Un intestino fragile porta alterazioni che danneggiano i motoneuroni. I biologi protagonisti delle ricerche sulla malattia
BIOSPAZIO Speciale sul convegno di Napoli
I biologi al servizio della sanità territoriale
EDITORIALE
Anno IX - N. 3 Marzo 2026
Edizione mensile di Bio’s
Testata registrata al n. 113/2021 del Tribunale di Roma
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MICROBIOTA E SLA
Direttore responsabile: Vincenzo D’Anna
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Questo numero del “Giornale dei Biologi” è stato chiuso in redazione il 30 marzo 2026.
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Un intestino fragile porta alterazioni che danneggiano i motoneuroni. I biologi protagonisti delle ricerche sulla malattia
BIOSPAZIO Speciale sul convegno di Napoli
I biologi al servizio della sanità territoriale
di Vincenzo D’Anna
Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Di recente, a Roma, è stato sottoscritto con l’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) il protocollo d'intesa sulla creazione di una nuova figura professionale, il "Biologo di Comunità"; nel mentre, sempre nella Capitale, è stata presentata la neoversione interattiva, "munita" d'Intelligenza Artificiale, dell’Albero della Vita e delle opportunità. A Napoli, invece, si è tenuto l’evento altamente innovativo sulla "Biologia nello spazio", in collaborazione con l’Agenzia Italiana per lo Spazio. Tutti
e tre gli eventi immettono (e facilitano) il Biologo in una nuova dimensione. L’Albero della Vita, infatti, lo rende edotto e consapevole di nuove strade da intraprendere, anche di quelle consuete, ma spesso rimaste ignote ai nostri iscritti, mentre i due nuovi campi di azione - il Biologo di Comunità e la Biologia dello spazio - spalan-
Abbiamo sviluppato una nuova versione interattiva de L'Albero delle Opportunità, che guida verso una scelta consapevole
Sono ancora tantissimi i giovani iscritti che ignorano quanto vasta sia la scelta da poter fare dopo essersi iscritti
all’Albo
cano la professione a nuove future prospettive. Un futuro non molto lontano, come potrebbe sembrare, ma che può svilupparsi nel breve lasso di tempo di pochi lustri, assorbendo quel che resta dei nostri giovani ancora in cerca di un’occupazione stabile e soddisfacente.
Chi è chiamato a guidare una categoria così eclettica, a causa delle molteplici competenze professionali assegnate, e di recente aggiornate e implementate, non può vivere adagiato sull’esistente, reggendo la coda di quel che è già noto, ma deve illumi-
nare la strada per imboccare nuove vie e, al tempo stesso, indicare quelle già esistenti e poco utilizzate per carenza di informazione. Ed è quest’ultimo aspetto, sia informativo che didattico, al quale è indirizzato l’Albero della Vita e delle opportunità. Al termine dei ben sessanta diversi indirizzi proposti per la scelta, l’interpellante troverà un breve filmato nel quale un esperto in quello specifico settore, illustrerà i vantaggi e le opportunità e, quindi, le prospettive di lavoro di quello specifico indirizzo professionale.
Sono ancora tantissimi i giovani colleghi che ignorano quanto vasta sia la scelta da poter fare dopo essersi iscritti all’Albo ed ancora tanti quelli che potrebbero percorrere altre strade se
quella originaria non offre loro risultati soddisfacenti. Per molti, troppi, anni la carenza di una consapevole ed avveduta capacità di scelta ha indirizzato una moltitudine di biologi verso approdi immediati e, al tempo stesso, in quanto tali, già inflazionati. Abbiamo quattordicimila colleghi - circa il trenta per cento degli iscritti - che svolgono l’attività di biologi nutrizionisti, con redditi bassi, ancorché le statistiche ci dicano che siamo in aumento. Eppure, esistono decine di altri ambiti di esercizio della professione, inesplorati o scarsamente scelti, che andrebbero indicati e sostenuti con un’adeguata formazione professionale!
A questa opera di diversificazione delle scelte si deve aggiungere quella della ricer-
ca di nuove potenziali opportunità. Il Biologo di Comunità, per capirci, è un importante percorso da seguire: esistono attualmente 5400 enti locali, migliaia di enti collaterali, statali oppure privati, in campo sanitario oppure ambientale, che avrebbero tanto bisogno di questa nuova figura professionale. In quali ambiti lavorativa eventualmente inserirla? È presto detto. Solo per indicarne alcuni, pensiamo ad esempio, al biomolecolare, al biotecnologico, al farmaceutico, al bioinformatico, al biorestauro, al genomico ed al marino.
Esistono decine di ambiti di esercizio della professione, inesplorati o scarsamente scelti, che andrebbero sostenuti
Negli enti locali un biologo può adempiere a ben dieci diverse funzioni necessarie all’espletamento delle attività dell'amministrazione
Negli enti locali un biologo può adempiere infatti a ben dieci diverse funzioni necessarie all’espletamento delle attività connesse all’ente, formando anche una rete di prevenzione e monitoraggio su vasta scala. Inserire il Biologo di Comunità nelle figure previste nelle piante organiche di enti pubblici o privati significa creare molte centinaia di posti di lavoro.
Con la medesima prospettiva guardiamo anche in alto, verso quello spazio siderale nel quale l’Umanità vuole trovare motivi di sfruttamento di risorse e di opportunità
future. Ebbene, i primi dati raccolti sono eccezionali: in assenza di gravità i processi biologici accelerano, l’assenza della forza primordiale favorisce nuove tipologie di espressione dei nostri geni: proteine, enzimi, sostanze antibiotiche, crescita e sviluppo veloce di piantagioni, test farmacologici di efficacia su organoidi di tessuti umani, sono già realtà. E chi, se non il Biologo, può destreggiarsi in questi campi nei quali la biologia mostra buone opportunità?
In questo grande crogiolo, fatto di velocità e di cambiamenti epocali che caratterizzano il terzo millennio, devono aumentare le certezze per una professione che, in fondo, da sempre guarda al futuro presidiando il crocevia delle speranze e delle attese.
UN SOGNO CHE È REALTÀ
Tutta la biologia al servizio della comunità
19 - 21 GIUGNO 2026
Centro Congressi G.
Catanzaro
Colosimo
Primo Piano
Nuove ricerche chiariscono i meccanismi che favoriscono lo sviluppo della malattia. Anche in questo ambito il ruolo dei biologi è essenziale anche per la prevenzione di
I BIOLOGI SONO IN PRIMA LINEA NELLE RICERCHE SULL'EVOLUZIONE DELLA SCLEROSI LATERALE
AMIOTROFICA, EFFETTUANO STUDI SULLA SUA EVOLUZIONE E SUI PROCESSI BIOCHIMICI CHE
LA INNESCANO, HANNO LE COMPETENZE NECESSARIE PER INDAGARE E COMPRENDERE A FONDO TUTTI I PASSAGGI CHE PORTANO DALL'ALTERAZIONE DEL MICROBIOTA INTESTINALE ALLA
SUCCESSIVA DEGENERAZIONE E DANNEGGIAMENTO DEI NEURONI
Èuna malattia neurodegenerativa crudele e spietata, dall'esito progressivo e invalidante, che porta alla paralisi dei muscoli volontari senza intaccare le funzioni cognitive. La si conosce soprattutto perché ha colpito negli anni diversi personaggi noti: sportivi in primis, ma anche attori, cantanti e stelle dello spettacolo.
Stiamo parlando della SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, una patologia ancora senza cura definitiva, ma di cui si stanno comprendendo in modo sempre più approfondito i meccanismi biologici che ne sono alla base. Il più importante, quello che sembra avere il maggior impatto sullo sviluppo e la progressione della malattia, riguarda il microbioma, vale a dire il patrimonio genetico espresso dal microbiota, cioè il complesso di microrganismi concentrati in particolare all'interno dell'intestino e che è essenziale per mantenere in salute e in equilibrio il sistema immunitario. I pazienti con SLA presentano spesso la disbiosi, un'alterazione della flora batterica con riduzione di batteri benefici, che producono molecole antinfiammatorie.
Un intestino fragile, che presenta un aumento di batteri nocivi per una qualsiasi ragione (ad esempio abuso di alcol o di alcuni farmaci, dieta poco bilanciata oppure eccesso di stress), consente ai batteri stessi di attivare risposte immunitarie che possono danneggiare i motoneuroni. Come documentato da uno studio guidato dalla Case Western Reverse University e pubblicato di recente, c'è un
meccanismo specifico che collega l'intestino e la degenerazione cerebrale che potrebbe avere un ruolo cruciale nella SLA. Specifici zuccheri prodotti da alcuni batteri intestinali innescano infatti una risposta immunitaria dannosa per il sistema nervoso, in grado di causare una degenerazione neuronale. Dei 23 pazienti analizzati nel corso della ricerca, il 70% presentava livelli elevati di questo particolare glicoceno batterico, capace di favorire processi in grado di portare alla morte cellulare nel cervello. Un ulteriore indizio, insomma, del collegamento diretto tra alterazioni del microbiota intestinale e SLA.
Già un altro studio, eseguito alcuni anni fa in collaborazione tra La Jolla Institute for Immunology e il Columbia University Irving Medical Center, aveva fatto luce sulla natura autoimmune della sclerosi laterale amiotrofica, col ruolo determinante di un particolare gruppo di cellule immunitarie infiammatorie, le T CD4+, che – come accertato nel corso della ricerca – finiscono col danneggiare per errore le proteine presenti nel sistema nervoso delle persone colpite dalla malattia. Le ricerche più recenti hanno chiarito ulteriormente le modalità attraverso cui le alterazioni del microbiota intestinale contribuiscono a innescare la SLA e a favorire il suo rapido e spesso inesorabile sviluppo.
Un altro studio pubblicato su Nature e condotto da Kevin Eggan dell'Harvard University ha fatto chiarezza sul ruolo chiave delle alterazioni del microbiota intestinale nella comparsa di sintomi della SLA pur in assenza di mutazioni del gene C9orf72, la variante genetica più comune legata alla SLA. La conoscenza di questi processi, naturalmente, è essenziale per la messa a punto di nuovi e più efficaci trattamenti terapeutici.
Attualmente, purtroppo, non esiste una cura risolutiva. Soltanto terapie in grado di rallentare la progressione della malattia o di attenuarne i sintomi. È il caso dei farmaci a base di riluzolo, che possono rallentare lo sviluppo della SLA riducendo i danni ai motoneuroni, o di edaravone, un antiossidante in grado di ridurre lo stress ossidativo nei neuroni. Nel 2024, poi, l'Agenzia europea del farmaco ha approvato un trattamento a base di tofersen per i pazienti con malattia causata da mutazioni del gene SOD1, pur -
troppo solo una minoranza del totale. Quanti ai sintomi, i farmaci antispastici sono in grado di ridurre la rigidità e i crampi muscolari, mentre gli anticolinergici sono d'aiuto nel trattamento della scialorrea, l'eccesso di salivazione. Per il supporto respiratorio, in alcune circostanze può rendersi necessario l'uso di una maschera in grado di aiutare la ventilazione. Fisioterapia, tecniche di riabilitazione, logopedia e terapia occupazionale sono pure di grande aiuto.
Il contributo della biologia, anche in questo settore, è essenziale: e la ragione è duplice. I biologi sono in prima linea nelle ricerche sull'evoluzione della sclerosi laterale amiotrofica, effettuano studi sulla sua evoluzione e sui processi biochimici che la innescano, hanno le competenze necessarie per indagare e comprendere a fondo tutti i passaggi che portano dall'alterazione del microbiota intestinale alla successiva degenerazione e danneggiamento dei neuroni. Non solo. I biologi possono svolgere un ruolo essenziale anche in sede di prevenzione dei danni intestinali, che si gestiscono soprattutto con un'adeguata alimentazione.
Chi meglio dei biologi nutrizionisti può dare consigli qualificati sulla dieta più adatta alle esigenze e alle caratteristiche di ognuno, riducendo le possibilità che possano insorgere problemi e contribuendo al mantenimento dell'eubiosi, lo stato di equilibrio (sia pur dinamico) e di benessere della flora batterica intestinale.
Tra le vittime recenti della SLA anche un volto noto del grande e del piccolo schermo: Eric Dane, il celebre attore statunitense, si è spento lo scorso 19 febbraio, a soli 53 anni, appena un anno dopo aver confessato pubblicamente di essere stato colpito dalla terribile malattia. I suoi personaggi hanno segnato un'epoca.
È stato infatti, tra gli altri, l'affascinante dottor Mark Sloan in Grey's Anatomy, il comandante Tom Chandler in The Last Ship, il mitico Jason Dean in Streghe. La sua scomparsa ha colpito profondamente i fan, anche perché la progressione della sclerosi laterale amiotrofica, nel suo caso, è stato piut -
tosto rapida. Particolarmente toccante ciò che lo stesso Dane ha raccontato lo scorso mese di giugno a Good Morning America, in cui ha offerto una testimonianza diretta di quella che è stata la sua tragica parabola.
Il primo sintomo? Un banalissimo problema alla mano. «Ho cominciato a percepire una certa debolezza nella mano destra, lì per lì però non ci ho dato troppo peso. Mi dicevo che forse avevo usato troppo il telefonino, pensavo che la mano fosse semplicemente affaticata. Qualche settimana dopo ho capito che la situazione stava peggiorando. Sono andato da uno specialista della mano, lui poi mi ha mandato da un altro specialista. Quindi mi
La tragica storia dell'indimenticabile dottor Sloan della serie cult Grey's Anatomy
hanno dato una visita con un neurologo, che mi ha rimandato a un altro collega più esperto. Che mi ha detto che questa situazione andava oltre le sue competenze».
Ci sono voluti nove mesi per avere la diagnosi definitiva. Come tutti i malati di SLA e i loro familiari sanno bene, il celebre attore ha avvertito poi gli altri sintomi tipici della patologia: debolezza muscolare dapprima localizzata e poi via via più diffusa, crampi, movimenti involontari e contrazioni rapide dei muscoli stessi, alterazioni della voce, difficoltà a parlare e a esprimersi in modo chiaro, rigidità e spasticità.
Nel caso di Dane, il lato destro del corpo ha smesso di funzionare prima del sinistro. Nelle sue ultime apparizioni pubbliche, l'ex «Dottor Bollore» di Grey's Anatomy è apparso su una sedia a rotelle e con un solo braccio, il sinistro, ancora parzialmente funzionante. L'evoluzione della malattia è stata documentata dallo stesso Dane sui social. Un modo per tenere accesi i riflettori su una condizione ancora priva di una cura risolutiva, ma anche per restare a contatto con un pubblico che, fino alla fine, non lo ha mai abbandonato. L'ultimo ruolo di Eric Dane è stato proprio quello di un malato di SLA in un episodio speciale di Brilliant Minds.
Un ruolo adattato alle sue esigenze, ma soprattutto un'esperienza emozionante e profonda per l'attore, per il cast e per tutti gli operatori impegnati nelle riprese. «Non credo che questa sia la fine della mia storia. Sto lottando con tutte le mie forze, ma ci sono tante cose fuori dal mio controllo», ha detto Dane in una delle ultime interviste. La sua battaglia è finita, quella contro la SLA va avanti. E un giorno sarà vinta, anche grazie alla sua lezione di dignità e resilienza.(R. D.).
Test accurati, controlli personalizzati, trattamenti
mirati: perché è cruciale mappare il patrimonio genetico
La SLA coi suoi terribili effetti, ma anche altre malattie dall'esito progressivo, gli stessi tumori: è possibile svolgere opera di prevenzione contro questi nemici così spietati della nostra salute? Un ruolo cruciale e decisivo è rappresentato dalla possibilità, offerta dalla medicina predittiva, di leggere il patrimonio genetico contenuto nelle nostre cellule.
Una serie di esami semplici e non invasivi, uno screen completo e accurato che consente di raccogliere informazioni preziose, utili soprattutto a individuare predisposizioni ereditarie, a orientare ulteriori controlli mirati, a tipizzare e personalizzare terapie sempre più efficaci. Si stima che circa il 10% dei tumori abbia una predisposizione ereditaria: diagnosticarli e riconoscerli per tempo, dai più frequenti ai più rari, è ovviamente fondamentale. È la medicina predittiva che guida con precisione le decisioni terapeutiche, che rende i trattamenti più centrati e meno dannosi, oltre che più sostenibili per i pazienti e per lo stesso sistema sanitario nazionale.
Un modello che consente di passare, dunque, da una medicina reattiva a una di tipo proattivo, personalizzando test e cure in funzione delle caratteristiche del singolo individuo. Nel processo i biologi sono coinvolti a pieno titolo. Sono i genetisti e i biologi molecolari, infatti, ad analizzare il genoma per identificare varianti patogenetiche, che aumentano cioè le probabilità che l'individuo possa andare incontro a diversi tipi di patologie neurologiche, cardiache, vascolari e oncologiche.
Sono gli stessi biologi a interpretare i risultati oppure, nel caso dell'epigenetica, a studiare come ambiente, alimentazione e stile di vita modifichino l'espressione genica, of -
frendo molteplici e affidabili modalità d'intervento. Il processo comincia con la raccolta di informazioni utili a valutare l'eventuale familiarità a certi tipi di malattie o condizioni patologiche, ma anche a personalizzare successivi test e analisi.
Con un semplice prelievo, poi, si raccolgono e analizzano i dati molecolari e genetici, riconoscendo varianti e alterazioni genetiche coinvolte in tumori e malattie. Un approccio che sta diventando via via più comune e che sta consentendo di individuare, in modo molto rapido, l'insorgenza di neoplasie e sindromi: superfluo sottolineare come la precocità di cure e interventi possa risultare deter -
minante. L'utilizzo di farmaci a bersaglio molecolare si sta rivelando sempre più appropriato e costituisce la strada maestra per il futuro. Non solo: insieme alla capacità di individuare sul nascere l'insorgenza di una malattia, c'è anche quella di scongiurarla. La pianificazione di strategie preventive per i familiari a rischio è uno degli aspetti più importanti della lettura, efficace e multidisciplinare, dei dati genetici. Il soggetto a rischio può essere seguito e accompagnato attraverso la stesura di un piano di controlli mirato e personalizzato, ripetuto nel tempo e in grado di portare alla diagnosi il più rapidamente possibile. (R. D.).
L’assistenza primaria in Italia è a un bivio critico. Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe, al 1° gennaio 2025 mancano all’appello oltre 5.716 medici di medicina generale (MMG). Un vuoto che pesa enormemente sui cittadini e che, entro il 2028, rischia di aggravarsi ulteriormente a causa di 8.180 pensionamenti previsti. Il monitoraggio della Fondazione Gimbe fotografa una carenza strutturale che colpisce 18 Regioni. Tra invecchiamento della popolazione e pensionamenti record, la riforma delle Case della Salute apre nuovi spazi per la diagnostica di prossimità gestita dai biologi.
Il carico di lavoro per i medici in ser-
vizio è diventato insostenibile: mediamente ogni professionista assiste 1.383 pazienti (con punte di 1.533 in Lombardia). La carenza è ormai un fenomeno capillare che risparmia solo Basilicata, Molise e Sicilia. Le situazioni più critiche si registrano nelle grandi Regioni del Nord e del Centro-Sud:
• Lombardia: -1.540 medici
• Veneto: -747 medici
• Campania: -643 medici
• Emilia-Romagna: -502 medici
• Piemonte: -463 medici.
Questo squilibrio si innesta su una popolazione che invecchia rapidamente: gli over 65 sono raddoppiati in quarant’anni (14,5 milioni nel 2025) e oltre la metà soffre di almeno due malattie croniche.
I Biologi possono salvare la sanità territoriale. Con le Case della Salute, spazio alla diagnostica di prossimità
Davanti a questo scenario, le “soluzioni tampone” non bastano più. La riforma della medicina territoriale, attualmente all’esame della Commissione Affari sociali della Camera, punta a spostare il baricentro dell’assistenza nelle Case della Salute. È in questo contesto che la figura del Biologo diventa centrale per garantire la tenuta del sistema.
Il coinvolgimento dei biologi all’interno delle strutture territoriali permette:
- Diagnostica di Prossimità (Point of Care Testing). L’integrazione di laboratori o punti di prelievo gestiti da biologi nelle Case della Salute riduce le liste d’attesa e accelera il percorso diagnostico-terapeutico per i pazienti cronici, sgravando i medici di base da oneri burocratici e logistici.
- Monitoraggio dei parametri vitali: Grazie alle competenze bio-molecolari e bio-chimiche, il biologo può coordinare lo screening e la prevenzione secondaria direttamente sul territorio, intercettando precocemente l’insorgenza di patologie.
- Nutrizione e prevenzione: Come professionista della salute, il biologo nutrizionista può operare in sinergia con il MMG per la gestione dei pazienti diabetici, ipertesi o oncologici, migliorando l’aderenza terapeutica e gli stili di vita.
“La crisi va affrontata alla radice con una riforma organica”, sottolinea il Presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta. Per la FNOB, questa riforma rappresenta l’occasione per ribadire che la salute dei cittadini non può dipendere da una sola figura professionale.
L’evoluzione verso strutture multiprofessionali non è solo una risposta alla carenza di medici, ma un salto di qualità necessario: un modello dove il biologo, insieme a medici e infermieri, contribuisce attivamente a una sanità più vicina, veloce ed efficiente. (M. A.).
Scopri la convenzione della Fnob con l’Ente Italiano di Normazione
Rafforzare le reti di prossimità, promuovere il benessere dei cittadini e ottimizzare i servizi socio-sanitari attraverso una collaborazione sistematica tra biologi e Comuni italiani. Questi sono i pilastri del Protocollo d’Intesa siglato oggi a Roma tra la FNOB e l’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani).
L’accordo, firmato dal Presidente della FNOB, Vincenzo D’Anna, e dal Presidente dell’ANCI, Gaetano Manfredi, punta a integrare le competenze scientifiche della Federazione con la capillarità istituzionale dell’Associazione che rappresenta oltre 7mila Comuni italiani.
Il protocollo, della durata di due anni, individua aree di intervento prioritarie per migliorare la qualità della vita nelle comunità locali. In particolare, la tutela della salute pubblica, attraverso la collaborazione strategica per la sicurezza sanitaria, la prevenzione sul territorio, l’individuazione di strumenti di valutazione d’impatto ambientale, nonché di modelli e buone prassi per superare le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari; infine, la valorizzazione del ‘biologo di comunità’ come possibile figura di supporto per lo studio e il monitoraggio dei determinanti di salute della popolazione.
“Questa collaborazione nasce dalla volontà di promuovere e ottimizzare in maniera sistematica le nostre azioni a favore delle Amministrazioni locali”, si legge nelle premesse dell’accordo, sottolineando l’importanza di rafforzare i servizi assistenziali in un’ottica di equità e ricerca scientifica.
Vincenzo D’Anna ha commentato l’accordo sostenendo che «un Paese funziona se può garantire ai propri cittadini servizi rapidi ed efficienti. La qualità della sanità pubblica è sicuramente uno dei principali fattori di valutazione da considerare quando si vuole parlare di una Nazione garantista e la salute è un diritto fondante per l’Italia e per i biologi, che ne sono i difensori per vocazione e per legge».
«L’obiettivo di questo protocollo – spiega il presidente dell’Anci Gaetano Manfredi – è creare una sinergia concreta tra l’azione dei Comuni e le competenze tecnico-scientifiche dei biologi. Attraverso questa collaborazione, puntiamo a offrire alle amministrazioni strumenti d’analisi più efficaci per la tutela della salute pubblica. La possibilità di avvalersi di figure professionali qualificate nelle reti di prossimità è un passaggio necessario per rendere i servizi socio-sanitari più efficienti e vicini alle reali esigenze dei cittadini».
Primo Piano
IL PROTOCOLLO SOTTOSCRITTO DA FNOB E ANCI
CONSENTIRÀ AI PROFESSIONISTI DI ESSERE PRESENTI
SUL TERRITORIO PER IL MONITORAGGIO DEL BENESSERE DEI CITTADINI E DELL’AMBIENTE
Dalla microgravità alla medicina del futuro: il convegno promosso da Fnob e Obcm delinea il nuovo ruolo strategico della biologia spaziale per la salute umana e l'innovazione tecnologica
di Matilde Andolfo
FRONTIERE DEL BIOSPAZIO
La nuova prospettiva della biologia
100 posti Priorità ai biologi possessori di rating
Hotel Mediterraneo
Via Ponte di Tappia 25 - Napoli
12 marzo 2026 - ore 09.00
Si è tenuto a Napoli il convegno dal titolo “Frontiere dello Spazio. La nuova prospettiva della biologia”, un evento promosso dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) e dall’Ordine dei Biologi Campania e Molise (OBCM) per esplorare le nuove e concrete prospettive che l'esplorazione spaziale apre per la scienza della vita. Ad apertura del convegno le parole del ministro per la Ricerca e l'Università, Anna Maria Bernini che ha sottolineato il ruolo fondamentale dei biologi nel settore dell’aerospazio. La ricerca spaziale sta entrando in una fase nuova e più strutturata. Accanto agli esperimenti condotti per anni sulla Stazione Spaziale Internazionale, si stanno sviluppando satelliti dedicati e piattaforme orbitali progettate appositamente per la biologia: «A volte per capire meglio il nostro corpo bisogna osservarlo da lontano, magari dallo spa-
zio» - ha dichiarato il Ministro. «Il nostro obiettivo è trasformare questa frontiera in una solida base per la conoscenza, sostenendo la formazione di biologi altamente specializzati e garantendo continuità alla ricerca». «L'incontro - ha spiegato la direttrice scientifica dell'evento Carla Cimmino -, ha riunito eccellenze accademiche, istituzioni e imprese, confermando che il biospazio non è più fantascienza, ma una solida realtà professionale e un motore di innovazione con straordinarie ricadute per la salute sulla Terra».
Il convegno ha delineato la figura del biologo del futuro, un professionista con competenze avanzate nelle scienze "omiche" (genomica, proteomica, metabolomica) e capace di operare in team multidisciplinari con il supporto di intelligenza artificiale e analisi di big data. Il presidente della Fnob, Vincenzo D'Anna, ha confermato il ruolo di Napoli
Con il patrocinio di
e della Campania come "punta di diamante" di questa nuova frontiera, grazie a una solida collaborazione tra il Distretto Aerospaziale, università, centri di ricerca e imprese. Un esempio lampante sono i microlaboratori già in orbita, sviluppati dall'équipe del professor Geppino Falco della Federico II, che stanno conducendo esperimenti su nuove patologie. Del resto, il professore Falco, docente presso il Dipartimento di Biologia Applicata dell’Università Federico II di Napoli, ha sottolineato che quello che una volta sembrava fantascienza, adesso diviene realtà. «Quando parliamo di microgravità, ci riferiamo a una condizione in cui la forza di gravità è quasi assente. È ciò che accade a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, dove gli astronauti vivono e lavorano in assenza di peso. Dal punto di vista scientifico, si tratta di un ambiente unico: un vero laboratorio naturale che ci consente di osservare come i sistemi biologici, fisici e chimici si comportano senza l’influenza della gravità terrestre». Il ruolo dei biologi coinvolti nel progetto MiniLab per esperimenti biofarmaceutici sono i protagonisti di questa nuova frontiera della ricerca. «Sono loro a progettare gli esperimenti, a selezionare i modelli cellulari o microbici e a interpretare i risultati biologici e molecolari.
Le condizioni di microgravità e l'esposizione a radiazioni ionizzanti accelerano processi come l'invecchiamento e inducono alterazioni genetiche, offrendo ai ricercatori un'opportunità unica per: studiare le basi molecolari di patologie complesse in tempi rapidi, fenomeni che sulla Terra richie-
NAPOLI "PUNTA DI DIAMANTE" DELLA NUOVA FRONTIERA, GRAZIE A UNA COLLABORAZIONE TRA DISTRETTO AEROSPAZIALE, UNIVERSITÀ, CENTRI DI RICERCA E IMPRESE
derebbero anni di osservazione. Sviluppare modelli per comprendere malattie terrestre come la sindrome dell'ovaio policistico (PCOS), studiando lo "spegnimento" dell'attività ovarica osservato in microgravità come annunciato dal professor Mariano Bizzarri direttore del Laboratorio Nazionale di Biomedicina Spaziale.
L'evento ha messo in luce come la ricerca per il biospazio stia già generando benefici tangibili. Sono stati discussi progetti d'avanguardia che vedono la Campania come protagonista. Il direttore della Stazione Zoologica Anton Dohrn Massimo Cavaliere ha presentato un progetto con l'Ospedale Santobono di Napoli per la sperimentazione di tecniche innovative per la ricrescita di tessuti da ustioni, utilizzando derivati dell'industria ittica testati con tecnologie aerospaziali.
L'Università Federico II (la professoressa Stefania DE Pascale) partecipa al programma MELiSSA dell'ESA, che mira a creare ecosistemi artificiali in cui le piante purificano aria e acqua e riciclano nutrienti, un passo cruciale verso missioni umane a lungo termine.
È stata sottolineata la necessità di ripensare e testare i farmaci per garantirne l'efficacia in condizioni di microgravità, aprendo un nuovo campo di ricerca farmacologica. Investire nella biologia spaziale significa investire nel futuro della medicina, della tecnologia e della sostenibilità sulla Terra, creando al contempo percorsi professionali altamente qualificati per i biologi di domani.
Il Ministero dell'Università e della Ricerca accelera sulla ricerca biologica in microgravità per studiare i processi del corpo umano e trasformare le missioni spaziali in un avamposto scientifico permanente. La ricerca biologica nello spazio non più come un insieme di missioni straordinarie, ma come una «piattaforma scientifica stabile e permanente». È questa la visione strategica delineata dal Ministro dell'Università e della Ricerca, Annamaria Bernini, in occasione del convegno che si è svolto a Napoli dal titolo “Frontiere dello Spazio. La nuova prospettiva della biologia”. Nel suo intervento, il Ministro
ha evidenziato come lo spazio rappresenti un'opportunità di ricerca senza precedenti. In condizioni di microgravità, infatti, alcuni processi fisiologici che sulla Terra richiedono anni diventano osservabili molto più velocemente. Questo include la perdita di densità ossea, le alterazioni del sistema immunitario e le modifiche all'equilibrio del microbiota intestinale, offrendo agli scienziati un ambiente accelerato per studiare patologie e meccanismi biologici fondamentali. La ricerca spaziale sta entrando in una fase nuova e più strutturata. Accanto agli esperimenti condotti per anni sulla Stazione Spaziale Internazionale, si stanno sviluppando satelliti dedicati e piattaforme orbitali progettate appositamente per la biologia, potenziando le infrastrutture a disposizione della comunità scientifica.
«A volte per capire meglio il nostro corpo bisogna osservarlo da lontano, magari dallo spazio - ha dichiarato il Ministro -. Il nostro obiettivo è trasformare questa frontiera in una solida base per la conoscenza, sostenendo la formazione di biologi altamente specializzati e garantendo continuità alla ricerca. Stiamo investendo nella medicina e nella scienza di domani». L'impegno del Ministero è volto a supportare l'intero ecosistema, dalla formazione universitaria avanzata al consolidamento delle infrastrutture. In questo scenario, la figura del biologo assume un ruolo centrale, un professionista altamente specializzato responsabile della definizione degli esperimenti e dell'interpretazione dei dati raccolti in orbita. (M. A.).
