Nunziare magazine n. 17/2026

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DALLA MAGLIETTA AL MATTONE

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è il risultato della nostra visione. Non solo un modo di fare impresa, ma un modo preciso di stare al mondo.

editor's note

Può una maglietta

diventare una risorsa per l’edilizia?

La domanda non è provocatoria. È il punto di partenza di una ricerca che racconta bene una delle sfide centrali della transizione ecologica e che mette a confronto due mondi solo in apparenza lontani: moda e architettura. Settori che condividono una responsabilità enorme, anche se raramente vengono letti insieme.

La moda ha un problema strutturale: produce troppo, troppo in fretta, con fibre sempre meno rigenerabili.

L’edilizia, dal canto suo, ne ha uno altrettanto urgente: consuma grandi quantità di risorse ed è chiamata a ridurre drasticamente le emissioni legate ai materiali entro il 2030. Due filiere diverse, un punto in comune: la gestione dello scarto.

Così, negli ultimi mesi, siamo andati a cercare dove questo problema stia trovando risposte concrete. Non nei convegni, ma nei laboratori di ricerca, nei centri di sviluppo, nel design sperimentale che lavora sul rifiuto tessile come materia.

È lì che sta nascendo un dialogo inatteso tra mondi che per anni hanno viaggiato su binari separati.

E abbiamo scoperto che, quando il tessile smette di essere solo moda e viene letto per quello che è - fibra, polimero, cellulosa, massa compatta -, il suo destino cambia. Si apre a un campo applicativo che riguarda anche l’architettura e l’edilizia può diventare isolamento, assorbimento acustico, superficie, elemento costruttivo.

È in questo quadro che si inserisce la cover story di questo numero, che mette a confronto due realtà giovani che lavorano proprio su questo confine: FabBRICK e Archeomaterico, una

francese e una italiana. Entrambe si misurano con lo stesso obiettivo: trasformare uno dei rifiuti più complessi del nostro tempo, lo scarto tessile, in una risorsa per il costruire.

Un confronto che non serve a stabilire primati, ma a comprendere come nasce un’innovazione, quali problemi può risolvere e soprattutto quali condizioni le permettono di uscire dalla dimensione sperimentale.

Nel caso francese, il contesto conta quanto il progetto. Con la legge AGEC, la Francia ha introdotto la responsabilità estesa del produttore per il tessile, imposto quote minime di materiale riciclato e definito criteri rigorosi per gli acquisti pubblici. Così facendo il governo ha favorito la nascita di un mercato, di una domanda e di un contesto che riduce l’area grigia in cui l’innovazione rischia di rimanere bloccata. Anche per questo FabBRICK è diventata un caso internazionale.

In Italia, nello stesso tempo, l’innovazione non è mancata. Anzi!

La ricerca è avanzata, in alcuni casi, in maniera persino più radicale. Quello che manca è invece un sistema che la accompagni. Strumenti importanti - come i nuovi CAM 2025, che fissano percentuali obbligatorie di materiale riciclato

negli appalti pubblici dell’edilizia - esistono, ma restano misure settoriali e parziali. Non incidono direttamente sulla filiera tessile e non sono ancora in grado di assorbire i volumi generati dalla fast fashion. Il risultato è che molte esperienze italiane restano solide sul piano progettuale, ma fragili sul piano industriale.

Questo confronto mette in luce un nodo spesso rimosso. La sostenibilità non fallisce per mancanza di soluzioni, ma per assenza di strutture che le rendano praticabili. Senza regole, mercati e strumenti coerenti, l’economia circolare resta un principio evocato più che applicato.

Da qui nasce il cuore di questo numero. E da qui prende forma una domanda che attraversa l’intero dossier: che senso ha continuare a parlare di economia circolare se poi la lasciamo senza strumenti per funzionare?

Attorno a questo focus si sviluppano gli altri contenuti del numero.

A Baia, una stazione della metropolitana diventa infrastruttura culturale e introduzione al terrioritorio. Ce la siamo fatta raccontare dagli architetti e da chi, attraverso la fotografia, ha costruito una narrazione permanente capace di andare oltre la funzione.

A New York, il progetto BIG U mostra come una grande città stia ripensando il proprio rapporto con l’acqua e con eventi climatici sempre più estremi. Sul nostro territorio e nella

nostra azienda, Nunziare Nova segna un passaggio di scala nel modo di affrontare la rigenerazione urbana e l’abitare contemporaneo.

Storie diverse, accomunate da una stessa questione di fondo: come trasformare vincoli e limiti in progetto.

> C'è una storia che, negli ultimi anni, ha riempito feed e testate internazionali: quella della giovane designer francese che trasforma vecchi vestiti in “mattoni tessili” per pareti, superfici e arredi. Eppure, mentre l'attenzione si concentrava sulla Francia, in Italia la stessa ricerca era già in corso. Siamo entrati in quei laboratori per raccontarla.

in foto > YARI CECERE AD Cecere Management

Buona lettura

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DALLA MAGLIETTA AL MATTONE

> NUNZIARE MAGAZINE N.17

FEBBRAIO 2026

> In copertina “Building Material Scaffold”

4. Editoriale

> di Yari Cecere

9. Econews

> Notizie e idee in primo piano

14. Poster Baia

> La nuova stazione dei Campi Flegrei tra mobilità, archeologia e fotografia

27. Inside

> The Big U

Il piano per proteggere New York dagli eventi climatici estremi

Una libreria realizzata a partire da scarti dell’industria tessile e fibre di lana, combinati con un legante geopolimerico per ottenere un nuovo materiale da costruzione. Il progetto, ideato e prodotto dal designer Davide Balda , è stato concepito come dimostrazione fisica delle prestazioni tecniche di questo nuovo materiale: resistenza, elasticità e capacità portante. «Quando le fibre tessili vengono integrate nella miscela geopolimerica , migliorano il comportamento elastico del materiale e ne aumentano la resistenza meccanica a compressione e flessione, con prestazioni paragonabili a quelle dei sistemi cementizi tradizionali». Intervista a pagina 60.

42. MIRA

Urban and architectural photography

> Cantina Antinori nel Chianti Classico. Quando l’architettura diventa paesaggio

48. Coverstory

Dalla maglietta al mattone

> Un viaggio tra iperproduzione, riciclo, normative e design sperimentale

66. WOW

> Giobagnara: il set di gioco Delos Snakes & Ladders

67. Radar

Libri, luoghi e ispirazioni…

72. Nunziare Community

> Le voci che fanno notizia

74. In agenda

Grand Prix Casalgrande Padana

> Il premio dedicato al progetto ceramico

80. Real Estate

> Nunziare Nova, un nuovo parco residenziale firmato Cecere Management e Carrella Architetti

SOSTENIBILITÀ > IMPRESA > INNOVAZIONE

> Numero 17 - Anno IV FEBBRAIO - APRILE 2026

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli Nord n° 56 del 9/9/2022

EDITORE

> Yari Cecere - Cecere Development srl -

DIRETTORE RESPONSABILE E PROGETTO EDITORIALE

> Daniela Iavolato

PROGETTO GRAFICO E DIREZIONE CREATIVA

> Emanuela Esposito

REDAZIONE

> Via Paolo Riverso, 57 - Aversa

STAMPA

> Tuccillo Arti Grafiche Srl - Afragola (NA)

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> notizie e idee in primo piano

ReTuna

Il centro commerciale dell’usato e del riciclo

A poco più di un’ora di macchina da Stoccolma, nella cittadina svedese di Eskilstuna , l’economia circolare è diventata una scelta di politica pubblica. Il Comune ha deciso infatti di intervenire sui comportamenti di consumo, prima ancora che sui rifiuti. Come? Dando vita - ben prima del successo delle piattaforme online del second hand -, a uno shopping mall ( fisico ) interamente dedicato al riuso, alla riparazione e al riciclo: il ReTuna Återbruksgalleria

A ReTuna non esistono prodotti nuovi. I visitatori sono invitati a portare oggetti inutilizzati - dai mobili ai giocattoli -, che vengono conferiti nel centro di raccolta adiacente. Da qui parte un processo di selezione gestito dalla municipalità di Eskilstuna, seguito da una seconda scrematura operata dai negozianti, che scelgono cosa può essere riparato, sistemato, convertito o riprogettato prima di tornare sul mercato.

Un modello che funziona anche dal punto di vista economico . Negli ultimi anni ReTuna ha generato vendite per 15,4 milioni di corone svedesi, con un incremento di circa il 92 per cento rispetto agli anni iniziali, dimostrando che l’economia circolare può essere concreta, redditizia e stabile.

Ma ReTuna non è solo un centro commerciale . È anche una “piattaforma” educativa che promuove eventi, workshop, conferenze e giornate a tema dedicate alla sostenibilità. ReTuna Recycling Mall e il centro di riciclo sono di proprietà della società municipalizzata Eskilstuna Energi och Miljö (EEM) , l’azienda pubblica che gestisce le operazioni energetiche e ambientali del Comune.

Oltre a promuovere uno shopping più consapevole, il progetto ha creato oltre 50 nuovi posti di lavoro ed è diventato un riferimento internazionale, attirando giornalisti, documentaristi e visitatori da tutto il mondo.

Power Hub Monza

La stazione di servizio ripensata per l’era elettrica

Park Associati firma a Monza il Power Hub di A2A Life Company, un’architettura essenziale ma fortemente riconoscibile che rilegge l’archetipo della stazione di servizio nell’era elettrica.

Non solo un punto di ricarica, ma un’infrastruttura capace di integrare linguaggio architettonico contemporaneo, innovazione tecnologica ed ecologia rigenerativa.

Il progetto nasce dall’esigenza del committente di rendere tangibile la propria visione “circolare” anche nello spazio fisico: un’icona alle porte della città in grado di comunicare valori, orientare comportamenti e restituire qualità paesaggistica a un nodo infrastrutturale tradizionalmente neutro.

La strategia progettuale considera il suolo non come supporto passivo, ma come partner attivo.

Superfici permeabili, aree piantumate e materiali a basso contenuto di carbonio guidano la rigenerazione ecologica del sito, favorendo la gestione naturale delle acque e riducendo l’impatto ambientale complessivo.

Cuore dell’intervento è un baldacchino circolare in legno lamellare, leggermente conico, che integra pannelli fotovoltaici e un sistema di raccolta dell’acqua piovana, destinata all’irrigazione di un giardino secco a bassa manutenzione.

Intorno, il paesaggio disegna un gradiente verde che modella lo spazio solo dove necessario, migliorando il comfort ambientale e restituendo valore a un’infrastruttura tradizionalmente percepita come marginale.

Un intervento che dimostra come anche i luoghi della mobilità possano diventare dispositivi urbani di qualità, capaci di incidere positivamente sul contesto e orientare nuove pratiche d’uso.

