ALESSANDRA DE STEFANO – ROBERTA GIULIANI DANILO LEONE – GIULIANO VOLPE
I MOSAICI E I RIVESTIMENTI MARMOREI DELLA CHIESA DI S. MARIA A CANOSA DI PUGLIA
La stagione di indagini archeologiche sistematiche inaugurata a Canosa di Puglia agli inizi di questo decennio, nell’ambito di un progetto condiviso tra l’Università degli Studi di Foggia, l’Università degli Studi di Bari, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e il Comune di Canosa di Puglia, incentrato sull’analisi delle trasformazioni della città e del territorio fra Antichità e Medioevo1, ha avuto un momento fondamentale nelle indagini sistematiche di due complessi paleocristiani della città, entrambi legati alla figura del vescovo Sabino2: il complesso di San Pietro, mai esplorato in precedenza e identificato, prima dei nostri scavi, con l’edificio episcopale ma in realtà adibito a funzioni cimiteriali dallo stesso Sabino, che qui volle realizzare anche la sua sepoltura3, e l’articolato complesso di San Giovanni-Santa Maria-San Salvatore4, già oggetto di ricerche in passato. In quest’ultima area i nostri scavi più recenti hanno potuto verificare la presenza, accanto al monumentale Battistero, della prima cattedrale canosina, identificabile con la chiesa dedicata alla Vergine. I due nuclei sacri, posti ai vertici opposti della città, risultavano peraltro tra loro complementari sotto il profilo religioso e funzionale, in quanto parti integranti di un unico disegno: una circostanza che 1 Si veda un quadro d’insieme in G. VOLPE, ‘Città apule fra destrutturazione e trasformazione: i casi di Canusium ed Herdonia’, in Le città italiane tra la tarda antichità e l’alto medioevo, Atti del convegno, Ravenna, 26-28 febbraio 2004, a cura di A. Augenti, Firenze 2006, pp. 559-587, in part. pp. 573-583. 2 Sul vescovo del VI secolo e sugli interventi edilizi da lui promossi cfr. ora G. VOLPE, ‘Sabino, San Pietro e il problema della prima cattedrale canosina’, in Canosa, Ricerche storiche 2006, Atti del Convegno (Canosa 10-12 febbraio 2006), a cura di L. Bertoldi Lenoci, Martina Franca 2007, pp. 21-33; IDEM, ‘Venerabilis vir restaurator ecclesiarum’, in Canosa. Ricerche storiche 2007, Atti del Convegno, Canosa 16-18 febbraio 2007, a cura di L. Bertoldi Lenoci, Martina Franca c.s.; IDEM, ‘Sabino di Canosa, vescovo e costruttore di chiese nel VI secolo’, in I Longobardi. Dalla caduta dell’Impero all’alba dell’Italia, catalogo della mostra (Torino, 28 settembre 2007 - 6 gennaio 2008), Milano c.s. 3 G. VOLPE et alii, ‘Il complesso paleocristiano di San Pietro a Canosa. Prima relazione preliminare (campagna di scavi 2001)’, in VetChr, 39, 2002, pp. 133-190; G. VOLPE et alii, ‘Il complesso paleocristiano di San Pietro a Canosa. Seconda relazione preliminare (campagna di scavi 2002)’, in AMediev, 30, 2003, pp. 107-164; G. VOLPE, P. FAVIA, R. GIULIANI, D. NUZZO, ‘Il complesso sabiniano di San Pietro a Canosa’, in La cristianizzazione in Italia fra Tardoantico ed Altomedioevo. Aspetti e problemi, Atti del IX Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Agrigento, 20-25 novembre 2004, a cura di R.M. Bonacasa Carra, E. Vitale, Palermo c.s.; G. VOLPE, Il complesso episcopale di San Pietro nel quadro di Canosa paleocristiana, in Ricerche storiche 2003, Atti del Convegno, Canosa 14 dicembre 2002, a cura di L. Bertoldi Lenoci, Fasano 2003, pp. 89-104; IDEM, ‘Nuovi dati sul complesso episcopale paleocristiano di San Pietro a Canosa’, in Canosa, Ricerche storiche 2004, Atti del Convegno, Canosa, 7 febbraio 2004, a cura di L. Bertoldi Lenoci, Fasano 2005, pp. 15-34; A. DE STEFANO, R. GIULIANI, D. LEONE, ‘Indagini archeologiche nel sito di San Pietro a Canosa (scavi 2005)’, in Canosa. Ricerche storiche 2007, cit. a nota 2, pp. 35-63. 4 R. GIULIANI, D. LEONE, ‘Indagini archeologiche nell’area di San Giovanni a Canosa: il complesso paleocristiano e le trasformazioni altomedievali’, in VetChr, 42, 1, 2005, pp. 147-172; M. CORRENTE, R. GIULIANI, D. LEONE, ‘Edilizia paleocristiana nell’area di Piano San Giovanni a Canosa di Puglia’, in La cristianizzazione c.s., cit. a nota 3. Cfr. anche A. DE STEFANO, R. GIULIANI, D. LEONE, G. VOLPE, ‘Ricerche archeologiche nell’area di San Giovanni, 2006’, in Canosa. Ricerche storiche 2007, cit. a nota 2.
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sollecitava un’analisi parallela e coordinata dei due poli religiosi. Dalle nostre indagini è emersa, infatti, con ancor maggior evidenza che in passato, come l’azione ‘morfogenetica’ del vescovo si svolgesse utilizzando in maniera integrata tutti i tasselli della nuova organizzazione topografica, liturgica e civile, fondata in particolare sui due poli, tra loro integrati, della cattedrale di Santa Maria-Battistero di San Giovanni e del complesso cimiteriale San Pietro, e, nel suburbio, della basilica dei SS. Cosma e Damiano. In questa stessa sede, in occasione del X Colloquio AISCOM svolto a Lecce nel 2004, sono stati presentati i rivestimenti pavimentali, sia del complesso di San Pietro5, sia dell’atrio porticato antistante il Battistero di San Giovanni6: con questo nuovo contributo, presentato significativamente nel colloquio canosino, vorremmo mantenere fede all’impegno di assicurare una rapida pubblicazione dei dati acquisiti nel corso delle ricerche, presentando, sia pure in forma preliminare, i pavimenti musivi e i rivestimenti marmorei della cattedrale di Santa Maria, il cui scavo appena avviato si spera di poter riprendere e portare a temine quanto prima7. (G.V.) L’area di San Giovanni alla luce delle ricerche archeologiche dell’ultimo quinquennio Una campagna archeologica condotta nel 2002-2003 nell’area del battistero di San Giovanni, fatto erigere nel VI sec. dal vescovo Sabino di Canosa, aveva portato alla individuazione di un imponente atrio antistante l’edificio, ad esso contemporaneo, trasformato in età altomedievale in una chiesa a tre navate8. A queste ricerche ha fatto seguito una nuova indagine nel 2006 finalizzata a verificare l’ipotesi della localizzazione a Meridione dell’edificio battesimale dell’ecclesia contestuale (o forse anteriore) al battistero, fino al momento ignota. Le esplorazioni del 2002-2003 erano state accompagnate infatti da una rilettura archeologica di tutte le strutture murarie a vista nell’area, comprese quelle venute alla luce nel corso degli scavi effettuati negli anni ’80 del XX secolo9; tale riesame aveva consentito di verificare che le murature di delimitazione della scala laterale di accesso all’atrio, ubicata a sud-est del dispositivo porticato, prolungavano allineamenti murari preesistenti, rispetto ai quali sembravano orientate anche le cortine del complesso battesimale eretto secondariamente. Queste osservazioni avevano dunque ispirato l’ipotesi che la fabbrica cui il nucleo edilizio composto dall’atrio e dal battistero era venuto ad affiancarsi, collocata altimetricamente circa un metro più in basso, potesse essere proprio la chiesa del complesso religioso10, finora non documentata archeologica-
5 G. VOLPE, C. ANNESE, D. LEONE, A. ROCCO, ‘I mosaici pavimentali del complesso paleocristiano di San Pietro a Canosa (BA)’, in AISCOM X, pp. 99-120. 6 In particolare per le pavimentazioni musive e in tasselli dell’atrio porticato cfr. M. CORRENTE, R. GIULIANI, D. LEONE, ‘I pavimenti musivi nell’area del battistero paleocristiano di San Giovanni a Canosa (BA): nuovi rinvenimenti’, in AISCOM X, pp. 79-98. 7 Gli scavi condotti, in regime di concessione, dall’Università di Foggia nel 2006 (cfr. infra), non sono stati autorizzati dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia nel 2007 e sono quindi attualmente purtroppo sospesi; si auspica che queste importanti indagini, che certamente riserveranno molte novità sulla prima cattedrale canosina ed anche sull’abitato medievale, possano presto essere riprese, garantendo anche una sistemazione e migliore fruizione dell’intero complesso paleocristiano. 8 GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 4 e CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4. 9 Cfr. per queste ricerche R. CASSANO, ‘Il battistero di San Giovanni’, in Principi imperatori vescovi. Duemila anni di storia a Canosa, catalogo della mostra, a cura di R. Cassano, Venezia 1992, pp. 857-866. 10 GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 4, p. 159.