Anna Maria Bernini, ministro Mur
Il capoluogo campano si conferma baricentro dell’innovazione tecnologica ospitando l’evento "Le Frontiere del Biospazio", un incontro che ha segnato un punto di svolta per il futuro professionale dei biologi italiani. Sotto l’egida della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) e dell’Ordine dei Biologi di Campania e Molise, esperti di fama internazionale si sono confrontati su come la Space Economy stia riscrivendo i confini tra vita, medicina e ingegneria. Luigi Carrino, Presidente del Distretto Aerospaziale della Campania (DAC), ha delineato un mercato in profonda trasformazione. Se un tempo lo spazio era «territorio esclusivo degli ingegneri», oggi il DAC agisce come un acceleratore che apre le porte a competenze trasversali. Carrino ha sottolineato come la domanda di biologi stia crescendo esponenzialmente all'interno delle filiere industriali campane, necessari per validare processi biologici complessi in ambienti estremi. L’anima visionaria del confronto è stata rappresentata dall’ingegnere Norberto Salza, fondatore del Gruppo Space Factory. Per Salza, l’innovazione nasce dal coraggio di integrare figure diverse: nel suo team, il biologo è diventato una figura centrale, il consulente strategico capace di tradurre le esigenze vitali in specifiche tecniche per i laboratori orbitali. Senza l'esperto della vita, la tecnologia spaziale rimarrebbe un guscio vuoto. Il messaggio emerso da Napoli è dirompente: la Space Economy ha fame di biologia. Per i giovani iscritti alla FNOB, il biospazio non è più un sogno lontano, ma un mercato del lavoro concreto dove il biologo evolve da tecnico di laboratorio a pioniere della salute globale. Arnolfo Pe-
truzziello, Presidente dell’Ordine dei Biologi della Campania e del Molise, ha evidenziato il primato locale: «Napoli si conferma capitale scientifica grazie a eccellenze come il Distretto Aerospaziale e la Stazione Anton Dohrn. Il nostro obiettivo è trasformare queste sfide in opportunità occupazionali concrete, creando ponti tra i giovani biologi e le realtà industriali più avanzate. Dalla bioinformatica alla gestione di serre spaziali - ha aggiunto - i nostri iscritti sono pronti a guidare questa transizione scientifica e industriale». Il territorio campano, grazie alla sinergia tra accademia, impresa e ordini professionali, si candida a guidare questa transizione, trasformando la ricerca di alta frontiera in occupazione di qualità e benessere per l’intera comunità. (M. A.).
DIAGNOSI NELL'80% DEI CASI DI MALATTIE RARE E GUIDANO LA TERAPIA PERSONALIZZATA IN ONCOLOGIA, MENTRE LA PLASTICITÀ DEL DNA, INFLUENZATA
DALL'EPIGENETICA E DA AMBIENTI
ESTREMI COME LO SPAZIO, RIVELA L'IMPATTO DELL'AMBIENTE
SULL'ESPRESSIONE GENICA
Dalla mappatura dei singoli geni allo studio dei sistemi complessi: nella sua lezione il professor Antonio Novelli, eccellenza presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma, ci ha guidato attraverso la metamorfosi della genetica moderna, dove il DNA non è più un codice statico, ma un’entità plastica che reagisce persino ai viaggi extra-atmosferici.
Di fronte alla complessità della vita, la scienza ha smesso di guardare attraverso il buco della serratura del singolo gene. Oggi, la medicina sta vivendo una rivoluzione silenziosa che ha un nome preciso: genomica. Non si tratta di un semplice cambio di terminologia, ma di un salto di paradigma che unifica citogenetica e biologia molecolare in un’unica visione integrata.
Il superamento dei confini: dai cromosomi ai test genomici
Fino a pochi anni fa, lo studio dei cromosomi e quello dei geni viaggiavano su binari paralleli. Oggi, come spiega il genetista Antonio Novelli, questa distanza è annullata. Grazie alle tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (NGS), i genetisti non si limitano più a cercare una singola "parola" errata nel DNA, ma eseguono una scansione profonda dell'intero genoma. Questa capacità di analisi simultanea ha abbattuto costi e tempi, trasformando i laboratori in veri e propri Istituti di Genomica, dove la diagnosi diventa un processo globale.
La distanza tra l’analisi di genetica molecolare (test genetici) e l'analisi citogenetica (test cromosomici) si è ridotta portando i genetisti ad orientarsi verso test genomici e/o citogenomici; è possibile infatti «scansionare e indagare il genoma con una profondità fino a qualche anno fa inimmaginabile». Questo salto tecnologico ha abbattuto costi e tempi, permettendo di analizzare migliaia di geni simultaneamente e unificando di fatto le competenze in "istituti di genomica" I Misteri dell’“Ignoroma”. Oltre il DNA Conosciuto. Questa vasta regione inesplorata, definita provocatoriamente "Ignoroma", potrebbe nascondere i segreti della regolazione genica e di innumerevoli meccanismi biologici; siamo passati dalla lettura del DNA alla comprensione dei sistemi biologici e quindi la sequenza del DNA è il punto di partenza, non il punto di arrivo della comprensione biologica.
Antonio Novelli è un biologo, genetista e docente universitario italiano, figura di riferimento internazionale nel campo della genomica medica applicata alla pediatria. Ricopre il ruolo di Responsabile dell'Unità Operativa Complessa (UOC) del Laboratorio di Genetica Medica presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. In questa veste, coordina l'area di ricerca in Citogenomica Traslazionale, occupandosi della diagnosi di malattie rare e sindromi genetiche complesse. Nel febbraio 2026 è stato nominato Esperto del Consiglio Superiore di Sanità per la materia di Genetica Medica e Genomica. È Professore Associato di Genetica Medica presso l'Università UniCamillus di Roma. L'attività scientifica del Professor Novelli si concentra sull'applicazione delle nuove tecnologie di sequenziamento per migliorare la salute dei pazienti. Diagnostica Genomica: È un esperto di tecnologie di scansione del genoma umano e del loro trasferimento nella pratica clinica quotidiana. Screening Neonatale Genomico: Coordina progetti innovativi come Screen4Care, mirati a identificare precocemente attraverso analisi molecolari malattie genetiche rare trattabili. Pubblicazioni: È autore e co-autore di oltre 400 articoli scientifici su riviste internazionali, con focus su genomica, disabilità intellettive e variazioni del numero di copie (CNV).
La sfida dell’“Ignoroma”: il 98% ancora da scoprire Nonostante il completamento del Progetto Genoma Umano, la nostra capacità di lettura è ancora parziale. «Sappiamo davvero leggere il nostro genoma? In realtà no», avverte Novelli. La scienza comprende appieno solo il 2% del DNA, ovvero la porzione codificante per le proteine.
Il restante 98%, un tempo liquidato frettolosamente come «DNA spazzatura», è oggi ribattezzato Ignoroma. Questa vasta regione inesplorata non è inerte: è qui che risiedono gli interruttori che regolano l'accensione e lo spegnimento dei geni. La sequenza del DNA, dunque, non è più il punto d'arrivo, ma la base di partenza per comprendere come i sistemi biologici interagiscono tra loro.
Medicina di Precisione: una realtà per Tumori e Malattie Rare
L'impatto clinico di questa rivoluzione è già tangibile. Nel campo dell’oncologia, l’analisi genomica è diventata uno strumento indispensabile: permette di identificare le mutazioni specifiche di un tumore e di colpirle con farmaci personalizzati, trasformando radicalmente le prospettive di cura. Analogamente, nelle malattie rare, le nuove tecnologie consentono di fornire risposte nell’80% dei casi. Ma c’è un valore aggiunto: la genetica moderna non cura solo l’individuo, ma si prende cura della famiglia, identificando rischi di ricorrenza e proteggendo le generazioni future.
Epigenetica e Spazio: il DNA che muta
Uno dei concetti più affascinanti emersi negli ultimi anni è la plasticità del DNA. Il nostro patrimonio genetico non è un destino immutabile, ma un sistema dinamico influenzato dall'ambiente, dallo stress e dallo stile di vita. È l'epigenetica a spiegare perché due gemelli identici possano sviluppare patologie diverse: gli stimoli esterni agiscono come "interruttori" che modellano l'espressione genica. La prova definitiva di questa reattività arriva dalle frontiere spaziali. Studi condotti su astronauti hanno rivelato l'insorgenza di mutazioni somatiche (danni al DNA acquisiti e non ereditari) dopo la permanenza in orbita. L’ambiente estremo dello spazio agisce come un reagente, mostrando quanto il nostro codice della vita sia sensibile e adattivo. Per il Professor Novelli, la conclusione è chiara: la sequenza del DNA non è un punto d'arrivo, ma l'inizio di un'esplorazione molto più vasta. Una frontiera che, dalla Terra allo spazio, ci aiuterà a comprendere davvero il codice della vita. (M. A.).
LOTTA CONTRO I SUPER-BATTERI: LA VISIONE DI MARIANO BIZZARRI
RIBALTA IL PARADIGMA
DELL'ESPLORAZIONE SPAZIALE. NON È PIÙ LA TECNOLOGIA
A DETTARE IL PASSO, MA LA BIOLOGIA UMANA
Di fronte all’epopea dei razzi riutilizzabili e delle basi lunari, tendiamo a dimenticare l’anello più debole della catena: noi stessi. Il corpo umano non è fatto per lo spazio. Eppure, proprio in questa fragilità risiede la chiave per una rivoluzione medica senza precedenti sulla Terra. È questo il cuore della relazione del professor Mariano Bizzarri intervenuto al convegno promosso da FNOB e OBCM, che definisce la biomedicina non più come un semplice supporto logistico, ma come il vero spartiacque tra il successo e il fallimento della nostra specie nel cosmo. L'esplorazione dello spazio non è solo una sfida ingegneristica, ma una profonda incognita biologica. Secondo il professor Bizzarri, la medicina spaziale rappresenta oggi il vero fattore limitante per il futuro dell'uomo oltre l'orbita terrestre, ma anche un'incredibile opportunità per rivoluzionare la diagnostica e la terapia qui sulla Terra.
Il corpo umano: l'ultimo ostacolo
Il punto di partenza di Bizzarri è netto: la biomedicina non è «ancella delle tecnologie», ma il principale ostacolo al progresso dell'esplorazione umana. L'ambiente spaziale è un aggressore implacabile per la fisiologia umana. Siamo abituati a pensare che il limite per raggiungere Marte sia il carburante o la propulsione. La realtà è più cruda: con le tecnologie attuali, la probabilità di sopravvivenza biologica per una missione sul Pianeta Rosso è stimata appena al 10%.
Bizzarri è uno scienziato, accademico e scrittore italiano, figura di spicco nella medicina spaziale e nella biologia dei sistemi. Professore presso l'Università Sapienza di Roma, coordina il progetto nazionale "Space It Up" (PNRR), volto a fare dell'Italia un hub d'eccellenza per la ricerca scientifica in orbita.
La sua attività si concentra sullo studio della fisiologia umana in condizioni di microgravità. Bizzarri promuove un approccio innovativo: utilizzare lo spazio come un "laboratorio accelerato" per comprendere malattie terrestri come il cancro e l'invecchiamento cellulare. È noto per la sua teoria della "caricatura della malattia", dove le condizioni estreme dello spazio esasperano i processi biologici rendendoli più visibili e curabili.
scatenano un'aggressione sistemica contro il corpo umano. Nello spazio, il tempo accelera i processi di decadimento. Lo spazio è un "aggressore" che mette a nudo i nostri limiti, trasformando la medicina spaziale in una corsa contro il tempo per proteggere la fisiologia degli astronauti, oggi più che mai a rischio, come dimostrato dai recenti rientri d'emergenza per motivi di salute. Bizzarri sottolinea come l'ambiente spaziale sia "ostile", citando un recente episodio in cui due astronauti
Accanto alla carriera scientifica, coltiva una profonda passione per la fantascienza, genere che ha influenzato la sua capacità di visione strategica. Nel 2001 ha vinto il premio per il miglior racconto di fantascienza con "Il caso del 338", confermandosi un autore capace di intrecciare rigore tecnico e creatività narrativa.
Impegno Pubblico
Bizzarri è un attivo sostenitore della ricerca indipendente e un critico costruttivo del sistema accademico italiano. Sostiene con vigore la necessità di investimenti strutturali e nuovi percorsi formativi per evitare la fuga di cervelli e garantire all'Italia un ruolo di leader nelle nuove frontiere dell'esplorazione spaziale.
sono stati riportati d'urgenza sulla Terra per le condizioni critiche di uno di loro. Gli effetti sono devastanti: degradazione ossea. In soli sei mesi, un astronauta subisce un'osteoporosi accelerata, paragonabile a quella di un ultranovantenne, con altissimo rischio di fratture.
Lo spazio come "Laboratorio Caricaturale"
L'intuizione più provocatoria di Bizzarri riguarda il metodo
Mariano
d’indagine. Proprio come un caricaturista esagera i tratti distintivi di un volto per renderlo immediatamente riconoscibile, in orbita, le patologie si manifestano in modo esasperato, quasi fossero una "caricatura" di sé stesse: lo spazio agisce come un modello di invecchiamento e malattia accelerato. Questa deformazione, lungi dall'essere un ostacolo, permette ai ricercatori di isolare i meccanismi chiave di una malattia con una nitidezza impossibile a terra. È una sorta di Principal Component Analysis biologica: eliminando il "rumore" della gravità, emergono i pilastri fondamentali dei processi patologici, dall'invecchiamento cellulare ai disordini endocrini. Studiando questi processi esasperati, è possibile identificare i meccanismi chiave delle patologie in modo molto più rapido ed efficiente.
Dalle orbite alla corsia: le ricadute terrestri
Ma cosa ne torna a noi, che restiamo a terra? La "medicina di ritorno" promette di rivoluzionare la diagnostica e la terapia quotidiana. Ispirandosi all'olfatto canino, il team di Bizzarri sta sviluppando un "naso elettronico" capace di identificare il "codice a barre" molecolare di tumori e altre patologie attra-
C’è il caso dei due astronauti Butch Wilmore e Suni Williams al loro ritorno sulla Terra dopo 288 giorni sulla ISS, hanno mostrato evidenti cambiamenti sul proprio corpo. Il professor Bizzarri ha seguito il caso. Suni Williams, tornata a marzo 2025 ha mostrato chiari segni di invecchiamento accelerato (pelle fragile, perdita muscolare) dovuti alla lunga permanenza in microgravità. Nonostante il rigido allenamento, i 9 mesi nello spazio hanno causato un impatto biologico notevole, simile a un invecchiamento temporaneo, comune nelle missioni estese.
LE RICERCHE DEL TEAM BIZZARRI
Dal suo laboratorio, che si candida a diventare un hub nazionale di riferimento grazie anche ai fondi del PNRR con il progetto "Space It Up", Bizzarri e il suo team stanno sviluppando soluzioni pionieristiche: "Naso Elettronico": Ispirandosi all'infallibile olfatto dei cani, capaci di rilevare tumori e altre malattie con una precisione del 98%, il team di Bizzarri sta sviluppando sensori biofisici che analizzano il "codice a barre" chimico dell'espirato. Questa tecnologia potrebbe portare a diagnosi precoci, multiple e non invasive tramite un semplice respiro.
Nuovi Antibiotici: Alghe e funghi, sottoposti allo stress biofisico dello spazio, attivano geni normalmente silenti e producono sostanze inaspettate. Il laboratorio ha già identificato antibiotici efficaci contro otto ceppi batterici ultra-resistenti, un risultato di enorme rilevanza data la crisi globale dell'antibiotico-resistenza.
Salute femminile: Studiando il blocco della funzione ovarica nello spazio, i ricercatori hanno identificato il meccanismo enzimatico responsabile (l'aromatasi) e sviluppato una contromisura per riattivarlo, aprendo la strada a future missioni a lungo termine per le astronaute, ma anche per la salute endocrina sulla Terra.
Nutrizione Funzionale: Sono in corso progetti per coltivare un grano antico su terreni che simulano la regolite lunare e lo sviluppo di una pasta speciale arricchita con una sostanza che contrasta l'insulino-resistenza, una condizione che precede il diabete e che si manifesta negli astronauti.
Test Salivari Rapidi: È in fase di realizzazione un dispositivo che, tramite un campione di saliva, rileva in tre minuti i marcatori di danno muscolare e cardiaco, come la troponina, fondamentale per il monitoraggio in tempo reale.
verso l'analisi dell'espirato. Non solo. La guerra ai super-batteri: Sottoponendo funghi e alghe a stress spaziali estremi, gli scienziati hanno attivato percorsi genetici dormienti, scoprendo molecole capaci di abbattere 8 ceppi batterici resistenti agli antibiotici tradizionali.
Salute femminile e prevenzione
Lo studio del blocco della funzione ovarica nello spazio «l’ovaio si spegne» -ha dichiarato Bizzarri ha portato alla scoperta del ruolo dell'enzima aromatasi, offrendo nuove prospettive per la salute endocrina femminile. Dal test salivare che rileva un infarto in soli tre minuti a nuovi alimenti funzionali per contrastare l'insulino-resistenza, la ricerca spaziale sta accorciando drasticamente i tempi tra diagnosi e cura.
Un appello al futuro
Nonostante l'eccellenza della ricerca italiana, il professor Bizzarri non nasconde una nota critica: il comparto spaziale nazionale vale circa tre miliardi di euro, una frazione rispetto ad altri settori della tradizione alimentare. «Il solo comparto industriale dello spazio in Italia vale due, tre miliardi, il solo comparto mozzarelle è di ventidue miliardi. Allora noi non ci crediamo» - ha dichiarato Bizzarri. La sfida non è solo scientifica, ma culturale. Investire nello spazio, attraverso progetti come "Space It Up", non significa solo guardare le stelle, ma dotarsi degli strumenti per curare meglio chi resta sulla Terra. La frontiera è aperta e, come conclude il professore, in questo campo «c'è ancora tutto da fare e tutto da inventare». Il futuro della nostra salute potrebbe essere già scritto tra le orbite. (M. A.).
TUMORE
OVARICO: IN ITALIA 52MILA PAZIENTI, MA I NUOVI ANTICORPI
“INTELLIGENTI” ACCENDONO LA SPERANZA
Il tumore dell’ovaio resta una delle sfide più difficili dell’oncologia femminile: in Italia sono 52.000 le donne che convivono con questa diagnosi, con oltre 5.400 nuovi casi ogni anno. Il dato più critico riguarda la tempestività: nell’80% dei casi la scoperta avviene quando la malattia è già in stadio avanzato, rendendo le cure tradizionali meno efficaci e portando la sopravvivenza a 5 anni intorno al 43%. Il carcinoma ovarico è particolarmente aggressivo perché non presenta sintomi specifici, rendendo la diagnosi precoce un obiettivo complesso. “È il tumore ginecologico più insidioso”, spiega Sandro Pignata (Istituto Pascale di Napoli). “Nonostante l’intervento chirurgico e la chemioterapia al platino, la neoplasia tende a recidivare nel 70% dei casi avanzati, sviluppando spesso resistenza ai farmaci tradizionali”.
Dall’evento scientifico FOLight di Sorrento emerge però una notizia positiva: l’arrivo di una nuova classe di farmaci, gli anticorpi farmaco-coniugati. Si tratta di terapie “intelligenti” che agiscono come missili a guida laser, colpendo solo le cellule tumorali e riducendo la tossicità per l’organismo. Il protagonista di questa rivoluzione è il Mirvetuximab soravtansine, già autorizzato a livello europeo a fine 2024. Questo farmaco ha dimostrato di: ritardare la progressione della malattia, aumentare la sopravvivenza globale, presentare minori effetti collaterali rispetto alla chemio standard.
Per accedere a questa cura è necessario identificare un biomarcatore specifico: il recettore dei folati (FRα), sovraespresso in circa il 50% delle pazienti. “Questi farmaci rappresentano una svolta importante e devono essere resi disponibili in Italia al più presto”, sottolinea Anna Fagotti (Fondazione Gemelli IRCCS). L’associazione Acto Italia (Alleanza contro il Tumore Ovarico) preme per un accesso equo e rapido su tutto il territorio nazionale. Come ribadito da Ilaria Bellet, presidente di Acto, la tempestività è tutto: “Gli anticorpi farmaco-coniugati stanno cambiando le prospettive di vita, l’erogazione deve essere omogenea”.
Consulta gli eventi della Fnob che erogano i crediti formativi
di Emanuela Birra
“Lo Spazio ci aiuterà a com prendere come curare le pato logie sulla Terra. I biologi i pro fessionisti d’elite per le nuove ricerche”
“Dallo Spazio arrivano buone notizie per quanto riguarda la comprensione dei meccanismi genetici e biologi che regolano la vita sulla Terra”. Lo ha dichiarato Vincenzo D’Anna nell’intervista rilasciata a margine del convegno “Le nuove frontiere del biospazio”, organizzato a Napoli il 12 marzo 2026. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la ricerca nello spazio porta benefici concreti per la vita sulla Terra.
Tra questi vengono citati:
– La crescita rigogliosa di grani antichi (con proprietà depurative),
• – La scoperta di nuovi enzimi e antibiotici,
• – Lo studio di proteine,
• – La comprensione dell’espressione genica: in assenza di gravità, i nostri geni si esprimono in modo diverso.
Studiare questo fenomeno aiuta a comprendere i meccanismi alla base di molte patologie con origine genetica. Il presidente D’Anna conferma che ci sono già dei microlaboratori in orbita. Questi sono stati elaborati dall’équipe del professor Geppino Falco dell’Università Federico II di Napoli. Tali laboratori stanno conducendo esperimenti su “nuove patologie insorgenti”. Il Presidente della FNOB conclude affermando con orgoglio che, in questo nuovo campo di ricerca, Napoli rappresenta la “punta di diamante”.
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Massimo Cavaliere , Direttore
Generale Stazione Anton Dohrn, ha spiegato come le tecnologie aerospaziali possano fungere da “piattaforma abilitante” per condurre esperimenti avanzati che non sarebbero possibili sulla Terra.
L’esempio specifico fornito riguarda la ricrescita di tessuti da pelle ustionata, con un’attenzione particolare ai bambini. La sperimentazione in ambiente aerospaziale permette di testare nuovi prodotti e tecniche. In questo caso, si fa riferimento a preparati innovativi che derivano dagli scarti di lavorazione dell’industria del pesce
A conferma della concretezza di questa linea di ricerca, l’ingegnere Cavaliere ha annunciato che la Stazione Zoologica Anton Dohrn sta attivando un progetto specifico in collaborazione con l’Ospedale Santobono di Napoli per sperimentare proprio questo tipo di applicazioni.
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L’obiettivo dell’evento, spiega la dottoressa Carla Cimmino , direttrice scientifica del convegno, era duplice: unire eccellenze e istituzioni creando un punto d’incontro con il mondo accademico per affrontare in modo coordinato il tema del biospazio e creare opportunità professionali, avvicinando i biologi a una nuova e concreta opportunità di lavoro.
La dottoressa Cimmino sottolinea che il biospazio non è più considerato fantascienza, ma è una realtà consolidata e rappresenta un passo evolutivo per la professione del biologo.
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Silvia De Francia , docente del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università degli Studi di Torino – Giornalista Scientifica- Esperta in Medicina Spaziale, definisce la farmacologia spaziale un “punto cruciale” della ricerca aerospaziale. La professoressa Di Francia ha sottolineato che non è sufficiente mandare nello spazio astronauti in perfetta salute, perché potrebbero ammalarsi durante la missione.
Il problema fondamentale è che i farmaci sviluppati e testati sulla Terra (con studi preclinici e clinici) devono essere “rivisti completamente” per garantire la loro efficacia nello spazio. Questo perché condizioni come la microgravità e l’alterazione del campo magnetico terrestre possono modificare il modo in cui i farmaci funzionano nel corpo umano.
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Valeria Lucci , docente presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, ha parlato della biologia cellulare e tessutale in condizioni di microgravità. L’idea rivoluzionaria è considerare lo spazio come un vero e proprio laboratorio per studiare le basi molecolari dell’invecchiamento. Il motivo è che nello spazio i processi di invecchiamento avvengono molto più velocemente rispetto alla Terra.
Questo permette ai ricercatori di osservare e analizzare in tempi brevi fenomeni biologici che sulla Terra richiederebbero anni per manifestarsi, accelerando così la comprensione dei meccanismi legati all’invecchiamento.
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Intervista a Luigi Carrino , Presidente del Distretto Aerospaziale della Campania – DAC che ha sottolineato i risultati concreti già ottenuti. Il percorso è già iniziato: il presidente Carrino chiarisce che non si sta parlando di un progetto futuro, ma di un percorso già avviato che ha prodotto “moltissimi risultati”. Ha evidenziato la fruttuosa collaborazione tra diverse discipline come ingegneria, biologia, fisica e matematica. Questa sinergia ha permesso di realizzare numerosi esperimenti, partiti dalla Campania, con l’obiettivo di trovare soluzioni a problemi di salute sia sulla Terra che nello spazio.
Lavoro congiunto: il professor Carrino ha sottolineato che il successo di queste iniziative deriva da un lavoro di squadra che coinvolge l’intero ecosistema dell’innovazione, con università eccellenti, centri di ricerca e imprese. L’obiettivo finale di questa collaborazione è mettere a disposizione delle persone soluzioni concrete che migliorino la qualità della vita e la sicurezza, e che aiutino a curare malattie diffuse sulla Terra.
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Paolo Netti , del Dipartimento di Scienze dei Materiali dell’Università Federico II di Napoli è anche Coordinatore Center for Advanced Biomaterials for Healt Care IIT CRIB L’idea di base è che, sebbene produrre materiali in un ambiente come lo spazio possa sembrare quasi impossibile, possediamo già uno strumento di produzione tecnologicamente avanzato: la biologia stessa. Il concetto è quello di “addomesticare” la biologia terrestre per adattarla a funzionare in un ambiente ostile come quello spaziale. In questo modo, i sistemi biologici potrebbero essere utilizzati non solo per creare nuovi materiali, ma anche per sviluppare nuove tecnologie direttamente nello spazio, sfruttando la loro capacità intrinseca di costruire e assemblare strutture complesse.
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Secondo il professor Mattia Capulli , docente Università dell’Aquila e cofondatore Dante Omics AI, il biologo che si affaccia a questa nuova scienza dovrà padroneggiare l’analisi delle scienze “omiche”. Questo termine si riferisce all’analisi di grandi quantità di dati biologici. La genomica (lo studio del DNA) è considerata la base, ma a questa si sovrappongono e si integrano altre discipline come la trascrittomica, la proteomica e la metabolomica.
Inoltre, viene prefigurato un futuro in cui il biologo non sarà più una figura che lavora in solitudine (“un’entità singola”). Al contrario, opererà in collaborazione con team multidisciplinari e, soprattutto, con il supporto fondamentale di intelligenza artificiale, software specifici e analisi di big data.
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Il programma MELiSSA (Micro-Ecological Life Support System Alternative) è un’iniziativa dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) avviata nel 1989. L’obiettivo è sviluppare sistemi di supporto vitale bio-rigenerativi basati su un approccio ecosistemico, a cui collabora anche il Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico.
La professoressa Stefania De Pascale docente del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli - Comitato Scientifico Agenzia Spaziale Italiana, sottolinea che il progetto mira a creare un ecosistema artificiale in cui le piante hanno un ruolo centrale per:
• Purificare l’aria attraverso la fotosintesi.
• Rigenerare l’acqua tramite la traspirazione.
• Produrre cibo e utilizzare i rifiuti organici dell’equipaggio come nutrienti
Fornire supporto psicologico agli astronauti
Questo rappresenta un cambiamento di paradigma fondamentale: si passa da un sistema basato sui rifornimenti dalla Terra a un approccio circolare che rigenera le risorse direttamente nello spazio.
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Quali scenari si prospettano per la diagnosi e la cura di tante patologie grazie all’analisi del patrimonio genetico dei microrganismi che abitano il nostro corpo. Intervista con Carlotta De Filippo, dirigente di ricerca all’Istituto di Biologia e Biotecnologie Agrarie del Cnr
di Ester Trevisan
Dottoressa De Filippo, che cos’è il microbiota e in cosa differisce dal microbioma?
Èuna distinzione fondamentale, anche se spesso i due termini vengono usati come sinonimi. Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che “abita” il nostro corpo, una comunità dinamica che si sviluppa dalla nascita, raggiunge la massima diversità in età adulta e si modifica con l’invecchiamento. Il microbioma, invece, rappresenta l’insieme dei geni di questi microrganismi, cioè il loro potenziale funzionale. Nei primi mesi di vita, ad esempio è adattato a utilizzare il latte materno; con la crescita, si seleziona una comunità che ha la capacità di metabolizzare fibre e composti vegetali. In sintesi: il microbiota indica “chi c’è”, il microbioma “cosa può fare”.
Cosa si intende per “firma microbica”?
Ognuno di noi possiede una “firma microbica”, un’impronta unica e dinamica che riflette il nostro stile di vita, la dieta e l’ambiente a cui siamo esposti. Non è solo una questione di quali microrganismi sono presenti, ma di come interagiscono tra loro e con l’ospite e di quali funzioni svolgono. Quando nel 2010 abbiamo confrontato il microbiota di bambini europei con quello di bambini che vivono in aree rurali del Burkina Faso, è emerso in modo sorprendente quanto la dieta possa modellare questa “firma”. Nei bambini africani, alimentati con diete ricche di fibre, abbiamo osservato una comunità microbica altamente specializzata nella produzione di metaboliti benefici quali gli acidi grassi a catena corta (SCFAs). È stata la
dimostrazione concreta che la nostra “firma microbica” è profondamente plasmata da ciò che mangiamo 1 .
Perché il microbiota è definito un “organo invisibile”?
Perché svolge funzioni essenziali per la nostra sopravvivenza, proprio come un organo, anche se non ha una struttura definita. Partecipa alla digestione, produce molecole bioattive quali gli SCFAs, modula il sistema immunitario e comunica con altri organi, incluso il cervello. La sua unicità sta nel fatto che è estremamente plastico. Nei nostri studi, abbiamo visto come cambiamenti dietetici possano rimodellare rapidamente questo “organo invisibile”, modificandone le funzioni metaboliche e, di conseguenza, il nostro stato di salute 2 .
Quali sono oggi le patologie per cui esistono evidenze più solide di un legame con il microbiota?
Oggi le evidenze più robuste riguardano le malattie intestinali, metaboliche, cardiovascolari, immunitarie e tumorali. Nel nostro recente lavoro sul carcinoma del colon-retto3, utilizzando un modello genetico (PIRC), abbiamo dimostrato che il microbiota non è solo associato alla malattia, ma può esserne un determinante causale. Una dieta ricca di carne genera una comunità microbica che favorisce lo sviluppo tumorale; una dieta pesco-vegetariana, invece, seleziona un microbiota potenzialmente protettivo. Inoltre, il trapianto di microbiota è stato in grado di trasferire il rischio di malattia. Questo significa che il microbiota può agire come vero mediatore biologico tra dieta e cancro.
Il microbiota è coinvolto anche nello sviluppo dei disturbi neurologici?
Oggi sappiamo che intestino e cervello sono strettamente connessi attraverso il cosiddetto asse microbiota–intestino–cervello. Il microbiota produce metaboliti e segnali immunitari che possono influenzare direttamente il sistema nervoso centrale, modulando comportamento, risposta allo stress e funzioni cognitive. Numerosi studi, come quello pubblicato dal nostro gruppo su Microbiome nel 20174, hanno evidenziato associazioni tra alterazioni del microbiota e disturbi come l’autismo, la depressione, e le malattie neurodegenerative. È un cambio di paradigma: il cervello non è un sistema isolato, ma parte di un dialogo continuo con il nostro “ecosistema microbico”.
L’analisi del microbioma può rappresentare uno strumento di screening utile per prevedere il rischio di sviluppare una malattia?
Questa è una delle sfide più affascinanti della medicina di precisione. L’idea è utilizzare il microbiota come una sorta di “marker precoce”, capace di intercettare segnali di rischio prima che la malattia si manifesti. Nei nostri studi sul cancro del colon-retto, abbiamo identificato profili microbici e metabolomici associati a diversi pattern dietetici e livelli di rischio. Non siamo ancora a un’applicazione clinica routinaria, ma il potenziale è enorme, integrare microbiota, dieta e dati clinici potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui facciamo prevenzione. Inoltre, con l’utilizzo dell’AI sarà possibile sviluppare modelli predittivi di malattia.
Su quali tecnologie si basa lo studio del microbioma?
Lo studio del microbioma si è reso possibile grazie alle tecnologie di sequenziamento massivo e approcci multi-omici sempre più avanzati. Oggi possiamo analizzare non solo la composizione del microbiota, ma anche il suo funzionamento, grazie a metagenomica, metabolomica e modelli di intelligenza artificiale. Nei nostri lavori, l’in -
tegrazione di questi approcci è stata fondamentale per collegare specifiche comunità microbiche a funzioni biologiche rilevanti, come i pathway coinvolti nella cancerogenesi del colon retto.
Come possiamo prenderci cura del nostro microbiota?
La risposta è semplice: attraverso le nostre scelte quotidiane. Il microbiota risponde direttamente alla dieta in circa 48 ore. I nostri studi dimostrano che un’alimentazione ricca di fibre e vegetali favorisce comunità microbiche protettive, mentre diete squilibrate aumentano il rischio di malattia. Il Take-home message è “ciò che mangiamo nutre anche il nostro microbiota e, attraverso di esso, modella la nostra salute”. La prevenzione inizia ogni giorno, a tavola.