Fonte: Park Associati / parckassociati.com

foto > © NICOLA COLELLA

Tuvalu sta scomparendo

Al via il primo esodo climatico regolato da un visto

in foto > Simon Kofe, rappresentante del governo di Tuvalu.

> Nel 2021, da ministro degli Esteri, intervenne alla COP26 con un messaggio registrato in mare per mostrare gli effetti dell’innalzamento del livello oceanico sull’arcipelago.

Tuvalu, Stato insulare del Pacifico centrale formato da nove atolli, sta affrontando una perdita progressiva di territorio a causa dell’aumento del livello del mare. Un fenomeno ampiamente documentato dalla ricerca scientifica e legato a due dinamiche principali: l’espansione dell’acqua oceanica dovuta al riscaldamento globale e l’immissione di enormi volumi d’acqua derivanti dalla fusione dei ghiacci continentali.

Le conseguenze sono quotidiane: erosione delle coste, salinizzazione delle falde, riduzione delle superfici coltivabili. Gli spazi abitabili si contraggono, fino a costringere la popolazione a convivere con infrastrutture pensate per altro, come la pista dell’unico aeroporto, diventata area di gioco e di incontro.

In questo contesto, il cambiamento climatico ha smesso di essere una proiezione futura ed è entrato nella sfera delle politiche migratorie. Nel 2025 oltre quattromila cittadini di Tuvalu, circa un terzo della popolazione, hanno presentato domanda per trasferirsi in Australia attraverso un nuovo programma di ingresso permanente.

Canberra ha introdotto un contingente annuale di 280 permessi di soggiorno riservati a cittadini tuvaluani, assegnati tramite sorteggio. Non si tratta di rifugiati politici né economici, ma di persone costrette a lasciare il proprio Paese perché il territorio non è più in grado di garantire condizioni di vita stabili.

Il dato numerico è limitato, ma il significato è rilevante. È la prima volta che una causa ambientale viene riconosciuta formalmente come motivo di migrazione regolata e permanente. Un passaggio che potrebbe anticipare scenari destinati a moltiplicarsi nei prossimi decenni.

La vicenda di Tuvalu non riguarda solo un arcipelago lontano. Interroga il modo in cui le istituzioni stanno affrontando la crisi climatica: sempre meno attraverso politiche di prevenzione e sempre più attraverso strumenti di adattamento emergenziale.

Il clima, ormai, non è solo una questione ambientale. È una questione di diritto, di pianificazione territoriale e di responsabilità politica globale.

NEL CUORE DEI CAMPI FLEGREI LA STORIA SI METTE IN VIAGGIO

Dopo venticinque anni di chiusura ha riaperto la stazione di Baia. Un progetto che intreccia mobilità, archeologia subacquea, fotografia e architettura, trasformando una fermata ferroviaria in una soglia di accesso al territorio.

BAIA

per venticinque anni è rimasta chiusa, invisibile, sospesa in una lunga parentesi fatta di cantieri interrotti, contenziosi e attese. Oggi la stazione di Baia è tornata finalmente in funzione, ma non come una semplice fermata ferroviaria. Ha riaperto come luogo narrante, come dispositivo culturale capace di trasformare il transito quotidiano in esperienza e il viaggio in un’introduzione consapevole ai Campi Flegrei, prima ancora di visitarli.

Inaugurata il 6 novembre 2025 nel comune di Bacoli, lungo la linea Cumana, la nuova stazione rappresenta uno degli interventi più significativi degli ultimi anni

nell’area flegrea.

I lavori, avviati nel 2004 e interrotti nel 2012, sono stati ripresi nel febbraio 2023 da EAV, dopo la chiusura del contenzioso tra il Commissario Governativo della Regione Campania e il concessionario. Un percorso lungo e complesso «sintomatico» raccontano i progettisti di Od’A «di una condizione più generale che riguarda molte opere pubbliche nel Mezzogiorno».

La stazione si sviluppa su una superficie di circa 3.000 metri quadrati ed è oggi pienamente operativa come nodo della Cumana, collegando Napoli al litorale flegreo, da Montesanto a Torregaveta.

Il progetto della stazione di Baia è multilivello e multiscalare. Si sviluppa su più piani - strutturale, tecnologico, funzionale, comunicativo e simbolico -, tenuti insieme da una visione unitaria. La spazialità delle gallerie e dei percorsi, la scelta dei materiali e la presenza dei grandi lucernai concorrono a rievocare le architetture del periodo romano, restituendo atmosfere e paesaggi di epoca imperiale. All’interno di questo impianto, il viaggiatore della linea metropolitana è accompagnato alla scoperta dei luoghi e delle vicende del territorio, attraverso un allestimento narrativo composto da pannelli retroilluminati con testi, fotografie, disegni, riproduzioni di stampe d’epoca e statue. Un racconto pensato su più livelli di lettura, anche intercambiabili, in base al verso di percorrenza della galleria.

< OFFICINA D’ARCHITETTURA >

UNA STAZIONE CHE NON È SOLO UNA

STAZIONE

Baia è la prima stazione ferroviaria italiana con un allestimento permanente dedicato all’archeologia subacquea, collegato alla città romana sommersa di Baia, un sito unico al mondo nei Campi Flegrei. Ma ridurre il progetto a un primato sarebbe limitante. Ciò che rende questa stazione speciale è l’idea di fondo:

fare della mobilità un’esperienza culturale accessibile, quotidiana, non mediata da biglietti o soglie museali.

Il viaggio comincia già sul binario

Prima ancora di uscire dalla stazione, il passeggero si trova immerso nella storia del territorio attraverso immagini, reperti ricostruiti, luce e materiali divulgativi.

ARCHITETTURA COME SOGLIA

Il progetto architettonico, firmato da Od’A - Officina d’Architettura, nasce da una riflessione profonda sul contesto flegreo. Un territorio fragile, instabile dal punto di vista geologico, ma straordinariamente denso di storia.

Qui l’architettura non cerca l’effetto iconico, ma costruisce un linguaggio capace di dialogare con la memoria dei luoghi.

«Pareti rivestite in laterizio, richiamano la matericità dell’architettura romana» raccontano gli architetti «reinterpretata attraverso tecnologie costruttive contemporanee. I grandi lucernai e gli elementi circolari di illuminazione evocano l’oculus del Tempio di Mercurio nelle Terme di Baia», uno dei simboli più potenti dell’architettura antica dell’area. «La luce diventa materia progettuale, strumento narrativo capace di guidare il corpo e lo sguardo lungo i

percorsi.

Il progetto - continuano -, si è misurato con una condizione straordinaria. Accompagnare un’opera pubblica per oltre vent’anni ha significato accettare un’evoluzione adattativa continua, senza mettere in discussione l’impianto originario».

La cifra distintiva dell’intervento risiede nel suo valore identitario: una stazione che non potrebbe essere altrove, perché nasce da un radicamento profondo nella natura e nella storia dei luoghi.

UN MUSEO DIFFUSO NEL QUOTIDIANO

All’interno della stazione, l’allestimento trasforma lo spazio in un museo diffuso, pensato per essere attraversato anche distrattamente, ma capace di offrire livelli diversi di lettura. Pannelli retroilluminati,

> Le sculture esposte lungo il percorso sono riproduzioni in stampa 3D di statue e busti romani rinvenuti a Baia, realizzate dal Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli a partire dagli originali conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Una parte di queste riproduzioni è stata presentata all’Expo di Osaka 2025 , nella mostra Fuoco e Memoria. Vulcani, storia e archeologia , dedicata al patrimonio vulcanico e archeologico della Campania. Un dettaglio che racconta come la stazione di Baia non sia un episodio isolato, ma parte di una strategia culturale più ampia.

mappe, immagini subacquee e testi accompagnano il viaggiatore alla scoperta della città sommersa di Baia e dell’area flegrea.

Un ruolo centrale è affidato alle riproduzioni in stampa

3D di statue e busti rinvenuti nei fondali dell’antica

Baia e custoditi presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Le riproduzioni, realizzate dal Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II, restituiscono al pubblico forme e volumi altrimenti invisibili, portando sottoterra ciò che oggi giace sott’acqua.

LA FOTOGRAFIA COME INFRASTRUTTURA

CULTURALE

Sulle banchine, il racconto si completa con un percorso fotografico permanente affidato a Mario Ferrara e Luciano Romano. Ventidue immagini di grande formato costruiscono una narrazione che supera la semplice celebrazione del sito singolo, per restituire la complessità dei Campi Flegrei come sistema territoriale unitario.

«Il progetto architettonico prevedeva due gallerie fotografiche d’autore lungo le banchine, con una curatela interna», spiega Mario Ferrara

«I progettisti di O’dA hanno deciso di affidarle a noi. Abbiamo lavorato sui nostri archivi personali, selezionando undici fotografie ciascuno.

La scelta non è stata semplice. Selezionare significa assumersi una responsabilità. Non volevamo raccontare solo Baia, ma rappresentare l’intero territorio flegreo, con la sua bellezza monumentale e paesaggistica, ma anche con le sue fragilità».

La sequenza delle immagini è costruita come un viaggio circolare capace di abbracciare l’intero territorio, dalla Solfatara a Capo Miseno, con Baia come centro simbolico e baricentro del racconto.

Le fotografie del Castello di Baia, del Tempio di Mercurio e del Parco archeologico delle Terme occupano la parte centrale della banchina, in prossimità dei principali flussi di accesso e di uscita.

In questo modo, la stazione assume il ruolo di una vera e propria porta visiva sui Campi Flegrei.

> Terme di Baia
> Solfatara

ARCHEOLOGIA AFFIORANTE

Tra le immagini selezionate, una assume un valore emblematico: quella delle Terme di Baia. «È l’immagine che più mi rappresenta», racconta Ferrara.

«Qui emerge chiaramente ciò che considero una caratteristica unica dei Campi Flegrei: l’archeologia affiorante. Resti antichi che convivono in modo ordinario con il tessuto urbano contemporaneo, senza separazioni nette.

Ho scelto di inserire questa fotografia nella serie perché è un invito a guardare il territorio nella sua complessità, resistendo alla tentazione di isolare e concentrarsi solo sulle emergenze monumentali, per accettare invece la stratificazione come valore».

Un messaggio che trova nella stazione un luogo ideale: uno spazio attraversato ogni giorno, dove la cultura non è evento straordinario, ma presenza costante.

UNA

SOGLIA PER IL FUTURO

Oggi la stazione di Baia si configura come simbolo di rinascita per un territorio che sta cercando nuove traiettorie di sviluppo culturale e turistico, nonostante le difficoltà legate al bradisismo. Un’infrastruttura che

non promette soluzioni facili, ma propone un modello: quello di una mobilità capace di raccontare, educare e connettere.