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mente, sebbene evocata dalla nota fonte agiografica altomedievale, la Historia vitae inventionis translationis sancti Sabini episcopi11, che nell’elenco delle opere edilizie promosse dal vescovo include il battistero di San Giovanni fatto erigere «iuxta ecclesiam beatissimae et semper Virginis Dei Genitricis Mariae», prefigurando peraltro un rapporto di anteriorità dell’edificio di culto rispetto al polo battesimale12. Gli scavi del 2006 hanno effettivamente confermato la presenza in questo settore dell’area archeologica di una basilica, di cui sono state intercettate però porzioni ancora assai limitate. Della fabbrica religiosa sono stati portati alla luce in particolare i settori della navata centrale e della navata laterale sinistra adiacenti alla facciata13, nonché parte di un portico antistante il corpo della chiesa, largo 5 m, e scandito da colonne marmoree (fig. 1)14. Sia la chiesa sia il portico erano ornati da un piano musivo policromo15. I tratti murari e pavimentali conservati consentono di ricostruire un edificio a pianta basilicale longitudinale, trinave e occidentato, largo verosimilmente 20 m16 e dallo sviluppo in lunghezza ancora incerto (fig. 2)17. È probabile che la chiesa fosse preceduta da un portico o in alternativa da un atrio porticato innestato direttamente sulla facciata, senza la mediazione cioè di un nartece, secondo schemi planimetrici documentati ad esempio dai celebri santuari romani di San Pietro e San Paolo f.l.m.18. 11
Acta Sanctorum, Februarii, II, pp. 324-329. Per una rinnovata lettura della fonte alla luce dei nuovi dati archeologici cfr. GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 4, pp. 161, 171-172; VOLPE 2006, cit. a nota 1, pp. 576-580, CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4. 13 La linea di sviluppo del colonnato di separazione tra navata centrale e navata laterale meridionale è suggerita da una lesena legata al muro di facciata e dalla traccia in negativo di un plinto, riconoscibile per via di una lacuna nella pavimentazione, collocato ad una distanza di circa m 2,40. 14 Si sono individuate in particolare tre colonne, poste a 2,20 m l’una dall’altra. 15 Il piano a mosaico relativo a questa fase è stato portato alla luce su una superficie di circa 5 x 5,5 m nell’area del portico esterno, mentre per quanto riguarda la chiesa esso è stato intercettato lungo le pareti di una sepoltura terragna realizzata nel corso dell’altomedioevo e all’interno di alcune fosse granarie installate in chiesa nel corso del Medioevo (cfr. infra il contributo di D. Leone). 16 La navata centrale è con buona verosimiglianza larga 10 m (misura ottenuta sommando le dimensioni dell’ingresso alla navata (3 m) alla distanza tra lo stipite meridionale di tale porta e la lesena del colonnato meridionale (3,50 m), moltiplicata per due, nell’ipotesi che la stessa distanza separi lo stipite nord dell’ingresso dal colonnato settentrionale); le navate laterali sono state ipotizzate di larghezza pari alla metà della navata centrale (ovvero 5 m), secondo una modularità ricorrente nelle chiese paleocristiane del territorio. 17 L’estensione longitudinale della basilica può essere stimata, sia pur in maniera del tutto ipotetica, tra i 30 e i 40 m, tenendo conto che di norma nelle chiese apulo-lucane di V-VI sec. il rapporto tra larghezza e lunghezza è di 1:1,5 (Siponto, San Giusto, Trani, Belmonte presso Altamura) o di 1: 2 (Venosa, Bari, Egnazia, Metaponto, Barletta). Per una sintesi sugli edifici di culto dell’Apulia tardoantica cfr. G. VOLPE, P. FAVIA, R. GIULIANI, ‘Edifici di culto della Puglia centrosettentrionale fra tarda antichità e alto medioevo: alcune recenti acquisizioni’, in Hortus Artium Medievalium, 9, 2003 (= L’édifice cultuel entre les périodes paléochrétienne et carolingienne. 9th International Colloquium of International Research Centre for Late Antiquity and Middle Ages - Poreç, 17-21 maggio 2002), pp. 55-94. Si veda per le chiese di Egnazia: E. LATTANZI, ‘La nuova basilica paleocristiana di Egnazia’, in VetChr, 9, 1972, pp. 143-150 e R. MORENO CASSANO, ‘Architetture paleocristiane di Egnazia’, in VetChr, 12, 1975, pp. 155-191. Sulla basilica di Metaponto cfr. E. LATTANZI, ‘Un complesso di edifici paleocristiani a Metaponto’, in Lo scavo di S. Giovanni di Ruoti ed il periodo tardoantico in Basilicata, Atti della Tavola Rotonda, Roma, 4 luglio 1981, a cura di M. Gualtieri, M. Salvatore e A.M. Small, Bari 1983, pp. 11-19 e L. GIARDINO, ‘Grumentum e Metaponto. Due esempi di passaggio dal tardoantico all’altomedioevo in Basilicata’, in MEFRM, 103, 1991, pp. 827-858, con bibl. prec. 18 Si veda in particolare per quel che attiene ai dispositivi ad atrio che precedono i santuari romani J.-CH. PICARD, ‘Le quadriportique de Saint-Pierre-du-Vatican’, in MEFRA, 86, 1974-2, pp. 53-92; IDEM, ‘Le quadriportique de Saint-Paul-hors-les-murs à Rome’, in MEFRA, 87, 1975-1, pp. 377-395. Per altri rimandi bibliografici relativi a questi aspetti icnografici cfr. DE STEFANO, GIULIANI, LEONE, VOLPE c.s., cit. a nota 4. 12
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Questo impianto rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, il più antico nucleo cristiano canosino, probabilmente sede della primitiva cattedrale della città ofantina19; sebbene la sua cronologia assoluta non sia al momento puntualmente circoscrivibile, la dedica alla Vergine documentata dall’operetta agiografica, distintiva delle più antiche fondazioni ecclesiastiche note nella provincia apula20, unita all’impressione di una certa arcaicità del mosaico del portico, come si vedrà, potrebbe autorizzarne un inquadramento nel corso del V sec.21. Nel VI sec., al tempo del vescovo Sabino, il complesso dovette subire una profonda ristrutturazione. Come hanno dimostrato le indagini del 2002-2003, il prelato intraprese un’ambiziosa opera di ampliamento e monumentalizzazione del polo religioso originario, che venne esteso verso Nord con l’erezione, su una piattaforma rialzata di circa un metro, del sontuoso battistero e dell’avancorpo porticato funzionale a garantire il collegamento tra i due principali edifici cultuali del complesso (fig. 3). Non possiamo stabilire se contestualmente il vescovo promosse anche modificazioni architettoniche di qualche rilievo all’interno della chiesa di Santa Maria, ma è alla sua iniziativa che possiamo verosimilmente far risalire la pavimentazione a mosaico realizzata all’interno della basilica, circa 14-15 cm al di sopra del piano musivo originario, messa in luce nel corso dell’ultima campagna di scavi e oggetto prevalente di questo contributo22. Il progetto di ripavimentazione non sembrerebbe aver riguardato il portico, laddove dovette restare verosimilmente in uso il mosaico della chiesa primitiva. È possibile che alla fase sabiniana risalgano anche il rifacimento delle zoccolature delle pareti ovvero di alcune membrature architettoniche cui potrebbero forse riferirsi i resti di lastrine, tarsie e listelli marmorei provenienti dagli strati di crollo della chiesa23 e le decorazioni pittoriche riconosciute su alcuni conci di calcarenite recuperati nei livelli di distruzione24. Nel corso dell’Altomedioevo, probabilmente in concomitanza con il trasferimento nel IX sec. del rango episcopale al nuovo polo dei SS. Giovanni e Paolo (dove ha sede l’attuale cattedrale intitolata a S. Sabino)25, la basilica di Santa Ma-
19 Sui problemi dell’identificazione del primo polo episcopale di Canosa, tradizionalmente ubicato sulla collina di San Pietro, cfr. VOLPE 2007, cit. a nota 2, e R. Giuliani in CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4. 20 Cfr. su questi aspetti il contributo di R. Giuliani in GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 4, p. 159 e in CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4. 21 Non si può escludere peraltro che la chiesa possa essere ancor più precoce. L’importanza cui la diocesi canosina era assurta già alla metà del IV sec. è documentata del resto dalla presenza di un suo esponente (Stercorius) al concilio di Sardica nel 343 (cfr. G. OTRANTO, Italia meridionale e Puglia paleocristiane. Saggi storici, Bari 1991, pp. 238-240; cfr. anche G. De Felice in VOLPE et alii 2002, cit. a nota 3, p. 139). Sebbene la costruzione del polo episcopale segua tempi spesso differiti rispetto alla fondazione della diocesi (G. CANTINO WATAGHIN, J.M. GURT ESPARRAGUERA, J. GUYON, ‘Topografia della Civitas Christiana tra IV e VI sec.’, in Early Medieval Towns in the Western Mediterranean, Atti del Convegno (Ravello, 22-24 settembre 1994), a cura di G.P. Brogiolo, Mantova 1996, pp. 17-41, in part. p. 27), si può presumere che Canosa, in considerazione del suo ruolo preminente sia sotto il profilo politico-amministrativo, sia come centro ecclesiastico, sia stato uno dei luoghi di più precoce manifestazione della presenza cristiana all’interno della provincia, anche attraverso l’edilizia religiosa. Nell’eventualità che la cattedrale risalga già al IV sec., la intitolazione alla Vergine documentata dalla fonte potrebbe forse indicarne una dedicazione più tarda, probabilmente da ascrivere ai decenni successivi al concilio di Efeso (431), momento in cui le fondazioni mariane conobbero un maggiore impulso (per la bibliografia si veda R. Giuliani in CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4). 22 Cfr. infra il contributo di D. Leone. 23 Cfr. infra il contributo di A. De Stefano. 24 Gli intonaci dipinti, sebbene molto deteriorati, mostrano cornici in rosso da cui originano motivi a girali sempre in rosso su fondo ocra. Essi sono attualmente allo studio di A. Buglione. 25 Cfr. sull’argomento VOLPE 2006, cit. a nota 1, pp. 579-580.