Bibliografia
1. De Filippo C. et al., Impact of diet in shaping gut microbiota revealed by a comparative study in children from Europe and rural Africa. Proceedings of the National Academy of Sciences USA. 2010, 107(33):14691-6.
2. De Filippo C. et al., Diet, Environments, and Gut Microbiota. A Preliminary Investigation in Children Living in Rural and Urban Burkina Faso and Italy. Frontiers in Microbiology 2017, 8: 1979
3. De Filippo C. et al., Gut microbiota drives colon cancer risk associated with diet: a comparative analysis of meat-based and pesco-vegetarian diets. Microbiome. 2024 Sep 27;12(1):180.
4. Strati F. et al., New evidences on the altered gut microbiota in autism spectrum disorders. Microbiome. 2017 Feb 22;5(1):24.
Carlotta De Filippo è Dirigente di Ricerca presso IBBA-CNR (Pisa), dove coordina un’unità di ricerca che studia il ruolo del microbiota nella salute umana e animale. Ha conseguito il PhD all’Università di Firenze e svolto attività di ricerca presso la Harvard School of Public Health. Studia come la dieta e il microbiota influenzino infiammazione e rischio di malattie croniche, integrando metagenomica e metabolomica in un approccio traslazionale. È autrice di ~100 pubblicazioni internazionali.
Dalla pressione arteriosa al colesterolo, dalla glicemia al rischio cardiovascolare: un’enorme mappa genetica getta nuova luce sulle basi biologiche delle malattie più diffuse. Pubblicato sulla rivista Nature, lo studio rappresenta uno dei lavori più completi mai realizzati per comprendere come le variazioni del nostro Dna influenzano la salute.
La ricerca è stata guidata da un consorzio internazionale che coinvolge il Jackson Laboratory (JAX), il Broad Institute di Boston e la Yale University. Gli scienziati hanno analizzato in modo sistematico oltre 220mila alterazioni genetiche, concentrandosi su regioni del genoma già associate, in precedenti studi epidemiologici, a patologie comuni e a caratteristiche complesse dell’organismo umano.
Per anni l’attenzione si è concentrata principalmente sui geni, ovvero sulle sequenze di Dna che contengono le istruzioni per produrre proteine. Ma il nostro genoma è composto in larga parte da regioni non codificanti, un tempo considerate silenziose e oggi riconosciute come fondamentali nel regolare l’attività genetica. Lo studio dimostra che la maggior parte delle varianti associate a malattie comuni non si trova all’interno dei geni, bensì in queste regioni regolatorie. Qui si decidono tempi, quantità e modalità di espressione dei geni: un meccanismo delicatissimo, paragonabile a un interruttore molecolare che può modulare il funzionamento delle cellule.
Grazie a una tecnologia ad alta risoluzione, i ricercatori hanno testato simultaneamente gli effetti di oltre 220mila mutazioni su diversi tipi cellulari - tra cui cellule epatiche, cerebrali e del sangue - costruendo mappe dettagliate dell’attività genetica. Il risultato è l’identificazione di più di 13mila varianti puntiformi (alterazioni di una sola lettera del Dna) capaci di modificare l’intensità di espressione di specifici geni con effetti concreti sulla salute.
Analizzate oltre 220mila alterazioni genetiche allo scopo di comprendere come le variazioni del Dna influenzano la salute: prospettive per lo sviluppo di terapie mirate
Non solo: circa l’11% delle mutazioni analizzate mostra effetti combinati. In alcuni casi, coppie di varianti sembrano contribuire a livelli più bassi di colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo cattivo. In altri, combinazioni specifiche influenzano geni legati alla regolazione della pressione arteriosa.
Comprendere i meccanismi genetici alla base del colesterolo elevato è cruciale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nel mondo, con circa 20 milioni di decessi l’anno. L’ipercolesterolemia è uno dei principali fattori di rischio modificabili.
Livelli elevati di colesterolo LDL favoriscono l’accumulo di placche nelle arterie (aterosclerosi), aumentando il rischio di infarto miocardico e ictus. Spesso il colesterolo alto non dà sintomi per anni: è una condizione silenziosa, che può evolvere fino a manifestarsi con un evento acuto e potenzialmente fatale.
In Italia si stima che oltre il 35% degli adulti presenti valori di colesterolo superiori alla norma. Il problema riguarda anche i più giovani, complice la sedentarietà, un’alimentazione ricca di grassi saturi e zuccheri semplici e, in alcuni casi, una predisposizione genetica.
Esistono forme ereditarie, come l’ipercolesterolemia familiare, in cui una mutazione specifica compromette la capacità dell’organismo di eliminare il colesterolo LDL dal sangue. Tuttavia, nella maggior parte dei casi il rischio deriva dall’interazione tra molte varianti genetiche e fattori ambientali. È proprio questo intreccio complesso che la nuova mappa genetica aiuta a decifrare. La pressione arteriosa elevata (ipertensione) interessa oltre un miliardo di persone nel mondo ed è uno dei principali fattori di rischio per insufficienza cardiaca, ictus e danno renale cronico. Anche in questo caso la componente genetica è significativa, ma distribuita su numerose varianti ciascuna con un piccolo effetto. Lo stesso vale per il diabete di tipo 2, una patologia metabolica in forte crescita globale. L’alterazione dei livelli di glicemia dipende da un equilibrio complesso tra sensibilità all’insulina, funzione pancreatica, composizione corporea e stile di vita. Le varianti individuate dallo studio contribuiscono a chiarire quali circuiti molecolari siano coinvolti nella regolazione di questi processi.
Mappare con precisione le varianti, dunque, permette di migliorare i modelli di previsione del rischio individuale e di individuare nuovi bersagli terapeutici. In prospettiva, queste informazioni potrebbero rafforzare la medicina personalizzata con strategie calibrate sul profilo genetico del singolo individuo.
Allo stesso tempo, l’identificazione di elementi regolatori chiave spiana la strada allo sviluppo di farmaci in grado di modulare l’espressione genica, intervenendo in questo modo a monte del problema. In un’epoca in cui le malattie croniche rappresentano la principale sfida sanitaria globale, comprendere le radici genetiche di pressione alta, colesterolo e diabete significa dotarsi di uno strumento in più per prevenire, curare e ridurre il peso di queste patologie sulla società. (D. E.).
Un epi-inibitore reversibile della BTK potrebbe nei pazienti che non rispondono più ai farmaci
Una nuova molecola potrebbe aprire prospettive terapeutiche promettenti per i pazienti affetti da leucemia linfatica cronica (Llc) che non rispondono più alle terapie disponibili. Si tratta di UVI5008, un composto sperimentale sviluppato nell’ambito di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Journal of Hematology & Oncology. La ricerca suggerisce che questa molecola sia in grado di superare uno dei principali ostacoli nella gestione della malattia: la resistenza ai farmaci mirati.
Lo studio è stato coordinato da un gruppo di ricercatori italiani guidati da Carmela Dell’Aversana, dell’Università Lum, Giuseppe Degennaro e Lucia Altucci, dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, che detengono anche il brevetto della molecola. Il lavoro ha coinvolto numerosi centri di ricerca e ospedali italiani e internazionali, tra cui l’IRCCS Ospedale San Raffaele, l’Università Federico II di Napoli, l’AORN Santobono Pausilipon, la Fondazione Ri.MED, l’University Medical Center Groningen nei Paesi Bassi, l’University of Vigo in Spagna e l’MD Anderson Cancer Center negli Stati Uniti. La leucemia linfatica cronica rappresenta una delle neoplasie ematologiche più diffuse negli adulti. È caratterizzata dall’accumulo progressivo di linfociti B anomali nel sangue, nel midollo osseo e nei tessuti linfatici. Queste cellule, che normalmente fanno parte del sistema immunitario, perdono la capacità di controllare la propria proliferazione e tendono ad accumularsi nel tempo.
Negli ultimi quindici anni il trattamento della Llc è cambiato radicalmente. Le terapie chemioterapiche sono state progressivamente affiancate e in molti casi sostituite da farmaci mirati, progettati per bloccare specifiche vie molecolari fondamentali per la sopravvivenza delle cellule tumorali. Tra questi bersagli terapeutici uno dei più importanti è la proteina BTK (Bruton’s Tyrosine Kinase), un enzima coinvolto nella segnalazione dei recettori delle cellule B. Uno dei farmaci in-
trodotti nella pratica clinica è l’ibrutinib, uno dei primi inibitori della BTK, che ha migliorato significativamente la prognosi di molti pazienti. Tuttavia, nel tempo è emerso un problema: alcune cellule tumorali riescono a sviluppare mutazioni che rendono questi farmaci meno efficaci. La resistenza ai farmaci rappresenta una delle principali sfide nella terapia oncologica.
Nel caso della leucemia linfatica cronica, una delle mutazioni più note riguarda il sito di legame della proteina BTK, noto come C481S. Questa mutazione impedisce agli inibitori tradizionali, che si legano in modo permanente alla proteina, di esercitare la loro azione terapeutica. Quando ciò accade, la malattia può tornare a progredire nonostante il trattamento. Per gli ematologi diventa quindi fondamentale sviluppare nuove strategie capaci di colpire anche queste varianti mutate della proteina. È proprio in questo contesto che si inserisce la scoperta della molecola UVI5008. Secondo quanto riportato nello studio, UVI5008 rappresenta il primo epi-inibitore reversibile e non covalente della BTK. A differenza dei farmaci di prima generazione, la molecola non si lega in modo permanente alla proteina ma interagisce con essa in maniera dinamica e reversibile. Questa caratteristica permette al composto di mantenere la propria efficacia anche in presenza della mutazione C481S, una delle principali responsabili della resistenza terapeutica nella Llc. Ma il vero elemento innovativo risiede nel doppio meccanismo d’azione della molecola. Da un lato UVI5008 inibisce direttamente l’attività enzimatica della BTK, bloccando il segnale di sopravvivenza delle cellule tumorali. Dall’altro lato agisce a livello epigenetico, modulando l’espressione dei geni che controllano la produzione della stessa proteina. Questo approccio combinato potrebbe rendere l’intervento terapeutico più efficace e duraturo. Per valutare l’efficacia della molecola, i ricercatori hanno utilizzato una combinazione di modelli sperimentali: analisi computazionali in silico, studi su cellule tumorali in vitro, test su campioni clinici ex vivo.
I dati pubblicati, UVI5008 hanno mostrato una capacità significativa di indurre apoptosi, cioè la morte cellulare programmata, nelle cellule leucemiche. In diversi modelli sperimentali la molecola ha dimostrato un’attività superiore rispetto ad alcuni farmaci standard attualmente utilizzati nella pratica clinica.
potrebbe cambiare la terapia soprattutto farmaci
Particolarmente rilevante è che l’effetto sia stato osservato anche in campioni provenienti da pazienti con forme resistenti alla terapia. Questo suggerisce che il composto potrebbe offrire una nuova opzione terapeutica nei casi più difficili da trattare. Nonostante i risultati incoraggianti, gli stessi ricercatori sottolineano che il percorso verso un eventuale utilizzo clinico della molecola è ancora lungo. Le evidenze disponibili derivano infatti da studi preclinici, una fase fondamentale ma preliminare dello sviluppo farmacologico. Tuttavia, la strategia terapeutica alla base di UVI5008 si inserisce pienamente nel paradigma della medicina di precisione. (C. P.).
La rivoluzione dell’immunoterapia non si ferma. Dopo aver cambiato la storia clinica di molte neoplasie del sangue, la terapia cellulare compie oggi un passo ulteriore e ambizioso: affrontare i tumori solidi, da sempre tra le sfide più complesse dell’oncologia. Una nuova strategia, chiamata Hit (Hla-independent T cell), promette di superare i limiti delle attuali Car-T grazie a una sensibilità molto più elevata nel riconoscere le cellule malate. I risultati delle ricerche, pubblicati sulla rivista Science, aprono la strada ai primi studi clinici sull’uomo e alimentano una speranza concreta per milioni di pazienti. Il lavoro porta la firma del team della Columbia Initiative in Cell Engineering and Therapy (Cicet), centro d’eccellenza internazionale nella bioingegneria cellulare.
Le terapie Car-T tradizionali si basano su linfociti T del paziente modificati geneticamente per riconoscere un bersaglio specifico presente sulle cellule tumorali. Nel caso di molte leucemie e linfomi, questo bersaglio - come la molecola CD19 - è espresso in modo abbondante e uniforme, rendendo l’attacco mirato ed efficace. Nei tumori solidi, invece, il panorama è molto più frammentato. Le cellule tumorali sono eterogenee, variano tra loro e spesso non condividono un bersaglio comune chiaramente identificabile. Inoltre, alcune molecole potenzialmente utili sono presenti in quantità troppo basse per essere intercettate dalle Car-T convenzionali. È proprio qui che interviene la nuova generazione Hit. Guidato dall’immunologo Michel Sadelain, tra i pionieri delle Car-T, il gruppo di ricerca ha sviluppato cellule ingegnerizzate capaci di riconoscere livelli minimi di una molecola chiamata CD70, individuata come bersaglio promettente in diversi tumori solidi. La differenza sostanziale sta nella sensibilità: le cellule Hit riescono a vedere ciò che prima sfuggiva, colpendo anche cellule con una bassa espressione del bersaglio.
Nei primi studi questa strategia ha mostrato un’elevata capacità di eliminare cellule tumorali di rene, pancreas e ovaio, risparmiando quelle sane che non esprimono CD70. Un risultato che segna un punto di svolta e che ha spinto i ricercatori a pianificare l’avvio delle prime sperimentazioni cliniche presso il Columbia University Irving Medical Center.La portata di questa innovazione si comprende appieno guardando i numeri. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cancro rappresenta una delle principali cause di morte a livello globale, con circa dieci milioni di decessi ogni anno. Le proiezioni indicano un aumento significativo nei prossimi decenni, complice l’invecchiamento della popolazione e l’esposizione a fattori di rischio ambientali e comportamentali.
In Italia, i dati più recenti parlano di oltre 390mila nuove diagnosi ogni anno. Il tumore al seno resta il più frequente tra le donne, mentre tra gli uomini è il tumore alla prostata a occupare il primo posto. Ma sono soprattutto
I TRATTAMENTI CON LE CELLULE CAR-T
HANNO RIVOLUZIONATO LA GESTIONE DI MOLTI TUMORI DEL SANGUE, MA HANNO MOSTRATO SCARSI
RISULTATI CONTRO QUELLI SOLIDI:
I DETTAGLI DELLA SCOPERTA
alcune neoplasie solide ad alta aggressività - come il carcinoma del pancreas, il tumore del polmone e il glioblastoma - a rappresentare ancora oggi una delle principali cause di mortalità oncologica. L’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro sottolinea come la sopravvivenza a cinque anni sia migliorata in modo significativo negli ultimi decenni grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più mirate. Tuttavia, per molte forme avanzate o metastatiche le opzioni restano limitate. È in questo contesto che una terapia cellulare capace di aggredire i tumori solidi potrebbe cambiare radicalmente le prospettive.
Uno degli aspetti più promettenti delle cellule Hit è la loro possibile applicazione trasversale. I ricercatori ritengono che la strategia possa essere utile in almeno una ventina di tumori diversi, tra cui l’adenocarcinoma pancreatico e il glioblastoma, due tra le forme più difficili da trattare. Non si tratta di aggiungere un’arma in più all’arsenale terapeutico, ma di ridefinire il modo stesso in cui si progetta l’immunoterapia. Ma naturalmente la strada verso un’applicazione clinica diffusa richiederà tempo. Perché le sperimentazioni dovranno confermare sicurezza ed efficacia, valutare eventuali effetti collaterali e stabilire protocolli ottimali di somministrazione. Il paradigma, però, è chiaro: la medicina del futuro sarà sempre più personalizzata, costruita sulle caratteristiche molecolari del tumore di ciascun paziente.
Nel dibattito pubblico sull’oncologia è fondamentale mantenere un equilibrio tra entusiasmo e realismo. Ogni nuova scoperta rappresenta un passo avanti, ma non una soluzione immediata e universale. Eppure, la traiettoria degli ultimi quindici anni dimostra che ciò che sembrava impossibile può diventare standard terapeutico. Le Car-T, inizialmente considerate sperimentali, sono oggi una realtà consolidata per molte neoplasie ematologiche. L’idea che un approccio simile possa finalmente penetrare nel territorio dei tumori solidi accende una speranza fondata. Se la nuova generazione di terapie cellulari manterrà le aspettative, potremo assistere a un cambiamento epocale nella lotta contro il cancro. (D. E.).
UNO STUDIO INGLESE HA
SCOPERTO UN PROCESSO CRUCIALE
NELLA FORMAZIONE
DEI GAMETI CHE PREVEDE UNA
PECULIARE RIORGANIZZAZIONE 3D
DEL DNA NELLE CELLULE
GERMINALI PRIMA DELLA MEIOSI
Creare spermatozoi e ovociti in laboratorio rappresenta oggi una delle principali sfide nello sviluppo di nuovi trattamenti contro l’infertilità. Un contributo importante per orientare le ricerche future, potrebbe arrivare da una scoperta dei ricercatori del MRC Laboratory of Medical Sciences (LMS) e dell’Imperial College di Londra, di recente pubblicata su Nature Structural & Molecular Biology. Il team, guidato da Tien-Chi Huang e Maria Rigau, ha dimostrato per la prima volta che le cellule riproduttive embrionali, prima di differenziarsi in ovociti e spermatozoi, riorganizzano in modo peculiare e sorprendente la struttura tridimensionale del proprio materiale genetico.
Come spiegano gli autori dello studio, nelle nostre cellule, il DNA porta con sé segni chimici o “epigenetici” che determinano come i geni saranno utilizzati nei diversi tessuti. Tuttavia nelle cellule germinali, che in seguito formeranno spermatozoi e ovuli, queste istruzioni chimiche ereditate devono essere cancellate o riorganizzate affinché lo sviluppo possa ripartire secondo un nuovo programma nelle generazioni future. Questo processo, noto come “riprogrammazione epigenetica”, comporta la cancellazione e la ricostruzione dei segnali chimici sul DNA e la riorganizzazione del modo in cui il DNA è impacchettato all’interno della cellula. Questo reset prepara le cellule alla meiosi, la divisione cellulare che produce spermatozoi e ovuli dimezzando il materiale genetico di una cellula ger-
minale, assicurando così che l’ovulo fecondato abbia il numero corretto di cromosomi.
«Gli scienziati sanno molto su quali geni si attivano e si disattivano durante la riprogrammazione cellulare, ma si sa molto meno su come il genoma stesso venga fisicamente riorganizzato in tre dimensioni prima che abbia luogo la meiosi», afferma Tien-Chi Huang, co-autore principale e ricercatore presso l’LMS.
Studiando la struttura e l’aspetto delle cellule germinali al microscopio, il team ha scoperto che, mentre queste cellule si preparano per la meiosi, la regione ristretta dei cromosomi, chiamata centromero, si aggancia al bordo del nucleo. Utilizzando una tecnica chiamata analisi Hi-C, che consente di studiare l’organizzazione tridimensionale del DNA all’interno del nucleo, il team ha scoperto che, durante questa fase di transizione, la struttura del genoma diventa meno organizzata e i cromosomi risultano più separati tra loro. «È la prima volta che viene osservato un cambiamento nella conformazione cromosomica in questa fase cruciale dello sviluppo, immediatamente prima dell’inizio della meiosi», afferma Maria Rigau. La creazione di spermatozoi e ovociti in laboratorio è una delle maggiori sfide della biologia riproduttiva. Per studiare questo processo, gli scienziati utilizzano cellule simili alle cellule germinali primordiali (PGCLC), che sono cellule generate in laboratorio derivate da cellule staminali embrionali che
imitano le prime cellule riproduttive dell’embrione. Tuttavia, queste PGCLC spesso non riescono a completare tutte le fasi della meiosi, rendendo difficile la creazione di spermatozoi e ovociti funzionali.
Dopo aver studiato il processo nelle cellule germinali degli embrioni, il team ha esaminato le PGCLC generate in laboratorio per verificare se i centromeri migrassero verso la periferia del nucleo anche in vitro, ma non ha osservato lo stesso fenomeno. «La presenza di questa conformazione cromosomica nelle cellule germinali embrionali ma non in quelle coltivate in laboratorio, suggerisce che questo cambiamento strutturale potrebbe essere necessario affinché la meiosi proceda correttamente e potrebbe spiegare perché la meiosi sia così difficile da ricreare al di fuori del corpo - commenta Tien-Chi - ma dobbiamo lavorare ancora per caratterizzare appieno il processo prima di poterlo affermare con certezza».
«Il nostro studio ha portato alla luce una riorganizzazione dell’architettura genomica, finora sconosciuta e francamente molto sorprendente, che si verifica nelle cellule germinali in via di sviluppo e che riteniamo sia fondamentale per il corretto svolgimento della meiosi», afferma Petra Hajkova, autrice senior dello studio e responsabile del gruppo Reprogramming and Chromatin presso l’LMS. «I nostri risultati – prosegue la ricercatrice - non solo correggeranno le attuali conoscenze, ma saranno fondamentali per i nostri sforzi volti a ricreare la meiosi e quindi a completare lo sviluppo dei gameti in vitro». Questo nuovo quadro di riferimento per migliorare la gametogenesi in vitro potrebbe portare, secondo gli scienziati, a nuovi trattamenti per l’infertilità.
Nel complesso, spiegano i ricercatori, i risultati dello studio rivelano l’esistenza di un’architettura cromatinica distinta nelle cellule germinali gonadiche maschili e femminili premeiotiche e dimostrano che la riprogrammazione epigenetica della linea germinale comporta una profonda riorganizzazione tridimensionale del genoma, cancellando la memoria precedente. (S. B.).
Esiste un manuale di istruzione che guida il funzionamento di alcune cellule del nostro sistema immunitario. Un manuale antico, simile in organismi molto diversi tra di loro, dai topi agli esseri umani.
A individuarlo è stato un Gruppo di ricercatori guidato dall'università di Liegi in Belgio in uno studio pubblicato sulla rivista Immunity. Al centro della scoperta c’è un interruttore molecolare chiamato MafB, una proteina in grado di accendere o spegnere specifici geni macrofagi, delle cellule immunitarie fondamentali per la difesa e l’equilibrio dell’organismo. Questa proteina coordina l’attivazione dei programmi genetici che permettono ai macrofagi di maturare e di svolgere il ruolo nei diversi organi del corpo. I macrofagi hanno il compito di individuare, inglobare, distruggere batteri, virus e patogeni. Queste cellule sono responsabile della rimozione delle cellule morte, dei residui cellulari e di tutte quelle sostanze potenzialmente dannose che si accumulano nei tessuti. Grazie a questa funzione di pulizia e sorveglianza i macrofagi contribuiscono a mantenere l'equilibrio dell'organismo e a prevenire infezioni e infiammazioni. Sono presenti in tutti i tessuti: nei polmoni nell'intestino nei reni nel fegato e nella milza.
In ciascun organo assumono caratteristiche leggermente diverse pur condividendo un programma. programma genetico di base che garantisce la loro comune identità. Proprio questo programma, secondo lo studio guidato dall’immunologo Thomas Marichal, è regolato in gran parte dal fattore MafB. MafB funziona come un regolatore genetico. È un fattore di trascrizione, cioè una proteina che controlla quali geni devono essere attivati e quali invece devono restare silenziati. Gli scienziati hanno scoperto che MafB è essenziale per la maturazione dei macrofagi. Quando questo
interruttore molecolare è assente o non funziona correttamente, le cellule immunitarie non completano il loro processo di sviluppo e non riescono a svolgere pienamente il loro compito di difesa e manutenzione dei tessuti. Gli esperimenti hanno mostrato che MafB controlla una rete molto ampia di geni coinvolti nelle principali funzioni dei macrofagi: dalla fagocitosi, cioè la capacità di inglobare e distruggere i patogeni, alla gestione delle risposte infiammatorie. Questa rete genetica permette ai macrofagi di adattarsi a diversi ambienti cellulari pur mantenendo la stessa identità funzionale. La scoperta è particolarmente significativa perché dimostra che il ruolo dei macrofagi va ben oltre la semplice difesa contro le infezioni. Uno degli esempi più evidenti riguarda il metabolismo del ferro. Nella milza, i macrofagi svolgono un ruolo importante nel riciclo del ferro proveniente dai globuli rossi invecchiati. Se la maturazione di queste cellule è alterata, questo processo può essere compromesso. Gli effetti si estendono anche ad altri organi. Nei polmoni, i macrofagi contribuiscono a mantenere puliti gli alveoli e a prevenire infiammazioni. Nell’intestino partecipano al controllo dell’equilibrio tra sistema immunitario e microbiota. Nei reni aiutano a regolare i processi infiammatori e a mantenere l’integrità dei tessuti. Quando MafB non svolge correttamente il suo ruolo, questi sistemi possono andare incontro a disfunzioni, con conseguenze potenzialmente rilevanti per la salute.
La scoperta apre prospettive anche dal punto di vista terapeutico. Molte malattie croniche sono infatti legate a un funzionamento anomalo dei macrofagi. Tra queste ci sono diversi disturbi infiammatori, alcune patologie autoimmuni e numerose malattie metaboliche. In questi casi i macrofagi possono diventare eccessivamente attivi o, al contrario, perdere la capacità di svolgere le loro funzioni protettive.
Comprendere il ruolo di MafB nel controllo della maturazione dei macrofagi potrebbe quindi offrire nuove strategie per intervenire su queste patologie. In futuro, si potrebbero avere farmaci capaci di modulare l’attività di questo interruttore molecolare aiutando a ristabilire l’equilibrio del sistema immunitario.
Gli scienziati sottolineano che siamo ancora nelle fasi iniziali di questa ricerca. Tuttavia, l’identificazione di un meccanismo così fondamentale rappresenta un passo importante nella comprensione di come le cellule immunitarie si sviluppano e funzionano. Uno degli aspetti più importanti dello studio è la conservazione evolutiva di questo meccanismo. Questa scoperta rafforza l’idea che dietro la complessità del nostro organismo esistano principi biologici profondi e condivisi, capaci di coordinare funzioni diverse mantenendo un equilibrio delicato ma essenziale per la vita. Il lavoro dei ricercatori dell’Università di Liegi offre quindi non solo nuove conoscenze sulla biologia dei macrofagi, ma anche uno sguardo più ampio su come il nostro corpo riesca a mantenere la propria armonia interna grazie a sofisticati sistemi di regolazione genetica. (C. P.).
Uno studio su oltre 90mila frammenti virali rivela che età, sesso e genetica influiscono su quantità e bersagli degli anticorpi, aprendo la strada a vaccini e cure personalizzate
La risposta immunitaria, ovvero la produzione di anticorpi che si attiva quando entriamo in contatto con un virus, non è uguale per tutti, ma varia da individuo a individuo in base a fattori come età, sesso e patrimonio genetico. In che modo, però, questi elementi influenzano concretamente la nostra difesa immunitaria?
Analizzando le risposte anticorpali contro oltre 90mila frammenti di proteine virali, i ricercatori dell’Institut Pasteur, del CNRS e del Collège de France hanno dimostrato che, di fronte allo stesso virus, ogni individuo produce quantità diverse di anticorpi e li dirige verso porzioni differenti dell’agente patogeno, individuando inoltre i principali fattori responsabili di questa variabilità. Questa scoperta potrebbe avere importanti implicazioni per lo sviluppo di vaccini e trattamenti personalizzati in base alle caratteristiche di ciascun individuo.
Quando entriamo in contatto con un virus, il nostro organismo si difende producendo molecole chiamate anticorpi, o immunoglobuline, in grado di riconoscere e neutralizzare gli agenti patogeni. Questo processo, noto come risposta immunitaria umorale, è fondamentale per la protezione dalle infezioni. Fattori genetici e non genetici, tra cui età, sesso biologico, ambiente e stile di vita, influenzano il modo in cui il sistema immunitario risponde. Comprendere meglio il ruolo di questi elementi è quindi fondamentale per individuare le persone più vulnerabili alle infezioni e sviluppare terapie più efficaci e personalizzate.
Finora la ricerca in questo campo si è concentrata soprattutto su uno o pochi virus alla volta. Di conseguenza, si sapeva ancora poco su come la risposta umorale all’insieme dei virus che infettano l’uomo - il viroma - vari da individuo a individuo. Nel nuovo studio, pubblicato su Nature Immunology, gli scienziati francesi hanno fatto nuova luce sulla questione, dimostrando che, quando sono esposti allo stesso virus, gli individui producono anticorpi diretti contro diverse parti dell’agente patogeno e identificando i principali fattori alla base di questa variabilità.
Utilizzando la tecnica innovativa di sequenziamento mediante immunoprecipitazione con fagi, i ricercatori hanno analizzato campioni di plasma sanguigno di oltre mille individui sani per misurare le risposte anticorpali contro più di 90mila frammenti di proteine virali, coprendo un gran numero di virus responsabili di infezioni quali l’influenza, le infezioni respiratorie, la gastroenterite e le infezioni da herpesvirus. «Uno dei principali punti di forza di questo studio è la quantificazione esaustiva del repertorio anticorpale.
Siamo riusciti a caratterizzare esattamente quali parti delle proteine virali sono prese di mira dagli anticorpi in ciascun individuo», spiega Etienne Patin, direttore di ricerca del CNRS presso il laboratorio di Genetica Evolu -
tiva Umana dell’Institut Pasteur e coautore responsabile dell’articolo.
Dai risultati dello studio, l’età emerge come il fattore dominante che influenza la produzione di anticorpi: più della metà del repertorio anticorpale varia a seconda dell’età. Sorprendentemente, gli scienziati hanno osservato che, per un determinato virus, alcuni anticorpi aumentano con l’età mentre altri diminuiscono, a seconda del frammento virale preso di mira.
Questo è il caso dell’influenza H1N1 e H3N2: gli anticorpi nei giovani adulti prendono di mira principalmente una parte della proteina di superficie virale nota come emoagglutinina (HA), che evolve rapidamente, mentre gli anticorpi negli individui più anziani tendono a prendere di mira una regione più stabile della stessa proteina nota come dominio dello stelo. Anche il sesso biologico gioca un ruolo importante. La risposta umorale ai virus dell'influenza A e B differisce tra donne e uomini: le donne producono più anticorpi contro l’emoagglutinina (HA), mentre gli uomini tendono a prendere di mira altre proteine virali (NP e M1), nonostante i tassi di vaccinazione siano comparabili tra i due sessi.
I fattori genetici dell’ospite influenzano in modo significativo l’immunità antivirale. I ricercatori hanno identificato varianti in regioni del genoma che codificano le immunoglobuline, le quali determinano quali geni vengono utilizzati per produrre gli anticorpi. Lo studio è stato esteso anche a una coorte africana, evidenziando differenze tra popolazioni nei bersagli molecolari della risposta anticorpale. Ad esempio, nel caso del virus di Epstein-Barr, gli anticorpi possono riconoscere proteine diverse a seconda del contesto geografico ed epidemiologico, probabilmente per differenti livelli di esposizione ai ceppi virali.
I risultati dello studio sottolineano l’importanza di includere popolazioni diverse, soprattutto quelle più esposte alle infezioni ma ancora sottorappresentate nella ricerca. Lo studio mostra inoltre come età, sesso e genetica influenzino non solo l’intensità, ma anche la specificità della risposta anticorpale, con implicazioni rilevanti per lo sviluppo di vaccini e terapie più mirati. (S. B.).
PRESENTATO EVO 2, IL NUOVO
MODELLO DI IA GENERATIVA
CAPACE DI LEGGERE E PROGETTARE IL CODICE GENETICO.
PUÒ PREVEDERE MUTAZIONI
PATOGENE E PRESENTA
IMPORTANTI CAPACITÀ GENERATIVE
L’intelligenza artificiale generativa sta cambiando il mondo e sta rivoluzionando anche le scienze biologiche. Un team di ricercatori americani ha presentato su Nature Evo 2, il più grande modello di intelligenza artificiale per la biologia mai realizzato fino ad oggi, paragonabile a ChatGPT ma addestrato a interpretare il DNA invece del linguaggio umano. Lo strumento, nato dalla collaborazione tra scienziati dell’Università della California di Berkeley, dell’Arc Institute, dell’Università di San Francisco, dell’Università di Stanford e di NVIDIA, è stato addestrato sul DNA di oltre 100mila specie viventi conosciute, compresi esseri umani, piante, batteri, amebe e persino alcune specie estinte. Evo 2 è in grado di prevedere la forma e la funzione delle proteine nel DNA degli organismi appartenenti a tutti i domini della vita, identificare con precisione le mutazioni che causano malattie nei geni umani e progettare nuovi genomi lunghi quanto quelli di semplici batteri. Lo strumento consente agli scienziati di identificare molecole che potrebbero essere utili per la bioingegneria e la medicina e permette ai laboratori di eseguire dozzine di esperimenti standard in pochi minuti o ore invece che in anni.