«La stazione non è un punto di arrivo, ma una soglia - concludono gli architetti di Od’A -. Un luogo in cui la quotidianità del trasporto convive con la profondità identitaria del territorio, fondendo architettura, memoria e contemporaneità in un progetto di forte suggestione e qualità percettiva».

> DETTAGLI

Ubicazione > Via Terme Romane, Bacoli (Napoli)

Progetto > Od’A - Officina Architettura

Foto > tutte le foto sono di Mario Ferrara , ad eccezione della Casina Vanvitelliana e del Tempio di Venere, in questa pagina, di Luciano Romano

Una seconda fase di completamento è prevista entro il 2027, con la realizzazione di un sottopasso che metterà in connessione diretta la stazione con il lungomare e il Parco Archeologico di Baia, rafforzando ulteriormente il rapporto tra mobilità, paesaggio e patrimonio.

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The Big U

> Il piano per proteggere New York dagli eventi climatici estremi

dopo l’uragano Sandy, New York ha dovuto fare i conti con una realtà che molte grandi città costiere continuano a rinviare nella pianificazione urbana: il cambiamento climatico. Non un’ipotesi né una previsione, ma una condizione con cui i centri abitati sono chiamati a progettare.

Tutto è iniziato nel 2012, quando Sandy si è abbattuto sulla costa atlantica degli Stati Uniti con raffiche di vento fino a 144 chilometri all’ora e una mareggiata che ha superato i quattro metri, allagando vaste porzioni di Manhattan sud.

I danni economici furono stimati in decine di miliardi di dollari. Quelli urbani, sociali e infrastrutturali misero in discussione la resilienza stessa della città.

L’area colpita comprende uno dei territori più densi e strategici degli Stati Uniti: Lower Manhattan e il waterfront che si estende lungo l’Hudson e l’East River. Qui vivono circa 220 mila persone ed è concentrato il cuore del sistema finanziario newyorkese, un settore che genera oltre 500 miliardi di dollari e influenza l’economia globale.

L’uragano Sandy non colpì solo il Financial District e Wall Street, mise in crisi la vita quotidiana di quasi 100 mila residenti a basso reddito, anziani e persone con disabilità.

Nel raggio di dieci miglia, strade, infrastrutture ed edifici residenziali furono danneggiati o distrutti costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie abitazioni. Trasporti e comunicazioni si bloccarono e interi quartieri rimasero per giorni senza elettricità e acqua corrente. Il centro di New York finì in ginocchio, la città contò più di 40 vittime.

È in questo contesto che nasce The BIG U, uno dei più ambiziosi piani di resilienza urbana mai concepiti negli Stati Uniti.

Un sistema diffuso di protezione capace di integrarsi nella vita quotidiana della Grande Mela.

PERCHÉ NASCE

All’indomani dell’uragano, la reazione delle istituzioni locali e federali, insieme alla società civile, fu rapida e strutturata: non bastava riparare i danni, occorreva proteggere Lower Manhattan da future inondazioni, mareggiate e innalzamento del livello del mare.

Da qui nasce Rebuild by Design, il programma promosso dal Dipartimento per l’Housing e lo Sviluppo Urbano degli Stati Uniti (HUD), una competizione internazionale pensata per individuare soluzioni capaci di affrontare eventi estremi, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche economico, sociale e urbano.

LA GARA E LA VITTORIA DI BIG

Tra le proposte selezionate, quella dello studio danese Bjarke Ingels Group (BIG) vince la competizione distinguendosi per un approccio radicalmente diverso rispetto alle soluzioni tradizionali. Il progetto, battezzato The BIG U, invece di proporre una barriera difensiva visibile e separante, integra opere di

> Trasformare la difesa in spazio urbano

Molte di queste infrastrutture sono volutamente “invisibili”. Sembrano spazi ordinari, ma in realtà sono dispositivi di protezione climatica che aggiungono qualità e vita alla città.

ingegneria idraulica con spazi urbani pubblici capaci di assolvere una doppia funzione: protezione e uso quotidiano.

UN’INFRASTRUTTURA CHE DIVENTA CITTÀ

The BIG U è una “U” protettiva lunga circa 16 chilometri che avvolge in modo continuo la parte bassa di Manhattan, seguendo la linea di costa dall’Hudson all’East River: da West 57th Street, fino a The Battery, per poi risalire verso East 42nd Street.

Non si tratta di un’unica opera monolitica, ma di una sequenza articolata di interventi - autonomi e coordinati -, calibrati sulle caratteristiche geomorfologiche dei luoghi e sulle esigenze dei quartieri coinvolti.

«Ci siamo chiesti - spiega Bjarke Ingels - cosa sarebbe successo se l’infrastruttura di resilienza non fosse stata un muro invalicabile tra la città e l’acqua, ma una successione di spazi pubblici e servizi sociali su misura per i quartieri.

Non opere iconiche, ma dispositivi urbani, come la High Line, capaci di cambiare uso e funzione migliorando la vita quotidiana delle persone».

In questo quadro, le barriere contro l’acqua non sono pensate per isolare la città dal suo elemento naturale, ma per essere vissute come normali spazi pubblici.

Argini, paratie mobili, muri anti-inondazione e sistemi di drenaggio vengono integrati in parchi, passeggiate, impianti sportivi, aree ricreative e servizi di quartiere.

Una scelta che risponde a una logica ben precisa: rendere la resilienza accettabile, abitabile e condivisa. «Un’infrastruttura che migliora la qualità della vita quotidiana - continua Ingels - ha più possibilità di essere mantenuta, curata e compresa dai cittadini rispetto a un’opera puramente tecnica e percepita come estranea».

> Nell’immagine, la mappa grafica di The BIG U mostra una protezione continua che cambia forma, programma e funzione lungo la costa, adattandosi ai quartieri e alle loro esigenze. La linea colorata che avvolge Lower Manhattan rappresenta il sistema continuo di protezione costiera, mentre i diversi colori indicano che la difesa non è uniforme, ma progettata su misura. Ogni tratto risponde a specifiche condizioni ambientali, morfologiche e sociali, contribuendo a un obiettivo comune: proteggere uno dei territori più vulnerabili e strategici degli Stati Uniti dall’impatto crescente degli eventi climatici estremi. Le icone (bici, sport, food, playground..) mostrano come ogni segmento della protezione sia anche parco, passeggiata o spazio pubblico attivo.

I COMPARTIMENTI E I PROGETTI FINANZIATI

I progetti sono tutti finanziati e inseriti in un piano complessivo da 2,709 miliardi di dollari basato su uno studio del 2019 sulla resilienza climatica di Lower Manhattan.

Il piano generale si articola in quattro interventi principali:

> East Side Coastal Resiliency (ESCR) - 1,045 miliardi di dollari

> Brooklyn Bridge Montgomery Coastal Resilience (BMCR) - 522 milioni

> Battery Park City Resilience Projects (BPCR) - 165 milioni

> Financial District and Seaport Climate Resilience - 118 milioni

EAST SIDE COASTAL RESILIENCY

Ad oggi, il segmento più avanzato è l’East Side Coastal Resiliency, lungo il waterfront dell’East River Park, a sud di Williamsburg Bridge.

Concepito come un “parkipelago”, un arcipelago di parchi connessi che si sollevano sopra la linea costiera, l’ESCR traduce la protezione in 2,4 miglia di aree verdi rialzate, percorsi pubblici e servizi che funzionano come barriere pavimentali per i quartieri di Lower East Side. Il sistema combina dighe, muri, banchine, paratoie mobili anti-esondazione e parchi sopraelevati, proteggendo infrastrutture strategiche come stazioni di pompaggio, una sottostazione elettrica, scuole e biblioteche.

> Nella foto le prime aree riaperte lungo l’East Side inaugurate nell’autunno del 2025. In caso di necessità l’infrastruttura può essere sopraelevata di circa 60 centimetri. È stata concepita per resistere agli eventi climatici estremi previsti fino al 2050 secondo le proiezioni del New York City Panel on Climate Change . Il risultato è una fascia costiera continua che agisce al tempo stesso come difesa idraulica e come spazio civico per sport, svago e incontro.

ph > © IWAN BAAN

SOLAR ONE ENVIRONMENTAL EDUCATION CENTER

All’ingresso nord di East 23rd Street, è situato invece il nuovo Solar One Environmental Education Center (nelle foto), una struttura rivestita in legno di 6.409 piedi quadrati che sostituisce l’originario Solar One.

Durante l’uragano Sandy, la vecchia struttura aveva svolto un ruolo cruciale come rifugio di emergenza, fornendo energia solare ai residenti locali quando la rete elettrica a sud della 34th Street era collassata.

Oggi il nuovo centro, sviluppato su due livelli, amplia la missione di Solar One come polo di educazione ambientale, formazione e assistenza tecnica in tutta New York City. Ospita aule flessibili, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, programmi STEM per le scuole pubbliche ed eventi comunitari.

Caratterizzato da doghe in legno certificate FSC, un tetto interamente rivestito di pannelli fotovoltaici e un sistema di accumulo a batteria, l’edificio riduce l’uso del calcestruzzo alle sole parti esposte al rischio di inondazione. Le aule sono sollevate a 5,8 metri sopra il livello del mare, mentre le aree di stoccaggio al piano terra sono racchiuse da una griglia metallica permeabile, che consente all’acqua di defluire liberamente durante le tempeste.

Le classi si affacciano su una sequenza di terrazze e giardini collegati al sistema dell’ESCR, trasformando il waterfront in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto sull’adattamento climatico

Il centro genera energia attraverso un impianto solare da 21 kW con accumulo, che gli consente di rimanere potenzialmente operativo anche in caso di blackout, offrendo supporto ai residenti del quartiere.

Sulla buona strada per la certificazione LEED Silver, il Solar One Environmental Education Center si pone sia come modello per la moderna protezione dalle inondazioni, sia come strumento di apprendimento per l’adattamento climatico.

OLTRE L’EAST SIDE

Altri interventi simili sono in fase di realizzazione o di appalto.

Nel quartiere Two Bridges e Chinatown, il progetto BMCR prevede barriere anti-inondazione e sistemi ribaltabili lungo il waterfront tra il ponte di Brooklyn e Montgomery Street, progettati per proteggere l’area dall’ondata di tempesta centenaria prevista per il 2050, mantenendo al tempo stesso accesso visivo e fisico all’acqua.

A The Battery, il progetto di resilienza prevede l’innalzamento della passeggiata del molo di circa due metri per far fronte all’innalzamento del livello del mare previsto entro il 2100, integrando alberature resistenti al sale, drenaggi avanzati e pavimentazioni permeabili.

Nel Financial District e Seaport, infine, è in corso la definizione di un masterplan che immagina un lungomare multilivello, capace di estendere e sollevare la costa dell’East River tra The Battery e il ponte di Brooklyn, combinando dighe, infrastrutture verdi e spazi per l’educazione ambientale.

