SOMMARIO
IN EVIDENZA
4 news aziende Bertelli. 40 anni e non sentirli 10 news aziende Vezzani Forni. Cremazione:una 14
Il nostro saluto ad Alcide Cerato, figura di spicco della funeraria, recentemente scomparso. Il rientro in ufficio porta interessanti novità dalle aziende e importanti topic di discussione. Vediamo insieme cosa troverete su questo numero di settembre-ottobre. News aziende e prodotti: Bertelli, 40 anni della storica fotoceramica veronese; Vezzani Forni, la cremazione scelta sempre più presente; Tossani, intervista a Luigi Zito responsabile commerciale Centro-Sud; Architettura+, il commiato non può essere rimandato. E ancora: CiniSafe, il nuovo dispositivo per la raccolta delle ceneri; Doralma, il futuro delle imprese funebri indipendenti; Lastello, l’analisi sul marketing funebre per le imprese. Su questo numero parliamo anche di: legale/fiscale, legge sul fine vita in Emilia-Romagna; cimiteri, concessioni e gestione del servizio; Orme, la cremazione come pensiero per chi resta; attualità, limiti e prospettive della pianificazione anticipata; Rumore del Lutto, l’importanza della Death Education.
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Ciao "Cumenda"
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scelta sempre più presente
news aziende
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news aziende
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Tossani, un'esperienza identitaria
Architettura+. Il Commiato non può essere rimandato
26 news aziende Il futuro delle imprese funebri 30 news prodotti
CiniSafe: utilità ed eleganza
indipendenti ha un nome: Doralma
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news aziende
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legale, fiscale
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attualità
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Marketing funebre: l'analisi di lastello.it sulle agenzie del futuro Fine vita in Emilia-Romagna: dalla proposta alla legge
Concessioni cimiteriali e gestione del servizio
58 attualità La pianificazione funeraria 64 orme
La cremazione per chi resta
anticipata: limiti e prospettive
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eventi
L'importanza della Death Education
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Registrazione: Tribunale di Bologna n° 7053 del 23/10/2000 Copyright: Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, seppure parziale, di testi e fotografie, se non con autorizzazione scritta e citando la fonte. La responsabilità di quanto espresso negli articoli firmati rimane esclusivamente agli autori. Manoscritti e foto originali, anche se non pubblicati, non si restituiscono. Fonti Iconografiche: Adobe Stock, Elena Caradonna, Creative Commons, Dreamstime, Dymon, Flickr.com, Freepik, Massimo Gennari, Raffaella Segantin, Wikipedia Commons impaginazione: Pixel Advertising di Elena Caradonna - Zola Predosa (BO) Stampa: Mediaprint srl - Via Brenta 7 - 37057 San Giovanni Lupatoto (VR)
Oltre Magazine Periodico di informazione dell’imprenditoria funeraria e cimiteriale Bimestrale Anno XXVI - n°6 Settembre-Ottobre 2026
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Ciao “Cumenda” DI Pietro Innocenti
eufemismo, alle novità. Novità rivoluzionarie (certo e perché no?), che è riuscito ad imporre con la tenacia e la perseveranza che gli venivano dalla pratica di uno sport massacrante e spesso ingrato: il ciclismo.
Se n’è andato a 87 anni, compiuti lo scorso 11 febbraio, dopo una vita a cento all’ora e ricca di successi conseguiti nonostante le mille difficoltà affrontate in un ambiente professionale sclerosato e poco disposto, è un
È con quella bici che Alcide cadde il 17 (!!) marzo 1964 durante un Giro del Piemonte (e non, come quasi tutti hanno scritto, nel Giro di Lombardia - dove nel 1962 arrivò terzo - l’ultima delle cinque classiche in linea
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Sotto il cielo dell’amata Ichnusa (Sardegna in greco, da “íchnos” traccia di un piede, visto che la forma dell’isola assomiglia a quella di un gigante) nella sua tenuta di San Pantaleo odorosa di mirto, di cui andava giustamente fiero, e dove i cavalli bradi ritrovano le decine d’asini, i volatili e tutti gli altri abitatori della macchia mediterranea, il Commendatore Alcide Cerato, il “Cumenda”, padre di quello che chiamerei il Nuovo Modello Funerario Italiano, ha preso congedo dal mondo terreno per raggiungere quello dell’eternità.
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Il saluto ad Alcide Cerato, portatore di grandi innovazioni nel mondo della funeraria e recentemente scomparso.
Si potrebbe dire, ricorrendo ad una semplificazione che alcuni potrebbero trovare eccessiva, che la sua vita è rappresentata da quella bicicletta, ormai démodée, che troneggiava, con la speranza che continui a troneggiare, nell’ufficio della sua residenza privata.
che si svolge in ottobre chiudendo la stagione). Finì contro il muretto di un ponte su un ruscello del Canavese riportando lesioni gravi che misero fine alla sua carriera professionistica iniziata, nel 1959, in Molteni, una squadra che allora andava per la maggiore. Il grandissimo Eddy Merckx ne avrebbe fatto parte qualche anno dopo. Svaniscono così i sogni di un ragazzino che in una Italia distrutta dalla guerra (che anch’io, di pochissimi anni più giovane, ho conosciuto), pigiava i pedali di una bici sulle strade polverose ed assolate del Veneto natale. Legnaro, dove è nato, è vicina a Padova ed ai piedi dei meravigliosi Colli Euganei. La Grecia, madre della nostra civilizzazione (i romani andavano ad
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Atene ad apprendere quel greco, ormai disgraziatamente negletto nei programmi scolastici italiani, che avrebbero obbligatoriamente impiegato nelle conversazioni colte e di alto livello, anche politico, a Roma) ci ha lasciato uno dei rappresentanti più ragguardevoli della “Nuova Commedia”: Menandro. Di lui ci rimane, tra l’altro, la famosa “oudèn kakòn amigès kaloù” (nessun “male” è privo di “bene”). Frase che calza a pennello nel nostro caso. Alcide infatti inizia, dopo il “male”, a lavorare nella piccola azienda funeraria del suocero e si rende presto conto, con la sua vivida intelligenza, che il settore è iperconservatore, ostile a qualsiasi innovazione (a cominciare dalle divise, nere senza scampo, dei necrofori; veri e propri “beccamorti”). Il funerale di quei tempi fatalmente aggrava, anziché alleviarlo, il dolore che angustia chi rimane dopo la scomparsa di un caro. Decide quindi di volare con le sue ali.
54 anni! Strana coincidenza! Perché? Non molti sanno, infatti, che il numero 54 è estremamente importante nella millenaria numerologia cinese. Il “Zhongguo” (l’ “impero di mezzo”) ha avuto, piaccia o meno, per millenni una cultura largamente superiore alla nostra. Nel loro mandarino, lingua tipicamente tonale, il 5 (wû, tono discendente-rialzante) suona in modo simile a wù che a sua volta esprime una negazione (no, senza..). Il numero 4 (si o suh, tono cadente) vuol dire morte e come tale aborrito non solo in Cina (dove in molti ascensori non figura il quarto piano) ma anche in Giappone (dove, ad esempio, i set da tavola per quattro sono inesistenti). Tutto ciò
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L’1 settembre 1965 nasce in via Novara la prima San Siro. Vi lavorerà per 54 anni fino al 2019, allo scoccare dei suoi ottant’anni.
confermato, a scanso di equivoci, da mia nuora e dai miei nipoti che hanno l’inglese ed il cinese come lingua madre. Il francese viene dopo e dell’italiano, o meglio del triestino talvolta con sfumature slovene o croate, conoscono solo le parolacce profferite dal nonno arrabbiato. L’unione dei due significa quindi “senza morte” e quindi “immortale”. In altri termini la San Siro vive oggi sotto il segno dell’immortalità e ci piace pensare che tale tratto corrisponda, sulla base di quanto detto, ai 54 anni consacrati da Alcide alla sua creatura. È certo, infatti, che non solo l’azienda, ma soprattutto il ”Cumenda” rimangono immortali nel cuore e nella mente di chi lo ha conosciuto anche dopo la recente separazione. Temporanea, non dimentichiamolo. Ed ecco il “bene”. Scompaiono gli orfanelli che precedevano i funerali, i paramenti neri sulle case, le bare nere, le carrozze funebri rivestite di pennacchi e fiocchi neri etc. Più funereo e da magone di così non si può. Arrivano i fiori freschi di vario tipo ed i cofani in rovere
chiaro. I necrofori si abbigliano in blu o in grigio. È un vero e proprio elettrochoc. Il primo. Altri lo seguiranno. Dopo alcuni viaggi di osservazione negli USA il nome San Siro è completato con American Funeral. Non si tratta di pedissequa imitazione, ma una elaborazione di concetti americani filtrati attraverso le peculiarità culturali e tradizionali italiane. E lo stesso approccio che verrà adottato all’inizio del XXI secolo quando il Cumenda mi invita, vista la mia buona conoscenza di aziende ed attori statunitensi del settore, ad accompagnarlo per un paio di settimane negli USA assieme al figlio Andrea. Si tratta di conoscere meglio le ”Funeral Homes” d’oltre oceano con la prospettiva di aprirne una, la prima, in Italia. Si viene così formando, sempre in chiave culturale italiana, l’idea di casa funeraria San Siro che si traduce nel 2006 con la prima inaugurazione milanese in via Amantea seguita dieci anni dopo, nel 2015, da quella di via Corelli. Entrambe volute, fortemente volute da Alcide. Lontane da un certo pacchianesimo “yankee”, funzionali, iperequipaggiate, predisposte per
Ritornando al funerario altri, più qualificati di chi scrive, renderanno
Quando veniva a sapere che qualcuno dei suoi “concorrenti”, spesso particolarmente aggressivi nei suoi confronti, andavano male, sul piano professionale o sanitario, non ne gioiva come molte persone grette, ma ne era sinceramente dispiaciuto. Aggiungeva: «Non mi sono mai rallegrato delle disgrazie dei miei avversari o di qualsivoglia persona e non immagino nemmeno per un istante di poterlo fare». Preferiva combattere ad armi pari senza ap-
Ne è prova una conversazione che avevamo avuto circa le scorrettezze nei suoi confronti da parte di un altro ex ciclista. Gli avevo istintivamente proposto di rendergli pan per focaccia scrivendo un libro autobiografico ed inserendovi le sue osservazioni. Sono rimasto di stucco e mi sono sentito un verme quando mi ha risposto (testuale): «Non posso farlo perché è morto e non potrebbe rispondermi». Per me una grande lezione di vita. E poi la collera. Non so se avesse lontani antenati romagnoli ma quando partiva… partiva. Lui stesso l’aveva riconosciuto in una intervista che gli avevo fatto in occasione del suo ottantesimo compleanno. «Sì è vero - mi diceva - ma mi passa presto». Ed è proprio così. Il rancore non gli apparteneva. Quand’ero a Milano, ed ero quasi sempre suo ospite, si levava alle 6 e mezzo e dopo il caffè ed i Pavesini preparati da Antonella, sua moglie, mi diceva di accompagnarlo nel suo giro della dozzina di agenzie della San Siro. Arrivava, osservava tutto, la pulizia, la disposizione delle sedie, OLTRE MAGAZINE
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Il ciclismo non era scomparso dalla sua vita. Anzi! I contatti con i grandi campioni del passato (Moser, De Lillo, Motta, Cipollini, Argentin…) erano costanti. Era stato eletto Presidente della Lega del Ciclismo Professionistico. Creava e finanziava, è il caso della Nuova Baggio San Siro, società dilettantistiche da cui potevano uscire figure di primo piano come Dotti ed Amadio, pistards iridati ai mondiali di Bassano del Grappa.
È preferibile, mi pare, evocare alcune situazioni ed alcune considerazioni che ne illustreranno meglio il carattere e la sua “filosofia” di vita e dei rapporti interpersonali. Permetteranno di meglio percepire di che pasta fosse fatto l’Uomo.
profittare di un qualsiasi vantaggio.
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La sua generosità era proverbiale come ben sanno tutte le organizzazioni caritatevoli che hanno ricevuto, nella più stretta discrezione, i suoi doni. Pochi sono al corrente di tutto ciò. Egli pensava che non fosse corretto ed ancor meno elegante farsi bello per aver fatto quello che era da attendersi da un uomo nato nel Veneto “bianco” e come tale attento ai precetti della Chiesa. L’aiuto ai bisognosi non era narcisismo autocompiacente, ma semplicemente un modo di essere. Un must intimo, come la Messa della domenica.
giustizia a tutto quanto egli ha fatto per il settore in termini di proposte di innovazione, di dignità nel rendere omaggio ai defunti e di rispetto, anche in termini economici, dei famigliari. La Casa Funeraria è il simbolo di tale mutamento epocale. Non a caso dopo le sue ne stanno sorgendo un po’ ovunque per permettere a chi soffre di vivere un po’ meglio momenti tanto struggenti.
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una tanatoestetica di alto livello e contraddistinte dalla ricerca maniacale del dettaglio e da quel gusto del bello che il Cumenda aveva affinato nel corso degli anni durante i quali s’era creato una collezione d’arte (quadri, bronzi monumentali esposti a TANEXPO etc.) ricca dei maggiori artisti del secolo scorso ai quali si affiancavano dei minori cui comperava, nel corso delle sue scorribande a Brera, le loro opere modeste per aiutarli. Per finire poi spesso al Derby Club di via Monte Rosa, vera Mecca musicale degli anni ‘60-‘70’, dove un’altra arte, quella di Euterpe la Musa della musica, imperava. Il direttore artistico era l’indimenticabile medico-autore-compositore-cantante Enzo Jannacci.
