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Storia
La guerra nel cuore dell’Europa occupa il pensiero di tutti. E ci condiziona anche nelle scelte lavorative. Il presidente ucraino Zelensky, per esempio, è stato l’ispiratore del Primo piano di questo numero. Non parleremo a lungo di lui – scriviamo di chi è passato alla Storia, non di chi la sta facendo – però ci ha indicato un filo conduttore che finora non avevamo mai seguito. I leader per caso sono personaggi che hanno fatto grandi cose (guidato la resistenza, governato con saggezza, animato rivolte o rivoluzioni...) trainati più dagli eventi che da una reale volontà di leadership. Insomma, le circostanze li hanno costretti, obtorto collo, a scendere nell’arena mettendo al servizio di un obiettivo comune le proprie capacità. Le storie da raccontare erano tantissime, diverse l’una dall’altra ma accomunate da una tensione morale che forse, alla fine, è la vera molla che spinge gli esseri umani ad assumersi rischi e responsabilità. Cinquecento anni fa Machiavelli scriveva che un bravo leader deve avere “virtù e fortuna”. Aggiungiamo: anche una buona causa.
Emanuela Cruciano caporedattrice
RUBRICHE

LEADER
INASPETTATI
34
Professione leader
Si sono trovati al comando di una nazione o alla guida di un popolo quasi per caso, ma hanno saputo adattarsi alla situazione.
38
Claudio chi?
Era lo zimbello della famiglia imperiale. Ma alla morte di Caligola, nel 41 d.C., era l’unico a poter regnare.
42
Sebben che siamo donne
Matilde di Canossa e Caterina Sforza sfidarono gli uomini più potenti del loro tempo. E la “pulzella” Giovanna d’Arco non fu da meno.
46
Non passa lo straniero
Il libico Omar al-Mukhtar a oltre sessant’anni divenne l’indiscusso capo della rivolta contro i colonizzatori italiani.
50
Rivoluzioni di velluto
Ecco come un drammaturgo, Václav Havel, e un elettricista, Lech Walesa, portarono i loro Paesi fuori dalla dittatura comunista.
54
Inaspettati giganti
Genesi di uomini e donne, più o meno comuni, che hanno saputo indossare la maglia del leader.


In copertina: Zelensky e altri leader inattesi.
IN PIÙ...
16 RINASCIMENTO
Il lume d’Italia
Nel 1422 nacque
Federico da Montefeltro il duca che rivoluzionò Urbino.
22 BATTAGLIE
La spada e lo scudo di Roma
Fabio Massimo e Claudio Marcello, i difensori dell’Urbe contro Cartagine.
28 GIALLO STORICO
C’è un cadavere nel Tevere
Chi fu l’assassino di Giovanni, fratello del più famoso Cesare Borgia?
72 L’INTERVISTA
Era mio padre
Maria Romana De Gasperi parla del padre Alcide, politico e fondatore della Dc.
76 MAFIA
Il giorno della vendetta
Il 23 maggio di trenta anni fa la strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone.
80 PROTAGONISTI Garibaldi
L’uomo che da semplice marinaio, con le sue capacità politiche divenne l’Eroe dei due mondi.
86 ARTE
La magia del Mediterraneo
Joaquín Sorolla, il pittore spagnolo “maestro della luce”.
92 I GRANDI TEMI
L’inchiesta
Giugno 1972: lo scandalo Watergate travolge gli Stati Uniti.

