifestazioni scheletriche è particolarmente documentato soprattutto sotto i 12 ng/mL. Il Consensus internazionale pubblicato nel 2024 ha infatti evidenziato come la definizione dello stato vitaminico ottimale rimanga controversa e come sia necessario distinguere tra insufficienza biochimica e reale significato clinico. Nello stesso anno, le nuove linee guida della Endocrine Society non hanno raccomandato lo screening routinario della Vitamina D nella popolazione generale sana, concentrando l'attenzione sui soggetti a rischio. Alla luce delle evidenze disponibili, la domanda se oggi siamo tutti carenti di Vitamina D non ammette una risposta semplice. Più che una vera e propria pandemia di carenza, i dati sembrano suggerire l'esistenza di un ampio spettro di variabilità fisiologica, all'interno del quale è fondamentale Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 127


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interpretare il dato laboratoristico nel contesto clinico e biologico del singolo individuo. Ove, come spesso avviene, non sia possibile correggere tale carenza con la dieta o con un’adeguata e non rischiosa esposizione alla luce solare, si deve ricorrere a supplementi farmacologici. L’approccio più fisiologico della supplementazione con Vitamina D è quello giornaliero; tuttavia, al fine di migliorare l’aderenza al trattamento, il ricorso a dosi equivalenti settimanali o mensili è giustificato da un punto di vista farmacologico. Le dosi di Vitamina D da utilizzare dipendono se si deve trattare una condizione carenziale o prevenirla. L’obiettivo della terapia della carenza e dell’insufficienza di Vitamina D è di ripristinare i depositi e i normali livelli sierici di 25(OH)D in tempi brevi. La dose cumulativa da somministrare nel giro di alcune settimane può variare in funzione della gravità della carenza e della massa corporea. In Italia, la prescrivibilità SSN per la supplementazione di Vitamina D è regolamentata dalla Nota 96 dell’AIFA, che individua categorie di pazienti particolarmente a rischio di ipovitaminosi D o con riscontro documentato di ipovitaminosi desumibile dagli esami di laboratorio. Per anni ci hanno detto: “prendi calcio e Vitamina D e proteggerai le tue ossa”. Ma la più grande meta-analisi ad oggi pubblicata dal BMJ ci dice qualcosa di diverso: negli anziani che vivono autonomamente questi integratori, da soli, riducono poco o nulla il rischio di fratture. Le ossa si rinforzano con: • Attività fisica regolare. • Allenamento di forza e potenza muscolare. • Esercizi di equilibrio. • Prevenzione delle cadute. • Adeguato apporto proteico. • Diagnosi e trattamento dell’osteoporosi quando presente. • Correzione di deficit documentati di Vitamina D. Obesità e carenza di Vitamina D: correlazione o conse guenza? La correlazione tra obesità e bassi livelli di Vitamina D è consolidata. Il tessuto adiposo in eccesso "sequestra" questa vitamina liposolubile, riducendone la biodisponibilità nel sangue. Di conseguenza, i pazienti obesi necessitano di dosaggi di integrazione significativamente più alti per ripristinare i valori ottimali rispetto ai soggetti normopeso. Nei soggetti con maggiore massa corporea, la Vitamina D circolante risulta diluita in un volume maggiore di fluidi e tessuti, oltre al fatto che un notevole aumento ponderale stimola stili di vita sedentari e limitazioni fisiche che riducono l'esposizione alla luce solare, la principale fonte naturale di sintesi. Per contro l’ipovitaminosi 128 Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026