UN’INFRASTRUTTURA IN EVOLUZIONE

Non esiste una data unica di “consegna”. Il BIG U è pensato come un’infrastruttura in evoluzione, destinata a essere aggiornata e adattata nel tempo, anche in funzione dell’accelerazione degli effetti climatici. Quello che è certo è che, a oltre dieci anni da Sandy, il progetto è entrato nella sua fase più delicata: quella della costruzione

È il momento in cui smette di essere un modello teorico e diventa città, rendendo visibili non solo i benefici, ma anche le tensioni e i compromessi legati a un’infrastruttura climatica di questa scala.

UN MODELLO OLTRE NEW YORK

Da Bangkok a Catania, le città costiere affrontano oggi sfide simili. The BIG U non offre una soluzione universale, ma propone un metodo: integrare la resilienza climatica nella città, trasformando l’infrastruttura in spazio pubblico e la protezione in occasione di progetto urbano.

Più che un’opera iconica, il BIG U è un’infrastruttura civile che accetta la complessità, lavora per fasi e mette al centro le comunità. Un progetto che non promette di fermare il cambiamento climatico, ma di conviverci in modo più equo, sicuro e urbano.

Le prime riaperture, i cantieri in corso e i completamenti attesi hanno riportato il progetto al centro del dibattito internazionale. Quello che sta accadendo a New York è un test su scala globale. L’intera comunità progettuale osserva e si interroga: funzionerà davvero? È replicabile?

> SCHEDA PROGETTO

Sviluppato da >

BIG (Bjarke Ingels Group) con One Architecture, Starr Whitehouse, James Lima Planning + Development, Green Shield Ecology, AEA Consulting, Level Agency for Infrastructure, ARCADIS e Buro Happold.

Posizione >  Lower East Side, New York

Premio >  335 milioni di dollari tramite l'Hurricane Sandy Design Competition

Implementazione >  Città di New York, New York State Battery Park City Authority

Stato >  in fase di realizzazione

> Urban and architectural photography

mira è un piccolo progetto fotografico basato sulla scoperta e sulla ricerca di nuovi luoghi e architetture, viste con l'occhio di un giovane architetto, cercando di sottolineare alcuni temi dell'urbano e del paesaggio.

in foto > Cantina Antinori , Bargino, Toscana
ph > @ ANTONIO CANGIANIELLO

Cantina Antinori nel Chianti classico è un esempio di architettura che diventa paesaggio: un edificio scavato nella collina, dove il vigneto prosegue sulla copertura e la costruzione si dissolve nel territorio. Un progetto in cui forma, funzione produttiva e contesto naturale dialogano in modo silenzioso e potente.

Vestiti invenduti che diventano mattoni, pannelli acustici fatti di jeans, tessuti usurati, triturati e ricomposti come pareti, superfici, arredi.

L’edilizia, una delle industrie più inquinanti al mondo, sta diventando anche il settore capace di assorbire più materiali riciclati, prendendo in carico montagne di scarti problematici provenienti persino dal fashion system.

Che cosa succede quando il mondo delle costruzioni, dell’arredo e del design incontra il mondo della moda?

Ve lo raccontiamo nelle pagine che seguono: un viaggio tra l’iperproduzione e i distretti del riciclo che approda nelle startup e nei laboratori di design sperimentale per mostrare come il rifiuto tessile possa vivere - e stia già vivendo -, una seconda vita nell’edilizia.

< a cura di DANIELA IAVOLATO >

DALLA MAGLIETTA AL MATTONE

CHE FINE FA UN RIFIUTO TESSILE IN ITALIA?

Per capire quale contributo un settore inatteso come l’edilizia possa dare a un problema generato dall’industria della moda, bisogna partire dai fatti e dai numeri.

Ogni anno, nel mondo, secondo stime che faticano a tenere il passo con i controlli e con l’ultra fast fashion, si producono tra gli 80 e i 150 miliardi di capi di abbigliamento.

Di questi: una quota significativa non arriva mai a un consumatore.

Circa 60 miliardi di capi l’anno restano fuori dal mercato: invenduti, resi, difettati, accatastati in balle in magazzini “invisibili” del pianeta, pronti a diventare rifiuti prima ancora di essere indossati. Accanto a questi, ci sono poi i nostri scarti

Scarpe, magliette, pantaloni e indumenti di ogni genere, acquistati e buttati via al ritmo di microtendenze che durano giorni - non stagioni -, alimentate dal fast fashion e dai social media.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, la durata media di un indumento è drasticamente crollata e il numero di volte in cui oggi viene indossato è diminuito di oltre il 36%.

Il risultato è una montagna da 120 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti, destinata a salire a 134 milioni entro il 2030: una quantità tale da riempire più di 350 stadi olimpici.

Solo in Europa - secondo un comunicato emesso dall’Europarlamento -, si producono oltre 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno (una cifra pari a 25 miliardi di capi).

L’Italia, con circa 160 mila tonnellate, contribuisce da sola a generare 500 milioni di capi che diventano rifiuto dopo una vita sempre più breve. Una media di 2,7 kg a persona l’anno, che colloca il Paese tra quelli che producono più scarti in rapporto alla popolazione.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: che fine fa tutta questa materia? Quali filiere hanno oggi gli strumenti per intercettarla, selezionarla e valorizzarla?

> Nord, Centro, Sud: ecco come cambiano gli scarti

La mappa italiana del rifiuto tessile.

In Italia i rifiuti tessili pesano per circa 160 mila tonnellate, ma sono distribuiti in modo non uniforme sul territorio.

La quota maggiore arriva dal Nord (80 mila tonnellate l’anno); seguono il Sud (46.700 tonnellate) e il Centro (33.500 tonnellate).

Una geografia che rispecchia consumi, densità abitativa e la fragilità crescente dei capi: prodotti che durano poco e diventano scarto con una velocità mai vista prima.

405

L’81% finisce nella pattumiera!

In Italia il tessile è la seconda categoria di rifiuto peggio gestita e anche quella che, complice l’oversupply, cresce più velocemente.

A più di tre anni dall’obbligo nazionale della raccolta differenziata dei rifiuti tessili, introdotto il primo gennaio 2022, in anticipo rispetto alla direttiva UE, in molte città italiane mancano ancora i cassonetti.

Due italiani su tre si disfano di capi relativamente vecchi, rotti o danneggiati, smaltendoli erroneamente nell’indifferenziato e solo il 19% finisce per essere raccolto separatamente; mentre l’81% (potenzialmente recuperabile) viene incenerito o sotterrato.

Una quota spropositata, corrispondente a circa 129.600 tonnellate, che equivale a sprecare circa 180 milioni di euro di materie prime, che potrebbero invece rientrare nel ciclo produttivo sotto forma di nuova fibra o nuovi materiali, alleggerendo il danno ambientale dell’industria del fashion che estrae, consuma e lavora - con grande impatto - risorse che vengono scartate rapidamente.

> L’Italia ha anticipato l’Europa di tre anni sull’obbligo della raccolta tessile (ma la filiera non era pronta)

L’Italia - con il D.Lgs. 116/2020 -, è stato il primo Paese europeo a introdurre l’obbligo della raccolta differenziata dei rifiuti tessili: la norma è in vigore dal 1° gennaio 2022 , con tre anni di anticipo rispetto alla direttiva UE che ha reso invece obbligatoria la raccolta in tutti gli Stati membri dal 1° gennaio 2025

Ma i cassonetti non ci sono ovunque.

Nonostante l’anticipo normativo, la copertura territoriale resta disomogenea: in molte città i contenitori dedicati mancano o il servizio funziona a macchia di leopardo.

Senza un cassonetto vicino, la maggior parte dei cittadini, non solo continua a gettare il tessile nell’indifferenziato, ma non sa nemmeno che esiste un obbligo.

E la filiera non è pronta.

All’anticipo non è corrisposto un sostegno alla filiera del recupero: impianti di selezione, aziende del riuso e consorzi EPR sono ancora sottodimensionati e con sbocchi limitati, perlopiù legati al riutilizzo nei mercati esteri che però soffre a causa dei prezzi concorrenziali. Il risultato? Oggi il sistema è ingolfato e fatica a gestire persino quel 19% di rifiuti tessili che arriva correttamente nei punti di raccolta.

> Nella foto un tipico cassonetto per la raccolta tessile introdotto per legge nel 2022
> GESTIONE DEI RIFIUTI TESSILI IN ITALIA
milioni di capi 129.600 tonnellate

> Che cosa succede, invece, al restante 19%

Ovvero, che cosa accade dopo che il rifiuto tessile post-consumo raggiunge, non il sacco dell’indifferenziato, ma il corretto contenitore?

La sua seconda vita inizia nei giorni di svuotamento.

Quando la raccolta viene prelevata dalle cooperative affidatarie e trasportata presso centri, consorzi e aziende specializzate che acquistano il materiale conferito.

Qui gli scarti ricevono un primo trattamento. Vengono: aperti, divisi per colore, materiale, peso e condizione per estrarre la frazione di maggiore qualità. È in questa fase, come previsto dal D.M. 5 febbraio 1998, che il tessile smette di essere formalmente un “rifiuto” e diventa merce destinata a prendere due strade.

La prima è quella del riutilizzo, dove il valore viene recuperato attraverso la vendita all’ingrosso nei mercati globali dell’usato e del vintage. La seconda è quella della trasformazione, che riguarda tutto ciò che non è più rivendibile come capo di abbigliamento.

Una filiera che, come abbiamo avuto modo di apprendere da Andrea Fluttero, esperto della materia e Presidente di Unirau, durante un corso di formazione ambientale per giornalisti, si regge soprattutto sul riuso. Una via molto più ampia e consolidata rispetto al riciclo, ancora agli albori della sua capacità tecnologica e industriale.

A RACCONTARLO, ANCHE QUI, SONO I NUMERI CHE LASCIANO POCO SPAZIO ALLE INTERPRETAZIONI.

Appena il 3-5% del tessile proveniente dal cassonetto è rivendibile nei mercati dell’Europa occidentale. Un

> AGEC: la legge che ha trasformato il tessile francese

Negli ultimi anni la Francia ha costruito un quadro normativo sul tessile molto più avanzato rispetto a quello italiano. Con la Loi Anti-Gaspillage pour une Économie Circulaire (AGEC) ha reso obbligatoria la Responsabilità

Estesa del Produttore (EPR) : marchi e distributori sono tenuti a finanziare la raccolta, il riutilizzo e il riciclo dei prodotti tessili immessi sul mercato.

