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Oltre Magazine n. 5 - Luglio - Agosto 2026

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Quest’anno a Tanexpo abbiamo presentato il nostro progetto “Le radici del Futuro” Un progetto che trasforma la sostenibilità in un gesto concreto. Per le imprese che scelgono qualità, etica e responsabilità.

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IN EVIDENZA

Un numero ricco di contenuti quello di questa estate, che vi terrà compagnia che siate in ufficio o in vacanza. Si parte in quarta con il grande successo di TANEXPO, la fiera di Bologna che chiude l’edizione 2026 con poker d’assi grazie alla presenza di 238 espositori e 14.500 visitatori.

Si prosegue con importanti news aziende e prodotti: Scacf, grande successo in fiera tra storia e innovazione; Studio3A, vincitori agli Awards tra relazioni ed esperienza; T.G. Italiarreda, architettura parametrica per realizzare l’impossibile; Gruppo Themis, la nuova realtà con la forza del team; For.Tec, punta tutto su A.I. e tecnologia elettrica.

Parliamo poi di: legale fiscale, visibilità digitale e concorrenza sleale; ORME, cimiteri come luoghi abbandonati?; psicologia, come gestire le relazioni familiari durante il lutto; focus donna, incontro tra professioniste del settore; superstizioni, riti, paure e simboli nella popolazione.

Infine: la tutela dei beni culturali nei cimiteri demaniali, la nera signora nell’arte di Hugo Simberg.

Buona estate e buona lettura dalla redazione di Oltre Magazine!

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Direzione, Redazione, Amministrazione: Bexpo srl

Via Alfieri Maserati, 20 - 40128 Bologna tel. 051 282611 redazione@oltremagazine.com

Direttore Responsabile: Alberto Leanza redazione@oltremagazine.com

Segreteria di Redazione: Camilla Savelli camilla.savelli@oltremagazine.com

Pubblicità: sales@oltremagazine.com

DIFFUSIONE

Diffusione in 8.000 copie, inviato a tutti gli operatori italiani del settore.

FIERE

L'energia di TANEXPO

news aziende

Scacf. Il valore della storia, una visione innovativa

news aziende

Studio3A. Ancora vincitori ai TANEXPO Awards

news prodotti

Sculture di eleganza, la nuova linea di T.G. Italiarreda

news aziende

Themis. La nuova realtà dell'infortunistica

news prodotti

For.Tec. Punta su A.I. e tecnologia elettrica

legale, fiscale

Quando la visibilità si trasforma in illecito attualità

La tutela dei beni culturali nei cimiteri demaniali

orme

Non chiamateli luoghi abbandonati psicologia La famiglia come ecosistema

focus donnA Femmina come la morte?

PARLIAMO DI... Le superstizioni funerarie in Italia arte Il giardino della morte 4 14 36 42 46 32 10 26 20 52 58 64 70

Registrazione: Tribunale di Bologna n° 7053 del 23/10/2000

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L’energia di TANEXPO

La community globale si è riunita a Bologna per tre giornate indimenticabili.

Energia, passione e innovazione. Questo e molto altro ha caratterizzato l’edizione 2026 di TANEXPO, che si è conclusa da poche settimane e che ci ha regalato tre giorni ricchi di incontri, formazione e scambi di idee sul futuro del mercato.

Dal 7 al 9 maggio la fiera di Bologna ha accolto 14.500 professionisti del settore funerario e cimiteriale provenienti da ben 60 Paesi del mondo, confermando ancora una volta la manifestazione come punto di riferimento imprescindibile nel panorama italiano ed internazionale.

Ogni incontro, ogni stretta di mano, ogni sorriso ha contribuito a creare un ambiente speciale che non dimenticheremo facilmente; una grande community riunita a Bologna per ampliare i propri orizzonti e integrare nuove competenze attraverso il dialogo, lo scambio di best practices e idee all’avanguardia.

Una vetrina senza precedenti

Con 238 aziende espositrici presenti, TANEXPO 2026 ha offerto un panorama completo delle ec-

cellenze del settore. In fiera 24.000 mq di esposizione distribuiti su tre padiglioni in cui abbiamo apprezzato l’intera gamma delle soluzioni professionali, l’alto standard qualitativo e l’innovazione delle proposte presentate. Prodotti, servizi, progetti originali e l’eccellenza del Made in Italy hanno raccontato un settore produttivo in continua evoluzione, capace di rinnovarsi e di rispondere con visione e competenza alle esigenze dei professionisti e delle famiglie.

La fiera di Bologna si conferma 

il luogo privilegiato non solo per rafforzare relazioni già consolidate e costruirne di nuove, ma anche per posizionarsi in un mercato sempre più competitivo e globale.

Un settore in evoluzione

L’edizione 2026 ha mostrato con chiarezza come il settore funerario stia vivendo una fase di trasformazione, integrando nuove competenze, tecnologie e servizi avanzati per le famiglie. Stiamo ovviamente parlando di TANEXPO Tech che ha offerto un quadro d’insieme sulle soluzioni che stanno rivoluzionando il settore funerario in chiave moderna.

Gli espositori Tech hanno raccontato

al pubblico presente i loro software e i tool per supportare il lavoro dell’impresa dalla gestione aziendale interna fino all’organizzazione del funerale e al contatto col cliente finale.

L’eccellenza in primo piano

Uno dei momenti più attesi è stato, senza dubbio, quello della cerimonia di premiazione dei TANEXPO Awards. Ormai da tre edizioni questo appuntamento celebra le aziende produttrici e il loro operato. Gli Awards rappresentano non solo un riconoscimento importante, ma anche un indicatore delle direzioni verso cui il settore si sta muovendo:

soluzioni innovative, attenzione alla sostenibilità, innovazioni tecnologiche e una costante ricerca di qualità che eleva gli standard del comparto.

Formazione, workshop e momenti di confronto

Non solo esposizione, a TANEXPO 2026 infatti, sono andati in scena 40 appuntamenti tra workshop, talk e incontri formativi che hanno registrato un’ottima partecipazione, confermando la spinta del settore verso una continua crescita.

Si è parlato di sostenibilità ambientale dei crematori con il progetto Bee Cool di Altair Funeral, e, restando in tema, abbiamo assistito alla presen-

tazione della nuova associazione Assocrematori.

Di assoluto interesse la tavola rotonda organizzata da Federcofit sulla Legge 182/2025 che ha visto un'analisi puntuale del provvedimento di semplificazione e digitalizzazione nell'applicazione al settore funerario.

E poi spazio al valore delle relazioni umane con l’intervento a dir poco illuminante del Dott. Paolo Crepet, curato da Studio3A.

Uno spaccato del nostro presente per guardare al futuro, attraverso i dati dell’indagine ORME sull’uso dei cimiteri in Italia, è stato offerto da Utilitalia-Sefit che a TANEXPO ha inoltre presentato, in un distinto evento dedicato alla ritualità, il progetto Scegli TU! per informare i cittadini sulla possibilità di scelta del

tempio crematorio come luogo in cui vivere l’ultimo saluto e onorare la memoria.

E da oltre oceano, con la stimolante ricerca elaborata da NFDA, fari puntati sulla Gen Z, la nuova generazione di consumatori alla quale il mercato si rivolge, e pratici strumenti per adattare i servizi funerari di domani.

Come non menzionare poi gli interventi sull’innovazione tecnologica, la formazione e le nuove figure professionali che si affacciano al settore, i servizi di After Care e tanto altro.

Verso TANEXPO 2028

TANEXPO 2026 ha confermato la sua capacità di essere molto più di una semplice esposizione: è un luogo di incontro, di scambio e di crescita collettiva. La partecipazio-

ne internazionale, la qualità della vetrina espositiva, la ricchezza dei contenuti formativi e il dialogo costante tra professionisti hanno reso questa edizione particolarmente significativa.

Da parte di tutta l’organizzazione, il nostro più sentito ringraziamento a tutti gli espositori, i visitatori, gli speaker e i partner che hanno contribuito a rendere questa edizione indimenticabile.

I riflettori sono ora puntati sulla prossima edizione. A breve annunceremo le date 2028, inaugurando un nuovo capitolo ancora più ricco, più innovativo e ancora più vicino alle evoluzioni del settore. Un appuntamento studiato per offrire un’esperienza di valore e uno sguardo privilegiato sul futuro della professione. 

GRAZIE

Il valore della storia, una visione innovativa

Il successo di Scacf a Tanexpo 2026.

Un traguardo straordinario che ridefinisce i confini del settore funerario italiano.

A Bologna, l’attesissimo appuntamento di Tanexpo 2026 si è trasformato nel palcoscenico di un vero e proprio trionfo di pubblico e di critica per Scacf SpA. L'evento ha coinciso con una ricorrenza aziendale storica: la celebrazione del 60° anniversario dell'attività. Questa importante milestone ha fatto da sfondo a una presenza in fiera caratterizzata da una profonda maturità

imprenditoriale e da una chiarissima visione del futuro.

Il nuovo posizionamento sul mercato di Scacf rappresenta la spinta verso una modernità consapevole, che ha una direzione precisa: guidare il comparto con l'autorevolezza di chi conosce il valore del tempo. Lo stand di Scacf si è trasformato in un polo di attrazione per l'intera fiera, registrando un'affluenza continua con moltissimi professionisti e titolari di onoranze funebri provenienti da tutta Italia e dall’estero, desiderosi di scoprire in anteprima la nuova 

direzione strategica tracciata dal marchio umbro.

Sessant'anni di eccellenza: tra tradizione e sostenibilità

Il cuore pulsante di questa edizione è stato il perfetto equilibrio tra la valorizzazione della propria storicità e la spinta verso una decisa innovazione. Per festeggiare i sessant'anni di storia, l'azienda ha lanciato sul mercato 20 modelli inediti di cofani funebri, equamente divisi per intercettare ogni specifica sensibilità del pubblico: 10 modelli sviluppati a marchio Scacf e 10 nati dalla nuova e prestigiosa collaborazione d'alta gamma Spagnoletti.

Questo imponente e coraggioso rinnovo della gamma si è mosso di pari passo con un investimento radicale e strutturale nella sostenibilità ecologica. Attraverso il manifesto Legno is Green, è stata ribadita con estrema forza la centralità dei materiali ecologici e l'utilizzo esclusivo del legno massello. Nei piani industriali dell'azienda e nelle parole della governance – sostenuta storicamente dalla sinergia e dal lavoro condiviso delle famiglie Scacf, Sgoluppi e Pecorari, insieme a tutte le maestranze dello stabilimento – la via della sostenibilità e del profondo rispetto ambientale non rappresenta più una semplice alternativa, bensì l'unica via percorribile per garantire un futuro di reale valore al comparto nel nostro Paese.

Sinergia strategica: l’unione delle eccellenze italiane

L'elemento di maggiore novità strategica e culturale emerso durante i giorni della fiera è stato senza dubbio il sodalizio stretto con Pino Spagnoletti, un'alleanza nata per unire le

forze in un momento storico di profonda transizione per il mercato italiano. Come sottolineato più volte da Michela Sgoluppi, l'unione si basa sulla consapevolezza profonda che in un mercato come quello odierno la parola qualità deve trovare concretezza.

Questa sinergia viene rappresentata dalla importante e consolidata capacità produttiva dello stabilimento Scacf e la cultura del design d'autore con l'esperienza storica legata al nome di Spagnoletti. Questa partnership d'eccellenza non si limita affatto a unire due marchi, ma punta dichiaratamente a spostare verso l'alto gli standard qualitativi e l'approccio culturale dell'intero settore, offrendo alle migliori agenzie funebri una proposta che unisce l'eccellenza estetica alla solidità industriale.