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ria, declassata e in progressivo declino, subì i primi processi di crollo e interro, conoscendo anche una fase di utilizzo funerario. Perduta la dignità episcopale e dunque il ruolo di centro ecclesiastico di riferimento per l’intera comunità cristiana cittadina, una continuità liturgica fu verosimilmente assicurata dalla nuova fabbrica del Salvatore eretta dinanzi al battistero nell’Altomedioevo sulle vestigia dell’atrio o dal battistero stesso26. In seguito, nel corso del Medioevo, l’area della basilica mariana fu densamente rioccupata con finalità abitative27. (R.G.) I mosaici I lembi di mosaico che rivestono il pavimento della chiesa sono situati nel braccio porticato, nella navata centrale e in quella meridionale e nella corsia che marca il colonnato tra le due navate (figg. 1, 5). Poiché il corpo di fabbrica è stato messo in luce solo parzialmente, l’analisi è da intendersi ancora preliminare28. Per quanto riguarda la pavimentazione del braccio porticato, va segnalata innanzitutto la sua ipotetica attribuzione ad una fase edilizia precedente alle ristrutturazioni sabiniane (figg. 1, 2): il tappeto infatti, oltre ad essere connotato da diverse caratteristiche rispetto a quelli che si estendono all’interno della chiesa, è posto ad una quota inferiore di 15 cm rispetto ai piani pavimentali delle navate; questo dato trova conferma anche nelle tracce di tessellati preesistenti, intercettati nelle fosse medievali e in una delle tombe impiantate nella navata meridionale e in quella centrale nell’altomedioevo. Si tratta di un unico grande tappeto racchiuso su tre lati da una cornice di quadrati sulla diagonale, tangenti, con riempitivi iridati29; la partitura decorativa sviluppata nel pannello consta di esagoni adiacenti di tessere nere su fondo bianco e iride centrale in rosso30. A est invece il pavimento privo di cornice si chiude direttamente con due file di tessere nere su fondo bianco (figg. 2, 5). L’insieme degli elementi costitutivi la stesura denuncia un austero schematismo, cromatico e grafico, sia nell’uso di una ristretta gamma di colori che risaltano sul piano neutro, sia nel disegno di un modulo base non rielaborato, se non nell’accennato riempitivo dell’iride. Tema e trattamento del disegno non sono le sole indi-
26 Cfr. su questo problema i contributi di D. Leone in GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 4, pp. 169-172 e in CORRENTE, GIULIANI, LEONE c.s., cit. a nota 4. In particolare sulla questione della persistenza di un luogo di culto nell’area nel corso del Medioevo si vedano le considerazioni di R. Giuliani in E. GIANNICHEDDA, R. GIULIANI, E. LAPADULA, F. VONA, ‘Attività fusoria medievale a Canosa (BA)’, in ArcheoMed, XXXII, 2005, pp. 157-171, in part. pp. 158-159. 27 Sulla sequenza insediativa del complesso di San Giovanni cfr. DE STEFANO, GIULIANI, LEONE, VOLPE, c.s., cit. a nota 4. 28 A Velia Polito si devono gli interventi di primo consolidamento delle sezioni esposte dei mosaici. Le piante e le ricostruzioni dei mosaici sono realizzate da Giuliano De Felice, Nunzia Maria Mangialardi e Maria Giuseppina Sibilano. 29 Décor, n. 15e, g. È visibile una fascia costituita da 9 file di tessere bianche (cm 20) di forma quadrangolare piuttosto irregolare; segue una doppia fila di tessere nere (cm 3) così da definire una cornice con motivo a quadrati tangenti con lati costituiti da tessere nere (lato cm 36) su fondo bianco. Ogni quadrato inscrive un quadrato più piccolo (lato cm 18) anch’esso delimitato da due file di tessere nere; al centro un quadrato di 4 tessere rosse. 30 Décor, n. 204a. Il tappeto occupa uno spazio di m 3,57. I lati dell’esagono (lato cm 17) sono disegnati da due file di tessere nere su fondo bianco; al centro si osserva un quadrato (cm 4,5 lato) con 3 tessere per lato di color rosso.
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cazioni per la collocazione del mosaico in questo periodo. La composizione, infatti, echeggia formule ampiamente note e attestate che si riconoscono pertinenti soprattutto alla fine del IV e il VI sec., nelle versioni più elaborate di area adriatica ed orientale31. Se, almeno nel caso della cornice, ritroviamo una riproposizione puntuale nella basilica di S. Pietro a Canosa, la semplicità di impianto geometrico del tappeto trova riscontro nelle fasi più antiche di alcune basiliche paleocristiane pugliesi, tra cui Siponto ed Egnazia32. Come si vedrà in seguito, i più tardi mosaici della chiesa sembrano replicare a questi elementi con l’adozione di geometrie circolari, più morbide ed elaborate; come se precise scelte decorative sottolineassero la scansione degli spazi liturgici. Nel VI sec. questa prima chiesa fu oggetto di ristrutturazione e ampliamento degli spazi esistenti, promossi dal vescovo Sabino33. All’iniziativa del prelato canosino è possibile infatti ricondurre l’intervento di ripavimentazione dell’aula trinave (figg. 3, 4). La navata centrale presenta una impaginazione più articolata; nonostante l’evidente lacunosità ed uno stato di consunzione che confermano l’uso prolungato di tale livello pavimentale, è possibile ricostruire almeno due dei pannelli che dovevano rivestire l’area sud-est; la traccia esigua di un terzo scomparto è riconoscibile a nord ma al momento è impossibile ricostruirne lo sviluppo complessivo. Verosimilmente la fascia orientale della navata doveva essere organizzata in almeno quattro quadranti. Le stesure centrali sono racchiuse da una cornice a treccia a calice, allentata, con orlo curvo e occhielli campiti da bottoncini bianchi, di cui si conserva solo un tratto che si sviluppava lungo il colonnato (figg. 5, 6.A)34. Questo tipo di bordura, disegnata in nero e campita in rosso e in grigio, non molto comune nel panorama dei ritrovamenti locali, è documentata allo stato attuale soltanto a S. Pietro (con una resa del disegno e del colore differente), nella navata centrale della basilica sabiniana di Barletta, nei mosaici di San Giusto e in quelli di seconda fase di Siponto35. La treccia a calice appare in ogni caso molto dif-