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fatto a Nino di andarlo a trovare nella proprietà in Sardegna. Cosa tanto più semplice visto che anche Leanza disponeva di un bene nell’isola. Adesso con Nino non si ritroveranno in Sardegna, ma nell’aldilà in compagnia del caro Carmelo Pezzino.
Annotava tutto e considerava i dipendenti con affetto e severità quasi paterni. Il caso più eclatante è quello di Valentino, suo valido collaboratore a Baggio, e la cui scomparsa, ancor giovane, l’aveva talmente rattristato che anche molti anni dopo il decesso quasi quasi, parlandone, veniva fuori una lacrima.
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dei quadri e via dicendo. Se poi uno degli impiegati aveva una cintura bizzarra, le scarpe impolverate, la cravatta al di sotto della cintura (come quel cafone di Trump in cui la cravatta arriva fino ai bijoux de famille - i gioielli di famiglia come dicono a Lione - per assumere l’inaspettata funzione di cache-sexe) allora la lavata di capo era inevitabile. Però, subito dopo, guarda caso, se quel dipendente redarguito festeggiava quel giorno il suo compleanno non esitava un’istante a mostrare un “tangibile segno di benevolenza”, dicendogli: «Ricordati di quanto ti ho detto; tanti auguri e festeggia con i tuoi un giorno importante».
In un’altra occasione ero partito in auto alle 6 da Parigi per andare alla BEFA a Düsseldorf. Tre ore dopo, all’altezza di Liegi, ricevo una chiamata del Cumenda infuriato: «Do-
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v’è il tuo boss?». Si riferiva a Nino Leanza, l’organizzatore di TANEXPO con cui collaboravo per le presenze fieristiche. Gli risposi che sarebbe arrivato in aereo da Bologna. «Allora ci vediamo in BEFA!». Si trattava di un problema di pagine gialle. Corse in aeroporto e prese il primo aereo per Düsseldorf. Qualche ora dopo ero sullo stand con Alessandra. Improvvisamente un rumore di discussioni turba la quiete della fiera. I due s’erano incontrati in fondo al corridoio. Mi precipito verso il clamore. Altri italiani erano già lì. Riusciamo a convincerli di salire al bar e di continuare la discussione su toni meno accesi. Seduti a tavola non mi ricordo né come né perché Nino dice: «Ho tanti anni fatti l’undici febbraio scorso». «Come» fa Alcide «l’undici febbraio?». «Sì» risponde Nino. Ed il Cumenda: «Anch’io sono dell’undici febbraio!» (di qualche annetto prima, beninteso). Verificati i documenti la discussione finisce lì dopo che in un batter d’occhio sono stati regolati gli equivoci all’origine del contenzioso. Addio pagine gialle. Si ordinano bratwurst e birra e la quiete la vince dopo la tempesta. suggellata da un invito
Ci sarebbero decine di esempi simili ma vorrei citarne ancora uno, e sarà l’ultimo, anche perché ne sono stato personalmente coinvolto. Animavo in TANEXPO a Bologna una discussione sullo state of art della funeraria italiana. Alla mia sinistra il Cumenda, alla mia destra un esponente di spicco della funeraria pubblica. Ad un certo punto Alcide parte di brutto, malgrado i miei richiami (Alcide, Alcide..), e vuota il sacco. La cara persona cui la filippica era indirizzata preferisce saggiamente astenersi dal replicare, evitando così di acuire le tensioni. Più tardi, parlando col Cumenda, mi disse che era consapevole di essere stato un po’ virulento soprattutto perché considerava la persona cui s’era rivolto non solo come un amico, ma anche perché a suo avviso era una vera e propria enciclopedia di scienza funeraria, non solo italiana, alla quale si rivolgeva ogni qualvolta aveva dubbi su regolamenti od altri aspetti della professione. Non dubito un attimo della sua sincerità. Questo era Alcide e così preferisco ricordarlo in questo triste momento. Intelligente, intuitivo, solare, generoso, pugnace, buono! E così rimarrà per sempre. Caro Cumenda il grande Victor Hugo ha saputo più compiutamente di chicchessia esprimere i sentimenti che pervadono chi ti ha conosciuto, apprezzato ed amato: «Tu n’es plus là où tu étais, mais tu es partout là où je suis.» “Non sei più là dove eri ma sei dappertutto dove sono io. Ciao.
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40 anni e non sentirli DI Raffaella Segantin
Uno stabilimento di 4.500 mq, una sessantina di dipendenti, una rete capillare di agenti a copertura del territorio nazionale a cui si affianca un efficiente sistema di e-commerce: sono i numeri di Bertelli SRL, un nome che è sinonimo di altissima qualità nel settore dell’arte funeraria e cimiteriale, noto e rinomato a livello internazionale.
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A 40 anni dalla sua fondazione Bertelli SRL, perseguendo i propri valori e accettando le sfide di un mercato in grande trasformazione, si conferma leader di settore.
Presenza immancabile del Salone TANEXPO, per l’azienda veronese l’edizione 2026 è stata anche l’oc-
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casione per festeggiare i 40 anni di attività. Non poteva certo mancare da parte della redazione di Oltre Magazine una visita al loro stand per toccare con mano l’offerta completa della produzione e congratularci per i risultati raggiunti. Ad accogliermi, la squisita gentilezza del suo fondatore Silvio Bertelli che, dopo un brindisi con dell’ottimo prosecco, è riuscito a ritagliarsi uno spazio tra un appuntamento e un altro rendendosi disponibile per una breve intervista.
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Un successo come il vostro solitamente arriva dopo molti anni di intenso lavoro. Nel vostro caso, invece, la trasformazione da bottega artigiana ad azienda leader è stata decisamente rapida. Come è potuto accadere? «Credo che alla nostra affermazione abbiano contribuito diversi fattori – spiega Silvio Bertelli. Innanzitutto il non essere mai venuti meno al nostro principio fondante: quello di coniugare accuratezza artigianale ed estro artistico con le più moderne tecnologie, senza mai abbassare gli alti standard qualitativi sia delle materie prime utilizzate che dei processi di lavorazione e sempre ponendo grande attenzione all’ambiente. Siamo conosciuti e particolarmente apprezzati per l’affidabilità dei nostri articoli che si mantengono inalterati negli anni, dando il giusto valore al ricordo che è esattamente quello di resistere al tempo. Un altro nostro punto di forza è il rapporto con il cliente a cui non solo garantiamo una fattiva assistenza, ma di cui ascoltiamo i bisogni, accogliamo i suggerimenti, soddisfiamo le varie esigenze realizzando manufatti su misura. Devo infine riconoscere che tanta parte del nostro successo è anche merito di una squadra affiata-
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ta e coesa che opera in armonia, motivata da grande passione ed entusiasmo e di cui sono molto orgoglioso. Alla guida di questo straordinario team, oltre che alla mia persona, ci sono anche i miei figli Alba e Marco, che rappresentano il futuro dell’azienda, non solo per motivi anagrafici, ma soprattutto per la loro sensibilità verso l’innovazione che si concretizza nel costante sviluppo di idee originali e nello studio di soluzioni all’avanguardia». A questo proposito, ci sono novità in materia di tecnologia? «Occupandoci principalmente di stampe fotografiche su ceramica, la cura e la fedeltà dei colori è l’elemento che ci contraddistingue e che più ci identifica. Va da sé che questo è uno degli ambiti in cui investiamo maggiormente in ricerca. Dai primi sistemi manuali che prevedevano l’uso dalla camera oscura prima della cottura, siamo passati al Cromalin e quindi alla stampa digitale. I nostri laboratori hanno ora messo a punto una nuova procedura di stampa diretta sull’oggetto di porcellana che, oltre ad ottimizzare i costi e a velocizzare i tempi, assicura una resa e una definizione del colore perfette anche dopo la cottura a 900° C. Risultati
ampiamente superiori a quelli ottenuti con i metodi attualmente più utilizzati, a garanzia di una maggiore inalterabilità nel lungo periodo». E che dire della gamma delle vostre proposte? «Siamo specializzati per vocazione nella fotoceramica. Ma al di là di quelli che sono i tradizionali articoli in porcellana quali foto, libri, pergamene, targhe, loculi e lapidi, abbiamo ampliato la nostra offerta con altre tipologie di prodotti per adeguarci ad un mercato che sta cambiando rapidamente nonché per facilitare le scelte dei nostri clienti. Il marchio Bertelli si è così arricchito di 5 marchi satellite: c’è quello specifico per gli accessori, che comprende oggetti in porcellana, bronzo e lampade in cristallo, quello dedicato ai coordinati per la cerimonia funebre (libri firma, cofanetti, scatole porta offerte…); Bertelli Mosaici rappresenta invece la sezione speciale che realizza soluzioni personalizzate stampando qualsiasi soggetto fotografico su gres porcellanato, con finalità non solo di arredo cimiteriale poiché può trovare applicazione anche nel decoro degli ambienti da arredo. Brotto Urne è frutto della recente acquisizione di una piccola realtà che si distingue per una produzione di urne in legno massello realizzate in modo artigianale e a regola d’arte, eseguendo ancora gli intrecci a coda di rondine: un vero e proprio fiore all’occhiello che spicca in un contesto sempre più standardizzato. Ultimo ma non meno importante è il marchio DG Printer, tipografia online, rivolto alla stampa su carta dove mettiamo la massima cura per ottimizzare qualsiasi immagine con i più sofisticati interventi di fotoritocco con plotter e stampanti digitali di ultima generazione».
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Un commento su TANEXPO? «Partecipare alla manifestazione bolognese comporta certamente un grande impegno, ma è un appuntamento imprescindibile che ci dà modo di rinsaldare i rapporti con i clienti storici, ma anche di entrare in contatto con tante nuove realtà, in particolare straniere. Il tutto avviene in un clima di grande convivialità, quasi di festa, che rende ogni incontro più spontaneo e naturale».
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Bertelli SRL è la dimostrazione pratica di come sia possibile emergere senza piegarsi a compromessi o a logiche di mercato ma perseguendo con determinazione i valori in cui si crede; la giusta strategia per diventare un punto di riferimento per il settore e poter essere annoverati tra le eccellenze funerarie made in Italy. OLTRE MAGAZINE
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Cremazione: una scelta sempre più presente D I u f f i c i o s ta m pa v e z z a n i f o r n i
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Quasi quattro italiani su dieci scelgono oggi la cremazione.
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Un dato che racconta non soltanto l'evoluzione di una pratica funeraria, ma un cambiamento più profondo nel modo di vivere il commiato e la memoria. Nel 2024 sono state effettuate in Italia oltre 253.000 cremazioni di cadaveri, pari al 38,94% dei decessi, contro il 37,74% dell'anno precedente. Una crescita percentuale avvenuta nonostante il calo della mortalità generale e che conferma il progressivo consolidamento di questa scelta. E, osservandone la diffusione, emerge un elemento interessante: la disponibilità di impianti sul territorio sembra avere un ruolo importante nel favorire l’accesso alla cremazione.
Dove ci sono gli impianti, cresce la cremazione La distribuzione dei crematori italiaOLTRE MAGAZINE
ni non è omogenea. Secondo SEFIT Utilitalia, le regioni nelle quali il numero delle cremazioni è più elevato sono proprio quelle meglio dotate di impianti, come Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana. Al contrario, esistono territori sottodotati o privi di strutture, dai quali una parte della domanda si sposta verso altre regioni. La presenza di un crematorio vicino rende infatti il servizio più accessibile, riduce gli spostamenti e contribuisce progressivamente a far conoscere e normalizzare questa scelta. È un fenomeno che si osserva anche in Europa, dove convivono mercati nei quali la cremazione è consolidata da decenni e altri nei quali gli impianti sono comparsi più recentemente. Un esempio è la Lituania: il primo crematorio è stato inaugurato soltanto nel 2011 e nel 2023 le cremazioni erano già 13.100, circa il 35%
dei decessi. Un mercato giovane, sviluppato fin dall’inizio con attenzione alle tecnologie di trattamento delle emissioni. Le normative europee restano differenti da Paese a Paese, così come gli investimenti richiesti e i costi del servizio. In Italia il settore è fortemente regolamentato e sottoposto a requisiti ambientali stringenti. Quest’attenzione negli anni ha contribuito a spingere il mercato verso impianti sempre più evoluti sotto il profilo dell’efficienza, dell’automazione e del controllo delle emissioni.
Dalle persone agli animali: una nuova domanda La crescente familiarità con la cremazione sta interessando anche il mondo degli animali d’affezione. Il rapporto tra persone e animali è profondamente cambiato. Sempre più famiglie desiderano poter
Cremazione umana e animale nascono da esigenze diverse, ma condividono una nuova sensibilità nei confronti del commiato e della memoria. Non è un caso che alcune normative regionali italiane consentano già, a determinate condizioni, di accogliere nei cimiteri anche le ceneri degli animali d’affezione insieme a quelle dei loro proprietari. Per l’impresa funebre questo cambiamento può rappresentare anche una nuova opportunità imprenditoriale. A differenza della cremazione umana, inserita in Italia in un sistema di programmazione pubblica degli impianti, l’apertura di un impianto per animali non è subordinata a una gara d’appalto pubblica e può nascere dall’iniziativa privata, nel rispetto delle necessarie autorizzazioni ambientali, sanitarie e territoriali.
Per un’impresa funebre già organizzata significa quindi poter valutare un’attività complementare alle proprie competenze, rivolta a un mercato con importanti prospettive di crescita.