Brian Hie, autore responsabile dello studio, e membro della facoltà di Stanford Data Science, spiega che lo strumento lavora in modo simile a ChatGPT: «In un processore di linguaggio naturale, come ChatGPT, è possibile inserire del testo e il programma comple -
terà automaticamente la frase sulla base dei modelli delle parole scritte in precedenza. Evo 2 fa lo stesso con il DNA. Se si desidera progettare un nuovo gene, è sufficiente inserire nel modello l’inizio di una sequenza genetica di coppie di basi ed Evo 2 completerà automaticamente il gene». Come chiarisce il ricercatore, a volte il risultato sarà identico a un gene presente in natura, altre volte invece il modello apporterà alcune migliorie o scriverà il gene in modo diverso rispetto a quanto avvenuto nella storia evolutiva. Nel mondo reale, queste mutazioni avvengono per caso. Con Evo 2 è possibile ottenere mutazioni che hanno funzioni utili e generare nuove sequenze. Evo 2 include anche modelli di apprendimento automatico che permettono ai ricercatori di capire se la sequenza generata esiste in natura e prevedere come funzionerà questa nuova sequenza nella vita reale. «Partendo dalla sequenza generata – prosegue Hie – sintetizziamo il DNA in laboratorio e lo inseriamo in una cellula vivente per testarlo utilizzando una tecnologia di editing genetico come CRISPR. In sostanza, Evo 2 sta accelerando l’evoluzione, fornendoci nuovi e promettenti percorsi genetici da esplorare».
Evo 2 è la versione avanzata del modello precedente Evo 1 presentato dallo stesso team di ricercatori nel 2024 ma addestrato solo su genomi di organismi unicellulari come batteri e archeobatteri. Con Evo 2 il set di dati è passato da circa 300 miliardi di nucleotidi a quasi 9 trilioni. Lo strumento è diventato potentissimo e, per ragioni di sicurezza, ha richiesto l’esclusione dei genomi dei virus, per impedire che venga utilizzato per creare malattie nuove o più pericolose. «Il nostro sviluppo di Evo 1 ed Evo 2 ha permesso alle macchine di leggere, scrivere e pensare nel linguaggio dei nucleotidi», osserva Patrick Hsu, co-fondatore dell’Arc Institute e coautore senior dello studio. L’evoluzione, spiegano i ricercatori, ha codificato le informazioni biologiche nel DNA e nell’RNA, creando modelli che Evo 2 è in grado di rilevare e utilizzare per generare un nuovo codice genetico, che non è mai esistito prima, lungo anche fino a 1 milione di nucleotidi. La finestra di un milione di nucleotidi è importante perché consente di esplorare le interazioni a lunga distanza tra due o più geni anche non vicini tra loro sul DNA.
Poiché Evo 2 ha il potenziale per migliorare le attività legate allo studio e alla cura delle malattie umane, gli autori hanno ritenuto utile condividerlo come risorsa open source accessibile a tutti i ricercatori. Evo2 mostra già una versatilità sufficiente a identificare i cambiamenti genetici che influenzano la funzione delle proteine: ad esempio, nei test con varianti del gene Brca1 associato al tumore del seno, Evo 2 ha raggiunto un’accuratezza superiore al 90% nel predire le mutazioni benigne rispetto a quelle potenzialmente pericolose. Intuizioni di questo tipo possono ridurre tempi e costi della ricerca, aiutando a identificare le cause genetiche delle malattie e a sviluppare più rapidamente farmaci e terapie geniche mirate. EVO 2, infatti, può essere programmato per controllare la regolazione genica e potrebbe in futuro consentire agli scienziati di attivare o disattivare specifici geni in determinati tipi cellulari specifici. Un’applicazione pratica, concludono i ricercatori, potrebbe essere quella di identificare un gene altamente tossico con il potere di uccidere le cellule, da attivare esclusivamente nelle cellule tumorali e da mantenere inattivo in tutte le altre. (S. B.).
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I BIOLOGI DEL CALTECH HANNO
SVILUPPATO UNA TECNOLOGIA CHE PERMETTE DI ASSEMBLARE CON PRECISIONE LUNGHE SEQUENZE DI DNA INDISPENSABILI PER RENDERE CONCRETI PROGETTI FUTURISTICI
La capacità di costruire ex novo sequenze di DNA sintetico rappresenta un elemento fondamentale per l’ingegneria biologica, lo studio dei sistemi viventi e lo sviluppo di tecnologie innovative. L’integrazione tra intelligenza artificiale e informatica avanzata ha reso possibile progettare sequenze genetiche capaci di codificare applicazioni biologiche complesse, come proteine in grado di costituire materiali più resistenti dell’acciaio o approcci terapeutici personalizzati in ambito oncologico. Tuttavia, la sintesi di lunghe sequenze di DNA, necessarie per concretizzare tali progetti, continua a rappresentare una sfida significativa, che i ricercatori del Caltech hanno di recente affrontato con risultati di rilievo.
In questo contesto, gli scienziati hanno sviluppato una nuova tecnologia per la sintesi di lunghe sequenze di DNA con un livello di precisione senza precedenti. Il metodo, denominato Sidewinder, si basa su un principio concettuale analogo ai numeri di pagina applicati al DNA, consentendo di assemblare un numero arbitrario di brevi frammenti sintetici, noti come oligonucleotidi, nell’ordine corretto. Questo approccio, spiegano i ricercatori, permette di costruire sequenze di DNA di dimensioni molto maggiori, fino alle dimensioni di un gene o, potenzialmente, di un intero genoma. Grazie a Sidewinder, gli oligonucleotidi sintetici - economici e ampiamente disponibili - possono essere combinati in modo flessibile e programmabile per ottenere configurazioni su misura. Come
si legge nello studio pubblicato su Nature, questa innovazione potrebbe trovare una vasta gamma di applicazioni, tra cui l’agricoltura e la medicina.
L’invenzione e lo sviluppo di Sidewinder sono stati condotti nel laboratorio di Kaihang Wang, professore presso il California Institute of Technology e autore responsabile dell’articolo. «Il DNA è il codice sorgente di tutta la vita terrestre e delle funzioni biologiche», afferma Wang. «In quanto tale – prosegue l’autore - le applicazioni biomediche e la futura bioeconomia dipendono dalla capacità di scrivere il DNA. Sidewinder offre un nuovo metodo per creare lunghe sequenze di DNA, indipendentemente dalla complessità e dalla sequenza, e farlo in modo più veloce, più facile e più economico di quanto fosse possibile in passato».
Negli ultimi quarant’anni, gli oligonucleotidi sintetici corti sono stati prodotti su larga scala per consentire progressi nel campo delle biotecnologie, come i recenti vaccini a RNA messaggero contro il COVID-19. Ma per creare geni interi, e quindi consentire biotecnologie come i vaccini personalizzati contro il cancro, questi oligonucleotidi corti dovrebbero essere uniti con precisione perfetta in sequenze di DNA più lunghe e complesse. In questo contesto entra in scena Sidewinder che, come spiega Kaihang Wang, assegna a ciascun oligonucleotide dei veri e propri “numeri di pagina” di DNA, permettendo a ogni frammento di appaiarsi con i vicini corretti all’interno della sequenza: il segmento numero 4, ad esempio, seguirà il numero 3 e precederà il numero 5.
Il sistema utilizza una tecnica denominata 3-Way Junction (3WJ), grazie alla quale questi “numeri di pagina” sporgono lateralmente dal costrutto di DNA assemblato, come piccole etichette. In questo modo, le informazioni
che guidano l’assemblaggio della sequenza possono essere mantenute distinte da quelle codificate nel DNA stesso. Questi piccoli marcatori che sporgono dai 3WJ vengono poi rimossi senza difficoltà, ottenendo così una doppia elica di DNA perfettamente assemblata e senza interruzioni, adatta a qualsiasi applicazione desiderata. Questa possibilità costituisce un elemento fondamentale dell’invenzione Sidewinder.
Dai risultati dello studio è emerso che Sidewinder raggiunge un’incredibile fedeltà nella costruzione del DNA con un tasso di errore di appena uno su un milione, un miglioramento di quattro o cinque ordini di grandezza rispetto a tutte le tecniche precedenti, i cui tassi di errore di connessione vanno da 1 su 10 a 1 su 30. «Sidewinder è straordinariamente innovativo e rappresenta un passo significativo verso l’obiettivo di scrivere DNA di qualsiasi livello di complessità», afferma Frances Arnold, docente al Caltech e Premio Nobel per la Chimica nel 2018.
RISPETTO ALLE SOLUZIONI ATTUALI, RENDENDO ECONOMICAMENTE
SOSTENIBILE L'APPLICAZIONE DELLE
LINEE GUIDA INTERNAZIONALI
Per lungo tempo, la genetica è stata percepita dai decisori sanitari come una disciplina di nicchia, confinata alla diagnosi di malattie rare o alla conferma post-sintomatica. Oggi, tuttavia, siamo di fronte a una rivoluzione grazie anche all'avvento del sequenziamento di nuova generazione: la genetica è uno dei pochi strumenti in nostro possesso capace di prevedere il rischio di malattia in fase pre-sintomatica, anni prima che si manifestino segni clinici irreversibili.
Intercettare un soggetto sano ad alto rischio o un soggetto malato in fase iniziale ha, nella maggior parte dei casi, un costo economico e sociale immensamente inferiore rispetto alla gestione di una patologia cronica o oncologica conclamata.
La genetica sta trasformando la sanità pubblica da un modello reattivo a uno predittivo e personalizzato, spostando il focus dal rischio binario (presente/assente) a un continuum di rischio individuale. Nel Servizio Sanitario Nazionale, questa evoluzione permette di stratificare il rischio identificando famiglie e individui con elevata probabilità di sviluppare patologie eredo-familiari, offrendo percorsi anticipati o intensificati.
Le evidenze di recenti studi, ad esempio, dimostrano che il 3,1% delle donne testate presenta varianti patogenetiche in geni di suscettibilità tumorale, e il 30% di queste non soddisfa i criteri di inclusione tradizionali ba -
* Davide Cacchiarelli, PhD, Professor of Molecular Biology, Armenise/Harvard Laboratory of Integrative Genomics, School of Medicine, University of Naples "Federico II", Coordinatore progetto STEPs
sati sulla storia familiare per lo screening. Questo dato sottolinea la necessità di superare modelli di screening "taglia unica" verso approcci personalizzati che integrano fattori genetici, polimorfismi di rischio (polygenic risk scores), esami strumentali, fattori ormonali e stili di vita.
In Italia, lo Screening Neonatale Esteso (SNE), introdotto con la Legge 167/2016 e incluso nei Livelli Essenziali di Assistenza, rappresenta un'eccellenza europea coprendo oltre 50 malattie metaboliche rare in tutti i nuovi nati. Questo modello, guidato da un approccio biochimico e raffinato dall'analisi genetica, previene disabilità severe e migliora la qualità di vita monitorando alla nascita parametri alterati in tempo utile per intervenire con terapie salvavita.
Sul fronte terapeutico, la genomica abilita decisioni cliniche più efficaci e sostenibili. In oncologia, i profili molecolari orientano terapie mirate, immunoterapie e trial adattativi con farmaci tumor-agnostic. I nuovi LEA 2025 hanno incluso il programma nazionale di screening e sorveglianza
per tumori mammari e ovarici in portatrici di varianti BRCA1/2, con un investimento di 11 milioni di euro annui, e la rimborsabilità dei test genomici NGS per pazienti oncologici.
Per il carcinoma mammario ormono-responsivo in stadio precoce, test come Oncotype DX permettono di evitare chemioterapie non necessarie, con riduzione significativa dei costi sanitari e sociali.
Il principale ostacolo all'implementazione degli screening genetici su larga scala è storicamente duplice: la capacità operativa di gestire decine di migliaia di campioni ogni anno e quella interpretativa, ovvero la gestione delle Varianti di Significato Incerto (VUS), che lasciavano clinici e pazienti in un limbo decisionale. Mentre l'integrazione di algoritmi di Intelligenza Artificiale di ultima generazione e l'avvento delle analisi funzionali massive (es. MAVEs - Multiplex Assays of Variant Effect) stanno aiutando a risolvere i dubbi interpretativi, gli attuali approcci di screening su base territoriale faticano ancora a garantire efficienza ed equità di accesso per l'intera popolazione eleggibile.
In questo contesto, una sfida scientifica e tecnologica è rappresentata dalle nuove linee guida ASCO/SSO (2024) per I geni di suscettibilita’ oncologica BRCA1/2 che hanno rivoluzionato i criteri di accesso, raccomandando il test germinale per tutte le pazienti con nuova diagnosi di carcinoma mammario ≤ 65 anni e per tutte le pazienti con carcinoma ovarico indipendentemente dall'età.
In Italia, questo amplia la platea eleggibile a oltre 50.000 donne all'anno. Considerando un costo medio di €500 per un pannello completo standard dei due geni, la spesa necessaria salirebbe a €25 milioni annui, più del doppio dell'attuale stanziamento LEA.
A ciò si aggiunge la complessità derivante dall'estensione dell'analisi oltre i soli geni BRCA1/2, circa 100 geni associati a sindromi oncologiche ereditarie (come TP53, PTEN, CDH1, PALB2). L'identificazione incidentale di patologie non correlate al tumore primario genera ulteriori costi di gestione clinica e familiare che il sistema attuale fatica ad assorbire.
Per superare queste barriere economiche e logistiche occorre un drastico cambio di paradigma, adottando soluzioni tecnologiche che, pur garantendo elevati standard qualitativi, permettano di effettuare screening genomici massivi a costi contenuti.
Un esempio di tale capacità operativa si è avuto durante la pandemia Covid-19, quando l'Istituto TIGEM della Fondazione Telethon ha processato in pochi anni più di 100.000 tamponi molecolari per il sequenziamento dell'intero genoma virale. Sulla scorta di questa esperienza, la Fondazione Telethon, l'Università degli Studi di Napoli Federico II, l'Università dell'Aquila, il Policlinico Gemelli ed il CRO di Aviano, in collaborazione con alcune ASL delle rispettive regioni, stanno portando avanti il progetto STEPs (Sequencing Tests for Early Prevention Screening).
Si tratta di un test genetico di screening innovativo basato su un approccio non invasivo (tampone buccale), centralizzazione tecnologica secondo un modello HUB-Spoke, e validazione di un pannello mirato e personalizzabile di geni. Questo modello permette di abbattere i costi fino a 5-10 volte rispetto alle soluzioni attuali, rendendo economicamente sostenibile l'applicazione delle linee guida internazionali.
La vera forza del modello STEPs risiede nel -
la sua scalabilità "gen-agnostica". Lo stesso workflow tecnologico a basso costo è immediatamente estendibile a tutti i geni previsti dagli interventi di genomica opportunistica (ACMG Secondary Findings v3.2), che includono le principali cause di morte prevenibile:
• Cardiopatie ereditarie: geni associati a morte cardiaca improvvisa giovanile (cardiomiopatie, sindrome del QT lungo). Identificare precocemente i portatori permette di salvare vite con terapie farmacologiche o impianto di defibrillatori.
• Ipercolesterolemia Familiare (FH): patologia frequente ma drasticamente sottodiagnosticata. Intercettare varianti patogeniche nei geni coinvolti nella FH permette di avviare terapie precoci con statine, prevenendo infarti e riducendo l'enorme carico di ospedalizzazioni.
È fondamentale infine distinguere strategicamente due livelli di intervento pubblico, entrambi necessari ma con impatti economici opposti:
• Screening Neonatale (SNE): Intercetta malattie rare. Ha un costo unitario per caso identificato alto, ma è un imperativo etico perché garantisce la sopravvivenza o evita disabilità gravissime in bambini che altrimenti non avrebbero speranza.
• Screening Genomico di Popolazione/ Adulti: Intercetta condizioni frequenti. Ha un costo unitario per caso identificato molto basso per come previsto dal progetto STEPs. A differenza dello SNE, questo rappresenta un investimento economico netto per il "Sistema Paese": identificare un portatore sano costa poche centinaia di euro, ma attiva protocolli di sorveglianza che costano immensamente meno rispetto a trattare un cancro metastatico o gestire un trapianto di cuore.
In sintesi, se lo screening neonatale è una spesa per la vita, lo screening genomico degli adulti, reso possibile dal modello STEPs, è una spesa per la sostenibilità del SSN. In tutta Italia, per tutti.
La medicina comparata ha dimostrato come specie diverse possano condividere più di quanto si possa immaginare, ma è stato grazie all’avvento del sequenziamento genomico ad alta risoluzione, negli anni 2000, che queste somiglianze hanno iniziato ad emergere rivelando le numerose connessioni tra i diversi organismi.
Proprio in questa direzione si è mossa una recente ricerca internazionale, che ha analizzato il DNA di numerosi gatti domestici affetti da tumori, individuando in loro delle mutazioni simili a quelle di alcune tipologie di tumore umano. Lo studio, pubblicato su Nature Communications e condotto
da un team di genetisti e oncologi veterinari, ha identificato una mutazione ricorrente nel gene FBXW7, già noto per il suo ruolo nella regolazione del ciclo cellulare e nella soppressione tumorale.
La presenza della stessa alterazione genetica in due specie molto distanti ha dunque suggerito che alcuni meccanismi fondamentali della trasformazione neoplastica si siano conservati durante l’evoluzione. Il team ha analizzato i campioni provenienti da diverse cliniche veterinarie europee e statunitensi, confrontando poi i profili genomici dei tumori felini con i dati oncologici di alcuni ospedali. Poiché dalle analisi è emerso che la mutazione individuata nei gatti era analoga a
Una ricerca rivela alcune mutazioni tumorali condivise da umani e felini, aprendo a nuove prospettive terapeutiche
quella osservata in alcuni carcinomi umani (in particolare quelli del colon e della mammella) i ricercatori hanno trovate conferme su quella che era la loro ipotesi di partenza: cioè che la sovrapposizione non fosse in alcun modo casuale, ma riconducibile, come accennato, a dei percorsi cellulari conservati nell’evoluzione delle due specie.
Quanto emerge, dunque, è che le alterazioni del gene FBXW7 influenzino in modo simile la progressione della malattia nelle due specie. Un’evidenza che, una volta approfondite le ricerche, in futuro, potrebbe tradursi in strategie terapeutiche mirate. Un altro aspetto rilevante riguarda la possibilità di utilizzare i dati raccolti dai felini per migliorare la classificazione dei tumori umani. Inoltre, lo studio sottolinea l’importanza della medicina veterinaria come fonte di informazioni preziose per la salute degli umani: il fatto che i gatti condividano con noi l’ambiente domestico, l’esposizione a sostanze potenzialmente cancerogene e, in parte, lo stile di vita, li rende un modello spontaneo per studiare l’insorgenza e l’evoluzione dei tumori.
Comprendere come una stessa mutazione si manifesti in due specie diverse permette di isolare i fattori realmente determinanti, e di distinguere ciò che è biologicamente “essenziale” da ciò che non lo è. Infine, il valore di questo studio rivela l’importanza e la validità degli approcci comparatistici applicati alla ricerca oncologica e non solo. L’individuazione di mutazioni condivise permette di riconoscere meccanismi comuni, che diventerebbero dei bersagli terapeutici funzionali a interventi più precisi. La convergenza genetica tra gatti e umani non è, dunque, solo una curiosità evolutiva, ma un punto di partenza nello sviluppo di strumenti e trattamenti più efficaci. (M. O.).
Il cervello diventa il nuovo alleato nella prevenzione. I risultati del progetto Resilient di Carmen
In Italia quasi un bambino su tre convive con un eccesso di peso. Un dato che continua a rappresentare una delle principali emergenze di salute pubblica in età pediatrica e che impone un cambio di paradigma nelle strategie di prevenzione e cura.
In occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità del 4 marzo, arrivano nuovi risultati dal progetto di ricerca Resilient, coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Lo studio propone un approccio innovativo alla gestione dell’obesità infantile, che affianca a dieta e attività fisica interventi mirati sulle funzioni cognitive e sui meccanismi cerebrali che regolano fame, sazietà e comportamento alimentare.
Secondo i dati più recenti del sistema di sorveglianza OKkio alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, il 29,7% dei bambini italiani presenta un eccesso ponderale: il 19% è in sovrappeso, il 10,7% obeso e il 2,1% soffre di obesità grave. Nonostante negli ultimi anni si registri una lieve diminuzione dei numeri complessivi, l’Italia rimane tra i Paesi europei con le percentuali più elevate di obesità pediatrica. All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ogni anno si registrano circa 1.700 accessi ambulatoriali e oltre 1.000 ricoveri in day hospital dedicati a bambini e adolescenti con problemi di sovrappeso e obesità. Tra questi, circa 200 casi riguardano forme secondarie o di origine genetica.
Per affrontare questa complessa condizione, l’Unità di Endocrinologia e Diabetologia guidata dal professor Stefano Cianfarani ha sviluppato negli anni un servizio dedicato all’educazione alimentare e al coinvolgimento delle famiglie nei percorsi di cura. È proprio in questo contesto clinico e scientifico che nasce RESILIENT, un progetto di ricerca coordinato dalla dottoressa Melania Manco, dell’unità di Medicina predittiva e preventiva, e dalla dottoressa Deny Menghini, responsabile di Psicologia del Bambino. L’obiettivo dello studio è comprendere come intervenire precocemente sui meccanismi biologici e comportamentali che sostengono l’obesità infantile. Lo
studio ha coinvolto 120 bambini tra i 6 e gli 11 anni con sovrappeso o obesità. In questa fase dello sviluppo il cervello è caratterizzato da un’elevata plasticità, cioè dalla capacità di modificare e riorganizzare le proprie connessioni neuronali.
Ciò significa che interventi mirati sugli stili di vita e sulle funzioni cognitive possono contribuire a riorientare i circuiti cerebrali che regolano l’appetito, il senso di sazietà e il consumo energetico. L’obesità infantile, infatti, non è soltanto una questione di peso corporeo. È una condizione che coinvolge metabolismo, emozioni, comportamento e funzioni cognitive. Nei bambini con eccesso di peso si osservano frequentemente disturbi del sonno, difficoltà nella regolazione emotiva, riduzione della qualità di vita e fragilità cognitive, come alterazioni della memoria o dell’autoregolazione.
Il programma terapeutico del progetto Resilient ha avuto una durata complessiva di cinque mesi ed è stato costruito attraverso un approccio multidisciplinare che ha coinvolto endocrinologi, nutrizionisti, psicologi, neuropsicologi, chinesiologi, infermieri, biologi e biostatistici. Nelle prime otto settimane i bambini hanno partecipato a due o tre incontri settimanali online con nutrizionisti, psicologi e specialisti dell’attività fisica. Questa fase è stata seguita da un periodo di consolidamento meno frequente, volto a stabilizzare le nuove abitudini.
Il percorso ha integrato diversi elementi: educazione alimentare, attività fisica strutturata, promozione di corretti stili di vita e coinvolgimento attivo dei genitori. In alcuni casi è stato introdotto anche un training cognitivo computerizzato, basato su esercizi adattivi progettati per potenziare attenzione, memoria e capacità di autoregolazione. I bambini che hanno partecipato al training hanno registrato miglioramenti aggiuntivi nella qualità del sonno e nella capacità di controllare i comportamenti alimentari. Rafforzare memoria e autoregolazione, spiegano i ricercatori, aiuta infatti i bambini a mantenere nel tempo le nuove abitudini e a gestire meglio gli stimoli legati al cibo.
I risultati complessivi dello studio mostrano miglioramenti significativi in numerosi parametri: peso corporeo, composizione corporea, forza muscolare, metabolismo, controllo della fame, qualità del sonno, comportamento e funzioni cognitive. Questi dati suggeriscono che intervenire precocemente sui meccanismi cerebrali e comportamentali può contribuire a correggere in modo duraturo la disfunzione metabolica associata all’obesità.
Il progetto Resilient dimostra che percorsi pediatrici integrati, capaci di combinare nutrizione, attività fisica, interventi psicologici e coinvolgimento familiare, possono rappresentare una strategia efficace per affrontare una patologia complessa come l’obesità infantile.
di Carla Cimmino*
UN CEPPO ENDOFITA ISOLATO DA ALLIUM CEPA MOSTRA LA CAPACITÀ DI
DECOLORARE DIRETTAMENTE LA MELANINA, DI INIBIRE ENZIMI
ASSOCIATI AL FOTO-INVECCHIAMENTO,
MA C’È ANCORA MOLTO DA DIMOSTRARE
Tra gli attivi depigmentanti, l’obiettivo di tutti è inibire la melanogenesi, o colpendo la tirosinasi o altri enzimi coinvolti nella biosintesi della melanina. Acido kojico, arbutina, retinoidi, derivati dell’acido azelaico e numerosi estratti botanici condividono, con alcune eccezioni, questo meccanismo d’azione.
Tuttavia, uno studio recente pubblicato su Cosmetics propone una via alternativa, che merita attenzione: l’utilizzo di un fungo endofita isolato dalla cipolla, identificato come Aspergillus brasiliensis ACL05, in grado di decolorare direttamente la melanina sintetica e, nello stesso tempo, di mostrare attività anti-enzimatiche associate al rallentamento dell’invecchiamento cutaneo.
L’interesse biologico del lavoro risiede proprio in questo cambio di paradigma, se i risultati venissero confermati in sistemi biologici più complessi, avremmo quindi “melanina preesistente modificata o degradata”. Nel lavoro preso in considerazione, i ricercatori hanno isolato 38 funghi endofiti da cipolla (Allium cepa) e pomodoro (Solanum lycopersicum), selezionandoli poi in base alla capacità di decolorare melanina sintetica in coltura liquida, e il dato più interessante è che il ceppo non sembra limitarsi a interferire con la formazione del pigmento, ma mostra una attività di decolorazione diretta sulla melanina sintetica.
* Comitato Centrale FNOB
Un’altra cosa interessante è stata che sul terreno contenente melanina, il ceppo ha prodotto una zona di schiarimento attorno alla colonia, mettendo in risalto che l’attività sia mediata da fattori extracellulari diffusibili, piuttosto che da semplice adsorbimento o accumulo intracellulare del pigmento, questo dettaglio sposta il focus dal micelio al secretoma.
Dal punto di vista biochimico, gli autori ipotizzano ci sia il coinvolgimento di enzimi ossidativi extracellulari (verosimilmente laccasi o perossidasi ligninolitiche), sulla base dell’analogia strutturale tra melanina e lignina, entrambe macromolecole aromatiche complesse e relativamente recalcitranti, ma nel lavoro non ci sono accenni al meccanismo, né all’analisi del secretoma, pertanto questo risultato va interpretato come fenomeno osservato e basta. La valutazione dell’effetto della sterilizzazione sul filtrato attivo fornisce indizi importanti, i dati mostrano che:
• il filtrato non sterilizzato mantiene la massima attività;
• dopo ultrasuoni per 2 ore, la decolorazione scende a 32,54%;
• dopo ultrasuoni per 3 ore, si riduce ulteriormente a 25,63%;
• dopo autoclave, l’attività è praticamente abolita (0,57%).
Il sistema attivo risulta essere fortemente sensibile al calore, compatibile con una componente proteica o protein-associated. Se davvero la funzione dipendesse da laccasi, perossidasi o complessi enzimatici extracellulari, questo comportamento sarebbe perfettamente plausibile. Gli ultrasuoni consentono una parziale conservazione dell’attività, ma a costo di una perdita funzionale signifi -
• attività antiossidante (DPPH): IC50 = 5,21 ± 1,85 mg/mL
Si desume pertanto che si tratti di un ingrediente potenzialmente multifunzione: non solo un attivo schiarente, ma anche un modulatore di processi associati al photoaging, attraverso l’inibizione di elastasi e collagenasi. In conclusione i funghi endofiti restano una fonte sottoutilizzata di bioattivi dermocosmetici; la melanina può essere affrontata non solo come pathway biosintetico, ma come substrato chimico modificabile.
Questo studio dimostra che i funghi endofiti, se interrogati con approcci funzionali mirati, possono restituire fenotipi bioattivi inaspettati e concettualmente nuovi. Nel caso di Aspergillus brasiliensis ACL05, la possibilità di decolorare la melanina già formata apre una domanda biologica e tecnologica di grande interesse.
Bibliografia
1. Napalai Chaiwan, Phimphilai Panchai, Garumuni Dilrukshi Nadeeshani Menike, Nakarin Suwannararach, Jaturong Kumala, Thida Kaewkod, Siriphorn Jangsutthivorawat, Sirintip Pechroj, Natsinee U-on and Itthayakorn Promputtha. Multifunctional Biobased Cosmetic Ingredient from Onion.Derived Endophytic Aspergillus basiliensis with Skin-Whitening and Anti- Aging- Properties
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Rubrica sul mondo delle malattie rare
L'intelligenza artificiale (AI, artificial intelligency) si propone di ridurre le problematiche relative al contesto delle malattie rare, affrontando sfide storiche come il ritardo nella diagnosi e la scarsa scelta nelle terapie (in taluni casi, addirittura la totale assenza di una sola proposta terapeutica).
Diagnosi
In media, un paziente con una malattia rara può attendere fino ai 7 anni per una diagnosi corretta. L'AI potrebbe ridurre questa attesa mediante: l’analisi genomica (algoritmi avanzati scansionano l'intero genoma per identificare mutazioni patogene rare con una precisione superiore all'analisi manuale); il riconoscimento facciale (i.e. DeepPheno: alcune app analizzano i tratti somatici, o fenotipo facciale, per identificare sindromi genetiche ultra-rare spesso invisibili ad un occhio non esperto); lo screening neonatale (sistemi di AI, integrati nei database ospedalieri, segnalano precocemente anomalie nei test di routine che potrebbero indicare patologie rare).
Nuovi Farmaci (e “vecchi” farmaci uti lizzabili per patologie rare differenti?)
Poiché le malattie rare colpiscono piccoli gruppi di persone, la ricerca tradizionale è spesso dispendiosa. L'AI interviene tramite: drug repurposing (l'AI identifica farmaci già approvati per malattie comuni che potrebbero essere efficaci contro una malattia rara); modellazione proteica (strumenti come AlphaFold di Google DeepMind permettono di prevedere la struttura delle proteine coinvolte nelle malattie, accelerando la creazione di farmaci mirati).
Dati e registri dei pazienti
La frammentazione dei dati è un grande ostacolo nella semplificazione delle problematiche che vedono protagoniste le malattie rare, dal sospetto diagnostico alla terapia e, così, ai controlli. L’AI aiuta a: estrarre informazioni “suggestive”, da cartelle cliniche non strutturate, per popolare registri di patologia globali (NLP o Natural Language Processing); creare “pazienti virtuali”, per simulare studi clinici quando il numero di pazienti reali è troppo basso per test statistici standard (sintesi di dati).
Piattaforme innovative
“MalatiRari Live” è una piattaforma di teleconsulto che collega pazienti da tutta Europa con una rete
internazionale di specialisti. “Progetto MIA” è un'iniziativa che integra l'AI negli studi dei medici di medicina generale per identificare precocemente i "segnali sentinella" di patologie rare. “AlphaFold” (DeepMind): utilizzata nel 2026 per il “modelling” di strutture proteiche, accelerando lo sviluppo di terapie personalizzate per difetti genetici rari.
Come restare aggiornati
Per approfondimenti scientifici, si può consultare il portale europeo Orphanet, il punto di riferimento per le malattie rare e i farmaci orfani. In Italia, il Centro Nazionale Malattie Rare dell'Istituto Superiore di Sanità coordina le attività di sorveglianza e supporto. Per il supporto ai pazienti, la federazione UNIAMO offre risorse e orientamento sui diritti e le cure disponibili. Inoltre, nell’attuazione conseguente agli obiettivi indicati nel Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026, ogni azienda sanitaria ha contatti in merito per rispondere con competenza e con appropriatezza, sia ai pazienti che ai loro caregiver.