Il principio è semplice ma dirompente: il costo del fine vita non ricade più sul settore pubblico, ma su chi produce e vende. È questo passaggio a rendere l’AGEC uno degli strumenti più efficaci dell’economia circolare, perché produce effetti concreti e misurabili.

Da un lato crea un mercato stabile per i materiali riciclati , dall’altro stimola la domanda e rende economicamente conveniente investire in innovazione , riducendo il rischio che la sostenibilità resti una mera strategia di comunicazione.

La legge non si ferma alla gestione dei rifiuti. Introduce quote minime obbligatorie di materiale riciclato in un numero crescente di prodotti e impone criteri stringenti negli acquisti pubblici , attraverso capitolati tecnici che premiano chi utilizza materia seconda e penalizzano chi continua a produrre scarti senza assumerne il costo.

In Italia il quadro è più frammentato. Esistono i CAM –Criteri Ambientali Minimi , che con l’aggiornamento del 2025 introducono finalmente percentuali obbligatorie di riciclato negli appalti pubblici del settore edilizio. È un passo avanti significativo, ma limitato a un solo comparto e ancora insufficiente a generare una filiera circolare strutturata per il tessile.

Mancano una normativa sull’eco-design, un sistema EPR pienamente operativo per la moda e strumenti capaci di rendere davvero competitivo l’uso della materia seconda. Il risultato non è un giudizio ideologico, ma un dato di fatto: in Francia lo scarto trova più facilmente sbocchi industriali all’interno di un ecosistema maturo, mentre in Italia l’upcycling e il riciclo avanzato restano affidati a iniziative volontarie e sperimentazioni isolate.

Non sorprende, quindi, che realtà come FabBRICK abbiano trovato proprio in Francia un terreno favorevole. Non solo creatività, ma una domanda reale, generata da regole che premiano chi utilizza materiali riciclati e responsabilizzano chi continua a produrre scarti senza farsene carico.

altro 30-40% trova sbocco nei mercati meno ricchi del nostro. Solo l’1% (circa 304 tonnellate su un totale di 30.400) diventa nuovo tessuto “fibre-to-fibre” per la moda. Tutto il resto confluisce nel downcycling: il riciclo meccanico che taglia, sminuzza e tritura il prodotto per recuperare fibre e filamenti destinati a diventare MPS, materia prima seconda che - non potendo tornare moda - viene utilizzata in altri settori.

Un riciclo che, però, nel complesso non raggiungere il 30% del tessile recuperato.

La scarsa domanda di fibre secondarie, unita all’aumento di capi sintetici, si riverbera negativamente, sia sul mercato del second hand - che ha visto crollare il valore della raccolta e dei prezzi -, sia sul riciclaggio, che non riesce a sostenere i costi e le tecnologie necessarie al riciclo chimico.

Un’alternativa poco sviluppata, perché economicamente poco vantaggiosa, ma in grado di riportare anche le fibre più complesse, come quelle polimeriche, alla qualità del materiale vergine.

Il che ci riporta nuovamente in una zona d’ombra: a quella quota - basta fare i conti -, che resta fuori da ogni utilizzo, diventando a tutti gli effetti rifiuto da indirizzare ai termovalorizzatori che producono energia, o - in estrema ratio -, alle discariche autorizzate, generando costi e non ricavi.

E qui comincia un’altra storia.

Perché quando questi scarti non finiscono nei nostri inceneritori o nelle discariche, trovano una soluzione più rapida e meno onerosa: vengono comunque esternalizzati. Ceduti a basso costo a intermediari extra-UE

che acquistano a peso - e poi selezionano in loco -, interi lotti di “original used clothing - as-is”, usato così com’è. Indumenti all’ultima tappa della nostra catena del valore, privi di pulizia, senza pre-selezione e senza i controlli di qualità richiesti in Europa.

DA QUEL MOMENTO SE NE PERDONO LE TRACCE.

Quello che è certo è che solo una minima parte riesce a essere rivenduta nei mercati locali, mentre tutto il resto finisce disperso: gettato, interrato, bruciato o ammassato in discariche abusive che avvelenano acqua, aria e suolo dei Paesi ospitanti.

Un flusso fuori dai radar ambientali europei, che sposta il problema dal nostro Paese a quello di altri, privi di regole e controlli, dove trovano spazio pratiche opache e traffici paralleli gestiti da operatori non tracciati.

Solo in Kenya, per dare un’idea del fenomeno, l’Italia scarica ogni anno più di un milione di capi sintetici, troppo sporchi, troppo piccoli, inadatti al clima locale o troppo danneggiati per essere riutilizzati, creando gravi problemi di salute alle comunità più vulnerabili.

Secondo un’indagine condotta da Clean Up Kenya e Wildlight per la Changing Markets Foundation, il Nord del mondo ha trasformato il commercio di abiti usati in un canale per esportare indumenti spazzatura verso i Paesi più poveri, ormai diventati valvole di sfogo di rifiuti tessili in costante aumento, dietro la spinta della moda veloce.

Durante il lavoro sul campo, il team di ricerca ha documentato scene inquietanti in una discarica di Nairobi, a pochi metri dalle scuole elementari, dove montagne di rifiuti, alte quanto un edificio di quattro piani, vengono accatastate e utilizzate come combustibile per cucinare o addirittura per alimentare una centrale elettrica.

Grandi quantità di capi usati sono stati ritrovati nel fiume Nairobi, dove si sfilacciano e rilasciano microplastiche che corrono fino all’Oceano Indiano.

Lo stesso accade sull’altra costa dell’Africa.

Ad Accra, in Ghana, ogni settimana arrivano oltre 15 milioni di capi, di cui il 40% non rivendibile.

Qui gli scarti tessili europei invadono fiumi e canali di scolo, creando enormi ammassi che bloccano il deflusso dell’acqua. Con le piogge, questi cumuli di tessuti ostruiscono i corsi d’acqua e trascinano verso il mare tonnellate di fibre sintetiche che si depositano sulle spiagge e nei fondali.

Un flusso di scarti che non annulla né sminuisce l’importanza di una filiera legale, che ogni giorno tiene in piedi un servizio indispensabile, ma che rivela tutti i limiti strutturali di una catena a cui si chiede di assorbire tutto - anche ciò che non ha mercato -, senza però metterla nelle condizioni di funzionare.

> Il rifiuto corre più di una filiera sotto pressione

Il riuso, anello centrale della filiera tessile, è oggi sotto forte pressione. Il mercato è dimensionalmente limitato e subisce una doppia spinta: da un lato la concorrenza del super fast fashion a basso costo, dall’altro l’aumento dei volumi raccolti, reso obbligatorio in Italia dal 2022. Riciclare costa, trattare scarti complessi costa ancora di più, e mancano politiche capaci di incentivare in modo strutturale l’utilizzo di fibre riciclate. Nel frattempo, la crescente presenza di prodotti di bassa qualità nei cassonetti - tipici del fast fashion -, ha fatto crollare il valore economico delle raccolte e saturato i mercati di sbocco. Il sistema non dispone di soluzioni industriali adeguate per gestire in modo efficiente le grandi quantità di materiale non riusabile che emergono dalle fasi di selezione. Non sorprende, quindi, che una parte consistente di questa frazione venga ceduta all’estero come “materiale da selezionare”: una via più rapida e meno onerosa che consente agli operatori di evitare i costi della gestione interna.

Mancano le soluzioni?

Non proprio. Mancano impianti, tecnologie mature, investimenti pubblici in innovazione e incentivi per l’upcycling industriale che possa assorbire lo scarto prima che diventi rifiuto.

Manca una domanda solida di materia prima seconda e manca - come accade in Francia con la legge anti-gaspillage -, una normativa in grado di creare davvero un mercato per i materiali riciclati, imponendo quote minime nei prodotti e nei capitolati pubblici.

foto > © CMF / CUK

In assenza di strumenti simili, la filiera è chiamata ad assorbire gli effetti della produzione incontrollata della fast fashion e delle nostre cattive abitudini di consumo.

Se vogliamo davvero ridurre lo sfogo dei rifiuti tessili, la strada non è criminalizzare un settore lasciato in isolamento, ma costruire alternative che non risolvono tutto, ma possono aumentare significativamente i tassi di riciclo e recuperare una quota considerevole di scarti, alleggerendo il sistema e ciò che scivola fuori dall’Europa. Alternative che possono nascere proprio dove meno ce lo aspettiamo.

foto > © CMF / CUK

LE NUOVE FRONTIERE DELLA RICERCA E DEL DESIGN

> Tre casi mostrano dove può arrivare il tessile quando viene trattato come materia

In Europa diversi gruppi di ricerca e designer indipendenti stanno lavorando su processi che considerano il tessile dismesso non come un rifiuto da inseguire a valle, ma come una risorsa già disponibile a monte, capace di sostituire materiali ad alta intensità estrattiva e di sottrarre tonnellate di scarti alle rotte che ogni giorno intasano Asia e Africa.

Molte delle sperimentazioni più interessanti nascono in quell’area intermedia che non è ancora riciclo e non è più smaltimento: la produzione di biocompositi, materiali ibridi che mescolano fibre tessili con cellulosa, leganti naturali o polimeri riciclati per generare pannelli isolanti, mattoni leggeri, elementi fonoassorbenti e arredi. Soluzioni che non promettono miracoli, ma allargano il ventaglio delle possibilità e aprono piste interessanti, introducendo una nuova domanda: e se una parte di ciò che buttiamo potesse trovare spazio fuori dalla moda, prolungando il ciclo di vita dei materiali e trattenendo nel Paese ciò che altrove diventa un problema?

È in questo orizzonte che si collocano progetti capaci di portare il tessile in ambiti finora impensabili. Dalla geotecnica al calcestruzzo modificato, fino alle startup che trasformano gli scarti in prodotti commerciali, dimostrando che non si tratta solo di un problema

da gestire, ma di un materiale che può essere reinventato, a patto che esista una filiera, una domanda e un utilizzo misurabile. E qualcosa, oggi, si sta muovendo.

1. LA RICERCA

Il calcestruzzo che incorpora gli scarti della moda

La sperimentazione della Kaunas University of Technology

Alla Kaunas University of Technology (in Lituania), i ricercatori hanno sviluppato un metodo per convertire gli scarti tessili in due nuovi prodotti ad alto valore: un additivo per miscele cementizie ad alte prestazioni e un combustibile alternativo per ridurre l’uso di fonti fossili nei forni da clinker, uno dei processi più energivori dell’edilizia.

I primi test sono più che positivi: l’aggiunta dell’1,5% di fibre di poliestere riciclate ha aumentato fino al 20% la resistenza meccanica a compressione e migliorato la risposta ai cicli di gelo-disgelo, una delle sollecitazioni più critiche per le infrastrutture del Nord Europa.