L’esperienza Vezzani Forni Vezzani Forni osserva questa evoluzione dalla prospettiva di un produttore italiano presente con i propri impianti in diversi mercati europei e attivo sia nella cremazione umana sia in quella animale. L’esperienza maturata in Italia, in un contesto particolarmente attento alle prestazioni e alle emissioni, ha contribuito allo sviluppo di impianti nei quali efficienza, automazione, trattamento dei fumi e affidabilità rappresentano elementi centrali. Una competenza che prosegue anche dopo l’installazione: attraverso una struttura Service dedicata, Vezzani Forni segue gli impianti presenti in Italia e all’estero con manutenzione, assistenza tecnica e supporto da remoto durante il loro ciclo di vita. La crescita della cremazione racconta quindi qualcosa che va oltre i numeri. Più il servizio diventa disponibile, conosciuto e accessibile, più entra nelle abitudini delle persone. È accaduto con la cremazione umana e oggi stiamo osservando un percorso analogo nel mondo degli animali d’affezione. Per l’impresa funebre saper leggere questa evoluzione significa comprendere come sta cambiando il settore e quali servizi potrebbero essere sempre più richiesti dalle famiglie di domani. 2026
Anche l’esperienza del settore mostra un fenomeno interessante: dove il servizio diventa disponibile e conosciuto, aumenta progressivamente anche la domanda.
rio, dei volumi previsti e del servizio che si vuole offrire.
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accompagnare anche il proprio animale nell’ultimo saluto, scegliendo la cremazione individuale e la restituzione delle ceneri.
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Anche l’investimento è più contenuto e modulabile rispetto a quello richiesto per un crematorio umano: dimensioni e capacità possono essere definite in funzione del territoOLTRE MAGAZINE
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Tossani, un’esperienza identitaria D I Ta n j a P i n z a u t i
L’Infortunistica Tossani è ormai uno dei pilastri del settore infortunistico in Italia. In attività dal 1952, con sede a Bologna ma ben radicata su tutto il territorio nazionale, l’azienda si occupa di risarcimento danni e di una serie di servizi a tutela del danneggiato con professionalità, efficienza e serietà.
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Intervista a Luigi Zito, responsabile commerciale Centro Sud e Isole, da 25 anni con l’infortunistica bolognese.
Il “metodo Tossani” si basa sul “cammino condiviso con l’assistito”, come recita il loro sito, per poter
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offrire il supporto necessario grazie alla loro competenza in tema di assistenza stragiudiziale, consulenza medico legale, supporto per l’assistenza psicologica e anticipazione delle spese. Per poter garantire la massima assistenza, l’Infortunistica Tossani si avvale di numerosi collaboratori su tutto il territorio nazionale e di una rete commerciale preparata. Abbiamo intervistato Luigi Zito, responsabile commerciale del Centro
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Sud Italia e isole, che ci ha raccontato cosa significa lavorare per una realtà storica come la Tossani. «Lavoro con l’Infortunistica Tossani da gennaio 2001, quindi ormai da 25 anni, e devo dire che è un onore per me. Ho avuto il privilegio di conoscere e lavorare con il fondatore di questa azienda, il professor Michele Tossani, che ha introdotto in Italia la scienza dell’infortunologia e che mi ha insegnato tutto quello che so. Lui era attento a ogni sfumatura, ogni dettaglio in merito sia alla responsabilità civile sia a tutti gli altri numerosi aspetti di questa professione e mi ha insegnato come si lavora in questo settore così delicato. Poi, da alcuni anni, ho proseguito il lavoro con la signora Francesca Marchesini Tossani, nostra presidente».
Cosa significa lavorare per una realtà così importante? «Lavorare per un’azienda di questo calibro è un valore per eccellenza. Per me, c’è infatti una forte corrispondenza in termini valoriali con l’azienda: uno dei principi in cui credo è di non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te, perciò agisci portando rispetto e percorrendo sempre la strada della conoscenza. Grazie alla storia personale del professore e al suo impegno, è
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Come è arrivato a lavorare per la Tossani? «La Tossani è una realtà importante e molto conosciuta. Finiti gli studi di legge volevo lavorare nel mio settore ma aiutando le persone sul campo e ho iniziato il mio cursus honorum all’interno di una delle aziende che ritenevo di maggior interesse a Bologna, la Tossani appunto. Come ho raccontato prima, ho avuto la fortuna di poter lavorare a fianco del professore fino al 2011 e ora sono orgoglioso di continuare il percorso con la signora Marchesini Tossani».
Luigi Zito con la signora Marchesini Tossani
stato possibile sviluppare il concetto dell’infortunologia, correggere ciò che non funzionava sotto l’aspetto dell’assistenza alle vittime e dare un aiuto concreto alle loro famiglie, con l’obiettivo di migliorarsi sempre. Lavorare per un’azienda storica con un passato e un presente così importanti diventa un’esperienza identitaria. Mi piace e mi riesce bene lavorare per la Tossani perché ho scelto di studiare legge per aiutare la gente. Per me è importante essere vicino alle persone cercando soluzioni, piuttosto che stratagemmi per lenire il dolore. Inoltre, il nostro lavoro è delicato e necessita di attenzione, preparazione: non si può essere improvvisati, questa è una materia che va fatta con coscienza
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e competenza. Il nostro lavoro lo facciamo sempre con correttezza. Il mio ruolo di responsabile commerciale del Centro Sud e Isole, mi impone l’obbligo morale di far conoscere la Tossani in ogni angolo di territorio, ma non riuscirei a farlo se dovessi andare a forzare la libertà di scelta del mio interlocutore. Questo avviene anche quando andiamo a proporci alle onoranze funebri. Arriviamo con una proposta seria, strutturata e competitiva ma la scelta è comunque loro: non forziamo mai la mano. Sono le stesse onoranze che, conoscendo la nostra storia e la nostra professionalità, scelgono di affiliarsi con la nostra azienda. Chi sceglie di affiliarsi alla Tossani decide di lavorare con noi proprio perché capisce il valore che c’è in ogni infortunio che seguiamo. Noi abbiamo un percorso molto professionale e limpido e chi ci sceglie lo fa anche per questi motivi, oltre al fatto che siamo una realtà seria che fornisce garanzia di tutela e di risarcimento».
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C’è un caso che ha seguito personalmente che ricorda ancora con affetto? «Ce ne sono molti, ma uno lo ricordo
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con particolare affetto. Si tratta di un caso in cui un uomo rimase vittima di un brutto incidente in cui venne investito da un’auto, sul Grande Raccordo Anulare di Roma. Abbiamo seguito la procedura con attenzione e competenza e siamo rimasti vicini alla famiglia durante tutta la pratica. Grazie anche alle nostre perizie, la procedura si è conclusa con il guidatore dell’auto che investì la vittima, condannato, mentre noi abbiamo ottenuto un ottimo risarcimento per la famiglia della vittima. Quando tutto era ormai chiuso, il risarcimento ottenuto e la pratica archiviata, ho ricevuto a casa l’invito al matrimonio del figlio della vittima. È stato un gesto molto commovente che mostra, senza bisogno di tante parole, il rapporto che si crea tra noi e i nostri assistiti. Questo è uno dei primi casi che la signora Marchesini Tossani mi assegnò e mi fece seguire da solo e gliene sono molto grato.
alle famiglie, cercando ogni dettaglio per riuscire a ottenere il massimo del risarcimento per chi resta ed è già colpito dalla perdita della persona cara. Si crea una sinergia con la famiglia: il nostro è un lavoro aziendale che segue il nostro modus operandi fatto di professionalità, attenzione e competenze, ma che diventa un vaso comunicante, un collante dai risvolti sociali».
Il nostro rapporto con le famiglie delle vittime inizia ovviamente su una base professionale, ma capita molto spesso che vada poi a toccare anche le altre aree del vivere. Seguendo un caso, specialmente quelli più complicati o impegnativi, passi molte ore, giorni interi insieme
Grande professionalità, attenzione al cliente e capacità di comprensione sono dunque gli ingredienti della ricetta perfetta che l’Infortunistica Tossani mette in atto per garantire un trattamento rispettoso e il massimo risarcimento a ognuno dei suoi assistiti.
Secondo lei esiste un aspetto fondamentale per fare bene il suo lavoro? «L’aspetto fondamentale è sicuramente continuare a professionalizzarsi sui temi del risarcimento. È una cosa che dico sempre a tutti, anche ai gruppi di competitor: dovremmo continuare a formarci perché questa goccia nel mare che siamo tutti noi, diventi l’arma che abbiamo per portare risultati dignitosi alle famiglie».
@Ciroldispa
Ciroldi spa
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Il commiato non può essere rimandato DI Arch. Massimo Vibrioni e Arch. Emanuele Guerra
Qualcuno, come te, può diventarne il custode.
Il momento che accomuna tutti Ci sono poche esperienze che attraversano indistintamente ogni luogo, ogni lingua, ogni credo, ogni abitudine: il congedo da una persona amata è una di queste.
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La Casa Funeraria: la sfida personale di chi decide di diventare il riferimento del proprio territorio nel momento più fragile dell’addio.
È un momento peculiare, sospeso, in cui una comunità si riconosce e si ritrova: chi arriva senza sapere cosa dire, chi porta il fardello di cose non
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dette, chi resta in silenzio sulla soglia. Cambiano i riti, i tempi dell’attesa, i gesti, i simboli. Non cambia il bisogno, profondamente umano e universale, di trovare un luogo specifico che sappia accogliere quel dolore con dignità. In quelle ore la famiglia e la comunità si riuniscono in un modo più vero che in qualunque altra occasione e in quelle ore si cerca qualcuno di cui fidarsi, qualcuno che possa diventare custode di attimi preziosi nel momento dell’ultimo saluto. La Casa Funeraria è il luogo prescelto in grado, che accoglie un’intera comunità.
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farebbe a casa propria. La dignità della memoria • Cura dell'aspetto: grazie alla tanatoestetica professionale, il defunto viene presentato in modo sereno, alleviando nei visitatori il trauma visivo della malattia o del decesso. • Registro dei ricordi: spazi d'ingresso dedicati permettono di raccogliere firme, pensieri scritti e messaggi di cordoglio in modo ordinato e solenne.
Qualcosa, in questi anni, è cambiato
La verità che raramente viene detta è questa: la comunità è già pronta e spesso lo è ancor prima delle imprese che la servono.
Perché le famiglie scelgono la Casa Funeraria?
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Ciò che sta cambiando, ovunque, indipendentemente dai luoghi, usi e costumi è il modo in cui le famiglie desiderano vivere quelle ore. Le case sono più piccole, le famiglie più disperse, i tempi più compressi, le sensibilità spirituali più plurali. La domanda di intimità è cresciuta insieme al bisogno di essere accompagnati. Le persone non chiedono più soltanto un servizio corretto, idoneo, all’altezza: chiedono un luogo. Uno spazio dove il dolore non sia esposto, dove nessuno giudichi, dove si possa restare accanto alla persona cara più a lungo e in condizioni degne.
La definizione della Casa Funeraria come "il giusto luogo dove rendere omaggio" è la miglior risposta a questo quesito: trasformare il difficile momento del distacco da obbligo burocratico a esperienza rituale protetta. In un momento di profonda vulnerabilità, la Casa Funeraria
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diventa lo spazio ideale per onorare il defunto grazie a tre elementi fondamentali: Il valore del tempo e del silenzio • Ritmi umani: permette di accogliere amici e conoscenti senza l'ansia dei turni o degli orari di chiusura rigidi delle camere mortuarie degli ospedali. • Veglia protetta: garantisce un ambiente silenzioso, lontano dai rumori del traffico o della quotidianità, favorendo il raccoglimento e il ricordo. • Condivisione intima: offre la possibilità di sedersi, parlare a bassa voce e stringersi attorno ai familiari in un salotto dedicato, come si
• Celebrazione su misura: la sala del commiato consente di proiettare immagini, trasmettere le musiche amate dal defunto o leggere testi significativi, personalizzando l'omaggio in base alla sua storia di vita. Il sollievo per chi resta • Nessun peso logistico: la famiglia non deve preoccuparsi di pulizie, gestione degli spazi, sedie aggiuntive o preparazione di caffè per gli ospiti; la struttura si fa carico di ogni necessità di accoglienza. • Un confine sereno: una struttura correttamente pensata e progettata permette ai parenti di rientrare nella propria abitazione per riposare, mantenendo la casa come il luogo della vita e degli affetti futuri, non del lutto.
Sei-dodici mesi: la velocità del cambiamento
Non si diventa un punto di riferimento perché si costruisce un edificio; si costruisce un edificio perché si è deciso di rappresentarlo.
Chi teme che il proprio territorio “non sia ancora maturo” osservi cosa è accaduto laddove si è insediata una Casa Funeraria correttamente progettata. Nell’arco temporale di sei-dodici mesi, abitudini radicate nel tempo si trasformano radicalmente.
Un involucro studiato per rispondere ad esigenze emotive di accoglienza e riservatezza, un involucro pensato per custodire l’animo di una comunità
Realizzare una Casa Funeraria non è “solo” aggiungere un servizio per la propria clientela. È accettare di diventare, per il proprio territorio, il riferimento riconosciuto di un momento che nessuno può delegare. È una scelta di profonda consapevolezza che chiede coraggio, visione e la volontà di rimettersi in gioco…è prima di tutto, una sfida personale. Chi la accoglie non sta soltanto investendo: sta dicendo alla propria comunità che intende occuparsi di lei nel momento peggiore, con strumenti nuovi e con l'attenzione e sensibilità di sempre. La sfida dell’uomo e quella dell’impresario diventano la stessa cosa, diventano una mission ed è esattamente questo che la comunità percepisce, senza che nessuno lo debba spiegare.