Fonti/Riferimenti Biologi:
• Osservatorio Malattie Rare
• Galileonet
• Nature
di Maria Chiara Dell’Amico*
COORDINAMENTI PROFESSIONALI
Coordinamento Nazionale Biologi Specialisti Ambulatoriali
Un fascio invisibile di energia attraversa i chicchi di frumento. Non li scalda o modifica nell’aspetto, non lascia tracce chimiche. Eppure, in pochi istanti, elimina batteri, funghi e muffe che potrebbero comprometterne la salubrità. È la promessa mantenuta dall’irraggiamento gamma, una tecnologia che l’Enea ha messo alla prova con risultati destinati a cambiare il futuro della conservazione cerealicola.
La facility Calliope, situata presso il Dipartimento nucleare del Centro ricerche Enea Casaccia alle porte di Roma, ha ospitato una sperimentazione rigorosa su quattro tipologie di frumento italiano: grano duro, tenero da agricoltura convenzionale, biologica e integrata.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica open access “Polysaccharides”, confermano il potenziale di questa metodologia come strumento sicuro, efficace e sostenibile per l’industria agroalimentare.
«Dopo aver esposto il grano macinato a una dose di radiazioni gamma sufficiente a eliminare microrganismi patogeni, funghi e muffe,
LA SPERIMENTAZIONE CONDOTTA
NELLA FACILITY CALLIOPE
CONFERMA CHE
L’IRRAGGIAMENTO LASCIA INTATTE
LE PROPRIETÀ NUTRIZIONALI
DEI CEREALI SENZA
COMPROMETTERNE
LA STRUTTURA MOLECOLARE
abbiamo dimostrato che il trattamento non provoca alterazioni visibili nell’aspetto o nel colore dei campioni e, soprattutto, non compromette le proprietà chimico-fisiche né la struttura molecolare dell’amido presente nel grano», spiega Alessia Cemmi, responsabile del Laboratorio Enea Facility Irraggiamento Gamma e coautrice dello studio insieme a Rocco Carcione, Beatrice D’Orsi, Ilaria Di Sarcina, Emiliana Mansi e Jessica Scifo.
L’indagine ha impiegato tecniche spettroscopiche complementari, Raman, Ftir-Atr ed Epr, per analizzare le trasformazioni strutturali, conformazionali e radicaliche che si verificano nell’amido, il polisaccaride principale del frumento. I campioni sono stati sottoposti a dosi comprese tra 0,1 e 10 kGy, intervallo conforme alle linee guida internazionali sulla tutela degli alimenti.
Il trattamento sfrutta i raggi gamma generati da una sorgente di Cobalto-60. Queste radiazioni elettromagnetiche ad alta energia penetrano la materia con maggiore profondità rispetto ai raggi X, ionizzando gli atomi e spezzando il Dna di batteri e parassiti senza ricorrere al calore. L’isotopo radioattivo utilizzato presenta un’emivita di circa cinque anni.
A differenza dei metodi convenzionali, l’irraggiamento gamma non richiede elevati consumi energetici né comporta incrementi termici. Permette, inoltre, di lavorare grandi quantità di prodotto in un unico lotto, senza generare scarti o rifiuti inquinanti. Un vantaggio competitivo rilevante per un settore,
quello cerealicolo, che ha visto le esportazioni mondiali di frumento quasi raddoppiare in vent’anni: da 101 milioni di tonnellate nel 2000 a 199 milioni nel 2020, con proiezioni che indicano 220 milioni entro il 2030.
Il grano duro ha mostrato il decadimento radicalico più rapido, probabilmente grazie al suo maggiore contenuto proteico che favorisce la ricombinazione. Al contrario, il frumento tenero biologico ha esibito la stabilità radicalica più elevata, correlata a una struttura dell’amido maggiormente organizzata.
«Sulla base dei risultati che abbiamo ottenuto, questo tipo di irraggiamento potrà essere applicato anche ad altri prodotti a base di polisaccaridi come il mais, un cereale particolarmente vulnerabile alla contaminazione da funghi pericolosi per la salute umana e animale», afferma Alessia Cemmi. «In questo contesto stiamo partecipando a un progetto finanziato da Coldiretti Toscana focalizzato sull’eradicazione di questo tipo di biodeterogeni mediante approcci più green e sostenibili rispetto ai metodi tradizionali che includono ad esempio l’uso di pesticidi». Nel nostro Paese, l’impiego resta circoscritto al trattamento anti-germinativo per patate, aglio e cipolle e alla sanificazione di spezie e vegetali essiccati. Circa cinquanta nazioni adottano già questa metodologia, sostenuta da Fao, Oms e Iaea.
«Elevati costi gestionali e necessità di personale specializzato sono i principali motivi del suo utilizzo limitato in Italia. Inoltre, ogni prodotto alimentare ha una dose limite applicabile che dipende dalla sua matrice. Il grano, ad esempio, può tollerare dosi anche relativamente elevate senza subire degradazioni significative perché è composto prevalentemente da polisaccaridi organizzati in architetture molecolari robuste. Al contrario, dosi elevate impiegate in frutta e verdura fresche possono degradare alcuni componenti, a causa di matrici più delicate. Per questo motivo, la tolleranza all’irraggiamento non può essere generalizzata: ogni matrice deve essere studiata individualmente, così da garantire sia l’idoneità igienico-sanitaria sia la conservazione delle proprietà nutrizionali e funzionali dell’alimento», chiarisce la ricercatrice.
Dai laboratori di Casaccia emerge, dunque, una prospettiva concreta: tecnologie nucleari applicate con rigore scientifico possono contribuire a rendere più sostenibile il sistema alimentare globale. L’irraggiamento gamma si candida, così, a diventare uno strumento prezioso per ridurre gli sprechi, prolungare la conservabilità e abbattere l’uso di sostanze chimiche nel trattamento post-raccolta, rispondendo alle crescenti esigenze di trasparenza e tutela ambientale richieste dai consumatori. (G. P.).
IL PROGETTO EUROPEO
CAMS2-40-BIS PUNTA A RENDERE
DETTAGLIATO IL MONITORAGGIO ATMOSFERICO, CON MAPPE, USO DEI SATELLITI E STIME
AMPLIATE UTILI PER LA PREVENZIONE DELLE ALLERGIE
Capire che cosa circola nell’atmosfera significa oggi mettere insieme chimica, meteorologia, territorio e biologia. Su questo terreno si colloca CAMS2-40-bis, il nuovo progetto europeo del Copernicus Atmosphere Monitoring Service, pensato per rafforzare il monitoraggio della qualità dell’aria e ampliare le previsioni sui pollini, con ricadute dirette anche sul fronte della prevenzione allergica.
Il programma prosegue il lavoro del precedente CAMS2-40 e continuerà a essere finanziato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, Ecmwf. A portarlo avanti è un consorzio di 11 partner, tra cui Enea per l’Italia. L’obiettivo non è soltanto aumentare la quantità di informazioni disponibili, ma rendere i sistemi previsionali più precisi e più utili per leggere le differenze tra aree urbane, rurali, costiere e vallive.
Il salto più evidente riguarda la risoluzione spaziale. Le previsioni, oggi disponibili a 10 chilometri, saranno aggiornate a 3-5 km, con l’obiettivo di arrivare fino a 3. A questo si aggiunge un uso più ampio dei dati satellitari. In pratica, la nuova fase del progetto punta a descrivere con maggiore dettaglio la distribuzione degli inquinanti e la loro variabilità locale, un aspetto decisivo quando si passa dalla scala continentale a quella della vita quotidiana. Non si tratta, quindi, di un semplice affinamento tecnico: significa poter distinguere con più chiarezza ciò che accade tra centro
urbano e cintura periurbana, tra pianura e fondovalle, tra costa e interno, restituendo mappe più aderenti alle reali condizioni di esposizione.
Per il nostro Paese il contributo arriva attraverso un sistema sviluppato e già attivo: «Fin dal 2022 l’Italia partecipa al programma europeo per la qualità dell’aria Copernicus con il sistema Enea Minni, considerato tra i più affidabili in Europa grazie alle elevate prestazioni del supercomputer Cresco», commenta il responsabile del progetto Enea Massimo D’Isidoro, ricercatore del Dipartimento sostenibilità. Il riferimento a Cresco non è secondario: trattare in tempi utili una massa così ampia d’informazioni implica, infatti, capacità di calcolo elevate e strumenti previsionali affidabili. In questo contesto, la partecipazione al programma conferma anche il valore del contributo nazionale all’interno di un’infrastruttura europea fondata su continuità, comparabilità e aggiornamento costante. È da questo intreccio tra ricerca, calcolo e cooperazione internazionale che deriva l’affidabilità dell’intero impianto scientifico.
Minni lavora insieme ad altri dieci sistemi: Chimere di Ineris, Emep di Met Norway, Eurad-Im di Jülich Iek, Lotos-Euros di Knmi e Tno, Match di Smhi, Mocage di MétéoFrance, Silam di Fmi, Dehm di Aarhus University, Gem-Aq di Iep-Nri e Monarch di Bsc. Nel loro insieme, questi modelli contribuiscono a previsioni fino a cinque giorni sia per gli inquinanti atmosferici sia per i pollini. La mole informativa è notevole: nell’arco delle ventiquattr’ore vengono rese pubbliche, in media, circa 80 miliardi di dati.
Tutti elaborano la stessa base informativa: le emissioni fornite da Copernicus e le previsioni meteorologiche ad alta risoluzione dell’Ecmwf. I risultati vengono poi combinati in un ensemble, elaborato da Météo-France e Ineris e reso disponibile gratuitamente nell’Atmosphere Data Store. Il prodotto finale copre 19 inquinanti, tra cui ozono, biossido di azoto, biossido di zolfo e polveri sottili PM2.5 e PM10. La logica è efficace: integrare approcci diversi per ottenere un quadro più stabile e affidabile del singolo modello preso isolatamente. In questo modo si riduce il peso delle incertezze del singolo schema numerico e si offre un prodotto finale più solido sia per la consultazione pubblica sia per gli usi scientifici.
Accanto alla componente chimica, CAMS2-40-bis rafforza anche quella aerobiologica. Alle sei tipologie polliniche già monitorate - graminacee, olivo, betulla, ontano, ambrosia e artemisia - si aggiungono nocciolo e cipresso. L’estensione è rilevante perché offre una base più ampia per seguire l’andamento stagionale, anticipare i picchi e migliorare gli strumenti di prevenzione per chi soffre di allergie respiratorie. Dal punto di vista aerobiologico, l’ampliamento ha un interesse immediato. Disporre d’indicazioni più estese sul calendario pollinico e sulla distribuzione territoriale delle concentrazioni può aiutare a leggere me -
glio la stagionalità dei sintomi, a orientare la profilassi e a contestualizzare i dati clinici.
Non sarà solo una previsione atmosferica in senso stretto, ma avremo una maggiore precisione nell’informazione sull’esposizione. Una definizione spaziale più fine, l’integrazione dei satelliti e l’ampliamento del monitoraggio pollinico rendono, difatti, più leggibile il legame tra condizioni ambientali, territorio e salute.
In questa prospettiva, CAMS2-40-bis segna un avanzamento concreto. Rafforza una rete scientifica europea già collaudata, rende accessibili prodotti complessi attraverso piattaforme aperte e offre strumenti più raffinati per osservare ciò che respiriamo. Meno approssimazione, più dettaglio: la qualità dell’aria si misura anche dalla precisione con cui sappiamo descriverla. (G. P.).
Esistono luoghi dove il tempo scorre con una lentezza che sfida la comprensione umana. Luoghi dove organismi nati quando Roma era ancora una repubblica continuano a crescere, millimetro dopo millimetro, costruendo cattedrali biologiche nell’oscurità degli abissi. Il Golfo di Napoli custodisce alcuni di questi santuari sommersi, oggi minacciati da un nemico silenzioso: migliaia di attrezzi da pesca abbandonati che strangolano lentamente foreste di coralli vecchie di millenni.
È in questo scenario che prende forma un’iniziativa senza precedenti nel Mediterraneo. La Stazione Zoologica “Anton Dohrn” ha coordinato la pianificazione scientifica e operativa di quella che rappresenta una delle prime operazioni di restauro passivo di ecosistemi profondi mai realizzate nel nostro mare. Le operazioni si sono svolte durante la campagna oceanografica “Demetra”, a bordo della nave “Gaia Blu” del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’ambito del progetto europeo “Life dream” coordinato dall’Istituto di scienze marine di Bologna. Una stretta collaborazione con l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno ha, inoltre, accompagnato le fasi operative.
Le barriere coralline profonde sono habitat bentonici ecologicamente cruciali: stoccano grandi quantità di CO2 e attraggono una fauna associata altamente diversificata. Le molteplici pressioni antropiche rendono urgente proteggerle e ripristinarle. Il progetto, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del
Programma Life 2021-2027, mira precisamente a mitigare queste pressioni, promuovendo protezione, recupero e conservazione degli habitat sensibili profondi.
«I coralli neri sono organismi straordinari per la loro longevità eccezionale: alcuni esemplari superano i 2.000 anni nel Mediterraneo. Liberare questi ecosistemi dagli attrezzi da pesca abbandonati - spiega Frine Cardone, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn e responsabile dell’unità SZN del progetto - significa restituire respiro a vere e proprie foreste sommerse, che raccontano la storia del nostro mare e custodiscono il futuro della biodiversità».
Due i siti interessati dalle operazioni: una secca rocciosa tra i 200 e i 300 metri di profondità, popolata da dense comunità di Antipatharia, e il Canyon Dohrn, ecosistema di rilevanza eccezionale caratterizzato dalla presenza di coralli bianchi, ostriche centenarie e specie rare.
Queste strutture tridimensionali costituiscono veri e propri rifugi per la fauna marina, ma risultano gravemente compromesse dall’impatto degli attrezzi abbandonati che provocano abrasioni, danni fisiologici e riduzione della capacità riproduttiva.
«Il Golfo di Napoli - aggiunge Cardone - è un laboratorio naturale di eccezionale biodiversità. Proteggere questi habitat significa salvaguardare servizi ecosistemici essenziali e un patrimonio ecologico di valore inestimabile».
La metodologia adottata prevede l’impiego di Rov, veicoli filoguidati capaci di operare con precisione a elevate profondità. Dopo accurata mappatura visiva, vengono tagliati e rimossi lenze, cime e frammenti di reti secondo protocolli rigorosi per garantire l’integrità delle comunità marine.
«Con Life Dream - afferma Federica Foglini, Primo Tecnologo del Cnr-Ismar e coordinatrice del progetto - puntiamo a proteggere e ripristinare gli ecosistemi profondi del Mediterraneo, in particolare le biocostruzioni a coralli, fondamentali per la biodiversità marina e il funzionamento degli oceani». Il restauro passivo si distingue da quello attivo: anziché introdurre organismi, mira a eliminare le pressioni antropiche favorendo la rigenerazione naturale. Per comunità a crescita lenta e organismi longevi, questa strategia rappresenta la condizione es-
senziale per il recupero. Si attuano anche interventi attivi, installando strutture artificiali stampate in 3D con materiale biodegradabile per favorire l’insediamento dei coralli.
«Grazie a sensori autonomi e a tecniche avanzate di restauro - precisa Giorgio Castellan, ricercatore del Cnr-Ismar e capo missione della campagna “Demetra” - monitoriamo la crescita dei coralli e i parametri ambientali, come correnti e temperatura, per comprendere i fattori che influenzano il recupero degli habitat profondi. L’obiettivo finale è supportare il ripristino degli ecosistemi e fornire dati fondamentali per estendere la rete di conservazione al mare profondo». Il consorzio internazionale, guidato dal Cnr-Ismar, coinvolge università, enti di ricerca e associazioni di categoria. Il progetto promuove anche l’economia circolare, coinvolgendo pescatori nella raccolta dei rifiuti e nel riutilizzo della plastica per produrre carburante marittimo.
Mentre in superficie il Mediterraneo affronta sfide sempre più urgenti, nelle sue profondità si compie una rivoluzione silenziosa. Là dove la luce non arriva, coralli millenari tornano a respirare. Quelle cattedrali biologiche che crescono nell’oscurità degli abissi, millimetro dopo millimetro, ci insegnano che il tempo della natura è paziente, ma quello dell’uomo, per proteggerla, non può più esserlo.
di Teresa Pandolfi e Giovanni Misasi*
IL SISTEMA CLIMATICO È
DINAMICO ED EVOLUTIVO.
COMPRENDERNE PIENAMENTE
I MECCANISMI RICHIEDE UN APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE,
PRUDENZA INTERPRETATIVA
E UN CONTINUO CONFRONTO
TRA OSSERVAZIONI EMPIRICHE
E MODELLI TEORICI
Il dibattito contemporaneo sull’origine del riscaldamento globale tende a privilegiare l’attribuzione alle emissioni antropogeniche di gas serra, con particolare attenzione all’anidride carbonica (CO 2 ). La CO 2 è spesso indicata come causa principale del riscaldamento e come obiettivo prioritario delle politiche ambientali.
Il sistema climatico terrestre è estremamente complesso: la sua evoluzione dipende dall’interazione di numerosi processi, tra cui bilancio energetico, albedo planetaria, copertura nuvolosa, dinamiche solari, oscillazioni oceaniche e feedback interni. Le evidenze disponibili indicano che sia fattori naturali sia antropogenici contribuiscono all’evoluzione climatica, e il loro peso relativo rimane oggetto di studio. L’articolo si propone di discutere le incertezze e stimolare una riflessione scientifica equilibrata.
La CO 2 nel sistema biologico e atmosferico
La CO 2 è una componente naturale dell’atmosfera e parte integrante del ciclo biogeochimico del carbonio, essenziale per la fotosintesi e per la vita sulla Terra. La sua presenza nell’atmosfera non è un’anomalia recente, ma una componente strutturale del sistema Terra.
Dal punto di vista fisico, la CO 2 assorbe radiazione infrarossa in bande spettrali spe -
* Associazione Scientifica Biologi senza Frontiere
cifiche, contribuendo all’effetto serra naturale che rende il pianeta abitabile. Tuttavia, il sistema climatico non risponde in modo lineare e isolato ad una sola variabile: l’effetto radiativo della CO 2 cresce secondo una relazione logaritmica rispetto alla concentrazione, e la risposta complessiva dipende dall’interazione con numerosi feedback atmosferici e oceanici.
La distinzione tra proprietà fisica della molecola e magnitudo del suo impatto climatico è essenziale. Questo non implica non considerare il contributo antropogenico, che resta documentato e significativo.
Bilancio energetico e osservazioni CERES
Il clima terrestre è governato dall’equilibrio tra energia solare entrante ed energia infrarossa uscente. Le osservazioni satellitari del programma CERES (Clouds and the Ear -
th’s Radiant Energy System) mostrano che negli ultimi decenni una parte rilevante delle variazioni energetiche è correlata a cambiamenti nella radiazione solare assorbita (ASR), a loro volta influenzati da variazioni nella copertura nuvolosa e nell’albedo planetaria.
La nuvolosità rappresenta una fonte significativa di incertezza nei modelli climatici (IPCC AR6, 2021); piccole variazioni nella loro distribuzione possono produrre effetti radiativi locali comparabili a quelli di altre forzanti. Tali effetti sono limitati a specifiche regioni o periodi e non spiegano la tendenza globale osservata negli ultimi decenni.
Questo quadro evidenzia l’importanza di approfondire il ruolo dei processi legati all’albedo e alla dinamica delle nuvole nel bilancio energetico, senza ridurre il contributo antropogenico ad una posizione marginale.
Forzanti astronomiche e cicli naturali I cicli orbitali di Milanković modulano l’insolazione terrestre su scale millenarie, determinando fasi glaciali e interglaciali. Sebbene non spieghino il riscaldamento recente, mostrano come il sistema climatico sia sensibile anche a variazioni modeste di input energetico, amplificate da riscontri interni (nuvole, vapore acqueo, ghiaccio).
In alcune regioni o periodi brevi, variazioni di albedo e nuvolosità possono produrre effetti radiattivi locali comparabili a quelli di singole forzanti, ma non spiegano la tendenza globale osservata negli ultimi decenni.
Sensibilità climatica e incertezze strutturali
La sensibilità climatica di equilibrio (ECS) indica l’aumento medio della temperatura globale atteso a fronte di un raddoppio della CO 2 . L’I -
PCC AR6 (Intergovernmental Panel on Climate Change ) stima un valore probabile di circa 3 °C, con un intervallo 2,5-4 °C (IPCC AR6, 2021), riflettendo incertezze nei feedback interni, in particolare nuvolosità e vapore acqueo.
Ipotesi alternative, come la “iris hypothesis” di Lindzen, rappresentano linee di ricerca discusse ma non sostituiscono le stime centrali dell’IPCC, che costituiscono il riferimento principale. Qualora la sensibilità reale fosse nella fascia inferiore, l’impatto antropogenico rimarrebbe significativo, ma quantitativamente più contenuto rispetto ad alcune percezioni pubbliche. Riconoscere intervalli di incertezza rappresenta applicazione coerente del metodo scientifico.
Variabilità interna e oscillazioni oceaniche
Il clima terrestre è influenzato da oscillazioni oceaniche naturali che operano su diverse scale temporali. L’ENSO (El Niño–Southern Oscillation) determina variazioni annuali e pluriannuali nel Pacifico equatoriale, la PDO (Pacific Decadal Oscillation) descrive fluttuazioni decennali nel Pacifico settentrionale, mentre l’AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation) rappresenta cicli di riscaldamento e raffreddamento dell’Atlantico settentrionale su decenni.
Questi fenomeni contribuiscono a redistribuire il calore all’interno del sistema atmosfera-oceano, influenzando la variabilità climatica regionale e globale. Pur modulando la distribuzione dell’energia, non aggiungono energia netta al sistema terrestre e quindi da soli non spiegano il trend globale del riscaldamento osservato negli ultimi decenni.
Il contenuto di calore oceanico mostra un incremento su scala decennale, ma la ripartizione precisa tra contributi naturali e antropogenici rimane ancora oggetto di studio e approfondimento scientifico, evidenziando la complessità e la non linearità del sistema climatico.
Implicazioni metodologiche e politiche
Ridurre la complessità climatica ad una sola causa rischia di sottovalutare le dinamiche naturali e le incertezze nei modelli. Strategie pragmatiche di adattamento e resilienza possono essere sviluppate indipendentemente
dall’attribuzione causale dominante. Questo non diminuisce la rilevanza del contributo antropogenico né l’importanza delle politiche di mitigazione basate su evidenze scientifiche.
Conclusione
La CO 2 è una componente naturale dell’atmosfera e del ciclo biologico terrestre, con ruolo radiativo fisicamente fondato. L’evoluzione climatica recente è determinata dall’interazione tra forzanti antropogeniche, variabilità naturale, oscillazioni oceaniche, albedo e feedback atmosferici ancora in studio. Riconoscere la pluralità dei fattori non riduce la responsabilità umana, ma consente di collocarla correttamente nel sistema complesso. Le evidenze documentano contributi multipli che interagiscono in modi dinamici; le stime quantitative precise richiedono ulteriori studi.
Il sistema climatico è dinamico ed evolutivo. Comprenderne pienamente i meccanismi richiede un approccio multidisciplinare, prudenza interpretativa e un continuo confronto tra osservazioni empiriche e modelli teorici.
Bibliografia
1. IPCC AR6 WG1, Chapter 7: The Earth’s Energy Budget, Climate Feedbacks, and Climate Sensitivity, 2021. DOI: 10.1017/9781009157896.008
2. Goessling et al., 2024, Observational Constraints on Climate Sensitivity and Radiative Forcings, Science, 380(6654), 1234–1242. DOI: 10.1126/science. adq7280
3. Lindzen, R., Cloud Feedbacks and Climate Sensitivity, Journal of Climate Research, 2023, 36(5), 1201–1215. DOI: 10.1175/JCLI-D-22-0450.1
4. NASA CERES Satellite Data, 2000–2025, https://ceres.larc.nasa.gov
5. ARGO Global Ocean Observing System, 2000–2025, http://www.argo.ucsd.edu
LO STUDIO PUBBLICATO SU “SENSORS”
ANALIZZA COME L’IDROGENO ALTERI
LE MISURAZIONI DELLE SOSTANZE CHE
SEGNALANO LE FUGHE. DAI LABORATORI
VICENTINI SOLUZIONI CONCRETE
PER GLI OPERATORI
C’è un odore che tutti riconosciamo. Quello del gas. Un odore che non esiste in natura – il metano è incolore e privo di qualsiasi fragranza – ma che la tecnologia ha reso inconfondibile per proteggerci. Da decenni, sostanze chimiche chiamate odorizzanti vengono aggiunte al combustibile per trasformare l’invisibile in percepibile, il silenzioso in allarme. Un presidio tanto semplice quanto vitale che ha salvato innumerevoli vite, segnalando fughe altrimenti impossibili da individuare.
Ma cosa accade quando nelle tubature inizia a scorrere un vettore diverso? Più leggero, più sfuggente, più difficile da miscelare uniformemente. Cosa succede quando l’idrogeno entra in scena? È la domanda al centro della ricerca condotta da Enea e Università di Cassino e del Lazio Meridionale, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale “Sensors”. Un’indagine che affronta per la prima volta un aspetto finora trascurato nel panorama scientifico. Non la compatibilità chimica tra idrogeno e odorizzanti, bensì l’accuratezza e l’affidabilità dei sistemi di rilevazione in presenza di blend arricchiti con il più leggero degli elementi.
L’immissione di idrogeno nelle condotte del metano, consentita attualmente in Italia fino al 2% in volume, rappresenta una delle strategie più promettenti per abbattere le emissioni di carbonio. I settori interessati sono quelli oggi dipendenti dai combustibili fossili: generazione elettrica, industria pesante, riscaldamento domestico, trasporti. L’idrogeno è un elemento estremamente leggero, caratterizzato da bassa viscosità e alta diffusività. Proprietà che ne fanno un vettore energetico promettente per la decarbonizzazione, ma che rendono ardua la sua integrazione nelle infrastrutture esistenti. Le differenze tra le caratteristiche fisico-chimiche dell’idrogeno e del metano possono determinare criticità nella gestione delle condotte.
In questo scenario, l’affidabilità nella rilevazione della quantità di odorizzante emerge come tema cruciale. L’odorizzazione è obbligatoria nelle reti di erogazione dell’Unione Europea. Il tenore di odorizzante viene definito in termini di valori minimi e massimi: livelli troppo bassi possono compromettere la sicurezza; dosaggi eccessivi generano problemi operativi, costi aggiuntivi, inclusi quelli legati alla corrosione degli impianti, e potenziali falsi allarmi. La campagna sperimentale si è articola-
ta in due fasi. La prima ha previsto test su bombole certificate. Le combinazioni controllate di metano e idrogeno sono state analizzate a tre livelli di odorizzante: basso, medio e alto, corrispondenti a circa 5, 30 e 100 mg/Sm³. Ciascun livello è stato testato in tre scenari: metano puro, blend al 20% e idrogeno puro.
La seconda fase si è svolta presso l’Hydrogen Innovation Lab di Pietro Fiorentini Spa ad Arcugnano, in provincia di Vicenza. Le prove hanno riguardato gas odorizzato con THT, prelevato dalla rete cittadina e successivamente combinato con idrogeno – al 5% e al 20% – all’interno di un impianto in scala, replicando condizioni operative realistiche.
Gli esiti hanno evidenziato variazioni nelle letture dei gascromatografi, gli strumenti oggi considerati più affidabili per l’analisi della composizione del gas. Nel caso del blend al 20%, i dati mostrano una sovrastima del THT: +2,3% a livelli medi, +1,2% a livelli elevati. Per il TBM non sono emerse criticità a nessuna delle quantità investigate; nessun problema neppure per il THT a bassa presenza. Nei test con idrogeno puro, gli errori si sono mantenuti generalmente entro lo 0,6%, con valori tutti positivi. Unica eccezione: il TBM a bassa quantità, dove è stata rilevata una sottostima del -3,4%. La tendenza alla sovrastima è stata confermata anche nelle prove con gas prelevato dalla rete urbana, sia con il 5% di idrogeno (+3,2%) sia con il 20% (+2,0%).
«I risultati indicano che, all’aumentare della quota di idrogeno, diventa più complesso garantire una percezione olfattiva costante, rendendo necessario aggiornare gli attuali standard di misura», spiega Viviana Cigolotti, responsabile della Divisione Enea Tecnologie e vettori per la decarbonizzazione e coautrice dello studio. «Una sovrastima nella misura delle concentrazioni di odorizzante – prosegue – potrebbe comportare rischi per la sicurezza legati alla mancata rilevazione di fughe di gas. Al contrario, una sottostima potrebbe generare falsi allarmi e determinare un aumento dei costi del gestore per garantire il rispetto della soglia minima di concentrazione di odorizzante nel gas che arriva fino alle nostre abitazioni».
«Il nostro studio – sottolinea Giulia Monteleone, direttrice del Dipartimento Enea di Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili e coautrice della ricerca – fornisce indicazioni pratiche per migliorare la sicurezza e ridurre i costi, ad esempio, ottimizzando i sistemi di iniezione dell’odorizzante, oppure impiegando nei misuratori materiali resistenti all’idrogeno, come l’acciaio inox. I risultati di questa ricerca potrebbero aiutare a definire i regolamenti per la miscelazione dell’idrogeno e offrire alle aziende di distribuzione indicazioni utili per aggiornare le procedure di dosaggio e di monitoraggio degli odorizzanti in vista dei futuri requisiti normativi». Quell’odore che tutti riconosciamo è una promessa: continuerà a proteggerci. Tuttavia, ogni promessa va mantenuta. Richiede scienza capace di anticipare il cambiamento, misurarlo, comprenderlo nelle pieghe più sottili. Perché la sicurezza non nasce dal caso: si progetta, molecola dopo molecola, come quell’invisibile odore che da decenni trasforma il silenzio in allarme. (G. P.).
Da sempre, nell’immaginario comune, il lupo abita, più dei boschi e delle selve, la soglia tra luce e ombra. Nei racconti antichi è spesso la creatura notturna, avida e feroce la cui voce risuona nelle vallate, ma è anche metafora della fedeltà al proprio essere: «Lupo divenne, e conservò la ferocia dell’animo» compendia Ovidio nelle Metamorfosi, raccontando di Licaone trasformato.
Eleggere il ritratto ovidiano ad archetipo significherebbe però semplificare, relegare a una sfera quasi esclusivamente negativa l’animo e la natura di un animale straordinario. La fedeltà incarnata dal lupo non è assoluta, ma accompagnata da tensioni, sfumature,
complessità e, come ci insegna Zanna Bianca, è temprata dall’esperienza, la quale ne ha messo in evidenza la profonda intelligenza e l’incredibile adattabilità. Testimonianza del fatto che una premessa di questo genere non sia una mera fantasia letteraria, è proprio l’ultima ricerca italiana sull’argomento, che racconta di come i lupi abbiano imparato a convivere con gli ambienti urbanizzati pur mantenendo la loro naturale paura degli esseri umani.
Uno studio dell’Università di Parma, condotto tra Toscana ed Emilia-Romagna e pubblicato sulla rivista PNAS, racconta il comportamento dei lupi rispetto ai diversi stimoli antropici in ambienti con gradi variabili di
L'animale cambia insieme ai nostri paesaggi: lo studio mostra come si adatti alle città senza perdere la sua natura elusiva
urbanizzazione. La ricerca, guidata da Martina Lazzaroni e coordinata dall’Istituto Konrad Lorenz per la Ricerca Comparata sul Comportamento dell’Università di Medicina Veterinaria di Vienna, con la collaborazione dell’Università di Sassari, ha osservato il loro comportamento in presenza di oggetti nuovi, segnali acustici e tracce lasciate dall’uomo.
I risultati mostrano che la paura degli esseri umani rimane un tratto stabile, ma non invariabile: i lupi modulano sempre la distanza di fuga, la cautela e i tempi di esplorazione in base al contesto. Nei territori più prossimi ai centri abitati, gli animali si sono dimostrati però meno reattivi agli stimoli, suggerendo una sorta di adattamento che non elimina la diffidenza, ma la rende solo più selettiva. Non si parla infatti di una perdita della loro natura elusiva, bensì di una risposta flessibile a un paesaggio che cambia rapidamente.