31 Sull’argomento in generale si veda G. CANTINO WATAGHIN, ‘Sviluppi e valenze del mosaico geometrico tardoantico’ in VICollIntMos, pp. 415-422. Schemi a poligoni così semplificati, soprattutto nelle versioni in bianco e nero, sono ben documentati tra il IV e il V secolo nella basilica cromaziana di Concordia (G. FOGOLARI, ‘La maggior basilica paleocristiana di Concordia. Relazione preliminare’, in ACNAC, III, 1974 (= AntAlt, VI), pp. 273-281; L. BERTACCHI, ‘Architettura e mosaico’, in Da Aquileia a Venezia, a cura di G. Pugliese Caratelli, Milano 1980, pp. 93-336, in part. p. 311); nell’aula teodoriana della basilica di Aquileia (G. CANTINO WATAGHIN, ‘Alto Adriatico e Mediterraneo nella produzione musiva della «Venetia et Histria»’, in AntAlt, XXXVI, 1990, pp. 269-298, in part. p. 285); nella preeufrasiana di Parenzo (B. MOLAJOLI, La basilica eufrasiana di Parenzo, Padova 1943, p. 25, fig. 2; F. MOSCA, P. PUPPO, ‘Osservazioni su alcuni mosaici pavimentali a schema geometrico della basilica eufrasiana di Parenzo’, in AISCOM VIII, pp. 175-183, figg. 3-4); basilica urbana di Salona (E. CECI, I monumenti cristiani di Salona, Milano 1963, pp. 173-174) 32 VOLPE, ANNESE, LEONE, ROCCO 2005, cit. a nota 5, pp. 102-106. Per Siponto si veda R. GIULIANI, ‘I mosaici del complesso archeologico di Santa Maria di Siponto’, in Siponto antica, a cura di M. Mazzei, Foggia 1999, pp. 197-223, in part. pp. 204-206, n. 2.2-2.3, figg. 5-6; ad Egnazia, edificio rinvenuto al di sotto della basilica meridionale (R. MORENO CASSANO, ‘Mosaici paleocristiani di Puglia’, in MEFRA, 88, 1976, pp. 277-369, in part. pp. 321-322, figg. 38, 79). 33 Cfr. R. GIULIANI, supra. 34 Cfr. per lo schema Décor, n. 75b. La treccia a tre capi (larga 58 cm) è resa da una fila nera e due rosse, tre bianche, una grigia e nucleo centrale bianco. Nella banda nera più esterna che chiude la cornice appaiono messe in opera anche tessere di colore verde scuro. 35 Cfr. per San Pietro VOLPE, ANNESE, LEONE, ROCCO 2005, cit. a nota 5, pp. 102-106; per il pavimento di Barletta R. GIULIANI, ‘I mosaici del complesso paleocristiano di Barletta’, in VetChr, 37, 1,
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fusa in area greca e orientale, con qualche attestazione in ambito africano e altoadriatico36. Una balza bianca separa la cornice a calice dal pannello attiguo, verso N. Questa prima partitura geometrica propone uno schema «a cerchi secanti, formanti quadrati concavi con effetto di fiori quadripetali» (figg. 5, 6.B)37. La tematica geometrico vegetale, di origine molto antica e ben documentata fino all’epoca altomedievale, ha una tale diffusione, soprattutto in area adriatica, che è superfluo riportarne esempi. Resa qui in una versione molto schematica, è già attestata nei monumenti del comprensorio dauno: a San Pietro e a San Leucio a Canosa, nella basiliche di Barletta e Bitonto, nella chiesa A di San Giusto e nella basilica paleocristiana di Venosa, con numerose varianti che riguardano principalmente i colori delle campiture ed infine nel complesso termale della via Traiana ad Herdonia38. Il secondo episodio decorativo contenuto nel pannello più a ovest e conservato per circa m² 1, sviluppa una treccia a due capi che si svolge dando vita ad una teoria di cerchi allacciati grandi (iridati) e piccoli, da cui si ricavano ottagoni irregolari a lati concavi (figg. 5, 6.C)39. 2000, pp. 157-182, in part. motivo V, pp. 168-169, figg. 2b, 10; per il mosaico lucerino si veda P. DE SANTIS, ‘I mosaici’, in San Giusto. La villa, le ecclesiae. Primi risultati dagli scavi nel sito rurale di San Giusto (Lucera): 1995-1997, a cura di G. Volpe, Bari 1998, p. 161, figg. 205, 206, 208; per Siponto GIULIANI 1999, cit. a nota 32, pp. 214-218, n. 16, fig. 21. 36 Si citano a titolo esemplificativo solo alcuni casi: in Albania a Bylis, nel mosaico del nartece della basilica A (S. MUÇAJ, ‘Les mosaïques de Bylis et leur place en Épir’, in Corsi, XL, 1993, p. 586, fig. 1); ad Antiochia: pavimento della House A e mosaico di Ananeosis (metà del V secolo; S. CAMPBELL, The mosaics of Antioch, Toronto 1988, p. 88, fig. 74h; C. BARSANTI, ‘I mosaici di Antiochia: riflessioni sulla documentazione archeologica superstite’, in AISCOM I, p. 599, fig. 7); ad Afrodisia in Caria: nel tempio di Afrodite, fase bizantina (S. CAMPBELL, The mosaics of Aphrodisias in Caria, Toronto 1991, p. 38, fig. 75a); ad Amphipolis: basilica A, navata S e basilica C (inizi del VI secolo), mosaico della navata centrale (D. PALLAS, Les monuments paléochrétiens de Grèce découverts de 1959 à 1973, Città del Vaticano 1977, p. 95, fig. 60). Trecce a calice policrome sono rappresentate anche in alcuni tappeti rinvenuti in contesti africani: in una domus (metà del III secolo) di El Jem (J. LANCHA, Mosaïque et culture dans l’Occident romaine: (Ier - IVe s.), Roma 1992, tav. XVI, n. 19) e in alcuni mosaici sporadici di VI secolo conservati al Museo del Bardo a Tunisi (sala VII, inv. 2745) e al Louvre (MA 1807 e MA 1808) (M.A. ALEXANDER, S. BESROUR, M. ENNAÏFER, CMT, 1.3. Utique. Les mosaïques sans localisation precise et El Alia, Tunisi 1976, p. 27, pl. XVII, 275). Per quanto riguarda l’area nordadriatica, il motivo è attestato, ad esempio, nella basilica di Sant’Eufemia a Grado (S. TAVANO, ‘Mosaici di Grado’, in ACIAC, III, 1974, p. 191, fig. 11). 37 Cfr. Décor, n. 237b. Conservato per cm 58 x 38, il pannello è campito da una serie di fiori (diam. cm 28), con i quattro petali delineati da 2 file di tessere nere su fondo bianco e bottoncino centrale in bianco. 38 Si vedano rispettivamente per i mosaici canosini: San Pietro VOLPE, ANNESE, LEONE, ROCCO 2005, cit. a nota 5, p. 104, fig. 4, a San Leucio (pannelli nn. 2, 8, 11, 17) MORENO CASSANO 1976, cit. a nota 32, pp. 297-300, figg. 13, 16, 19, 44, 54, 56, 62, 65. Chiesa paleocristiana di Barletta: GIULIANI 2000, cit. a nota 35, fig. 3, p. 163; per Bitonto R. CASSANO, ‘I mosaici pavimentali della basilica paleocristiana di Bitonto’, in Bitonto e la Puglia tra tardoantico e regno normanno, Atti del Convegno (Bitonto 15-17 ottobre 1998), Bari 1999, fig. 5, tav. VIb, p. 155; per quello di Lucera (secondo e sesto intercolumnio settentrionale, accesso meridionale al presbiterio) DE SANTIS 1998, cit. a nota 35, p. 152, figg. 199, 205, 215; per Venosa (navata centrale della basilica) M. SALVATORE, Venosa: un parco archeologico ed un museo. Come e perché, Taranto 1984, p. 73, fig. 49 e EADEM, ‘Il complesso episcopale della SS. Trinità: un esempio di stratificazione urbana tra Tardoantico e Altomedioevo’, appendice a M.L. MARCHI, M. SALVATORE, Venosa. Forma e urbanistica, Roma 1997, fig. 173; ad Herdonia (mosaico del corridoio porticato, seconda metà del IV sec. d.C.), A. ROCCO, M. TURCHIANO, ‘I mosaici delle terme’, in Ordona X. Ricerche a Herdonia (1993-1998), a cura di G. Volpe, Bari 2000, pp. 210-211, n. 60, figg. 236-237. 39 Cfr. Décor, n. 233d con qualche differenza. I cerchi di diversa misura si alternano in un rapporto di uno ad uno. Sono conservate tre file, una delle quali, quella centrale, conserva un ottagono all’interno del quale piccoli rettangoli in tessere rosse inscrivono una o due file in tessere nere. Le bande sinusoidali sono a due colori: il rosso (4 file di tessere) e il bianco (3 file di tessere) delimitati sempre da una fila di tessere nere.