Conclusione: la genesi di una nuova era

In quest'ottica strategica, il grande successo di Tanexpo ha dimostrato una cosa fondamentale: per Scacf la fiera bolognese non ha rappresentato affatto la conclusione di un percorso celebrativo o un semplice punto di arrivo, ma la vera e propria genesi di una nuova sfida sul mercato.

I riflettori di Bologna si sono spenti, ma il dialogo costruttivo con le imprese funebri italiane resta più aperto e dinamico che mai. Tanexpo 2026 è stato solo il primo ed entusiasmante capitolo di una nuova era aziendale. L'azienda è già proiettata verso i prossimi appuntamenti di confronto diretto sul territorio, pronta a mostrare l'evoluzione costante di una gamma di prodotti che continua a delineare gli standard dell'eccellenza e della sostenibilità in Italia. Scacf è una scelta di valore. 

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Ancora vincitori ai TANEXPO Awards

Studio3A è stata premiata nuovamente per la Best Stand Experience: quando le relazioni diventano esperienza.

Un premio che racconta una visione

Ci sono premi che rappresentano un risultato. E poi ci sono premi che raccontano un modo di essere. La vittoria del riconoscimento Best Stand Experience a TANEXPO 2026, per il secondo anno consecutivo, appartiene certamente alla seconda categoria. Per Studio3A non si tratta soltanto di un successo “fieristico”, ma della conferma di una filosofia che da sempre guida il nostro lavoro: mettere al centro le persone e co-

struire relazioni autentiche, dentro e fuori il contesto professionale.

TANEXPO rappresenta da anni uno dei momenti più importanti per il settore funerario internazionale. È il luogo in cui si incontrano imprese, fornitori, associazioni e professionisti provenienti da tutto il mondo. Ma è anche il luogo in cui emergono le visioni, le idee e i valori che guideranno il futuro del comparto. Per questo motivo abbiamo scelto di non realizzare semplicemente uno stand, ma di creare un'esperienza.

Il viaggio come metafora del nostro lavoro

Il concept che ha guidato l'intero progetto era racchiuso in una parola: viaggio. Un viaggio inteso come movimento, vicinanza e capacità di raggiungere le persone ovunque si trovino.

Un concetto che descrive perfettamente il modo in cui operiamo ogni giorno, accanto alle famiglie e alle oltre 1.800 imprese funebri convenzionate che collaborano con noi in Italia e in tutto il mondo. 

Di Ufficio Stampa Studio3A

A rappresentare concretamente questa idea è stato il grande food truck di El Bacareto, collocato al centro dello stand. Non una semplice scelta gastronomica, ma un vero e proprio simbolo. Un mezzo che si sposta, che raggiunge le persone, che crea incontro e convivialità. Esattamente come fanno i Consulenti Legali di Studio3A, presenti su tutto il territorio per affiancare le famiglie e i propri partner in ogni fase del percorso.

Quando la convivialità genera valore

Attorno a questa idea si è sviluppata un'esperienza immersiva che ha saputo coinvolgere migliaia di visitatori. Oltre 2.300 panini preparati e più di 20.000 drink serviti hanno trasformato lo stand in uno dei principali punti di aggregazione della manifestazione. Numeri importanti, certamente, ma che raccontano soprattutto la capacità di creare occasioni di incontro e dialogo.

L'obiettivo era creare uno spazio in cui le persone avessero voglia di fermarsi, confrontarsi, conoscersi e costruire relazioni professionali durature e gli oltre 30 accordi siglati in fiera, che si aggiungono alle 1.800 imprese funebri già convenzionate con Studio3A, rappresentano il risultato tangibile del successo di questo concept. Da sempre crediamo che il business nasca dalle persone e che la fiducia si costruisca prima di tutto attraverso il rapporto umano. In un settore delicato come quello funerario, questo principio assume un valore ancora più profondo.

Una crescita che guarda oltre i confini

Lo stesso principio guida oggi il nostro percorso di crescita internazionale. Negli ultimi anni Studio3A ha avviato un importante progetto

di sviluppo oltre i confini nazionali, portando la propria esperienza e il proprio modello operativo in nuovi mercati europei. Un percorso che si è già concretizzato con la costituzione di due società controllate al 100% da Valore S.p.A. in Romania e Albania, due realtà strategiche attraverso cui stiamo esportando un modello costruito in oltre trent'anni di attività al fianco delle famiglie e delle imprese funebri.

L'internazionalizzazione non rappresenta soltanto una nuova opportunità di business, ma la conferma della solidità organizzativa, professionale e manageriale raggiunta dal gruppo. Per affrontare mercati diversi servono infatti competenze, struttura, capacità di adattamento e una visione di lungo periodo. La stessa visione che ci ha consentito di diventare un punto di riferimento in Italia e

che oggi ci permette di guardare al futuro con l'ambizione di costruire relazioni e partnership sempre più ampie, mantenendo immutati i valori che da sempre caratterizzano il nostro lavoro.

Paolo Crepet a TANEXPO per spiegare il Valore delle relazioni umane

In questo percorso di crescita, tuttavia, non abbiamo mai dimenticato quale sia il vero motore del nostro sviluppo: le persone. Non è un caso che uno dei momenti più significativi di TANEXPO 2026 sia stato proprio l'intervento del sociologo e psichiatra Paolo Crepet, che ha offerto una riflessione originale e stimolante sul valore delle relazioni umane, sulla capacità di ascoltare e sulla necessità di mantenere viva la dimensione umana anche in un

mondo sempre più veloce e digitalizzato.

Un contributo che ha permesso a molti operatori del settore di osservare il proprio lavoro da una prospettiva diversa, più introspettiva e relazionale, ricordandoci che dietro ogni servizio, ogni pratica e ogni attività professionale ci sono sempre persone, storie e legami.

Con te, ovunque

Il riconoscimento Best Stand Experience arriva quindi come la naturale conseguenza di un percorso costruito negli anni. Un percorso che ha portato Studio3A a crescere costantemente, ad ampliare la propria presenza internazionale e a consolidare una rete sempre più ampia di partner che condividono la stessa visione. Una visione che unisce competenza, professionalità e innovazione, senza mai rinunciare all'umanità.

Per noi essere il miglior partner significa questo: essere affidabili nel lavoro quotidiano, mettere a dispo-

sizione esperienza e competenze specialistiche, garantire una presenza costante sul territorio, ma anche creare occasioni di confronto, condivisione e crescita comune.

I risultati si costruiscono insieme e la vittoria a TANEXPO 2026 rappresenta certamente un traguardo importante, ma soprattutto una nuova tappa di un percorso più ampio che guarda al futuro del settore con entusiasmo, apertura internazionale e desiderio di innovare. Il tutto, senza dimenticare ciò che conta davvero. Le persone. Le relazioni. La fiducia. Il nostro slogan, “Con te, ovunque”, va oltre le parole: rappresenta ciò che Studio3A è veramente. 

Sculture di eleganza, la nuova linea di T.G. Italiarreda

Quando l’architettura parametrica applicata allo spazio e all’arredamento consente di realizzare l’impossibile.

Non è certo un soggetto a cui piace riposare sugli allori l’architetto Giancarlo Tormene, titolare della T.G. Italiarreda.

Dopo il meritato riconoscimento del suo operato con un premio alla carriera conferitogli durante l’edizione 2024 di TANEXPO per essere stato “Pioniere nell'arredo di showroom e case funerarie”, la sua attività di ricerca per rinnovare l’offerta di soluzioni originali ed innovative destinate al mondo della funeraria non ha mai conosciuto soste.

Non sono infatti bastati 30 anni di intenso lavoro e di tante fatiche a

smorzare l’entusiasmo e la passione dell’imprenditore padovano che si è presentato all’ultimo appuntamento fieristico, tenutosi a Bologna poche settimane orsono, con nuove incredibili proposte destinate a far parlare molto di sé sia per la bellezza del design che per le tecniche costruttive improntate sull’architettura parametrica

Architetto Tormene, ci vuole spiegare in che cosa consiste? «L’architettura parametrica è un’avveniristica concezione progettuale basata su algoritmi e regole matematiche che interagendo tra

loro combinano i vari elementi generando risultati assolutamente sorprendenti. Grazie a software specializzati il professionista ha la possibilità di esprimere al meglio la propria inventiva e ottenere soluzioni complesse, inimmaginabili con i metodi tradizionali orientati unicamente al disegno del prodotto finale. È un metodo di lavoro assai flessibile e dinamico: se in corso d’opera vi è la necessità di modificare uno o più parametri si ottiene in tempo reale un prospetto aggiornato. L’architettura parametrica è molto impiegata nella realizzazione delle grandi opere, come stadi, aeroporti, centri culturali, stazioni ferroviarie, grattacieli… Si connota per le linee sinuose, le forme irregolari, i profili ondulati spingendo le regole della progettazione a superare quelli che sembravano limiti invalicabili, dando vita a qualcosa che si riteneva impossibile».

Come ha messo in pratica l’architettura parametrica nel suo lavoro?

«L’architettura parametrica viene utilizzata non solo nella definizione degli spazi, ma anche nell’ interior design. Ed è in questo ambito che ho

avuto l’opportunità di esprimere al meglio la mia passione per la creazione di arredi. Mettendo al servizio della mia esperienza e della mia inventiva modelli matematici computerizzati ho potuto portare a compimento una linea speciale che ho chiamato “Sculture di Eleganza”».

Ci vuole descrivere le caratteristiche di questa collezione?

«Si tratta di arredi funebri e di mobili

complementari pensati per imprimere un segno distintivo a sale del commiato e/o a case funerarie. Non è stata un’esagerazione chiamarle sculture, sono pezzi talmente singolari e sofisticati tali da poter essere paragonati ad installazioni artistiche. Oggetti che coniugano la qualità artigianale con un design esclusivo avvalendosi del materiale naturale d’eccellenza, il legno, che può essere anche laccato per un effetto bronzo. Forme audaci che sfidano la tradizione, contraddistinte da un forte senso di movimento, come fossero state modellate dalle forze della natura, metafora di un qualcosa in divenire, che può mutare e trasformarsi in altro, come avviene quando dobbiamo affrontare il nostro ultimo viaggio».

“Sculture di Eleganza” sono state l’elemento di maggior richiamo dello spazio espositivo targato T.G. Italiarreda. Ma nell’iconico stand giallo c’era molto altro degno della massima attenzione, perché ogni articolo è davvero unico, concepito per un determinato ambiente e in accordo con le necessità e il senso estetico del committente.

Quali altri prodotti hanno suscitato particolari ammirazione e interesse del pubblico di TANEXPO?