Lo studio evidenzia inoltre come la composizione del branco influenzi le loro scelte comportamentali: i gruppi numerosi tendono a esplorare con maggiore sicurezza, mentre gli individui solitari mantengono un atteggiamento più prudente. Anche la presenza di oggetti artificiali, come strutture abbandonate o materiali lasciati dall’essere umano, modifica le traiettorie di movimento, indicando che i lupi integrano nella loro percezione del territorio elementi che fino a pochi decenni fa erano marginali. Questi dati offrono una prospettiva nuova sul rapporto tra fauna selvatica e aree urbanizzate, e riflettono sulla crescita di un processo di coesistenza complesso, indotto e necessario, fatto di adattamenti graduali. Arrivati a questo punto, verrebbe da dire che, forse, è proprio dal lupo che dovremmo imparare a leggere il mondo.
di Michelangelo Ottaviano
Per tre decenni gli scienziati hanno misurato il fenomeno dallo spazio: l’aumento registrato è di 90 millimetri
L’innalzamento del livello dei mari è un fenomeno studiato da tempo e con particolare attenzione soprattutto per i rischi che ne conseguono. Dallo spazio arrivano dati che certificano come il processo stia avvenendo in maniera sempre più rapida. Per tre decenni gli scienziati dell’Università politecnica di Hong Kong hanno monitorato gli oceani tramite telemetria laser satellitare ed è emerso che il livello dei mari è aumentato di circa 90 millimetri.
Nel dettaglio, lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Pnas fa riferimento a un arco temporale che va dal 1993 al 2022: il tasso medio di aumento è stato di circa 3,3 millimetri all'anno, mentre all'inizio degli anni '90 era più vicino ai due millimetri. Insomma, ogni anno gli oceani si innalzano un po' più velocemente rispetto all’anno precedente. Sono due le cause che hanno portato a questa accelerazione: l’espansione dell’acqua marina provocata dal suo riscaldamento e lo scioglimento dei ghiacciai. Non è certo un mistero, ormai: negli ultimi 20 anni i ghiacciai hanno perso il 5% del loro volume totale. Pensate: si stima che in media ogni anno scompaiono 273 miliardi di tonnellate di ghiaccio. E solo a partire dal 2000 gli scioglimenti dei ghiacciai hanno causato un innalzamento del livello del mare di 18 millimetri, mettendo a rischio gli ecosistemi e le comunità costiere. In particolare, sono Groenlandia e Antartide le due aree del pianeta più interessate da un fenomeno che allarma sempre di più gli scienziati. Poi, l’espansione termica degli oceani. Con il riscaldamento globale assorbono calore e il loro volume aumenta: invertire la rotta non è affatto facile, perché se anche le emissioni si fermeranno, il calore già assorbito dagli oceani continuerà a gonfiare l'acqua per de-
cenni. A guidare il team di ricerca, che ha iniziato a studiare il livello baristatico del mare con gravimetria satellitare mentre le precedenti proiezioni si basavano sull'altimetria satellitare, il geofisico e climatologo Jianli Chen.
L’esperto ha sottolineato come il riscaldamento climatico abbia avuto un ruolo determinante nell’innalzamento globale del livello del mare e ha spiegato l’importanza di uno studio che consente di misurare direttamente la massa dell’oceano, verificare i modelli climatici e migliorare le previsioni future sull’innalzamento del mare. «La nostra ricerca - dice - permette di quantificare l'aumento della massa oceanica globale, fornendo una valu -
tazione dettagliata del suo impatto a lungo termine sul bilancio del livello del mare».
Secondo diversi studi recenti, il livello medio globale del mare continuerà quasi certamente ad aumentare entro il 2100, ma la portata del fenomeno dipenderà anche da quanto cresceranno le emissioni di gas serra nei prossimi decenni. L’attenzione è rivolta sulle calotte di ghiaccio dell’Antartide e la rapidità del loro collasso: in base a esso, gli scenari sono più o meno ottimistici. Ciò che è già noto, però, sono i rischi: dall’aumento delle inondazioni delle zone costiere agli impatti sull’ecosistema con conseguente perdita di biodiversità. (D. E.).
Gli ambientalisti l’hanno definita una svolta storica. Ed è proprio così, perché per la prima volta dopo più di 150 anni, le tartarughe giganti si riappropriano di un territorio da cui erano state sottratte a causa dell’uomo: l'isola di Floreana, alle Galapagos. Sono 158 gli esemplari giovani allevati in cattività rilasciati in uno degli arcipelaghi più caratteristici della Terra e guidate dai dati satellitari della Nasa, che aiutano gli scienziati a scoprire dove gli animali possono trovare cibo, acqua e habitat per la nidificazione.
Il progetto di ripopolazione delle tartarughe giganti sull’isola di Floreana è frutto dell’iniziativa del Parco
nazionale delle Galapagos, che da anni è impegnato a riportare sull’isola specie animali autoctone, fondamentali per la ricostruzione dell'ecosistema. A causarne la scomparsa nella metà del XIX secolo furono la caccia intensiva da parte di marinai e balenieri e l’introduzione di specie invasive come maiali e ratti che distruggevano la vegetazione e mangiavano uova e piccoli. La reintroduzione delle tartarughe giganti è particolarmente importante, perché sono considerate ingegneri dell’ecosistema.
Mangiando frutti e spostandosi per chilometri, infatti, diffondevano semi contribuendo così alla crescita di molte specie vegetali. Inoltre, brucando e
Dopo 150 anni, si riappropriano dell’isola di Floreana, alle Galapagos. Charles Darwin tra gli ultimi a vederle
schiacciando la vegetazione, mantenevano aperte praterie e sentieri favorendo la biodiversità. Insomma, senza le tartarughe l'isola di Floreana ha cambiato volto. «Questo è esattamente il tipo di progetto in cui le osservazioni della Terra della Nasa fanno la differenza - ha spiegato Keith Gaddis, responsabile del programma di Diversità Biologica e Previsioni Ecologiche di Nasa Earth Action -. Stiamo aiutando a rispondere a una domanda pratica: questi animali dove avranno le migliori possibilità di sopravvivere, non solo oggi, ma anche tra decenni?».
Al settimo cielo James Gibbs, dell’organizzazione non profit Galapagos Conservancy e co-ricercatore principale del progetto: «È un'enorme gioia riavere queste tartarughe su quest'isola. Charles Darwin fu uno degli ultimi a vederle lì»”. Negli ultimi 60 anni la Direzione del Parco Nazionale delle Galapagos ha allevato e rilasciato in tutto il territorio delle Galápagos più di 10mila tartarughe, uno dei più grandi sforzi di reintroduzione in natura mai tentati. L’ostacolo è rappresentato dal fatto che le tartarughe introdotte in nuovi ambienti dalla cattività non sanno dove trovare cibo e acqua e dove nidificare.
Ecco, allora, che entrano in gioco i dati satellitari della Nasa, che consentono agli scienziati di mappare le condizioni ambientali delle isole e monitorare i cambiamenti di vegetazione, umidità e temperatura nel tempo, fornendo indicazioni preziose su dove le tartarughe possono trovare cibo e acqua. Se l'iniziativa avrà successo - fanno sapere gli espertil’isola di Floreana potrebbe tornare a ospitare una numerosa popolazione di tartarughe, contribuendo a ripristinare le relazioni tra animali, piante e il paesaggio che hanno plasmato l'isola per migliaia di anni. (D. E.).
Nelle valli alpine sopravvivono
varietà agricole rare, un patrimonio prezioso per il futuro dell’agricoltura
Dai 17 libri della Geografia di Strabone, passando per l’enciclopedico trattato della Naturalis Historia di Plinio, fino ad arrivare, con un grande salto in avanti, ai Descreptive Sketches di Wordsworth, le Myricae di Pascoli e, in ultimo, alle straordinarie fotografie di Vittorio Sella.
Tutti questi illustri personaggi, in tempi, luoghi e modi diversi, hanno un qualcosa che li accomuna: l’aver celebrato la straordinarietà delle Alpi. Culle di meraviglie e patrimonio naturale di ben otto nazioni, la loro storia ancestrale è profondamente legata al nostro territorio.
Ma oltre al paesaggio, esse custodiscono un’altra ricchezza che, seppur meno evidente, è altrettanto significativa: la biodiversità agroalimentare. Come ricostruito dalla giornalista Giulia Negri, in un articolo pubblicato su Il Tascabile, molte delle valli alpine conservano varietà agricole che altrove sono scomparse, sopravvissute grazie all’isolamento geografico, alla frammentazione degli insediamenti e alla continuità delle pratiche agronomiche tradizionali.
Si tratta di “popolazioni” locali di cereali, legumi e tuberi che hanno sviluppato adattamenti specifici ai microclimi montani, spesso estremi, e che oggi costituiscono un archivio genetico di grande valore. Tra gli esempi più studiati compaiono antiche varietà di mais, segale e orzo, coltivate in appezzamenti ridotti e spesso a quote elevate: il mais nero spinoso della Val Camonica presenta un profilo fitochimico ricco di pigmenti antiossidanti; la segale di montagna mostra una notevole tolleranza alle basse temperature e ai suoli poveri; alcune tipologie locali di fagiolo e patata mantengono una variabilità genetica che le rende meno sensibili agli stress idrici.
La persistenza di questa diversità è legata anche alla struttura sociale delle comunità alpine, dove, per secoli, lo scambio di semi tra valli vicine ha favorito la circolazione di genotipi differenti, e l’assenza di una pressione industriale forte ha limitato la sostituzione delle varietà locali con quelle commerciali.
Ma il fatto veramente straordinario, che più di tutte rinsalda il legame di queste montagne maestre alla nostra storia, è che ogni valle è riuscita a conservare il proprio repertorio agricolo grazie ad una documentazione di archivi familiari, di nomi dialettali e pratiche colturali tramandate oralmente.
Come accennato, tale patrimonio è oggetto di catalogazione e conservazione, al fine di documentare la variabilità genetica esistente e comprenderne il potenziale applicativo, poiché, in un contesto di cambiamenti climatici sempre più rapidi, la disponibilità di varietà che si adattano a condizioni di stress ambientale rappresenta un elemento strategico per la ricerca agronomica.
Le Alpi, anche sotto questo aspetto, si configurano come un vero e proprio laboratorio naturale, in cui sopravvivono e convivono processi evolutivi e folclore, altrove interrotti dalla standardizzazione dell’agricoltura e dalle amnesie del nostro tempo. (M. O.).
Una nuova piattaforma di microscopia integrata consente di osservare in laboratorio in tempo reale come le cellule tumorali ricevono stimoli meccanici che influenzano l’invasività, lo sviluppo di metastasi e la risposta ai farmaci, e come reagiscono a tali stimoli. La piattaforma è stata sviluppata da un gruppo interdisciplinare dell’Istituto Airc di Oncologia Molecolare Ets di Milano, dell’Università Statale di Milano e dell’Università degli Studi di Perugia, del CNRS-Institut Curie di Parigi e del Cnr-Iom di Perugia. La piattaforma permette di misurare simultaneamente proprietà meccaniche e risposte biochimiche in
sferoidi ottenuti da cellule di tumore al seno. Gli sferoidi sono masse cellulari microscopiche in tre dimensioni con cui è possibile cercare di riprodurre in laboratorio l’architettura e le interazioni dei tessuti tumorali. Gli esperimenti condotti hanno rivelato che deformazioni cicliche attivano rapidamente il gene dello stress ATF3 e inducono comportamenti più invasivi. La tecnologia completamente ottica sviluppata combina per la prima volta la tecnica di microscopia avanzata Brillouin, con cui si può misurare la rigidità e le proprietà meccaniche tramite la luce, e la tecnologia Raman, in grado di rivelare la composizione biochimica all’interno di un
Una piattaforma di microscopia integrata per comprendere i processi alla base della progressione del cancro
microdispositivo fluidico.
Silvia Caponi, fisica del Cnr-Iom di Perugia, ha spiegato: «Per la ricerca sul cancro questo progresso è fondamentale. La piattaforma fotonica funziona un po’ come produrre un film con immagine e audio sincronizzati, combinando allo stesso tempo ciò che le cellule “sentono” in termini di forze fisiche, come rigidità e deformazione, con il monitoraggio delle loro risposte, come le variazioni di durezza e le conseguenti risposte molecolari. Se questi processi sono analizzati separatamente, potremmo raccontare di volta in volta solo metà della storia».
Si tratta di un sistema non invasivo, basato esclusivamente sull’uso della luce e che permette di osservare in laboratorio il comportamento delle cellule tumorali mentre vengono sottoposte a stimoli meccanici simili a quelli comuni nei tessuti viventi. Applicata a sferoidi tridimensionali di tumore al seno, la tecnologia ha mostrato che deformazioni meccaniche cicliche inducono modificazioni immediate nella forma del nucleo cellulare e attivano una forte risposta allo stress, evidenziata da un aumento notevole dell’espressione del gene ATF3. Il cuore della piattaforma è un innovativo dispositivo microfluidico che consente di applicare alle cellule stimoli fisici controllati, simulando con grande accuratezza le condizioni dei tessuti viventi. La microfluidica permette di riprodurre compressioni, flussi e deformazioni con una finezza irraggiungibile con gli strumenti tradizionali. Combinando queste condizioni dinamiche con la sensibilità della microscopia Brillouin-Raman, si ottiene una visione inedita di processi di adattamento cellulare in condizioni dinamiche, finora impossibili da misurare in tempo reale.
Puntare sul rafforzamento delle difese naturali del cervello attraverso lo sviluppo di una piccola molecola “smart”
Uno studio coordinato dal Cnr-Icb propone un nuovo approccio terapeutico per l’Alzheimer, puntando sul rafforzamento delle difese naturali del cervello e la modulazione dell’immunità innata cerebrale, per sostenere le funzioni neuronali e la memoria. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Neuroinflammation. La ricerca, condotta in collaborazione con il Dipartimento di biologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Università Campus Bio-Medico di Roma e l’IRCCS Fondazione Santa Lucia, descrive lo sviluppo di Sulfavant A, composto di sintesi brevettato dal Cnr e già oggetto di studio per la sua capacità di potenziare la difesa naturale dell’organismo nel trattamento dei tumori, in particolare il melanoma, e nel contrasto ad agenti patogeni come i batteri. Nei modelli preclinici, Sulfavant A ha dimostrato di modulare in modo selettivo l’attività della microglia, le cellule immunitarie del sistema nervoso deputate alla sorveglianza e alla rimozione di detriti cellulari e aggregati proteici. Questo aspetto è particolarmente rilevante nell’Alzheimer, dove l’accumulo extracellulare del peptide beta-amiloide può aggregare in placche, contribuendo a neurotossicità e perdita neuronale: un tratto patologico distintivo della malattia di Alzheimer. In questo contesto, il trattamento con Sulfavant A ha ridotto, e in parte prevenuto, la formazione delle placche, con un effetto protettivo sui neuroni e un conseguente miglioramento delle funzioni di memoria.
Angelo Fontana, direttore del Cnr-Icb e coordinatore del team di studiosi, ha affermato: «Il lavoro suggerisce un vero e proprio cambio di prospettiva nel trattamento della malattia, cioè non concentrarsi esclusivamente
sulla rimozione diretta delle placche amiloidi, ma di sostenere e potenziare i meccanismi endogeni di difesa del cervello, con particolare attenzione al ruolo dell’immunità innata. In particolare, lo studio si è concentrato sulla modulazione dei meccanismi di “clearance” già presenti nel cervello, con l’obiettivo di aumentarne l’efficienza in modo selettivo senza intervenire esclusivamente sulla distruzione diretta dei depositi». La ricerca ha dimostrato come Sulfavant A sia in grado di modulare selettivamente l’attività microgliale, incrementandone la capacità fagocitaria in fasi precoci. Marcello D’Amelio, responsabile dell’Unità di neuroscienze molecolari
dell’Università campus Bio-Medico di Roma e responsabile della sperimentazione preclinica, ha spiegato: «Nei modelli preclinici di malattia di Alzheimer, il trattamento con Sulfavant A ha determinato una marcata riduzione delle placche di beta-amiloide, una diminuzione dei segni di degenerazione neuronale e un miglioramento significativo delle prestazioni nei test di memoria e apprendimento. I dati suggeriscono che il sostegno della funzione microgliale, oltre a un intervento diretto sui depositi amiloidei, possa contribuire significativamente al ripristino di un equilibrio fisiologico compromesso nelle fasi di malattia». (P. S.).
Un gruppo di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche di Cagliari e dell’Università degli Studi di Sassari, ha scoperto una variante genetica che è in grado di ostacolare la crescita del parassita della malaria. La scoperta è nata da un’osservazione effettuata a partire da analisi genomiche su circa 7mila volontari dello studio di popolazione sardo SardiNIA in Ogliastra, un grande progetto di genetica di popolazione che analizza in che modo il patrimonio genetico degli abitanti dell’isola influenzi migliaia di variabili rilevanti per la sa -
lute. I ricercatori avevano individuato una variante del DNA associata a particolari caratteristiche dei globuli rossi, le cellule del sangue in cui vive il parassita della malaria. Successivamente, gli studiosi hanno ricostruito il meccanismo biologico alla base delle osservazioni genetiche.
Maria Giuseppina Marini, prima autrice dello studio insieme a Maura Mingoia e Maristella Steri del Cnr-Irgb, ha spiegato: «La variante riduce l’attività del gene CCND3 che regola lo sviluppo dei precursori dei globuli rossi, producendo globuli rossi circolanti più grandi e con caratteristiche particolari. Con esperimenti durati diversi anni abbiamo spiegato nel
Il lavoro pubblicato su Nature è intitolato “Reduced cyclin D3 expression in erythroid cells protects against malaria”
dettaglio i meccanismi molecolari e biologici alla base di queste osservazioni». La genetica umana conserva tracce delle malattie del passato e questo consente di individuare adattamenti biologici selezionati dall’evoluzione. Analisi evolutive hanno infatti mostrato che la variante è diventata frequente in Sardegna perché offriva un vantaggio di sopravvivenza. Quindi, è stato ipotizzato che la malaria, storicamente endemica in Sardegna, potesse essere la pressione evolutiva che ha favorito la diffusione della variante. E quando i globuli rossi provenienti da individui con quella variante sono stati infettati in laboratorio con il Plasmodium falciparum, cioè il principale agente della malaria, il parassita non riesce a proliferare normalmente. Il fenomeno è legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi, un meccanismo simile a quello che protegge le persone con deficit di G6PD poiché crea un ambiente inospitale per il parassita in queste cellule. La variante è oggi frequente in Sardegna, ma assente in quelle regioni del mondo dove la malaria è ancora molto diffusa. Per i ricercatori, però, proprio questo “esperimento naturale” offre una nuova opportunità terapeutica.
Francesco Cucca, genetista dell’Università di Sassari e del Cnr-Irgb, ha concluso: «La natura ci ha mostrato un modo efficace per bloccare la malaria. Ora, la sfida è trasformare questo meccanismo biologico in una terapia: riprodurre farmacologicamente l’effetto protettivo della variante per proteggere le popolazioni che oggi convivono con la malaria».
Pertanto, lo studio fornisce così una base scientifica concreta per sviluppare nuovi farmaci mirati, ispirati direttamente all’evoluzione umana. (P. S.).
Uno studio analizza l’invecchiamento dei globuli rossi nel favismo con l’impiego del microscopio a forza atomica
Il favismo accelera l’invecchiamento dei globuli rossi (RBC) soprattutto attraverso un meccanismo di stress ossidativo incontrollato che deriva dalla carenza dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD). Questo studio, pubblicato su International Journal of Molecular Sciences, ha analizzato l’invecchiamento degli eritrociti nel favismo attraverso l’impiego di un Microscopio a Forza Atomica (AFM, dall’inglese atomic force microscope), inventato nel 1986 da Gerd Binning, Calvin Quate e Christoph Gerber. È un microscopio a scansione di sonda che oltre ad essere utilizzato come mezzo di indagine, è anche uno dei principali strumenti di manipolazione della materia su scala nanometrica. Il microscopio a forza atomica consta di una microleva alla cui estremità è montata una punta acuminata, tipicamente composta di silicio o nitruro di silicio, che presenta un raggio di curvatura dell’ordine dei nanometri. Il favismo è la carenza dell’enzima G6PD. Le cellule malate mostrano instabilità strutturale, eccessiva vescicolazione (formazione di piccole cavità o vescicole) e un aumento dello “Young’s modulus”, mentre l’accumulo di emoglobina ossidata nelle spicole causa iperfluorescenza e collasso osseo. In biologia, la vescicolazione indica la creazione di vescicole intracellulari da membrane cellulari per il trasporto. Si ricorda, che le spicole ossee consistono in cellule dell’RPE che si staccano dalla membrana di Bruch e migrano verso siti perivascolari intraretinici, dove essi formano depositi di pigmento di melanina. I ricercatori del laboratorio Biotech@ISM dell’Istituto di Struttura della Materia del Consiglio nazionale delle ricerche, attraverso l’uso combinato della microscopia a forza atomica e della
microscopia a fluorescenza, propongono uno studio dell’invecchiamento cellulare in soggetti affetti da favismo, condizione che espone le cellule a uno stress ossidativo cronico. Analizzando le alterazioni morfologiche e nanomeccaniche delle cellule durante il loro invecchiamento in vitro, i risultati principali hanno rivelato che gli eritrociti dei soggetti favici mostrano un’instabilità strutturale precoce rispetto alle cellule sane. Si osserva una produzione significativa di vescicole e la formazione di spicole (protuberanze) iper-fluorescenti, causate dall’accumulo di emoglobina ossidata e degradata. Dal punto di vista meccanico, l’invecchiamento comporta
un aumento della rigidità cellulare e una riduzione della rugosità della membrana, segni del collasso del citoscheletro. La novità della ricerca risiede nell’analisi della singola cellula che permette di correlare la fluorescenza delle spicole con la perdita di integrità strutturale del citoscheletro, entrambi fenomeni regolati dalla degradazione dell’emoglobina.
In conclusione, lo studio dimostra che lo stress ossidativo nel favismo accelera il decadimento funzionale e biomeccanico degli eritrociti, fornendo nuovi parametri per comprendere la fragilità cellulare in questa patologia. (P. S.).
Il respiro, il sudore e i colpi di tosse dei visitatori che, numerosissimi, accorrono ogni giorno ad ammirarlo da ogni parte del mondo lo avevano reso meno luminoso e splendente. Ora il Giudizio Universale è tornato a brillare. Letteralmente. Perché sulla sua superficie s'era formato un piccolo e impercettibile strato biancastro, una sorta di patina che attenuava i colori originari del capolavoro di Michelangelo Buonarroti, probabilmente l'affresco più famoso del pianeta.
Per rimuovere questa sottile ma fastidiosa «cataratta», per usare un'efficace similitudine di Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, è stato messo in piedi un ingegnoso e ardito intervento di manutenzione: sette piani di impalcature metalliche capaci di consentire agli operatori di trattare da vicino i 180 metri quadri di superficie dell'affresco e allo stesso tempo a turisti e appassionati di continuare ad ammirarlo senza problemi. Un intervento iniziato a fine febbraio e destinato a concludersi entro l'inizio della Settimana Santa.
A trent'anni dall'ultimo restauro, eseguito da Gianluigi Colaucci sotto la direzione di Carlo Pietrangeli, gli effetti della «presenza» dei visitatori erano diventati evidenti, nonostante il tentativo di contingentarne il più possibile l'afflusso all'interno della Cappella Sistina. Circa 15-20mila persone, ogni giorno, hanno contribuito involontariamente a formare davanti al capolavoro michelangiolesco un vero e proprio velo costituito da lattato di calcio, un sale cristallino prodotto dalla reazione dell'acido lattico con il carbonato di calcio.
L'aumento di 2-3 gradi delle temperature medie nell'ultimo decennio ne ha favorito la creazione a dispetto del sistema di climatizzazione installato nel 2014, che mantiene costantemente il clima sui 23 gradi. Per rimuovere il minuscolo strato salino, del tutto innocuo per la salute del Giudizio Universale ma profondamente disturbante per la visione dello stesso, è bastato applicare un impacco di acqua distillata, posizionata attraverso una speciale carta velina giapponese.
Beni Culturali
È così, passando minuziosamente il preparato su ogni centimetro dell'affresco, che lo stesso ha ripreso i toni e la vitalità delle sue origini. Ma il lavoro di studio e di ideazione dell'intervento è stato certosino e si è protratto per un anno e mezzo. «È stato nel 2024, durante la ricognizione dell'opera, che è emersa la presenza del velo bianco in grado di alterare la percezione dei rapporti cromatici», ha confidato durante il punto stampa il responsabile dell'Ufficio del conservatore, Marco Maggi.
Successive analisi scientifiche hanno dissipato ogni dubbio sulla definizione molecolare della sostanza che si era formata sul dipinto, che – come spiegato dal responsabile del Gabinetto di ricerche scientifiche Fabio
Morresi – «si è rivelato un sale stratificato solo sulla parte più esterna della pittura e quindi solubile in acqua». Della ripulitura si è poi occupato Paolo Violini, capo restauratore del Laboratorio di restauro dipinti e materiali lignei dei Musei Vaticani, con la sua squadra. L'impacco di carta è stato applicato due volte, per circa un minuto ciascuna, sul muro dell'affresco, realizzato dal 1536 al 1541 dal Buonarroti su commissione di Papa Clemente VII per decorare la parete dietro l'altare della Cappella Sistina, attraverso dell'acqua ionizzata. E sin da subito è emersa lampante la differenza tra le parti già trattate e quelle ancora offuscate dalla sottile patina bianca. Missione di «lavaggio» completata nei tempi previsti e senza intoppi di sorta, anche se è già iniziato un altro intervento, stavolta preventivo e di salvaguardia: «La sfida che ci attende è trovare il giusto equilibrio fra conservazione e fruizione di questo luogo santo e straordinario, quindi anche contingentando ulteriormente il numero di ingressi», ha messo in guardia la già citata direttrice Jatta, che in occasione dell'imponente restauro dell'opera eseguito negli Anni 90 del secolo scorso era già presente, ma in qualità di semplice stagista.
«Non possiamo chiudere», ha aggiunto. «I Musei Vaticani per volere dei Papi sono una casa aperta e il 99 per cento dei nostri visitatori viene per la Cappella Sistina. Quindi cerchiamo di accontentare tutti. La nostra missione è preservare questo patrimonio, valorizzarlo, studiarlo per condividerlo. Si tratta della condivisione dei valori cristiani ed è parte della nostra missione di evangelizzazione». Da quasi 500 anni il Giudizio Universale suscita stupore e meraviglia, attirando su di sè elogi e critiche, ma soprattutto richiamando presso i Musei Vaticani un numero altissimo di fedeli e ammiratori.
Nella sua visione del giudizio divino, in mezzo al caos e al turbinio di un momento tanto importante e solenne, Michelangelo sembra accomunare nello stesso sgomento e con la stessa angoscia dannati e beati. Un'incertezza che rispecchia i tanti interrogativi che circondavano la Chiesa nel corso del XVI secolo, punti di domanda che sembrano dissolversi di fronte alla bellezza e alla magnificenza dell'opera. (R. D.).
di Antonino Palumbo
Bertagnolli, Mazzel, De Silvestro. E poi Pelizzari, Perathoner, Luchini, Romele. Cognomi che abbiamo ascoltato spesso, nei dieci giorni delle Paralimpiadi invernali, disputate in Italia a poche settimane dai Giochi olimpici della neve e del ghiaccio che hanno visto l'Italia protagonista. Diverse abilità, stesse grandi passioni. E numeri da capogiro. Mai l'Italia degli sport paralimpici aveva ottenuto un bottino di vittorie e medaglie così corposo: sette ori, sette argenti e due bronzi. Quarto posto nel medagliere dietro Cina, Stati Uniti e Russia. Per rendere l'idea: a Pechino 2022 gli azzurri avevano conquistato due ori, tre argenti e due terzi posti; a Torino 2006, due successi, due secondi posti e quattro bronzi; a Lillehammer 1994, il record di podi italiani (13) era maturato senza alcuna vittoria.
A inaugurare la sequela di “Hurrà!” azzurri è stata Chiara Mazzel, 29enne trentina di Cavalese, ipovedente da quando di anni ne aveva 17. L'argento nella discesa libera "vision impaired", categoria che include gli atleti con disabilità visiva, è stato solo il primo di quattro podi. Mazzel si infatti ripetuta sia in combinata sia nello slalom gigante e si è superata in Super G, lunedì 9 marzo, riportando l’Italia sul gradino più alto del podio nello sci alpino femminile paralimpico dopo vent’anni: l’ultima volta era accaduto a Torino 2006 con Silvia Parente. Nel Super G, Mazzel si è tolta la soddisfazione di precedere Veronika Aigner, dominatrice della disciplina a Milano Cortina 2026 con quattro ori e - appunto - un argento. Guida di Mazzel nelle discipline veloci è stato Nicola Cotti Cottini, in quelle tecniche è toccato a Fabrizio Casal. La guida comunica con l'atleta ipovedente attraverso un interfono al casco.
Grande protagonista sulle nevi italiane è stato un altro campione ipovedente, Giacomo Bertagnolli, a segno - in più occasioni - per la terza edizione consecutiva dei Giochi paralimpici invernali. Ha iniziato mettendosi al collo
CINQUE PODI TOTALI PER BERTAGNOLLI, DOPPIO ORO ANCHE PER PERATHONER
UNA VITTORIA PER MAZZEL, DE SILVESTRO E LUCHINI
MAI GLI AZZURRI AVEVANO VINTO TANTO AI GIOCHI
il bronzo in discesa libera vision impaired As3, nona medaglia dopo quelle di PyeongChang 2018 e Pechino 2022. Poi è arrivato un argento in Super G, ad appena 16 centesimi da Johannes Aigner, fratello di Veronika. Sempre guidato da Andrea Ravelli, Bertagnolli si è ulteriormente migliorato prendendosi di gran classe la medaglia d'oro nella combinata di sci alpino, ovvero Super G più slalom. Finito? Macché. Con un altro argento in gigante, il classe '99 di Cavalese ha raggiunto Bruno Oberhammer per numero di medaglie alle Paralimpiadi invernali. E poi lo ha superato, mettendo la ciliegina sulla torta - personale e di squadradei Giochi 2026, il successo nello slalom con 27 centesimi sul placco Golas e quasi due secondi sul canadese Ericsson.
Dal vision impaired al sitting, categoria che ha avuto tra i protagonisti René De Silvestro, 29 anni, originario di San Candido come Jannik Sinner e portabandiera azzurro. Medaglia d'argento nella combinata alpina "sitting" (categoria che include gli atleti con disabilità agli arti inferiori), grazie alla rimonta da terzo a secondo fra Super G e slalom, De Silvestro ha poi impreziosito il proprio palmares cogliendo l'oro in gigante. In quell'eldorado di medaglie dello sci alpino, spicca anche l'argento di Federico Pelizzari nella combinata "standing", prima del podio sfiorato in gigante e della caduta nell'amato slalom. Classe 2000, Federico scia da quando aveva tre anni. E neppure la menomazione alla mano destra, causata dallo scoppio di un petardo, ha smorzato la sua passione e il suo brillante percorso sportivo.
Delle tre medaglie arrivate dallo snowboard, due portano la firma di Emanuel Perathoner che, a 39 anni, è arrivato alle Paralimpiadi da fresco campione in carica sia nello snowboard cross sia banked slalom. E, soprattutto, si è confermato il migliore anche nell'edizione di casa. Era già stato bronzo mondiale sette anni fa, prima dell'infortunio al piatto tibiale, delle operazioni e dell'applicazione di una protesi totale.
Dal mare alle montagne, passando per piscine, palestre e campi da calcio, l'aplasia della mano sinistra non ha condizionato la fame di sport di Jacopo Luchini, pratese di Montemurlo, classe 1990. Fra nuoto, surf e arti marziali, l'indole competitiva l'ha però coltivata nello snowboard, alimentata da risultati in ambito nazionale e internazionale. A Milano Cortina ha trionfato nello spettacolare banked slalom, categoria upper limb, gara cronometrata che si svolge lungo un percorso tortuoso, ricco di dossi e curve paraboliche.
Dulcis in fundo, l'unica medaglia nello sci di fondo, firmata dal 34enne lombardo Giuseppe Romele, bronzo nella 20 km standing alle spalle del russo Golubkov e del cinese Mao. Un altro sportivo a 360 gradi. Nato con una malattia congenita, l'ipoplasia femorale bilaterale, che pregiudica lo sviluppo degli arti inferiori, è stato campione italiano paralimpico di nuoto nei 50m stile libero nel 2006 e ha poi sfiorato la qualificazione alle Paralimpiadi di Rio 2016 nel triathlon. Nello sci di fondo era già stato bronzo a Pechino 2022 nella 10 km e campione del mondo nella 20 km a Ostersund.
Tadej Pogacar.