• Privacy e intimità della famiglia: stanze private o salottini d'attesa indipendenti evitano la sovrapposizione e la fretta tipiche delle turnazioni ospedaliere. • Design e comfort visivo: utilizzo di arredi sobri, ampie vetrate per valorizzare la luce naturale, toni cromatici neutri e rilassanti, piante vive per generare armonia. • Aree di decompressione: presenza di zone ristoro per accogliere amici e parenti, aree verdi, angoli del silenzio per la riflessione e spazi dedicati ai bambini.
Il momento è adesso Il cambiamento culturale è già in corso, corre più veloce delle decisioni d’impresa, non attende. In ogni territorio esiste una specifica finestra temporale per poter agire: quando si chiude o si ridimensiona drasticamente l'opportunità è persa. Il momento per agire è adesso, ora è il momento per diventare il riferimento del proprio territorio. Architettura+ è in grado di accompagnarti passo dopo passo in questo percorso: dalla scelta della miglior location sino a quella compositiva di materiali e colori… un compagno di viaggio esperto ed affidabile.
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La sfida personale prima di quella aziendale
Architettura+ analizza, studia e progetta ogni singolo elemento al fine di realizzare ambienti capaci di alleviare l'impatto emotivo del lutto e favorire il raccoglimento della famiglia.
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La comunità non rappresenta solo numeri e servizi funebri: è sinonimo della fiducia che si costruisce commiato dopo commiato.
Architettura+ è lo studio di riferimento in Italia per la progettazione di Case Funerarie, luoghi pensati per rispondere ad esigenze funzionali ed emotive di accoglienza e riservatezza.
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In ogni singola persona che partecipa ad un commiato celebrato all'interno di una Casa Funeraria si innesca un pensiero ed un processo irreversibile: un giorno, per i propri cari, esigerà lo stesso livello di intimità, di cura e di rispetto percepito in quella prima esperienza. Non è la pubblicità a produrre questo effetto, ma un'esperienza vissuta... un'esperienza che non si dimentica.
Un luogo capace di sostenere questo ruolo non si improvvisa, non si inventa, non si copia: ogni progetto è unico, non replicabile, pensato e costruito su misura per l'impresario funebre e per la comunità che deve supportare.
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CiniSafe: utilità ed eleganza D I Ta n j a P i n z a u t i
Il dispositivo consente di raccogliere le ceneri senza dispersioni e di consegnarle direttamente alle famiglie.
Grazie anche alla partecipazione a TANEXPO 2026, l’azienda olandese si sta facendo conoscere nel mondo della funeraria internazionale aprendo nuove possibilità per i crematori e gli operatori del settore.
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CiniSafe è un prodotto nuovo per il mercato europeo, ma che si sta già facendo notare nel mondo della funeraria per la sua praticità e innovazione.
Abbiamo intervistato Regis Unkel, responsabile della gestione delle relazioni con i clienti e dei clienti internazionali al di fuori dei Paesi Bassi per conoscere meglio il prodotto che propone e per capire come può migliorare il lavoro all’interno dei crematori e cambiare il modo di
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trattare, conservare e consegnare le ceneri alle famiglie. Parliamo di CiniSafe: come è iniziato il percorso che ha portato a questo prodotto? «Tutto è iniziato più di 16 anni fa in Olanda. Il personale dei crematori si lamentava spesso per alcune difficolta che incontrava durante la raccolta delle ceneri dopo la cremazione. Il problema era la fuoriuscita di polvere e ceneri dal frantumatore, un problema che persiste ancora oggi. L'uso di urne tradizionali infatti comporta la dispersione di ceneri e polvere durante il travaso dal frantumatore, con CiniSafe, le eventuali ceneri residue rimangono racchiuse in sicurezza grazie alla modalità di chiusura del sistema, rendendo il
processo più pulito, sicuro e igienico. Grazie al nostro dispositivo, ora gli operatori possono lavorare senza dispersione di materiali. CiniSafe è una soluzione completa che accompagna l'intero percorso, dal frantumatore fino alla famiglia. Ma non finisce qui: CiniSafe è progettato specificamente anche per la dispersione delle ceneri in mare, in aria o a terra, grazie alle piccole alette integrate al suo interno. La dispersione delle ceneri è estremamente semplice e non richiede ulteriori contenitori o dispositivi dedicati». Il vostro prodotto è migliorativo anche per l’aspetto burocratico? «Direi di sì: un'altra importante innovazione di CiniSafe è che la pietra identificativa del defunto rimane
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sempre visibile una volta inserita nel dispositivo. Come noto, ogni salma viene cremata insieme a una pietra recante un numero identificativo; tale pietra è fondamentale per l'identificazione delle ceneri, che richiede talvolta verifiche anche dopo la cremazione. Nelle urne tradizionali, la pietra finisce sotto al sacchetto in dotazione, rendendo necessario aprire l'urna qualora si debba controllare il numero identificativo. Con Cinisafe non è più necessario poiché la pietra rimane sempre visibile, garantendo sicurezza e pulizia. Mentre con le urne standard è necessario aprire il contenitore ed eventualmente rompere il sigillo in piombo, con Cinisafe queste operazioni non sono richieste, eliminando così il rischio di errori».
PAX Crematorium, L’Aia, Paesi Bassi
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Come è cambiato il prodotto negli anni? «Quando ho iniziato a lavorare per il mercato europeo, un anno fa, abbiamo partecipato alla fiera Funéraire Paris per presentare i nostri prodotti al settore funerario. Purtroppo ho capito subito che non era il pubblico adatto e che forse noi dovevamo apportare delle modifiche. Il primo giorno di fiera la gente scherzava sul nostro dispositivo chiedendosi: "Cos'è? Una scatola di cioccolatini? Un pacco postale?". Era una novità assoluta, qualcosa che non avevano mai visto e io non avevo ancora lavorato sull'estetica del prodotto.
una per i rivenditori, ma riusciamo comunque a a mantenere il prezzo finale molto basso». Avete già o state programmando dei CiniSafe per i pets? «Si, ne abbiamo uno per gli animali domestici. Si tratta di un prodotto campione che stiamo testando, ma stiamo velocizzando i tempi in modo da poterne produrre diversi perché la richiesta per quel tipo di mercato è in crescita». Eravate presenti a TANEXPO 2026: come è stata la vostra esperienza in fiera? «Molto bella, ci siamo trovati benissimo. Ho iniziato a lavorare per il mercato estero da un anno, per me è una novità; sono stato a Parigi pensando di avere contatti importanti e invece non mi è piaciuto granché: la fiera era valida, ma non il pubblico. A Tanexpo, invece, ho trovato un pubblico di professionisti preparati e interessati, nessuno ha deriso il nostro prodotto, ma si sono dimostrati da subito curiosi e hanno fatto domande competenti dimostrando grande interesse». CiniSafe è un prodotto attento all’ambiente: realizzato in plastica riciclata al 100%; contiene solo lo 0,001% di plastica, uno dei modelli è biodegradabile nel terreno in 6-8 anni e l’azienda devolve una piccola percentuale del ricavato delle vendite all'UNICEF.
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Tornato a casa, ho cercato di migliorarne l'aspetto. Il Cinisafe di per sé non ha un aspetto particolarmente ricercato, ma con la giusta veste può diventare qualcosa di speciale. Così abbiamo iniziato a creare delle fasce decorative da applicare alla scatola, per personalizzarla e renderla più gradevole alla vista. Si tratta di prodotti nuovi, capaci di catturare subito l'attenzione. Con Cinisafe disponiamo di una soluzione completa, dalla A alla Z. Di norma, al termine della cerimonia, il crematorio trasferisce le ceneri dall'impianto a un'urna di pregio utilizzando contenitori in alluminio; il nostro prodotto, invece, riduce i passaggi e garantisce maggiore sicurezza: grazie a un rivestimento elegante, è possibile consegnare il prodotto direttamente alla famiglia, senza dover ricorrere a un'urna tradizionale, un vantaggio in termini di risparmio di tempo, particolarmente prezioso per i crematori con ritmi di lavoro intensi. Le possibilità di personalizzazione sono molteplici: diversi crematori ci hanno richiesto fasce su misura con il proprio nome o logo, in modo da poter consegnare le ceneri in un contenitore dignitoso mantenendo comunque un prezzo molto contenuto. Non molte famiglie dispongono di un budget elevato da destinare al funerale e a tutte le altre spese connesse. In merito al prezzo aggiungo che applichiamo due fasce distinte: una per i crematori e
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Il futuro delle imprese funebri indipendenti ha un nome: Doralma zione familiare, radicate da decenni sul proprio territorio di riferimento, la sfida non è soltanto mantenere la propria posizione di mercato, ma evolvere e sviluppare un’offerta di servizi sempre più professionali, qualificati e al passo con i tempi, con strutture d’avanguardia.
Il settore funerario italiano sta attraversando una fase di enormi cambiamenti strutturali. Da un lato la concorrenza è sempre più aggressiva, dall'altro le famiglie richiedono standard di servizio sempre più complessi, trasparenti, etici e personalizzati. In questo scenario articolato, per le imprese storiche a condu-
Per questo motivo, nel 2023, è nato Doralma: il primo marchio italiano di imprese funebri indipendenti, con l’obiettivo di unire l’esperienza di realtà familiari e storiche sotto un unico marchio di garanzia, garantendo standard elevati di qualità, efficienza e trasparenza. Il brand affianca, rafforza e valorizza, ma
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Doralma propone un nuovo modello di collaborazione tra imprenditori funebri: fare sistema per diventare più forti e competitivi in un mercato che cambia, mantenendo intatto il controllo della propria impresa e l’indipendenza organizzativa, economica e societaria.
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non sostituisce, quello delle imprese partner presenti nei rispettivi contesti locali. Attualmente Doralma è presente nelle province di Milano, Varese, Monza Brianza, Como e Mantova, ma sono già in fase di sviluppo nuove adesioni in altre province d’Italia, a testimonianza di un progetto in forte espansione.
Più forti insieme, salvaguardando l'indipendenza Doralma si configura come un'alleanza strategica e innovativa tra imprese solide, selezionate per la
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loro riconosciuta competenza e storicità sul territorio. Si tratta di realtà che scelgono di unire le proprie risorse per preservare al cento per cento la propria autonomia societaria, moltiplicando al contempo la propria forza commerciale ed organizzativa. Per garantire la massima trasparenza, correttezza e qualità alle famiglie servite, ogni partner aderisce a una Carta dei Servizi e a un Codice Etico condivisi. Questi strumenti consolidano la reputazione di eccellenza dell'intero network, offrendo garanzie concrete che valorizzano l'operato di ogni singola impresa sul proprio territorio.
I plus esclusivi per le imprese partner
• Un marchio nazionale per aumentare il valore percepito L'utilizzo di un brand con valenza nazionale attribuisce immediatamente un surplus di autorevolezza, sicurezza e credibilità. Far parte di un network strutturato eleva in modo tangibile il posizionamento dell'impresa agli occhi di clienti, fornitori e collaboratori, incrementando notevolmente il valore percepito di tutti i servizi offerti rispetto alla concorrenza locale.
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Entrare a far parte del network Doralma permette alle aziende affiliate di accedere immediatamente ad un insieme di risorse gestionali, commerciali e di marketing. Un servizio integrato per semplificare il lavoro quotidiano dell'imprenditore, ottimizzare i processi operativi e abbattere in modo significativo i costi di gestione:
• Comunicazione nazionale e locale Ogni impresa partner beneficia dei risultati ottenuti tramite campagne di comunicazione coordinate a livello centrale, realizzate sia attraverso i media tradizionali (stampa
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di settore, quotidiani locali e nazionali, pubblicità televisiva) sia mediante i canali digitali (campagne social mirate e annunci geolocalizzati sui principali motori di ricerca). Questa strategia di comunicazione integrata agisce su un doppio binario: da un lato costruisce e consolida la notorietà del brand su scala nazionale, dall'altro genera una ricaduta diretta di visibilità, contatti e richieste di preventivo nei singoli Comuni serviti dalle imprese appartenenti alla rete. • Piattaforma d’acquisto Doralmarket Grazie alla forza contrattuale generata dall'unione delle singole imprese, Doralma mette a disposizione dei propri partner il portale digitale Doralmarket.it. Attraverso questo canale riservato, gli imprenditori possono ordinare da fornitori selezionati, con pochi e semplici click, cofani funebri, urne cinerarie, imbottiture, arredi e tutto ciò di cui l’impresario necessita quotidianamente. I vantaggi si traducono in prezzi visibili e del tutto trasparenti, condizioni economiche agevolate e tempi di consegna certi e garantiti, riducendo sensibilmen-
te i costi operativi e ottimizzando la gestione del magazzino. • Centro di formazione DoralmAcademy Il centro di formazione DoralmAcademy è nato con lo scopo di investire continuamente sulla crescita e sulla valorizzazione delle persone che lavorano all'interno delle imprese funebri partner. Il centro propone percorsi formativi all'avanguardia dedicati sia all'aggiornamento costante dei professionisti senior, sia allo sviluppo delle competenze dei giovani operatori, offrendo inoltre un supporto strategico concreto anche nella delicata fase del passaggio generazionale e della continuità d’impresa. • Incontri ed eventi informativi Doralma promuove attivamente lo scambio di informazioni ed esperienze tra i vari partner, attraverso l'organizzazione periodica di webinar, workshop in presenza ed eventi dedicati. In un settore spesso frammentato ed isolato come quello funerario, potersi confrontare costantemente e rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità del comparto rappresenta un
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Per l'imprenditore funebre indipendente, far parte di Doralma significa non affrontare più da solo le pressioni di un mercato sempre più aggressivo. Significa salvaguardare la propria impresa diventando partner di un progetto condiviso, solido e innovativo, che gli permette di contare su economie di scala, strumenti di marketing avanzati, formazione professionale indispensabile per la crescita e supporto costante, mantenendo ben saldo il controllo della propria impresa.