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La tematica ondulatoria dei cerchi allacciati, ricorrente anche nei pannelli occidentali dei bracci porticati dell’atrio, richiama esempi attestati nella vicina basilica di Barletta (anche quest’ultima di committenza sabiniana), nella basilica episcopale di Egnazia, nell’ampio mosaico della navata centrale della chiesa A di San Giusto40; più in generale, la composizione riporta in versione semplificata schemi adottati in ambito orientale, in Grecia41, in Turchia, e in alcuni contesti ravennati e in generale altoadriatici (Parenzo) e illirici di VI secolo42. L’equilibrio compositivo nelle stesure della navata centrale, determinato dall’accostamento di geometrie simili, denuncia l’impiego di un modulo di base comune, in questo caso il cerchio, dimensionalmente uguale, elemento forse particolarmente indicativo dell’intervento di una stessa bottega e della consapevole aderenza ad un impianto progettuale unitario. Un notevole interesse presenta la decorazione del II e III intercolumnio del colonnato meridionale che anche in questo caso reca motivi a carattere geometrico. Il primo presenta una composizione di squame sovrapposte e tangenti delineata con altre campite in tessere bianche, rosse e nere (figg. 4, 5, 6.D)43. Decisamente più particolare e pressoché sconosciuta in ambito apulo è invece la trama geometrica che si incontra nello spazio del III intercolumnio che sviluppa una serie di cerchi allacciati, in colori contrastanti (bianco, verde, rosso, nero), con un piccolo quadrato iscritto sulla diagonale nei fusi e un quadrato più grande iscritto nei quadrati concavi. Nel suo insieme questo motivo raffigura fiori quadripetali a due a due distanziati e una croce greca (figg. 4, 5, 6.E)44. Tale tessuto geometrico sembra ribadire i raffronti ravennati noti: in particolare il confronto più pregnante nell’impaginazione e nella stanca resa stilistica è il tessellato che occupa la navata destra della basilica di S. Severo in Classe, o 40
Cfr. per Barletta: GIULIANI 2000, cit. a nota 35, motivo I.1, pp. 161-163, fig. 2c; per Egnazia MOCASSANO 1976, cit. a nota 32, pp. 318-320, figg. 32, 74; per il mosaico di San Giusto: DE SANTIS 1998, cit. a nota 35, p. 163, figg. 216-221; in tutti questi casi i cerchi, che risultano generalmente più grandi dell’esempio canosino (anche a Barletta questa caratteristica appare più sfumata), sono campiti da motivi geometrici di natura diversa (stelle a quattro punte e motivi a clessidra nell’atrio, ruote raggiate, scudi, fiori quadripetali a san giusto, circoletti più piccoli con croci inscritte a Egnazia), assenti invece nella soluzione di Santa Maria. 41 Cfr. San Demetrio di Nicopoli e alcune edifici di culto dell’isola di Coo: basiliche di Mastikhari, Punta della Sabbia e San Gabriele a Coo, Santo Stefano a Cefalo (cfr. E. KITZINGER, ‘Studies on Late Antique and Early Bizantine Floor Mosaics, I. Mosaics at Nicopolis’, in DOP 6, 1951, 82-122, in part. p. 85, figg. 31-32; PALLAS 1977, cit. a nota 36, pp. 230-233, fig. 161; S. PELEKANIDIS, Corpus Mosaicorum Christianorum Vetustiorum Pavimentorum Graecorum. I. Graecia Insularis, Tessalonica 1974, pp. 6567, tavv. 27b, 32a). 42 Si vedano a Ravenna, i pavimenti del Palazzo di Teodorico e gli esempi di Classe della basilica di S. Apollinare e della basilica Probi (R. FARIOLI, ‘Mosaici pavimentali dell’Alto Adriatico e dell’Africa settentrionale in età bizantina’, in AntAlt, V, 1974, pp. 284-303, in part. p. 290; EADEM, Pavimenti musivi di Ravenna paleocristiana, Ravenna 1975, in part. pp. 89-91, 116-117, 177-178, figg. 34-36, 49, 98-99). Per l’Altoadriatico si richiama ad es. il caso della basilica eufrasiana di Parenzo: A. TERRY, F. GILMORE EAVES, Retrieving the record: a century of Archaeology at Poreč (1847-1947), Zagreb-Motovun 2001, pl. 8. 43 Cfr. Décor, n. 219b. Attestato tra IV e VI secolo, con impaginazioni diverse e numerose varianti anche nella disposizione delle tessere colorate, principalmente in area adriatica, il motivo è piuttosto comune negli edifici paleocristiani della Puglia: lo si riconosce a Canosa San Leucio, e nelle già citate Barletta, Bitonto, Siponto ed Egnazia, nell’ambito di un arco cronologico definito che si colloca tra il V e il VI secolo. 44 Cfr. Décor, n. 239a. I tre elementi del motivo decorativo sono tutti lacunosi: del cerchio si conservano integri due fusi (un terzo parzialmente); del quadrato con croce di malta inscritta manca tutto il bordo O e l’angolo SO; del fiore restano integri solo due petali. Tutti i bordi e il disegno delle figure geometriche sono rese da due file di tessere scure, con spessore sostanzialmente uniforme (cm 3-3,5). RENO
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un settore della navata anulare della chiesa di S. Vitale, o ancora un lacerto delle stesure musive del portico A’’’ del palazzo di Teodorico (in questi ultimi due casi, tuttavia, è evidente la maggiore regolarità degli elementi); il medesimo impaginato è riconosciuto anche nella pre-eufrasiana di Parenzo, a Pola in San Nicola e nel pavimento della solea del duomo e in Sicilia (Santa Croce in Camerina)45. Come è stato già sottolineato il motivo è poco documentato in area adriatica, ma ha probabilmente la sua matrice in Oriente (area palestinese e Siria), con precedenti antiocheni (lo si riconosce nella casa dei Misteri di Iside, e datato alla metà del III secolo). Il tema perdura in epoca bizantina in Palestina, ma anche in Grecia dove si addensa il maggior numero di attestazioni: a Salonicco, casa di via Cassandro; nella basilica di Palàtia ad Antìcira in Focide e a Dafnousia nella basilica presso S. Costantino46. Le linee essenziali dell’ordito geometrico sono testimoniate tra il IV e V secolo anche a Cipro nella basilica di Chrysopolìtissa e nella chiesa di Aghìa Triàs e a Rodi47. Il tappeto localizzato nella navata meridionale è racchiuso sul lato nord da una cornice a treccia policroma a due capi che descrive occhielli campiti da un bottoncino nero centrale (figg. 4, 5, 6.F)48. Lo schema della cornice è tra i più diffusi nel repertorio geometrico sia dal punto di vista cronologico che geografico. Nello stesso ambito regionale, in contesti coevi, si ritrova in formulazioni assai prossime, nella basilica paleocristiana di Barletta49, nella basilica individuata sotto la chiesa della Trinità a Venosa50 e nella stessa Canosa nel mausoleo absidato di San Pietro51. È forse utile segnalare che lo stesso riempitivo è impiegato nei portici dell’atrio e nell’unico mosaico rinvenuto all’interno del battistero: tuttavia i mosaici dell’atrio denunciano una esecuzione approssimativa sia nel disegno degli orditi sia nella posa in opera delle tessere, rispetto alla linea sempre molto esatta e all’effetto plastico fornito dal preciso accostamento di colori del decoro della navata della chiesa; tali elementi potrebbero essere collegati a maestranze meno esperte e qualificate impiegate per le realizzazioni dell’atrio52.
45 Cfr. per la diffusione del motivo a Ravenna: R. OLIVIERI FARIOLI, ‘Ambientazione e idee informatrici del mosaico pavimentale ravennate, con particolare riferimento ai mosaici rinvenuti a Classe’, in Corsi, XVIII, 1971, pp. 419-473, in part. pp. 446-451, figg. 16-19; FARIOLI 1974, cit. a nota 42, pp. 299-302; FARIOLI 1975, cit. a nota 42, in part. pp. 137-146; Cfr. inoltre R. FARIOLI, ‘Edifici paleocristiani di Classe: stato attuale delle ricerche e problemi’, in Ravenna e il porto di Classe. Venti anni di ricerche archeologiche tra Ravenna e Classe, a cura di G. Bermond Montanari, Imola 1983, pp. 23-51, in part. pp. 33-35 e da ultimo R. FARIOLI CAMPANATI, ‘Ravenna e l’alto Adriatico: mosaici pavimentali tra V e VI secolo’, in Felix Ravenna. La croce, la spada, la vela: l’alto Adriatico fra V e VI secolo, a cura di A. Augenti e C. Bertelli, Ravenna 2007, pp. 65-70, in part. p. 68. 46 OLIVIERI FARIOLI 1971, cit. a nota 45 con bibliografia; M. SPIRO, Critical Corpus of the Mosaic Pavements on the Greek Mainland, fourth-sixth centuries with architectural surveys, I, New York 1975, pp. 269270, 303-304, 386-388, nn. 353, 426, 307. 47 Per Cipro si veda W.A. DASZEWSKI, D. MICHAELIDES, Mosaic floors in Cyprus, Ravenna 1988, pp. 101, 104, figg. 12, 16; a Rodi nella basilica dell’isolato di Katziandreu (incrocio vie P. Melà-Keimarras): PELEKANIDIS 1974, cit. a nota 41, pp. 89-91, tav. 59a. 48 Cfr. Décor, n. 68d. Il lacerto conservato si compone di tessere di colore bianco, giallo, rosso e arancio in pietra calcarea e cotto. 49 GIULIANI 2000, cit. a nota 35, pp. 166-176, figg. 7-9, 13, 15 (navata meridionale e ambiente esterno a S), metà VI secolo. 50 MARCHI, SALVATORE 1997, cit. a nota 38, pp. 149-151, figg. 168-169, 172 (navata centrale), fine VI secolo. 51 VOLPE, ANNESE, LEONE, ROCCO 2005, cit. a nota 5, pp. 106-108, fig. 5, 52 R. Giuliani in CORRENTE, GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 6, pp. 83-87, figg. 4-6; MORENO CASSANO 1976, cit. a nota 32, pp. 312-314, figg. 29-30 e 71-72 (ambiente sudorientale e vano adiacente all’abside settentrionale del nartece), prima metà VI secolo.