Una caduta, a pochi chilometri dalle fasi decisive della Classicissima. Poi la rimonta, a velocità doppia rispetto agli avversari. L'attacco, ripetuto. E infine la volata, vittoriosa, per mezza ruota rispetto all'unico "umano" capace di tenergli testa. Così Tadej Pogacar, 27enne sloveno e per molti pure alieno, è riuscito a sfatare il tabù della Milano-Sanremo, la prima delle cinque Classiche Monumento del ciclismo, nonché quella che aveva provato più volte a conquistare senza successo. Delle dieci precedenti vittorie nelle Monumento, infatti, cinque erano arrivate al Lombardia, tre alla Liegi-Bastogne-Liegi e due al Giro delle Fiandre. Nelle più recenti edizioni della Milano-Sanremo, Pogacar aveva collezionato quattro piazzamenti in Top 5 tra cui due terzi posti.
Alla seconda gara dell'anno dopo il trionfo nella Strade Bianche in Toscana, Pogacar ha battuto in uno sprint a due il britannico Tom Pidcock, reduce a sua volta da un autoritario assolo nella Milano-Torino. Alle loro spalle, è rimasta incompleta la rimonta di Wout van Aert, a sua volta finito a terra a 32 km dal traguardo nella caduta che ha coinvolto tra i primi lo stesso Pogacar. Cruciale in questa fase, per l'Alieno, l'aiuto dei compagni dell'Uae Team Emirates.
«Per un po' dovrò curare le ferite –ha commentato lo sloveno, dopo aver espresso la sua felicità - ma davvero non vedevo l'ora di vincere questa gara. Ho ricevuto grandi congratulazioni da Tom: non mi capita spesso di fare uno sprint a due, sapevo che lui era veloce e sarebbe stata dura ma alla fine sono riuscito a mettere la ruota davanti» ha commentato il campione del mon-
LO SLOVENO HA VINTO LA MILANO-SANREMO RIMONTANDO
DOPO UNA CADUTA E BATTENDO PIDCOCK IN UNO SPRINT A DUE.
ORA FRA LE MONUMENTO GLI MANCA SOLO LA PARIGI-ROUBAIX
do. Aggiungendo: «Mi ci vorrà un po' di tempo per realizzare che finalmente ho vinto la Milano-Sanremo».
A parte la Vuelta a Espana fra i Grandi Giri, l'unica assente di rilievo fra le conquiste di “Pogi” rimane ora la Parigi-Roubaix, fecondo terreno di caccia sportiva di Mathieu Van der Poel, che l'anno scorso l'ha vinta per la terza volta precedendo proprio lo sloveno. Già, Van der Poel, altro splendido uomo da classiche, All'olandese mancano la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia per centrare il grande slam ciclistico delle cinque classiche Monumento. Ma il 12 aprile potrebbe essere Pogacar a emulare i belgi Van Looy, Merckx e De Vlaeminck, gli unici nella storia a riuscirci.
La seconda Monumento - e prima delle Classiche del Nord - del mese di aprile è però il Giro delle Fiandre, che si corre domenica 5, a Pasqua. Fra il Muro di Grammont e l'Oude Kwaremont, il Koppenberg e il Paterberg, nelle ultime sei edizioni il grande protagonista è stato proprio Van der Poel con tre vittorie, due secondi e un terzo posto. L'olandese è entrato fra i sette corridori in grado di vincere tre volte la Ronde, elenco che comprende l'italiano Fiorenzo Magni (1949, 1950 e 1951) e l'elvetico di origini lucane Fabian Cancellara (2010, 2013 e 2014). Un poker di Van der Poel sarebbe leggendario. Il solito “ma” si chiama naturalmente Pogacar, il campione di “quasi tutto” che al Giro delle Fiandre ha trionfato due volte negli ultimi tre anni.
E del resto, l'ultimo vincitore di una classica Monumento che non sia Pogacar o Van der Poel è stato il belga Jasper Philipsen alla "Sanremo" 2024. Da allora 6-4 per Pogacar nel confronto diretto e le briciole al resto del mon-
do. In quel resto del mondo ci sono, appunto, Philipsen, Mads Pedersen e Wout Van Aert, grandissimi atleti che hanno guardato dall'alto in basso Van der Poel sul podio della Parigi-Roubaix, alias "L'Inferno del Nord", che il prossimo 12 aprile celebra l'edizione numero 123. Insomma, Pogacar non è l'unico a voler scalfire l'egemonia di Van der Poel. Preceduta da altre due corse di grande fascino come l'Amstel Gold Race (19 aprile) e Freccia Vallone (il 22), la Liegi-Bastogne-Liegi "attende" solo il poker di Pogacar, già vincitore della Doyenne - la Decana - nel 2021, 2024 e 2025. L'avversario più ostico può essere Remco Evenepoel, che si è imposto nel 2022 e 2023, mentre l'anno scorso il podio è stato completato da Giulio Ciccone e Ben Healy.
A proposito di Ciccone, l'abruzzese è reduce da buoni piazzamenti e dal sesto posto finale alla Tirreno-Adriatico, corsa a tappe World Tour fra Toscana e Marche vinta poche settimane fa da Isaac Del Toro, che ha messo in luce la crescita di un altro ciclista italiano. Si tratta del 22enne Giulio Pellizzari, portacolori della Red Bull - Bora - Hansgroe, terzo nella tappa di San Gimignano, secondo a Martinsicuro e terzo nella classifica finale, dopo aver indossato per un giorno, nella quinta tappa, anche la maglia di leader sulle strade di casa. Pellizzari è infatti originario di San Severino Marche. Jonathan Milan ha vinto l'ultima tappa a San Benedetto del Tronto, sesto successo stagionale cui si aggiungono le classifiche a punti all'AlUla tour e all'Uae Tour. Nella crono di apertura si è invece imposto lo specialista Filippo Ganna, al secondo centro del 2026 dopo quello alla Volta ao Algarve em Bicicleta. (A. P.).
Finalmente Lolli. Laura Pirovano, 28enne talentuosa sciatrice trentina, non era mai salita su un podio di Coppa del Mondo, mancandolo spesso per una questione di centesimi o per minime imperfezioni. Senza medaglie anche alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, è improvvisamente sbocciata a pochi passi da casa sua, vincendo la discesa di CdM in Val di Fassa il 6 marzo e ripetendosi 24 ore più tardi, in entrambi i casi per questioni di centesimi. Il cronometro toglie, il cronometro restituisce. Più volte il terzo posto era sfumato per un'inezia ma è stata lei a trovarsi al di qua dell'attimo: «È surreale, non ci credo ancora» ha
commentato dopo il bis.
Sembrava davvero una maledizione, il podio, per Laura. Lo scorso 31 gennaio, la trentina aveva letteralmente dominato il SuperG di Crans-Montana, finendo però sbalzata fuori dal tracciato da un dosso pochi metri dal traguardo. Lacrime, comprensibili. Ventinove piazzamenti fra le Top 10 in Coppa del Mondo. Undici volte fra le prime 5. Ma podio mai. Fino al suo giorno speciale. Ai suoi giorni speciali. Nei suoi luoghi.
A casa sua, sulla pista “VolatA” in Val di Fassa, Pirovano ha riscattato tutti quei centesimi che le avevano negato un piazzamento fra le prime tre. Venerdì 6 marzo, nella gara di
La 28enne ha sfatato il tabù del podio dopo decine di piazzamenti in Top 10, vincendo due discese libere
discesa libera, Laura detta Lolli ha preceduto di un centesimo la tedesca Emma Aicher, leader della coppa di specialità, terza a 29 centesimi la statunitense Breezy Johnson, fresca di titolo olimpico. «Ero diventata un po’ una barzelletta, perché scio sempre molto bene senza riuscire a salire sul podio» le parole di Pirovano, dopo l'agognato successo.
Il conto in sospeso con la sfortuna, però, non era ancora saldato. Certo, nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo a distanza di 24 ore. Ovvero: lo stesso epilogo, solo con un'avversaria diversa nel virtuale specchietto retrovisore. Sabato 7 marzo a maledire il centesimo di ritardo da Pirovano è stata Cornelia Huetter. A rendere ancor più clamorosa la vicenda, i soli cinque centesimi di distacco della terza classificata, la svizzera Corinne Suter. Come al venerdì, Laura è salita in cattedra metro dopo metro, dopo una prima parte non velocissima. Fra l'ultimo intertempo e il traguardo, l'azzurra ha rosicchiato 12 centesimi e Huetter e resistito a Suter, scesa dopo di lei, che ha invece pagato a caro prezzo i 36 centesimi persi nel quarto settore. I due successi per un solo centesimo hanno ripagato Laura «di tutte le volte che i centesimi li ho avuti a sfavore. La mia regolarità ha finalmente pagato ed è meraviglioso.
Quando ho visto la luce verde pensavo fosse uno scherzo – ha dichiarato Lolli dopo il secondo successo - e ancora adesso non riesco a crederci». E ha aggiunto: «Sapevo di essere vicina alle migliori, ma non pensavo di poter vivere due giornate come queste». Ciliegina sulla torta è stata il pettorale rosso di leader della Coppa del Mondo di discesa libera, in vista delle finali stagionali di Lillehammer. Finalmente, Lolli. (A. P.).
Laura Pirovano.
L'Italia ha battuto l'Inghilterra nel Sei Nazioni, dopo 32 sconfitte. Successo anche al World Baseball Classic
Le prime volte hanno sempre un gusto speciale. Nello sport, come nella vita. Tabù sfatati, rapporti di forza smorzati grazie a un lavoro di anni o a una generazione di "fenomeni" che cambia le carte in tavola. In un'Italia sportiva che in tempi recenti ha festeggiato trionfi epocali nel nuoto, nell'atletica leggera e nel tennis, abituandosi invece a "soffrire" in discipline tradizionalmente amiche come calcio e ciclismo, hanno fatto fragore nelle ultime settimane due memorabili prime volte nel rugby e nel baseball. Nello sport della palla ovale, infatti, c'era ancora una big d'Europa che l'Italia non aveva mai battuto: l'Inghilterra. In 32 partite con i Maestri inglesi, gli azzurri avevano perso 32 volte. Perciò quella del 7 marzo 2026 è una data che entra di diritto nella storia del rugby italiano. Lamaro, Memoncello, Garbisi, Marin: sono alcuni dei cognomi e dei protagonisti sul 23-18 rifilato dalla squadra di Gonzalo Quesada all'Inghilterra in uno stadio Olimpico estasiato dalla rimonta, che ha fatto il paio con il successo ottenuto un mese prima con la Scozia (18-15). Due vittorie arrivate nelle uniche partite casalinghe di un'edizione 2026 che ha visto l'Italia concludere al quarto posto, precedendo proprio l'Inghilterra e il Galles, pure capace di batterci all'ultima giornata (e per una mezz'ora buona strapazzarci) e porre fine a un triennio di risultati negativi.
Più netta la sconfitta con la Francia, che ha poi confermato il titolo del 2025, mentre con l'Irlanda gli azzurri erano andati al riposo avanti, prima di subire il ribaltone (20-13). Battuta l'Inghilterra, ora all'Italrugby rimane un ultimo tabù: gli All Blacks della Nuova Zelanda, sempre vittoriosi nei 17 precedenti. Di recente l'Italia è infatti riuscita a battere l'Australia in un paio
di occasioni, mentre dieci anni fa arrivò l'unico successo sul Sudafrica.
Sport di nicchia in Italia, il baseball si è ritagliato una maggiore attenzione mediatica nelle settimane del World Baseball Classic, torneo a inviti riservato alle nazionali considerato una sorta di Mondiale. Non solo perché l'Italia ha letteralmente sfiorato l'approdo in finale, perdendo solo nelle fasi conclusive contro il fortissimo Venezuela (4-2) in una inusuale semifinale. Ma anche per un'altra prima volta. Mai nella storia, infatti, gli azzurri avevano battuto una nazionale degli Stati Uniti composta interamente da giocatori delle Major League, a un livello simile. E lo han -
no fatto a Houston. Peraltro, 22 degli azzurri del roster sono a loro volta “Born in the Usa”, nati (e cresciuti) negli Stati Uniti, nipoti dei cosiddetti paisà che cercarono fortuna oltre oceano. Giocano nella Major League Baseball, il campionato professionistico più ricco e famoso al mondo. Quattro azzurri nati in Venezuela, uno in Canada e tre - Sam Aldegheri, Gabriele Quattrini, Claudio Scotti - in Italia. Tutti hanno l'Italia nelle radici e nel cuore. Tanto da portare la macchinetta del caffè nel “dugout” (panchina) e bere un espresso durante le partite ad ogni fuoricampo. Si sono fermati a un passo dal finale più dolce. Ma la loro storia è tutt'altro che amara. (A. P.).
Daniela Minerva racconta la storia invisibile di coloro che hanno trasformato la medicina da mestiere domestico
a disciplina universale
di Anna Lavinia
Daniela Minerva Medicina femminile plurale
Bollati Boringhieri, 2026 - 22,00 euro
Un cognome che è un destino quello di Daniela Minerva, giornalista, saggista di lunga data e direttrice della piattaforma multimediale “Salute” di Repubblica. L’autrice esplora lo spazio occupato dalle donne nella medicina e con i suoi scritti, come la dea romana, “lotta” per una guerra giusta, per i diritti delle donne.
Senza dubbio alcuni sono stati conquistati, ci sono voluti poco meno di 2000 anni per far sì che le donne potessero essere definite mediche. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, le ragazze non erano ammesse alla facoltà di medicina. Questo però non ha impedito loro di essere le uniche persone della famiglia incaricate alla cura di tutti. Una tradizione medica millenaria, anche senza titolo le donne hanno sempre curato.
Allora perché non ci sono mai state nell’impresa scientifica? Cosa ha ostacolato la loro carriera lavorativa nel corso dei secoli? Le risposte potrebbero essere molte così come le riflessioni sul tema ma una sacrosanta verità si può cogliere nelle parole della premio Nobel per la medicina, Katalin Karikò, quando afferma che le donne non possono essere madri, moglie e scienziate perfette poiché “non potranno mai farcela a fare tutto”. E non si tratta solo della cura dei figli per le giovani madri ma del fatto che anche da adulte sono sempre loro ad occuparsi dei genitori anziani.
Raccoglitrici, alchimiste, naturaliste, biologhe e scienziate sono legate da un’epoca all’altra, da un ruolo all’altro, da un filo rosso ininterrotto che le tiene insieme e le lega a quello che hanno sempre fatto
nel corso dei millenni. Nutrire, manipolare sostanze per combattere infezioni e malattie, facilitare gravidanze e parti ma vincolate alle mura domestiche. Le donne c’erano e facevano. E Minerva ci suggerisce che proprio le attività domestiche a cui sono relegate non sono altro che l’ossatura della chimica, della farmacologia e della medicina. Quel supportive care che le donne hanno serbato nelle loro attività in casa ha definito anche il ruolo che hanno conquistato più tardi nel mestiere della medicina. Le infermiere, assistenti di pazienti e medici maschi o le attrici della salute ancorate alla scienza della nascita, levatrici prima e ostetriche dopo.
Non è solo la difficoltà di accesso al mestiere della medicina, la questione femminile riguarda anche il grande divario che persiste nella ricerca clinica, nella creazione dei farmaci, nella gestione delle patologie da sempre appannaggio del mondo maschile. E c’è un altro aspetto che riguarda la malattia e la femminilizzazione, lo strano caso del cancro.
Lo fa notare l’autrice attraverso la storia della saggista Barbara Ehrenreich che quando ha scoperto un tumore alla mammella ha svelato con esso un mondo di “rositudine”. La retorica del rosa che alleggerisce la malattia, la infantilizza come se le femmine fossero troppo deboli e indifese per essere soggette alla crudezza del cancro.
Studi, conversazioni e incontri si perfezionano in un libro che è un’opera corale. Non memorie di miti consolatori ma un intreccio di esistenze vissute sulle tracce della storia medica che sta cambiando.
Le professioniste che oggi affollano le corsie degli ospedali e i corridoi della scienza si poggiano sulle spalle delle giganti di ieri che hanno portato nella sanità evoluzioni, trasformazioni e perché no, anche il femminile. Per una medicina più equa che fa ben sperare le ragazze di domani.
Benedetta Gori
Botanica Nascosta
Slow food editore, 2026 - 18,50 euro
La biodiversità nasconde dei superpoteri, quelli delle piante dimenticate ed esplorate attraverso la lente botanica di Gori che intreccia agricoltura, cucina e cultura. Come mai abbiamo lasciato andare legumi, ortaggi, cereali, erbe spontanee e frutti selvatici straordinari che un tempo erano nutrimento e salute? (A. L.).
Giuseppe Novelli con Enrico Orzes
Leggere i Geni
Egea, 2026 - 22,90 euro
Saper leggere i geni aiuta a conoscere il nostro destino? Dall’osservazione delle mantidi religiose nell’orto da bambino allo studio del codice invisibile della vita umana in laboratorio. Alla base di tutto c’è sempre il DNA, quella straordinaria molecola chimica che guida il viaggio degli autori nelle incredibili vicende dell’esistenza. (A. L.).
Amélie Nothomb
Meglio Così
Voland, 2026 - 17,00 euro
Il legame biologico tra figlia e madre (e nonna) non basta a tenere in piedi una relazione familiare. Serve amore e pazienza e questo per Adrienne è un vero miraggio. La scrittrice belga, per la prima volta, in un romanzo dalle sfumature horror ripercorre la vita dell’infanzia di sua madre per esorcizzare, annunciare a tutti la sua morte. (A. L.).
Libri
Il peso nascosto della malnutrizione ospedaliera nei pazienti cronici
di Daniela Bencardino*
La malnutrizione è una condizione frequente tra i pazienti con patologie croniche ricoverati in ospedale ed è associata a numerose complicanze, tra cui il prolungamento della degenza e l’aumento del tasso di morbilità e mortalità. Nonostante sia frequente, però, questa condizione rimane spesso senza diagnosi e senza un trattamento adeguato. Le malattie croniche, infatti, possono indurre inappetenza favorendo perdita di peso, ma sono anche frequentemente associate a uno stato infiammatorio persistente che aumenta il catabolismo e altera il metabolismo energetico.
Quando a questo quadro si aggiungono l’immobilizzazione e una marcata risposta allo stress infiammatorio ed endocrino, tipica delle fasi acute della malattia, il peggioramento dello stato nutrizionale contribuisce alla perdita di massa muscolare e a un progressivo declino delle condizioni metaboliche e funzionali del paziente. I soggetti affetti da patologie croniche risultano quindi particolarmente vulnerabili: oltre il 30% dei pazienti che accedono alle strutture ospedaliere presenta un aumentato rischio nutrizionale [1].
Anche la qualità dell’alimentazione può influenzare l’evoluzione del quadro clinico. È stato dimostrato, ad esempio, che un singolo pasto ad alto contenuto di grassi è in grado di indurre attivazione e disfunzione dell’endotelio sia nei soggetti sani sia nei pazienti con diabete mellito di tipo 2. Condizione che contribuisce ad amplificare i processi infiammatori attraverso l’attivazione di mediatori come il TNF- α e aumentando il rischio cardiovascolare.
Alla luce di queste evidenze, una corretta valutazione dello stato nutrizionale del paziente risulta fondamentale per la gestione delle patologie croniche.
Le società scientifiche internazionali raccomandano di effettuare la valutazione nutrizionale il prima possibile, idealmente entro le prime 24–48 ore dall’ammissione in ospedale, e di proseguire con un monitoraggio periodico, anche in ambito ambulatoriale. Riconoscere precocemente i pazienti malnutriti, o comunque a rischio nutrizionale, consente di avviare tempestivamente interventi appropriati. Inoltre, la personalizzazione della terapia nutrizionale sulla base dei bisogni del singolo paziente è parte integrante del trattamento ed è associata a un miglioramento degli esiti clinici [2]. Bisogna però non sottovalutare i rischi di tali interventi, soprattutto nei pazienti gravemente malnutriti. Come per ogni trattamento, anche una terapia nutrizionale inappropriata può determinare complicanze importanti, tra cui la sindrome da rialimentazione (Refeeding Syndrome, RFS). La RFS è una complicanza metabolica potenzialmente fatale che può insorgere dopo la ripresa dell’alimentazione in pazienti
Comunicatrice
gravemente malnutriti, con una maggiore frequenza nei soggetti affetti da malattie croniche. È caratterizzata da alterazioni elettrolitiche e squilibri dei fluidi, che possono determinare ritenzione di sodio, disfunzione d’organo e complicanze sistemiche. Anche carenze vitaminiche, in particolare di tiamina (vitamina B1), possono contribuire allo sviluppo del quadro clinico. A seconda della popolazione studiata, l’incidenza della RFS può raggiungere il 15–30%, ma data la mancanza di una definizione universalmente condivisa, la reale incidenza è difficile da determinare. Nella pratica clinica la sindrome è probabilmente sottodiagnosticata, anche a causa della limitata conoscenza della condizione: in uno studio recente condotto su 281 medici, solo il 14% è stato in grado di identificarla correttamente [3].
I meccanismi che entrano in gioco
I meccanismi fisiopatologici alla base della RFS non sono ancora chiari. L’elemento centrale è rappresentato dal passaggio da un metabolismo prevalentemente catabolico a uno anabolico, che costituisce la risposta fisiologica alla ripresa dell’apporto nutrizionale. Durante un digiuno prolungato, o una condizione di malnutrizione o di stress metabolico, l’organismo adotta un metabolismo catabolico finalizzato alla mobilizzazione delle riserve energetiche. In questa fase si verifica una progressiva riduzione degli elettroliti intracellulari, in particolare fosfato, potassio e magnesio, sodio e diversi micronutrienti essenziali.
Quando un paziente denutrito o malnutrito riprende ad alimentarsi, il metabolismo subisce una rapida transizione verso una fase anabolica. La disponibilità di carboidrati stimola infatti la secrezione di insulina, determinando un aumento dell’ingresso di glucosio nelle cellule e la riattivazione delle vie anaboliche. Allo stesso tempo, l’aumento dell’insulina favorisce lo spostamento intracellulare di elettroliti come fosfato, potassio e magnesio, che vengono rapidamente utilizzati nei processi di sintesi cellulare. Questo fenomeno, associato alla ritenzione di sodio e acqua dovuta alla ridotta escrezione renale, può determinare alterazioni elettrolitiche e squilibri idro-elettrolitici importanti, che rappresentano il meccanismo fisiopatologico della sindrome da rialimentazione [1,4].
Come si manifesta la malattia
Non esiste ancora una definizione universalmente condivisa di sindrome da rialimentazione. La diagnosi si basa principalmente sulle alterazioni degli elettroliti plasmatici che si manifestano entro le prime 72 ore dalla ripresa dell’alimentazione. Le linee guida ASPEN Consensus Recommendations for Refeeding Syndrome, pubblicate nel 2020 dalla Società Americana per la Nutrizione Parente -
rale ed Enterale, definiscono la RFS come una riduzione di uno o più elettroliti, in particolare fosfato, potassio o magnesio, oppure come una carenza di tiamina associata a segni clinici compatibili [5]. Ad oggi rimane poco chiaro se esista una reale distinzione tra la sindrome da rialimentazione e la più comune ipofosfatemia da rialimentazione.
Durante la fase catabolica le riserve intracellulari di elettroliti si riducono progressivamente, mentre aumenta la quota di sodio intracellulare; questo equilibrio tende a invertirsi con la ripresa dell’alimentazione. Nei pazienti affetti da malattie acute o croniche, bassi livelli di elettroliti possono talvolta riflettere semplicemente un ridotto apporto nutrizionale, invece che rappresentare una vera e propria sindrome da rialimentazione. Per questo motivo è stata proposta una distinzione tra sindrome imminente e sindrome manifesta. La prima è caratterizzata da alterazioni elettrolitiche importanti mentre la seconda presenta alterazioni biochimiche che si associano a segni e sintomi clinici [1,6].
I cambiamenti metabolici descritti possono determinare diverse manifestazioni cliniche, spesso aspecifiche. I segni più frequentemente associati includono tachicardia, tachipnea ed edema periferico, dopo aver escluso altre possibili cause, come ad esempio un’embolia polmonare. Possono comparire anche: compromissione della funzione neuromuscolare, aritmie cardiache, scompenso cardiaco, encefalopatia, neuropatia, sintomi gastrointestinali [4].
Nonostante la rilevanza clinica della condizione, le evidenze disponibili sulla gestione della RFS derivano in larga parte da studi osservazionali o retrospettivi. I trial clinici finalizzati alla prevenzione e al trattamento della sindrome sono ancora pochi. Uno studio condotto in diversi centri ospedalieri, in maniera randomizzata, e con un gruppo di controllo ha dimostrato la superiorità di un apporto calorico restrittivo nella gestione della sindrome in pazienti adulti considerati critici. Sono stati valutati 339 pazienti che avevano sviluppato ipofosfatemia (fosforo sierico <0,65 mmol/L) entro le prime 72 ore dall’inizio del supporto nutrizionale.
La restrizione calorica durante la fase di rialimentazione ha determinato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale, una riduzione della mortalità a 60 giorni, una diminuzione significativa dell’incidenza di infezioni, incluse quelle delle vie respiratorie, senza evidenti problematiche in termini di sicurezza. Questi risultati sono stati confermati da uno studio retrospettivo condotto su 337 pazienti. Il gruppo trattato con un apporto calorico ridotto, del 50% rispetto al fabbisogno energetico nei primi tre giorni di rialimentazione e poi aumentato del 25% nei giorni successivi, ha mostrato una migliore sopravvivenza a 180 giorni e una ridotta degenza rispetto ai pazienti che ricevevano oltre il 50% del fabbi -
sogno calorico. Ulteriori evidenze provengono da uno studio prospettico di coorte condotto che ha identificato il digiuno prolungato e bassi livelli basali di magnesio sierico (<0,7 mmol/L) come predittori indipendenti di sviluppo della sindrome. In particolare, il digiuno, definito come ridotta assunzione nutrizionale per oltre 10 giorni o perdita di peso superiore al 15% del peso corporeo, è risultato il fattore predittivo più affidabile [7,8,9].
La gestione della sindrome
Il riconoscimento della sindrome da rialimentazione nella pratica clinica può risultare particolarmente complesso. Oltre alla limitata consapevolezza riportata dai professionisti sanitari, la diagnosi è resa difficile dal fatto che i sintomi clinici sono spesso aspecifici e non sempre facilmente riconducibili alla sindrome.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il fatto che le alterazioni elettrolitiche e le carenze vitaminiche tipiche della RFS non si traducono necessariamente in manifestazioni cliniche evidenti. Inoltre, gli squilibri elettrolitici sono molto frequenti nei pazienti cronici che presentano patologie concomitanti e possono essere attribuiti a molteplici cause alternative, rendendo più complessa la diagnosi differenziale [10].
Le principali strategie preventive includono un apporto calorico iniziale prudente e progressivo, una supplementazione mirata degli elettroliti e il monitoraggio ravvicinato dei parametri biochimici. In particolare, il controllo frequente degli elettroliti plasmatici durante le prime fasi della rialimentazione è risultato associato a una riduzione dell’incidenza della sindrome. Sulla base dei dati disponibili, nei pazienti a rischio la terapia nutrizionale dovrebbe essere avviata con un apporto energetico inizialmente restrittivo, da aumentare progressivamente nell’arco di 5–10 giorni, in funzione del livello di rischio e delle condizioni cliniche del paziente. Nelle fasi iniziali della ria -
limentazione è fondamentale correggere eventuali deficit di idratazione, compensare perdite idroelettrolitiche anomale (ad esempio febbre, vomito o diarrea) e valutare la necessità di una supplementazione profilattica di elettroliti e vitamine. La supplementazione elettrolitica è indicata quando i valori sierici risultano inferiori ai limiti di normalità: magnesio < 0,70–0,75 mmol/L; fosfato < 0,80 mmol/L; potassio < 3,5 mmol/L.
Le dosi giornaliere di integrazione devono essere adattate ai valori sierici e alle condizioni cliniche del paziente. In generale si raccomandano: potassio: 1–1,5 mmol/kg/die; magnesio: 0,2–0,4 mmol/ kg/die; fosfato: 0,3–0,6 mmol/kg/die. Durante la fase di rialimentazione si raccomanda la somministrazione di tiamina nei primi 5 giorni, la supplementazione multivitaminica nei giorni successivi e la correzione di eventuali carenze specifiche di oligoelementi. Un aspetto rilevante riguarda la supplementazione marziale. Il ferro non dovrebbe essere somministrato durante i primi sette giorni di rialimentazione, anche in presenza di una carenza documentata, poiché può aggravare l’ipokaliemia e l’ipofosfatemia [11].
Qualora la sindrome si sviluppa, sia in forma imminente che manifesta, è necessario intervenire con la correzione mirata degli elettroliti e dei micronutrienti coinvolti. Nei pazienti con la forma manifesta si raccomanda la riduzione temporanea dell’apporto energetico e dei fluidi e l’avvio di un trattamento specifico delle complicanze presenti. I primi 10 giorni di rialimentazione rappresentano il periodo a più alto rischio di sviluppare la sindrome da rialimentazione. Per questo motivo è raccomandato il monitoraggio dei parametri vitali, dello stato di idratazione e degli esami di laboratorio.
Questo è utile per individuare eventuali segni della sindrome, come sovraccarico di liquidi o disfunzioni d’organo. Nei primi 3 giorni si raccomanda anche la valutazione quotidiana del peso corporeo, del bilancio idrico, delle condizioni cliniche generali e dei parametri di laboratorio. Un aumento ponderale compreso tra 0,3 e 0,5 kg al giorno può rappresentare un segnale precoce di ritenzione patologica di liquidi. Successivamente, la frequenza del monitoraggio può essere progressivamente ridotta: a partire dal quarto o sesto giorno la valutazione può essere effettuata a giorni alterni, mentre nei giorni 7–10 può essere limitata a una o due volte alla settimana. Nei pazienti ad alto rischio, o in presenza di precedenti gravi squilibri elettrolitici, è consigliata l’esecuzione di un elettro -
cardiogramma nei primi tre giorni di rialimentazione. In particolare, il monitoraggio cardiologico è raccomandato quando si osservano valori sierici particolarmente ridotti di potassio, fosfato e magnesio [12].
Conclusioni
I pazienti con patologie croniche rappresentano una popolazione particolarmente vulnerabile allo sviluppo della sindrome da rialimentazione, per via della ridotta assunzione nutrizionale, dello stato infiammatorio persistente e del metabolismo prevalentemente catabolico. Un limite rilevante alla definizione di strategie condivise è rappresentato dalla scarsità di evidenze scientifiche solide. Nonostante queste limitazioni, alcuni principi fondamentali risultano ampiamente riconosciuti, come la valutazione del rischio nutrizionale prima dell’avvio della terapia nutrizionale, iniziare la rialimentazione con un apporto energetico prudente e progressivo, associato a un’adeguata supplementazione di vitamine ed elettroliti. Alla luce di queste considerazioni, ulteriori studi saranno necessari per chiarire meglio i meccanismi fisiopatologici della RFS, definire criteri diagnostici più condivisi e sviluppare protocolli di prevenzione e trattamento standardizzati.
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di Pierlisa Di Felice*
L'entrata in vigore della Nature Restoration Law (NRL) segna un punto di svolta epistemologico per la biologia ambientale europea, spostando l'asse dell'intervento umano dalla mera conservazione passiva al ripristino attivo dei processi ecologici 1 Per decenni, la governance ambientale comunitaria si è retta sulla Direttiva Habitat (92/43/CEE), uno strumento fondamentale che ha istituito la Rete Natura 2000 ma che, nel tempo, ha mostrato limiti legati a un approccio prevalentemente statico.
Come evidenziato dai rapporti del Joint Research Centre (JRC), lo stato di degradazione degli habitat comunitari non è solo una crisi di biodiversità, ma una minaccia alla resilienza economica e climatica del continente. I dati del JRC indicano che oltre l'81% degli habitat europei versa in condizioni sfavorevoli, rendendo la conservazione dell'esistente un traguardo ormai insufficiente 2. In questo scenario, la NRL introduce target legalmente vincolanti per il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell'UE entro il 2030, estendendo l'obbligo a tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050.