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Marketing funebre: l’analisi di Lastello.it sulle agenzie del futuro La Romana nella città di Roma.
Oggi questo patrimonio resta fondamentale, ma da solo non è più sufficiente. Le famiglie iniziano spesso da uno smartphone: cercano su Google, leggono recensioni, visitano il sito dell’agenzia e cercano chiarezza fin dal primo contatto. Intanto diversi gruppi esteri stanno contribuendo al consolidamento di un mercato frammentato. Per capire cosa sta cambiando, Lastello.it, specialista nel marketing funebre, ha incontrato Michele Maragliulo, titolare dell’Agenzia Funebre
Segue la breve intervista a Maragliulo suddivisa per argomenti. Al termine di ogni risposta, la nostra analisi efficace delle tematiche trattate.
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Per decenni, la crescita delle imprese funebri si è fondata sul passaparola, sul radicamento nel territorio e su una reputazione costruita nel tempo.
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Il funerale non cambia. Sta cambiando il cliente.
Molti imprenditori pensano che il settore sia rimasto identico negli ultimi vent’anni. È davvero così? «La sostanza del nostro lavoro resta la medesima: stiamo vivendo una fase di profondo rinnovamento nell’approccio al funerale per cultura, valori e a volte per esigenza economica. È cambiato inoltre il modo in
cui le persone si relazionano con l’impresa funebre. In precedenza era naturale rivolgersi all’agenzia già conosciuta. Oggi, in procinto alla fase del lutto, si fanno valutazioni più attente. Si reperiscono informazioni, si comparano le offerte e si leggono le recensioni. Le famiglie vogliono sentirsi rassicurate ancor prima del primo confronto con l’agenzia. Sia chiaro, il web non sostituisce in alcun modo il rapporto umano, ma spesso rappresenta il contatto iniziale.» Per Lastello, la reputazione digitale è il prolungamento di quella costruita sul territorio. Google, sito e recensioni sono il primo biglietto da visita
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dell’impresa. Non servono effetti speciali: servono coerenza, informazioni utili e una presenza capace di trasmettere serietà.
Quando arriva un gruppo internazionale, cosa cambia davvero?
Il mercato italiano resta composto da migliaia di imprese, spesso familiari: una frammentazione che favorisce acquisizioni e aggregazioni. Il vantaggio dei grandi gruppi non è solo il numero delle sedi: è la capacità di organizzare i processi e investire con continuità. Anche una piccola agenzia può farlo senza perdere la propria identità.
Il marketing non è pubblicità. È fiducia.
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Il mercato italiano sta attirando investitori esteri. Da imprenditore, come vive questo cambiamento? «Non lo considero affatto una minaccia. L’ingresso di gruppi strutturati può aumentare il livello del settore, portando investimenti, formazione e processi più efficienti. Le imprese locali conoscono il territorio, e questo resta un valore fondamentale, ma devono affiancarlo a una gestione sempre più moderna e strutturata. Inoltre, credo che l’arrivo di queste nuove realtà possa contribuire anche, passatemi il termine, a “ripulire” ulteriormente il settore, favorendo una maggiore professionalizzazione e riducendo lo spazio per chi ancora oggi opera in maniera poco trasparente, non autorizzata o al di fuori delle regole.»
Per Bill Bernbach la pubblicità era persuasione e la persuasione un’arte. Nel settore funebre non significa spingere una scelta, ma rendere visibili competenza, umanità e affidabilità.
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Molti colleghi associano ancora il marketing alle inserzioni. Lei cosa intende invece per marketing? «Per me significa essere riconoscibili e coerenti, avere una propria identità sul mercato. È il modo in cui accogli una famiglia, il linguaggio che usi, la chiarezza con cui presenti un servizio e l’immagine che trasmetti online. Significa raccontare i propri valori con misura. Se una persona trova contenuti chiari e recensioni autentiche, arriva al primo incontro con una fiducia diversa.» Il marketing funebre richiede competenze specifiche: SEO, Google Business, recensioni, contenuti, fotografie e video devono lavorare insieme per offrire risposte utili, non per creare rumore. A questi strumenti si aggiunge oggi anche la ricerca tramite intelligenza artificiale: sempre più persone possono chiedere a ChatGPT o ad altri assistenti quali siano le migliori agenzie funebri della propria zona. Per essere considerate anche in questi nuovi percorsi di scelta, le imprese devono costruire una presenza online chiara, autorevole e coerente. L’obiettivo
non è apparire più grandi, ma risultare più credibili. Il marketing non può correggere un servizio debole: può però rendere visibile, riconoscibile e facilmente consigliabile un servizio eccellente.
Il digitale sostituirà il rapporto umano? Quanto conta oggi la tecnologia in una professione che vive soprattutto di relazioni? «Conta moltissimo, se viene usata per semplificare e in modo complementare alle relazioni. Un sito chiaro, WhatsApp o la possibilità di chiedere informazioni online possono preparare l’incontro e rassicurare la famiglia. Ma il digitale è importante anche dentro l’agenzia: aiuta a gestire pratiche, preventivi, documenti e scadenze. Meno tempo tra fogli e procedure significa più tempo per le persone.» Per le nuove imprese, uno strumento operativo digitale non è più soltanto una scelta di efficienza. Preventivi, pratiche, documenti e comunicazioni dovrebbero vivere in un unico flusso, riducendo errori e passaggi
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manuali. La tecnologia migliore è quella che quasi non si vede, perché rende l’agenzia più presente e più umana.
dovrà essere semplice, coerente e rispettoso.
Le nuove generazioni sceglieranno diversamente
Se un giovane aprisse oggi un’impresa funebre, quali sarebbero i primi tre investimenti da fare? «Prima di tutto le persone: collaboratori preparati, sensibili e rispettosi. Poi la reputazione, che nasce dal mantenere le promesse e offrire un servizio all’altezza delle aspettative dei famigliari. Infine la comunicazione: bisogna spiegare chi si è, quali valori si rappresentano e in che modo si può essere utili. Si può lavorare benissimo, ma se nessuno conosce la qualità del tuo lavoro sarà difficile crescere.»
Come immagina l’agenzia funebre tra dieci anni? «Più organizzata, tecnologica e attenta alle esigenze personali. Non basterà proporre un servizio standard: bisognerà ascoltare e costruire cerimonie coerenti con la storia e i valori della persona. Crescerà anche l’attenzione alla sostenibilità. La tecnologia ci aiuterà, ma la differenza continuerà a farla la qualità delle persone.»
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Nei mercati esteri crescono pre-planning, CRM, intelligenza artificiale e servizi post-funerale più strutturati. Anche in Italia ogni passaggio, dalla ricerca online all’assistenza successiva alla cerimonia,
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Tre consigli a un giovane imprenditore funebre
Il futuro non sarà dei più grandi. Sarà dei più credibili. Il settore funerario italiano cambia profondamente: arrivano capitali
internazionali, cresce la concorrenza e cambia il cliente. Ma la fiducia continuerà a essere il vero vantaggio competitivo. Le famiglie avranno bisogno della stessa cosa che cercavano trent’anni fa: qualcuno di cui fidarsi. Cambieranno gli strumenti con cui quella fiducia viene costruita. Per anni è bastato il passaparola. Oggi servono reputazione digitale, contenuti, trasparenza e una presenza online coerente. Nel momento più delicato della vita, la prima impressione nasce sempre più spesso su uno schermo. Ma la scelta finale continuerà a premiare chi saprà essere autentico, preparato e umano. Il futuro non apparterrà a chi avrà più sedi o capitali. Apparterrà alle imprese capaci di unire innovazione e sensibilità, efficienza e ascolto, marketing e verità. La comunicazione può attirare l’attenzione, ma soltanto la credibilità può conquistare la fiducia.
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Fine vita in EmiliaRomagna: dalla proposta alla legge D I A v v. A l i c e M e r l e t t i
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Non più soltanto come questione etica, filosofica o politica, ma come problema concreto di organizzazione sanitaria, di tutela della persona fragile e di responsabilità delle istituzioni. La domanda, oggi, non è più soltanto se il legislatore debba intervenire, ma chi debba farlo, con quali limiti e con quali garanzie.
In Emilia-Romagna il dibattito ha conosciuto una svolta. Il progetto di legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, presentato il 5 giugno 2026, è stato approvato dall’Assemblea legislativa ed è divenuto legge regionale 28 luglio 2026, n. 10, recante “Modalità organizzative per l’attuazione delle sentenze della Corte costituzionale n. 242/2019 e n. 135/2024 in materia di suicidio medicalmente assistito”. La legge è
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Il tema del fine vita è tornato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
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La legge regionale n. 10/2026 tra autodeterminazione, cure palliative e responsabilità pubblica.
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In Italia manca ancora una disciplina statale organica sul tema. Esiste, tuttavia, una trama normativa e giurisprudenziale ormai consolidata. La legge 22 dicembre 2017, n. 219 ha riconosciuto il valore del consenso informato, il diritto del paziente di rifiutare o interrompere trattamenti sanitari, anche necessari alla sopravvivenza, e ha disciplinato le disposizioni anticipate di trattamento. La legge 15 marzo 2010, n. 38 garantisce invece l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Su questo terreno è intervenuta la Corte costituzionale. Con la sentenza n. 242 del 2019, nel noto caso Cappato-Antoniani, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona che si trovi in condizioni determinate: patologia irreversibile, sofferenze
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È un passaggio rilevante, ma va letto con precisione. La Regione non introduce un diritto sostanziale nuovo, non disciplina l’eutanasia attiva e non modifica il codice penale. Non potrebbe farlo, perché la materia penale e la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni appartengono alla competenza statale. Il suo intervento si colloca invece sul piano organizzativo e procedurale: intende rendere omogeneo, tracciabile e verificabile, all’interno del Servizio sanitario regionale, il percorso di accertamento dei presupposti che, secondo la Corte costituzionale, rendono non punibile l’aiuto al suicidio in casi rigorosamente delimitati.
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stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale Telematico della Regione Emilia-Romagna n. 203 del 28 luglio 2026 ed è entrata in vigore il giorno successivo alla pubblicazione.
fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. La Corte ha inoltre richiesto che le condizioni e le modalità di esecuzione siano verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Negli anni successivi la Consulta è tornata sul tema, soprattutto per chiarire il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. La sentenza n. 135 del 2024 ha precisato che non rientrano in tale concetto soltanto i macchinari in senso stretto, ma anche procedure normalmente eseguite da personale sanitario o da caregivers che siano necessarie ad assicurare funzioni vitali e la cui omissione o interruzione determinerebbe la morte in un breve lasso di tempo. Con la sentenza n. 66 del 2025, la Corte ha ulteriormente precisato che, se vi è un’indicazione medica di necessità di attivazione di un trattamento di sostegno vitale, il
paziente può rifiutarlo e, ove ricorrano tutti gli altri requisiti, accedere al percorso di suicidio assistito senza essere costretto ad attivare prima quel trattamento per poi interromperlo. Il quadro si è completato, sul piano delle competenze regionali, con la sentenza n. 204 del 2025, relativa alla legge toscana. La Corte costituzionale ha riconosciuto che le Regioni possono intervenire nell’ambito della tutela della salute per regolare profili organizzativi e procedurali. Ha però tracciato un confine netto: la Regione non può modificare l’area di non punibilità dell’art. 580 c.p., non può sostituirsi allo Stato nella disciplina penale e non può introdurre automatismi incompatibili con la valutazione clinica del caso concreto. La legge emiliano-romagnola sembra muoversi proprio dentro questo spazio: non proclama un diritto generale alla morte medicalmente assistita, ma organizza la risposta del sistema sanitario regionale alle
presuppone che le alternative siano effettive, conosciute e accessibili.
Il cuore della disciplina è la Commissione di valutazione multidisciplinare permanente di Area Vasta, la CoVam, istituita come struttura del Servizio sanitario regionale. La Commissione ha il compito di accertare la sussistenza dei requisiti clinici e personali per l’accesso al suicidio medicalmente assistito e di definire e verificare le modalità di attuazione. La composizione è plurale: medico palliativista, anestesista rianimatore, medico legale, psichiatra, specialista della patologia da cui è affetto il richiedente, farmacologo o farmacista, psicologo e infermiere. Su richiesta dell’interessato può partecipare anche il medico di fiducia.
La legge prevede inoltre il coinvolgimento del Comitato regionale per l’etica nella clinica, il COREC, chiamato a rendere un parere obbligatorio ma non vincolante sugli aspetti etici del caso. La relazione conclusiva della CoVam deve poi dare conto, in caso di accoglimento della richiesta, della sussistenza delle condizioni, dell’adeguatezza delle modalità di attuazione e della tipologia di farmaci, dosi, modalità di autosomministrazione ed eventuali presidi necessari. In caso di rigetto, deve indicare le motivazioni e le modalità di presa in carico da parte dei servizi sociali e sanitari.