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Il pavimento della navata, infine, che in questa ipotesi ricostruttiva è dilatato in un unico grande tappeto, svolge un reticolato di fasce con circoli circoscriventi gli scomparti del reticolato, con effetto di composizione di circoli. Nei quadrati interni trova posto un decoro a fiori quadripetali; nei rettangoli di risulta compaiono, in posizione sia orizzontale sia verticale, clessidre non contigue che si alternano a rettangoli caricati all’interno da un rettangolo più piccolo (figg. 5, 6.G)53. Il tema decorativo, che qui è semplificato nel motivo del riempitivo, pur con indubitabili differenze soprattutto nell’uso dei colori, trova un riscontro preciso negli ornati geometrici di un ambiente della villa di Faragola, datato tra la fine del IV e gli inizi del V, con il mosaico di un vano posto a NE della basilica della Trinità di Venosa e datato al VI secolo54. Questo episodio ornamentale è inoltre documentato in area adriatica nel pavimento del transetto della chiesa di S. Stefano in Rivo Maris, a Chieti, alla fine del V-VI secolo, e soprattutto a Ravenna, nella chiesa di San Vitale (navata anulare) e nel più tardo lacerto del palazzo di Teodorico55. I confronti più pertinenti inoltre conducono verso l’Adriatico orientale e l’area greca: la basilica di Elbasan in Albania (V sec.), i pavimenti della basilica di Anchiasmos, Saranda (seconda metà del V - prima metà del VI), di Kàrpatos e quelle di Cnosso ed Elide56. In sintesi il mosaico pavimentale della basilica paleocristiana di S. Maria mostra precise consonanze con quelli degli edifici di culto costruiti tra V e VI secolo in Puglia e Basilicata. Le limitate porzioni musive riportate alla luce, al momento consentono di elaborare solo considerazioni generali sull’organizzazione sintattica della composizione, anche se si possono comunque proporre raffronti interni a Canosa e al suo comprensorio. Il pavimento di S. Maria pur denunciando nella composizione, nella decorazione e nel modulo, delle evidenti assonanze con le coeve produzioni canosine, mostra difformità nella tecnica di esecuzione e nella resa della trama geometrica: a titolo esemplificativo ripropongo il tema del reticolato di cerchi allacciati affrontato nella navata centrale (figg. 5, 6.C), in confronto con quello che si sviluppa nei portici dell’atrio57. In questi ultimi sono evidenti incertezze e ripensamenti degli esecutori nella riproposizione del motivo, rispetto alla fattura precisa e ma53
Décor, n. 144e. Per la villa di Faragola, ad Ascoli Satriano, si veda G. VOLPE, G. DE FELICE, M. TURCHIANO, ‘Faragola (Ascoli Satriano). Una residenza aristocratica tardoantica e un villaggio altomedievale nella Valle del Carapelle: primi dati’, in Paesaggi e insediamenti rurali in Italia meridionale fra Tardoantico e Altomedioevo, Atti del 1° Seminario sul Tardoantico e l’Altomedioevo in Italia Meridionale (STAIM, 1, Foggia 2004), a cura di G. Volpe e M. Turchiano, Bari 2005, pp. 265-297, in part. 270-273, fig. 13. A Venosa: M. SALVATORE, ‘I mosaici del complesso episcopale della SS. Trinità a Venosa’, in AISCOM IV, pp. 473-489, in part. pp. 479-480, figg. 5-6. 55 Il disegno a clessidre e quadrati è attestato a Casalbordino (CH): L. TULIPANI, ‘Un esempio di continuità fra tarda antichità e medioevo: il complesso cultuale di S. Stefano in Rivo Maris a Casalbordino (CH)’, in ArcheoMed XXVIII, 2001, pp. 323-340, in part. p. 328, figg. 4-5; a San Vitale i cerchi recano episodi decorativi diversi (calici, fiori stilizzati, nodi gordiani ecc.), mentre una maggiore semplificazione caratterizza il brano pavimentale proveniente dal Palazzo (nodo di Salomone e fiorellino a croce). Cfr. FARIOLI 1975, cit. a nota 42, pp. 160-163, figg. 83-85. 56 Per Elbasan (V sec.) si veda S. ANAMALI, S. ADHAMI, Mosaïques de l’Albanie, Tirana 1974, p. 46; Anchiasmos, mosaici della seconda fase (metà V - prima metà VI sec.) K. LAKO, ‘La basilique paléochretienne d’Anchiasmos’, in Iliria, XXI, 1991, pp. 123-186, tavv. XI.2 e 6, XII.1 e 3, XXII. 6; per le basiliche di Kàrpatos, Cnosso ed Elide cfr. PELEKANIDIS 1974, cit. a nota 41, pp. 51-52, 62-63, 109, tavv. 12, 22b, 79a e P. ATZAKA, ‘The Early-Christian Mosaic pavements of Eastern Illyricum’, in ACIAC, X (Thessalonique, 28 septembre - 4 octobre 1980), Città del Vaticano 1984, I, pp. 361-442, in part. p. 378, figg. 1-2. Quanto all’area orientale, il tema si ripete ad Afrodisia in Caria, tempio di Afrodite, fase bizantina (CAMPBELL 1991, cit. a nota 36, p. 39, fig. 144e). 57 CORRENTE, GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 6, pp. 83-87. 54
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tura dei mosaici dell’attigua chiesa o della basilica di Barletta. I casi di divergenza tecnica sono numerosi e se esaminati sistematicamente potrebbero testimoniare, in via ipotetica la presenza di maestranze diverse a seconda dei settori da decorare o di diversi tempi di esecuzione. In ogni caso l’insieme dei documenti presentati induce a ritenere la realizzazione dei mosaici opera quasi esclusiva di artigiani specializzati nella realizzazione di decorazioni pavimentali, capaci di padroneggiare e trasferire nella città daunia le acquisizioni tecniche già sperimentate altrove58. Grazie al suo ruolo politico e alla sua posizione geografica Canosa emerge come area di incontro tra culture, di ricezione ed elaborazione di modelli architettonici e decorativi anche di provenienza internazionale, che ne determinano un ruolo di primo piano in ambito regionale e interregionale. Allineati alle produzioni musive di pieno VI secolo, i tessellati canosini mostrano chiari legami con temi di radice africana e soprattutto con le elaborazioni dell’area greco-orientale, filtrati e rimodulati dalle botteghe della scuola di Ravenna59. Come è stato già sottolineato da R. Cassano per S. Leucio, sempre a Canosa e da R. Giuliani per i mosaici dell’atrio di S. Giovanni e della cattedrale di Barletta, alla base di queste convergenze non si può non scorgere l’operosità del vescovo Sabino, protagonista, proprio durante il suo episcopato di intensi rapporti politici e delicate missioni in Oriente60. Nell’adozione di un linguaggio figurativo omogeneo, infine, sembra essere confermata la preferenza per partiture aniconiche e geometriche; in tal modo si ridimensiona il valore dell’effetto cromatico, con la riduzione delle tinte a quattro colori fondamentali utilizzati a contrasto, senza sfumature, e viene invece privilegiata la resa grafica del motivo, espresso con estrema semplicità, attraverso contorni neri su fondo neutro, prevalentemente bianco. Questa linea di tendenza non si riscontra in altri contesti pugliesi costieri e dell’interno, dove prevalgono almeno sette varianti cromatiche; l’attitudine alle geometrie è documentata, con l’eccezione di S. Leucio (dove comunque l’uso degli animali è abbastanza parco), negli apparati decorativi della chiesa di San Pietro, del complesso del battistero di San Giovanni, e infine nella ripavimentazione di Santa Maria. (D.L.) I rivestimenti parietali La chiesa di Santa Maria doveva essere dotata anche di una ricca decorazione parietale, di cui costituiscono traccia i frammenti di crustae marmoree e i resti di intonaco dipinto rinvenuti negli strati di crollo. 58 In questo quadro risulta significativa l’individuazione, in alcuni pannelli musivi della basilica di Barletta e a Venosa, di segmenti in tessere rosse posti nelle parti angolari delle cornici; decifrati da R. Giuliani come un ipotetico marchio di fabbrica, tali motivi peculiari potrebbero rappresentare il segno distintivo di una bottega artigiana attiva nel comprensorio ofantino nel corso della metà del VI secolo. GIULIANI 2000, cit. a nota 35, pp. 176-177. 59 Si è visto come la trama geometrica del III intercolumnio e la stesura della navata meridionale sostanzino questo duplice legame con l’oriente e l’area altoadriatica, rendendo alle volte quasi impossibile distinguere i temi di derivazione primaria, dalle espressioni secondarie che potremmo definire ‘di ritorno’. 60 MORENO CASSANO 1976, cit. a nota 32; GIULIANI 2000, cit. a nota 35; CORRENTE, GIULIANI, LEONE 2005, cit. a nota 6, pp. 83-87.