D favorirebbe l’accumulo di massa adiposa sia attraverso l’incremento dei livelli del PTH, con aumento dell’ingresso di calcio negli adipociti e conseguente stimolazione della lipogenesi, sia favorendo la differenziazione dei pre-adipociti in adipociti. La correzione dell’ipovitaminosi D, finalizzata al raggiungimento e al mantenimento di livelli sierici della 25(OH) Vitamina D superiori a 30 ng/ml, richiede nei grandi obesi dosi di colecalciferolo notevolmente superiori rispetto a quelle raccomandate nei pazienti normopeso. Particolare attenzione va riservata poi ai pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica. “La Vitamina D è davvero carente in metà della popolazione o stiamo misurando male il problema?” ✓ Vitamina D tra i biomarcatori più richiesti ✓ Enorme variabilità interpretativa ✓ Supplementazione spesso automatica Quando si deve fare il dosaggio ematico della Vitamina D e quale forma va dosata? Per valutare lo stato vitaminico D si raccomanda di dosare i livelli ematici di 25(OH)D: si parla di carenza (o deficit) quando i livelli risultano < 20 ng/ml (50 nmol/l), di insufficienza quando i livelli sono compresi tra 20 e 30 ng/ml (50 e 75 nmol/l) e di sufficienza per valori > 30 ng/ ml (75 nmol/l). La forma preferibile di Vitamina D da utilizzare è la D3 (colecalciferolo) per os. Per le caratteristiche lipofile della vitamina D3 l’assorbimento è maggiore se viene assunta con un pasto contenente grasso. La somministrazione del Colecalciferolo è sicura perché solo la quantità necessaria all’organismo momento per momento (regolata da PTH, Ca, P) viene idrossilata e quindi trasformata nell’ormone attivo. La vitamina D3 ottenuta dall'esposizione solare o attraverso la dieta è presente in una forma biologicamente non attiva e deve subire due reazioni di idrossilazione per essere trasformata nella forma biologicamente attiva, il calcitriolo (1,25 didrossicolecalciferolo). Il dosaggio della Vitamina D non è raccomandato nella popolazione generale, in quanto non appare economicamente accettabile. Tuttavia, nei pazienti che presentano condizioni di rischio, la carenza di Vitamina D deve essere accertata al fine di trattare adeguatamente i soggetti carenti e ripristinare i depositi di Vitamina D. Il dosaggio è utile solo in condizioni specifiche: • Osteoporosi severa o fratture da fragilità • Malattie da malassorbimento (celiachia, Crohn, resezioni intestinali) • Terapie croniche con farmaci interferenti (antiepilettici, glucocorticoidi) • Sospetta carenza grave sintomatica • Soggetti con carenza di Vitamina D • Anziani fragili istituzionalizzati


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Persone con malassorbimento o altre patologie metaboliche ossee

Quale Vitamina D La Nota 79 dell’AIFA specifica che la supplementazione di Vitamina D deve essere effettuata con il colecalciferolo (e non con i suoi metaboliti idrossilati), mentre la recente Nota 96 definisce il colecalciferolo molecola “di riferimento” in quanto le principali prove di efficacia antifratturativa sono state conseguite proprio con questa molecola. Esistono, tuttavia, nella farmacopea italiana preparati a base di Vitamina D che sono in fascia A e, quindi, prescrivibili a carico del SSN, ma che non sono citati nella nota 96. Essi non sono quindi soggetti alle restrizioni della nota, creandosi in questo modo una “discriminazione” tra i vari preparati. Dallo studio delle schede tecniche di registrazione dei farmaci a base di Vitamina D pare evincersi che la nuova nota 96 si focalizzi sulla regolamentazione solo di quei preparati che hanno la specifica indicazione in scheda tecnica alla prevenzione e al trattamento dell’insufficienza/carenza vitaminica D. mostrando quindi una evidente, prevalente, ratio farmaco-economica della nota. L’utilizzo dei metaboliti idrossilati della Vitamina D (calcifediolo, 1-alfa-calcidolo, calcitriolo) trova indicazione prevalente in quelle condizioni in cui viene meno la possibilità dell’organismo di idrossilare la Vitamina D a livello epatico o renale. Il calcifediolo trova tra le indicazioni elettive l’insufficienza epatica, i malassorbimenti, i pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica e terapia cronica con glucocorticoidi, che inibiscono prevalentemente la 25 idrossilasi epatica. Alfa-calcidolo e calcitriolo sono utilizzati nei pazienti con insufficienza renale o comunque in quei pazienti che hanno patologie con ridotta capacità di idrossilare la Vitamina D a livello renale come l’ipoparatiroidismo in cui peraltro è necessario monitorare in modo attento la calcemia per evitare il rischio di sovradosaggio. Per avere buoni valori di Vitamina D servono anche livelli corretti di magnesio, vitamina K2, vitamina A e zinco. Senza dimenticare che il colesterolo deve essere nella norma.

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Conclusioni Non potendo assicurare un adeguato apporto di Vitamina D con la dieta è importante attuare programmi di prevenzione della carenza. Nei soggetti anziani o ad aumentato rischio di frattura, un apporto di 800-1000 UI/ die rappresenta il regime più studiato negli studi clinici. In corso di terapia con anti riassorbitivi è necessario correggere il deficit di Vitamina D altrimenti si riduce l’efficacia degli stessi sia in termini densitometrici che di prevenzione delle fratture.