L’istanza è presentata dall’interessato alla direzione sanitaria dell’Azienda USL di residenza o domicilio sanitario, oppure dell’Azienda ospedaliero-universitaria o dell’IRCCS pubblico presso cui si trovi ricoverato. Alla richiesta devono essere allegati il consenso, secondo la legge n. 219 del 2017, e la documentazione sanitaria utile alle valutazioni. La CoVam deve verificare la documentazione, accertare personalmente la volontà dell’interessato, porlo nelle condizioni di esprimerla, svolgere una prima visita recandosi nel luogo in cui il paziente si trova, effettuare colloqui con le persone indicate dal paziente e accertare che questi abbia ricevuto informazioni chiare sulle alternative disponibili. Tra queste alternative la legge richiama espressamente cure palliative, sedazione palliativa profonda continua e terapia del dolore. Il suicidio medicalmente assistito non può essere letto come scorciatoia rispetto alla cura, né come risposta alla solitudine o all’abbandono terapeutico. La libertà di scegliere
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Anche la gratuità delle prestazioni ha un significato non soltanto economico, ma di uguaglianza sostanziale. La legge stabilisce che le prestazioni rese nell’ambito del percorso siano effettuate dal Servizio sanitario regionale senza oneri per l’interessato. Al contempo, le attività connesse all’espletamento del suicidio assistito sono affidate a personale sanitario su base volontaria. La scelta tenta così di tenere insieme l’esigenza di effettività della procedura e la libertà di coscienza degli operatori. Il dibattito politico, inevitabilmente, è stato acceso. La maggioranza regionale ha presentato la legge come uno strumento di attuazione delle sentenze della Corte costituzionale e di risposta a situazioni reali, senza contrapporre suicidio medicalmente assistito e cure palliative. Le opposizioni invece sostengono che una materia tanto delicata dovrebbe essere disciplinata dal Parlamento e che la priorità dovrebbe essere il potenziamento delle cure palliative. Da giuristi, il punto più delicato resta il confine tra organizzazione sanitaria e disciplina sostanziale del diritto.
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richieste che rientrano nel perimetro costituzionale già definito.
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L’equilibrio è sottile: ogni disciplina regionale sul fine vita deve evitare di trasformarsi in una regolazione autonoma dei presupposti di non punibilità o in una definizione surrettizia di prestazioni essenziali. Per questo la legge emiliano-romagnola insiste sul richiamo alle sentenze costituzionali, non introduce requisiti propri e preferisce formule elastiche, capaci di tenere conto delle condizioni cliniche e personali del paziente. Il fine vita costringe il diritto a misurarsi con il limite della medicina e con la vulnerabilità della persona. È qui che il confronto con la medicina diventa indispensabile. Il diritto può definire presupposti, competenze, responsabilità e garanzie; ma la verifica della sofferenza, della capacità decisionale, dell’irreversibilità della patologia e del ruolo dei trattamenti di sostegno vitale vive nella concretezza clinica. Per questo il dibattito sulla legge emiliano-romagnola dovrebbe coinvolgere medici,
accelerare né ritardare la morte. La loro finalità è alleviare la sofferenza, accompagnare la persona, sostenere la qualità della vita, evitare l’abbandono e preservare dignità e relazioni fino alla fine naturale della vita.
Un ruolo del tutto differente hanno le cure palliative che rappresentano una conquista sociale e scientifica, codificata dalla legge n. 38 del 15 marzo 2010, e nascono all’interno di una medicina della cura e dell’accompagnamento. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, affermano la vita e considerano il morire un processo naturale: non intendono né
Il progetto emiliano-romagnolo, divenuto legge regionale, insiste molto sulla verifica multidisciplinare dei requisiti. Quali sono gli accertamenti più complessi: la sofferenza intollerabile, la capacità decisionale, l’irreversibilità della patologia o il trattamento di sostegno vitale? «Molto dipende dall’approccio culturale, sociale e politico che si intende OLTRE MAGAZINE
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Nel dibattito pubblico si usano spesso come sinonimi espressioni diverse: fine vita, eutanasia, suicidio medicalmente assistito, sedazione palliativa, rifiuto delle cure. Dal punto di vista medico, quali sono le distinzioni tra questi termini? «Sono termini e concetti profondamente diversi, di cui spesso si confondono e si fraintendono senso e significato. Per “fine vita” si intende la fase conclusiva dell’esistenza e, quindi, la morte: evento terminale di un percorso naturale di malattia oppure esito di una scelta della persona malata che chiede di porre fine alle
proprie sofferenze. Il suicidio medicalmente assistito si configura quando la persona malata assume direttamente farmaci letali messi a disposizione nell’ambito di un percorso clinico e con assistenza medica. L’eutanasia presuppone l’intervento di un soggetto terzo che provoca la morte, ad esempio mediante somministrazione diretta di farmaci. Diverso ancora è il rifiuto o l’interruzione di trattamenti sanitari, anche di sostegno vitale, che appartiene al perimetro del consenso informato e della legge n. 219 del 2017.
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infermieri, palliativisti, bioeticisti, famiglie, associazioni e operatori che accompagnano quotidianamente la fragilità. In questa prospettiva abbiamo rivolto alcune domande al dottor Pietro Di Girolamo, medico che da tempo segue il settore.
Un ulteriore passo è stato compiuto con la legge n. 219 del 2017, che ha definito l’imprescindibilità del consenso informato e ha disciplinato le disposizioni anticipate di trattamento. In particolare, l’art. 2, comma 2, prevede che il medico, in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, possa ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua, sempre con il consenso del paziente. La sedazione palliativa profonda non ha lo scopo di anticipare la morte: consiste nel portare il paziente in uno stato di incoscienza per sottrarlo a sofferenze altrimenti non controllabili».
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La legge n. 38 del 2010 impegna il Servizio sanitario nazionale a occuparsi di cure palliative e terapia del dolore in tutti gli ambiti assistenziali, in ogni fase della vita e per qualunque patologia ad andamento cronico ed evolutivo per la quale non esistano terapie, o le terapie disponibili risultino inadeguate alla stabilizzazione della malattia. Con quella legge la sofferenza non è più considerata un aspetto inevitabile del percorso di malattia, ma una dimensione che deve essere affrontata con serietà e sistematicità.
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Auspicherei una disciplina statale capace di prevedere un Comitato etico nazionale, nel quale siano rappresentate in modo pluralistico le componenti scientifiche, psicologiche, sociali, assistenziali e anche religiose, che possa contribuire a determinare le condizioni generali per le quali una persona capace di intendere e volere, libera di esprimere il proprio arbitrio e riconosciuta nella sua dignità, possa accedere alla procedura.
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dare alla questione del fine vita e alla liceità del ricorso al suicidio medicalmente assistito. A mio avviso il nodo principale resta l’esigenza di una legge nazionale, perché una pluralità di discipline regionali rischia di creare disparità e confusioni non accettabili su un tema così delicato.
Alle Regioni potrebbe spettare un ruolo organizzativo e di verifica del singolo caso, anche attraverso comitati etici regionali o organismi territoriali, chiamati a valutare
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concretamente il contesto clinico, familiare, sociale, abitativo ed economico della persona. In questa prospettiva nessun accertamento è meno importante degli altri. Ogni caso richiede una valutazione globale, non una verifica meccanica di singole caselle». Che ruolo devono avere le cure palliative in un percorso di questo tipo? Devono essere una condizione preliminare, un’alternativa oppure un accompagnamento presente anche quando la persona conferma la propria richiesta? «È molto diverso l’approccio, e diversa è la richiesta che la persona malata rivolge a chi la cura. La richiesta di cure palliative potrebbe essere riassunta così: “Aiutatemi a vivere la vita fino alla fine in modo per me dignitoso, con sofferenze sostenibili e con un rinnovato senso della vita nella malattia”. La richiesta di suicidio medicalmente assistito è diversa: “Aiutatemi a porre fine alla mia vita in modo per me dignitoso,
perché la mia sofferenza è diventata insopportabile e priva di senso”. Le cure palliative e la terapia del dolore sono molto spesso parte sostanziale del percorso di sofferenza della persona che arriva poi a chiedere di porre fine alla propria vita, ma non un passaggio obbligatorio. Il punto non è imporre una sequenza formale; è garantire che la persona conosca davvero le possibilità di cura, di accompagnamento e di sollievo dalla sofferenza. Ci sono almeno quattro profili da tenere presenti. Il primo è il libero arbitrio, cioè la capacità di decidere e scegliere, che è un bene primario della persona e non può essere ignorato. Il secondo è la dignità, bene inalienabile da rispettare sempre. Il terzo è la vita intesa come bene personale, rispetto al quale ciascuno rivendica uno spazio di disposizione anche quando le sofferenze fisiche e psichiche divengano insopportabili e non regredibili. Il quarto riguarda il ruolo del medico: non solo
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scienziato che cura malattie, ma persona che cerca di aiutare e curare corpo e anima di un’altra persona malata, costruendo una relazione empatica fondata su comprensione, rispetto e aiuto». Dal punto di vista del medico, una disciplina regionale può aiutare gli operatori sanitari offrendo criteri e protezioni, oppure rischia di caricarli di una responsabilità ulteriore in assenza di una legge nazionale? «La risposta è in larga parte collegata a quanto appena detto. Per il medico devono essere garantite entrambe le dimensioni: da un lato l’obiezione di coscienza, quando non intenda aderire al percorso di suicidio medicalmente assistito; dall’altro una tutela effettiva qualora scelga di parteciparvi nei casi consentiti.
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Questa tutela dipende dalla codificazione chiara e univoca delle
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procedure: condizioni del paziente autosufficiente o non autosufficiente, modalità di autosomministrazione, tipologia e posologia dei farmaci, tempistiche, controlli, verbalizzazione e responsabilità. Sono profili che non possono essere lasciati all’improvvisazione del singolo professionista o della singola struttura. A mio avviso, però, questi sono compiti dello Stato e di una legge nazionale applicabile sull’intero territorio. Alle Regioni può e deve spettare soprattutto il ruolo di organizzare e controllare la corretta effettuazione delle procedure». Da questo si evince che il fine vita non è soltanto una questione di competenze legislative, né soltanto una procedura sanitaria. È il luogo in cui il diritto incontra la medicina, la vulnerabilità, la libertà della persona e il dovere pubblico di non lasciare soli. La vicenda emiliano-romagnola non
può essere letta come un episodio isolato. È una tappa di un percorso nazionale ancora incompiuto. Le Regioni cercano di dare risposta alle domande che arrivano dai cittadini; la Corte costituzionale continua a presidiare i confini tra autodeterminazione, tutela della vita e protezione dei vulnerabili; il Parlamento resta il luogo naturale in cui dovrebbe essere costruita una disciplina organica, uniforme e capace di superare la frammentazione territoriale. Nel frattempo, il lessico del fine vita impone misura. Perché dietro ogni categoria giuridica vi è una persona. Dietro ogni procedura vi è una storia. E dietro ogni richiesta estrema vi è una domanda che nessun ordinamento può trattare con superficialità: come custodire, fino all’ultimo, dignità, libertà e cura.
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Concessioni cimiteriali e gestione del servizio DI Daniele Fogli
Una domanda che con la emanazione del D.Lgs. 201/2022 e dei recenti decreti attuativi del MIMIT ricorre negli uffici comunali e nei gestori cimiteriali è la seguente: quando
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il servizio cimiteriale è affidato a un soggetto esterno, chi rilascia le concessioni? E chi può dichiarare la decadenza o disporre la revoca? La risposta non è univoca: dipende dalla forma di gestione adottata. Con il consolidarsi del D.Lgs. 201/2022 come testo di riferimento per i servizi pubblici locali a rilevanza economica, possiamo dire che, se ben strutturato il regolamento di polizia mortuaria e il contratto di affidamento, si possono attribuire poteri molto ampi al gestore, specie se in house.
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Il tema delle concessioni cimiteriali loculi, ossari, nicchie cinerarie, aree per sepolcri privati - è tra i più delicati nella gestione dei cimiteri comunali, non solo per le implicazioni affettive che lo circondano, ma perché si trova all’incrocio tra diritto amministrativo, demanio pubblico e servizi pubblici locali.
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Gestore esterno e Comune: chi ha potere in merito di rilascio, decadenza e revoca.
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Le concessioni cimiteriali sono atti di esercizio di un potere pubblico che spetta al Comune in quanto titolare del demanio cimiteriale (artt. 823 e 824 c.c.). La facoltà di concedere a privati l’uso di aree o manufatti nel cimitero - e, specularmente, quella di dichiararne la decadenza o disporne la revoca - è una funzione pubblica, non un’attività commerciale. Il Comune non può cederla né rinunciarvi.
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Il punto fermo: il potere concessorio appartiene al Comune
Ciò che può fare, a determinate condizioni, è delegarne l’esercizio operativo al soggetto a cui ha affidato la gestione del servizio. Ma “delegare l’esercizio” non significa “trasferire il potere”: tutti gli atti compiuti dal gestore delegato producono effetti giuridici in capo al Comune, che rimane il concedente ufficiale in ogni contratto di concessione e il
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soggetto responsabile verso i concessionari. Questa distinzione ha conseguenze pratiche immediate: ogni atto di concessione deve riportare il Comune come parte concedente, con la precisazione che il gestore agisce “in nome e per conto” dello stesso sulla base di un atto comunale di delega. Un contratto che indicasse il gestore come concedente in proprio sarebbe nullo per difetto di potere.
Le forme di gestione e la portata della delega Il D.Lgs. 201/2022 prevede per i servizi pubblici locali a rilevanza economica, una pluralità di forme di gestione. Nel settore cimiteriale, che è un servizio a rilevanza economica non a rete, le soluzioni concretamente percorribili sono diverse e la portata della delega al gestore varia significativamente tra loro.