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In via del tutto preliminare e provvisoria, si presentano i dati desunti dall’analisi macroscopica dei reperti lapidei rinvenuti nelle stratigrafie della chiesa, riferibili all’esigua porzione di edificio indagata, in particolare del portico e delle navate centrale e laterale61. Le future campagne di scavo e i risultati delle analisi archeometriche sui lapidei individuati, permetteranno di fornire una ricostruzione più puntuale e verosimile dell’apparato parietale62. L’analisi è stata condotta su un totale di 189 frammenti per un peso complessivo di kg 42,613, di cui il 57% è costituito da marmi bianchi, il 20% da marmi colorati, il 18% da calcari e il 5% da brecce, gli ultimi due di ipotetica origine locale63. Fra i marmi colorati è documentata la presenza del cipollino (71%), del pavonazzetto (10%), del rosso antico (8%), del giallo antico (4%), del serpentino (3%), del porfido (3%) e infine, del verde antico (1%)64; per quel che riguarda il gruppo dei marmi bianchi, su dodici litotipi individuati, distinti in primo luogo, sulla base della granulometria (fine, media, grande), poi del colore e delle venature presenti, in attesa dei risultati archeometrici, si propone, in via ipotetica, l’identificazione, su base macroscopica, del greco scritto65.
61 Questo studio rientra in una più ampia ricerca, condotta nell’ambito del dottorato di ricerca in “Archeologia e didattica dei Beni Culturali. Sistemi integrati di fonti, metodi e tecniche”, presso l’Università di Foggia, coordinato dal prof. G. Volpe. Il progetto è incentrato sull’analisi della produzione, diffusione e commercializzazione dei ‘marmi’ di rivestimento parietale, pavimentale e di arredo architettonico nel comprensorio geografico della Puglia settentrionale e della Basilicata orientale, dall’età romana al Medioevo. 62 In concomitanza con la schedatura, è stata effettuata una campionatura estremamente analitica di tutti i litotipi individuati macroscopicamente. Allo stato attuale, sono stati preliminarmente sottoposti ad indagine archeometrica tutte le brecce di ‘presunta’ origine regionale, apparentemente compatibili con quelle rinvenute in altri due insediamenti della Puglia settentrionale, la città di Herdonia e la villa tardoantica di Faragola, di probabile origine locale: A. DE STEFANO, A. INTRONA, M. PIERNO, ‘Gli arredi architettonici delle terme’, in Ordona XI, a cura di G. Volpe, D. Leone, Bari c.s.; cfr. i contributi di Volpe, De Felice, De Stefano, Pierno e di Gliozzo, Turchiano infra. 63 Tali percentuali hanno valenza puramente indicativa ed esemplicativa in riferimento alla parzialità del settore archeologico indagato. Le percentuali si riferiscono al peso complessivo dei lapidei considerati, data la disomogeneità di valori fra numero di frammenti e peso, in relazione al grado di frammentarietà dei reperti e alla disomogeneità dimensionale esistente fra le lastre e le tarsie marmoree o i listelli. Per la schedatura dei reperti si è fatto riferimento al sistema di classificazione delle lastre litiche di rivestimento, presentato al Convegno di Bressanone del 2002 e al lavoro di schedatura dei sectilia parietali del teatro romano di Brescia, rispettivamente: C. ANGELELLI, F. GUIDOBALDI, ‘Frammenti di lastre da opus sectile come materiali di scavo: criteri di individuazione, classificazione ed edizione’, in I Mosaici. Cultura, Tecnologia, conservazione. Atti del XVIII Convegno Internazionale Scienza e beni Culturali, Bressanone, 2-5 luglio 2002, a cura di G. Biscontin e G. Driussi, Marghera 2002, pp. 155-163; C. ANGELELLI, ‘I rivestimenti marmorei parietali del teatro romano di Brescia: nuovi dati da recenti ricerche archeologiche’, in AISCOM XII, pp. 405-418. In tale sede, il termine marmo verrà utilizzato secondo la definizione presente nelle fonti antiche, intendendo tutte le pietre dure soggette a politura utilizzate a scopo ornamentale: D. MONNA, P. PENSABENE, J.P. SODINI, ‘L’identification des marbres: sa nécessitè, ses méthodes, ses limites’, in Marmi antichi I, pp. 15-34, in part. pp. 15, 20; T. MANNONI, Caratteri costruttivi dell’edilizia storica, Genova 1994, in part. p. 105. 64 Per l’individuazione, su base macroscopica, dei marmi colorati si è fatto riferimento a: G. BORGHINI, Marmi antichi, Roma 1989; Il marmo e il colore. Guida fotografica. I marmi della collezione Podesti, a cura di P. Pensabene e M. Bruno, Roma 1998; L. LAZZARINI, Pietre e marmi antichi, Padova 2004. 65 P. PENSABENE, ‘Sull’impiego del marmo di Cap de Garde. Condizioni giuridiche e significato economico delle cave in età imperiale’, in StMisc, 22, 1976, pp. 179-190; IDEM, ‘Le principali cave di marmo bianco’, in I marmi colorati della Roma imperiale, a cura di M. De Nuccio e L. Ungaro, Venezia 2002, pp. 203-221, in part. pp. 220-221.
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Oltre alla preponderante presenza di marmi di importazione, bianchi e colorati (79% del peso complessivo), è documentato l’impiego di litotipi di presunta origine locale (21% del peso complessivo): in particolare la calcarenite66, le cui cave, attive sin dall’antichità, sono ubicate nel territorio di Canosa, e una breccia rosata, compatibile, ad un’analisi macroscopica, con quella impiegata per i rivestimenti parietali e pavimentali della cenatio e delle terme della villa di Faragola, di ipotetica origine regionale, murgiana o, più probabilmente, garganica67. Gli elementi di rivestimento architettonico risultano così suddivisi: il 66% è costituito da lastre, il 14% da elementi di arredo architettonico, il 10% da listelli/ cornici, infine il 10% da tarsie68. I frammenti di lastre, quasi tutti riconducibili verosimilmente al rivestimento parietale, essendo la chiesa dotata in entrambe le fasi di una pavimentazione musiva69, risultano realizzati perlopiù in cipollino, pavonazzetto, greco scritto, breccia rosata e marmo bianco; su un totale di 120 frammenti, il 91% risulta costituito da lastre lisce, il 7% da lastre modanate o decorate, infine, il 2% da frammenti di soglia. Quasi tutte le lastre presentano generalmente, entrambe le facce piane, di cui almeno quella a vista sempre levigata o, più raramente, lucidata; frequenti sono, inoltre, i casi in cui entrambe le superfici risultano levigate, indice, generalmente, di reimpiego70. Nella maggior parte dei casi presentano bordi leggermente obliqui, a spigoli vivi (50%), o arrotondati (17%) in alcuni casi con spigolo vivo inferiore (21%), oppure bordi sbrecciati (8%), infine lavorati unicamente nella parte superiore e inferiormente sbozzati (4%)71. Le lastre modanate e decorate, sono realizzate in marmo bianco e in breccia rosata di probabile origine regionale (fig. 7); quest’ultimo elemento, di notevole importanza, potrebbe testimoniare l’esistenza nella Puglia settentrionale di maestranze artigiane specializzate nell’estrazione e lavorazione di tale materia prima 66 Si veda principalmente: M. CALDARA, A. IANNONE, G. BALDASSARRE, ‘Distribuzione e caratterizzazione delle calcareniti nell’area di Canosa di Puglia (Murge Settentrionali)’, in Le risorse lapidee dall’antichità ad oggi in area mediterranea, Atti del Convegno, Canosa di Puglia (Bari) 25-27 settembre 2006, a cura di V. Badino e G. Baldassarre, Bari 2006, pp. 143-154; N. WALSH, ‘Caratteri petrofisici e meccanici di calcareniti pugliesi e lucane’, ivi, pp. 225-232. Uno sfruttamento delle cave canosine risulta testimoniato almeno a partire da età ellenistica: P. TUCCI, P. PENSABENE, T. SEMERARO, N. DI SANTO, ‘Il Tempio ellenistico sotto la Basilica di San Leucio. Natura e provenienza dei materiali lapidei’, in Le Scienze della Terra e l’Archeometria, a cura di C. D’Amico e A.C. Livadie, Napoli 1998, pp. 312-313. 67 Cfr. i contributi di VOLPE, DE FELICE, DE STEFANO, PIERNO e di TURCHIANO in questi stessi Atti. Di provenienza regionale, in particolare garganica, sarebbe la breccia impiegata per il rivestimento di Castel del Monte, la cosiddetta ‘breccia corallina’, apparentemente compatibile con il litotipo riscontrato a Canosa e a Faragola: A. REINA, ‘Castel del Monte (BA). Breccia corallina’, in Presenza Tecnica in edilizia, 203, ottobre 2004, pp. 95-98; F. ZEZZA, Castel del Monte. La pietra e i marmi, Martina Franca 2005, in part. pp. 43-59. Anche la breccia impiegata nelle terme medioimperiali di Herdonia, presenta caratteri di compatibilità con la breccia corallina del Gargano: DE STEFANO, INTRONA, PIERNO c.s., cit. a nota 62; P. TUCCI, ‘Analisi archeometriche dei materiali lapidei delle terme’, in Ordona XI, a cura di G. Volpe e D. Leone, Bari c.s. Sono in corso analisi archeometriche comparate sui campioni di breccia di Canosa, Faragola e Ordona, da parte del Dipartimento di Geomineralogia dell’Università di Siena. 68 Queste percentuali si riferiscono al numero totale dei frammenti. 69 Tuttavia, non è possibile escludere del tutto che la chiesa avesse rivestimenti pavimentali in opus sectile in altri settori non ancora indagati; nella chiesa A di S. Giusto, nel territorio di Lucera (FG), ad esempio, alla ricca pavimentazione musiva delle navate e del nartece si affiancava la pavimentazione in sectile del vano più interno del presbiterio e della conca abisidale: P. FAVIA, ‘La decorazione architettonica, in San Giusto. La villa, le ecclesie, a cura di G. Volpe, Bari 1998, pp. 189-198, in part. pp. 197-198. 70 ANGELELLI 2007, cit. a nota 3, p. 408. 71 Tutte le lastre presentano spessori di cm 0,8-1,5, 2 e 3.