Parallelamente, le ceneri derivanti dal trattamento termico degli scarti possono sostituire fino al 7,5% del cemento Portland senza perdita di prestazioni, riducendo l’uso di materia prima vergine e l’impronta di carbonio del settore. Una soluzione non ancora industriale, ma che apre a un impiego del tessile sia come risorsa energetica che come componente strutturale. La ricerca si inserisce nel progetto europeo

TextiFuel, portato avanti congiuntamente dalla KTU e dal Lithuanian Energy Institute, in un momento in cui l’UE sta aggiornando il quadro normativo per favorire tecnologie capaci di integrare scarti tessili in settori ad alto impatto come edilizia ed energia.

2. L’INIZIATIVA

Migliaia di t-shirt diventano mattoni

La startup che intreccia moda e architettura

Tra le iniziative europee più concrete e avanzate c’è FabBRICK, la startup francese che trasforma gli scarti tessili in mattoni compressi per arredi, allestimenti e interior design.

Il progetto nasce dall’intuizione di Clarisse Merlet, architetta di formazione, che nel 2017 inizia a sperimentare il potenziale del tessile post-consumo mescolando fibre sminuzzate, provenienti dall’Île-de-France, con un legante naturale, compattando poi pochi chili per volta in una pressa rudimentale. Da questo processo prendono forma blocchi leggeri e robusti, personalizzabili per colore, forma e densità, un materiale ibrido a metà tra design, artigianato industriale e ricerca. Il punto di svolta arriva nel 2019, quando il marchio di abbigliamento Jules le affida l’allestimento di sette boutique.

Per quell’intervento FabBRICK ricicla oltre 100 mila magliette e jeans, trasformandoli in 60 mila mattoni utilizzati per scaffali, pareti e volumi espositivi. È il passaggio che porta l’idea fuori dalla fase di prototipo e la introduce in un mercato reale, aprendo la strada a commesse da parte di brand, negozi e studi di progettazione.

Da allora la startup ha continuato a crescere, consolidando un modello replicabile e scalabile in grado di trasformare uno scarto in un prodotto commerciale

riconosciuto dal mercato.

Nascono lampade ricavate da vecchie tende, tavolini, pareti acustiche, sedute, allestimenti per eventi e interi concept store.

Arrivano le collaborazioni con Google, Aigle, Decathlon e la Galeries Lafayette Lo scorso ottobre, su Place Vendôme, 300 kg di uniformi dismesse diventano il nuovo allestimento delle vetrine Chaumet, storica maison parigina di alta gioielleria, prolungando la vita di indumenti impossibili da inserire nel ciclo del riuso. Altri 330 kg di jeans salvati dalla discarica hanno dato forma a una libreria dalle geometrie arrotondate, grazie a processi capaci di lavorare su materiali differenti e inglobare ogni tipologia di tessuto.

FabBRICK ha trasformato un esperimento in un’azienda che continua a investire in ricerca, innovazione e nuove formulazioni. Oggi, nella sede nel 19° arrondissement di Parigi, realizza prodotti per l’architettura, impiega una dozzina di persone e supporta i brand in percorsi di eco-responsabilità fornendo loro contenitori per la raccolta degli indumenti usati.

La startup ha dimostrato che il tessile può uscire dal recinto della moda ed entrare con continuità in filiere che fino a ieri gli erano precluse, diventando materia progettuale riconoscibile, richiesta e remunerativa.

> Questa parete arrotondata è stata realizzata con 550 jeans, pari all’equivalente di 330 kg di tessili riciclati.

Numeri piccoli rispetto all’enormità del problema ma più rispettosi delle risorse “prime” e indicativi di ciò che potrebbe accadere se la filiera trovasse un mercato più ampio.

Merlet sta lavorando anche a una lastra alternativa al cartongesso e, in prospettiva, a blocchi capaci di dialogare con materiali edilizi più strutturali. Ogni progetto recupera scarti, ma soprattutto produce immagini in grado di comunicare il “riciclo visibile” dei brand, trasformando la sostenibilità in una narrazione immediata.

> Partita da una piccola pressa manuale, oggi FabBRICK opera in un laboratorio che ha reso il suo processo replicabile in scala ridotta, trattenendo parte del valore del tessile direttamente nei territori e trasformandolo in architettura, business e capitale industriale.

3. LA SVOLTA

Verso i materiali edilizi

Quando lo scarto entra nella filiera delle costruzioni

Una strada analoga, ma ancora più radicale è quella aperta in Italia dal progetto Archeomaterico del giovane designer Davide Balda, vincitore dell’ultima edizione della Genova Design Week. La sua tecnologia parte da una base simile a quella francese, ma si muove in tre direzioni che vanno ben oltre la dimensione decorativa.

«Quello che provo a fare io - ci racconta - non sono pezzi di allestimento che rischiano di tornare rifiuto nel giro di poche stagioni. Il mio obiettivo è portare il riciclo dentro la filiera delle costruzioni, inserire lo scarto nel processo edilizio e trasformarlo in un materiale destinato ad entrate in modo stabile e duraturo negli edifici e negli appartamenti.

Solo così diventa possibile immaginare un salto di scala».

Le sue sperimentazioni più avanzate riguardano il tecnosuolo, una fibra tessile utilizzata come substrato vegetale e sostanza fertilizzante per la crescita delle piante, e il building material una soluzione che combina fibre tessili di origine animale, vegetale e sintetica con un legante geopolimerico, ottenuto da scarti di vongole, cozze e residui di acciaieria.

Il risultato è una mescola ispirata al cemento romano che, lasciata indurire a freddo - senza cottura né impiego energetico -, consente di ottenere piastrelle, pannelli e mattoni, impermeabili, antimuffa e con una capacità di isolamento termico tale da ridurre i costi di riscaldamento invernale e di raffrescamento estivo.

Un materiale versatile che può cambiare struttura e utilizzo in base alle percentuali di elementi che lo compongono.

> MATTONI SPERIMENTALI

Elementi realizzati a partire da fibre tessili di scarto, di origine animale, vegetale e sintetica, combinate con un legante geopolimerico.

Il materiale, sviluppato da Davide Balda , nasce da un processo di indurimento a freddo e presenta un’elevata capacità portante, con una resistenza meccanica alla compressione e alla flessione paragonabile a quella dei sistemi cementizi tradizionali, oltre a proprietà di isolamento termo-acustico e durabilità compatibili con applicazioni edilizie. Questi building materials sono attualmente in fase di test e certificazione.

«Una ricerca - spiega Balda - partita nel 2022 con una borsa di studio all’interno di Fabrica», la factory creativa fondata da Luciano Benetton e Oliviero Toscani. Qui, poco più che ventenne, entra in contatto con il Dipartimento di Sostenibilità di Benetton Group che lo spinge a rielaborare in modo innovativo capi Benetton invenduti e difettati. «È così che nasce l’idea di unire due mercati ad altissimo impatto: moda ed edilizia». Un progetto che, nel giro di poco tempo, passa dalla ricerca pura alla sperimentazione pubblica, trovando spazio in contesti internazionali come il Fuorisalone.

Adesso l’obiettivo del giovane Balda è: «Uscire dal campo della sperimentazione e trasformare le conoscenze acquisite in un vero modello di business».

Un passaggio che si avvicina.

Quest’anno la sua idea, “Telare la materia”, sarà incubata al BIC Genova di Filse, il primo e unico incubatore di imprese pubblico certificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

La missione è: «Trasferire - attraverso un servizio di capacity building -, metodi e know-how direttamente alle aziende dell’industria tessile, aiutandole a trasformare i propri scarti da costo di smaltimento a prodotto vendibile».

Parallelamente Balda sta chiudendo il ciclo di test sui biomateriali ed è pronto a confrontarsi con un settore tradizionalmente “lento”, come quello dell’edilizia italiana, per promuovere l’adozione di materiali non convenzionali, innovativi e sostenibili.

La domanda a questo punto è: cosa manca per scalare davvero?

«La cultura» risponde. «Serve un ecosistema capace di riconoscere alla ricerca sui materiali il ruolo che merita e al tessile scartato lo status di materiale ingegnerizzabile, in grado di affiancare quelli industriali tradizionali. Finché questo passaggio non avviene, il rischio è che tutto resti un esercizio di marketing a basso impatto che finisce per sminuire la ricerca stessa».

E come si convince un settore storicamente conservatore a utilizzare materiali che oggi vengono ancora percepiti come rifiuti?

«Qui non basta il mercato e non basta nemmeno la cultura. Serve una norma.

Manca un quadro chiaro che riconosca i materiali derivati dal riciclo tessile come materiali da costruzione a pieno titolo, rendendone possibile l’uso nei capitolati edilizi e negli appalti pubblici.

Senza questo passaggio, il materiale resta confinato nella filiera sperimentale, più vicino all’upcycling creativo che all’edilizia strutturale».

Il suo sogno a breve termine è vedere questi materiali installati in un edificio reale. Un passaggio che chiama inevitabilmente in causa chi progetta.

«L’edilizia è l’unico settore che può assorbire questi materiali su larga scala. L’innovazione c’è, la materia anche, ma finché un architetto non inserisce un materiale da recupero in un capitolato, la filiera non parte».

Così la domanda finale resta aperta: chi sarà il primo a farlo?

WOW

Set di gioco Delos Snakes & Ladders. Serata di giochi di alto livello? Giobagnara porta il suo tocco inconfondibile nel mondo del game, trasformano i classici più amati in oggetti di design che si muovono con disinvoltura tra funzione e forma.

Un invito a giocare, ma con quella discreta eleganza che appartiene più al mondo dell’interior che a quello dell’intrattenimento.

ph > © Giobagnara

> Indirizzi da segnare in agenda. Persone e luoghi, angoli di lusso, sguardi stretti su dettagli che fanno tendenza, libri e designer, fiere e mostre, case con dosi “hot” di ispirazione, architetture straordinarie, interior e materiali ma anche… retail design, hotel ed eco-rifugi, spazi di gusto, di svago e di benessere, giardini fioriti e frivolezze per planare leggeri sulla vita. Radar è un rilevatore di bellezza, la nostra personale selezione di tutto quello che fa bene agli occhi e per questo merita, qualche volta, uno strappo alla regola.

> segnalalo a: redazione@nunziare.it

R A D A R R A D A R R A D A R R A D A R R A D A R R A D A R R A D A R

NATURALIZING ARCHITECTURE - RIZZOLI NEW YORK

Il secondo libro dell’architetto Koichi Takada

Pubblicato da Rizzoli New York e distribuito a livello internazionale, Naturalizing Architecture raccoglie oltre dieci anni di lavoro dello studio Koichi Takada Architects, attivo tra Sydney, Doha e Tokyo, e racconta una ricerca costante: trasformare i paesaggi urbani integrando le qualità rigenerative della natura nell’architettura contemporanea. Dall’Australia al Medio Oriente, dalla Cina agli Emirati, il volume attraversa edifici e interni in cui linee organiche, materiali naturali e luce costruiscono spazi pensati per rallentare, connettere e respirare.