Gestione in economia diretta: Quando il Comune gestisce il servizio con propri dipendenti e mezzi, non si pone il problema di delega: il Responsabile del Servizio competente esercita direttamente le funzioni concessorie e di autotutela, adottando le determinazioni dirigenziali di rilascio, decadenza o revoca nel rispetto del regolamento di polizia mortuaria. Azienda speciale e società in house providing: Queste due forme hanno in comune una caratteristica decisiva: il soggetto gestore è una estensione organizzativa del Comune, non un terzo. L’azienda speciale è un ente strumentale pubblico (art. 114 del D.Lgs. 267/2000), mentre la società in house è soggetta a controllo analogo ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs. 201/2022, che assimila il rapporto con il Comune a quello tra un ente e i propri uffici interni. Proprio questa natura giustifica la possibilità di una delega piena: il dirigente competente, con
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proprio atto adottato contestualmente o successivamente al provvedimento di affidamento, può delegare al gestore sia il potere concessorio sia l’autotutela concessoria, con un vincolo di inscindibilità tra le due funzioni. Il concetto di inscindibilità, sopra appena richiamato, merita un approfondimento: non è giuridicamente corretto — né operativamente sensato — che il Comune deleghi al gestore solo la parte commerciale (incassare le tariffe, firmare i contratti di concessione) trattenendo per sé il sanzionatorio (dichiarare la decadenza, disporre la revoca). Le due funzioni attengono alla medesima titolarità del rapporto concessorio. La prassi di delegare solo la prima e non la seconda non ha fondamento normativo e produce inefficienze gestionali: il gestore istruisce i procedimenti di decadenza e li consegna al Comune che poi, se non li porta a
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conclusione per inerzia, lascia manufatti abbandonati fuori dal patrimonio disponibile per anni. Nella delega piena, il Responsabile del Servizio comunale autorizza i provvedimenti predisposti dal gestore entro un certo periodo di tempo prestabilito in regolamento (ad es. trenta giorni dalla trasmissione); decorso tale termine senza rilievi scritti motivati, il silenzio equivale ad autorizzazione. Il meccanismo garantisce supervisione senza inerzia paralizzante. Affidamento a gara, società mista e partenariato pubblico-privato (PPP): Quando il gestore è selezionato mediante procedura di evidenza pubblica — o è una società mista con socio privato operativo o un soggetto privato che apporta capitali in un PPP per costruire o mantenere un cimitero o anche un soggetto privato che si limita a gestire il cimitero senza
costruire alcunché — la situazione cambia radicalmente. Qui il gestore è un soggetto privato con propri interessi economici distinti da quelli dell’ente pubblico, rispetto al quale non sussiste il controllo analogo. La delega del potere di autotutela a un soggetto privato che contemporaneamente gestisce i proventi delle nuove concessioni dei manufatti liberati, sarebbe in conflitto con il principio di imparzialità dell’azione amministrativa. In queste forme di gestione, il gestore può ricevere la sola delega operativa per il rilascio delle concessioni - accettare le domande, predisporre i contratti, riscuotere le tariffe, tenere il registro di cui all’art. 52 del DPR 285/1990 - ma i procedimenti di decadenza e revoca rimangono riservati al Comune e sono svolti dal Responsabile del Servizio competente. Il gestore è tenuto a fornire l’intera
istruttoria documentale, ma la firma sul provvedimento resta pubblica.
Come costruire il quadro regolamentare e contrattuale
A livello regolamentare, il Regolamento Comunale di Polizia Mortuaria deve contenere almeno tre disposizioni: un articolo che affermi la titolarità comunale del potere concessorio e dell’autotutela, con il vincolo di conformità al PRC (e al piano economico finanziario PEF, se esistente); un articolo che differenzi la portata della delega al gestore secondo la forma di gestione adottata, con la regola di inscindibilità per le forme a controllo pubblico e la riserva di autotutela al Comune per le forme a operatore privato; un articolo specifico sulle concessioni di area ex art. 91, con la disciplina del PRC come condizione abilitante e la procedura sostitutiva in sua assenza.
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La struttura che consente di operare correttamente si articola su due livelli che devono essere coerenti tra loro.
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Che fare quindi se manca il PRC? Si ritiene che, in assenza di PRC, la Giunta Comunale possa autorizzare singole concessioni di area con propria deliberazione motivata che individui planimetricamente l’area, ne definisca le caratteristiche costruttive minime e fissi il numero massimo di concessioni autorizzabili. L’efficacia della deliberazione non può eccedere un congruo periodo di tempo necessario alla predisposizione e approvazione del piano cimiteriale (ad es. 24 mesi) e sarebbe opportuno condizionarla all’avvio del procedimento di redazione del
PRC entro un certo termine ristretto. Le concessioni di area autorizzate in assenza di PRC non possono essere delegate al gestore e devono essere rilasciate direttamente dal Comune.
A livello contrattuale, il contratto di affidamento del servizio deve contenere clausole specchio che richiamino le previsioni regolamentari, disciplinino il regime delle concessioni ultra-vigenziali (quelle che scadono dopo la fine dell’affidamento), istituiscano il fondo vincolato per la gestione del periodo residuo post-scadenza e definiscano le spettanze del gestore per le attività di istruttoria e adozione dei procedimenti di autotutela.
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Un elemento che il regolamento di polizia mortuaria deve rendere esplicito, qualunque sia la forma di gestione, è il vincolo del Piano Regolatore Cimiteriale (PRC). Le concessioni — di qualsiasi tipologia — possono essere rilasciate dal gestore (in nome e per conto del Comune o direttamente, a seconda dei casi) in conformità alle previsioni del PRC vigente, che individua le aree e i manufatti disponibili, le tipologie consentite per ciascun settore e i limiti quantitativi. Analogamente, le tariffe applicate devono corrispondere a quelle approvate dal Comune. Il vincolo è particolarmente critico per le concessioni di area ai sensi dell’art. 91 del D.P.R. 285/1990, che consente di assegnare a privati la facoltà di costruire edicole funerarie o tombe di famiglia. Ciò presuppone necessariamente un PRC che identifichi le aree destinate: senza il piano regolatore cimiteriale (nella versione minimale di cui al Capo X del DPR 285/1990), nessun gestore può rilasciarle autonomamente.
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Le concessioni devono seguire il Piano Regolatore Cimiteriale
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La cremazione per chi resta DI Asher Colombo
Le statistiche ce lo ricordano ormai da anni con la testardaggine tipica dei numeri. Da quando disponiamo di dati a livello nazionale, le cremazioni non hanno mai smesso di crescere. Ancora nel 1970 costituivano appena lo 0,2% del totale delle sepolture, nel 1980 lo 0,4%, nel 1990 l’1%. Negli anni Novanta la crescita continua, ma fino a quel momento assai lenta, lascia il posto a una dinamica decisamente più vivace. Fino ad allora assomigliava all’acqua di un rubinetto chiuso male che
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La scelta di non lasciare incombenze ai familiari tra le motivazioni di chi chiede di essere cremato. riempie lentamente un bicchiere. Da quel momento comincia piuttosto a ricordare una palla di neve che rotola lungo un pendio e diventa sempre più grande. Già dall’ultimo biennio degli anni Ottanta si può osservare l’avvio di un processo di diffusione decisamente rapido e tuttora in corso. Nel Duemila le cremazioni avevano già superato quota 5% del totale delle sepolture. Dieci anni dopo, nel 2010, erano il 13% e nel 2020 il 33%. Nel 2024, ultimo anno per il quale disponiamo di dati, sfioravano ormai il 39%.
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D’altronde è la nostra stessa esperienza a dirci che le cremazioni sono ormai diffusissime. Chi, oggi, non conosce qualcuno che, dopo la morte, si sia fatto cremare? Eppure, solo una generazione fa, questa scelta sarebbe parsa certamente legittima, ma senz’altro eccentrica.
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Che questo processo sia destinato a continuare, forse fino a rendere il ricorso al forno crematorio la forma di disposizione dei resti mortali largamente prevalente e le altre forme di sepoltura – inumazione, tumulazione – le eccezioni, sembra confermato dai dati di una recente indagine condotta dalla Fondazione di ricerca Istituto Cattaneo, e commissionata da Sefit-Utilitalia, sull’uso dei cimiteri. Tra i molti risultati di questo studio, ne emerge uno di particolare interesse su questo tema. Una parte consistente degli italiani, per la verità, non ha ancora preso posizione
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rispetto al destino dei propri resti mortali. Il 37% dichiara di non averci mai pensato e un altro 11% dice che la questione gli è indifferente. Ma tra coloro che ci hanno pensato ed esprimono una preferenza, il 61% sceglie la cremazione. Anche il confronto con le dinamiche seguite da altri Paesi – Inghilterra e Germania per citarne solo due – suggerisce che la crescita possa proseguire ancora a lungo e raggiungere quote largamente maggioritarie di popolazione. In questi due Paesi le cremazioni oggi rappresentano poco meno dell’80% del totale delle sepolture e non hanno ancora smesso di crescere, anche se, almeno in Inghilterra, è visibile un rallentamento di tale crescita. Ma Danimarca e Svizzera sono oggi ben oltre quella soglia, e anche in questi due Paesi la crescita non accenna a fermarsi. Il divario tra i Paesi dell’Europa settentrionale e centrale di tradizione protestante, e quelli -
mediterranei e non - di tradizione cattolica, si sta quindi rapidamente riducendo. Francia, Spagna e Irlanda, per esempio, procedono parallelamente all’Italia. Se la consideriamo sotto il profilo delle forme di sepoltura, l’unificazione europea non è ancora avvenuta, ma è chiaramente in corso, e con ritmi piuttosto rapidi. La crescita finora ininterrotta delle cremazioni in Italia è stata resa possibile anche da un cambiamento culturale importante: l’uscita di questa pratica dall’arena politica e il suo ingresso nella cultura funebre. Come è noto, la vicenda della cremazione in Italia è decisamente peculiare. È in Italia, infatti, che sono state eseguite le prime cremazioni dell’epoca moderna in tutta Europa (la prima a Milano nel 1876), ed è ancora in Italia che sono stati costruiti i primi crematori (nel 1885, 16 dei 18 crematori esistenti in Europa si trovavano in Italia), e sono stati ingegneri italiani a costruire i primi crematori al di fuori del territorio nazionale. La cremazione moderna nasce in un ambiente politico e culturale anticlericale e massonico, caratterizzato da una radicale opposizione alla Chiesa cattolica. Per i suoi promotori è insieme una forma di disposizione del cadavere e un rito funebre alternativo. Quella nascita ha lasciato un’impronta di lungo periodo. La memoria di quello scontro è ormai quasi scomparsa, anche perché la Chiesa cattolica ha rimosso da oltre sessant’anni il divieto nei confronti della cremazione. Eppure, una traccia resta: ancora oggi la scelta è molto più frequente tra chi ha un legame debole con la tradizione religiosa. A preferire questa forma di sepoltura è il 70% di coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna confessione religiosa. Ma tra coloro che, invece, si dichiarano senz’altro cattolici, questa quota scende al 47%,
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un calo tutt’altro che trascurabile. È bene poi segnalare anche che tra gli appartenenti a quelle confessioni religiose che hanno mantenuto inalterata l’opposizione alla cremazione - cristiani ortodossi e musulmani - questa quota scende ulteriormente al 33%.
Ma la crescita delle cremazioni deve molto anche a un altro fattore, spesso trascurato. La cremazione viene scelta sempre di più dai cittadini e dalle famiglie per quello che permette di evitare, oltre che per quello che aiuta ad affermare. La cremazione, ancora di più quando si accompagna alla dispersione delle ceneri, può ridurre drasticamente spese reiterate, incombenze amministrative, manutenzioni successive, riesumazioni, trasferimenti e, più in generale, il
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Questo divario tra cattolici e non, aiuta anche a capire perché la cremazione sia destinata a crescere. Se chi è meno legato alla religione mostra una maggiore disponibilità a scegliere la cremazione, la progressiva secolarizzazione della società italiana allarga anche la platea potenzialmente più favorevole a questa scelta. Diminuisce il peso della religione nella vita quotidiana, si riduce la quota di italiani che si identificano e si dichiarano appartenenti alla Chiesa cattolica. Cala la quota di coloro che frequentano la messa, che si confessano, che dichiarano di credere in Dio. E da qualche anno cala perfino la quota di bambini battezzati sul totale delle nascite. È vero che le migrazioni generano un aumento del pluralismo religioso e immettono nella popolazione appartenenti a confessioni meno favorevoli alle cremazioni. Tuttavia, anche se questa resistenza culturale si dovesse mantenere inalterata nelle generazioni successive, si tratterebbe di numeri insufficienti a generare un’inversione di rotta.
protrarsi nel tempo della gestione materiale dei resti. Così, quella che in passato appariva come una scelta di rottura simbolica o politica si presenta oggi molto più spesso come una di alleggerimento familiare. Una scelta altruistica, insomma, esplicitamente volta ad alleggerire chi resta. Lo confermano, ancora una volta, i risultati della ricerca già citata. Due, in particolare, vanno in questa direzione. In primo luogo tra coloro che sceglierebbero la cremazione per sé, una quota crescente preferirebbe che le proprie ceneri venissero disperse anziché conservate in un cimitero o affidate ai famigliari. È un segnale coerente con una motivazione che emerge sempre più spesso: scegliere una forma di sepoltura che non lasci impegni ai propri cari. E in un Paese nel quale crescerà la quota di persone che arriveranno alla fine della vita senza figli, questa esigenza è destinata a diventare ancora più pressante. In secondo luogo, perché, interrogato a proposito delle richieste di partecipazione alle esumazioni o alle estumulazioni di familiari defunti, il 40% degli italiani che ha ricevuto convocazioni in questo senso si è rifiutato di presentarsi. E tra chi ha partecipato prevalgono reazioni tutt’altro che neutre: soprattutto tristezza, ma anche senso del dovere, rassegnazione e disagio. Sono dati che aiutano a capire che cosa significhi, concretamente, “non lasciare impegni a chi resta”. Se un tempo la cremazione era anche un rito con cui una piccola élite affermava la propria identità morale e politica, oggi a sostenerla è sempre più spesso una preoccupazione diffusa e assai meno ideologica: non lasciare impegni, spese e incombenze dietro di sé. Una scelta che guarda meno a chi muore e più a chi resta.