«Ogni mia creazione è sempre concepita in relazione al luogo dove è collocata e alla funzione che deve assolvere: quella di infondere positive note di tranquillità tali da lenire, per quanto possibile, il dolore della perdita. Per questo mi sono impegnato molto sullo studio della luce, non solo relativamente all’illuminazione generale degli ambienti che richiedono un’atmosfera soffusa e distensiva, ma anche applicata a vari oggetti grazie all’impiego di led luminosi. Grande apprezzamento lo hanno riscosso i tappeti bordati di luce da collocare sotto ai feretri durante il periodo di veglia che conferiscono un’aura assolutamente suggestiva. Sono proposti in varie fogge e materiali: si possono presentare con l’inserimento di immagini oppure di elementi

naturali, ma anche più semplicemente con una copertura erbosa costituita da verde stabilizzato. Successo anche per i fondali retroilluminati di ultima generazione, con effetti in 3D, leggeri e agevoli da trasportare nelle loro custodie ed estremamente facili da installare. Novità di TANEXPO 2026 sono state le cornici luminose che esaltano il ricordo del proprio caro. Proposte in diverse forme, montate su piedistallo, sono da posizionare davanti al cofano nelle sale del commiato o vicino all’urna nella propria abitazione, in caso di affido familiare delle ceneri. Ho poi trasformato il classico lumino in un raffinato fiore di vetro con led interno e dotato di movimento rotante

Oltre al senso vista ho sempre attribuito grande importanza anche a quello dell’udito: ritengo che niente sia più rilassante e rasserenante del suono dell’acqua che scorre e per questo propongo una collezione di fontanelle artistiche sempre molto richieste anche perché possono essere realizzate seguendo i desideri stilistici del cliente. Tra i grandi classici del nostro catalogo ampio 

consenso lo ricevono costantemente gli oggetti e i complementi d’arredo in plexiglass, in particolare tavoli e sedie costruiti con lavorazione a “sandwich” dove tra due lastre vengono inseriti foglie, fili d’erba o altri componenti naturali opportunamente trattati, per un risultato assai elegante e di grande impatto».

Architetto, si può dire che per lei rendere gli spazi del commiato accoglienti e confortevoli sia una vera vocazione…

«Deve sapere che quando ho iniziato non esistevano luoghi deputati alla veglia dei defunti, se non nelle squallide camere mortuarie degli ospedali o, in alternativa, ci si doveva organizzare allestendo camere ardenti nelle abitazioni private. Un vuoto che ho sentito l’esigenza di colmare, perché mi sono reso conto, in anticipo rispetto a come si è evoluta successivamente la sensibilità comune, che c’era un vero bisogno di ambienti dove le persone che stanno vivendo un momento particolarmente delicato possano sentirsi adeguatamente accolte.

A volte basta poco per cambiare aspetto ad un locale e renderlo maggiormente ospitale. È importante

però non posizionare cose a caso. La parte più rilevante del mio lavoro non è quella di vendere dei manufatti, ma di fare uno studio ad hoc degli spazi per arredarli nel modo migliore.

Ogni progetto è personalizzato e ogni elemento che andiamo ad inserire deve essere in perfetta armonia con il tutto. La nostra produzione non segue logiche di serie e per assicurare un elevato standard qualitativo ogni singolo pezzo viene realizzato direttamente nel nostro stabilimento aziendale da abili artigiani».

Il mondo della funeraria deve molto all’architetto Tormene, un vero talento nel suo campo, capace di reinventarsi continuamente esplorando strade inconsuete per risultati sempre inediti e innovativi. Costantemente in prima linea, gli va riconosciuto il merito di essere uno dei pochi artefici che, con i suoi progetti e le sue creazioni esclusive, ha contribuito a cambiare la narrazione di un settore che fino a pochi anni fa sembrava irrimediabilmente immobile e non al passo con i tempi. 

La nuova realtà dell’infortunistica

La professionalità e l’esperienza di un team che fa del gruppo la propria forza.

Come Themis, la dea titanide, si erge sicura amministrando la legge e la giustizia, così il Gruppo Themis, che da lei prende il nome, si è presentato al mondo della funeraria scegliendo TANEXPO come trampolino di lancio.

Uno stand ben strutturato e ospitale con l’immagine sorridente di Pina Montereale, amministratore unico, ad accogliere pubblico e colleghi, tante idee, un progetto innovativo e tantissima esperienza nel settore dell’infortunistica sono stati i punti di forza su cui la squadra ha incentrato la propria partecipazione.

Abbiamo intervistato Pina Montereale e Luigi Cappai, direttore commerciale nazionale, proprio durante

i tre giorni della fiera, per farci raccontare in prima persona questa rinascita e per sapere quali sono i prossimi traguardi della squadra.

Pina Montereale, dopo anni di esperienza nel mondo dell’infortunistica, ha deciso di mettersi in gioco in prima persona: come nasce il Gruppo Themis?

«Il Gruppo Themis nasce dalla voglia di tornare a mettesi in gioco, dalla voglia di tutto il nostro gruppo di proseguire un lavoro iniziato e svolto negli anni insieme. La nostra esperienza nel mondo dell’infortunistica, è sempre stata importante, sia dal punto di vista lavorativo negli anni impiegati a fianco dei nostri clienti e delle onoranze, sia dal punto di

vista umano. Da qui, l’idea dell’intero gruppo di continuare qualcosa che, oltre ad essere un lavoro che sappiamo fare bene, è anche motivo di orgoglio per tutti noi. Questo lavoro, per farlo con professionalità ed efficienza, devi farlo con il cuore; non si tratta solo di numeri e pratiche, ma di una passione. Abbiamo pensato e ripensato a come riprendere in mano tutto il nostro knowhow, come mettere in campo le nostre professionalità: ognuno di noi singolarmente ha avuto molte proposte da aziende e competitor, ma per noi era fondamentale rimanere insieme. Era questo il punto fermo da cui ripartire: il gruppo. Una volta capito questo, grazie anche all’aiuto di alcuni soggetti esterni che 

hanno creduto in noi, è partito il progetto.

Noi abbiamo tanto da dare in questo settore e ringraziamo chi ci ha dato gli strumenti per ripartire: con la partecipazione in fiera a TANEXPO prima di tutto, poi con la nuova sede e tutti gli altri progetti in divenire».

Avete realizzato uno stand d’impatto, dove lei stessa si è esposta in prima persona in modo importante. Una scelta strategica?

«La scelta di annunciare il Gruppo Themis a TANEXPO fa parte proprio di quell’idea di ripartire in grande, così come la scelta di realizzare uno stand che riportasse la mia immagina – inconfondibile - sui lati visibili delle pareti. Volevamo sfruttare l’effetto sorpresa e, al contempo, puntare su qualcosa di riconoscibile, in modo che tutti potessero associare subito chi c’è “dietro” al Gruppo Themis. Non solo io in prima persona, ma anche tutti i miei collaboratori storici. Tutto questo è una garanzia

di professionalità e competenza per chi lavora in questo settore e sapevamo che onoranze e colleghi sarebbero venuti a trovarci. Cosa che in effetti si è verificata: abbiamo avuto molte visite sullo stand; i risultati hanno superato le aspettative, non ci aspettavamo neanche noi una risposta del genere».

Nuovo nome dunque, stesso gruppo, ma in una nuova sede. «Esatto, abbiamo appena inaugurato la nostra nuova sede qui a Bologna, che è un po’ la mia casa da sempre, con una grande festa, sono venuti molti amici, onoranze ed è stato un modo ufficiale e conviviale per dare il simbolico calcio di inizio a tutto.

Il nostro obiettivo è quello di espanderci a livello nazionale: in Emilia Romagna, ma anche in molte altre zone in cui siamo sempre stati forti come Sicilia, Sardegna e tutto il sud Italia. Luigi Cappai, con cui lavoriamo da moltissimi anni e che è uno

dei pilastri fondamentali della nostra squadra, è il direttore commerciale nazionale del Gruppo Themis e sta organizzando la nostra forza commerciale sul territorio. Luigi ha sempre portato risultati eccellenti ed ha un modo di lavorare organizzato ed efficiente. Era ovvio che la scelta per un ruolo così importante nell’espansione del progetto sarebbe ricaduta su di lui».

Perché scegliere di affiliarsi al Gruppo Themis?

Non voglio dire che siamo migliori dei nostri competitor, non sarebbe corretto e questo tipo di approccio sicuramente non è quello del nostro gruppo. Ma noi siamo diversi da tutti gli altri perché, al di là delle competenze, della professionalità e dell’esperienza, che sono tutte qualità sicuramente presenti e importanti all’interno del nostro progetto, noi siamo un gruppo vero, affiatato e consolidato. Inoltre, noi lavoriamo con ogni livello e gravità di 

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sinistro o infortunio. Siamo in grado di gestire e tutelare persone e famiglie coinvolte in tragedie di grande portata come il singolo individuo coinvolto in qualcosa di molto personale. E, soprattutto, ascoltiamo e tuteliamo tutti allo stesso modo. Infine, abbiamo deciso di offrire anche servizi paralleli a quello dell’infortunistica, in modo da supportare e aiutare il danneggiato e la sua famiglia sotto tutti gli aspetti: successioni, recupero crediti, reversibilità delle pensioni etc. Stiamo lavorando su una rete di servizi completa che spero potremo presto pubblicizzare e offrire ai nostri affiliati».

Luigi Cappai, ci parli del suo ruolo all’interno della squadra.

«Per me ripartire insieme a un gruppo che considero un po’ una seconda famiglia, è una grande esperienza che mi sprona con rinnovata energia e nuovi stimoli. Si tratta di un’avventura molto diversa rispetto alle precedenti; sicuramente ricca di tutte le nostre esperienze vissute nei tanti anni di lavoro insieme e come singoli, esperienze che ci hanno consentito di riconfermare i vecchi rapporti sia umani che lavorativi, ma anche molto più “sentita” perché ci mettiamo tutti la faccia. Abbiamo coinvolto i nostri collaboratori

storici e siamo stati felici di ritrovarli e vederci insieme in una nuova veste. Molto gratificante è stato anche l’affetto che ci hanno dimostrato i nostri competitor, una cosa inaspettata e meravigliosa che ha portato, anche in fiera, a incontri produttivi e stimolanti sia sul piano lavorativo che umano».

Avete un grande lavoro davanti: come vi muoverete verso l’apertura di altre sedi?

«Il lavoro è importante per mole e impegno, ma abbiamo obiettivi definiti: la nostra intenzione è avere un punto di riferimento in ogni regione. Abbiamo iniziato al sud perché abbiamo una vasta rete attiva e produttiva con cui stiamo lavorando, ma è solo il primo step. Il nostro è un gruppo rodato e ci impegniamo, a breve termine, a essere presenti su tutto il territorio nazionale, muovendoci in modo intelligente, perché la cura degli interessi dei nostri clienti e assistiti è sempre al primo posto».

Non resta che augurare un buon inizio e buon lavoro a Pina Montereale e a tutto il suo gruppo. 

For.Tec. punta su A.I. e tecnologia elettrica

Crematori di nuova generazione: innovazione per mantenere affidabilità ed efficienza riducendo costi ed emissioni.

Innovare, per For.Tec., significa osservare l’evoluzione del mercato e trasferire sui propri impianti le tecnologie più avanzate disponibili.

L’azienda, specializzata nella produzione di impianti per trattamento termico e cremazione, considera la ricerca tecnica una parte essenziale del proprio lavoro: ogni nuovo progetto nasce per migliorare affidabi-

lità, efficienza, sicurezza operativa e sostenibilità

«Per noi innovare non significa aggiungere tecnologia fine a sé stessa, ma rendere ogni impianto più affidabile, più efficiente e più sostenibile», afferma Edoardo Belgrano, CEO di For.Tec. «Un crematorio moderno deve lavorare con precisione e continuità, aiutando il gestore a prendere decisioni migliori». 

Nel settore crematorio l’innovazione deve tradursi in risultati concreti: controllo del processo, riduzione dei consumi, tracciabilità dei cicli, minori emissioni e manutenzione più prevedibile. Per questo For.Tec. sta concentrando il proprio sviluppo su due direttrici tecnologiche: Intelligenza Artificiale applicata ai crematori e forni crematori elettrici

Un crematorio moderno è un sistema termico complesso. Camera primaria, post-combustione, aria comburente, depressione interna, trattamento fumi, automazione e sicurezze devono lavorare in modo coordinato. Il cuore del controllo resta il PLC industriale, indispensabile per sequenze, allarmi, ventilatori, serrande e dispositivi di sicurezza. Il PLC garantisce affidabilità e ripetibilità, ma lavora su logiche predefinite: se una temperatura scende sotto un valore, attiva una regolazione; se una soglia viene superata, genera un allarme.