Storia in Podcast, la grande audioteca di Focus, con oltre 350 puntate a disposizione, ha superato i 2.500.000 ascolti. In particolare, in questo periodo ci siamo dedicati alla realizzazione di un nuovo ciclo di podcast dedicato all’Antico
Egitto, la cui civiltà – tra le più longeve del genere umano – è una delle più affascinanti del mondo.
In una prima puntata, la storica Paola Buzi, docente di Egittologia e Civiltà copta presso il Dipartimento di Storia Culture Religioni della Sapienza di Roma,
americane che da quelle sarde: le Tranvie del Campidano lo misero in azione nella tratta che collegava Cagliari a Quartu. Nel 1968 Augusto Bìssiri si spense nella sua casa di Los Angeles e la sua figura venne dimenticata. È oggi ricordato solo a Seui dove a lui e al fratello Attilio è intitolato un Liceo scientifico.
Roberto Mette, Alà dei Sardi (Ss)
Superstizione in Piemonte
Ho letto con interesse l’articolo “Caccia alle streghe” pubblicato su Focus Storia n° 185. A tal proposito volevo ricordare il romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli che narra la storia di Antonia, una ragazza orfana poi accusata di stregoneria. Il racconto è basato su fatti realmente accaduti tra la provincia di Novara con le sue risaie e il territorio della Valsesia coronato dal Monte Rosa. Il romanzo rappresenta uno spaccato della vita e della superstizione popolare piemontese del Seicento.
Edda Foglio, Borgosesia (Vc)
si sofferma su diversi periodi dell’Antico Egitto e sull’evoluzione della produzione letteraria: le autobiografie, la letteratura sapienziale, i racconti, i cicli e le liriche amorose. Un viaggio nei diversi tipi di produzione letteraria attraverso racconti affascinanti.
I discendenti del Barbarossa
Online. Per ascoltare tutte le puntate di Storia in Podcast, basta collegarsi al sito storiainpodcast.focus.it. Gli episodi di Storia in Podcast – disponibili anche sulle principali piattaforme online di podcast – sono a cura del giornalista Francesco De Leo.

Riguardo all’articolo “Controverso Federico”, pubblicato su Focus Storia n° 187, vorrei ricordare una curiosa vicenda che avvenne nel Lazio negli Anni ’30. Hitler e il capo delle Ss Himmler, fondatore di un’associazione che finanziava ricerche su storia, cultura e antropologia della cosiddetta “razza ariana”, erano così ossessionati dal mito del Barbarossa che quando nel 1938, durante una visita a Roma, in occasione del banchetto con Mussolini e Vittorio Emanuele III, venne raccontato loro che si favoleggiava di alcuni suoi discendenti ancora vivi nella regione, vollero cercarli. Nel 1939 ci riuscirono e li gratificarono con una ingente somma di denaro, ma i due capi nazisti non riuscirono a condurli nel Terzo Reich. Della ricerca storicogenealogica venne incaricato nell’autunno 1939 un funzionario del Centro di Cultura Tedesco di Roma, che identificò all’”Ufficio ricerche razza” della Cancelleria del Reich, il discendente di Federico I in Antonio Corrado, un misantropo dall’aspetto aristocratico, residente ad Anticoli Corrado (Roma), paese nella Valle dell’Aniene, feudo dal 1256 di Corrado I di Antiochia, nipote dell’imperatore Federico II Hohenstaufen (1194-1250). Quando però l’ambasceria di Hitler e Himmler andò a trovarlo era già morto! Scoprirono che aveva tre figli, che, fuggiti dal padre, si erano
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rifugiati nel borgo di Ceri (Cerveteri) dove facevano i carrettieri tra la via Aurelia e i Monti della Tolfa. La ricerca continuò, ma quando il presunto erede li vide, per timore si diede alla fuga. A Ceri i nazisti parlarono così solo con le due sorelle sdegnate che protestavano l’innocenza del parente. Alla fine, a sorpresa si ritrovarono in mano un assegno, chi dice di 30.000 lire, chi di 100.000, un capitale per l’epoca.
Fabio Lambertucci, Santa Marinella (Roma)
NEL PIATTO
A cura di Roberto Roveda, illustrazione di Antonio Molino
LA PASTA E LA NORMA
Poche cose evocano la Sicilia come la pasta alla Norma, un piatto che secondo la leggenda ha uno stretto legame con l’opera omonima di Vincenzo Bellini.
Èuno dei piatti più amati dagli italiani, almeno a guardare analisi di mercato e sondaggi, e forse per questo in Sicilia è sempre accesa la tenzone per accaparrarsi la paternità della pasta alla Norma. In prima fila c’è la città di Catania, che da tempo rivendica la creazione di questo piatto che unisce con sapienza olio extravergine di oliva, pomodori, melanzane e pasta, cioè i capisaldi della tradizione culinaria mediterranea. Anche se a ben vedere parliamo di un Mediterraneo sorprendentemente allargato. Anzi, globale.
1Un
piatto che viene (anche) da lontano
Molti pensano che le origini della pasta alla Norma siano antichissime e rigorosamente sicule. Ci si scontra però con due ordini di problemi. Il primo è che le melanzane sono ortaggi di origine orientale (indiana o cinese) e vennero introdotte nel bacino del Mediterraneo grazie agli arabi. Si diffusero però in Occidente solo nel XV secolo e non godevano di una buona fama, tanto che la parola melanzana significava “mela non sana”. A lungo, infatti, si è pensato che questo ortaggio causasse malattie mentali e solo in età moderna entrò nei ricettari occidentali. E qui incontrò il pomodoro, giunto nel Cinquecento dalle Americhe e introdotto nel Meridione d’Italia dagli Spagnoli, che dominavano quelle terre.
2Una pasta per risollevare il morale di Vincenzo Bellini
Quello che sappiamo con più certezza è che tra Settecento e Ottocento era diffusissima in Sicilia l’usanza di condire la pasta con pomodoro, melanzane fritte e ricotta di pecora, salata e stagionata. Ma allora perché chiamare “alla Norma” un piatto che con ogni probabilità apparteneva alla cucina popolare? Qui entrano in campo due storie legate al mondo della musica lirica. Una leggenda si collega alla prima rappresentazione della Norma, opera del catanese Vincenzo Bellini. Era il 26 dicembre 1831 e la Scala di Milano tributò un’accoglienza fredda, anzi glaciale, al suo capolavoro. Si dice che dopo la rappresentazione uno chef siciliano decise di risollevare il morale al compositore
conterraneo preparando una pasta con melanzane e pomodori. La chiamò “alla Norma”, in onore di un’opera destinata a un grande successo... come la sua ricetta.
3
“Chista è ‘na vera Norma!”
Sempre all’opera di Vincenzo Bellini è legato un secondo racconto sulle origini del nostro piatto. Questa volta siamo nel 1920, in quel di Catania. In un giorno imprecisato di più di un secolo fa il grande commediografo catanese Nino Martoglio (1870-1921) si ritrovò a pranzo con gli attori Janu Pandolfini
e Angelo Musco. Quando venne portato in tavola il piatto principale, una pasta con melanzane, pomodori e ricotta grattugiata, Martoglio venne colpito dal profumo e dal sapore della ricetta servita, tanto da esclamare: “Chista è ’na vera Norma!”. Insomma, era di fronte a un capolavoro al pari dell’opera di Bellini. E per tutti quella pasta spettacolare si chiamò Norma.
4Una pasta a norma e regola
Secondo altri, però, la Norma della ricetta andrebbe scritta con la lettera minuscola:

di Maria Leonarda Leone
siamo donne
duca di Lorena Goffredo il Gobbo, e se ne tornò nella sua fortezza a Canossa, nell’Appennino reggiano», prosegue la storica. Era il 1072: quattro anni dopo, l’uomo venne ucciso in un’imboscata, infilzato come un pollo sullo spiedo mentre si stava per sedere sulla latrina. Di lì a poco, alla morte di sua madre, la vedova trentenne si ritrovò da sola, sovrana di un territorio enorme, esteso dai passi appenninici alla Pianura padana, dall’Emilia alla Toscana, fino all’Umbria e all’Alto Lazio, in posizione chiave tra la Germania dell’imperatore Enrico IV, di cui era cugina e vicaria, e la Roma del pontefice Gregorio VII, di cui era amica e sostenitrice.
LA TIGRE DI FORLÌ. Per quanto distante cronologicamente, Caterina era vicina per molti aspetti a Matilde. Figlia legittimata del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e della sua amante Lucrezia Landriani, era diventata signora di Imola e contessa di Forlì andando in sposa al nipote di papa Sisto IV, Girolamo Riario. Caratterino irruento e tutt’altro che arrendevole, quando il pusillanime marito venne assassinato (1488) in una congiura di alcuni nobili forlivesi, lei organizzò la resistenza. Con un trucco riuscì a chiudersi nell’imprendibile rocca di Ravaldino, fece voltare tutti i cannoni in direzione dei principali edifici di Forlì e mentre i nemici minacciavano di ucciderle i figli, da sopra le mura li esortò spavalda a farlo davvero, mostrando, racconta Niccolò Machiavelli, “come ella aveva seco il modo a rifarne degli altri”. La spregiudicata venticinquenne non era nuova a questo genere di performance: solo 4 anni prima, alla morte di Sisto IV, incinta di 7 mesi del suo quinto figlio si era barricata per 12 giorni a Castel Sant’Angelo, minacciando il Vaticano con l’artiglieria. Voleva che il conclave le garantisse l’elezione di un papa favorevole ai Riario e il mantenimento della posizione e dei possedimenti che il marito aveva avuto dall’influente zio defunto. Ma se all’epoca il marito,