Con i testi di Philip Jodidio e la prefazione di Béatrice Grenier, il libro è una riflessione visiva e teorica sul ruolo dell’architettura nel ricucire il rapporto tra città, natura e persone.

Da tenere sulla scrivania per chi cerca una sostenibilità che passa dallo spazio, dall’esperienza e dall’emozione.

LUSSO ECOLOGICO

Masía Can Farrés nel Parco Naturale della Sierra de Montserrat

Fuori dai soliti circuiti, nel Parco Naturale della Sierra de Montserrat, a nord-ovest di Barcellona, si trova l’Hotel Masía Can Farrés. L’edificio, in origine una fattoria del XV secolo, è stato rivitalizzato dallo studio SCOB che lo ha trasformato in un hotel rurale attraverso interventi misurati e una strategia paesaggistica attenta al patrimonio culturale, agricolo e geologico del sito. Il progetto ristabilisce il legame storico tra l’architettura rurale catalana e il suo contesto agricolo.

Muri in pietra, cortili e percorsi di circolazione esistenti sono stati preservati ove possibile, riducendo le demolizioni e contenendo le emissioni di carbonio.

L’hotel si apre direttamente su sei miglia di uliveti, con viste sui paesaggi di El Bruc, in un contesto dove architettura, agricoltura e natura continuano a dialogare senza forzature.

ph > © JUDIT CASAS
02.
INDIRIZZI
SEGRETI

03. UN RIUSO ECCEZIONALE

UNA CASA IN RIVA AL MARE

Ad Antiparos, un ex torchio in pietra rinasce come residenza estiva

Patitiri, che in greco significa torchio, è un edificio in pietra costruito tra il 1933 e il 1936 sulla costa di Antiparos, nelle Cicladi. Un luogo nato per la pigiatura dell’uva, dove la comunità si riuniva per trasformare il raccolto in vino.

Con il tempo, l’edificio si è evoluto in una serena residenza estiva, senza cancellare il proprio passato.

Gli architetti dello studio ateniese ARP - Architecture Research Practice hanno affrontato l’intervento come un restauro, pur in assenza di vincoli ufficiali, riconoscendo all’edificio un valore storico e simbolico per la collettività.

L’esterno resta intatto: le murature in pietra vengono recuperate con interventi puntuali, mentre le poche aggiunte, dialogano con il paesaggio marino senza sovrastarlo.

All’interno, il progetto procede per sottrazione e piccoli spostamenti. I materiali originari convivono con rovere massello verniciato di bianco e marmo di Naxos, scelti per rafforzare il legame con il territorio. La riorganizzazione di cucina e bagni migliora la funzionalità senza alterare l’atmosfera, mantenendo una calma continuità tra passato e presente.

ph > © GIULIO GHIRARDI STUDIO

TRAVEL DESIGN

APSARA CRUISE, BANGKOK

Un ex battello da riso trasformato in esperienza di viaggio

Nella nostra wishlist di viaggio c’è un’esperienza sulla nuova Apsara Cruise: un’ex chiatta per il riso trasformata in ristorante galleggiante sul fiume Chao Phraya, arteria storica e quotidiana di Bangkok. Il progetto di riconversione, firmato dallo Studio Locomotive, restituisce nuova funzione a un’imbarcazione fluviale, trasformandola in un’esperienza che intreccia viaggio, architettura e design.

L’intervento conserva lo storico scafo in legno, oggi utilizzato come sottocoperta tecnica, cucina e servizi, e rilegge la tradizionale tettoia in bambù in una nuova sovrastruttura contemporanea, adatta per il servizio di ristorazione in tutte le stagioni. La nuova configurazione si sviluppa su tre ponti per una superficie complessiva di 245 metri quadrati, includendo una sala da pranzo interna di 90 metri quadrati. Gli interni integrano riferimenti all’arte e all’architettura thailandese - murales ispirati alle leggende buddiste, motivi floreali Prajamyam e cromie derivate dai templi -, reinterpretati attraverso materiali contemporanei come specchi, mosaici e perline di legno. Sul ponte principale, bar e timoneria dialogano con le illustrazioni in vetro dell’artista Nakrob Moonmanas, dedicate alla Dea del Riso e alle divinità dell’abbondanza.

In contrasto con i grattacieli ipercontemporanei della città, Apsara Cruise propone un’esperienza lenta e immersiva, in cui design, memoria e paesaggio fluviale costruiscono un modo diverso di attraversare Bangkok.

ph > © PICHAN SUJARITSATIT

DORMIRE NELL’ARTE

La Fiermontina, un art-hotel nel cuore di Lecce

Dormire in un museo: ci hai mai pensato?

Questa volta non serve prendere un volo. Nel cuore barocco di Lecce, La Fiermontina è un luogo ibrido, difficile da classificare. Non è un hotel tradizionale e non è un museo nel senso canonico del termine. È piuttosto una casa-museo abitabile, dove l’esperienza del viaggio passa attraverso l’arte, l’architettura e il tempo lento dell’abitare.

Il progetto nasce dal recupero di un complesso storico legato alla famiglia

d’artisti Fiermonte e si sviluppa come un museo diffuso, in cui le opere non sono esposte per essere contemplate a distanza, ma convivono con la quotidianità degli spazi.

Le camere da letto sono parte integrante del percorso: quattro suite tematiche, immerse nel silenzio, che ospitano opere d’arte, libri, oggetti e materiali pensati per essere vissuti.

L’architettura dialoga con il paesaggio mediterraneo attraverso corti, giardini, muri in pietra leccese e volumi sobri, mentre l’allestimento assume un ruolo curatoriale discreto.

> Nunziarecommunity

> Dalle conversazioni online alle pagine del giornale, Nunziare ascolta e rilancia le opinioni della sua community. In questa sezione raccogliamo i post più seguiti e i commenti che hanno fatto parlare la rete, per continuare a costruire - insieme - una comunità che pensa l’abitare.

> FUGA DAGLI ORDINI.

Perché sempre più giovani architetti e ingegneri scelgono di non iscriversi?

> Con oltre  166 mila visualizzazioni , più di 400 salvataggi e 200 commenti, il post più discusso degli ultimi mesi di Nunziare Magazine ruotava attorno a una domanda precisa: perché sempre meno giovani scelgono la libera professione?

> Il contesto

Il tam tam nasce in seguito alla diffusione dei dati del Rapporto 2024 del Centro Studi del  Consiglio Nazionale degli Ingegneri  secondo cui, nel 2024, hanno ottenuto l’abilitazione  4.229 ingegneri  e  1.383 architetti . Il minimo storico dal 2002.

Sempre più giovani rinunciano all’Esame di Stato o all’iscrizione all’Albo, scegliendo il lavoro dipendente, la PA o l’azienda privata. Un trend lento, ormai strutturale, che porta a una domanda centrale: che cosa non sta più funzionando nel patto tra formazione, Ordini e nuove generazioni?

> Il sentimento

comune

Dalle risposte dei lettori - una community composta in gran parte da architetti, urbanisti e studenti -, emerge un quadro chiaro: il nodo è il rapporto tra  costi, tutele e prospettive Redditi bassi, burocrazia e scarsa rappresentanza rendono la libera professione poco attrattiva, soprattutto per gli architetti, dove la curva di abbandono è ancora più accentuata.

> Il lavoro che non si vede

Dai commenti emerge con urgenza un tema spesso assente nei report ufficiali. Molti giovani raccontano di lavorare a partita IVA pur svolgendo mansioni da dipendenti. Un meccanismo diventato prassi, che alimenta la percezione dell’Ordine come costo aggiuntivo e istituzione distante.

> Una questione che riguarda tutti

La fuga dalla libera professione non è solo un problema “dei giovani” ma un segnale che riguarda l’intera filiera del progetto, sempre meno attrattiva e innovativa. Un sistema che perde pezzi mentre continua a chiedere sempre di più a chi resta.

> Tutti i commenti e le opinioni sono disponibili sul post pubblicato sulla pagina Instagram di @Nunziaremagazine, dove la conversazione resta aperta.

> Il meglio (e il più discusso) dai social C’è chi commenta, chi critica, chi propone. Noi leggiamo tutto. Ad ogni uscita selezioniamo i post più virali e le opinioni che hanno acceso la conversazione sui nostri canali. Un piccolo tributo a una community che ci permette di mantenere la conversazione sempre aperta.

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Grand Prix Casalgrande Padana

> I protagonisti dello star system architettonico si sono dati appuntamento in Emilia per la tredicesima edizione del concorso internazionale dedicato al progetto ceramico.

> Le foto dell’evento sono di Corrado Ravazzini per gentile concessione di Casalgrande Padana

Quasi quarant’anni di storia, oltre mille progetti provenienti da cinque continenti e, soprattutto, una celebrazione della qualità architettonica in cui la ceramica diventa protagonista.

Si è svolta a dicembre, presso il nuovo Auditorium della sede di Casalgrande Padana, la cerimonia di premiazione del Grand Prix, il contest ideato nel 1990 dal brand emiliano per promuovere la cultura del progetto attraverso l’impiego consapevole e innovativo del grès porcellanato.

L’ultima edizione ha confermato il ruolo del Grand Prix come osservatorio globale e permanente sull’architettura contemporanea, raccogliendo progetti di studi italiani e internazionali e selezionando più di cento opere costruite e completate tra il 2022 e il 2024.

Un panorama ampio ed eterogeneo, che restituisce una fotografia articolata dello stato dell’arte della progettazione, dalle grandi infrastrutture agli edifici pubblici, fino agli interventi residenziali.

MATERIA PROGETTUALE

Nato con l’obiettivo di valorizzare il potenziale espressivo e tecnologico dei materiali Casalgrande Padana, il premio si è affermato nel tempo come uno strumento critico capace di leggere l’evoluzione dei linguaggi architettonici e costruttivi, mettendo al centro la ceramica non come semplice rivestimento, ma come materia progettuale.

«Sono gli architetti, con i loro progetti, a trasmetterci l’energia e l’ispirazione per continuare a crescere», ha dichiarato Franco Manfredini (nella foto in basso), Presidente di Casalgrande Padana, sottolineando il ruolo del concorso come luogo di dialogo tra industria e architettura.

LA GIURIA INTERNAZIONALE

La selezione dei progetti è stata affidata a una giuria internazionale composta da architetti, critici, docenti ed esponenti della stampa specializzata, presieduta dallo stesso Franco Manfredini.