L’ Intelligenza Artificiale introduce un livello superiore: non sostituisce il PLC, ma lo affianca con analisi e ottimizzazione. I dati possono sembrare gli stessi — temperature, tempi ciclo, ossigeno residuo, depressione, assorbimenti elettrici, consumi e allarmi — ma cambia il modo in cui vengono utilizzati. Il PLC esegue una logica programmata; l’AI interpreta l’andamento del processo, confronta i dati con cicli precedenti, riconosce tendenze e suggerisce regolazioni più efficienti.

«Il PLC esegue, l’intelligenza artificiale interpreta», spiega Belgrano. «Non parliamo soltanto di automazione, ma di capacità di leggere il comportamento reale dell’impianto e migliorarlo ciclo dopo ciclo».

Un esempio riguarda la temperatura. Un controllo tradizionale mantiene la camera entro un intervallo impostato.

Un sistema supportato da AI può valutare anche velocità di salita e discesa, risposta del forno alle regolazioni, energia impiegata e stabilità della post-combustione. Questo consente di evitare sovratemperature inutili, ridurre i picchi termici, limitare lo stress sui refrattari e migliorare l’efficienza energetica

Lo stesso principio vale per l’aria comburente. Un sistema automatico apre o chiude serrande in base a soglie prefissate. Un sistema evoluto analizza invece se l’aria immessa è coerente con la fase del ciclo. Troppa aria può raffreddare la camera, aumentare i fumi da trattare e far crescere i consumi; poca aria può rendere meno stabile la combustione. L’AI aiuta a trovare un equilibrio più preciso

Anche la manutenzione diventa più evoluta. Il PLC segnala un guasto quando un componente non ri-

sponde o quando viene superata una soglia. L’AI può individuare segnali deboli prima del guasto: tempi di riscaldamento più lunghi, assorbimenti anomali, instabilità della depressione o risposta irregolare di un ventilatore. Questi elementi possono indicare un decadimento prestazionale e consentire interventi programmati prima di un fermo impianto.

La seconda direttrice di sviluppo riguarda il forno crematorio elettrico, tecnologia di grande interesse per la riduzione dell’uso diretto di combustibili fossili e delle emissioni in atmosfera. In un forno tradizionale alimentato a gas o gasolio, una parte delle emissioni deriva dalla combustione del combustibile usato per generare calore. Nel forno elettrico questa combustione diretta viene eliminata: il calore è prodotto da resistenze elettriche ad alta temperatura

«Il forno elettrico rappresenta una delle evoluzioni più concrete del nostro settore», sottolinea Belgrano. «Eliminare la combustione diretta del combustibile significa ridurre una componente emissiva importante e aprire la strada a impianti più compatibili con le esigenze ambientali future».

L’assenza di bruciatori riduce le emissioni dirette legate alla fiamma, come la CO2 prodotta localmente dalla combustione del gas o del gasolio e una parte degli ossidi di azoto generati dalle alte temperature di fiamma. Il processo richiede comunque una corretta gestione dei fumi della cremazione e adeguati sistemi di abbattimento; tuttavia il forno elettrico elimina la quota emissiva associata al combustibile fossile necessario al riscaldamento. Il vantaggio ambientale aumenta quando l’energia elettrica proviene

da fonti rinnovabili: si riduce l’impatto complessivo lungo la filiera energetica. Dal punto di vista tecnico, un forno elettrico non è semplicemente un forno tradizionale con resistenze al posto dei bruciatori.

Richiede progettazione specifica: potenza installata, distribuzione delle resistenze, isolamento, inerzia termica, controllo a zone, durata degli elementi riscaldanti, gestione dei picchi di assorbimento e integrazione con post-combustione e trattamento fumi

L’integrazione tra forno elettrico e Intelligenza Artificiale rappresenta un ulteriore passo avanti. L’AI può analizzare il rapporto tra energia assorbita e andamento termico, ottimizzare la distribuzione del carico tra le zone, individuare resistenze meno performanti, ridurre i picchi di consumo e migliorare la ripetibilità dei cicli. Anche ciò che sembra una normale regolazione automatica diventa, se gestito con logiche intelligenti, un sistema più adattivo ed efficiente

«Il nostro obiettivo è costruire crematori capaci di consumare meno, emettere meno e lavorare meglio», conclude Belgrano. «La tecnologia ha valore solo quando porta vantaggi reali: continuità di servizio, controllo del processo, minore impatto ambientale e maggiore semplicità per chi gestisce l’impianto ogni giorno».

Con queste linee di sviluppo, For.Tec. conferma la volontà di innovare continuamente e di ricercare le migliori tecnologie da applicare ai propri macchinari. L’obiettivo non è inseguire mode, ma costruire crematori più intelligenti, più efficienti e più sostenibili, progettati e realizzati in Italia. 

Quando la visibilità si trasforma in illecito

Le Google Ads e la concorrenza sleale nel mondo digitale.

Nel mercato digitale la visibilità è un bene economico.

L'utente che digita su Google il nome di un'impresa, di uno studio professionale o di un operatore già conosciuto non sta necessariamente svolgendo una ricerca generica: spesso manifesta un orientamento preciso verso quel soggetto, fondato su reputazione, fiducia, passaparola, recensioni, storia commerciale o radicamento territoriale. Il problema nasce quando un concorrente acquista quel nome, quel marchio o quella denominazione come keyword pubblicitaria, facendo comparire il proprio annuncio sponsorizzato proprio davanti all'utente che

cercava l'impresa titolare del segno. La tecnica, nota come keyword advertising, può essere uno strumento legittimo di promozione commerciale; diventa però problematica quando l'annuncio, per forma, contenuto o contesto, si appropria della visibilità altrui e altera la libertà di scelta dell'utente. In tali ipotesi, la questione non è più solo di marketing, ma investe il diritto dei marchi, la disciplina dei segni distintivi, la concorrenza sleale, la pubblicità ingannevole e, nei casi più gravi, condotte di effettiva natura decettiva.

Occorre però evitare un equivoco: l'utilizzo del marchio o del nome 

del concorrente come parola chiave non è, di per sé e in via automatica, illecito. La giurisprudenza europea ha elaborato un criterio funzionale: il titolare del marchio può opporsi all'uso del proprio segno nell'ambito del keyword advertising quando l'annuncio pregiudica o rischia di pregiudicare le funzioni del marchio, in particolare la funzione di indicazione di origine. Il discrimine è quindi rappresentato dalla capacità dell'annuncio di consentire all'utente medio di comprendere chiaramente da chi provengano i beni o i servizi pubblicizzati. Se l'annuncio permette di percepire senza ambiguità che si tratta di un operatore terzo e concorrente, la campagna può rientrare in una dinamica di confronto concorrenziale. Se, invece, l'annuncio lascia intendere un rapporto di collegamento, affiliazione, autorizzazione, continuità commerciale o identità con il concorrente cercato, la condotta può assumere rilievo illecito.

Anche le policy di Google Ads distinguono tra uso del marchio come parola chiave e uso del marchio nel testo dell'annuncio: l'utilizzo come keyword non viene ordinariamente limitato dalla piattaforma, mentre l'impiego del marchio nell'annuncio di un concorrente diretto o in modo poco chiaro, ingannevole o fuorviante può essere sottoposto a restrizioni. Tale impostazione, tuttavia, non esaurisce la valutazione civilistica, che resta rimessa al diritto applicabile e, in ultima istanza, al giudice.

Il primo riferimento è l'art. 20 del Codice della proprietà industriale, che attribuisce al titolare del marchio registrato il diritto di farne uso esclusivo e di vietare a terzi l'impiego, nell'attività economica, di segni identici o simili per prodotti o servizi identici o affini, quando possa de-

terminarsi un rischio di confusione o di associazione. Per i marchi che godono di rinomanza, la tutela si estende anche all'uso che consenta di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio, oppure rechi pregiudizio agli stessi.

Accanto alla tutela del marchio registrato opera l'art. 2598 c.c., che qualifica come atti di concorrenza sleale l'uso di nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con quelli legittimamente usati da altri, l'appropriazione di pregi dell'impresa concorrente e, più in generale, il ricorso a mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale e idonei a danneggiare l'altrui azienda.

Ne deriva che l'uso del nome del concorrente in una campagna sponsorizzata può rilevare anche quando non vi sia un marchio registrato, purché il nome, la denominazione, l'insegna o il segno distintivo abbiano acquisito capacità identificativa sul mercato e l'impiego da parte del concorrente sia idoneo a generare confusione o a determinare uno sviamento scorretto della clientela. Il nucleo dell'illecito è rappresenta-

to dalla confondibilità

Nel contesto delle campagne Google Ads, il rischio di confusione non coincide solo con l'errore materiale dell'utente che crede di cliccare sul sito del concorrente. Può consistere anche nel rischio di associazione: l'utente può ritenere che l'inserzionista sia collegato all'impresa cercata, ne sia una sede, un partner, un rivenditore autorizzato, un successore, un referente territoriale o un soggetto comunque economicamente connesso.

Sono quindi particolarmente sensibili gli annunci che utilizzano nel titolo il nome del concorrente, richiamano espressioni come “ufficiale”, autorizzato”, “sede”, “centro”, “assistenza” o “servizio” senza adeguata chiarezza, oppure conducono a landing page costruite in modo da attenuare la distinzione tra l'inserzionista e il soggetto effettivamente cercato dall'utente.

La confusione può essere accentuata dalla posizione privilegiata dell'annuncio sponsorizzato, che spesso compare prima dei risultati organici. In questi casi la pubblicità non si limita a proporre un'alternativa: 

Foto di Everythingpossible - Dreamstime

intercetta una domanda già orientata verso un determinato operatore e la devia attraverso un segno distintivo altrui.

Oltre alla confusione, assume rilievo il tema dell'agganciamento parassitario. L'impresa che investe nel tempo nella propria reputazione digitale, nel posizionamento organico, nella riconoscibilità del marchio, nella comunicazione e nella fidelizzazione degli utenti costruisce un patrimonio immateriale. La campagna che utilizza quel nome come leva pubblicitaria può trasformarsi in una forma di sfruttamento gratuito degli investimenti altrui

Il fenomeno è ancora più delicato quando il segno del concorrente gode di particolare notorietà o quando opera in settori in cui la fiducia personale, territoriale o professionale è decisiva. In tali casi l'utente non cerca semplicemente un servizio, ma uno specifico soggetto. Intercettare quella ricerca può equivalere ad appropriarsi della reputazione altrui per generare traffico commerciale a proprio vantaggio. L'illecito non richiede necessariamente che

il consumatore sia definitivamente tratto in errore sino alla conclusione del contratto. Può essere sufficiente l'idoneità della condotta a creare confusione, a sviare clientela o a utilizzare mezzi contrari alla correttezza professionale. La valutazione resta comunque concreta e deve tener conto della formulazione dell'annuncio, del settore, del grado di distintività del segno e del comportamento complessivo dell'inserzionista.

L'espressione “campagna fraudolenta” deve essere utilizzata con attenzione, perché non ogni impiego del nome del concorrente integra frode. La qualificazione diventa però appropriata quando la campagna presenta elementi decettivi, ossia quando è strutturata per indurre l'utente in errore sull'identità dell'operatore, sull'origine del servizio o sull'esistenza di un rapporto con il concorrente.