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per la realizzazione di elementi di rivestimento architettonico che presuppongono la padronanza di tecniche e competenze specialistiche72. Gli elementi di arredo architettonico73 sono in marmo bianco e calcare, verosimilmente locale; si ricordano, a tal proposito, le tre basi di colonna in marmo bianco, di cui una attica, una ionica ed una non visibile, verosimilmente tutte di reimpiego, rinvenute in situ nella chiesa (fig. 8). Le basi, intervallate da lastre calcaree, sono riferibili al colonnato originario del portico antistante la chiesa, successivamente inglobate in un muro medievale realizzato in blocchi di calcarenite. I listelli presentano, perlopiù, sezione rettangolare con bordi dritti e retti e spigoli vivi, realizzati in cipollino, verde antico e giallo antico (60%), oppure sbrecciati, in giallo antico, cipollino e porfido rosso (13%), o convessi, in cipollino (13%), o con un bordo dritto e l’altro leggermente inclinato verso l’esterno, in cipollino (7%)74, infine listelli a sezione trapezoidale con bordi levigati e spigoli vivi, in cipollino (7%). Le poche tarsie marmoree rinvenute in serpentino, cipollino e marmo bianco presentano diverse fogge: semicircolare, a quarto di cerchio, romboidale, frammenti riconducibili a motivi vegetali e, forse, marini. Quasi tutte presentano lati sbozzati o parzialmente sbozzati che potrebbero far supporre un secondo utilizzo. La tarsia romboidale, l’unica realizzata in marmo bianco, si distingue dalle altre per dimensioni differenti e per taglio e finitura75: presenta, infatti, tutti i bordi levigati e spigoli vivi (fig. 9)76. Difficile stabilire, allo stato attuale della ricerca, la cronologia di tali testimonianze, se attribuibili all’impianto originario della chiesa ovvero al suo rifacimento sabiniano; esse prefigurano, ad ogni modo, un ricco apparato decorativo, caratterizzato da pitture, la cui traccia è riconoscibile nei numerosi frammenti di intonaco dipinto con girali d’acanto rosso cupo su fondo ocra, rinvenuti in abbondanza nelle stratigrafie dei crolli e dalle crustae marmoree, caratterizzate da grandi lastre in cipollino, pavonazzetto, greco scritto, breccia rosata e marmi bianchi, scandite da listelli in giallo antico, verde antico, cipollino e marmo bianco e im72 La stessa breccia sembrerebbe ampiamente utilizzata nella villa di Faragola per i rivestimenti delle terme e nella pavimentazione della cenatio; nello stesso litotipo risultano, inoltre realizzate alcune tarsie dei tappeti in opus sectile della cenatio: cfr. i contributi di VOLPE, DE FELICE, DE STEFANO, PIERNO e TURCHIANO in questi stessi Atti (con bibliografia). È altamente probabile che la stessa materia prima sia stata utilizzata per i rivestimenti delle terme di età medioimperiale della città di Herdonia: DE STEFANO, INTRONA, PIERNO c.s., cit. a nota 62. 73 Le lastre modanate e decorate e gli elementi di arredo architettonico saranno trattati in altra sede. 74 I listelli presentano una larghezza oscillante fra i cm 3 e 5 e spessori fra cm 0,6 e 2. 75 Mentre le altre presentano dimensioni modulari medie di cm 5-7 x 2,5 con uno spessore oscillante fra cm 0,4 e 1,5, la tessera romboidale misura cm 9 x 5 con uno spessore di cm 2. 76 L’ipotesi che la tarsia possa essere riferibile alla decorazione parietale della prima fase della chiesa, è molto suggestiva ma attualmente priva di altri fondamenti; è auspicabile che nuovi riscontri possano venire dalle future campagne di scavo. Sulla base delle poche testimonianze rinvenute confronti tipologici puntuali appaiono poco inopportuni e inutili; si rimanda, tuttavia, ai lavori sui sectilia di Cimitile (C. EBANISTA, ‘Frammenti inediti di sectile parietale e pavimentale da Cimitile’, in AISCOM VII, pp. 489-508), del battistero di S. Giovanni alle Fonti a Milano (S. LUSUARDI SIENA, F. SACCHI, ‘Per un riesame dei sectilia parietali paleocristiani del battistero di san Giovanni alle Fonti a Milano’, in AISCOM IX, pp. 81-96), delle chiese di S. Severo e di S. Apollinare in Classe (P. NOVARA, ‘Sectilia parietali inediti dagli scavi delle chiese di S. Severo e di S. Apollinare in Classe (Ravenna)’, in AISCOM V, pp. 83-96), della villa di S. Vincenzino (F. DONATI, ‘Ricercando sui sectilia della villa di San Vincenzino’, in AISCOM VI, pp. 329-340) e della domus delle Sette Sale (F. BIANCHI, M. BRUNO, A. COLETTA, M. DE NUCCIO, ‘Domus delle Sette Sale. L’opus sectile parietale dell’aula basilicale: studi preliminari’, ivi, pp. 351-360).
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preziosite da tarsie in cipollino, serpentino, marmo bianco e breccia rosata, con suggestivi ed intensi effetti cromatici77. Una studiata policromia doveva, del resto, caratterizzare anche la decorazione parietale del complesso sabiniano posto a nord della chiesa: le stratigrafie dei crolli degli alzati dell’atrio hanno restituito, infatti, un ricco campionario che prevede l’impiego di listelli e lastrine di varia misura e tarsie marmoree di varia foggia (semicircolari, trilobati, cuoriformi, semilunati, rettangolari, triangolari), realizzati negli stessi litotipi individuati nella chiesa di S. Maria78. L’effetto coloristico doveva essere enfatizzato dall’impiego di tessere musive policrome in pasta vitrea e con foglia d’oro e da inserti di madreperla, rinvenuti in abbondanza nelle stratigrafie dei crolli, impiegati nella decorazione delle volte e dei soffitti79, analogamente a quanto previsto per l’apparato decorativo del contiguo edificio battesimale80. I rivestimenti pavimentali e parietali rinvenuti restituiscono un’immagine, purtroppo, ancora troppo parziale ed esigua della sontuosità e ricchezza della chiesa di S. Maria; è auspicabile che le future campagne di scavo permettano di definire l’intera planimetria dell’edificio e il suo sviluppo architettonico. (A.D.S.)
77 Sulla base dell’analisi degli spessori delle lastre è possibile ipotizzare che lo zoccolo fosse in marmo bianco. 78 Anche tali materiali rientrano nella ricerca condotta nell’ambito della tesi di dottorato. 79 È stato già messo in luce come, l’impiego della madreperla costituisca un elemento costante nella produzione di pannelli decorativi parietali fra il IV e il VI secolo d.C.: NOVARA 2005, cit. a nota 76, in part. p. 88. 80 CASSANO 1992, cit. a nota 9, pp. 862-863.
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Fig. 1 – Canosa, Complesso di san Giovanni. Veduta aerea a bassa quota della chiesa di Santa Maria.
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Fig. 2 – Ricostruzione planimetrica della chiesa presabiniana (elaborazione M.G. Sibilano).
Fig. 3 – Planimetria del complesso paleocristiano di San Giovanni in età sabiniana (elaborazione M.G. Sibilano).
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Fig. 4 – Veduta area a bassa quota dei mosaici della navata centrale e meridionale.
Fig. 5 – Disegno ricostruttivo dei mosaici della chiesa di Santa Maria (elaborazione G. De Felice, N.M. Mangialardi, M.G. Sibilano).
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Fig. 6 – Tavola sinottica dei motivi decorativi di età sabiniana individuati a Santa Maria: A) cornice della navata centrale; B) pannello a cerchi secanti, navata centrale; C) pannello a cerchi allacciati, navata centrale; D) tappeto musivo del II intercolumnio; E) tappeto musivo del III intercolumnio; F) cornice della navata meridionale; G) mosaico della navata meridionale.
Fig. 7 – Frammenti di lastre modanate e decorate in breccia rosata.
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Fig. 8 – Veduta prospettica del colonnato del portico della chiesa.
Fig. 9 – Campionario delle tarsie marmoree della chiesa di Santa Maria.
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