Accanto a lui: Simon Keane-Cowell, Editor in Chief di Architonic, Tarik Abd El Gaber, architetto e vicedirettore della rivista D’Architectures, Alessandra Ferrari, architetto, Consiglio Nazionale degli Architetti (Roma), Sebastian Redecke, architetto e direttore della rivista Bauwelt, Alessandro Valenti, architetto e direttore di About ed elledecor.it e Matteo Vercelloni, architetto, critico e consulente editoriale di INTERNI. Un panel eterogeneo che ha valutato i progetti in piena autonomia, generando un confronto articolato sul presente e sulle prospettive della ricerca architettonica.

CATEGORIE E VINCITORI

I premi sono stati assegnati nelle tre categorie previste dal bando:

> Grandi superfici e rivestimenti di facciate (foto 1)

> Edifici direzionali, commerciali, pubblici e dei servizi (foto 2)

> Edifici residenziali (foto 3)

Accanto ai premi principali, la giuria ha attribuito menzioni speciali ai progetti che, pur non risultando vincitori di categoria, si sono distinti per qualità progettuale, coerenza tra concept e realizzazione e uso consapevole del materiale

> 1°Premio allestimento interni della Stazione Metro Colosseo - Fori Imperiali, Linea C (Roma) - Andrea Grimaldi, Filippo Lambertucci, Dipartimento Architettura e Progetto Università La Sapienza

> 1°Premio - Facchinelli-Daboit-Saviane - Nuova Scuola Secondaria di 1°grado, Puos (Alpago, Belluno)

> 1°Premio - Jacopo Mascheroni, JM Architecture - Villa Dellago, Torri del Benaco (Verona)

ceramico.

LA MENZIONE D’ONORE A NUNZIARE II

Tra i progetti selezionati nella categoria Grandi superfici e rivestimenti di facciata, ha ottenuto una Menzione d’Onore l’Edificio residenziale Nunziare II ad Aversa (Caserta), firmato da Cecere Management in collaborazione con gli architetti Raffaele Truosolo e Giustino Marino. Le motivazioni della giuria sottolineano come le diverse tonalità chiare e scure delle lastre in grès porcellanato impiegate per il rivestimento delle facciate evidenzino scatti, aggetti e rientranze della geometria compositiva dell’insieme, confermando l’uso della ceramica come protagonista dell’architettura e non come semplice finitura.

Nunziare II si inserisce in un processo di rigenerazione edilizia, sostituendo un edificio obsoleto con un volume compatto e articolato, capace di dialogare con il contesto urbano attraverso una composizione misurata, una forte attenzione alla durabilità dei materiali e una qualità abitativa costruita su luce, efficienza e comfort.

CREATIVE BOOK

I risultati di ogni edizione del Grand Prix Casalgrande Padana vengono raccolti nel “Creative Book”, volume stampato in 60.000 copie realizzato e diffuso in collaborazione con la rivista internazionale di architettura Casabella (Gruppo Mondadori). All’interno, ogni opera premiata è illustrata e approfondita per stimola-

ph > © MARIO FERRARA

re nuovi percorsi di ricerca e sperimentazione, costruendo nel tempo un vero archivio sull’evoluzione del prodotto ceramico e delle sue applicazioni in architettura.

Il riconoscimento ottenuto da Nunziare II è confluito nel Creative Book 12 allegato al numero di novembre 2025 della rivista.

Nel volume - che raccoglie 21 opere selezionate tra oltre cento candidature -, Nunziare II è raccontato attraverso immagini, disegni e un testo critico che ne evidenzia il ruolo all’interno della ricerca architettonica contemporanea, collocando il progetto in un circuito editoriale di riferimento per il dibattito architettonico internazionale.

UN PREMIO COME STRUMENTO CULTURALE

La tredicesima edizione del Grand Prix Casalgrande Padana si è chiusa come una celebrazione del saper fare e della capacità della ceramica di interpretare esigenze estetiche, tecniche e ambientali sempre più complesse.

Non solo una premiazione, ma un momento di

confronto tra progettisti, critici e operatori del settore, rafforzato da una partecipazione ampia e condivisa.

Un premio che, edizione dopo edizione, continua a leggere il presente e a suggerire nuove traiettorie per l’architettura internazionale, confermando il valore del progetto come luogo di sintesi tra materia, tecnica e visione.

> GRAND PRIX CASALGRANDE PADANA.

Al centro della foto Franco Manfredini consegna la Menzione d’Onore a Raffaele Truosolo (a sinistra) e Giustino Marino (a destra) per Nunziare II.

NUNZIARE NOVA

> Nel cuore di Sant’Antimo, il nuovo parco residenziale firmato Cecere Management e Carrella Architetti

> Un progetto di riqualificazione urbana che trasformerà un’area in stato di abbandono in un complesso di 24 appartamenti tra verde e serenità.

> In un lotto rimasto a lungo irrisolto, al confine tra Sant’Antimo e Aversa, prenderà vita Nunziare Nova , il primo progetto della nuova linea della società di sviluppo immobiliare Cecere Management che, a partire dalla fine del 2025, affianca la storica gamma Nunziare Luxury Projects.

L’operazione è pensata per restituire centralità a un’area rimasta marginale per anni, ricucendo un’interruzione nel tessuto urbano e introducendo nuove residenze capaci di generare ricadute sul commercio di prossimità, sulla percezione di sicurezza e sul valore complessivo del contesto.

Per la prima volta Cecere Management sviluppa il progetto in collaborazione con Carrella Architetti , adottando un approccio che mette al centro il rapporto tra architettura, spazio pubblico e vita quotidiana.

Come sottolinea Raffaele Carrella: «Nunziare Nova nasce come risposta concreta al tema della rigenerazione urbana e dell’abitare contemporaneo. Non si limita a essere un edificio residenziale, ma lavora sulla scala del contesto, restituendo identità e dignità a un intero quartiere. L’intervento dimostra come l’architettura possa incidere sull’intero ambiente trasformandolo in spazio di vita, relazione e appartenenza».

IL PARCO RESIDENZIALE COME ECOSISTEMA SOCIALE

Con Nunziare Nova, il percorso avviato dalla Cecere Management compie un passaggio preciso: dalla dimensione dell’edificio singolo a quella del parco residenziale, inteso come sistema comunitario.

Non una somma di unità indipendenti, ma un tessuto continuo, studiato per valorizzare la dimensione umana dell’abitare, in cui gli incontri nascono dalla forma stessa del complesso, intenzionalmente disegnato con percorsi pedonali, zone verdi e spazi di incontro, pensati per favorire la socialità spontanea e integrare la qualità degli spazi collettivi nell’esperienza abitativa.

L’intervento si colloca al confine tra Sant’Antimo e Aversa, nell’area compresa tra via Garibaldi e Piazzetta Terzo Millennio. Due edifici termicamente isolati e immersi nel verde accolgono 24 residenze articolate in diverse tipologie:

> soluzioni al piano terra con ingresso indipendente e giardino privato;

> appartamenti ai piani intermedi con terrazzi fruibili tutto l’anno;

> attici con affacci sul parco interno e ampie superfici esterne.

Pur nelle differenze distributive, tutte le abitazioni condividono la stessa impostazione progettuale: attenzione alla

luce naturale, funzionalità degli spazi e un’elevata possibilità di personalizzazione.

Il rapporto con l’esterno è uno dei tratti distintivi dell’intervento: affacci, terrazzi e spazi verdi diventano estensioni dirette della casa, pensate per essere vissute in continuità con il parco.

EFFICIENZA ENERGETICA E COMFORT

ABITATIVO

Frutto di una lunga fase di progettazione, Nunziare Nova integra soluzioni orientate all’efficienza energetica e alla sostenibilità, in continuità con il percorso già intrapreso dal brand Nunziare.

Il complesso è progettato come full electric, privo di allacciamento al gas. Pompe di calore di nuova generazione garantiranno riscaldamento, raffrescamento e produzione di acqua calda sanitaria. L’isolamento termoacustico avanzato, la riduzione dei consumi e la predisposizione a sistemi rinnovabili consentiranno prestazioni in linea con gli standard degli edifici Nearly Zero Energy Building (nZEB),

in foto > Raffaele Carrella, founder dello studio Carrella Architetti

L’architettura incide non solo sul singolo edificio, ma sull’intero contesto sociale e culturale. Il progetto affronta questa responsabilità lavorando su un luogo che rischiava di cristallizzarsi come spazio di abbandono, restituendogli una nuova centralità urbana.

assicurando comfort costante e costi di gestione contenuti. Un’impostazione progettuale che incide non solo sul benessere quotidiano, ma anche sulla qualità dell’investimento nel tempo.

Edifici progettati secondo standard energetici avanzati mantengono infatti un valore più stabile e si collocano in anticipo rispetto alle normative europee - dalla EPBD alle direttive sull’efficientamento del patrimonio edilizio -, riducendo il rischio di interventi correttivi futuri.

LUCE E FACCIATA COME ELEMENTI PROGETTUALI

Nunziare Nova ad Arkeda

Non è un caso che Nunziare Nova sia stato presentato ad Arkeda, la fiera dedicata ad architettura, edilizia e design che si svolge a Napoli e rappresenta uno dei principali momenti di confronto pubblico e culturale del settore nel Mezzogiorno.

La presentazione, nell’ambito di Arkeda x Assites, ha posto l’attenzione sul ruolo della luce e della facciata come elementi centrali del progetto architettonico. Le schermature solari sono pensate come dispositivi attivi, capaci di regolare l’apporto luminoso e di rendere l’organismo architettonico dinamico, in dialogo con il clima e con il tempo. La luce naturale accompagna spazi e superfici, definendo

proporzioni e ritmi dell’abitare quotidiano. In questo equilibrio tra progetto e uso, Nunziare Nova restituisce una visione dell’abitare fondata sulla qualità degli spazi, sulla relazione con il contesto urbano e su una nuova scala dell’intervento residenziale.

Per ricevere informazioni info@ceceremanagement.it

> LA GAMMA NOVA

Inserito in un tessuto denso e frammentato al confine tra Sant’Antimo e Aversa, l’intervento rappresenta il primo tassello della nuova linea della Cecere Management che, a partire dalla fine del 2025, affianca - senza sostituire -, la storica gamma Nunziare Luxury Projects.

> APERTURA, CONDIVISIONE E SPAZI PRIVATI RAPPRESENTANO IL CONCEPT DI QUESTO ESCLUSIVO INSIEME EDILIZIO

Nunziare Nova è progettato per favorire una dimensione quotidiana dell’abitare basata sulla prossimità e sulla relazione, dove la qualità degli spazi collettivi è parte integrante dell’esperienza domestica. I percorsi attraversano il verde, collegano gli ingressi e accompagnano l’uso degli spazi comuni, senza gerarchie rigide.

LA NUOVA INIZIATIVA RESIDENZIALE

FIRMATA CECERE MANAGEMENT

E CARRELLA ARCHITETTI

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