Tra gli indici di possibile illiceità rientrano: l'inserimento del nome del concorrente nel testo dell'annuncio; la mancata chiara indicazione dell'identità dell'inserzionista; l'uso

di claim ambigui o suggestivi di un rapporto ufficiale; il rinvio a pagine di destinazione graficamente o testualmente assimilabili al concorrente; l'impiego di numeri telefonici, mappe, localizzazioni o denominazioni idonee a creare sovrapposizione; la reiterazione della condotta nonostante contestazioni o diffide.

In questi scenari la campagna non svolge una funzione informativa, ma utilizza il nome altrui come grimaldello pubblicitario. Il vantaggio competitivo non deriva dalla qualità dell'offerta, bensì dalla captazione della domanda generata dalla notorietà del concorrente Il fenomeno può assumere rilievo anche sotto il profilo della pubblicità ingannevole e della pubblicità comparativa illecita. Una comunicazione commerciale è ingannevole quando è idonea a indurre in errore il destinatario e a pregiudicarne il comportamento economico, oppure quando è idonea a ledere un concorrente. La pubblicità comparativa è consentita solo se non è ingannevole, confronta beni o servizi omogenei in modo oggettivo, non genera confusione tra imprese e non provoca discredito.

Foto

Pertanto, una campagna sponsorizzata che sfrutti il nome del concorrente senza trasparenza sull'identità dell'inserzionista può travalicare il perimetro della comunicazione lecita e assumere natura scorretta. La trasparenza è dunque il parametro decisivo: il consumatore deve poter comprendere immediatamente se sta visualizzando l'annuncio dell'impresa cercata o di un soggetto diverso che propone un'alternativa

Sul piano probatorio è fondamentale documentare tempestivamente la condotta. Le campagne Google Ads possono essere modificate o sospese rapidamente; per questo la prova deve essere raccolta in modo ordinato e, quando necessario, con modalità tecniche idonee a garantirne l'attendibilità. È opportuno conservare screenshot completi della pagina dei risultati, indicando data, ora, query digitata, localizzazione geografica, dispositivo utilizzato e URL di destinazione. È utile acquisire anche la pagina di atterraggio, il testo integrale dell'annuncio, eventuali estensioni, numeri telefonici, mappe e ogni elemento che possa dimostrare il collegamento tra keyword, annuncio e sviamento. Nei casi più rilevanti può essere opportuno procedere con una verbalizzazione notarile, una perizia informatica o strumenti di acquisizione forense, così da prevenire contestazioni sull'autenticità o sulla riproducibilità della prova.

L'impresa lesa può agire su più livelli. In via stragiudiziale può inviare una diffida all'inserzionista, chiedendo la cessazione della campagna, la rimozione del nome o del marchio altrui dal testo dell'annuncio e, ove necessario, l'inserimento del segno come parola chiave negativa, così da evitare future visualizzazioni in corrispondenza della ricerca del con-

Elemento da verificare Rilevanza giuridica

Keyword corrispondente al nome o marchio del concorrente

Uso del segno nel titolo o nel testo dell'annuncio

Identità dell'inserzionista non chiara

Landing page ambigua o imitativa

Reiterazione dopo contestazione

Prova documentale della visualizzazione

Non basta da sola, ma è il presupposto tecnico della condotta da valutare.

Aumenta il rischio di confusione, associazione e violazione del marchio.

Può indurre l'utente a credere che vi sia un collegamento economico inesistente.

Può rafforzare l'effetto decettivo e lo sviamento della clientela.

Può incidere sulla valutazione della scorrettezza e della colpa.

È essenziale per diffida, reclamo, cautelare e azione risarcitoria.

corrente. Sul piano della piattaforma, il titolare del marchio può presentare un reclamo a Google per l'uso del marchio negli annunci, ferma restando la distinzione tra policy della piattaforma e valutazione giuridica dell'illecito. La decisione di Google non sostituisce infatti l'accertamento giudiziale, né esclude la responsabilità dell'inserzionista.

Sul piano giudiziale possono essere richieste l'inibitoria della condotta, anche in via cautelare, la rimozione degli annunci, la cessazione dell'uso del segno distintivo, il risarcimento del danno, la retroversione degli utili nei casi previsti dalla disciplina della proprietà industriale e, ricorrendone i presupposti, la pubblicazione del provvedimento. L'art. 131 c.p.i. consente inoltre di ottenere provvedimenti inibitori contro violazioni imminenti, in corso o destinate a ripetersi.

La concorrenza online è legittima quando consente al consumatore di confrontare offerte alternative in modo chiaro e trasparente. Non lo è quando utilizza il nome del concorrente per agganciarsi alla sua reputazione, sfruttarne la visibilità o disorientare l'utente sull'identità dell'operatore. E voi? Avete mai fatto un controllo? Nel mercato digitale, la visibilità è il risultato di investimenti economici e reputazionali. Appropriarsene attraverso strumenti pubblicitari opachi non è innovazione commerciale, ma possibile illecito concorrenziale. 

Riferimenti essenziali

• Art. 20 Codice della proprietà industriale - diritti conferiti dalla registrazione

• Art. 2598 c.c. - atti di concorrenza sleale

• Art. 131 Codice della proprietà industriale - inibitoria

• Norme Google Ads sui marchi

• AGCM - pratiche commerciali scorrette e pubblicità ingannevole e comparativa

• Corte di Giustizia UE, Google France e Google, cause riunite C-236/08, C-237/08 e C-238/08

• Corte di Giustizia UE, Interflora, causa C-323/09

Nota redazionale: la qualificazione della singola campagna richiede sempre l'esame concreto della keyword utilizzata, del testo dell'annuncio, della pagina di destinazione, del settore di mercato e del comportamento complessivo dell'inserzionista.

La tutela dei beni culturali nei cimiteri demaniali

Il cimitero demaniale comunale è un contesto giuridicamente composito. Nell’area cimiteriale coesistono:

1. beni demaniali comunali: aree, viali, mura talvolta antiche, porticati e gallerie, edifici di servizio, cappelle o tombe realizzate dal comune o rientrate nel patrimonio comunale a seguito di estinzione della concessione, decadenza, revoca;

2. manufatti privati in concessione: cappelle, tombe di famiglia, edicole, sepolcri realizzati su aree cimiteriali in concessione;

3. beni di enti privati non profit: confraternite, enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, fondazioni. Questa compresenza impone una

lettura “a strati” della tutela culturale prevista dal Codice dei beni culturali

D.lgs. 42/2004: non esiste una tutela “del cimitero” in blocco, ma una tutela che si applica per bene e per titolo di appartenenza, con possibili effetti “di riflesso” dovuti alla tutela indiretta.

Il Codice (art. 1 comma 1) definisce beni culturali come “cose immobili e mobili” aventi interesse culturale (artistico, storico, archeologico o etnoantropologico), distinguendo però i percorsi di emersione giuridica dell’interesse in base alla proprietà: • beni appartenenti a soggetti pubblici e assimilati: logica presuntiva, modificabile con un procedimento di verifica;

• beni di privati “ordinari”: logica costitutiva se e solo se vi è stato un procedimento di dichiarazione

Il fondamento di tale diversificazione di trattamento è nell’art. 10, co. 1 per i beni di appartenenza pubblica (come nel caso del Comune) e nell’art. 10, co. 3 (beni di appartenenza privata che diventano culturali quando sia intervenuta la dichiarazione ai sensi art. 13, co. 1).

Sostanzialmente: un bene di proprietà pubblica (e il cimitero comunale nel suo complesso è un bene appartenente al demanio comunale in base agli articoli 823 e 824 del Codice civile) si presume sempre soggetto alla tutela del codice se ha più di 70 anni. Se ha meno di 

70 anni non vi è tutela presuntiva, e per essere soggetto a tutela serve la dichiarazione di verifica positiva della Soprintendenza.

Invece, un bene di proprietà privata che abbia anche più di 70 anni di età, non è soggetto a tutela, a meno che la Soprintendenza, attraverso un procedimento specifico, non lo dichiari soggetto esplicitamente a tutela.

A queste forme di tutela diretta si aggiunge la tutela indiretta, ovvero indotta su un bene per le prescrizioni che sono previste per il contesto in cui egli è collocato.

Cosicché per ogni bene presente in cimitero occorre verificare, nell’ordine:

1. chi è il soggetto cui appartiene la “cosa”: Comune/Stato/ente pubblico; ente non profit; privato; 2. qual è la natura fisica e giuridica della cosa: immobile, parte di immobile, bene mobile autonomo, pertinenza/elemento incorporato; 3. se opera un titolo di tutela “diretta” (verifica/dichiarazione) o “indiretta” (prescrizioni sul contesto).

Questo metodo è determinante soprattutto per lapidi e iscrizioni, tutelate dall’Art. 50 co.1 del Codice, che possono essere: bene autonomo, componente di un immobile o semplice elemento privo di interesse culturale.

Col passare del tempo cimiteri, parti di essi, tombe e complessi di manufatti realizzati anche in epoche relativamente recenti (inizio anni ‘50 del Novecento), anche se in forma seriale, sono rientrati presuntivamente sotto tutela culturale per effetto della normativa sul Codice dei beni culturali, visto che per i beni pubblici con più di 70 anni vige la tutela piena culturale fino a diversa valutazione della Soprintendenza. Ciò può determinare, unitamente alla tutela per lapidi ed iscrizioni di

cui all’articolo 50 del Codice, nata per salvaguardare altre fattispecie cittadine o ricordi specifici storici, un problema di difficile soluzione. Di lapidi cimiteriali è pieno ogni cimitero sia perché vi è un obbligo regolamentare di iscrizione del defunto sepolto, sia per la natura tipica del contrassegno delle sepolture (lapide e copritomba).

Cosicché, se non si vuole finire nella sostanziale impossibilità ad operare in un cimitero, occorre chiarire:

a) Qual è la parte di cimitero e/o le singole tombe di esso effettivamente da sottoporre a tutela culturale;

b) Quali protocolli operativi standard, concordati con la Soprintendenza, garantire nelle varie situazioni ordinarie che si possono presentare. Lasciando la valutazione specifica ai soli casi nei quali sia effettivamente necessario coinvolgere la Soprintendenza.

Se non si segue tale logica di intervento di buon senso, si può bloccare l'operatività cimiteriale e ridurre la disponibilità della cittadinanza a servirsi delle proprie concessioni cimiteriali nonché a mantenerle nel tempo. Allo stesso tempo si rischia di ingolfare l’attività delle Soprintendenze, inondate da una marea di richieste ex articolo 21 e art. 50 del Codice o, viceversa, rischiare pesanti riflessi anche penali, per violazione del Codice da parte dei soggetti gestori e/o proprietari delle tombe cimiteriali.

Pertanto, si ritiene utile che i Comuni e i gestori cimiteriali effettuino una attenta rilevazione della situazione dei propri cimiteri circa l’applicabilità del Codice dei beni culturali, individuando limitate aree e sepolcri per i quali effettivamente vi siano caratteristiche storico/artistiche da salvaguardare e proporre alla Soprintendenza competente:

a) La verifica di dichiarazione di bene tutelato nelle forme che si propongono, in base all’art. 12 del Codice, suddividendo le aree effettivamente tutelate da quelle non soggette a tutela;

b) Una regolamentazione operativa di intervento ordinario in beni tutelati, che consenta di sapere preventivamente come comportarsi nella maggior parte dei casi, consentendo in tal modo che il servizio pubblico cimiteriale non sia interrotto, lasciando la valutazione dei casi più complessi, fuori dall’ordinario, alla Soprintendenza;

c) Una variazione di alcuni articoli del regolamento di polizia mortuaria comunale o, se adottate, delle norme attuative di piano regolatore cimiteriale, che consentano tale impostazione. 