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arlare di obesità oggi significa andare oltre il peso corporeo, il BMI e oltre la prescrizione di un piano alimentare: significa leggere una malattia cronica attraverso biologia, metabolismo, interazioni ambientali, comportamento, rischio cardiometabolico e linguaggio clinico. Il corso nasce con l’obiettivo di offrire ai Biologi e ai professionisti

sanitari uno strumento formativo aggiornato e spendibile nella pratica clinica territoriale e pubblica. La gerarchia delle fonti è stata costruita privilegiando linee guida e consensus recenti, con attenzione ai documenti pubblicati nel Sistema Nazionale Linee Guida, alle raccomandazioni europee e internazionali, ai trial e alle review più aggiornate. L’obesità è oggi riconosciuta come


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condizione cronica, sistemica e recidivante. Il BMI conserva valore epidemiologico e di screening, ma non può essere sufficiente a definire da solo la clinica della persona. La distinzione tra obesità clinica e preclinica, il framework EASO, l’approccio ABCD/ AACE e la linea guida italiana SIO/SNLG 2025 spostano il baricentro dalla soglia ponderale alla presenza di adiposità patologica, danno, compromissione funzionale e rischio di progressione. In questo scenario il ruolo del Biologo è tutt’altro che marginale. Il Biologo misura, interpreta, personalizza, monitora e contribuisce alla continuità della cura. Sa integrare antropometria, composizione corporea, storia ponderale, qualità della dieta, aderenza, funzione, rischio di perdita di massa magra e contesto di vita. Nella terapia farmacologica contemporanea, in particolare con GLP-1 receptor agonists, dual agonists e molecole in sviluppo, il contributo biologico-nutrizionale diventa ancora rilevante per proteggere qualità nutrizionale, intake proteico, fibra, idratazione, micronutrienti, funzione fisica e sostenibilità del percorso che non è un dettaglio accessorio, ma una condizione di efficacia e sicurezza.

La revisione 2026 sui GLP-1RA nella MASLD arricchisce il modulo farmacologico. I dati suggeriscono una rete di effetti su peso, adiposità viscerale, insulino-resistenza, flusso lipidico al fegato, infiammazione, stress ossidativo e gut-liver axis, mentre la quota di azione epatica diretta nell’uomo resta da interpretare con cautela. Il contrasto allo stigma del peso non è un capitolo etico separato dalla clinica. È qualità della cura. Le persone con obesità incontrano spesso pregiudizi impliciti o espliciti nei contesti sanitari; questo può ritardare diagnosi, ridurre accesso, favorire evitamento, aumentare distress e compromettere il follow-up. Una formazione deve insegnare non solo cosa misurare e quale terapia conoscere, ma anche come parlare, come documentare e come proporre obiettivi di salute. Un sentito ringraziamento alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi per l’opportunità di proporre una FAD dedicata all’obesità, una tra le sfide cliniche più complesse e trasversali della medicina contemporanea. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Matilde Morandin per l’amicizia e la collaborazione scientifica che ha consentito a questa formazione di raggiungere l’alto profilo teorico-pratico atteso. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 131


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ci di controllo (CCP), le corrette prassi igieniche, la gestione degli allergeni e la tracciabilità degli alimenti. Particolare attenzione è riservata agli aspetti pratici, attraverso l’analisi di casi studio e situazioni reali, con l’obiettivo di rendere il biologo autonomo nella progettazione e gestione dei sistemi di autocontrollo. In un mercato del lavoro in continua evoluzione, il settore della sicurezza alimentare offre prospettive professionali sempre più ampie. La crescente attenzione verso la qualità, la sicurezza e la sostenibilità delle produzioni alimentari richiede figure altamente specializzate, capaci di integrare competenze scientifiche e capacità applicative. In questo contesto, il biologo si afferma come figura chiave per le imprese e le istituzioni, contribuendo in maniera concreta alla diffusione della cultura della prevenzione e alla tutela della salute pubblica. Investire nella formazione HACCP significa, dunque, non solo ampliare le proprie competenze professionali, ma anche assumere un ruolo attivo e consapevole nelle sfide attuali e future della sicurezza alimentare. Giornale dei Biologi | Lug/Ago 2026 133


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