La NRL non sostituisce la Direttiva Habitat, ma ne rap -
* Direttore Riserva Naturale Guidata Sorgenti del Pescara, Commissario Commissione Tecnica VIA-VAS VIA-VAS MASE, Referente Area Tematica “Normativa Ambientale” CNBA, Consigliere Ordine dei Biologi Lazio e Abruzzo con delega all’Ambiente per la Regione Abruzzo.
presenta il completamento operativo. Mentre la Direttiva stabilisce il "cosa" proteggere, la NRL definisce il "quanto", il "come" e il "quando" riparare, colmando il gap tra la protezione giuridica e l'effettivo stato di salute ecologica. Questa sinergia trasforma il ruolo del biologo ambientale da supervisore del declino a progettista di resilienza. Nel contesto specifico dell'Italia, la sfida è amplificata da una straordinaria eterogeneità biogeografica e da una frammentazione degli habitat che il JRC definisce critica 3 .
Ambiti di Intervento e Bio-indicatori
Un pilastro fondamentale riguarda il ripristino della connettività fluviale: la rimozione di barriere artificiali per liberare 25.000 km di fiumi in Europa. In Italia, questo non è solo funzionale alla migrazione di specie come lo storione cobice o l'anguilla europea, ma è essenziale per il ripristino del trasporto solido dei sedimenti, la cui assenza causa l'erosione costiera 4. Un altro ambito cruciale per il bacino mediterraneo è il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica. Questo "ingegnere ecosistemico" è centrale nei bilanci del carbonio blu (blue carbon); le praterie in salute possono stoccare carbonio in densità fino a trenta volte superiori a quelle delle foreste tropicali 5. Il successo del ripristino marino è dunque validato dalla capacità della pianta di riconsolidare i fondali e agire come dissipatore naturale del moto ondoso.
Parallelamente, la NRL affronta la rigenerazione degli ecosistemi forestali, con l'obiettivo di incrementare la diversità strutturale, e delle zone umide, dove il focus è sul
"re-wetting" (riallagamento) dei suoli organici per ripristinare la loro funzione di pozzi di assorbimento della CO_2. In ambito urbano, la norma impone l'incremento del verde e della copertura arborea tramite le Nature-based Solutions (NbS) per mitigare le isole di calore.
Protocolli di Monitoraggio Scientifico e Indicatori (KPI)
L’efficacia della NRL risiede nella capacità della comunità scientifica di dimostrare un miglioramento ecologico reale attraverso protocolli standardizzati. Come sottolineato dal JRC, il monitoraggio deve essere un processo iterativo di "gestione adattativa". Per i biologi ambientali, questo implica la definizione di Key Performance Indicators (KPI) funzionali. Nel caso degli ecosistemi terrestri e agricoli, i KPI primari includono l'indice di abbondanza degli uccelli di prateria, lo stock di carbonio organico nei suoli e l'analisi della frammentazione tramite metriche come l'Effective Mesh Size.
Per gli ecosistemi forestali, il monitoraggio valuta la presenza di legno morto e la stratificazione delle chiome per garantire la biodiversità saproxilica 6. Nel monitoraggio della Posidonia oceanica, l'indice PREI (Posidonia Responding to Ecological Indicators) rimane lo standard, ma viene oggi integrato dal telerilevamento satellitare (Sentinel-2) per mappare l'estensione su vasta scala 7. Infine, per la connettività fluviale, l'utilizzo del DNA ambientale (eDNA) emerge come tecnica rivoluzionaria per rilevare specie elusive senza campionamenti invasivi 8 .
Strategie Finanziarie per il Ripristino
L'attuazione di tali interventi richiede una strategia finanziaria solida. Il principale strumento è il Programma LIFE, che finanzia progetti su larga scala con cofinanziamenti fino al 75% . In ambito agricolo, i finanziamenti della PAC, attraverso gli eco-schemi, offrono incentivi per la creazione di zone umide. Fondamentale è anche il ruolo del fondo FEAMPA per il ripristino dei fondali e il PNRR, che ha già destinato risorse alla rinaturazione del Po e alla tutela dei sistemi marini, tracciando la strada per l'integrazione di capitali pubblici e privati attraverso i crediti di biodiversità.
Conclusioni
La Nature Restoration Law non rappresenta soltanto un aggiornamento normativo, ma sancisce un cambiamento paradigmatico: il passaggio definitivo da un'ecologia della testimonianza a un'ecologia della ricostruzione. Se la Direttiva Habitat ha assolto il compito fondamentale di "fotografare" e proteggere i residui di biodiversità, la NRL impone una gestione proattiva che sfida la biologia ambientale a uscire dai confini delle aree protette per infiltrarsi nel tessuto produttivo, agricolo e urbano del continente. In Italia, la complessità di questa sfida è direttamente proporzionale alla ricchezza del nostro capitale naturale. Onorare gli impegni comunitari
significa orchestrare interventi di vasta scala che richiedono una sintesi perfetta tra rigore scientifico, pianificazione territoriale e pragmatismo finanziario.
Il successo di questa transizione dipenderà in larga misura dalla solidità dei protocolli di monitoraggio e dalla trasparenza dei dati prodotti. Come ribadito dal JRC, la disponibilità di indicatori funzionali e l’adozione di tecnologie d'avanguardia - dall’analisi del DNA ambientale alla sensoristica satellitare - sono gli unici strumenti in grado di trasformare il ripristino da concetto astratto a processo misurabile, sottraendolo al rischio di derive puramente estetiche o comunicative.
La figura del biologo ambientale si eleva dunque a garante tecnico di questa trasformazione, con la responsabilità di tradurre le evidenze ecologiche in Piani Nazionali di Ripristino che siano non solo ambiziosi, ma operativamente solidi e resilienti nel lungo periodo.
In ultima analisi, la rinascita del capitale naturale europeo non deve essere vista come un limite allo sviluppo, bensì come la sua condizione necessaria. Il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica, la riapertura dei corridoi fluviali e la rigenerazione delle foreste vetuste costituiscono la nostra migliore assicurazione contro l'incertezza climatica e il dissesto idrogeologico.
Attraverso l'integrazione strategica dei fondi LIFE, PAC e PNRR, l'Italia ha l'opportunità storica di dimostrare che il ripristino della natura è un motore di innovazione e stabilità economica. Solo attraverso questo impegno collettivo, guidato da una scienza rigorosa e supportato da una volontà politica lungimirante, sarà possibile garantire che gli ecosistemi tornino a fornire quei servizi essenziali da cui dipende, in ultima istanza, la sopravvivenza e la prosperità delle generazioni future.
Riferimenti
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6. JRC (2023). Forest Monitoring Framework: New indicators for resilient European forests
7. Gobert, S., et al. (2009). Posidonia oceanica indices as tools for coastal management.
8. Bohmann, K., et al. (2014). Environmental DNA for wildlife biology and biodiversity monitoring. Trends in Ecology & Evolution.
Un
approccio non invasivo che combina citochine infiammatorie e marcatori tumorali per personalizzare le strategie terapeutiche
L'adenocarcinoma polmonare rappresenta senza dubbio il sottotipo istologico più frequente e clinicamente rilevante nell'ambito della vasta categoria dei tumori polmonari non a piccole cellule e si caratterizza purtroppo per una notevole aggressività biologica intrinseca oltre che per tassi di letalità che rimangono allarmanti nonostante i significativi progressi terapeutici raggiunti negli ultimi decenni, rendendo la comprensione dettagliata dei suoi meccanismi di progressione e differenziazione una priorità assoluta per la comunità scientifica globale come ben documentato nello studio fondamentale intitolato "Global Cancer Statistics 2020: GLOBOCAN Estimates of Incidence and Mortality Worldwide for 36 Cancers in 185 Countries" che fornisce il quadro epidemiologico di riferimento evidenziando come il cancro al polmone rimanga una delle principali cause di mortalità a livello mondiale. Il grado di differenziazione cellulare, che indica in misura specifica quanto le cellule tumorali abbiano perso le caratteristiche morfologiche e funzionali del tessuto polmonare originario, costituisce un fattore prognostico determinante influenzando direttamente le decisioni terapeutiche, l'approccio chirurgico
e l'aspettativa di vita libera da malattia del paziente, un concetto esplorato in profondità e con grande rigore nel lavoro intitolato "Cell death-based treatment of lung adenocarcinoma" che sottolinea l'importanza di targettizzare le terapie in base alle caratteristiche cellulari. Tuttavia, la determinazione accurata di questo parametro in fase preoperatoria rimane una sfida clinica complessa e spesso irrisolta dipendente prevalentemente da biopsie invasive o esami istologici post-operatori che non sempre riescono a catturare l'eterogeneità completa della massa tumorale o che possono comportare rischi per il paziente. L'obiettivo primario e fondamentale di questa ricerca è stato quindi quello di valutare il potenziale predittivo di un pannello integrato e innovativo di biomarcatori ematici che include l'indice aggregato di infiammazione sistemica, noto internazionalmente come AISI, il quale viene calcolato attraverso una formula matematica specifica sulla base delle conte assolute di neutrofili, piastrine, monociti e linfociti insieme a marcatori tumorali più consolidati nella pratica clinica quali l'antigene carcinoembrionario (CEA), il frammento di citochina 19 (CYFRA21-1), la ferritina sierica e il peptide di rilascio della progastrina (ProGRP) al fine
di Matteo Piccirilli
di distinguere con elevata specificità e sensibilità tra tumori ben differenziati e tumori scarsamente differenziati.
Per comprendere appieno la portata e la rilevanza di questo studio è necessario analizzare il contesto epidemiologico descritto nel documento "Cancer Statistics 2024: Deaths drop, incidences increase, prevention needed" che evidenzia come sebbene la mortalità sia in calo per alcuni tumori, il cancro al polmone rimanga una sfida aperta richiedendo strategie di prevenzione e diagnosi sempre più raffinate e personalizzate. Inoltre le disparità globali nell'accesso alle cure oncologiche e l'onere crescente delle patologie tumorali nei paesi in via di sviluppo sono tematiche centrali affrontate nello studio "Global disparities of cancer and its projected burden in 2050" che sottolinea l'urgenza etica e clinica di sviluppare strumenti diagnostici economici largamente accessibili e di facile esecuzione come i biomarcatori ematici proposti in questo lavoro di ricerca. La metodologia adottata dagli autori per condurre questa indagine è stata estremamente rigorosa basandosi su un disegno di studio retrospettivo che ha coinvolto una coorte di duecentotre pazienti affetti da adenocarcinoma polmonare trattati presso il Second Affiliated Hospital della Chongqing Medical University selezionati secondo criteri di inclusione ed esclusione molto stringenti per garantire la massima omogeneità del cam -
pione statistico ed evitare fattori di confondimento che potessero alterare i risultati. Nello specifico, sono stati inclusi nello studio pazienti di età compresa tra i diciotto e i novanta anni con diagnosi di adenocarcinoma confermata istologicamente mentre sono stati esclusi con fermezza coloro che avevano ricevuto trattamenti antitumorali precedenti come chemioterapia o radioterapia o che presentavano isotipi diversi dall'adenocarcinoma, una distinzione cruciale supportata da lavori di patologia molecolare come "Expression of thyroid transcription factor-1, cytokeratin 7, and cytokeratin 20 in bronchioloalveolar carcinomas: an immunohistochemical evaluation of 67 cases" che aiuta a definire i profili molecolari specifici per una diagnosi differenziale accurata. L'analisi statistica ha giocato un ruolo centrale e insostituibile nella validazione dei risultati impiegando tecniche avanzate descritte nel manuale metodologico intitolato "Medical multivariate analysis design sample size estimation: a comprehensive estimation method for multivariate analysis design sample size" per assicurare che la dimensione del campione fosse adeguata a rilevare differenze significative e che i modelli predittivi fossero robusti.
Entrando nel merito dei risultati ottenuti, l'analisi ha mostrato in modo inequivocabile che i pazienti con adenocarcinoma scarsamente differenziato presentavano li -
velli significativamente più elevati di diversi marcatori infiammatori e tumorali rispetto a quelli con tumori ben differenziati suggerendo una correlazione diretta tra infiammazione sistemica e aggressività istologica. L'analisi multivariata condotta attraverso regressione logistica ha identificato specificamente l'indice AISI, il CEA, la ferritina e il ProGRP come predittori indipendenti di scarsa differenziazione. Questi dati si allineano perfettamente con la vasta letteratura esistente che collega l'infiammazione sistemica cronica alla progressione tumorale e alla metastasi come ampiamente discusso nello studio "Impending role of inflammatory markers and their specificity and sensitivity in breast cancer patients" che dimostra come questi meccanismi biologici siano trasversali a diverse tipologie di cancro e non limitati al solo polmone. In particolare l'indice AISI si è rivelato un marcatore potente e versatile riflettendo l'equilibrio delicato tra la risposta immunitaria pro-tumorale mediata da neutrofili e monociti e quella antitumorale mediata dai linfociti, un concetto approfondito anche nello studio "Clinical usefulness of the lymphocyte-to-monocyte ratio and aggregate index of systemic inflammation in patients with esophageal cancer: a retrospective cohort study" che ne conferma l'utilità prognostica anche nelle neoplasie dell'esofago. Similmente l'associazione tra il rapporto monociti-linfociti e il rischio oncologico generale è stata esplorata nel lavoro "Association between monocyte-to-lymphocyte ratio and prostate cancer in the U.S. population: a population-based study" suggerendo che le alterazioni nelle popolazioni leucocitarie siano un segno distintivo della malattia sistemica oncologica. Per quanto riguarda i marcatori tumorali specifici il valore diagnostico del CEA e del CYFRA21-1 nel distinguere i sottotipi patologici è stato ulteriormente corroborato dai risultati presentati in "Diagnostic value of serum tumor markers CEA, CYFRA21-1, SCCAg, NSE and ProGRP for lung cancers of different pathological types" che evidenzia come questi marcatori riflettano l'attività metabolica e proliferativa del tumore e la sua tendenza all'invasione. Il modello predittivo sviluppato dagli autori visualizzato tramite un nomogramma di facile utilizzo clinico ha raggiunto un'accuratezza notevole con un'area sotto la curva ROC di 0,795 superando le performance di singoli marcatori o di altri indici infiammatori precedentemente studiati come il SIRI o l'LDH.
Questo approccio integrato risponde alla necessità clinica impellente di strumenti prognostici più precisi come evidenziata nello studio "A novel immune-related prognostic model for response to immunotherapy and survival in patients with lung Adenocarcinoma" che cerca di stratificare i pazienti per ottimizzare le strategie terapeutiche immunologiche. La discussione dello studio approfondisce con grande dettaglio i meccanismi biologici sottostanti
ipotizzando che la scarsa differenziazione sia intimamente legata a un microambiente tumorale immunosoppressivo caratterizzato da processi di rimodellamento della matrice extracellulare e di riprogrammazione metabolica nota come effetto Warburg. Il ruolo cruciale del microambiente immunitario e delle sue interazioni cellulari è supportato dal lavoro "Integrated analysis and validation reveal ACAP1 as a novel prognostic biomarker associated with tumor immunity in lung adenocarcinoma" che identifica nuovi target molecolari potenziali. Inoltre la dinamica temporale dei biomarcatori infiammatori in risposta ai trattamenti neadiuvanti è un tema chiave trattato in "Peripheral blood inflammatory biomarkers dynamics reflect treatment response and predict prognosis in non-small cell lung cancer patients with neoadjuvant immunotherapy" che suggerisce come questi indici possano essere utilizzati anche per il monitoraggio terapeutico attivo.
L'importanza di prevedere la risposta patologica maggiore è ulteriormente sottolineata nello studio "The predictive value of inflammatory biomarkers for major pathological response in non-small cell lung cancer patients receiving neoadjuvant chemoimmunotherapy and
its association with the immune-related tumor microenvironment: a multi-center study" che collega direttamente l'infiammazione sistemica agli esiti istopatologici post-chirurgici. Anche l'interleuchina-11, un'altra citochina pro-infiammatoria, è stata indagata come potenziale fattore prognostico nel lavoro "Clinical value of serum and exhaled breath condensate inflammatory factor IL-11 levels in non-small cell lung cancer" dimostrando la complessità del network di citochine coinvolto nella patogenesi del cancro polmonare.
La relazione tra infiammazione cronica e rischio aumentato di cancro è ben stabilita e discussa in "Inflammatory Cytokines and Lung Cancer Risk in 3 Prospective Studies" che fornisce prove epidemiologiche solide a supporto dell'ipotesi infiammatoria. Dal punto di vista cellulare il ruolo dei macrofagi associati al tumore i cosiddetti TAM nel modulare l'aggressività e la differenziazione è esplorato in dettaglio nello studio "Cutting edges and therapeutic opportunities on tumor-associated macrophages in lung cancer" e nel lavoro "IL-10 secreted by cancer-associated macrophages regulates proliferation and invasion in gastric cancer cells via c-Met/STAT3 signaling"
che descrivono come queste cellule immunitarie possano essere riprogrammate dal tumore per promuovere la progressione neoplastica anziché combatterla. I processi di invasione tissutale e metastasi a distanza che caratterizzano i tumori scarsamente differenziati coinvolgono spesso la degradazione della matrice extracellulare mediata dalle metalloproteinasi un meccanismo molecolare analizzato in "Inhibition of osteosarcoma metastasis in vivo by targeted downregulation of MMP1 and MMP9" e confermato dalla meta-analisi "Prognostic value of matrix metalloproteinase-2 protein and matrix metalloproteinase-9 protein in colorectal cancer: a meta-analysis". Anche sostanze naturali con proprietà anti-infiammatorie sono state studiate per la loro capacità di inibire questi enzimi proteolitici come riportato in "(R)-(-)-Xanthorrhizol Inhibits the Migration and Invasion of Triple-Negative Breast Cancer Cells by Suppressing Matrix Metalloproteinases via the NF-κB Signaling Pathway" offrendo spunti per possibili terapie adiuvanti. La caratterizzazione genetica della differenziazione delle cellule soppressorie di derivazione mieloide le MDSC è un altro fronte di ricerca promettente discusso in "Constructing a Prognostic Model for NonSmall-Cell Lung Cancer Risk Based on Genes Characterising the Differentiation of Myeloid-Derived Suppressor Cells" che si integra perfettamente con le osservazioni sui neutrofili e monociti fatte nello studio principale. Tecniche avanzate come il sequenziamento dell'RNA a singola cellula hanno permesso di svelare ulteriori dettagli sulla polarizzazione dei macrofagi verso il fenotipo pro-tumorale M2 come descritto in "Single-cell RNA sequencing reveals SLC31A1-mediated M2 polarization of macrophages promotes malignant progression in triple-negative breast cancer" e in "CALB2 facilitates macrophage M2 polarization to promote the growth and metastasis of pancreatic adenocarcinoma" fornendo una base molecolare solida alle osservazioni cliniche macroscopiche.
Il rimodellamento fisico del microambiente tumorale e la sua rigidità meccanica sono fattori che influenzano il comportamento cellulare come dimostrato nello studio innovativo "ECM characterization and 3D bioprinted models of NSCLC for investigating stiffness-dependent tumor behavior and drug response" che utilizza modelli tridimensionali per studiare la biologia del tumore. Anche il metabolismo tumorale alterato gioca un ruolo cruciale con vie metaboliche come quella della glutammina che promuovono la resistenza ai farmaci inibitori dell'EGFR come evidenziato in "MYLK-AS1 Enhances Glutamine Metabolism to Promote EGFR Inhibitor resistance in nonsmall cell lung cancer" un aspetto che si lega all'ipotesi dell'effetto Warburg nei tumori indifferenziati citata dagli autori. L'uso di rapporti ematici semplici come marcatori prognostici è ampiamente validato in letteratura
come mostrato nella rassegna "Neutrophil-to-Lymphocyte Ratio, Platelet-to-Lymphocyte ratio, and prognostic nutritional index as prognostic markers for Lung Carcinoma" e nello studio specifico "Neutrophil-to-Lymphocyte ratio (NLR) and Platelet-to-Lymphocyte ratio (PLR) as prognostic markers in patients with non-small cell lung cancer (NSCLC) treated with nivolumab" che ne confermano l'utilità anche nell'era dell'immunoterapia moderna. Infatti la capacità di questi indici di prevedere la risposta agli inibitori dei checkpoint immunitari è un tema caldo trattato in "Pretreatment neutrophil-to-lymphocyte ratio as a marker of outcomes in nivolumab-treated patients with advanced non-small-cell lung cancer" e nelle meta-analisi
approfondite "Predictability of neutrophile to lymphocyte ratio and platelet to lymphocyte ratio on the effectiveness of immune checkpoint inhibitors in non-small cell lung cancer patients: a meta-analysis" e "Predictive value of neutrophil-lymphocyte ratio and platelet-lymphocyte ratio in non-small cell lung cancer patients treated with immune checkpoint inhibitors: A meta-analysis". Un altro aspetto critico è l'impatto dei trattamenti stessi sulla conta linfocitaria discusso in "Lymphocyte dynamics during and after chemo-radiation correlate to dose and outcome in stage III NSCLC patients undergoing maintenance immunotherapy" e in "Risk of on-treatment lymphopenia is associated with treatment outcome and efficacy of consolidation immunotherapy in patients with non-small cell lung cancer treated with concurrent chemoradiotherapy" che sottolineano come la linfopenia indotta dalle cure possa compromettere l'efficacia terapeutica.
La ricerca di biomarcatori emergenti continua incessantemente come dimostrato dalla revisione sistematica "Identification and application of emerging biomarkers in treatment of non-small-cell lung cancer: systematic review" che cerca di integrare nuovi dati nella pratica clinica quotidiana. Infine modelli prognostici basati sull'indice di risposta infiammatoria sistemica sono stati proposti anche per stadi avanzati di malattia come descritto in "The response prediction and prognostic values of systemic inflammation response index in patients with advanced lung adenocarcinoma" e in rassegne narrative come "Potential predictors of the pathologic response after neoadjuvant chemoimmunotherapy in resectable non-small cell lung cancer: a narrative review" che confermano la validità dell'approccio scelto dagli autori dello studio principale. Anche il ruolo dell'omeostasi del ferro e dell'invecchiamento cellulare nella tumorigenesi è stato esplorato in lavori di alto profilo come "Ageing limits stemness and tumorigenesis by reprogramming iron homeostasis" offrendo spunti interessanti per interpretare i livelli elevati di ferritina osservati nei pazienti con bassa differenziazione nello studio in esame. Per completare il quadro diagnostico lo studio "Blood biomarkers to predict the efficacy of neoadjuvant chemo-immunotherapy in non-small cell lung cancer patients" ribadisce l'importanza dei prelievi ematici come forma di biopsia liquida capace di monitorare l'evoluzione della malattia in tempo reale. È fondamentale notare come le linee guida internazionali più autorevoli come quelle riportate in "NonSmall Cell Lung Cancer, Version 4.2024, NCCN clinical practice guidelines in oncology" stiano progressivamente integrando questi nuovi parametri infiammatori e molecolari nelle raccomandazioni cliniche standard. Anche lo screening precoce tramite tomografia computerizzata a basso dosaggio discusso in "Low-Dose CT screening for
lung cancer: evidence from 2 decades of study" rimane un pilastro fondamentale della prevenzione secondaria ma l'aggiunta di biomarcatori ematici potrebbe migliorarne significativamente la specificità riducendo i falsi positivi. La diagnosi patologica tradizionale pur rimanendo il gold standard indiscusso come discusso in "Current and future development in lung cancer diagnosis" beneficia enormemente del supporto di dati molecolari e infiammatori per una caratterizzazione più completa e dinamica del paziente. L'analisi dei risultati include anche il dettaglio statistico derivato dalle tabelle dello studio originale dove si osserva che l'AISI medio era di 5,81 con una deviazione standard di 1,03 e che i valori mediani per i marcatori tumorali erano 7,16 per il CEA, 2,97 per il CYFRA21-1 e 143,06 per la ferritina. La significatività statistica delle differenze tra i gruppi a bassa e alta differenziazione è stata confermata con valori p inferiori a 0,05 per tutti i marcatori chiave inclusi neutrofili, monociti, piastrine e i marcatori tumorali sopracitati come riportato nella tabella 3 dello studio. Il modello di regressione logistica ha fornito odds ratio specifici che quantificano il rischio aumentato con un OR di 1,64 per l'AISI indicando un aumento del rischio del 64% per ogni unità di incremento dell'indice. La curva di calibrazione del nomogramma ha mostrato un'eccellente concordanza tra le probabilità predette e quelle osservate con un errore assoluto medio di soli 0,012 confermando l'affidabilità dello strumento.
L'analisi della curva decisionale ha evidenziato un beneficio netto clinico per soglie di probabilità comprese tra il 30% e il 95% suggerendo che l'uso del modello potrebbe evitare trattamenti non necessari o biopsie rischiose in una vasta gamma di scenari clinici. Le limitazioni dello studio riconosciute dagli stessi autori includono la natura retrospettiva e monocentrica dei dati raccolti esclusivamente presso il Second Affiliated Hospital della Chongqing Medical University il che potrebbe introdurre bias di selezione e limitare la generalizzabilità dei risultati ad altre popolazioni etniche o geografiche. Inoltre la mancanza di una validazione esterna indipendente è un punto critico che dovrà essere affrontato in studi futuri multicentrici e prospettici. Tuttavia nonostante queste limitazioni l'integrazione di tutti questi studi e dati nel contesto del lavoro principale dimostra come l'approccio multiparametrico che combina infiammazione sistemica e marcatori tumorali rappresenti una frontiera promettente per la medicina di precisione permettendo di identificare i pazienti a maggior rischio di forme aggressive e di personalizzare i percorsi di cura fin dalle prime fasi della diagnosi superando i limiti delle metodiche tradizionali e offrendo nuove speranze per migliorare la sopravvivenza in una patologia ancora così letale come l'adenocarcinoma polmonare.
Bibliografia
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Nota: La bibliografia completa contenente i rimanenti riferimenti (21-41) è disponibile nel testo originale dello studio
di Federica Fraenza* e Erika Di Zazzo*
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Biologa
La sclerosi multipla (SM) è una patologia cronica immuno-mediata del sistema nervoso centrale (SNC) caratterizzata da demielinizzazione, perdita assonale e neuroinfiammazione, che culmina in una progressiva disabilità neurologica. Sebbene la SM sia una malattia sporadica, è noto da molti anni che i familiari di primo grado di persone affette da SM presentano un rischio aumentato di ammalarsi (3-5% rispetto allo 0,1% della popolazione generale). I fattori genetici non sono tuttavia sufficienti a spiegare il rischio di SM, come dimostrato da diverse osservazioni epidemiologiche. Ad esempio, è emersa una correlazione positiva tra la frequenza della malattia e l’aumento della latitudine geografica: la SM mostra infatti una progressiva riduzione della frequenza con l’avvicinarsi all’equatore
e una maggiore prevalenza tra le popolazioni caucasiche, in particolare nel Nord-Ovest europeo, in Nord America e in Nuova Zelanda. Anche le infezioni sostenute da alcuni virus, tra cui il virus di Epstein-Barr (EBV) e l’herpesvirus umano 6 (HHV-6), svolgono un ruolo cruciale nella patogenesi della SM.
Da un punto di vista patogenetico, le tipiche lesioni associate alla SM sono provocate dall’infiltrazione di cellule del sistema immunitario, principalmente linfociti T e B e monociti, provenienti dalla circolazione periferica, dove vengono attivati presumibilmente attraverso meccanismi di mimetismo molecolare, oppure casualmente nel corso di una risposta antigene-specifica non correlata. Le cellule attivate sono in grado di attraversare la barriera emato-encefalica (BEE) e la barriera emato-liquorale (BEL) dei plessi corioidei per raggiungere gli spazi drenati dal liquido cerebrospinale (LCS). In questo modo tali cellule causano infiammazione, demielinizzazione, gliosi, danno ossidativo e sofferenza mitocondriale, cui consegue degenerazione neuro-assonale e interruzione della trasmissione sinaptica. La presenza di cellule T a livello delle placche di demielinizzazione è prominente nelle prime fasi della malattia e la nota associazione con molecole del complesso maggiore di
istocompatibilità (MHC) di classe II si ritiene rifletta la possibilità di presentare autoantigeni del SNC, ad esempio proteine mieliniche, ai linfociti T CD4+ reattivi.
Poiché la SM manca di un marcatore biologico specifico, la sua diagnosi si basa su un’accurata valutazione clinica e su una serie di test strumentali e di laboratorio. Essendo una patologia che si manifesta con sintomi variabili ed intermittenti, il percorso diagnostico può essere complesso e richiedere mesi o anni di osservazione. I criteri attualmente utilizzati per la diagnosi della SM sono quelli di Mc Donald aggiornati nel 2024 che consentono un’anticipazione diagnostica attraverso una maggiore integrazione di biomarcatori e tecniche di neuroimaging avanzate, riducendo la dipendenza dal fattore temporale.
Il primo passo nella diagnosi di SM è una dettagliata anamnesi del paziente, durante la quale il neurologo raccoglie informazioni sui sintomi e sulla loro durata e frequenza. In particolare, devono essere soddisfatti i criteri DIS (Disseminazione nello Spazio), con la presenza di lesioni in almeno due delle cinque aree target (periventricolare, corticale/juxtacorticale, infratentoriale, midollare, nervo ottico), e i criteri DIT (Disseminazione nel Tempo), ovvero
la comparsa di nuove lesioni nel tempo. Se il quadro clinico è suggestivo di SM, il paziente viene sottoposto a indagini diagnostiche più approfondite.
La risonanza magnetica rappresenta l’esame strumentale più efficace per individuare la presenza di lesioni demielinizzanti nel cervello e nel midollo spinale. Queste lesioni, tipiche della SM, sono segno di danno al tessuto nervoso e possono essere rilevate anche prima che si manifestino sintomi evidenti. Il loro numero e la loro posizione sono fattori determinanti nella prognosi e nel decorso della malattia.
Un altro test diagnostico fondamentale è l’analisi del liquido cerebrospinale (CSF), ottenuto tramite puntura lombare. Attualmente, l'analisi del CSF per la diagnosi di SM e la previsione dell'attività di malattia dopo il primo evento demielinizzante è considerata di grande valore. In particolare, le bande oligoclonali (OCB) rappresentano il "gold standard" per la dimostrazione della sintesi intratecale di immunoglobuline IgG, quale segno distintivo di infiammazione cronica del SNC. La loro rilevazione avviene tramite isoelettrofocalizzazione (IEF), seguita solitamente da immunofissazione. Per poter affermare che la produzione di anticorpi avvenga esclusivamente nel sistema nervoso, e non sia invece il riflesso di un'infiam-
mazione sistemica, è necessario analizzare contemporaneamente un campione di CSF e un campione di siero del paziente: quando si verifica una sintesi intratecale di IgG, le OCB saranno rinvenute nel CSF ma non nel siero. Sebbene l'IEF abbia un’alta sensibilità e una specificità pari a circa il 90%, questo saggio mostra alcuni limiti intrinseci: è una metodica qualitativa, richiede tempi tecnici lunghi e l'interpretazione visiva del numero di bande può essere soggettiva. Per questo motivo, la tendenza attuale è quella di integrare o sostituire le OCB con il calcolo del K-index, basato sul dosaggio automatizzato delle catene leggere kappa libere (kFLC) e dell’albumina sia nel siero che nel liquor, offrendo una precisione numerica superiore e una standardizzazione più
agevole tra i diversi laboratori. Tuttavia, sebbene tali marcatori forniscano informazioni rilevanti sull’attività immunologica intratecale, non riflettono direttamente il grado di danno neuro-assonale. Per questo motivo, negli ultimi anni l’attenzione si è progressivamente rivolta anche a biomarcatori strutturali di danno neuronale, tra cui i neurofilamenti. Uno dei principali componenti del citoscheletro assonale è il neurofilamento, un filamento di circa 10 nm che conferisce resistenza meccanica all’assone. I neurofilamenti sono costituiti da tre polipeptidi principali, con masse molecolari rispettivamente di 200 kDa, 150 kDa e 68 kDa, quest’ultimo noto come catena leggera dei neurofilamenti (NfL). La NfL rappresenta un promettente bio -
marcatore per monitorare l’attività della malattia, valutarne la gravità, la progressione e la risposta terapeutica. Attualmente sono in fase di studio numerosi biomarcatori candidati per la SM, che riflettono diversi processi patogenetici, tra cui la demielinizzazione, la disfunzione gliale, il danno assonale e neuronale e la risposta pro-infiammatoria. Tali biomarcatori hanno il potenziale di essere impiegati nel prossimo futuro per predire l’insorgenza della malattia, supportarne la diagnosi e monitorarne la risposta alla terapia, accentuando ulteriormente il ruolo critico del laboratorio non più come semplice supporto alla clinica, ma come pilastro fondamentale per l'accuratezza e la precocità diagnostica.