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Non chiamateli luoghi abbandonati

Alla fine dell’Ottocento, un baffuto gentiluomo americano tornò nei luoghi in cui, prima della guerra civile, aveva trascorso una giovinezza avventurosa come pilota sui battelli del Mississippi.

A New Orleans rimase colpito soprattutto dai cimiteri. Le tombe, costruite sopra il livello del terreno, gli apparvero come piccole case o templi, ben allineati lungo viali ordinati. Guardando quella distesa di tetti, frontoni e facciate bianche, gli parve che l’espressione “città dei morti” acquistasse un significato concreto e tutt’altro che lugubre. A dirla tutta, la città dei morti gli sembrò quasi più bella, pulita, e curata di quella dei vivi. Ma accanto ai fiori freschi lasciati dalle pie mani di genitori, figli, mariti e mogli, e

Asher Colombo che suggerivano cura e sollecitudine attiva, tutt’altra impressione gli fecero i cosiddetti “ immortelle”: corone artificiali brutte, economiche, indistruttibili, gli antenati dei fiori di plastica di oggi. Questi bastava appenderli e dimenticarsene: avrebbero provveduto loro a custodire il dolore. Ma il gentiluomo aderiva idealmente anche alle campagne igieniste e cremazioniste del suo tempo e non risparmiava un certo sarcasmo alle sepolture tradizionali. Tuttavia il sospetto diffuso che i cimiteri fossero malsani, costosi e ormai poco razionali si scontrava con l’ammirazione per la cura dei morti, la memoria e gli affetti. Così, mentre cercava di liquidare il cimitero come un relitto del passato, non poteva fare a meno di apprezzarne l’elemento ancora attuale: 

un luogo separato dal mondo ordinario e, nello stesso tempo, pieno della presenza dei vivi

La città dei morti, la ricerca di ORME E oggi? Cosa pensiamo della città dei morti? Quanto la frequentiamo? Quanto la abitiamo? Una risposta a queste complesse domande può essere trovata nella ricerca Gli italiani, il commiato, la memoria, realizzata da Orme – Osservatorio per la Ricerca sulla Morte e le Esequie dell’Istituto Cattaneo e commissionata da Sefit-Utilitalia. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di 2.000 italiani maggiorenni, ha ricostruito il rapporto con i cimiteri, i defunti, la sepoltura, la memoria e l’aldilà.

Il primo risultato è netto: il cimitero non è affatto scomparso dalla vita

degli italiani. Il 43% degli intervistati dichiara di esservisi recato per la Commemorazione dei defunti, o in un giorno immediatamente vicino; il 69% di averlo comunque visitato almeno una volta nei dodici mesi precedenti. Più di due adulti su tre, dunque, hanno varcato, nell’ultimo anno, il confine di uno spazio cimiteriale. Non sembra la fotografia di un’istituzione marginale né di un’abitudine confinata a una piccola minoranza.

Per farci un’idea delle dimensioni, proviamo a fare qualche confronto. Nello stesso anno è andato a teatro, almeno una volta, il 24% degli italiani, al cinema il 46%, al museo il 36%, a un concerto il 26%, in discoteca il 20%. Anche considerando che al cimitero non si paga l’ingresso, il confronto è decisamente impietoso. Certo, il valore complessivo va

disaggregato in base alla frequenza. Escludendo il 2 novembre, il 35% non è mai andato al cimitero durante l’anno; il 38% vi si è recato da una a quattro volte; il 13% più di quattro volte, ma meno di una volta al mese; il 14% almeno mensilmente. La frequentazione assidua riguarda quindi solo una minoranza, mentre la maggioranza degli italiani si reca al cimitero in occasioni speciali e poi probabilmente non ci pensa più. Se, tuttavia, si va più spesso al cimitero che in discoteca, il colpevole è presto detto. La ricerca punta il dito sulle tappe della vita. La visita al cimitero cresce, nel complesso, con l’età, passando progressivamente dal 55% dei 18-24enni all’82% degli ultrasessantacinquenni. Non si tratta solo di maggiore disponibilità di tempo, né solo di maggiore sensibilità. Invecchiando aumenta la probabilità di avere perso persone care: nonni, genitori, fratelli, partner e amici. E il cimitero si popola progressivamente di persone con cui si è condiviso un tratto della propria vita.

Anche avere figli modifica il rapporto con questo luogo. Tra chi non ne ha, il 60% ha visitato un cimitero nell’ultimo anno; tra chi ne ha, la quota sale al 75%. Diventare genitori rafforza l’inserimento nella catena dei vincoli generazionali. Rende più visibile il legame con chi è venuto prima e più concreta la responsabilità di trasmetterne la memoria a chi viene dopo.

Anche i calendari della perdita esercitano il loro effetto. Ha visitato un cimitero l’81% di chi ha subito nell’ultimo anno la morte di un parente stretto, contro il 68% di chi non ha vissuto un lutto analogo. E la stessa religione continua a contare: la visita riguarda il 75% dei cattolici, ma scende al 50% tra coloro che non appartengono ad alcuna confessione. Il cimitero non è ovviamente 

un luogo religioso, ma le appartenenze religiose continuano a influenzarne l’uso.

Tutti questi dati convergono verso una possibile interpretazione. Al cimitero si va soprattutto per i propri morti: genitori, nonni, parenti, amici. E spesso non ci si va da soli. Solo un visitatore su cinque era solo durante l’ultima visita; gli altri erano accompagnati soprattutto dal coniuge, dai figli, dai genitori, da fratelli o sorelle. La città dei morti è quindi anche un luogo nel quale i vivi continuano a “fare famiglia”. Vi si confermano appartenenze, obblighi e promesse di reciprocità: visitiamo chi ci ha preceduto anche nella speranza che qualcuno farà lo stesso con noi.

Un’abitudine destinata a scomparire?

Fin qui la persistenza. Ma la ricerca obbliga anche a guardare le cose in prospettiva. La visita al cimitero è ancora diffusa e tuttavia si va affievolendo. Negli ultimi sei anni, la quota di italiani che dichiara di aver visitato un cimitero è scesa di 8 punti percentuali. In un tempo così breve non è una variazione marginale. Viene facile attribuire il declino alle nuove generazioni: meno religiose, meno legate ai luoghi d’origine e meno inclini a osservare i rituali familiari. I dati, però, raccontano una storia diversa. Il calo non è affatto più rapido tra i giovani. È trasversale. La diminuzione nelle visite ai cimiteri dipende soprattutto da un cambiamento di lungo periodo e non riguarda quindi una sola generazione. Questo risultato cambia il senso del fenomeno. Non stiamo osservando soltanto nuove generazioni che sostituiscono le precedenti portando con sé abitudini diverse. Sta cambiando il contesto in cui tutte le generazioni si rapportano ai morti e ai luoghi della memoria. Le fami-

glie sono più piccole e disperse sul territorio; crescono le cremazioni e cresce la loro accettabilità; aumentano le forme domestiche e digitali del ricordo; diminuisce la forza delle prescrizioni religiose; il tempo quotidiano è organizzato in modo diverso. Presi insieme, questi processi rendono la visita meno automatica e meno sostenuta da un obbligo condiviso. La conclusione non è che il cimitero sia diventato inutile. Al contrario: i dati mostrano che resta un’istituzione molto frequentata e profondamente intrecciata alle biografie e alle relazioni familiari, perfino giudicata importante e indispensabile (ne parleremo magari in un prossimo articolo). Ma la sua centralità non può più essere data per scontata. La città dei morti continua a essere abitata dai vivi. Semplicemente, lo è meno spesso e in modo più selettivo. Il problema, per chi amministra e cura questi luoghi, non è dunque soltanto conservarli. È continuare a renderli riconoscibili come spazi capaci di ospitare memoria, relazioni e appartenenze, anche in una società che cambia.

Proprio come accadeva già alla fine dell’Ottocento, anche a noi contemporanei può sembrare che i cimiteri appartengano ormai a un passato destinato a essere superato: forse meno dall’igiene, un problema ampiamente superato, ma di sicuro dalla razionalità, dai nuovi e travolgenti ritmi di vita, dalla secolarizzazione, dall’affermazione della cremazione, dai rapidi cambiamenti sociali e culturali. Ma ecco la sorpresa: i cimiteri sono ancora qui, e sono ancora importanti. Eppure la domanda “cosa occorre perché la città dei morti continui a essere, anche per i vivi, un luogo da visitare?” continua a risuonare a oltre un secolo e mezzo di distanza dai sentimenti che la vista di un cimitero bello e ordinato in una New Orleans ormai lontana nel tempo e nella memoria aveva suscitato in un osservatore acuto e profondo come era Samuel Clemens. Meglio noto come Mark Twain. 

Foto di Zbynek PospisilDreamstime

psicologia

La famiglia come ecosistema

Gestire

le dinamiche relazionali

e il "lutto sistemico" nell'agenzia funebre.

Introduzione: il tavolo degli accordi

Quando un operatore funebre accoglie una famiglia per l'organizzazione delle esequie, non si trova quasi mai di fronte a individui isolati. La scrivania dell'agenzia diventa un palcoscenico su cui si muove un intero ecosistema umano, scosso in quel momento da un evento sismico. Il lutto non è mai una questione strettamente privata del singolo, ma un fenomeno che attraversa, destruttura e trasforma l'intera rete di

relazioni. Il lutto è, di fatto, sempre un processo relazionale.

Nel settore funerario, la competenza tecnica, logistica e normativa è il prerequisito fondamentale, ma spesso non basta ad affrontare la complessità del reale. L'operatore si trova frequentemente, suo malgrado, a ricoprire il ruolo di facilitatore di equilibri precari, dovendo mediare tra silenzi assordanti, richieste contraddittorie o antiche tensioni latenti che esplodono proprio nel momento del commiato. Le famiglie che 

vivono il lutto sembrano amplificare in questi momenti le dinamiche di potere, le modalità comunicative, le alleanze o i conflitti.

Il "sistema" e l’impatto del lutto familiare

Quando parliamo di approccio "sistemico", ci riferiamo a una visione in cui la famiglia non è concepita come un semplice assembramento di individui sotto lo stesso tetto, ma come un organismo vivente, complesso e interconnesso. Un vero e proprio sistema in cui ogni elemento (il genitore, il figlio, il nipote) è legato agli altri da fili invisibili di lealtà, aspettative e ruoli storici. Se tiriamo, spostiamo o recidiamo un solo filo, tutta la struttura – come una complessa giostra mobile appesa al soffitto – inizia a oscillare per tentare di ritrovare un nuovo bilanciamento. Nel pensiero sistemico-relazionale, la causalità non è mai lineare, ma circolare: l'emozione di uno influenza, provoca e modella la reazione dell'altro.

Il "lutto sistemico", dunque, non è la mera somma dei dolori individuali, ma un terremoto che fa crollare l'omeostasi del gruppo. Implica una reazione emotiva a catena: capita spesso di vedere, proprio negli uffici dell'agenzia, un membro della famiglia assumere la maschera della freddezza e dell'iper-razionalità

operativa per bilanciare (o silenziare) il crollo disperato di un altro familiare. L'assenza fisica del defunto lascia improvvisamente un "buco di ruolo" (chi era il mediatore della famiglia? chi il saggio? chi il ribelle?) e chi resta si trova sbalzato in una posizione nuova e sconosciuta, generando ansia, irritabilità e una sensazione di profondo smarrimento

Queste tensioni diventano particolarmente tangibili e delicate in situazioni specifiche, ad esempio in seguito al decesso di anziani residenti nelle strutture di cura. In questi casi, i familiari si presentano in agenzia carichi non solo del dolore per la perdita, ma talvolta di un pesante bagaglio non elaborato: sensi di colpa sotterranei per l'istituzionalizzazione, oppure conflitti sopiti tra fratelli sulla passata gestione del decadimento cognitivo o fisico del genitore. Il modo in cui interagiscono durante la scelta del cofano o la definizione del rito è lo specchio fedele di queste dinamiche.