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La pianificazione funeraria anticipata: limiti e prospettive DI Alice Spiga
Intervista ad Alessia Tommasi, autrice di una tesi di laurea sul tema.
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La pianificazione funeraria anticipata è, nel nostro Paese, un prodotto di grande interesse, eppure di difficile realizzazione pratica.
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Esistono certo alcune soluzioni, perlopiù basate su prodotti assicurativi, ma non sempre sono adeguate alle esigenze del pubblico finale - che invoca a gran voce soluzioni semplici e poco costose - e delle imprese funebri, che giustamente non possono assumersi il rischio di non avere capitali sufficienti a coprire le future spese. Ci è parso quindi interessante mostrare lo sguardo di una giovane OLTRE MAGAZINE
donna che non appartiene al nostro settore, ma che si è da poco laureata in Web marketing e communication all’Istituto Universitario Salesiano di Venezia con una tesi magistrale sperimentale dal titolo: “Oltre la vita: strategie digitali per un nuovo modello imprenditoriale nella pianificazione funeraria anticipata”. Alessia Tommasi, redattrice di questa tesi, ha voluto analizzare l’evoluzione del settore funerario, con particolare attenzione ai modelli di pianificazione anticipata, all’innovazione imprenditoriale e all’utilizzo degli strumenti digitali. Una tesi frutto di una ricerca anche
qualitativa, condotta tramite interviste a professionisti del settore: titolari di imprese funebri, consulenti, esperti di marketing funerario e rappresentanti di enti o associazioni di riferimento. Pur avendo intervistato un campione minimo e non rappresentativo, ha potuto osservare il settore dall’esterno, notando alcuni limiti, sui quali è possibile lavorare, e alcuni punti di forza che andrebbero maggiormente valorizzati. Perché hai scelto questo tema così particolare per la tua tesi magistrale? «L’idea di questa tesi è nata per caso. Durante il primo anno di università
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Dalle tue ricerche, dove e come si è diffusa l’idea di organizzare in vita il proprio funerale? «È un’opzione particolarmente diffusa in Nord Europa. In Olanda, la pianificazione anticipata viene vista come un atto di cura nei confronti dei famigliari, come un modo per non lasciare pensieri e incombenze a chi resta. In Norvegia, invece, si configura come un atto di auto-determinazione, perché si pensa che ogni persona debba essere libera di scegliere in che modo lasciare questa terra, progettando tutto nei minimi dettagli».
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ero entrata un po’ in crisi e ho avuto bisogno di prendermi una pausa. Ho quindi congelato il mio piano di studi e sono partita per l’Olanda dove ho trovato lavoro in una gelateria gestita da un italiano. Per natura sono una persona molto curiosa e priva di preconcetti e, preparando il gelato, abbiamo fatto lunghissime conversazioni, compresi temi scomodi come la morte. È stato grazie a questo incontro che ho scoperto che in Olanda la pianificazione funeraria anticipata è un’opzione molto diffusa e strutturata, con liberi professionisti che si occupano di questo specifico aspetto. Tornata a casa e ripreso il corso degli studi, sono stata coinvolta in un progetto: portare in Italia un nuovo business, già esistente all’estero. Ricordando i discorsi sulla pianificazione funeraria anticipata, ho scelto di incentrare il mio progetto di ricerca, e poi la mia tesi magistrale, su questo argomento».
E in Italia? «In generale, le imprese funebri propongono moltissimi servizi post-mortem, seguendo i parenti del defunto passo dopo passo nella gestione di tutte le pratiche dopo il decesso. Sulla pianificazione in vita, invece, i professionisti che ho inter-
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vistato sono pressoché unanimi: “Ci vorranno ancora trent’anni prima che il nostro Paese sia pronto!” Non so se sia così, però è vero che in Italia la pianificazione anticipata è poco diffusa, poco accessibile e poco strutturata. Di solito è un servizio legato alle assicurazioni, che però impongono limiti di età nella rateizzazione, limitandone la diffusione. Le imprese funebri, dal canto loro, hanno delle remore a far sottoscrivere questo tipo di contratto, perché devono assumersi un rischio d’impresa e hanno il timore di non poter garantire il servizio funebre (qualora, ad esempio, dovessero chiudere la ditta). I cittadini sottoscrittori, infine, raramente sanno che esiste questa possibilità, un po’ perché rimandiamo il pensiero della morte al più tardi possibile e un po’ perché da noi, tradizionalmente, il funerale è sempre stato in capo agli eredi (o alla comunità)». E in materia di strategie digitali? A quali conclusioni sei arrivata nella tua tesi? «Dall’analisi che ho compiuto e dalle interviste effettuate, ho potuto appurare che quello funebre è un settore che vive prevalentemente grazie al passaparola e alla fiducia del consumatore. Moltissime famiglie si appoggiano ad una stessa impresa per tutti i funerali, o la scelgono su consiglio di amici e parenti, raramente chiedono preventivi. Forse per questo, al contrario di quello che accade in molti altri settori – come per l’hotellerie, la ristorazione o i viaggi – non sono altrettanto diffusi siti web dove recensire, comparare servizi o confrontare prezzi. Anche i siti web delle imprese funebri sono perlopiù vetrine informative, con i contatti e l’elenco dei servizi, senza aree dedicate alla diffusione di una cultura della morte. Visto quindi da outsider, da persona che non appartiene a questo settore,
il settore funerario appare tradizionalista e poco propenso all’innovazione. Poi, però, sono stata in visita a TANEXPO e mi sono dovuta ricredere, perché ho potuto scoprire l’esistenza di QR-code per le memorie digitali e siti web che permettono la comparazione dei servizi. Sono rimasta davvero stupita di fronte a questo moto sotterraneo di cambiamento: chi lavora all’interno del settore è sicuramente ricettivo ai nuovi trend, ma dall’esterno tutto questo non si percepisce». Dopo averlo studiato, ora vorresti lavorare nell’ambito dell’oltre la vita? «Sì, mi piacerebbe lavorare in ambito funerario, restando ovviamente nel solco della comunicazione e del web marketing, facendo leva sulla digitalizzazione, sulla pianificazione e sulla personalizzazione dei riti e dei servizi, mostrando quel volto innovativo che ho potuto conoscere in fiera».
Alessia Tommasi
NFDA
SAVE THE DATE
Charlotte’s Calling
Let’s Hit the Gas!
NFDA.org/Convention
eventi
L’importanza della Death Education DI Raffaella Segantin
Torna dal 26 settembre al 15 novembre Il Rumore del Lutto, che quest’anno festeggia il suo ventesimo compleanno. Si tratta del primo festival in Italia e in Europa incentrato sugli aspetti culturali che riguardano la morte, il dolore della perdita e il lutto.
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Compie 20 anni Il Rumore del Lutto, la manifestazione che offre una concreta riflessione sulla vita e sulla morte superando paure e tabù.
Sarà Parma la location principale dove si svolgeranno la maggior parte degli eventi, ma, grazie al progetto “Il Rumore del Lutto Experience”, verranno interessate anche altre città a cominciare da Olbia che ospiterà un’anteprima il 17 settembre, per coinvolgere poi Reggio Emilia, Bologna, Genova, Firenze, Prato fino
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a raggiungere, per il secondo anno consecutivo, nientemeno che Los Angeles! Ideato e curato da Maria Angela Gelati, tanatologa, formatrice e giornalista, con il critico musicale, fotografo e giornalista Marco Pipitone e promosso dall’associazione Segnali di Vita, il festival intende sensibilizzare il grande pubblico su una tematica universale ma altamente difficile da affrontare (quando non deliberatamente evitata), offrendo, attraverso modalità e linguaggi originali e accattivanti, spunti di riflessione per arricchire il proprio mondo
interiore ed acquisire una maggiore comprensione del valore della vita, di cui la morte altro non è che una delle sue fasi naturali e come tale non va allontanata ma accolta. Punto di forza del festival è il suo approccio multidisciplinare che tocca diversi ambiti culturali: dalla musica all’architettura, dall’arte al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla medicina, per esaminare la materia da molteplici prospettive. Saranno sette settimane di incontri, dibattiti, mostre, concerti, proiezioni, death café, performance teatrali, presentazione di libri, visite
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eventi
re il limite non come una fine, ma come ciò che rende prezioso quello che viviamo; trasformare il lutto in un'occasione di consapevolezza, cultura e responsabilità condivisa».
guidate, laboratori per le scuole e tanto altro, affinché ognuno possa trovare il modo più consono per avvicinarsi all’argomento e cogliere gli aspetti e i significati maggiormente affini alla propria sensibilità. (il programma completo ed aggiornato può essere consultato sul sito www.ilrumoredellutto.com)
Il Rumore del Lutto è un importante progetto di promozione di death education, tanto che ne hanno compreso il valore sociale sia le istituzioni pubbliche, che non mancano di appoggiare formalmente la manifestazione, sia le tante realtà private che la sostengono fattivamente con supporti economici.
Per rendere omaggio all’immensa figura di San Francesco nell’ottavo centenario della sua morte, come tema guida per l’edizione 2026 è stata individuata la parola Lode. Lode, in quanto esercizio di gratitudine, di attenzione alla vita nelle sue molteplici forme, di riconoscimento di come ogni creatura vivente sia interconnessa l’una all’altra formando un tutt’uno armonico e indissolubile: un mondo inclusivo che supera le differenze, rispetta le fragilità e rafforza le relazioni per una società più responsabile e solidale.
«Per noi, parlare di morte ha sempre significato imparare a guardare la vita con maggiore profondità - afferma Maria Angela Gelati - riconosce-
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Per ribadire l’importanza nella società contemporanea dell’educazione alla morte, Maria Angela Gelati ha recentemente dato alle stampe il volume “Death education - Strumenti per affrontare il tema della morte nei contesti educativi”, pubblicato dalla casa editrice Mursia.
L’illustrazione grafica che accompagna questa edizione del festival è rappresentata da un cerchio, un’immagine altamente simbolica per la sua caratteristica di non interrompersi mai, di non finire, ma di tornare sempre, così come è il ciclo della vita.
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L’epoca moderna proiettata sull’efficienza, il successo e l’eterna giovinezza tende a negare la morte, o quantomeno evita accuratamente di parlarne. Una censura che può avere conseguenze devastanti quando ci troviamo a gestire la malattia o un evento luttuoso che coinvolge un nostro caro o noi stessi. Ci sentiamo persi, soli, impreparati, a volte paralizzati dall’ansia e dalla paura. Ciò accade perché la morte e la sofferenza sono sempre state tenute scrupolosamente lontane dal nostro vissuto quotidiano e ci mancano l’esperienza e l’equilibrio psicologico per affrontare queste circostanze particolarmente difficili. Il libro, rivolto ad insegnanti,
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Nata come aiuto alle persone anziane o malate, la death education in alcuni Paesi esteri è stata inserita nei percorsi didattici scolastici, perché si è compresa l’importanza di intervenire sui soggetti più giovani, ossia quando il bambino è nella fase di sviluppo del suo mondo emotivo. Ma che si tratti di bambini o di adulti all’educatore non vengono richieste solo competenze psicologiche specifiche, ma anche doti di empatia, la capacità di coinvolgere, di
Il volume suggerisce anche una serie di consigli pratici e di strategie che l’educatore può mettere in pratica per facilitare il suo compito e raggiungere più agevolmente gli obiettivi prefissati. Viene inoltre sottolineata l’importanza di partecipare ai riti (come ad esempio la visita ai cimiteri durante i giorni della ricorrenza dei morti), che hanno la funzione di mantenere un contatto ideale con il defunto e di uscire dalla dimensione personale per condividere la propria perdita con la collettività.
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Obiettivo della death education è infatti quello di fornire gli strumenti necessari affinché ciascuno di noi possa far fronte a certe situazioni senza farsi travolgere dallo sconforto, ma riuscendo a riconoscere e a gestire le proprie emozioni, trasformando le avversità in un’esperienza da cui può addirittura uscirne rafforzato.
non giudicare, di accettare le differenze culturali, di sapersi porre nei confronti dell’interlocutore in modo adeguato rispetto all’età e al contesto di appartenenza.
In definitiva, l’auspicio fondamentale è quello di non tenersi mai alla larga dalla morte, perché “accettare la morte è il primo passo per imparare a vivere davvero” .
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personale medico, counselor e care giver, parla dell’importanza di introdurre iter formativi che, infrangendo questo tabù contemporaneo, possano spalancare le porte ad un livello più alto di conoscenza per vivere il fine vita in modo più naturale e sereno possibile.
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LA FIERA LEADER DEL SETTORE FUNERARIO E CIMITERIALE NEL MONDO
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