L'operatore nel sistema: il rischio del coinvolgimento

In questo delicato riassetto, l'operatore funebre non è un semplice spettatore esterno. Nel momento in cui accoglie i dolenti attorno al tavolo e si fa carico del loro bisogno, egli entra a far parte del sistema fami-

gliare, seppur in veste temporanea. Si crea, di fatto, un inedito "sistema di supporto". Ed è qui che si annida il rischio professionale più sottile.

Le famiglie in crisi, nel tentativo di abbassare la propria angoscia, tendono istintivamente a risucchiare il professionista nelle loro dinamiche, cercando alleanze per ripristinare un equilibrio. L'impresario può trovarsi, senza rendersene conto, "triangolato" nelle dispute: può diventare il confidente di una figlia a discapito dell'altra, può essere spinto a fare da giudice su questioni economiche o può finire per assorbire l'angoscia generale fino a sentirla propria e portarsela a casa.

Riconoscere le dinamiche e tutelare le distanze

Saper decodificare le interazioni permette al professionista di non farsi inghiottire, mantenendo lucidità. Possiamo identificare due polarità frequenti:

• Il conflitto sperto Si manifesta quando i membri sembrano in disaccordo su ogni dettaglio. Un figlio desidera un funerale sfarzoso come forma di risarcimento simbolico; un altro preme per una cremazione in contrasto con le tradizioni del gruppo. Il rischio per l'operatore è quello 

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• La delega totale

Il sistema familiare collassa su se stesso. La famiglia appare pietrificata, accondiscendente su tutto, delegando integralmente ogni decisione. Sebbene sembri operativamente più "facile", c'è il rischio di privare i dolenti di un ruolo attivo nel rito, passaggio invece vitale per l'elaborazione del lutto.

Strumenti di navigazione: la "Neutralità Attiva"

Come evitare un eccessivo coinvolgimento pur restando il più possibile empatici?

1. La posizione di neutralità: L'operatore deve mantenere un'equidistanza accogliente. Quando emergono tensioni, è vitale non farsi inglobare nelle coalizioni Bisogna riportare la comunicazione sul piano del "significato condiviso", sgonfiando la dinamica di potere con domande focalizzate: «Cosa credete che lui/lei avrebbe ritenuto più giusto?» «Comprendo le vostre posizioni. È evidente che entrambi desiderate onorare al meglio la memoria di vostro padre, ognuno a suo modo. Proviamo a fare un passo indietro: conoscendo il suo carattere e la sua vita, lui cosa avrebbe ritenuto più adatto a sé?». Spostare il focus all'esterno permette di decentrare l'attenzione dai conflitti dei vivi, ripristinando la centralità del defunto.

2. La gestione dell'aggressività "spostata": In alcuni casi estremi può presentarsi un comportamento aggressivo da parte dei familiari (ad esempio, alzano la voce e si mostrano inutilmente polemici con l'impresario per un dettaglio irrilevante). L'intervento neutrale richiede di riconoscere che quella

rabbia non è "contro" l'operatore, ma è rabbia contro la morte, dislocata sull'unico bersaglio sicuro a disposizione in quel momento. Difendersi alzando un muro o giustificandosi inasprisce la crisi. Invece di dire «Non è colpa mia se il fiorista ha sbagliato», è più efficace accogliere l'emozione mettendo in atto una de-escalation emotiva: «Mi dispiace molto che questo dettaglio vi crei ulteriore disagio in un momento che per voi è già emotivamente difficilissimo e carico di tensione. Me ne occupo personalmente e risolviamo appena possibile»

3. Modulare il tempo: La fretta genera urgenza ed esaspera le dinamiche. Prendersi pause strategiche, magari invitando la famiglia a visitare la sala esposizioni in momenti separati, disinnesca l'escalation emotiva, ristabilendo i confini del sistema.

4. Valorizzare il processo: Coinvolgere delicatamente il familiare più ritirato, o chiedere ai nipoti presenti un piccolo contributo simbolico, restituisce alla famiglia la competenza sul proprio dolore, evitando che si aggrappi in modo dipendente o disfunzionale all'impresario.

Conclusioni: la predisposizione familiare dell'addio

L'organizzazione del funerale non è la semplice fine di un percorso biologico, ma è il primissimo atto che un ecosistema familiare compie nel suo nuovo e disorientante assetto. L'operatore funebre che sa guardare le dinamiche, senza farsi "catturare" da esse, non offre semplicemente un servizio eccellente. Offre un punto fermo esterno e sicuro, permettendo a una rete affettiva ferita di tramutare l'inevitabile caos della perdita in un rito ordinatore, profondamente umano e condiviso. 

Bibliografia

• Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all'individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Roma: Astrolabio.

• Campione, F. (2012). Il deserto e la speranza. Psicologia e psicoterapia del lutto. Roma: Armando Editore.

• Mencacci, E. (2015). Dalla malattia al lutto. Bologna: Edizioni Zanichelli.

• Onofri, A., & La Rosa, C. (2015). Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

FOCUS DONNA

Femmina come la morte?

Un incontro tra professioniste del settore per “riconoscersi, ritrovarsi, allearsi”.

A latere e a completamento della sezione espositiva, l’edizione 2026 di TANEXPO ha ospitato un ricco programma di eventi che hanno toccato argomenti di interesse comune.

Tra i vari incontri, particolarmente partecipato è stato il Forum Donne della Funeraria che si è tenuto nello spazio espositivo della Scuola Superiore per la Funeraria dal titolo “Femmina come la morte? Riconoscersi, ritrovarsi, allearsi”, organizzato e promosso da Gaia Landini, di Croce Verde Reggio Emilia, Simona Ferrari, delle Onoranze Funebri Bonomi in provincia di Modena e Laura Persico

Pezzino, direttore della citata Scuola.

Il settore funebre, incontrastato territorio fino a non molto tempo fa di un mondo prettamente maschile, è ora popolato da un considerevole numero di figure femminili che, ricoprendo una varietà di incarichi diversi, costituiscono una autentica risorsa per l’intero comparto. Di qui l’esigenza di un confronto fra professioniste per scambiare esperienze, punti di vista e rafforzare la consapevolezza del proprio valore.

Il convegno si è articolato in tre parti: la prima ha indagato sulla 

relazione donna/morte da un punto di vista storico e antropologico; la seconda si è incentrata sul bisogno della donna di riconoscersi e di affermarsi in quanto tale; la terza ha evidenziato la necessità, in campo lavorativo, di instaurare una fattiva sinergia tra colleghe al fine di attuare un vero cambio di paradigma e creare valore aggiunto in questo complesso ambito professionale.

Sono state assai numerose le persone che si sono alternate al microfono per presentare le loro relazioni, e altrettanto cospicue e diversificate sono state le testimonianze raccontate, sempre tuttavia accomunate dal medesimo fil rouge: l’orgoglio di svolgere un lavoro così delicato che tuttavia si accompagna spesso alla difficoltà di dover farsi strada in un contesto dominato dal sesso maschile

Le caratteristiche peculiari della femminilità sono quelle, sia per indole o talvolta per condizionamenti culturali, di una grande sensibilità, di una maggiore apertura all’ascolto e di una predisposizione alla cura. Rispetto all’uomo la donna è più presente, è più forte nell’affrontare la sofferenza, si relaziona in modo più empatico con l’altro. La donna racchiude in sé il mistero della vita: è

colei che genera, che accudisce, che attua quella trasformazione che perpetua il ciclo naturale dell’esistenza. Se l’uomo è una linea retta, la donna è un cerchio.

E come si rapporta nei confronti della morte? Facciamo un passo indietro nel tempo, quando la morte non era un tabù ma un evento ordinario, anche se misterioso, che faceva parte della vita. La morte non veniva nascosta o, ancora peggio come accade oggi, negata, ma celebrata. Nell’antichità il ruolo della donna nei riti funebri era centrale,

soprattutto nelle fasi del lutto, della preparazione del corpo e delle cerimonie commemorative. Ciò avveniva perché già le società antiche associavano la figura femminile all’idea di protezione, della continuità della famiglia e della memoria degli antenati. Essendo essa stessa l’incarnazione dei temi della nascita, della fertilità e del susseguirsi delle varie fasi dell’esistenza era la sola che poteva simbolicamente attuare il passaggio dalla vita alla morte. E il funerale era un qualche cosa che andava oltre alla sepoltura: un rito sacro per garantire pace al defunto e protezione alla famiglia. Per questo la presenza femminile era ritenuta indispensabile.

Da quando, nelle culture più moderne, la morte da momento di transizione ha assunto l’idea di una conclusione senza appello, anche la funzione primaria della donna quale necessario e insostituibile trait d’union tra la dimensione terrena e quella ultraterrena, ha cessato di esistere

Alla luce di tutto ciò, l’ingresso, negli ultimi tempi, di un cospicuo pacchetto di quote rosa nel settore 

 Un momento del dibattito

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funerario, più che un fenomeno nuovo dovrebbe piuttosto essere visto come un ritorno alle origini. Nonostante questo, non sempre la presenza femminile è ben vista

Alcune sue prerogative caratteriali sono considerate elementi di criticità: troppo apprensiva, poco autorevole, fragile… ma si tratta di meri stereotipi, perché l’emotività e la gentilezza sono, al contrario, delle preziose risorse, come è emerso dai racconti delle protagoniste da cui risulta che proprio grazie a queste caratteristiche si creano rapporti più immediati e profondi con i dolenti, riuscendo ad intuire, quasi per istinto, le loro necessità così da essere in grado di farli sentire fin da subito a proprio agio, scegliendo le parole giuste e mettendo in atto quei piccoli gesti che possono dare conforto e arricchire il servizio funebre di umanità e di un autentico supporto all’elaborazione del lutto.

C’è poi chi ha incanalato la propria sensibilità adoperandosi nell’alleviare la sofferenza determinata dalla perdita dell’animale domestico. Un dolore spesso disconosciuto, soprattutto dagli uomini, percepito alla stregua di un capriccio, se non di un’esagerazione, ma che invece viene accolto con tatto e comprensione dall’anima femminile. Una risposta concreta

ad un sentire contemporaneo e un punto di forza per l’impresa che offre anche un servizio dedicato ai pet.

Se le donne che per lavoro si rapportano quotidianamente con la morte si rendessero conto delle loro innate doti di resilienza, di altruismo, di saper consolare, sostenere e guarire, potrebbero finalmente riappropriarsi del proprio ruolo e accompagnare, come un tempo, i dolenti in un percorso dinamico che, passando dall’accettazione dell’evento luttuoso, possa trasformarsi in una rinascita

Comprendere le proprie qualità e potenzialità genera sicurezza in se stesse e fiducia nel proprio operato. Ma questa presa di coscienza quasi sempre non è sufficiente per affermarsi e ottenere la stima e il rispetto dovuti. Il fatto è che, come nella maggior parte degli ambienti lavorativi, anche in quello funerario il lavoro della donna è subordinato a quello maschile. Sono sempre gli uomini a prendere le decisioni importanti, a “trattare gli affari” e persino a permettersi di sbagliare senza che nessuno possa recriminare. Alla donna vengono affidati i compiti di supporto da eseguire con dovizia e precisione e di cui il più delle volte non vengono nemmeno riconosciute la capacità e l’impegno

profusi. Una figura femminile che ricopre una posizione apicale è una vera rarità, tanto da destare sospetti anche fra le stesse colleghe.

Come può essere spezzato questo schema culturale così radicato che pone la donna lavoratrice sempre ad un passo indietro rispetto all’uomo? Quali sono gli strumenti o le strategie che le donne possono adottare per poter emergere professionalmente una volta acquisita la consapevolezza del proprio valore? Si deve innanzitutto cominciare ad agire su se stesse cercando di affrancarsi da un modo di pensare distorto che volenti o nolenti è stato assorbito ed accettato anche dall’universo femminile. Bisogna imparare a non giudicare le colleghe, a sostituire l’eventuale rivalità con la collaborazione, a guardarsi reciprocamente in modo nuovo, solidarizzando con le compagne di lavoro, apprezzando l’unicità di ognuna e creando le condizioni per supportarsi vicendevolmente. Diventare alleate, non più solo colleghe, per crescere insieme condividendo opinioni, esperienze, timori e successi. Fare squadra per essere viste, per guadagnare maggior forza e considerazione nel perseguire l’obiettivo che in ambito funerario è quello di riconquistare quel ruolo che tradizionalmente è di loro competenza. 

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Le superstizioni funerarie in Italia

Riti, paure e simboli della popolazione davanti alla morte.

La morte, da sempre, è molto di più di un evento biologico, religioso o spirituale: è ciò che dà senso e compiutezza all’esistenza, la quale acquista significato proprio dal suo essere finita; dunque, preziosa perché unica e irripetibile tanto quanto l’individuo che la vive.

Ma la morte suscita anche terrore, sbigottimento e inquietudine, perché per l’essere umano il “non essere” è inconcepibile, un abisso di non senso che la mente rifugge e che crea un’insopprimibile angoscia. Attorno alla morte, alla perdita e al lutto si è sviluppato, dunque, nei

secoli un fitto intreccio di credenze popolari, rituali domestici e superstizioni nate dal bisogno umano di spiegare l’inspiegabile, di placare timori ancestrali.

Anche in Italia molte di queste usanze, che oggi prendono un colore folkloristico, sopravvivono ancora nei racconti dei più anziani o nelle più antiche tradizioni funerarie dei paesi più piccoli. Eppure, fino a pochi decenni fa questi riti e gesti simbolici regolavano concretamente il comportamento delle famiglie colpite da un lutto. Vale la pena sottolineare ancora come dietro a quei 

gesti apparentemente irrazionali si nascondessero paure quasi insondabili: il timore che l’anima del defunto potesse restare intrappolata tra i vivi senza trovare pace, la necessità di proteggere la casa dagli spiriti dei morti, il desiderio di accompagnare chi moriva verso l’Aldilà per un trapasso sereno… Le superstizioni funerarie italiane rappresentano, dunque, un punto d’incontro tra fede cristiana, folklore contadino e antichissime tradizioni pagane che non sono mai andate perdute.

Gli specchi coperti e il tempo che si ferma

Una delle usanze più diffuse prevedeva di coprire gli specchi della casa subito dopo la morte di una persona. In molte regioni italiane si credeva, infatti, che l’anima del defunto

potesse restare imprigionata nel riflesso oppure manifestarsi improvvisamente spaventando i vivi: lo specchio, simbolo di passaggio e vero e proprio “doppio”, veniva quindi “oscurato” con un drappo nero fino al termine della cerimonia funebre. Accanto agli specchi, anche gli orologi assumevano un forte significato simbolico e in alcune zone dell’Italia centrale e meridionale tutti gli orologi di casa venivano fermati nell’esatto momento del decesso: il tempo del defunto si era concluso e lasciar proseguire il movimento delle lancette sembrava quasi una mancanza di rispetto verso il trapasso appena avvenuto.

Aprire le finestre per lasciare uscire l’anima

Subito dopo la morte era usanza

comune anche aprire le porte e le finestre della casa affinché l’anima del defunto potesse lasciare liberamente il luogo in cui aveva vissuto fino a quel momento. Si tratta di una credenza che era molto radicata soprattutto nel mondo contadino, dove la morte veniva percepita come un delicato attraversamento tra due dimensioni diverse

Per lo stesso motivo, il defunto non doveva mai uscire dalla casa con la testa rivolta verso l’interno: il feretro veniva, quindi, trasportato con i piedi verso la porta, evitando simbolicamente qualsiasi suo “ritorno”.

Per alcune tradizioni era prassi spargere persino del sale sul pavimento dopo il passaggio della bara, gesto apotropaico pensato per purificare l’ambiente e allontanare presenze negative legate al mondo degli spiriti. 

Vegliare il morto: il silenzio che fa paura

Prima che le camere ardenti diventassero consuetudinarie, il defunto veniva vegliato nella propria abitazione. Parenti, amici e vicini trascorrevano ore, talvolta anche intere notti, accanto alla salma pregando e recitando il rosario, raccontando gli episodi più significativi della vita del morto o semplicemente facendo compagnia alla famiglia. La veglia non aveva soltanto una funzione religiosa o sociale; lasciare il morto da solo era considerato di cattivo auspicio: il silenzio assoluto e la solitudine evocavano paure ancestrali legate all’ignoto e dovevano essere scongiurati con il suono sommesso delle preghiere. Mentre le candele accese accanto al corpo rappresentavano la luce che guida l’anima, ma servivano anche a creare una barriera simbolica contro il male.

Il lutto nero e il dolore esibito

Fino alla metà del Novecento il lutto

possedeva regole rigidissime: le vedove vestivano di nero per anni, talvolta per il resto della vita; erano vietati gioielli vistosi, musica, feste e perfino alcune forme di socialità per almeno un anno dalla morte del familiare. Nel Sud Italia il lutto diventava quasi una condizione identitaria: dichiarava pubblicamente la perdita subita e il rispetto verso il defunto. Anche il comportamento da tenere era codificato: tono di voce basso, finestre socchiuse, atteggiamento composto. La sofferenza doveva essere visibile, condivisa e riconoscibile da tutta la comunità.

Le prefiche e il pianto rituale

Tra le tradizioni più suggestive del Meridione c’era quella delle prefiche, donne incaricate di piangere il morto durante il funerale. Le loro lamentazioni seguivano formule rituali tramandate oralmente e spesso comprendevano invocazioni, urla, ricordi del defunto e veri e propri canti funebri.

Questa pratica affonda probabilmente le proprie radici nelle civiltà del Mediterraneo antico, ben prima dell’avvento del cristianesimo. Il pianto rituale aveva la funzione collettiva di trasformare il dolore individuale in un’esperienza comunitaria.

Tra fede e superstizione

Molte di queste usanze potrebbero apparire oggi irrazionali o folkloristiche, ma raccontano, in realtà, il bisogno universale di dare “ordine” all’accadere della morte. Per secoli, infatti, le superstizioni funerarie hanno aiutato le persone a convivere con la paura dell’ignoto, offrendo piccoli rituali capaci di rendere meno fragile il confine tra vita e aldilà.

Ancora oggi, spesso inconsapevolmente, sopravvivono tracce di quelle credenze: il silenzio rispettoso davanti a una casa in lutto, i fiori lasciati sulla tomba, le candele accese in memoria di chi non c’è più. 

Foto
di: Himsan

Quattro strutture innovative e professionali a disposizione di tutte le imprese funerarie italiane, per servizi di alta qualità.

Il giardino della morte

Quando la "nera signora" diventa una premurosa giardiniera.

Si può affermare che non ci sia un artista che non abbia trattato il tema della morte.

Poeti, pittori, scultori, scrittori, musicisti … tutti nel loro percorso creativo si sono soffermati ad indagare sul grande mistero per eccellenza, esprimendo attraverso i loro lavori i propri pensieri, sentimenti o timori.

Solo prendendo in considerazione l’arte figurativa, troviamo innumerevoli esempi dove la morte è al centro dell’opera, a volte sottintesa, altre

raffigurata in modo più esplicito assumendo spesso anche sembianze umane. È questo il caso de Il Giardino della Morte, un originale dipinto del pittore finlandese Hugo Simberg, realizzato nel 1896.

Simberg (1873-1937) è stato uno dei più importanti rappresentanti del Simbolismo nordico, corrente artistica che privilegiava immagini poetiche e allegoriche per esprimere idee spirituali e psicologiche È un movimento che affonda le sue radici nelle tradizioni culturali 

delle terre del Nord, ricche di leggende inquietanti popolate da spiriti e da creature fantastiche che si aggirano nelle sconfinate lande e nelle foreste intrise di misteri.

Simberg studia arte a Viipuri e a Helsinki, diventando successivamente allievo del grande pittore conterraneo Akseli Gallen-Kallela la cui opera è profondamente ispirata alla natura e ai miti locali. Egli allarga comunque i suoi confini effettuan do molti viaggi in Europa: sono esperienze che lo mettono in contatto con i diversi indirizzi e orientamenti artistici dell’epoca che contribuiranno a determinare il suo stile unico. Simberg sviluppa un linguaggio molto personale, intimo e visionario dove angeli feriti, scheletri, diavoli e figure enigmatiche si muovono in paesaggi tranquilli, ma allo stesso tempo, malinconici.

attenuati contribuiscono a creare un clima di estrema calma, sospeso tra sogno e meditazione.

L'originalità di quest’opera sta nel capovolgimento del simbolo della morte Anziché essere una forza distruttrice, come viene solitamente descritta nell’iconografia tradizionale, essa è vista come una giardiniera che accudisce con amore le sue piante, un soggetto che si preoccupa del benessere di organismi viventi. Il giardino è la rappresentazione di un luogo di transito, come ebbe a spiegare lo stesso autore, dove le anime sostano prima di raggiungere la destinazione eterna. I vasi di fiori sono quindi la metafora delle anime umane che, una volta lasciato il corpo, sono in fase di crescita e di trasformazione verso una nuova vita.

Il Giardino della Morte non parla dunque della morte come fine, ma come cura, metamorfosi e passaggio È un'immagine malinconica ma sorprendentemente rassicurante, che invita a riflettere sulla mortalità senza paura. Il soprannaturale perde la sua tensione drammatica per calarsi in una dimensione ordinaria

Anche nella sua opera più famosa - L'Angelo Ferito - Simberg procede per simboli. Due giovani trasportano su una barella un angelo bendato e ferito avanzando in un paesaggio spoglio e silenzioso, rappresentazione di uno spazio mentale. Un dipinto che si presta a diverse considerazioni sulla vulnerabilità, sulla perdita dell’innocenza, sulla speranza e sulla capacità umana di prendersi cura dell’altro.

Hugo Simberg morì a soli 44 anni. Nonostante la breve vita, riuscì a creare un immaginario del tutto singolare: un mondo in cui la morte, gli angeli e il mistero non sono forze ostili, ma compagni silenziosi del cammino umano. 

Il Giardino della Morte mostra tre scheletri avvolti in vesti nere che curano con delicatezza e dedizione un giardino di vasi di fiori.

A prima vista la scena potrebbe apparire angosciante perché il richiamo alla morte è palese. Tuttavia il comportamento delle tre figure è sorprendentemente sereno e premuroso. Una annaffia le piante, un’altra osserva amorevolmente un fiore, mentre la terza, ripresa di spalle, lavora sullo sfondo. Non c'è nulla di macabro in questo quadro, né violenza né tantomeno terrore: l'atmosfera è serena, è una scena quasi domestica

Le forme semplici, che ricordano i disegni infantili (Simberg si dedicò con successo anche all’illustrazione di fiabe e libri per bambini), e colori

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Oltre Magazine n. 5 - Luglio - Agosto 2026 by Oltre Magazine - Issuu